Le associazioni datoriali degli stabilimenti balneari, capitanate da Sib-Fipe e Fiba-Confesercenti, hanno proclamato uno "sciopero" in data 9 agosto e il susseguirsi di altre giornate di protesta (19 e 29 agosto) per invocare l’intervento del governo Meloni in relazione all’ormai imminente applicazione della direttiva europea Bolkestein, che impone la rimessa a gara delle concessioni del demanio pubblico scadute il 31/12/2023 [1].
In questo frangente l’Italia ha tentato di far fronte alla procedura d’infrazione aperta dall’UE con una mappatura secondo cui solo il 33% dei litorali sarebbe occupato da imprese balneari (risultato a cui si arriva però solo annoverando nelle aree costiere anche aree militari, aeroporti, parchi naturali, porti e aree industriali), tentativo che è stato rispedito al mittente con il rischio di deferimento del caso alla Corte di Giustizia di Bruxelles. [2]
La lobby balneare oggi piange miseria chiedendo indennizzi e denunciando la mancanza di chiarezza da parte della normativa mentre gode dell’appoggio diretto da parte della ministra del turismo Santanchè e si prepara a una vera e propria “serrata” strumento con la quale i padroni si sono storicamente contrapposti all'avanzata del movimento dei lavoratori.
Da anni l’USB attraverso la campagna Cercasi Schiavo denuncia le condizioni di lavoro del settore del turismo stagionale, dove le condizioni di sfruttamento sono generate tanto dalla povertà dei CCNL applicati quanto da una dilagante irregolarità che vede nel lavoro nero e grigio i suoi capisaldi. Una condizione intercettata anche dall’inchiesta condotta nel 2023 dall’ispettorato del lavoro nazionale che ha rilevato tassi d’irregolarità del 76%, con picchi del 95% al Sud e del 78% al Nord-Ovest. [3]
Lacrime di coccodrillo quelle delle aziende balneari che hanno fatto fino ad ora profitti da capogiro sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, pagando una miseria i canoni di concessione e taglieggiando ai cittadini la possibilità di godere di un bene paesaggistico pubblico; un esempio su tutti il Twiga di Briatore che nel 2024 ha pagato un canone demaniale di 22.905,65 euro a fronte di un fatturato dichiarato nel 2023 di circa 8 milioni, con dipendenti con paghe da 8 euro lordi l’ora.
Difronte a questa nuova "trovata" dei finti scioperi ribadiamo la necessità di una ripubblicizzazione del compartimento degli stabilimenti balneari, che metta al centro i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e che componga la necessità di spiagge a libero accesso con garanzie e diritti per chi lavora nel settore. Ribadiamo, inoltre, che nei venturi bandi di gara per chi vuole operare su suolo demaniale, sia inserita la clausola dell’applicazione di un salario minimo, che costituirebbe un argine ai bassi salari e alla povertà che strutturalmente attanaglia il lavoro stagionale.
Rimettiamo al centro l'interesse pubblico e del lavoro, in opposizione al lobbismo di una categoria che tiene in ostaggio un bene pubblico, e fa mercimonio su di esso, eludendo diritti e sottraendo garanzie.
Note
[1] https://www.marelibero.eu/perche-stabilimenti-lidi-e-bagni-operano-illegittimamente/
[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/07/balneari-in-cdm-nulla-sulle-concessioni-la-lobby-di-categoria-governo-non-in-grado-di-gestire-il-problema-meloni-incapace/7650822/
[3] https://www.ilsole24ore.com/art/ispettorato-lavoro-irregolare-76percento-aziende-turismo-e-pubblici-esercizi-AEJ9TKMD
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/08/2024
Penultimi uomini: le super alienazioni delle nuove povertà
“Lino dovrebbe fare il lavapiatti”: è il mantra della cerchia sociale e familiare di Lino. Del resto, anche lui si ripete che, certamente, dovrebbe fare il lavapiatti.
La società civile, quanto i migliori della politica, sostengono che quelli come Lino dovrebbero fare i lavapiatti. Così Lino trascorre le giornate cercando di fare il lavapiatti ma, ogni ristoratore che consulta ripete il suo stesso mantra: “Lino dovresti fare il lavapiatti, ma non nel mio ristorante”.
La perversione di un labirinto del genere, quindi, palesa la sua macelleria non solo nelle dinamiche economiche, ma nelle narrazioni che se ne fanno, corrompendo il cervello di chi cade quanto la fame.
Un blackout di logica che annienta i Penultimi Uomini, togliendo loro anche la capacità di elaborare una progettualità credibile: spingendoli sempre più verso la cronicizzazione. Non è solo il problema dei soldi, ma la stessa percezione ulcerosa della propria condizione.
L’indice di povertà assoluta è superato in questi casi da un nuovo parametro: l’indice di povertà percepita. Il come ci si vede e si viene guardati nelle tortuosità delle sconfitte: uno specchio che ti rimanda una immagine malata, fragile, indigeribile.
I meccanismi aggreganti presenti nel Terzo Mondo rendono fisiologiche, quindi condivisibili, condizioni di miseria. Basti pensare alla casa, che seppur una capanna fatta di lamiera, è certamente più amena di un cartone per strada.
Poi, se la condizione di accampato avviene dentro un accampamento, innesca meccanismi di scambio, di microeconomia, di socialità e di amore. Mentre una società livida e basata sul consumismo crea una pena accessoria all’ergastolo di povertà: alienazione perpetua.
Nella iper-libera e iper-ricca Hong Kong spopolano le case bara: piccole gabbie di un metro quadrato, impilate le une sulle altre, come quelle delle galline.
Lino, nel mezzo del cammin della sua vita, si è ritrovato in una selva oscura... Le selve oscure della contemporaneità hanno molteplici fattori scatenanti.
Aspettative, tranelli finanziari, guai personali ma, in tanti casi come quello di Lino che ho osservato, ci sta una componente comune: l’incapacità, personale e dei propri ambiti, di leggere velocemente i fatti ed elaborare strategie atte a superarli.
Come se sbagliando strada, che può capitare a chiunque, una forza oscura conduca quelli come Lino a continuare a sbagliarla, fino a perdersi del tutto.
Un meccanismo mentale, oltre che economico, che ha a che fare con identità, vere o presunte, più che con solidità economiche, anche esse vere o presunte.
Così nel tentare di salvare le apparenze o di evitare bilanci, si finisce in un frullatore, dove non si apprende ad essere poveri, né si riesce a fingere di essere ricchi.
I fallimenti del 2008, ad esempio, sono nelle quotidianità di molti amici come dei cancri esistenziali. Lino è un po’ così: sospeso tra arroganze e umiliazioni, senza capire più il confine tra le due estremità della sua sconfitta.
Il degrado della piccola borghesia e delle nuove povertà nasce proprio da questa ambiguità del nostro sentire.
Si presuppone, ma solo negli altri, una dinamicità sociale che, oltre a non esistere e a non avere nella nostra cultura imprenditoriale un campo di atterraggio, può essere invalidante o impraticabile per determinate persone.
Lino è laureato, ha superato i cinquanta, ha bruciato un po’ di equilibri economici ed esistenziali: non è detto che la cultura punitiva in circolazione possa aiutarlo. È un disfunzionale, ma non riesce ad accettarlo né, tantomeno, a farlo accettare agli altri.
La disfunzionalità rende persone come Lino incapaci a reggere ritmi e riti delle nuove schiavitù e, in ultima analisi, glieli rende anche impraticabili, proprio perché esclusi dagli stessi mercanti di schiavi.
Però, nel frattempo, il suo degrado aumenta e, con il passare degli anni, diventa sempre più ingarbugliato.
Eppure, i salotti ultra liberisti dei rosa confetto, quanto dei fascio leghisti, inneggiano ad un dinamismo sociale (altrui) che fa a pugni con l’immobilismo reale del presente.
Negli Stati Uniti, ad esempio, la logica degli “sporchi 20 dollari”, ossia di lavori umili e sottopagati ma concentrati come orario e velocità di trovarli, sono un paradigma culturale, oltre ad un paracadute sociale.
Si sbucciano patate nei fast food, ma solo qualche ora e si ricomincia a guardarsi intorno dopo un licenziamento, una caduta o una malattia. Avendo, però, il tempo libero per farlo e le risorse minime per sopravvivere.
Un meccanismo anti welfare che consente di andare avanti in un day by day mesto, ma che lascia porte aperte alla speranza di una ricollocazione nella società o, almeno, alla praticabilità di una esistenza dove per “Pane Quotidiano” si intende qualcosa che vada oltre al pane.
Quell’opportunità di poterci tentare e di avere dei codici comuni in cui lo stesso tentativo si nutre di pratiche comportamentali aperte, anche negli interlocutori, come nei propri ambiti affettivi di riferimento.
Quel non sentirsi fallito che, invece, da noi è stigma incancellabile, anche negli occhi di chi ti ama. Si rimane in un limbo viscido, dove l’attesa assume i contorni di un fine pena mai.
Il nostro schiavismo è onnivoro e pretende il corpo dello schiavo a sua disposizione 24 ore su 24, distruggendo la stessa idea di vita.
In questo senso ogni resistenza residua della propria Identità, diventa ostacolo all’oblio insito nella cancellazione della Umanità, richiesta appunto dal nuovo schiavismo per poter accedere al banchetto degli avanzi.
Un tutto o niente che, dopo aver attraversato deserti di dolore e di indigenza, diventa una resa totale che per alcuni può essere suicidio, per altri puro auto annientamento ma, per quelli come Lino, impraticabile: perché la disfunzionalità lo rende fragilissimo, vero, ma incapace di essere altro che sé stesso.
Si deve diventare macchine, per non diventare rifiuti Umani non riciclabili. Oppure, nell’ostinazione di voler continuare a vivere o nell’incapacità a smettere di farlo, si deve mettere in conto l’ergastolo di marginalità che i cicli produttivi di questo capitalismo cannibale impongono a chi è debole, disfunzionale o diverso.
Il “notte & giorno” degli extracomunitari è incostituzionale, eppure sostituisce un welfare inefficiente, almeno nelle sacche di privilegio borghese. Bambini o anziani, di fatto, restano al mondo o ci arrivano grazie a questa forma di schiavismo.
Così come le varie forme di contratti a somministrazione, proprio nella traslazione del Lavoratore da Uomo in corpo ad ore, non prevedono quelle garanzie fondanti della nostra Costituzione.
Eppure, vengono tollerate da Sindacati e Opinione Pubblica come dazi ad una modernità, dietro cui invece si nasconde l’antichissimo anelito alla schiavitù.
Un mio amico afroamericano era caduto in tutti i tranelli delle nuove povertà. Una oscillazione che improvvisamente aveva cancellato lavoro, credibilità economica, equilibrio psicologico. Era caduto nella marginalità totale, finendo anche senza elettricità in casa, oltre che nella impossibilità di pagare l’affitto.
È tornato a New York dalla sorella benestante, ha trovato subito un lavoretto da due ore, ha rimesso in piedi rapporti e decenze, si è ricollocato nel mondo. Ora ha una casa, un lavoro consono alle sue qualità, degli amici e un centro di gravità permanente.
Lino, invece, pur potendo contare sulla solidarietà della famiglia, non ha trovato nulla e campicchia ai margini del mondo, acuendo ogni distanza da equilibri e compostezze.
Le massonerie finanziarie hanno, in pratica, importato dagli Stati Uniti elementi atti a privilegiare la natura vampiresca delle aristocrazie italiote, senza però immettere nel nostro DNA quelle particolarità insite della cultura nordamericane.
Queste rendono possibile le innumerevoli “seconde chance” fisiologiche in quel tipo di capitalismo e, purtroppo, dopo decenni di Bunga&Bunga e di sinistri rosè thatcheriani, anche nel nostro.
Persino le banche guardano con sospetto i clienti che non sono mai falliti, mentre da noi basta saltare qualche rata per essere condannati da insolventi, cattivi pagatori: sentenze per cui quelli come Lino non possono comprare neanche un'aspirapolvere a rate.
Eppure, è proprio il microcredito che può agevolare forme di auto impiego. Uniche strade, oltre le criminali narrazioni dei nostri mass media, che possono condurre alla emancipazione persone che per età, disfunzioni o altro, non sono appetibili al mercato del Lavoro.
Una commessa ha la stessa carriera, per durata, di un calciatore ma non ha gli stessi contratti o contatti. Così non è detto che, se perde il lavoro a quaranta anni, lo possa ritrovare o campare senza.
Ma, se decide per sopravvivere di vendere qualcosa in strada, viene denunciata dallo stesso commerciante che non vuole assumerla o che l’ha licenziata, viene messa in pericolo dagli agguerriti eserciti dei venditori abusivi extracomunitari, viene infine trattata dalle Forze dell’Ordine come se fosse una seguace sanguinaria di Bin Laden.
Una licenza ambulante, però, in mercati frequentati, costa quanto il fitto di un negozio. Poi la nostra kafkiana burocrazia come uno schiaccia sassi distrugge nella sua ossessiva presenza queste forme di auto impiego.
L’inconsistenza di una Sinistra Antagonista e delle sue venti sfumature di rosso in perenne lotta tra loro, favorisce solo la nascita di auto nominati gruppi dirigenti, ostaggi di Ego deformi e distanti dai tormenti della Esclusione.
Anzi, nel paradosso delle presunte élite nostrane, al mio amico Lino è capitato di svolgere qualche mansione per un cantore delle 10 euro all’ora, uno di quelli che raccoglieva le firme per la proposta di legge, ricevendo però una paghetta di circa 1,20€: forse è il gesuitismo che pervade anche alcune isteriche nicchie Comuniste del paese.
Qui si palesa la cruda differenza tra Umiltà e umiliazione, dove alla necessità di essere umili nelle inevitabili cadute della vita, viene sovrapposto l’istinto ad umiliare degli altri. La pecora assassina che è in noi, sempre pronta a dare un calcetto a chi è steso a terra.
Lino ha attraversato tutti questi disgusti traendone due unici volgarissimi insegnamenti: “Più uno si abbassa e più mostra il c…” e “Anche per fare tenerezza bisogna avere qualcosa di esotico e un piccolo borghese decaduto non fa pena a nessuno, nemmeno a sé stesso”.
In tal senso l’oblio della informazione rispetto alla mattanza della piccola borghesia, al suo precipitare verso un sottoproletariato senza arte o parte, è emblematica di come l’estetica del dolore crei audience solo dove presenta connotati di esoticità. Il bambino del Terzo Mondo sporco di fango vince sul bambino alienato e abboffato di psicofarmaci di periferia.
La nevrosi delle narrazioni in circolazione è criminale, proprio perché oltre a condannare alla povertà fisiologica 20 milioni di italiani, li condanna ad una tristezza, fatta di livore, di sensi di colpa e di una emarginazione solida e invalidante.
Così nella maschera del “fannullone sul divano” viene sminuito il ruolo delle automazioni, delle delocalizzazioni, delle concentrazioni tra grandi aziende che, di fatto, cancellano milioni di posti di lavoro in Occidente.
Viene cancellato il torbido meccanismo degli equilibri finanziari, delle privatizzazioni e dei patti di stabilità che hanno cancellato, nella Pubblica Amministrazione quanto nel suo indotto, altre decine di migliaia di posti di lavoro.
Grande Distribuzione, commercio on line, crisi dei consumi, poi, hanno desertificato interi quartieri che non hanno più una saracinesca aperta. Il lavoro non ci sta e quello che ci sta non è adatto a tutti.
Eppure, nessuno lo racconta, nessuno si assume la responsabilità di paragonare i nostri distretti dell’abbandono ad enormi campi di concentramento, dove tranne i forni crematori, tutto sembra simile a quella alterazione nazi fascista che guerre&pandemie sembrano voler imporre ai nostri orizzonti.
Un cane turbato non si guarda mai indietro, se supera il suo buco nero. Il passato non innesca disgusti, proprio perché superato un trauma non incide sulla quotidianità.
Viceversa, il turbamento umano è qualcosa che porta disgusti continui e mette attorno al corpo di quelli come Lino una commedia meschina: un farsi schifo personale che si somma al fare schifo che trasuda dallo sguardo altrui.
Un po’ perché la stessa caduta, di qualunque natura essa sia, mette in moto meccanismi di difesa negli altri. Un po’ perché si diventa minaccia, estranei, diversi anche negli ambiti dove si era accolti prima della rovina.
Meccanismi che messi in moto rappresentano micro macchine del fango, senza però che questo fango inneschi aureole di santità come per i vip.
Tutto sommato, ad esempio, nelle carriere di scrittore una censura o una critica feroce spesso sortiscono l’effetto opposto: quante stroncature hanno favorito la notorietà di Vannacci? Chi lo conosceva prima?
È come se anche la recita del marginale, per essere vendibile, dovesse assumere contorni pornografici e non tutti sono disposti o in grado di girare film porno.
Risultato: l’allontanamento coatto e progressivo di quelli come Lino dal genere umano. Una scomparsa, meglio una dissolvenza, dove si liquefa ogni praticabilità, dalla seduzione erotica alla credibilità finanziaria.
Certi sprofondi creano in alcuni sprofondati odio nel cuore, in altri quella furbizia atavica che trasforma la fragilità in qualcosa di mostruoso: quel lato oscuro che può rendere eroi o vermi in pochi secondi.
Opporsi a queste forze nere che si hanno dentro spingono, possono spingere, ad opporre una inerzia esistenziale: un lento andarsene via.
Come pescare senza esca e senza amo: nessun confronto con gli altri e con sé stesso, come forma estrema di autodifesa non tanto dal mondo, quanto da sé stessi. Rompere le catene dell’auto isolamento non è facile, richiede attenzione, cura, rispetto per le vite perdute.
La solidarietà è sempre azione, mai pippa mentale: azione circolare e orizzontale, mai giudizio o livida carità. È un prendere parte, farsi carico, sporcarsi le mani nella vita degli altri, senza pretendere che sia uguale alla nostra.
Lavoro non ci sta e l’unica soluzione per sopravvivere come Società, ammesso che vogliamo rimanere in un alveo di pacifica convivenza, è quella di accettarlo e inventare forme di Welfare che partano dal duplice assioma: per vivere bisogna mangiare e per mangiare bisogna vivere.
Le stentate misure di sostegno alla povertà attuali, oltre a favorire eserciti della bontà e formatori di nulla, servono a pochissimo.
Stupisce che magistrature così attente non abbiano ancora posto la giusta attenzione sul dramma delle finte formazioni, atte a dare lauti gettoni di presenza ai presunti formatori, senza portare una minimissima potenzialità professionale o uno straccio di competenza ai finti formati.
Una recita macabra che, a sua volta, contribuisce solo alla umiliazione e alla cronicizzazione di ogni marginalità.
Lezioni fatte di silenzi, saluti, pause, filmati mandati da chissà chi che portano fiumi di danaro a chi ne ha già e portano sconforto e pigrizia a chi, invece, avrebbe bisogno di sentirsi utile, stimolato, oltre che aiutato.
Perlopiù si tratta di collegare un telefono a questi formatori e sonnecchiare o fare le parole incrociate, mentre dall’altra parte si sonnecchia o si fanno le parole incrociate.
Fonte
La società civile, quanto i migliori della politica, sostengono che quelli come Lino dovrebbero fare i lavapiatti. Così Lino trascorre le giornate cercando di fare il lavapiatti ma, ogni ristoratore che consulta ripete il suo stesso mantra: “Lino dovresti fare il lavapiatti, ma non nel mio ristorante”.
La perversione di un labirinto del genere, quindi, palesa la sua macelleria non solo nelle dinamiche economiche, ma nelle narrazioni che se ne fanno, corrompendo il cervello di chi cade quanto la fame.
Un blackout di logica che annienta i Penultimi Uomini, togliendo loro anche la capacità di elaborare una progettualità credibile: spingendoli sempre più verso la cronicizzazione. Non è solo il problema dei soldi, ma la stessa percezione ulcerosa della propria condizione.
L’indice di povertà assoluta è superato in questi casi da un nuovo parametro: l’indice di povertà percepita. Il come ci si vede e si viene guardati nelle tortuosità delle sconfitte: uno specchio che ti rimanda una immagine malata, fragile, indigeribile.
I meccanismi aggreganti presenti nel Terzo Mondo rendono fisiologiche, quindi condivisibili, condizioni di miseria. Basti pensare alla casa, che seppur una capanna fatta di lamiera, è certamente più amena di un cartone per strada.
Poi, se la condizione di accampato avviene dentro un accampamento, innesca meccanismi di scambio, di microeconomia, di socialità e di amore. Mentre una società livida e basata sul consumismo crea una pena accessoria all’ergastolo di povertà: alienazione perpetua.
Nella iper-libera e iper-ricca Hong Kong spopolano le case bara: piccole gabbie di un metro quadrato, impilate le une sulle altre, come quelle delle galline.
Lino, nel mezzo del cammin della sua vita, si è ritrovato in una selva oscura... Le selve oscure della contemporaneità hanno molteplici fattori scatenanti.
Aspettative, tranelli finanziari, guai personali ma, in tanti casi come quello di Lino che ho osservato, ci sta una componente comune: l’incapacità, personale e dei propri ambiti, di leggere velocemente i fatti ed elaborare strategie atte a superarli.
Come se sbagliando strada, che può capitare a chiunque, una forza oscura conduca quelli come Lino a continuare a sbagliarla, fino a perdersi del tutto.
Un meccanismo mentale, oltre che economico, che ha a che fare con identità, vere o presunte, più che con solidità economiche, anche esse vere o presunte.
Così nel tentare di salvare le apparenze o di evitare bilanci, si finisce in un frullatore, dove non si apprende ad essere poveri, né si riesce a fingere di essere ricchi.
I fallimenti del 2008, ad esempio, sono nelle quotidianità di molti amici come dei cancri esistenziali. Lino è un po’ così: sospeso tra arroganze e umiliazioni, senza capire più il confine tra le due estremità della sua sconfitta.
