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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2020

Mirafiori, settembre 1980 - Il ricordo di Cremaschi


Tra le poche voci non encomistiche raccolte dai giornali in seguito allamorte di Cesare Romiti, ci sembra giusto segnalare questa intervista a Giorgio Cremaschi.

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Giorgio Cremaschi, già presidente del Comitato centrale della Fiom, e attualmente portavoce di Potere al Popolo non accetta la narrazione elogiativa di Cesare Romiti. Quaranta anni fa fu direttamente partecipe del più duro conflitto del sindacato dei metalmeccanici alla Fiat di Mirafiori: la fabbrica e gli altri stabilimenti furono bloccati per 35 giorni.

La Fiat non mollò ed il sindacato andò incontro ad una sconfitta “storica”: non seppe fronteggiare la “marcia di crumiri organizzata dal padrone” ci racconta Cremaschi. Molti lavoratori si suicidarono.

Lei su twitter ha scritto: ‘Riposi in pace Cesare Romiti. Ma se nell’ottobre 1980 avessimo vinto noi e non lui e Agnelli oggi l’Italia sarebbe un paese migliore‘. Vogliamo ampliare il discorso?

Insieme a Romiti voglio ricordare le centinaia di lavoratori che purtroppo si sono suicidati durante gli anni ’80 per le discriminazioni e la cassa integrazione. La nostra sconfitta e la vittoria di Romiti hanno rappresentato il punto di svolta affinché l’Italia divenisse quella che è oggi: un Paese liberista dove vige il dominio totale del mercato e delle imprese, dove il lavoratore è continuamente schiacciato in nome del profitto.

Il successo di Romiti è stato un passaggio di restaurazione come quello della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Usa.

Vogliamo ricordare meglio cosa accadde nel 1980 e dopo?

Lo scontro vero era sul potere: la Fiat scelse di fare lo scontro per avere il controllo totale della forza lavoro e per distruggere le libertà che avevano i lavoratori. Lo scontro sindacale di merito era sulla cassa integrazione.

Noi non negavamo la necessità della cassa integrazione, ma volevamo che non fosse l’anticamera del licenziamento. Noi volevamo quella a rotazione, suddivisa tra tutti i lavoratori. La Fiat invece fece una lista di proscrizione di 23 mila persone, che voleva discriminare o perché non sufficientemente produttivi o perché sufficientemente sindacalizzati, che furono messe in cassa integrazione a zero ore.

Noi perdemmo la lotta e molti di questi rimasero per sempre in cassa integrazione: tra di loro tanti, non vivendo con gioia la cassa integrazione, a differenza di quello che si può pensare, si suicidarono per disperazione ed emarginazione.

In una intervista del 2010 a Repubblica Romiti disse: ‘l’esito di quella vicenda fu quello di riportare i sindacati di allora a una situazione di normalità, superando le infiltrazioni terroristiche che stavano nella loro base. Al tempo stesso la conclusione di quella vicenda consentì all’azienda di riprendere il suo cammino evitando il fallimento. Ma fu una vittoria che non venne per una mia volontà di umiliare il sindacato, ma venne perché i capi del sindacato non ebbero la forza di mettere nell’angolo le forze estremiste che avevano al loro interno‘. Cosa contesta di questa ricostruzione?

Praticamente tutto: è una ricostruzione ex-post, è la favola del vincitore. Il terrorismo era un fenomeno italiano su cui occorre ancora riflettere ma non c’entra nulla con lo scontro alla Fiat: Romiti voleva ripristinare il potere, il comando dell’azienda sui lavoratori, lo stesso che c’è oggi. Certo poi ci sono voluti 40 anni per arrivare allo schiavismo odierno ma tutto parte da lì.

In realtà c’è un elemento di verità nella ricostruzione di Romiti: lui non è mai stato un uomo di destra. Era un uomo del potere delle élite di centrosinistra. La svolta liberista sia nei gruppi dirigenti dei sindacati sia in quelli della sinistra ha avuto in lui un suo artefice.

Prodi, D’Alema e compagnia sono discepoli e non nemici di Romiti. Negli Usa e in Gran Bretagna fu la destra classica a fare la restaurazione liberista, da noi invece nacque anche all’interno di una parte della sinistra, quella che veniva chiamata riformista o migliorista.

La marcia dei quarantamila riuscì poi a fratturare l’unità tra i salariati del ceto medio e quelli della catena di montaggio.

La marcia dei 40mila fu in realtà una marcia dei 10mila: si è trattato di una delle prime grandi operazioni mediatiche di amplificazione di un processo. Furono precettate dalla Fiat da tutta Italia, organizzate politicamente.

Io ero nella Fiom di Brescia e sapevamo che avevano organizzato i pullman di tutti i capo reparto e dei responsabili e dipendenti delle concessionarie. Fu una marcia di crumiri organizzata dal padrone che fu presentata come un grande evento.

Lì si misurò l’incapacità del gruppo dirigente del sindacato di allora di reggere il confronto. Infatti finì in un dramma anche perché l’accordo fu respinto dalla grande maggioranza dei lavoratori Fiat e si aprì una di quelle grandi fratture che Romiti voleva, e non tra area estremista e vertici moderati, ma tra alto e basso, tra la base e i vertici.

Con quella sconfitta si perse una idea di democrazia che era quella della democrazia partecipata e non si è più ricostituita.

