La UE sta sdoganando la sorveglianza di massa, strumento molto utile per una classe dominante in crisi in tempi in cui l’unica promessa che è sicura di mantenere verso i popoli che governa è quella di cacciarli in un’escalation bellica senza fine. Ma nel voto appena avvenuto a Strasburgo ci sono anche altri due problemi: la libertà di manovra lasciata alle Big Tech e le modalità di votazione, che hanno palesato la natura delle istituzioni europee, che è tutto fuorché democratica.
Il 9 luglio, il Parlamento Europeo ha approvato la proroga di una norma temporanea già sostenuta dal Consiglio dell’Unione Europea, all’unanimità. Si tratta della misura definita come “Chat Control”, che ha sollevato un acceso dibattito perché, nei fatti, permette il controllo di una gran quantità di dati privati da parte delle aziende di messaggistica e posta elettronica.
Con la formula “Chat Control” si intende una norma che permette ai fornitori di servizi di analizzare, in maniera volontaria, i contenuti, e di rimuoverli e segnalarli nel caso dell’individuazione di materiale pedopornografico o di messaggi finalizzati all’adescamento. Tale misura era in scadenza, ma è stata appunto prorogata fino al 3 aprile 2028.
A rimanere in dubbio è perso l’ampiezza dei poteri da concedere alle aziende. Infatti, tramite emendamento, le comunicazioni protette dalla cosiddetta “crittografia end-to-end”, ovvero dal quel sistema crittografico che consente la lettura del contenuto inviato solo sui dispositivi del mittente e del destinatario, rimangono fuori da questo provvedimento.
Sarà un software a effettuare una prima disamina dei contenuti controllati. Se l’algoritmo troverà una corrispondenza o un’elevata probabilità di illecito, allora verrà fatta una segnalazione poi controllata da revisori umani, autorità nazionali, forze di polizia e, nel futuro impianto, un Centro adibito a questo compito.
C’è però un problema enorme. Il software, per il modo in cui riconosce casi passibili di finire sotto segnalazione, usa meccanismi che rischiano di provocare una gran quantità di errori (i file esaminati possono essere milioni e milioni al giorno), e a dirlo è il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS).
Ma soprattutto, l’EDPS ha sottolineato che la norma approvata non definisce garanzie chiare sui limiti del monitoraggio delle imprese private, lasciando loro ampia discrezionalità. Questo potrebbe finire col colpire in particolare soggetti protetti da obblighi di riservatezza, come giornalisti, avvocati, e altri professionisti.
Il Garante ha infine criticato la possibilità che una norma nata in maniera eccezionale e temporanea nel 2021 diventa solida architettura della UE, nonostante l’impatto non chiarito sui diritti fondamentali dei suoi cittadini. Dietro il velo della lotta a crimini terribili, nei fatti un algoritmo metterà in mano a privati la gestione di una quantità enorme di dati riservati, che possono inoltre diventare anche strumento politico per una UE sempre più dedita alla censura, le sanzioni e la propaganda di guerra.
C’è poi la specifica di come il Parlamento Europeo ha votato tale proroga. Il testo era già stato respinto per ben due volte a marzo, ma la democraticissima presidente Roberta Metsola lo ha ripresentato ricorrendo a una procedura d’urgenza, così che al voto del 9 luglio fosse necessaria la maggioranza assoluta dell’Aula per respingere il provvedimento.
È così è accaduto che 314 parlamentari si sono espressi contro, e solo 276 a favore, ma alla fine il voto ha dato ragione a questi ultimi, perché a Metsola non andava giù l’opinione espressa dai colleghi precedentemente, per ben due volte. I due emendamenti decisivi per la tutela della crittografia hanno superato di poco la maggioranza assoluta richiesta (fissata a 360 voti), ottenendo rispettivamente 369 e 362 consensi.
Il provvedimento non è comunque entrato automaticamente in vigore. Il Consiglio deve decidere se accettare le modifiche inserite entro i prossimi tre mesi, e solo a quel punto il regolamento sarà adottato. Se invece il via libera non ci sarà, allora si aprirà un negoziato formale tra Parlamento e Consiglio per trovare un testo comune. Solo se questa mediazione non raggiungerà alcun risultato allora la proposta decadrà definitivamente.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/07/2026
Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa
15/03/2026
La UE mette in soffitta il diritto internazionale e getta la maschera
Le parole pronunciate da Ursula von der Leyen in occasione della Conferenza annuale degli ambasciatori UE, che si è chiusa due giorni fa, rappresentano una di quelle rare volte in cui potremmo sentire una – parziale – verità uscire dalla bocca della politica tedesca: “l’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà”.
La presidente della Commissione Europea ha poi aggiunto: “difenderemo sempre e sosterremo il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati, ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi”.
Le verità sono solo nel fatto che il vecchio ordine internazionale è superato, e che il “sistema basato sulle regole” (che non è sinonimo di diritto internazionale, sia chiaro) era uno strumento per “difendere i nostri interessi”. Tale ordine, con Washington al centro, è stato usato con piacere dai paesi europei, anche se sapevano che era costruito con un doppio standard, per favorire sempre il più forte, come ha detto il primo ministro canadese al Forum di Davos.
Ora che gli USA pretendono che il Vecchio Continente torni un vassallo e non un competitor, l’ordine e le regole non sono più convenienti perché gli europei non sono più nello schieramento del più forte. Anzi, ne sono il primo bersaglio. E allora sono altri gli strumenti che la UE deve trovare per diventare un attore della competizione globale a pieno titolo.
Sono tre le priorità indicate dalla presidente della Commissione: la nuova Strategia della Sicurezza europea, i rapporti commerciali con paesi terzi per diversificare le fonti di approvvigionamento, una diplomazia che sia pensata in maniera pratica per raggiungere risultati. “L’obiettivo è renderci più resilienti – ha detto von der Leyen – più sovrani e più potenti”.
Chi voleva capire, lo poteva già fare nel gennaio 2021. Allora, il ministro francese dell’Economia aveva pubblicato da un paio d’anni un libro in cui parlava della UE come di un “nuovo impero”, e in concomitanza con un viaggio in Italia aveva affermato: “l’Europa deve dimostrare di poter usare la potenza al servizio di buoni propositi”.
