Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/02/2022

Il Festival di Sanremo e la “Città della Luce”

Fra i vari luoghi in cui si ambienta l’azione scenica della serie tv di fantascienza distopica e post-apocalittica The 100 (2014-2020) c’è la “Città della Luce”. Si tratta però di uno spazio virtuale creato da un computer in cui gli abitanti di una Terra devastata da una guerra atomica e attraversata da sanguinosi conflitti fra bande rivali si rifugiano inghiottendo una sorta di microchip. Nella “Città della Luce” non c’è più la guerra e vengono cancellati tutti i dolori e i dispiaceri ma anche tutti i ricordi fino ad arrivare ad un vero e proprio annientamento della personalità. In un mondo devastato e da ricostruire, gli adepti si aggirano calmi e pacati in strade pulite e luminose, fra avveniristici palazzi stile Dubai, nella loro dimensione parallela e virtuale. Se la pillola di Matrix faceva entrare nel mondo reale, il chip di The 100 fa invece abbandonare la realtà per entrare in un universo virtuale.

Qualcosa di simile all’entrata nella “Città della Luce” sta avvenendo in questi giorni con il Festival di Sanremo in televisione. Tantissimi spettatori (nei vari telegiornali si afferma che era dagli anni Novanta che Sanremo non aveva un pubblico televisivo così vasto) abbandonano il mondo reale per immergersi nel mondo virtuale del Festival, davanti ai loro televisori di ultimissima generazione. Lo spazio lucido e perfetto dell’Ariston si configura come una dimensione estremamente lontana dalla realtà, una dimensione in cui tutti i problemi reali vengono edulcorati o completamente sottaciuti. I conduttori e gli ospiti si presentano estremamente politically correct, del tutto allineati con la visione del governo e di qualsiasi potere dominante. Milioni di telespettatori, in questi giorni, si immergono ogni sera in un universo virtuale in cui contano soltanto abiti, moda, look di conduttori e cantanti in gara, acconciature, siparietti più o meno comici, battute, buonismi, lacrimucce e finta serietà. È un mondo felice e beato in cui, grazie a qualche “canzonetta” e a qualche battuta pronunciata di fronte a un pubblico in sala che probabilmente ha sborsato anche più di mille euro per un biglietto, si dimentica per qualche giorno il mondo reale che sta fuori dal televisore e dal salotto di casa. Però, quel mondo continua ad aspettarci là fuori, fatto di contraddizioni, di precarietà, di ingiustizie, di prevaricazioni quotidiane, in cui si muore di lavoro e di alternanza scuola-lavoro, in cui se si è migranti si può pure morire in mare o in qualche lager in terre di nessuno: in parole povere, un mondo in cui vige la spietata logica capitalistica.

Ma, in fin dei conti, il Festival di Sanremo ha sempre rappresentato uno scenario, come scrisse Pier Paolo Pasolini, di “povere idiozie”. L’autore ‘corsaro’, sul “Tempo”, il 15 febbraio 1969, così scriveva: Tra tutti questi lutti, è cominciato ed è finito il Festival di Sanremo. Le città erano deserte; tutti gli italiani erano raccolti intorno ai loro televisori. Il Festival di Sanremo e le sue canzonette sono qualcosa che deturpa irrimediabilmente una società. Quest’anno, poi, le cose sono andate ancora peggio del solito: perché c’è stata una contestazione, seppur appena accennata, al Festival. Ciò che si contesta sono infatti i prezzi dei biglietti per ascoltare quelle povere creature che cantano quelle povere idiozie: e si protesta moralisticamente contro il privilegio di chi può pagare il prezzo di quei biglietti. Non ci si rende conto che tutti i sessanta milioni di italiani, ormai, se potessero godere di questo famoso privilegio, pagherebbero il prezzo di quel biglietto e andrebbero ad assistere in carne e ossa allo spettacolo di Sanremo.

E quest’anno sembra che gli italiani siano passati dall’universo virtuale e spettacolare dell’elezione del presidente della Repubblica al Festival di Sanremo quasi senza soluzione di continuità. Da Montecitorio all’Ariston il passo è breve: è solo uno spettacolo, tra l’altro trito e ritrito, una dimensione virtuale che non porta nessuna novità vera e reale, giusto due passi nella “Città della Luce”, fra strade perfette e palazzi sempre uguali, ripetendo perennemente le stesse azioni e gli stessi gesti che non hanno niente a che vedere con la realtà.

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30/01/2022

La Caporetto del "kingmaker"

Chi abbia vinto non è chiaro, ma sullo sconfitto non ci sono dubbi. Matteo Salvini ha gestito la partita del Quirinale come peggio non avrebbe potuto e ora si ritrova senza coalizione, in un partito che gli chiede di cambiare rotta. Nei panni (o nella felpa) del “Kingmaker”, il leader leghista si è prodotto in una serie di bluff senza senso. Innanzitutto, ha assicurato che “per la prima volta in 30 anni” il centrodestra avrebbe avuto “i numeri” per eleggere il Presidente della Repubblica. Poi ha promesso “candidature di altissimo profilo”. Infine, ha garantito che Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia avrebbero votato in modo compatto “dall’inizio alla fine”.

Dopo gli annunci, però, è entrata in gioco la realtà. E questo non è mai un bene per Salvini, che – oltre a macinare propaganda incitando all’odio contro i disperati – non sa fare proprio nulla. Lo ha dimostrato anche stavolta con un bel filotto di disastri.

Prima la rosa dei tre nomi (Moratti, Pera e Nordio), bruciati alla velocità della luce e mai sottoposti alla prova del voto.

Poi il tentativo di spallata più goffo della storia repubblicana, con l’ambiziosa Casellati – talmente pessima da piacere a Giorgia Meloni – polverizzata dai suoi stessi compagni di partito. Difficile ricordare una pattuglia di franchi tiratori più vasta e agguerrita di quella che ha impallinato la numero uno del Senato.

Ma per quanto forte sia stata, la prima sberla non deve aver convinto Salvini, che ha porto l’altra guancia per ricevere la seconda. E così è arrivata la proposta di candidare Belloni, concepita sottobanco con Conte e per questo diventata irricevibile per tutti gli altri partiti.

Quello che resta è un centrodestra a pezzi. Il disastro salviniano dà l’occasione a Forza Italia – che puntava su Casini – di smarcarsi dai sovranisti per creare una nuova area politica al centro insieme a Renzi, Calenda, Toti e "moderati" vari. Perché il progetto abbia speranze di riuscita è necessaria una riforma elettorale in senso proporzionale e – c’è da scommetterci – sarà proprio questo uno dei temi dominanti nel dibattito pubblico dei prossimi mesi.

Quanto a Meloni, ha accolto con un “non ci posso credere” la scelta salviniana di rieleggere Mattarella, per poi decretare che la coalizione “va rifondata”. La leader di Fratelli d’Italia ha lasciato l’ultima cartuccia a Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, che su Twitter ha ripescato un post pubblicato nel 2015 dal segretario leghista: “Mattarella non è il mio presidente”, scriveva Salvini un settennato fa, definendo il Capo dello Stato un “cattocomunista” e ricordandone i trascorsi come “fondatore dell’Ulivo, vice di D’Alema e ministro con De Mita”.

La situazione non è tranquilla nemmeno all’interno del Carroccio, dove Giancarlo Giorgetti, amico di Draghi e grande sostenitore del suo trasloco al Quirinale, ha minacciato apertamente le dimissioni da ministro dello Sviluppo economico. In seguito l’allarme è rientrato – anche, pare, grazie all’intervento diretto del Presidente del Consiglio – ma il numero due della Lega ha comunque chiesto al segretario una gestione più collegiale del partito.

L’inizio del Mattarella bis, quindi, non solo mette fine alla formula del centrodestra sperimentata negli ultimi anni, ma segna anche un ulteriore indebolimento di Matteo Salvini. Che, dopo aver perso la leadership nella coalizione, ora ha perso anche la coalizione.

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Mattarella bis, la soluzione comoda

L’esito dell’elezione del Presidente della Repubblica ad un occhio attento poteva risultare già prevedibile all’indomani della famosa conferenza stampa senza veli in cui Draghi ha chiaramente messo sul tavolo la sua di candidatura. Un’ambizione che, peraltro, era più di un’ipotesi non appena “super Mario” aveva fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi. La sua investitura quale garante, o commissario, dell’establishment euro atlantico aveva ed ha nei due ruoli apicali della Repubblica il punto di approdo, almeno nelle intenzioni, non di breve periodo. Una scelta che nasce non solo dalla evidente debolezza del sistema politico italiano ma dal combinato disposto di questo assunto con il terremoto globale in cui è immerso anche il nostro Paese.

Non c’è dubbio, però, che la sua eventuale elezione a Presidente, con il PD quale maggiore sponsor parlamentare, non avrebbe garantito automaticamente un governo con la stessa maggioranza, con la conseguente possibilità dello scioglimento anticipato delle Camere.

Tale contesto ha sicuramente scatenato in una parte rilevante del parlamento, primi tra tutti larghissimi settori del Movimento 5 stelle, la spinta a trovare la soluzione comoda che potesse tenere a galla la legislatura fino alla sua conclusione insieme alla composizione di un quadro che lasciasse più porte aperte per il futuro.

In tutto il percorso gli schieramenti, logorati da un anno di governo unitario, hanno mostrato non solo la loro debolezza ma quella dell’intero sistema politico. Il tentativo di Salvini di mantenere il doppio ruolo di capo della coalizione del centrodestra assieme a quello di tessitore per la maggioranza di governo, con il fine di eleggere un capo dello stato non proveniente dalle fila del centro sinistra, è naufragato e con esso la sua coalizione è andata in pezzi. Il PD, invece, incapace di andare oltre l’ipotesi principale di sostenere Draghi, ha giocato di rimessa nascondendo abilmente le proprie contraddizioni o riversandole nel solo campo del Movimento 5 stelle in cui Conte e Di Maio si muovono sempre più speditamente verso una collisione.

Allo stesso tempo, il desolante livello del ceto politico costruitosi con la seconda repubblica manifesta l’incapacità di autoriprodursi portando a ricorrere in queste situazioni a quel che resta della prima (Napolitano, Mattarella, Casini) mantenendo nella precarietà ogni equilibrio che momentaneamente costruisce.

Se è vero che tale contesto offre sempre più spazio ad ipotesi che possono portare ad un ulteriore arretramento del sistema democratico, con l’emergere sempre più insistente del dibattito sul presidenzialismo, è anche vero che lascia un potenziale margine anche alla possibilità di una critica complessiva che ridia voce ad un’alternativa politica, economica e sociale.

Lo stesso scenario di breve periodo evidenzia che tale opportunità è tutt’altro che assente. Le dinamiche neocentriste che hanno visto in Forza Italia, Italia Viva (ora più vicina al PD) e nel nuovo spolvero di Casini dei riferimenti in questi giorni, insieme alla possibile disintegrazione del Movimento 5 stelle e il “liberi tutti” nel centrodestra, porteranno il dibattito di quest’anno a concentrarsi sull’ennesima modifica della legge elettorale probabilmente in senso maggiormente proporzionale.