Che epigramma scriverebbe per Romiti?

Credeva nella lotta di classe più dei vertici di coloro che stavano dalla parte opposta alla sua.

Fonte

18/08/2020

È morto Romiti, un “uomo nero” del capitalismo italiano

È deceduto a 97 anni Cesare Romiti. Ai più giovani è un nome che non dice nulla. Per un’altra generazione è l’uomo che guidò gli interessi della Fiat nel decisivo scontro di classe nel 1980 contro gli operai della principale fabbrica italiana e, conseguentemente, contro tutto il movimento operaio nel nostro paese.

Romiti è stato il volto dell’arroganza padronale e della determinazione nel mettere in ginocchio la classe operaia alla fine di un ciclo di emancipazione storica dei lavoratori e dell’intera società. Una emancipazione che mal si adattava agli interessi materiali ed ideologici del capitalismo in Italia.

Come molte altre, la sua è una storia che nasce dal basso ma che sin da subito si integra perfettamente con i poteri forti fino a diventarne un uomo di fiducia e di punta per tutto il lavoro sporco.

Nel 1947, a 24 anni viene assuntodal Gruppo Bombrini Parodi Delfino di Colleferro in provincia di Roma. Si tratta di una grande fabbrica di produzioni militari sotto il controllo della Difesa e dei servizi segreti italiani e statunitensi. Ne diventa il direttore finanziario. Per dare un’idea della valenza dell’impianto in cui il giovane Romiti fa la gavetta, insieme a lui lavora anche Mario Schimberni, quello che sarà il futuro presidente della Montedison.

Dopo la fusione con la Snia Viscosa, nel 1968, Romiti diventa direttore generale e qui inizia a costruire un rapporto di fiducia personale con Enrico Cuccia, ossia il principe nero di Mediobanca (il salotto dominante della finanza in Italia). Lo stretto rapporto con Cuccia gli farà da battistrada nel diventare il principale manager privato in Italia.

Dopo alcuni anni come amministratore delegato all’Alitalia, nel 1974, su richiesta di Gianni Agnelli, Cuccia lo segnala come direttore centrale di finanza, amministrazione e controllo del gruppo Fiat e nel 1976 ne diventa l’amministratore delegato.

La dolorosa ristrutturazione della Fiat nasce proprio in quel salotto privato di Mediobanca in cui Romiti è di casa. E sarà Romiti a pianificare lo scontro frontale per piegare gli operai della Fiat. Prima con i 61 licenziamenti politici nel 1979 e poi con i licenziamenti di massa nel 1980.

Il 5 settembre 1980 la Fiat mette in cassaintegrazione per 18 mesi 24mila dipendenti (quasi tutti operai). L’11 settembre – dopo una settimana di trattative con i sindacati – la Fiat annuncia 14.469 licenziamenti. Romiti, definisce i licenziamenti essenziali per non fare fallire l’azienda. Sono giorni e giorni di picchetti ai cancelli della fabbrica che viene addirittura occupata. L’allora segretario del PCI Berlinguer terrà un comizio ai cancelli della Fiat annunciando (in minoranza nella segreteria del Pci) il suo sostegno alla lotta.

Romiti, sostenuto dall’intero sistema politico/mediatico (La Repubblica inclusa per intendersi, con De Benedetti avrà un rapporto di odio/amore per anni ndr), accentua lo scontro e organizza la Marcia dei Quarantamila (impiegati e funzionari della Fiat ma anche commercianti ed esponenti dell’anticomunismo diffuso) in funzione antioperaia.

I sindacati Cgil Cisl Uil invece di rispondere chiamando alla mobilitazione il movimento operaio, calano le braghe e accettano il piano Fiat sulla cassa integrazione a zero ore che diventeranno poi licenziamenti veri e propri. Nelle assemblee operaie negli stabilimenti Fiat i sindacalisti verranno presi a ombrellate, contestati e rincorsi dagli operai che si sentono traditi. Con la sconfitta del 1980 alla Fiat inizierà il ciclo regressivo delle conquiste sociali e sindacali nel nostro paese.

Con la sconfitta degli operai alla Fiat e il rapporto fiduciario con il banchiere dei banchieri Enrico Cuccia, Romiti condizionerà anche la stessa famiglia Agnelli e diventa il manager più potente d’Italia fino a metà degli anni ’90. Dimessosi dalla Fiat (con una buona uscita di 105 miliardi più 99 per il patto di non concorrenza, ndr), passerà alla Gemina, la finanziaria che controllava il gruppo editoriale Rcs (Corriere della Sera).

Insomma Romiti è stato un vero e proprio “Uomo nero” del capitalismo italiano, spietato e potentissimo, sia contro gli operai sia verso i competitori nel suo mondo. Il fatto che nel 2009 sostenne l’appello all’unità per far eleggere Napolitano a Presidente della Repubblica (in contrasto con Berlusconi) gli ha assicurato la pubblica benevolenza da salvatore della patria del tutto immeritata.

La dipartita di Romiti non merita neanche una lacrima.

Fonte

29/11/2018

Il “tradimento” degli intellettuali “progressisti”. Ieri sulla Fiat oggi sulla Tav

“Gli intellettuali se non hanno tradito, tradiranno” . Nelle file della sinistra popolare e di classe siamo cresciuti con questa stimmate nel cervello. In questo c’è molto la diffidenza storica di chi è di estrazione popolare verso i professoroni e in qualche modo “i ricchi”.

In modo più sofisticato, il filosofo francese Julien Benda scrisse sul “tradimento dei chierici”, un libro usato in modo ambivalente da detrattori e sostenitori. Eppure Benda scriveva negli anni Venti che: “I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l’hanno solo con la democrazia “bacata”, com’essa si è dimostrata più volte nel corso di quest’ultimo cinquantennio, ma che sono tutti per una democrazia “pulita e onesta”. Non è vero niente, dato che la democrazia più pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono”.

Questa diffidenza verso gli intellettuali, nell’epoca del “pensiero social”, è diventata ostilità vera e propria. Anzi è stata ridotta a macchietta diffondendo l’idea che su ogni argomento, anche quelli più complessi, una opinione valga l’altra, indifferentemente dai dati empirici che ne dimostrano l’aderenza o meno alla realtà. I social e l’habitat grillino hanno seminato questa mala pianta a piene mani.

Ma il tradimento degli intellettuali si ripresenta puntuale, soprattutto “di quelli che non ti aspetti” proprio perché, come diceva Julien Benna, sono schierati per la democrazia ma alla fine ne hanno una visione aderente ad una società comunque gerarchizzata, in cui loro, pur criticamente, non hanno l’incombenza di mescolarsi e convivere con il popolaccio: essi in fondo sono sempre e solo èlite.

Se poi il popolaccio entra in campo, e spesso lo fa in modo spurio, senza andare troppo per il sottile, concedendo qualcosa di troppo alle strumentalizzazioni dei più spregiudicati, gli intellettuali non esitano a schierarsi con chi assicura che lo statu quo non ne verrà stravolto, anche a costo di rimettere in discussione il suffragio universale. Non occorre arrivare all’economista Gambisa Moyo per sentirlo ripetere sempre più spesso anche in Italia.

La verifica sul tradimento o meno degli intellettuali avviene sempre ed infatti quando il gioco si fa duro, quando la posta in gioco attiene interessi materiali e non solo battaglia delle opinioni.

Questa contraddizione non è sfuggita ad uno storico come Angelo D’Orsi (una vita all’università di Torino ma con poche concessioni all’establishment). D’Orsi sottolinea infatti lo schieramento di una larga parte dell’intellettualità “progressista” con la manifestazione dei Si Tav di alcuni giorni fa a Torino. “Ha fatto specie davvero leggere, nel commento (sulla Stampa) di un osservatore serio come Vladimiro Zagrebelsky, l’elogio di quella piazza, che sarebbe stata formata da “cittadini con il senso del dovere” scrive D’Orsi nel suo commento.

Insomma, Gustavo Zagrebelski, illustre giurista, padre nobile delle cause “progressiste”, promotore del NO al referendum contro-costituzionale di Renzi nel 2016, editorialista di tutti i giornali del Gruppo Gedi (quello di La Repubblica e La Stampa), si è schierato oggi come fecero “come un sol uomo” esattamente gli stessi ambienti nell’ottobre del 1980: allora a fianco dei capetti della Fiat e della borghesia torinese cresciuta intorno alla Fiat e contro gli operai che avevano occupato la fabbrica. Oggi si schierano invece con il composito fronte di interessi a favore della Tav e contro il movimento No Tav.

Già questo sarebbe un motivo in più per riempire le strade e le piazza di Torino il prossimo 8 dicembre insieme al popolo No Tav e umiliare nei numeri e nei contenuti la manifestazione Si Tav dello scorso 10 novembre. Quella manifestazione di “cittadini con il senso del dovere”, come li definisce Zagrebelski, vedeva insieme padroni e sindacati ufficiali, fascisti, leghisti, Pd, Forza Italia, la n’drangheta calabrese infilatasi negli appalti e gli imprenditori preoccupati delle conseguenze del blocco di una grande opera che si è già rivelata più costosa, dannosa e inutile di quanto si potesse immaginare.

Anche in questo caso contano i dati empirici che il Movimento No Tav ha reso pubblici da anni, mai smentiti, se non in nome del completamento di un disastro annunciato e cominciato nonostante l’eroica resistenza popolare della Val di Susa.

Ma perché oggi Zagrebelski come l’intellettualità liberale e progressista nell’ottobre del 1980 sulla Fiat, si schierano con i padroni, con interessi speculativi e privati dichiarati, con la devastazione del territorio in nome di una imprecisa e imprecisabile “modernizzazione”? Anche nel 1980 la Fiat di Agnelli impugnò la clava della modernizzazione del sistema industriale e delle relazioni sindacali, per licenziare migliaia di operai e riscrivere completamente una fase della storia del movimento operaio in Italia.

Qualche giorno fa in una riunione un giovane attivista, niente affatto sprovveduto, ha sottolineato come sulla Tav a Torino, la borghesia fosse costretta a ricorrere ancora una volta alla mobilitazione popolare per sostenere i propri interessi. Uno sforzo che la borghesia milanese o bolognese non ha mai avuto bisogno di fare perché ha in mano tutte le carte del gioco: dal potere economico al consenso.

Il problema è forse che la borghesia torinese sente che, a differenza di quella milanese, sta declinando. L’essere cresciuta sistematicamente nella ciccia e negli interstizi della Fiat, una volta che la Fiat diventata Fca se ne sta andando dall’Italia (vedi la vendita di Magneti Marelli e ora di Comau), lascia dietro di sé poca roba decente e tante macerie. Non solo. Milano ha cercato anche di scippare a Torino il Salone del libro inventandosi la Fiera dell’Editoria. Ed infine i flussi del capitale umano qualificato se cercano un lavoro guardano a Milano e non certo a Torino. Quindi niente linfa vitale, neanche con l’immigrazione interna, come avvenne invece negli anni Cinquanta e Sessanta con l’emigrazione meridionale verso la città-fabbrica per eccellenza.

Anche su questo prendiamo a prestito il prof. D’Orsi quando scrive che per la borghesia torinese “l’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica”.

L’8 dicembre a Torino dunque non si gioca solo una partita sui numeri della manifestazione No Tav come risposta a quella dei Si Tav. Per un verso si farà quello che andava fatto a Torino nell’Ottobre del 1980 per rispondere ed umiliare “la marcia dei quarantamila” reggicoda della Fiat: una manifestazione di centomila operai che avrebbe mandato un segnale chiaro e forte di interessi materiali in conflitto. Ma sia le direzioni sindacali che quelle politiche (lo stesso Berlinguer fu messo in minoranza nel Pci), per non parlare poi dei “chierici progressisti”, imposero la capitolazione degli operai Fiat per mandare un segnale doloroso a tutti i lavoratori.

Sostenere oggi il Movimento No Tav non significa solo materializzare una resistenza popolare contro una grande affare dannoso, costoso e inutile, significa materializzare un altro e diverso modello di sviluppo per questo paese. Fermando le grandi opere inutili, avviando quelle utili alla collettività e non ai prenditori privati, riportando sotto controllo pubblico le leve strategiche dello sviluppo economico.

Una bella sfida tra interessi materiali in conflitto.

Fonte

14/11/2018

A volte ritornano. I cosiddetti 40 mila del Sì-Tav

di Angelo d’Orsi

Ritornano i 40 mila? Ma quali 40 mila? Non erano in quarantamila il 14 ottobre 1980, non erano in quarantamila il 10 novembre 2018. Al di là delle cifre, su cui come sempre si assiste a una un po’ risibile battaglia, il fatto più grave della recente esibizione del “popolo Sì-Tav”, è stato precisamente l’avere evocato quel precedente (che tale non era), che segnò la fine dell’ondata progressiva della società italiana, e l’inizio dell’arretramento del movimento operaio e studentesco.

La marcia dei capi e capetti Fiat che chiedevano di “poter lavorare” contro la “scioperomania”, fu un duro colpo al sindacato di classe, e in generale alla classe operaia, e, per conseguenza, ad ogni idea di cambiamento sociale, nell’interesse dei ceti subalterni, deprivilegiati.

Ora, dopo il successo (innegabile, sia pur con numeri decisamente inferiori: un calcolo attendibile non supera le 10.000 presenze) della chiamata alle armi fatta da un gruppetto di signore bene di una Torino inguaribilmente provinciale, richiamare quel lontano episodio di lotta di classe dall’alto appare un atto di totale irresponsabilità politica. Che lo faccia una destra becera che, fiutato il vento, è pronta ad azioni di revanscismo, lo si può capire; ma che il Pd, per bocca di leader locali e nazionali, abbocchi, è sconcertante: o meglio, è una ennesima riprova che quel partito non solo è in stato comatoso, ma che al suo interno si annida uno straordinario “cupio dissolvi”: il desiderio, quasi la bramosia di scomparire, inghiottito, per quel pochissimo che ne rimane, nelle spalancate fauci della destra.

E in effetti chi sostiene la linea Tav Torino-Lione, se non la destra? L’entusiasmo con cui il giornale della Fiat, La Stampa, ha sponsorizzato la cosiddetta “nuova marcia dei 40 mila” è una inquietante controprova in tal senso. L’indomani il quotidiano ha dedicato all’episodio una sovracoperta con tanto di fotocolor, dal titolo impegnativo quanto dèjà vu: “L’altra Italia”, mentre l’editoriale del direttore, temerariamente, richiama “Una sfida per la modernità”. Ancora una volta, seguendo un vero e proprio canone definito precisamente nel decennio iniziato dalla Marcia (quella del 1980), il dualismo destra/sinistra viene ridisegnato come modernità/conservazione, e l’etichetta della conservazione viene applicata sulla sinistra, quella che si ostina a distinguere un conservatorismo dei valori (la Costituzione e i suoi princìpi, il patrimonio culturale, la salvaguardia del territorio e dell’ambiente…) dal conservatorismo degli interessi (il profitto che prevale su tutto, in sintesi). Il punto più alto di siffatta ideologia fu toccato da Matteo Renzi quando in una prefazione ad una nuova edizione del celebre libretto di Norberto Bobbio Destra e sinistra ebbe ad affermare che Bobbio oggi sarebbe d’accordo con lui nel sostenere che la sfida non è più fra destra e sinistra, ma, appunto, fra “innovazione” e conservazione.  Dove per innovazione si intendevano i cambiamenti: della Costituzione, delle leggi sul lavoro, dell’ordinamento scolastico, e così via, tutto all’insegna di un sciagurato senso del “progresso” inteso come “sviluppo”, cioè, in sintesi estrema, privatizzazione, vista come segreto dell’efficienza e della meritocrazia.

La marcia delle orgogliose “madamine” torinesi (che pena! Hanno persino lanciato l’hashtag: #madamintoo…), in realtà, prima e più che rivendicare una linea ferroviaria, di cui nulla sanno, esprimeva una speranza, illusoria, a dire il vero: che quel treno dei sogni impedisse il declino di Torino, declino attribuito, scorrettamente, all’Amministrazione 5 Stelle, mentre quel declino viene da molto lontano, da quando la Fiat, assai prima di Marchionne, decise di lasciare la città. Una città ostinatamente rimasta sul modello della one-company-town, di cui tutte le forze politiche e sindacali con minime variazioni avevano condiviso la logica, semplicemente scontrandosi, magari, su salari e orari di lavoro per i dipendenti della azienda automobilistica e delle fabbriche e fabbrichette (le “boite”) il cui destino era inesorabilmente legato a quello di “Corso Marconi”, come si diceva al tempo.

L’illusione che il TAV possa interrompere quel declino è a dir poco patetica. I cartelli inalberati da qualche intraprendente marciatore che invocava la TAV per raggiungere “più in fretta” (la modernità, eccola!) Lione e Parigi, magari mostrando durate inferiori in termini di ore di viaggi analoghi in Europa, erano falsi e ingannevoli. Il TAV non è più un’opinione, e quando Sergio Chiamparino propone, incredibilmente, un referendum tra i piemontesi davvero finisce in un terreno fangoso: il TAV, innanzi tutto, dopo innumerevoli cambiamenti di percorso, di motivazione, di bilancio, oggi non è più una linea per persone ma essenzialmente per merci, e in ogni caso, tutti, dicansi tutti, gli studi indipendenti (per esempio del Politecnico di Torino) hanno inequivocabilmente dimostrato che non solo non sussiste alcuna necessità di questa “grande opera”, il cui percorso è già coperto da una linea esistente e enormemente sottoutilizzata; ma hanno dimostrato altresì che i costi dell’opera (pubblici), esosi, e i benefici (privati) minimi; che il lavoro innescato non compenserebbe gli investimenti; che il danno ambientale, paesaggistico e idrogeologico avrebbe conseguenze, tanto sulla stabilità del territorio, quanto sul turismo, gravissime.

Ha fatto abbastanza specie vedere questo unanimismo dell’imbroglio e dell’ignoranza, per cui qualche cattedratico con pochi impegni e giornalisti pronti a scrivere ciò che il padrone comanda, hanno ripetuto, psittacisticamente, le parole della “madamine” in piazza, compreso l’elogio a quella piccola parte della magistratura locale che ha perseguitato, accanitamente, i No-Tav come “terroristi”.

Ma lo slogan più grottesco, e quindi più reiterato, a voce e sui cartelli e sulla stampa, è stato quello richiamato nell’intitolazione della marcia e che alludeva al “Sì”: ma Sì a che cosa? Alla devastazione di una delle più belle valli d’Italia? Alla corruzione (compagna fedele di ogni “grande opera”)? Ai profitti immensi per qualcuno e agli spiccioli concessi a pochi altri? Al dispendio di denaro pubblico? E ciò accadeva nei giorni in cui larga parte del nostro territorio, dalla Sicilia al Friuli, dalla Liguria alla Calabria, pagava un prezzo, ahinoi anche in termini di vite umane, a seguito di “eventi estremi”, certo favoriti dal cambio climatico, ma davanti ai quali poco o nulla si è potuto, perché governi centrali e amministrazioni locali continuano a cianciare di “grandi opere”, mentre il territorio nazionale va a pezzi.

Ha fatto specie davvero leggere, nel commento (sulla Stampa) di un osservatore serio come Vladimiro Zagrebelsky, l’elogio di quella piazza, che sarebbe stata formata da “cittadini con il senso del dovere”. E gli altri, no? Quelli che per un quarto di secolo si sono battuti contro il TAV avendo il sostegno di ricercatori e scienziati, studiando, raccogliendo dati? Gli altri non hanno il senso del dovere civico? Gli altri cittadini che consumavano risorse di tempo, denaro, e intelletto per studiare quell’opera arrivando appunto alla conclusione che essa era superflua e insieme dannosa, mentre una larga parte della cittadinanza, passiva e indifferente, si affidava alle decisioni degli amministratori? I No-Tav sono estranei alla polis e i Sì-Tav sono interni? Che svarione, per un giurista, per giunta.

Al contrario, la piazza così lodata da larga parte degli ambienti politici e mediatici, e da qualche intellettuale, era precisamente la piazza di chi allora come oggi non si preoccupa di informarsi, e oggi come allora si lascia trascinare da venditori di false notizie, che l’hanno persuasa che quel treno salverà l’occupazione per loro e i loro figli (come ripetono le interviste alla “gente” in piazza Castello il 10 novembre) e che, addirittura, con il loro benessere assicurerà quello della città subalpina.

Probabilmente, la risposta che quella città darà l’8 dicembre prossimo, con la marcia dei No-Tav, in una sfida che ha dovuto per forza di cose essere raccolta, non sarà sufficiente a dire la parola fine a 25 anni e oltre di dispute, di prove, di studi e pseudo-studi, di cantieri aperti e chiusi, di lotte coraggiose, di repressioni pesanti. Certo, visto che molti osservatori invitano ad “ascoltare la piazza”, gli stessi che quando la piazza è avversa ai poteri a cui essi si ispirano (per così dire), tuonano contro il “populismo”, bisognerà mettersi a contare i partecipanti alla marcia di risposta. Aspettiamoci che quei media e quei politici che hanno garantito i 40.000 il 10 novembre, si appresteranno a contare “qualche centinaio” di partecipanti l’8 dicembre, sottolineando che si tratta di “militanti dei Centri sociali”. Ossia, coloro che a differenza dei pensionati e delle madamine in piazza il mese prima, non possono trovare spazio nella comunità e che sono animati solo dalla “voglia di dire no”. 

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10/11/2018

Un evviva a tutte le manifestazioni di oggi, tranne una…

Oggi è un giorno di manifestazioni in tutta Italia, tutte di grande valore ed unite da un tessuto comune: il ripudio dell’oppressione e della violenza di sesso, di razza, di classe e la lotta contro un potere politico che vuole giustificare o legittimare tale violenza.

A Roma la manifestazione nazionale contro il Decreto Salvini è la prima sacrosanta risposta, tante altre ne dovranno venire, alla legge razzista e liberticida che organizza la caccia alle streghe contro i migranti e la persecuzione degli sfruttati e dei poveri. Una legge infame, che colpisce le persone in quanto tali e non i delitti, a meno che questi “delitti” non siano l’occupazione di fabbriche o case, i picchetti sindacali, la richiesta di elemosina. In questi casi la legge rispolvera il peggio del codice fascista Rocco. Del resto la legislazione fascista costituisce la prima fonte ispiratrice del Decreto Salvini, anche se, va sempre ricordato, le premesse ad esso sono contenute nelle ignobili misure adottate dal suo predecessore Minniti.

In cinquanta città italiane oggi si manifesta contro la violenza sulle donne e contro la legge Pillon, che a quella violenza vuole dare un contributo significativo. Il leghista Pillon, c’è sempre di mezzo un politico della Lega quando tornano orrori che credevamo superati, vuole distruggere i diritti delle donne soprattutto se povere, e dei figli, nel caso di separazione o divorzio. La legge Pillon, con la giustificazione ipocrita di una finta parità tra i sessi e dell’unità della famiglia, vuole restaurare un potere patriarcale di stampo medioevale. Del resto questa legge fa tutt’uno con l’aggressione alla libertà delle donne sull’aborto e con la campagna per la unicità e la sacralità della famiglia eterosessuale. È una offensiva reazionaria a tutto campo, che alimenta i suoi mostri e li fa crescere con il veleno accumulato da decenni di distruzione dei diritti, dell’eguaglianza e della solidarietà sociale. E così dopo tanto predicare a favore della competitività e della inevitabile selezione sociale, dopo la distruzione dei diritti sociali, anche i diritti civili ed umani vengono messi in discussione e ciò che fino a poco tempo fa veniva considerato come inconcepibile, si afferma come legge e governo.

Le manifestazioni di oggi sono una risposta diffusa alla spinta reazionaria che si sta affermando in risposta alla crisi economica e sociale. Esse sono un atto di resistenza ed il segno positivo del risveglio diffuso delle coscienze. Le manifestazioni di oggi tutte assieme formano una base da cui ripartire. Tutte tranne una.

A Torino oggi un guazzabuglio di industriali e sindacalisti loro amici, di piddini e leghisti, di ricchi interessati e poveri ricattati, manifesta per il SI al TAV. Come hanno dichiarato gli organizzatori della manifestazione, l’esempio è quello della marcia dei quarantamila, che mise fine alla vertenza alla FIAT del 1980. Questo paragone richiama la frase spesso usata da Marx: la storia si ripete due volte, la prima come tragedia la seconda come farsa.

La tragedia fu la manifestazione di alcune migliaia, poi il regime mediatico li moltiplicò in quarantamila, di crumiri organizzati direttamente dalla direzione della FIAT, che nell’ottobre del 1980 riuscì a spaventare le direzioni sindacali e a costringerle ad accettare il taglio di decine di migliaia di posti di lavoro, contro il quale gli operai avevano scioperato per trentacinque giorni. Quella manifestazione fu una tragedia non solo per la sconfitta operaia che ne seguì, ma per la svolta reazionaria che essa impresse alle relazioni sindacali e sociali di tutto il paese.

L’Italia ingiusta e reazionaria di oggi ha nel suo DNA tutte le scorie della marcia dei quarantamila, non si può essere contro il Decreto Salvini, il Jobsact, la precarietà del lavoro e dei diritti e dare un giudizio positivo su quella manifestazione, che diede il via alla marcia indietro dell’Italia.

Coerentemente e farsescamente gli organizzatori della manifestazione SI TAV di oggi si richiamano a quella orribile marcia, con una differenza. Che quella manifestazione allora effettivamente voleva una svolta, voleva la restaurazione del potere dell’impresa, dei profitti e del mercato contro i diritti sociali e del lavoro, che con tanti sacrifici si erano affermati nel paese. Mentre il corteo di oggi vuole la continuità con la devastazione dell’ambiente, con le Grandi Opere che servono solo a chi le costruisce, con un sistema che, con il ricatto del lavoro, impone qualsiasi danno alle persone e alla natura. Contro tutto questo da più di venti anni si battono i NO TAV in Valle Susa: essi vogliono la svolta, i SI TAV invece vogliono continuare nel disastro.

