Il 16 settembre AssoDelivery, l’associazione delle maggiori piattaforme di food delivery, ha siglato un accordo con UGL* Rider.
L’accordo ha scavalcato e preso in contropiede gli stessi confederali che avevano aperto un tavolo di contrattazione al Ministero del Lavoro con AssoDelivery per la discussione di un contratto collettivo nazionale, come imposto dal Decreto Rider.
La stessa AssoDelivery aveva pubblicamente riconosciuto la legittimità delle richieste sindacali, salvo poi firmare senza alcun preavviso l’accordo con UGL Rider, una sigla partorita da UGL da un giorno all’altro e misteriosamente già in grado di contare su un numero di iscritti tale da poter rivendicare la legittimità a rappresentare la categoria.
L’accordo ha eluso così sia gli effetti del Decreto Rider, che in assenza di un accordo tra le parti sociali entro il 2 novembre avrebbe fatto scattare l’applicazione di una paga minima su base oraria in linea con quella dei lavoratori della logistica, sia una sentenza della Corte di Cassazione che a gennaio aveva stabilito che i rider non devono essere considerati lavoratori autonomi.
Perfino la compatibilità dei sindacati concertativi arrivava a chiedere almeno il riconoscimento della subordinazione e uno schema retributivo misto, con un minimo garantito su base oraria.
Qui, invece, si stabilisce la stipula di contratti di collaborazione a tempo indeterminato, che l’azienda può sciogliere in qualsiasi momento con un preavviso di trenta giorni, e un salario minimo calcolato solo su base oraria, ma legato al tempo effettivo delle singole consegne, quindi di fatto ancora a cottimo.
Ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo che segna uno scatto in avanti della violenza padronale, oltre lo schema classico della concertazione tra Confindustria e i tre sindacati confederali.
I nuovi padroni delle grandi piattaforme digitali, che si muovono proiettati in una dimensione internazionale, hanno la forza di scavalcare le dinamiche e gli equilibri dei singoli paesi e di imporre il proprio modello di ipersfruttamento, che supera i vincoli della subordinazione contrattuale e priva quelli che sono di fatto i suoi dipendenti di qualsiasi tutela, nella totale atomizzazione e inaccessibilità a quei diritti residuali garantiti ancora dai contratti collettivi nazionali.
Deliveroo non ha infatti perso tempo, ricattando direttamente i propri fattorini senza alcuna mediazione sindacale con un messaggio in cui si obbligava a sottoscrivere il nuovo contratto di collaborazione per poter continuare a lavorare.
Davanti a tutto questo, un’istituzione come Confindustria, retaggio di logiche novecentesche ed espressione di una borghesia nazionale stracciona e parassitaria com’è la nostra, risulta uno strumento ormai obsoleto e inadeguato, e dovrà rassegnarsi a un ruolo di secondo piano, al traino di quanto si muove nella competizione internazionale.
Come, di riflesso, viene meno il ruolo storico dei sindacati confederali, che vedono crollare il proprio monopolio sulla rappresentanza. Confederali che infatti vediamo agitarsi in questo ore con velleitarie mobilitazioni con cui cercano maldestramente di rientrare nella partita e non rimanere tagliati fuori dalla spartizione della torta.
Proprio il 14 ottobre di quarant’anni fa la marcia dei presunti quarantamila crumiri della Fiat a Torino segnava in Italia l’inizio della controffensiva padronale nei confronti di tutto il movimento di classe e di tutti gli avanzamenti in termini di diritti e salario che aveva saputo conquistarsi attraverso il ciclo di lotte degli anni Settanta.
Evento già di recente glorificato a mezzo stampa in occasione della morte di Arisio, leader dei quadri Fiat e promotore di quella marcia controrivoluzionaria, che non ci dispiace affatto che quest’anno non possa festeggiare quella data.
Quelli che vediamo oggi sono i risultati di quella sconfitta, della sconfitta di chi ha tradito, aprendo alla stagione della concertazione e della pace sociale, nella convinzione che la risposta ai tempi che stavano cambiando fosse aprire alla collaborazione coi padroni.
Quelle scelte le paghiamo tutte oggi, dall’abolizione dell’articolo 18 fino a quest’ultimo accordo di AssoDelivery.
Padroni e crumiri, il vostro posto è nel bidone della storia.
È nostro compito riscattare quel patrimonio di lotte. Solo così ci conquisteremo un futuro diverso da quello a cui ci stanno condannando.
* L’UGL è un microsindacato di origine fascista – prima si chiamava Cisnal ed era la “cinghia di trasmissione” del Movimento Sociale Italiano (Msi) – poi passato armi e bagagli in quota Lega. Il suo dirigente più noto è stato Claudio Durigon, poi sottosegretario al lavoro nel primo governo Conte.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2020
Mirafiori, settembre 1980 - Il ricordo di Cremaschi
Tra le poche voci non encomistiche raccolte dai giornali in seguito allamorte di Cesare Romiti, ci sembra giusto segnalare questa intervista a Giorgio Cremaschi.
*****
Giorgio Cremaschi, già presidente del Comitato centrale della Fiom, e attualmente portavoce di Potere al Popolo non accetta la narrazione elogiativa di Cesare Romiti. Quaranta anni fa fu direttamente partecipe del più duro conflitto del sindacato dei metalmeccanici alla Fiat di Mirafiori: la fabbrica e gli altri stabilimenti furono bloccati per 35 giorni.
La Fiat non mollò ed il sindacato andò incontro ad una sconfitta “storica”: non seppe fronteggiare la “marcia di crumiri organizzata dal padrone” ci racconta Cremaschi. Molti lavoratori si suicidarono.
Lei su twitter ha scritto: ‘Riposi in pace Cesare Romiti. Ma se nell’ottobre 1980 avessimo vinto noi e non lui e Agnelli oggi l’Italia sarebbe un paese migliore‘. Vogliamo ampliare il discorso?
Insieme a Romiti voglio ricordare le centinaia di lavoratori che purtroppo si sono suicidati durante gli anni ’80 per le discriminazioni e la cassa integrazione. La nostra sconfitta e la vittoria di Romiti hanno rappresentato il punto di svolta affinché l’Italia divenisse quella che è oggi: un Paese liberista dove vige il dominio totale del mercato e delle imprese, dove il lavoratore è continuamente schiacciato in nome del profitto.
Il successo di Romiti è stato un passaggio di restaurazione come quello della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Usa.
Vogliamo ricordare meglio cosa accadde nel 1980 e dopo?
Lo scontro vero era sul potere: la Fiat scelse di fare lo scontro per avere il controllo totale della forza lavoro e per distruggere le libertà che avevano i lavoratori. Lo scontro sindacale di merito era sulla cassa integrazione.
Noi non negavamo la necessità della cassa integrazione, ma volevamo che non fosse l’anticamera del licenziamento. Noi volevamo quella a rotazione, suddivisa tra tutti i lavoratori. La Fiat invece fece una lista di proscrizione di 23 mila persone, che voleva discriminare o perché non sufficientemente produttivi o perché sufficientemente sindacalizzati, che furono messe in cassa integrazione a zero ore.
Noi perdemmo la lotta e molti di questi rimasero per sempre in cassa integrazione: tra di loro tanti, non vivendo con gioia la cassa integrazione, a differenza di quello che si può pensare, si suicidarono per disperazione ed emarginazione.
In una intervista del 2010 a Repubblica Romiti disse: ‘l’esito di quella vicenda fu quello di riportare i sindacati di allora a una situazione di normalità, superando le infiltrazioni terroristiche che stavano nella loro base. Al tempo stesso la conclusione di quella vicenda consentì all’azienda di riprendere il suo cammino evitando il fallimento. Ma fu una vittoria che non venne per una mia volontà di umiliare il sindacato, ma venne perché i capi del sindacato non ebbero la forza di mettere nell’angolo le forze estremiste che avevano al loro interno‘. Cosa contesta di questa ricostruzione?
Praticamente tutto: è una ricostruzione ex-post, è la favola del vincitore. Il terrorismo era un fenomeno italiano su cui occorre ancora riflettere ma non c’entra nulla con lo scontro alla Fiat: Romiti voleva ripristinare il potere, il comando dell’azienda sui lavoratori, lo stesso che c’è oggi. Certo poi ci sono voluti 40 anni per arrivare allo schiavismo odierno ma tutto parte da lì.
In realtà c’è un elemento di verità nella ricostruzione di Romiti: lui non è mai stato un uomo di destra. Era un uomo del potere delle élite di centrosinistra. La svolta liberista sia nei gruppi dirigenti dei sindacati sia in quelli della sinistra ha avuto in lui un suo artefice.
