Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2026

Accordo tra Europol e Israele per scambio di dati sensibili. Da abolire

Non è certo un mistero che Israele sia da diversi decenni uno dei partner privilegiati dell’Unione europea. Il problema è che continua ad esserlo nonostante i procedimenti della giustizia internazionale per il genocidio dei palestinesi.

Un ulteriore problema è che non lo è solo sul piano economico e militare, ma lo è anche – ed è assai più delicato – su quello dei sistemi di intelligence, la cooperazione delle polizie e lo scambio dei dati sensibili.

Secondo quanto rivelato dal sito di inchiesta Irpimedia, il culmine di questa relazione è – o meglio, vorrebbe essere – un accordo per lo scambio di dati personali tra Europol, l’agenzia di polizia dell’Ue, e le autorità israeliane.

Un sito israeliano già nel settembre del 2022 dava per acquisito questo accordo di cooperazione tra Europol e agenzie di sicurezza di Israele. “Sono state completate le trattative tra Israele e l’Unione Europea per un accordo di condivisione di informazioni con Europol. L’ambasciatore di Israele presso l’UE Haim Regev e il rappresentante dell’UE hanno firmato mercoledì una dichiarazione di completamento dei negoziati tra le parti per lo scambio di informazioni su terrorismo e criminalità grave”.

Dopo quattro anni di negoziati, nel dicembre del 2022 erano però trapelate alcune notizie che davano l’accordo per morto o per lo meno congelato. Alla fine del 2022, il Servizio giuridico del Consiglio dell’Ue aveva infatti espresso un parere negativo sul testo, chiedendo di modificarne alcuni passaggi perché le norme europee impongono la tutela dei dati personali e dei diritti fondamentali.

Se l’accordo fosse stato approvato – è la tesi del Servizio giuridico – avrebbe esteso per la prima volta “la propria applicazione ai territori occupati da Israele nel 1967”, in contrasto con la posizione dell’Ue, che considera illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi

Ma la Commissione europea ha dichiarato che nel 2026 il mandato negoziale «è ancora in vigore», senza chiarire se o come siano state recepite le osservazioni in merito del Servizio giuridico della Ue.

Il documento riservato, prodotto dal Servizio legale del Consiglio dell’Ue nel novembre del 2022, aiuta a ricostruire gli eventi. Due mesi prima, la Commissione e il governo israeliano avevano dato il via libera a una bozza di accordo che però, per essere ratificato, aveva bisogno dei voti favorevoli del Consiglio e del Parlamento europeo. A quel punto, alcuni membri del Consiglio hanno chiesto al Servizio legale di valutare la conformità del testo con le norme comunitarie e internazionali.

La risposta dell’ufficio non consente ombre di dubbio: la Commissione aveva incluso articoli in netto contrasto con le norme europee e internazionali e non aveva informato il Consiglio nel corso dei negoziati.

Tra il 2023 e il 2026, la Commissione ha però continuato a incontrare diplomatici israeliani, tenendo all’oscuro il Parlamento europeo. Ventisette parlamentari europei hanno depositato un’interrogazione scritta per chiedere alla Commissione di informarli sul contenuto di questi incontri, sull’avanzamento dei negoziati e sui rischi per i diritti umani derivanti dall’accordo.

Il parlamentare francese Mounir Satouri, ha denunciato come “questo accordo peggiorerebbe anche la situazione dei palestinesi in Europa. Su pressione israeliana, diversi difensori dei diritti umani sono stati già attaccati all’interno dell’Ue. Con un accordo di questo tipo, questa criminalizzazione si rafforzerebbe e sarebbe ancora più difficile vivere come palestinesi in Europa”. Satouri cita, a titolo di esempio, il divieto di ingresso in Francia, per motivi di sicurezza, emanato nei confronti del difensore dei diritti umani palestinese Shawan Jabarin, direttore della ong Al-Haq, organizzazione che esiste dal 1979.

I dati al centro dell’accordo sono infatti quelli che la legislazione europea sulla privacy definisce “categorie speciali” di dati: «Informazioni sull’origine, la razza e l’etnia, sulle opinioni politiche, il credo religioso o filosofico, l’affiliazione a un sindacato, elementi genetici e biometrici, dati sulla salute, sulla vita sessuale o sull’orientamento sessuale». Queste categorie di dati potrebbero essere trasferite alla polizia israeliana, allo Shin Bet, ovvero l’intelligence interne e ad altre agenzie di sicurezza israeliane.

Questo accordo va abolito, senza se e senza ma.

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04/06/2026

Flessibilità UE sull’energia se si spende in armi. Roma e Bruxelles sulla stessa linea

Bruxelles ha infine risposto alle richieste del governo Meloni sul fronte del caro-energia, anche se non si tratta di un assegno in bianco. E non si tratta nemmeno di una risposta formale alla lettera inviata da Palazzo Chigi lo scorso 18 maggio a Palazzo Berlaymont, ma è integrata nel Pacchetto di Primavera del Semestre Europeo.

Ieri, mercoledì 3 giugno, la Commissione Europea ha deciso un’apertura parziale sulla flessibilità fiscale, come richiesto dall’Italia, prevedendo una sorta di “mini-clausola” per l’energia, integrata però al perimetro della difesa. Non si tratta, dunque, di una nuova deroga a sé stante, quanto piuttosto di un’estensione delle maglie della clausola di salvaguardia già prevista per le spese per la difesa, che possono arrivare fino all’1,5% del PIL annuo.

Lo spazio di manovra delineato da Bruxelles si articola su paletti ben precisi per il triennio 2026-2028: un margine annuo dello 0,3% del PIL, che per l’Italia è calcolabile tra i 6,5 e i 7 miliardi di euro. C’è anche un tetto massimo cumulativo di spesa sul settore, pari allo 0,6% del PIL. Insomma, l’Italia potrebbe spingersi a spendere tra i 13 e i 14 miliardi nel triennio cominciato a febbraio, sul tema energia.

Ma non c’è libertà di scelta in cosa spendere. La linea della Commissione, ribadita dal commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, è chiara: “si tratta di uno shock dell’offerta e non si può risolvere uno shock dell’offerta stimolando la domanda”. Tradotto: non solo le misure dovranno essere temporanee e mirate, ma soprattutto gli strumenti pensati non possono essere indirizzati a calmierare i prezzi, e dunque ad aiutare i portafogli delle famiglie in difficoltà.

La flessibilità potrà essere così usata per investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili: incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici, pannelli solari e batterie; ammodernamento delle reti elettriche e sistemi di accumulo; efficientamento energetico. Non si potrà invece impegnare per finanziare sussidi generalizzati e bonus a pioggia, e neanche il taglio delle accise.

Proprio sulle accise il Consiglio dei Ministri si riunisce oggi, dato che la misura è in scadenza il prossimo 6 giugno, e si prevede che verrà varato un sistema di voucher da circa 500 milioni di euro destinato esclusivamente alle fasce più deboli per sostenere le spese di benzina e bollette. Del resto, il problema per i bilanci familiari è ora, e non si risolve chiedendo di comprare una macchina elettrica.

Ma tolte le vicende “giornaliere” del governo, è bene comprendere in che traiettoria generale si inserisce la flessibilità acconsentita da Bruxelles. Perché, ci mancherebbe: alla fine il taglio delle accise è un altro modo per trasferire risorse pubbliche agli speculatori, mentre invece investire in una reale transizione energetica sarebbe la via giusta.

Eppure, questa strada è stata abbandonata dalla UE, perché anche la farsa del Green Deal (che era un modo per ridare fiato all’economia, senza davvero cambiare modello) è stata nei fatti ipotecata per rilanciare il Vecchio Continente attraverso il riarmo. E infatti, quello 0,6% del PIL potrà essere usato solo all’interno dell’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari, cosa che l’Italia non ha ancora fatto.

Il Belpaese si trova ancora sotto procedura per deficit eccessivo a causa del disavanzo al 3,1% registrato nel 2025. Il che non impedisce “legalmente” di chiedere la clausola, ma nei fatti significa innescare un circolo vizioso sul debito che può risultare disastroso. La clausola permette di scorporare le spese militari dal calcolo della spesa primaria netta, e consente così di evitare la procedura nel caso in cui si superi il 3% di deficit.

Le spese, però, non vengono cancellate dal deficit nominale. Per chi è già sotto procedura, perciò, diventa più difficile scendere di nuovo sotto il 3%. Senza contare che visto l’allarmismo continuo sui conti pubblici italiani e la crescita asfittica, una prospettiva del genere potrebbe rendere molto più costoso finanziare sul mercato il debito pubblico, peggiorando ulteriormente i conti di Roma.

Tuttavia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto di essere “soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. Anche se, di fatto, Roma non avrà margini di spesa aggiuntivi, e dovrà accedere alla clausola che fino a oggi ha evitato per legittimi timori. Al governo non sono costretti a spendere tutti i soldi previsti dalla nuova flessibilità, ma agli occhi degli investitori e dell’opinione pubblica sarà all’interno di questo schema bellicista.

Inoltre, vari analisti sono convinti che ora il governo chiederà anche i circa 10 miliardi del SAFE lasciati in sospeso come arma negoziale proprio rispetto alla flessibilità sull’energia. Riassumendo, l’esecutivo aveva detto di non poter “dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa“, e così lo hanno fatto facendo sembrare di aver detto il contrario.

La narrazione che emerge da questa vicenda è quella di una Commissione che si mostra capace di ascoltare, mentre Palazzo Chigi può rivendicare straordinarie capacità di trattativa. Nella realtà dei fatti, Roma e Bruxelles si sono allineate per far meglio digerire ai cittadini di tutta la UE un’ulteriore spinta verso il riarmo e la difesa europea.