Oggi in Italia ci sono decine e decine di manifestazioni per il progresso e la giustizia, alle quali se ne contrappone una sola regressiva e reazionaria, il che tutto sommato è un buon bilancio. Anche se il potere e i mass media di regime cercheranno di dare a quest’ultima e unica, la forza che da sola essa non avrebbe mai. Esattamente come avvenne per la marcia dei quarantamila.

P.s. Oggi le prime pagine dei giornali gioiscono per la “riuscita” manifestazione SI TAV partecipata da Confindustria, Pd, berlusconiani, leghisti e neofascisti.
Non vi dicono che intanto adesso ai caselli fuori Roma migliaia di persone sono bloccate senza alcun motivo.

Ormai, da anni, è prassi fermare bus, identificare, intimidire, disincentivare la partecipazione attiva.

Non ce la faranno!


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28/06/2017

Viadana (Mantova). Scene d’altri tempi alla Composad

Quanto accaduto ieri (lunedì 26 giugno) davanti ai cancelli della Composad di Viadana (MN) è di quegli episodi che rimandano la memoria indietro di molti anni.

Alla marcia dei (cosiddetti) 40 mila della Fiat nel 1980, evento che segnò una netta e decisiva battuta d’arresto nella conquista di diritti sindacali in Italia, o al film I Compagni di Monicelli, che descriveva con grande maestria le condizioni degli operai dei primi del ‘900, costretti ad entrare in competizione tra loro per un posto di 14 ore al giorno in fabbrica.

Ma veniamo ai fatti. La Composad è un’azienda che produce mobili ed elementi di arredo. Tra le aziende committenti ha IKEA ed altre multinazionali.

Un anno fa, una delle cooperative che prestano lavoro nei suoi magazzini fallisce ma, tramite un accordo siglato dalle parti e con la firma in calce del Prefetto di Mantova, i 271 lavoratori della cooperativa riescono a strappare la promessa di venire riassunti dalla nuova cooperativa.

Tale accordo regge fino a circa un mese fa, quando la cooperativa Viadana Facchini viene definitivamente liquidata e le subentra la cooperativa 3L.

La nuova cooperativa stipula dunque un accordo con Cgil che impone ai lavoratori il ciclo continuo (con sabati e domeniche lavorative); la riassunzione deiratori nella nuova cooperativa previo il pagamento di 1000 € (non proprio bruscolini..) come quota associativa e l’accettazione di un inquadramento inferiore rispetto al precedente; infine, si impone la riassunzione di solo 200 dei 271 lavoratori e, tra questi, 50 con contratto a termine per soli tre mesi.

A quel punto i lavoratori (organizzati dall’Adl-CoBas) entrano prima in mobilitazione, poi in sciopero, picchettando per più giorni i magazzini Composad e creando un presidio davanti ai cancelli per più giorni e riuscendo anche a mettere in piedi una manifestazione con varie centinaia di persone che sfila per le vie del piccolo comune mantovano.

La cooperativa si vede dunque obbligata a riprendere le trattative che però naufragano di nuovo sabato scorso, quando le inaccettabili condizioni proposte dalla cooperativa (firma di un verbale di conciliazione in cambio degli stipendi di maggio –sì, avete letto bene!- e il mancato reintegro dei lavoratori più combattivi (23 in totale, tra cui ovviamente anche i delegati del sindacato) fanno saltare il tavolo.

Infine, veniamo dunque a quanto avvenuto ieri. Stante l’inaccettabilità delle proposte avanzate dalla cooperativa, i lavoratori riprendono la mobilitazione, bloccando nuovamente lo stabilimento e facendo salire una decina di loro sul tetto del magazzino stesso. A quel punto, accade la cosa peggiore per ogni lavoratore e per chiunque lotti non solo per i propri, ma per i diritti di tutti: alcuni dipendenti diretti della Composad, guidati dal presidente del gruppo industriale, da dirigenti e capi-reparto, si sono schierati contro i loro colleghi in sciopero, fin quasi arrivando a contatto. Tanto che la polizia è dovuta intervenire prima mettendosi in mezzo, poi lanciando addirittura alcuni lacrimogeni per disperdere la gente.

Un capo-reparto (e in precedenza RSU di Cgil nella stessa azienda...), intervistato da un’emittente locale, ha dichiarato: “Se si blocca la produzione perdiamo fornitori e ordini e ci rimettiamo anche noi”. Ecco dunque a cosa stanno facendo appello i dirigenti dell’azienda ed i loro caporioni per evitare l’incresciosa (per loro) situazione in cui i lavoratori “garantiti” dovessero coalizzarsi con quelli esternalizzati: la minaccia che, col blocco della produzione, tutti potrebbero perdere il posto di lavoro.

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22/09/2016

Classe operaia

La classe operaia: questa definizione economica di Karl Marx ha avuto conseguenze politiche. Un lavoratore salariato apprendeva due cose: di essere sottopagato per produrre plusvalore e di appartenere a una schiera di uguali. La classe operaia è stata prima di tutto una potente definizione politica. Ha procurato coscienza della propria forza di massa, rompendo l’isolamento dei singoli.

