Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2026

La notte dei giustizieri della notte

I governi in difficoltà sono pericolosi perché cercano ossessivamente un appiglio in grado di distrarre la popolazione. Quello in carica è tra i peggiori, in questo sport, perché palesemente non gli funziona più nulla.

L’elenco è infinito (guerra, inflazione, bollette, carburanti, treni che non partono né arrivano più, salari di merda e lavoretti da schiavi, ecc.), e persino nelle vicende che riguardano soltanto gli affari loro – vedi la legge elettorale – riescono a fare figure da squali che si mordono reciprocamente.

Una via classica è prendere un fatto di cronaca, eleggerlo ad alfa e omega di una visione del mondo, e giocare la carta del forcaiolismo, se possibile con qualche venatura razzista.

Ma anche fare i forcaioli è diventato complicato, perché devono sostenere contemporaneamente il diritto all’omicidio per vendetta e il rispetto della legalità che vale, utilizzando il gergo tajanesco, “fino ad un certo punto”. Se poi non si trova bell’e pronto un immigrato borderline, allora bisogna arrampicarsi sugli specchi.

Per capirci, abbiamo negli stessi giorni diversi casi illuminanti.

Per il crollo del Ponte Morandi e i 43 morti che ha determinato, per l’assenza di manutenzione anche in presenza di degrado delle strutture portanti, l‘ex ad di Autostrade (allora in concessione a Benetton) Giovanni Castellucci è stato condannato a 12 anni e altri dirigenti a pene ancora minori.

Responsabilità oggettiva, si dice, ma non è che li hanno uccisi materialmente loro... Un po’ di comprensione ci vuole, no? In fondo erano dei manager di successo, risparmiavano sulle riparazioni per far crescere i profitti... Chi non farebbe lo stesso?

Invece Alfredo Cospito, per un petardone fatto esplodere in un cassonetto che, forse, non ha ferito neanche i topi in cerca di cibo, è stato condannato prima all’ergastolo e poi a 23 anni, da scontare in 41 bis. Coerente, no?

Difficile fare i forcaioli “legge e ordine” e pretendere l’assoluzione completa dei propri “eroi”, ma ci provano lo stesso.

La condanna a Mario Roggero, gioielliere cuneese che ha ucciso due rapinatori dopo che si erano già allontanati dal suo negozio, è sembrata l’occasione giusta per parlar d’altro facendo finta di volere una “giustizia giusta”, ma che non passi dalle aule di un tribunale. Da giustizieri della notte, magari...

Gli argomenti usati sono diversi e vanno smontati uno per uno.

Il primo fa appello all’empatia con un “povero vecchio, un nonno, con figli e nipoti” (Salvini dixit), tacendo dei due morti e un ferito lasciati per strada. Se venisse chiesta contemporaneamente la liberazione di tutti gli ultrasettantenni chiusi nelle galere si potrebbe persino ritenerlo giusto. Ma perché uno solo sì e tutti gli altri, a cominciare magari da chi non ha ammazzato nessuno, no?

Il più abusato è però quello per cui, avendo subito una rapina e visto minacciare anche sua moglie, Roggero sarebbe stato preso da un raptus in fondo comprensibile.

I giudici di tre tribunali diversi, per i tre gradi di giudizio, hanno in effetti accolto tutti questa “attenuante” prevista dalla legge, comminando 14 anni di carcere invece dell’ergastolo o 30 anni.

Ma l’analisi del video del post-rapina mostra Roggero che spara e insegue i tre rapinatori, con una mira eccellente per un uomo anziano “sotto stress emotivo” (due morti e un ferito con soli cinque colpi), prende uno di loro persino a calci in testa dopo averli ridotto in fin di vita. Era sempre in preda al raptus, dicono... 

Ma lo si vede anche entrare nell’auto abbandonata dai rapinatori, prendere il sacchetto col bottino e tornare verso il negozio. Poi si ferma, torna indietro e rimette il sacchetto dove lo aveva trovato.

Quelli che sanno di legge dicono che ha manipolato due volte “la scena del delitto”. E lo ha fatto perché deve aver pensato, con una notevole freddezza, che senza quel sacchetto nell’auto qualcuno avrebbe potuto dubitare che la rapina ci fosse stata.

Se si riesce a pensare una cosa del genere si stanno calcolando i costi e i benefici nel sicuro processo che ci sarà dopo. Perché due morti sono lì per terra, per mano tua e della tua pistola. Niente raptus, insomma... 

Il terzo argomento chiama in causa la legge che regola la “legittima difesa”, la cui ultima versione è stata opera proprio della Lega e degli altri che avrebbero voluto, per questo solo caso, l’assoluzione piena.

Quella legge dice, prudentemente, che per definire la difesa “legittima” – e quindi non punibile – deve esserci un “pericolo attuale” e la difesa deve essere “necessaria e proporzionata”. Unità di tempo e di luogo, proporzione tra danno ricevuto e quello provocato (la morte, in questo caso). Altrimenti chiunque può sparacchiare in giro dicendo di essersi sentito in pericolo per un insulto o qualche giorno prima... 

Tradotto: se Roggero avesse usato l’arma dentro il negozio, sotto la minaccia delle pistole dei rapinatori (che erano “giocattolo”, ma non poteva ovviamente saperlo), l’assoluzione sarebbe stata sicura e anche “giusta”.


Ma se spari dopo, quando gli aggressori sono ormai in fuga, in un altro ambiente, il pericolo non c’è più. E neanche la “difesa necessaria e proporzionata”. Bastava la denuncia e, grazie alle telecamere, sarebbero stati certamente individuati e arrestati, venendo poi condannati in proporzione al reato (rapina a mano armata, da 6 a 20 anni).

Il “momento” e il luogo della reazione sono insomma decisivi. Facciamo un esempio semplice: se tamponi un’altra auto, sei nel torto (come i rapinatori), e quindi devi pagare i danni. Ma se l’altro guidatore esce dalla macchina col cric in mano e comincia a tempestare di colpi te e la tua auto, mandandoti all’ospedale, allora deve pagare anche lui. Indipendentemente dallo “shock emotivo” subito perché magari era appena uscito tutto orgoglioso dal concessionario.

Altro argomento, che invece indichiamo noi. Il signor Roggero nel 2005 si presentò di notte a casa dell’allora fidanzato della figlia, lo colpì e minacciò con una pistola sia lui che i suoi genitori. Se avessero avuto anche loro una pistola avrebbero potuto “legittimamente” farlo fuori finché era in casa, ma per fortuna (loro) non è accaduto.

Per quella vicenda Roggero fu condannato per lesioni e minaccia a mano armata e gli fu ritirato il porto d’armi.

Lasciamo perdere il suo carattere iracondo o una certa propensione all’uso della violenza, e facciamo la domanda più banale: se non aveva più il porto d’armi, a che titolo possedeva una pistola? Non ci sono altri “permessi” legali... 

Si potrebbe andare avanti, ma non serve.

Tutta la discussione su questo caso di cronaca è falsata dall’inizio. Tra quelli che gridano alla “grazia per Roggero”, immaginando già di candidarlo alle elezioni, non gliene frega niente di avere una “giustizia giusta” o qualsiasi altra cosa utile.

Quel che conta è soltanto poter agitare qualcosa che non faccia pensare all’infinita lista dei problemi veri di ogni persona che vive in questo paese senza essere “abboffata di soldi”.

Manca ormai qualsiasi “terreno comune”, fatto di concetti e valori riconosciuti. Conta solo il “mi è utile” o “mi viene contro”. Stanno “performando” una cultura che prevede l’arbitrio e la libertà per se stessi, “legge e ordine” per tutti gli altri, a seconda di chi sono. Un mondo dove i proprietari – commercianti, imprenditori, manager, ecc. – possono fare quel che gli pare, anche sparare per uccidere, e nessuno deve giudicarli. Anzi, bisogna identificarsi con loro, anche e soprattutto se non si ha quasi nulla... 

Le premesse logiche di ogni guerra, insomma. Civile o generale che sia.

Fonte

17/07/2026

Stragi di Viareggio e Ponte Morandi. Quando la condanna è prevenzione

Le condanne ai manager privati e a pubblici funzionari per il crollo del Ponte Morandi a Genova, sono un atto di giustizia e anche di prevenzione.

Dopo la sentenza definitiva verso Mauro Moretti per la Strage di Viareggio, quella in primo grado per Giovanni Castellucci ex AD delle Autostrade e per Mauro Colletta, dirigente della vigilanza dei Trasporti, con altri 30 imputati, è una conferma importante.

Non c’è mai una “ tragica fatalità” nelle stragi di cittadini e negli omicidi dei lavoratori.

C’è invece la precisa RESPONSABILITÀ di chi dovrebbe fare e non fa e di chi dovrebbe controllare e non controlla.

Le condanne non restituiscono le vittime ai familiari, ma danno loro il conforto che la loro lotta per avere giustizia non sia stata vana.

E soprattutto queste condanne servono per l’oggi e il domani.

Il governo e le imprese hanno cominciato il loro pianto ipocrita su queste condanne; e magari preparano già qualche porcata legislativa per renderle più difficili.

I manager non possono fare il loro lavoro tranquillamente, se su di loro incombe la minaccia delle condanne! E i responsabili pubblici non possono temere di pagare se non controllano!

Questo stanno ripetendo su giornali e tv i garantisti dei padroni.

E invece sì, chi progetta un’opera, chi la gestisce, chi organizza il lavoro e la vita, chi dovrebbe verificare che tutto questo sia sicuro, tutti costoro dovrebbero avere come prima paura quella di fare del male alle persone.

E questo timore dovrebbe essere ben superiore a quello di non realizzare un profitto adeguato, o a quello di non rispettare le prerogative delle imprese.

In un paese dove centinaia di persone sono morte in stragi colpose e quindicimila sono state uccise sul lavoro in dieci anni, le sentenze dure contro i responsabili servono. Anzi ce ne sono ancora troppo poche.

È vero che prima di tutto bisognerebbe fare la prevenzione, ma quando il sistema degli affari distrugge tante vite e il potere pubblico è subalterno o complice, anche la condanna penale di dirigenti e manager diventa prevenzione.