Dombrovskis, sotto sotto, lo ha pure detto: “come noto, le due principali priorità di questo ciclo politico sono la competitività dell’economia europea e la sicurezza. Sicurezza e difesa sono elementi importanti. È fondamentale che tutti gli Stati membri contribuiscano al rafforzamento delle capacità europee di sicurezza e difesa”. A pagare, ovviamente, sono sempre le classi popolari.

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02/06/2026

La troika si mobilita, di nuovo

Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.

Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.

Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?

Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?

I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.

Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.

Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.

L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.

Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.

Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.

In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.

Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.

L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.

La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.

L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione. 

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23/05/2026

Che cosa implica seguire la folle “dottrina” comunitaria del rigore

di Alessandro Volpi

Il lettone Valdis Dombrovskis, commissario europeo per l’Economia (con deleghe anche a Produttività, attuazione e semplificazione) nella “squadra” von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull’andamento dell’economia europea nel 2026 e nel 2027, che l’unica strada è quella dell’austerità: poca spesa pubblica, poco debito e “cautela”.

Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle “stime di primavera” della Commissione. La “crescita” nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore dell’1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe “salire” all’1,4 nell’ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l’economia dell’Ue, stando alle valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente.

Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall’effetto dell’intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l’intervento pubblico – e sottolineo pubblico – l’affanno sarebbe asfissia totale.

Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno molto probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil risulterà superiore al 3% e che finiranno in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l’Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. È significativo notare che tra i Paesi “virtuosi”, cioè sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell’Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.

Alla luce di questi dati la domanda che sorge spontanea è semplice: che cosa significa per i Paesi che non rispettano il vincolo del 3% seguire la “dottrina” Dombrovskis-von der Leyen del rigore? Significa correggere i propri conti pubblici dello 0,5% del Pil l’anno. Per l’Italia, ad esempio, vuol dire un taglio di 10-11 miliardi di euro, da reperire sottraendoli, in primis, alla spesa per il welfare e per gli investimenti pubblici. Estesa a tutti gli 11 Paesi che stanno violando la regola europea, questa prospettiva si traduce in decine di miliardi tolti ad ogni possibilità di miglioramento delle condizioni economiche solo per rispettare un vincolo del tutto privo di senso.

Peraltro proprio l’esperienza del PNRR dimostra che solo gli investimenti pubblici tengono in piedi il Paese. Ma perché la regola europea è priva di senso? La risposta è chiara. L’impianto dei vincoli europei dovrebbe servire ad evitare la crescita dell’inflazione e un maggior costo dei debiti pubblici: due condizioni che, attualmente, hanno ben poco a che vedere con il rispetto del Patto di stabilità. L’inflazione dipende infatti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni importati in Europa e non certo da un aumento dei consumi interni; quindi se per ridurre l’inflazione si punta ad azzerare, con l’austerità, i consumi si determina lo strangolamento della popolazione e del sistema produttivo europei. La seconda condizione riguarda l’aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo aumento dipende, in questa fase, dalla forte lievitazione dei rendimenti del colossale debito degli Stati Uniti che fa concorrenza ai debiti del resto del mondo; ma si tratta di una concorrenza disperata perché il debito statunitense è fortemente in crisi proprio per la sua dimensione monstre.

In questo senso se gli Stati europei facessero più debito, garantito dalla Bce, avrebbero le risorse per finanziare nuovi Piani di intervento pubblico, in grado come il PNRR di spingere la domanda, senza che questo possa riverberarsi troppo sui tassi di interesse e soprattutto li renderebbe sostenibili attraverso l’incremento del Pil. Risulta così evidente che l’Europa di questa Commissione è devastante; anche perché il sospetto vero è che l’austerità punti alla distruzione degli Stati sociali per costringere la popolazione europea a destinare tutti i propri risparmi alla finanziarizzazione della Borsa americana dove stanno arrivando le tre operazioni del secolo. La quotazione di SpaceX, Anthropic e OpenAI, per cui serviranno 5.000 miliardi di dollari.

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27/04/2026

24 miliardi di costi energetici aggiuntivi per la UE in due mesi di aggressione all’Iran

Il messaggio che è arrivato dalla Commissione Europea con la presentazione, il 22 aprile, del piano AccelerateEU, “per far fronte all’aumento dei costi energetici e ridurre ulteriormente la dipendenza dai mercati volatili dei combustibili fossili”, è di quelli che palesano l’entità del danno provocato dall’aggressione all’Iran, e anche la debolezza della risposta di Bruxelles.

Dan Jørgensen, Commissario UE per l’Energia, ha presentato insieme alla Vicepresidente Teresa Ribera un pacchetto di misure per far fronte alla mancanza di carburanti e all’incremento dei prezzi energetici, e non ha nascosto la realtà economica brutale che l’imperialismo scaricherà sulle tasche delle classi popolari: secondo la Commissione, i costi aggiuntivi dovuto alla crisi nel Vicino Oriente ammontano a circa 500 milioni di euro al giorno, per un totale di 24 miliardi di euro.

Parliamo, per capire l’entità del danno, di un incremento di spesa di circa un milione al giorno per cittadino UE dal 28 febbraio a oggi. Non sorprende, dunque, che Jørgensen abbia dichiarato che le crisi che viviamo è “probabilmente grave quanto quella del 1973 e del 2022 messe insieme”, aggiungendo che “ci attendono mesi, o forse addirittura anni, molto difficili”.

Questo perché, ha ricordato il Commissario, oltre al blocco dei flussi c’è da ricostruire ampi pezzi dell’infrastruttura del gas dei paesi del Golfo. I mercati lo sanno, e la previsione che ne deriva è automatica: i prezzi non si stabilizzeranno ai livelli prebellici per molto tempo. Ma la strategia di Bruxelles per arginare il colpo appare come una toppa raffazzonata, e persino contrastata ai vertici comunitari.

Le raccomandazioni di AccelerateEU agli stati membri contengono l’esortazione a fornire buoni energetici (voucher), redditi di sostegno e tariffe sociali per le famiglie più vulnerabili; l’introduzione di abbonamenti unici a tariffa flat per bus e treni, incentivi per le cargo bike e il congelamento dei prezzi dei biglietti ferroviari; incentivi fiscali per pompe di calore, pannelli solari e la sostituzione delle cucine a gas con quelle elettriche.

Ad aver provocato un certo scontro è stata la richiesta di cinque paesi (Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria, a cui si è aggiunto poi il Belgio) di tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche. La proposta era quella di sviluppare uno strumento europeo al riguardo, ma la Commissione si è limitata a offrire assistenza nell’elaborazione di misure nazionali: per averne una UE, servirebbe una unanimità che non è affatto scontata.

Questo significa che, per non creare svantaggi competitivi, è probabile che nessuno si muoverà in questo senso. E questo immobilismo della UE è anche il risultato di divisioni interne. Jørgensen evoca scenari cupi sulla carenza di carburanti per l’aviazione, mentre il Commissario ai Trasporti Tzitzikostas ha puntato a rassicurare l’opinione pubblica, confermando che non cambierà nulla nella routine del modello che viviamo.

Sembra che siano state proprio queste pressioni a far sì che sparisse, nel testo finale di AccelerateEU, la raccomandazione sull’obbligo di telelavoro per un giorno a settimana. Riassumendo, sono cinque i pilastri dell’intervento promosso da Bruxelles: coordinamento tra i membri; un nuovo Osservatorio sui combustibili; misure tempestive, mirate e temporanee; l’accelerazione del passaggio a energia pulita autoctona; rafforzamento del sistema delle reti, promozione degli investimenti.

Si tratta di opzioni legate più al tentativo di fare “passar la nottata” piuttosto che risolvere nodi strutturali dell’energia europea. Lo scopo è quello di evitare il panico tra consumatori e mercati, che potrebbe tramutarsi nel colpo decisivo a un’industria già fortemente sollecitata. Persino la transizione ecologica è “pensata” in maniera sbagliata, e tuttavia osteggiata anche in questa forma.

Alcuni membri della Commissione rivendicano i successi del sistema ETS (il mercato delle emissioni), che significa semplicemente pagare per inquinare come prima – giungendo persino a finanziarizzare il disastro ambientale – senza necessariamente abbandonare i combustibili fossili. Eppure, da Ryanair alla Confindustria di Orsini, arrivano critiche e richieste di sospensione di quella che viene vista nei fatti come una tassa.

AccelerateEU arriva più o meno contemporaneamente all’ennesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, e alla conferma dell’abbandono del gas russo dall’inizio del 2027. Nonostante in tanti stanno sottolineando che, per amor di condizioni materiali dell’industria europea, sarebbe un suicidio economico e politico recidere del tutto i legami con Mosca. Ma di suicidi del genere, negli ultimi 4-5 anni, la UE ne ha fatti uno dopo l’altro...

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24/04/2026

Carburante aerei, tra poco in aria solo i caccia bombardieri?

Fino a maggio si vola, dopo non si sa

O’Leary rassicura i Paesi europei: «Non ci saranno rischi sicuramente a maggio e probabilmente a giugno perché si riforniscono di carburante da Norvegia, Africa Occidentale, Stati Uniti e Russia, anche se non si può dire». «Unica possibile area a rischio mancanza di carburante – dice – è la Gran Bretagna che prende il combustibile dal Kuwait». L’Unione europea prova a rassicurare: «Mercato carburanti aerei tirato, ma non sono previste cancellazioni voli». Forse. «Il 70% del cherosene è prodotto in Europa e il 30% è importato, di cui solo la metà viene dal Golfo Persico». Ieri l’annuncio di un Osservatorio sui carburanti. Comunque sempre a danno dell’utente: «In ogni caso non potranno essere rimborsati voli cancellati per carenza carburante». Affermazioni su cui litigare da subito.