La debolezza del sistema politico sopra esposto porta continuamente a rivedere la forma elettorale per provare a rendere compatibili le esigenze di “stabilità” con quelle della composizione e la forza sempre più mutevole dei soggetti politici in campo. Non è da escludere che si punterà ad una legge che possa portare a consolidare Draghi come presidente del consiglio ben oltre questa legislatura. Fallita la sua elezione immediata a Presidente, la presenza di Mattarella garantisce, infatti, la chance di mantenere l’obiettivo iniziale di tenerlo al timone in uno dei due ruoli apicali del Paese: o con una futura staffetta al Quirinale o direttamente a Palazzo Chigi.

Il terremoto globale che la pandemia ha accelerato si è aggravato e si sta aggravando in questi mesi con la crisi Ucraina, l’inflazione e tutte le conseguenze di un’instabilità mondiale che pesa e peserà sui lavoratori e la gran parte della popolazione anche nel nostro Paese. Sembra difficile che le attuali forze politiche siano in grado di affrontarle con gli schieramenti tradizionali.

Tale contesto dovrebbe essere da sprono a ridare voce, organizzazione e protagonismo a coloro che sono esclusi dal dibattito pubblico affinché tornino a riprendersi lo spazio che meritano.

Questa necessità è fuori discussione, come dimostrano gli studenti medi che proprio mentre il Parlamento discuteva del Presidente della Repubblica urlavano tra i manganelli della polizia che alla loro età si deve andare a scuola senza il rischio di morire di lavoro.

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L’avatar è ancora Mattarella

Il nipote del principe di Salina sarebbe rimasto molto deluso. La sua massima – «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» – è stata rovesciata come un guanto: non si è fatta neanche la finta di cambiare nulla, e Mattarella rimane al suo posto.

Ma non tutto è rimasto come prima...

Il caos senza senso che per 15 giorni ha avvolto i tentativi di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica rivela un ordine sottostante, comprensibile anche senza farsi aiutare da Giorgio Parisi, massima autorità mondiale in quel ramo.

Procediamo perciò con ordine.

Il custode degli assetti di potere

Nemmeno per un attimo la scelta del Presidente è mai stata una questione di nomi o “di genere”. Il ruolo che viene svolto sul Colle non ha da decenni più nulla a che vedere con quello “notarile” affidatogli dalla Costituzione. E del resto la stessa Carta è stata stravolta in più pilastri – dall’autonomia regionale all’obbligo di pareggio di bilancio – al punto da mostrare contraddizioni interne irrisolvibili in punta di diritto.

Dunque al Quirinale va mandato un garante operativo degli equilibri tra poteri riconosciuti come “legittimi”, e nell’Italia attuale – in termini sociali o di classe – ce ne sono sostanzialmente due:

a) la “borghesia nazionale”, fatta di una sterminata folla di imprese piccole e medie, da oltre un decennio alle prese con la crisi generale di sistema e tramortita infine dalle restrizioni imposte dalla pandemia, con capitali limitati e orizzonti operativi che non valicano i confini;

b) il grande capitale multinazionale, prevalentemente europeo ed “atlantico”, fatto di imprese – sia industriali che finanziarie – che strutturano il proprio business giocando su trattati continentali, legislazioni nazionali, vantaggi fiscali inventati per “attirare capitali”. A questo fanno riferimento subordinato alcune filiere produttive nazionali di non grandi dimensioni, ma con alta integrazione internazionale.

Ma ogni interesse sociale si deve rappresentare in forme istituzionali. E il contrasto continuo tra legislazione italiana e trattati europei – risolto sempre, “legalmente”, a favore dei secondi – è la forma visibile di contrasti sociali confusi nella formula “libertà di impresa”, dove ci sono sia quelli che le prendono sia quelli che le danno.

L’elezione del Presidente è stata così l’ennesima – o ultima – occasione per i “nazionalisti” di determinare un ruolo istituzionale che li aiutasse a trattare meglio, da posizioni di minor debolezza, il “programma di riforme” incorporato nel Recovery Fund ed esplicitato da ogni tappa del PNRR (528 “condizionalità” da rispettare da qui al 2026, di cui 51 già approvate, anche se non ve ne hanno parlato granché).

Del resto è noto che gli “europeisti sovranazionali” hanno dalla loro l’immenso potere del denaro – da prestare, “a fondo perduto” o rendere più caro manovrando sullo spread – mentre i piccoli “nazionalisti” hanno comunque i voti, ricevuti rappresentando o mentendo a una parte della popolazione.

Dunque, se si vogliono far vedere in azione almeno le forme della democrazia parlamentare, bisogna lasciar fare al semi-libero gioco della “politica di palazzo”. Dove ovviamente i primi hanno truppe da impiegare, ma non una visione strategica né, tanto meno, una solidità di intenti. Una maggioranza certa, insomma.

Questa disperata incursione “sovranista” ha smosso la polvere dando l’impressione del caos. Decine di nomi, più o meno improbabili, sono stati buttati nel grande falò delle vanità, scomparendo alla velocità del suono. Hanno rovistato ovunque pur di non mandare sul Colle “l’estraneo” che decide su tutto senza avere un solo voto.

Poi, ci dicono le cronache, Mario Draghi ha fatto la telefonata risolutiva chiedendo a Mattarella “il sacrificio” di tornare al suo posto.

E la polvere si è posata. “La politica” si è arresa alla propria impotenza.

Problemi rimandati

Ma non è rimasto tutto come prima. Lo spappolamento della classe politica attuale, la peggiore di sempre, ha subìto un’accelerazione robusta. Il prossimo Parlamento, tra un anno, sarà inoltre molto più “snello”. Di fatto, molto meno importante, sicuramente meno rappresentativo.

Mattarella ha teoricamente sette anni di tempo per governare i prossimi passaggi e passare lo scettro a SuperMario. Ci sarà da far svolgere le prossime elezioni politiche (marzo 2023) e poi digerirne i risultati per formare il governo.

Da qui ad allora andrà portata a termine la distruzione delle pallide “alternative” gonfiate dalle elezioni del 2018. Quella dei Cinque Stelle – con l’ultima, clamorosa, spaccatura tra Di Maio da una parte e Conte-Grillo dall’altra – è quasi realizzata.

La “variabile impazzita” di Matteo Salvini andrà invece affidata alle battaglie intestine della Lega, con Giorgetti incaricato di realizzare il fratricidio (o il drastico ridimensionamento). In fondo l’hanno già fatto con Umberto Bossi, possono farlo di nuovo.

Ci avviamo quindi a vivere un 2022 fatto di grandi conflitti a parole, su questioni secondarie (a fini elettorali, come sempre), mentre Mario Draghi e i suoi “tecnici” portano a risultato, nel quasi completo silenzio, le oltre cento “riforme chieste dall’Europa”. Poi i fuochi di artificio elettorali e, forse, a polvere di nuovo posata, la prossima puntata del “romanzo Quirinale”, ma senza opposizioni possibili al Drago del Britannia.

La politica che non rappresenta

Va insomma verso la conclusione un lungo processo storico di svuotamento del potere politico a favore del potere dei mercati. Che porta con sé la riduzione della “politica nazionale” a “prassi amministrativa” che realizza decisioni prese in altri ambiti e ad altro livello.

Nulla di misterioso e complottistico, però. Esistono altre istituzioni, visibilissime, alla luce del sole, che assumono “sovranità” e compiti propri fin qui degli Stati-nazione, abbozzando ormai perfino un “esercito europeo”. Si tratta insomma di aprire gli occhi su quel che abbiamo davanti, non di andare a cercare “che c’è dietro”.

In questo quadro, a livello nazionale, scompare “la politica” come “mediazione tra interessi sociali legittimi”. E scompare proprio perché una lunga serie di interessi sociali – primi fra tutti quelli di lavoratori e ceti popolari – vengono per principio esclusi dall’ammissibilità.

Ma anche per “i borghesi” si impone una radicale distinzione in base alla quantità di capitale gestito. Bottegai al dettaglio, gestori di palestre o discoteche, ecc. non possono pensare di “decidere” alcunché quando sono in campo interessi da centinaia di miliardi. Ed anche i loro “partiti” devono prenderne atto, riciclandosi. Se sanno farlo.

Sembra tutto semplice, ma qui si allarga a dismisura l’eterna voragine tra “decisori” e popolazione. Gestire un paese – o un continente – con la logica tipica di una multinazionale o di un fondo di investimento non è possibile, a lungo andare. È facile, infatti, strangolare un governo come è stato fatto nel 2015 in Grecia. È difficile costruire in quel modo un consenso sociale duraturo. E non c’è mago della “comunicazione” che possa risolvere a colpi di slogan o “narrazioni” una realtà che degrada.

Istituzioni senza popolo

È il quadro vagamente distopico di un potere estraneo, capace di imporsi ma non di persuadere. Comunque la si guardi, non somiglia neanche lontanamente alle favole sulla “democrazia liberale”. E le manganellate distribuite a piene mani sugli studenti sembrano più un anticipo di futuro che un revival repressivo del passato.

Siamo in un momento di forte torsione dei fondamenti del potere. Persino il principe di Salina resterebbe sorpreso e spiazzato.

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29/01/2022

Il forno del Quirinale brucia anche “i servizi”

La maionese è impazzita. Ogni tentativo della “classe politica” di piazzare al Quirinale qualcuno che sembri – almeno sembri – espressione della propria esistenza in vita si infrange sulla sua stessa inconsistenza.

In poche ore viene spiegazzata e accantonata “la seconda carica dello Stato”, regalata quattro anni fa a una avvocata di Berlusconi senza altre qualità politiche conosciute.

Il vortice di telefonate e incontri fa scaturire “una donna in gamba”, che tutti identificano in Elisabetta Belloni, attualmente capa dei servizi segreti. Gli intrattenitori televisivi e cartacei si arrampicano sugli specchi per minimizzare lo sfregio devastante alla democrazia parlamentare borghese.

Una Gruber più querula del solito arriva a dire che “è capo dei servizi da soli sette mesi”, come se stesse facendo l’apprendistato e quindi non fosse davvero una delle personalità più preoccupanti e temibili in ambito “democratico”.

Per sommo paradosso si scopre in pochi minuti che la proposta arriva dai “sovranisti” Salvini e Conte (ma non da Di Maio). E uno si ritrova a chiedersi che cazzo di “sovranista” (ossia nazionalista) possa mai essere chi candida il capo dei servizi segreti italiani: una succursale purulenta della Cia, fin dal 1945; al centro di ogni tentativo di golpe, stragi (da Portella delle Ginestre a Piazza Fontana, da quelle sui treni alla Stazione di Bologna), depistaggi e rapimenti.

Praticamente sarebbe l’ufficializzazione che lo Stato italiano è una dependance della Casa Bianca. Uno sbilanciamento un po’ eccessivo, anche per chi ribadisce ogni giorno che serve una personalità “euro-atlantica” per mantenere l’equilibrio tra le due servitù.