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15/07/2026

La risoluzione Onu per salvare Cuba. L’umanità a un bivio

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che condanna il blocco petrolifero imposto contro Cuba, definendolo una violazione del diritto internazionale e una forma di punizione collettiva incompatibile con i principi della Carta dell’ONU.

Il testo prevede inoltre l’attivazione di un ponte umanitario, coordinato dalle agenzie delle Nazioni Unite, per l’invio di medicinali, alimenti e risorse essenziali all’isola, duramente colpita dalle restrizioni energetiche.

Pur non essendo giuridicamente vincolante, la risoluzione rappresenta un importante precedente politico e diplomatico, rafforzando il sostegno internazionale alla sovranità cubana e mettendo in discussione la politica di “massima pressione” degli Stati Uniti.

*****

Mentre il mondo assiste con crescente preoccupazione all’ennesima escalation militare in Medio Oriente, con nuovi attacchi che alimentano il confronto con l’Iran e avvicinano il pianeta a un punto di non ritorno, dalle Nazioni Unite arriva un segnale che va in direzione opposta. È un segnale politico, morale e culturale che riguarda Cuba, ma che parla all’intera comunità internazionale.

L’approvazione di una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU che condanna il blocco petrolifero imposto contro l’isola rappresenta molto più di un atto diplomatico. È la certificazione del fallimento di una strategia imperiale fondata sulla coercizione economica, sull’embargo permanente e sulla convinzione che sia possibile piegare un popolo attraverso la fame, la scarsità di energia e l’isolamento internazionale.

Da decenni Washington tenta di strangolare Cuba. Cambiano le amministrazioni, ma non cambia la logica dell’imperialismo statunitense: guerre, sanzioni, blocchi economici, ricatti finanziari e misure extraterritoriali che violano il diritto internazionale e pretendono di imporre al mondo intero la legge del più forte. Oggi questa stessa logica si riproduce contro numerosi Paesi, dall’Iran al Venezuela, dalla Siria ad altre nazioni che rivendicano il diritto di scegliere autonomamente il proprio modello di sviluppo.

L’attacco permanente contro Cuba si inserisce proprio in questa visione del mondo. Un ordine internazionale nel quale pochi pretendono di decidere il destino di tutti, utilizzando il dollaro come arma, le sanzioni come strumento di guerra e la propaganda come mezzo di legittimazione.

Ma questa architettura mostra sempre più profonde crepe.

La risoluzione delle Nazioni Unite costituisce un precedente politico di straordinaria importanza. Per la prima volta viene riconosciuto che il blocco energetico rappresenta una violazione specifica dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e una forma di punizione collettiva contro una popolazione civile. È il riconoscimento che negare carburante, medicinali e beni essenziali non è una misura amministrativa, ma un’aggressione contro la dignità umana.

Non è soltanto una vittoria di Cuba. È una vittoria del diritto internazionale contro la legge della forza.

Eppure, mentre una parte della comunità internazionale cerca di riaffermare il primato del diritto, altri continuano ad alimentare il linguaggio delle armi. L’escalation contro l’Iran, così come il protrarsi delle guerre in Ucraina e a Gaza, dimostra che l’imperialismo non conosce altra risposta alle proprie crisi se non quella militare. Ogni crisi economica diventa occasione per nuovi conflitti; ogni difficoltà geopolitica viene affrontata aumentando le spese militari, moltiplicando le basi, esportando instabilità.

È una spirale estremamente pericolosa.

Il capitalismo contemporaneo, entrato in una crisi strutturale sempre più evidente, tenta di sopravvivere attraverso quella che Rosa Luxemburg definiva l’alternativa tra socialismo e barbarie. Oggi quella barbarie assume la forma delle guerre permanenti, dell’economia di guerra, della finanziarizzazione estrema e della subordinazione della vita umana agli interessi dei grandi complessi militari e finanziari.

Cuba rappresenta l’esatto contrario di questo paradigma.

Pur sottoposta per oltre sessant’anni a uno dei più lunghi e duri blocchi economici della storia moderna, ha continuato a investire nella salute pubblica, nell’istruzione, nella cooperazione internazionale, nella formazione di medici inviati in ogni continente, nella solidarietà concreta verso i popoli colpiti da pandemie, terremoti e calamità.

Mentre altri esportano bombe, Cuba esporta medici.

Mentre altri costruiscono alleanze militari, Cuba costruisce reti di cooperazione sanitaria e culturale.

Mentre l’imperialismo alimenta la paura, Cuba continua a dimostrare che la sicurezza autentica nasce dalla giustizia sociale, dalla partecipazione popolare e dalla solidarietà internazionale.

È questa la vera ragione dell’accanimento contro l’isola. Non perché rappresenti una minaccia militare, ma perché dimostra, nella pratica, che un’altra organizzazione della società è possibile, persino sotto condizioni di enorme difficoltà.

La solidarietà espressa oggi dalla maggioranza della comunità internazionale conferma inoltre che il mondo multipolare non è più soltanto una prospettiva teorica. Sempre più Paesi rifiutano la logica delle sanzioni unilaterali, contestano l’extraterritorialità del diritto statunitense e chiedono relazioni internazionali fondate sul rispetto reciproco, sulla cooperazione e sull’uguaglianza tra gli Stati.

Naturalmente la battaglia è tutt’altro che conclusa. Una risoluzione dell’Assemblea Generale non elimina automaticamente il blocco né cancella le sofferenze provocate da decenni di aggressione economica. Ma produce un fatto politico di enorme rilevanza: isola sempre di più chi continua a utilizzare la fame come arma e rafforza la legittimità della resistenza del popolo cubano.

In un tempo in cui l’umanità rischia di essere trascinata verso una nuova stagione di guerre globali, Cuba continua a ricordarci che esiste un’altra strada. La strada della pace, della cooperazione, della pianificazione economica orientata ai bisogni sociali, della sanità come diritto universale, dell’educazione come bene comune e della solidarietà come principio politico.

È questa l’alternativa che oggi fa paura all’imperialismo. Ed è per questo che la difesa di Cuba non riguarda soltanto i cubani. Riguarda tutti coloro che credono che il futuro dell’umanità non possa essere costruito sulle sanzioni, sulle guerre preventive e sulla supremazia militare, ma sulla cooperazione tra i popoli, sulla giustizia sociale e sulla pace.

Perché la vera vittoria non consiste soltanto in una risoluzione votata alle Nazioni Unite. La vera vittoria sarà costruire un ordine internazionale nel quale nessun popolo possa più essere affamato, ricattato o bombardato per aver scelto liberamente il proprio destino.

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14/06/2026

Quattro attivisti di Palestine Action condannati di nuovo per terrorismo

Avevamo raccontato esattamente un mese fa la storia dei quattro attivisti di Palestine Action condannati per danneggiamento a uno dei siti britannici dell’israeliana Elbit Systems, reato a cui però la corte avrebbero tentato di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo” in sede di scrittura della sentenza. Così è successo.

Alla Woolwich Crown Court sono state emesse infatti pesanti condanne verso quattro membri di Palestine Action, per un’azione svoltasi nell’agosto 2024. Gli attivisti hanno effettuato un raid in uno stabilimento della Elbit a Bristol, danneggiando attrezzature militari che sarebbero poi state usate nella pulizia etnica dei palestinesi.

Quattro dei sei imputati sono stati giudicati colpevoli, ma l’attribuzione di una natura terroristica al reato di danneggiamento è arrivata dopo. Secondo il giudice Jeremy Johnson le loro azioni hanno evidenziato una chiara matrice eversiva dovuta al tentativo di intimidire l’azienda e influenza la politica britannica attraverso danni alle proprietà della Elbit.

Il bilancio è molto pesante: 7 anni e 8 mesi per Samuel Corner, ex studente di Oxford; 5 anni per Charlotte Head e Leona Kamio; 4 anni e 8 mesi per Fatema Rajwani. Gli attivisti di Palestine Action hanno sempre difeso l’operazione di sabotaggio, sostenendo la “scusante legittima” per cui le loro azioni sarebbero state effettuate per prevenire crimini più gravi. Possibilità prevista dalla legislazione britannica, ma negata ai giovani militanti.

L’ONG Filton 25 Defence Committee ha rilasciato una dura dichiarazione di condanna contro il verdetto: “i quattro manifestanti oggi condannati hanno distrutto oltre 40 armi israeliane, tra cui droni assassini, utilizzati in quasi tutti i massacri di palestinesi a Gaza. Con la loro azione diretta, hanno salvato delle vite. Questo non è terrorismo, è un dovere. La sentenza odierna sarà impugnata per correggere questa grave ingiustizia”.

Durante la lettura della sentenza, venerdì, all’esterno del tribunale si sono radunati circa 500 sostenitori per manifestare solidarietà. La polizia ha effettuato oltre 100 fermi complessivi, tra cui almeno 72 persone arrestate specificamente per aver esposto cartelli a sostegno del gruppo, che rimane tuttora proscritto.

Il pronunciamento sul ricorso presentato dal governo per ribaltare la decisione dell’Alta Corte di Londra, che aveva obbligato a togliere Palestine Action dalla lista delle organizzazioni terroristiche, dovrebbe arrivare a breve. Il clima nel paese resta incandescente, con circa 3 mila persone arrestate in virtù della legge antiterrorismo.

Tutto ciò si inserisce nel quadro di un Regno Unito in cui il governo, in continuità con il sionismo internazionale, ha fomentato una retorica islamofobica, su cui è cresciuto l’odio razziale che oggi sta mettendo a ferro e fuoco Belfast. Il cortocircuito e il fallimento del Labour sono evidenti, e la respinta del ricorso su Palestine Action potrebbe mettere una serie ipoteca sul governo Starmer.

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27/03/2026

Meta e Alphabet generano dipendenza dai social, cause milionarie

Per la prima volta nella storia un tribunale riconosce i social network come pericolo per la salute e considera le aziende tech come responsabili dei danni causati dai loro algoritmi che inducono gli utenti al doom scrolling e all’engagement continuo sulle varie piattaforme.

Infatti, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento totale di 3 milioni di dollari ad una ragazza di vent’anni che faceva un assiduo uso dei social da quando ne aveva sei.