Prodi, D’Alema e compagnia sono discepoli e non nemici di Romiti. Negli Usa e in Gran Bretagna fu la destra classica a fare la restaurazione liberista, da noi invece nacque anche all’interno di una parte della sinistra, quella che veniva chiamata riformista o migliorista.
La marcia dei quarantamila riuscì poi a fratturare l’unità tra i salariati del ceto medio e quelli della catena di montaggio.
La marcia dei 40mila fu in realtà una marcia dei 10mila: si è trattato di una delle prime grandi operazioni mediatiche di amplificazione di un processo. Furono precettate dalla Fiat da tutta Italia, organizzate politicamente.
Io ero nella Fiom di Brescia e sapevamo che avevano organizzato i pullman di tutti i capo reparto e dei responsabili e dipendenti delle concessionarie. Fu una marcia di crumiri organizzata dal padrone che fu presentata come un grande evento.
Lì si misurò l’incapacità del gruppo dirigente del sindacato di allora di reggere il confronto. Infatti finì in un dramma anche perché l’accordo fu respinto dalla grande maggioranza dei lavoratori Fiat e si aprì una di quelle grandi fratture che Romiti voleva, e non tra area estremista e vertici moderati, ma tra alto e basso, tra la base e i vertici.
Con quella sconfitta si perse una idea di democrazia che era quella della democrazia partecipata e non si è più ricostituita.
Che epigramma scriverebbe per Romiti?
Credeva nella lotta di classe più dei vertici di coloro che stavano dalla parte opposta alla sua.
Fonte
19/12/2018
Gls. Il caporale chiama la camorra per “mazzuolare” i facchini Usb
Ecco le prove dell’uso violento dei caporali contro i facchini di Usb in lotta.
Intercettato il presidente della società che lavora nella Gls di Piacenza mentre richiede ad un camorrista l’invio di due pullman: uno di crumiri, l’altro di persone che devono “mazzuolare” gli scioperanti.
Il presidente è finito in galera, chi sarà il prossimo? noi ne abbiamo un’idea.
#schiavimai.
E ci sembra importante la precisazione, “a futura memoria”, del compagno dell’Usb Roberto Montanari, che lavora con i facchini della logistica a Piacenza. Per la cronaca, è già stato minacciato più volte...
Così, tanto perché si sappia
Siamo 4 amici, 4 fratelli, 4 compagni Riadh, Issa, Fisal ed io, la maggior parte delle 24 ore le passiamo assieme, ci guardiamo l’un l’altro, abbiamo imparato a conoscerci bene e quindi possiamo dire senza tema di smentita che:
1) non soffriamo di crisi depressive,
2) non facciamo uso di sostanze psicotrope né abuso di quelle alcoliche,
3) i nostri automezzi sono ben manutenuti, i freni funzionano e i pneumatici non sono lisci,
4) abbiamo uno stile di vita sobrio senza eccessi di alcun tipo,
5) godiamo di buona salute (qualche acciacco documentato, nulla di più),
6) ieri hanno arrestato per concorso esterno in associazione criminale (camorra) un presidente di una delle solite società o cooperative farlocche che operano nella logistica. È il terzo in sei mesi che finisce dentro. È il terzo che gestisce magazzini in cui il sindacato ha sviluppato lotte contro il caporalato.
Così, tanto perché si sappia che ci guardiamo da incidenti e accidenti e che vorremmo continuare a lottare contro le mafie, il caporalato i servi e gli idioti di cui si servono.
P. S. non siamo in realtà 4 fratelli, siamo decine e decine di migliaia, siamo una comunità che si chiama USB.
Fonte
Intercettato il presidente della società che lavora nella Gls di Piacenza mentre richiede ad un camorrista l’invio di due pullman: uno di crumiri, l’altro di persone che devono “mazzuolare” gli scioperanti.
Il presidente è finito in galera, chi sarà il prossimo? noi ne abbiamo un’idea.
#schiavimai.
E ci sembra importante la precisazione, “a futura memoria”, del compagno dell’Usb Roberto Montanari, che lavora con i facchini della logistica a Piacenza. Per la cronaca, è già stato minacciato più volte...
Così, tanto perché si sappia
Siamo 4 amici, 4 fratelli, 4 compagni Riadh, Issa, Fisal ed io, la maggior parte delle 24 ore le passiamo assieme, ci guardiamo l’un l’altro, abbiamo imparato a conoscerci bene e quindi possiamo dire senza tema di smentita che:
1) non soffriamo di crisi depressive,
2) non facciamo uso di sostanze psicotrope né abuso di quelle alcoliche,
3) i nostri automezzi sono ben manutenuti, i freni funzionano e i pneumatici non sono lisci,
4) abbiamo uno stile di vita sobrio senza eccessi di alcun tipo,
5) godiamo di buona salute (qualche acciacco documentato, nulla di più),
6) ieri hanno arrestato per concorso esterno in associazione criminale (camorra) un presidente di una delle solite società o cooperative farlocche che operano nella logistica. È il terzo in sei mesi che finisce dentro. È il terzo che gestisce magazzini in cui il sindacato ha sviluppato lotte contro il caporalato.
Così, tanto perché si sappia che ci guardiamo da incidenti e accidenti e che vorremmo continuare a lottare contro le mafie, il caporalato i servi e gli idioti di cui si servono.
P. S. non siamo in realtà 4 fratelli, siamo decine e decine di migliaia, siamo una comunità che si chiama USB.
Fonte
04/08/2017
Giù le mani dal trasporto pubblico. Radicali e Pd fanno il lavoro sporco
Politicanti di mestiere e media al loro servizio stanno dando il peggio di se stessi; da mesi il linciaggio mediatico ai danni dei lavoratori autoferrotranvieri è puntuale e quotidiano. A fronte di manager e politici che hanno sperperato denaro pubblico la sintesi è che i lavoratori sono talmente assenteisti che le aziende vanno a rotoli, inoltre lavorano poco e scioperano troppo.
Non interessa, e dovrebbe, se i turni di guida sono quelli contrattuali, se le assenze sono pienamente legittime, se un lavoratore/trice è in maternità, se fruisce della legge 104 o di permessi parentali in conformità alla legge. Si vuole sostenere che comunque l’assenza è “assenteismo” ed è sempre un abuso, in barba a tutte le leggi che tutelano la famiglia e nonostante aziende e istituzioni abbiano tutti gli strumenti di controllo contro i veri furbi.
Un attacco ciclico, questa volta più aggressivo che mai, con il chiaro interesse di confezionare l’immagine di migliaia di lavoratori fannulloni per i quali l’unica soluzione è impedire gli scioperi e vendere le aziende pubbliche ai privati che, con pugno duro, li faranno lavorare di più e guadagnare di meno, rimettendo ordine nel servizio pubblico. Ma si potrà ancora chiamare servizio pubblico?
Tutto inizia con la criminalizzazione dell’esercizio del diritto di sciopero. Seguono poi i radicali romani che promuovono un referendum per privatizzare ATAC. Gli fa eco il PD che scende in piazza per la privatizzazione e, infine, il colpo duro lo assesta, tra gli applausi dei media teleguidati, il ministro Delrio sostenendo che non ci saranno più finanziamenti per la società di trasporto pubblico ATAC di Roma.
Peccato che nessuno di questi signori si sia mai sognato di intervenire su quanto sta accadendo nelle società private del Trasporto Pubblico Locale nel paese Italia; a Roma nelle aziende private come in Basilicata nelle autolinee Nolé, del consorzio “Co.Tr.A.B.” per le quali tanto esercire il servizio quanto pagare gli stipendi rappresenta un optional; in Liguria dove i lavoratori per recuperare parte dello stipendio sottratto hanno dovuto incrociare le braccia per 5 giorni consecutivi; in Umbria dove l’arrivo di BUS ITALIA (FS) ha determinato l’applicazione del nuovo contratto mandando all’aria tutte le buste paga, tanto ora decideranno loro quale sarà il nuovo stipendio dei lavoratori; così in Toscana dove, sempre la società BUS ITALIA, si è presentata con il suo biglietto da visita revocando l’intera contrattazione di secondo livello; in Campania dove in ANM, per far largo al privato, si mettono in discussione i livelli occupazionali e la sicurezza del servizio. E l’elenco potrebbe essere infinitamente più lungo. Insomma, l’importante per loro è che l’opinione pubblica si convinca che l’unica soluzione è il privato, anche se ovunque si sia intrapresa la strada della privatizzazione il servizio si sia dimostrato un disastro totale.