Il degrado della piccola borghesia e delle nuove povertà nasce proprio da questa ambiguità del nostro sentire.
Si presuppone, ma solo negli altri, una dinamicità sociale che, oltre a non esistere e a non avere nella nostra cultura imprenditoriale un campo di atterraggio, può essere invalidante o impraticabile per determinate persone.
Lino è laureato, ha superato i cinquanta, ha bruciato un po’ di equilibri economici ed esistenziali: non è detto che la cultura punitiva in circolazione possa aiutarlo. È un disfunzionale, ma non riesce ad accettarlo né, tantomeno, a farlo accettare agli altri.
La disfunzionalità rende persone come Lino incapaci a reggere ritmi e riti delle nuove schiavitù e, in ultima analisi, glieli rende anche impraticabili, proprio perché esclusi dagli stessi mercanti di schiavi.
Però, nel frattempo, il suo degrado aumenta e, con il passare degli anni, diventa sempre più ingarbugliato.
Eppure, i salotti ultra liberisti dei rosa confetto, quanto dei fascio leghisti, inneggiano ad un dinamismo sociale (altrui) che fa a pugni con l’immobilismo reale del presente.
Negli Stati Uniti, ad esempio, la logica degli “sporchi 20 dollari”, ossia di lavori umili e sottopagati ma concentrati come orario e velocità di trovarli, sono un paradigma culturale, oltre ad un paracadute sociale.
Si sbucciano patate nei fast food, ma solo qualche ora e si ricomincia a guardarsi intorno dopo un licenziamento, una caduta o una malattia. Avendo, però, il tempo libero per farlo e le risorse minime per sopravvivere.
Un meccanismo anti welfare che consente di andare avanti in un day by day mesto, ma che lascia porte aperte alla speranza di una ricollocazione nella società o, almeno, alla praticabilità di una esistenza dove per “Pane Quotidiano” si intende qualcosa che vada oltre al pane.
Quell’opportunità di poterci tentare e di avere dei codici comuni in cui lo stesso tentativo si nutre di pratiche comportamentali aperte, anche negli interlocutori, come nei propri ambiti affettivi di riferimento.
Quel non sentirsi fallito che, invece, da noi è stigma incancellabile, anche negli occhi di chi ti ama. Si rimane in un limbo viscido, dove l’attesa assume i contorni di un fine pena mai.
Il nostro schiavismo è onnivoro e pretende il corpo dello schiavo a sua disposizione 24 ore su 24, distruggendo la stessa idea di vita.
In questo senso ogni resistenza residua della propria Identità, diventa ostacolo all’oblio insito nella cancellazione della Umanità, richiesta appunto dal nuovo schiavismo per poter accedere al banchetto degli avanzi.
Un tutto o niente che, dopo aver attraversato deserti di dolore e di indigenza, diventa una resa totale che per alcuni può essere suicidio, per altri puro auto annientamento ma, per quelli come Lino, impraticabile: perché la disfunzionalità lo rende fragilissimo, vero, ma incapace di essere altro che sé stesso.
Si deve diventare macchine, per non diventare rifiuti Umani non riciclabili. Oppure, nell’ostinazione di voler continuare a vivere o nell’incapacità a smettere di farlo, si deve mettere in conto l’ergastolo di marginalità che i cicli produttivi di questo capitalismo cannibale impongono a chi è debole, disfunzionale o diverso.
Il “notte & giorno” degli extracomunitari è incostituzionale, eppure sostituisce un welfare inefficiente, almeno nelle sacche di privilegio borghese. Bambini o anziani, di fatto, restano al mondo o ci arrivano grazie a questa forma di schiavismo.
Così come le varie forme di contratti a somministrazione, proprio nella traslazione del Lavoratore da Uomo in corpo ad ore, non prevedono quelle garanzie fondanti della nostra Costituzione.
Eppure, vengono tollerate da Sindacati e Opinione Pubblica come dazi ad una modernità, dietro cui invece si nasconde l’antichissimo anelito alla schiavitù.
Un mio amico afroamericano era caduto in tutti i tranelli delle nuove povertà. Una oscillazione che improvvisamente aveva cancellato lavoro, credibilità economica, equilibrio psicologico. Era caduto nella marginalità totale, finendo anche senza elettricità in casa, oltre che nella impossibilità di pagare l’affitto.
È tornato a New York dalla sorella benestante, ha trovato subito un lavoretto da due ore, ha rimesso in piedi rapporti e decenze, si è ricollocato nel mondo. Ora ha una casa, un lavoro consono alle sue qualità, degli amici e un centro di gravità permanente.
Lino, invece, pur potendo contare sulla solidarietà della famiglia, non ha trovato nulla e campicchia ai margini del mondo, acuendo ogni distanza da equilibri e compostezze.
Le massonerie finanziarie hanno, in pratica, importato dagli Stati Uniti elementi atti a privilegiare la natura vampiresca delle aristocrazie italiote, senza però immettere nel nostro DNA quelle particolarità insite della cultura nordamericane.
Queste rendono possibile le innumerevoli “seconde chance” fisiologiche in quel tipo di capitalismo e, purtroppo, dopo decenni di Bunga&Bunga e di sinistri rosè thatcheriani, anche nel nostro.
Persino le banche guardano con sospetto i clienti che non sono mai falliti, mentre da noi basta saltare qualche rata per essere condannati da insolventi, cattivi pagatori: sentenze per cui quelli come Lino non possono comprare neanche un'aspirapolvere a rate.
Eppure, è proprio il microcredito che può agevolare forme di auto impiego. Uniche strade, oltre le criminali narrazioni dei nostri mass media, che possono condurre alla emancipazione persone che per età, disfunzioni o altro, non sono appetibili al mercato del Lavoro.
Una commessa ha la stessa carriera, per durata, di un calciatore ma non ha gli stessi contratti o contatti. Così non è detto che, se perde il lavoro a quaranta anni, lo possa ritrovare o campare senza.
Ma, se decide per sopravvivere di vendere qualcosa in strada, viene denunciata dallo stesso commerciante che non vuole assumerla o che l’ha licenziata, viene messa in pericolo dagli agguerriti eserciti dei venditori abusivi extracomunitari, viene infine trattata dalle Forze dell’Ordine come se fosse una seguace sanguinaria di Bin Laden.
Una licenza ambulante, però, in mercati frequentati, costa quanto il fitto di un negozio. Poi la nostra kafkiana burocrazia come uno schiaccia sassi distrugge nella sua ossessiva presenza queste forme di auto impiego.
L’inconsistenza di una Sinistra Antagonista e delle sue venti sfumature di rosso in perenne lotta tra loro, favorisce solo la nascita di auto nominati gruppi dirigenti, ostaggi di Ego deformi e distanti dai tormenti della Esclusione.
Anzi, nel paradosso delle presunte élite nostrane, al mio amico Lino è capitato di svolgere qualche mansione per un cantore delle 10 euro all’ora, uno di quelli che raccoglieva le firme per la proposta di legge, ricevendo però una paghetta di circa 1,20€: forse è il gesuitismo che pervade anche alcune isteriche nicchie Comuniste del paese.
Qui si palesa la cruda differenza tra Umiltà e umiliazione, dove alla necessità di essere umili nelle inevitabili cadute della vita, viene sovrapposto l’istinto ad umiliare degli altri. La pecora assassina che è in noi, sempre pronta a dare un calcetto a chi è steso a terra.
Lino ha attraversato tutti questi disgusti traendone due unici volgarissimi insegnamenti: “Più uno si abbassa e più mostra il c…” e “Anche per fare tenerezza bisogna avere qualcosa di esotico e un piccolo borghese decaduto non fa pena a nessuno, nemmeno a sé stesso”.
In tal senso l’oblio della informazione rispetto alla mattanza della piccola borghesia, al suo precipitare verso un sottoproletariato senza arte o parte, è emblematica di come l’estetica del dolore crei audience solo dove presenta connotati di esoticità. Il bambino del Terzo Mondo sporco di fango vince sul bambino alienato e abboffato di psicofarmaci di periferia.
La nevrosi delle narrazioni in circolazione è criminale, proprio perché oltre a condannare alla povertà fisiologica 20 milioni di italiani, li condanna ad una tristezza, fatta di livore, di sensi di colpa e di una emarginazione solida e invalidante.
Così nella maschera del “fannullone sul divano” viene sminuito il ruolo delle automazioni, delle delocalizzazioni, delle concentrazioni tra grandi aziende che, di fatto, cancellano milioni di posti di lavoro in Occidente.
Viene cancellato il torbido meccanismo degli equilibri finanziari, delle privatizzazioni e dei patti di stabilità che hanno cancellato, nella Pubblica Amministrazione quanto nel suo indotto, altre decine di migliaia di posti di lavoro.
Grande Distribuzione, commercio on line, crisi dei consumi, poi, hanno desertificato interi quartieri che non hanno più una saracinesca aperta. Il lavoro non ci sta e quello che ci sta non è adatto a tutti.
Eppure, nessuno lo racconta, nessuno si assume la responsabilità di paragonare i nostri distretti dell’abbandono ad enormi campi di concentramento, dove tranne i forni crematori, tutto sembra simile a quella alterazione nazi fascista che guerre&pandemie sembrano voler imporre ai nostri orizzonti.
Un cane turbato non si guarda mai indietro, se supera il suo buco nero. Il passato non innesca disgusti, proprio perché superato un trauma non incide sulla quotidianità.
Viceversa, il turbamento umano è qualcosa che porta disgusti continui e mette attorno al corpo di quelli come Lino una commedia meschina: un farsi schifo personale che si somma al fare schifo che trasuda dallo sguardo altrui.
Un po’ perché la stessa caduta, di qualunque natura essa sia, mette in moto meccanismi di difesa negli altri. Un po’ perché si diventa minaccia, estranei, diversi anche negli ambiti dove si era accolti prima della rovina.
Meccanismi che messi in moto rappresentano micro macchine del fango, senza però che questo fango inneschi aureole di santità come per i vip.
Tutto sommato, ad esempio, nelle carriere di scrittore una censura o una critica feroce spesso sortiscono l’effetto opposto: quante stroncature hanno favorito la notorietà di Vannacci? Chi lo conosceva prima?
È come se anche la recita del marginale, per essere vendibile, dovesse assumere contorni pornografici e non tutti sono disposti o in grado di girare film porno.
Risultato: l’allontanamento coatto e progressivo di quelli come Lino dal genere umano. Una scomparsa, meglio una dissolvenza, dove si liquefa ogni praticabilità, dalla seduzione erotica alla credibilità finanziaria.
Certi sprofondi creano in alcuni sprofondati odio nel cuore, in altri quella furbizia atavica che trasforma la fragilità in qualcosa di mostruoso: quel lato oscuro che può rendere eroi o vermi in pochi secondi.
Opporsi a queste forze nere che si hanno dentro spingono, possono spingere, ad opporre una inerzia esistenziale: un lento andarsene via.
Come pescare senza esca e senza amo: nessun confronto con gli altri e con sé stesso, come forma estrema di autodifesa non tanto dal mondo, quanto da sé stessi. Rompere le catene dell’auto isolamento non è facile, richiede attenzione, cura, rispetto per le vite perdute.
La solidarietà è sempre azione, mai pippa mentale: azione circolare e orizzontale, mai giudizio o livida carità. È un prendere parte, farsi carico, sporcarsi le mani nella vita degli altri, senza pretendere che sia uguale alla nostra.
Lavoro non ci sta e l’unica soluzione per sopravvivere come Società, ammesso che vogliamo rimanere in un alveo di pacifica convivenza, è quella di accettarlo e inventare forme di Welfare che partano dal duplice assioma: per vivere bisogna mangiare e per mangiare bisogna vivere.
Le stentate misure di sostegno alla povertà attuali, oltre a favorire eserciti della bontà e formatori di nulla, servono a pochissimo.
Stupisce che magistrature così attente non abbiano ancora posto la giusta attenzione sul dramma delle finte formazioni, atte a dare lauti gettoni di presenza ai presunti formatori, senza portare una minimissima potenzialità professionale o uno straccio di competenza ai finti formati.
Una recita macabra che, a sua volta, contribuisce solo alla umiliazione e alla cronicizzazione di ogni marginalità.
Lezioni fatte di silenzi, saluti, pause, filmati mandati da chissà chi che portano fiumi di danaro a chi ne ha già e portano sconforto e pigrizia a chi, invece, avrebbe bisogno di sentirsi utile, stimolato, oltre che aiutato.
Perlopiù si tratta di collegare un telefono a questi formatori e sonnecchiare o fare le parole incrociate, mentre dall’altra parte si sonnecchia o si fanno le parole incrociate.
Fonte
25/05/2022
Ddl concorrenza, la prova di forza di Draghi-UE
I richiami all’ordine di Mario Draghi – in un consiglio dei ministri durato appena dieci minuti – non sono bastati a tacitare le “sofferenze” dei partiti espressione della parte più arretrata della piccola borghesia italiana, quella che lucra redditi su concessioni pubbliche anche minime, evasione fiscale, ecc.
Così la Commissione Europea – il “governo” della UE – ha pensato bene di far sentire anche la propria pressione al fianco del presidente del Consiglio. L’Italia “deve attuare le riforme”, a partire da quelle previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, e quindi fisco, catasto, lavoro e concorrenza, chiede l’esecutivo di Bruxelles che, in particolare sugli immobili, aggiunge: «i valori catastali, che servono come base per il calcolo dell’imposta, sono in gran parte superati», occorre «allineare i valori catastali ai valori correnti di mercato».
Sul ddl concorrenza, che fin lì era stato il motivo principale del nervosismo della destra politica, l’unico punto di frizione resta quello più miserabile: le concessioni balneari. Ossia quelle autorizzazioni a “fare impresa” su spiagge pubbliche, recintando e privatizzando spazi demaniali, pagando (e più spesso eludendo) affitti risibili, sfruttando manodopera stagionale pagata meno del già patetico reddito di cittadinanza.
E dire che quel ddl è un pacchetto molto ricco di privatizzazioni – dall’acqua ai trasporti pubblici, dalla sanità ai rifiuti, dal gas all’idroelettrico, ecc. – che mirano univocamente a consegnare nelle mani degli imprenditori una serie di beni e servizi che immancabilmente verranno a costare di più agli utenti. Ossia a noi.
Su tutto questo, silenzio assoluto e complice. Ognuno dei partiti di governo (e anche Fratelli d’Italia) rappresenta infatti varie frazioni di borghesia imprenditoriale (locale, nazionale, europea) che trova in quel testo grandi occasioni per fare affari.
Resta il nodo dei “balneari”, come dimostrazione di un contrasto di interessi tra questa sottile frazione (12.000 concessionari) – che ha fatto modesta fortuna sfruttando i poteri di amministrazioni locali “permeabili” – e un’imprenditoria molto più strutturata che vorrebbe impossessarsi anche di questo business secondo “regole europee” (mettendo all’asta le varie concessioni).
Ma non è questo il punto politico più interessante.
Il vero centro del conflitto mimato sotto i nostri occhi – e che non porterà in nessun caso ad una crisi di governo – è tra la prevalenza delle “regole europee” e l’eterno fai-da-te dell’imprenditoria stracciona e semilegale che caratterizza la fascia più bassa della borghesia nazionale.
Non ci sono molti dubbi sull’esito – sono trent’anni che questo scontro si ripropone e termina sistematicamente con la sconfitta dei “nazionalisti minimi” – ma torna utile al “potere vero” per istituzionalizzare un nuovo passo avanti verso la centralizzazione della decisione politica nelle mani di Bruxelles.
Lo dimostra, per esempio, il gesto davvero inusuale con cui Mario Draghi ha accompagnato la convocazione, stamattina, della conferenza dei capigruppo per esaminare il ddl concorrenza. Ha infatti imposto all’odg della riunione una sua lettera alla presidente Elisabetta Casellati in cui il premier sollecita l’approvazione entro fine maggio del ddl Concorrenza altrimenti verrebbe messo a rischio “uno degli obiettivi fondamentali del PNRR”.
Si tratta, con tutta evidenza, dello stesso richiamo fatto nel consiglio dei ministri straordinario di una settimana fa: ogni “riforma” che il governo mette in cantiere deve essere approvata senza ritardi rispetto al calendario (e ai contenuti) stabilito con la Commissione Europea al momento dell’approvazione del “Recovery Fund”. 528 “condizionalità” da rispettare, a scadenze prefissate, altrimenti si blocca l’erogazione dei prestiti europei.
Il comando del capitale internazionale non si impone, di preferenza, con le armi, ma con i più sottili strumenti ricattatori del debito e dei prestiti, “liberamente” contrattati.
È da stupidi non capirlo...
Fonte
Così la Commissione Europea – il “governo” della UE – ha pensato bene di far sentire anche la propria pressione al fianco del presidente del Consiglio. L’Italia “deve attuare le riforme”, a partire da quelle previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, e quindi fisco, catasto, lavoro e concorrenza, chiede l’esecutivo di Bruxelles che, in particolare sugli immobili, aggiunge: «i valori catastali, che servono come base per il calcolo dell’imposta, sono in gran parte superati», occorre «allineare i valori catastali ai valori correnti di mercato».
Sul ddl concorrenza, che fin lì era stato il motivo principale del nervosismo della destra politica, l’unico punto di frizione resta quello più miserabile: le concessioni balneari. Ossia quelle autorizzazioni a “fare impresa” su spiagge pubbliche, recintando e privatizzando spazi demaniali, pagando (e più spesso eludendo) affitti risibili, sfruttando manodopera stagionale pagata meno del già patetico reddito di cittadinanza.
E dire che quel ddl è un pacchetto molto ricco di privatizzazioni – dall’acqua ai trasporti pubblici, dalla sanità ai rifiuti, dal gas all’idroelettrico, ecc. – che mirano univocamente a consegnare nelle mani degli imprenditori una serie di beni e servizi che immancabilmente verranno a costare di più agli utenti. Ossia a noi.
Su tutto questo, silenzio assoluto e complice. Ognuno dei partiti di governo (e anche Fratelli d’Italia) rappresenta infatti varie frazioni di borghesia imprenditoriale (locale, nazionale, europea) che trova in quel testo grandi occasioni per fare affari.
Resta il nodo dei “balneari”, come dimostrazione di un contrasto di interessi tra questa sottile frazione (12.000 concessionari) – che ha fatto modesta fortuna sfruttando i poteri di amministrazioni locali “permeabili” – e un’imprenditoria molto più strutturata che vorrebbe impossessarsi anche di questo business secondo “regole europee” (mettendo all’asta le varie concessioni).
Ma non è questo il punto politico più interessante.
Il vero centro del conflitto mimato sotto i nostri occhi – e che non porterà in nessun caso ad una crisi di governo – è tra la prevalenza delle “regole europee” e l’eterno fai-da-te dell’imprenditoria stracciona e semilegale che caratterizza la fascia più bassa della borghesia nazionale.
Non ci sono molti dubbi sull’esito – sono trent’anni che questo scontro si ripropone e termina sistematicamente con la sconfitta dei “nazionalisti minimi” – ma torna utile al “potere vero” per istituzionalizzare un nuovo passo avanti verso la centralizzazione della decisione politica nelle mani di Bruxelles.
Lo dimostra, per esempio, il gesto davvero inusuale con cui Mario Draghi ha accompagnato la convocazione, stamattina, della conferenza dei capigruppo per esaminare il ddl concorrenza. Ha infatti imposto all’odg della riunione una sua lettera alla presidente Elisabetta Casellati in cui il premier sollecita l’approvazione entro fine maggio del ddl Concorrenza altrimenti verrebbe messo a rischio “uno degli obiettivi fondamentali del PNRR”.
Si tratta, con tutta evidenza, dello stesso richiamo fatto nel consiglio dei ministri straordinario di una settimana fa: ogni “riforma” che il governo mette in cantiere deve essere approvata senza ritardi rispetto al calendario (e ai contenuti) stabilito con la Commissione Europea al momento dell’approvazione del “Recovery Fund”. 528 “condizionalità” da rispettare, a scadenze prefissate, altrimenti si blocca l’erogazione dei prestiti europei.
Il comando del capitale internazionale non si impone, di preferenza, con le armi, ma con i più sottili strumenti ricattatori del debito e dei prestiti, “liberamente” contrattati.
È da stupidi non capirlo...
Fonte
21/05/2022
Il ddl concorrenza chiarisce chi comanda
Un consiglio dei ministri straordinario che dura soltanto dieci minuti significa una sola cosa: il presidente del consiglio ha emanato un ordine. Indiscutibile. Giusto il tempo di illustrarlo sommariamente, per titoli e tempi di approvazione, senza alcuna possibilità di discussione.
Una procedura del genere la dice lunga sul tasso di “collegialità” delle decisioni del governo e ancor più sul ruolo del Parlamento, teoricamente sede della “sovranità” dello Stato.
Ma il presidente del Consiglio si chiama Mario Draghi, è stato presidente della Banca Centrale Europea, dà del tu a Joe Biden e Janet Yellen (ministro del tesoro Usa), è stato il teorico-pratico delle privatizzazioni del patrimonio pubblico italiano negli anni ‘90.
Non è uno che perde tempo a ragionare con gli “inferiori” che poco sanno di grandi strategie economiche o che rappresentano interessi sociali considerati marginali in alto loco. “O mi obbedite o vi mando sul lastrico”, si può tradurre la sua sortita che lascia intravedere ancora un volta l’orso chiamato spread.
L’occasione per brutalizzare l’assetto istituzionale teoricamente “sacro” è arrivata con le lungaggini del cosiddetto “ddl concorrenza”. Un testo piuttosto corposo, che comprende un buon numero di “riforme” e temi che riguardano i servizi pubblici locali, i trasporti, l’energia e la sostenibilità ambientale (compreso l’obbligo di privatizzare l’acqua pubblica), la “tutela della salute” (declinata sul fronte dell’accreditamento delle strutture private convenzionate, mentre si taglia su quella pubblica).