La giovane, Kaley G.M, aveva citato in giudizio le due big tech in quanto gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti di Instagram e YouTube, progettati scientificamente per massimizzare il quantitativo di tempo che l’utente passa sull’app, l’avevano resa dipendente dalle piattaforme causandole ansia e depressione croniche (ovviamente certificate da diversi medici e psicologi).

Meta e Google, quindi, sono state giudicate colpevoli di negligenza per aver gestito delle piattaforme che causano danni a bambini ed adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli legati alle dipendenze dai social.

Questa sentenza storica crea un precedente e, probabilmente, sarà la prima di una lunga serie di azioni legali che andranno a colpire i giganti dei social, visto il numero enorme di giovanissimi che sono dipendenti dalle varie piattaforme. I risarcimenti da pagare potrebbero diventare ingenti, con qualche problemino contabile per i proprietari delle due piattaforme…

Viene così smascherato definitivamente un modello di sviluppo di internet e delle reti sociali incentrato sull’imprigionare l’utente, garantendogli un flusso continuo di soddisfazioni a breve termine, in modo da mantenerlo sempre collegato alle varie app e, quindi, poter registrare e studiare ogni sua azione e interesse.

Tutto ciò, ovviamente, è finalizzato alla profilazione capillare degli utenti allo scopo di vendere i loro dati per bersagliarli di pubblicità mirate.

Ora finalmente, per la prima volta, si costringono le big tech a rendere conto del loro modello di business che ha danneggiato le vite di moltissimi ragazzi e ragazze cresciuti negli ultimi 20 anni.

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27/01/2026

Tortura in divisa: condanna per nove agenti della Penitenziaria

Lo Stato sotto accusa: la Corte riconosce la tortura e condanna nove agenti, tra cui una ispettrice, per le violenze nel carcere di Sollicciano

C’è stata tortura nel carcere di Sollicciano. Non abusi isolati, non “eccessi”, non semplici lesioni: tortura. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Firenze, che ha condannato nove agenti della Polizia Penitenziaria – tra cui un’ispettrice – per i pestaggi e i trattamenti inumani inflitti a due detenuti, un cittadino marocchino e un detenuto italiano, tra il 2018 e il 2020.

Una sentenza pesantissima, che ribalta il primo grado di giudizio e smonta la narrazione autoassolutoria che troppo spesso accompagna le violenze di Stato consumate dietro le mura delle carceri.

Secondo quanto ricostruito dai giudici, nel caso del detenuto marocchino tutto avrebbe avuto origine da un semplice screzio verbale con un’agente. Un fatto minimo, ordinario nella vita detentiva. La risposta, invece, è stata brutale: l’uomo viene condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo e lì picchiato da sette agenti, fino a rimanere a terra senza fiato. Riporterà la frattura di due costole. Non basta. Dopo il pestaggio viene spogliato, lasciato completamente nudo in infermeria e deriso dagli agenti per diversi minuti. Un trattamento che la Corte ha definito senza ambiguità “inumano e degradante”.

Per questi fatti l’ispettrice E.V. è stata condannata a 5 anni e 4 mesi di reclusione; gli altri otto agenti hanno ricevuto pene comprese tra i 3 anni e 4 mesi e i 4 anni e 4 mesi, per i reati di tortura, calunnia e falso.

La sentenza d’appello ribalta quella di primo grado, che aveva derubricato il reato di tortura in semplici lesioni e assolto gli imputati dalle accuse di falso e calunnia. Una scelta che oggi appare per quello che era: una rimozione della gravità dei fatti. Già in primo grado, va ricordato, l’ispettrice era stata comunque condannata a 3 anni e 6 mesi di carcere, segno che la violenza era stata riconosciuta, ma non chiamata con il suo nome.

L’inchiesta era esplosa nel gennaio 2020, con l’arresto dell’ispettrice, di un agente e di un assistente capo coordinatore, e con l’applicazione di misure interdittive nei confronti di altri sei appartenenti al corpo. Al centro del procedimento due episodi distinti di aggressione, avvenuti anche all’interno dell’ufficio dell’ispettrice capo, a seguito di contrasti con i detenuti.

Nel corso del processo d’appello, il procuratore generale aveva chiesto la condanna per tortura solo in relazione al pestaggio del detenuto marocchino, parlando esplicitamente di “trattamento inumano e degradante”. Per l’aggressione al detenuto italiano aveva invece ritenuto configurabile il solo reato di lesioni, sostenendo che non vi fosse certezza sulle “acute sofferenze” richieste per integrare il delitto di tortura. La Corte ha invece stabilito che anche in questo caso si trattò di tortura, riaffermando un principio fondamentale: la violenza sistematica, esercitata da pubblici ufficiali in posizione di totale potere su persone private della libertà, non può essere minimizzata.

Questa sentenza arriva in un contesto politico in cui il governo spinge per ampliare gli spazi di impunità delle forze dell’ordine, invocando “scudi penali” e riducendo i controlli giurisdizionali sull’uso della forza. È una decisione che va in direzione opposta, ricordando che lo Stato di diritto non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di chiamare i propri apparati a rispondere dei crimini commessi.

Sollicciano non è un’eccezione. È uno dei tanti luoghi in cui la sospensione dei diritti, la disumanizzazione dei detenuti e una cultura repressiva sedimentata producono violenza strutturale. Chiamarla tortura non è un atto ideologico: è un atto di verità. E questa sentenza lo scrive nero su bianco.

In un Paese in cui si parla sempre più spesso di “ordine” e “sicurezza”, la Corte d’Appello di Firenze ricorda un fatto elementare: non esiste sicurezza fondata sulla tortura. Esiste solo abuso di potere. E impunità, quando la giustizia sceglie di voltarsi dall’altra parte. Questa volta non è successo.

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06/01/2026

Onu bloccata dagli Usa, il Venezuela prova a resistere

New York centro del mondo stravolto, per un giorno e poi si vedrà. Tutto è girato però attorno al Venezuela aggredito militarmente dagli Usa e alla figura del presidente legittimo, Nicolàs Maduro, rapito dalle forze speciali statunitensi dopo la strage della sua scorta, insieme alla moglie Cilia Flores.

In tribunale, dov’era stata organizzata la scena hollywoodiana dell’ingresso dei due sequestrati in catene, anche ai piedi, entrambi feriti (Maduro zoppicava, Cilia con una vistosa bendatura sulla testa), le cose sono andate secondo sceneggiatura (Usa) e logica.

Maduro si è posto come ci si attende da un politico della sua statura: formalmente impeccabile con l’anziano presidente della Corte, sprezzante con un provocatore fatto entrare tra il pubblico.

«Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Mi hanno catturato nella mia casa di Caracas», ha respinto categoricamente le accuse mosse contro di lui e descritto il suo rapimento come un’azione militare che viola la sua immunità presidenziale e la sovranità del suo Paese.

Non era l’udienza per affrontare nel merito tutte le questioni, ma soltanto per formalizzare – parola grossa, visto come ci si è arrivati – l’inizio del “processo”. È durata pochissimo e non ha riservato altre “novità”. Fuori dal tribunale parecchi manifestanti sventolavano bandiere del paese sudamericano e cartelli con le scritte «Liberate Nicolas Maduro e Cilia Flores ora» e «USA, giù le mani dal Venezuela».

Contemporaneamente si teneva la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a poca distanza dal tribunale. Anche qui il copione era in buona parte previsto. Gli Stati Uniti, membro permanente con a disposizione il diritto di veto, hanno impedito che venisse formulata una condanna formale della loro aggressione ad un paese membro dell’Assemblea Generale e che effettua libere elezioni praticamente ogni anno con modalità invidiabili anche per le cosiddette “democrazie liberali” euro-atlantiche.

Ma l’ambasciatore trumpiano Mike Waltz – un minus habens costretto qualche mese fa alle dimissioni da consigliere per la sicurezza nazionale (boom!) perché, per comunicare decisioni segrete, usava una chat Signal come un adolescente in fregola – ha voluto lasciare una “adeguata” traccia della sua presenza.

Ha negato che l’attacco a Caracas e il rapimento del presidente fossero un “atto di guerra”, descrivendolo come una “chirurgica operazione di polizia” (sorvolando ampiamente su diritto internazionale e senso del ridicolo). Il resto sono le solite chiacchiere falsificanti sul “narcotraffico”, da sempre ampiamente smentite da tutti i funzionari esteri internazionali e dalla stessa Onu.

Russia e Cina hanno usato il massimo di durezza verbale consentito in quel consesso. Mosca è stata particolarmente severa, parlando di vera e propria aggressione armata e richiedendo il rilascio immediato del “presidente legittimamente eletto”. L’ambasciatore russo ha inoltre invitato i membri del Consiglio ad abbandonare la vecchia abitudine ai due pesi e due misure, dichiarando che le azioni statunitensi stanno generando nuovo slancio “per il neocolonialismo e l’imperialismo”. E ha chiesto naturalmente la liberazione immediata di Maduro.

La Cina si è detta “profondamente scioccata” per quelli che ha definito atti “unilaterali, illegali e prepotenti”, accusando Washington di “aver calpestato senza ritegno la sovranità, la sicurezza e gli interessi legittimi del Venezuela”. Come Mosca, anche Pechino ha insistito per il rilascio del presidente venezuelano.

L’America Latina ha reagito come ci si attendeva, con Messico, Colombia, Cuba e Brasile fortemente critici con gli Stati Uniti, mentre il cameriere Milei batteva le mani per farsi notare da Trump.

L’“Europa” ha invece brillato per divisione e imbarazzo. I nazisti della Lettonia hanno attaccato “il regime di Maduro”, caratterizzato da “repressioni di massa, corruzione e criminalità organizzata”.

Il Regno Unito ha denunciato la precarietà instaurata sotto il governo di Maduro e definendo “fraudolenta” la sua presa di potere, ma non ha quasi parlato dell’azione Usa, pur ribadendo l’impegno per il rispetto del diritto internazionale come “base essenziale per la pace globale”. Bla bla bla... insomma.

La Francia, attraverso il vice ambasciatore, ha denunciato l’aggressione affermando che mina le fondamenta stesse dell’ordine internazionale. Ma nelle stesse ore Macron esprimeva soddisfazione per il rapimento dei Maduro. C’è grossa confusione, a Paris... 

