Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/10/2020

Assodelivery, un’altra “conquista” della marcia dei quarantamila

Il 16 settembre AssoDelivery, l’associazione delle maggiori piattaforme di food delivery, ha siglato un accordo con UGL* Rider.

L’accordo ha scavalcato e preso in contropiede gli stessi confederali che avevano aperto un tavolo di contrattazione al Ministero del Lavoro con AssoDelivery per la discussione di un contratto collettivo nazionale, come imposto dal Decreto Rider.

La stessa AssoDelivery aveva pubblicamente riconosciuto la legittimità delle richieste sindacali, salvo poi firmare senza alcun preavviso l’accordo con UGL Rider, una sigla partorita da UGL da un giorno all’altro e misteriosamente già in grado di contare su un numero di iscritti tale da poter rivendicare la legittimità a rappresentare la categoria.

L’accordo ha eluso così sia gli effetti del Decreto Rider, che in assenza di un accordo tra le parti sociali entro il 2 novembre avrebbe fatto scattare l’applicazione di una paga minima su base oraria in linea con quella dei lavoratori della logistica, sia una sentenza della Corte di Cassazione che a gennaio aveva stabilito che i rider non devono essere considerati lavoratori autonomi.

Perfino la compatibilità dei sindacati concertativi arrivava a chiedere almeno il riconoscimento della subordinazione e uno schema retributivo misto, con un minimo garantito su base oraria.

Qui, invece, si stabilisce la stipula di contratti di collaborazione a tempo indeterminato, che l’azienda può sciogliere in qualsiasi momento con un preavviso di trenta giorni, e un salario minimo calcolato solo su base oraria, ma legato al tempo effettivo delle singole consegne, quindi di fatto ancora a cottimo.

Ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo che segna uno scatto in avanti della violenza padronale, oltre lo schema classico della concertazione tra Confindustria e i tre sindacati confederali.

I nuovi padroni delle grandi piattaforme digitali, che si muovono proiettati in una dimensione internazionale, hanno la forza di scavalcare le dinamiche e gli equilibri dei singoli paesi e di imporre il proprio modello di ipersfruttamento, che supera i vincoli della subordinazione contrattuale e priva quelli che sono di fatto i suoi dipendenti di qualsiasi tutela, nella totale atomizzazione e inaccessibilità a quei diritti residuali garantiti ancora dai contratti collettivi nazionali.

Deliveroo non ha infatti perso tempo, ricattando direttamente i propri fattorini senza alcuna mediazione sindacale con un messaggio in cui si obbligava a sottoscrivere il nuovo contratto di collaborazione per poter continuare a lavorare.

Davanti a tutto questo, un’istituzione come Confindustria, retaggio di logiche novecentesche ed espressione di una borghesia nazionale stracciona e parassitaria com’è la nostra, risulta uno strumento ormai obsoleto e inadeguato, e dovrà rassegnarsi a un ruolo di secondo piano, al traino di quanto si muove nella competizione internazionale.

Come, di riflesso, viene meno il ruolo storico dei sindacati confederali, che vedono crollare il proprio monopolio sulla rappresentanza. Confederali che infatti vediamo agitarsi in questo ore con velleitarie mobilitazioni con cui cercano maldestramente di rientrare nella partita e non rimanere tagliati fuori dalla spartizione della torta.

Proprio il 14 ottobre di quarant’anni fa la marcia dei presunti quarantamila crumiri della Fiat a Torino segnava in Italia l’inizio della controffensiva padronale nei confronti di tutto il movimento di classe e di tutti gli avanzamenti in termini di diritti e salario che aveva saputo conquistarsi attraverso il ciclo di lotte degli anni Settanta.

Evento già di recente glorificato a mezzo stampa in occasione della morte di Arisio, leader dei quadri Fiat e promotore di quella marcia controrivoluzionaria, che non ci dispiace affatto che quest’anno non possa festeggiare quella data.

Quelli che vediamo oggi sono i risultati di quella sconfitta, della sconfitta di chi ha tradito, aprendo alla stagione della concertazione e della pace sociale, nella convinzione che la risposta ai tempi che stavano cambiando fosse aprire alla collaborazione coi padroni.