A sbraitare contro si alza nientepopodimeno che Matteo Renzi – terminale recente della più antica massoneria, detto anche “l’uomo che sussurrava ai servizi” (Marco Mancini) nel retro di un autogrill – tirando fuori tutti gli argomenti istituzionali che renderebbero uno scandalo una simile elezione. Argomenti giusti per il motivo sbagliato, probabilmente. L’ala dei “servizi” rappresentata dalla Belloni dev’essere diversa da quella che piace all’altro Matteo.

Si agita sulla stessa onda anche la truppa berlusconiana, rompendo la sbandierata “unità del centrodestra”. E in sintonia si muove quell’ameba servile chiamata PD, che in aula si era data da fare per riproporre Mattarella (segno certo che non si possono neanche immaginare soluzioni diverse dalla diarchia “Draghi o un suo avatar”).

La soluzione immaginata da qualche “creativo della comunicazione” (“nominiamo una donna per la prima volta”), in modo da superare tutti i veti e dare l’impressione di una “novità positiva” (a gestirla avrebbero poi pensato i queruli e le querule della redazioni) si sgonfia, lasciando più macerie di prima.

Lo spappolamento delle istituzioni e del ceto politico avanza di un altro grado. Mentre le polizie manganellano tutti i giorni gli studenti, cercando di convincerli che il loro destino è da schiavi sui posti di lavoro, senza nulla a pretendere.

Sullo sfondo, paziente, attende il Drago del Britannia.

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28/01/2022

Sen. Mantero (PaP): “Sono io quello che ha votato Emilio Scalzo, attivista no tav”

Grande sconcerto si è generato ieri, 28 Gennaio, nella Camera dei Deputati quando, durante lo scrutinio della quinta votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica, è risuonato in aula il nome di Emilio Scalzo, storico attivista No Tav.

A votarlo è stato l’On. Matteo Mantero, senatore di Potere al Popolo!, che ha dichiarato:

“Anche il non scegliere della maggior parte dei partiti è una scelta, la più pavida ovviamente ma sempre una scelta.

L’ennesima sconfitta di una politica di ignavi attaccati alle gonne di MammaTarella.

Oggi ho scritto orgogliosamente sulla scheda il nome di Emilio Scalzo.

L’attivista NO TAV estradato in carcere in Francia per la sola colpa di aver tentato di difendere la nostra terra dallo scempio e per aver offerto il suo aiuto ai migranti che in condizioni di estrema difficoltà tentano la traversata delle montagne, alla ricerca di una vita migliore.

È un omaggio a tutti gli italiani, e sono tanti, che lottano per il bene comune e non si arrendono alla predazione del capitalismo e alla perdita quotidiana dei diritti.

Grazie Emilio e grazie a tutti, non moriremo neoliberisti.”


“In questi giorni c’è una distanza ancor più siderale tra ciò che si muove tra Camera dei Deputati e Senato e ciò che accade nella vita reale di milioni di cittadini.

Emilio Scalzo non è solo un attivista del Movimento No Tav.

Emilio è la vita reale che bussa alla porta e cui nessuno dei principali partiti apre.

Il voto per Emilio è un voto per tutti i cittadini che difendono i beni comuni, che fanno della solidarietà una pratica di vita, che la transizione ecologica la vogliono per davvero e non solo per sciacquarsi la bocca, che lottano per la giustizia per tutti.

E per tutti quelli che hanno in odio il vergognoso teatrino cui ci stanno costringendo.

Quello di Potere al Popolo è un piccolo segnale, ma sentire risuonare in Parlamento il nome di un attivista detenuto, è una cosa incredibile, che scatena il panico , che dimostra ancora una volta quanto sia necessario entrare sempre di più dentro a quel Palazzo per portare le nostre istanze”
, hanno dichiarato Giuliano Granato e Marta Collot, portavoce nazionali di Potere al Popolo.

Chi è Emilio Scalzo?

Conosciuto in tutta la Val di Susa come “il pescivendolo” per aver praticato negli anni il suo lavoro, insieme alla moglie Marinella, nei mercati della Valle. Dal 2005 diventa attivista “infaticabile” del movimento NO TAV.

Di origini siciliane, generoso e legato alla famiglia ha saputo farsi carico dei problemi dei suoi otto fratelli. Abituato a schierarsi da sempre dalla parte dei più deboli, dal 2017 si è prodigato nell’aiuto ai migranti di passaggio dall’alta Valle Susa verso la Francia.

Attualmente si trova in carcere in Francia, in attesa di giudizio. L’accusa è di aver aggredito un gendarme durante un corteo in solidarietà con i migranti attraverso il confine Italia Francia.

Pochi giorni fa il Tribunale del Riesame francese ha rigettato la richiesta di sostituzione della misura cautelare in carcere con una meno afflittiva, anche se Emilio ha ottenuto la disponibilità di un domicilio in Francia, grazie alla solidarietà dimostratagli anche oltr’Alpe.

Tutto ciò in assenza di reali esigenze cautelari. Appare chiaro che quella inflitta ad Emilio vuole essere una punizione esemplare che faccia da monito a chiunque si batte per gli ultimi, punizione che assomiglia più a una vendetta che a una qualsivoglia forma di giustizia.

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Il caos a Montecitorio prepara l’avvento del Drago

La quinta Luna fece paura a tutti. Era la testa di un signore che con la morte vicino giocava a biliardino...

Neanche la “quinta chiama” per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica partorirà – molto probabilmente – il risultato atteso. I giochi si sono complicati oltre ogni possibile risoluzione, mostrando al mondo intero la peggiore classe politica che abbia mai calcato questo palcoscenico.

È evidente che a nessuno di questi signori interessa minimamente dare una risposta allo spaventoso numero di problemi che stravolge il paese – dalla pandemia al lavoro precario, dalle delocalizzazioni alla quotidiana mattanza sul lavoro che oramai coinvolge sempre più spesso anche gli studenti che dovrebbero stare al sicuro, dentro una scuola.

Ed è altrettanto evidente che SuperMario è tutt’altro che il mago risolutore lecchinamente dipinto da un anno a questa parte dalla stampa padronale.

I mercati e le istituzioni sovranazionali – dall’Unione Europea alla Nato, dalla presidenza Usa al Fmi – hanno da tempo indicato proprio nel loro uomo l’unico presidente possibile, per tenere sotto controllo il processo di ristrutturazione previsto dal Recovery Fund.

Ma l’hanno fatto in modo così sfacciato da mettere in primo piano quel che, per decenza, andava lasciato sullo sfondo: l’Italia è un paese commissariato, in cui tutti – dalla classe politica all’ultimo dei cittadini – devono obbedire e tacere.

Facile a farsi, fin qui, con lavoratori senza più un sindacato vero e una rappresentanza politica qualsiasi. Facile a farsi con pensionati preoccupati e altrettanto privi di difensori efficaci. Facile a farsi anche con la piccolissima imprenditoria dell’”intrattenimento turistico”, da due anni alle prese con un drastico calo degli introiti ma senza alternative e prospettive (a parte qualche sguaiata, e presto ritirata, discesa in piazza).

Più difficile, incredibilmente, con la peggiore classe politica di sempre. Non per “merito” di quest’ultima, ovviamente, ma per la persistenza di un impianto costituzionale che – nonostante i pesanti stravolgimenti apportati fin qui (riforma del Titolo V, obbligo al pareggio di bilancio, ecc.) – mantiene l’assetto di una repubblica parlamentare. In cui, dunque, una classe politica ha un ruolo importante almeno nella scelta del Capo dello Stato.

Impossibile bypassarla, come invece era stato fatto con la formazione del governo Draghi, quando era bastato che Mattarella facesse il nome per vedere tutte le teste annuire sopraffatte. Ma i governi durano poco, pensavano in cuor loro.

Mai occasione fu più sprecata, però.

Lo spettacolo che stanno dando i Salvini, le Meloni, i Letta, i Conte e commensali vari, è uno spot per accelerare il funerale della democrazia parlamentare e spalanca le porte al presidenzialismo più autoritario possibile. Quello in cui non solo si deve accettare un conducator dai poteri molto estesi, ma si deve anche subire che sia scelto da poteri superiori e incontrollabili.

Una prova? Beh, che in una democrazia parlamentare si ipotizzi di eleggere alla suprema carica nientepopodimeno che il capo dei servizi segreti – Elisabetta Belloni – è qualcosa che avrebbe fatto accapponare la pelle a qualunque statista del secolo scorso.

Soprattutto se parliamo dei servizi segreti italiani, con la loro storia da fogna eversiva agli ordini della Cia, autori di stragi, depistaggi, accenni di golpe mai punito. Anzi...

Tutto, insomma, va verso la dissoluzione del quadro istituzionale nato nel 1945. La decomposizione della classe politica, la sua incompetenza, gioca a favore della centralizzazione autoritaria ed eterodiretta. E le “ideuzze” che partorisce per contrastarla spingono anche inconsapevolmente proprio in questa direzione.

Del resto, se per trenta anni il ruolo della politica è stato quello di “lasciar decidere al mercato” e “attirare capitali”, perché stupirsi se “la politica” è incapace di sfornare idee e popolata di corrotti?

Alla fine, come già detto, verrà eletto Mario Draghi o un suo avatar. E il cerchio sarà chiuso.

Poi, certo, verrà proposto il presidenzialismo anche sul piano formale e costituzionale. I grandi cambiamenti avvengono sempre tramite i fatti. Le regole vengono dopo, per riconoscere i nuovi poteri.

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27/01/2022

Lo schifo della Repubblica

Le immagini e le notizie che arrivano dalle aule parlamentari in questi giorni dicono tutto.

Stiamo assistendo al degrado finale di una classe politica indecente, e che per giunta ora mostra anche tutta la sua viltà. La scheda bianca che mette d’accordo quasi tutti nelle urne indica due cose: i parlamentari fanno nomi che non hanno il coraggio di sostenere e non hanno il coraggio di fare i nomi che vorrebbero sostenere.

In questo intrigo vergognoso i nomi che emergono – sui giornali e nei gossip, non nell’aula attraverso un dibattito pubblico e trasparente – per noi sono tutti inaccettabili e rappresentano la crisi di un sistema che fa schifo.

Basta passare in rassegna i “papabili” presidenti per rendersene conto.

Innanzitutto Draghi, premier attuale che continua la sua sotterranea campagna elettorale di ricatti con il sostegno della finanza internazionale. Poi i cosiddetti “nomi alternativi”: da Casini, emblema del trasformismo politico, a Moratti, simbolo della privatizzazione della scuola e della sanità, fino ai craxiani Amato e Cassese (quest’ultimo anche “costituzionalista di Renzi”), passando per il capo dei servizi segreti Belloni, che neppure potrebbe essere candidata alla presidenza della Repubblica.

Per non parlare dei curriculum come quello della signora Casellati, sostenitrice di Berlusconi sul caso Ruby.

Insomma, i nomi che circolano nei principali schieramenti partitici sono improbabili e impresentabili!

Altro che figure di “alto profilo”! La rosa di nomi degli eventuali candidati presidente fotografa la bassezza raggiunta dalla classe politica di governo e il danno che l’esecutivo Draghi ha fatto alla nostra democrazia.

Noi rivendichiamo la nostra estraneità e avversione a tutto questo sistema, ribadiamo una netta contrarietà a Draghi e ai re travicello impresentabili che poterebbero essere eletti in alternativa a lui.