Eppure in quel momento Trump aveva rilanciato l’intenzione di prendersi la Groenlandia – possedimento danese, quindi europeo e addirittura membro della Nato – perché “gli serve”. Per i vassalli europei si apre dunque un’altra voragine che si trascina dietro le stesse argomentazioni fin qui usate per giustificare l’immondo “doppio standard”. Quello per cui attaccare un paese latino-americano o africano “è comprensibile”, ma minacciare gli interessi europei – per ora verbalmente, in seguito vedremo – è invece “una violazione del diritto internazionale”. Che vale insomma “fino ad un certo punto”, secondo il suo massimo filosofo, Antonio Tajani... 

Quasi nelle stesse ore a Caracas giurava come “presidente incaricata” la vice Delcy Rodriguez, che i servi ciechi dei nostri media mainstream provano a descrivere come una potenziale “complice” degli Stati Uniti.

Per dare la misura di questo atteggiamento infame basterà citare un esempio: nel corso del giuramento ha ripreso una frase di Simon Bolivar pronunciata nel celebre Discorso di Angostura (1819), promettendo di garantire «un governo che offra felicità sociale, stabilità politica e sicurezza politica».

Questa citazione è stata rigirata sul Corriere dalla pessima Sara Gandolfi in una sorta di “messaggio diretto all’amministrazione Trump, cui poche ore prima aveva rivolto l’invito a ‘lavorare insieme per la pace e non per la guerra’”. Questo è il livello del “giornalismo” italico, o forse solo l’abitudine contratta sotto padrone... 

La Rodriguez ha giurato «con rammarico, per la sofferenza causata al popolo venezuelano, per un’aggressione militare illegittima contro la nostra patria, per il rapimento di due eroi che sono ostaggi negli Stati Uniti: il presidente Nicolás Maduro e la prima combattente di questo Paese, Cilia Flores».

Non l’attende un compito facile.

Fonte

23/10/2025

Condannato Jorge Troccoli, il torturatore uruguayano rifugiatosi in Italia

Si chiude in tribunale una delle molte pagine che ha coinvolto l’Italia nel famigerato “Piano Condor”. Jorge Néstor Troccoli, ex ufficiale dell’esercito uruguaiano, è stato condannato in Italia martedì all’ergastolo per la sua responsabilità nell’omicidio e nella scomparsa di tre persone durante la dittatura militare in Uruguay nel quadro del Piano Condor, il coordinamento repressivo tra i regimi militari latinoamericani e gli USA negli anni ‘70.

La sentenza è stata emessa dal Tribunale di Roma e va ad aggiungersi ad una precedente condanna – anch’essa all’ergastolo – che Troccoli sta già scontando a Napoli dal 2021, dopo essere stato riconosciuto colpevole della scomparsa di cittadini italiani in operazioni repressive transnazionali nel quadro del “Piano Condor”.

Troccoli, che ieri non era presente all’udienza in aula, è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio dell’insegnante uruguaiana Elena Quinteros, rapita nel 1976, e della coppia formata dall’argentino José Agustín Potenza e dalla cittadina italiana Raffaella Filipazzi, entrambi scomparsi nel 1977.

Il 25 giugno 1977 José Agustín Potenza e la cittadina italiana Raffaella Filipazzi, furono arrestati all’hotel Hermitage di Buenos Aires. Furono condotti al centro di detenzione clandestino del Corpo dei Fucilieri Navali (FUSNA) e poi trasferiti clandestinamente in Paraguay, dove furono assassinati. I loro corpi furono ritrovati e identificati in una fossa comune nel 2017. La terza vittima per la quale è stato condannato Troccoli era Elena Quinteros, docente e dirigente sindacale uruguaiana, rapita nel giugno 1976 nella sede diplomatica del Venezuela a Montevideo e in seguito desaparecida.

Troccoli, faceva parte del Corpo dei Fucilieri della Marina (FUSNA) come ufficiale dei servizi segreti ed è stato indicato da più sopravvissuti come uno dei principali autori di torture e sparizioni.

Fuggito all’estero per sottrarsi alle azioni giudiziarie intentate dai familiari dei desaparecidos uruguayani, Troccoli si era rifugiato in Italia protetto dalla sua doppia cittadinanza. Ma nel 2007 era stato individuato in un paese del Cilento e successivamente arrestato.

In Uruguay la condanna di Troccoli è stata salutata con soddisfazione.

In una nota il Partito per la Vittoria del Popolo – uno dei partiti aderenti al Frente Amplio – esprime la sua più profonda soddisfazione per il risultato raggiunto in termini di verità e giustizia, che rappresenta la decisione della Corte di Assisi oggi presso il Tribunale di Roma, condannando all’ergastolo il repressore Jorge Néstor Tróccoli, ex ufficiale di Intelligence del FUSNA, per il rapimento e la scomparsa dell’insegnante Elena Quinteros.

“Sono passati 49 anni da quando la dittatura civico-militare uruguaiana invase il territorio venezuelano nella sua ambasciata a Montevideo, per rapire e far sparire la nostra compagna Elena Quinteros, simbolo della resistenza alla dittatura. Durante tutti questi anni, la lotta di sua madre Tota Quinteros, degli organismi per i diritti umani, dell’istruzione e della cultura, del Pit-Cnt, della mobilitazione popolare, il ruolo che ci è toccato come PVP e al Frente Amplio, hanno costituito un percorso di lotta senza rinuncia, che ci ha permesso di avanzare nella verità e nella giustizia”.

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13/09/2025

Brasile - Condannato l’ex presidente Bolsonaro, gli USA minacciano ritorsioni

L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro è stato condannato ieri per il tentato colpo di Stato dell’8 gennaio 2023, quando migliaia di bolsonaristi – una settimana dopo l’insediamento di Lula – presero d’assalto le sedi dei tre rami del governo.

Con 4 voti contro 1, cinque giudici hanno deciso di condannare il leader dell’estrema destra brasiliana, accusato di aver guidato un’organizzazione criminale armata per rimanere al potere dopo aver perso le elezioni del 2022 contro l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva.

Il voto finale è stato letto dal presidente della Prima Camera del tribunale, Cristiano Zanin, ex avvocato di Lula, contro il quale Bolsonaro ha cospirato dopo essere stato sconfitto alle elezioni, secondo le conclusioni della corte.

“Le prove ci permettono di concludere che gli imputati intendevano infrangere lo stato di diritto democratico”, ha detto Zanin nella sua valutazione, che ha lasciato una maggioranza di quattro a uno sulla condanna di Bolsonaro e di altri sette prigionieri, tra cui ex ministri ed ex capi delle forze armate.

“La Procura è riuscita a descrivere in modo soddisfacente un’organizzazione criminale armata, gerarchicamente strutturata e orientata a perseguire un progetto” incentrato sulla “permanenza al potere del presidente Bolsonaro, qualunque sia il metodo criminale da utilizzare”, ha detto Zanin.

Dopo la dichiarazione di colpevolezza, i cinque giudici discuteranno, in linea di massima nella giornata di oggi, le condanne che verranno comminate e che possono arrivare fino a 43 anni di carcere.

Mercoledì uno dei giudici, Luiz Fux, si è pronunciato a favore dell’assoluzione di Bolsonaro da tutte le accuse di colpo di Stato e ha anche chiesto “l’annullamento dell’intero processo”.

In un pronunciamento durato più di 10 ore, Fux ha sostenuto che la Procura non ha dimostrato pienamente tutto ciò per cui ha accusato Bolsonaro e ha assicurato che in un processo penale “la responsabilità penale deve essere provata oltre ogni ragionevole dubbio”, cosa che a suo avviso non è avvenuta.

Fux ha esonerato Bolsonaro dall’accusa di aver cospirato contro la democrazia con la sua aggressiva campagna per screditare il sistema elettorale prima delle elezioni del 2022, in cui è stato sconfitto da Lula, e ha affermato che “discorsi o interviste” non possono essere trattati dal sistema giudiziario come se fossero “narrazioni sovversive”. Ma al di là dell’assoluzione di Bolsonaro e delle sue considerazioni sull’accusa, il giudice è stato incisivo nelle sue critiche al processo stesso aperto nella Prima Camera della Corte Suprema Federale.

L’8 gennaio 2023, una settimana dopo l’insediamento di Lula, migliaia di bolsonaristi, (a imitazione di quanto accaduto al Congresso di Washington nel gennaio 2021, ndr), presero d’assalto la sede delle tre principali istituzioni brasiliane.

Durante la requisitoria di oltre cinque ore, il giudice Moraes ha presentato un resoconto dettagliato del complotto golpista che, secondo lui, ha iniziato a prendere forma nel 2021 e ha raggiunto il suo culmine negli attacchi dell’8 gennaio 2023 alle sedi delle tre istituzioni a Brasilia, una settimana dopo l’insediamento di Lula. “Il Brasile è quasi tornato a una dittatura”, ha avvertito il magistrato, affermando che c’era un piano coordinato per abolire violentemente lo stato di diritto.

Oltre a Bolsonaro, il giudice si è pronunciato a favore della condanna di altri sette coimputati, tra cui ex ministri e alti comandanti militari.

Nei giorni scorso il Brasile aveva respinto la minaccia degli Stati Uniti di attuare sanzioni economiche e di ricorrere all’uso della sua forza militare contro il paese latinoamericano.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt martedì aveva annunciato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump “non ha paura di usare il potere economico e militare degli Stati Uniti per proteggere la libertà di espressione in tutto il mondo”, in riferimento al processo contro l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro (2019-2023), sotto processo per tentato colpo di Stato dopo la vittoria elettorale dell’attuale leader Luiz Inácio Lula da Silva, alla fine del 2022.

Di fronte a questa situazione, il Ministero degli Affari Esteri brasiliano, in una breve dichiarazione rilasciata martedì, ha condannato “l’uso di sanzioni economiche o minacce di forza contro” la democrazia del suo paese.