Quelle scelte le paghiamo tutte oggi, dall’abolizione dell’articolo 18 fino a quest’ultimo accordo di AssoDelivery.

Padroni e crumiri, il vostro posto è nel bidone della storia.

È nostro compito riscattare quel patrimonio di lotte. Solo così ci conquisteremo un futuro diverso da quello a cui ci stanno condannando.

* L’UGL è un microsindacato di origine fascista – prima si chiamava Cisnal ed era la “cinghia di trasmissione” del Movimento Sociale Italiano (Msi) – poi passato armi e bagagli in quota Lega. Il suo dirigente più noto è stato Claudio Durigon, poi sottosegretario al lavoro nel primo governo Conte.

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10/10/2018

Salvini-Le Pen, l’UGL e la memoria corta della Cgil

C’è grande sconcerto e preoccupazione nel mondo della sinistra per la conferenza stampa Salvini/Le Pen di cui ieri e stamattina stampa e tv hanno dato conto. Sconcerto e preoccupazione soprattutto per l’asse razzista-xenofobo tra Italia e Francia che si preannuncia in vista delle elezioni europee. Se lo sconcerto è scarsamente comprensibile, visto l’andazzo, la preoccupazione sembra essere tardiva e in qualche modo di maniera.

Infatti c’è un particolare dell’incontro che viene a mala pena citato e largamente sottovalutato, ed è il luogo in cui si è tenuta la conferenza stampa congiunta dei due, ossia la sede del sindacato di destra UGL, degno erede della CISNAL, a sua volta erede diretta del sindacato fascista. Fin qui nulla di strano, la UGL prima delle elezioni politiche ha stretto formalmente e ufficialmente un patto con la Lega di Salvini, inaugurando per la prima volta in Italia quel modello inglese che vuole le organizzazioni sindacali in diretta relazione con i partiti di riferimento.

Quello che andrebbe invece ricordato ai nostri della sinistra sconcertata e preoccupata è lo sdoganamento politico e sindacale dell’UGL all’epoca della segreteria Polverini attuato, platealmente e in pompa magna, dall’allora segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani, quando nel maggio del 2010, in apertura del XVI Congresso dell’organizzazione, salutò dal palco “la cara amica Polverini”. A parte il faticare a comprendere come si possa essere “cari amici” di una persona che esprime una visione politica, morale, etica e culturale totalmente opposta alla parte che si rappresenta, il punto è un altro.

Da quel giorno – in verità anche da prima ma da quel giorno con un vigore impensabile – la CGIL si è spesa in prima persona affinché l’UGL fosse convocata a ogni tavolo di trattativa, a ogni consesso sindacale democratico, diventasse interlocutore nel Paese. Tutto ciò in barba a ogni seria verifica di rappresentatività della sigla, in verità assai scarsa allora e quasi nulla oggi, dopo una scissione con strascichi giudiziari e politici di un certo peso, che però tuttora induce cigilcisluil a portarsi appresso a ogni trattativa i fidi sodali dell’UGL. La partecipazione alla trattativa dell’ILVA, dove praticamente l’UGL non esiste, ne è la prova più recente e palese.

Problemi di coscienza politica e democratica della Cgil si potrebbe dire, se non fosse che la stessa confederazione si adopera, e con buona lena, a impedire che la USB sieda ai tavoli di trattativa di secondo livello nella pubblica amministrazione perché ha scelto di non sottoscrivere un brutto contratto.

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30/09/2014

Ugl nel caos, verso lo scioglimento?

Il presunto "quarto sindacato italiano" sta esplodendo. L'organizzazione ex fascista della Cisnal, ora Ugl, paga la sua inutilità assoluta e la disinvoltura con cui i segretari generali hanno sempre gestito i propri personali interessi, politico-sindacalie/finanziari.

Il neo segretario nazionale Geremia Mancini, eletto appena due mesi fa, si è dimesso oggi. Per lui nessuno scandalo - al contrario di quanto avvenuto con Giovanni Centrella, accusato d'aver comprato una casa al figlio con i soldi del sindacato. Sarebbe invece venuto meno "lo spirito unitario"; in pratica la sua direzione non trova riscontro nei livelli più bassi. E quindi ne ha tratto le conseguenze.

E dire che con Renata Polverini l'Ugl era stata fatta uscire dal ghetto dei sindacatini padronali, grazie soprattutto all'opera di Guglielmo Epifani (che cercava - senza guardare troppo per il sottile - una sponda per non trovarsi sempre bloccato dal "separatismo" di Cisl e Uil) e di Giovanni Floris, che l'aveva trasformata in una mezza star di Ballarò, come ospite pressoché fissa. Anche lei era poi inciampata, da presidente della Regione Lazio, in una serie di storie poco commendevoli (titolare di una casa popolare all'Aventino, subaffittata, nonostante possedesse diversi appartamenti). Ma nulla - si fa per dire - a confronto del suo successore, Centrella.

Chiaro che un sindacato così, con pochi iscritti (anche se ne dichiara un paio di milioni, bum!), che aveva un senso politico quando forniva un servizio sindacale "identitario" per dipendenti fascisti (non solo nel pubblico impiego; anche in diverse fabbriche dove venivano assunti per lavori spesso "sporchi" nei confronti dei delegati e operai veri), oggi manca di qualsiasi significato. Quel che fa l'Ugl lo fanno già Cisl e Uil, in prima battuta; e anche la Cgil, in buona parte, non è che sia ormai molto diversa da un sindacato "di servizio", un mega-patronato che firma qualsiasi accordo.

Giovanni Centrella, appena due mesi fa, si era dimesso perché indagato dalla procura di Roma con l'accusa di appropriazione indebita di fondi del sindacato; 250 mila euro usati fra l'altro per comprare una casa al figlio.

Il povero Mancini, un abruzzese abbastanza fuori dai giochi, vecchia guardia Cisnal, sembrava una soluzione transitoria per ricostruire una qualche credibilità. Ma non c'è più tempo né spazio per questo tipo di organizzazioni.

Domani si riunirà la segreteria confederale Ugl per fissare la data del Consiglio nazionale che dovrà scegliere il nuovo segretario. Ma, in tempi di Jobs Act, anche un solo sindacato "complice" sarebbe di troppo; figuriamoci il quarto... Scioglietevi e cambiate mestiere. O meglio: andate a lavorare...

Vedi anche.

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15/04/2014

Perquisita l'Ugl per "appropriazione indebita"

Ricordate la sigla Ugl? Era - forse è ancora - il "sindacato" di destra, filiazione diretta della Cisnal fascista del dopoguerra e fino alla "svolta di Fiuggi". Ebbe un attimo di notorietà con la nomina a segretario generale di "una donna", al secolo Renata Polverini. Che venne perciò invitata come ospite fissa a Ballarò e cento altri talk show deputati a costruirne l'immagine pubblica e far dimenticare l'origine impresentabile di questa sigla.

Poi Polverini divenne governatore della Regione Lazio, costretta a dimettersi anzitempo per una lunghissima serie di malversazioni commesse dal personale politico che si era portata dietro (la destra romana è avida, è sembrato di capire). E il posto di segretario fu affidato al molto più anonimo Giovanni Centrella. Anche la sigla seguì - mediaticamente e nei luoghi di lavoro - la stessa sorte.

Ora una notizia davvero chiara: la Guardia di Finanza sta eseguendo a Roma perquisizioni nella sede nazionale del sindacato Ugl. Le perquisizioni delle Fiamme gialle riguardano soprattutto gli uffici del segretario generale, Giovanni Centrella, e della coordinatrice della segreteria generale, Laura De Rosa.

Le perquisizioni nella sede del sindacato Ugl sono state disposte dalla Procura di Roma nell'ambito di una inchiesta per appropriazione indebita. Militari del nucleo speciale Polizia valutaria della Guardia di Finanza stanno anche perquisendo le abitazioni private di Giovanni Centrella e di Laura De Rosa.

Oh yeah...

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Il sindacato è un'altra cosa.