È per contrastare queste logiche che l’Unione Sindacale di Base ha scioperato il 20 luglio a Roma come a Napoli, dove i lavoratori di due delle più grandi aziende del paese, ATAC e ANM, sono fortemente sotto attacco. Uno sciopero che i lavoratori hanno condiviso nonostante l’ulteriore aggressione mediatica, nonostante il Prefetto di Roma abbia imposto la riduzione a 4 ore dello sciopero indetto per la stessa giornata da OR.S.A. tpl, nonostante la forte campagna di crumiraggio che a Napoli come a Roma altre sigle sindacali hanno scelto di operare. Compresa l’originale scelta della giunta capitolina di assoldare un tranviere in pensione che, pur rappresentando solo se stesso, si è improvvisato specialista in crumiraggio divulgando l’invito scritto a non scioperare in difesa dell’immagine della giunta; una giunta che sta servendo su di un piatto d’argento chilometri di Trasporto Pubblico Locale ai privati pur lanciando slogan che sostengono il contrario.
Un’azione di basso livello, quella del crumiraggio, visto anche il momento di particolare aggressione al diritto dell’esercizio di sciopero... ma anche ciò sta a determinare con chiarezza le parti in campo, il livello culturale e politico con cui si porta avanti un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori.
Dentro questo enorme teatro fatto di interessi politici ed economici, di arrivismo e protagonismo si gioca il futuro di decine di migliaia di lavoratori del settore e tutto ciò senza che arrivi una proposta seria e credibile che ragioni su un piano di mobilità nazionale, sul servizio reale di cui il paese ha bisogno, sulle risorse vere da destinare. Usb continuerà a battersi in difesa dei lavoratori e dei loro diritti e a combattere ogni tentativo di regalare ai privati il servizio pubblico.
Fonte
Non interessa, e dovrebbe, se i turni di guida sono quelli contrattuali, se le assenze sono pienamente legittime, se un lavoratore/trice è in maternità, se fruisce della legge 104 o di permessi parentali in conformità alla legge. Si vuole sostenere che comunque l’assenza è “assenteismo” ed è sempre un abuso, in barba a tutte le leggi che tutelano la famiglia e nonostante aziende e istituzioni abbiano tutti gli strumenti di controllo contro i veri furbi.
Un attacco ciclico, questa volta più aggressivo che mai, con il chiaro interesse di confezionare l’immagine di migliaia di lavoratori fannulloni per i quali l’unica soluzione è impedire gli scioperi e vendere le aziende pubbliche ai privati che, con pugno duro, li faranno lavorare di più e guadagnare di meno, rimettendo ordine nel servizio pubblico. Ma si potrà ancora chiamare servizio pubblico?
Tutto inizia con la criminalizzazione dell’esercizio del diritto di sciopero. Seguono poi i radicali romani che promuovono un referendum per privatizzare ATAC. Gli fa eco il PD che scende in piazza per la privatizzazione e, infine, il colpo duro lo assesta, tra gli applausi dei media teleguidati, il ministro Delrio sostenendo che non ci saranno più finanziamenti per la società di trasporto pubblico ATAC di Roma.
Peccato che nessuno di questi signori si sia mai sognato di intervenire su quanto sta accadendo nelle società private del Trasporto Pubblico Locale nel paese Italia; a Roma nelle aziende private come in Basilicata nelle autolinee Nolé, del consorzio “Co.Tr.A.B.” per le quali tanto esercire il servizio quanto pagare gli stipendi rappresenta un optional; in Liguria dove i lavoratori per recuperare parte dello stipendio sottratto hanno dovuto incrociare le braccia per 5 giorni consecutivi; in Umbria dove l’arrivo di BUS ITALIA (FS) ha determinato l’applicazione del nuovo contratto mandando all’aria tutte le buste paga, tanto ora decideranno loro quale sarà il nuovo stipendio dei lavoratori; così in Toscana dove, sempre la società BUS ITALIA, si è presentata con il suo biglietto da visita revocando l’intera contrattazione di secondo livello; in Campania dove in ANM, per far largo al privato, si mettono in discussione i livelli occupazionali e la sicurezza del servizio. E l’elenco potrebbe essere infinitamente più lungo. Insomma, l’importante per loro è che l’opinione pubblica si convinca che l’unica soluzione è il privato, anche se ovunque si sia intrapresa la strada della privatizzazione il servizio si sia dimostrato un disastro totale.
È per contrastare queste logiche che l’Unione Sindacale di Base ha scioperato il 20 luglio a Roma come a Napoli, dove i lavoratori di due delle più grandi aziende del paese, ATAC e ANM, sono fortemente sotto attacco. Uno sciopero che i lavoratori hanno condiviso nonostante l’ulteriore aggressione mediatica, nonostante il Prefetto di Roma abbia imposto la riduzione a 4 ore dello sciopero indetto per la stessa giornata da OR.S.A. tpl, nonostante la forte campagna di crumiraggio che a Napoli come a Roma altre sigle sindacali hanno scelto di operare. Compresa l’originale scelta della giunta capitolina di assoldare un tranviere in pensione che, pur rappresentando solo se stesso, si è improvvisato specialista in crumiraggio divulgando l’invito scritto a non scioperare in difesa dell’immagine della giunta; una giunta che sta servendo su di un piatto d’argento chilometri di Trasporto Pubblico Locale ai privati pur lanciando slogan che sostengono il contrario.
Un’azione di basso livello, quella del crumiraggio, visto anche il momento di particolare aggressione al diritto dell’esercizio di sciopero... ma anche ciò sta a determinare con chiarezza le parti in campo, il livello culturale e politico con cui si porta avanti un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori.
Dentro questo enorme teatro fatto di interessi politici ed economici, di arrivismo e protagonismo si gioca il futuro di decine di migliaia di lavoratori del settore e tutto ciò senza che arrivi una proposta seria e credibile che ragioni su un piano di mobilità nazionale, sul servizio reale di cui il paese ha bisogno, sulle risorse vere da destinare. Usb continuerà a battersi in difesa dei lavoratori e dei loro diritti e a combattere ogni tentativo di regalare ai privati il servizio pubblico.
Fonte
29/12/2016
Krumiri col voucher, il drammatico balzo all’indietro
La notizia è questa, riportata fra le brevi dai cosiddetti “grandi giornali”, ma che va riportata invece con assoluto rilievo:
“Caso tutto particolare di uso dei voucher è avvenuto invece nei giorni scorsi a Modena. Qui la catena Flunch GrandEmilia ha deciso di chiudere il punto vendita modenese licenziando 34 persone. Durante uno sciopero a sorpresa giovedì scorso i dipendenti che hanno protestato sono stati sostituiti, denunciano Cgil, Cisl e Uil, con lavoratori pagati a voucher. "Stiamo verificando se ci sono gli estremi per una denuncia", avvertono i sindacati. Ma la protesta ha avuto anche un seguito sgradevole. "Il giorno dopo i lavoratori che hanno scioperato hanno trovato cartelli con minacce e offese attaccate ai marcatempo – raccontano le tre sigle – Con frasi chiaramente intimidatorie".”
Quando si parla e si scrive di “ritorno all’indietro” nel mondo del lavoro e nel campo dei diritti dei lavoratori non ci si muove per sentito dire o per un pessimismo da “gufi”.
Questa notizia, che viene da Modena cuore di quella che fu l’Emilia Rossa (“Ceti medi ed Emilia Rossa: una delle più acute analisi togliattiane), una regione dove – attraverso le Coop – ancora oggi il PD trae il massimo sostentamento economico e in termini di influenza politica e voti, rappresenta la testimonianza tangibile e concreta, vissuta sulla pelle dalle lavoratrici e dai lavoratori nel disprezzo dei loro diritti e della loro dignità.
Sembra di ripiombare in pieno ‘800, quando ai primi scioperi i padroni delle ferriere chiamavano i crumiri per sostituire gli scioperanti: crumiri che erano reclutati tra i disoccupati e portati in blocco sul luogo dello sciopero.
Il classico meccanismo dell’esercito di riserva che si punta sempre a rinnovare nella logica dello sfruttamento indiscriminato.
Stiamo tornando a quel punto, con la differenza che al tempo le organizzazione operaie si stavano costruendo, oggi invece si stanno pericolosamente sfaldando sia sul piano sindacale sia su quello politico.
L’esempio di Modena è lampante: CGIL,CISL, UIL si prendono il tempo di “valutare la possibilità di una denuncia” invece di proclamare subito lo sciopero generale almeno per tutta la Provincia.