La nota respingeva “il tentativo delle forze antidemocratiche di utilizzare governi stranieri per costringere le istituzioni nazionali”, riferendosi agli sforzi dell’ex presidente brasiliano e di suo figlio, il deputato Eduardo Bolsonaro, per ostacolare il processo del caso del colpo di stato da Washington.

Dopo aver sottolineato che i tre rami del governo non si lasceranno intimidire da alcun attacco alla loro sovranità, Brasilia ha sostenuto “la democrazia e il rispetto della volontà popolare espressa alle urne” come “il primo passo per proteggere la libertà di espressione”.

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08/05/2025

Condannata società israeliana di spyware per aver hackerato WhatsApp

Martedì 6 aprile una giuria federale della California ha inflitto una multa di 168 milioni di dollari al gruppo israeliano NSO per aver dirottato i server di Whatsapp allo scopo di hackerare gli utenti della piattaforma di chat di proprietà di Meta per conto di agenzie di spionaggio straniere. La NSO è conosciuta per aver sviluppato lo spyware “Pegasus” ed averlo fornito a diversi governi per spiare i propri oppositori politici.

La sentenza è la conclusione di una battaglia durata sei anni tra la società statunitense dei social media e l’azienda di sorveglianza israeliana.

La causa intentata da WhatsApp, presentata nel 2019 è stata seguita attentamente sia dai concorrenti di NSO nel settore delle tecnologie di sorveglianza sia dai sostenitori dei diritti umani critici nei confronti del settore.

Tra il 2018 e il 2020, la NSO ha addebitato ai suoi clienti governativi europei un “prezzo standard” di 7 milioni di dollari per l’utilizzo della sua piattaforma per hackerare 15 dispositivi diversi contemporaneamente.

Il Jerusalem Post riferisce che Sarit Bizinsky, vicepresidente delle operazioni commerciali globali di NSO, ha affermato che la possibilità di hackerare un telefono al di fuori del Paese del cliente era un’opzione aggiuntiva con un costo del valore di circa 1 o 2 milioni di dollari.

Secondo Tamir Gazneli, vicepresidente della ricerca e sviluppo di NSO, tra il 2018 e il 2020 l’azienda produttrice di spyware è riuscita ad accedere in modo incontrollato a migliaia di dispositivi.

Stando ai documenti prodotti dal tribunale californiano, sia la CIA che l’FBI hanno versato complessivamente alla israeliana NSO circa 7,6 milioni di dollari.

I precedenti rapporti tra le agenzie e la società israeliana di spyware erano stati precedentemente rivelati dal New York Times, il quale affermava che la CIA aveva finanziato l’acquisto dello spyware NSO da parte di Gibuti e che l’ufficio lo aveva poi acquistato per testarlo.

Stando a quanto affermato dagli avvocati di Meta, la causa in corso contro la NSO non ha però impedito all’azienda di spyware di continuare ad abusare dell’infrastruttura di WhatsApp.

La “NSO ha ripetutamente preso di mira i querelanti, i loro server e i loro client mobili anche dopo l’avvio di questa causa”, si legge nel documento presentato dai legali.

L’istanza mira a ottenere un’ingiunzione permanente contro NSO, che secondo l’organizzazione “rappresenta una minaccia significativa di danno continuo e potenziale” per Meta, la sua piattaforma ma soprattutto per i suoi utenti.

Secondo il quotidiano britannico The Guardian, molti dettagli sugli obiettivi e sui clienti dell’azienda di spyware rimangono sconosciuti, in parte perché l’azienda si è rifiutata di consegnare le prove.

Nella sua sentenza di dicembre, il giudice distrettuale Phyllis Hamilton aveva accusato NSO di aver “ripetutamente omesso di produrre prove rilevanti e di non aver obbedito agli ordini del tribunale in merito a tali prove”. The Guardian ha riportato l’anno scorso che funzionari israeliani avevano sequestrato documenti a NSO nel tentativo di impedire che i fascicoli arrivassero ai tribunali statunitensi.

“Tutto questo caso è avvolto da un’enorme segretezza”, ha detto Hamilton durante il processo. “Ci sono così tante cose che non si sanno”.

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01/04/2025

Francia - Fuori Le Pen, ora che succede?

Il tema è rognoso, come si vede dalle reazioni. Ma non impossibile da affrontare razionalmente.

Come ormai tutti sanno, ieri Marine Le Pen, leader storica del partito fascista francese Rassemblement Nationale, è stata condannata a oltre quattro anni di reclusione (due condonati, due da scontare con il braccialetto elettronico), una multa di 100mila euro e cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata.

Di fatto, le è preclusa la possibilità di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali, nel 2027, con i sondaggi che al momento la davano in vantaggio di almeno 10 punti su tutti i possibili rivali.

Fatto l’augurio che sempre ripetiamo nei confronti dei fascisti (“ogni male possibile!”), proviamo a vedere cosa significa e quali possono essere le possibili conseguenze.

Le reazioni delle destre europee sono ovviamente furiose. Da Orbàn a Salvini, dal capo spagnolo di Vox, Abascal, al padre della Brexit britannica, Farage, a Fratelli d’Italia (con Foti), è tutto un digrignar di denti. Sostenuti come sempre da Trump ed un Elon Musk più fuori di cranio del solito («Quando la sinistra radicale non riesce a vincere con un voto democratico, abusa del sistema giudiziario per mettere in prigione i suoi oppositori. Questo è il loro modus operandi in tutto il mondo»).

Inevitabili, scontati ed inutili i soliti balbettii sul “rapporto malato tra politica e magistratura”, condotti senza un briciolo di riflessione sul perché si producano nella stessa epoca fatti molto simili in sistemi politici e giudiziari molto diversi (dal Brasile alla Francia, dall’Italia alla Romania, ecc.).

Comprensibile che il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, Peskov abbia colto l’occasione per ironizzare, sotto i baffi, sulla contraddizione palese tra i princìpi dichiarati e la concreta pratica del potere nell’Occidente capitalistico e neoliberista: «una violazione delle norme democratiche».

Comprensibile anche che un giudizio molto simile (“un furto di democrazia; non spetta alla magistratura decidere chi il popolo debba votare”) sia stato dato anche da Jean-LucMélenchon, leader de La France Insoumise e della sinistra radicale, sia in versione Le Pen che in versione “bancaria” (Macron).

In fondo anche con lui è stato fatto qualcosa di simile, anche se ancora in tono minore, e non è detto che non possa accadere da qui alle presidenziali (largo il suo vantaggio sui macronisti, al momento, per quel secondo posto che garantirebbe l’accesso al ballottaggio).

Anche il reato per cui è stata condannata Le Pen – “appropriazione indebita di fondi pubblici”, di fatto l’aver stipendiato funzionari del suo partito con i fondi messi disposizione dall’Unione Europea – potrebbe essere facilmente contestato a quasi tutti i partiti di quasi tutti i paesi europei (ed extraeuropei, crediamo).

Soprattutto, ci sono i molti episodi simili – con imputazioni ancora più arbitrarie o con prove fasulle – che coinvolgono paesi più periferici come la Romania, la Moldova, ecc., dove sono stati esclusi candidati “anti-europeisti” accusati di essere filorussi o pagati da Mosca.

In generale, cresce dappertutto, in Europa, la tentazione di ridurre le forze politiche “ammissibili” soltanto a quelle che si dichiarano totalmente “pro-UE”.

Non il massimo, in fatto di pluralismo e libertà di opinioni politiche...

Si dice, a giustificazione di questa stretta, che “si tratta di forze reazionarie e fasciste”. Ed è verissimo, lo sa bene chi ci si scontra nelle piazze da decenni. Ma lo erano anche prima di diventare così forti da poter vincere le elezioni o condizionare il dibattito politico (vedi il caso dell’AfD in Germania). Quando, insomma, sia la presunta “anima antifascista europea”, sia il brutale calcolo costi-benefici, avrebbero consentito il definitivo scioglimento di quelli che prima erano solo gruppuscoli nostalgici.

Non c’è inoltre da dubitare che identico trattamento sarà riservato a quei partiti di sinistra radicale che dovessero assurgere a potenziali vincitori in elezioni nazionali.

Non c’è, infatti, soltanto il caso de La France Insoumise già ricordato. Perché – anche se in forma “non giudiziaria”, ma brutalmente politica – anche l’annichilimento della Grecia allora guidata da Tsipras (2015) aveva seguito la stessa logica: non è possibile che un governo nazionale deroghi agli “ordini” provenienti da Bruxelles. Adults in the room, il film di Costas Gavras basato sui diari dell’ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis, sta lì a dimostrarlo con durezza.

Al di là della connotazione politica dei singoli protagonisti, insomma, abbiamo davanti un quadro  delineato, ormai, abbastanza chiaramente: se l’Unione Europea va al riarmo e poi alla guerra, gli spazi di dialettica politica interna devono ridursi al minimo, eliminando le “variabili” indisciplinate (i nazionalisti estremi, più o meno fascisti) o potenzialmente “ribelli” (le varie forme possibili di “sinistra radicale”).

I modi per realizzare questa “stretta” possono essere i più diversi, ma quello del lawfare – l’uso politico di regime delle magistrature nazionali e sovranazionali (la Corte Europea) – sembra ancora il più semplice e persino il più gestibile politicamente (“i politici sono ladri per definizione”, anche se non tutti finiscono nei guai).

Il problema è che questa riduzione forzata della “rappresentanza politica” non risolve affatto la marea di ostilità popolare alle politiche decise al riparo dagli interessi popolari ma all’ombra delle lobby economiche (a Bruxelles, sono sono legalmente ammessi e registrati, ci sono quasi dieci lobbisti per ogni europarlamentare...).

Che si tratti di austerità, pensioni, sanità o riarmo e guerra, l’astio di massa esiste e cresce. In assenza di rappresentanti credibili (o “ammessi in campo”) quell’astio prende la forma dell’astensionismo e della fede in qualche “populismo”, anche se rabberciato alla bell’e meglio. E di fatto, negli ultimi anni, ha preso la via della destra estrema, nostalgica, reazionaria ma senza progetti di una qualche realizzabilità. Caccia ai migranti a parte, non a caso (l’unica cosa “facile” e alla loro portata, insomma...).