Ma anche sullo sviluppo delle infrastrutture digitali e di telecomunicazione, la “semplificazione dei controlli sulle attività economiche”, la delega al governo per adeguare la legislazione italiana a quella europea in materia di “vigilanza del mercato”, il rafforzamento dell’antitrust e le nomine per le authority.
Insomma, “tanta roba” su cui i cosiddetti “partiti” – tutti – che partecipano al governo Draghi non hanno sollevato alcuna obiezione. In fondo si tratta di privatizzazioni e deregolamentazioni, argomenti che tornano solo a favore di imprese medie e grandi, e quindi non incidono troppo sul “blocco sociale” borghese che, nell’insieme, rappresentano.
“Tanta roba” che contribuirà a peggiorare drasticamente il già periclitante benessere residuo delle classi popolari (pensate anche solo alla sanità e ai trasporti pubblici locali), e che quindi non interessa affatto all’”arco parlamentare di governo”, meloniani compresi.
Il punto su cui l’iter del ddl concorrenza si è incagliato, tra proposte di emendamento e irrigidimenti corporativi, è quello relativo alle concessioni balneari. Che, secondo il ddl, che recepisce le “regole europee”, andranno in futuro messe a gara (all’asta, insomma) e non regalate in via clientelare da qualche consiglio comunale o provinciale.
E in effetti tra leghisti e meloniani ci sono molti “onorevoli” sensibili agli interessi di una fettina piuttosto esigua della peggiore “borghesia nazionale” (che magari potremmo definire logicamente come “comunale” o “provinciale”).
Ossia quella che ha fatto le sue non clamorose fortune prendendo “in concessione” beni pubblici (le spiagge), senza pagare praticamente nulla (o cifre irrisorie rispetto ai profitti), recintando e sfruttando in modo bestiale la forza lavoro forzatamente stagionale.
È anche quella fetta ignobile di “borghesia nazionale” che contribuisce in larga misura al coro osceno contro il “reddito di cittadinanza” (in media: 580 euro al mese), che impedirebbe loro di trovare dipendenti precari da pagare anche meno ma in cambio di 10-12 ore di lavoro quotidiano, senza diritti e spesso anche senza alcun contratto scritto.
Ma fonti di palazzo Chigi confermano che per Draghi “il mancato rispetto” della tempistica per l’approvazione del Ddl concorrenza “metterebbe a rischio, insostenibilmente, il raggiungimento di un obiettivo fondamentale del Pnrr, punto principale del programma di Governo”.
E quindi c’è la necessità, “nel pieno rispetto delle prerogative parlamentari”, di porre in essere tutte le iniziative per arrivare a una rapida approvazione al Senato e procedere alla trasmissione alla Camera. In soldoni: Draghi metterà la fiducia perché il ddl sia approvato entro la fine di maggio. Alla faccia del “pieno rispetto delle prerogative parlamentari”…
Perché questa decisione è profondamente interessante?
Perché ricorda anche ai più distratti, o ciechi, che i fondi del Pnrr (traduzione italica del Next Generation Eu) sono erogati a rate e vincolati a una serie di “riforme” indicate tassativamente dalla Commissione Europea (il “governo” continentale) secondo un calendario preciso e inderogabile.
Abbiamo più volte spiegato anche noi che questo è il meccanismo, che le “condizionalità” sono ben 528, di cui già realizzate 51 nel solo 2021, mentre nell’anno in corso sono in via di approvazione altre 100, tra cui appunto il “ddl concorrenza”
Ma, certo, se è lo stesso Draghi a ricordare che c’è un vincolo esterno, altrimenti non arrivano i soldi, la cosa dovrebbe essere chiara a tutti.
Ma sappiamo che non per tutti lo è. C’è chi si gingilla ancora con una visione dell’Unione Europea (l’Europa è un continente, mentre la Ue una sovrastruttura istituzionale) come un “insieme di Stati nazionali” che a volte trovano un accordo, ma altre volte no.
Cosa che può certamente avvenire in sede di negoziazione di nuovi accordi (per esempio sull’embargo sul petrolio russo l’Ungheria mette il veto, perché non può rinunciarvi in tempi rapidi), ma non per quanto riguarda i trattati già sottoscritti.
E dunque c’è chi pensa che, una volta conquistato un certo peso politico-elettorale, si possa tranquillamente fare quel che si ha in programma, senza troppi problemi. L’esperienza del primo governo Tsipras in Grecia, o anche quella del “governo giallo-verde” in Italia, stanno lì a dimostrare che questa è una pia illusione.
C’è una borghesia europea che detta le “linee di riforma” dell’ambiente economico in ogni singolo paese, per ridisegnare sia le filiere produttive sia le occasioni di profitto (il caso delle concessioni balneari è quasi da manuale, per piccoli capitali). E le “borghesie solo nazionali” possono solo provare ad adattarsi, non a “resistere”, per quanto possano strepitare.
Ricordiamo che le classi sociali si definiscono in base al loro ruolo nel processo di produzione e circolazione. Dunque si deve definire “borghesia nazionale” quella il cui ambito di azione non travalica i confini di un singolo paese, anche se poi magari vende i suoi prodotti dall’altra parte del mondo.
Mentre la “borghesia europea” è quella che produce, paga le tasse, utilizza disposizioni e leggi continentali, giocando sui differenti costi del lavoro e la diversità di legislazioni, nella dimensione europea.
Troppo difficile? E allora facciamo un esempio concreto: un imprenditore di passaporto italiano, che fissa la sede legale della sua società a Berlino, paga le tasse (minori) in Olanda, usa materie prime provenienti da Bulgaria e Romania, trasformandole in prodotti finiti negli stabilimenti localizzati in Italia e Germania…
Che borghesia è? Quella scritta sul passaporto? Non facciamo ridere, per favore…
Di un livello ancora superiore è la “borghesia euro-atlantica”, che si muove in uno spazio ancora più grande e che possiamo esemplificare nella famiglia Agnelli-Elkann (Stellantis, che ha assorbito Fiat e Chrysler, è una società franco-italo-statunitense) o in quella Benetton (che spazia da Treviso alla Patagonia).
Questa digressione analitica è necessaria per far capire ancora meglio come l’origine del ddl concorrenza, e di tante altre “riforme” spesso neanche rese pubbliche prima dell’apparizione in Gazzetta Ufficiale, non sia frutto di decisioni strategiche partorite da una “borghesia nazionale” che da tempo ha rinunciato a qualsiasi ambizione e si accontenta sempre più spesso di vivere di rendita (finanziaria), liberandosi dei fastidi della produzione, così “lenta” e incerta a restituire profitti.
Quindi potremmo dire: grazie, Draghi, per aver illustrato con un’azione chiara quale sia la situazione oggettiva in cui siamo tutti costretti a muoverci. Ovviamente, non essendo d’accordo su nessuna delle sue decisioni, ci si vede in piazza. Già da stamattina!
Fonte
Una procedura del genere la dice lunga sul tasso di “collegialità” delle decisioni del governo e ancor più sul ruolo del Parlamento, teoricamente sede della “sovranità” dello Stato.
Ma il presidente del Consiglio si chiama Mario Draghi, è stato presidente della Banca Centrale Europea, dà del tu a Joe Biden e Janet Yellen (ministro del tesoro Usa), è stato il teorico-pratico delle privatizzazioni del patrimonio pubblico italiano negli anni ‘90.
Non è uno che perde tempo a ragionare con gli “inferiori” che poco sanno di grandi strategie economiche o che rappresentano interessi sociali considerati marginali in alto loco. “O mi obbedite o vi mando sul lastrico”, si può tradurre la sua sortita che lascia intravedere ancora un volta l’orso chiamato spread.
L’occasione per brutalizzare l’assetto istituzionale teoricamente “sacro” è arrivata con le lungaggini del cosiddetto “ddl concorrenza”. Un testo piuttosto corposo, che comprende un buon numero di “riforme” e temi che riguardano i servizi pubblici locali, i trasporti, l’energia e la sostenibilità ambientale (compreso l’obbligo di privatizzare l’acqua pubblica), la “tutela della salute” (declinata sul fronte dell’accreditamento delle strutture private convenzionate, mentre si taglia su quella pubblica).
Ma anche sullo sviluppo delle infrastrutture digitali e di telecomunicazione, la “semplificazione dei controlli sulle attività economiche”, la delega al governo per adeguare la legislazione italiana a quella europea in materia di “vigilanza del mercato”, il rafforzamento dell’antitrust e le nomine per le authority.
Insomma, “tanta roba” su cui i cosiddetti “partiti” – tutti – che partecipano al governo Draghi non hanno sollevato alcuna obiezione. In fondo si tratta di privatizzazioni e deregolamentazioni, argomenti che tornano solo a favore di imprese medie e grandi, e quindi non incidono troppo sul “blocco sociale” borghese che, nell’insieme, rappresentano.
“Tanta roba” che contribuirà a peggiorare drasticamente il già periclitante benessere residuo delle classi popolari (pensate anche solo alla sanità e ai trasporti pubblici locali), e che quindi non interessa affatto all’”arco parlamentare di governo”, meloniani compresi.
Il punto su cui l’iter del ddl concorrenza si è incagliato, tra proposte di emendamento e irrigidimenti corporativi, è quello relativo alle concessioni balneari. Che, secondo il ddl, che recepisce le “regole europee”, andranno in futuro messe a gara (all’asta, insomma) e non regalate in via clientelare da qualche consiglio comunale o provinciale.
E in effetti tra leghisti e meloniani ci sono molti “onorevoli” sensibili agli interessi di una fettina piuttosto esigua della peggiore “borghesia nazionale” (che magari potremmo definire logicamente come “comunale” o “provinciale”).
Ossia quella che ha fatto le sue non clamorose fortune prendendo “in concessione” beni pubblici (le spiagge), senza pagare praticamente nulla (o cifre irrisorie rispetto ai profitti), recintando e sfruttando in modo bestiale la forza lavoro forzatamente stagionale.
È anche quella fetta ignobile di “borghesia nazionale” che contribuisce in larga misura al coro osceno contro il “reddito di cittadinanza” (in media: 580 euro al mese), che impedirebbe loro di trovare dipendenti precari da pagare anche meno ma in cambio di 10-12 ore di lavoro quotidiano, senza diritti e spesso anche senza alcun contratto scritto.
Ma fonti di palazzo Chigi confermano che per Draghi “il mancato rispetto” della tempistica per l’approvazione del Ddl concorrenza “metterebbe a rischio, insostenibilmente, il raggiungimento di un obiettivo fondamentale del Pnrr, punto principale del programma di Governo”.
E quindi c’è la necessità, “nel pieno rispetto delle prerogative parlamentari”, di porre in essere tutte le iniziative per arrivare a una rapida approvazione al Senato e procedere alla trasmissione alla Camera. In soldoni: Draghi metterà la fiducia perché il ddl sia approvato entro la fine di maggio. Alla faccia del “pieno rispetto delle prerogative parlamentari”…
Perché questa decisione è profondamente interessante?
Perché ricorda anche ai più distratti, o ciechi, che i fondi del Pnrr (traduzione italica del Next Generation Eu) sono erogati a rate e vincolati a una serie di “riforme” indicate tassativamente dalla Commissione Europea (il “governo” continentale) secondo un calendario preciso e inderogabile.
Abbiamo più volte spiegato anche noi che questo è il meccanismo, che le “condizionalità” sono ben 528, di cui già realizzate 51 nel solo 2021, mentre nell’anno in corso sono in via di approvazione altre 100, tra cui appunto il “ddl concorrenza”
Ma, certo, se è lo stesso Draghi a ricordare che c’è un vincolo esterno, altrimenti non arrivano i soldi, la cosa dovrebbe essere chiara a tutti.
Ma sappiamo che non per tutti lo è. C’è chi si gingilla ancora con una visione dell’Unione Europea (l’Europa è un continente, mentre la Ue una sovrastruttura istituzionale) come un “insieme di Stati nazionali” che a volte trovano un accordo, ma altre volte no.
Cosa che può certamente avvenire in sede di negoziazione di nuovi accordi (per esempio sull’embargo sul petrolio russo l’Ungheria mette il veto, perché non può rinunciarvi in tempi rapidi), ma non per quanto riguarda i trattati già sottoscritti.
E dunque c’è chi pensa che, una volta conquistato un certo peso politico-elettorale, si possa tranquillamente fare quel che si ha in programma, senza troppi problemi. L’esperienza del primo governo Tsipras in Grecia, o anche quella del “governo giallo-verde” in Italia, stanno lì a dimostrare che questa è una pia illusione.
C’è una borghesia europea che detta le “linee di riforma” dell’ambiente economico in ogni singolo paese, per ridisegnare sia le filiere produttive sia le occasioni di profitto (il caso delle concessioni balneari è quasi da manuale, per piccoli capitali). E le “borghesie solo nazionali” possono solo provare ad adattarsi, non a “resistere”, per quanto possano strepitare.
Ricordiamo che le classi sociali si definiscono in base al loro ruolo nel processo di produzione e circolazione. Dunque si deve definire “borghesia nazionale” quella il cui ambito di azione non travalica i confini di un singolo paese, anche se poi magari vende i suoi prodotti dall’altra parte del mondo.
Mentre la “borghesia europea” è quella che produce, paga le tasse, utilizza disposizioni e leggi continentali, giocando sui differenti costi del lavoro e la diversità di legislazioni, nella dimensione europea.
Troppo difficile? E allora facciamo un esempio concreto: un imprenditore di passaporto italiano, che fissa la sede legale della sua società a Berlino, paga le tasse (minori) in Olanda, usa materie prime provenienti da Bulgaria e Romania, trasformandole in prodotti finiti negli stabilimenti localizzati in Italia e Germania…
Che borghesia è? Quella scritta sul passaporto? Non facciamo ridere, per favore…
Di un livello ancora superiore è la “borghesia euro-atlantica”, che si muove in uno spazio ancora più grande e che possiamo esemplificare nella famiglia Agnelli-Elkann (Stellantis, che ha assorbito Fiat e Chrysler, è una società franco-italo-statunitense) o in quella Benetton (che spazia da Treviso alla Patagonia).
Questa digressione analitica è necessaria per far capire ancora meglio come l’origine del ddl concorrenza, e di tante altre “riforme” spesso neanche rese pubbliche prima dell’apparizione in Gazzetta Ufficiale, non sia frutto di decisioni strategiche partorite da una “borghesia nazionale” che da tempo ha rinunciato a qualsiasi ambizione e si accontenta sempre più spesso di vivere di rendita (finanziaria), liberandosi dei fastidi della produzione, così “lenta” e incerta a restituire profitti.
Quindi potremmo dire: grazie, Draghi, per aver illustrato con un’azione chiara quale sia la situazione oggettiva in cui siamo tutti costretti a muoverci. Ovviamente, non essendo d’accordo su nessuna delle sue decisioni, ci si vede in piazza. Già da stamattina!
Fonte
26/01/2022
Verso un presidente vicerè
Si sono un po’ incartati, diciamolo subito.
La partita per il Quirinale si svolge secondo copione, o perlomeno secondo gli obblighi che ciascun soggetto “portatore di interessi” è costretto a rispettare.
Ciò che resta della “classe politica” – ben poco – si divide tra rappresentanti di imprenditoria di corto orizzonte (la cosiddetta “borghesia italiana”) e terminali di interessi decisamente più corposi. Quanto meno “europei”, ovviamente con cointeressenza “atlantiche”, com’è arrivato a teorizzare il segretario del Pd Enrico Letta. Un partito di apparato che solo la perversione interessata dei media di regime può qualificare come “sinistra”.
Queste due destre cercano una difficile quadra intorno a un ruolo istituzionale che da tempo ha dismesso le vesti del “notaio super partes” per assumere quelle di paziente tessitore dei legami tra appartenenze internazionali (l’Unione Europea in primis) e residui di “democrazia parlamentare” occupata ormai da peones, anche quando vestono i panni di “leader”.
Il prossimo presidente dovrà infatti garantire il percorso fissato nel Recovery Fund, qualunque sia la maggioranza politica che uscirà fuori dalle prossime elezioni.
Delle 528 condizioni poste dalla Ue per l’erogazione di tuti i prestiti promessi, 51 sono state esaudite nel 2021, sotto la direzione di Mario Draghi. Altre 100 (o 122, secondo il direttore de La Stampa) dovranno essere soddisfatte in questo anno.
Ovvio che serva un governo che procede, come l’attuale, a colpi di decreto, senza discussione parlamentare, tanto sono tutti dentro “la maggioranza” (anche chi finge di essere all’opposizione quando si accendono le telecamere, come Giorgia Meloni).
Il problema è che “il garante credibile” per entrambi i ruoli è solo Mario Draghi, l’“uomo del Britannia”, il privatizzatore che ha consegnato alla speculazione finanziaria buona parte dei migliori asset pubblici (Telecom, Alitalia, le banche di “interesse nazionale”, ecc.), con la complicità dei governi di centrosinistra e di centrodestra. E con risultati disastrosi.
Stando così le cose, e non potendo – ancora – sommare le due funzioni (capo dello stato e presidente del consiglio), i 1009 “grandi elettori” devono scegliere tra mandare Draghi al Colle – da dove sorveglierà i governi per i prossimi sette anni, soluzione preferita dai “mercati” – oppure lasciarlo dov’è per un altro anno. Ma a condizione di mandare al Quirinale un “re travicello” che risponda alle sue disposizioni (che sono poi quelle europee e “atlantiche”).
La destra “piccolo borghese” preferirebbe vedere lì un proprio uomo (o donna, fa lo stesso a certi livelli), per meglio trattare sulle tante “riforme” che potrebbero stravolgere il proprio “blocco sociale” fatto di interessi spesso indicibili.
Da questo punto di vista può giovarsi di un parco parlamentare eletto sotto l’ondata populista di quattro anni fa, euroscettica fino a mezzogiorno. Ma non ha ancora trovato qualcuno che possa garantire sia “i mercati” che la propria base imprenditoriale. E questo sta facendo andare fuori giri tutto il processo di nomina del nuovo presidente.
Un “re travicello” troppo “nazionalista”, agli occhi della Ue e dei “mercati”, sarebbe il perfetto casus belli per un’ondata speculativa che non troverebbe ostacoli. Né nella UE – che spinge apertamente per un altro risultato – né nelle istituzioni nazionali (a quel punto bloccate da una probabilissima crisi di governo, con annessa possibilità di elezioni anticipate e relativa rissa di tutti contro tutti sul nulla).
Questo lo sanno anche i Salvini (glielo spiega Giorgetti), Meloni e soprattutto Berlusconi (ci è già passato, nel 2011).
Ma non possono non provarci. Un cedimento di schianto su questo punto significherebbe zero potere di trattativa, sulle questioni “essenziali”.
Il rischio, al momento, è quello di un lungo trascinamento di votazioni senza senso (schede bianche, voti di bandiera, voti di fantasia e goliardia), un progressivo spappolamento di ogni fronte, fin quando “i mercati” – già sotto stress per i venti di guerra ucraini – non faranno sentire la propria voce prepotente. Muovendo lo spread...
Dallo spappolamento del comando politico, di solito, emerge un “imperatore”, un “duce”, o almeno un “vicerè”. E per quel ruolo, come detto, c’è un solo nome. Al massimo, un suo avatar.
Ma non chiamatela “democrazia”...
Fonte
La partita per il Quirinale si svolge secondo copione, o perlomeno secondo gli obblighi che ciascun soggetto “portatore di interessi” è costretto a rispettare.
Ciò che resta della “classe politica” – ben poco – si divide tra rappresentanti di imprenditoria di corto orizzonte (la cosiddetta “borghesia italiana”) e terminali di interessi decisamente più corposi. Quanto meno “europei”, ovviamente con cointeressenza “atlantiche”, com’è arrivato a teorizzare il segretario del Pd Enrico Letta. Un partito di apparato che solo la perversione interessata dei media di regime può qualificare come “sinistra”.
Queste due destre cercano una difficile quadra intorno a un ruolo istituzionale che da tempo ha dismesso le vesti del “notaio super partes” per assumere quelle di paziente tessitore dei legami tra appartenenze internazionali (l’Unione Europea in primis) e residui di “democrazia parlamentare” occupata ormai da peones, anche quando vestono i panni di “leader”.
Il prossimo presidente dovrà infatti garantire il percorso fissato nel Recovery Fund, qualunque sia la maggioranza politica che uscirà fuori dalle prossime elezioni.
Delle 528 condizioni poste dalla Ue per l’erogazione di tuti i prestiti promessi, 51 sono state esaudite nel 2021, sotto la direzione di Mario Draghi. Altre 100 (o 122, secondo il direttore de La Stampa) dovranno essere soddisfatte in questo anno.
Ovvio che serva un governo che procede, come l’attuale, a colpi di decreto, senza discussione parlamentare, tanto sono tutti dentro “la maggioranza” (anche chi finge di essere all’opposizione quando si accendono le telecamere, come Giorgia Meloni).
Il problema è che “il garante credibile” per entrambi i ruoli è solo Mario Draghi, l’“uomo del Britannia”, il privatizzatore che ha consegnato alla speculazione finanziaria buona parte dei migliori asset pubblici (Telecom, Alitalia, le banche di “interesse nazionale”, ecc.), con la complicità dei governi di centrosinistra e di centrodestra. E con risultati disastrosi.
Stando così le cose, e non potendo – ancora – sommare le due funzioni (capo dello stato e presidente del consiglio), i 1009 “grandi elettori” devono scegliere tra mandare Draghi al Colle – da dove sorveglierà i governi per i prossimi sette anni, soluzione preferita dai “mercati” – oppure lasciarlo dov’è per un altro anno. Ma a condizione di mandare al Quirinale un “re travicello” che risponda alle sue disposizioni (che sono poi quelle europee e “atlantiche”).
La destra “piccolo borghese” preferirebbe vedere lì un proprio uomo (o donna, fa lo stesso a certi livelli), per meglio trattare sulle tante “riforme” che potrebbero stravolgere il proprio “blocco sociale” fatto di interessi spesso indicibili.