Se questo è il sistema, il dovere è disconoscerlo e lottare per ribaltarlo.

Fonte

La miseria della democrazia italiana

Non è facile prevedere nel dettaglio come finirà la partita Quirinale-Palazzo Chigi. Quello che è certo è che, comunque vada, finirà male.

La domanda è: com’è possibile aver eletto un Parlamento così molle e incompetente, completamente nelle mani di segretari di partito, che agiscono come capi manipolo? In altri termini: che ne è della libertà di voto?

Le donne e gli uomini che dovrebbero gestire la Repubblica parlamentare, organo sovrano, sono stati reclutati tra carrieristi di partito, avvocati con la fregola della notorietà, lobbysti fai-da-te, delegati di poteri estranei ai compiti di stato e di governo.

Questa è la classe dirigente della democrazia italiana. La parola d’ordine è sempre: preservare e accrescere la propria rendita di posizione.

È un Parlamento di piccoli e medi borghesi, che hanno tolto di mezzo la stragrande maggioranza dei cittadini del paese, che interpellano, suggestionano e ingannano solo in caso di elezioni.

La classe lavoratrice, le masse popolari, la moltitudine dei salariati precari non trova rappresentanza politica, è diventata una semplice tecnicalità per la distribuzione di bonus, in cambio di consenso.

La lotta di classe s’è da tempo rovesciata, il lavoro è umiliato e offeso, mentre ai capitalisti non interessano neanche più le regole del mercato. I “nostri” capitalisti lucrano sull’inefficienza del welfare, prendono sovvenzioni statali e regionali, non pagano le tasse, corrompono, tirano sugli stipendi e sui salari, lesinano sui diritti mai sui dividendi.

Come reagisce la moltitudine dei salariati? Loro non vanno più neanche al voto, come dimostrano le risibili percentuali di affluenza alle urne in ogni tornata elettorale da ormai troppi anni a questa parte. È disimpegno politico? Bisognerebbe sgombrare il campo da disquisizioni sociologiche tipiche dei salotti televisivi.

In verità, l’astensione è il costante ripetersi della sentenza di condanna senza appello dei partiti, certifica che la rabbia e il risentimento covano, mentre, pur fra stenti e patimenti, l’opposizione sociale continua a manifestare la propria presenza nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle metropoli.

È una voce flebile, spesso gli uni non sentono gli altri, il discorso politico è intermittente e non sempre chiaro, ma non è stato azzittito.

Se, dunque, vi state chiedendo perché la democrazia italiana è così tragicomica, inadeguata, avvilente, la risposta è proprio nei fatti: quando la graduale e implacabile esclusione della maggioranza dei cittadini diventa la cifra della realtà politica, il sistema diventa un fatto privato tra corporazioni e interessi di potere.

Era già successo esattamente un secolo fa.

La classe operaia diventò carsica per un ventennio, poi con impeto riprese il suo posto nella storia e fu la spinta propulsiva della democrazia nata dalla Resistenza, la Carta costituzionale, la divisione dei poteri, il Parlamento, i diritti civili e politici.

Che è tutto quello che oggi appare opaco e frustrato, gestito da uomini politici intellettualmente anemici, mossi da ideali rachitici, come la penosa sceneggiata dell’elezione del nuovo capo dello Stato sta a rappresentare, mentre in Italia si muore di Covid, di lavoro, di patriarcato; mentre si ammassano truppe ai confini dell’Ucraina; mentre la tempesta energetica sta provocando inflazione, penuria di materie prime, rincari pesanti, che vanificano gli ingenti prestiti per la ripresa economica post-pandemica.

Il fatto è che il mantra per cui bisogna “fare di tutto per la ripresa economica” è propizio solo ai fatturati, non certo alla qualità della vita della stragrande maggioranza, che anzi la ripresa la subiscono, proprio come subiscono sempre le crisi.

"Il fatto che i poveri rimangono poveri e i ricchi diventino più ricchi è una cosa che – per citare una canzone di Leonard Cohen – tutti sanno e, inoltre ‘that’s how it goes’, ‘è così che vanno le cose’".

"Ma se tutti lo sanno, allora perché ‘tutti’ non fanno qualcosa per rimediare?”, si chiede David Harvey, che continua: “la domanda interessante per me è: ‘Cosa sanno realmente tutti della nostra congiuntura attuale?’".

Ecco allora che c’è da sapere: che la politica italiana non è distante dalla stragrande maggioranza delle donne e degli uomini, è semplicemente contro di loro.

È tempo che questa consapevolezza irrompa nel dibattito pubblico e sposti i rapporti di forza, individui una nuova pratica sociale, tracci nuove prospettive politiche di uguaglianza, ridistribuzione, giustizia sociale.

La vediamo in questi giorni la gravità del danno arrecato alla democrazia. Ancora una volta tocca storicamente alla classe lavoratrice, alle masse e alle moltitudini dei salariati precari riprendersi lo spazio politico che gli è stato negato, per farsi carico della democrazia per tutti.

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26/01/2022

Verso un presidente vicerè

Si sono un po’ incartati, diciamolo subito.

La partita per il Quirinale si svolge secondo copione, o perlomeno secondo gli obblighi che ciascun soggetto “portatore di interessi” è costretto a rispettare.

Ciò che resta della “classe politica” – ben poco – si divide tra rappresentanti di imprenditoria di corto orizzonte (la cosiddetta “borghesia italiana”) e terminali di interessi decisamente più corposi. Quanto meno “europei”, ovviamente con cointeressenza “atlantiche”, com’è arrivato a teorizzare il segretario del Pd Enrico Letta. Un partito di apparato che solo la perversione interessata dei media di regime può qualificare come “sinistra”.

Queste due destre cercano una difficile quadra intorno a un ruolo istituzionale che da tempo ha dismesso le vesti del “notaio super partes” per assumere quelle di paziente tessitore dei legami tra appartenenze internazionali (l’Unione Europea in primis) e residui di “democrazia parlamentare” occupata ormai da peones, anche quando vestono i panni di “leader”.

Il prossimo presidente dovrà infatti garantire il percorso fissato nel Recovery Fund, qualunque sia la maggioranza politica che uscirà fuori dalle prossime elezioni.

Delle 528 condizioni poste dalla Ue per l’erogazione di tuti i prestiti promessi, 51 sono state esaudite nel 2021, sotto la direzione di Mario Draghi. Altre 100 (o 122, secondo il direttore de La Stampa) dovranno essere soddisfatte in questo anno.

Ovvio che serva un governo che procede, come l’attuale, a colpi di decreto, senza discussione parlamentare, tanto sono tutti dentro “la maggioranza” (anche chi finge di essere all’opposizione quando si accendono le telecamere, come Giorgia Meloni).

Il problema è che “il garante credibile” per entrambi i ruoli è solo Mario Draghi, l’“uomo del Britannia”, il privatizzatore che ha consegnato alla speculazione finanziaria buona parte dei migliori asset pubblici (Telecom, Alitalia, le banche di “interesse nazionale”, ecc.), con la complicità dei governi di centrosinistra e di centrodestra. E con risultati disastrosi.

Stando così le cose, e non potendo – ancora – sommare le due funzioni (capo dello stato e presidente del consiglio), i 1009 “grandi elettori” devono scegliere tra mandare Draghi al Colle – da dove sorveglierà i governi per i prossimi sette anni, soluzione preferita dai “mercati” – oppure lasciarlo dov’è per un altro anno. Ma a condizione di mandare al Quirinale un “re travicello” che risponda alle sue disposizioni (che sono poi quelle europee e “atlantiche”).

La destra “piccolo borghese” preferirebbe vedere lì un proprio uomo (o donna, fa lo stesso a certi livelli), per meglio trattare sulle tante “riforme” che potrebbero stravolgere il proprio “blocco sociale” fatto di interessi spesso indicibili.

Da questo punto di vista può giovarsi di un parco parlamentare eletto sotto l’ondata populista di quattro anni fa, euroscettica fino a mezzogiorno. Ma non ha ancora trovato qualcuno che possa garantire sia “i mercati” che la propria base imprenditoriale. E questo sta facendo andare fuori giri tutto il processo di nomina del nuovo presidente.

Un “re travicello” troppo “nazionalista”, agli occhi della Ue e dei “mercati”, sarebbe il perfetto casus belli per un’ondata speculativa che non troverebbe ostacoli. Né nella UE – che spinge apertamente per un altro risultato – né nelle istituzioni nazionali (a quel punto bloccate da una probabilissima crisi di governo, con annessa possibilità di elezioni anticipate e relativa rissa di tutti contro tutti sul nulla).

Questo lo sanno anche i Salvini (glielo spiega Giorgetti), Meloni e soprattutto Berlusconi (ci è già passato, nel 2011).

Ma non possono non provarci. Un cedimento di schianto su questo punto significherebbe zero potere di trattativa, sulle questioni “essenziali”.

Il rischio, al momento, è quello di un lungo trascinamento di votazioni senza senso (schede bianche, voti di bandiera, voti di fantasia e goliardia), un progressivo spappolamento di ogni fronte, fin quando “i mercati” – già sotto stress per i venti di guerra ucraini – non faranno sentire la propria voce prepotente. Muovendo lo spread...

Dallo spappolamento del comando politico, di solito, emerge un “imperatore”, un “duce”, o almeno un “vicerè”. E per quel ruolo, come detto, c’è un solo nome. Al massimo, un suo avatar.

Ma non chiamatela “democrazia”...

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La repubblica delle banane di Mario Draghi

Abbiamo un Presidente del Consiglio che senza nessun scandalo ha iniziato le consultazioni per la sua ascesa al Quirinale. Incontra i segretari dei partiti e discute con loro del prossimo governo, quello di cui come futuro Presidente dovrebbe lui stesso indicare il capo.

Ovviamente Draghi dà per scontato che il prossimo Presidente del Consiglio sia una persona di sua fiducia, ma non vuol prendere troppi impegni con i partiti: “votatemi e abbiate fiducia”.

I segretari smentiscono che stiano facendo il mercato delle vacche con Draghi: “che offesa”, rispondono sdegnati, “noi siamo impegnatissimi sul caro bollette, è di questo di cui sentiamo l’urgenza di discutere in queste ore”.

Nel frattempo tutti i partiti di governo e l’opposizione di sua maestà di destra votano scheda bianca, naturalmente dichiarando che lo fanno per tutelare le eccelse personalità su cui vorrebbero, ma non possono, votare. I nomi che girano, tanto più sono incolori e mediocri, tanto più vengono presentati come di alto profilo.

Intanto tutto il sistema mediatico fa il tifo per Draghi, facendo capire che il Presidente della Repubblica lo deve eleggere lo spread, non il Parlamento, il quale per altro, tranne che in piccole minoranze, è felicissimo di non esistere, purché questa non esistenza arrivi alla pensione.

Berlusconi si è ritirato da una corsa che solo lui credeva di poter fare, concludendo così la sua carriera in quella prima repubblica delle banane che ha largamente contribuito a creare.

Ora nasce la seconda repubblica delle banane, quella di Mario Draghi e di ridicoli politicanti che lo ossequiano o fanno finta di avversarlo.