Fonte
“Caso tutto particolare di uso dei voucher è avvenuto invece nei giorni scorsi a Modena. Qui la catena Flunch GrandEmilia ha deciso di chiudere il punto vendita modenese licenziando 34 persone. Durante uno sciopero a sorpresa giovedì scorso i dipendenti che hanno protestato sono stati sostituiti, denunciano Cgil, Cisl e Uil, con lavoratori pagati a voucher. "Stiamo verificando se ci sono gli estremi per una denuncia", avvertono i sindacati. Ma la protesta ha avuto anche un seguito sgradevole. "Il giorno dopo i lavoratori che hanno scioperato hanno trovato cartelli con minacce e offese attaccate ai marcatempo – raccontano le tre sigle – Con frasi chiaramente intimidatorie".”
Quando si parla e si scrive di “ritorno all’indietro” nel mondo del lavoro e nel campo dei diritti dei lavoratori non ci si muove per sentito dire o per un pessimismo da “gufi”.
Questa notizia, che viene da Modena cuore di quella che fu l’Emilia Rossa (“Ceti medi ed Emilia Rossa: una delle più acute analisi togliattiane), una regione dove – attraverso le Coop – ancora oggi il PD trae il massimo sostentamento economico e in termini di influenza politica e voti, rappresenta la testimonianza tangibile e concreta, vissuta sulla pelle dalle lavoratrici e dai lavoratori nel disprezzo dei loro diritti e della loro dignità.
Sembra di ripiombare in pieno ‘800, quando ai primi scioperi i padroni delle ferriere chiamavano i crumiri per sostituire gli scioperanti: crumiri che erano reclutati tra i disoccupati e portati in blocco sul luogo dello sciopero.
Il classico meccanismo dell’esercito di riserva che si punta sempre a rinnovare nella logica dello sfruttamento indiscriminato.
Stiamo tornando a quel punto, con la differenza che al tempo le organizzazione operaie si stavano costruendo, oggi invece si stanno pericolosamente sfaldando sia sul piano sindacale sia su quello politico.
L’esempio di Modena è lampante: CGIL,CISL, UIL si prendono il tempo di “valutare la possibilità di una denuncia” invece di proclamare subito lo sciopero generale almeno per tutta la Provincia.
Fonte
03/04/2016
Matteo Renzi, il presidente più servo dei padroni della storia della Repubblica
In difficoltà per gli affari petroliferi il presidente del consiglio si appella ai suoi sostenitori e protettori, i grandi padroni e la grande finanza, e con suo solito modo servile e livido, da crumiro impenitente, esalta Marchionne e offende chi gli si oppone. Per Renzi il capo di FCA, la Fiat non esiste più, ha fatto per il lavoro più dei sindacati che lo hanno contrastato.
Lo dica ai cinque operai licenziati a Nola perché protestavano per il suicidio di una donna messa da anni in cassa integrazione.
Lo dica ai migliaia di dipendenti Fiat che tuttora son in cassa e non lavorano.
Lo dica ai lavoratori di Termini Imerese, a quelli della CNH di Imola, a quelli della Irisbus di Avellino a cui Marchionne ha semplicemente chiuso la fabbrica.
Lo dica a quelli che lavorano con turni massacranti e straordinario obbligatorio, sì nelle fabbriche di Marchionne si fa straordinario mentre migliaia di operai stanno in cassa.
Lo dica a quegli operai che parlano delle loro condizioni di lavoro solo se si garantisce l’incognito, perché nella moderna FCA vige il più antico e feroce autoritarismo e ogni offesa alla libertà e alla dignità della persona è giustificata in nome della competitività.
E se non vuol dire nulla agli operai, perché in fondo ne ha paura e li odia, dica qualcosa a quei tecnici che lamentano la crisi dei progetti e dei programmi.
Sì, la FCA ex Fiat non ha in Italia alcun vero programma per il futuro, se non quello di essere un decentramento degli stabilimenti USA, dove si è trasferito il comando vero del gruppo. E se non vuole parlare neppure di questo, chieda almeno al suo ministro del Tesoro qualche spiegazione sul fatto che la sede fiscale dell’azienda di quello che lui chiama benefattore si è trasferita a Londra per pagare meno tasse.
Ma a Renzi di tutto questo non importa, lui verso Marchionne, così come verso tutti i poteri forti e le multinazionali che lo hanno messo lì dove sta, può solo essere riconoscente. Al massimo può sperare che qualche auto americana della FCA si chiami Leopolda.
Renzi è il presidente del consiglio ma parla come un caporale che guida l’auto contro un picchetto di sciopero.
Renzi è il presidente del consiglio più servo dei grandi padroni e dei loro interessi di tutta la storia della Repubblica.
Renzi è lì solo per distruggere ciò che resta della repubblica fondata sul lavoro. E lo fa con sfacciataggine, ignoranza, arroganza.
Renzi rappresenta al meglio il degrado del paese, quando ce ne liberemo sarà sempre troppo tardi.
Fonte
Lo dica ai cinque operai licenziati a Nola perché protestavano per il suicidio di una donna messa da anni in cassa integrazione.
Lo dica ai migliaia di dipendenti Fiat che tuttora son in cassa e non lavorano.
Lo dica ai lavoratori di Termini Imerese, a quelli della CNH di Imola, a quelli della Irisbus di Avellino a cui Marchionne ha semplicemente chiuso la fabbrica.
Lo dica a quelli che lavorano con turni massacranti e straordinario obbligatorio, sì nelle fabbriche di Marchionne si fa straordinario mentre migliaia di operai stanno in cassa.
Lo dica a quegli operai che parlano delle loro condizioni di lavoro solo se si garantisce l’incognito, perché nella moderna FCA vige il più antico e feroce autoritarismo e ogni offesa alla libertà e alla dignità della persona è giustificata in nome della competitività.
E se non vuol dire nulla agli operai, perché in fondo ne ha paura e li odia, dica qualcosa a quei tecnici che lamentano la crisi dei progetti e dei programmi.
Sì, la FCA ex Fiat non ha in Italia alcun vero programma per il futuro, se non quello di essere un decentramento degli stabilimenti USA, dove si è trasferito il comando vero del gruppo. E se non vuole parlare neppure di questo, chieda almeno al suo ministro del Tesoro qualche spiegazione sul fatto che la sede fiscale dell’azienda di quello che lui chiama benefattore si è trasferita a Londra per pagare meno tasse.
Ma a Renzi di tutto questo non importa, lui verso Marchionne, così come verso tutti i poteri forti e le multinazionali che lo hanno messo lì dove sta, può solo essere riconoscente. Al massimo può sperare che qualche auto americana della FCA si chiami Leopolda.
Renzi è il presidente del consiglio ma parla come un caporale che guida l’auto contro un picchetto di sciopero.
Renzi è il presidente del consiglio più servo dei grandi padroni e dei loro interessi di tutta la storia della Repubblica.
Renzi è lì solo per distruggere ciò che resta della repubblica fondata sul lavoro. E lo fa con sfacciataggine, ignoranza, arroganza.
Renzi rappresenta al meglio il degrado del paese, quando ce ne liberemo sarà sempre troppo tardi.
Fonte
17/07/2015
Londra: vietato scioperare, legalizzati i crumiri
Contemporaneamente ad un attacco a ciò che rimane del welfare state – o dello Stato Sociale, per dirla con termini nostrani – il governo di destra e liberista britannico è impegnato anche a demolire il diritto di sciopero. Nei giorni scorsi il premier ‘conservatore’ ha presentato un disegno di legge che contiene la più pesante limitazione ai diritti dei lavoratori e all’agibilità dei sindacati degli ultimi trent’anni.
La controriforma prevede pene più severe per chi partecipa alle manifestazioni dichiarate illegali da parte delle autorità e permetterà alle aziende di assumere personale temporaneo in caso di sciopero, di fatto legalizzando il ricorso ai ‘crumiri’ e rendendo impossibile per i lavoratori che intendono difendere i propri diritti bloccare o almeno rallentare la produzione. Nick Boles, ministro dell’industria e dell’innovazione del Partito Conservatore, ha naturalmente difeso la proposta di legge parlando alla rete pubblica BBC, anch’essa sotto pesante attacco da parte del governo che vuole il taglio di almeno un migliaio di dipendenti. “Tutto quello che stiamo cercando di fare è trovare un equilibrio tra gli interessi dei sindacati e gli interessi delle persone che cercano di arrivare in orario al lavoro” ha detto il ministro utilizzando la consueta retorica sulla difesa dei diritti di tutti. Secondo Boles, “gli scioperi degli ultimi anni sono andati ben oltre il diritto di sciopero come lo sciopero di ventiquattr’ore dei macchinisti della metropolitana di Londra” di pochi giorni fa che ha paralizzato la capitale.
