Lo Stato sotto accusa: la Corte riconosce la tortura e condanna nove agenti, tra cui una ispettrice, per le violenze nel carcere di Sollicciano
C’è stata tortura nel carcere di Sollicciano. Non abusi isolati, non “eccessi”, non semplici lesioni: tortura. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Firenze, che ha condannato nove agenti della Polizia Penitenziaria – tra cui un’ispettrice – per i pestaggi e i trattamenti inumani inflitti a due detenuti, un cittadino marocchino e un detenuto italiano, tra il 2018 e il 2020.
Una sentenza pesantissima, che ribalta il primo grado di giudizio e smonta la narrazione autoassolutoria che troppo spesso accompagna le violenze di Stato consumate dietro le mura delle carceri.
Secondo quanto ricostruito dai giudici, nel caso del detenuto marocchino tutto avrebbe avuto origine da un semplice screzio verbale con un’agente. Un fatto minimo, ordinario nella vita detentiva. La risposta, invece, è stata brutale: l’uomo viene condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo e lì picchiato da sette agenti, fino a rimanere a terra senza fiato. Riporterà la frattura di due costole. Non basta. Dopo il pestaggio viene spogliato, lasciato completamente nudo in infermeria e deriso dagli agenti per diversi minuti. Un trattamento che la Corte ha definito senza ambiguità “inumano e degradante”.
Per questi fatti l’ispettrice E.V. è stata condannata a 5 anni e 4 mesi di reclusione; gli altri otto agenti hanno ricevuto pene comprese tra i 3 anni e 4 mesi e i 4 anni e 4 mesi, per i reati di tortura, calunnia e falso.
La sentenza d’appello ribalta quella di primo grado, che aveva derubricato il reato di tortura in semplici lesioni e assolto gli imputati dalle accuse di falso e calunnia. Una scelta che oggi appare per quello che era: una rimozione della gravità dei fatti. Già in primo grado, va ricordato, l’ispettrice era stata comunque condannata a 3 anni e 6 mesi di carcere, segno che la violenza era stata riconosciuta, ma non chiamata con il suo nome.
L’inchiesta era esplosa nel gennaio 2020, con l’arresto dell’ispettrice, di un agente e di un assistente capo coordinatore, e con l’applicazione di misure interdittive nei confronti di altri sei appartenenti al corpo. Al centro del procedimento due episodi distinti di aggressione, avvenuti anche all’interno dell’ufficio dell’ispettrice capo, a seguito di contrasti con i detenuti.
Nel corso del processo d’appello, il procuratore generale aveva chiesto la condanna per tortura solo in relazione al pestaggio del detenuto marocchino, parlando esplicitamente di “trattamento inumano e degradante”. Per l’aggressione al detenuto italiano aveva invece ritenuto configurabile il solo reato di lesioni, sostenendo che non vi fosse certezza sulle “acute sofferenze” richieste per integrare il delitto di tortura. La Corte ha invece stabilito che anche in questo caso si trattò di tortura, riaffermando un principio fondamentale: la violenza sistematica, esercitata da pubblici ufficiali in posizione di totale potere su persone private della libertà, non può essere minimizzata.
Questa sentenza arriva in un contesto politico in cui il governo spinge per ampliare gli spazi di impunità delle forze dell’ordine, invocando “scudi penali” e riducendo i controlli giurisdizionali sull’uso della forza. È una decisione che va in direzione opposta, ricordando che lo Stato di diritto non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di chiamare i propri apparati a rispondere dei crimini commessi.
Sollicciano non è un’eccezione. È uno dei tanti luoghi in cui la sospensione dei diritti, la disumanizzazione dei detenuti e una cultura repressiva sedimentata producono violenza strutturale. Chiamarla tortura non è un atto ideologico: è un atto di verità. E questa sentenza lo scrive nero su bianco.
In un Paese in cui si parla sempre più spesso di “ordine” e “sicurezza”, la Corte d’Appello di Firenze ricorda un fatto elementare: non esiste sicurezza fondata sulla tortura. Esiste solo abuso di potere. E impunità, quando la giustizia sceglie di voltarsi dall’altra parte. Questa volta non è successo.
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