Le Maire non si stava inventando nulla di nuovo. Riproponeva, nella formula da XXI secolo, la stessa trita retorica imperialista e anche imbevuta di suprematismo, che indica la necessità di una politica di potenza che porti la civiltà lì dove manca. Ovviamente, uccidendo e depredando tutto ciò di cui si ha bisogno.
Che la UE fosse un progetto imperialistico è stato detto esplicitamente da uno dei principali esponenti della classe dominante europea. Ma nel frattempo, sono passati cinque anni piuttosto turbolenti. Anni in cui i dirigenti di questa costruzione continentale, sia a Bruxelles che nelle capitali nazionali, si sono dimostrati privi di una solida visione strategica, e anzi talentuosamente capaci di sbagliare quasi ogni scelta significativa.
Ora i vertici europei devono trovare una qualche soluzione, e von der Leyen è tornata sul tema dell’assetto istituzionale, come fosse una panacea a tutti i mali, ma ha volontariamente ignorato i profondi problemi strutturali delle economie europee. La loro crisi vuole essere superata col riarmo, e difatti solo la proiezione geopolitica è evidenziata dalla politica tedesca.
“Abbiamo urgente bisogno – ha detto – di riflettere sul fatto se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti progettati in un mondo post-bellico di stabilità e multilateralismo – abbiano mantenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito – con tutti i suoi tentativi benintenzionati di consenso e compromesso – sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico”.
Sarebbe interessante sentire l’elenco dei “tentativi benintenzionati di consenso e compromesso”. Chissà se c’è lo smembramento della Jugoslavia, la guerra in Libia, gli accordi di Minsk usati per prendere tempo e armare l’Ucraina, parola di Merkel... Ma lasciamo perdere una tale affermazione.
Ciò che qui interessa sottolineare è che, secondo la presidente della Commissione, una politica estera costruita sulla risoluzione pacifica dei conflitti ti fa apparire debole. Questo problema sembra non colpire solo la Cina, ma tant’è. C’è “bisogno di una politica estera più realistica e dettata dagli interessi. […] La sicurezza deve diventare il principio organizzativo della nostra azione, deve essere il nostro mindset predefinito”.
A rincarare la dose è arrivata anche l’Alta rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas. Forse la più guerrafondaia degli alti uffici della UE, Kallas ha dato dimostrazione del suo acume politico affermando che l’attacco russo all’Ucraina ha reso chiaro al mondo “che non c’è più responsabilità per le proprie azioni, le regole sono state buttate fuori dalla finestra”.
Per quello, poco prima, la sua collega alla Commissione ha detto che il loro stesso ordine basato su regole e una postura mediatrice ha reso la UE debole, e che vanno appunto gettate dalla finestra per trovare nuove leve per fare gli interessi del capitale su base continentale.
In contraddizione l’una con l’altra, ma del resto Kallas è arrivata pure a dire che la pace è la principale priorità di Bruxelles, mentre von der Leyen ha detto che è una perdita di tempo disquisire se l’aggressione all’Iran sia “una guerra scelta o una guerra di necessità”. Insomma, anche il tema delle responsabilità, nel caso di Washington e Tel Aviv, lascia il tempo che trova, e vale solo per gli “altri”.
A chiudere il cerchio, e a confermare questo punto di vista, ci ha pensato l’ultima “signora della guerra” della UE, ovvero la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola. In una recente intervista al giornale Avvenire ha infatti affermato che, per Strasburgo, “il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne per giustificare un regime tirannico che uccide la sua gente”.
Abbastanza scontato concludere che se il “regime tirannico” non uccide la sua gente, ma quella altrui, come nel caso dei criminali di guerra sionisti che stanno perpetrando un genocidio, allora va tutto bene. Soprattutto se chi uccide è bianco e di cultura occidentale. Insomma, anche Metsola segue la linea di Tajani, per il quale il diritto vale “fino a un certo punto”.
Purtroppo, c’è poco da scherzare in realtà. La presidente del Parlamento ha anch’essa ribadito la necessità che la UE rafforzi competitività e sicurezza. Il che significa, di nuovo, riarmo e politiche antipopolari per finanziarlo, insieme agli investimenti nei settori strategici della produzione attuale.
Uscite così fuori dagli schemi dalla solita propaganda europeista che vuole l’Europa come il “giardino” della democrazia e dei diritti che persino il presidente del Consiglio Europeo, António Costa, si è espresso contro le parole della presidente della Commissione. La quale, ovviamente, col suo discorso cercava di attribuire maggiore centralità a una politica estera decisa da Bruxelles, piuttosto che dai singoli paesi.
Rimangono le mancanze strutturali delle economie europee, oltre al fatto che mettere d’accordo tutti i membri della UE sui passi da fare in un frangente così tempestoso non è di certo facile. Forze centrifughe si sono già mostrate. Ma per von der Leyen, Kallas e Metsola l’unica cosa che importa è ricordare che serve armarsi per fare quel che il diritto internazionale impedisce. Al lettore le conclusioni.
Fonte
La presidente della Commissione Europea ha poi aggiunto: “difenderemo sempre e sosterremo il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati, ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi”.
Le verità sono solo nel fatto che il vecchio ordine internazionale è superato, e che il “sistema basato sulle regole” (che non è sinonimo di diritto internazionale, sia chiaro) era uno strumento per “difendere i nostri interessi”. Tale ordine, con Washington al centro, è stato usato con piacere dai paesi europei, anche se sapevano che era costruito con un doppio standard, per favorire sempre il più forte, come ha detto il primo ministro canadese al Forum di Davos.
Ora che gli USA pretendono che il Vecchio Continente torni un vassallo e non un competitor, l’ordine e le regole non sono più convenienti perché gli europei non sono più nello schieramento del più forte. Anzi, ne sono il primo bersaglio. E allora sono altri gli strumenti che la UE deve trovare per diventare un attore della competizione globale a pieno titolo.
Sono tre le priorità indicate dalla presidente della Commissione: la nuova Strategia della Sicurezza europea, i rapporti commerciali con paesi terzi per diversificare le fonti di approvvigionamento, una diplomazia che sia pensata in maniera pratica per raggiungere risultati. “L’obiettivo è renderci più resilienti – ha detto von der Leyen – più sovrani e più potenti”.
Chi voleva capire, lo poteva già fare nel gennaio 2021. Allora, il ministro francese dell’Economia aveva pubblicato da un paio d’anni un libro in cui parlava della UE come di un “nuovo impero”, e in concomitanza con un viaggio in Italia aveva affermato: “l’Europa deve dimostrare di poter usare la potenza al servizio di buoni propositi”.
Le Maire non si stava inventando nulla di nuovo. Riproponeva, nella formula da XXI secolo, la stessa trita retorica imperialista e anche imbevuta di suprematismo, che indica la necessità di una politica di potenza che porti la civiltà lì dove manca. Ovviamente, uccidendo e depredando tutto ciò di cui si ha bisogno.
Che la UE fosse un progetto imperialistico è stato detto esplicitamente da uno dei principali esponenti della classe dominante europea. Ma nel frattempo, sono passati cinque anni piuttosto turbolenti. Anni in cui i dirigenti di questa costruzione continentale, sia a Bruxelles che nelle capitali nazionali, si sono dimostrati privi di una solida visione strategica, e anzi talentuosamente capaci di sbagliare quasi ogni scelta significativa.
Ora i vertici europei devono trovare una qualche soluzione, e von der Leyen è tornata sul tema dell’assetto istituzionale, come fosse una panacea a tutti i mali, ma ha volontariamente ignorato i profondi problemi strutturali delle economie europee. La loro crisi vuole essere superata col riarmo, e difatti solo la proiezione geopolitica è evidenziata dalla politica tedesca.
“Abbiamo urgente bisogno – ha detto – di riflettere sul fatto se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti progettati in un mondo post-bellico di stabilità e multilateralismo – abbiano mantenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito – con tutti i suoi tentativi benintenzionati di consenso e compromesso – sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico”.
Sarebbe interessante sentire l’elenco dei “tentativi benintenzionati di consenso e compromesso”. Chissà se c’è lo smembramento della Jugoslavia, la guerra in Libia, gli accordi di Minsk usati per prendere tempo e armare l’Ucraina, parola di Merkel... Ma lasciamo perdere una tale affermazione.
Ciò che qui interessa sottolineare è che, secondo la presidente della Commissione, una politica estera costruita sulla risoluzione pacifica dei conflitti ti fa apparire debole. Questo problema sembra non colpire solo la Cina, ma tant’è. C’è “bisogno di una politica estera più realistica e dettata dagli interessi. […] La sicurezza deve diventare il principio organizzativo della nostra azione, deve essere il nostro mindset predefinito”.
A rincarare la dose è arrivata anche l’Alta rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas. Forse la più guerrafondaia degli alti uffici della UE, Kallas ha dato dimostrazione del suo acume politico affermando che l’attacco russo all’Ucraina ha reso chiaro al mondo “che non c’è più responsabilità per le proprie azioni, le regole sono state buttate fuori dalla finestra”.
Per quello, poco prima, la sua collega alla Commissione ha detto che il loro stesso ordine basato su regole e una postura mediatrice ha reso la UE debole, e che vanno appunto gettate dalla finestra per trovare nuove leve per fare gli interessi del capitale su base continentale.
In contraddizione l’una con l’altra, ma del resto Kallas è arrivata pure a dire che la pace è la principale priorità di Bruxelles, mentre von der Leyen ha detto che è una perdita di tempo disquisire se l’aggressione all’Iran sia “una guerra scelta o una guerra di necessità”. Insomma, anche il tema delle responsabilità, nel caso di Washington e Tel Aviv, lascia il tempo che trova, e vale solo per gli “altri”.
A chiudere il cerchio, e a confermare questo punto di vista, ci ha pensato l’ultima “signora della guerra” della UE, ovvero la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola. In una recente intervista al giornale Avvenire ha infatti affermato che, per Strasburgo, “il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne per giustificare un regime tirannico che uccide la sua gente”.
Abbastanza scontato concludere che se il “regime tirannico” non uccide la sua gente, ma quella altrui, come nel caso dei criminali di guerra sionisti che stanno perpetrando un genocidio, allora va tutto bene. Soprattutto se chi uccide è bianco e di cultura occidentale. Insomma, anche Metsola segue la linea di Tajani, per il quale il diritto vale “fino a un certo punto”.
Purtroppo, c’è poco da scherzare in realtà. La presidente del Parlamento ha anch’essa ribadito la necessità che la UE rafforzi competitività e sicurezza. Il che significa, di nuovo, riarmo e politiche antipopolari per finanziarlo, insieme agli investimenti nei settori strategici della produzione attuale.
Uscite così fuori dagli schemi dalla solita propaganda europeista che vuole l’Europa come il “giardino” della democrazia e dei diritti che persino il presidente del Consiglio Europeo, António Costa, si è espresso contro le parole della presidente della Commissione. La quale, ovviamente, col suo discorso cercava di attribuire maggiore centralità a una politica estera decisa da Bruxelles, piuttosto che dai singoli paesi.
Rimangono le mancanze strutturali delle economie europee, oltre al fatto che mettere d’accordo tutti i membri della UE sui passi da fare in un frangente così tempestoso non è di certo facile. Forze centrifughe si sono già mostrate. Ma per von der Leyen, Kallas e Metsola l’unica cosa che importa è ricordare che serve armarsi per fare quel che il diritto internazionale impedisce. Al lettore le conclusioni.
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23/08/2025
L’Eurocamera fa ricorso sul SAFE, von der Leyen traballa ancora
Il Parlamento Europeo, attraverso la sua presidente Roberta Metsola, ha presentato alla Corte di Giustizia UE una richiesta di annullamento del regolamento del SAFE, lo strumento per gli acquisti comuni della difesa europea.
In questo modo, Strasburgo dà una spallata alle decisioni della Commissione Europea e di von der Leyen. Bruxelles, infatti, aveva deciso di attivare l’articolo 122 del Trattato di Funzionamento dell’UE (TFUE), il quale prevede la possibilità di evitare il voto nell’Eurocamera per motivi d’urgenza. Elemento che viene contestato dal Parlamento, per un programma che si allungherà fino al 2030, e che viene dunque ricondotto sotto l’articolo 173, riguardante la competitività industriale.
Abbiamo già scritto chiaramente in passato, per diradare la propaganda dei finto-progressisti, che Strasburgo ha già dato via libera con larga maggioranza al riarmo e alla difesa comune europea. Il nodo del contendere è una questione tutta lobbistica, e riguarda la possibilità di mettere bocca sul regolamento, appunto, delle spese che verranno sostenute attraverso coperture europee.
Se il Parlamento Europeo serve a qualcosa, quel qualcosa riguarda rispondere al meglio alle pressioni dei grandi gruppi privati che sono registrati presso il Registro comunitario per le attività di lobbying. Se ‘l’onorevole’ è tagliato fuori dalle decisioni, perde ogni funzione, e il lobbista non ha più motivo di cercare la sua ‘amicizia’.
Nel ricorso presentato, Strasburgo afferma che la procedura usata dalla Commissione “mina la legittimità democratica agli occhi dell’opinione pubblica”. Nel senso che, se il Parlamento può essere eluso così facilmente, è difficile farla passare per un’istituzione democratica.
Insomma, nel percorso di riarmo, si tratta di un incidente di poco conto, dovuto solo agli appetiti di classi dirigenti parassitarie. Nella dialettica istituzionale, nella credibilità pubblica e negli equilibri politici dei vertici europei, però, si tratta di un altro duro colpo da digerire per il secondo mandato von der Leyen.
Avviato all’incirca un anno fa con l’obiettivo di portare a termine la promessa fatta cinque anni prima di trasformare la UE in una potenza geopolitica, sono bastati pochi mesi per decretarne il ritorno a vassallo.
Ovviamente, la storia non è fatta da singoli individui, ma da classi e processi sociali. Eppure, nella politica dell’oggi, rimane il fatto che le trattative sui dazi con Trump le ha condotte Bruxelles (mostrando che in 27 o da soli, poco cambia), e non c’è propaganda che possa cancellare l’evidente sconfitta della UE nella competizione globale.
A ciò si deve aggiungere come tutte le cancellerie europee siano rimaste col cerino in mano sul conflitto ucraino, mentre The Donald discute con Putin e intima a Zelensky di organizzare un incontro. Infine, bisogna ricordare che von der Leyen ha da poco superato un voto di sfiducia indetto sulla base delle accuse riguardanti la poca trasparenza delle trattative intavolate con Pfizer per la fornitura di vaccini durante la pandemia di Covid-19.
La Commissione Europea, politicamente, è uno zombie che cammina. L’unico motore della UE, ad oggi, rimane la sua deriva bellicista, considerata come unica via per far fronte alla crisi industriale e provare a rimettere sul piatto della dialettica internazionale un qualche peso.
Ma si tratta del pilota automatico di un imperialismo in crisi, non di un processo guidato con grande lungimiranza da una classe dirigente che è tutto fuorché adeguata ai tempi.
Fonte
In questo modo, Strasburgo dà una spallata alle decisioni della Commissione Europea e di von der Leyen. Bruxelles, infatti, aveva deciso di attivare l’articolo 122 del Trattato di Funzionamento dell’UE (TFUE), il quale prevede la possibilità di evitare il voto nell’Eurocamera per motivi d’urgenza. Elemento che viene contestato dal Parlamento, per un programma che si allungherà fino al 2030, e che viene dunque ricondotto sotto l’articolo 173, riguardante la competitività industriale.
Abbiamo già scritto chiaramente in passato, per diradare la propaganda dei finto-progressisti, che Strasburgo ha già dato via libera con larga maggioranza al riarmo e alla difesa comune europea. Il nodo del contendere è una questione tutta lobbistica, e riguarda la possibilità di mettere bocca sul regolamento, appunto, delle spese che verranno sostenute attraverso coperture europee.
Se il Parlamento Europeo serve a qualcosa, quel qualcosa riguarda rispondere al meglio alle pressioni dei grandi gruppi privati che sono registrati presso il Registro comunitario per le attività di lobbying. Se ‘l’onorevole’ è tagliato fuori dalle decisioni, perde ogni funzione, e il lobbista non ha più motivo di cercare la sua ‘amicizia’.
Nel ricorso presentato, Strasburgo afferma che la procedura usata dalla Commissione “mina la legittimità democratica agli occhi dell’opinione pubblica”. Nel senso che, se il Parlamento può essere eluso così facilmente, è difficile farla passare per un’istituzione democratica.
Insomma, nel percorso di riarmo, si tratta di un incidente di poco conto, dovuto solo agli appetiti di classi dirigenti parassitarie. Nella dialettica istituzionale, nella credibilità pubblica e negli equilibri politici dei vertici europei, però, si tratta di un altro duro colpo da digerire per il secondo mandato von der Leyen.
Avviato all’incirca un anno fa con l’obiettivo di portare a termine la promessa fatta cinque anni prima di trasformare la UE in una potenza geopolitica, sono bastati pochi mesi per decretarne il ritorno a vassallo.
Ovviamente, la storia non è fatta da singoli individui, ma da classi e processi sociali. Eppure, nella politica dell’oggi, rimane il fatto che le trattative sui dazi con Trump le ha condotte Bruxelles (mostrando che in 27 o da soli, poco cambia), e non c’è propaganda che possa cancellare l’evidente sconfitta della UE nella competizione globale.
A ciò si deve aggiungere come tutte le cancellerie europee siano rimaste col cerino in mano sul conflitto ucraino, mentre The Donald discute con Putin e intima a Zelensky di organizzare un incontro. Infine, bisogna ricordare che von der Leyen ha da poco superato un voto di sfiducia indetto sulla base delle accuse riguardanti la poca trasparenza delle trattative intavolate con Pfizer per la fornitura di vaccini durante la pandemia di Covid-19.
La Commissione Europea, politicamente, è uno zombie che cammina. L’unico motore della UE, ad oggi, rimane la sua deriva bellicista, considerata come unica via per far fronte alla crisi industriale e provare a rimettere sul piatto della dialettica internazionale un qualche peso.
Ma si tratta del pilota automatico di un imperialismo in crisi, non di un processo guidato con grande lungimiranza da una classe dirigente che è tutto fuorché adeguata ai tempi.
Fonte
29/05/2025
Il presidente di Confindustria chiede un piano industriale europeo
Il 27 maggio Confindustria ha svolto la sua assemblea annuale. Sul palco bolognese hanno sfilato la ministra dell’Università Anna Maria Bernini, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, e ovviamente anche Giorgia Meloni, a dimostrazione della stretta connessione tra la classe dirigente del paese e i ‘prenditori’ italiani.
Ma nel pieno della crisi industriale continentale e della transizione dei suoi sistemi produttivi verso un’economia di guerra, l’evento è diventato una lente per leggere i nodi della UE. Innanzitutto perché vi era presente anche la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, che ha elogiato il made in Italy, e poi anche Palazzo Chigi.
“Un particolare riconoscimento alla leadership della presidente Meloni, per aver contribuito a mantenere l’Italia al centro delle decisioni europee e per aver insistito su soluzioni di buon senso”. Probabile che il riferimento non fosse solo alla dimensione economica, ma anche e soprattutto a quella geopolitica, con il governo che prova a tenere il piede nelle due staffe di Washington e Bruxelles.
La stessa presidente del Consiglio ha ricordato il ruolo svolto nel promuovere il dialogo tra le due sponde dell’Atlantico. E tuttavia Meloni non ha lasciato senza critiche la UE, con stoccate mirate che sembrano indicare la volontà di approfittare della kermesse di Confindustria per fare campagna elettorale tra il proprio riferimento sociale – quello degli imprenditori.
La leader di Fratelli d’Italia ha infatti affermato che bisogna “avere il coraggio di contestare e correggere un approccio ideologico alla transizione energetica”, sottolineando il fatto le filiere green sono controllate dalla Cina. Una campagna elettorale più o meno a costo zero rispetto ai rapporti con Bruxelles, dato che la Commissione Europea sta già nettamente rivedendo le normative sulla sostenibilità per venire incontro alle esigenze dell’economia di guerra.
“Ancora oggi non riesco a capire il senso strategico di fare una scelta del genere”, ha detto. Insomma, più un invito a creare una UE forte nella competizione globale, e al diavolo l’ambiente o le condizioni di vita di lavoratori e pensionati, che poco si adeguano al profitto. In questa direzione vanno infatti anche le parole spese sulle barriere commerciali interne.
“Il costo medio per vendere un bene tra gli Stati dell’Unione Europea equivale a una tariffa di circa il 45%, rispetto al 15% stimato per il commercio interno negli Stati Uniti”, ha detto Meloni, “per non parlare dei servizi, dove la tariffa media stimata arriva al 110%”. Anche Metsola ha ribadito che la UE “deve abbattere le barriere, non alzare ostacoli”.
Una grande sintonia tra Roma e Bruxelles, dunque, anche se rimane sul piatto il problema dei costi dell’energia, su cui Meloni ha voluto spendere parole di rassicurazione. Tutti insieme, questi temi sono stati toccati anche dal presidente di Confindustria, che ha chiesto al governo un intervento assai sostanzioso.
“Per tutto questo – ha detto Orsini – pensiamo ad un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l’anno per i prossimi 3 anni. Ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni”. Parliamo di una cifra in media un poco più bassa di quella che è stata spesa ogni anno per il reddito di cittadinanza, ma in questo caso nessuno si azzarda a dire che sono sussidi per scansafatiche...
Sulla linea di Meloni e Metsola, anche per Orsini la cornice di questa iniziativa rimane quella del mercato comunitario: “serve un piano industriale straordinario europeo, basato su investimenti e abbattimento degli oneri burocratici”. E qui arriva però anche la richiesta di un profondo cambiamento delle regole europee.
“Comprendiamo che l’Europa debba spendere di più e meglio per la propria difesa. Ma la guerra commerciale va affrontata con la stessa determinazione e con investimenti straordinari altrettanto necessari”, aggiungendo che “non è possibile che l’unica eccezione per sforare il Patto di Stabilità sia relativa alla spesa per la difesa”.
“Se questo non accade, avremo dato ragione a chi non vuole un’Europa né più unita, né più forte”, ha concluso Orsini. Dai discorsi fatti a Bologna si capisce che tra vertici europei, italiani e dell’imprenditoria nazionale c’è una sostanziale intesa nell’orizzonte della costruzione di una UE come attore a tutto tondo della competizione globale.
Quello che Confindustria ha voluto mettere in chiaro è che però le regole di un tempo non sono più adatta a questa nuova fase storica. Per quanto ciò sia evidentemente vero, c’è da capire quanta leva possiede davvero il tessuto produttivo italiano, rappresentato da Meloni, nel promuovere questi cambiamenti nei consessi che contano, quelli di Bruxelles.
Fonte
Ma nel pieno della crisi industriale continentale e della transizione dei suoi sistemi produttivi verso un’economia di guerra, l’evento è diventato una lente per leggere i nodi della UE. Innanzitutto perché vi era presente anche la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, che ha elogiato il made in Italy, e poi anche Palazzo Chigi.
“Un particolare riconoscimento alla leadership della presidente Meloni, per aver contribuito a mantenere l’Italia al centro delle decisioni europee e per aver insistito su soluzioni di buon senso”. Probabile che il riferimento non fosse solo alla dimensione economica, ma anche e soprattutto a quella geopolitica, con il governo che prova a tenere il piede nelle due staffe di Washington e Bruxelles.
La stessa presidente del Consiglio ha ricordato il ruolo svolto nel promuovere il dialogo tra le due sponde dell’Atlantico. E tuttavia Meloni non ha lasciato senza critiche la UE, con stoccate mirate che sembrano indicare la volontà di approfittare della kermesse di Confindustria per fare campagna elettorale tra il proprio riferimento sociale – quello degli imprenditori.
La leader di Fratelli d’Italia ha infatti affermato che bisogna “avere il coraggio di contestare e correggere un approccio ideologico alla transizione energetica”, sottolineando il fatto le filiere green sono controllate dalla Cina. Una campagna elettorale più o meno a costo zero rispetto ai rapporti con Bruxelles, dato che la Commissione Europea sta già nettamente rivedendo le normative sulla sostenibilità per venire incontro alle esigenze dell’economia di guerra.
“Ancora oggi non riesco a capire il senso strategico di fare una scelta del genere”, ha detto. Insomma, più un invito a creare una UE forte nella competizione globale, e al diavolo l’ambiente o le condizioni di vita di lavoratori e pensionati, che poco si adeguano al profitto. In questa direzione vanno infatti anche le parole spese sulle barriere commerciali interne.
“Il costo medio per vendere un bene tra gli Stati dell’Unione Europea equivale a una tariffa di circa il 45%, rispetto al 15% stimato per il commercio interno negli Stati Uniti”, ha detto Meloni, “per non parlare dei servizi, dove la tariffa media stimata arriva al 110%”. Anche Metsola ha ribadito che la UE “deve abbattere le barriere, non alzare ostacoli”.
Una grande sintonia tra Roma e Bruxelles, dunque, anche se rimane sul piatto il problema dei costi dell’energia, su cui Meloni ha voluto spendere parole di rassicurazione. Tutti insieme, questi temi sono stati toccati anche dal presidente di Confindustria, che ha chiesto al governo un intervento assai sostanzioso.
“Per tutto questo – ha detto Orsini – pensiamo ad un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l’anno per i prossimi 3 anni. Ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni”. Parliamo di una cifra in media un poco più bassa di quella che è stata spesa ogni anno per il reddito di cittadinanza, ma in questo caso nessuno si azzarda a dire che sono sussidi per scansafatiche...
Sulla linea di Meloni e Metsola, anche per Orsini la cornice di questa iniziativa rimane quella del mercato comunitario: “serve un piano industriale straordinario europeo, basato su investimenti e abbattimento degli oneri burocratici”. E qui arriva però anche la richiesta di un profondo cambiamento delle regole europee.
“Comprendiamo che l’Europa debba spendere di più e meglio per la propria difesa. Ma la guerra commerciale va affrontata con la stessa determinazione e con investimenti straordinari altrettanto necessari”, aggiungendo che “non è possibile che l’unica eccezione per sforare il Patto di Stabilità sia relativa alla spesa per la difesa”.
“Se questo non accade, avremo dato ragione a chi non vuole un’Europa né più unita, né più forte”, ha concluso Orsini. Dai discorsi fatti a Bologna si capisce che tra vertici europei, italiani e dell’imprenditoria nazionale c’è una sostanziale intesa nell’orizzonte della costruzione di una UE come attore a tutto tondo della competizione globale.
Quello che Confindustria ha voluto mettere in chiaro è che però le regole di un tempo non sono più adatta a questa nuova fase storica. Per quanto ciò sia evidentemente vero, c’è da capire quanta leva possiede davvero il tessuto produttivo italiano, rappresentato da Meloni, nel promuovere questi cambiamenti nei consessi che contano, quelli di Bruxelles.
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09/05/2025
UE, altro flop di Ursula: la Corte dei Conti boccia il riarmo ed è scontro sull’art. 122
La corsa al riarmo, finanziata con fondi sottratti (anche) al sociale, incontra le critiche dei giudici dell’Ue. La Corte dei Conti europea ha infatti sollevato una serie di critiche riguardo alle modifiche proposte dalla Commissione europea al quadro della politica di coesione 2021-2027, con particolare riferimento alla riassegnazione delle risorse verso il settore della Difesa.
Secondo quanto riportato da Ansa, la Corte, pur riconoscendo l’esigenza di adattarsi al mutato contesto di sicurezza, ha evidenziato rischi e ambiguità nella proposta.
“La Corte dei Conti riconosce l’urgente necessità di rispondere al rapido mutamento del contesto di sicurezza. Tuttavia, segnala alcuni rischi e aspetti poco chiari della proposta che ne influenzeranno le modalità di applicazione”, si legge in una nota ufficiale.
Tra i principali punti di preoccupazione figura “il modo in cui gli obblighi di trasparenza e il principio del ‘non arrecare danno significativo’ (vale a dire garantire che le iniziative dell’Ue siano in linea con gli obiettivi climatici e ambientali dell’Ue) possano applicarsi agli investimenti nella Difesa”.
I rischi rilevati dalla Corte dei Conti
La Corte ha inoltre messo in guardia sul rischio che le misure proposte possano “aumentare la complessità, esercitare pressioni sulla capacità amministrativa e diluire l’attenzione della politica sulla riduzione delle disparità regionali”.
A tal proposito, l’organo di controllo ha sottolineato l’assenza di una valutazione d’impatto, richiedendo “norme di ammissibilità più chiare e un migliore coordinamento con gli strumenti UE esistenti”.
Metsola e Ursula litigano sull’iter
Si acuisce la tensione tra le istituzioni europee sul controverso piano di riarmo da 800 miliardi di euro, promosso dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. A mettere in discussione l’iter scelto dalla Commissione è la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che in una lettera dai toni decisi ha espresso la sua contrarietà alla decisione di Von der Leyen di bypassare il voto della Plenaria, ricorrendo all’articolo 122 dei Trattati UE.
Una mossa che, secondo Metsola, rischia di minare il ruolo del Parlamento e di innescare uno scontro istituzionale senza precedenti.
“Vi chiedo di riconsiderare la scelta della base giuridica del ReArm EU per garantire che entrambi i colegislatori partecipino alla definizione delle misure più appropriate che consentiranno all’Unione europea e ai suoi Stati membri di affrontare le sfide geopolitiche senza precedenti che stiamo affrontando”, scrive Metsola nella missiva indirizzata a Von der Leyen e alla presidenza polacca del Consiglio UE, come riportato dal Fatto Quotidiano.
Ipotesi ricorso alla Corte di Giustizia europea
La lettera non si limita a un invito al dialogo: contiene un chiaro avvertimento. Se la Commissione insisterà nell’utilizzare l’articolo 122, che consente una procedura accelerata senza il pieno coinvolgimento del Parlamento, l’Eurocamera potrebbe ricorrere alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. “Se il Consiglio adotta il presente regolamento utilizzando l’articolo 122 dei Trattati come base giuridica, il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo regolamento interno”, conclude Metsola, evocando la possibilità di un’azione legale.
Il nodo della discordia risiede nella scelta della Commissione di invocare l’articolo 122, una norma pensata per situazioni di emergenza che consente di approvare provvedimenti con il solo voto del Consiglio, scavalcando il Parlamento. Tale decisione è stata bocciata all’unanimità dalla Commissione giuridica dell’Eurocamera (Juri), che ha condiviso il parere dell’ufficio giuridico del Parlamento, secondo cui non sussistono i requisiti di urgenza per giustificare questa procedura.
Come evidenziato su InsideOver, la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen ha compiuto un passo gravissimo approvando la proposta legislativa Safe, parte del piano ReArm EU per finanziare l’industria della Difesa con prestiti fino a 150 miliardi di euro. Ignorando il parere legale del Parlamento Europeo e il voto della commissione giuridica (Juri), la Commissione ha oltrepassato ogni limite, come sottolineato anche dalla presidente Metsola. Una decisione che getta ulteriori ombre su Von der Leyen e sulla sua leadership.
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Secondo quanto riportato da Ansa, la Corte, pur riconoscendo l’esigenza di adattarsi al mutato contesto di sicurezza, ha evidenziato rischi e ambiguità nella proposta.
“La Corte dei Conti riconosce l’urgente necessità di rispondere al rapido mutamento del contesto di sicurezza. Tuttavia, segnala alcuni rischi e aspetti poco chiari della proposta che ne influenzeranno le modalità di applicazione”, si legge in una nota ufficiale.
Tra i principali punti di preoccupazione figura “il modo in cui gli obblighi di trasparenza e il principio del ‘non arrecare danno significativo’ (vale a dire garantire che le iniziative dell’Ue siano in linea con gli obiettivi climatici e ambientali dell’Ue) possano applicarsi agli investimenti nella Difesa”.
I rischi rilevati dalla Corte dei Conti
La Corte ha inoltre messo in guardia sul rischio che le misure proposte possano “aumentare la complessità, esercitare pressioni sulla capacità amministrativa e diluire l’attenzione della politica sulla riduzione delle disparità regionali”.
A tal proposito, l’organo di controllo ha sottolineato l’assenza di una valutazione d’impatto, richiedendo “norme di ammissibilità più chiare e un migliore coordinamento con gli strumenti UE esistenti”.
Metsola e Ursula litigano sull’iter
Si acuisce la tensione tra le istituzioni europee sul controverso piano di riarmo da 800 miliardi di euro, promosso dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. A mettere in discussione l’iter scelto dalla Commissione è la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che in una lettera dai toni decisi ha espresso la sua contrarietà alla decisione di Von der Leyen di bypassare il voto della Plenaria, ricorrendo all’articolo 122 dei Trattati UE.
Una mossa che, secondo Metsola, rischia di minare il ruolo del Parlamento e di innescare uno scontro istituzionale senza precedenti.
“Vi chiedo di riconsiderare la scelta della base giuridica del ReArm EU per garantire che entrambi i colegislatori partecipino alla definizione delle misure più appropriate che consentiranno all’Unione europea e ai suoi Stati membri di affrontare le sfide geopolitiche senza precedenti che stiamo affrontando”, scrive Metsola nella missiva indirizzata a Von der Leyen e alla presidenza polacca del Consiglio UE, come riportato dal Fatto Quotidiano.
Ipotesi ricorso alla Corte di Giustizia europea
La lettera non si limita a un invito al dialogo: contiene un chiaro avvertimento. Se la Commissione insisterà nell’utilizzare l’articolo 122, che consente una procedura accelerata senza il pieno coinvolgimento del Parlamento, l’Eurocamera potrebbe ricorrere alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. “Se il Consiglio adotta il presente regolamento utilizzando l’articolo 122 dei Trattati come base giuridica, il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo regolamento interno”, conclude Metsola, evocando la possibilità di un’azione legale.
Il nodo della discordia risiede nella scelta della Commissione di invocare l’articolo 122, una norma pensata per situazioni di emergenza che consente di approvare provvedimenti con il solo voto del Consiglio, scavalcando il Parlamento. Tale decisione è stata bocciata all’unanimità dalla Commissione giuridica dell’Eurocamera (Juri), che ha condiviso il parere dell’ufficio giuridico del Parlamento, secondo cui non sussistono i requisiti di urgenza per giustificare questa procedura.
Come evidenziato su InsideOver, la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen ha compiuto un passo gravissimo approvando la proposta legislativa Safe, parte del piano ReArm EU per finanziare l’industria della Difesa con prestiti fino a 150 miliardi di euro. Ignorando il parere legale del Parlamento Europeo e il voto della commissione giuridica (Juri), la Commissione ha oltrepassato ogni limite, come sottolineato anche dalla presidente Metsola. Una decisione che getta ulteriori ombre su Von der Leyen e sulla sua leadership.
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18/07/2024
Nuovo Parlamento Europeo, primo atto: che la guerra in Ucraina continui!
Due giorni fa Roberta Metsola è stata confermata per altri due anni e mezzo alla Presidenza del Parlamento Europeo. La politica maltese ha superato nettamente l’altra candidata, Irene Montero del gruppo The Left, ottenendo una maggioranza molto più larga di quella che le avrebbero già comunque dato i voti di socialisti, popolari e liberali.
Metsola, esponente del PPE, ha attirato sulla sua persona i consensi anche di vari conservatori, verdi e deputati di altre realtà che siedono nel consesso europeo. Ha raggiunto dunque il numero record di 562 voti su 699 votanti, mostrando come, alla fin fine, negli organi a vertice della UE la classe dirigente condivida più o meno la stessa visione politica.
Il suo discorso di insediamento è stato la solita lista dei buoni propositi, validi per alimentare la narrazione ideologica di un’Europa di pace, democrazia e diritti più che per leggere gli effettivi orientamenti che perseguirà l’Assemblea. Una cosa però è stata detta chiaramente, ovvero che il sostegno a Kiev nella guerra con la Russia rimarrà un nodo centrale.