Non sappiamo se alla fine il Presidente del Consiglio riuscirà a farsi nominare Presidente della Repubblica, rendendo definitivamente vuota retorica ogni richiamo alla Costituzione da parte delle autorità.

Oppure se alla fine una delle alte personalità a rovescio, magari la peggiore di tutte, troverà il consenso unanime dei partiti inesistenti, con la necessità per Draghi di trovarsi un posto altrettanto duraturo di quello presidenziale.

Intanto una cosa è chiara: la seconda repubblica delle banane si annuncia pure peggiore della prima.

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25/01/2022

Stallo sul Colle, ma Draghi avanza

Non è successo niente, e ognuno dei soggetti politici in campo può continuare a sognare di fare centro nella corsa al Quirinale.

Le 672 schede bianche, curiosamente, hanno raggiunto al millimetro il quorum richiesto per l’elezione del nuovo capo dello Stato durante le tre prime votazioni. Ma non significa affatto che ci sia una maggioranza disposta a convergere su un nome.

Come abbiamo già provato a spiegare, la partita in corso è tutto sommato semplice, al di là delle contorsioni bizantine tipiche del suq di Montecitorio: o si sceglie un conducator indicato dai “mercati e dalle istituzioni sovranazionali (Unione Europea, Nato, Usa, ecc.) oppure questo paese verrà investito da una tempesta al cui confronto la tragedia greca del 2015 sarà una commediola.

Il Fatto, malato di politichese, la sintetizza in termini epici: “Monarchia o repubblica“, con Draghi ovviamente su un trono.

In termini “di classe”, più seriamente, lo scontro è tra rimasugli della “borghesia nazionale” (decisamente più piccola che medio-grande) e “borghesia europea” (imprese che giocano sui mercati internazionali e si avvantaggiano di un intero universo di regole/legislazioni nazionali fatte apposta per “attirare capitali”).

Lega, Forza Italia e vecchi fascisti con in testa Giorgia Meloni sono la rappresentanza politica storica di questa imprenditoria di secondo livello, che vive di bassi salari, evasione fiscale, escamotage vari per spremere un profitto altrimenti non eccelso da attività continuamente messe a rischio dall’”economia delle piattaforme”, e duramente colpita dalla pandemia (tra lockdown e restrizioni varie).

Qui il sogno di piazzare “un proprio uomo” al Quirinale è vista come l’ultima possibilità di trattare, da posizioni di relativa forza, con chi invece maneggia capitali miliardari e progetta – tramite il Recovery Fund – di ridefinire il ruolo del paese nel contesto europeo, finendo di ridisegnare le filiere produttive a vantaggio dei poli più forti.

Un esempio? Proprio ieri Lufthansa si è finalmente fatta viva con un’offerta di acquisto per l’ex Alitalia, ora ITA, spolpata e ridotta all’osso da oltre venti anni di consapevole demolizione perseguita da tutti i governi.

Una sorte parallela a quella di Telecom – altro ex gioiello del patrimonio pubblico – ridotta a un ammasso di macerie fin dalla privatizzazione (guarda caso: pianificata da Mario Draghi in funzione di direttore del ministero del Tesoro, con i governi Prodi e D’Alema). Tanto da commuovere perfino Milena Gabanelli, accortasi – un po’ in ritardo: 25 anni dopo – di che disastro sono state le privatizzazioni, dopo averne cantato per decenni le lodi.

Draghi, ieri, ha fatto comunque un passo avanti verso il Colle. La votazione ha infatti chiarito che non ci sono veri avversari. Il massimo risultato che ci potrà essere è l’assenza di un “plebiscito” in suo favore. Una piccola botta all’immagine da Onnipotente che il sistema dei media – definirli “servili” è veramente un complimento, ormai – gli sta cucendo addosso da qualche anno. Nulla di più.

Il rischio del capitombolo generale è ben presente a chi ha accettato di costituire un governo “con tutti dentro”, ma non c’è limite alle illusioni di chi ha orizzonti molto ristretti...

Nel dettaglio della giornata di ieri, il massimo dei voti positivi (36) si è concentrato sul nome di Paolo Maddalena. Figura certamente complessa: ex vicepresidente della Corte Costituzionale, cattolico osservante, anti-abortista (pur avendo fatto parte proprio della Consulta che respinse le eccezioni di costituzionalità per la legge 194), contrario alle unioni civili, ma anche difensore del patrimonio pubblico contro le privatizzazioni, critico dei trattati europei che tolgono poteri allo Stato e dunque alla democrazia, contro il Jobs Act, ecc.

Su di lui si sono riversati i voti di un’area di parlamentari ex Cinque Stelle di varia impostazione politica (dai “dibattistiani” alla sinistra, diciamo), con le motivazioni più varie, a seconda appunto del posizionamento ideale o ideologico.

Come è noto, Potere al Popolo aveva inizialmente espresso il proprio gradimento a questa scelta, ritirandolo in un secondo momento dopo aver approfondito meglio le posizioni di Maddalena su temi che costituiscono parte integrante del sistema di valori condiviso in PaP.

Oggi seconda tornata di voto, con poche variazioni previste. Il gioco vero comincerà con la quarta “chiamata”, quando su molte schede oggi bianche dovrà essere scritto un nome. Tenendo presente le minacce di tempesta che spirano dal resto d’Occidente...

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24/01/2022

Il domino del Colle

Il trasloco di Mario Draghi al Quirinale si complica, ma non è affatto impossibile. Anzi: i veti del centrodestra e dei 5 Stelle sembrano poco convinti, e alla fine la strada che porta al Presidente del Consiglio potrebbe essere l’unica praticabile, se non altro per mancanza di alternative.

Il no più esplicito a Draghi arriva da Silvio Berlusconi e, paradossalmente, è inserito nella nota con cui l’ex Premier ritira la candidatura al Colle più farsesca della storia repubblicana. “Ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione”, fa sapere con la solita modestia l’ex Cavaliere, aggiungendo però di farsi da parte per evitare che sul suo nome “si consumino polemiche o lacerazioni che non trovano giustificazioni e che oggi la Nazione non può permettersi”. Fin qui il comunicato sembra spianare la strada a Draghi, ma poi arriva la stoccata: “Considero necessario che il governo completi la sua opera sino alla fine della legislatura per dare attuazione al PNRR, proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia”.

Su questo punto, i (semi)alleati di Fratelli d’Italia sono costretti a prendere le distanze: “Non auspichiamo in alcun modo che la legislatura continui”, scrive in tono lapalissiano l’unico partito d’opposizione. E infatti i meloniani prima bocciano Draghi, poi ci ripensano e dicono che “non esiste alcun veto” sul premier. Chi l’avrebbe mai detto, eh?

A completare il panorama frastagliato del centrodestra ci pensa Matteo Salvini, che afferma di lavorare su “una rosa di nomi di alto profilo” in grado di convincere anche il centrosinistra. Ora, sorvolando sull’assurdità di questa frase in bocca al dj mezzo nudo del Papeete, il problema è capire chi mai possa rientrare nella rosa salviniana. La lista dei nomi possibili comprende Maria Elisabetta Casellati, Letizia Moratti, Marcello Pera, Franco Frattini e Gianni Letta.

Sull’altezza di suddetti profili ci sarebbe da discutere, ma non serve. A fare tabula rasa di questi personaggi è ancora Silvio Berlusconi: “Al centrodestra spetta l’onere della proposta - continua l’ex Premier nella stessa nota di prima - Serve una figura capace di rappresentare con autorevolezza la nazione nel mondo e di garantire il nostro Paese sullo scenario internazionale”. Ora, tutto si può dire di Casellati & Co, tranne che godano di grande prestigio all’estero.

Con un esercizio di fantasia notevole, qualcuno identifica in Pier Ferdinando Casini la figura giusta per arrivare a una mediazione. Nelle fila di Forza Italia c’è addirittura chi parla di un accordo già pronto fra Lega e M5S sull’ex leader dell’UDC. Fonti del Carroccio smentiscono, ricordando che il soggetto in questione è stato eletto in Senato con i voti del centrosinistra. Ma come dimenticare la lunghissima storia d’amore fra Casini e Berlusconi, durata dal 1993 al 2008?

Vista la destrezza con cui infila i piedi in tutte le scarpe dell’arco costituzionale, non è detto che alla fine Casini non torni buono per la presidenza del Consiglio. Da un po’ di tempo, però, i nomi che circolano con più insistenza per Palazzo Chigi sono quelli di Marta Cartabia (emanazione draghiana) e di Paolo Gentiloni (alfiere di Bruxelles e quindi possibile fulcro di un governo del Recovery Fund).

Il presupposto di queste soluzioni, naturalmente, è che alla fine Draghi coroni il sogno quirinalizio. Difficile che ci riesca nelle prime tre votazioni, quando è richiesta una maggioranza pari a due terzi dei grandi elettori. Dalla quarta chiama, però, basterà la maggioranza assoluta, e allora molte resistenze potrebbero ammorbidirsi. A cominciare da quella di Salvini, che secondo alcuni farebbe il difficile solo per alzare la posta, con l’obiettivo di ottenere il Viminale o il ministero della Difesa. Peraltro, in un eventuale rimpasto, si potrebbero liberare anche le poltrone di ministri tecnici come Vittorio Colao, Enrico Giovannini e Roberto Cingolani. Tre posizioni che, nei prossimi mesi, permetteranno di gestire un diluvio di soldi in arrivo dall’Europa.

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Berlusconi ormai patetico, la prospettiva di Draghi

Il campione “dell’italianità” (in verità annacquato in questi anni dal rapporto con la Merkel) e dell’inesistente centrodestra ha prodotto l’ennesima brutta figura, provando a fare di nuovo la “mossa del cavallo” con l’autocandidatura alla presidenza della repubblica che, però, non ha funzionato.

D’altra parte l’ultima volta che ha funzionato veramente è stato solo nel 1994, quando l’imprenditore prese in contropiede tutto il mondo politico italiano dell’epoca.

Questa nuova cantonata di Berlusconi non va ridotta solo all’esigenza di rompere ed invertire una parabola discendente, che per lui oggi è palesemente irreversibile, perché in questo passaggio è riuscito a trascinare sia la Lega che FdI che rappresentano, almeno in teoria, circa il 40% dell’elettorato.

Questo dato nei sondaggi e l’affermazione di un irrazionalismo di massa che si è manifestato sulla vicenda dei “No Vax”, amplificato ad arte dai mass media, ci dice che una larga parte della popolazione italiana vive un rifiuto aprioristico, in gran parte giustificato, verso quelle che sono le istituzioni ed il quadro politico attuale.

Su questo sentimento di “pancia” il centrodestra ha pensato che c’erano le condizioni per cavalcare la tigre e per ricostruire la propria unità candidando Berlusconi, pur sapendo quanto la scommessa fosse rischiosa, e questo si è visto anche dagli atteggiamenti ondivaghi di Salvini e della Meloni. In realtà la rendita di posizione che la destra ha indubbiamente sul piano sociale non riesce a trasferirsi sul piano politico e istituzionale.