Da parte sua il ministro alle Attività Produttive, Sajid Javid, ha spiegato: "I sindacati hanno un ruolo costruttivo da giocare nel rappresentare i propri iscritti, ma il governo della nazione vuole bilanciare i loro diritti con quelli delle persone che lavorano e del business".
Le candidate alla leadership laburista, Yvette Cooper e Liz Kendall, hanno definito la proposta di legge “un attacco spregevole alle organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori”, dai quali però il loro partito si è allontanato assai negli ultimi decenni varando controriforme del lavoro che non hanno nulla da invidiare a quelle oggi proposte dai loro avversari storici.
Come detto, il governo giustifica il giro di vite sul diritto di sciopero con la necessità di bloccare una “ondata di scioperi indiscriminati” del settore pubblico degli ultimi tempi: dalla metropolitana alla scuola. Ma alcuni, come il leader del sindacato dei macchinisti Mick Whelan hanno definito la norma un ricordo delle misure imposte ai lavoratori “dalla Germania nazista”.
Se la norma dovesse essere approvata dal parlamento così come è stata pensata dagli estensori, nel caso di servizi pubblici come la scuola e i trasporti, lo sciopero potrà essere proclamato solo se il 40% dei lavoratori del comparto vota a favore dello stesso. Una limitazione non da poco per settori quali i trasporti, le scuole, i vigili del fuoco, la polizia e il settore energetico. Inoltre al voto sull’indizione dello sciopero dovranno partecipare almeno la metà più uno dei tesserati ai sindacati affinché la decisione abbia validità legale. Inoltre i sindacati dovranno dare un preavviso di almeno due settimane al datore di lavoro prima che lo sciopero possa essere avviato.
Secondo il provvedimento partecipare ai picchetti e alle manifestazioni non autorizzate sarà considerato un reato, e saranno previste delle forme di “protezione” per chi non aderisce allo sciopero da parte delle forze dell’ordine.
I padroni delle imprese potranno assumere personale delle agenzie interinali dopo quattro mesi di sciopero.
Come se non bastasse il governo potrà fissare dei limiti alle ore di permessi sindacali per i delegati del settore pubblico, avrà il potere di imporre una multa fino a 20mila sterline ai sindacati che non rispettano le restrittive regole sul diritto di sciopero e potrà aprire indagini sull’attività delle sigle ribelli. Ogni sindacato dovrà anche fare un’audizione annuale su picchetti e manifestazioni e ogni cinque anni gli iscritti alle sigle sindacali dovranno per legge manifestare un consenso esplicito per destinare il contributo fiscale al partito politico di riferimento.
Secondo le organizzazioni sindacali, il pacchetto minaccia di rendere l'astensione dal lavoro "praticamente impossibile" in Gran Bretagna, dove esistono tuttora 149 sindacati registrati, 25 dei quali cofinanziati dalla politica. Il maggiore di questi, Unite (legato al Partito Laburista con il suo 1,4 milioni di iscritti) ha già promesso battaglia, così come le sigle più radicali ormai lontane da un laburismo che ha reciso ogni legame con il conflitto di classe.
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La controriforma prevede pene più severe per chi partecipa alle manifestazioni dichiarate illegali da parte delle autorità e permetterà alle aziende di assumere personale temporaneo in caso di sciopero, di fatto legalizzando il ricorso ai ‘crumiri’ e rendendo impossibile per i lavoratori che intendono difendere i propri diritti bloccare o almeno rallentare la produzione. Nick Boles, ministro dell’industria e dell’innovazione del Partito Conservatore, ha naturalmente difeso la proposta di legge parlando alla rete pubblica BBC, anch’essa sotto pesante attacco da parte del governo che vuole il taglio di almeno un migliaio di dipendenti. “Tutto quello che stiamo cercando di fare è trovare un equilibrio tra gli interessi dei sindacati e gli interessi delle persone che cercano di arrivare in orario al lavoro” ha detto il ministro utilizzando la consueta retorica sulla difesa dei diritti di tutti. Secondo Boles, “gli scioperi degli ultimi anni sono andati ben oltre il diritto di sciopero come lo sciopero di ventiquattr’ore dei macchinisti della metropolitana di Londra” di pochi giorni fa che ha paralizzato la capitale.
Da parte sua il ministro alle Attività Produttive, Sajid Javid, ha spiegato: "I sindacati hanno un ruolo costruttivo da giocare nel rappresentare i propri iscritti, ma il governo della nazione vuole bilanciare i loro diritti con quelli delle persone che lavorano e del business".
Le candidate alla leadership laburista, Yvette Cooper e Liz Kendall, hanno definito la proposta di legge “un attacco spregevole alle organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori”, dai quali però il loro partito si è allontanato assai negli ultimi decenni varando controriforme del lavoro che non hanno nulla da invidiare a quelle oggi proposte dai loro avversari storici.
Come detto, il governo giustifica il giro di vite sul diritto di sciopero con la necessità di bloccare una “ondata di scioperi indiscriminati” del settore pubblico degli ultimi tempi: dalla metropolitana alla scuola. Ma alcuni, come il leader del sindacato dei macchinisti Mick Whelan hanno definito la norma un ricordo delle misure imposte ai lavoratori “dalla Germania nazista”.
Se la norma dovesse essere approvata dal parlamento così come è stata pensata dagli estensori, nel caso di servizi pubblici come la scuola e i trasporti, lo sciopero potrà essere proclamato solo se il 40% dei lavoratori del comparto vota a favore dello stesso. Una limitazione non da poco per settori quali i trasporti, le scuole, i vigili del fuoco, la polizia e il settore energetico. Inoltre al voto sull’indizione dello sciopero dovranno partecipare almeno la metà più uno dei tesserati ai sindacati affinché la decisione abbia validità legale. Inoltre i sindacati dovranno dare un preavviso di almeno due settimane al datore di lavoro prima che lo sciopero possa essere avviato.
Secondo il provvedimento partecipare ai picchetti e alle manifestazioni non autorizzate sarà considerato un reato, e saranno previste delle forme di “protezione” per chi non aderisce allo sciopero da parte delle forze dell’ordine.
I padroni delle imprese potranno assumere personale delle agenzie interinali dopo quattro mesi di sciopero.
Come se non bastasse il governo potrà fissare dei limiti alle ore di permessi sindacali per i delegati del settore pubblico, avrà il potere di imporre una multa fino a 20mila sterline ai sindacati che non rispettano le restrittive regole sul diritto di sciopero e potrà aprire indagini sull’attività delle sigle ribelli. Ogni sindacato dovrà anche fare un’audizione annuale su picchetti e manifestazioni e ogni cinque anni gli iscritti alle sigle sindacali dovranno per legge manifestare un consenso esplicito per destinare il contributo fiscale al partito politico di riferimento.
Secondo le organizzazioni sindacali, il pacchetto minaccia di rendere l'astensione dal lavoro "praticamente impossibile" in Gran Bretagna, dove esistono tuttora 149 sindacati registrati, 25 dei quali cofinanziati dalla politica. Il maggiore di questi, Unite (legato al Partito Laburista con il suo 1,4 milioni di iscritti) ha già promesso battaglia, così come le sigle più radicali ormai lontane da un laburismo che ha reciso ogni legame con il conflitto di classe.
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03/07/2015
Renzi, crumiro della democrazia
Sono contento di essermi sbagliato. Pur augurandomi che non avvenisse, avevo dato per più probabile un successo della Troika nell'imporre un nuovo memorandum alla Grecia. Avevo fatto il paragone con la piccola Cecoslovacchia, che nel 1938 fu costretta a cedere da tutta l'Europa unita con la Germania. Ero ad Atene, in un incontro internazionale di movimenti di sinistra contro l'euro, quando è arrivata la notizia dell'indizione del referendum. Mentre la commentavo, un compagno greco mi ha detto: mai sottovalutare la dignità e la fierezza del nostro popolo. Questo è ciò di cui non avevo tenuto conto: che il governo di Syriza, che pure aveva concesso molto alla Troika, al punto da rischiare una terribile spaccatura se le sue proposte fossero state accettate, non era disposto comunque a concedere la resa. Avevo avuto ragione sulle reali intenzioni dell'Europa, che mai ha instaurato una trattativa con Atene, pretendendo sempre la sottoscrizione dei vecchi come di un nuovo memorandum. Ma avevo sbagliato sulla capacità di dire no della Grecia; e per fortuna.
Il referendum ha avuto il merito di svelare la reale natura politico economica della governance europea. In questi giorni sono saltate tutte le mistificazioni fondate sulle esigenze dei mercati che invece, come han mostrato le Borse, avrebbero apprezzato un accordo anche generoso verso la Grecia.