I dati di fatto e le furberie

Ottimismo di maniera, e la mani avanti sulle probabili cause per danni. «Non sono previste grandi cancellazioni voli nelle prossime settimane», la nuova versione, con la rivelazione chiave a seguire. «Le linee o i voli annullati a causa degli alti prezzi del carburante». Risparmi a danni dei passeggeri, riconosce lo stesso commissario Ue ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, che prova a giustificare le compagnie aeree. «Dall’inizio della crisi in Medio Oriente, i prezzi del carburante per aerei sono più che raddoppiati, e questo ha spinto molte compagnie a ridurre, o addirittura a tagliare, alcune linee, che non avevano alcun senso dal punto di vista finanziario. Le linee che erano sul punto di diventare redditizie non lo sono più, quindi la cancellazione di linee o voli non ha nulla a che vedere con la presunta mancanza di carburante per aerei».

L’Europa in volo o a terra?

L’Ue delle promesse. «I carburanti per gli aerei, come sapete sono parte di un mercato globale che coinvolge produzione, importazioni e scorte. L’Europa ha anche una capacità di raffinazione interna rilevante: il 70% del cherosene è prodotto in Europa e il restante 30% è importato, di cui solo la metà viene dal Golfo Persico». E allora? «Ora i mercati dei carburanti per aeronautica sono più tirati del normale (ma và!). Stiamo monitorando la situazione molto da vicino assieme ai paesi membri per ogni parte industriale, ma lasciatemi rilevare che l’Europa mantiene scorte di emergenza e che queste scorte possono essere e saranno rilasciate solo se necessario. A questo stadio il mercato sta gestendo la pressione e non ci sono prove di penurie», prosegue Tzitzikostas. E i voli cancellati perché non più convenienti per il concessionario del volo?

Va tutto bene, «ma comunque»

«Tuttavia dobbiamo essere preparati. Domani delineeremo i nostri piani per mettere a riparo l’Europa dall’impatto della crisi sui combustibili fossili, e qui il coordinamento è cruciale. Domani annunceremo la creazione di un nuovo osservatorio sui carburanti che monitorerà le forniture di carburanti e, ovviamente, cominceremo con i carburanti per l’aeronautica». Domani di ieri, sperando sia davvero oggi.

‘Accelerare su transizione green’

Tornano i buoni proposti cancellati dalle pessime convenienze del recente passato (compiacere il Trump fossile e petrolifero). «Dobbiamo accelerare l’attuazione del piano di investimenti per i trasporti sostenibili, perché è evidente che dobbiamo accelerare la nostra transizione: non si tratta solo di proteggere l’ambiente, ma la nostra autonomia strategica dipende da questo». Scusi Commissario, lei e la Commissione, dove eravate prima della follia di Trump-Netanyahu in Iran? E il neo virtuoso Tzitzikostas, ricorda di aver scritto alle capitali a inizio mese per esortarle a «incrementare rapidamente la produzione di carburanti sostenibili per l’aviazione e il trasporto marittimo in Europa, accelerando anche l’elettrificazione del trasporto su strada». L’invocazione di un futuro lontano col valore di una invocazione. Per la Commissione Europea – l’acqua calda brucia – «la disponibilità di carburante per gli aerei è una priorità». Lo ha detto la portavoce dell’esecutivo Ue Eva Hrncirova, a Bruxelles. «In questo momento non ci sono carenze di carburanti nell’UE, ma la situazione non è ideale». Applauso.

No ai rimborsi per carenza di ‘jet fuel’

La carenza di carburante è ‘una circostanza straordinaria’ e, per questo, non da ‘necessariamente diritto al risarcimento in caso di cancellazione del volo. Diversamente, se un volo viene annullato a causa dell’eccessivo costo di jet fuel, il diritto al risarcimento sussiste, non essendo quest’ultima una circostanza straordinaria. Così Tzitzikostas al termine della ‘videocall’ dei ministri dei 27. Il commissario ha anche aggiunto un dato: «In questa fase il mercato gestisce la pressione e non ci sono indicazioni di ammanchi veri e propri di jet fuel». Vedremo presto chi la vince tra passeggeri e compagnie aeree, con Remocontro che teme di conoscere già adesso la risposta che verrà.

L’esibizione delle ovvietà

La portavoce Ceca ha difesa il ruolo della Commissione. «Prepararsi per diversi scenari. Anche se “abbiamo una capacità significativa di raffinazione del petrolio (ma non sufficiente a coprire l’intero fabbisogno, ndr). Tutto dipende da come si svilupperà la situazione nel Medio Oriente». Altra affermazione da applausi. Hrncirova ha poi ricordato le regole Ue sulla tutela dei passeggeri aerei. Il problema delle possibili carenze di carburante per gli aerei in vista delle vacanze estive riguarda molte persone: l’incertezza al riguardo sta già avendo effetti tangibili sulle prenotazioni in vista dell’estate (la compagna scandinava Sas ha annunciato la cancellazione di un migliaio di voli a causa del caro carburante). Ancora rassicurazioni ottimistiche?

Il capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Fatih Birol ha detto due settimane fa, in una intervista all’Ap, che l’Europa dispone di carburante per gli aerei «solo per sei settimane e ha definito la situazione globale davvero critica».

Basta favole

Dopo gli aerei, a rischio navi e traghetti, avverte il ministro cipriota dei trasporti, Alexis Vafeades, al Consiglio Ue a Bruxelles. «L’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare un problema a breve termine di approvvigionamento di carburante e un problema di domanda sul medio e lungo termine”, ha aggiunto il ministro, che rappresenta la presidenza Ue. Ma allora, chi ha ragione? Chi minimizza e rassicura o chi lancia l’allarme e sottolinea i rischi? Il presidente dell’Associazione spagnola delle compagnie aeree, Javier Gandara, ha affermato che «in Spagna la fornitura di cherosene per gli aerei è garantita». Ma il trasporto aereo è una ragnatela planetaria interconnessa, e nessun mercato può ritenersi immune. Sarà una difficile estate, sperando non accada a di peggio.

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22/04/2026

Doccia fredda sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea

Da Francia e Germania, con due documenti diversi, è arrivato uno stop alla rapida adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Zelensky, come noto, punta all’adesione all’Ue come uno dei principali risultati di qualsiasi accordo di pace con la Russia sostenendo che il suo Paese dovrebbe entrare a far parte della Ue già nel 2027. Ma i principali Stati membri dell’Ue si sono messi di traverso rispetto alle proposte avanzate dalla Commissione europea per accelerare l’adesione dell’Ucraina e garantire così a Kiev benefici immediati.

Le controproposte tedesche e francesi sull’Ucraina, sono state visionate e rese note dal Financial Times, e smorzano ogni speranza di Kiev di poter ottenere uno status privilegiato nella sua candidatura all’adesione alla Ue.

La Germania propone di assegnare all’Ucraina lo status di “membro associato”, il che consentirebbe a Kiev di partecipare alle riunioni ministeriali e dei leader, ma senza avere il diritto di voto e senza “applicazione automatica” del bilancio comune dell’Ue. La Francia definisce questo livello di adesione intermedia come “status di Paese integrato”, in base al quale però l’accesso alla “politica agricola comune e ai finanziamenti europei, come la politica di coesione, dovrebbe essere posticipato a una fase successiva all’adesione”.

Nonostante la frenesia della Von der Leyen e della Commissione europea, la grande maggioranza degli Stati membri dell’Ue nutre il profondo timore che concedere a Kiev e ad altri candidati un’adesione accelerata possa sconvolgere le già “movimentate” dinamiche politiche interne dell’Unione e minare il valore dell’adesione stessa.

Stando a quanto riferito al Financial Times da due alti funzionari della Commissione, il contenuto generale dei documenti di Francia e Germania sarà “probabilmente” molto simile alla proposta finale che la Ue presenterà all’Ucraina.

Le proposte franco-tedesche giungono dopo il rifiuto pressoché unanime del concetto di “allargamento inverso”, una forzatura proposta dalla Commissione, che prevede la concessione all’Ucraina della piena adesione senza che questa abbia però soddisfatto tutti i criteri dell’Ue, per ottenere successivamente e gradualmente benefici finanziari e di altro tipo al raggiungimento di determinati obiettivi in vari settori politici.

La differenza fondamentale tra l’idea della Commissione sull’allargamento invertito e le posizioni di Parigi e Berlino – spiega il Financial Times – ruota attorno al momento in cui l’Ucraina potrà definirsi membro dell’Ue e acquisire il diritto di voto nei consigli decisionali dell’Unione. Inoltre la procedura di adesione rapida per l’Ucraina includerebbe anche la clausola di difesa reciproca dell’Ue, considerata uno dei principali vantaggi politico-militari per Kiev, anche alla luce del fatto che l’adesione alla Nato è esclusa nel prossimo futuro.

L’adesione accelerata dell’Ucraina all’Ue entro il 2027 è stata avanzata con forza dal presidente ucraino Zelensky, il quale sostiene si debbano riconoscere all’Ucraina i progressi delle riforme nonostante la guerra, oltre al fatto che l’adesione all’Ue rientra tra le garanzie di sicurezza in un eventuale accordo con la Russia.

“Tra i rischi che potrebbero verificarsi nel caso in cui l’Ucraina entrasse a far parte dell’Ue prima della conclusione del conflitto vi è in primo luogo la potenziale “importazione” della guerra all’interno dei confini dell’Unione” – sottolinea l’ISPI – “La perdita della “cintura” che oggi separa l’Unione Europea dalla Russia significherebbe per l’UE una vicinanza più diretta con un attore geopolitico ostile”.