Infatti questa destra, abbandonata in questa occasione anche dal killer professionista Renzi, ha due contraddizioni che le impediscono di affermarsi.

La prima è politica. Ovvero, la sua articolazione sociale è ampia e va dai ceti produttivi della piccola e media industria, che fanno riferimento alla Lega, alla piccola borghesia, a settori popolari e di malessere “metropolitano” in particolare al sud, che votano soprattutto la Meloni. Tale divaricazione nella rappresentanza sociale e politica impedisce una ricomposizione e innesta una competizione elettorale che ha minato il tentativo di ricomposizione berlusconiano.

L’altra contraddizione è strutturale e più seria. Ovvero il centrodestra e la stessa destra, in senso stretto, hanno al loro interno posizioni divergenti sul rapporto da tenere con l’Unione Europea; frattura strategica questa che passa dentro la Lega e che spiega la contraddittorietà delle contorsioni salviniane.

Nelle settimane scorse i portavoce dell’antiberlusconismo, dalla Repubblica al Fatto Quotidiano fino al Manifesto, stavano già scaldando i motori per riprendere la litanìa antiberlusconiana che ha sempre preparato le svolte a destra della cosiddetta “sinistra”.

Qualcuno lo ha fatto per calcolo politico, altri per una visione distorta delle dinamiche politico-istituzionali, ma certo quello che si stava per mettere in moto è la solita coazione a ripetere. Coazione funzionale a compattare contro un nemico esterno e per preparare l’elettorato del centrosinistra a ingoiare un ulteriore numero indefinito di rospi, come invitò a fare lo stesso Manifesto in altri tempi.

Dunque, dopo la sceneggiata dell’allegra compagnia del centrodestra, torna al centro la candidatura “seria” di Mario Draghi. Ma anche in questo caso bisogna leggere i sommovimenti che preludono alle scelte che verranno fatte, e che spesso non sono visibili, anche per la cortina fumogena che alza la stampa mainstream.

Il primo e più rilevante di questi è indubbiamente l’intoccabile tutela degli interessi e dei parametri della UE. Forse è sfuggita ai più la dichiarazione che ha fatto il Commissario francese UE Breton il 13 gennaio scorso: “dopo l’Europa della democrazia e l’Europa del mercato, apriamo ora la strada a un’Europa del potere”. Parlare perciò di presidenza della Repubblica, di governo Draghi, di nuovo governo o di elezioni anticipate significa capire in primo luogo il contesto in cui questi “fenomeni” avvengono.

Sembrerebbe, perciò, che ora l’ascesa al Quirinale di Draghi sia inarrestabile. Ma c’è un “Ma”!

Infatti a questo punto si pone il problema, da tutti rilevato, della tenuta di un nuovo governo e del rischio di elezioni anticipate, che farebbero saltare l’equilibrio politico raggiunto con la UE ed i vantaggi avuti con il PNRR. Su questo Berlusconi è stato chiaro: “Draghi deve rimanere al governo per salvare la stabilità e la patria”.

Qui di nuovo si insinua la debolezza della Rappresentanza Politica in un paese in cui la disgregazione sociale si è accentuata grazie alle politiche attuate da tutte i partiti nella cosiddetta Seconda Repubblica.

Detto in termini pratici: avere Draghi presidente della Repubblica e fare un governo diretto da una personalità diversa probabilmente, segnerebbe il “liberi tutti” e l’occasione di rivincita delle varie forze di centrodestra, uscite scornate da quest’ultimo giro di valzer, per andare alle elezioni e per affrettarsi ad accaparrare più voti possibili sperando di fare un loro governo, coscienti di essere le forze più rappresentative nella società italiana.

Quella cui si sta andando incontro è perciò una contraddizione apparentemente insanabile in cui il centrodestra, uscito politicamente sconfitto, potrebbe rompere i giochi e tentare di risalire la china con un effetto domino che si ripercuoterebbe anche a livelli della UE.

Poiché sappiamo che le vie del signore sono infinite, c’è un altro scenario da prendere in considerazione e che non farebbe saltare i giochi fatti finora. L’opposizione a Draghi presidente non viene solo da Berlusconi, anche se qualcuno pensava che nel ritiro avrebbe rilanciato Draghi, ma anche da una parte del M5S e forse anche di una parte del PD.

Da alcuni giorni si parla su diversi versanti di “rosa dei candidati super partes”, di candidature femminili ed altre possibili soluzioni... Insomma di soggetti diversi da Draghi, che dovrebbe perciò continuare a fare il presidente del consiglio per garantire la governabilità, ma anche per il banale “tirare a campare” da parte dei parlamentari fino al 2023, interessati a portare a termine la “propria” legislatura, con i conseguenti benefici.

Insomma, la soluzione che si può intravvedere è quella dell’elezione di un “Re Travicello” che faccia contenti tutti e Draghi che continua fino a fine legislatura, magari con la prospettiva di tornare al suo “naturale” ruolo continentale nel ’24 con l’elezione del nuovo presidente della Commissione Europea.

Non è una previsione, non siamo in grado di farne, ma è una possibilità.

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23/01/2022

Sul Quirinale l’ultima “resistenza reazionaria” prima della resa

Seguiamo con molto moderato interesse il caos intorno all’ormai prossima elezione del nuovo presidente della Repubblica. Pur sapendo, e avendo scritto più volte, che la partita verte intorno a un solo problema: questo paese è di fatto governato da “istituzioni sovranazionali”, sia politiche (Nato, Unione Europea) che finanziarie (“i mercati” e grandi gruppi multinazionali).

Queste “istituzioni” pretendono che al vertice del potere politico nazionale ci sia un “garante” dei patti sottoscritti (i trattati europei, fondamentalmente; la “fedeltà alla Nato” non è infatti in discussione per nessuna delle fazioni che si stanno accapigliando).

C’è infatti da assicurare che il “percorso” delineato dal Recovery Fund da qui al 2026 – e pienamente accolto nel PNRR del governo in carica – venga seguito senza deviazioni rilevanti o comunque tali da mettere in pericolo gli equilibri continentali.

Per quanto politicamente smandrappata, infatti, l’Italia resta la terza economia UE e un suo “sbarellamento” avrebbe conseguenze molto pericolose per tutta la costruzione continentale, proprio nella fase in cui questa cerca di darsi un assetto assai più “operativo” su tutti i piani (dal protagonismo geostrategico alla costruzione di un “esercito europeo”, dall’intervento neocoloniale in Africa alla “competizione” sui mercati internazionali).

Mario Draghi costituisce da tempo la migliore assicurazione per questi interessi. Un rappresentante della borghesia multinazionale europea che già sa “cosa si deve fare” per corrispondere alle attese internazionali, molto più pronto e reattivo di qualsiasi politicante di seconda fila, che avrebbe bisogno di uno stuolo di “consiglieri” che lo assistono nei passaggi tecnicamente e politicamente più impervi, “telefonate” chiarificatrici, richiami all’ordine, ecc.

Di fatto, insomma, qualsiasi tentativo della miserrima classe politica nazionale – in buona parte espressione di interessi decisamente “micro” rispetto alle dimensioni e alla proiezione di quelli dominanti nel continente – dovrà piegarsi alla potenza superiore dei “poteri europei”. Pena una nuova stagione di spread impazzito, tranche di prestiti che non arrivano o che vengono erogati solo dopo aver indurito le “condizionalità” già previste dal Recovery Fund (528, di cui solo 51 esaudite fin qui dal governo Draghi).

Nonostante questa certezza, i rappresentanti della “borghesia italiana” hanno provato – e stanno ancora provando – a mettere un proprio uomo al Quirinale, in modo da “mediare” meglio tra i propri interessi di corto respiro e quelli “strategici”. Il nome del Caimano è stato in ballo soltanto per questa ragione “ostativa”, non certo per raggiungere davvero un risultato che sarebbe stato sicuramente tragico (spread, ecc).

Il suo ritiro dalla “competizione”, con la clausola del “Draghi resti a Palazzo Chigi”, è insomma l’ultimo tentativo di infilare al Quirinale qualche figura minore che sappia tenere conto di quegli interessi “locali” (nel senso di “nazionali”, o addirittura locali) nella prevista ristrutturazione delle filiere economiche e produttive.

Strategicamente, è una “resistenza reazionaria” senza prospettive. Ma proprio l’assenza di visione, che le è tipica, costringe la borghesia italica ad aggrapparsi a illusioni vane. Non sanno e non possono far altro.

Questo e solo questo “complica” l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Mandare Draghi al Colle rassicura i mercati e spaventa i minus habens abituati a pasticciare con fondi pubblici, appalti e subappalti, finanziamenti a fondo perduto ed evasione fiscale, ecc.

Cederanno, alla fine. Basterà vedere come si muoveranno, da martedì (dopo la prima votazione), le Borse, le quotazioni dei titoli di stato, lo spread, ecc. Come nel 2011, quando il Cavaliere capì l’antifona e, anche allora, si fece da parte.

Il massimo risultato di questa “cedevole resistenza” sarà un Draghi un po’ meno trionfante. Niente elezione plebiscitaria al primo turno, che ne avrebbe fatto un monarca, ma una nomina a maggioranza semplice, al quarto o quinto turno. Giusto per far capire che “si deve trattare” anche con loro, e non solo prenderli a pesci in faccia com’è abituato a fare in consiglio dei ministri (chiedere a Franceschini...).

Il resto è fuffa. Buona per confondere gli ingenui che ancora credono che sia la “borghesia nazionale” a scegliere i vertici delle istituzioni e le politiche economiche da realizzare. Siamo da tempo in un altro mondo, dove il “peso politico” si pesa davvero: in centinaia di miliardi, non in opinioni.

Le classi popolari attendono, estranee, “astensioniste” per mancanza di una alternativa credibile. Qui c’è da lavorare. Siamo alla confluenza tra tre crisi gigantesche, tutte “sistemiche” (economica, sanitaria, ambientale). Non servono “slogan efficaci”, serve una visione all’altezza.

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21/01/2022

Berlusconi e Draghi i gemelli d’Italia

È stato Silvio Berlusconi a far fare carriera a Draghi fino alla BCE, o almeno così rivendica il leader di Forza Italia.

D’altra parte è stato Mario Draghi, con il suo governo, a verniciare da statista europeo Berlusconi. Come il green washing dei padroni europei dipinge di verde il nucleare, così il governo dei migliori ha coperto di moderazione e rispettabilità l’uomo del Bunga Bunga.

Berlusconi e Draghi sono complementari proprio come un imprenditore d’affari ed un banchiere. Possono anche confliggere su qualche interesse, ma non su quelli di fondo. E sono la personificazione delle due destre che dominano da trent’anni la politica italiana.

Quella liberista sfacciata, malavitosa e pecoreccia, e quella austera, tecnocratica, liberista consapevole.

Ora sia Draghi che Berlusconi sono giunti a quel momento in cui ogni imprenditore si pone il problema di realizzare l’investimento.

Quello del padrone di Mediaset in politica è stato a lungo termine, anche se con cospicui guadagni visto che oggi è uno dei dieci miliardari più ricchi d’Italia. Ora però l’orologio biologico segna il tempo e l’occasione è irripetibile.