Da questo punto di vista può giovarsi di un parco parlamentare eletto sotto l’ondata populista di quattro anni fa, euroscettica fino a mezzogiorno. Ma non ha ancora trovato qualcuno che possa garantire sia “i mercati” che la propria base imprenditoriale. E questo sta facendo andare fuori giri tutto il processo di nomina del nuovo presidente.
Un “re travicello” troppo “nazionalista”, agli occhi della Ue e dei “mercati”, sarebbe il perfetto casus belli per un’ondata speculativa che non troverebbe ostacoli. Né nella UE – che spinge apertamente per un altro risultato – né nelle istituzioni nazionali (a quel punto bloccate da una probabilissima crisi di governo, con annessa possibilità di elezioni anticipate e relativa rissa di tutti contro tutti sul nulla).
Questo lo sanno anche i Salvini (glielo spiega Giorgetti), Meloni e soprattutto Berlusconi (ci è già passato, nel 2011).
Ma non possono non provarci. Un cedimento di schianto su questo punto significherebbe zero potere di trattativa, sulle questioni “essenziali”.
Il rischio, al momento, è quello di un lungo trascinamento di votazioni senza senso (schede bianche, voti di bandiera, voti di fantasia e goliardia), un progressivo spappolamento di ogni fronte, fin quando “i mercati” – già sotto stress per i venti di guerra ucraini – non faranno sentire la propria voce prepotente. Muovendo lo spread...
Dallo spappolamento del comando politico, di solito, emerge un “imperatore”, un “duce”, o almeno un “vicerè”. E per quel ruolo, come detto, c’è un solo nome. Al massimo, un suo avatar.
Ma non chiamatela “democrazia”...
Fonte
25/01/2022
Stallo sul Colle, ma Draghi avanza
Non è successo niente, e ognuno dei soggetti politici in campo può continuare a sognare di fare centro nella corsa al Quirinale.
Le 672 schede bianche, curiosamente, hanno raggiunto al millimetro il quorum richiesto per l’elezione del nuovo capo dello Stato durante le tre prime votazioni. Ma non significa affatto che ci sia una maggioranza disposta a convergere su un nome.
Come abbiamo già provato a spiegare, la partita in corso è tutto sommato semplice, al di là delle contorsioni bizantine tipiche del suq di Montecitorio: o si sceglie un conducator indicato dai “mercati e dalle istituzioni sovranazionali (Unione Europea, Nato, Usa, ecc.) oppure questo paese verrà investito da una tempesta al cui confronto la tragedia greca del 2015 sarà una commediola.
Il Fatto, malato di politichese, la sintetizza in termini epici: “Monarchia o repubblica“, con Draghi ovviamente su un trono.
In termini “di classe”, più seriamente, lo scontro è tra rimasugli della “borghesia nazionale” (decisamente più piccola che medio-grande) e “borghesia europea” (imprese che giocano sui mercati internazionali e si avvantaggiano di un intero universo di regole/legislazioni nazionali fatte apposta per “attirare capitali”).
Lega, Forza Italia e vecchi fascisti con in testa Giorgia Meloni sono la rappresentanza politica storica di questa imprenditoria di secondo livello, che vive di bassi salari, evasione fiscale, escamotage vari per spremere un profitto altrimenti non eccelso da attività continuamente messe a rischio dall’”economia delle piattaforme”, e duramente colpita dalla pandemia (tra lockdown e restrizioni varie).
Qui il sogno di piazzare “un proprio uomo” al Quirinale è vista come l’ultima possibilità di trattare, da posizioni di relativa forza, con chi invece maneggia capitali miliardari e progetta – tramite il Recovery Fund – di ridefinire il ruolo del paese nel contesto europeo, finendo di ridisegnare le filiere produttive a vantaggio dei poli più forti.
Un esempio? Proprio ieri Lufthansa si è finalmente fatta viva con un’offerta di acquisto per l’ex Alitalia, ora ITA, spolpata e ridotta all’osso da oltre venti anni di consapevole demolizione perseguita da tutti i governi.
Una sorte parallela a quella di Telecom – altro ex gioiello del patrimonio pubblico – ridotta a un ammasso di macerie fin dalla privatizzazione (guarda caso: pianificata da Mario Draghi in funzione di direttore del ministero del Tesoro, con i governi Prodi e D’Alema). Tanto da commuovere perfino Milena Gabanelli, accortasi – un po’ in ritardo: 25 anni dopo – di che disastro sono state le privatizzazioni, dopo averne cantato per decenni le lodi.
Draghi, ieri, ha fatto comunque un passo avanti verso il Colle. La votazione ha infatti chiarito che non ci sono veri avversari. Il massimo risultato che ci potrà essere è l’assenza di un “plebiscito” in suo favore. Una piccola botta all’immagine da Onnipotente che il sistema dei media – definirli “servili” è veramente un complimento, ormai – gli sta cucendo addosso da qualche anno. Nulla di più.
Il rischio del capitombolo generale è ben presente a chi ha accettato di costituire un governo “con tutti dentro”, ma non c’è limite alle illusioni di chi ha orizzonti molto ristretti...
Nel dettaglio della giornata di ieri, il massimo dei voti positivi (36) si è concentrato sul nome di Paolo Maddalena. Figura certamente complessa: ex vicepresidente della Corte Costituzionale, cattolico osservante, anti-abortista (pur avendo fatto parte proprio della Consulta che respinse le eccezioni di costituzionalità per la legge 194), contrario alle unioni civili, ma anche difensore del patrimonio pubblico contro le privatizzazioni, critico dei trattati europei che tolgono poteri allo Stato e dunque alla democrazia, contro il Jobs Act, ecc.
Su di lui si sono riversati i voti di un’area di parlamentari ex Cinque Stelle di varia impostazione politica (dai “dibattistiani” alla sinistra, diciamo), con le motivazioni più varie, a seconda appunto del posizionamento ideale o ideologico.
Come è noto, Potere al Popolo aveva inizialmente espresso il proprio gradimento a questa scelta, ritirandolo in un secondo momento dopo aver approfondito meglio le posizioni di Maddalena su temi che costituiscono parte integrante del sistema di valori condiviso in PaP.
Oggi seconda tornata di voto, con poche variazioni previste. Il gioco vero comincerà con la quarta “chiamata”, quando su molte schede oggi bianche dovrà essere scritto un nome. Tenendo presente le minacce di tempesta che spirano dal resto d’Occidente...
Fonte
Le 672 schede bianche, curiosamente, hanno raggiunto al millimetro il quorum richiesto per l’elezione del nuovo capo dello Stato durante le tre prime votazioni. Ma non significa affatto che ci sia una maggioranza disposta a convergere su un nome.
Come abbiamo già provato a spiegare, la partita in corso è tutto sommato semplice, al di là delle contorsioni bizantine tipiche del suq di Montecitorio: o si sceglie un conducator indicato dai “mercati e dalle istituzioni sovranazionali (Unione Europea, Nato, Usa, ecc.) oppure questo paese verrà investito da una tempesta al cui confronto la tragedia greca del 2015 sarà una commediola.
Il Fatto, malato di politichese, la sintetizza in termini epici: “Monarchia o repubblica“, con Draghi ovviamente su un trono.
In termini “di classe”, più seriamente, lo scontro è tra rimasugli della “borghesia nazionale” (decisamente più piccola che medio-grande) e “borghesia europea” (imprese che giocano sui mercati internazionali e si avvantaggiano di un intero universo di regole/legislazioni nazionali fatte apposta per “attirare capitali”).
Lega, Forza Italia e vecchi fascisti con in testa Giorgia Meloni sono la rappresentanza politica storica di questa imprenditoria di secondo livello, che vive di bassi salari, evasione fiscale, escamotage vari per spremere un profitto altrimenti non eccelso da attività continuamente messe a rischio dall’”economia delle piattaforme”, e duramente colpita dalla pandemia (tra lockdown e restrizioni varie).
Qui il sogno di piazzare “un proprio uomo” al Quirinale è vista come l’ultima possibilità di trattare, da posizioni di relativa forza, con chi invece maneggia capitali miliardari e progetta – tramite il Recovery Fund – di ridefinire il ruolo del paese nel contesto europeo, finendo di ridisegnare le filiere produttive a vantaggio dei poli più forti.
Un esempio? Proprio ieri Lufthansa si è finalmente fatta viva con un’offerta di acquisto per l’ex Alitalia, ora ITA, spolpata e ridotta all’osso da oltre venti anni di consapevole demolizione perseguita da tutti i governi.
Una sorte parallela a quella di Telecom – altro ex gioiello del patrimonio pubblico – ridotta a un ammasso di macerie fin dalla privatizzazione (guarda caso: pianificata da Mario Draghi in funzione di direttore del ministero del Tesoro, con i governi Prodi e D’Alema). Tanto da commuovere perfino Milena Gabanelli, accortasi – un po’ in ritardo: 25 anni dopo – di che disastro sono state le privatizzazioni, dopo averne cantato per decenni le lodi.
Draghi, ieri, ha fatto comunque un passo avanti verso il Colle. La votazione ha infatti chiarito che non ci sono veri avversari. Il massimo risultato che ci potrà essere è l’assenza di un “plebiscito” in suo favore. Una piccola botta all’immagine da Onnipotente che il sistema dei media – definirli “servili” è veramente un complimento, ormai – gli sta cucendo addosso da qualche anno. Nulla di più.
Il rischio del capitombolo generale è ben presente a chi ha accettato di costituire un governo “con tutti dentro”, ma non c’è limite alle illusioni di chi ha orizzonti molto ristretti...
Nel dettaglio della giornata di ieri, il massimo dei voti positivi (36) si è concentrato sul nome di Paolo Maddalena. Figura certamente complessa: ex vicepresidente della Corte Costituzionale, cattolico osservante, anti-abortista (pur avendo fatto parte proprio della Consulta che respinse le eccezioni di costituzionalità per la legge 194), contrario alle unioni civili, ma anche difensore del patrimonio pubblico contro le privatizzazioni, critico dei trattati europei che tolgono poteri allo Stato e dunque alla democrazia, contro il Jobs Act, ecc.
Su di lui si sono riversati i voti di un’area di parlamentari ex Cinque Stelle di varia impostazione politica (dai “dibattistiani” alla sinistra, diciamo), con le motivazioni più varie, a seconda appunto del posizionamento ideale o ideologico.
Come è noto, Potere al Popolo aveva inizialmente espresso il proprio gradimento a questa scelta, ritirandolo in un secondo momento dopo aver approfondito meglio le posizioni di Maddalena su temi che costituiscono parte integrante del sistema di valori condiviso in PaP.
Oggi seconda tornata di voto, con poche variazioni previste. Il gioco vero comincerà con la quarta “chiamata”, quando su molte schede oggi bianche dovrà essere scritto un nome. Tenendo presente le minacce di tempesta che spirano dal resto d’Occidente...
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23/12/2021
“Giù la testa, il Quirinale è mio”
Arrivano strani messaggi, a tarda sera. Tipo “Mario Draghi legge Contropiano”. Un compagno e un amico che si complimenta, sul filo dell’ironia, per le “previsioni” illustrate in qualche articolo dei giorni scorsi.
In effetti l’auto-candidatura di SuperMario al Quirinale non ci ha colto di sorpresa, se non nella forma davvero strafottente con cui è stata avanzata.
Che il lavoro di questo governo fosse sostanzialmente giunto a un punto di non ritorno era chiaro da qualche giorno. Gli inciampi nella minutaglia del governare quotidiano, tra pretese senza ambizioni dei “partiti” e dei “portatori di interessi”, l’esplodere dei contagi grazie a una “normalità irreversibile” che proprio Lui aveva voluto intestarsi, ecc., stavano lì a dimostrare che continuare a presidiare Palazzo Chigi era una fatica di Sisifo che poteva solo logorare anche “il migliore”.
Non che quelle forze sbrindellate e senza un disegno potessero davvero cercare delle alternative o pretendere diritto di parole sulle decisioni più rilevanti. Lo aveva messo in chiaro da mesi, quando su una manovra che pianifica investimenti per decine di miliardi Draghi ha fissato in appena 600 milioni il “cortile di gioco” per gli eterni appetiti clientelari.
Una “paghetta” per adolescenti un po’ scapestrati.
Ieri, spiegando le ragioni della sua auto-candidatura, è stato ancora più esplicito: “È essenziale che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, l’attuazione del PNRR“. Ovvero il “piano” con cui “abbiamo creato le condizioni perché l’operato del governo continui indipendentemente da chi ci sarà“.
Parole abituali, per Lui, che ricordano quelle sul “pilota automatico”, pronunciate da presidente della Bce una volta approvati il Fiscal Compact, il Six Pak e il Two Pack (i trattati europei con cui viene vincolata passo per passo, e contenuto per contenuto, la formulazione dei “piani di stabilità” di tutti gli Stati membri della UE).
La strada è insomma tracciata, i vincoli fissati e controfirmati (mentre qui tutti si occupavano di “no vax” e green pass). Niente e nessuno, men che mai quelle bande di squinternati che fingono di avere in testa “programmi politici diversi tra loro”, può più deviare il corso delle decisioni dello Stato. Sottovaluta forse l’incazzatura popolare, ma per ora Lui e i suoi colleghi possono stare abbastanza sereni.
A questo punto, per governare al meglio il corso strategico delle “riforme”, da qui alla fine degli Anni Venti, molto meglio che SuperMario vada al Quirinale, sedendosi sul trono da cui controllare l’operato dei successori.
Un po’ come avevano già fatto Napolitano e Mattarella, ma con poteri superiori che richiederanno – inevitabilmente – una conferma tramite la modifica anche formale della Costituzione.
La forma strafottente con cui affronta il passaggio dà la misura del rovesciamento istituzionale che deve essere sancito. Giustamente – una volta tanto – persino Marco Travaglio ha colto l’essenziale: “Più che un nonno al servizio delle istituzioni, Draghi vuole le istituzioni al servizio del nonno”.
Comprensibile questa semplificazione, per un liberale neoliberista come lui. Ma noi non abbiamo mai visto la Storia come una successione di “personalità rilevanti”, ma come risultato delle scontro tra le classi, e tra le “istituzioni” che queste si danno (partiti, associazioni, sindacati, ecc.).
Dunque è bene – anzi: indispensabile – vedere quale “classe” ha espresso questo “nonno” e quali altre classi abbiano prodotto quelle miserie che si proclamano “partiti politici” in questo Parlamento.
È un’analisi che abbiamo già proposto, e che ora – semplicemente – viene confermata dai fatti. Sta venendo a soluzione istituzionale il pluridecennale scontro tra “la centralità del grande capitale multinazionale (la ‘borghesia europea’ propriamente detta) e gli interessi della piccola e media borghesia ‘nazionalista’ per debolezza”.
Draghi ha ipotecato brutalmente il trono del Quirinale, chiarendo che “il presidenzialismo” da decenni sbandierato anche dai “piccoli nazionalisti di destra” non era e non è affatto in contraddizione “valoriale” con le esigenze del grande capitale multinazionale.
Lo scontro è su quali interessi comandano, in un regime presidenziale. E di certo non possono essere quelli di contoterzisti, professionisti, ristoratori, albergatori, gestori di discoteche o stabilimenti balneari.
Può sembrare una scommessa audace, agli occhi di chi crede davvero che questi “partiti” possano imbizzarrirsi e sbalzare di sella “il migliore”, all’atto del voto in Parlamento. Ma se si guarda alle figure sociali rappresentate da quei “partiti”, e non alle facce sbraitanti dei sedicenti leader, si vede chiaramente che non c’è trippa per gatti.
Nessuna di quelle figure sociali può permettersi un ritorno dello spread a 6-700 punti, il blocco dei prestiti dell’Unione Europea, la speculazione dei mercati sui titoli di stato, i ricatti della Commissione, le vendette e le scorrerie di Germania e Francia su ciò che resta del patrimonio industriale italiano, ecc.
In un regime presidenziale dominato dal grande capitale non c’è spazio per l’antica dialettica politica basata sulla mediazione tra interessi sociali diversi. Si impone la logica della governance, sul modello aziendale, anzi della grande finanza e delle banche. Dove si impone la propria volontà tramite il debito e i prestiti, non tramite il confronto delle “opinioni”.
La formula della politica futura – quella che dovrà assecondare il “pilota automatico” rappresentato dal PNRR – è già fissata dallo stesso Draghi: “Chiedo alle forze politiche se è immaginabile una maggioranza che si spacca sull’elezione del presidente della Repubblica e poi si ricomponga magicamente quando è il momento di sostenere il governo”.
Si può tradurre in modo più greve, certamente: non contate niente, pensate ad obbedire e basta.
Il popolo – lavoratori, pensionati, precari, disoccupati, studenti, ecc. – è calcolato ancor meno. Sarà il caso di prenderne atto, e costruire una rappresentanza sociale, sindacale e politica vera. Ossia indipendente ed opposta a tutta questa merda reazionaria. E farsi sentire, di nuovo e davvero.
Fonte
In effetti l’auto-candidatura di SuperMario al Quirinale non ci ha colto di sorpresa, se non nella forma davvero strafottente con cui è stata avanzata.
Che il lavoro di questo governo fosse sostanzialmente giunto a un punto di non ritorno era chiaro da qualche giorno. Gli inciampi nella minutaglia del governare quotidiano, tra pretese senza ambizioni dei “partiti” e dei “portatori di interessi”, l’esplodere dei contagi grazie a una “normalità irreversibile” che proprio Lui aveva voluto intestarsi, ecc., stavano lì a dimostrare che continuare a presidiare Palazzo Chigi era una fatica di Sisifo che poteva solo logorare anche “il migliore”.
Non che quelle forze sbrindellate e senza un disegno potessero davvero cercare delle alternative o pretendere diritto di parole sulle decisioni più rilevanti. Lo aveva messo in chiaro da mesi, quando su una manovra che pianifica investimenti per decine di miliardi Draghi ha fissato in appena 600 milioni il “cortile di gioco” per gli eterni appetiti clientelari.
Una “paghetta” per adolescenti un po’ scapestrati.
Ieri, spiegando le ragioni della sua auto-candidatura, è stato ancora più esplicito: “È essenziale che la legislatura vada avanti fino al suo termine naturale per continuare l’azione di contrasto alla pandemia, di rilancio della crescita, l’attuazione del PNRR“. Ovvero il “piano” con cui “abbiamo creato le condizioni perché l’operato del governo continui indipendentemente da chi ci sarà“.
Parole abituali, per Lui, che ricordano quelle sul “pilota automatico”, pronunciate da presidente della Bce una volta approvati il Fiscal Compact, il Six Pak e il Two Pack (i trattati europei con cui viene vincolata passo per passo, e contenuto per contenuto, la formulazione dei “piani di stabilità” di tutti gli Stati membri della UE).
La strada è insomma tracciata, i vincoli fissati e controfirmati (mentre qui tutti si occupavano di “no vax” e green pass). Niente e nessuno, men che mai quelle bande di squinternati che fingono di avere in testa “programmi politici diversi tra loro”, può più deviare il corso delle decisioni dello Stato. Sottovaluta forse l’incazzatura popolare, ma per ora Lui e i suoi colleghi possono stare abbastanza sereni.
A questo punto, per governare al meglio il corso strategico delle “riforme”, da qui alla fine degli Anni Venti, molto meglio che SuperMario vada al Quirinale, sedendosi sul trono da cui controllare l’operato dei successori.
Un po’ come avevano già fatto Napolitano e Mattarella, ma con poteri superiori che richiederanno – inevitabilmente – una conferma tramite la modifica anche formale della Costituzione.
La forma strafottente con cui affronta il passaggio dà la misura del rovesciamento istituzionale che deve essere sancito. Giustamente – una volta tanto – persino Marco Travaglio ha colto l’essenziale: “Più che un nonno al servizio delle istituzioni, Draghi vuole le istituzioni al servizio del nonno”.
Comprensibile questa semplificazione, per un liberale neoliberista come lui. Ma noi non abbiamo mai visto la Storia come una successione di “personalità rilevanti”, ma come risultato delle scontro tra le classi, e tra le “istituzioni” che queste si danno (partiti, associazioni, sindacati, ecc.).
Dunque è bene – anzi: indispensabile – vedere quale “classe” ha espresso questo “nonno” e quali altre classi abbiano prodotto quelle miserie che si proclamano “partiti politici” in questo Parlamento.
È un’analisi che abbiamo già proposto, e che ora – semplicemente – viene confermata dai fatti. Sta venendo a soluzione istituzionale il pluridecennale scontro tra “la centralità del grande capitale multinazionale (la ‘borghesia europea’ propriamente detta) e gli interessi della piccola e media borghesia ‘nazionalista’ per debolezza”.
Draghi ha ipotecato brutalmente il trono del Quirinale, chiarendo che “il presidenzialismo” da decenni sbandierato anche dai “piccoli nazionalisti di destra” non era e non è affatto in contraddizione “valoriale” con le esigenze del grande capitale multinazionale.
Lo scontro è su quali interessi comandano, in un regime presidenziale. E di certo non possono essere quelli di contoterzisti, professionisti, ristoratori, albergatori, gestori di discoteche o stabilimenti balneari.
Può sembrare una scommessa audace, agli occhi di chi crede davvero che questi “partiti” possano imbizzarrirsi e sbalzare di sella “il migliore”, all’atto del voto in Parlamento. Ma se si guarda alle figure sociali rappresentate da quei “partiti”, e non alle facce sbraitanti dei sedicenti leader, si vede chiaramente che non c’è trippa per gatti.
Nessuna di quelle figure sociali può permettersi un ritorno dello spread a 6-700 punti, il blocco dei prestiti dell’Unione Europea, la speculazione dei mercati sui titoli di stato, i ricatti della Commissione, le vendette e le scorrerie di Germania e Francia su ciò che resta del patrimonio industriale italiano, ecc.
In un regime presidenziale dominato dal grande capitale non c’è spazio per l’antica dialettica politica basata sulla mediazione tra interessi sociali diversi. Si impone la logica della governance, sul modello aziendale, anzi della grande finanza e delle banche. Dove si impone la propria volontà tramite il debito e i prestiti, non tramite il confronto delle “opinioni”.
La formula della politica futura – quella che dovrà assecondare il “pilota automatico” rappresentato dal PNRR – è già fissata dallo stesso Draghi: “Chiedo alle forze politiche se è immaginabile una maggioranza che si spacca sull’elezione del presidente della Repubblica e poi si ricomponga magicamente quando è il momento di sostenere il governo”.
Si può tradurre in modo più greve, certamente: non contate niente, pensate ad obbedire e basta.
Il popolo – lavoratori, pensionati, precari, disoccupati, studenti, ecc. – è calcolato ancor meno. Sarà il caso di prenderne atto, e costruire una rappresentanza sociale, sindacale e politica vera. Ossia indipendente ed opposta a tutta questa merda reazionaria. E farsi sentire, di nuovo e davvero.
Fonte
13/12/2021
Giorgia Meloni, il “sovranismo” pronto a ogni compromesso
Tutta la classetta politica italiana ha definitivamente sdoganato gli eredi del Movimento Sociale e del fascismo italiano. Il “successo” di Giorgia Meloni è tutto qui: nel reciproco riconoscimento di internità allo stesso recinto del potere, con sfumature inessenziali che corrono però lungo la faglia di differenti settori sociali, rappresentati in modo sempre più chiaro da due “campi politici”: i “nazionalisti moderati” e gli “europeisti tutti d’un pezzo”.
La centralità dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è motivata da uno scontro non strategico ma di una certa rilevanza, e misura la scomparsa del quadro costituzionale che era nato dalla Resistenza.
È un fatto, insomma, che la Costituzione materiale non corrisponda più, in assoluto, a quella formale scritta sulla Carta, a sua volta ampiamente emendata fino allo stravolgimento.
Non solo il “pareggio di bilancio” sancito nel “nuovo” articolo 81, ma anche la “riforma del Titolo V” che ha dato il via alla balcanizzazione regionalista del Paese e che l’”autonomia differenziata” vuole ora portare a termine, ripristinando la polverizzazione pre-unità d’Italia. Non più con il rischio di conflitti armati, ma sulla base di disuguaglianze abissali in materia di sanità, istruzione, welfare, trasporti, salari, diritti esigibili, livelli di benessere, ecc.
I settori di classe di cui Giorgia Meloni si fa interprete, contendendo l’egemonia a Matteo Salvini e la Lega, è come sempre la piccola e media borghesia. Quella “nazionalista” e sedicente “sovranista” perché di dimensioni patrimoniali tali da non poter ambire al livello superiore, quello della finanza e dell’impresa multinazionale.
Che al contrario è “europeista” perché il suo ambito di business si giova della struttura dei Trattati che costituiscono la base legale – la Costituzione reale – dell’Unione Europea.
Su questo punto, anche “a sinistra”, e persino in diversi ambiti di quella “radicale”, regna sovrana l’ideologia al posto della conoscenza, la discussione sull’interpretazione delle parole anziché l’analisi della realtà. Si parla di “borghesie nazionali” guardando al passaporto dei titolari di un’azienda, come se fossimo ancora ai tempi del “capitalismo familiare”, del “sciur padrun dali beli braghi bianchi”.
E non si sa come classificare la borghesia attuale, fatta – per esempio – da un titolare italiano che registra la sua impresa a Berlino, paga le tasse in Olanda, gestisce un paio di stabilimenti in Italia, dove si lavorano materie prime provenienti da Bulgaria o Romania, sfruttando le regole dei Trattati e le diverse legislazioni nazionali inventate – tutte – per “attirare capitali”.
La dimensione della piccola-media borghesia è insomma ancora esistente, non c’è dubbio, ma per l’appunto confinata all’ambito locale, con attività e prospettive che raramente vanno oltre l’ambito regionale. E questo, a suo tempo, sotto la pressione della Lega di Umberto Bossi, motivò il “federalismo” fatto poi proprio dal Pd o come si chiamava allora.
È questa la base sociale vera del “neofascismo ripulito” gestito ora furbescamente dalla Meloni e sempre meno rappresentato da Salvini (il tema dei migranti è meno centrale, adesso, viste le esigenze “imprenditoriali” di questo livello).
Ma non è questa la classe che può confrontarsi e contrastare davvero l’avanzare delle panzerdivisonen del capitalismo multinazionale (quello che arriva per “investire” se ci sono incentivi e defiscalizzazioni e “delocalizza” quando si esaurisce quel bonus).
Al massimo può contrattare spazi per sopravvivere, facendo leva sulla retorica della “patria” per cercare consensi anche in altri settori sociali, sicuramente più devastati dall’assalto del grande capitale (salari da fame, nessun diritto sul lavoro, ricatti, precarietà, ecc.).
Dato il nuovo quadro istituzionale europeo, veicolato dalla gestione continentale del Recovery Fund (tradotto localmente nel PNRR), e data per assodata l’irrilevanza futura del Parlamento (dunque anche di una classe politica old style), ecco che l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica diventa un momento costituente.
Questa funzione – solo “notarile” nello schema della repubblica parlamentare – è progressivamente diventata centrale. E nei prossimi anni dovrà garantire la “transizione” verso un presidenzialismo da “costituzionalizzare” anche sul piano formale. Tenendo in precarissimo equilibrio la centralità del grande capitale multinazionale (la “borghesia europea” propriamente detta) e gli interessi della piccola e media borghesia “nazionalista” per debolezza.
Se il primo ha la potenza del denaro (con portafogli gonfissimi, dopo 10 anni di quantitative easing), la seconda ha quella dei numeri e il ruolo di opinion maker di massa. Il negoziante o il professionista che spargono “senso comune”, traducendo i propri interessi in slogan, battute, modi di stare al mondo (non “pensiero”, ma un suo surrogato).
Quando Giorgia Meloni urla di voler “uscire dal pantano della Repubblica parlamentare ed entrare nella Repubblica presidenziale” mette in chiaro quel che l’establishment ha deciso da tempo: una drastica riduzione della dialettica politica, ossia una violenta eliminazione degli interessi sociali non rappresentati e che non dovranno più essere rappresentati. Quelli di lavoratori, studenti, pensionati, donne, precari, poveri in genere, ecc.
E quando rivendica che “il centrodestra ha i numeri per essere determinante per l’elezione del Capo dello Stato. Vogliamo un patriota e non accetteremo compromessi” sta dicendo che la piccola e media borghesia stracciona pretendono una “garanzia di equilibrio” tra i propri interessi e i grandi piani di ristrutturazione del Paese imposti a livello continentale.
Sa di non potersi opporre in alcun modo a questo “ridisegno reazionario”. Non ha dietro né idee, né interessi sociali, né progetti alternativi. Il suo ruolo – quello delle figure sociali che in lei si specchiano – è come sempre subordinato ma pretenzioso: “non potete farci fuori, vi serviamo; ma dovete garantirci uno spazio e un ruolo, senza di noi non potete governare”.
Nessuna opposizione, solo una contrattazione.
Lo si capisce quando deve pronunciarsi sui nomi. “Berlusconi è stato mandato a casa dalle consorterie europee perché non firmava trattati poi firmati da Mario Monti, quindi ha difeso l’interesse nazionale assolutamente“. Non che sia un candidato vero (la sua credibilità internazionale è sotto zero, dunque non può garantire nulla), ma basta per far capire di che si sta parlando.
E poi: “Non ho gli elementi per dire se Draghi è un patriota“. Affermazione quanto meno reticente, in senso processuale, perché l’”uomo del Britannia”, l’ex vicepresidente di Goldman Sachs, poi governatore della Banca d’Italia, quindi della Banca centrale europea, è certamente una figura di punta di quella Troika che ha sgovernato l’Europa negli ultimi venti anni (e distrutto la Grecia nello scorso decennio).
Meloni si tiene insomma una porta aperta per accettare anche questo, in cambio di adeguate “garanzie” per una classe miserabile come quella che rappresenta.
Fonte
La centralità dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica è motivata da uno scontro non strategico ma di una certa rilevanza, e misura la scomparsa del quadro costituzionale che era nato dalla Resistenza.
È un fatto, insomma, che la Costituzione materiale non corrisponda più, in assoluto, a quella formale scritta sulla Carta, a sua volta ampiamente emendata fino allo stravolgimento.
Non solo il “pareggio di bilancio” sancito nel “nuovo” articolo 81, ma anche la “riforma del Titolo V” che ha dato il via alla balcanizzazione regionalista del Paese e che l’”autonomia differenziata” vuole ora portare a termine, ripristinando la polverizzazione pre-unità d’Italia. Non più con il rischio di conflitti armati, ma sulla base di disuguaglianze abissali in materia di sanità, istruzione, welfare, trasporti, salari, diritti esigibili, livelli di benessere, ecc.
I settori di classe di cui Giorgia Meloni si fa interprete, contendendo l’egemonia a Matteo Salvini e la Lega, è come sempre la piccola e media borghesia. Quella “nazionalista” e sedicente “sovranista” perché di dimensioni patrimoniali tali da non poter ambire al livello superiore, quello della finanza e dell’impresa multinazionale.
Che al contrario è “europeista” perché il suo ambito di business si giova della struttura dei Trattati che costituiscono la base legale – la Costituzione reale – dell’Unione Europea.
Su questo punto, anche “a sinistra”, e persino in diversi ambiti di quella “radicale”, regna sovrana l’ideologia al posto della conoscenza, la discussione sull’interpretazione delle parole anziché l’analisi della realtà. Si parla di “borghesie nazionali” guardando al passaporto dei titolari di un’azienda, come se fossimo ancora ai tempi del “capitalismo familiare”, del “sciur padrun dali beli braghi bianchi”.
E non si sa come classificare la borghesia attuale, fatta – per esempio – da un titolare italiano che registra la sua impresa a Berlino, paga le tasse in Olanda, gestisce un paio di stabilimenti in Italia, dove si lavorano materie prime provenienti da Bulgaria o Romania, sfruttando le regole dei Trattati e le diverse legislazioni nazionali inventate – tutte – per “attirare capitali”.
La dimensione della piccola-media borghesia è insomma ancora esistente, non c’è dubbio, ma per l’appunto confinata all’ambito locale, con attività e prospettive che raramente vanno oltre l’ambito regionale. E questo, a suo tempo, sotto la pressione della Lega di Umberto Bossi, motivò il “federalismo” fatto poi proprio dal Pd o come si chiamava allora.
È questa la base sociale vera del “neofascismo ripulito” gestito ora furbescamente dalla Meloni e sempre meno rappresentato da Salvini (il tema dei migranti è meno centrale, adesso, viste le esigenze “imprenditoriali” di questo livello).
Ma non è questa la classe che può confrontarsi e contrastare davvero l’avanzare delle panzerdivisonen del capitalismo multinazionale (quello che arriva per “investire” se ci sono incentivi e defiscalizzazioni e “delocalizza” quando si esaurisce quel bonus).
Al massimo può contrattare spazi per sopravvivere, facendo leva sulla retorica della “patria” per cercare consensi anche in altri settori sociali, sicuramente più devastati dall’assalto del grande capitale (salari da fame, nessun diritto sul lavoro, ricatti, precarietà, ecc.).
Dato il nuovo quadro istituzionale europeo, veicolato dalla gestione continentale del Recovery Fund (tradotto localmente nel PNRR), e data per assodata l’irrilevanza futura del Parlamento (dunque anche di una classe politica old style), ecco che l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica diventa un momento costituente.
Questa funzione – solo “notarile” nello schema della repubblica parlamentare – è progressivamente diventata centrale. E nei prossimi anni dovrà garantire la “transizione” verso un presidenzialismo da “costituzionalizzare” anche sul piano formale. Tenendo in precarissimo equilibrio la centralità del grande capitale multinazionale (la “borghesia europea” propriamente detta) e gli interessi della piccola e media borghesia “nazionalista” per debolezza.
Se il primo ha la potenza del denaro (con portafogli gonfissimi, dopo 10 anni di quantitative easing), la seconda ha quella dei numeri e il ruolo di opinion maker di massa. Il negoziante o il professionista che spargono “senso comune”, traducendo i propri interessi in slogan, battute, modi di stare al mondo (non “pensiero”, ma un suo surrogato).
Quando Giorgia Meloni urla di voler “uscire dal pantano della Repubblica parlamentare ed entrare nella Repubblica presidenziale” mette in chiaro quel che l’establishment ha deciso da tempo: una drastica riduzione della dialettica politica, ossia una violenta eliminazione degli interessi sociali non rappresentati e che non dovranno più essere rappresentati. Quelli di lavoratori, studenti, pensionati, donne, precari, poveri in genere, ecc.
E quando rivendica che “il centrodestra ha i numeri per essere determinante per l’elezione del Capo dello Stato. Vogliamo un patriota e non accetteremo compromessi” sta dicendo che la piccola e media borghesia stracciona pretendono una “garanzia di equilibrio” tra i propri interessi e i grandi piani di ristrutturazione del Paese imposti a livello continentale.
Sa di non potersi opporre in alcun modo a questo “ridisegno reazionario”. Non ha dietro né idee, né interessi sociali, né progetti alternativi. Il suo ruolo – quello delle figure sociali che in lei si specchiano – è come sempre subordinato ma pretenzioso: “non potete farci fuori, vi serviamo; ma dovete garantirci uno spazio e un ruolo, senza di noi non potete governare”.
Nessuna opposizione, solo una contrattazione.
Lo si capisce quando deve pronunciarsi sui nomi. “Berlusconi è stato mandato a casa dalle consorterie europee perché non firmava trattati poi firmati da Mario Monti, quindi ha difeso l’interesse nazionale assolutamente“. Non che sia un candidato vero (la sua credibilità internazionale è sotto zero, dunque non può garantire nulla), ma basta per far capire di che si sta parlando.
E poi: “Non ho gli elementi per dire se Draghi è un patriota“. Affermazione quanto meno reticente, in senso processuale, perché l’”uomo del Britannia”, l’ex vicepresidente di Goldman Sachs, poi governatore della Banca d’Italia, quindi della Banca centrale europea, è certamente una figura di punta di quella Troika che ha sgovernato l’Europa negli ultimi venti anni (e distrutto la Grecia nello scorso decennio).
Meloni si tiene insomma una porta aperta per accettare anche questo, in cambio di adeguate “garanzie” per una classe miserabile come quella che rappresenta.
Fonte
16/02/2021
L’urlo dei borghesucci che rischiano l’eliminazione
L’incarico a Mario Draghi ha sparigliato le carte della politica italiana, costringendo tutti a un riposizionamento complicato e rapidissimo. L’idea di fondo era semplice e drastica: mettiamo un pezzo da novanta, capace di fare da interfaccia con tutti quei poteri sovranazionali che ci dettano la linea, e azzeriamo la vecchia classe politica, incapace di pensare prima di aprire bocca.
In fondo Draghi è uno dei principali “pensatori” del capitalismo multinazionale, in grado di essere ascoltato con attenzione e rispetto a Washington, Bruxelles e Berlino, mentre “i politici” da quelle parti sollevano soltanto sorrisetti di compatimento.
Per essere ancora più espliciti, facciamo una maggioranza “totale”, da cui teniamo fuori – con il loro consenso – soltanto i fascisti al seguito della Meloni e casomai Fratoianni senza più colleghi. L’”opposizione” formalmente resta, ma tutti i partiti “seri” stanno dentro il solco “europeista”, pro-austerità e a favore della ristrutturazione economico-sociale del Paese.
Il funzionamento del piano è però concretamente un po’ più complicato. Per quanto esclusi dai ministeri-chiave per la gestione del Recovery Fund, quei partiti inutili debbono comunque disegnarsi una ragion d’essere che tenga insieme il voto per Draghi e la differenza rispetto ai “colleghi”. E dunque sono obbligati ad usare i ministeri che hanno avuto come rampa di lancio per un protagonismo di secondo piano, su questioni ritenute a Palazzo Chigi “non essenziali”.
Il caso degli impianti invernali diventa “dirompente” – sui media di regime, non certo nella realtà del Paese – solo a causa di quella necessità di “distinguersi” pur stando in un governo di secondo livello, con zero possibilità decisionali.
Il problema è però che questo strepitio di cornacchie rischia – a breve termine – di far percepire questo esecutivo come “il solito” governo da trent’anni a questa parte.
E dunque pone l’”angosciante quesito” se Draghi faccia bene a tacere o se non sarebbe meglio una sua “precisazione” su quello o altri problemi che già si vano delineando. Se, per dare consigli di comunicazione a Draghi, sono arrivati a scomodare persino Casalino (sfruttando la sua ansia di promuovere un “libro di memorie”), si vede che il problema dev’essere davvero “grave”. Cioè risibile.
Delle istituzioni serie si usa dire che “parlano attraverso gli atti”, ossia che il loro pensiero va derivato dalle decisioni che prendono. Al massimo, visto che siamo nella società della comunicazione, si possono fare delle conferenze stampa di accompagnamento delle decisioni, in cui sgomberare il campo dagli equivoci (pochi) e dalle incomprensioni (molte, stante il basso livello del giornalista medio). Ma prima si lavora, poi si parla.
Dunque Draghi parlerà intanto domani e giovedì, ripetendo due volte il discorso con cui chiederà al Parlamento la fiducia. Le indiscrezioni del mainstream più “draghista” (Repubblica e Corriere, naturalmente) danno per assodato un discorso “breve”.
Giustamente, più vengono tenute coperte le carte, meno problemi si sollevano. In fondo, quali “riforme” andranno messe in cantiere, e di che tipo, secondo quanto “ci chiede l’Europa” anche con le condizionalità del Recovery Fund, sono note a tutto il circuito mediatico e partitico. Meglio dare soltanto “i titoli”, senza dilungarsi nei dettagli. Perché tanto l’approvazione parlamentare, su quei temi, va data ormai a scatola chiusa. In quella materia, questi ridicoli partitucoli, non possono e debbono dire più niente.
Tacendo e facendo, insomma, Draghi e la sua squadra di tecnici evitano di diventare come gli altri componenti dell’esecutivo, avanzi di nomenklatura riesumata col manuale Cencelli.
Questo però non cancella i rischi. Dal punto di vista della “comunicazione oggettiva”, ministri che si randellano reciprocamente in pubblico – nello stile da osteria abituale da quelle parti – finiscono per restituire l’idea che non molto sia cambiato rispetto a prima di Draghi.
I “risultati” delle decisioni strategiche si vedranno a lungo termine – non certo da qui all’estate – e con tutta probabilità saranno alquanto impopolari; mentre su tutte le questioni immediate, come la gestione della pandemia e la campagna vaccinale, il caos resta la cifra fondamentale.
Ma se il “protagonismo elettorale” dei partitucoli dovesse prendere il sopravvento – e con le amministrative nelle prime cinque città italiane non è affatto da escludere – diventerà poi alquanto difficile far risaltare “i risultati” ascrivibili allo stesso Draghi.
E si potrebbe arrivare a capire che “gestire i mercati”, fondati su attese razionali di profitto, è più semplice che controllare le dinamiche e gli interessi sparsi di un Paese senza più baricentro.
Non va infatti dimenticato che quegli orrendi partitucoli – tutti, dal Pd alla Lega, dai Cinque Stelle ai berluscones (chi l’avrebbe mai detto, al governo insieme) – rappresentano frazioni diverse della borghesia “nazionale”, quelle senza proiezione e visione internazionale.
Quelle che hanno fin qui annacquato le scelte miranti alla “ristrutturazione” economico-sociale, spezzettandosi e ricomponendosi cento volte in diverse configurazioni politiche. Alcune di quelle frazioni, nella ristrutturazione, dovranno essere semi-eliminate. E lo sanno. E urlano “fate fuori lui, non me!“.
O pensate che quella prevalenza di “settentrionali” nel governo sia soltanto un caso curioso?
Fonte
In fondo Draghi è uno dei principali “pensatori” del capitalismo multinazionale, in grado di essere ascoltato con attenzione e rispetto a Washington, Bruxelles e Berlino, mentre “i politici” da quelle parti sollevano soltanto sorrisetti di compatimento.
Per essere ancora più espliciti, facciamo una maggioranza “totale”, da cui teniamo fuori – con il loro consenso – soltanto i fascisti al seguito della Meloni e casomai Fratoianni senza più colleghi. L’”opposizione” formalmente resta, ma tutti i partiti “seri” stanno dentro il solco “europeista”, pro-austerità e a favore della ristrutturazione economico-sociale del Paese.
Il funzionamento del piano è però concretamente un po’ più complicato. Per quanto esclusi dai ministeri-chiave per la gestione del Recovery Fund, quei partiti inutili debbono comunque disegnarsi una ragion d’essere che tenga insieme il voto per Draghi e la differenza rispetto ai “colleghi”. E dunque sono obbligati ad usare i ministeri che hanno avuto come rampa di lancio per un protagonismo di secondo piano, su questioni ritenute a Palazzo Chigi “non essenziali”.
Il caso degli impianti invernali diventa “dirompente” – sui media di regime, non certo nella realtà del Paese – solo a causa di quella necessità di “distinguersi” pur stando in un governo di secondo livello, con zero possibilità decisionali.
Il problema è però che questo strepitio di cornacchie rischia – a breve termine – di far percepire questo esecutivo come “il solito” governo da trent’anni a questa parte.
E dunque pone l’”angosciante quesito” se Draghi faccia bene a tacere o se non sarebbe meglio una sua “precisazione” su quello o altri problemi che già si vano delineando. Se, per dare consigli di comunicazione a Draghi, sono arrivati a scomodare persino Casalino (sfruttando la sua ansia di promuovere un “libro di memorie”), si vede che il problema dev’essere davvero “grave”. Cioè risibile.