Certo, il rinvio dell’adesione dell’Ucraina alla Ue rivelerebbe anche la caducità di cinque anni di propaganda europeista sul sostegno a Kiev. Ma alle porte di Bruxelles nella sala d’attesa non c’è solo l’Ucraina.

Un’accelerazione per Kiev apparirebbe guidata principalmente da logiche geopolitiche, rischiando di incrinare aspettative consolidate tra gli altri paesi candidati (di cui almeno sei sono nei Balcani, ndr), ragione per cui secondo l’ISPI “Ciò potrebbe alimentare risentimento da parte loro, rafforzare le accuse di “doppi standard” e, nel lungo periodo, indebolire l’influenza europea nella regione, a vantaggio di attori terzi, in primis la Russia”.

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18/04/2026

La UE degli asini che volano

Continua a girare questa fiaba derelitta per cui l’aggressione statunitense all’Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.

Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la “concorrenza sleale” cinese.

Ok, giusto per intenderci.

La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l’approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.

Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l’Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia…).

Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l’attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.

Al contempo, chi parla di “concorrenza sleale” della Cina è rimasto all’epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell’intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.

Dunque, per capirci, la Cina sta scalzando l’Occidente (e l’Europa in particolare) come “officina del mondo”, sta occupando fette di mercato industriale e tecnologico sempre più grande, sta al contempo aumentando il proprio potere d’acquisto interno, diventando essa stessa un grande mercato, e sta ottenendo petrolio a costi competitivi dai suoi vicini, Russia in testa.

Lo sta facendo serenamente, anche perché l’unica vittima sacrificale della guerra di aggressione israelo-statunitense all’Iran è – chi se lo sarebbe mai aspettato? – proprio l’Europa.

Quell’Europa che, dopo essersi ripetutamente sparata su entrambi i piedi e nelle mutande, sanzionando l’Iran, lasciandosi distruggere il North Stream 2, rinunciando al petrolio russo, litigando con la Cina per la via della seta, sanzionando il mercato russo e delocalizzando le industrie in Asia (per poter abbassare i salari al proprio interno), ora, di fronte alla doppia chiusura ermetica del Golfo Persico si ritrova:
– senza approvvigionamenti energetici,
– con mercati di sbocco ristretti per le proprie merci,
– con costi di produzione fuori mercato,
– con un mercato interno impoverito dalla perdita di potere d’acquisto dei propri lavoratori,
– con Lady Ursula che ti spiega, con il suo sorrisetto da garrota, che:
1) “l’energia meno costosa è quella non usata” (ricordate “Take that Putin!” rinunciando alla doccia calda? quella roba là) e che; 
2) il nostro errore è stato di non essere stati ancora più veloci nell’elettrificazione del sistema (mentre il 90% della produzione di impianti fotovoltaici è oramai cinese).

In un’immagine. Ci siamo confezionati un nodo scorsoio facendo terra bruciata verso tutti i partner utili, ci siamo messi un cappio al collo indebolendo il nostro tessuto industriale e il mercato interno, abbiamo insaponato il cappio inventandoci un green deal per fare qualche favore a zii e cugini dei commissari europei, e infine, quando gli americani hanno dato un calcio alla sedia, abbiamo cercato con voce strozzata di ringraziarli per il GPL a prezzi esorbitanti. Orgoglio europeo.

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10/04/2026

Razionamenti e limiti ai condizionatori. Ma l’austerità non si tocca

Il Commissario UE per l’Energia, Dan Jørgensen, ha lanciato un monito molto chiaro alle capitali europee, attraverso delle dichiarazioni al Financial Times: evitare che lo shock energetico si trasformi in una crisi del debito. La Commissione Europea sta premendo sui membri UE affinché i sussidi, i tagli alle accise e i tetti ai prezzi siano limitati nel tempo e nella portata.

Si tratta molto spesso di misure che aiutano più la domanda e gli speculatori che i consumatori comuni (così è nel caso italiano), ma per Bruxelles il nodo centrale è ribadire l’intoccabilità dell’austerità europea, che viene “piegata” (non cancellata) solo per il riarmo. Il cappio dell’architettura europea, per quanto si sia dimostrata inadeguata alla nuova fase storica, continua a essere difeso.

Dopo l’inevitabile sospensione del Patto di Stabilità con la pandemia da Covid-19, ora la UE vuole evitare il bis del 2022, quando la crisi energetica dovuta all’esplosione del conflitto in Ucraina produsse un estremo rialzo dell’inflazione, una risposta da manuale neoliberista, ovvero con l’aumento dei tassi di interesse, e l’esplosione del costo del servizio del debito insieme a politiche di deficit considerate eccessive.

Il rapporto debito/PIL dell’Unione è salito dal 77,8% di fine 2019 all’82,1% registrato alla fine dello scorso anno. L’aumento degli investimenti militari dal 2022 ha ulteriormente messo sotto pressione i bilanci. Anche Christine Lagarde, presidente della BCE, ha ribadito la necessità di politiche temporanee, mirate e calibrate su fragilità specifiche del mercato.

Il commissario UE all’Economia, Valdis Dombrovkis, ha appena affermato che, per la Commissione, la crescita quest’anno sarà inferiore dello 0,2-0,4%, ma potrebbe crollare anche dello 0,6%, con una perturbazione economica più lunga di quella che ora viene prevista.

Appare chiaro che sono tutte crisi che il capitale su base continentale si è “autoprodotto”: le sanzioni, il dirottamento dei margini di spesa verso la difesa, la compressione della domanda interna mentre il modello export-oriented deve confrontarsi con una geopolitica di guerra, la distruzione degli apparati pubblici e l’abbandono di una reale transizione energetica, il reiterare politiche economiche fallimentari nel pieno di una crisi strutturale.

Questo insieme di vincoli che la UE si è posta impongono una e una sola alternativa: scaricare sulla vita quotidiana di milioni di cittadini i costi di una scelta strategica guerrafondaia e di un modello di sviluppo costruito sullo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dei servizi pubblici. Tradotto: imporre razionamenti e limitazioni ai consumi.

Sia chiaro che la crisi innescata dall’aggressione imperialista all’Iran non avrà confini, e non finisce con l’appena concordato cessate il fuoco. La distruzione di infrastrutture fondamentali nel Vicino Oriente, data l’interconnessione dei mercati, avrà effetti di lungo periodo sulle forniture e sui prezzi per tutti. Ma è anche chiaro che il conflitto ha in qualche misura imposto a tappe forzate una ridefinizione importante della geopolitica dei combustibili fossili, e nel pieno della tempesta la soluzione è ridurne l’utilizzo.

Dal 28 febbraio, inizio delle ostilità, la fattura energetica dell’UE è lievitata di 14 miliardi di euro. Per questo sempre il Commissario all’Energia, scrive El País, ha presentato ai ministri dei Ventisette una serie di iniziative a breve termine ispirate alle raccomandazioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia.

Tra queste misure vi si trova la riduzione dei limiti di velocità di almeno 10 km/h sulle autostrade, incentivi massicci allo smart working per ridurre gli spostamenti (e anche alla didattica a distanza dove possibile), controllo rigoroso delle temperature negli edifici pubblici, promozione di treni ad alta velocità e notturni per sostituire i voli interni. Sul medio periodo, restano sul tavolo il tetto al prezzo del gas e gli acquisti congiunti a livello europeo.

Se la storia si ripete come farsa, appare chiaro che questo è il ritorno della massima draghiana sulla “pace o i condizionatori”. Quando ci si avvia sulla strada della guerra invece che della cooperazione e della soluzione comune delle tensioni, non si torna indietro. L’imperialismo ha innescato l’esplosione di una serie di contraddizioni che investiranno pesantemente tutto il nostro modello di vita, che sia stato previsto o meno, che venga venduto dalla propaganda come lo scotto per una supposta superiorità morale o meno.

E il prezzo da pagare potrebbe essere ancora più alto di quello che si immagina. Il blocco delle rotte commerciali ha colpito duramente la produzione di fertilizzanti, un settore chiave che potrebbe trascinare con sé l’agricoltura di vari paesi, innescando una crisi alimentare globale. Anche la catena di approvvigionamento dei medicinali è sotto osservazione.

Se non si isolano e rompono immediatamente le cause di questa catena di destabilizzazione (che sono evidentemente il suprematismo sionista e l’imperialismo statunitense ed europeo), la strada è tracciata. Verso il baratro.

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18/03/2026

UE potenza atomica? Il ritorno al nucleare tra menzogna green e volontà di potenza

La Von der Leyen prende una posizione netta durante il vertice sul nucleare convocato a Parigi da Macron il 10 marzo scorso: “credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”.

Il nucleare è strategico nella nuova fase in cui, a detta della stessa Von der Leyen “L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà” e l’UE lavora da anni a questo nuovo assetto, innanzitutto creando le condizioni per cui gli Stati riprendano iniziativa e investimenti.

I principali veicoli sono stati e continuano ad essere:
- la narrazione sulla “neutralità climatica” della fissione nucleare – dal 2021, con l’inclusione nella tassonomia delle fonti considerate sostenibili sui mercati europei;
- quella dell’autosufficienza strategica – dal 2022, con il coinvolgimento diretto dei Paesi UE nello scontro con la Russia tramite l’imposizione di pesanti sanzioni, e la successiva formulazione di un piano RePower EU.

L’UE non si è risparmiata neanche in proiezioni negli ultimi anni. Ricordiamo le stime di Breton (commissario europeo al Mercato Interno) che nel 2024 stimava che le centrali nucleari di nuova generazione avrebbero richiesto un investimento di 500 miliardi di euro da lì al 2050 – e i fondi hanno iniziato a stanziarli, come previsto anche dall’ultimo programma quadro Horizon Europe 2028-2034 che prevede 9.7 miliardi per il programma di ricerca e finanziamento EURATOM 2028-2034, per l’innovazione nel settore nucleare.