Inevitabile e facile la previsione: questa eliminazione di Marine Le Pen, fatta in questo modo, si tradurrà in un boost per l’estrema destra francese, favorendone (involontariamente? È persino opinabile...) una crescita al di là delle attese, anche se il “delfino” Bardella – fresco di investitura da parte persino di Netanyahu, quindi preventivamente assolto dalle possibili accuse di “antisemitismo” – non appare ancora all’altezza della sua “capa”.

È quasi una legge della politica neoliberista. Anni passati a favorire la “competizione” – fra imprese, strati sociali, individui, paesi interi, ecc. – come base necessaria di uno “sviluppo della democrazia” si vanno traducendo rapidamente in libertà per le sole imprese e per nessun altro. Ma se tutto deve funzionare come un’azienda – non serviva Musk per ricordarcelo – la “democrazia” è di troppo.

L’ironia della Storia ancora una volta è all’opera. Una restrizione della “competizione politica” giustificata con l’inaffidabilità dei fascisti nell’esecuzione delle politiche europee (figuriamoci cosa potrebbe accadere con l’emersione di forze effettivamente socialiste...), specie quando c’è da continuare una guerra (in Ucraina) e gestire un riarmo di proporzioni colossali, genera una situazione in cui può più facilmente emergere un movimento reazionario di massa.

Che si troverà probabilmente con un arsenale gigantesco e nuovissimo da utilizzare.

L’ultimo spenga la luce...

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09/08/2024

Stellantis condannata per condotta antisindacale nello stabilimento di Termoli

La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza pubblicata il 6/8/2024, sancisce la terza sconfitta della ex FCA, oggi Stellantis, per essersi opposta all’effettuazione delle trattenute sindacali a favore di USB nello stabilimento di Termoli. Non è la prima volta che l’ex Fiat Group viene condannata per condotta antisindacale ma l’azienda preferisce subire le condanne e sborsare soldi nelle cause legali piuttosto che garantire i più elementari diritti sindacali ad organizzazioni sindacali conflittuali come USB.

La determinazione di questa azienda a colpire, anche economicamente, chi si oppone alle sue strategie e politiche industriali non è nuova e, anche se cambiano la denominazione e gli azionisti, il suo vero volto viene spesso smascherato anche da queste sentenze.

La ex FCA aveva già perso nei primi due gradi di giudizio, subendo la condanna per attività antisindacale, ma, come suo solito, ha fatto ricorso alla Corte di Cassazione per chiedere l’annullamento dei precedenti giudizi.

La Corte di Cassazione viceversa ha confermato le precedenti sentenze di condanna per attività antisindacale e condannato nuovamente l’azienda per attività antisindacale e al pagamento delle spese di giudizio e a favore dei nostri legali, gli avv. Faranda e Crupi, che ringraziamo per il loro incessante lavoro a tutela dei lavoratori.

Nonostante la continua repressione che l’azienda esercita nei confronti dei nostri iscritti e militanti, le nostre iniziative contro un piano industriale lacunoso e foriero di pesanti ripercussioni sul terreno industriale ed occupazionale non cesseranno perché il patrimonio industriale e il perimetro occupazionale della ex più grande azienda italiana non può essere terreno di conquista spregiudicata da parte del gruppo Stellantis la quale sta producendo solo macerie e desertificazione industriale.

Unione Sindacale di Base

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25/05/2024

La Corte Internazionale di Giustizia ordina a Israele di fermarsi. È la seconda volta in venti anni

Con 13 voti contro 2 (quello dei giudici Julia Sebutinde, ugandese, e Aharon Barak, israeliano), la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha ordinato ieri a Israele di sospendere l’operazione militare in corso a Rafah.

Il presidente della Corte, Nawaf Salam ha dichiarato in aula che Israele deve “immediatamente fermare la sua offensiva militare e qualsiasi altra azione nell’area di Rafah che possa infliggere al gruppo palestinese condizioni di vita che potrebbero portare alla sua distruzione fisica in tutto e in parte”. La Corte ha anche ordinato a Israele di consentire l’ingresso a Gaza di tutti gli aiuti umanitari necessari.

“La Corte non è convinta che gli sforzi di evacuazione e le relative misure che Israele afferma di aver intrapreso per migliorare la sicurezza dei civili nella Striscia di Gaza, in particolare nei confronti delle persone sfollate di recente dal governatorato di Rafah, siano sufficienti ad alleviare l’immenso rischio a cui la popolazione palestinese è esposta a seguito dell’offensiva militare a Rafah”.

In risposta all’ordine della Corte Internazionale di Giustizia che chiede di fermare le operazioni a Rafah per non mettere in pericolo i civili palestinesi, le autorità e la politica israeliane, in modo bipartisan, hanno accusato il tribunale dell’Aja addirittura di antisemitismo e sostegno al terrorismo.

“Ci dovrebbe essere una sola risposta all’ordine irrilevante del tribunale antisemita dell’Aja: l’occupazione di Rafah, l’aumento della pressione militare e la completa sconfitta di Hamas”, ha twittato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. “Il nostro futuro non dipende da ciò che diranno i gentili (i non ebrei, ndr), ma da ciò che faranno gli ebrei”, ha aggiunto Ben Gvir.

Ma se gli estremisti messianici della destra israeliana tuonano contro la Corte Internazionale, anche l’opposizione moderata non è da meno.

“Come ho avvertito, la decisione del governo israeliano di comparire davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia è stata un grave errore”, ha detto il capo di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman. “La decisione odierna della Corte dimostra che varie istituzioni delle Nazioni Unite e anche la Corte Penale Internazionale dell’Aia sono diventate aiutanti dei terroristi in tutto il mondo e il loro intero ruolo è quello di scoraggiare i paesi democratici nella loro lotta contro le organizzazioni terroristiche”.

“Israele è quello che è stato brutalmente attaccato da Gaza e ha dovuto difendersi da un’orribile organizzazione terroristica che ha ucciso bambini, stuprato donne e ancora lancia razzi contro civili innocenti”, ha affermato il leader dell’opposizione Yair Lapid.

Hamas ha accolto con favore la decisione del tribunale dell’Aja. In un comunicato, afferma che si sarebbe aspettato però che la Corte Internazionale di Giustizia “emettesse una decisione per fermare l’aggressione e il genocidio (di Israele) contro il nostro popolo in tutta Gaza, non solo a Rafah”.

L’organizzazione palestinese ha invitato “la comunità internazionale e le Nazioni Unite a fare pressione sull’occupazione (Israele, ndr) affinché si impegni immediatamente a rispettare questa decisione e a procedere in modo reale e serio alla realizzazione di tutte le risoluzioni Onu che costringono l’esercito di occupazione sionista a fermare la guerra genocida che ha commesso contro il nostro popolo per più di sette mesi”.

Israele condannata dalla Corte Internazionale già venti anni fa

Pochi o nessuno ricordano però che già il 9 luglio 2004 la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) emise una sentenza – consultiva – sul Muro che Israele stava costruendo nella Cisgiordania occupata, e che coinvolgeva anche Gerusalemme est.

All’epoca la Corte Internazionale aveva concluso che il Muro fa parte dell’illegale sistema israeliano di insediamenti e annessioni ed aveva chiesto a Israele di cessarne la costruzione, abbattere le sezioni già costruite e pagare risarcimenti per i danni causati alla popolazione palestinese.

La sentenza della Corte Internazionale dell’Aja del 2004 aveva affermato che il diritto internazionale obbliga la comunità internazionale a non riconoscere, aiutare o dare assistenza nel mantenimento della situazione illegale creata da Israele con il Muro e con il regime associato di leggi, ordinanze e provvedimenti amministrativi. La Corte Internazionale di Giustizia aveva inoltre invitato la comunità internazionale ad adottare ulteriori misure volte a porre fine a questa situazione illegale e a garantire che Israele rispetti la Quarta Convenzione di Ginevra.

Ma già nel 2004 Israele disattese completamente la sentenza della Corte Internazionale sul Muro, proseguì e concluse la sua costruzione, aumentò gli insediamenti coloniali sui Territori Palestinesi occupati. Senza subirne né pagarne le conseguenze.

Ed è proprio in risposta a questa impunità che nacque nel 2005 la campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (Bds) contro Israele.

Venti anni dopo la situazione internazionale appare però completamente diversa e per Israele, abituato all’impunità, quanto sta accadendo anche sul piano internazionale è decisamente un trauma politico imprevedibile e imprevisto.

I dirigenti israeliani e i loro apparati ideologici di stato diffusi nella diaspora mostrano supponenza e aggressività verso tutto e tutti: dai palestinesi a Gaza e in Cisgiordania ai giudici Corte Penale e alla Corte Internazionale, dalle Nazioni Unite ai governi che riconoscono lo stato palestinese, dagli attivisti della campagna Bds agli studenti delle università di mezzo mondo.

Tutti antisemiti? No, una indignazione incubata e intimidita per anni è finalmente venuta alla luce esplodendo un po' ovunque, e stavolta Israele non se la può cavare con i soliti mezzi e la dottrina del “cane pazzo” a cui si deve lasciar fare di tutto e di più.

Qui il testo integrale della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2024.

Qui il testo del parere della Corte Internazionale di Giustizia del 2004

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16/01/2024

Strage di Viareggio: niente carcere per Moretti, serve il reato di omicidio sul lavoro

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di 5 anni per l’ex Ad di RFI Mauro Moretti, con pena da rideterminare in appello, per disastro ferroviario. Già erano state dichiarati prescritti, infatti, i reati di lesioni gravi e gravissime ed omicidio colposo: l’ufficio esecuzioni della Corte d’Appello di Firenze, adesso, dovrà ricalcolare la pena in base alle sole attenuanti generiche.

Nella strage ferroviaria di Viareggio persero la vita 32 persone, mentre oltre 100 subirono lesioni anche gravi, a causa del deragliamento di un treno che trasportava GPL il 29 giugno 2009: già nel 2022 i magistrati stabilirono le responsabilità di Moretti e degli altri imputati, per la mancata tracciabilità ed i controlli inadeguati effettuati sui carri merci, che erano stati noleggiati da società tedesche.

Era avvenuto quanto denunciamo da tempo: per aumentare i profitti si era coscientemente deciso di tagliare su manutenzione e sicurezza. Moretti, fra l’altro, ha perfino avuto un passato di attività sindacale avendo fatto parte della segreteria nazionale della Filt CGIL tra il 1986 ed il 1990.

Con il ricalcolo della pena, per quanto vengano comunque riconosciute le responsabilità dei manager, non rischiano più il carcere: un eventuale riduzione, infatti, farà scendere la pena sotto i cinque anni.

USB e Rete Iside sono impegnate da tempo in una campagna per l’introduzione del reato di omicidio e lesioni gravi e gravissime, diventata una legge di iniziativa popolare insieme ad altri soggetti politici e sociali e per la quale la raccolta firme è ormai in dirittura di arrivo.

Siamo convinti che, grazie all’introduzione di questa nuova fattispecie di reato, si potrebbe finalmente porre uno strumento di deterrenza concreto contro chi taglia sulle misure a tutela di salute e sicurezza sul lavoro.

Le vittime di Viareggio aspettano ancora giustizia, quando ormai sono passati quattordici anni dal disastro ferroviario e dalla devastazione da questo causata.

Con il reato di omicidio e lesioni gravi o gravissime sul lavoro tutto questo, secondo noi, non sarebbe stato possibile: il rischio di incorrere in pene severe avrebbe un effetto pratico e di deterrenza su tagli a manutenzioni e dispositivi di sicurezza.

Tutte le info e firma online su leggeomicidiosullavoro.it

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18/08/2023

Strage Thyssen-Krupp di Torino - In carcere l’amministratore delegato tedesco

Ci sono voluti sette anni ma ieri Harald Espenhahn, amministrazione delegato della tedesca ThyssenKrupp all’epoca della strage di operai a Torino, ha varcato i cancelli del carcere, dove dovrà scontare una condanna a cinque anni per omicidio colposo.

La sentenza definitiva era stata pronunciata sin dal 2016, ma non era ancora stata eseguita a causa di alcuni ricorsi che lo stesso Espenhahn aveva presentato al tribunale tedesco. Sconterà la pena in regime di semi-libertà.

L’incendio nello stabilimento torinese della ThyssenKrupp, si verificò nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 e causò la morte di sette operai: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi. All’una di notte alla linea 5 dell’acciaieria Thyssen di Torino, sette operai vennero travolti da un getto di olio bollente. Gli estintori e i sistemi antincendio risultarono smantellati o scarichi.

“Un incidente sul lavoro” che se li porterà via tutti: alcuni in poche ore, altri dopo giorni di agonia. Alla strage sopravvive come unico testimone oculare, Antonio Boccuzzi, un altro operaio.

L’interminabile iter giudiziario, fu avviato dal giudice Raffaele Guariniello, grande esperto di sicurezza sul lavoro. Nel mirino, le mancate misure di sicurezza dell’impianto che era destinato alla chiusura. Sono stati cinque i gradi di giudizio del procedimento penale che ne sono seguiti.

Sul banco degli imputati finiscono l’amministratore delegato della multinazionale tedesca, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale. Imputati anche l’azienda come persona giuridica e altri cinque dirigenti, accusati di omicidio colposo aggravato: Cosimo Cafueri, Daniele Moroni, Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno.

Nel 2016 l’ex ad Harald Espenhahn è stato condannato a nove anni e otto mesi; i dirigenti Marco Pucci e Gerald Priegnitz a sei anni e dieci mesi, il membro del comitato esecutivo dell’azienda Daniele Moroni a sette anni e sei mesi, l’ex direttore dello stabilimento Raffaele Salerno a otto anni e sei mesi e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafuer a sei anni e otto mesi.

Ma la Procura giudicante in questo caso era la famosa Procura di Torino, ragione per cui il procuratore generale aveva chiesto l’annullamento con rinvio della sentenza, perché le pene sarebbero state troppo alte.

Quelli condannati erano dirigenti e manager mica attivisti No Tav o anarchici.

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27/06/2023

Alfredo Cospito, via l’ergastolo ma condannato a 23 anni di carcere

Alfredo Cospito è stato condannato a 23 anni di carcere, mentre 17 anni e 9 mesi sono stati comminati ad Anna Beniamino. Alla fine è stata questa la sentenza della Corte di assise d’appello di Torino contro i due prigionieri politici anarchici per l’attentato compiuto nel 2006 alla scuola allievi carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo, un attentato che non causò né morti né feriti.

Nonostante questo, anche in questo processo il procuratore generale Francesco Saluzzo aveva ribadito la richiesta di condanna all’ergastolo per l’anarchico Alfredo Cospito.

Il procedimento al Tribunale di Torino doveva affrontare il ricalcolo della pena relativa a uno solo degli episodi contestati: l’attentato alla scuola allievi carabinieri di Fossano (Cuneo) del 2 giugno 2006, che la Cassazione aveva aggravato come ‘strage politica contro la personalità dello Stato’.

Il ricorso alla Corte Costituzionale e il suo successivo pronunciamento ha costretto il tribunale di Torino a riaprire il processo e a rivedere la condanna all’ergastolo che era apparsa del tutto sproporzionata e con un forte sapore vendicativo.

Un sapore non certo dissolto da una condanna a ben 23 anni di carcere in assenza di vittime. Una mostruosità comunque, in ambito europeo (dove sono numerosi i paesi che hanno come pena equivalente all’ergastolo “appena” 15-20 anni, in presenza di vittime).

“Non si capisce perché la procura generale voglia applicare una pena così esemplare” ha detto Flavio Rossi Albertini, legale difensore di Alfredo Cospito.

Rivolgendosi ai giudici popolari, l’avvocato ha poi aggiunto: “Abbiamo parlato della strage di Bologna, voi avete un senso di proporzionalità e giustizia. È importante in processi come questi che i cittadini valutino quanto è accaduto a Fossano”.

“Non c’è alcuna prova che abbiamo piazzato gli ordigni a Fossano, la perizia calligrafica su quattro parole non è una prova, è una forzatura. La tesi surreale che è passata è che abbiamo ricalcato la nostra stessa calligrafia”, ha affermato Alfredo Cospito prendendo la parola al processo.

“Gli anarchici non fanno stragi indiscriminate, non siamo lo Stato”, ha dichiarato nelle sue dichiarazioni spontanee. E in effetti lo Stato italiano ha parecchie stragi sulla coscienza, e centinaia di vittime innocenti.

Alfredo Cospito ha seguito l’udienza in video collegamento dal carcere di Sassari. Con il 41 bis i detenuti si vedono negare anche il diritto a partecipare di persona al “loro” processo.

Ora, evidentemente, il regime di 41bis per Alfredo diventa totalmente ingiustificabile. Anche nel più perverso degli incubi concentrazionari.

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13/02/2023

In carcere per 5 euro, dopo 17 anni

Un uomo di 55 anni, senza fissa dimora, un paio di giorni fa è stato accompagnato dai carabinieri alla Dozza, la casa circondariale di Bologna, per espiare una pena definitiva di 2 mesi di reclusione. Non un residuo di pena. Una condanna completa, a tutti gli effetti, per un reato incredibile, commesso nel contesto di una vita di disagio.

Un furtarello al supermercato, fatto per fame. Cinque euro e venti centesimi, in generi alimentari, rubati (e poi recuperati) nel novembre 2006 al supermercato Penny Market di Firenze, a cui era seguita subito una denuncia, per tentato furto, con l’attenuante della lieve entità.

Dopo, per chi aveva commesso quel furto, diciassette anni, a vagare tra una città e l’altra, senza forse neppure ricordarsi di quell’episodio tanto piccolo.

Eppure, “la giustizia ha fatto il suo corso”.

La Procura fiorentina ha chiesto il rinvio a giudizio per quei 5,26 euro di spesa rubati, un giudice l’ha accolto. Ci sono stati i processi, di primo grado e poi d’appello. E alla fine una sentenza di condanna a due mesi.

Nel mese successivo all’emissione della sentenza definitiva nessuno ha chiesto l’applicazione una misura alternativa alla detenzione in carcere. E a quel punto l’unica strada è stata la reclusione.

Un paio di giorni fa, l’uomo, rintracciato dai Carabinieri in una struttura che dà accoglienza a persone senza fissa dimora a Bologna, è stato arrestato. La pena era diventata definitiva.

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05/02/2023

USA - La Camera approva una risoluzione di denuncia del socialismo

A quanto pare, nel processo di “centralizzazione esecutiva” della politica che caratterizza ormai da anni tutto l’Occidente neoliberista, ai Parlamenti non resta altro ruolo che quello di custode dell’ideologia. Neoliberista, ovvio...

E in effetti, se le decisioni sulla politica economica, monetaria, industriale, militare, ecc, sono state “sussunte” da altre centrali di potere (banche centrali, trattati internazionali o “salotti multinazionali”, Nato, ecc.), ai fu depositari del “potere legislativo” non resta molto da fare. Se non chiacchiere in libertà, dichiarazioni di principio, redazione di “pagelle” o patenti di “democrazia”.

Rigorosamente secondo le regole del doppio standard, per cui “democratici” sono gli amici o vassalli, e “autocrati” i regimi considerati nemici. Con effetti anche quasi comici, quando lo stesso regime viene classificato in modo opposto se passa dal campo degli “amici” a quello dei “nemici”.

È il caso dello stesso Putin, considerato “amico” e quindi “democratico” all’alba di questo millennio (era diventato membro di quel G8 che a Genova 2001 diede prove fulminanti di “rispetto dei diritti umani”...), ma poi classificato come “autocrate” quando gli interessi hanno preso a divergere.

Così, abbiamo visto il cosiddetto Parlamento Europeo – l’unico al mondo costitutivamente privo proprio del “potere legislativo”, di modo che le decisioni dell’Unione Europea non fossero mai condizionate dal voto popolare – diventare velocemente una cloaca di corruzione in cui si vendono al miglior offerente proprio quelle “patenti di diritto-umanismo” che servono ormai solo per velocizzare la stipulazione di accordi commerciali a condizione di miglior favore.

Se hai un buon “punteggio” i dazi saranno più bassi, oppure potrai ospitare eventi internazionali (i mondiali del Qatar sono l’esempio più vicino...), ecc. Altrimenti ti metti in coda e aspetti. Ma una buona struttura di lobby può risolvere ogni intralcio, e un Panzeri si trova facilmente, anche a prezzi modici.

Anche l’un tempo potente Congresso degli Stati Uniti è ormai ridotto a questa decalcomania con su scritto “parlamento”, attaccata fuori di un edificio al passo con la retorica, ma non più con i fatti (l’assalto parafascista a Capitol Hill ha tolto l’ultimo velo di sacralità a questa istituzione).

E quindi ecco arrivare una dichiarazione votata a maggioranza che “condanna il socialismo”, proprio come il cosiddetto Parlamento Europeo ne aveva approvata una che “equiparava” nazismo e comunismo.

Differenze solo verbali, perché l’Europa non può certo dirsi innocente rispetto all’incubazione del nazifascismo, mentre gli Usa – nonostante la loro aggressività militare all’esterno (di fatto, mai un anno senza guerra, nella loro storia) – possono ancora far finta di essere una “società aperta”.

Dove si può professare e diffondere qualsiasi follia politica o religiosa, ma non “il socialismo”. Ovvero l’unica alternativa reale a quel sistema in crisi che sta sprofondando il mondo verso la guerra, la distruzione e la miseria generalizzata.

La “serietà” di questa votazione del resto è palese. Si riesce a scrivere, senza scoppiare a ridere, che “le politiche socialiste [...] conducono inevitabilmente alla rovina economica” proprio mentre il principale competitor economico – la Cina – sta ormai superando gli Stati Uniti grazie a politiche (sia che la definizione rispetti l’ortodossia, sia che appaia “eretica”) considerate “socialiste con caratteristiche cinesi”.

Il Congresso ridotto all’ideologia pura, appunto…

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La Camera dei rappresentati Usa ha approvato ieri, con una maggioranza bipartisan di 328 voti favorevoli, una risoluzione che denuncia il socialismo, definendolo “una ideologia che necessita dalla concentrazione di potere più e più volte degenerata in regimi comunisti, governi totalitari e dittature brutali”.

La risoluzione sostiene che “molti dei peggiori crimini nella storia sono stati commessi da ideologi socialisti”, e menziona Vladimir Lenin, Joseph Stalin, Mao Tsetung, Fidel Castro, Pol Pot, Kim Jong-il, Kim Jong-un, Daniel Ortega, Hugo Chavez e Nicolas Maduro.

“Il Congresso denuncia il socialismo in tutte le sue forme, e si oppone all’attuazione di politiche socialiste negli Stati Uniti d’America”, afferma il testo della risoluzione.

Secondo la deputata repubblicana Maria Elvira Salazar – uno dei promotori della risoluzione – l’obiettivo del voto è “assicurarsi che gli Stati Uniti si impegnino a non normalizzare mai l’attuazione di politiche socialiste che conducono inevitabilmente alla rovina economica e all’autoritarismo politico”.

Il voto ha spaccato il Partito democratico: 109 deputati della minoranza si sono infatti schierati a sostegno dell’iniziativa, mentre 86 hanno votato contro e 14 si sono astenuti.

Agenzia Nova

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Criminali sono gli USA

La Camera degli USA ha approvato a grande maggioranza una delirante mozione che giudica criminale ogni forma di socialismo.

Tutti i repubblicani e la maggioranza dei democratici hanno votato questa infamia fascista.

Questo voto conferma che gli i USA oggi sono il primo nemico di ogni progresso dell’umanità, compreso quello del popolo americano. Altro che fedeltà euroatlantica, criminali sono gli USA.

Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)

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09/12/2022

Argentina - Cristina Kirchner condannata a 6 anni di carcere e all’interdizione politica a vita. “La condanna era già scritta” afferma

La vicepresidente dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, è stata condannata martedì 6 dicembre a sei anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici al termine di un processo durato tre anni e mezzo e circondato da scandali e accuse di faziosità.

La Corte federale ha riconosciuto l’ex presidente colpevole del reato di “amministrazione fraudolenta a danno della pubblica amministrazione”. Tuttavia, è stata assolta dal reato di associazione illecita di cui l’avevano accusata i pubblici ministeri e la cui pena massima era di 12 anni di reclusione.

La sentenza è storica perché è la prima volta che in Argentina un personaggio politico di così alta carica viene condannato nell’esercizio delle sue funzioni.

L’importanza del caso è dovuta anche al fatto che Cristina Kirchner è la figura politica più importante del Paese sudamericano da quando nel 2007 è stata eletta per la prima volta presidente e gode di ampio consenso popolare.

Per questo motivo, nonostante questo martedì né lei né il governo abbiano chiesto alcun tipo di manifestazione pubblica, le organizzazioni e i cittadini in generale hanno marciato spontaneamente verso i tribunali.

Fin dall’inizio del processo, Cristina Kirchner ha assicurato che la sentenza è stata scritta in anticipo perché fa parte della “lawfare” (persecuzione giudiziaria a fini politici) che è stata portata avanti contro di lei dalla fine della sua seconda presidenza nel 2015.

Pochi minuti dopo la lettura della sentenza, la vicepresidente ha ricordato le molteplici irregolarità procedurali del caso. “La condanna era già scritta (...) È chiaro che l’idea era di condannarmi e alla fine lo hanno fatto” ha detto. Ha poi sostenuto che la condanna non obbedisce a “una legge; questo è uno Stato parallelo e una mafia giudiziaria“.

Ciò che sta succedendo in Argentina, infatti, può essere paragonato alla persecuzione giudiziaria in altri paesi Sudamericani. Non si è fatta attendere quindi il messaggio di sostegno a Kirchner da parte dell’ex presidentessa del Brasile Dilma Rousseff: “la vicepresidente Cristina Kirchner ha affrontato con coraggio la rabbia mediatica e giudiziaria in Argentina. [...] Ciò che succede è paragonabile a ciò che hanno subito Lula in Brasile e Rafael Correa in Ecuador”.

La condanna di Cristina Kirchner, quindi, può essere letta come l’ennesima dimostrazione di forza contro ogni governo che in Sudamerica provi a mettere anche solo tiepidamente in discussione il modello di controllo USA. Con l’aumentare dello scontro inter-imperialistico la persecuzione politica attuata attraverso i tribunali diventa un chiaro messaggio per tutti gli altri.

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30/07/2022

L’amara sorte degli alleati degli Usa. Il gen. Haftar condannato da un tribunale della Virginia

Il generale libico Haftar, è in possesso anche della nazionalità statunitense. Dopo aver servito nelle Forze armate ai tempi di Gheddafi, Haftar aveva disertato negli Stati Uniti già negli anni ’80 a seguito della sua cattura nella guerra tra Libia e Ciad.

Il generale Haftar si era rifugiato negli Usa vivendo nel nord della Virginia, dove lui e la sua famiglia continuano ancora oggi possedere delle proprietà. Ed è stato proprio un tribunale della Virginia a condannare Haftar per crimini di guerra e al risarcimento di 50 milioni di dollari per le vittime. L’accusa sosteneva che Haftar, in qualità di comandante dell’Lna, fosse responsabile di molteplici crimini di guerra commessi contro i civili da parte dei militari e dei mercenari sotto il suo controllo, in particolare durante l’assedio di Ganfouda, e delle perdite e delle sofferenze inflitte ai querelanti.

Nel 2011, Haftar era ritornato in Libia per sostenere gli oppositori a Gheddafi durante la guerra civile, scoppiata dopo il colpo di stato e l’intervento militare della Nato favorito dalla Francia.

Negli anni successivi, Haftar ha raggiunto il comando dell’autoproclamato Esercito nazionale libico in Cirenaica, regione che punta all’indipendenza da Tripoli. Nell’aprile del 2019, aveva tentato, senza successo, di prendere il potere nel Paese, cercando di conquistare militarmente la capitale Tripoli e di deporre l’allora Governo di accordo nazionale (Gna) riconosciuto dalla comunità internazionale. Il cessate il fuoco raggiunto nel 2020 avrebbe dovuto portare alle elezioni nel dicembre 2021, ma il voto è stato rimandato per le controversie sulla legge elettorale e i candidati e gli scontri tra le varie fazioni libiche.

La questione del doppio passaporto è ancora oggi uno dei principali ostacoli all’adozione delle regole per andare al voto.

Il dipartimento di Stato Usa ha dichiarato di “non entrare nel merito di procedimenti legali privati che non vedono un suo coinvolgimento: tuttavia, gli Stati Uniti rimangono fortemente preoccupati in merito alle presunte violazioni dei diritti umani commesse dalle parti coinvolte nel conflitto in Libia” ha detto un portavoce del dipartimento di Stato.

Haftar, forte delle sue relazioni precedenti, aveva tentato senza successo di far archiviare le accuse contro di lui presentate al tribunale distrettuale della Virginia orientale, rivendicando addirittura l’immunità come capo di Stato. Alla vigilia della sua deposizione lo scorso anno, il giudice distrettuale degli Stati Uniti Leonie Brinkema aveva congelato momentaneamente il caso nel timore che potesse essere utilizzate per interferire nelle elezioni che si sarebbero dovute tenere lo scorso 24 dicembre in Libia, ma poi le elezioni sono state rimandate a data da destinarsi e il tribunale ha proceduto contro Haftar in contumacia fino alla sentenza.

Nel 2011 Haftar era stato l’uomo degli amerikani sul campo, mentre i bombardieri Nato colpivano i palazzi istituzionali e le truppe di Gheddafi facilitando il colpo di stato delle composite forze antigheddafiane. Nel caos successivo alla violenta deposizione di Gheddafi, Haftar aveva costruito la sua base nella Cirenaica (la regione orientale della Libia al confine dell’Egitto elevando Tobruk come Capitale alternativa a Tripoli).

Fino al 2019, quando tentò l’assalto a Tripoli, ha goduto di molte sponsorizzazioni, inclusa quella Usa. Ma dopo aver fallito il colpo, molti sostenitori di Haftar si sono defilati e, ancora una volta, gli uomini che hanno fatto il lavoro sporco per gli Usa (ma non solo), vengono mollati e, alla prima occasione, eliminati finendo in carcere o perdendo la vita.

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