Delle istituzioni serie si usa dire che “parlano attraverso gli atti”, ossia che il loro pensiero va derivato dalle decisioni che prendono. Al massimo, visto che siamo nella società della comunicazione, si possono fare delle conferenze stampa di accompagnamento delle decisioni, in cui sgomberare il campo dagli equivoci (pochi) e dalle incomprensioni (molte, stante il basso livello del giornalista medio). Ma prima si lavora, poi si parla.
Dunque Draghi parlerà intanto domani e giovedì, ripetendo due volte il discorso con cui chiederà al Parlamento la fiducia. Le indiscrezioni del mainstream più “draghista” (Repubblica e Corriere, naturalmente) danno per assodato un discorso “breve”.
Giustamente, più vengono tenute coperte le carte, meno problemi si sollevano. In fondo, quali “riforme” andranno messe in cantiere, e di che tipo, secondo quanto “ci chiede l’Europa” anche con le condizionalità del Recovery Fund, sono note a tutto il circuito mediatico e partitico. Meglio dare soltanto “i titoli”, senza dilungarsi nei dettagli. Perché tanto l’approvazione parlamentare, su quei temi, va data ormai a scatola chiusa. In quella materia, questi ridicoli partitucoli, non possono e debbono dire più niente.
Tacendo e facendo, insomma, Draghi e la sua squadra di tecnici evitano di diventare come gli altri componenti dell’esecutivo, avanzi di nomenklatura riesumata col manuale Cencelli.
Questo però non cancella i rischi. Dal punto di vista della “comunicazione oggettiva”, ministri che si randellano reciprocamente in pubblico – nello stile da osteria abituale da quelle parti – finiscono per restituire l’idea che non molto sia cambiato rispetto a prima di Draghi.
I “risultati” delle decisioni strategiche si vedranno a lungo termine – non certo da qui all’estate – e con tutta probabilità saranno alquanto impopolari; mentre su tutte le questioni immediate, come la gestione della pandemia e la campagna vaccinale, il caos resta la cifra fondamentale.
Ma se il “protagonismo elettorale” dei partitucoli dovesse prendere il sopravvento – e con le amministrative nelle prime cinque città italiane non è affatto da escludere – diventerà poi alquanto difficile far risaltare “i risultati” ascrivibili allo stesso Draghi.
E si potrebbe arrivare a capire che “gestire i mercati”, fondati su attese razionali di profitto, è più semplice che controllare le dinamiche e gli interessi sparsi di un Paese senza più baricentro.
Non va infatti dimenticato che quegli orrendi partitucoli – tutti, dal Pd alla Lega, dai Cinque Stelle ai berluscones (chi l’avrebbe mai detto, al governo insieme) – rappresentano frazioni diverse della borghesia “nazionale”, quelle senza proiezione e visione internazionale.
Quelle che hanno fin qui annacquato le scelte miranti alla “ristrutturazione” economico-sociale, spezzettandosi e ricomponendosi cento volte in diverse configurazioni politiche. Alcune di quelle frazioni, nella ristrutturazione, dovranno essere semi-eliminate. E lo sanno. E urlano “fate fuori lui, non me!“.
O pensate che quella prevalenza di “settentrionali” nel governo sia soltanto un caso curioso?
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07/02/2021
Draghi punta sul salario sociale?
A leggere Il Messaggero di oggi e il piano di politica economica di Draghi – a meno che non venga smentito – pare che l’ex Presidente della Bce voglia dare corso pratico a quanto descritto nel suo famoso editoriale sul Financial Times di marzo 2020, in cui sosteneva che in piena pandemia gli Stati debbano spendere.
A quanto pare nel Piano ci sarebbero il rafforzamento della medicina territoriale, una sorta di centralizzazione della sanità – per superare la follia del “federalismo sanitario” degli ultimi 25 anni – investimenti e assunzioni nella sanità ecc.
Poi vi sarebbe un piano di assunzioni nel pubblico impiego per 500 mila unità, la “no tax area” per redditi medi per le rette dei figli all’università, il modello tedesco di prelievo fiscale per i redditi medio bassi, l’aumento del contributo delle spese pubbliche nella scuola dal 3,6% ad almeno il 5%.
Draghi punterebbe dopo 30 anni alla qualificazione della forza lavoro in vista di un necessario salto teconologico delle imprese industriali (ieri Bombassei, su Milano Finanza, invitava gli industriali a darsi una mossa negli investimenti, pena la morte), reso necessario dal contesto fortemente competitivo del mercato mondiale.
Con l’aiuto fiscale ai redditi medio-bassi si sostengono gli industriali che possono, nelle tornate contrattuali, dare quattro lire ai lavoratori; e si è visto con quello dei metalmeccanici, peraltro molto negativo sugli aspetti normativi.
Per il resto, con Draghi, ci penserà il fisco a sostenerli, una sorta di “fiscalizzazione degli aumenti contrattuali”, proprio come chiedono da anni i confederali per mantenere la “pace sociale”.
In ogni caso, secondo questo schema, come nella Prima Repubblica, Draghi punterebbe al “salario sociale” per sostenere le trasformazioni industriali necessarie a promuovere la parte più avanzata del sistema italiano. Si può dire tutto, ma dopo 30 anni tornerebbe centrale il rapporto capitale-lavoro.
A maggior ragione se nel Piano di Draghi – secondo le indiscrezioni riportate da Il Messaggero – si colpissero i piccoli pescecani della rendita a favore di profitti industriali e grande rendita.
La rendita, nella Seconda Repubblica, costituisce ormai il 20% del Pil ed è una zavorra ai fini dell’accumulazione capitalistica. I ceti sociali che negli ultimi 40 anni, dopo la sconfitta del movimento operaio, hanno prosperato sulla rendita, spesso frutto di evasione fiscale, verrebbero sbattuti storicamente fuori dai giochi.
E se si ritorna al rapporto capitale-lavoro, spetta a noi controbattere.
Qui di seguito l’articolo del Il Messaggero.
A quanto pare nel Piano ci sarebbero il rafforzamento della medicina territoriale, una sorta di centralizzazione della sanità – per superare la follia del “federalismo sanitario” degli ultimi 25 anni – investimenti e assunzioni nella sanità ecc.
Poi vi sarebbe un piano di assunzioni nel pubblico impiego per 500 mila unità, la “no tax area” per redditi medi per le rette dei figli all’università, il modello tedesco di prelievo fiscale per i redditi medio bassi, l’aumento del contributo delle spese pubbliche nella scuola dal 3,6% ad almeno il 5%.
Draghi punterebbe dopo 30 anni alla qualificazione della forza lavoro in vista di un necessario salto teconologico delle imprese industriali (ieri Bombassei, su Milano Finanza, invitava gli industriali a darsi una mossa negli investimenti, pena la morte), reso necessario dal contesto fortemente competitivo del mercato mondiale.
Con l’aiuto fiscale ai redditi medio-bassi si sostengono gli industriali che possono, nelle tornate contrattuali, dare quattro lire ai lavoratori; e si è visto con quello dei metalmeccanici, peraltro molto negativo sugli aspetti normativi.
Per il resto, con Draghi, ci penserà il fisco a sostenerli, una sorta di “fiscalizzazione degli aumenti contrattuali”, proprio come chiedono da anni i confederali per mantenere la “pace sociale”.
In ogni caso, secondo questo schema, come nella Prima Repubblica, Draghi punterebbe al “salario sociale” per sostenere le trasformazioni industriali necessarie a promuovere la parte più avanzata del sistema italiano. Si può dire tutto, ma dopo 30 anni tornerebbe centrale il rapporto capitale-lavoro.
A maggior ragione se nel Piano di Draghi – secondo le indiscrezioni riportate da Il Messaggero – si colpissero i piccoli pescecani della rendita a favore di profitti industriali e grande rendita.
La rendita, nella Seconda Repubblica, costituisce ormai il 20% del Pil ed è una zavorra ai fini dell’accumulazione capitalistica. I ceti sociali che negli ultimi 40 anni, dopo la sconfitta del movimento operaio, hanno prosperato sulla rendita, spesso frutto di evasione fiscale, verrebbero sbattuti storicamente fuori dai giochi.
E se si ritorna al rapporto capitale-lavoro, spetta a noi controbattere.
Qui di seguito l’articolo del Il Messaggero.
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Governo Draghi, meno tasse ai ceti medi e pensioni flessibili: ecco le prime bozze del piano
Sedici pagine organizzate in una ventina di paragrafi con altrettanti titolini in nero. Non è ancora il programma del governo Draghi, ma una bozza di lavoro nella quale vengono focalizzati i temi che il nuovo esecutivo si troverà davanti, con le soluzioni abbozzate a grandi linee.
Soluzioni che riflettono le discussioni di questi giorni, ma naturalmente dovranno passare ancora per la complessa mediazione con i partiti; e che quindi sono del tutto aperte a correzioni e integrazioni, anche molto rilevanti.
I capitoli però ci sono tutti, dalla salute al fisco, dall’istruzione alle politiche industriali e all’innovazione. Quella sanitaria è naturalmente la prima emergenza da affrontare: alla piena attuazione del piano vaccinale si accompagna la conferma di alcuni interventi già delineati negli ultimi tempi, ma ancora tutti da concretizzare: il rafforzamento della medicina territoriale, la digitalizzazione del sistema, l’aumento degli investimenti e delle assunzioni, il contrasto ai divari territoriali.
E proprio su quest’ultimo punto la via indicata è quella del superamento dell’attuale federalismo sanitario, con la possibilità di inserire la “clausola di supremazia” per quanto riguarda il ripartimento delle competenze.
APPROFONDIMENTI
Il dossier licenziamenti
Un altro dossier caldo che il prossimo governo dovrà prendere in mano è quello del lavoro, con la scadenza del blocco dei licenziamenti fissata al 31 marzo. Per affrontare questa situazione si ipotizza nell’immediato la differenziazione per settori delle forme di protezione e poi una riforma degli ammortizzatori sociali per garantire una copertura universale e formazione adeguata.
Vengono menzionate esplicitamente anche leggi da approvare sia in tema di parità retributiva tra uomini e donne, sia di salario minimo legale, di equo compenso e di rappresentatività delle organizzazioni sindacali e di quelle datoriali.
Connesso al tema del lavoro è quello della previdenza: l’idea è lasciar scadere Quota 100 al termine naturale, la fine del 2021, introducendo però flessibilità di uscita nel sistema attraverso il rafforzamento dei altri istituti, tra cui Opzione donna (il pensionamento anticipato con calcolo contributivo dell’assegno) e Ape social per le categorie disagiate o impegnate in occupazioni più pesanti.
Per quanto riguarda invece il reddito di cittadinanza, dal testo emerge la volontà di rivedere tutto il campo delle politiche attive, facendo interconnettere Anpal, centri per l’impiego e navigator. Allo stesso tempo andrà rafforzata la rete del contrasto alla povertà e all’esclusione sociale.
Grande spazio è dedicato a scuola e ricerca: viene menzionato l’obiettivo di portare il livello complessivo di spesa per l’istruzione dal 3,6 per cento del Pil ad almeno il 5%. In particolare andrebbe potenziata l’offerta degli asili nido e dovranno essere aumentate le risorse per il sostegno e la disabilità, così come il Fondo ordinario per l’università. Per garantire il diritto allo studio negli atenei italiani viene proposta l’estensione della no tax area a beneficio dei nuclei familiari con redditi medio-bassi.
Il capitolo fiscale punta ad un alleggerimento dell’imposizione sui redditi medi e medio-bassi. Concretamente per quanto riguarda l’Irpef il modello da adottare dovrebbe essere quello tedesco, caratterizzato da aliquote continue e da una crescita più graduale del prelievo.
Ma ci sono anche altre correzioni da fare, in direzione di una maggiore progressività effettiva: ad esempio il parziale ritorno dei redditi da capitale nella base imponibile dell’imposta sul reddito, con alcune esclusioni, il riordino delle tax expenditures (ed anche dei sussidi ambientali), la razionalizzazione delle imposte indirette e l’ulteriore spinta sul fisco telematico.
La riforma complessiva dovrà essere finanziata, oltre che con le risorse già rese disponibili nella legge di Bilancio, con il proseguimento della lotta all’evasione. La web tax andrà implementata in linea con il quadro europeo.
La riforma della pubblica amministrazione punta a sfruttare l’occasione offerta dallo sblocco del turnover e dalla prevista assunzione di 500 mila persone per svecchiare gli uffici e procedere con la digitalizzazione.
Tutti i progetti ruotano intorno ad una piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che dovrà essere attuato con un percorso di coinvolgimento del Paese. Ma su questo Draghi si riserva con tutta probabilità di essere ancora più esplicito.
Fonte
26/11/2020
Chi sono i “fregati” dalla globalizzazione e dal lockdown?
Sabato 21 novembre la pagina Facebook di Eurostop Parma ha ospitato la conferenza online “I fregati: dalla globalizzazione al lockdown – partite IVA, collaboratori, lavoratori”, che ha visto la partecipazione della Piattaforma Eurostop, del collettivo di economisti Coniare Rivolta e di Massimiliano Gazzola di Spread It.
L’appuntamento ha avuto l’obiettivo di ampliare il punto di vista in termini sociali e “di classe” rispetto a quella che oggi possiamo chiamare “sinistra radicale”, o comunque rispetto a quel mondo che ancora si riconosce nei valori del marxismo e dell’antiliberismo al contrario della sinistra “ufficiale”. Questa è incarnata ovviamente dal Partito Democratico ma anche dalle sue propaggini variamente critiche “a sinistra”, quei “coraggiosi” (per usare un’espressione significativa nel contesto emiliano-romagnolo) che si ergono a guida morale e motore propulsivo di un’azione politica “progressista” nell’ambito di una collaborazione con il sistema di potere dominante.
Questi, grazie all’assimilazione ideologica di tutti i dogmi neoliberali ben rappresentati dall’Unione Europea, non possono che svolgere contemporaneamente il ruolo di stampella elettorale e di alibi per un partito che pochi decenni fa sarebbe stato definito “di destra” nel senso comune e che oggi, grazie al supporto delle componenti “critiche” e funzionali al discorso del fronte comune contro la deriva fascista degli avversari politici, può darsi una pennellata di verde sbiadito e di arcobaleno per presentarsi come autorevole erede della tradizione del PCI nelle regioni rosse.
Se quindi il matrimonio del Partito Democratico, nelle varie componenti di sistema, con il libero mercato e il suo abbandono dell’orizzonte socialista è ormai esplicito e, anzi, spesso motivo di vanto (basti pensare a Bersani e alla sua battaglia per le liberalizzazioni), desta spesso stupore la scarsa attenzione che l’area della sinistra alternativa rivolge a tutti quei soggetti che avevano goduto di palesi miglioramenti sociali ed economici nei celebri “trent’anni gloriosi” del dopoguerra, anche e soprattutto sulla spinta delle battaglie da questa condotte, e che a partire dalla riscossa neoliberale degli anni ’80 stanno scivolando con sempre maggiore velocità nel proletariato classicamente inteso.
La globalizzazione e le conseguenti politiche degli ultimi trent’anni hanno quindi lentamente sgretolato la classe media cresciuta nella fase precedente, in particolare nel suo strato più basso e in quella che in genere si tende a chiamare piccola borghesia.
Uno studio OCSE del 2019 dal titolo “Under pressure: the squeezed middle class” fotografa questa tendenza ed evidenzia il restringimento della fascia di reddito da 15 a 26mila euro, che diminuisce del 2,9% solo negli ultimi dieci anni, e il contemporaneo allargamento di quella che arriva fino a 55mila, andando a confermare ciò che molti liberali ci ripetono da tempo: è vero che la globalizzazione rende più ricchi, ma solo chi ricco in un qualche modo lo era già e può godere dei vantaggi della libera circolazione di capitali e merci investendo fruttuosamente il capitale già accumulato.
Le disuguaglianze quindi crescono e lo strato intermedio si assottiglia, insieme a quelle garanzie e a quelle sicurezze conquistate in decenni di lotte. Non è d’altronde più il tempo delle grandi masse, della comunità che cresce e avanza compatta, bensì dell’individuo di tatcheriana memoria, dell’imprenditore di sé stesso.
Nell’Italia globalizzata esplode il fenomeno delle partite IVA, sintomo di un mercato in crisi in cui vengono a mancare le possibilità di assunzione da parte del privato e, soprattutto, dallo Stato piuttosto che segnale di uno scenario frizzante e dinamico come vogliono farci credere. Come è stato ricordato nell’intervento di Coniare Rivolta, il nostro Paese vanta il 23% di lavoratori autonomi sul totale dei lavoratori, una percentuale altissima rispetto agli altri paesi europei e ancora più sorprendente se pensiamo che la maggioranza di essi, ovvero circa 3.400.000, sono lavoratori senza dipendenti.
Qui è necessario comunque fare una distinzione ai fini della nostra tesi: il fenomeno delle finte Partite IVA, ovvero tutti quei lavoratori di fatto subordinati ma inquadrati come lavoratori autonomi per convenienza del datore di lavoro, a nostro avviso non va nemmeno discusso in termini di appartenenza o meno alla classe cosiddetta lavoratrice. Essi ne fanno parte automaticamente, e qui il problema di natura ideologica si risolve una volta rivelata l’effettiva condizione di questi soggetti, a tutti gli effetti esterni al concetto classico di “padronato” e oggetto di reale sfruttamento capitalistico.
I protagonisti del nostro discorso vogliono invece essere le “vere” partite IVA, quelle di dimensioni ridotte e composte da bottegai, piccoli artigiani, piccole imprese famigliari con uno o due dipendenti. Questo mondo estremamente vasto e caratteristico della tradizione lavorativa del nostro Paese, non solo non ha potuto godere dei presunti vantaggi della globalizzazione ma da essa è stata addirittura esclusa. La crescita delle grandi concentrazioni di capitale, italiano ma in particolare straniero, ha messo al margine questi soggetti, inermi di fronte a una concorrenza così spietata.
Gli attacchi non sono però soltanto di natura competitiva, bensì più strutturali, essendosi venuto a creare un contesto in cui ben pochi di loro possono ambire a sopravvivere – e poco più di questo – mentre tutti gli altri devono necessariamente desistere o essere mangiati da pesci più grossi.
Il contesto è ovviamente la citata controffensiva neoliberale al modello economico del primo dopoguerra, quello che sulla spinta delle grandi lotte politiche e sindacali, sui movimenti di massa e sul contraltare di un modello alternativo “nemico” come quello dell’Unione Sovietica rispetto al quale il potere doveva comunque dipingersi come “umano” pur nelle proprie contraddizioni capitalistiche, ha portato avanti un’economia mista, in cui l’intervento dello Stato aveva un ruolo fondamentale e in cui l’iniziativa privata spesso dipendeva da quest’ultimo. Crollati questi pilastri per i motivi già ampiamente descritti, si è aperto un processo di privatizzazioni, liberalizzazioni e più in generale di progressiva perdita dei diritti faticosamente conquistati.
Questo vale per i lavoratori classicamente intesi, ma anche per i soggetti in questione: essi sono accerchiati da un lato dalle sempre più risicate tutele sociali (sanità, previdenza, agevolazioni) prodotte da uno stato “minimo” o comunque attivo solamente per sostenere il mercato e il capitale “che conta”, dall’altro proprio da quest’ultimo, al quale viene data la possibilità di, letteralmente, spadroneggiare e imporsi con la sua forza e le sue capacità economiche non paragonabili alla piccola imprenditoria locale. Le sbandierate liberalizzazioni delle licenze, degli orari, delle categorie merceologiche non hanno certo permesso a nuove generazioni di imprenditori di inserirsi in un mercato ingessato da eccessivo corporativismo, bensì hanno avvantaggiato i grandi conglomerati industriali, le catene internazionali, la grande distribuzione organizzata e in generale tutti quei soggetti che, grazie alla propria dimensione, possono permettersi di tenere aperto 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e in generale di sottostare alle regole/non regole del gioco.
Ai piccoli imprenditori è lasciata la libertà di provare tenacemente a resistere a questo duello impari, magari adottando soluzione innovative e “smart” al vecchio e stantio modello di business, oppure di essere assorbiti dalle organizzazioni più grandi e diventare per essi dipendenti con turni massacranti e condizioni lavorative inferiori. Qualcuno lo chiamerebbe darwinismo sociale, a noi viene invece venduto come la naturale evoluzione del mondo, non certo prodotto di scelte politiche precise e ragionate bensì il fisiologico scorrere della Storia fino allo stato di cose migliore per il cittadino, ovvero il consumatore, di certo mai il lavoratore.
Le partite IVA e i piccoli imprenditori sono coloro che hanno riempito le piazze nelle scorse settimane, spaventati dalle nuove chiusure e dalle promesse di ristori economici che si sono rivelati insufficienti già nel corso della prima ondata del virus. Hanno aderito a piazze e parole d’ordine lanciate dalla destra come spesso hanno appoggiato elettoralmente partiti di destra quali Lega e Fratelli d’Italia. Questo non ci deve stupire: sono proprio queste formazioni politiche ad essere più vicini a quel mondo, a includerlo apertamente fra la propria rappresentanza e a proporre soluzioni per alleviare la loro condizione. L’appoggio è però solo apparente: a fronte di flat tax e altri interventi in teoria a favore di queste categorie, i partiti della destra italiana non escono dall’alveo dell’ideologia liberale e finiscono per appoggiare buona parte delle politiche di austerità dell’Unione Europea che sono alla base di questi sconvolgimenti sociali.
In tutto questo la destra non si distingue dalla sinistra neoliberale, essendo entrambi concentrati nel mettere in evidenza soltanto le periferie e i “ghetti”, le condizioni sociali più estreme e legate in genere soprattutto al fenomeno migratorio: la prima in un’operazione di critica e di messa al bando (pensiamo ad esempio alla battaglia per la chiusura dei porti), la seconda invece in un acritico movimento di appoggio e integrazione. In tutto questo a rimanere escluso dal quadro è proprio il mondo di cui abbiamo parlato, quello formato da chi nella miseria ci sta scivolando e che, insieme ai lavoratori dipendenti sfruttati, è maggioranza e rappresenta il vero bacino di scontento del Paese.