Sempre di sostegno agli investimenti nel settore parla la Presidente della Commissione europea, che a questo scopo annuncia 200 milioni di euro, con particolare attenzione agli Small Modular Reactor. Questo, come abbiamo approfondito precedentemente, non implica avanzamenti tecnologici significativi o aumenti di efficienza, ma ha come scopo principale l’apertura del mercato ad attori privati.

È quindi chiaro che siamo al punto di svolta di un processo avviato da anni. In particolare, il passaggio sempre più veloce dalla competizione economica alla guerra guerreggiata ha legato in maniera sempre più stretta il ritorno al nucleare e il processo generalizzato di riarmo. Lo stesso programma Horizon28-34 è totalmente incardinato sul dual-use, secondo le indicazioni fornite dai report di Draghi, Letta, Heitor e Niistro.

Se il rincaro del prezzo del greggio, con le navi ferme nello stretto di Hormuz, è il gancio perfetto per ravvivare la propaganda sulla sovranità energetica, è evidente che il nucleare non possa essere una risposta immediata alla crisi. È invece chiara la volontà dell’UE di farne uno dei cardini strategici al livello energetico e militare, come dimostra il piano per il nucleare militare lanciato sempre da Macron una settimana fa, che coinvolge per ora 8 Paesi europei: Gran Bretagna, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Polonia, Svezia e Grecia.

Anche questa questione non emerge da pochi giorni: con l’avvento di Trump e il ridisegno degli equilibri “euro-atlantici” (tra gli attriti economici tra Unione Europea e USA e il disimpegno statunitense nella NATO), la Francia aveva già avanzato l’ipotesi per i Paesi europei di svincolarsi definitivamente dall’alleanza, nell’ottica di una difesa europea e di un ombrello atomico a guida francese.

Particolarmente preoccupante l’affermazione del Presidente francese sul fatto che aumenteranno le testate atomiche, contemporaneamente cessando di dichiararne pubblicamente il numero. Siamo davanti ad un occidente che rimpolpa il proprio arsenale tentando di imporre con la forza il proprio dominio su un mondo ormai multipolare. E nonostante si sia dimostrato in ogni caso l’aggressore (l’interventismo in Ucraina, il rapimento di Maduro in Venezuela e il recente attacco all’Iran sono solo gli ultimi della serie storica) continua a porsi su un piedistallo morale da cui imporre un ordine fondato sulla violenza.

Dietro l’aggressione all’Iran c’è proprio la presunzione di poter decidere chi può o non può sviluppare un programma nucleare, giustificando così un attacco “preventivo”, proprio da parte degli unici che storicamente hanno sganciare due bombe atomiche – gli USA, sul Giappone. Nell’ultimo secolo la minaccia atomica è sempre venuta dall’Occidente, lo stesso che ha esportato guerre in tutto il mondo usando la scusa del nemico esterno esattamente come si cerca di fare in questo momento.

Il problema non è quindi solo Trump e non è solo Netanyahu: le classi dominanti europee sono totalmente complici delle loro politiche e non hanno alcuna volontà di condannarle o di arginarle – anzi contribuiscono attivamente ad avvicinarci sempre più velocemente al baratro ambientale e alla guerra.

Da questo punto di vista il Governo Meloni, come ben sappiamo, è l’ultimo di una serie di esecutivi che hanno accettato supinamente i passaggi sul rilancio della fissione. Tuttavia, anche in un contesto di accelerazione, è innegabile che ne abbia fatto un cavallo di battaglia nella retorica della “sovranità”... nonostante sia lo stesso Macron ad ammettere, nel corso del suo intervento al vertice, che proprio la filiera dell’uranio è quella più vincolata alla Russia, riaffermando implicitamente la centralità delle mire europee sul continente africano – dalla Francia all’Italia, che con il Piano Mattei prova a dotarsi dello strumento adatto per portarle avanti.

I governi italiani sono stati infatti (e quello attuale dimostra a maggior ragione di esserlo) totalmente complici di questo disegno, e nonostante la Meloni si finga equilibrista in un clima di profondo malcontento rispetto alle possibili conseguenze dell’ennesima crociata occidentale, l’esecutivo è in realtà già schierato sin dal proprio insediamento dalla parte degli armaioli, del genocidio, della devastazione dei territori e del Pianeta.

Proprio il Ministro Pichetto Fratin, promotore del DL sul “Nucleare sostenibile” (disegno che contestiamo ormai da un anno) sbandiera durante il vertice l’impegno italiano nel triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050; e mentre formalmente ancora non aderisce alla cordata dei Paesi per il nucleare militare, si muove per studiare la fattibilità di sommergibili a propulsione nucleare.

Ecco perché nonostante la propaganda, i fatti dimostrano che l’UE tenta da anni di cavalcare la narrazione green come strumento per rilancio economico e tenuta nella competizione globale, gradualmente abbandonando la falsa transizione ecologica in favore della vera transizione bellica – uno schiaffo in faccia alle centinaia di migliaia di persone (soprattutto giovani) che negli anni passati abbiamo visto scendere in piazza nella speranza che l’UE intraprendesse la strada della neutralità climatica.

Lo diciamo da allora e lo ribadiamo oggi più che mai: nessun tradimento da parte di queste classi dirigenti, ma solo la rivelazione che le scelte prese in materia energetica ed economica (dal liberismo sfrenato alla green economy al keynesismo militare) non sono mai state mosse da fini ecologisti ma dalla volontà politica di aumentare la competitività del polo europeo a scapito di ricadute sempre più gravi sui territori.

Quindi basta illusioni, è necessario mettersi al lavoro approfondendo l’analisi e dotandosi degli strumenti adatti per portare avanti oggi una battaglia necessaria per scongiurare il baratro climatico e ambientale, mettendo in discussione gli attuali rapporti di produzione per uscire dal perimetro dello sviluppo capitalista che ci ha portati fino a questo punto. È la storia oggi ad imporci la scelta di organizzarci – a noi il dovere di assumerla.

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15/03/2026

La UE mette in soffitta il diritto internazionale e getta la maschera

Le parole pronunciate da Ursula von der Leyen in occasione della Conferenza annuale degli ambasciatori UE, che si è chiusa due giorni fa, rappresentano una di quelle rare volte in cui potremmo sentire una – parziale – verità uscire dalla bocca della politica tedesca: “l’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà”.

La presidente della Commissione Europea ha poi aggiunto: “difenderemo sempre e sosterremo il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati, ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi”.

Le verità sono solo nel fatto che il vecchio ordine internazionale è superato, e che il “sistema basato sulle regole” (che non è sinonimo di diritto internazionale, sia chiaro) era uno strumento per “difendere i nostri interessi”. Tale ordine, con Washington al centro, è stato usato con piacere dai paesi europei, anche se sapevano che era costruito con un doppio standard, per favorire sempre il più forte, come ha detto il primo ministro canadese al Forum di Davos.

Ora che gli USA pretendono che il Vecchio Continente torni un vassallo e non un competitor, l’ordine e le regole non sono più convenienti perché gli europei non sono più nello schieramento del più forte. Anzi, ne sono il primo bersaglio. E allora sono altri gli strumenti che la UE deve trovare per diventare un attore della competizione globale a pieno titolo.

Sono tre le priorità indicate dalla presidente della Commissione: la nuova Strategia della Sicurezza europea, i rapporti commerciali con paesi terzi per diversificare le fonti di approvvigionamento, una diplomazia che sia pensata in maniera pratica per raggiungere risultati. “L’obiettivo è renderci più resilienti – ha detto von der Leyen – più sovrani e più potenti”.

Chi voleva capire, lo poteva già fare nel gennaio 2021. Allora, il ministro francese dell’Economia aveva pubblicato da un paio d’anni un libro in cui parlava della UE come di un “nuovo impero”, e in concomitanza con un viaggio in Italia aveva affermato: “l’Europa deve dimostrare di poter usare la potenza al servizio di buoni propositi”.

Le Maire non si stava inventando nulla di nuovo. Riproponeva, nella formula da XXI secolo, la stessa trita retorica imperialista e anche imbevuta di suprematismo, che indica la necessità di una politica di potenza che porti la civiltà lì dove manca. Ovviamente, uccidendo e depredando tutto ciò di cui si ha bisogno.

Che la UE fosse un progetto imperialistico è stato detto esplicitamente da uno dei principali esponenti della classe dominante europea. Ma nel frattempo, sono passati cinque anni piuttosto turbolenti. Anni in cui i dirigenti di questa costruzione continentale, sia a Bruxelles che nelle capitali nazionali, si sono dimostrati privi di una solida visione strategica, e anzi talentuosamente capaci di sbagliare quasi ogni scelta significativa.

Ora i vertici europei devono trovare una qualche soluzione, e von der Leyen è tornata sul tema dell’assetto istituzionale, come fosse una panacea a tutti i mali, ma ha volontariamente ignorato i profondi problemi strutturali delle economie europee. La loro crisi vuole essere superata col riarmo, e difatti solo la proiezione geopolitica è evidenziata dalla politica tedesca.

“Abbiamo urgente bisogno – ha detto – di riflettere sul fatto se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti progettati in un mondo post-bellico di stabilità e multilateralismo – abbiano mantenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito – con tutti i suoi tentativi benintenzionati di consenso e compromesso – sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico”.

Sarebbe interessante sentire l’elenco dei “tentativi benintenzionati di consenso e compromesso”. Chissà se c’è lo smembramento della Jugoslavia, la guerra in Libia, gli accordi di Minsk usati per prendere tempo e armare l’Ucraina, parola di Merkel... Ma lasciamo perdere una tale affermazione.

Ciò che qui interessa sottolineare è che, secondo la presidente della Commissione, una politica estera costruita sulla risoluzione pacifica dei conflitti ti fa apparire debole. Questo problema sembra non colpire solo la Cina, ma tant’è. C’è “bisogno di una politica estera più realistica e dettata dagli interessi. […] La sicurezza deve diventare il principio organizzativo della nostra azione, deve essere il nostro mindset predefinito”.

A rincarare la dose è arrivata anche l’Alta rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas. Forse la più guerrafondaia degli alti uffici della UE, Kallas ha dato dimostrazione del suo acume politico affermando che l’attacco russo all’Ucraina ha reso chiaro al mondo “che non c’è più responsabilità per le proprie azioni, le regole sono state buttate fuori dalla finestra”.

Per quello, poco prima, la sua collega alla Commissione ha detto che il loro stesso ordine basato su regole e una postura mediatrice ha reso la UE debole, e che vanno appunto gettate dalla finestra per trovare nuove leve per fare gli interessi del capitale su base continentale.

In contraddizione l’una con l’altra, ma del resto Kallas è arrivata pure a dire che la pace è la principale priorità di Bruxelles, mentre von der Leyen ha detto che è una perdita di tempo disquisire se l’aggressione all’Iran sia “una guerra scelta o una guerra di necessità”. Insomma, anche il tema delle responsabilità, nel caso di Washington e Tel Aviv, lascia il tempo che trova, e vale solo per gli “altri”.

A chiudere il cerchio, e a confermare questo punto di vista, ci ha pensato l’ultima “signora della guerra” della UE, ovvero la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola. In una recente intervista al giornale Avvenire ha infatti affermato che, per Strasburgo, “il diritto internazionale è la pietra fondante, ma bisogna evitare di abusarne per giustificare un regime tirannico che uccide la sua gente”.

Abbastanza scontato concludere che se il “regime tirannico” non uccide la sua gente, ma quella altrui, come nel caso dei criminali di guerra sionisti che stanno perpetrando un genocidio, allora va tutto bene. Soprattutto se chi uccide è bianco e di cultura occidentale. Insomma, anche Metsola segue la linea di Tajani, per il quale il diritto vale “fino a un certo punto”.

Purtroppo, c’è poco da scherzare in realtà. La presidente del Parlamento ha anch’essa ribadito la necessità che la UE rafforzi competitività e sicurezza. Il che significa, di nuovo, riarmo e politiche antipopolari per finanziarlo, insieme agli investimenti nei settori strategici della produzione attuale.

Uscite così fuori dagli schemi dalla solita propaganda europeista che vuole l’Europa come il “giardino” della democrazia e dei diritti che persino il presidente del Consiglio Europeo, António Costa, si è espresso contro le parole della presidente della Commissione. La quale, ovviamente, col suo discorso cercava di attribuire maggiore centralità a una politica estera decisa da Bruxelles, piuttosto che dai singoli paesi.

Rimangono le mancanze strutturali delle economie europee, oltre al fatto che mettere d’accordo tutti i membri della UE sui passi da fare in un frangente così tempestoso non è di certo facile. Forze centrifughe si sono già mostrate. Ma per von der Leyen, Kallas e Metsola l’unica cosa che importa è ricordare che serve armarsi per fare quel che il diritto internazionale impedisce. Al lettore le conclusioni.

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01/03/2026

Il capitalismo statunitense, piace ancora tantissimo all’Unione europea

di Duccio Facchini

Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.

“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.

Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.

Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.

Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.

Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.

“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.

È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.

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21/01/2026

La “zampata” della Ue con l’accordo sul Mercosur

Il 16 gennaio scorso è stato firmato ad Asuncion, in Paraguay, l‘Accordo di partenariato tra Unione europea e Mercosur. Una vera e inaspettata “zampata” di una Ue piuttosto in difficoltà su molti dossier che merita di essere attenzionata, anche se oggi al Parlamento europeo di Strasburgo si voterà su due mozioni che chiedono entrambe un rinvio dell’accordo dinanzi alla Corte europea di Giustizia per valutarne la validità giuridica. La prima mozione è stata firmata da verdi, sinistra e liberali; la seconda dai partiti di destra.

Un eventuale rinvio davanti alla Corte di Giustizia da parte del Parlamento europeo provocherebbe un posticipo della ratifica parlamentare ma, come già accaduto nel caso dell’accordo Ceta con il Canada, non ne ostacolerebbe l’applicazione provvisoria.

L’accordo Ue-Mercosur, punta ad aprire ai prodotti europei un mercato di circa 295 milioni di consumatori nell’America Latina e a rafforzare gli scambi tra due blocchi regionali che già oggi muovono volumi rilevanti.

Nel 2024 l’interscambio commerciale tra Unione Europea e Mercosur è stato di circa 112 miliardi di euro. Le imprese Ue hanno esportato verso i quattro Paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – beni per 55 miliardi di euro (ci sono poi 29 miliardi di euro di servizi), le importazioni dal Mercosur in Europa sono state di quasi 30 miliardi, cioè poco più di un quarto delle importazioni complessive dai paesi latinoamericani.

Ma le asimmetrie non finiscono qui. C’è anche la qualità degli scambi a delineare una differenza notevole tra i benefici per i due blocchi regionali. La Ue infatti esporta prodotti industriali mentre il Mercosur esporta praticamente solo prodotti agricoli e carne.

L‘intesa prevede la progressiva eliminazione dei dazi. Il Mercosur abolirà le tariffe su oltre il 91% delle merci Ue esportate, con benefici soprattutto per settori oggi colpiti da dazi elevati come automobili, macchinari, prodotti chimici, farmaceutica, abbigliamento e calzature.

Sul fronte più contrastato, ovvero quello agricolo, l’intesa abbassa i dazi sull’export per prodotti europei come vino, cioccolato, bevande. Ma la battaglia attuale si gioca proprio su questo. Le importazioni dall’America Latina di prodotti come carne bovina, pollame, zucchero ed etanolo resteranno limitate, mentre saranno protette 344 indicazioni geografiche europee, vietando le imitazioni.

L’Ue ha poi introdotto ulteriori salvaguardie per i propri agricoltori che dovranno però essere confermate dal Mercosur.

A tale proposito, di fronte al voltafaccia del governo Meloni sull’accordo, gli agricoltori dell’ARI (Associazione Rurali Italiani, che fa parte di Via Campesina) ricordano al governo italiano che il contenuto del trattato non è cambiato dal dicembre 2024 e che non vi era alcun motivo serio per cambiare posizione. “Le clausole di salvaguardia, senza nessuna garanzia della loro effettiva utilizzabilità e tempestività, non sono che una scusa per sostenere il trattato, in quanto sono inadeguate ad affrontare gli impatti locali e strutturali che peseranno sugli agricoltori”.

La valutazione dell’ARI sull’Accordo Ue-Mercosur è severa: “Le multinazionali del settore lattiero-caseario beneficeranno dell’eliminazione di dazi che attualmente arrivano fino al 28%.
I prodotti dell’agricoltura contadina, che trovano nel mercato interno il loro normale spazio di mercato, dovranno affrontare una concorrenza accresciuta con prodotti importati a prezzi ribassati, molti dei quali si avvantaggeranno anche del “contro stagione” poiché alcuni grandi Paesi agricoli del Mercosur sono collocati nell’altro emisfero. I prodotti degli allevamenti, ma non solo, anche quelli dell’ortofrutta saranno sottoposti ad una pressione che farà ridurre ulteriormente il proprio compenso al lavoro contadino”
.

Organizzazioni collaterali al governo come Coldiretti e Filiera Italia hanno ribadito la loro opposizione alla firma dell’accordo Mercosur senza reciprocità chiedendo che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Di fronte agli ulteriori finanziamenti compensativi per gli agricoltori europei hanno dichiarato il loro no allo scambio tra fondi della Pac e Mercosur, ma alla fine sembra che lo accetteranno.

L’accordo Ue-Mercosur visto dall’America Latina

Mentre in Europa a protestare sono stati soprattutto gli agricoltori, in America Latina i critici dell’accordo sono assai più numerosi e articolati.

Il Sole 24 Ore sottolinea come il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva – favorevole all’intesa – ha dichiarato che: “In uno scenario internazionale di crescente protezionismo e unilateralismo, l’accordo segnala il sostegno al commercio internazionale come motore di crescita economica, a vantaggio di entrambi i blocchi. Si tratta di una vittoria per il dialogo, la negoziazione e l’impegno per la cooperazione e l’integrazione tra paesi e blocchi”.

Secondo l’Ispi “Per la UE, rafforzare i rapporti con l’America Latina significa ridurre la vulnerabilità alle catene di approvvigionamento asiatiche e consolidare alleanze in un’area ricca di risorse. Per il Brasile di Lula, al contrario, si tratta di confermare la sua ambizione di attore globale, capace di dialogare tanto con Washington e Bruxelles quanto con Pechino e Mosca”.

Diversamente, per diversi soggetti latinoamericani l’accordo è tutt’altro che la Mecca disegnata dai mass media affascinati dalle meraviglie dei mercati aperti. Le maggiori e fondate preoccupazioni, riguardano l’impatto sul tessuto industriale latinoamericano.