Se andiamo a osservare i concreti provvedimenti, non è di secondaria importanza che proprio la prima risoluzione del nuovo Parlamento Europeo, arrivata ieri, riguardi la guerra in Ucraina. Anche in questo caso, la votazione ha visto una schiacciante maggioranza di 495 deputati favorevoli, di nuovo oltre il perimetro di liberali, socialisti e popolari.
I punti fondamentali sono il sostegno internazionale a Kiev, la fornitura di aiuti militari per tutto il tempo necessario e in qualsiasi forma, la condanna della recente visita a Mosca del primo ministro ungherese Viktor Orbán e, infine, la necessità di estendere le sanzioni nei confronti della Russia e della Bielorussia. Una prima risoluzione che parla di escalation bellica, di certo non di pace.
Questo è il vero volto della UE, nella catena imperialista euroatlantica. E ora che la maschera dell’attore di progresso è caduta, è abbastanza facile mettere in fila gli esempi di come l’Unione sia tra i principali ostacoli alla pace, con gli ultimi due anni segnati da una marcata deriva militarista e la transizione a un’economia di guerra – più che a un’economia verde –.
Un breve rapporto scaricabile gratuitamente, stilato dal Transnational Institute, “mostra come la mappa delle missioni militari dell’Unione Europea – moltiplicate negli ultimi anni – coincidano con quelle delle materie prime e delle fonti energetiche, oltre che delle grandi rotte commerciali e delle aree dove si concentrano interessi geopolitici o appetiti neocoloniali (in particolare francesi)“.
Insomma, un progetto imperialista e neocoloniale, come già accennato, e che a malapena ha deciso di ampliare la sua assistenza militare a paesi terzi, attraverso il distopico strumento dal nome di Strumento europeo per la pace. Il Consiglio dell’Unione Europea ha infatti dato il via libera ad un’ulteriore collaborazione con Benin e Albania.
Lo stato africano si trova a confinare col Niger e il Burkina Faso, di cui i governi stanno portando avanti un’importante lotta anti-coloniale. Il Benin, con tre misure adottate negli ultimi due mesi, si trova ora a poter contare su 35 milioni di euro di sostegno militare, pari al 27% del bilancio della Difesa del paese.
Altri 13 milioni sono stati invece indirizzati verso l’Albania, per fornire Tirana di veicoli corazzati leggeri multiuso. Sia nel primo sia nel secondo caso, la UE si offre anche per addestramento e formazione tecnica dei soldati.
Basta guardare la mappa del crescente impegno militare della UE per capire che la volontà di assumere un ruolo geostrategico autonomo, e di farlo con la forza bruta, è assolutamente viva e concreta. E a quanto pare già dalla votazione della Metsola, è una volontà che unisce la stragrande maggioranza del Parlamento Europeo.
Fonte
Metsola, esponente del PPE, ha attirato sulla sua persona i consensi anche di vari conservatori, verdi e deputati di altre realtà che siedono nel consesso europeo. Ha raggiunto dunque il numero record di 562 voti su 699 votanti, mostrando come, alla fin fine, negli organi a vertice della UE la classe dirigente condivida più o meno la stessa visione politica.
Il suo discorso di insediamento è stato la solita lista dei buoni propositi, validi per alimentare la narrazione ideologica di un’Europa di pace, democrazia e diritti più che per leggere gli effettivi orientamenti che perseguirà l’Assemblea. Una cosa però è stata detta chiaramente, ovvero che il sostegno a Kiev nella guerra con la Russia rimarrà un nodo centrale.
Se andiamo a osservare i concreti provvedimenti, non è di secondaria importanza che proprio la prima risoluzione del nuovo Parlamento Europeo, arrivata ieri, riguardi la guerra in Ucraina. Anche in questo caso, la votazione ha visto una schiacciante maggioranza di 495 deputati favorevoli, di nuovo oltre il perimetro di liberali, socialisti e popolari.
I punti fondamentali sono il sostegno internazionale a Kiev, la fornitura di aiuti militari per tutto il tempo necessario e in qualsiasi forma, la condanna della recente visita a Mosca del primo ministro ungherese Viktor Orbán e, infine, la necessità di estendere le sanzioni nei confronti della Russia e della Bielorussia. Una prima risoluzione che parla di escalation bellica, di certo non di pace.
Questo è il vero volto della UE, nella catena imperialista euroatlantica. E ora che la maschera dell’attore di progresso è caduta, è abbastanza facile mettere in fila gli esempi di come l’Unione sia tra i principali ostacoli alla pace, con gli ultimi due anni segnati da una marcata deriva militarista e la transizione a un’economia di guerra – più che a un’economia verde –.
Un breve rapporto scaricabile gratuitamente, stilato dal Transnational Institute, “mostra come la mappa delle missioni militari dell’Unione Europea – moltiplicate negli ultimi anni – coincidano con quelle delle materie prime e delle fonti energetiche, oltre che delle grandi rotte commerciali e delle aree dove si concentrano interessi geopolitici o appetiti neocoloniali (in particolare francesi)“.
Insomma, un progetto imperialista e neocoloniale, come già accennato, e che a malapena ha deciso di ampliare la sua assistenza militare a paesi terzi, attraverso il distopico strumento dal nome di Strumento europeo per la pace. Il Consiglio dell’Unione Europea ha infatti dato il via libera ad un’ulteriore collaborazione con Benin e Albania.
Lo stato africano si trova a confinare col Niger e il Burkina Faso, di cui i governi stanno portando avanti un’importante lotta anti-coloniale. Il Benin, con tre misure adottate negli ultimi due mesi, si trova ora a poter contare su 35 milioni di euro di sostegno militare, pari al 27% del bilancio della Difesa del paese.
Altri 13 milioni sono stati invece indirizzati verso l’Albania, per fornire Tirana di veicoli corazzati leggeri multiuso. Sia nel primo sia nel secondo caso, la UE si offre anche per addestramento e formazione tecnica dei soldati.
Basta guardare la mappa del crescente impegno militare della UE per capire che la volontà di assumere un ruolo geostrategico autonomo, e di farlo con la forza bruta, è assolutamente viva e concreta. E a quanto pare già dalla votazione della Metsola, è una volontà che unisce la stragrande maggioranza del Parlamento Europeo.
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