Paradossalmente ha prevalso la politica, cioè hanno prevalso gli interessi del sistema di potere costruito attorno alla Germania. Questo sistema è fondato su due assi strategici, la Germania ed i suoi satelliti del Nord Europa da un lato, i paesi del Mediterraneo e l' Irlanda, dall'altro. Questi ultimi non sono semplicemente satelliti della Germania, ma subiscono sempre di più una condizione di sottomissione neocoloniale. La Francia si barcamena tra questi due assi, desiderosa di collocarsi tra i satelliti, ma sempre più a rischio di finire tra le colonie. Che in questi anni sono state al centro di tutte le politiche europee.
Se infatti i paesi PIGS, periferici, debitori, comunque li si voglia definire, avessero concordato una politica comune verso i paesi più ricchi, questi ultimi avrebbero dovuto cedere, il sistema euro a trazione tedesca sarebbe andato in crisi e le politiche di austerità con esso. I debitori coalizzati son sempre più forti dei creditori. La politica europea della Germania e dei suoi satelliti ha quindi avuto subito come primo obiettivo quello di impedire la coalizione dei debitori. E ha realizzato questo obiettivo fondandosi su due strumenti. La cooptazione subalterna nel sistema di potere europeo dei poteri e delle caste politiche ed intellettuali locali, la sottomissione ideologica della maggioranza della popolazione.
Il primo obiettivo è stato realizzato facilmente, visto che da tempo i poteri forti dei paesi periferici erano stati assorbiti nel potere finanziario occidentale. La vicenda della Fiat in Italia, diventata un'azienda americana con un manager svizzero che ha imposto un suo memorandum feroce al lavoro, è il paradigma della grande borghesia del nostro paese. La corruzione politica dilagante è stata un altro aiuto alla sottomissione, perché da un lato ha ancora più avvinto alla governance europea caste politiche bisognose di sostegno e legittimazione, dall'altro ha diffuso la convinzione che il debito pubblico fosse solo il prodotto di ruberie.
E qui troviamo la campagna ideologica di massa tesa ad inculcare una sorta di auto-razzismo nei popoli dei paesi europei meridionali. Che si dovevano sentire fannulloni, spendaccioni al di sopra delle proprie possibilità, a cui era indicato il compito di conformarsi al rigore e alla virtù de popoli del Nord. Il principale veicolo di questa ideologia sono stati i partiti socialisti e socialdemocratici, che han permesso alla destra liberale di occupare saldamente il territorio della vecchia sinistra. Così in tutti i PIGS si sono installati governi che si sono ben guardati dal costruire una politica fondata sugli interessi comuni, ma che invece si sono messi tra loro in competizione su chi fosse il primo della classe nell'eseguire i compiti dettati dalla Germania.
Renzi ha mostrato il volto più maramaldesco e ripugnante di questa politica a Berlino, ove ha vantato le proprie credenziali su lavoro e pensioni mentre sbeffeggiava la resistenza greca. Il nostro capo del governo all'estero ha fatto vergognare di essere italiani come e più di Berlusconi. Di fronte al coraggio greco, Renzi si è mostrato come uno sfacciato crumiro della democrazia.
Nella catena dei governi servili dell'Europa meridionale la Grecia alla fine è risultato l'anello debole, che si è spezzato prima degli altri. Il governo Tsipras non voleva uscire dal sistema di potere europeo, voleva però ricontrattare le condizioni della partecipazione ad esso per il proprio paese, devastato dai memorandum della Troika. Questo gli è stato impedito sin dall'inizio nonostante le sue dichiarate ed evidenti disponibilità.
La Grecia ha trattato con la Troika, ma questa non ha mai trattato con la Grecia. Come nelle più dure e drammatiche vertenze del lavoro con i padroni delle ferriere, il solo accordo possibile era la resa. E la resa doveva essere esplicita e manifesta, non sottobanco. A questo obiettivo in particolare erano interessati i governi crumiri, Spagna e Italia in testa, che si sono così rivelati i pugnalatori di ultima istanza del governo greco. Era infatti chiaro che un successo anche minimale e parzialissimo di Tsipras avrebbe dato una brusca accelerata alla già palese caduta di consenso di Renzi, Rajoy e compagnia. Merkel, che pure aveva fatto sperare ai greci in qualche cosa, ha quindi dovuto negare ogni disponibilità per non scoprire i suoi sudditi meridionali.
La Grecia però ha rifiutato di arrendersi e questo andrà a merito del governo Tsipras, quale che sia il risultato di un referendum difficilissimo, condotto contro il ricatto di tutti i poteri esterni e interni al paese. Se dovesse vincere il NO sarebbe un salto in avanti per tutti i popoli europei e una sconfitta storica del sistema di potere del continente.
Ma anche se dovesse prevalere il SI del ricatto e della paura, quel sistema non vincerebbe. Certo all'inizio avremmo un contraccolpo reazionario e i crumiri di governo esprimerebbero la loro felicità. Che però sarebbe di breve periodo perché poi il sistema continuerebbe ad accumulare crisi ed incapacità di risolverla, mentre la caduta di consenso riprenderebbe a macerare governanti.
Comunque, grazie al "no" greco siamo entrati nella crisi manifesta del sistema dell'euro e dell'austerità, il problema è posto e le idee e le forze per affrontarlo si stan affermando e organizzando in tutta Europa. Oggi in Grecia domani in Italia.
Fonte
Il referendum ha avuto il merito di svelare la reale natura politico economica della governance europea. In questi giorni sono saltate tutte le mistificazioni fondate sulle esigenze dei mercati che invece, come han mostrato le Borse, avrebbero apprezzato un accordo anche generoso verso la Grecia.
Paradossalmente ha prevalso la politica, cioè hanno prevalso gli interessi del sistema di potere costruito attorno alla Germania. Questo sistema è fondato su due assi strategici, la Germania ed i suoi satelliti del Nord Europa da un lato, i paesi del Mediterraneo e l' Irlanda, dall'altro. Questi ultimi non sono semplicemente satelliti della Germania, ma subiscono sempre di più una condizione di sottomissione neocoloniale. La Francia si barcamena tra questi due assi, desiderosa di collocarsi tra i satelliti, ma sempre più a rischio di finire tra le colonie. Che in questi anni sono state al centro di tutte le politiche europee.
Se infatti i paesi PIGS, periferici, debitori, comunque li si voglia definire, avessero concordato una politica comune verso i paesi più ricchi, questi ultimi avrebbero dovuto cedere, il sistema euro a trazione tedesca sarebbe andato in crisi e le politiche di austerità con esso. I debitori coalizzati son sempre più forti dei creditori. La politica europea della Germania e dei suoi satelliti ha quindi avuto subito come primo obiettivo quello di impedire la coalizione dei debitori. E ha realizzato questo obiettivo fondandosi su due strumenti. La cooptazione subalterna nel sistema di potere europeo dei poteri e delle caste politiche ed intellettuali locali, la sottomissione ideologica della maggioranza della popolazione.
Il primo obiettivo è stato realizzato facilmente, visto che da tempo i poteri forti dei paesi periferici erano stati assorbiti nel potere finanziario occidentale. La vicenda della Fiat in Italia, diventata un'azienda americana con un manager svizzero che ha imposto un suo memorandum feroce al lavoro, è il paradigma della grande borghesia del nostro paese. La corruzione politica dilagante è stata un altro aiuto alla sottomissione, perché da un lato ha ancora più avvinto alla governance europea caste politiche bisognose di sostegno e legittimazione, dall'altro ha diffuso la convinzione che il debito pubblico fosse solo il prodotto di ruberie.
E qui troviamo la campagna ideologica di massa tesa ad inculcare una sorta di auto-razzismo nei popoli dei paesi europei meridionali. Che si dovevano sentire fannulloni, spendaccioni al di sopra delle proprie possibilità, a cui era indicato il compito di conformarsi al rigore e alla virtù de popoli del Nord. Il principale veicolo di questa ideologia sono stati i partiti socialisti e socialdemocratici, che han permesso alla destra liberale di occupare saldamente il territorio della vecchia sinistra. Così in tutti i PIGS si sono installati governi che si sono ben guardati dal costruire una politica fondata sugli interessi comuni, ma che invece si sono messi tra loro in competizione su chi fosse il primo della classe nell'eseguire i compiti dettati dalla Germania.
Renzi ha mostrato il volto più maramaldesco e ripugnante di questa politica a Berlino, ove ha vantato le proprie credenziali su lavoro e pensioni mentre sbeffeggiava la resistenza greca. Il nostro capo del governo all'estero ha fatto vergognare di essere italiani come e più di Berlusconi. Di fronte al coraggio greco, Renzi si è mostrato come uno sfacciato crumiro della democrazia.