Ignorati quindi dalla sinistra liberale del PD che vince nei quartieri ricchi dei centri urbani e ingannati da una destra che propone correttivi ma avalla un sistema a loro nemico, ci si chiede allora perché le piccole partite IVA non rientrino tra gli interlocutori della sinistra radicale.
Perché il punto è soprattutto questo: la “classe” di riferimento di una sinistra classicamente intesa non può oggi essere la stessa degli anni ’70 del secolo scorso, non può rifarsi sempre alla classe concepita ancora in senso operaista mentre il nostro mondo ha subito sconvolgimenti sociali di portata epocale. In questo periodo storico la classe di riferimento deve includere l’operaio, deve sicuramente includere l’immigrato, ma non può ignorare la piccola borghesia oggetto di sfruttamento e di progressivo depauperamento da parte del sistema neoliberale.
Parliamo di vittime della globalizzazione alla pari degli altri proletari, non certo padroni o borghesi come la parte più ricca della classe che, come abbiamo visto, da queste dinamiche ci sta in gran parte guadagnando. Intercettare questi ceti e le loro esigenze è una sfida non semplice, ma sicuramente necessaria se si ha intenzione di rappresentare pienamente gli sfruttati dal sistema capitalistico nel nostro contesto storico.
Ci troveremo di fronte sicuramente a sensibilità e parole d’ordine differenti rispetto a quelle a cui siamo abituati nei tradizionali campi di lotta, ma non facciamoci illusioni: l’individualismo e la logica di sopraffazione dell’ideologia neoliberale è introiettata nel bottegaio o nel piccolo imprenditore tanto quanto nell’operaio o nel lavoratore dipendente. Di più: la storica lontananza dal messaggio marxista di questi settori non può essere un alibi per lasciare scoperto questo campo o, peggio, consegnarlo alla destra con le sue false promesse. Il campo è il nostro, perché è il campo degli sfruttati dal capitale.
Questo ci obbliga a ragionare su questi soggetti e anche a inquadrare correttamente lo scontento che da essi deriva: in che modo il blocco delle vetture Euro 4 e l’aumento delle accise sul diesel non dovrebbe interessarci se quella che vogliono venderci come transizione ecologica, non accompagnata da veri investimenti sul trasporto pubblico o dalla sostituzione delle vetture private inquinanti, va a colpire tutte quelle persone che sono costrette a spostarsi ogni giorno? Non parliamo di privilegiati, ma molto spesso di veri e propri proletari che hanno investito ingenti somme dei loro poco lauti stipendi per poter raggiungere l’attività lavorativa che permette loro di mettere la cena in tavola.
Può sembrare un esempio bizzarro, ma è in realtà significativo di politiche che colpiscono la maggioranza della popolazione (il ricco borghese non avrà mai questo problema, potendo permettersi vetture elettriche o poco inquinanti) ma che vengono ignorate dalla nostra area politica perché assimilate a rivendicazioni “di destra”, di ceti produttivi afferenti all’altro campo. Da questo punto di vista hanno effettivamente ragione, perché sempre alla destra si rivolgeranno se solo loro si dimostreranno ricettivi verso le loro istanze. È tempo quindi a nostro avviso di cambiare atteggiamento e di comprendere la classe per quella che realmente si presenta nel 2020, ovvero un gruppo estremamente variegato di soggetti sociali accomunati dalla condizione di sfruttamento e subalternità al sistema neoliberale, senza pregiudizi legati a vecchie categorie non più valide.
A conclusione dell’iniziativa, abbiamo deciso di utilizzare un passaggio di Marx preso dal Manifesto del Partito Comunista:
“Quelli che furono finora i piccoli ceti intermedi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perché il loro esiguo capitale non basta all’esercizio della grande industria e soccombe quindi nella concorrenza coi capitalisti più grandi, in parte perché le loro attitudini perdono il loro valore in confronto coi nuovi modi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.”
L’iniziativa è visibile integralmente sulla pagina Facebook di Eurostop Parma o sul canale YouTube:
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L’appuntamento ha avuto l’obiettivo di ampliare il punto di vista in termini sociali e “di classe” rispetto a quella che oggi possiamo chiamare “sinistra radicale”, o comunque rispetto a quel mondo che ancora si riconosce nei valori del marxismo e dell’antiliberismo al contrario della sinistra “ufficiale”. Questa è incarnata ovviamente dal Partito Democratico ma anche dalle sue propaggini variamente critiche “a sinistra”, quei “coraggiosi” (per usare un’espressione significativa nel contesto emiliano-romagnolo) che si ergono a guida morale e motore propulsivo di un’azione politica “progressista” nell’ambito di una collaborazione con il sistema di potere dominante.
Questi, grazie all’assimilazione ideologica di tutti i dogmi neoliberali ben rappresentati dall’Unione Europea, non possono che svolgere contemporaneamente il ruolo di stampella elettorale e di alibi per un partito che pochi decenni fa sarebbe stato definito “di destra” nel senso comune e che oggi, grazie al supporto delle componenti “critiche” e funzionali al discorso del fronte comune contro la deriva fascista degli avversari politici, può darsi una pennellata di verde sbiadito e di arcobaleno per presentarsi come autorevole erede della tradizione del PCI nelle regioni rosse.
Se quindi il matrimonio del Partito Democratico, nelle varie componenti di sistema, con il libero mercato e il suo abbandono dell’orizzonte socialista è ormai esplicito e, anzi, spesso motivo di vanto (basti pensare a Bersani e alla sua battaglia per le liberalizzazioni), desta spesso stupore la scarsa attenzione che l’area della sinistra alternativa rivolge a tutti quei soggetti che avevano goduto di palesi miglioramenti sociali ed economici nei celebri “trent’anni gloriosi” del dopoguerra, anche e soprattutto sulla spinta delle battaglie da questa condotte, e che a partire dalla riscossa neoliberale degli anni ’80 stanno scivolando con sempre maggiore velocità nel proletariato classicamente inteso.
La globalizzazione e le conseguenti politiche degli ultimi trent’anni hanno quindi lentamente sgretolato la classe media cresciuta nella fase precedente, in particolare nel suo strato più basso e in quella che in genere si tende a chiamare piccola borghesia.
Uno studio OCSE del 2019 dal titolo “Under pressure: the squeezed middle class” fotografa questa tendenza ed evidenzia il restringimento della fascia di reddito da 15 a 26mila euro, che diminuisce del 2,9% solo negli ultimi dieci anni, e il contemporaneo allargamento di quella che arriva fino a 55mila, andando a confermare ciò che molti liberali ci ripetono da tempo: è vero che la globalizzazione rende più ricchi, ma solo chi ricco in un qualche modo lo era già e può godere dei vantaggi della libera circolazione di capitali e merci investendo fruttuosamente il capitale già accumulato.
Le disuguaglianze quindi crescono e lo strato intermedio si assottiglia, insieme a quelle garanzie e a quelle sicurezze conquistate in decenni di lotte. Non è d’altronde più il tempo delle grandi masse, della comunità che cresce e avanza compatta, bensì dell’individuo di tatcheriana memoria, dell’imprenditore di sé stesso.
Nell’Italia globalizzata esplode il fenomeno delle partite IVA, sintomo di un mercato in crisi in cui vengono a mancare le possibilità di assunzione da parte del privato e, soprattutto, dallo Stato piuttosto che segnale di uno scenario frizzante e dinamico come vogliono farci credere. Come è stato ricordato nell’intervento di Coniare Rivolta, il nostro Paese vanta il 23% di lavoratori autonomi sul totale dei lavoratori, una percentuale altissima rispetto agli altri paesi europei e ancora più sorprendente se pensiamo che la maggioranza di essi, ovvero circa 3.400.000, sono lavoratori senza dipendenti.
Qui è necessario comunque fare una distinzione ai fini della nostra tesi: il fenomeno delle finte Partite IVA, ovvero tutti quei lavoratori di fatto subordinati ma inquadrati come lavoratori autonomi per convenienza del datore di lavoro, a nostro avviso non va nemmeno discusso in termini di appartenenza o meno alla classe cosiddetta lavoratrice. Essi ne fanno parte automaticamente, e qui il problema di natura ideologica si risolve una volta rivelata l’effettiva condizione di questi soggetti, a tutti gli effetti esterni al concetto classico di “padronato” e oggetto di reale sfruttamento capitalistico.
I protagonisti del nostro discorso vogliono invece essere le “vere” partite IVA, quelle di dimensioni ridotte e composte da bottegai, piccoli artigiani, piccole imprese famigliari con uno o due dipendenti. Questo mondo estremamente vasto e caratteristico della tradizione lavorativa del nostro Paese, non solo non ha potuto godere dei presunti vantaggi della globalizzazione ma da essa è stata addirittura esclusa. La crescita delle grandi concentrazioni di capitale, italiano ma in particolare straniero, ha messo al margine questi soggetti, inermi di fronte a una concorrenza così spietata.
Gli attacchi non sono però soltanto di natura competitiva, bensì più strutturali, essendosi venuto a creare un contesto in cui ben pochi di loro possono ambire a sopravvivere – e poco più di questo – mentre tutti gli altri devono necessariamente desistere o essere mangiati da pesci più grossi.
Il contesto è ovviamente la citata controffensiva neoliberale al modello economico del primo dopoguerra, quello che sulla spinta delle grandi lotte politiche e sindacali, sui movimenti di massa e sul contraltare di un modello alternativo “nemico” come quello dell’Unione Sovietica rispetto al quale il potere doveva comunque dipingersi come “umano” pur nelle proprie contraddizioni capitalistiche, ha portato avanti un’economia mista, in cui l’intervento dello Stato aveva un ruolo fondamentale e in cui l’iniziativa privata spesso dipendeva da quest’ultimo. Crollati questi pilastri per i motivi già ampiamente descritti, si è aperto un processo di privatizzazioni, liberalizzazioni e più in generale di progressiva perdita dei diritti faticosamente conquistati.
Questo vale per i lavoratori classicamente intesi, ma anche per i soggetti in questione: essi sono accerchiati da un lato dalle sempre più risicate tutele sociali (sanità, previdenza, agevolazioni) prodotte da uno stato “minimo” o comunque attivo solamente per sostenere il mercato e il capitale “che conta”, dall’altro proprio da quest’ultimo, al quale viene data la possibilità di, letteralmente, spadroneggiare e imporsi con la sua forza e le sue capacità economiche non paragonabili alla piccola imprenditoria locale. Le sbandierate liberalizzazioni delle licenze, degli orari, delle categorie merceologiche non hanno certo permesso a nuove generazioni di imprenditori di inserirsi in un mercato ingessato da eccessivo corporativismo, bensì hanno avvantaggiato i grandi conglomerati industriali, le catene internazionali, la grande distribuzione organizzata e in generale tutti quei soggetti che, grazie alla propria dimensione, possono permettersi di tenere aperto 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e in generale di sottostare alle regole/non regole del gioco.
Ai piccoli imprenditori è lasciata la libertà di provare tenacemente a resistere a questo duello impari, magari adottando soluzione innovative e “smart” al vecchio e stantio modello di business, oppure di essere assorbiti dalle organizzazioni più grandi e diventare per essi dipendenti con turni massacranti e condizioni lavorative inferiori. Qualcuno lo chiamerebbe darwinismo sociale, a noi viene invece venduto come la naturale evoluzione del mondo, non certo prodotto di scelte politiche precise e ragionate bensì il fisiologico scorrere della Storia fino allo stato di cose migliore per il cittadino, ovvero il consumatore, di certo mai il lavoratore.
Le partite IVA e i piccoli imprenditori sono coloro che hanno riempito le piazze nelle scorse settimane, spaventati dalle nuove chiusure e dalle promesse di ristori economici che si sono rivelati insufficienti già nel corso della prima ondata del virus. Hanno aderito a piazze e parole d’ordine lanciate dalla destra come spesso hanno appoggiato elettoralmente partiti di destra quali Lega e Fratelli d’Italia. Questo non ci deve stupire: sono proprio queste formazioni politiche ad essere più vicini a quel mondo, a includerlo apertamente fra la propria rappresentanza e a proporre soluzioni per alleviare la loro condizione. L’appoggio è però solo apparente: a fronte di flat tax e altri interventi in teoria a favore di queste categorie, i partiti della destra italiana non escono dall’alveo dell’ideologia liberale e finiscono per appoggiare buona parte delle politiche di austerità dell’Unione Europea che sono alla base di questi sconvolgimenti sociali.
In tutto questo la destra non si distingue dalla sinistra neoliberale, essendo entrambi concentrati nel mettere in evidenza soltanto le periferie e i “ghetti”, le condizioni sociali più estreme e legate in genere soprattutto al fenomeno migratorio: la prima in un’operazione di critica e di messa al bando (pensiamo ad esempio alla battaglia per la chiusura dei porti), la seconda invece in un acritico movimento di appoggio e integrazione. In tutto questo a rimanere escluso dal quadro è proprio il mondo di cui abbiamo parlato, quello formato da chi nella miseria ci sta scivolando e che, insieme ai lavoratori dipendenti sfruttati, è maggioranza e rappresenta il vero bacino di scontento del Paese.
Ignorati quindi dalla sinistra liberale del PD che vince nei quartieri ricchi dei centri urbani e ingannati da una destra che propone correttivi ma avalla un sistema a loro nemico, ci si chiede allora perché le piccole partite IVA non rientrino tra gli interlocutori della sinistra radicale.
Perché il punto è soprattutto questo: la “classe” di riferimento di una sinistra classicamente intesa non può oggi essere la stessa degli anni ’70 del secolo scorso, non può rifarsi sempre alla classe concepita ancora in senso operaista mentre il nostro mondo ha subito sconvolgimenti sociali di portata epocale. In questo periodo storico la classe di riferimento deve includere l’operaio, deve sicuramente includere l’immigrato, ma non può ignorare la piccola borghesia oggetto di sfruttamento e di progressivo depauperamento da parte del sistema neoliberale.
Parliamo di vittime della globalizzazione alla pari degli altri proletari, non certo padroni o borghesi come la parte più ricca della classe che, come abbiamo visto, da queste dinamiche ci sta in gran parte guadagnando. Intercettare questi ceti e le loro esigenze è una sfida non semplice, ma sicuramente necessaria se si ha intenzione di rappresentare pienamente gli sfruttati dal sistema capitalistico nel nostro contesto storico.
Ci troveremo di fronte sicuramente a sensibilità e parole d’ordine differenti rispetto a quelle a cui siamo abituati nei tradizionali campi di lotta, ma non facciamoci illusioni: l’individualismo e la logica di sopraffazione dell’ideologia neoliberale è introiettata nel bottegaio o nel piccolo imprenditore tanto quanto nell’operaio o nel lavoratore dipendente. Di più: la storica lontananza dal messaggio marxista di questi settori non può essere un alibi per lasciare scoperto questo campo o, peggio, consegnarlo alla destra con le sue false promesse. Il campo è il nostro, perché è il campo degli sfruttati dal capitale.
Questo ci obbliga a ragionare su questi soggetti e anche a inquadrare correttamente lo scontento che da essi deriva: in che modo il blocco delle vetture Euro 4 e l’aumento delle accise sul diesel non dovrebbe interessarci se quella che vogliono venderci come transizione ecologica, non accompagnata da veri investimenti sul trasporto pubblico o dalla sostituzione delle vetture private inquinanti, va a colpire tutte quelle persone che sono costrette a spostarsi ogni giorno? Non parliamo di privilegiati, ma molto spesso di veri e propri proletari che hanno investito ingenti somme dei loro poco lauti stipendi per poter raggiungere l’attività lavorativa che permette loro di mettere la cena in tavola.
Può sembrare un esempio bizzarro, ma è in realtà significativo di politiche che colpiscono la maggioranza della popolazione (il ricco borghese non avrà mai questo problema, potendo permettersi vetture elettriche o poco inquinanti) ma che vengono ignorate dalla nostra area politica perché assimilate a rivendicazioni “di destra”, di ceti produttivi afferenti all’altro campo. Da questo punto di vista hanno effettivamente ragione, perché sempre alla destra si rivolgeranno se solo loro si dimostreranno ricettivi verso le loro istanze. È tempo quindi a nostro avviso di cambiare atteggiamento e di comprendere la classe per quella che realmente si presenta nel 2020, ovvero un gruppo estremamente variegato di soggetti sociali accomunati dalla condizione di sfruttamento e subalternità al sistema neoliberale, senza pregiudizi legati a vecchie categorie non più valide.
A conclusione dell’iniziativa, abbiamo deciso di utilizzare un passaggio di Marx preso dal Manifesto del Partito Comunista:
“Quelli che furono finora i piccoli ceti intermedi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perché il loro esiguo capitale non basta all’esercizio della grande industria e soccombe quindi nella concorrenza coi capitalisti più grandi, in parte perché le loro attitudini perdono il loro valore in confronto coi nuovi modi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.”
L’iniziativa è visibile integralmente sulla pagina Facebook di Eurostop Parma o sul canale YouTube:
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25/10/2020
Covid affiliato alla camorra, lo dice la Dia
Il nostro è un Paese nel quale il giornalismo investigativo ha avuto poco successo: carriere prestigiose si sono fondate sull’abilità di trasmissione al pubblico di quello che si voleva far trapelare dalle segrete stanze, sul pigro editing delle “agenzie Stefani” che si sono succedute, sull’opinione più premiata della cronaca, tanto che, salvo casi rarissimi di cronisti penalizzati e qualche martire, una cortina di silenzio è caduta su stragi, eventi criminosi, attentati.
Sembra un paradosso e invece ieri e oggi abbiamo assistito a un inatteso revival quando alcune penne magistrali con inatteso dinamismo dal desk e dal professionismo agile dal sofà hanno effettuato analisi e diagnosi dei disordini napoletani, risalendo in men che non si dica ai mandanti dei tumulti che hanno visto in piazza una “marmaglia ferina”, subito catalogata come appartenente alla manovalanza della camorra, colpita nei suoi foschi interessi dalle misure restrittive del lockdown passato e futuro.
Più volte ho osservato che ci sono fonti ufficiali che non vengono consultate anche se avrebbero il merito di far intravvedere la verità dietro ai fumi esalati dalla narrazione pubblica.
Una di queste è proprio la Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, che pubblica relazioni semestrali, nell’ultima delle quali denunciava come l’emergenza stia rappresentando una formidabile opportunità per le attività criminali delle mafie, pronte, a differenza di istituzioni che sono state colte impreparate dopo otto mesi, a infiltrarsi e occupare i brand “sanitari”, dalle mascherine, agli appalti per la fornitura dei dispositivi medici, all’ingresso e alla presenza in strutture assistenziali private.
Ecco, bastava leggerla quella prefazione inserita in fretta nel rapporto della Dia. E bastava riflettere sugli usi delle organizzazioni criminali che si sono aggiornate rispetto a coppola e lupara, dimostrando maggiore determinazione e lungimiranza delle imprese dell’economia “legale” che ne inseguono i format tentando di mutuarne il successo di penetrazione, a cominciare da banche e multinazionali profittevolmente convertite ai ricatti e alle intimidazioni del racket, o che in alcuni casi provvedono a stabilire rapporti di collaborazione.
Perché è facile intuire che le mafie preferiscono “l’ordine“, per quello repressivo e limitativo dei diritti poi vanno proprio matte, perché alimenta una insicurezza e una instabilità che rendono labili i confini di quello che è giusto e ingiusto, tra male e bene, tra legittimo, legale e illegale.
A nessun osservatore dovrebbe sfuggire che un nuovo lockdawn è provvidenziale per quelle “imprese” dalla camorra a Amazon, talmente strutturate e attestate sul mercato da superarne gli effetti senza danno e addirittura trarre giovamento dalla cancellazione di interi comparti e attività minori. E che le nuove povertà indotte dalla pandeconomia hanno creato nuovi target da “strozzare” con più maestria degli usurai bancari, finanziari ed europei.
E che così diventa ancora più semplice l’acquisizione di aziende in via di fallimento o già finite, da rilevare o liquidare per sgombrare il campo da una molesta concorrenza, proprio come certe multinazionali diversamente “legali” attive sul nostro territorio.
Per carità, è inevitabile pensare che ieri la Napoli che non piace a chi pensa che debba essere testimoniata dalla nuova retorica patinata di un certo cinema e di una certa musica (in un film i riottosi protagonisti se la prendono con l’epica bassoliniana di Napoli ha da cagna’, ricorrendo a un po’ di vernice sulle rovine invece di andare ai mali: disoccupazione, speculazione, spazi offerti alla malavita dalla demolizione dell’istruzione) fosse in piazza a far casino, che in mezzo alla ciurmaglia ci fosse anche un po’ di manovalanza dello spaccio impedita negli straordinari notturni, qualche provocatore della destra che si “destreggia” e si accredita sugli spalti, nelle “bande” delle stese, tra i senzatetto e i disoccupati.
Come è inevitabile che succeda da quando sfruttati e sommersi sono rimasti inascoltati, emarginati, conferiti a rendere ancora più brutte e invivibili periferie già brutte e invivibili.
Ma possiamo star certi che alla Napoli di Posillipo, ai pendolari della casa di Capri, così come a quel ceto che si sente al sicuro nelle sue tane piccoloborghesi, vantando referenze culturali, sociali e dunque morali e rivendicando la sua superiorità che deve essere tutelata dal nuovo ordine sanitario insieme alla sua salute, ecco a quelli non incute paura la teppa per difendersi dalla quale invoca l’esercito e le ronde private.
A loro fa paura perfino vedere le foto su Instagram, il deflagrare di quei fermenti dei margini, il premere incollerito della povera gente, cui riserva il dovuto disprezzo, che siano operai o gestori di locali dove hanno passato le loro serate dando famigliarmente del tu al cameriere, commercianti o artigiani dai quali non hanno mai preteso la ricevuta, negando loro la parola e la difesa.