Il presidente dell’Associazione delle Piccole e Medie Industrie Argentina (IPA), Daniel Rosato, ha avvertito ad esempio che il trattato di libero scambio tra il Mercosur e l’Unione Europea potrebbe avere un forte impatto negativo sull’industria locale se non verranno attuate misure preventive di rafforzamento per le piccole e medie imprese. Il dirigente imprenditoriale ha previsto la possibile chiusura di circa il 20% del tessuto delle PMI attuali, già colpito dagli effetti della crisi economica.

Stando a quanto pubblicato da Resumen Latinoamericano, in base alla sua analisi, se non verranno corrette le asimmetrie esistenti, “il trattato si trasformerà in una vera e propria “bomba” per la produzione nazionale e trasformerà l’Argentina in un terreno di contesa commerciale tra le grandi potenze”. La posizione dell’associazione è stata diffusa attraverso un rapporto elaborato dall’Osservatorio dell’IPA, nel quale viene dettagliato l’impatto potenziale dell’accordo sul tessuto produttivo.

Allo stesso modo, Rosato ha avvertito che una maggiore primarizzazione delle esportazioni potrebbe generare un deficit commerciale difficile da sostenere a causa della scarsità di valuta estera. “In queste condizioni, non saremo partner dell’Unione Europea, ma semplici acquirenti”, ha sottolineato.

Secondo l’economista brasiliano Paulo Nogueira Batista Jr., ex vicepresidente della banca BRICS ed ex direttore esecutivo del FMI in rappresentanza del Brasile e di altri dieci paesi, l’accordo colloca il Brasile in una posizione di svantaggio rispetto agli europei.

“L’accordo è di tipo neoliberale, o addirittura neocoloniale. Contribuisce a cristallizzare la situazione in cui il Brasile esporta prodotti primari verso l’Unione Europea e importa prodotti manifatturieri. L’accordo è anti-industriale per il Brasile. Apre il mercato brasiliano gradualmente, fino alla completa liberalizzazione dei dazi per le imprese europee, principalmente tedesche, che sono strutturalmente molto più competitive delle nostre industrie”, ha dichiarato in un’intervista su Rádio Brasil de Fato.

“È un accordo che non avrebbe dovuto essere concluso, poiché è partito da una prospettiva molto negativa, negoziata dal governo Bolsonaro. Il governo Lula è riuscito a fare alcuni aggiustamenti specifici, ma non ha cambiato l’essenza neoliberale e neocoloniale”, ha riassunto Nogueira Batista jr. che pure ha ribadito di rimanere un convinto sostenitore di Lula.

Molto più duro è il giudizio di Via Campesina, che ha criticato l’idea che i diversi Stati membri impongano controlli nazionali più severi sui prodotti provenienti dall’America Latina, comprendendo che le uniche misure nazionali “non hanno senso nella realtà del mercato unico dell’UE, poiché le importazioni alimentari possono essere facilmente deviate verso altri porti dove i livelli di controllo sono ancora più bassi”.

Ad esempio circa il 30% delle sostanze chimiche impiegate in agricoltura in Brasile sono vietate nell’Unione europea. Restano aperti anche i dubbi sull’uso di antibiotici come promotori della crescita, proibiti nell’Ue da quasi vent’anni, oltre alle criticità legate alla deforestazione e ai diritti dei lavoratori. L’eliminazione dei dazi, in assenza di una reale convergenza normativa, rischia quindi di importare nel mercato europeo prodotti realizzati con regole che l’Europa non consente ai propri produttori.

L’accordo Ue-Mercosur come mossa geopolitica

Mentre l’Unione Europea appare in serissime difficoltà nell’azione comune sull’Ucraina come nelle relazioni con l’amministrazione Usa di Trump, nel caso dell’Accordo Ue-Mercosur ha dato invece dimostrazione di capacità decisionale ed ha realizzato una incursione significativa e strategica in quello che Trump considera “il proprio emisfero”.

Occorre rammentare che, a discapito delle esportazioni statunitensi, la Ue è già oggi il secondo partner commerciale del Mercosur dopo la Cina, con una quota pari al 16,9% degli scambi totali.

Secondo Foreign Policy “L’accordo è diventato molto più che commercio: è un segno che l’Europa e gran parte del Sud America stanno perseguendo strategie per aumentare la loro autonomia economica e strategica di fronte al protezionismo e alle minacce militari degli Stati Uniti”.

L’UE avrà ora accordi di libero scambio con quasi ottanta paesi rispetto ai venti americani, rappresentando un riequilibrio fondamentale dell’influenza economica globale.

Frances Burwell, dell’Atlantic Council osserva che questo “rappresenta non solo una perdita economica per gli Stati Uniti, ma anche una perdita geopolitica. I crescenti legami economici tra le imprese UE e Mercosur porteranno inevitabilmente a un maggiore allineamento politico, soprattutto mentre le nazioni dell’emisfero sud bilanciano i loro interessi tra Cina e Stati Uniti”.

Insomma l’Unione Europea, in debito di ossigeno su diversi teatri di crisi come Ucraina e Groenlandia, nel caso dell’America Latina sembra aver menato una notevole “zampata” alle ambizioni egemoniche dell’amministrazione USA, ovviamente a discapito delle esigenze popolari nel Cono Sud del continente americano. Forse gli osservatori e gli analisti, nel valutare l’Accordo Ue-Mercosur, hanno prestato troppa attenzione ai fattori commerciali e troppo poco a quelli geopolitici ma, come ormai dimostra la realtà, entrambi agiscono simultaneamente sulla situazione e disegnano scenari.

Ultim’ora: il Parlamento europeo, ha approvato con 334 voti a favore 324 contrari e 11 astenuti la richiesta di inviare il testo dell’accordo commerciale Ue-Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea per un parere legale. La mozione è stata presentata dai partiti della sinistra (non il Pd che ha votato contro) mentre quelli di destra si sono astenuti. La Ue per l’attuazione definitiva dell’intesa, dovrà attendere l’esame della Corte, che potrebbe prendere mesi. Solo dopo il parere il Parlamento europeo potrà votare la ratifica finale dell’accordo. La Commissione europea, come avvenuto per l’accordo di libero scambio con il Canada, potrebbe procedere con l’applicazione provvisoria ma al momento questo scenario sembra escluso. In questo mondo alla rovescia, logica avrebbe voluto che la Commissione firmasse l’accordo Mercosur solo dopo l’approvazione del Parlamento e non prima. Ma questa è la “democrazia” nelle istituzioni europee.

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14/01/2026

L'ultimo pacco della Commissione Europea

Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco ad una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo de facto dei paesi europei, nella declinante Europa il nuovo anno non promette nulla di buono. 

Le politiche economiche, già segnate da manovre finanziarie all’insegna di una rinnovata e impietosa austerità mostrano la loro totale inadeguatezza e nocività nella totale assenza di una politica industriale di indirizzo del sistema produttivo.

Tra le numerose prove di questo indirizzo alla fine del 2025 è arrivato puntuale l’ultimo pacco di fine anno della Commissione europea, il nuovo pacchetto Automotive che implica una revisione delle normative e dei target sulle emissioni per il 2035 e un dietrofront sulla possibilità di immatricolare auto con motore termico anche dopo questa data.

In sintesi, i teorici obiettivi climatici previsti dalla normativa preesistente sono stati affiancati da un approccio presuntamente “più pragmatico” e orientato alla “neutralità tecnologica”.  Concretamente, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di settore passa dal 100% al 90% al 2035, mentre il restante 10% potrà essere compensato attraverso l’uso di combustibili alternativi (e-fuels e biocarburanti) e di acciaio verde prodotto in UE. In altre parole, i produttori di auto europei potranno immatricolare una quota rilevante di auto ibride: un terzo dei mezzi avrà ancora un propulsore termico dopo il 2035.

Insieme alla revisione sulle normative ambientali, il pacchetto prevede un insieme di misure di semplificazione e snellimento burocratico a favore delle imprese che dovrebbe portare a risparmi settoriali di circa 700 milioni di euro.

Per capire perché il nuovo pacchetto europeo di misure per uno dei settori portanti dell’industria europea sia completamente inutile basterebbe inquadrare la freddezza con cui è stato ricevuto dai grandi costruttori europei – Stellantis in primis – e dalle imprese dell’indotto, i veri e propri promotori della svolta normativa europea. Se i primi evidenziano la debolezza dell’impianto normativo dal lato dei veicoli commerciali – i furgoni – e la scarsa flessibilità a disposizione del settore da qui al 2030, i secondi criticano in particolare le condizionalità legate all’utilizzo dei carburanti alternativi e la scarsa chiarezza sul contenuto locale dell’acciaio.

Queste lamentele, tuttavia, tradiscono un’interpretazione della crisi del settore completamente sballata o quantomeno guidata da interessi che non coincidono con quelli dei lavoratori e della difesa della capacità produttiva dei paesi europei. Secondo tale interpretazione, le difficoltà dei costruttori europei sono in gran parte riconducibili all’eccesso di normativa e alla concorrenza sleale dei costruttori asiatici – cinesi in primis – che non sono sottoposti alle medesime restrizioni ambientali e sociali.

Viceversa, un’analisi più approfondita dei trend dell’ultimo decennio mostra in tutta evidenza che il supporto pubblico fornito dallo Stato ai costruttori cinesi insieme a una feroce competizione sul mercato interno – oggi di gran lunga il più grande e il più importante al mondo – ha trasformato l’industria dell’auto cinese, che è oggi in grado non solo di fornire veicoli a prezzi competitivi per le sempre più spremute famiglie europee, ma anche di superare i concorrenti europei e statunitensi dal lato dell’innovazione. Le auto elettriche cinesi non solo costano meno, ma utilizzano anche tecnologie all’avanguardia: i tentativi europei di recuperare il gap innovativo sulle batterie – componente essenziale della filiera elettrica – sono risultati vani, nonostante i fondi pubblici stanziati anche dal PNRR per le gigafactory in Germania e in Italia. 

