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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2026

USA - Trump inciampa sui dazi (e i pieni poteri)

La sorpresa c’è, sia per la Casa Bianca che per i mercati. La dimensione degli effetti concreti è però incerta, anche se i dubbi – a questo punto – stano tutti sul groppone di The Donald e dei suoi consigliori economici.

La Corte Suprema ha infatti bocciato i dazi imposti praticamente su tutte le importazioni dal resto del mondo. Da un minimo del 10% a molto di più.

Nonostante avesse nel tempo “blindato” la Corte nominando giudici molto conservatori – fino ad arrivare a 7 su 9 – il voto di ieri è stato netto: 6 a 3, con il presidente John Roberts e le giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch schierati contro Trump.

“Il Presidente rivendica lo straordinario potere di imporre unilateralmente dazi di ammontare, durata e portata illimitati. Alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità rivendicata, egli deve individuare una chiara autorizzazione del Congresso per esercitarla”, ha scritto Roberts. La legge del 1977 citata da Trump per giustificare i dazi “non è all’altezza” dell’approvazione del Congresso, che sarebbe invece necessaria. Di fatto, si è trattato di “un’espansione trasformativa dell’autorità del Presidente in materia di politica tariffaria”.

Il pasticcio era stato creato dall’amministrazione stessa, interpretando al contrario quella legge – l’International Emergency Economic Powers Act – che era stata approvata proprio per limitare, e non estendere, il potere del Potus (President of the United States) in materia di economia.

Era, infatti, arrivata dopo lo sconvolgimento dei mercati creato dalla decisione di Richard Nixon di revocare la convertibilità fissa tra oro e dollaro, distruggendo di fatto il sistema di Bretton Woods. Di lì in poi, il voto del Congresso era diventato obbligatorio. Il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso. Punto.

Trump ha naturalmente reagito subito “alla Salvini” (“È una vergogna!”), annunciando che però andrà avanti con un misterioso “piano B”. Che subito dopo si è manifestato con l’annuncio di un’altra raffica di dazi per tutto il mondo di circa il 10%. Non è chiaro in base a quale legge statunitense ne avrebbe il potere, però (sul diritto internazionale è stata nel frattempo stesa una lapide...).

Ma il caos è comunque assicurato, anche se tutti i paesi che avevano stretto accordi con gli Usa per vedersi ridurre i dazi hanno detto già prima della sentenza che avrebbero rispettato i patti... fino a chiarimenti decisivi. Ricordiamo che tra le misure imposte (ad Europa, Corea del Sud e Giappone, fra gli altri) c’era anche l’obbligo di effettuare investimenti negli Stati Uniti, in una insolita pretesa di “importare capitali” da parte dell’imperialismo dominante.

A promuovere la causa erano state soprattutto le imprese Usa, sostenute da ben 12 stati (Arizona, Colorado, Connecticut, Delaware, Illinois, Maine, Minnesota, Nevada, New Mexico, New York, Oregon e Vermont) che avevano denunciato questi dazi per “motivi di sicurezza nazionale” come fattori di incertezza economica.

Ora si pone la questione – potenzialmente devastante – dei rimborsi che potrebbero venir richiesti dagli importatori statunitensi di merci straniere. “Gli Stati Uniti potrebbero essere tenuti a rimborsare miliardi di dollari agli importatori che hanno pagato i dazi IEEPA, anche se alcuni importatori potrebbero aver già trasferito i costi sui consumatori o su altri”, scrive Kavanaugh, uno dei tre giudici rimasti fedeli a Trump.

Nei fatti, i giudici, con la loro sentenza, non hanno ordinato all’amministrazione Trump di fornire rimborsi agli importatori per i dazi già pagati, né hanno specificato come dovrebbe funzionare la restituzione. Ciò lascia alla Corte di Commercio Internazionale degli Stati Uniti il compito di districare una serie complessa di questioni legali. Secondo la legge doganale, infatti, le richieste di rimborso per i dazi vengono solitamente gestite attraverso un tribunale specializzato con sede a New York e lavorate dall’Agenzia delle Dogane e della Protezione dei Confini degli Stati Uniti (CBP).

Una prima stima parla di forse 300 miliardi da sottrarre al bilancio federale, ma soprattutto si può aprire una stagione di cause e controricorsi che seminerebbe incertezza sistemica, perché bisognerà vedere caso per caso se le imprese “sovratassate” con i dazi hanno trasferito oppure no l’aumento ai consumatori finali tramite i prezzi. Le associazioni di categoria stanno già sollecitando l’amministrazione Trump a emettere rapidamente i rimborsi.

Non è una buona notizia, anche perché proprio ieri sono stati diffusi i dati sulla crescita del Pil nell’ultimo trimestre del 2025 – più bassa delle attese – e quelli dell’inflazione (di nuovo verso l’alto). Il giorno prima si era visto che anche il deficit commerciale – il rapporto tra importazioni ed esportazioni, il più sensibile ai dazi – è addirittura peggiorato invece di migliorare (come nelle promesse).

Soprattutto politicamente, però, è un colpo duro per la prassi trumpiana – procedere come se i “pesi e contrappesi” istituzionali non esistessero – che si somma ai molti problemi interni esplosi con la resistenza di Minneapolis, le elezioni perse a New York, Seattle e persino nel profondo Texas, da sempre repubblicano e forcaiolo, ma egualmente bisognoso di lavoratori immigrati a basso salario. Ossia quei “chicanos” inseguiti dall’ICE in ogni città... 

Se gli Stati Uniti fossero una normale democrazia liberale in salute, si dovrebbe constatare che con questa sentenza le fondamenta dell’agenda economica dell’amministrazione – e indirettamente anche di quella geopolitica – sono improvvisamente venute meno. Trump non dovrebbe più avere a disposizione la pistola dei dazi per minacciare il resto del mondo come nell’ultimo anno, che aveva tra l’altro riacceso i timori sull’inflazione e che aveva un impatto sulle prospettive fiscali della nazione.

In teoria, insomma, si aprirebbe per lui una lunghissima stagione da “anatra zoppa” – quasi tre anni, fino alle prossime presidenziali – in cui ogni decisione rilevante, sia interna che internazionale, dovrebbe essere condizionata da una lunga dialettica tra i due partiti rappresentati al Congresso. Di fatto sarebbe la fine del trumpismo trionfante per come lo abbiamo conosciuto.

Ma non è facile credere che andrà così. E facciamo un esempio immediato.

Stabilito il principio che neanche Trump è onnipotente, e che i “pieni poteri” non se li può attribuire da solo a prescindere dalle necessità e dalle altre istituzioni, anche la sua disinvolta politica estera – di fatto una riedizione in salsa tecnologica della “politica delle cannoniere” – dovrebbe essere vincolata a voti parlamentari di assai dubbio esito e comunque a trattative in grado di stemperare gli aspetti più controversi.

Al momento, infatti, secondo le leggi americane, il presidente può decidere autonomamente “azioni militari” urgenti, ma non di aprire conflitti duraturi che comportano uno sforzo gravoso per tutto il paese. Ma l’annuncio di “nuovi dazi” fatto subito dopo la sentenza apre la strada ad un percorso invece avventuroso, pieno di scontri istituzionali duri tra potere esecutivo e tutti gli altri, al termine del quale gli Stati Uniti, se le loro contraddizioni interne non esploderanno arrivando a bloccare questa amministrazione “illimitabile”, saranno qualcosa che nessuno potrà definire “democrazia liberale”. Ma un mostro pericoloso e senza cervello. Un Frankenstein jr. che non fa ridere... 

Temiamo che l’attacco all’Iran possa essere il test per stabilire se e fino a che punto la follia “Maga” potrà essere imbrigliata.

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25/12/2025

Bulgaria, una crisi senza uscita (parte prima). Cinque anni di instabilità e il collasso della politica

di Francesco Dall’Aglio

Le dimissioni del governo bulgaro, avvenute l’11 dicembre sull’onda di una serie di manifestazioni molto partecipate a Sofia e in molte altre città, sono l’ultimo atto di una crisi politica che si trascina da anni e che negli ultimi mesi, complice una serie di motivi, si è trasformata in una tempesta perfetta per l’esecutivo e per l’intera politica bulgara. Provocate dalle proteste contro la nuova legge di bilancio per il 2026, approvata in maniera poco rituale e che sembra essere riuscita a scontentare tutte le parti sociali, le proteste si sono innestate su una serie di altre istanze che preoccupano la popolazione: una insoddisfazione generalizzata nei confronti della classe politica, pesanti accuse di corruzione a membri importanti dell’esecutivo, l’aumento dell’inflazione e del costo della vita, inclusa una bolla del mercato immobiliare che sta aumentando a dismisura il costo delle abitazioni, l’entrata in vigore dell’Euro il 1 gennaio 2026, la spaccatura dell’opinione pubblica sul conflitto in Ucraina, le sanzioni trumpiane alla Lukoil e la preoccupazione per la sorte della raffineria di Burgas, che fornisce da sola l’80% del carburante della Bulgaria, e non ultimo un complesso sistema di inimicizie politiche e personali, e di sabotaggi reciproci, tra la Presidenza della repubblica guidata da Rumen Radev, il governo guidato da Boijko Borisov e l’opposizione, sia quella liberale che quella nazionalista.

Il tutto in un Paese fondamentale per il “fianco sud-est” della NATO, non solo dal punto di vista della posizione geografica ma soprattutto per la produzione bellica: è infatti l’unico paese dell’ex-Patto di Varsavia ad aver mantenuto una linea di produzione per i proiettili d’artiglieria sovietici, che sono stati fondamentali per garantire potenza di fuoco all’Ucraina nella prima fase del conflitto, e recentemente la Rheinmetall ha deciso di investirvi massicciamente in nuove linee di produzione sia per i proiettili d’artiglieria calibro NATO che per la produzione di polvere da sparo, uno dei punti deboli dell’industria militare europea.[1] Non tutti, sia tra i cittadini che tra i partiti politici, sono d’accordo col ruolo di prima linea che nelle intenzioni della NATO e dell’UE la Bulgaria dovrebbe giocare nel conflitto ucraino e nel successivo potenziamento militare europeo, il che contribuisce a rendere la situazione ancor più volatile di quanto già non sia.

Questa crisi ha raggiunto il punto di non ritorno quest’anno, ma è da tempo che la Bulgaria non riesce ad esprimere un governo stabile e che il malcontento della popolazione dei confronti della classe politica cresce. Possiamo fissarne l’inizio al 9 luglio 2020, quando si è tenuta la prima manifestazione contro l’esecutivo di Bojko Borisov, leader del partito conservatore GERB e personaggio molto noto, che guidava il paese dal 2016 e il cui governo era stato coinvolto in una lunga serie di scandali. Le manifestazioni contro di lui e in generale contro la corruzione erano proseguite letteralmente ogni giorno fino alla scadenza del suo mandato nell’aprile 2021, ma chi sperava che nuove elezioni avrebbero riportato il paese alla normalità si è dovuto ricredere perché da allora non è stato possibile formare una maggioranza di governo che restasse in carica per più di un anno. Dal 2021 si è andati alle urne 7 volte (3 nel 2021, 1 nel 2022, 1 nel 2023 e 2 nel 2024), senza contare le elezioni che si terranno a breve, e la percentuale dei votanti disillusi è cresciuta progressivamente fino ad arrivare, alle ultime elezioni, a percentuali di astensione superiori al 65%.

Nessuno schieramento è riuscito a creare una coalizione di governo stabile, né le formazioni politiche nate dalle manifestazioni e basate sostanzialmente sulla protesta e l’anticorruzione, né i liberali ‟europeisti” né la sinistra né la destra nazionalista, in crescita nei sondaggi ma ben lontana dai numeri necessari.

Un panorama politico dunque estremamente volatile, con alleanze opportunistiche e transitorie e coalizioni pronte a spaccarsi alla minima difficoltà. Emblematico a questo proposito è il caso del governo appena dimessosi, che a sua volta è la conseguenza del fallimento della coalizione uscita vittoriosa dalle elezioni dell’aprile 2023, le prime di quell’anno, formata dall’intramontabile GERB di Borisov e dai liberali di ‟Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica” (PP-DS) guidati da Kiril Petkov (già Primo Ministro dal dicembre 2021 all’agosto 2022) e Asen Vasilev, entrambi economisti. Si tratta di due partiti che hanno ben poco in comune: conservatore e populista uno, liberale l’altro, erano riusciti comunque a trovare un modus vivendi in nome dell’Unione Europea, dell’ingresso nell’Euro e del sostegno all’Ucraina.

Era stato deciso che la carica di Primo Ministro sarebbe stata assegnata a rotazione tra i due partiti, toccando prima a Nikolai Denkov (PP-DB) con Mariya Gabriel come vice, per poi invertire i ruoli dopo nove mesi. Alla scadenza del termine di Denkov, però, le tensioni tra i due partiti, già presenti fin dall’inizio, esplosero facendo naufragare il passaggio di consegne e portando nuovamente il paese ad elezioni anticipate nel giugno 2024. Da quel momento i rapporti tra GERB e PP-DS si guastarono, e peggiorarono sempre più. Le elezioni del 9 giugno 2024 videro sempre GERB come primo partito, ma non fu possibile formare una maggioranza anche perché il Presidente della Repubblica Rumen Radev (eletto come indipendente ma con l’appoggio del Partito Socialista nel 2017 e al suo secondo mandato) aveva fatto largo uso dei suoi poteri di veto, attirandosi notevoli critiche ma anche l’appoggio di chi, a sinistra come a destra, continuava a identificare GERB come il simbolo della corruzione e del malgoverno, e Borisov come un personaggio pericoloso per la democrazia. Nuove elezioni furono fissate per il 27 ottobre 2024 e tra accuse di brogli e compravendite di voti GERB si trovò ancora una volta primo partito e ancora una volta impossibilitato a governare da solo. Per non ricorrere un’altra volta alle elezioni anticipate si formò una complessa maggioranza che vedeva insieme GERB, il Partito Socialista – Sinistra Unita (BSP, ma alcune delle formazioni minori lo abbandonarono non volendo collaborare con GERB), e il partito populista anti-corruzione ITN con PP-DB all’opposizione insieme (o meglio contro) i partiti nazionalisti Vazrazhdane (Risorgimento), Mech e Velichie, tutti e tre su posizioni sovraniste ed anti-europeiste.

La coalizione restava comunque fragile e per rinforzarla furono avviate consultazioni con quello che è spesso stato in passato l’ago della bilancia della politica bulgara, il partito centrista e storicamente espressione del voto della minoranza turca Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), che si era però da pochissimo spaccato in due tronconi a causa di una profonda crisi interna dovuta in gran parte all’ascesa al suo interno di Delyan Peevski, coinvolto in una infinità di scandali fin dal suo debutto sulla scena politica nel 2001 e dal 2021 sotto sanzioni statunitensi per ‟significativi atti di corruzione” in base al cosiddetto ‟Magnitsky Act”.[2] Nell’ottobre 2023 Peevski era diventato vicepresidente del gruppo parlamentare del DPS insieme a Mustafa Sali Karadayi (la carica di presidente era attribuita ad honorem ad Ahmed Dogan, fondatore del partito nel 1990), schierandosi da subito su posizioni europeiste ed anti-russe e litigando, nei mesi successivi, con tutte le personalità politiche di governo e opposizione, incluso il Presidente della Repubblica. Il 7 novembre 2023 Karadayi si dimise dalla carica per motivi personali, lasciando Peevski unico vicepresidente, e 10 giorni dopo annunciò la sua intenzione di candidarsi a presidente del partito incassando anche l’appoggio di Dogan che però, vista una significativa fronda all’interno del partito, successivamente decise di mantenere la doppia vicepresidenza affiancandogli l’ex-ministro Dzhevdet Chakarov.[3] Il 27 agosto 2024, a due mesi dalle elezioni, Peevski e parte del suo gruppo vennero espulsi dal partito, probabilmente su iniziativa di Dogan. Peevski, che da candidato indipendente non avrebbe avuto alcuna speranza di essere eletto, fece ricorso, riuscì a prendere il controllo del sito web del partito e si presentò all’opinione pubblica come il vero continuatore dell’opera del DPS, chiamando la sua formazione DPS-NN, ‟DPS-Nuovo Inizio”.[4]

Il 2 settembre sia lui che Chakarov presentarono le loro liste, entrambe sotto la sigla DPS: Peevski riuscì a presentarla per primo avvalendosi della possibilità di farlo elettronicamente, e non personalmente allo sportello della commissione elettorale, registrando così la sua candidatura alle 00.05 all’insaputa di Chakarov che consegnò firme e richiesta all’apertura dell’ufficio. Il Tribunale amministrativo al quale entrambi fecero ricorso riconobbe dunque che Peevski aveva presentato la lista per primo, e un altro tribunale stabilì che la sua espulsione dal partito era stata irregolare, consentendogli così di utilizzare nome, simbolo e strutture del DPS; Chakarov abbandonò il partito per formare l’Alleanza per i Diritti e le Libertà (il simbolo dei due partiti e diverso ma la sigla è quasi uguale, АПС per Chakarov e ДПС per Peevski, ma la A di АПС è resa graficamente in maniera estremamente simile alla Д, cosicché a prima vista i nomi dei due partiti, complici anche colore e font uguali, sono indistinguibili).

Note 

[1] https://www.novinite.com/articles/234154/Defense+Minister%3A+New+Factory+Will+Turn+Bulgaria+into+Key+NATO+and+EU+Ammunition+Supplier

[2] https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy0208

[3] https://www.mediapool.bg/po-narezhdane-na-dogan-dps-izbra-peevski-i-chakarov-za-lideri-news356539.html

[4] https://boulevardbulgaria.bg/articles/shte-ima-li-dps-dogan-i-dps-peevski-v-byuletinata-na-izborite-na-27-oktomvri

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15/12/2025

Bulgaria - La crisi è più radicata di come appare

di Francesco Dall'Aglio

Da qualche giorno sto leggendo una serie di interpretazioni diciamo fantasiose sulle proteste di piazza in Bulgaria, che vanno dalla lotta di popolo contro la tirannia dell'Unione Europea all'ennesimo "schiaffo a Putin" alla rivoluzione colorata (contro un governo stabilmente nell'Unione Europea, nella NATO e che dal 1 gennaio passerà all'Euro), il tutto accompagnato dall'immancabile "non ce lo diconoooooo". Che "non ce lo dicano" è abbastanza ovvio, visto che storicamente gli esteri sono il punto debole delle redazioni italiane, che non ci sono mazzate o scontri con la polizia, che nessuno ha mai avuto idea di cosa succede in Bulgaria e che, appunto, non puoi interpretare le proteste come pro/contro l'UE o pro/contro Putin.

Prima di tutto, queste proteste non c'entrano niente con quelle di qualche tempo fa contro l'Euro: quelle erano organizzate dai partiti della destra nazionalista/populista, primo fra tutti "Възраждане" ("Risorgimento", VZ), queste sono organizzate dal partito liberale/europeista "Продължаваме промяната – Демократична България" ("Continuiamo il cambiamento - Bulgaria democratica", PP-DB - in realtà è una coalizione di due partiti ma facciamola breve) contro la legge di bilancio per il 2026 varata dal governo di Bojko Borisov, leader del partito di centrodestra GERB, e Delyan Peevski, leader del partito di centro DPS-NN (e per questo, si dice, ancora a piede libero e non rinchiuso nelle patrie galere). PP-DB ce l'ha a morte con Borisov: dopo le elezioni del 2023 sono andati al governo insieme ma nel giro di nemmeno un anno la coalizione è crollata, Borisov si è alleato con il chiacchieratissimo Peevski e si è andati a elezioni anticipate a giugno 2024, dalle quali è emerso il governo attuale GERB, DPS-NN e BSP (il partito socialista), con PP-DB fuori dal governo e smanioso di vendetta, perché l'ingresso nell'Euro, storico cavallo di battaglia, sarebbe avvenuto senza di loro. Ai due litiganti dobbiamo aggiungere il terzo, il Presidente della repubblica Rumen Radev (centrosinistra), che odia entrambi (soprattutto Borisov) e da entrambi è odiato - in molti sperano, o temono, che alla scadenza del mandato presidenziale, l'anno prossimo, formi un partito ed entri in politica.

Questo è il quadro di partenza, che a noi italiani ricorda gli anni ruggenti del pentapartito. Le manifestazioni di questi giorni, abbiamo detto, sono contro la nuova legge di bilancio approvata dal governo, che ha scontentato tutti perché, in un quadro economico dominato da un'inflazione abbastanza alta (più della media UE), una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, i problemi derivanti dalla guerra in Ucraina e l'incertezza dovuta all'imminente ingresso nell'Euro, non contiene nessuna misura anti-inflattiva, prevede 10 miliardi di nuovo debito e, anche se aumenta di poco il salario minimo (620 €) e le pensioni, aumenta anche dell'1-2% i contributi previdenziali e pensionistici, ovvero aumenta le tasse in maniera indiretta - perché tenerle basse è fondamentale per attirare gli investimenti esteri, il disavanzo lo pagheranno i cittadini. Certo si tratta di aumenti contenuti, ma in questa congiuntura economica anche una ventina di euro possono pesare (soprattutto perché non si sa cosa succederà di qui a qualche settimana). Gli imprenditori protestano per l'aumento del costo del lavoro, i dipendenti per l'aumento dei contributi, i pensionati perché l'aumento delle pensioni è molto basso, i sindacati perché il salario minimo è inferiore a quanto volevano, gli studenti perché temono per il futuro, medici e infermieri perché li pagano troppo poco e contestano la distribuzione dei fondi destinati alla sanità, e insomma tutti sono scontenti e soprattutto sono scontenti del governo, perché alla protesta contro la legge di bilancio si è affiancata molto presto, e sempre guidata da PP-DB, l'esplicita richiesta di dimissioni, che alla fine sono arrivate ieri. VZ, forse sorpreso dagli eventi, si è affrettato a partecipare ma la piazza non è sua (per dire, il 10 dicembre hanno organizzato la solita manifestazione anti-Euro davanti alla banca nazionale un paio d'ore prima dell'appuntamento fissato per la manifestazione contro il governo, annunciando che "sarebbero confluiti" dopo aver finito la loro).

La legge di bilancio è stata ritirata, il governo si è dimesso, ma non è chiaro cosa succederà adesso. Stando ai risultati delle elezioni del 2024 PP-DB e VZ sono il terzo e quarto partito, con una differenza percentuale irrisoria (13.92% e 13.38%), ma non hanno i numeri per formare un governo. Ovviamente non collaborerebbero con GERB e DPS-NN, e quasi sicuramente nemmeno con i socialisti (che comunque avevano il 6.85%), per non parlare degli altri partitini, che siano al governo (ITN, 5.79%) o meno. Lunedì Radev (soddisfattissimo, va detto) inizierà le consultazioni, ma le prospettive sono piuttosto fosche. A 20 giorni dall'ingresso nell'Eurozona la Bulgaria è sostanzialmente senza governo ed eventuali elezioni anticipate non potrebbero comunque essere organizzate immediatamente, senza contare che ormai a votare, dopo 7 elezioni in 4 anni, non ci va quasi più nessuno (alle ultime ha votato il 34.43% degli aventi diritto). Il problema è molto più profondo di Euro/no Euro, Putin/no Putin o Generazione Z/boomer.

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01/12/2025

Gli Stati Uniti fanno fuori il regime di Kiev. Non serve più...

Andriy Yermak si dice “disgustato” dalla mancanza di supporto dopo il raid NABU. Non dovrebbe esserlo. Chiunque capisca come funzionano gli imperi sa esattamente cosa è appena successo: nel momento in cui smetti di essere strategicamente utile, non sei più protetto, vieni cancellato. E agli occhi dei sostenitori dell’Ucraina, l’utilità di Yermak è venuta meno nel momento in cui è diventato un ostacolo alla definizione dell’accordo a porte chiuse.

La coreografia della sua caduta racconta la storia. La NABU, lo strumento di precisione di Washington che lavora in nero come agenzia anticorruzione, non distrugge la vita del più potente alleato di Zelensky, a meno che il copione non sia stato approvato a un livello superiore.

Yermak si è dimesso nel giro di poche ore. Nessuna protesta. Nessuna resistenza. Poiché aveva capito qualcosa che Zelensky si rifiuta ancora di accettare, quando gli americani decidono che la purga è necessaria, l’unica domanda che rimane è chi verrà estromesso per primo.

Zelensky crede davvero che sacrificando i propri complici possa proteggere se stesso. Immagina che gettare Yermak in mare gli salverà la pelle. È l’ultima illusione di un uomo già sull’orlo del baratro, la convinzione che la lealtà alla macchina gli comprerà la pietà. Dovrebbe guardare negli occhi Saakashvili.

La risposta di Yermak, che invia messaggi ai giornali stranieri parlando di “profanazione” e “mancanza di dignità”, annunciando che andrà “al fronte” come se la redenzione shakespeariana si trovasse in trincea, non fa che confermare il suo esilio. È il linguaggio di un uomo che si rende conto troppo tardi di essere diventato sacrificabile. Un uomo che ha trascorso la guerra in uffici blindati ora promette di “servire in prima linea”. Tutti capiscono cosa significa: la porta d’uscita viene dipinta come patriottismo.

Tuttavia, il panico più grande non è a Kiev, ma a Londra e Bruxelles. L’Europa sa che se questa guerra finisce ora, la pace smaschererà ogni bugia raccontata al proprio popolo. L’UE ha distrutto la sua industria, strangolato il suo approvvigionamento energetico, sventrato la sua classe media e ipotecato il suo futuro, tutto per una guerra per procura da cui Washington sta ora silenziosamente uscendo. Bruxelles aveva bisogno della testa di Yermak su un piatto d’argento per purificare il tanfo di corruzione e costringere il suo burattino canaglia a subire l’inevitabile capitolazione.

Washington, nel frattempo, è entrata nella fase finale. Gli Stati Uniti vogliono il silenzio e si affretteranno a ritirarsi per evitare l’umiliazione totale, lasciandola in balia dell’Europa. L’Europa vuole il rumore per soffocare la propria colpevolezza. Zelensky vuole il fuoco perché il caos è l’unica cosa che lo tiene in carica. Tre agende contrastanti e un solo attore con le risorse per imporre l’ordine. Anticipazione: non è Zelensky, e di certo non è l’UE.

La Russia osserva tutto questo con la serena pazienza di chi ha in mano ogni carta. Mosca non ha bisogno di esultare perché la frattura interna dell’Occidente è più forte di qualsiasi dichiarazione russa. Le condizioni rimangono invariate: o i negoziati si svolgono sulla base della realtà sul campo di battaglia, oppure la Russia continua a smantellare le forze per procura della NATO finché non ci sarà più nulla da negoziare. Per la Russia, entrambi gli esiti rafforzano la sua posizione. Per l’Occidente, entrambi gli esiti accelerano la resa dei conti.

Ecco perché Yermak è caduto. Ecco perché il tempismo è stato preciso. Ed ecco perché la fase successiva sarà ancora più sanguinosa – politicamente, non militarmente. Ci saranno altri raid mentre Washington costringe Kiev ad adeguarsi. Un’ulteriore umiliazione verrà scaricata sull’Europa. Zelensky diventerà più frenetico, più isolato, più disposto a sacrificare chiunque tranne se stesso. Ma alla fine imparerà la lezione che ogni leader per procura impara: quando si serve l’impero, non si può scegliere il modo in cui andarsene.

Yermak non è stato rimosso a causa della corruzione. È stato rimosso perché qualcuno doveva essere il primo a sacrificarsi sull’altare della ritirata occidentale. E quando la polvere si sarà depositata, quando l’Europa si sarà finalmente confrontata con le conseguenze del suo ruolo imperiale, la caduta di Yermak sarà ricordata come il momento in cui la facciata si è incrinata e l’intero edificio ha iniziato davvero a sgretolarsi.

Perché questa guerra non sarà definita meno da ciò che la Russia ha vinto e più da ciò che l’Europa ha distrutto con le proprie mani.

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20/11/2025

La guerra divide pure Meloni e Mattarella

Che le istituzioni politiche occidentali – tutte, in ogni paese Nato – stiano correndo verso una centralizzazione dei poteri nei governi, cancellando i famosi “contrappesi” e ogni altro titolare di poteri, è certo.

Ovunque si posi lo sguardo il segnale è univoco. Possiamo prendere gli “ordini esecutivi” di Trump, i premier usa-e-getta di Macron, il rapporto di Crosetto, tutto va nella stessa direzione. Addio retorica sulla “democrazia”, si va alla guerra – poi magari non è la stessa, tra le due sponde dell’Atlantico – e quindi il pluralismo è un ostacolo per le “decisioni irrevocabili”.

Il problema è quale “cordata” si issa prima delle altre sull’incerto cucuzzolo del nuovo potere centralizzato. Tutta la “competizione politica” mainstream è ridotta ormai a questo.

Non perché esprimano “alternative” strategiche o almeno tattiche. Ma, come dice il proverbio, “comandare” – o avere l’impressione di farlo – “è meglio che...”. Poi, com’è noto, si piazzano meglio clientele, affari di famiglia, donne e uomini pronti a tutto.

In questo quadretto poco edificante è arrivato come una scossa immotivata il cosiddetto “attacco di Meloni al Quirinale”. I nostri lettori sanno bene che entrambe le parti non incontrano – diciamo così – il nostro favore. Il ruolo di “custode della Costituzione”, nello stile di Mattarella, assomigli più a quello di Hindenburg che non a una resistenza contro il “post-fascismo” nel Palazzo.

Il suo accompagnamento alle misure decise dal governo Meloni è sempre stato un assecondare correggendo qua e là, anche quando emergeva qualche aspetto chiaramente incostituzionale, lasciando caso mai il compito della reprimenda alla Consulta, se qualcuno vi avesse fatto ricorso.

Detto questo, “l’incidente” è un classico della politichetta di Palazzo. Un consigliere del Presidente, anzi, il più importante – tanto da essere l’unico a presenziare al “gabinetto di difesa” che ha deciso una svolta guerrafondaia drastica per toni ed impegni finanziari – durante una cena con alcuni amici si è lasciato sfuggire qualche frase sulle prospettive politiche future, apparentemente bloccate sul piano elettorale da una certa stabilità dei consensi nei confronti della Meloni.

Ma, per cambiare l’inerzia della “stabilità”, non avrebbe saputo far altro che auspicare “uno scossone salutare”, di origine più esterna che interna, tale da creare una condizione nuova e un rimescolamento delle carte.

Come accade spesso nel micromondo politico romano, la conversazione – avvenuta verosimilmente in un ristorante del centro – è stata colta da orecchie non innocenti ed è finita su un giornale di cui nessuno in genere si accorge (La Verità – boom! – diretta da Belpietro) come apertura di prima pagina con il titolo “Il piano del Colle per fermare Giorgia Meloni”.

Il capogruppo dei meloniani alla Camera riprende il titolo e chiede al Quirinale una smentita. Più che una smentita arriva una randellata e lo scontro diventa ufficiale.

Da osservatori esterni premettiamo cose quasi scontate. Il gioco “giornale dà notizia/politico la riprende” è vecchio come il cucco e, in casi come questo, è più facile il contrario (il partito politico delega a un giornale di area l’apertura delle ostilità). Che Belpietro sia “filorusso” è una barzelletta per scemi di guerra. Che Bignami – il capogruppo di FdI alla Camera – abbia deciso l’intemerata da solo, idem. Il ragazzo è noto per aver lasciato, come massima espressione della sua “autonomia”, solo l’idea di vestirsi da nazista in una festa tra amici.

Che Francesco Saverio Garofani – il consigliere del Colle “incriminato” – abbia espresso un parere lontano dal pensiero di Mattarella, anche. Stessa storia politica (democristiani approdati al PD), tanti anni di lavoro in comune, stessa cultura... 

Ma un auspicio è una speranza, non un “piano”. Tanto più se riposto in dinamiche internazionali, magari economico-finanziarie, su cui l’Italia – Quirinale compreso – ha peso specifico uguale a zero. Testimonia insomma l’impotenza di un’istituzione – la Presidenza della Repubblica – che vede affermarsi un corso politico ritenuto negativo, ancorché legittimato dal voto.

Dunque resta da spiegarsi il perché di questa tempesta in una tazzina da caffè.

E a noi non viene in mente qualcosa di diverso dal ruolo che questo paese va assumendo nella dinamica di guerra che attraversa l’Europa. L’unico “piano” vero, in questi giorni, è quello presentato dal Consiglio Supremo di Difesa. Prevede una direzione di marcia, impegni finanziari pesanti, spese militari crescenti in un contesto di crescita economica zero e vincoli europei di bilancio ancora più stringenti. Ergo, “sacrifici” per la popolazione, tagli ulteriori alla poca spesa sociale residua, età pensionabile ancora più alta, assegni più magri, sanità ridotta ai pronto soccorso, ecc.

Una lunga serie di elementi che, per un governo “disinvolto”, appaiono una camicia di forza ben poco elastica. Gestire campagne elettorali vincenti con la palla al piede dei sempre più rigidi “vincoli esterni” diventerebbe problematico. Così come il “non fare nulla” di importante per non compromettere il silenzio-assenso di quella parte di elettorato.

Tanto più che le piazze hanno ripreso a farsi sentire con grande forza, in modo totalmente pacifico ma assolutamente chiaro. Un altro passo in avanti renderebbe forse irrecuperabile la distanza tra paese reale e questa gente da nulla, facendo emergere – è una speranza, non una certezza – anche una alternativa politica indipendente, addirittura “socialista” (se è stato possibile a New York e Seattle qualcosa vuol dire...).

Su un piano decisamente più alto, possiamo dire che la dinamica di guerra sta diventando anche qui un elemento dirimente, che inevitabilmente divide una classe politica complessivamente al di sotto di qualsiasi considerazione.

Pensiamo a muoverci a questa altezza, senza prestare più attenzione del dovuto – sapere cosa accade è sempre necessario – alle convulsioni interne ad una classe dirigente a corto di fiato.

Ci vediamo in piazza, venerdì e sabato.

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17/11/2025

A Gaza tregua all’Israeliana: violata 282 volte e 242 palestinesi uccisi

Cronaca stretta

«Non si arrestano le violenze in Cisgiordania, dove gli squadristi israeliani attaccano impunemente i civili che cercano di raccogliere le olive. Ieri, per la prima volta, gli Stati Uniti hanno rotto il silenzio sulle violenze dei coloni: il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio ha dichiarato che potrebbero mettere in discussione il cessate il fuoco.
Una querula, quanto tragicamente tardiva, protesta pigolata, che in Israele è stata accolta con l’ovvia indifferenza del caso, come altrettanta indifferenza gli States dimostrano per le violazioni della tregua a Gaza, sulle quali non hanno finora detto nulla», denuncia Piccolenote.

Faccia di Trump e rapporti con Stati arabi

A Tel Aviv tutto è permesso purché il cosiddetto cessate il fuoco non sia messo in discussione seriamente, ne va dell’immagine di Trump e dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi arabi. E, a quanto pare, i diuturni bombardamenti su Gaza e le incursioni in Cisgiordania non hanno raggiunto questo livello critico.

Ciò solo e soltanto perché Hamas, nonostante tutto, continua a ottemperare agli accordi senza reagire, che è quello che vorrebbe Tel Aviv per riprendere le ostilità in grande stile, come chiedono i messianici al governo e come vorrebbe Netanyahu, che morde il freno.

Insomma, il calcolo statunitense è tutto fondato sulla capacità di sopportazione di Hamas e, soprattutto, del popolo palestinese, mentre le pressioni su Israele, che pure sono esercitate, si limitano a un indulgente consiglio a non esagerare (cioè a non tornare ai ritmi precedenti la cosiddetta tregua, che hanno visto in media cento morti al giorno).

Tutto ciò mentre ai gazawi continuano a essere negati beni essenziali per la sopravvivenza, con la fame che ancora attanaglia la Striscia, ma anche l’indispensabile acqua, ormai avvelenata da scorie e liquami.

Ingegneria della fame a Gaza

Proprio sulla fame che ha imperversato e imperversa a Gaza, un documentato studio pubblicato su Springer Nature, una casa editrice accademica anglo-tedesca, dal titolo ‘l’ingegneria della fame a Gaza’. E lo studio «dimostra che la fame a Gaza non è una conseguenza indesiderata della guerra, ma un risultato deliberatamente progettato, reso possibile da tecnologie avanzate e una pianificazione sistematica».

Come? Lo studio rileva che «sistemi di puntamento assistiti dall’intelligenza artificiale, attacchi di droni di precisione e sorveglianza sono stati impiegati per smantellare le infrastrutture alimentari a ogni livello, dai terreni agricoli alla pesca fino a panifici, mulini e magazzini, paralizzando l’intera filiera alimentare di Gaza».

«Gli aiuti umanitari sono ostacolati dalla sorveglianza biometrica, dal targeting dei convogli e dai ripetuti attacchi contro organizzazioni affidabili come l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), mentre controverse fondazioni allineate allo Stato [israeliano] vengono scientemente rafforzate».

Sopravvivenza vietata e promesse false

«La distruzione di acqua, energia e altre risorse vitali ha innescato il collasso del nesso cibo-acqua-energia di Gaza, paralizzando tutti i meccanismi di sopravvivenza. Ancora più critico, il deliberato attacco e l’esecuzione di civili mentre facevano la fila per il pane o si appressavano alla distribuzione degli aiuti rivela una strategia calcolata per trasformare la fame in un’arma, trasformando la ricerca degli alimenti in un rischio letale».

Fin qui il catalogo degli orrori, anche se parziale, che tanto ci sarebbe da aggiungere. Resta da riferire sugli sviluppi del cosiddetto cessate il fuoco a Gaza, che tale non è, che gli Usa vorrebbero stabilizzare.

A tale scopo hanno presentato un prospetto al Consiglio di Sicurezza Onu nel quale si dettagliano gli sviluppi proposti: lo stanziamento di una forza di stabilizzazione internazionale arabo-islamica, l’instaurazione di una governance tecnocratica palestinese supervisionata da un bizzarro Board of peace (composto da più o meno eminenti figure internazionali, ma a trazione Usa), oltre a prevedere il ritiro delle forze israeliane dall’area di Gaza attualmente occupata, il disarmo di Hamas e un nebuloso orizzonte per un possibile, quanto aleatorio, Stato palestinese.

Paesi arabi per l’accordo, Russia e Cina smaliziati

La bozza ha il favore di alcuni Paesi arabi, ma ha trovato ostacoli in Russia [che ora presentato un proprio piano, completamente diverso, da discutere in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ndr] e Cina che hanno obiettato su diversi punti, tra i quali anzitutto la tempistica non ben specificata del ritiro israeliano, la necessità di coinvolgere da subito l’Autorità nazionale palestinese nell’amministrazione della Striscia che prefiguri la nascita dello Stato palestinese.

Infine, si chiede di abolire il cosiddetto ‘Board of peace’, organismo peraltro davvero bizzarro il cui ruolo precipuo sembra essere solo quello di garantire affari alle imprese occidentali, arabe e israeliane che intendono investire su Gaza. Cina e Russia possono opporre il veto alla risoluzione Usa, ma a quel punto gli States potrebbero rivolgersi alla solita ‘coalizione di volenterosi’, sempre pronta all’occorrenza, per metterlo in pratica al fuori dei vincoli e del controllo dell’Onu, come riferisce Times of Israel che dettaglia la querelle. Possibile, ma difficile date le resistenze israeliane, un compromesso.

Amiconi

Da InsideOver. La richiesta della grazia per Netanyahu da parte di Trump tiene banco più delle sofferenze dei palestinesi. La richiesta di grazia di Trump è del tutto fuori registro e quanti si oppongono a Netanyahu in Israele sono irritati dell’ingerenza. E scandalo ha suscitato in tanto mondo occidentale perché allevierebbe la pressione sul criminale di guerra che governa Israele, come tale è perseguito dal Tribunale penale internazionale, e altro. Tutto vero, ma... Quel “ma” lo spiega Carolina Landsmann su Haaretz.

Trump sta cercando un accordo storico che porti il ​​suo nome, una versione aggiornata dell’Accordo del Secolo. Non sta cantando Imagine. È piuttosto un megalomane geopolitico che vuole essere più popolare di Gesù e dei Beatles. Per questo ha bisogno di un partner che possa soddisfare ‘il popolo’. Trump è consapevole che la presa di Netanyahu sulla destra è forte in caso di guerra, ma insufficiente in caso di pace. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sono alleati in tempo di guerra, ma non in tempo di pace.

Ecco perché Trump ha fatto così tanti complimenti a Yair Lapid nel suo discorso alla Knesset. In tempo di guerra, non c’è bisogno di Lapid. In tempo di pace, cosa te ne importa, Bibi, di essere un po’ gentile con lui? ‘Guarda come arrossisce il ragazzo. Netanyahu ha persino riso’. Trump sta lanciando un messaggio a entrambi: sarete insieme nella mia squadra per la pace. Capisce che Lapid e il resto della leadership ‘chiunque tranne Bibi’ [l’opposizione ndr.] non possono convincere i propri elettori a un’alleanza con Netanyahu.

E arriviamo alla grazia. Trump non sta cercando di aiutare un amico in difficoltà. Sta tentando di progettare una riconciliazione funzionale tra i Bibi-isti e i ‘non-Bibi-isti’ – non basata su emozioni o ideologie – per formare un governo senza l’estrema destra che potrebbe promuovere la pace con i palestinesi. “Così come ha capito che gli ostaggi non erano più una risorsa per Hamas, ma piuttosto una scusa per Israele per continuare la guerra, ha capito che il processo a Netanyahu non è più solo una risorsa politica dell’opposizione israeliana, ma un peso per l’intero sistema”.

Trump sta offrendo il suo appoggio presidenziale e il suo patrocinio internazionale, mediando con l’opposizione e fornendo uno spunto narrativo per un ‘cambio di direzione’, per aiutare Netanyahu a rompere la sua dipendenza dagli estremisti di destra. La grazia non è un favore personale a Netanyahu, ma il prezzo da pagare per un cambio di rotta diplomatica”.

Fin qui la Landsmann. In un mondo ideale sarebbe auspicabile altro: che i responsabili del genocidio vadano in galera, che nasca la Palestina etc. Nel mondo reale, le opzioni per uscire da questa follia sanguinaria, almeno nel breve, sono poche. Secondo la cronista, l’opzione Trump va in questa direzione, nonostante le tante criticità. Resta che l’orizzonte della cronista rimane nel circolo ristretto Israele-Usa. Il mondo, per fortuna, è più grande e opzioni alternative sono sul tavolo, anche se con meno possibilità di successo.

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14/11/2025

La corruzione corrode l’Ucraina e Zelensky

La tragedia dell’Ucraina usata per una guerra per procura si compie non solo sul campo di battaglia, ma anche nel peggioramento continuo delle condizioni politiche interne. Già dal 2014, col golpe dell’Euromaidan, la vita ‘democratica’ interna si è sclerotizzata sulle linee del nazionalismo più spinto, in ossequio ai combattenti nazisti che portavano avanti la guerra civile nel Donbass.

Dall’intervento diretto russo nella regione, la situazione è ulteriormente peggiorata. Il presidente Zelensky, che da tempo ha oltrepassato i limiti temporali del suo mandato, si è inoltre reso protagonista di una lotta interna alla classe dirigente del paese a furia di legge marziale, nomine e anche di processi per mantenere la sua posizione (che sa benissimo essere legata ai risultati della guerra).

La scorsa estate persino i finti democratici della UE non hanno potuto far finta di nulla di fronte al colpo di mano tentato verso il NABU e il SAPO, rispettivamente l’Ufficio nazionale anticorruzione e la Procura specializzata anticorruzione. E alla fine il Parlamento ucraino ha deciso di ripristinarne la formale indipendenza dal governo, sotto il quale Zelensky aveva tentato di porli.

In questi giorni, sembra che la controffensiva interna sia cominciata. Infatti, sono proprio queste due agenzie, la NABU e il SAPO, ad aver dato avvio a una serie di perquisizioni e arresti come risultato di una vasta indagine nel settore energetico, denominata MIDA. Tra i coinvolti ci sono anche il ministro della Giustizia German Galushchenko, precedentemente ministro dell’Energia, e Timur Mindich, stretto collaboratore di Zelensky.

Mindich, insieme a Zelensky prima che quest'ultimo arrivasse alla guida del paese, aveva fondato la società di produzione televisiva Kvartal95, ed è anche il fondatore di Fire Point, una delle aziende fornitrici di armi all’Ucraina. Poco prima del raid al suo appartamento, Mindich sarebbe fuggito all’estero: il che significa chesu qualche amico ai vertici giudiziari, poteva ancora contare. Una delle sue società offshore era sotto osservazione anche da parte dell’FBI statunitense.

Lui, insieme a vari altri indagati, sarebbe stato parte di una vera e propria organizzazione criminale, stando a quel che dichiarano le autorità ucraine, che portava avanti un’azione di corruzione sistematica per influenzare imprese pubbliche strategiche, e in particolare Energoatom, che si occupa della gestione delle centrali nucleari del paese.

Per evitare il blocco dei pagamenti per servizi o beni, e non essere estromessi dalla lista dei fornitori, la società era costretta a pagare tangenti fino al 10-15% dei contratti firmati. Di fatto, la direzione di Energoatom non era in mano ai funzionari ufficiali preposti a questo compito, ma in maniera informale da persone esterne che ne traevano un profitto personale.

Secondo altre informazioni ottenute da alcune registrazioni audio delle oltre mille ore raccolte, gli indagati si sarebbero resi colpevoli di aver riciclato circa 100 milioni di dollari. Il NABU ha dichiarato che le indagini si sono protratte per 15 mesi. Questo dà anche una spiegazione al motivo per cui, qualche mese fa, Zelensky abbia cercato di porre le agenzie anticorruzione sotto il ramo governativo.

Un colpo del genere direttamente ricollegabile al governo, che pone i riflettori sulla gestione e la speculazione fatte sul settore energetico, che ha un ruolo centrale negli sforzi bellici richiesti al paese, tanto più in questi giorni che le infrastrutture relative sono sotto attacco, potrebbe mettere un’altra pietra tombale sul futuro del conflitto.

Intanto, l’FSB, i servizi segreti interni russi, hanno diffuso la notizia di aver sventato il tentativo ucraino di impossessarsi di un Mig-31 russo per organizzare un attacco alla base NATO di Costanza, in Romania. L’obiettivo era, ovviamente, quello di farne ricadere la responsabilità su Mosca, e creare le condizioni per una esclation ulteriore del conflitto, costringendo l’Alleanza Atlantica a impegnarsi in maniera più diretta in Est Europa.

Questa operazione false flag, stando alle informazioni fornite dall’FSB, sarebbe stata coordinata dai servizi ucraini con la supervisione di quelli britannici. Ci sarebbe dunque anche Londra dietro questo tentativo di scatenare la terza guerra mondiale. Il pericolo rappresentato da questa classe dirigente completamente votata alla distruzione è sempre più chiaro: sviluppare un’alternativa significa ormai lottare per la sopravvivenza.

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16/09/2025

Proteste della Turchia che vorrebbe un ‘dopo Erdogan’

L’arma giudiziaria per il potere assoluto

Secondo i manifestanti, il tentativo di invalidare il congresso del CHP è una manovra giudiziaria del governo di Erdogan per reprimere ulteriormente il dissenso. Nell’ultimo anno sono state arrestate più di 500 persone vicine o parte del CHP, tra cui 17 sindaci: il più noto è l’ex sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, esponente del CHP e considerato il più promettente rivale politico di Erdogan, arrestato a marzo con accuse di corruzione e terrorismo ritenute motivate solo politicamente. L’arresto aveva causato enormi proteste ed è stato considerato un modo per impedire a Imamoglu di candidarsi alle prossime presidenziali, nel 2028. Il partito – avverte il Post – ha comunque già organizzato un congresso straordinario il 21 settembre in cui potrebbero decidere cosa fare e votare un nuovo leader. Sarebbe comunque un evento molto rilevante per la politica turca, che con tutta probabilità porterà a nuove proteste.

Le accuse ad Erdogan

I manifestanti hanno chiesto le dimissioni di Erdogan. Dal palco l’accusa di voler restare al potere dopo la sconfitta alle elezioni locali dell’ultimo anno. «Colpo di stato contro il futuro presidente e contro il futuro governo» l’accusa ripetuta, assieme alla richiesta di elezioni anticipate. In una lettera inviata dal carcere e letta ad alta voce nella manifestazione, Imamoglu, l’ex sindaco di Istanbul incarcerato ha scritto che il governo sta cercando di predeterminare l’esito delle prossime elezioni eliminando i candidati scomodi: «L’era dell’io in questo paese finirà e inizierà l’era del noi. Uno solo perderà e tutti gli altri vinceranno», ha scritto Imamoglu, accolto dagli applausi della folla che intonava lo slogan «Imamoglu presidente».

Il candidato d’opposizione giusto

Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul deposto, è il più carismatico leader politico turco d’opposizione degli ultimi decenni. È anche ritenuto l’unico che sarebbe in grado di vincere un’elezione contro il presidente Erdogan. Per questo l’opposizione in Turchia, e in particolare il Partito popolare repubblicano (CHP), il suo partito, si preparava da mesi a sostenerlo alle elezioni presidenziali. Ma pochi giorni prima del voto interno in cui la candidatura di Imamoglu avrebbe dovuto essere ufficializzata, il sindaco è stato accusato di corruzione e terrorismo ed arrestato. «Ekrem Imamoglu è una figura rara nel sistema politico turco. È capace di parlare a più elettorati assieme (esattamente come fa Erdogan), e questo gli consente di superare il problema principale dell’opposizione al presidente: le divisioni dentro all’opposizione», sottolinea il Post.

I partiti a base etnica

Nella confusa e spezzettata geografia politica turca, si aggiungono i partiti su base etnica, come il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), che è un partito curdo di sinistra estremamente popolare nel sud-est della Turchia, dove appunto vive la comunità curda. Pur ottenendo sempre risultati superiori al 10 per cento, il partito DEM è escluso dalle alleanze anti Erdogan, perché gli altri partiti turchi vogliono evitare di sembrare troppo vicini alla causa dell’autonomismo curdo. Lo storico leader del partito, Selahattin Demirtas, è in prigione dal 2016, con accuse di terrorismo, anche nel suo caso ritenute solo politicamente motivate. In questo contesto Imamoglu è un politico raro. I sondaggi dicono che grazie a lui il CHP riuscirebbe a raggiungere il 30 per cento, alla pari con il Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan.

La fama di essere un vincente

Nel 2019 fu candidato da semisconosciuto come sindaco di Istanbul, dove Erdogan è sempre stato fortissimo: Erdogan è nato a Istanbul ed è stato sindaco della città. Imamoglu vinse. Erdogan allora fece ripetere le elezioni, appellandosi a un cavillo. Imamoglu le vinse ancora, con un margine maggiore. È poi stato riconfermato l’anno scorso per un secondo mandato da sindaco. Di fatto il governo di Erdogan vede da tempo in Imamoglu una minaccia politica e cerca in ogni modo di fermarlo: oltre alle accuse più recenti, contro di lui sono attive più di 90 indagini amministrative o penali, alcune delle quali sembrano decisamente di poco conto. È stato accusato di aver calciato la tomba di un antico sultano e di aver dato degli «sciocchi» ai funzionari che confermarono la ripetizione delle elezioni del 2019. Poi le accuse di corruzione e terrorismo, con il carcere.

Memoria storica per Erdogan

Erdogan sta cercando di far finire definitivamente la carriera di Imamoglu, ma molti analisti hanno ricordato che nel 1998 un altro famoso sindaco di Istanbul fu arrestato con accuse politicamente motivate e trascorse alcuni mesi in prigione: era Recep Tayyip Erdogan, che allora era un politico musulmano moderato e democratico, e non ancora il leader autoritario di oggi. Il suo arresto contribuì a renderlo popolare in tutta la Turchia, e pochi anni dopo vinse le sue prime elezioni nazionali.

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11/09/2025

Pacificazione alla turca: repressione dei Repubblicani e schermaglie con le FDS

È durato un tempo quasi nullo l’illusione di pacificazione interna della Turchia in seguito alla cerimonia simbolica di distruzione delle armi da parte del PKK, lo scorso luglio, e alla seguente creazione di una commissione parlamentare apposita, incaricata di discutere i passi successivi del processo di pace.

Immediatamente dopo, infatti, il focus repressivo degli apparati statali, oggi completamente allineati al governo dell'AKP dopo anni e anni di epurazioni, si è spostato sul principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), storico architrave laico e moderato della repubblica, fondato da Ataturk.

Già a marzo era stato arrestato il sindaco di Istanbul e candidato in pectore alle presidenziali del 2028 Ekren Imamoglu, dato come stravincente nei sondaggi. Successivamente, in estate, sono stati arrestati altri sindaci di grandi città, quali Adana, Adıyaman, Antalya, o di distretto metropolitano, quali Beyoglu, al centro di Istanbul, tutti del CHP.

Le accuse in questione, che comprendono tangenti, manipolazioni di gare d’appalto e simili, venivano mosse anche quando i sindaci erano del partito governativo AKP; ma in quei casi le indagini finivano nel nulla, nonostante che il blocco imprenditoriale attivo intorno alle istituzioni locali sia più o meno lo stesso. Nel caso di Imamoglu, poi, si aggiunge anche l’accusa più grave: sostegno al PKK.

Attualmente è in corso una nuova escalation repressiva nei confronti dei Repubblicani: un giudice civile, infatti, ha annullato per “irregolarità” il congresso locale di Istanbul del 2013, azzerandone i vertici e imponendo un nuovo comitato dei curatori, capeggiato da un esponente legato alla precedente leadership che aveva perso clamorosamente le presidenziali del 2023, tale Gürsel Tekin.

Quest’ultimo è entrato nella sede istanbuliota del partito sotto la protezione di un imponente cordone di polizia, che lo proteggeva dall’assedio dei militanti del CHP stesso e non solo.

Anche il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM) della sinistra filocurda ed altri partiti di sinistra si stanno associando alle proteste, sostenendo che è a rischio l’agibilità politica di tutti, non solo dei Repubblicani. Si segnala già qualche fermo.

In contemporanea, è in corso un altro processo civile che potrebbe invalidare l’intero congresso nazionale del 2023, estromettendo l’attuale leader Ozgur Ozel a favore di esponenti che sono in rotta con lui o che addirittura hanno nel frattempo lasciato il partito.

Ozel, intanto, ha convocato per il 21 settembre un congresso straordinario per sventare questo tentativo.

Lo scopo finale dell’intera manovra sembra essere quello di costringere l’attuale gruppo dirigente del CHP, dato come nettamente vincente alle prossime scadenze elettorali, a crearsi un nuovo partito, lasciando il prestigioso e storico brand dei Repubblicani – con il relativo imponente patrimonio di sedi e proprietà – al precedente gruppo dirigente perdente.

Ad Ozel e soci, insomma, viene riservato lo stesso calvario, fatto di cambi di denominazioni, spoliazioni e repressione, riservato gli anni scorsi alla sinistra filocurda; la quale attualmente viene vezzeggiata per ottenerne i voti in vista di possibili modifiche costituzionali e l’entrata nell’alleanza governativa, in modo da scongiurare future sconfitte. Ciò indipendentemente dall’intenzione di Erdogan, fino ad oggi sempre negata, di allungare il limite costituzionale di mandati presidenziali per potersi ricandidare anche nel 2028.

Il Partito DEM finora ha respinto queste offerte, anche perché stanno ricominciando le minacce da parte di Ankara di un’azione militare diretta nei confronti delle Forze Democratiche Siriane (FDS), a guida curda, se queste non s’integreranno nell’esercito centrale di Hayat Tahrir al-Aham, non rinunceranno alle loro ambizioni federaliste e non espelleranno i loro miliziani non siriani.

In occasione di una ricorrenza ottomana, il Presidente Erdogan ha affermato: “Se la spada esce dal fodero, non ci sarà spazio per la penna e la parola... Come tutti i popoli fratelli in Siria, la sicurezza, la pace e il benessere dei curdi sono garantiti in Turchia. Chi si volgerà verso Ankara e Damasco vincerà. Chi rispetterà la legge della fratellanza e del buon vicinato vincerà. Chi perderà la strada e cercherà nuovi protettori stranieri alla fine perderà”.

Questo riferimento ai protettori stranieri riguarda i tanto discussi progetti sionisti di istituire il cosiddetto “corridoio di Davide” – dalle aree druse del sud della Siria fino al confine con l’Iraq, attraverso le aree controllate dalle FDS – nonché alcune mosse statunitensi delle ultime settimane che sembrano indicare un rafforzato sostegno alle forze curde, contraddicendo i propositi successivi all’incontro fra Trump e Al-Golani.

Il Pentagono, infatti, ha fatto uscire un documento in cui sottolinea la permanente forte influenza di organizzazioni terroristiche sulle nuove autorità di Damasco, che avrebbe determinato un rafforzamento delle stesse FDS; successivamente, l’inviato dell’Amministrazione USA Tom Barrack, nonostante sia ambasciatore ad Ankara ed abbia interessi immobiliari personali in Turchia, si è espresso a favore di un ordinamento decentralizzato della Siria, che consenta una relativa autonomia alle regioni curda e drusa, in contrapposizione alla centralizzazione che la Turchia vorrebbe imporre.

Inoltre, si sta incrementando la cooperazione militare fra FDS e contingente americano, specie nell’ambito di azioni militari contro le cellule dell’Isis presenti nei campi profughi o di prigionia in cui sono stipati i miliziani islamisti e le loro famiglie.

Tali campi sarebbero dovuti passare, nelle intenzioni di Ankara, sotto il controllo di Damasco, eliminando il pretesto principale utilizzato da Washington per rinnovare all’infinito la presenza militare USA a sostegno delle milizie curde.

Questi atti sono visti da Ankara come un modo più o meno deliberato per far deragliare il processo di pace interno con il PKK, basato, secondo le parole dello stesso Ocalan, su disarmo e integrazione.

Il permanere dell’appoggio USA nei confronti delle milizie siriane legate al PKK, infatti, offrirebbe ai miliziani curdi la possibilità di un “rebranding” sotto le FDS o altre sigle, in alternativa al disarmo effettivo, e alimenterebbe le ambizioni di costruire un’area autonoma “come il Rojava” anche in Turchia. Cosa già accaduta quando fallì il processo di pace del 2015, per altro.

Il contesto di guerra totale regionale, che il regime sionista continua ad espandere, ha ora colpito anche il Qatar, l’alleato geopolitico più vicino al progetto neo-ottomano di Erdogan, dalle cosiddette “primavere arabe” in poi.

Ciò apre ad un duplice e contraddittorio scenario: per un verso potrebbe verificarsi una spinta ad un compattamento interno, dando impulso al processo di pace con il PKK, per un altro potrebbero crearsi ulteriori divaricazioni con le componenti politiche interne più allineate agli USA (di cui il CHP è capofila), nonché con le Ypg in Siria, fino a dar luogo ad una nuova invasione turca nelle aree controllate dai curdi siriani.

In tal senso è da capire, ora, se verrà consentito ad Ocalan di incontrare i dirigenti delle FDS e la commissione parlamentare turca sul disarmo del PKK.

Le parole del leader curdo potrebbero aiutare a contemperare l’esigenza dei curdi siriani di non disarmarsi al cospetto dei tagliagole istallati a Damasco con le preoccupazioni turche circa l’utilizzo della carta curda a scopo di frammentazione interna e dell’intera regione.

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31/08/2025

Ucraina - Ucciso a Leopoli Andriy Parubiy, uno dei nazisti alla testa di Euromaidan

Ieri è stato ucciso Andriy Parubiy, un criminale nazista ucraino che ha avuto un ruolo di primo piano nel golpe di Euromaidan e nella strage di Odessa. È stato raggiunto in una strada di Leopoli, dove è stato freddato con ben 8 colpi di pistola da una persona vestita come un corriere di Glovo, che ha poi nascosto l’arma nel borsone e si è dileguata.

Andriy Parubiy era un nome importante delle vicende ucraine degli ultimi decenni, sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Infatti, già nel 1991, insieme a Oleh Tjahnybok, Parubiy aveva fondato il Partito social-nazionale d’Ucraina, di stampo neonazista, che si sarebbe poi trasformato nel più conosciuto Svoboda.

Nel 2004 cerca di ripulire il curriculum, abbandonando il partito e avvicinandosi a una destra più ‘moderata’, quella di Blocco Ucraina Nostra: l’obiettivo di farsi eleggere in Parlamento viene raggiunto. Nel 2012 passa nelle liste del partito Patria, della ex primo ministro Julija Tymošenko, altra promotrice delle sommosse del 2014.

I legami con le formazioni paramilitari neonaziste ucraine lo pongono in una posizione centrale negli eventi di Euromaidan. Egli, infatti, è la guida delle “forze di autodifesa del Maidan”. Il ruolo di primo piano svolto nel golpe gli permette di ricoprire poi importanti posizioni, come la segreteria del Consiglio di sicurezza e anche la presidenza del Parlamento ucraino, fino al 2019.

Passato a Solidarietà Europea, il partito di Petro Poroshenko, si ritrova all’opposizione dopo la vittoria di Zelensky. La sua influenza sulla politica ‘alta’, parlamentare, si era molto ridotto, soprattutto da quando il nuovo presidente non accenna a voler cedere i suoi poteri. Ma di certo rimaneva un punto di riferimento per i movimenti di estrema destra dell’Ucraina.

Per questo sono tanti i dubbi intorno al suo omicidio. Per arrestare il ricercato è stata avviata un’operazione speciale, denominata ‘Siren’, e intanto in molti ripensano a un caso simile, avvenuto poco più di un anno fa. Anche Iryna Farion, altra esponente della galassia golpista di Euromaidan e poi parlamentare di Svoboda, era stata uccisa a colpi di pistola per le strade di Leopoli.

Non è facile capire se le motivazioni dell’eliminazione di Parubiy possano essere le stesse di quella della Farion, che rimangono ancora oscure. Dalle autorità ucraine si sente parlare di una possibile pista russa, ma risulta piuttosto difficile pensare che i servizi di Mosca si scomodino per un personaggio che, al di là di tutto, aveva perso il peso che aveva avuto negli anni precedenti.

L’altra ipotesi è che si tratti di un regolamento di conti interno. Forse commissionato dalle stesse formazioni neonaziste, poiché Parubiy non sarebbe riuscito a raggiungere l’obiettivo di riprendere il Donbass, e anzi ora si parla addirittura di una possibile pace con la Russia, con la cessione delle regioni orientali ucraine.

Appena qualche giorno fa, Sergey Sternenko, ex leader di Pravy Sector e anch’egli tra coloro che si è macchiato del sangue delle vittime della Casa dei sindacati di Odessa, ha rilasciato un’intervista durante la quale ha candidamente affermato che Zelensky rischia il collasso politico e poi l’eliminazione fisica, nel caso in cui ritirasse le truppe dal Donbass.

Questo è il clima della ‘democratica’ Ucraina. Intanto, la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, su X si è detta “profondamente sconvolta dal terribile assassinio”. Non sorprende che dai vertici UE si esprima vicinanza a un nazista che aveva fatto il lavoro sporco necessario a legare Kiev a Bruxelles, ponendo le basi del conflitto che dura ormai dal 2014.

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23/08/2025

L’Eurocamera fa ricorso sul SAFE, von der Leyen traballa ancora

Il Parlamento Europeo, attraverso la sua presidente Roberta Metsola, ha presentato alla Corte di Giustizia UE una richiesta di annullamento del regolamento del SAFE, lo strumento per gli acquisti comuni della difesa europea.

In questo modo, Strasburgo dà una spallata alle decisioni della Commissione Europea e di von der Leyen. Bruxelles, infatti, aveva deciso di attivare l’articolo 122 del Trattato di Funzionamento dell’UE (TFUE), il quale prevede la possibilità di evitare il voto nell’Eurocamera per motivi d’urgenza. Elemento che viene contestato dal Parlamento, per un programma che si allungherà fino al 2030, e che viene dunque ricondotto sotto l’articolo 173, riguardante la competitività industriale.

Abbiamo già scritto chiaramente in passato, per diradare la propaganda dei finto-progressisti, che Strasburgo ha già dato via libera con larga maggioranza al riarmo e alla difesa comune europea. Il nodo del contendere è una questione tutta lobbistica, e riguarda la possibilità di mettere bocca sul regolamento, appunto, delle spese che verranno sostenute attraverso coperture europee.

Se il Parlamento Europeo serve a qualcosa, quel qualcosa riguarda rispondere al meglio alle pressioni dei grandi gruppi privati che sono registrati presso il Registro comunitario per le attività di lobbying. Se ‘l’onorevole’ è tagliato fuori dalle decisioni, perde ogni funzione, e il lobbista non ha più motivo di cercare la sua ‘amicizia’.

Nel ricorso presentato, Strasburgo afferma che la procedura usata dalla Commissione “mina la legittimità democratica agli occhi dell’opinione pubblica”. Nel senso che, se il Parlamento può essere eluso così facilmente, è difficile farla passare per un’istituzione democratica.

Insomma, nel percorso di riarmo, si tratta di un incidente di poco conto, dovuto solo agli appetiti di classi dirigenti parassitarie. Nella dialettica istituzionale, nella credibilità pubblica e negli equilibri politici dei vertici europei, però, si tratta di un altro duro colpo da digerire per il secondo mandato von der Leyen.

Avviato all’incirca un anno fa con l’obiettivo di portare a termine la promessa fatta cinque anni prima di trasformare la UE in una potenza geopolitica, sono bastati pochi mesi per decretarne il ritorno a vassallo.

Ovviamente, la storia non è fatta da singoli individui, ma da classi e processi sociali. Eppure, nella politica dell’oggi, rimane il fatto che le trattative sui dazi con Trump le ha condotte Bruxelles (mostrando che in 27 o da soli, poco cambia), e non c’è propaganda che possa cancellare l’evidente sconfitta della UE nella competizione globale.

A ciò si deve aggiungere come tutte le cancellerie europee siano rimaste col cerino in mano sul conflitto ucraino, mentre The Donald discute con Putin e intima a Zelensky di organizzare un incontro. Infine, bisogna ricordare che von der Leyen ha da poco superato un voto di sfiducia indetto sulla base delle accuse riguardanti la poca trasparenza delle trattative intavolate con Pfizer per la fornitura di vaccini durante la pandemia di Covid-19.

La Commissione Europea, politicamente, è uno zombie che cammina. L’unico motore della UE, ad oggi, rimane la sua deriva bellicista, considerata come unica via per far fronte alla crisi industriale e provare a rimettere sul piatto della dialettica internazionale un qualche peso.

Ma si tratta del pilota automatico di un imperialismo in crisi, non di un processo guidato con grande lungimiranza da una classe dirigente che è tutto fuorché adeguata ai tempi.

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13/08/2025

La guerra infinita fiacca il fronte interno a Israele

Benjamin Netanyahu si è infilato da solo in un vicolo senza uscita mentre addosso si trova puntato l’indice di gran parte dei Paesi del mondo, l’estrema destra lo minaccia di far cadere il governo perché i piani di occupazione non prevedono la definitiva eliminazione dei palestinesi, e riservisti con ex piloti israeliani contestano il governo. Non bastasse, 24 governi occidentali, tra cui l'Italia, denunciano «la carestia che si sta consumando sotto ai nostri occhi».

Tra isolamento internazionale e rischi di implosioni interne, il primo ministro sta studiando le contromosse per uscire dall’angolo, mentre gli Usa non negano più di essere in difficoltà a recitare la parte di unico sostenitore di Israele. La crisi umanitaria a Gaza ha raggiunto «livelli inimmaginabili», hanno affermato il Regno Unito, Canada, Australia, Italia e diversi alleati europei, invitando Israele a consentire l'ingresso senza restrizioni degli aiuti nell'enclave palestinese. «È necessario un intervento urgente», hanno affermato i ministri degli esteri in una dichiarazione congiunta. «Chiediamo al governo di Israele di fornire l’autorizzazione a tutte le Ong internazionali», affinché possano inviare aiuti. «Tutti i valichi e le rotte devono essere utilizzati per consentire un afflusso di aiuti a Gaza, compresi cibo, forniture alimentari, carburante, acqua potabile, medicinali e attrezzature mediche».

Tel Aviv respinge ogni responsabilità e nega vi sia malnutrizione a Gaza, accusando semmai Hamas di razziare gli aiuti e creare e creare condizioni di disagio tra i civili per far ricadere le colpe su Israele. Una narrazione che oramai fatica a reggere, specie dopo che diversi governi hanno lanciato derrate dai voli militari umanitari che hanno permesso di osservare e analizzare la situazione sul terreno attraverso riprese di tipo militare note ai vertici politici dei Paesi coinvolti.

Domenica il premier Netanyahu aveva annunciato l’apertura di corridoi sicuri per gli aiuti, senza specificare quando sarebbero stati aperti e in quali condizioni, nel momento in cui si annuncia l’avvio di una operazione militare per la completa occupazione di Gaza City e via via fino all’85% della Striscia.

A confermare il dissenso dei vertici militari Israeliani è giunta una notizia. Domenica l’esercito ha svolto una simulazione con vari gradi di attacco ai confini israeliani. «Generalmente questo genere di esercitazioni – dice ad “Avvenire” una fonte militare israeliana – si conclude con comunicati stampa trionfalistici e i problemi emersi vengono discussi a porte chiuse». Invece il generale Zamir, già in aperto contrasto con Netanyahu, ha fatto sapere che sono emerse lacune soprattutto a Est: la capacità di risposta in caso di attacco sul confine giordano non sarebbe all’altezza. Tradotto: se gran parte dei militari venisse dislocata su Gaza per accontentare le pretese del governo, Israele non sarebbe in grado di affrontare tempestivamente altre minacce. Un modo per scoraggiare l’ordine di attacco e riaprire la strada negoziale. Mentre le lancette scorrono, l’Egitto ha ripreso in mano l’iniziativa negoziale e sta collaborando con il Qatar e gli Stati Uniti per mediare un cessate il fuoco di 60 giorni, nell'ambito di un rinnovato impegno per porre fine al conflitto e ottenere la liberazione dei 50 ostaggi (20 ancora in vita) ancora imprigionati da Hamas. «Stiamo lavorando duramente in piena collaborazione con i qatarini e gli americani», ha dichiarato il ministro degli esteri egiziani Abdelatty che ha riproposto il ritorno alla proposta originaria: «Un cessate il fuoco di 60 giorni, con il rilascio di alcuni ostaggi e di alcuni detenuti palestinesi e la ripresa del flusso di assistenza umanitaria e medica a Gaza senza restrizioni e senza condizioni».

Anche la rappresentante della politica Estera, Kaja Kallas, e altri due membri della Commissione europea hanno firmato la dichiarazione. Tra i non firmatari, si contano Germania e Ungheria. Uno dei piani di Netanyahu riguardava l’assegnazione di Gaza a una amministrazione araba che escludesse i palestinesi. Un calcolo finora con poche possibilità di riuscita. Specialmente dopo che il governo dell'Arabia Saudita ha dichiarato di condannare fermamente la decisione di Israele di «occupare completamente la Striscia di Gaza e la sua continua perpetrazione di crimini di fame, pratiche brutali e pulizia etnica» contro i palestinesi. Lo ha rivelato Haaretz, citando una dichiarazione rilasciata in seguito a una riunione del governo, presieduta dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Riad ha anche accusato la comunità internazionale e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di non essere riusciti a «fermare questi attacchi e violazioni».

Riprende perciò quota l’ipotesi di una amministrazione che non escluda i palestinesi. Il nome più accreditato quale governatore di transizione è quello di Samir Halilah, imprenditore con un passato nell’Autorità nazionale palestinese che intervistato dall'agenzia palestinese Maan, vicina alle autorità guidate da Abu Mazen, ha confermato di avere ottenuto un sostanziale via libera anche di Hamas. Il sito israeliano “Ynet” cita «documenti riservati» secondo cui si tratterebbe di un tentativo di portare nella Striscia – che nel 2006 finì in mano a Hamas – qualcuno che operi sotto gli auspici della Lega Araba, che venga accettato sia da Israele che dagli Usa e consenta una transizione al dopoguerra. Nell'intervista a “Maan”, lo stesso Halilah ha affermato che la proposta di nominarlo governatore, «discussa all'interno della leadership palestinese, è sul tavolo da un anno e mezzo», e ora è stata «accettata da Hamas».

Mai come negli ultimi giorni abbiamo ascoltato dalla viva voce dei militari israeliani le preoccupate confidenze di chi teme che si concentri un potere incontrollato nelle mani di Netanyahu. Il capo dei militari «capisce esattamente cosa sta succedendo e non intende consegnare i militari a Netanyahu e al ministro della difesa Katz», ha detto una fonte militare al “Time of Israel”. Poco prima lo stesso generale Zamir aveva detto agli alti ufficiali e ad alcuni funzionari esterni alle forze armate che la famiglia e i più stretti alleati di Netanyahu stanno cercando di licenziarlo. Era stato il figlio minore di Netanyahu ad accusare Zamir di voler tentare un colpo di stato. Un'accusa da cui il padre non ha preso le distanze. A sostegno del comandate dell’Idf ci sono anche i riservisti ed ex piloti di aerei da combattimento. Veterani che già avevano firmato una lettera per chiedere di fermare i piani. All’inizio erano in 600 ora il numero è più che triplicato. E martedì sera centinaia di piloti in pensione e riservisti dell'aeronautica militare si sono riuniti davanti al quartier generale delle Idf a Tel Aviv per chiedere la fine della guerra. A loro sostegno anche le migliaia di manifestanti che da 22 mesi chiedono di fermare il conflitto, salvare gli ostaggi, e avviare un percorso politico per Gaza. Per Netanyahu è il pericolo peggiore, perché nessuna forza e nessun politico in Israele è rispettato quanto l’Idf. «Sosteniamo l'opposizione del capo di stato maggiore delle Idf all'espansione della guerra e il nostro sostegno a un accordo urgente per la restituzione degli ostaggi», ripetono i firmatari dell’appello tra gli applausi. E non pochi, a questo punto, dicono di sperare che in qualche forma inedita siano i militari a prendere il controllo per salvare Israele. Un clima inimmaginabile fino a poche settimane fa.

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27/07/2025

Cambogia-Thailandia, i motivi della nuova guerra in Asia


Proseguono gli scontri armati al confine tra Thailandia e Cambogia, con diversi colpi di artiglieria sparati da entrambi gli eserciti in ben 12 punti della frontiera. Ieri il bilancio degli scontri e dei bombardamenti più intensi dal 2011 era stato di 12 morti thailandesi e centinaia di feriti. Finora oltre 120 mila persone sono state evacuate dalle zone interessate dai combattimenti. Oggi il conteggio è salito a 19 morti thailandesi – di cui 13 civili e 6 militari – ed uno cambogiano.

L’esercito thailandese ha riferito di scontri avvenuti prima dell’alba nelle province di Ubon Ratchathani e Surin. La Cambogia avrebbe utilizzato artiglieria e sistemi missilistici BM-21 di fabbricazione russa, e la Thailandia avrebbe risposto al fuoco.

Le versioni dei due governi sulla scintilla che ha scatenato la nuova fiammata di violenza ovviamente sono opposte. Stando a quella di Bangkok, sei soldati cambogiani, uno dei quali armato di lanciarazzi, si sarebbero avvicinati alla frontiera e avrebbero aperto il fuoco dando il via a una sparatoria che poi è degenerata in scontro aperto.
Phnom Penh afferma invece che i militari cambogiani avrebbero agito per “autodifesa”, in risposta a un’incursione “ingiustificata” dei thailandesi.

In seguito le forze cambogiane avrebbero sparato una raffica di razzi, uno dei quali ha colpito una stazione di rifornimento in territorio thailandese. Bangkok avrebbe a quel punto fatto decollare sei caccia F-16 allo scopo di colpire vari obiettivi militari in Cambogia, due dei quali sarebbero stati abbattuti dall’anti-aerea di Phnom Penh che ha risposto con vari colpi di artiglieria contro una base militare oltreconfine. Il bombardamento avrebbe però colpito un ospedale e varie abitazioni, uccidendo 11 civili e un militare.

Dopo alcuni anni di relativa calma, il conflitto per il controllo di una porzione contesa di frontiera, contigua al cosiddetto “triangolo dello smeraldo”, era già esploso a maggio quando un breve scontro a fuoco tra i rispettivi militari aveva provocato la morte di un soldato cambogiano.

Lo scontro tra Phnom Penh e Bangkok risale all’epoca del tracciamento dei confini da parte dei colonizzatori francesi che creò una contesa sul possesso di alcune aree di un confine lungo 820 km. La prima divisione avvenne nel 1907 quando la Francia, che occupava la Cambogia, tracciò un confine mai accettato dalla Thailandia. Alcune delle aree rivendicate da entrambi i paesi sono piene di templi di grande valore storico, artistico e religioso, ed ovviamente simbolico.

Dopo il ritiro della Francia dall’area, nel 1953, la Cambogia si rivolse alla Corte di giustizia internazionale, che nel 1963 e di nuovo nel 2013 le diede ragione. Ma la decisione non fu accettata dalla Thailandia che non riconosce la giurisdizione dell’organismo internazionale. Nel 2008 la tensione sfociò in un violento scontro armato, che si protrasse per tre anni e causò la morte di 28 persone.

Ma dietro la nuova guerra ci sono anche motivazioni di altro tipo oltre a quelle legate all’annosa disputa territoriale: interessi economici legati allo sfruttamento di giacimenti di petrolio e di gas ancora inesplorati, ma anche ai casinò dislocati lungo la frontiera; l’intreccio di relazioni politiche e d’affari tra due famiglie storicamente alleate, gli Hun e gli Shinawatra; i rapporti di potere all’interno delle forze armate.

A Bangkok il potere è stato per un anno in mano alla 38enne Paetongtarn Shinawatra, figlia dell’ex primo ministro e tycoon delle telecomunicazioni Thaksin, che dopo essere stato deposto da un colpo di stato militare nel 2006 trovò asilo proprio nella confinante Cambogia. Ad accoglierlo fu Hun Sen, padre dell’attuale premier Hun Manet, che poi nominò il politico thailandese suo consigliere economico causando una crisi diplomatica con il regime militare insediatosi a Bangkok.

Un nuovo conflitto politico e diplomatico è esploso nelle scorse settimane a causa della diffusione dell’audio di una telefonata tra la premier Paetongtarn Shinawatra e Hun Sen, realizzata per abbassare la tensione tra i due paesi dopo lo scontro a fuoco di maggio. Nella registrazione si sente l’allora premier thailandese rivolgersi in maniera deferente al politico cambogiano con l’appellativo di “zio” e pronunciare delle critiche alla condotta dei propri militari, in particolare al capo del Comando nordorientale dell’Esercito Thailandese Boonsin Phadklang, responsabile delle truppe che avevano aperto il fuoco contro una pattuglia cambogiana al confine.

L’audio della chiamata fu però diffuso via social proprio da Hun Sen, che evidentemente voleva utilizzarla per indebolire la giunta militare thailandese. A Bangkok si scatena un terremoto politico: prima il partito di destra “Orgoglio Thai” esce dalla maggioranza di governo, poi 36 senatori denunciano la premier Shinawatra che viene sospesa in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale.

Secondo vari analisti, Hun Sen avrebbe diffuso la registrazione della compromettente telefonata per vendicarsi nei confronti della famiglia Shinawatra, inadempiente rispetto alla promessa di accelerare i negoziati sulla definizione della cosiddetta “Area di rivendicazioni sovrapposte”, una zona di 26 mila km quadrati nel Golfo della Thailandia che secondo le stime ospita giacimenti di gas e petrolio finora non sfruttati del valore di 300 miliardi.

Il cambogiano Hun Sen, inoltre, sarebbe stato fortemente irritato da una legge, approvata dal governo di Bangkok a marzo, che legalizza i casinò e consente la realizzazione di alcune case da gioco anche nella regione del “Corridoio economico orientale”, al confine con il vicino. In Cambogia il gioco d’azzardo è legale da tempo solo per i turisti stranieri ma è vietato ai residenti locali, e i casinò cambogiani sono frequentati quindi soprattutto da visitatori cinesi e thailandesi che a questo punto però avranno a disposizione anche quelli aperti nel territorio di Bangkok. La concorrenza thailandese danneggerà un settore economico che rappresenta addirittura, secondo le stime, una quota tra il 5 e il 10% del Pil nazionale cambogiano.

Al centro della contesa tra i due paesi ci sono anche i “centri truffa”, strutture illegali gestite da gruppi criminali che operano in vari paesi del Sud-est asiatico per condurre frodi online, scommesse clandestine, falsi investimenti, furti di criptovalute ecc. Negli ultimi anni, anche a causa della repressione operata dalla giunta militare thailandese in collaborazione con Pechino, molte di queste attività si sono spostate in Cambogia grazie alla tolleranza del governo locale. Nei mesi scorsi, dopo il rapimento di un attore cinese da parte di una gang, le autorità thailandesi hanno preso di mira anche i centri truffa insediati in territorio cambogiano, tagliando ad esempio le connessioni dati verso la provincia cambogiana di Sa Kaeo.

Insomma i motivi di attrito tra Phnom Penh e Bangkok sono numerosi e si sovrappongono alla contesa territoriale che già in passato è sfociata in scontro armato, anche a causa del protagonismo di alcuni comandanti dell’esercito che tentano di utilizzare l’escalation per farsi strada nelle rispettive nomenklature militari o di accrescere il proprio ruolo per contestare i rispettivi governi.

Ad esempio in Cambogia alcuni generali della vecchia guardia, protagonisti della guerra contro i “khmer rossi”, sarebbero insoddisfatti delle riforme promesse dal premier Hun Manet, e starebbero cercando di indebolirlo proprio aumentando la tensione con la Thailandia.

Nelle ultime ore i governi dei due regni stanno apparentemente tentando di contenere gli scontri e di bloccare l’escalation. Uno scontro frontale avvantaggerebbe sicuramente Bangkok, che dispone di un esercito più numeroso e meglio equipaggiato.

Mentre oggi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha indetto una riunione d’emergenza per affrontare la crisi gli Stati Uniti, da lungo tempo alleati della Thailandia, hanno chiesto la cessazione immediata delle ostilità. Anche la Cina, stretto alleato della Cambogia, ha dichiarato di essere profondamente preoccupata per il conflitto in corso e di sperare che entrambi i Paesi «risolvano adeguatamente la loro controversia attraverso il dialogo».

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26/07/2025

Gli ultimi colpi di coda di USAID: nessun furto degli aiuti da parte di Hamas

L’agenzia statunitense USAID, braccio del soft power stelle-e-strisce che l’amministrazione Trump ha deciso di smantellare in una revisione delle priorità di spesa e propendendo per l’uso diretto dell’hard power, ha smentito le ricostruzioni che accusavano Hamas di aver dirottato gli aiuti umanitari per ottenerne un guadagno.

Il Bureau for Humanitarian Assistance (BHA) dell’agenzia ha analizzato 156 casi segnalati da propri partner che hanno riguardato il furto o lo smarrimento di forniture finanziate dagli USA, tra l’ottobre 2023 e il maggio di quest’anno. Le cause dietro questi eventi sono varie, ma in nessun caso, dietro di essi, è stato riconosciuta la responsabilità di alcun gruppo designato come terroristico.

Anzi, lo studio, presentato con una serie di slide visionate dall’agenzia Reuters, indica che in ben 44 occasioni furti e smarrimenti sono stati dovuti all’azione diretta e indiretta delle forze armate israeliane. Tra le cause, sono segnalati attacchi aerei, ordini di evacuazione e consegne forzate di aiuti lungo rotte segnalate come insicure dalle ONG che operano a Gaza.

I risultati delle verifiche sono stati condivisi con alcuni funzionari del Dipartimento di Stato. Un suo portavoce ha respinto nettamente le conclusioni del rapporto, sostenendo che Hamas ha saccheggiato gli aiuti e accusando le organizzazioni umanitarie di aver insabbiato il tutto per la loro complicità con l’organizzazione. Tutto questo senza portare alcuna prova.

Queste informazioni si inseriscono in un quadro politico che va ben oltre il genocidio che sta avvenendo in Palestina, e che tocca i nervi scoperti della politica statunitense. Infatti, le accuse di dirottamento degli aiuti sono state usate da Washington e Tel Aviv per legittimare il passaggio della loro gestione degli aiuti alla Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Tale organizzazione è al centro di una bufera per essersi dimostrata un vero e proprio strumento della pulizia etnica, un catalizzatore di gazawi disperati, che diventano così un bersaglio facile dell’IDF. Le Nazioni Unite hanno stimato che le forze armate di Israele abbiano ucciso almeno un migliaio di persone in cerca di cibo, la maggior parte proprio intorno ai siti di distribuzione della GHF.

I vertici militari israeliani hanno commentato le slide USAID affermando che le accuse sul dirottamente degli aiuti derivano da rapporti dell’intelligence. Stando a questi rapporti, almeno il 25% delle forniture sarebbero state sequestrate da Hamas per ridistribuirle ai propri militanti o rivenderle con extraprofitti ai civili.

Allo stesso tempo, però, una fonte vicina ai servizi segreti stelle-e-strisce ha dichiarato a Reuters che non ci sarebbe nessun materiale che descriva questo tipo di azioni da parte di Hamas, e che Washington si stia basando esclusivamente sulle dichiarazioni non verificate di Tel Aviv. USAID non nega la possibilità che ciò sia avvenuto, ma afferma che, per ora, non c’è nessuna prova al riguardo.

In sintesi, l’analisi a firma USAID starebbe facendo franare la legittimazione (già decisamente incrinata) dell’operazione con cui tutto il sistema di aiuti umanitari è stato affidato alla GHF. E non perché nell’agenzia ci sia un moto di umanità: si tratta di uno scontro interno all’establishment statunitense.

USAID doveva chiudere i battenti il primo luglio. Per una serie di motivi di budget e burocratici continua a sopravvivere, anche se i suoi programmi di assistenza sono ora gestiti direttamente dal Dipartimento di Stato. In sostanza, si trova ad essere un involucro vuoto, fortemente egemonizzato da settori economici e politici legati al Partito Democratico.

USAID si avvale, ovviamente, della collaborazione di molte agenzie esterne, associazioni e ONG che creano una vera e propria galassia di interessi, cresciuta intorno al business degli aiuti umanitari. Questa galassia è radicata profondamente nel mondo del Partito Democratico, e perciò il rapporto USAID va interpretato come un’altra carta giocata nello scontro con Trump.

Il tycoon ha sostituito questi affaristi con altri, indebolendo anche il ‘capitale politico’ dei democratici. Quello per cui USAID può ancora essere utile è lo scontro interno alla classe dirigente oltre l’Atlantico. Che, lo vediamo bene, versa in condizioni pietose.

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Iraq - È scontro tra Moqtada al Sadr e le milizie filoiraniane

È alta la tensione politica e militare tra il leader sciita iracheno Moqtada al Sadr e le milizie filoiraniane, sempre di osservanza sciita, che si richiamano alla denominazione comune di “resistenza” (muqawama), a causa di opposte posizioni sulla questione della sovranità dello Stato e del controllo sugli armamenti.

Il confronto rischia di degenerare in uno scontro aperto alla vigilia delle elezioni di novembre, in un contesto in cui il ruolo delle formazioni paramilitari resta al centro del dibattito.

Il 26 giugno, in un sermone pronunciato a Karbala, Abdul Mahdi al Karbalai – rappresentante della massima autorità religiosa sciita in Iraq, l’ayatollah Ali al Sistani – ha invocato riforme profonde e il rafforzamento dell’autorità dello Stato. Il messaggio, chiaramente indirizzato anche alle milizie legate a Teheran, ha chiesto il disarmo delle organizzazioni non statali, il rispetto dello stato di diritto e il contrasto alla corruzione.

Una settimana più tardi, il 4 luglio, Moqtada al Sadr ha rilanciato la linea con toni ancora più diretti: «Le armi fuori controllo vanno consegnate allo Stato, le milizie devono essere sciolte e l’esercito e la polizia rafforzati. Solo così l’Iraq potrà restare indipendente e libero dai corrotti», ha dichiarato. La reazione dei gruppi armati filo-iraniani è stata immediata. Il 5 luglio, un account Telegram riconducibile ad Abu Ali al Askari – pseudonimo di un portavoce del gruppo Kataib Hezbollah – ha accusato Sadr di «tradire il sangue dei martiri» e ha definito i suoi sostenitori «vigliacchi e femminucce».

Il messaggio è stato interpretato come una conferma del disprezzo che il fronte delle milizie filoiraniane nutre nei confronti di Sadr. A rincarare la dose, il 16 luglio è intervenuto Ali Turki, deputato e membro del gruppo Asaib Ahl al Haq, che ha definito le parole di Sadr una “eco” del vero riferimento religioso, ovvero Sistani, sostenendo che le Forze di mobilitazione popolare (Hashd al Shaabi) «resteranno fino all’apparizione del Mahdi».

Secondo alcuni osservatori i combattenti vicini a Sadr, in particolare quelli delle Saraya al Salam, erano pronti a lanciare una rappresaglia contro le postazioni di Kataib Hezbollah a Baghdad, ma l’azione sarebbe stata bloccata all’ultimo momento.

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24/07/2025

“Un giorno in procura” mica da ridere

Modello Milano, inchiesta Ricci, riforma della giustizia. Che succede nella magistratura?

Sono giorni movimentati per la giustizia italiana, alle prese con l’avvio di inchieste che scuotono (o dovrebbero) il mondo politico e riforme strutturali che, qualora approvate in via definitiva, manderebbero forse una volta per tutte all’aria la tripartizione dei poteri tanto cara alla democrazia liberal-borghese. Ma andiamo con ordine.

Nella giornata di martedì due notizie hanno attirato l’attenzione dei media.

Avviso di garanzia per l’europarlamentare dem Matteo Ricci

La prima è l’avviso di garanzia recapitato a Matteo Ricci, europarlamentare eletto con il Partito Democratico e candidato per il campo largo alla Regione Marche nella prossima tornata autunnale.

La Procura di Pesaro contesta a Ricci l’assegnazione di fondi da parte del Comune di Pesaro, quando Ricci era sindaco, a due associazioni culturali per una cifra superiore a 500 mila euro per varie opere, come il murales dedicato a Liliana Segre e l’installazione di un casco gigante in onore di Valentino Rossi.

Da questi affidamenti diretti e senza gara secondo i pm l’allora sindaco Ricci non avrebbe ricevuto utilità patrimoniali (non ha quindi intascato mazzette), ma “consenso politico”.

La figura di Marco Mescolini, Procuratore capo a Pesaro

Il Procuratore capo di Pesaro è Marco Mescolini, un profilo di primo piano nell’ambiente. Nel febbraio del 2021, mentre è a capo della Procura di Reggio Emilia, Mescolini viene trasferito d’ufficio a Firenze per “incompatibilità ambientali”, ossia sospettato di aver protetto il Pd nell’inchiesta sulle infiltrazioni ndranghetiste “Aemilia” in Emilia-Romagna, dove tra gli indagati finiscono solo esponenti di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Pochi mesi dopo, a giugno la Procura generale della Cassazione guidata da Giovanni Salvi, delfino di Falcone e Borsellino ed esponente di spicco della corrente Magistratura democratica (oggi Area, riferimento del centrosinistra), avvia un procedimento disciplinare nei confronti di Mescolini dopo la pubblicazione delle chat con Luca Palamara riguardanti la nomina di Mescolini alla Procura di Reggio Emilia.

La procedura disciplinare verrà archiviata nel 2022, mentre il trasferimento d’ufficio verrà annullato nel 2024, “riabilitando” la figura di Mescolini, che oggi sale di nuovo alle cronache per l’avviso di garanzia all’europarlamentare dem.

La riforma della giustizia al Senato

Sempre martedì il Senato approva, con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni, la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati. Palazzo Madama licenzia il testo dalla Camera, il che vuol dire che i prossimi due passaggi confermativi per ogni Camera, attesi in autunno, non modificheranno il ddl.

In soldoni, con questa riforma – che divide i pubblici ministeri dai giudici – i pm potrebbero essere sottoposti alla guida del ministero della Giustizia e subire l’influenza dell’esecutivo, mettendo a rischio “quel che rimane” dell’autonomia del potere giudiziario, già duramente picconato con l’inchiesta Palamara.

La Procura meneghina all’attacco del Modello Milano

Tutto questo si inserisce nel clima avvelenato dall’inchiesta sul Modello Milano che ha portato sotto accusa 74 indagati in vari filoni giudiziari riconducibili a un rodato sistema di favori immersi in conflitti di interessi, a tutto vantaggio della speculazione edilizia (a Milano in 10 anni si è edificato tanto quanto in Piemonte e Toscana messe insieme) e del consenso politico attorno alla figura del sindaco PD Giuseppe Sala.

Alla Procura di Milano dal 2024 è arrivato Marcello Viola, vicino alla corrente Magistratura indipendente (riferimento del centrodestra), considerato un “papa straniero” nella capitale meneghina, da sempre dominata dalle correnti di centrosinistra e negli ultimi anni finita nell’occhio del ciclone per il processo contro il colosso Eni per corruzione internazionale relativa alla concessione di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Il caso aveva coinvolto, tra gli altri, l’Ad di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni, assolti entrambi sia in primo grado che in appello.

L’inizio di una nuova “stagione giudiziaria”?

La sensazione è che ci si trovi solo all’inizio di una “stagione giudiziaria” che non risparmierà altri colpi di scena nei prossimi mesi.

Lo scontro tra potere esecutivo e magistratura tocca le radici incancrenite della Repubblica e mette a repentaglio la “volontà di potenza” (chiamarla autonomia ci sembra eccessivo) del terzo potere.

Non è escluso che all’interno della magistratura ci sia chi coltivi sogni di gloria nell’assoggettamento formale della stessa al governo, provocando pruriti all’interno delle Procure in base ai rispettivi schieramenti.

D’altronde, la delegittimazione degli organi deputati alla rappresentanza, come l’Associazione nazionale magistrati (il sindacato dei magistrati), facilita il “tintinnar di sciabole” tra i corridoi dei tribunali.

Lo smottamento nelle basi dello Stato

Premierato, ddl sicurezza, riforma della giustizia, magari prossima legge elettorale ecc., non sono che ulteriori tasselli di quello che appare come uno smottamento nelle basi dello Stato italiano, alle prese con la crisi sistemica del capitalismo e degli imperialismi occidentali.

Rimanere informati e saper leggere tra le righe crediamo sia un passo importante dell’attività politica in questo Paese. Con l’occhio vigile e le antenne dritte per far sì che non si tramuti in una questione di agibilità democratica...

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