Nella catena dei governi servili dell'Europa meridionale la Grecia alla fine è risultato l'anello debole, che si è spezzato prima degli altri. Il governo Tsipras non voleva uscire dal sistema di potere europeo, voleva però ricontrattare le condizioni della partecipazione ad esso per il proprio paese, devastato dai memorandum della Troika. Questo gli è stato impedito sin dall'inizio nonostante le sue dichiarate ed evidenti disponibilità.
La Grecia ha trattato con la Troika, ma questa non ha mai trattato con la Grecia. Come nelle più dure e drammatiche vertenze del lavoro con i padroni delle ferriere, il solo accordo possibile era la resa. E la resa doveva essere esplicita e manifesta, non sottobanco. A questo obiettivo in particolare erano interessati i governi crumiri, Spagna e Italia in testa, che si sono così rivelati i pugnalatori di ultima istanza del governo greco. Era infatti chiaro che un successo anche minimale e parzialissimo di Tsipras avrebbe dato una brusca accelerata alla già palese caduta di consenso di Renzi, Rajoy e compagnia. Merkel, che pure aveva fatto sperare ai greci in qualche cosa, ha quindi dovuto negare ogni disponibilità per non scoprire i suoi sudditi meridionali.
La Grecia però ha rifiutato di arrendersi e questo andrà a merito del governo Tsipras, quale che sia il risultato di un referendum difficilissimo, condotto contro il ricatto di tutti i poteri esterni e interni al paese. Se dovesse vincere il NO sarebbe un salto in avanti per tutti i popoli europei e una sconfitta storica del sistema di potere del continente.
Ma anche se dovesse prevalere il SI del ricatto e della paura, quel sistema non vincerebbe. Certo all'inizio avremmo un contraccolpo reazionario e i crumiri di governo esprimerebbero la loro felicità. Che però sarebbe di breve periodo perché poi il sistema continuerebbe ad accumulare crisi ed incapacità di risolverla, mentre la caduta di consenso riprenderebbe a macerare governanti.
Comunque, grazie al "no" greco siamo entrati nella crisi manifesta del sistema dell'euro e dell'austerità, il problema è posto e le idee e le forze per affrontarlo si stan affermando e organizzando in tutta Europa. Oggi in Grecia domani in Italia.
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24/05/2015
Fascismo e sindacato: cos'è successo all'SDA di Roma?
Nella mattina di Martedì 19, di fronte ai cancelli dell’SDA di Roma è avvenuto un fatto gravissimo: il
picchetto che portava avanti lo sciopero ed il blocco delle merci è
stato aggredito con mazze e bottiglie da una squadraccia guidata da
capetti e dirigenti e sostenuta da diversi driver (i fattorini che guidano i furgoni delle consegne). 4 facchini in ospedale feriti gravemente e diversi compagni contusi.
La polizia ha assistito inerme e quando è intervenuta chiamando rinforzi si è limitata a smobilitare il picchetto lasciando invece a piede libero gli aggressori. Un fatto ormai noto e ampiamente circolato tra i canali comunicativi del movimento.
La polizia ha assistito inerme e quando è intervenuta chiamando rinforzi si è limitata a smobilitare il picchetto lasciando invece a piede libero gli aggressori. Un fatto ormai noto e ampiamente circolato tra i canali comunicativi del movimento.
Una lettura diametralmente opposta dell'accaduto è stata invece proposta dai sindacati confederali FILT-CGIL FIT-CISL e UILTrasporti. Secondo il loro comunicato la violenza sarebbe quella dei lavoratori del SiCobas che volevano impedire l’accesso al posto di lavoro ad altri lavoratori. Quest'ultimi avrebbero semplicemente reagito alle “provocazioni e coercizioni subite” solo perché costretti.
Quello che abbiamo visto noi è molto diverso, lo ricordiamo chiaramente e coincide con la precisa ricostruzione fornita dall’assemblea di sostegno delle lotte della logistica di Roma: facendosi scudo e aizzando un nutrito gruppo di drivers incazzati all’idea di perdere le commesse, una coppia di capetti, uno della cooperativa, uno responsabile per l’azienda, si son presentati con manganelli telescopici, caschi ed altri arnesi spaccando teste (un lavoratore ha subito la frattura dell’orbita oculare e rischia di perdere un occhio) ed aprendosi un varco nel picchetto che è però riuscito a resistere fino a quando non è intervenuta la Celere, accorsa poco dopo. Per il dispiacere dell’azienda e dei suoi sgherri questo non ha però impedito allo sciopero di andare avanti fino all’ora di pranzo, costringendo i corrieri a caricare a mano i propri pacchi.
Nel loro goffo tentativo di giustificare l’accaduto, i sindacati confederali finiscono paradossalmente per riconoscere le proprie responsabilità, sostenendo che “fascisti e gli squadristi da loro [=da noi!] individuati, in realtà, altro non erano che i nostri iscritti, esasperati dall’ennesima privazione della loro libertà e preoccupati di poter perdere la loro unica fonte di sostentamento economico”. Come ha notato perfettamente una nostra compagna, si tratta di un'ammissione in piena regola di essere tra i protagonisti dell'aggressione squadrista. Un'aggressione di cui si ribadisce e conferma la natura fascista nel momento stesso in cui si pretende di negarla: cos'è infatti se non uno dei principali ingredienti del fascismo quella violenza scatenata dalla paura di compromettere il proprio tornaconto individuale rivolta contro chi si batte per gli interessi collettivi? Una reazione che fa il gioco dei propri carnefici, i padroni e le aziende che sfruttano e alimentano questa stessa paura e col cui interesse si finisce miserabilmente per identificarsi, blaterando di perdita di “fatturato e di importanti quote di mercato, a seguito dei continui e quotidiani scioperi del Si Cobas”, come continua il comunicato dei confederali.
In questo modo il sindacato si trasforma da strumento di difesa degli interessi collettivi dei lavoratori a cinghia di trasmissione dei dettami aziendali, realizzando quel sistema corporativo che secondo lo stesso Mussolini rappresentava l'essenza del fascismo. E' proprio quando si nega la necessità della lotta di classe che si finisce inevitabilmente per portare “ceti appartenenti alla stessa classe sociale [a] fronteggiarsi tra loro”, che si finisce per accettare e quindi inasprire le divisioni alimentate e promosse dai padroni. Come quelle che separano i facchini che muovono le merci dentro il magazzino, per lo più immigrati, e che hanno scioperato compatti ed uniti senza doversi scontrare con nessun loro collega, e i fattorini che le portano fuori. Questi ultimi – illusi dai miraggi dell' “autoimprenditorialità” o semplicemente attaccati ai magri guadagni delle commesse, per lo più italiani, spesse volte titolari dell'attività di consegna (“padroncini”) o semplicemente pagati a cottimo – hanno preferito schierarsi dalla parte dell'azienda. Il sindacato, agendo in questo modo, ne conferma e approva la scelta, facendo sembrare immodificabile una situazione che potrebbe essere benissimo combattuta e superata, come hanno recentemente dimostrato i loro colleghi drivers iscritti al SI COBAS della GLS di Santa Palomba, che in virtù delle lotte passate e anche del sostegno dato e ricevuto ai facchini, hanno strappato un importante accordo proprio in questi giorni.
Come fatto notare da alcune aree critiche della CGIL stessa, “compito del sindacato sarebbe quello di unire i lavoratori nella lotta, anziché di giustificare le paure dei settori più arretrati, che li conduce addirittura ad aggredire altri lavoratori come loro, per schierarsi nei fatti con la propaganda padronale”. Tutto questo in nome della difesa di principio della “libertà di lavorare” che, attaccando e delegittimando gli strumenti a cui i lavoratori sono costretti a ricorrere per resistere al dispotismo padronale (come i blocchi e i picchetti), si traduce di fatto nell'obbligo ad essere sfruttati. Si avalla così quella concorrenza tra sfruttati che assume i connotati di una vera e propria guerra tra poveri, nelle forme del crumiraggio, del servilismo, fino al vero e proprio squadrismo, quello condito di tutto un armamentario di retorica razzista (questa sì!) di certo “non consona ad una paese che si dice democratico”!