Berlusconi conosce la debolezza e la miseria dei partiti italiani e dei loro piccoli leader, sa che quelli di destra sono tutti suoi miracolati che non possono dirgli di no; e che quelli di “finta sinistra” o ex “antisistema” sono al governo con lui e possono solo non dire sì.

Quindi prova a sfondare un sistema politico oramai marcio, anche per opera sua.

Draghi è più giovane di età e di giochi politici, ma non di conoscenza del sistema di potere e di affari. Anche lui però ha un timer, che gli ricorda quello di Mario Monti. Salvatore della patria finanziaria che camminava sulle acque del sistema politico e mediatico e che poi è improvvisamente affondato, scomparso.

Il governo dei migliori di Draghi sta già raggiungendo il tempo di Monti, la strage pandemica che continua, la crisi sociale e dei redditi che avanza nonostante la ripresa, cominciano a delineare un orizzonte non più infinito.

Draghi quindi vuole, fortissimamente vuole, diventare Presidente della Repubblica; e se non diffonde giornali patinati e filmati per incensarsi come fa Berlusconi, ha però la stampa finanziaria internazionale che lo fa per lui.

Draghi e Berlusconi sono i gemelli d’Italia e sono oggi in conflitto perché hanno le stesse ambizioni, le stesse motivazioni e vogliono la stessa cosa, per fare le stesse cose.

Io credo che alla fine tra loro troveranno un accordo, come alla fine sempre succede tra un imprenditore ed un banchiere, con le reciproche compensazioni.

Ed il sistema politico dei quaquaraquà sarà ossequioso e obbediente alla intesa tra i due.

Finché non riusciremo a costruire un’alternativa al sistema (e non nel sistema), la politica italiana sarà sempre questo schifo.

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20/01/2022

La sindrome di Mario

In appena 12 mesi Super Mario è passato dall’essere acclamato come unico possibile “salvatore della Patria” (nonostante tutto, nella sua carriera, testimoni il suo essere uomo “multinazionale”) a normale politicante a caccia di una maggioranza che lo porti al Quirinale.

Titola infatti stamattina uno dei suoi principali sponsor – il fogliaccio Repubblica, proprietà della famiglia Agnelli – “Il premier avvia le consultazioni”.

E ognuno può facilmente immaginare l’andrivieni di mezzi leader e oscuri messaggeri, latori di promesse, giuramenti, messaggi trasversali, garanzie di fedeltà, liste aggiornate di voti a favore...

Insomma quelle scene da basso impero che sono da sempre il vero tratto caratteristico della bassa cucina politica italiana, nonché una delle prove della sua inconcludenza, o del suo servilismo verso poteri più forti (Usa, Nato, Unione Europea, chiunque passi...).

L’approdo di Super Mario comincia a somigliare a quello del suo lontano omonimo e predecessore – Monti – a sua volta acclamata come redentore dopo i disastri berlusconiani (e la lettera dello stesso Draghi, insieme a Trichet, in cui si indicavano le “riforme” da fare pena il default del paese, privato della “copertura” della Bce contro l’offensiva dei “mercati”), ma dopo appena un anno ridotto a leaderino di una formazione secondaria, ben presto abbandonata da tutti gli imbarcati.

Le ragioni di questo declassamento sono piuttosto evidenti. La campagna contro la pandemia è stata assai meno trionfale del previsto. Da quasi un mese ci confrontiamo con contagi quotidiani che vanno da 100.000 a oltre 200.000, mentre i morti sono stabilmente sopra i 300 al giorno, se non di più

I vaccini sono stati meno risolutivi dello sperato (diminuiscono le morti, i ricoveri e la carica virale, ma non “immunizzano”), la volontà di mantenere aperte sempre e comunque tutte le attività economiche ha fatto alla lunga esplodere il numero dei contagi e quindi ogni sogno di “ritorno alla normalità” (se non altro perché tanti ammalati sintomatici debbono restare a casa diversi giorni).

Quel cavolo di virus muta in modo imprevedibile, “buca” vaccini progettati per la sua versione base. E torna proprio da quella parte del mondo che non si può vaccinare a sufficienza anche e soprattutto a causa dei brevetti che Draghi e altri capoccia del neoliberismo occidentale hanno voluto difendere a tutti i costi, per garantire a due-tre multinazionali profitti extra (dopo che la ricerca è stata finanziata con fondi pubblici, non certo privati).

Sul piano delle “riforme” invece è andato abbastanza spedito, ma sono così impopolari da sconsigliarne la pubblicizzazione, oppure così “tecniche” da non entusiasmare un pubblico largo. Ma che vota, a volte...

Così Super Mario ha perso l’aura di imbattibilità che ne faceva il candidato incontrastabile per qualsiasi carica, diventando uno dei candidati alla Presidenza della Repubblica.

Il “pilota automatico” si è inceppato, e la supercar è ferma su una piazzola d’emergenza, in attesa di un booster. O della rinuncia degli altri concorrenti in bicicletta.

Resta il favorito, comunque, ma non certo per suo merito o carisma. Pesa il fatto più importante: solo lui viene considerato un “garante” credibile degli interessi del capitale multinazionale, e dunque in grado di rassicurare le istituzioni sovranazionali europee (e Nato).

Il suo indebolimento oggettivo, però, ha stimolato i sogni (o le illusioni) di rivincita in tutta l’orda di nanerottoli che anima il Transatlantico. La boutade sulla candidatura di Berlusconi – che a livello europeo vedono come un clown inattendibile – è la misura di quanto la maionese sia impazzita.

Il problema “strategico” resta lo stesso: serve “qualcuno” al Quirinale che assicuri la continuità del percorso iniziato con il PNRR. L’orizzonte temporale arriva al 2026, per il momento. E dunque il settennato al Colle copre abbondantemente questa esigenza.

Al contrario, da Palazzo Chigi chiunque – anche Draghi – verrà sfrattato con le prossime elezioni politiche (inizio 2023, oppure alla fine di quest’anno). Dunque inutile – per Draghi – restar lì e poi sparire.

Il nuovo Parlamento avrà comunque dei nuovi “padroni”, che prima di arrendersi al “pilota automatico rinnovato” proveranno per qualche mese a trovare “quadre” intorno a progetti che li vedano al centro. Ma difficilmente il quasi sicuro fallimento di quei tentativi (con tutte le tempeste – spread e altro – che si porterebbero dietro) produrrebbe una reinvestitura per il “salvatore della Patria” che non ha salvato quasi niente e nessuno.

Se Super Mario non va al Quirinale, insomma, tutti i giochi si riaprono. Anche quelli della speculazione finanziaria, naturalmente.

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07/01/2022

Italia, la primavera come traguardo di sopravvivenza

Le scadenze ufficiali spesso ingannano: non sarà solo la tenuta istituzionale o meno a seguito dell’elezione del presidente della repubblica a dirci qualcosa sulla capacità di sopravvivenza del paese quanto piuttosto due fenomeni intrecciati tra loro, ben più vasti dell’orizzonte del Quirinale: l’andamento dei mercati finanziari e quello della pandemia.

Certo, nel marzo del 2020 il salto di specie del coronavirus, da contagio biologico a contagio finanziario, provocò uno dei più spettacolari crolli di sempre nei mercati globali e poi un altrettanto spettacolare rialzo grazie all’intervento delle banche centrali sui mercati e alle aspettative di ripresa. Oggi è ancora presto per dire se, dopo le recenti criticità sui mercati legate alle previsioni sull’inflazione, siamo di fronte o meno a un altro periodo genere spettacolo. Possiamo però affermare che se in primavera i mercati finanziari sono calmi, e il coronavirus arretra, questo paese ha davanti a se un periodo di sopravvivenza. Ed è nella sopravvivenza, semmai, che le forze positive si riorganizzano. L’emergenza e la grave crisi – Lehman e Covid dovrebbero aver insegnato qualcosa – precipitano la società nel caos e verticalizzano i livelli di ordine, tra l’altro, pure conflittuali tra loro.

Naturalmente quando parliamo di sopravvivenza la parola va presa alla lettera: crescita debole e ineguale, estensione delle diseguaglianze, modello di sviluppo tossicamente antropico etc. Insomma quello che molti chiamano capacità di assorbire gli choc esterni, adattandosi socialmente ai colpi traumatici che lasciano cicatrici. Già, perché nell’economia e nella finanza moderne quello che conta, quando si guarda alla società, è la sua capacità di assorbire choc adattandosi alle condizioni date del mercato, non altro. E il problema è che da tempo la società non mostra che questa capacità.

Per arrivare a primavera a questi livelli di sopravvivenza, non desiderabili ma stiamo parlando di realtà non di fantascenari, le condizioni sono due: la prima è che il tasso di inflazione resti sotto controllo da parte delle banche centrali e dei mercati finanziari perché altrimenti esplode un ordigno globale, fatto di rialzo dei tassi e di vendite di azioni e obbligazioni, che può davvero riportare in alto lo spread condizionando violentemente la spesa pubblica. Il secondo è che il covid dia segni significativi di regressione sia per motivi di salute pubblica sia perché sono troppi i prodotti finanziari che si sono esposti sulla “ripresa”. Si capisce come, in modo differente rispetto a due anni fa, covid e finanza di rischio siano intrecciati e possano determinare il nostro prossimo periodo: se il covid sarà sotto controllo, o in ragionevole previsione regressiva, allora sarà più facile, con le previsioni di crescita economica, tenere sotto controllo l’inflazione. Altrimenti, specie nel caso di mosse sbagliate da parte delle banche centrali o di prevalenza di posizioni ribassiste sui mercati, sarà spettacolo.

Per quanto riguarda la società, rispetto a questo scenario, è evidente che fino a quando il campo è occupato da movimenti anomici come i novax, o da problemi più identitarie che politiche, la sua capacità di azione positiva è di molto ridotta. Finora quello che viene chiamato, a vario titolo, “il sociale” ha assorbito choc, adattandosi al nuovo, o prodotto anomia che è una sorta di tossina sociale prodotto di un più complessivo adattamento. Vedremo cosa ci riserverà il proseguimento degli anni ’20. Intanto però che la primavera ci trovi vivi, condizione indispensabile per uscire da dove siamo.

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04/01/2022

Quirinale, scartare con cura

Il grigiore affollato di fine anno si protrae cineticamente nel nuovo ed è così che la politica italiana, impotente ed arrogante, si arrovella nel modo scomposto che le è proprio a discettare sul prossimo inquilino del Quirinale. Mattarella è alle sue ultime settimane e tutti sembrano rimpiangerne preventivamente la presenza, oggettivamente impalpabile al di fuori della retorica vuota di un personaggio comunque meritevole di rispetto e al quale, nel momento del commiato, non si può non riconoscere lo spessore intellettuale.

Le cronache registrano il patetico irrompere (come ogni sette anni) del finto dibattito sull’elezione diretta del Capo dello Stato. È ormai appuntamento fisso, tratto distintivo di una politica giunta al punto più basso della sua storia, inabissatasi sotto il cappello della Seconda Repubblica.

Tra le forze politiche non vi sono ragionamenti degni di attenzione; sebbene nella progressiva cessione di sovranità nazionale all’Unione Europea vi sarebbe materia concreta di discussione, di aggiornamento necessario del ruolo del Presidente, la questione si concentra solo sul nome di chi dovrebbe sostituire Mattarella. Non c’è nessun richiamo al ruolo di garanzia per i cittadini, essendo tutti concentrati nel chiedere la garanzia per gli schieramenti partitici ai quali appartengono.

Ci sono le proposte destinate alle scaramucce e a saggiare le forze, a fare ranghi poi da sfoltire: tra queste Prodi, Amato, Casini. Poi ci sono anche quelle comiche, tipo Gentiloni (assisteremmo dunque ad un figlio di una casata aristocratica – un conte – che entra al Quirinale, una specie di rivincita sul referendum tra Repubblica e Monarchia). Ma le proposte in campo che godono dell’audience più alta sembrano essere tre: Draghi, Berlusconi e il presunto “patriota” che invoca Giorgia Meloni.

Cominciamo da quest’ultima. La Meloni ritiene che al Quirinale dovrebbe sedere un patriota. Come non essere d’accordo sull’aggettivo qualificativo? Il problema nasce sull’interpretazione del termine però, dal momento che, storicamente, i fascisti hanno dimostrato di avere un’idea della patria criminalmente distorta, dato che quando l’ebbero in mano la consegnarono ai tedeschi. Ma, si dirà, quel tempo è passato e la Meloni non è Starace.

È vero, se è per questo la Meloni non è nemmeno quella che appare nelle foto o quella che primeggia nei sondaggi: i passaggi da Photoshop al reale e dai sondaggi al voto risultano sempre penalizzanti, autentica doccia di acqua gelida sulle ambizioni dei balilla senza calcio. Si potrebbe però facilmente ricordare come anche le recenti inchieste giornalistiche abbiano stabilito senza tema di smentita che Fratelli d’Italia è un partito che ha la sua identità nel solco del fascismo. Al fascismo si richiamano i suoi riti, i suoi miti; tra tutti il razzismo che del fascismo è elemento fondativo, giacché lega la xenofobia all’odio di classe. Insomma nei nomi che ha in mente Giorgia Meloni si riscontrerebbe più facilmente la necessità di applicare la Legge Scelba e quella Mancino più che recepirne il ruolo di possibili, impresentabili candidati.

Dotare Fratelli d’Italia di un credito verso l’inquilino del Colle, rendendo determinanti i loro voti per la sua elezione, porterebbe vantaggi enormi alle ambizioni politiche della Meloni e porrebbe una ipoteca nera sul ruolo italiano anche in Europa. Sarebbe facile prevedere una saldatura con la destra francese rappresentata dalla Le Pen e, ancor più da Zemmour, possibile rilievo di Macron all’Eliseo, che si porterebbe dietro l’ultra destra di Orban in Ungheria e la pattumiera nazistoide rappresentata dal governo polacco, da quello ceko, ucraino, estone, lettone e lituano. Uno scenario orrorifico che va scongiurato e ciò va in premessa a qualunque altra considerazione; rende qualunque nome proposto dalla Meloni come un nome da rifiutare a prescindere, quale che sia il suo curriculum.

Ma non c’è dubbio che se di patrioti vogliamo dotarci vi sono figure – ad esempio Rosy Bindi o Anna Finocchiaro, solo per dirne le prime due che vengono in mente – che hanno un’idea di cosa sia la Patria, di quali siano i suoi valori costituzionali e di come essi vadano difesi sopra ed oltre qualunque considerazione politica.

E Salvini? Non è in grado di proporre alcunché: si associa, non propone. La Lega è un partito piegato e ferito dalle sue contraddizioni, spaccato in due tra le amministrazioni locali e il centro, con un leader suonato che ha difficoltà anche a profferire verbo, tale ormai il discredito di cui è portatore all’esterno ed all’interno del suo partito. A confermare l’assoluta mancanza di rispetto per il decoro dell’Italia e delle sue istituzioni, la destra tutta sembra voler sostenere la candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale.

Il che è letteralmente improponibile. Lo è per la storia giudiziaria del Cavaliere, per il suo permanente conflitto d’interessi sempre risoltosi con la vittoria dei suoi e mai con quella di quelli pubblici, per le connivenze con mafia e P2, per essere stato uomo che ha gettato il discredito sul Paese e per i suoi comportamenti personali e politici, oltre che per aver sdoganato gli eredi del fascismo. Un uomo che ha fatto dell’ostentazione della volgarità del denaro un simbolo personale, uno che ha ritenuto il Paese essere cosa sua mentre lui intrallazzava con pezzi di cosa nostra.

Stupisce che i commentatori meno compromessi con l’intreccio permanente e totale tra il sistema finanziario e quello mediatico non sentano il dovere di dire che Berlusconi non può né potrà essere oggetto di discussione, che i danni che ha inferto al Paese non consentono di annoverarlo nemmeno in una discussione puramente accademica, neanche in un chiacchiericcio da bar sul Quirinale.

C’è poi Draghi, che più che una incognita rappresenta una minaccia.

L’uomo delle banche e dello strapotere delle élite, che in pochi mesi ha letteralmente colpito le finanze degli italiani attraverso una politica economica che ha avuto come mantra la coercizione dei diritti e delle opportunità verso il mondo del lavoro e i soliti regali alle aziende, sempre rivendicando il contenimento della spesa e il contrasto alla spirale inflattiva, per timida che fosse. Lo ha fatto sia emanando decreti e leggi che, lungi dal sostenere la crescita, ne hanno accentuato le difficoltà, sia non opponendosi con misure straordinarie alla spirale in crescita dei prezzi internazionali delle materie prime. Nulla costa come quando arrivò Draghi, nessun diritto sociale dal suo governo ne è uscito rafforzato, anzi.

Draghi si è presentato come il funzionario a salvaguardia dell’ordine delle banche e della Nato e il coro smodato e tronfio dei giornali che rispondono alle stesse banche cui risponde lui, lo ha reso un despota assoluto. Mai votato e mai voluto, se non nelle redazioni dei giornali e nei salotti delle élite, gode di una immunità mediatica straordinaria ed esercita il ruolo col cipiglio del capetto verso Parlamento e partiti. Non a caso si dice (scherzando ma mica poi tanto) che Draghi ha concesso la fiducia al Parlamento.

Ebbene per igiene della politica ed anche per pubblico decoro non è nemmeno concepibile che un Presidente del Consiglio mai eletto possa diventare Presidente della Repubblica. Significherebbe azzerare il ruolo della politica e dei partiti, santificare la fine della volontà popolare, la definitiva collisione tra interessi delle élite e interessi popolari con i secondi eterni soccombenti. Sarebbe il tramonto definitivo su una democrazia malata che abdica a se stessa inginocchiandosi di fronte ai poteri forti, dirigenti verso l’interno ma eterodiretti dall’esterno.

La storia di Draghi rappresenta una anomalia reiterata, come lo fu quella di Monti e non può proiettarsi verso la presidenza della Repubblica. Un uomo così, di una ambizione personale smodata ed una superbia ingiustificata, ha già cumulato un potere eccessivo e sbilanciato per consentirgli di andare al Colle, dove renderebbe operativa la Repubblica Presidenziale in barba alla Costituzione e agli italiani. Un uomo che, pur privo di cultura politica ritiene di dover costruire la linea politica e che scevro dalla cultura del dialogo pretenda soggiogare l’interlocuzione riducendola a esercizio scolastico, non può e non deve salire sul Colle più alto. La lezione della storia parla chiaro: quando un uomo vuole il totale comando bisogna sempre chiedersi chi comanda su quell’uomo.

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01/01/2022

Super Mario 2, la vendetta

È una costante del quadro politico italiota, dall’autunno scorso, la discussione su chi sarà il prossimo presidente della Repubblica al posto di Mattarella, che più volte ha ribadito la non volontà di essere rieletto a quella carica. Non credo tanto per una aderenza alla Carta Costituzionale, già violata dal migliorista e liberista Napolitano, quanto per il peso degli anni (ottanta) e degli “acciacchi” relativi.

Il problema sollevato dagli opinionisti è se in tale carica vada eletto Draghi, rappresentante della grande finanza (i super ricchi) e dell’UE, per consolidare la politica liberista, ma ciò potrebbe significare la fine del “governo dei migliori” (un bel risultato con 140 mila morti e il picco di infettati da inizio pandemia!) con la Troika pronta a intervenire nuovamente in Italia.

Quello che tutto il quadro politico italiota propone è un personaggio che rappresenti tutto il Palazzo (a parole tutti gli italiani).

La destra razzista per numeri e per afflato con il “governo dei migliori” (Meloni, Salvini, eccetera) ha proposto con insistenza Silvio Berlusconi, persona impresentabile, più che per gli italiani (il cui parere conta ormai molto poco), per i vertici UE/grande finanza.

È una proposta che la destra aveva il dovere di fare, visto che il personaggio ha permesso sia lo sdoganamento dei razzisti, sia perché aveva messo i soldi e le TV che a questi politici (?) hanno consentito di diventare “autorevoli”.

Se il Berlusca non è proponibile, se Draghi deve (per il momento) rimanere incollato alla sedia di primo ministro, chi può essere candidato?

Cominciano così a circolare vari nomi a mezza bocca, come quello della Moratti, attualmente ai vertici del disastro sanitario in Lombardia, o quello della cattolicissima ministra Cartabia, ma sono mezze figure di cui non è chiaro il consenso.

In attesa di eventuali proposte dal Matteo di Rignano sull’Arno, un nome spicca per assenza nelle proposte.

Mario Monti fu fatto senatore a vita e poi primo ministro da Napolitano, ma cosa più importante fu ex commissario europeo all’economia e per questo non solo autorevole, ma non rifiutabile per i politici italioti.

Visto i danni fatti e la memoria che ne hanno gli italiani in merito, Il Super Mario del 2011-2012 non viene nominato per non bruciarlo, ma è per me il più accreditato in tale ruolo, anche perché fu primo ministro di buona parte del Palazzo, esclusi i razzisti che fecero finta di non aderirvi, come oggi la Meloni.

La mia opinione è che Monti sarà proposto in prossimità del voto parlamentare, preceduto da un grande lancio mediatico, magari scaricando tutte le colpe negative del suo governo alla sempre inguardabile Fornero, ma assunta come esperta da Draghi nel suo governo.

Monti ha attualmente 78 anni, ma non è un problema, e come per il Napolitano, che dopo aver fatto saltare un referendum e averci regalato Renzi si dimise, altrettanto potrebbe fare anche lui, lasciando il posto a Draghi (ex allievo keynesiano) o a Gentiloni (ex gruppettaro e anti nuclearista), in un gradevole carosello di politici sempre pronti a mantenere in piedi il castello dei super ricchi.

L’etica, politica e personale, è altra cosa.

Una questione però si presenta all’ANPI che sta per affrontare il suo congresso nazionale, ed è la possibilità che la Carta sia ulteriormente devastata perché più volte in questi mesi è stato proposto di trasformare l’Italia in repubblica presidenziale, mettendo Draghi a capo sia del governo sia della presidenza della repubblica.

È questione non rinviabile nella discussione.

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