Fanno loro paura perché si sta rivelando che la scontentezza e la rabbia non sono più un monopolio di Pappalardo o Montesano, che era così facile ridicolizzare, che l’opposizione pericolosa non è il buzzurro Salvini comodamente incaricato di incarnare il Male assoluto.
Perché adesso comincia a incazzarsi il vicino di casa che non sa come pagare mutuo e affitto e scomparirà in una borgata dalla quale potrebbe riemergere come un’inquietante minaccia, il pizzicagnolo sotto casa ridotto a fare consegne per Glovo.
Sono così impermeabili alla ragione che non si accorgono che potrebbero finire come loro, che l’ambito smartworking salvavita procurerà licenziamenti e riduzioni in busta paga, che già si guarisce di Covid ma si muore d’altro senza cure, che il potere d’acquisto scenderà, che ormai tutto è proibito salvo il lavoro.
Fonte
Ecco, bastava leggerla quella prefazione inserita in fretta nel rapporto della Dia. E bastava riflettere sugli usi delle organizzazioni criminali che si sono aggiornate rispetto a coppola e lupara, dimostrando maggiore determinazione e lungimiranza delle imprese dell’economia “legale” che ne inseguono i format tentando di mutuarne il successo di penetrazione, a cominciare da banche e multinazionali profittevolmente convertite ai ricatti e alle intimidazioni del racket, o che in alcuni casi provvedono a stabilire rapporti di collaborazione.
Perché è facile intuire che le mafie preferiscono “l’ordine“, per quello repressivo e limitativo dei diritti poi vanno proprio matte, perché alimenta una insicurezza e una instabilità che rendono labili i confini di quello che è giusto e ingiusto, tra male e bene, tra legittimo, legale e illegale.
A nessun osservatore dovrebbe sfuggire che un nuovo lockdawn è provvidenziale per quelle “imprese” dalla camorra a Amazon, talmente strutturate e attestate sul mercato da superarne gli effetti senza danno e addirittura trarre giovamento dalla cancellazione di interi comparti e attività minori. E che le nuove povertà indotte dalla pandeconomia hanno creato nuovi target da “strozzare” con più maestria degli usurai bancari, finanziari ed europei.
E che così diventa ancora più semplice l’acquisizione di aziende in via di fallimento o già finite, da rilevare o liquidare per sgombrare il campo da una molesta concorrenza, proprio come certe multinazionali diversamente “legali” attive sul nostro territorio.
Per carità, è inevitabile pensare che ieri la Napoli che non piace a chi pensa che debba essere testimoniata dalla nuova retorica patinata di un certo cinema e di una certa musica (in un film i riottosi protagonisti se la prendono con l’epica bassoliniana di Napoli ha da cagna’, ricorrendo a un po’ di vernice sulle rovine invece di andare ai mali: disoccupazione, speculazione, spazi offerti alla malavita dalla demolizione dell’istruzione) fosse in piazza a far casino, che in mezzo alla ciurmaglia ci fosse anche un po’ di manovalanza dello spaccio impedita negli straordinari notturni, qualche provocatore della destra che si “destreggia” e si accredita sugli spalti, nelle “bande” delle stese, tra i senzatetto e i disoccupati.
Come è inevitabile che succeda da quando sfruttati e sommersi sono rimasti inascoltati, emarginati, conferiti a rendere ancora più brutte e invivibili periferie già brutte e invivibili.
Ma possiamo star certi che alla Napoli di Posillipo, ai pendolari della casa di Capri, così come a quel ceto che si sente al sicuro nelle sue tane piccoloborghesi, vantando referenze culturali, sociali e dunque morali e rivendicando la sua superiorità che deve essere tutelata dal nuovo ordine sanitario insieme alla sua salute, ecco a quelli non incute paura la teppa per difendersi dalla quale invoca l’esercito e le ronde private.
A loro fa paura perfino vedere le foto su Instagram, il deflagrare di quei fermenti dei margini, il premere incollerito della povera gente, cui riserva il dovuto disprezzo, che siano operai o gestori di locali dove hanno passato le loro serate dando famigliarmente del tu al cameriere, commercianti o artigiani dai quali non hanno mai preteso la ricevuta, negando loro la parola e la difesa.
Fanno loro paura perché si sta rivelando che la scontentezza e la rabbia non sono più un monopolio di Pappalardo o Montesano, che era così facile ridicolizzare, che l’opposizione pericolosa non è il buzzurro Salvini comodamente incaricato di incarnare il Male assoluto.
Perché adesso comincia a incazzarsi il vicino di casa che non sa come pagare mutuo e affitto e scomparirà in una borgata dalla quale potrebbe riemergere come un’inquietante minaccia, il pizzicagnolo sotto casa ridotto a fare consegne per Glovo.
Sono così impermeabili alla ragione che non si accorgono che potrebbero finire come loro, che l’ambito smartworking salvavita procurerà licenziamenti e riduzioni in busta paga, che già si guarisce di Covid ma si muore d’altro senza cure, che il potere d’acquisto scenderà, che ormai tutto è proibito salvo il lavoro.
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24/10/2020
“Ero in piazza a Napoli”. Prime riflessioni
Non volevo scrivere nulla perché su FB si finisce a fare le tifoserie e la situazione – sociale e sanitaria – è complessa e delicata. Però sto leggendo in rete cose inaccettabili e vorrei provare a far capire, anche fuori Napoli, cos’è successo, rispondendo alle domande più comuni.
Cercherò di essere obbiettivo al massimo, poi ognuno si fa le sue opinioni. Abbiate un po’ di pazienza.
1) CHE È SUCCESSO NELLE ULTIME SETTIMANE?
A Napoli (ma piazze ci sono in diverse città campane) è successa una cosa semplice: sono state introdotte da De Luca misure di chiusura per certe attività commerciali senza prevedere compensazioni economiche. Per cui alcuni commercianti, soprattutto del mondo di bar, ristoranti e pizzerie, da giorni hanno incominciato a muoversi, per cercare di ottenere o che queste misure vengano ritirate, o che vengano dati dei sussidi.
2) PERCHÉ LA PROTESTA HA PRESO FORME COSÌ FORTI?
Per diversi motivi: innanzitutto in questi mesi sono stati consumati risparmi, la fame è maggiore, l’esasperazione psicologica è cresciuta. All’inizio, quando a Bergamo c’erano le bare ovunque, la malattia spaventava, ora i numeri bassi dell’estate danno l’illusione che il virus sia “una semplice influenza”. Infine a marzo il Governo dava aiuti, ora ha chiarito che non ci sono soldi; De Luca che distribuì fondi a pioggia per farsi rieleggere ora non ha messo nulla sul piatto.
D’altronde che queste categorie di autonomi abbiano negli ultimi anni dimostrato attitudine allo scontro (si pensi ai Forconi) deriva dal fatto che a) sia la fascia sociale che abbia visto più rapidamente decadere il suo status con la crisi (mentre i lavoratori dipendenti sono ormai pressati da decenni, iper-controllati sul posto di lavoro, spesso frenati dai sindacati nell’organizzarsi); b) la sua cultura sia egemone in Italia e in particolare a Napoli, dove esistono ancora molte categorie di autonomi rispetto ad altri paesi europei in cui la dimensione di impresa è più grossa e ci sono in proporzione più lavoratori dipendenti.
3) PERCHÉ A NAPOLI SUCCEDE STO CASINO E A MILANO NO? C’ENTRA LA CAMORRA O IL FATTO CHE I NAPOLETANI SONO BARBARI?
Ovviamente no. I media nazionali si comportano come i peggiori complottisti: cercano una spiegazione elementare e morale a una dinamica sociale (come se la camorra non fosse quella ad esempio dei Centri d’analisi privati che stanno lucrando su questa situazione, dei grandi costruttori che hanno avuto appalti da De Luca, degli usurai che ora vedranno aumentare il proprio potere etc...).
Semplicemente a Napoli l’indebitamento di questa categoria è maggiore, i servizi forniti dalle istituzioni sono molto più scadenti, e quindi è minore la fiducia che si prova, le associazioni di categorie e i corpi intermedi molto più deboli, maggiore è la pressione sociale. In ultimo, c’è una maggiore vicinanza e scambio fra sottoproletariato (quelli che vivono ai margini della società, di espedienti, di piccoli circuiti criminali) e piccola borghesia (quelli che possiedono mezzi di produzione autonomi e che possono anche “sfondare”): si passa spesso dall’una o l’altra categoria, mantenendo però quel radicamento sociale e una certa attitudine al conflitto.
4)HANNO RAGIONE A PROTESTARE?
Certamente sì, chi porta la responsabilità di questa situazione è De Luca. Ovviamente bisogna precisare che quando parliamo di piccola borghesia, dentro c’è di tutto. C’è il commerciante onesto che ha pagato la qualsiasi e non ce la fa a mandare avanti la sua famiglia, e c’è l’imprenditore che incassa 15.000 euro a serata senza fare mezzo contratto ai suoi lavoratori – che piange miseria in tv ma continua a incassare (lo so per certo). C’erano in piazza a fare i capipopolo dei noti evasori fiscali e dei veri sfruttatori. C’erano però anche i loro lavoratori a nero che si aggrappano a quello che hanno, attività a conduzione familiare, amici del quartiere che fanno una vita di merda...
La maggior parte di loro ha ragione a protestare: De Luca e il Governo in questi otto mesi non hanno fatto nulla per evitare la seconda ondata che si sapeva sarebbe arrivata. Ora arrivano a chiudere – e questo, per i dati che ci forniscono i nostri compagni che lavorano negli ospedali, è ormai scritto – senza però immaginare misure di reddito e assistenza. Condannano così la gente alla fame – e ad essere arruolata dalla camorra...
5) SÌ, I MOTIVI CI SONO, MA LA VIOLENZA?
In realtà da giorni c’è uno scontro sotterraneo in questa mobilitazione. Chi ha qualcosa da perdere, come i commercianti più grossi o qualche capopopolo che mira a una promozione politica, è contro la violenza e vuole intavolare una trattativa, è disposto ad applaudire la polizia etc.
Segmenti più sottoproletari, invece, che frequentano anche l’ambiente di stadio e che hanno anche una propensione allo scontro organizzato con le forze dell’ordine, hanno più interesse a giocarsi una partita su quel tavolo, per vari motivi, dal puro nichilismo all’acquisizione di prestigio personale o di banda.
Questa differenza oggi è esplosa in piazza, quando i cortei di fatto erano divisi in due e alcuni organizzatori hanno da subito preso le distanze dall’altro spezzone.
Il punto però non è identificare i primi come buoni e i secondi come cattivi (si potrebbe rovesciare il punto di vista e dire: i primi però pensano ai fatti loro e i secondi invece esprimono un malessere complessivo). Secondo me il punto è: violenza a che scopo, organizzata come, verso chi? È evidente che quanto successo oggi ha i connotati di una protesta che parla solo al proprio mondo, che parla la lingua della disperazione, e che produce nel resto delle classi popolari un effetto respingente...
6) SÌ MA C’ERANO I FASCISTI, FORZA NUOVA HA DETTO DI VOLER PARTECIPARE...
Io di fascisti non ne ho visti. Non escludo che qualcuno di simpatie fasciste si sia buttato in mezzo. Ma l’impatto da un punto di vista di contenuti o di piazza è stato zero. Forza Nuova cerca di cavalcare un fenomeno, e ci credo: a Napoli non esistono. Siamo stupidi noi (e i media) se gli diamo visibilità.
Mi preoccuperei più di certi personaggi legati alla destra cittadina, che si pongono come intermediari. Ma comunque anche loro ci fanno poco. Questa non è una vera mobilitazione con luoghi di dibattito, piattaforma di contenuti... è, al momento, e probabilmente lo resterà, un episodio reattivo di fronte a una crisi economica senza precedenti.
7) SOLITO DERBY: SINISTRA CHIC-LEGALITARIA VS SINISTRA DEI CATTIVI
Sulle bacheche già è partito il classico confronto fra la sinistra più “rosa”, che stigmatizza la piazza disprezzandone i partecipanti e la sinistra più incazzata che esalta gli scontri mitizzando i soggetti che li fanno. Un confronto che ha anche un po’ stancato, per il semplice motivo che riguarda una nicchia e non produce nulla nella realtà. I primi semplicemente si tagliano fuori la possibilità, prima ancora di agire, di capire la complessità del mondo. Mentre i secondi, pure se hanno il merito di stare nelle cose, si illudono spesso di poter condurre un gioco che per una sua dinamica di classe è incompatibile con i nostri scopi. La verità è che stare in un contesto del genere, che non ha nemmeno momenti di confronto o di organizzazione collettiva, è difficilissimo: o ti metti a fare gli scontri tanto per, o ti metti alla coda del commerciante di turno che ha l’egemonia su quel processo e poi sale a fare l’incontro.
Forse ha più senso, anche nell’ottica di essere interessanti per quei segmenti in via di proletarizzazione, accumulare prima forze nel “nostro” mondo, dimostrare di essere capaci di tutelare i “nostri”, e soprattutto dare a chi non ha interessi “particolari” la direzione di un più vasto movimento popolare.
Napoli per fortuna ci offre anche questo: lavoratori Whirlpool (stamattina eravamo in piazza con loro), lavoratori della sanità in agitazione, genitori in rivolta e insegnanti delle scuole paritarie. Domattina, per dire, saremo in piazza contro le multe ingiuste del Comune, e nel pomeriggio sotto Confindustria con i lavoratori della logistica...
Ma qui siamo già alle valutazioni. E mi ero ripromesso in questo post di non farne.
Scusate la lunghezza, spero sia stato utile.
Fonte
Cercherò di essere obbiettivo al massimo, poi ognuno si fa le sue opinioni. Abbiate un po’ di pazienza.
1) CHE È SUCCESSO NELLE ULTIME SETTIMANE?
A Napoli (ma piazze ci sono in diverse città campane) è successa una cosa semplice: sono state introdotte da De Luca misure di chiusura per certe attività commerciali senza prevedere compensazioni economiche. Per cui alcuni commercianti, soprattutto del mondo di bar, ristoranti e pizzerie, da giorni hanno incominciato a muoversi, per cercare di ottenere o che queste misure vengano ritirate, o che vengano dati dei sussidi.
2) PERCHÉ LA PROTESTA HA PRESO FORME COSÌ FORTI?
Per diversi motivi: innanzitutto in questi mesi sono stati consumati risparmi, la fame è maggiore, l’esasperazione psicologica è cresciuta. All’inizio, quando a Bergamo c’erano le bare ovunque, la malattia spaventava, ora i numeri bassi dell’estate danno l’illusione che il virus sia “una semplice influenza”. Infine a marzo il Governo dava aiuti, ora ha chiarito che non ci sono soldi; De Luca che distribuì fondi a pioggia per farsi rieleggere ora non ha messo nulla sul piatto.
D’altronde che queste categorie di autonomi abbiano negli ultimi anni dimostrato attitudine allo scontro (si pensi ai Forconi) deriva dal fatto che a) sia la fascia sociale che abbia visto più rapidamente decadere il suo status con la crisi (mentre i lavoratori dipendenti sono ormai pressati da decenni, iper-controllati sul posto di lavoro, spesso frenati dai sindacati nell’organizzarsi); b) la sua cultura sia egemone in Italia e in particolare a Napoli, dove esistono ancora molte categorie di autonomi rispetto ad altri paesi europei in cui la dimensione di impresa è più grossa e ci sono in proporzione più lavoratori dipendenti.
3) PERCHÉ A NAPOLI SUCCEDE STO CASINO E A MILANO NO? C’ENTRA LA CAMORRA O IL FATTO CHE I NAPOLETANI SONO BARBARI?
Ovviamente no. I media nazionali si comportano come i peggiori complottisti: cercano una spiegazione elementare e morale a una dinamica sociale (come se la camorra non fosse quella ad esempio dei Centri d’analisi privati che stanno lucrando su questa situazione, dei grandi costruttori che hanno avuto appalti da De Luca, degli usurai che ora vedranno aumentare il proprio potere etc...).
Semplicemente a Napoli l’indebitamento di questa categoria è maggiore, i servizi forniti dalle istituzioni sono molto più scadenti, e quindi è minore la fiducia che si prova, le associazioni di categorie e i corpi intermedi molto più deboli, maggiore è la pressione sociale. In ultimo, c’è una maggiore vicinanza e scambio fra sottoproletariato (quelli che vivono ai margini della società, di espedienti, di piccoli circuiti criminali) e piccola borghesia (quelli che possiedono mezzi di produzione autonomi e che possono anche “sfondare”): si passa spesso dall’una o l’altra categoria, mantenendo però quel radicamento sociale e una certa attitudine al conflitto.
4)HANNO RAGIONE A PROTESTARE?
Certamente sì, chi porta la responsabilità di questa situazione è De Luca. Ovviamente bisogna precisare che quando parliamo di piccola borghesia, dentro c’è di tutto. C’è il commerciante onesto che ha pagato la qualsiasi e non ce la fa a mandare avanti la sua famiglia, e c’è l’imprenditore che incassa 15.000 euro a serata senza fare mezzo contratto ai suoi lavoratori – che piange miseria in tv ma continua a incassare (lo so per certo). C’erano in piazza a fare i capipopolo dei noti evasori fiscali e dei veri sfruttatori. C’erano però anche i loro lavoratori a nero che si aggrappano a quello che hanno, attività a conduzione familiare, amici del quartiere che fanno una vita di merda...
La maggior parte di loro ha ragione a protestare: De Luca e il Governo in questi otto mesi non hanno fatto nulla per evitare la seconda ondata che si sapeva sarebbe arrivata. Ora arrivano a chiudere – e questo, per i dati che ci forniscono i nostri compagni che lavorano negli ospedali, è ormai scritto – senza però immaginare misure di reddito e assistenza. Condannano così la gente alla fame – e ad essere arruolata dalla camorra...
5) SÌ, I MOTIVI CI SONO, MA LA VIOLENZA?
In realtà da giorni c’è uno scontro sotterraneo in questa mobilitazione. Chi ha qualcosa da perdere, come i commercianti più grossi o qualche capopopolo che mira a una promozione politica, è contro la violenza e vuole intavolare una trattativa, è disposto ad applaudire la polizia etc.
Segmenti più sottoproletari, invece, che frequentano anche l’ambiente di stadio e che hanno anche una propensione allo scontro organizzato con le forze dell’ordine, hanno più interesse a giocarsi una partita su quel tavolo, per vari motivi, dal puro nichilismo all’acquisizione di prestigio personale o di banda.
Questa differenza oggi è esplosa in piazza, quando i cortei di fatto erano divisi in due e alcuni organizzatori hanno da subito preso le distanze dall’altro spezzone.
Il punto però non è identificare i primi come buoni e i secondi come cattivi (si potrebbe rovesciare il punto di vista e dire: i primi però pensano ai fatti loro e i secondi invece esprimono un malessere complessivo). Secondo me il punto è: violenza a che scopo, organizzata come, verso chi? È evidente che quanto successo oggi ha i connotati di una protesta che parla solo al proprio mondo, che parla la lingua della disperazione, e che produce nel resto delle classi popolari un effetto respingente...
6) SÌ MA C’ERANO I FASCISTI, FORZA NUOVA HA DETTO DI VOLER PARTECIPARE...
Io di fascisti non ne ho visti. Non escludo che qualcuno di simpatie fasciste si sia buttato in mezzo. Ma l’impatto da un punto di vista di contenuti o di piazza è stato zero. Forza Nuova cerca di cavalcare un fenomeno, e ci credo: a Napoli non esistono. Siamo stupidi noi (e i media) se gli diamo visibilità.
Mi preoccuperei più di certi personaggi legati alla destra cittadina, che si pongono come intermediari. Ma comunque anche loro ci fanno poco. Questa non è una vera mobilitazione con luoghi di dibattito, piattaforma di contenuti... è, al momento, e probabilmente lo resterà, un episodio reattivo di fronte a una crisi economica senza precedenti.
7) SOLITO DERBY: SINISTRA CHIC-LEGALITARIA VS SINISTRA DEI CATTIVI
Sulle bacheche già è partito il classico confronto fra la sinistra più “rosa”, che stigmatizza la piazza disprezzandone i partecipanti e la sinistra più incazzata che esalta gli scontri mitizzando i soggetti che li fanno. Un confronto che ha anche un po’ stancato, per il semplice motivo che riguarda una nicchia e non produce nulla nella realtà. I primi semplicemente si tagliano fuori la possibilità, prima ancora di agire, di capire la complessità del mondo. Mentre i secondi, pure se hanno il merito di stare nelle cose, si illudono spesso di poter condurre un gioco che per una sua dinamica di classe è incompatibile con i nostri scopi. La verità è che stare in un contesto del genere, che non ha nemmeno momenti di confronto o di organizzazione collettiva, è difficilissimo: o ti metti a fare gli scontri tanto per, o ti metti alla coda del commerciante di turno che ha l’egemonia su quel processo e poi sale a fare l’incontro.
Forse ha più senso, anche nell’ottica di essere interessanti per quei segmenti in via di proletarizzazione, accumulare prima forze nel “nostro” mondo, dimostrare di essere capaci di tutelare i “nostri”, e soprattutto dare a chi non ha interessi “particolari” la direzione di un più vasto movimento popolare.
Napoli per fortuna ci offre anche questo: lavoratori Whirlpool (stamattina eravamo in piazza con loro), lavoratori della sanità in agitazione, genitori in rivolta e insegnanti delle scuole paritarie. Domattina, per dire, saremo in piazza contro le multe ingiuste del Comune, e nel pomeriggio sotto Confindustria con i lavoratori della logistica...
Ma qui siamo già alle valutazioni. E mi ero ripromesso in questo post di non farne.
Scusate la lunghezza, spero sia stato utile.
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