Ho fatto lavori manuali tra il ’76 e il ’97, ho conosciuto la grande fabbrica e la piccola azienda. Ovunque ho potuto riconoscere il grado di consapevolezza e dignità conquistato e trasmesso dalle lotte delle generazioni precedenti. Lo chiamavo e lo chiamo ancora: misura del progresso.

Il 1900 è stato il secolo degli operai. La loro forza lavoro ha mosso il macchinario assordante delle produzioni dal fondo di miniere al piano ultimo dei grattacieli. Il loro numero e la loro coscienza li rendeva una classe, nome che proviene da una compatta formazione di battaglia.

Nell’autunno dell’80 ho bivaccato davanti a uno dei molti cancelli della fabbrica Fiat Mirafiori a Torino. La mia vita è basata e ripassata spesso tra i suoi fiumi. Per 37 giorni e notti la classe operaia torinese ha sigillato il più grande stabilimento industriale d’Europa per non far passare oltre ventimila espulsioni. Dopo 37 giorni di blocco totale togliemmo l’assedio. Le espulsioni passarono. Conto da quel momento preciso la diminuzione fisica e politica del termine classe operaia.

Alleggerita di addetti, meccanizzata da nuove lavorazioni automatiche, la grande produzione ha potuto fare a meno della massa critica operaia. Avevo una tuta blu intrisa di lubrificanti, oggi vedo camici bianchi. Ho assistito all’estinzione del termine classe operaia.

Questo comporta minore tutela sul lavoro e aumento micidiale di pericolosità, gentilmente definita infortunistica. Non c’entra l’infortunio, neanche la sfortuna. C’entra l’aumento dei ritmi di lavorazione, la tensione di nervi tesi in faccia, l’allarme continuo e incorporato nei gesti, e a fine turno un assurdo sollievo di illesi. È posto di lavoro: o di trincea?

Ai miei tempi sfondare un picchietto di operai in sciopero era caldamente sconsigliato anche agli agenti in divisa. Oggi un autista investe e uccide col suo camion un operaio che blocca un ingresso insieme ai suoi compagni. Lo investe e lo uccide istigato dall’ordine di un qualche kapò di lager.

La modernità regredisce volentieri e la vita umana messa di traverso le ingombra la sua marcia indietro.

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16/02/2015

“La marcia dei 40.000 alla Fiat poteva essere fermata” e senza chiedere permesso

La marcia dei 40.000, che nel 1980 segnò i destini della Fiat e dei suoi operai, della città di Torino e dell'Italia intera, si sarebbe potuta facilmente fermare, non fare neanche partire. E' quello che sostiene Pietro Perotti nel suo documentario realizzato con il regista Pier Milanese.
E porta i documenti per quello che dice: i suoi super8, le sue foto, i suoi nastri registrati.
Per non parlare delle sculture prima di cartapesta e poi di gommapiuma che vediamo ancora oggi in tutte le manifestazioni più importanti di Fiom e CGIL: i suoi pupazzi sono diventati un simbolo stesso della lotta politica e sindacale in Italia da quei giorni della Fiat, quando la creatività era frutto di un impegno collettivo per comunicare con ironia e in maniera visibile.
Erano 70.000 gli operai nello stabilimento Fiat Mirafiori. La città intera pulsava al ritmo della fabbrica.
Tanti operai, come Pietro Perotti, che ci racconta la fabbrica attraverso quello che ha filmato solo lui, per tutti.
Tanti operai che potremo rivedere nelle loro lotte in un documento eccezionale che vuole diventare un documentario imperdibile, dal titolo “Senzachiederepermesso”.

“Senzachiederepermesso” ripercorre la storia e le lotte della Fiat Mirafiori dal 1969 al 1985 raccontando la ricchezza delle forme di comunicazione espresse direttamente dagli operai, senza mediazioni: dalle dinamiche dei cortei interni con l'autocostruzione di fischietti, trombe e tamburi, ai mezzi di comunicazione visiva e scritta, come gli adesivi applicati alla catena di montaggio, i manifesti e i giornali murali, per arrivare alle nuove modalità comunicative, i pupazzi in cartapesta e gommapiuma che hanno fatto diventare i cortei "teatro di strada".
Il documentario racconta il clima di grande partecipazione e condivisione che si respirava a Torino e in Italia in quegli anni, dove le conquiste operaie contaminavano e venivano contaminate da ampi strati della società.
Pietro Perotti, operaio alla Fiat Mirafiori dal 1969 al 1985, partecipa a tutte le lotte operaie occupandosi da subito di comunicazione all'interno della fabbrica. Con la sua cinepresa super8 riprende situazioni, cortei e picchetti a Mirafiori dal 1974 ad oggi. Grazie a questo materiale inedito il film dipinge un affresco di vita operaia in quella che è stata la più grande fabbrica metalmeccanica d'Europa.

Per riuscire in questo obiettivo è stata lanciata una sottoscrizione e  raccolta fondi via internet alla pagina https://www.produzionidalbasso.com/project/senzachiederepermesso/
e se invece preferisci non usare internet e Paypal, puoi inviare un bonifico all'Iban qua sotto, specificando nella causale:
SENZACHIEDEREPERMESSO, con il tuo nome e indirizzo mail
intestato a:
Cinefonie
Banco Desio
IT28V0344001000000000490500

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