Ci sono almeno tre, forse quattro telecamere che potrebbero aver ripreso il momento in cui Abderrahim Mansouri è stato ucciso, lunedì pomeriggio, in via Impastato a Milano. Una in particolare è puntata esattamente sul punto in cui il 28enne è caduto a terra dopo essere stato colpito da un proiettile esploso da un agente del commissariato Mecenate, oggi indagato per omicidio volontario e tuttora in servizio.
Quella telecamera si trova dall’altra parte del muro che separa il vialetto sterrato dal deposito Atm. È ben visibile in un video consegnato dall’avvocata della famiglia, Debora Piazza, al sostituto procuratore Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta. Eppure, a oggi, quelle immagini non risultano ancora acquisite né analizzate.
Un dettaglio tutt’altro che marginale, perché una parte decisiva della ricostruzione si gioca proprio su ciò che quelle riprese potrebbero mostrare: la distanza, la postura dei corpi, la dinamica reale del gesto che ha portato alla morte di Mansouri.
Sul fronte delle testimonianze, il quadro resta fragile. Il collega che accompagnava l’agente indagato nel boschetto ha confermato integralmente la sua versione: Mansouri avrebbe avuto un’arma in mano e non si sarebbe fermato all’alt. Ma c’è almeno un’altra presenza evocata dallo stesso agente durante l’interrogatorio: una “ombra”, una figura comparsa e poi scomparsa nella penombra del pomeriggio piovoso, mai identificata.
A questa si aggiunge la possibilità di altri testimoni tra i frequentatori abituali del boschetto, persone che potrebbero chiarire un elemento cruciale: il rapporto pregresso tra la vittima e chi ha sparato. Che i due si conoscessero, del resto, è già emerso.
Intanto la procura ha sequestrato gli smartphone di entrambi gli agenti coinvolti nel “servizio”. Un atto dovuto, che potrebbe restituire informazioni non solo sugli istanti precedenti allo sparo, ma anche sulle modalità operative di un poliziotto descritto come “di grande esperienza”, profondo conoscitore di Rogoredo, uno dei principali nodi dello spaccio nella periferia sud di Milano.
Un punto fermo, al momento, esiste: la distanza. Circa trenta metri. Da lì l’agente ha dichiarato di aver visto un’arma, poi risultata essere una Beretta 92 a salve, e di aver sparato per paura, centrando Mansouri alla tempia destra. Dopo il colpo si è avvicinato al corpo, ancora vivo, e ha spostato la pistola finta che si trovava a pochi centimetri dalla mano. I soccorsi sono arrivati dieci minuti dopo. Nel giubbotto della vittima sono state trovate modeste quantità di droga.
Resta da chiarire anche la genesi dell’intervento. L’agente non era previsto in via Impastato. Era appostato altrove, in piazzale Corvetto, a bordo della sua auto. Ha raccontato di essersi diretto sul posto dopo aver sentito via radio che era in corso un “servizio” dei colleghi. Una decisione autonoma, non pianificata, che apre interrogativi pesanti sulla catena di comando, sulle procedure e sulle responsabilità.
Le questioni aperte sono molte, ed è proprio per questo che suona surreale – se non pericolosa – la campagna politica e sindacale che chiede di evitare persino l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati. Senza quell’iscrizione, non ci sarebbe nemmeno il diritto alla difesa tecnica. Ma soprattutto, si impedirebbe un accertamento pieno dei fatti. È l’anticamera dello scudo penale, invocato a gran voce dalla destra: non uno strumento di tutela, ma un dispositivo di immunità preventiva.
Il contesto, poi, pesa come un macigno. L’agente che ha sparato appartiene allo stesso ufficio coinvolto in altri due casi di morte durante interventi di polizia: quello di Michele Ferulli nel 2011 e di Igor Squeo nel 2022. Tre storie diverse, tre morti, un commissariato che ritorna.
Nel caso Ferulli, la procura arrivò a chiedere condanne pesanti per omicidio preterintenzionale, finite poi in assoluzione. Nel caso Squeo, una perizia indipendente ha messo in discussione la versione ufficiale, attribuendo la morte non a un’overdose ma alla contenzione.
Non si tratta di stabilire colpe a priori, ma di riconoscere un pattern: interventi violenti, morti, versioni univoche, assoluzioni o archiviazioni, e una politica pronta a blindare tutto prima ancora che le indagini parlino.
Tutto questo avviene mentre, nel cuore delle cosiddette “democrazie occidentali”, il modello statunitense avanza senza più maschere: negli Stati Uniti l’ICE uccide persone per strada e gode di coperture politiche totali. È lo stesso Paese che Milano si prepara ad accogliere durante le Olimpiadi, con la presenza del vicepresidente Vance e del segretario di Stato Rubio. Non è una coincidenza, ma un clima.
Lo scudo penale non è una riforma tecnica. È una scelta politica. Non “prepara” lo Stato di polizia: ne segna l’inaugurazione. E Abderrahim Mansouri, oggi, non è solo una vittima da etichettare e archiviare. È il punto in cui questo passaggio diventa visibile, misurabile, irreversibile.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento