Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Marine Le Pen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marine Le Pen. Mostra tutti i post

24/02/2026

L’anticomunismo del Terzo millennio

La Francia ci ha dato la rivoluzione borghese, la tripartizione dei poteri, i fondamenti della democrazia liberale. Ed anche l’aver affrontato la stagione d’oro del nazifascismo senza allinearsi mai completamente, neanche durante l’occupazione tedesca, mettendo in campo un movimento di Resistenza popolare paragonabile a quello italiano, per dimensioni e composizione politica.

La Francia, peraltro, ha mantenuto per tutto il dopoguerra ben salda – nella coscienza del popolo e persino nei comportamenti della classe dirigente – la “discriminante repubblicana”. Ovvero la conventio ad excludendum nei confronti dei fascisti seguaci dei Le Pen padre e figlia, al punto che anche una sedia vuota avrebbe vinto il ballottaggio contro un fascista candidato a qualsiasi carica nazionale.

Non è più così. Anzi, quella discriminante antifascista è stata rovesciata molto rapidamente – nel corso di pochi anni, non giorni – in discriminante “anticomunista”, considerando nella definizione un po’ di tutto, da La France Insoumise di Mélénchon, al PC strettamente inteso, gruppi più o meno radicali, “antisistema”, “autonomi”, ecc.. 

Il progressivo slittamento da un assetto “politicamente corretto e approvato” di stampo democratico-socialista al suo opposto liberista-fascista ha trovato nella morte di un fascista per strada l’occasione per sancire il passaggio “epocale” ad un diverso assetto ideologico nazionale.

L’episodio in sé era persino inadatto allo scopo. Quel che è accaduto a Lione è di solare chiarezza, illuminato dai video e rivendicato dai fascisti. In sintesi estrema: un gruppo nazifascista locale decide di impedire o disturbare una conferenza – in una sala, neanche in piazza – con una parlamentare europea degli Insoumises.

Prima ancora che inizi la conferenza, un gruppo di “fascio-femministe” (l’ossimoro è già rivelatore…) viene mandato avanti a provocare una qualche reazione da parte degli organizzatori, mentre i maschietti – integralmente mascherati e in parte armati di bastone – attendono nascosti a un centinaio di metri di distanza.

Quando la discussione si fa più accesa partono all’assalto e vengono contrastati da un “servizio d’ordine” fatto di militanti completamente disarmati e a volto scoperto (avevano organizzato una conferenza, non un “agguato”).

Come in ogni rissa di questo tipo, i più “focosi” di entrambi gli schieramenti rischiano di restare isolati dal proprio gruppo, finendo per prenderle anziché per darle.

Quentin Deranque resta isolato, i suoi non cercano di recuperarlo, finisce a terra colpito da diversi pugni. Poi si rialza, raggiunge i suoi, continua a stare in piazza fin quando la polizia (che non aveva risposto alla richiesta preventiva dell’europarlamentare) non arriva a “ristabilire la calma”.

Solo ore dopo, quand’è ormai buio, Quentin si presenta ad un pronto soccorso per gli accertamenti del caso, ma rifiuta di farsi ricoverare. Va via con i suoi e qualche ora dopo muore. Un aggressore “sfortunato”, che ha sbagliato anche la scelta medica.

Scandalo! “Omicidio volontario”! Arrestate tutti e mettere fuorilegge La France Insoumise e tutti i comunisti!

Il sistema politico-mediatico francese, pressoché all’unisono, fa partire il tam tam che rovescia 80 anni di “discriminante repubblicana” dall’antifascismo all’anticomunismo. I “socialisti” alla Glucksmann – eletto deputato solo perché aveva formato una lista elettorale insieme ai “reprobi” – si allinea a velocità pazzesca, confermando la scelta fatta con l’appoggio “tecnico” al governo minoritario del macroniano Lecornu.

Gli stessi media che hanno definito le manifestazioni di milioni di persone a difesa delle pensioni come un movimento “debole” o “in riflusso“, che avevano denigrato le 500.000 persone che hanno manifestato lo scorso settembre nell’ambito del movimento “Blocchiamo tutto”, che hanno minimizzato le manifestazioni di decine di migliaia di ecologisti contro i megabacini idrici, e che non parlano affatto delle manifestazioni in omaggio alle frequenti vittime della polizia, hanno offerto una tribuna inedita ai fascisti lionesi.

Il cronista della tv LCI diventa addirittura lirico: “Per la prima volta, l’estrema destra identitaria ha riunito più di 3.000 persone in Francia. Lo sconvolgimento politico continua”.

Tremila nazisti contano più di milioni contro il governo... Basterebbe questo per dare il senso e la misura dell’operazione: nazificare la sinistra, denazificare l’estrema destra, questo è l’ordine arrivato nelle redazioni.

Liberali e conservatori – la finanza e il complesso militare-industriale – hanno scelto: caduto Macron, il prossimo presidente della Republique non dovrà essere un “rosso” (Mélénchon è tuttora il più accreditato antagonista di qualsiasi altro candidato e la destra fascista per la prima volta da 80 anni è in testa a tutti i sondaggi) e quindi un fascista va benissimo.

L’ordine alle redazioni è comunque europeo, quasi centralizzato. Il giornale dell’establishment italiano – il Corsera – comincia a pubblicare pensosi editoriali in cui Le Pen padre è dipinto come “non propriamente fascista”... Anzi, “si era presentato ai capi della Resistenza nella sua Bretagna, ed era stato rimandato a casa perché troppo giovane”.

È vero, poi entrò nell’Oas – un’organizzazione terroristica di estrema destra contraria alla decolonizzazione dell’Algeria e che per questo cercò di uccidere Charles De Gaulle – ma neanche quella era davvero fascista. Anzi, era solo conservatrice, quasi gollista... Contraddizioni interne ai liberali, insomma... 

E quindi la figlia Marine, perché gettarle quella croce addosso, accompagniamola all’Eliseo come abbiamo fatto con “Gioggia” a Palazzo Chigi. Che sarà mai, mica ci faranno marciare al passo dell’oca, no? I veri “violenti” stanno a sinistra, pretendono persino di difendersi dagli assalti... e che diamine...

Non c’è da ridere, non è solo “una cazzata particolare” di un opinionista molto ben stipendiato. È un ordine di scuderia. E di classe.

La crisi europea – ed euro-atlantica – appare senza via d’uscita? Blindiamo il potere, spegniamo la dialettica politica, delegittimiamo il conflitto sociale ordinario (scioperi, manifestazioni, ecc.), mettiamo fuorilegge il pensiero che ci disturba (la solidarietà con i palestinesi sottoposti a genocidio è reato sia in Francia che in Germania e Gran Bretagna di fatto). Diamo il potere politico in mano ai fascisti, e diciamo che tali non sono.

L’importante è avere dei guardiani feroci a difesa dei rapporti di proprietà, della “libertà di impresa”, che ci proteggano dai “bolscevichi”. È vero, oggi non ci sono, ma se la crisi si aggrava potrebbero tornare. Meglio costruire argini e gabbie, militarizzare preventivamente... 

Questa è l’Europa attuale, in attesa che i nazisti veri – quelli tedeschi, dell’AfD – arrivino al governo e si ritrovino a disposizione il “riarmo” deciso per “difenderci dalla Russia”.

Questo è il “giardino” dove prosperano libertà e diritti umani. Un po’ meno libertà, un po’ meno diritti, un po’ meno salario, qualche manganellata in più... E che sarà mai...

L’anticomunismo, l’insofferenza verso la giustizia sociale, è la vera cifra del potere capitalistico nella crisi. Nessuno sottovaluti la serietà delle conseguenze, sia politiche che pratiche.

Fonte

19/02/2026

Per fermare i nazisti una poltrona non basta

Le manovre intorno al vertice della Banca Centrale Europea (Bce) sarebbero ben poco interessanti, al pari di qualsiasi altro balletto sulle nomine, se non illuminassero – involontariamente, certo – le “normali” dinamiche politiche “liberal-liberiste” applicate in un momento per molti versi eccezionale.

Come noto, il Financial Times ha fatto sapere che l’attuale presidente, Christine Lagarde, potrebbe terminare l’incarico prima della scadenza naturale del mandato a ottobre 2027.

Lagarde è stata sicuramente la persona meno brillante, diciamo così, messa alla testa dell’unica istituzione europea ufficialmente indipendente (non totalmente) dal potere politico, in primo luogo franco-tedesco. Una sua lettera privata all’allora presidente francese Sarkozy evidenziava un servilismo fin troppo imbarazzante per una figura che già allora aveva occupato poltrone importanti.

Ma non è per questo che i vertici europei stanno pensando al quando e come sostituirla.

Il suo mandato scade infatti dopo che ci saranno state le elezioni presidenziali francesi – se pure Macron non sarà costretto a dimettersi anticipatamente – e stando ai sondaggi attuali sarà certamente un fascista a uscirne vincitore. L’incertezza riguarda soltanto il nome – Marine Le Pen o Bardella – perché dipende dal processo d’appello ancora in corso contro la prima, dove una condanna la confermerebbe come incandidabile.

Altrettanto barcollante è anche la coalizione che sostiene in cancelliere tedesco Friedrich Merz (democristiani, socialdemocratici e “verdi”). E l’idea che il prossimo presidente della Bce possa venire scelto da neofascisti dichiarati, sia a Parigi che a Berlino, è ovviamente una preoccupazione per i mercati finanziari. E non certo per motivi “ideologici”.

La Bce, infatti, oltre a determinare la politica monetaria ordinaria (tassi di interesse, acquisto o vendita di titoli di stato nazionali, ecc.), è in questo periodo di tensioni internazionali e di semi-rottura con gli Stati Uniti impegnata a varare l’euro digitale, una delle misure che renderebbe il capitale finanziario europeo meno dipendente dalle “mattane” di Washington, che controlla tramite il sistema di pagamenti Swift la totalità delle transazioni mediante carte di credito e bancomat nel mondo euro-atlantico e non solo.

Ma si tratterebbe anche di un un “riparo” dall’uso devastante delle stable coin che Trump & co. vorrebbero imporre, in modo da prolungare ed estendere il “privilegio esorbitante” del dollaro e quindi il dominio statunitense sui mercati e sui paesi.

Il mandato del presidente della Bce dura otto anni e poter decidere chi sarà il prossimo ora (o tra un anno al massimo) metterebbe al riparo almeno parziale un’istituzione senza cui la UE, al momento, è ben poca cosa a livello strategico.

Tutto normale e detto senza mezzi termini, anche se ovviamente da Francoforte sono stati obbligati a dire che “il presidente resta al suo posto e lavora come sempre”.

Evitare che una poltrona delicata sia determinata da gente che non sa dove mettere le mani, e quando pure lo sa agisce in modo scriteriato, sembra a prima vista un’idea ragionevole.

Ma bisogna pure far notare che una poltrona – sia da banchiere centrale che da presidente della Repubblica “guardiano della Costituzione” – non ha mai costituito un argine duraturo all’avanzata del neofascismo (o comunque si voglia definire l’ultradestra euro-americana attuale). Anzi.

Questo modo da azzeccagarbugli di tutelare poltrone anziché equilibri sociali è sempre stato un assist retorico per i reazionari di ogni epoca (la politica dell’establishment come “inciucio”), un modo per facilitare la loro presa su “opinioni pubbliche” nel frattempo decerebrate da un sistema mediatico dedicato a celebrare lo status quo.

La speranza dei liberal-liberisti europei – e del mondo degli affari che ne costituisce l’ossatura fisica e di interessi – è evidentemente quella di “prendere tempo” contando sul fatto che la stagione “Maga” possa tramontare prima che anche il nuovo presidente della Bce giunga a scadenza di mandato. O, in alternativa, di trovare anche tra i nazifascisti europei qualcuno che possa garantirne gli interessi e quindi “comportarsi responsabilmente” sulle poltrone che contano, a partire da quella della Bce.

Se dobbiamo guardare alla Storia, è sempre accaduto altro. I fascisti, una volta al potere, non si curano più tanto delle vecchie forme istituzionali ma ne stabiliscono di nuove. Sempre contro lavoratori, pensionati, giovani, ecc., sempre in favore del capitale, ma in modi e tempi che possono interferire con il business as usual del vecchio establishment.

I liberal-liberisti, insomma, non difendono “la democrazia” ma un grumo di interessi propri sui quali cercheranno un compromesso “ragionevole” con i nuovi padroncini della politica.

Entrambi i gruppi, infatti, temono le piazze e i popoli in lotta. Non quale culo sia seduto su una poltrona...

Fonte

01/04/2025

Francia - Fuori Le Pen, ora che succede?

Il tema è rognoso, come si vede dalle reazioni. Ma non impossibile da affrontare razionalmente.

Come ormai tutti sanno, ieri Marine Le Pen, leader storica del partito fascista francese Rassemblement Nationale, è stata condannata a oltre quattro anni di reclusione (due condonati, due da scontare con il braccialetto elettronico), una multa di 100mila euro e cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata.

Di fatto, le è preclusa la possibilità di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali, nel 2027, con i sondaggi che al momento la davano in vantaggio di almeno 10 punti su tutti i possibili rivali.

Fatto l’augurio che sempre ripetiamo nei confronti dei fascisti (“ogni male possibile!”), proviamo a vedere cosa significa e quali possono essere le possibili conseguenze.

Le reazioni delle destre europee sono ovviamente furiose. Da Orbàn a Salvini, dal capo spagnolo di Vox, Abascal, al padre della Brexit britannica, Farage, a Fratelli d’Italia (con Foti), è tutto un digrignar di denti. Sostenuti come sempre da Trump ed un Elon Musk più fuori di cranio del solito («Quando la sinistra radicale non riesce a vincere con un voto democratico, abusa del sistema giudiziario per mettere in prigione i suoi oppositori. Questo è il loro modus operandi in tutto il mondo»).

Inevitabili, scontati ed inutili i soliti balbettii sul “rapporto malato tra politica e magistratura”, condotti senza un briciolo di riflessione sul perché si producano nella stessa epoca fatti molto simili in sistemi politici e giudiziari molto diversi (dal Brasile alla Francia, dall’Italia alla Romania, ecc.).

Comprensibile che il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, Peskov abbia colto l’occasione per ironizzare, sotto i baffi, sulla contraddizione palese tra i princìpi dichiarati e la concreta pratica del potere nell’Occidente capitalistico e neoliberista: «una violazione delle norme democratiche».

Comprensibile anche che un giudizio molto simile (“un furto di democrazia; non spetta alla magistratura decidere chi il popolo debba votare”) sia stato dato anche da Jean-LucMélenchon, leader de La France Insoumise e della sinistra radicale, sia in versione Le Pen che in versione “bancaria” (Macron).

In fondo anche con lui è stato fatto qualcosa di simile, anche se ancora in tono minore, e non è detto che non possa accadere da qui alle presidenziali (largo il suo vantaggio sui macronisti, al momento, per quel secondo posto che garantirebbe l’accesso al ballottaggio).

Anche il reato per cui è stata condannata Le Pen – “appropriazione indebita di fondi pubblici”, di fatto l’aver stipendiato funzionari del suo partito con i fondi messi disposizione dall’Unione Europea – potrebbe essere facilmente contestato a quasi tutti i partiti di quasi tutti i paesi europei (ed extraeuropei, crediamo).

Soprattutto, ci sono i molti episodi simili – con imputazioni ancora più arbitrarie o con prove fasulle – che coinvolgono paesi più periferici come la Romania, la Moldova, ecc., dove sono stati esclusi candidati “anti-europeisti” accusati di essere filorussi o pagati da Mosca.

In generale, cresce dappertutto, in Europa, la tentazione di ridurre le forze politiche “ammissibili” soltanto a quelle che si dichiarano totalmente “pro-UE”.

Non il massimo, in fatto di pluralismo e libertà di opinioni politiche...

Si dice, a giustificazione di questa stretta, che “si tratta di forze reazionarie e fasciste”. Ed è verissimo, lo sa bene chi ci si scontra nelle piazze da decenni. Ma lo erano anche prima di diventare così forti da poter vincere le elezioni o condizionare il dibattito politico (vedi il caso dell’AfD in Germania). Quando, insomma, sia la presunta “anima antifascista europea”, sia il brutale calcolo costi-benefici, avrebbero consentito il definitivo scioglimento di quelli che prima erano solo gruppuscoli nostalgici.

Non c’è inoltre da dubitare che identico trattamento sarà riservato a quei partiti di sinistra radicale che dovessero assurgere a potenziali vincitori in elezioni nazionali.

Non c’è, infatti, soltanto il caso de La France Insoumise già ricordato. Perché – anche se in forma “non giudiziaria”, ma brutalmente politica – anche l’annichilimento della Grecia allora guidata da Tsipras (2015) aveva seguito la stessa logica: non è possibile che un governo nazionale deroghi agli “ordini” provenienti da Bruxelles. Adults in the room, il film di Costas Gavras basato sui diari dell’ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis, sta lì a dimostrarlo con durezza.

Al di là della connotazione politica dei singoli protagonisti, insomma, abbiamo davanti un quadro  delineato, ormai, abbastanza chiaramente: se l’Unione Europea va al riarmo e poi alla guerra, gli spazi di dialettica politica interna devono ridursi al minimo, eliminando le “variabili” indisciplinate (i nazionalisti estremi, più o meno fascisti) o potenzialmente “ribelli” (le varie forme possibili di “sinistra radicale”).

I modi per realizzare questa “stretta” possono essere i più diversi, ma quello del lawfare – l’uso politico di regime delle magistrature nazionali e sovranazionali (la Corte Europea) – sembra ancora il più semplice e persino il più gestibile politicamente (“i politici sono ladri per definizione”, anche se non tutti finiscono nei guai).

Il problema è che questa riduzione forzata della “rappresentanza politica” non risolve affatto la marea di ostilità popolare alle politiche decise al riparo dagli interessi popolari ma all’ombra delle lobby economiche (a Bruxelles, sono sono legalmente ammessi e registrati, ci sono quasi dieci lobbisti per ogni europarlamentare...).

Che si tratti di austerità, pensioni, sanità o riarmo e guerra, l’astio di massa esiste e cresce. In assenza di rappresentanti credibili (o “ammessi in campo”) quell’astio prende la forma dell’astensionismo e della fede in qualche “populismo”, anche se rabberciato alla bell’e meglio. E di fatto, negli ultimi anni, ha preso la via della destra estrema, nostalgica, reazionaria ma senza progetti di una qualche realizzabilità. Caccia ai migranti a parte, non a caso (l’unica cosa “facile” e alla loro portata, insomma...).

Inevitabile e facile la previsione: questa eliminazione di Marine Le Pen, fatta in questo modo, si tradurrà in un boost per l’estrema destra francese, favorendone (involontariamente? È persino opinabile...) una crescita al di là delle attese, anche se il “delfino” Bardella – fresco di investitura da parte persino di Netanyahu, quindi preventivamente assolto dalle possibili accuse di “antisemitismo” – non appare ancora all’altezza della sua “capa”.

È quasi una legge della politica neoliberista. Anni passati a favorire la “competizione” – fra imprese, strati sociali, individui, paesi interi, ecc. – come base necessaria di uno “sviluppo della democrazia” si vanno traducendo rapidamente in libertà per le sole imprese e per nessun altro. Ma se tutto deve funzionare come un’azienda – non serviva Musk per ricordarcelo – la “democrazia” è di troppo.

L’ironia della Storia ancora una volta è all’opera. Una restrizione della “competizione politica” giustificata con l’inaffidabilità dei fascisti nell’esecuzione delle politiche europee (figuriamoci cosa potrebbe accadere con l’emersione di forze effettivamente socialiste...), specie quando c’è da continuare una guerra (in Ucraina) e gestire un riarmo di proporzioni colossali, genera una situazione in cui può più facilmente emergere un movimento reazionario di massa.

Che si troverà probabilmente con un arsenale gigantesco e nuovissimo da utilizzare.

L’ultimo spenga la luce...

Fonte

26/04/2022

Francia - Macron rieletto presidente, risposta sociale immediata

Ieri si è tenuto il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Francia tra il presidente uscente Emmanuel Macron e Marine Le Pen, candidata del Rassemblement National, i quali hanno raccolto rispettivamente il 27,85% e il 23,15% dei voti al primo turno.

Secondo le stime Ipsos-Sopra Steria, Emmanuel Macron ha ottenuto il 58,8% dei voti, con Marine Le Pen che si è fermata al 41,2% (+7,3 punti rispetto al 2017).

L’assottigliarsi dello scarto tra i due candidati dimostra l’avanzata dei discorsi della destra nazionalista e reazionaria incarnata da Le Pen, la quale al secondo turno ha potuto contare sull’appoggio dell’estrema destra xenofoba di Éric Zemmour (7,07% al primo turno) e dei suoi seguaci neofascisti.

Proprio Éric Zemmour, commentando il risultato del ballottaggio, ha fatto appello a costruire una “coalizione di destra e di patrioti” affinché “il blocco nazionale si unisca” in vista delle elezioni legislative che si terranno il prossimo 12 e 19 giugno per leggere i deputati dell’Assemblée Nationale.

La rielezione di Emmanuel Macron all’Eliseo per un secondo mandato arriva venti anni dopo quella di Jacques Chirac, che nel 2002 batté clamorosamente Jean-Marie Le Pen, padre di Marine. Pertanto, Macron riesce lì dove i suoi predecessori Nicolas Sarkozy (sconfitto nel 2012) e François Hollande (che non si è ricandidato nel 2017) avevano fallito.

Esce ancora una volta sconfitta Marine Le Pen, sostenendo però che “il risultato di questa sera rappresenta di per sé una vittoria clamorosa” con le sue “idee che raggiungono nuove vette”, guadagnando terreno e consensi nel paese.

Vent’anni dopo il ballottaggio storico con Jean-Marie Le Pen (fermato al 17,79%), l’estrema destra non è mai arrivata così in alto nei risultati sotto la Quinta Repubblica.

Come più volte abbiamo evidenziato su questo giornale, Macron è stato il miglior alleato della destra francese: invece che “sbarrare la strada” a Le Pen, le ha aperto una prateria.

“So anche che molti dei nostri compatrioti hanno votato per me non per sostenere le mie idee ma per bloccare quelle dell’estrema destra”, ha detto il presidente rieletto nel suo discorso, certificando a mezza bocca il suo indebolimento e calo di “gradimento”.

Due visioni di neoliberismo – quello nazional-reazionario e quello liberal-europeista – che si rinforzano a vicenda, a difesa degli interessi delle classi dominanti e padronali contro le classi lavoratrici, precarie, impoverite e marginalizzate.

Questo secondo turno delle elezioni presidenziali è stato ancora una volta segnato dall’astensione. Secondo la stima di Ipsos-Sopra Steria, il 28,2% degli elettori registrati non è andato alle urne, in aumento di quasi 2,8 punti rispetto al 2017 (25,44%). Al primo turno, l’astensione si è attestata al 26,31%, un calo di partecipazione di quattro punti rispetto al 2017.

Commentando i risultati, il leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon ha affermato che “le urne hanno deciso che Marine Le Pen è sconfitta, la Francia ha chiaramente rifiutato di affidarle il suo futuro e questa è una buona notizia”.

Non perdendo però l’occasione di attaccare subito il “nuovo” presidente: “Macron è il presidente peggio eletto della Quinta Repubblica, sta galleggiando in un mare di astensioni, schede bianche e non valide”.

Il leader de La France Insoumise ha poi dato immediatamente battaglia per le elezioni legislative, con l’intento di trasformarle in un “terzo turno [che] inizia stasera”.

Arrivato terzo al primo turno (21,95%) e avendo mancato per 400mila voti l’accesso al ballottaggio, Mélenchon punta ad arrivare “primo nel terzo turno”, ovvero ad ottenere una maggioranza alle legislative con la sua Union Populaire.

Per questo motivo ha inviato una lettera alle altre formazioni della sinistra francese – Europe Ecologie-Les Verts (EELV; 4,63%), Parti communiste français (PCF; 2,28%) e Nouveau parti anticapitaliste (NPA; 0,76%), proponendo una coalizione per le legislative sotto il cappello dell’Union Populaire e del programma de “L’Avenir en commun”.

Da rimarcare che Mélenchon ha deciso di non indirizzare il suo invito al Parti socialiste (PS) della candidata Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, che ha raccolto a malapena l’1,74% al primo turno, segnando definitivamente la morte politica di un partito che da tempo ha sposato una visione assolutamente neoliberista e pro-padronale (basta pensare all’ex presidente François Hollande).

Dal primo turno, “tre blocchi politici chiaramente definiti sono emersi dalle urne: uno intorno ai liberali, un altro con l’estrema destra, il terzo con l’Union Populaire”, si legge nella lettera di Mélenchon.

“Nel contesto attuale, e date le nette delimitazioni tra i tre gruppi, questo secondo turno eleggerà dunque una presidenza per coercizione e per difetto. Nessuna delle tensioni politiche del paese sarà risolta. Al contrario, è probabile che si aggravino”.

Per questo motivo, Mélenchon ha alzato il tiro, puntando molto in alto a livello di ambizione (e speranza) politica: “Chiedo ai francesi di eleggermi primo ministro, votando una maggioranza di insoumis e membri dell’Union Populaire alle elezioni legislative del 12 e 19 giugno”.

L’obiettivo sarebbe quello di ottenere un blocco parlamentare all’Assemblée Nationale per delegittimare il prossimo presidente.

Tuttavia, nella Quinta Repubblica francese (dal 1959 ad oggi), sono stati decisamente rari i casi in cui il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro del governo non fossero espressione della stessa area politica.

La prima coabitazione (Jacques Chirac premier e François Mitterand presidente) è durata appena due anni, dal 1986 al 1988; più travagliata è stata la terza, tra il 1997 e il 2002, quando il governo era guidato dal socialista Lionel Jospin con Chirac all’Eliseo.

Il rischio di un potenziale scollamento tra il potere legislativo e quello esecutivo potrebbe rappresentare un primo scoglio per il nuovo quinquennato di Macron e la sua volontà di marciare spedito, come un rullo compressore, nella sua agenda di riforme anti-sociali, neoliberiste e repressive.

Macron deve portare a pieno compimento la riforma delle pensioni – glielo chiede la Commissione europea, lui l’aveva già annunciata, rinunciando poi per non perdere alle presidenziali – continuando a smantellare quel che resta dello Stato sociale dopo cinque anni di massacro.

Al tempo stesso, rimangono sul tavolo tutte le questioni internazionali, dalle complicazioni dell’intervento militare nel Sahel al protrarsi della guerra in Ucraina, con il suo boomerang sui prezzi dell’energia e delle materie prime. Con la sua rielezione, Macron ha dimostrato di essere un punto fermo anche per il progetto politico, economico e militare dell’UE imperialista.

L’investitura ufficiale di Macron potrebbe arrivare anche prima della scadenza del quinquennato (formalmente il 13 maggio), non essendoci di fatto alcun passaggio di poteri. Poi, Macron nominerà il primo ministro: tra gli ultimi nomi circolati ci sarebbero il ministro dell’economia Bruno Le Maire o la ministra del lavoro Élisabeth Borne.

Tutto poi dipenderà dalle elezioni legislative, in cui si vedrà se Macron sarà in grado di ottenere la maggioranza assoluta (almeno 289 deputati) all’Assemblée Nationale oppure sarà costretto ad alleanze e sostegni da parte di altre forze politiche centriste.

Nella serata di ieri, alcune manifestazioni hanno avuto luogo in diverse città della Francia – Parigi, Lione, Marsiglia, Tolosa, Rennes, Nantes, Strasburgo, Grenoble – per far subito sentire ad Emmanuel Macron la pressione e la rabbia sociale, una contestazione mai sopita e che si prepara a dar nuovamente battaglia nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle università, nei licei e nei quartieri popolari.

A Parigi, le forze dell’ordine hanno caricato duramente i manifestanti a Place de la République, proprio mentre Macron dal palco sugli Champs-de-Mars annunciava che “questa nuova era non sarà una continuazione del periodo di cinque anni che sta finendo”.

In realtà, questo quinquennato si apre nel solco della repressione poliziesca, la stessa che si è abbattuta sugli studenti che hanno occupato l’università Sorbonne prima del ballottaggio.

La manifestazione del Primo Maggio si delinea già decisamente calda, dopo quelle degli anni passati finite con le cariche e i lanci di lacrimogeni da parte della polizia.

Continuons le combat!

Fonte

16/04/2022

Né Macron, né Le Pen: all'incrocio tra neopopulismo e conflitto sociale in Francia

Questi episodi rappresentano il manifestarsi di un sentimento significativo nel paese di oltralpe che vede come un vicolo cieco la contrapposizione del secondo turno, cioè quella tra Macron e Le Pen. Le presidenziali che hanno visto la maggiore astenione in Francia dal 2002 e che hanno sorpreso per la portata della performance di Melenchon (al 22%, a poco più di un punto di distanza da Le Pen), ci mostrano nuovamente alcuni frammenti di futuro nell'incasinamento generale che stiamo vivendo.

Secondo un sondaggio Ipsos, solo il 43% dei francesi vuole la vittoria di Emmanuel Macron, il 34% quella di Marine Le Pen, e il 23% non vuole nessuna delle due. In caso di rielezione di Macron, sul 43%, solo il 22% dei francesi lo sceglierebbe per adesione al suo programma politico. L'altro (21%) per bloccare la Le Pen.

Le variabili considerevoli che nessun commentatore ha potuto evitare di menzionare rispetto a questi risultati elettorali sono in particolare due: il lungo ciclo di mobilitazioni sociali che hanno accompagnato pressochè integralmente la presidenza Macron e l'esplosione del conflitto aperto in Ucraina.

Come riporta Action Antifasciste Paris-Banlieue: "Un blocco popolare resiste da molti anni ed emerge di nuovo con nuova luce nel punteggio dell'Union Populaire. La mappa elettorale di quest'ultima, che vede un'alleanza tra colonie, quartieri popolari non a maggioranza bianca, giovani e piccola borghesia del centro cittadino, potrebbe non essere riuscita ad accedere al secondo turno per via dei meccanismi elettorali in gioco, ma firma la traduzione di svolte politiche guidate da una serie di lotte negli ultimi anni, dalle rivolte del 2005 e dall'antirazzismo politico autonomo ai gilet gialli, dal radicalismo del cortège de tête alle lotte ecologiche e femministe."

Ma l'impressione è che stiamo ossevando non tanto la resistenza di un blocco popolare in qualche modo consolidato, quanto la formazione di qualcosa di nuovo e ancora difficile da identificare di cui il voto elettorale è solo un epifenomeno che si manifesta non solo nella performance del partito di Melenchon, ma anche nell'astensionismo significativo e, in parte, nella capacità di Le Pen di mantenere una certa base popolare.

Lo scenario politico diviene più complesso, in un quadro in cui la battaglia non è più solo tra populisti e ordoliberali, e ovviamente nemmeno tra destra e sinistra, ma assume nuove caratteristiche in cui vi è da un lato la chiarificazione di contenuti più marcatamente di classe e nonostante ciò il permanere di interessi composti in coalizioni interclassiste. Le mobilitazioni degli scorsi anni all'interno del contesto francese, con il loro portato di ambivalenze e contraddizioni, sono state in ipotesi un'anticipazione dell'emersione di questo "secondo tempo neopopulista", non ancora completamente dispiegato.

Questo ci interpella anche rispetto al ruolo delle soggettività politiche dal nostro lato delle Alpi, ma è un tema che meriterebbe una discussione specifica.

L'altra variabile non-così-indipendente che potrebbe aver pesato in ipotesi su questo scenario è quella della guerra. Macron ha portato avanti gran parte della sua campagna elettorale su questo tema, provando a mostrarsi più interessato a svolgere un ruolo nella crisi ucraina come proiezione internazionale della Francia che nel dibattito interno del paese. Un ruolo non competamente allineato e dipendente dalla posizione maggioritaria atlantista, almeno a parole, tanto nel tentativo di qualificarsi come figura di mediazione, quanto nel continuo controcanto alle dichiarazioni di Biden più finalizzate ad aumentare la tensione. Questo atteggiamento di Macron non è solo da intendersi come il solito napoleonismo francese in politica estera, ma anche probabilmente come una proiezione interna. In maniera differente e per motivi radicalmente diversi tanto Melenchon quanto la Le Pen non hanno ceduto alle sirene belliciste qualificandosi implicitamente come soggetti in contrapposizione al tentativo di scarico da parte degli USA della crisi incipiente sull'Europa, e in particolare sulla Francia ovviamente. Nonostante le accuse di filo-putinismo (nel caso della Le Pen ovviamente piuttosto veritiere dati gli stretti rapporti passati), questo posizionamento non ha sortito gli effetti elettorali che alcuni commentatori liberali si aspettavano, anzi probabilmente almeno in parte ha rafforzato e ampliato il consenso in determinate composizioni delle due coalizioni.

Ciò che emerge dunque in ipotesi è che se il primo tempo neopopulista, sulla base anche della crisi del debito sovrano, si è dislocato per lo più in Europa come un conflitto sul piano interno del rapporto tra la Germania e gli altri stati, può darsi che la posta in palio di questa nuova fase si articoli di più in uno scontro tra le due sponde dell'Atlantico, uno scontro in potenza che molto flebilmente vediamo manifestarsi anche alle nostre latitudini.

Qualche elemento in più lo avremo nei prossimi tempi, tra i risultati del secondo turno, la possibile emersione di nuovi conflitti, e gli scenari di guerra che si evolvono.

Fonte

12/04/2022

Presidenziali francesi, qualche giorno all’ultimo respiro

Il ballottaggio Macron-Le Pen del 24 aprile nei sondaggi vede in vantaggio l’attuale presidente della repubblica francese. Ci sono sondaggi che lo danno in vantaggio di poco (51 a 49, con margini di errore che significano sostanziale parità) e altri che danno Macron con un vantaggio più sostanziale (55-45). In generale la sensazione, che filtra anche dalle borse, è che anche stavolta, seppur in maniera meno schiacciante che nel passato, Marine Le Pen finirà sconfitta. Il punto però, e non è di quelli piccoli, è se la Le Pen azzecca l’ultima parte di campagna elettorale, o Macron sbaglia la sua, o se avvengono fatti di politica nazionale e internazionale tali da far cambiare orientamento nell’elettorato. Basta infatti poco, uno spostamento di una parte periferica dell’elettorato, per cambiare un risultato elettorale e per passare dall’ordinaria amministrazione, la rielezione di un presidente, al risultato storico, per quanto velenoso.

Certo, il voto francese cancella molto della politica tradizionale, quella che per decenni ha fatto la storia dell’esagono, tanto che il partito socialista è sotto il due per cento, i repubblicani (eredi del partito di De Gaulle prima e di Chirac poi) sotto il cinque, il partito comunista francese sotto il tre. Tutte formazioni che, evitate dagli elettori ed escluse dai rimborsi elettorali (che in Francia si ottengono con almeno 5 punti percentuali nella prima tornata), sono vicine all’estinzione. Allo stesso tempo dal primo voto di aprile ne esce una Francia sostanzialmente tripartitica che deve adattare i propri rapporti di forza a un sistema elettorale che è bipolare.

A occhio nudo invece si nota la nuova geografia politica della Francia, quella che evidenza i primi partiti di ogni regione: una parte gialla (Macron) e una grigia (Le Pen), che rileva schieramenti, che si contendono il paese con una macchia rossa al centro (metà Parigi e regioni limitrofe) e al sud (Ariége). Solo che questa macchia rossa, l’elettorato di Melenchon pesa, in numero di voti, quasi quanto quella grigia visto che lo scarto finale tra il candidato di sinistra e la Le Pen è di poco superiore all’un per cento.


Se scomponiamo la geografia politica per criteri di ricchezza, stando alle ricerche sul campo, i percettori di reddito sotto i 1250 euro, il grande mare precario, se li sono contesi Le Pen e Melenchon, quasi alla pari, con una netta prevalenza, invece, della Le Pen, rispetto a Melenchon, nei settori operai e impiegati e una di Melenchon nelle professioni intellettuali e nei quadri professionisti. I voti per Macron sono arrivati, prevalentemente, da ultrasettantenni, pensionati e quadri professionisti (dove Macron è primo davanti a Melenchon e Le Pen): una specie di riedizione della Francia di Napoleone III nella quale con i grandi interessi bancari e professionali si saldava il consenso di parte delle classi popolari. Significativo il successo di Melenchon per la fascia di elettori 18-24 anni, segno che la sinistra può ben parlare ai settori giovanili.

L’appello di Melenchon a “non dare un voto alla Le Pen”, ripreso anche dai maggiori giornali italiani risulta importante, speriamo decisivo, nello scenario che si è creato. E si tratta di uno scenario con due sbocchi: il primo di una vittoria di Macron con una forte opposizione sociale che può anche crescere; il secondo con una vittoria della Le Pen che, secondo alcuni osservatori di destra (come Marco Tarchi su Domani), non sarà così antisistemico ma che, con una guerra in Europa in corso, può generare futti inediti e pericolosi.

Nel frattempo, la Francia vive qualche giorno all’ultimo respiro.

Fonte

11/04/2022

Francia - Il solito ballottaggio, Melenchon sfiora il colpaccio

Snobbato e infangato dalla grande stampa italiana, Jean-Luc Mélenchon – guida carismatica de La France Insoumise – ha sfiorato il sorpasso su Marine Le Pen, che andrà al ballottaggio con Emmanuel Macron come cinque anni fa.

Una primissima analisi dei dati riferisce di un 27,6% per il banchiere-presidente in carica e di un 23,4 per la storica esponente del fascismo francese, figlia “furba” di Jean Marie, di cui ha fatto dimenticare i fantasmi di Vichy ammorbidendo i risvolti più imbarazzanti dell’identità nazionalista.

Terzo per un soffio il vecchio leone di Marsiglia, con il 21,9%, che si conferma l’unica alternativa reale a un establishment impossibilitato ad essere “popolare” perché schiacciato sugli interessi della grande borghesia multinazionale europea. Di fatto, il bipolarismo non esiste più neanche nel paese che ha fatto del “bipolarismo obbligato” – con le leggi elettorali – il cuore della politica istituzionale.

Il pluridecennale tentativo di stringere la dialettica politica al confronto tra una destra impresentabile e un “centro tecnocratico” è ormai al punto finale. Ed è tutto merito di chi è riuscito a mettere insieme un credibile “polo alternativo”, popolare e anti-tecnoburocrazie continentali.

Dentro le urne si è clamorosamente sgonfiata la “bolla” razzista di Eric Zemmour, fermatosi al 7%. Sembrava ad un certo punto destinato a sostituire la Le Pen, con un discorso che voleva sembrare più “radicale” – soprattutto contro i musulmani – ma era invece solo più volgare.

Dispersi tutti gli altri candidati, a cominciare dagli ultimi epigoni del gollismo – come Valérie Pécresse – addirittura sotto la soglia del 5% (cinque anni fa erano ancora sopra il 20%, pur arrivando terzi). Quasi alla pari con l’esponente dei presunti “verdi”, Yanick Jadot, che s’è affrettato a garantire i propri voti per Macron, al secondo turno, a dimostrazione di una “alternatività” ridotta a puro bla bla bla.

Sparisce definitivamente il partito socialista, con la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, ferma a un 1,5% che sa di dissoluzione. Stiamo parlando del partito che aveva a lungo dominato la politica francese, da Mitterand al pasticcione Hollande, insieme agli eredi di De Gaulle (da Chirac a Sarkozy).

Ora tutta l’attenzione – e la preoccupazione – dell’establishment si concentra sul ballottaggio, da cui uscirà fuori il prossimo presidente. Stavolta, dicono tutti, i parafascisti potrebbero farcela, rovesciando molte certezze accumulate dalla Francia e dall’Unione Europea.

In apparenza, il partito della Le Pen (Rassemblement Nationale) si caratterizza per il forte nazionalismo e la diffidenza per Bruxelles. Ma questo è dovuto soprattutto alla “furbizia” della leadership, che sa cogliere le insofferenze popolari e usarle strumentalmente per affermarsi.

Ma ben pochi credono – anche se la grande stampa grida al pericolo – che l’eventuale vittoria lepenista stravolgerebbe gli “equilibri europei”, avviando la lenta dissoluzione di una costruzione molto tecnocratica e molto lontana (o ostile) dai popoli.

Come per i “cugini italiani” (Meloni e Salvini), gli slogan “sovranisti” di Le Pen sono più una vernice che un’architettura destinata a durare. Sensibile com’è al potere economico, difficilmente potrebbe mettere sottosopra la struttura dei trattati esistenti. Al massimo, potrebbe rendere più complicato l’accordo sui prossimi passaggi, concedendo meno al potente vicino tedesco e sottraendo di più a Italia e Spagna.

L’architettura europea, d’altra parte, sta subendo colpi durissimi più dall’”alleato” americano – la rottura quasi completa dei rapporti con la Russia e i vincoli posti a quelli con la Cina – che non dai presunti “sovranisti” continentali. Fanno eccezione quelli dell’Est (il “gruppo di Visegrad”), che sembrano ormai una pedina Usa, più che membri dell’Unione a 27.

Ben più radicale sarebbe stata la scelta francese se fosse stato Mélenchon l’avversario di Macron al ballottaggio. In questo caso le ragioni “di classe” e popolari avrebbero avuto un peso reale. Ed anche la critica feroce all’Unione Europea sarebbe stata non solo più sincera, ma anche più gravida di effetti concreti.

Fonte

19/05/2019

Milano divisa in due. Salvini in versione “teocon”


Oggi a Milano da Porta Venezia a Piazza Duomo hanno manifestato le destre europee chiamate a raccolta da Salvini e dalla Lega. A poche centinaia di metri si sono mobilitate le reti antirazziste e antifasciste

A piazza Duomo, Matteo Salvini ha chiuso la sua campagna elettorale per le Europee. Prima di lui dal palco era intervenuta la leader della destra francese Marine Le Pen. Sempre sul palco anche il capo della destra olandese Wilders, tutti i ministri della Lega, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti e i quattro governatori leghisti: Fontana, Zaia, Fedriga e Fugatti.

Molte le parole in libertà nel comizio del leader della destra, con un linguaggio dal sapore fortemente “teocon”: “Noi amiamo la Madonnina che ci guarda dall’alto. Qui non ci sono estremisti, razzisti, fascisti. La differenza è tra chi guarda avanti, tra chi parla di futuro e di lavoro e chi fa i processi al passato: hanno paura del passato perché non hanno un’idea di futuro”. Fischiato dalla piazza un passaggio del comizio che citava il Papa ma contestualmente Salvini ha sgranato un rosario invocando i santi patroni dell’Europa: “Ci affidiamo alle donne e agli uomini di buona volontà, ai sei Patroni d’Europa, Benedetto da Norcia, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Cirillo e Metodio, Teresa Benedetta della Croce: affidiamo a loro il nostro destino, il nostro futuro e i nostri popoli. E io personalmente affido la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro che ci porterà alla vittoria”. Tra i sostenitori di Salvini è sbucata anche una bandiera israeliana.

Contemporaneamente in un’altra piazza di Milano si erano concentrati antifascisti e oppositori del leader della destra per il controcorteo denominato Gran galà del futuro terminato in piazza Cairoli.


Ma contestazioni ci sono state anche in Piazza Duomo dove Salvini teneva il suo comizio. Dal balcone di un palazzo della piazza è stato srotolato uno striscione di circa cinque metri per uno con la scritta ‘Restiamo umani’ in italiano e in inglese. Dal balcone da cui è stato srotolato è comparso un noto attivista politico milanese travestito da Zorro.

È stato invece fatto rimuovere quello sventolato da due donne fuori dalla fermata della metropolitana in zona Duomo. Le due contestatrici hanno mostrato per qualche minuto il lenzuolo, poi due agenti della Digos le hanno allontanate dopo essersi fatte consegnare l’asta di legno con cui sorreggevano il lenzuolo dove c’era scritto: “Milano città aperta”.

Fonte

18/01/2019

Duro colpo per i “rosabruni”. Le Pen difende l’Unione Europea e l’euro

Contrordine, camerati! L’Unione Europea è bellissima, e pure l’euro è una mano santa! Parola di Marine Le Pen...

La presunta campionessa dell’“antieuropeismo”, alla vigilia delle elezioni continentali, convoca una conferenza stampa per spiegare la sua conversione alla fede in uso a Bruxelles. Non è l’unica inversione a U compiuta nelle ultime settimane: anche rispetto al movimento dei gilet gialli aveva, per un paio di settimane, fatto finta di esprimere qualche simpatia e vicinanza, ma dalla terza in poi ha calato la maschera, invitando i manifestanti a “lasciar fare alla polizia per riportare l’ordine nelle strade”.

Una “populista di palazzo”, al pari di quell’Emmanuel Macron con cui aveva intreccia un debolissimo contrappunto due anni fa, in occasione del ballottaggio per le presidenziali poi vinte dal cocchino di banca Rothschild.

Il suo faro in Europa è ora più di prima il fascioleghista ministro dell’interno, il cui faccione tappezza la nuova sede del Rassemblement Nationale (ha cambiato anche nome al suo partito, abbandonando il più militaresco “Front” scelto a suo tempo dal padre). Non che il comun sentire nazionalista metta fine a ogni contrasto. Per esempio, sull’assalto dell’italiana (e pubblica) Fincantieri alla Stx (“cugina” d’oltralpe nello stesso settore), Salvini si mostra furibondo per i paletti messi da Parigi, mentre la signora nera si allinea completamente con Macron: i cantieri navali devono restare «francesi al cento per cento» (mica siamo come gli italiani che si sono fatti smantellare allegramente la struttura industriale!).

Ma è su Unione Europea e moneta unica che la svolta appare a 180 gradi: «siamo un partito pragmatico, non ideologico. Eravamo per l’uscita dall’euro e dall’Unione europea quando l’unica alternativa era tra la totale sottomissione a Bruxelles e l’abbandono della Ue». Ma adesso che il voto in vari paesi lascia immaginare un Parlamento più infestato dalla destra nazionalista... va benissimo com’è! Va ricordato che solo qualche mese fa la “signora” ardiva dire che “bisogna liberare l’Europa dall’Unione Europea” (che sono effettivamente due cose molto diverse, anche se molti fanno finta si tratti dello stesso soggetto...).

«Oggi le condizioni politiche sono totalmente cambiate. Le nostre idee avanzano ovunque in Europa, e in Italia sono al governo». Quindi copia l’identica svolta di Salvini, che lì viene ancora ricordato per essersi presentato al congresso FN di Lione 2011 con la maglietta «no euro».

«Ora possiamo cambiare l’Europa dall’interno, uscire e adottare una nuova moneta non sono più le priorità. I trattati sono interpretabili a piacere, basti guardare cosa ha fatto la Bce con il quantitative easing. Quando il presidente della Commissione non sarà più Juncker ma una personalità espressione delle idee mie e di Salvini, la vita dei cittadini migliorerà».

Lo abbiamo scritto un milione di volte e gridato nelle piazze fino a restare afoni: i fascisti sono cani da guardia del capitale, cercano spesso di alzare il prezzo dello stipendio da mercenario, ma non si mettono mai contro chi comanda.

E quindi anche sul nodo fondamentale dell’Unione Europea e dell’euro – della Nato è inutile parlare; li ha sempre arruolati per ogni tipo di guerra sporca e strategia della tensione – la loro “opposizione” era finta, strumentale, mirata a raccogliere il malessere popolare provocato dalle politiche di austerità. Perché quel malessere non venisse raccolto e organizzato “da sinistra”.

Il loro lavoro sporco, in questi anni, è stato ciclopicamente facilitato dall’ebetismo “europeista” che ha caratterizzato tutta la cosiddetta “sinistra europea” (dal Pd a una parte dei centri sociali, per capirci), stregata dalla narrazione tossica del capitale multinazionale, per cui l’europeismo andava considerato l’“internazionalismo” della nuova epoca, e l’unica opposizione possibile poteva venire solo da destra. Che, da vecchia nazionalista, voleva “tornare indietro”.

La svolta di Le Pen e di Salvini chiarisce in modo limpido quale sia la situazione, a quattro mesi dalle europee. Non esiste e non può esistere un “europeismo di sinistra”, ma solo il multinazionalismo del capitale. Che funziona male, di questi tempi, e che quindi si dispone a “riformare l’Unione Europea” (i suoi trattati, i parametri, gli strumenti di gestione) perché “il cambiamento” apparente non muti di una virgola il potere di chi comanda. La destra fascista concorrerà tranquillamente, alzando la voce solo sulla ripartizione dei migranti salvati in mare.

E’ un passaggio importante anche per chi, finora, sentendosi “di sinistra” accusava di “sovranismo” chi, come noi e molti altri, parlava e parla di “rompere l’Unione Europea” come presupposto minimo per realizzare politiche di miglioramento dlela vita delle classi popolari. Ora, infatti, che tutti parlano di “riformare la Ue” – compresi Juncker e Vito Constancio, ex vice di Mario Draghi alla Bce – come si fa a distinguere un “riformista” di destra da uno “di sinistra”?

Ora, infatti, tutti questi “europeisti di sinistra”, ritrovandosi al fianco delle Le Pen e dei Salvini, potranno giustamente essere chiamati “rosabruni”...

Fonte

10/10/2018

Salvini-Le Pen, l’UGL e la memoria corta della Cgil

C’è grande sconcerto e preoccupazione nel mondo della sinistra per la conferenza stampa Salvini/Le Pen di cui ieri e stamattina stampa e tv hanno dato conto. Sconcerto e preoccupazione soprattutto per l’asse razzista-xenofobo tra Italia e Francia che si preannuncia in vista delle elezioni europee. Se lo sconcerto è scarsamente comprensibile, visto l’andazzo, la preoccupazione sembra essere tardiva e in qualche modo di maniera.

Infatti c’è un particolare dell’incontro che viene a mala pena citato e largamente sottovalutato, ed è il luogo in cui si è tenuta la conferenza stampa congiunta dei due, ossia la sede del sindacato di destra UGL, degno erede della CISNAL, a sua volta erede diretta del sindacato fascista. Fin qui nulla di strano, la UGL prima delle elezioni politiche ha stretto formalmente e ufficialmente un patto con la Lega di Salvini, inaugurando per la prima volta in Italia quel modello inglese che vuole le organizzazioni sindacali in diretta relazione con i partiti di riferimento.

Quello che andrebbe invece ricordato ai nostri della sinistra sconcertata e preoccupata è lo sdoganamento politico e sindacale dell’UGL all’epoca della segreteria Polverini attuato, platealmente e in pompa magna, dall’allora segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani, quando nel maggio del 2010, in apertura del XVI Congresso dell’organizzazione, salutò dal palco “la cara amica Polverini”. A parte il faticare a comprendere come si possa essere “cari amici” di una persona che esprime una visione politica, morale, etica e culturale totalmente opposta alla parte che si rappresenta, il punto è un altro.

Da quel giorno – in verità anche da prima ma da quel giorno con un vigore impensabile – la CGIL si è spesa in prima persona affinché l’UGL fosse convocata a ogni tavolo di trattativa, a ogni consesso sindacale democratico, diventasse interlocutore nel Paese. Tutto ciò in barba a ogni seria verifica di rappresentatività della sigla, in verità assai scarsa allora e quasi nulla oggi, dopo una scissione con strascichi giudiziari e politici di un certo peso, che però tuttora induce cigilcisluil a portarsi appresso a ogni trattativa i fidi sodali dell’UGL. La partecipazione alla trattativa dell’ILVA, dove praticamente l’UGL non esiste, ne è la prova più recente e palese.

Problemi di coscienza politica e democratica della Cgil si potrebbe dire, se non fosse che la stessa confederazione si adopera, e con buona lena, a impedire che la USB sieda ai tavoli di trattativa di secondo livello nella pubblica amministrazione perché ha scelto di non sottoscrivere un brutto contratto.

Fonte

12/03/2018

Lepenismo in crisi. Il nome è nuovo. ma l’ideologia è vecchia

Secondo i suoi dirigenti, il 16° Congresso del Front National (Lille, 10-11 marzo) deve segnare per il partito un nuovo inizio. Lo sguardo rivolto alle elezioni europee del 2019. Per rendere evidente la svolta, Marine Le Pen, presidente del partito dal 2011, rieletta in assenza di altri candidati, propone ai 1500 delegati di ribattezzare il Front National «Rassemblement National». I delegati approvano. Un referendum fra gli iscritti nei prossimi giorni dovrebbe confermarlo.

Marine Le Pen motiva il cambio del nome con la “maturazione del Fronte” e con il “cambiamento del suo carattere”. Da partito di protesta e di opposizione, si sarebbe trasformato in un partito che vuole assumere responsabilità di governo, pronto a stringere le necessarie alleanze. Il cambio di nome sarebbe “un segnale e un invito”. E’ evidente che la Le Pen intende continuare la « de-demonizzazione » del Fronte e la separazione dal passato e dall’immagine offerta dalle ripetute provocazioni antidemocratiche e antisemite del suo fondatore, il padre Jean-Marie, da tempo escluso. Anche il suo titolo di « presidente onorario » del Fronte appartiene al passato, dato che il Congresso lo ha abolito, cambiando lo statuto. Jean-Marie, che pare avesse l’intenzione di intervenire al Congresso senza essere invitato, lascia perdere per non correre il rischio di essere buttato fuori dagli scherani della figlia fra i flash dei fotografi.

Festeggiatissimo Steve Bannon, ex ideologo della campagna elettorale di Donald Trump e suo ex consigliere, ospite a sorpresa del Congresso. Quando urla ai delegati “se Trump ce l’ha fatta, potete farcela anche voi” è entusiasticamente applaudito. Applausi anche quando sbraita contro la globalizzazione, l’UE e i media. Ma i boss del partito, in prima fila, sembrano visibilmente contrariati quando aggiunge: « lasciate che vi chiamino razzisti, xenofobi o anti-aborto. Prendeteli come titoli onorifici. Diventerete ogni giorno più forti e alla fine vincerete». Parole estranee alla tattica di Marine, che potrebbero fare il gioco di sua nipote Marion Maréchal Le Pen, nella quali molti militanti ripongono grandi speranze dopo che sua zia li ha delusi alle presidenziali 2017.

L’esito del duello con Emmanuel Macron davanti a 16 milioni di telespettatori, quando Marine ha squalificato sé stessa e il partito, resta per molti imperdonabile. La conseguenza è l’uscita dal Fronte, nel settembre del 2017, dell’ex vice-presidente Florian Philippot, che fonda il suo partito «Les Patriotes». Per lui Marine si è infiacchita, rinunciando all’uscita, impopolare, dall’euro.

Ma non è questo nuovo partitino a impensierirla. Sparirà come quello fondato nel 1986 dall’ex astro nascente del Fronte, Bruno Mégret. Sono le ambizioni della nipote che Marine prende sul serio. La giovane e carismatica nipotina del fondatore del partito, che ha apparentemente lasciato la politica nel maggio del 2017, potrebbe vagheggiare la fondazione di un nuovo movimento neo-fascista, attirando non solo frontisti delusi ma anche una parte della destra dei Républicains. Tutto resta, comunque, in famiglia.

500 manifestanti (secondo la questura) dimostrano contro il Congresso nelle strade di Lille.

Fonte

02/01/2018

Francia. La banalizzazione della destra lepenista

Per i media francesi, saldamente controllati dai vari Lagardère, Bouygues, Dassault, Arnault, la storia del Front National (FN) è una saga familiare senza fine. All’inizio dell’ascesa di Jean-Marie Le Pen, è ancora possibile ignorarlo. L’ex parà, illustratosi in Indocina e in Algeria, cerca di unire nel Front National i fossili politici delle frazioni, fino ad allora disperse, dell’estrema destra: vecchi e nuovi fascisti, nostalgici dell’Algeria francese, fondamentalisti monarchici e cattolici. I primi risultati elettorali dell’FN non sono tali da interessare i media.

Agli inizi, negli anni 70, molti sottovalutano il partito.Il movimento studentesco del 1968 ha politicamente rivoluzionato il paese. Per la maggior parte dei francesi è impensabile che una corrente politica che esalta la collaborazione con i nazisti riesca a conquistare degli elettori. Ma negli anni 80, con il riemergere della xenofobia, tutto cambia. Alle elezioni politiche del 1986, l’FN guidato da Le Pen entra all’Assemblea nazionale. 35 deputati sono eletti con la proporzionale. E’ uno choc e una provocazione.

Grazie alle sue dichiarazioni disgustose, razziste ed antisemite, Le Pen conquista uno spazio sui media anche lontano dai periodi elettorali. Con simili provocazioni intende rompere dei tabù e segnalare ai suoi camerati che puo’ spostare i limiti del dicibile in direzione di ideologie e pregiudizi ultrareazionari. I media lo citano. Per alcuni, Le Pen si farà solo del male. Sono gli stessi che sottovalutano la “banalizzazione” della destra. La stampa sottolinea le sue esternazioni. Sua figlia Marine diventa un’habituée degli schermi televisivi.

Altri rimproverano a giornali e TV di aver fabbricato il fenomeno Front National offrendogli una tribuna, trascurando che l’estrema destra, oggi minimizzata definendola «populista», non trae la sua forza dalla sovrastruttura mediatica ma piuttosto dallo sfruttamento demagogico dei problemi economici e sociali della società francese, approfittando più della crisi della rappresentanza politica che dell’eco mediatica. In Francia, come a suo tempo il MSI in Italia, l’FN sostiene di essere la vera opposizione al «sistema», non avendo mai avuto responsabilità nel governo nazionale.

E’ la linea di Marine Le Pen, da quando ha spodestato il padre diventando presidente del partito. Ha cercato con innegabile abilità di presentare il Fronte come vittima di una sistematica demonizzazione, sottraendo alla destra «rispettabile » parte del suo elettorato, che condivide da tempo molti aspetti della propaganda fascista. Sfortunatamente per lei, arrivata comunque al secondo turno delle elezioni presidenziali scavalcando socialisti e conservatori, ha trovato sulla sua strada Emmanuel Macron, che ha occupato l’intero spazio disponibile sia a destra che a «sinistra», portando a termine, mutatis mutandis, la stessa operazione riuscita a Giscard d’Estaing 43 anni fa.

Fonte

08/05/2017

Elezioni francesi. Un’analisi dell’astensione e della rappresentatività

Una prima navigazione nei numeri del turno di ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi 2017 ci consente di poter affermare come sia sicuramente cresciuta l’astensione ma, alla fine, il dato di rappresentatività del Presidente eletto sia risultato di sicuro rilievo.

Osserviamo i numeri in cifra assoluta, non stancandoci di ricordare che i dati delle elezioni vanno sempre valutati in questi termini, non limitandoci alle sole percentuali.

Nelle liste elettorali risultavano iscritti 47.552.183 elettrici ed elettori: i due candidati hanno ottenuto complessivamente 31.340.814 voti validi pari al 65,90%.

Il candidato eletto Macron con 20.753.798, voti ha raccolto il 43,53% sul totale degli aventi diritto: un dato che, appunto, ci consente di affermare come il suo grado di rappresentatività rispetto al sistema risulti di sicuro rilievo.

La candidata sconfitta, Le Pen, ha ottenuto 10.637.120 voti pari al 22,37% del totale degli aventi diritto confermando l’impressione di mancato sfondamento (nonostante il grande battage mediatico a favore e – soprattutto – contro) che ci eravamo permessi di segnalare al primo turno.

L’incremento dei due candidati tra i due turni elettorali è stato il seguente: Macron è cresciuto di 12.175.109 voti (58,80%) Le Pen di 3.933.006 (36,97%).

Complessivamente i due candidati hanno usufruito di 15.153.239 voti sui 19.550.149 lasciati disponibili dagli altri candidati sconfitti al primo turno: questo dato significa che il 77,50% delle elettrici e degli elettori che il 23 Aprile avevano preferito un candidato poi eliminato dalla competizione hanno deciso di recarsi alle urne domenica scorsa per votare uno dei due candidati approdati al ballottaggio.

L’astensione complessiva è cresciuta di 4.954.163 unità (10,41%) ma coloro che hanno deciso di non scegliere hanno preferito la via della scheda bianca o nulla alla diserzione dei seggi.

Infatti l’astensione è cresciuta di 1.830.832 unità mentre le schede bianche sono aumentate di 2.354.699 e le nulle di 768.632.

Per realizzare una accurata statistica dei flussi sarà necessario esaminare in profondità i dati sul piano della divisione territoriale: lavoro complesso che richiederà qualche tempo perché sia realizzato con una adeguata approssimazione scientifica.

Per adesso, infatti, le valutazioni che circolano sono frutto di rilevazioni eseguite attraverso gli exit poll.

In ogni caso alcuni dati evidenti sono già valutabili: la grande maggioranza dell’elettorato che aveva scelto Fillon si è riversato su Macron (da 4,5 a 5 milioni di voti), i sostenitori di Mélenchon hanno suddiviso il proprio comportamento tra il sostegno a Macron e l’astensione (in prevalenza la scheda bianca), il temuto flusso da “sinistra” in favore della candidatura Le Pen è risultato sicuramente molto inferiore a quanto temuto/sperato a seconda dei punti di vista (dovrebbe trattarsi di una cifra nettamente inferiore al milione di voti).

Insomma: non c’è stata la valanga dell’unione di tutti contro il “nemico alle porte”, ma una spinta avversativa verso la candidatura di estrema destra sicuramente ha avuto un notevole peso.

Nulla di paragonabile, naturalmente, con quanto accadde nel ballottaggio del 2002 quando Chirac, tra il primo turno e il secondo incrementò il proprio bottino elettorale di quasi 25 milioni di voti a fronte dei 700.00 voti di incremento ottenuti dalla candidatura di Le Pen padre.

Dal punto di vista del dato di rappresentatività dell’eletto rispetto all’intero sistema (ricordo: il 43,63% dell’universo delle /degli aventi diritto al voto) può risultare interessante una comparazione con le elezioni dei Sindaci in Italia.

Prendiamo il caso, recentissimo, di tre grandi città del nostro Paese. Torino, Milano, Roma.

A Torino i candidati pervenuti al ballottaggio hanno assommato 371.644 suffragi pari al 53,41% del totale degli iscritti nelle liste. Il Sindaco eletto ha avuto il 29,14% (Macron 43,63%)

A Milano i candidati pervenuti al ballottaggio hanno raccolto complessivamente 511.533 voti pari al 50,81% del totale aventi diritto. Il Sindaco è stato eletto con il 26,27% (Macron 43,63%)

A Roma i candidati prevenuti al ballottaggio hanno assommato 1.147.499 voti pari al 48,54%. Il Sindaco eletto si è poi fermato al 32,59%, la quota più elevata tra le tre grandi città prese in esame, infliggendo un grande distacco all’altro candidato. (Macron 43,63%).

Questi possono essere considerati i primi dati analitici che si possono fornire a questo punto con una certa cognizione di causa al di là delle analisi politiche di varia natura che oggi riempiono gli schermi televisivi e i giornali con grande enfasi propagandistica.

Si può dire, in sostanza, che la vittoria di Macron è stata netta, rappresentativa rispetto al sistema e sicuramente trasversale rispetto al dato di provenienza politica del voto. In linea quindi con il tipo di costruzione elettoral – mediatica messa in piedi attorno alla sua candidatura.

Contenuti programmatici e azione di governo saranno sicuramente “altra cosa”.

Sarà molto interessante, dal punto di vista dell’analisi elettorale, seguire l’andamento delle legislative il cui primo turno è previsto per il prossimo 11 Giugno.

Il dato di maggior interesse, in quel momento, sarà rappresentato dall’esito del processo di scomposizione dell’elettorato francese registrato al primo turno delle presidenziali (circa l’85% dei voti validi spalmati su 4 candidature) e il processo di ricompattamento verificatosi in maniera rilevante, come abbiamo avuto modo di osservare, al ballottaggio.

La dinamica di concentrazione del voto verificatasi al ballottaggio avrà un qualche effetto sulle candidature presenti al primo turno delle legislative, oppure si tornerà – più o meno – alla suddivisione del primo turno delle presidenziali con un secondo turno ricco di “triangolari” se non di “quadrangolari” qualora non funzionasse la possibilità di un gioco di desistenze (in passato tradizionale, specialmente a sinistra) ?

La realtà concreta al riguardo di ciò che sta muovendosi nella società francese e nelle dinamiche del suo sistema politico si potrà cominciare a capire l’11 Giugno dalla risposta che sarà fornita dall’elettorato a questo ultimo interrogativo.

Fonte

07/05/2017

Non c’era nessuna suspence, solo manfrina “antipopulista” ad uso interno e internazionale. Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio in modo molto netto – 65,5 a 34,5%, secondo le prime proiezioni – doppiando in pratica la fascista ripulita Marine Le Pen.

Non c’era nessuna possibilità di vittoria per la leader del Front Nationale, che già un’altra volta era arrivato al ballottaggio – con il padre, il fascista colonialista non pentito Jean-Marie – fermandosi però al 17,8%, meno di quanto avesse preso nel primo turno.

In Francia ha ancora un grosso peso il barrage – o conventio ad exludendum – nei confronti dei fascisti; non c’è mai stato nessuno sdoganamento in stile Gianfranco Fini, nonostante la Le Pen abbia di fatto ripercorso la stessa strada, abbandonando uno alla volta tutti i pilastri ideologici della destra reazionaria francese. Aveva rinunciato tranquillamente anche all’opposizione nei confronti dell’Unione Europea e dell’euro, nel disperato tentativo di cancellare il passato nostalgico; che è una forza quando si tratta di consolidare il consenso classico, ma diventa un handicap quando si deve presentare come “presidente di tutti i francesi”. Solo il razzismo verso i migranti era rimasto in primo piano. Ma non è bastato.

Subito dopo l'ufficializzazione della sconfitta – a conferma del progressivo "cambio di immagine" messo in cantiere da oltre 15 anni – è stato annunciato che il Front cambierà nome, sganciandosi definitivamente dalla tradizione.

Un terzo dei francesi ha comunque votato per lei, il doppio di quanto non avessero fatto con il padre. Segno che comunque anche in Francia non si potrà fare ancora a lungo affidamento sulla logica del “voto utile” pur di sbarrare la strada ai fascisti. Dovrebbe essere una preoccupazione per tutti, ma le prime reazioni “europeiste” sono completamente cieche ad ogni valutazione approfondita. Prevale – vedi il ridicolo Gentiloni che twitta parafrasando “una speranza si aggira per l’Europa” – il senso di scampato pericolo. Anche se il pericolo non è mai stato reale.

Avere un fascista come alternativa all’establishment è infatti la migliore situazione possibile per il potere vigente. Comodi da demonizzare, facili da maneggiare nel caso improbabile dovessero vincere. Come si è sempre detto, “servi dei servi dei servi dei servi”, carta di riserva per le situazioni complicate.

Al ballottaggio ha partecipato solo il 65% degli aventi diritto, meno di quanti erano andati alle urne al primo turno (69,4%), molti di meno del ballottaggio 2012 (70,6%). Si capisce dunque che buona parte degli elettori di Mélenchon hanno raccolto l’invito a non scegliere tra due mali assoluti, peraltro con voti quasi uguali a quelli raccolti dalla cosiddetta “estrema sinistra”.

Fa impressione, comunque, l’ottusità con cui i media di regime e la classe politica italiana ha accolto la notizia, cominciando immediatamente a parlare di “vittoria sui populismi”, o di “nuove famiglie politiche, da una parte gli europeisti e dall’altra i populisti”. E dire che queste elezioni hanno decretato la fine del sistema politico francese (seguito a quelli di tutta l’Europa e degli Stati Uniti, Germania esclusa), con la scomparsa del Partito Socialista e il drastico ridimensionamento dei gollisti, per la prima volta esclusi dal ballottaggio.

Invece di cogliere questo collasso, ci si accontenta di enfatizzare una “vittoria che già tra un mese potrebbe sembrare solo un’illusione".

Qui, ovviamente, è necessario lasciare la cronaca e analizzare freddamente la situazione.

La Francia è il paese più malato d’Europa, a dispetto della ricchezza che ancora mostra. Quello che è in crisi, al di là delle cifre del Pil o del deficit, è il suo modello sociale, consolidato dal compromesso socialdemocratico, introiettato da ogni cittadino della Republique – indipendentemente dalle opinioni politiche – come un dato acquisito, impastato di diritti, welfare, protezione sociale. Ancorché si tratti di un sistema eroso negli ultimi venti anni, ancora nessuno ha avuto l’ardire di spiegare al paese che “la pacchia è finita!”; o, come si è fatto in Italia, di chiamare “privilegi” i diritti conquistati nel dopoguerra.

Quel modello sociale è il bersaglio costante di tutte le politiche messe in atto dall’Unione Europea. E’ stato smantellato quasi dappertutto, tranne che in Francia (solo parzialmente, ma la loi travail deve ancora realizzare tutte le sue conseguenze) e in Germania.

Non è un caso che proprio l’Unione Europea e la moneta unica siano state il vero cuore del “confronto” (si fa per dire...) tra i due candidati alla presidenza rimasti in gara. Non tanto perché esistessero davvero differenze sostanziali tra le posizioni di Macron e quelle della Le Pen – che ha notevolmente “sfumato” le proprie critiche man mano che si avvicinava all’appuntamento decisivo – quanto per il fatto che da questa “appartenenza” o meno, nella percezione comune di tutta la popolazione che sta peggio, dipende la possibilità di rompere davvero con l’austerità ordoliberista di stampo teutonico.

Poi, certo, si è parlato anche di migranti e di chiusura delle frontiere, fornendo sponda (Le Pen) alle paure derivanti dall’aumento dell’"esercito salariale di riserva” e dunque dalla possibilità di comprimere ulteriormente salari e diritti del lavoro, oppure al “globalismo” reazionario del capitale finanziario, che tollera le legislazioni nazionali solo nel caso forniscano condizioni fiscali di favore per i propri membri. Ma sarebbe veramente da deficienti credere che per entrambi questo problema sia un problema “vero”, decisivo, strutturale, cui dare una risposta alta, certa, in qualche modo “definitiva”.

La contraddizione della politica francese in tutto questo periodo si è concretizzata nel tenere assieme l’”asse” con Berlino (e quindi i trattati e le politiche d’austerità) con la speranza di poter rimandare all’infinito il redde rationem interno. Così facendo, i governi di Parigi hanno distrutto il sistema politico e partitico nazionale, senza neanche aver iniziato davvero quel cammino di “riforme” che – come “vertice europeo” – imponevano agli altri. Il segreto che ha reso possibile questo strano “miracolo”, in parte, è stato il mancato rispetto ventennale di tutti gli obiettivi di bilancio fissati dai parametri di Maastricht. Tra il 2002 ed il 2004 Parigi ha sforato – insieme alla Germania – il limite del 3% sul deficit pubblico, senza che la procedura d’infrazione aperta da Bruxelles trovasse mai la via della sanzione. Poi ha ripreso a farlo senza problemi dal 2008 ad oggi.

E’ questa la “flessibilità” che palesemente vogliono i nostrani Renzi-Padoan. L’averla praticata per un decennio ha consentito alla Francia di resistere un po’ meglio all’attacco della crisi economica, ma non ha creato per questo una strada verso la “crescita”.

Ora i tempi stringono. O si ha una più forte centralizzazione della struttura sovranazionale – realizzando quanto previsto dai trattati sottoscritti – oppure si aprono faglie ben più incontrollabili dei “populismi” fin qui fermentati sullo scontento sociale. Da questa angolazione, si può capire bene quanta preoccupazione sollevasse l’eventualità – per quanto remota – di una sconfitta degli “europeisti” filo-imprese e militaristi.

La Francia è però arrivata a questo appuntamento dopo aver distrutto il proprio sistema politico e partitico. Se non ci fosse stato l’escamotage del ballottaggio, quindici giorni fa Parigi si sarebbe ritrovata nella stessa situazione di Madrid, con quattro formazioni principali praticamente sullo stesso piano e senza facili alleanze di governo. L’esito di oggi scioglie una sola incertezza: quella su chi sia il presidente. Ma non gli consegna una maggioranza parlamentare, non avendo peraltro neanche un partito da utilizzare alla bisogna.

Tra un mese ci saranno le elezioni politiche e lì si vedranno più precisamente i rapporti di forza parlamentari, ma sembra decisamente un sogno che “la vittoria” di oggi possa ripetersi una volta che tutti i soggetti saranno ai nastri di partenza. Lo stesso Macron ha annunciato che la scelta dei candidati della sua lista (che avrà unicamente la forza di richiamo del suo nome) sarà sorprendente per le abitudini francesi: “metà nuovi, metà giovani”. Gente senza storia, esperienza, curriculum, che – se eletta – gli dovrà fedeltà assoluta. Sarà sufficiente questo giochino berlusconian-renziano per spingerli fino alla conquista di un numero congruo di seggi? Non sembra probabile.

La polverizzazione socialista potrà forse un poco ridursi (difficile pensare che Hamon, dopo il 6,4% rimediato alle presidenziali, possa far molto meglio), consegnandogli un pacchettino di voti che nessuno però può assicurare di controllare. Più probabile, invece, che la diaspora gollista si traduca in un sostegno esplicito al nuovo inquilino dell’Eliseo.

Probabile anche che i fascisti ripuliti del Front Nationale conservino o aumentino la percentuale guadagnata alle presidenziali (risucchiando parte dell’elettorato di Nicolas Dupont-Agnan, 4,7%), senza però sfondare la temuta soglia del 30%.

A sinistra anche Mélenchon potrebbe fare meglio ancora del quasi 20% del primo turno, succhiando sia dai socialisti delusi che dai seguaci di Philippe Poutou e Nathalie Artaud. La sua scelta per il ballottaggio, di rottura con la tradizione francese del barrage e quindi del “voto utile”, è stata saggiamente presentata come “libertà di coscienza”. I due terzi degli attivisti l’hanno condivisa con la formula del “né Macron, né Le Pen”, ma l’accettazione della libertà di scelta ha evitato di trasformare una scelta tattica (votare o no per il “meno peggio”) in una questione “di principio”, o, come si dice qui, “divisiva”. E questo sarà indubbiamente un vantaggio, dopo anni – anche in Francia – in cui la sinistra un tantino più “radicale” si era esibita soprattutto in separazioni.

Anche le legislative adottano il principio del doppio turno, ma su base territoriale, di collegio. Se si va a guardare alle aree non metropolitane – agricole o industriali – si vede che molto spesso ci si troverà di fronte a uno scontro tra “centristi europeisti” (senza andare troppo per il sottile tra gollisti, macronisti, socialisti hollandiani) e “anti-sistema”; spesso lepenisti, altrettanto spesso di “estrema sinistra”. Non è dunque semplice prefigurare la maggioranza parlamentare che ne uscirà fuori, anche perché la logica del barrage non può essere fatta valere altrettanto facilmente con la sinistra.

Teoricamente Macron potrebbe dunque ritrovarsi – con una percentuale di possibilità molto alta – a dover cercare una maggioranza in Parlamento diversa per ogni singolo provvedimento. Con prezzi sempre molto alti da pagare e alla lunga logoranti per la sua già non eccelsa credibilità. Una situazione ben peggiore di quella vissuta dal derelitto Hollande, che pure poteva contare su una forte maggioranza parlamentare, con 311 deputati contro i 229 delle opposizioni.

Una situazione “renziana”, o da anni ‘80 (Forlani docet, ai tempi), quasi incompatibile con il compito richiesto dal capitale multinazionale europeo: “fare le riforme strutturali”, aumentare le spese militari e l’interventismo bellico, smantellare i pilastri dello “stato sociale” francese, ridurre al minimo le tasse per il capitale da investimento, ecc. E questo senza neanche cominciare ad analizzare la prevedibile ripresa del conflitto sociale, come già sperimentato in occasione della loi travail firmata proprio da Macron come ministro “socialista”.

La Francia ha insomma un presidente, ma non un “blocco sociale” in grado di costruire consenso maggioritario intorno a un programma qualsiasi. Anche questa tornata elettorale, nonostante la sua drastica tagliola “maggioritaria” (al ballottaggio ha prevalso uno che poteva contare solo sul 24% dei voti “di fiducia”), segnala che siamo davvero giunti alla fine di un ciclo storico. Quello degli “stati nazionali” in grado di contrattare, a seconda della propria forza economico e militare, con la potenza del capitale senza confini.

Fonte

06/05/2017

Macron, il “manchurian candidate” del regime. Ma non per questo scelgo Le Pen

Dopo il ritorno dal Donbass dove ho potuto vedere di persona una realtà esattamente opposta a quella impostaci dalla bolla di fake news nella quale qui viviamo. Dopo aver visto le vittime qui da noi trasformate in aggressori, e la ferocia degli aggressori qui da noi trasformati in vittime.

Dopo questo bagno di realtà, il ballotaggio tra Macron e Le Pen mi sembra ancora più chiaro. Il primo è il "Manchurian Candidate" del regine finanziario UE e Nato, una marionetta nelle mani dei poteri forti che sarà pericolosa per la democrazia e la pace. Inquietante è scoprire ancora una volta la forza del potere dei media, oramai un'arma autonoma del potere finanziario globale. Macron, burocrate politico e bancario senz'arte né parte, è stato imposto come un nuovo sciampo miracoloso in pochi mesi. Naturalmente decisivo è il sistema elettorale presidenziale a due turni, che permette alla migliore minoranza, Macron ha di suo meno del 24% del 70% di votanti, di prendere tutto. Un colpo di stato legale.

Macron quasi sicuramente vincerà, perché si trova di fronte l'avversario per lui migliore. Marine Le Pen ha confusamente tentato di presentarsi come la candidata antiestablishment, ma l'eredità della vecchia estrema destra francese, che ancora piange la perdita dell'Algeria e le cui radici affondano nel regime di Petain e prima ancora nella Vandea controrivoluziaria, questa eredità alla fine l'ha schiacciata.

I francesi sono così di fronte alla scelta terribile tra il candidato della nuova destra estrema, Macron, e quella della vecchia estrema destra, Le Pen. Macron è il male, ma non per questo si può scegliere il male minore Le Pen.

Mi pare uno scenario da incubo, che domani potrebbe capitare a noi, immaginate di dover scegliere alla fine tra Renzi e Salvini.

Per fortuna il referendum del 4 dicembre ha affondato la controriforma renziana, compreso il ballottaggio tra le due migliori minoranze. Ma i referendum ove i popoli si pronunciano contro il potere sono insufficienti a cambiarlo, come dimostra non solo ciò che sta avvenendo da noi, ma quello che è successo in Francia. Dove, in un referendum anni fa, contro la costituzione europea si pronunciò la grande maggioranza di un popolo che ora si troverà un presidente indottrinato di fanatico europeismo.

Questo perché l'alternativa antiestablisment rappresentata dalla vecchia estrema destra si sta dimostrando il mezzo migliore per rafforzare il potere dell'establisment. Che, per questo, tale opposizione di comodo favorisce ed alimenta con il suo potere mediatico. Come in Olanda, subito dopo gli exit poll, assisteremo alla celebrazione della sconfitta del pericolo fascista alimentato dal potere, poi il governo adotterà tutte le misure autoritarie chieste dai neofascisti. Decreto Minniti e legge "spara ai ladri" insegnano.

Sono tempi duri per la democrazia, che è esistita finché c'erano sinistre comuniste e socialiste combattive e forti abbastanza per contrastare o condizionare il potere. L'autodissoluzione di questa sinistra in Europa, il suo assorbimento nel potere e nella cultura neoliberale, sono una catastrofe sociale e politica le cui proporzioni ancora ci sono sconosciute. Ci sono segnali di resistenza, come il voto a Mélenchon e la decisione, di gran parte di coloro che quel voto hanno dato, di non scegliere tra due mali al secondo turno. Quello che qui è il quotidiano ufficiale del liberalismo trionfante, La Repubblica, non a caso si è scagliato contro il popolo di sinistra che in Francia, come in Italia, dice basta al voto utile. Utile a che? A distruggere la sinistra, a rendere impossibile una vera alternativa. Sono e saranno tempi duri, si potrà cominciare ad uscirne solo respingendo definitivamente l'ideologia e la pratica del male minore.

Fonte

05/05/2017

Eurostop sul ballottaggio in Francia. Nè con i banchieri, nè con i razzisti

Eurostop sostiene la posizione della sinistra popolare francese che rifiuta di accettare la tagliola del meno peggio nel prossimo ballottaggio tra Macron e Le Pen.

Riteniamo infatti che i due candidati presidenziali siano entrambi il problema e non la soluzione. Per chi intende riaffermare dei seri processi di uguaglianza e progresso sociale in Europa, non è una alternativa quella tra la destra liberista incarnata dal banchiere Macron e la destra reazionaria rappresentata dalla Le Pen. Ritenere che uno dei due possa rappresentare il “meno peggio” è una dolorosa illusione, la stessa che ha logorato e infine liquidato la sinistra in Italia negli anni del berlusconismo.

In Francia come in Italia l’unica posizione coerentemente antifascista non è votare contro le forze di estrema destra ma sconfiggere il blocco reazionario dei banchieri e dei padroni che le alimenta. Esattamente come nelle malattie: combattere i sintomi è importante ma per guarire bisogna combatterne le cause. Oggi l’avanzata di forze di estrema destra è il sintomo, ma la causa risiede nell’azione di quelle forze di centro e di centrosinistra che applicano politiche antipopolari.

L’opzione rappresentata da France Insoumise e da Mèlenchon ha dimostrato che una linea politica di rottura con i diktat dell’Unione Europea può raccogliere ampi consensi nei settori popolari e sottrarli così alla demagogia della destra. Consensi che sul piano politico, incluso quello elettorale delle prossime elezioni francesi a giugno, possono materializzare le forze per spostare in avanti la lotta per un vero cambiamento sociale, non disperdendo la rabbia manifestatasi con le imponenti mobilitazioni popolari contro la Loi de Travail.

Bene faranno i militanti, gli attivisti, i sostenitori di France Insoumise che non accetteranno per il ballottaggio il ricatto del “voto repubblicano” contro il Front National. Gli interessi rappresentati da Macron sono apertamente antagonisti a quelli dei lavoratori, dei disoccupati, del proletariato metropolitano delle banlieue. Quelli della destra sono inaccettabili per chi punta alla ricomposizione di tutti i settori sociali, inclusi i migranti, massacrati dai diktat dell’Unione Europea.

Eurostop si augura che la sinistra popolare aggregatasi intorno a France Insoumise e alla candidatura Mèlenchon tenga duro sulla sua posizione sulla irriformabilità dell’Unione Europea. Sarebbe una indicazione di indipendenza politica enorme e decisiva per riaprire la partita del cambiamento politico e sociale in Europa.

Fonte

03/05/2017

«Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare la Le Pen»

Ha festeggiato il 25 aprile, da convinto antifascista. Eppure l'economista Emiliano Brancaccio, una delle voci più autorevoli nella sinistra italiana, ideatore della proposta di "standard retributivo europeo", se stesse in Francia non voterebbe per Emmanuel Macron: «L’avanzata del Fronte nazionale è una pessima notizia, l’ennesimo segno funesto di un’epoca dominata dall’irrazionalismo politico. Ma...»

Professore, veramente al ballottaggio in Francia non voterebbe Macron per impedire l’affermazione di Marine Le Pen? Dice sul serio?

«Certo, se fossi un elettore francese al ballottaggio non andrei a votare».

Nel giorno del 25 aprile la sua risposta sorprenderà molti lettori. In questi anni lei ha spesso paventato il rischio di nuovi fascismi in Europa, ed è stato tra i più irriducibili oppositori delle destre xenofobe...

«Io festeggio il 25 aprile non semplicemente per celebrare una ricorrenza, ma perché reputo l’ascesa di nuove forme surrettizie di fascismo la minaccia principale di questo tempo. In questi anni ho trovato patetici gli argomenti di quegli intellettuali sedicenti “di sinistra” che hanno lavorato per sdoganare Le Pen in Francia o Salvini in Italia».

Però adesso che un partito di origini fasciste è a un passo dal conquistare l’Eliseo, lei sceglie di non appoggiare il candidato alternativo. Come mai?

«Chi a sinistra invita a votare il “meno peggio” non sembra comprendere che nelle condizioni in cui siamo il “meno peggio” è la causa del “peggio”. Le Pen e i suoi epigoni sono sintomi funesti, ma è Macron la malattia politica dell’Europa. Scegliere uno per contrastare l’altra è un controsenso».

Può spiegarci meglio?

«Macron incarna l’estremo tentativo del capitalismo francese di aumentare la competitività, accrescere i profitti e ridurre i debiti per riequilibrare i rapporti di forza con la Germania e stabilizzare il patto tra i due paesi sul quale si basa l’Unione europea. Al di là degli slogan di facciata, se vincerà le elezioni Macron cercherà di sfruttare il crollo dei socialisti e lo spostamento a destra dell’asse della maggioranza parlamentare per promuovere le riforme che gli imprenditori francesi invocano e che, a loro avviso, Hollande ha portato avanti con troppa timidezza. Per citare un esempio, Macron non ha mai nascosto che uno degli elementi della sua politica presidenziale sarà una nuova legge sul lavoro, ancora più precarizzante della “Loi Travail” di Hollande. La sua svolta graverà dunque in primo luogo sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli. La beffa è che alla fine questa politica alimenterà anche in Francia i meccanismi deflazionistici che hanno distrutto domanda e base produttiva nel resto del Sud Europa. Alla fine Macron non raggiungerà nemmeno il suo obiettivo di fondo, di riequilibrare i rapporti economici con la Germania e stabilizzare il quadro politico europeo. Chi oggi decide di votare Macron sarà ricordato per avere aderito a una politica anti-sociale, che per giunta si rivelerà fallimentare rispetto ai suoi stessi scopi. Non dovremo meravigliarci se poi si apriranno ulteriori praterie di consenso operaio a favore di ipotesi politiche con caratteristiche ancora più marcatamente nazionaliste, e al limite neo-fasciste».

Quindi, secondo lei, austerity e politiche neofasciste rappresentano una spirale che si autoalimenta, come due facce della stessa medaglia. Si potrebbe ribattere che almeno Macron difende i diritti di libertà e le battaglie civili. Lei è sempre stato attento alle istanze dei movimenti di emancipazione civile, e ha sempre contrastato le forze reazionarie che li osteggiano. Non è un motivo sufficiente per votare Macron?

«No, piuttosto è l’equivoco su cui da tempo ci facciamo del male. La storia insegna che diritti sociali e diritti civili arretrano o avanzano insieme. Sostenere un candidato che vuole cedere altri diritti sociali in cambio di presunti avanzamenti sul versante dei diritti civili è un modo ulteriore per lasciare che i movimenti reazionari continuino a fare proseliti tra le fasce sociali più deboli, con effetti a lungo andare negativi per le stesse conquiste in tema di libertà individuali».

Dunque lei è d’accordo con la scelta del candidato della sinistra, Melenchon, di non dare indicazioni di voto per il ballottaggio?

«Avrei alcune cose da obiettare anche a Mélenchon. Ma non questa scelta».

Il Partito comunista francese si è invece affrettato a dare man forte a Macron in vista del ballottaggio. Che ne pensa?

«È il movimento tattico di un partito che tenta di sfruttare il crollo socialista per guadagnare qualche posizione. Mi sembra una mossa di corto respiro, che i comunisti francesi rischiano di pagare cara quando Macron rivelerà il vero volto della sua politica “modernizzatrice”».

Così però lei mette in discussione la tradizione del fronte repubblicano e anti-fascista, che caratterizza da sempre la sinistra francese.
«Mi risulta che i dirigenti della sinistra francese facciano ancora qualche buona lettura. Suggerirei di dare uno sguardo a una lettera dell’economista Piero Sraffa ad Antonio Gramsci, datata 1924, in pieno fascismo. In essa Sraffa evocava la necessità in primo luogo di una “rivoluzione borghese” di stampo anti-fascista, e solo dopo intravedeva qualche possibilità di avvio di una politica operaia. Gramsci, che per altri versi stimava Sraffa, in quella occasione stigmatizzò la presa di posizione dell’amico definendola il retaggio di una formazione intellettuale liberale, cioè normativa e kantiana anziché marxista e dialettica. Ovviamente aveva ragione Gramsci. Tanto più oggi, in condizioni storiche che sono molto meno tragiche di allora, possiamo trarre da quello scambio una lezione fondamentale: tu puoi gettare le basi per la costruzione di una credibile forza politica di sinistra solo se porti avanti una lunga e faticosa opera di elaborazione di un punto di vista autonomo del lavoro rispetto alle forze egemoni in campo. La lotta tra i partiti di “establishment” rappresentativi degli interessi del grande capitale europeo, e le forze piccolo-borghesi di orientamento nazionalista, è destinata a durare ancora a lungo. Il peggio che in questa fase storica possa fare una forza di sinistra è attuare quello che un tempo si definiva “codismo”: ossia portare acqua all’una o all’altra di quelle due opzioni politiche, in un ruolo subalterno destinato a procurare solo danni alla reputazione e alle prospettive future. L’unica chance per dare nuovamente voce alle istanze sociali e del lavoro incuneandosi nello scontro tra gli interessi del grande e del piccolo capitale, è di costruire una chiara alternativa dialettica a entrambe quelle opzioni politiche».

Un’alternativa che non prevede mai accordi, alleanze o convergenze tattiche?

«Mi pare di ricordare che una regola base della “tattica” sia che puoi immaginare un patto contingente con tutti, anche con il diavolo, ma solo se ritieni che potrai uscirne forte. A proposito di 25 aprile, l’adesione dei comunisti ai comitati di liberazione nazionale fu un caso di questo tipo. Ma nell’attuale fase storica è tutto diverso: io vedo solo convergenze auto-distruttive. Invitare a votare Macron è auto-distruttivo».

D’accordo, professore. Ma se poi Le Pen vincesse le elezioni? Lei verrà additato tra i “cattivi maestri” colpevoli del successo fascista, lo sa questo?

«Le forze potenzialmente neo-fasciste possono già vantare un enorme successo: stanno cambiando il modo di pensare dei popoli europei. Nel mio piccolo, mentre altri supposti “maestri” giocano a lusingarla e accarezzarla, io lotto da anni contro una montante cultura retrograda e fascistoide, che si sta facendo strada molto più di quanto le sole dinamiche elettorali indichino. Bisogna comprendere che anche se non vincono le elezioni i partiti nazionalisti e xenofobi stanno già facendo vera e propria egemonia. Schengen crolla, la politica securitaria avanza, il parlamentarismo è sempre più in crisi. I partiti cosiddetti di “establishment” introiettano sempre di più pezzi di programma delle destre estreme: in certi frangenti le agende politiche mi sembrano condizionate persino più da queste forze che dai tecnocrati di Bruxelles. Davvero c’è chi pensa di contrastare questa lunghissima onda nera, che durerà anni, con il liberismo a scoppio ritardato di Macron, con la sua proposta politica avversa alle istanze sociali e del lavoro? E’ un’illusione folle».

Questa volta non tutti saranno d’accordo con lei...

«Me lo immagino. Già vedo due file di opinionisti “di sinistra”, una lunga costituita da quelli che si affretteranno a dichiarare il loro voto per il giovane delfino del più retrivo liberismo finanziario, e una più corta di coloro che non mancheranno di dare sostegno alla signora fascista candidata all’Eliseo. Provo sincera pena per gli uni e per gli altri».

Fonte