Una condotta opposta a quella del SICOBAS e alla lotta dei suoi iscritti per il miglioramento delle condizione lavorative che a Roma è iniziata proprio all'SDA e che proprio attraverso scioperi e blocchi ha portato, tra l'altro, a notevolissimi aumenti salariali, all'allontanamento dei caporali razzisti e alla cessazioni dei comportamenti discriminatori. Inevitabile che di fronte al conseguente aumento del costo del lavoro e alla perdita di controllo su una manodopera non più disposta a cedere a diktat arbitrari e dispotici, l'azienda sia costretta a prendere le sue contromisure. Per questo, ad esempio, proprio a Roma corrono voci tra i lavoratori sull'aumento dei carichi di lavoro e sui modi in cui l'azienda riesce ad aggirare le norme sulla sicurezza. Per questo a livello nazionale l'SDA era stata così reticente nel firmare l'accordo che il SICOBAS ha strappato alle altre multinazionali del settore, per questo l'azienda aveva deciso di far fuori più di metà dei lavoratori presenti nel proprio Hub di Bologna. Difendere i piani dell'azienda in nome delle necessità imposte dal mercato, come stanno facendo i confederali in questo momento, significa allora piegarsi a questa strategia antioperaia volta a recuperare i profitti persi e a reimporre le solite vecchie condizioni infami di sfruttamento solo per ricavarsi un misero spazio di tutela dei propri iscritti, secondo una logica che privilegia “l’interesse particolare, corporativo e aziendalista”, come dice un'altra voce critica della CGIL.
Per questo è così importante supportare la resistenza dei facchini SDA, per questo, come abbiamo scritto, è una lotta che ci riguarda tutti. Da una parte stanno i padroni, gli apparati repressivi dello Stato e il loro particolare concetto di legalità, quella invocata ancora una volta dai sindacati confederali in un altro comunicato in cui chiedono l'intervento del ministero dell'Interno al “tavolo della legalità nella logistica”, a cui evidentemente non preoccupano i comportamenti palesamenti antisindacali dell'azienda che, ricordiamo, a Bologna ha portato avanti una illegalissima serrata per una settimana!
Dall'altra parte sta la solidarietà di classe, quella “temibile” arma a disposizione degli sfruttati che si è manifestata Martedì sera stesso con gli scioperi e le assemblee di solidarietà ai facchini romani presso l'SDA di Carpiano, di Brescia, di Bergamo, di Padova e che ha fatto in modo che si respingessero al mittente le minacce dell'azienda di non riammettere al lavoro i facchini romani che hanno scioperato, ma anzi ha permesso di allontanare i capetti squadristi. Solidarietà e determinazione che è anche alla base della parziale vittoria a livello nazionale che ha ridimensionato l'originale piano di licenziamenti presso l'hub bolognese.
Un risultato che rappresenta un punto di partenza più che un punto di arrivo, una base per l'estensione di ulteriori diritti e garanzie, un'arma con cui resistere all'offensiva che i padroni scatenano costantemente e in forme sempre diverse.
Perché la lotta che portiamo avanti come classe non finisce mai, è un concentrato di contraddizioni in cui si insinuano i fenomeni più cruenti e morbosi, fatti della carne e del sangue gettati nella fatica quotidiana del lavoro o nello scontro fisico contro chi vuole imporre il suo massimo sfruttamento. In questo continuo tira e molla dobbiamo saper riconoscere e denunciare i volti sempre diversi e sempre uguali del fascismo, saperlo combattere e respingere.
Perché il dialogo deve sapersi attrezzare per far valere le proprie condizioni.
31/03/2015
Trasporti. I tranvieri si sono fatti sentire. Forte sciopero contro Jobs Act e tagli
Ampia e determinata l'adesione degli autoferrotranvieri allo sciopero nazionale di 4 ore indetto oggi dall' Unione Sindacale di Base, contro il jobs act, i tagli ai servizi di welfare locale , il Contratto Nazionale bloccato da otto anni, il monopolio della rappresentanza sindacale del cosiddetto “testo unico”.
Fra le città in cui si è scioperato di mattina, a Bologna ha incrociato le braccia il 50% dei lavoratori del servizio urbano su gomma; a Ferrara è il 75% del servizio a fermarsi, con i lavoratori in presidio sotto il Comune per contestare la scelta di esternalizzare circa ¼ del servizio di trasporto pubblico della città. Ampia l'adesione anche dei lavoratori del trasporto su ferro della regione Emilia Romagna. A Napoli l'adesione del 70% del personale ha costretto alla chiusura le Linee ferroviarie flegree ed ente Volturno, mentre nel servizio su gomma è circa il 40% dei lavoratori delle società ANM e CTT ad incrociare le braccia. Oltre il 30% di adesioni nelle città di Mestre e Venezia. Circa il 37% delle vetture in turno della società ATAC di Roma sono rientrate negli impianti; nella società privata Roma TPL ha aderito il 30% del personale comandato in servizio e le linee della metropolitana sono state fortemente rallentate.
In Sicilia linee extraurbane a singhiozzo. Nelle linee regionali FERLOC della Calabria è il 70% del servizio a rientrare negli impianti; nella società ATAM di Reggio Calabria 30 turni soppressi su un totale di 42, con adesione anche del personale della manutenzione, impianti fissi e uffici; nella società Ferrovie della Calabria adesioni del 20%.
Ma la giornata di mobilitazione continua e in molte altre città lo sciopero si articolerà nelle ore pomeridiane e serali, come a Milano e Torino, dalle 18.00 alle 22.00.
Questo primo bilancio consegna all’USB un chiaro mandato da parte dei lavoratori, che non hanno alcuna intenzione di rimanere a guardare lo smantellamento del servizio pubblico, la precarizzazione della loro vita, la continua aggressione ai propri diritti compreso il diritto di scegliere la propria rappresentanza sindacale.
A fronte dell'importante partecipazione alla giornata di mobilitazione di categoria, l’USB non può esimersi dal denunciare la scelta della multinazionale UBER, che dopo aver innescato una vera e propria “guerra tra poveri” negli operatori del servizio taxi ha pubblicizzato la sua offerta di servizio gratuito a Milano, Roma, Torino e Genova in concomitanza con lo sciopero.
Un volgare sabotaggio, già visto in precedenza ai danni dei lavoratori autoferrotranvieri della città di Genova, che pone gli operatori della UBER in comportamenti palesemente antisindacali per i quali l’USB non rinuncerà ad intervenire al fine di difendere il già precario esercizio del diritto di sciopero.
Fonte
Fra le città in cui si è scioperato di mattina, a Bologna ha incrociato le braccia il 50% dei lavoratori del servizio urbano su gomma; a Ferrara è il 75% del servizio a fermarsi, con i lavoratori in presidio sotto il Comune per contestare la scelta di esternalizzare circa ¼ del servizio di trasporto pubblico della città. Ampia l'adesione anche dei lavoratori del trasporto su ferro della regione Emilia Romagna. A Napoli l'adesione del 70% del personale ha costretto alla chiusura le Linee ferroviarie flegree ed ente Volturno, mentre nel servizio su gomma è circa il 40% dei lavoratori delle società ANM e CTT ad incrociare le braccia. Oltre il 30% di adesioni nelle città di Mestre e Venezia. Circa il 37% delle vetture in turno della società ATAC di Roma sono rientrate negli impianti; nella società privata Roma TPL ha aderito il 30% del personale comandato in servizio e le linee della metropolitana sono state fortemente rallentate.
In Sicilia linee extraurbane a singhiozzo. Nelle linee regionali FERLOC della Calabria è il 70% del servizio a rientrare negli impianti; nella società ATAM di Reggio Calabria 30 turni soppressi su un totale di 42, con adesione anche del personale della manutenzione, impianti fissi e uffici; nella società Ferrovie della Calabria adesioni del 20%.
Ma la giornata di mobilitazione continua e in molte altre città lo sciopero si articolerà nelle ore pomeridiane e serali, come a Milano e Torino, dalle 18.00 alle 22.00.
Questo primo bilancio consegna all’USB un chiaro mandato da parte dei lavoratori, che non hanno alcuna intenzione di rimanere a guardare lo smantellamento del servizio pubblico, la precarizzazione della loro vita, la continua aggressione ai propri diritti compreso il diritto di scegliere la propria rappresentanza sindacale.
A fronte dell'importante partecipazione alla giornata di mobilitazione di categoria, l’USB non può esimersi dal denunciare la scelta della multinazionale UBER, che dopo aver innescato una vera e propria “guerra tra poveri” negli operatori del servizio taxi ha pubblicizzato la sua offerta di servizio gratuito a Milano, Roma, Torino e Genova in concomitanza con lo sciopero.
Un volgare sabotaggio, già visto in precedenza ai danni dei lavoratori autoferrotranvieri della città di Genova, che pone gli operatori della UBER in comportamenti palesemente antisindacali per i quali l’USB non rinuncerà ad intervenire al fine di difendere il già precario esercizio del diritto di sciopero.
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