di Michele Giorgio
Il movimento islamico è chiamato a scelte strategiche in un’enclave rasa al suolo. Venti anni dopo le elezioni Legislative, le ultime tenute nei Territori occupati palestinesi, vinte da Hamas – in modo trasparente e democratico – e due anni dopo l’offensiva israeliana che ha raso al suolo Gaza, il movimento islamico è impegnato in elezioni interne che, per la loro importanza, vanno ben oltre la scelta dei leader che sostituiranno Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar e altri dirigenti uccisi da Israele nel 2024 e nel 2025.
Hamas, dopo aver preso il potere con la forza delle armi a Gaza nel 2007, costringendo alla fuga gran parte dei rivali del partito Fatah, ha costantemente mediato tra il ruolo di governo e quello di leadership della lotta armata, alternando nazionalismo e strategia militante. Un compromesso che ha gradualmente favorito l’ala militare e ridotto il potere decisionale del braccio politico del movimento.
Ad imprimere questa svolta fu soprattutto la decisione dei paesi occidentali di disconoscere l’esito elettorale del 2006 e di boicottare il governo di Hamas. Israele da parte sua arrestò quasi tutti i ministri e deputati del gruppo islamico in Cisgiordania e confinò nella Striscia gli altri dirigenti del movimento. Sviluppi che fecero apparire agli occhi di militanti e simpatizzanti come fallimentare la scelta di andare al governo attraverso il voto, aprendo la strada alla via militare.
Oggi Hamas fa i conti con una situazione sul terreno di eccezionale complessità. I due candidati alla leadership, Khaled Mashaal (già capo dell’ufficio politico) e Khalil Al Hayya (che ha guidato ad interim il movimento dopo l’uccisione di Yahya Sinwar) saranno chiamati ad affrontare sfide senza precedenti, come la rinuncia al governo di Gaza (peraltro già accettata) e il disarmo che pretendono Israele e Usa e che il movimento è disposto a considerare solo quando vedrà la luce lo Stato di Palestina.
Più di tutto Hamas è posto davanti alla catastrofica situazione di oltre due milioni di civili a Gaza vittime dei bombardamenti israeliani. Se da un lato gran parte degli abitanti punta il dito contro Netanyahu e i suoi ministri e sostiene l’idea della resistenza, dall’altro molti ritengono che con Hamas al potere la ricostruzione non comincerà mai alla luce del piano di Donald Trump e della guerra permanente di Israele a Gaza e nella regione.
«Per questo, se oggi si tenessero nuove elezioni (nei Territori occupati), Hamas non riceverebbe i consensi oceanici ottenuti 20 anni fa» ci dice l’analista Ghassan Khatib «in Cisgiordania gode di molti sostenitori ma a Gaza, dove il suo governo già prima del 7 ottobre non era acclamato, molti farebbero una scelta diversa. Non è una questione ideologica, ma di governo, legata all’idea di poter ricostruire Gaza».
Allo stesso tempo Hamas era e resta una forza compatta ed organizzata, come sottolineano gli stessi dirigenti politici e analisti israeliani. Gli attacchi aerei e di terra hanno decimato la struttura militare e politica, tuttavia, l’organizzazione ha mantenuto la presenza territoriale e la capacità di negoziare, come dimostra il suo ruolo nel cessate il fuoco e negli scambi tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi.
La perdita di un leader chiave come Ismail Haniyeh è stata compensata da figure emergenti. «I colpi subiti hanno anche fatto sorgere opportunità di riorganizzazione che in questa fase, chiunque diventerà il nuovo capo, presumibilmente sarà orientata al rafforzamento del movimento e a contenere i danni che non sono soltanto militari e politici», prevede Khatib.
La crisi finanziaria è ampia: con i flussi di entrate tradizionali interrotti e l’economia sotto assedio, il movimento fatica a garantire retribuzioni e assistenza sociale, condizioni che rischiano di minare l’amministrazione ombra che Hamas proverà a mettere in piedi alle spalle del cosiddetto «governo tecnico palestinese» contemplato dall’accordo di cessate il fuoco.
La direzione politica di Hamas si impegnerà anche per impedire un ulteriore limitazione delle sue capacità di cooperare con attori esterni – alla quale lavorano Israele, Usa, i governi europei e non pochi di quelli arabi – e per essere riconosciuta come interlocutrice legittima senza dover necessariamente cedere il passo o collaborare concretamente con la rivale (o nemica) Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.
Nel documento di 36 pagine diffuso il mese scorso dal titolo «Hamas non può essere isolato», il movimento islamico oltre a giustificare e spiegare il suo attacco del 7 ottobre, afferma di essere «una componente autentica e profondamente radicata della comunità palestinese». Aggiunge che «Hamas aderendo ai principi nazionali palestinesi, indirizza la propria resistenza esclusivamente contro l’occupazione... Isolare Hamas è un’illusione politica».
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