Del resto per decenni le grandi case europee – Volkswagen, Renault, Stellantis – hanno tentato di delocalizzare gradualmente verso paesi terzi e verso la stessa Cina alla ricerca, rispettivamente, di manodopera a basso costo e di un punto di ingresso nel mercato dell’auto più grande e dinamico del mondo. Se il primo pilastro della pianificazione privata dei costruttori ha sostanzialmente funzionato, consentendo di mantenere i margini riducendo i costi e di svuotare gradualmente gli impianti europei – ed italiani – grazie a licenziamenti o prepensionamenti, il secondo pilastro si è scontrato con il rapido successo dei costruttori cinesi in patria che ha progressivamente ridotto all’osso le quote di mercato appannaggio dei costruttori stranieri.

In questo quadro, il nuovo pacchetto è assolutamente in linea con il recente Piano d’Azione per l’Auto: è un vuoto a rendere. Dietro tante parole e perifrasi si nasconde il nulla cosmico: non un euro addizionale stanziato per recuperare il gap, né tantomeno un piano industriale degno di questo nome. La strategia messa in campo dall’Unione non esiste e quella prospettata dall’industria non è in grado di invertire la tendenza di fondo, ossia quell’indebolimento del tessuto produttivo europeo in un comparto che rischia di trascinarne con sé molti altri data la sua rilevanza sistemica.

Gli impianti di Stellantis in Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, hanno già visto la perdita silenziosa di oltre 10mila addetti, accompagnati alla porta con un pensionamento anticipato o un’uscita concordata.  Ma questo è stato solo un assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi anni. E la cui responsabilità ricade in pieno sui governi nazionali e sulla Commissione europea co-artefici di un modello economico fondato sulla delocalizzazione produttiva e l’assenza di politiche industriali.

Chiunque sia ancora interessato a salvare la filiera dell’auto e garantire i posti di lavoro che tradizionalmente questa ha generato all’interno di un perimetro improntato alla tutela dell’ambiente deve avere ben chiara la necessità di rilanciare la pianificazione pubblica. Senza ingenti risorse indirizzate al raggiungimento di chiari obiettivi produttivi, tecnologici e occupazionali, i paesi europei sono destinati a rimanere nella preistoria tecnologica dell’auto e vedranno in ogni caso svuotarsi gli stabilimenti accentuando tendenze già in atto da anni. Se la politica industriale continuerà a essere dettata da multinazionali che hanno già rinunciato a una loro presenza diffusa sui territori, i licenziamenti e un ulteriore indebolimento dei lavoratori non potranno che essere l’esito disastroso in questo come in altre filiere strategiche.

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06/01/2026

La diplomazia UE ha protetto Israele dalle sanzioni

C’è un deep state negli uffici degli Affari Esteri della UE, quelli di Kaja Kallas per capirci, che da due anni a questa parte ha lavorato in maniera certosina per manipolare le informazioni e nascondere il genocidio perpetrato da Israele, in modo tale da impedire qualsiasi tipo di iniziativa concreta contro Tel Aviv.

Questo è ciò che emerge da una recente inchiesta condotta dalla rivista indipendente francese Mediapart, pubblicata da Cédric Vallet e ripubblicata, tradotta, anche da Il Fatto Quotidiano. Sappiamo bene che, anche attraverso programmi come Horizon, la UE è totalmente complice dell’apartheid e della pulizia etnica a lungo termine portata avanti da Israele. Ma in questo caso, le informazioni rivelate da Medipart mostrano uno scenario inquietante rispetto alla presunta “dialettica democratica” di Bruxelles.

Stando alla rivista francese, ai vertici europei dopo il 7 ottobre 2023 si sarebbero scontrate due visioni: una totalmente appiattita su Israele, portata avanti da Ursula von der Leyen, l’altra rappresentata da Josep Borrell, allora Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, che aveva effettivamente perorato la causa di misure più nette contro Tel Aviv.

Sia chiaro, l’apartheid e la colonizzazione, seppur condannate a parole, non hanno mai visto interventi della UE che potessero esercitare davvero pressione sul governo israeliano. Borrell, il fautore del “giardino europeo”, si è schierato per sanzioni contro Israele solo riguardo alle stragi indiscriminate di civili, e sostenne l’esecuzione del mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu solo perché, come ebbe a dire verso la fine del suo mandato nel 2024, “non si possono fare differenze con Putin”.

Il doppio standard è stato usato largamente, ma anche per Borrell, una volta emesso il mandato, sarebbe stato esagerato far finta che non esistesse. Solo per interesse, da spendere su un altro fronte della deriva bellicista europea, di certo non a difesa dell’autodeterminazione dei palestinesi.

Tuttavia, anche solo un’adesione di facciata al diritto internazionale era troppo per un blocco importante di funzionari (e rappresentanti di interessi) all’interno della diplomazia europea. Sono state alcune figure centrali del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) a fare in modo che ai vertici europei passassero in maniera diretta le posizioni di Tel Aviv, se non addirittura dell’IDF.

Questi funzionari sarebbero Stefano Sannino, Segretario Generale del SEAE fino a inizio 2025, da dicembre indagato per frode ai fondi UE dalla Procura europea; Hélène Le Gal (ex ambasciatrice francese in Israele e direttrice del dipartimento Medio Oriente e Nord Africa); Frank Hoffmeister (il liberaldemocratico tedesco che è direttore del servizio legale).

I tre, nel complesso, sono accusati di aver smussato le dichiarazioni ufficiali, e di aver riscritto rapporti e analisi in modo tale che venissero nascosti o posti in dubbio i crimini israeliani. Avrebbero fatto in modo di far arrivare direttamente a Bruxelles la disinformazione sionista, alla faccia della lotta alle fake news – che riguarda sempre e solo la Russia, o l’Iran, il Venezuela... 

Nel novembre 2023 Le Gal avrebbe fatto in modo di insabbiare un documento di una ventina di pagine redatto dalla task force sulla comunicazione strategica del SEAE, con al centro proprio la disinformazione israeliana. “Ci è stato detto esplicitamente che, su ordine di Hélène Le Gal, era vietato lavorare sulla disinformazione di Israele e il rapporto venne bloccato. Questa è manipolazione dell’informazione a danno degli Stati membri”, denuncia un ex membro della task force.

Largo spazio è stato così lasciato alla diffusione della propaganda sionista sull’UNRWA, ad esempio. Allo stesso tempo, un parere legale della divisione di Hoffmeister, scritto appena un mese dopo il 7 ottobre 2023, sembrava “scritto da un avvocato dell’esercito israeliano”, ha dichiarato un’altra alta funzionaria. Era basato, in sostanza, solo su fonti dell’IDF, ignorando qualsiasi altro rapporto, anche dell’ONU.

Eppure, studi indipendenti ne sono usciti a iosa, da quello di The Lancet sull’entità delle vittime civili fino a quelli di organizzazioni non governative che hanno dimostrato i crimini di guerra e contro l’umanità. Ci sono stati poi i pronunciamenti della Corte Internazionale di Giustizia, della Corte Penale Internazionale, e della commissione di esperti ONU che hanno dichiarato che era in atto un genocidio in Palestina.

Insomma, bastava guardarsi intorno per avere tutte le prove necessarie attraverso cui imporre una qualche sanzione a Israele, a livello comunitario e nazionale. Ma questo di certo non riduce la gravità della manipolazione del deep state del SEAE verso le informazioni che sarebbero dovute diventare quelle ufficiali dei vertici UE.

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21/12/2025

La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo

Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU).

Si tratta di un testo molto lungo, ma che vale la pena leggere in ogni suo dettaglio, perché in maniera incontrovertibile sbugiarda tanta propaganda che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, e della quale i vertici europei sono tra i primi promotori. Ci sono dei motivi che rendono davvero utile questa inchiesta, e li spieghiamo brevemente.

Il primo è la dimostrazione che il Green Deal non è mai stato davvero “green”. Nel senso che ha sempre e solo riguardato un indirizzo da dare agli investimenti, con l'obiettivo da una parte di ridare fiato all’industria in crisi, dall’altra di sviluppare la competitività in un settore su cui Bruxelles aveva puntato per assumere un ruolo importante nella competizione globale.

Poiché l’esplosione dei costi energetici e l’evidente arretratezza rispetto alla Cina hanno fatto naufragare questa illusione, e la guerra per procura in Ucraina ha fatto emergere la dimensione bellica come regolatrice del mondo alla fine dell’unipolarismo occidentale, allora è stata la transizione a un’economia di guerra a diventare il vettore del rilancio economico.

Il secondo motivo è la chiarezza con cui viene esposta non solo l’attività di lobbying delle società del complesso militare-industriale sulla Commissione Europea, ma anche come quest’ultima è stata sin da subito ampiamente disposta a trasformare in “sostenibili” le armi, e si è così prodigata a costruire una cornice legale che legittimasse questo tipo di investimenti.

Bruxelles e le compagnie degli armamenti sono andate a braccetto in questo ribaltamento della realtà. Palazzo Berlaymont ha definito un quadro regolatorio del processo di investimento e valorizzazione dei capitali che caratterizza esplicitamente la UE come lo spazio in cui poter rilanciare la produzione bellica, e farlo ammantando il tutto con una sverniciata di verde.

Infine, terzo motivo: nel fare questo, ha sapientemente cancellato ogni voce critica, e ha anche evitato di rispondere alle domande degli attori coinvolti che ponevano problematiche su questo processo. La storia di Tommy Piemonte raccontata qui sotto ne è una prova chiara.

Dunque, una costruzione politica che fonda il proprio ruolo internazionale sulla guerra, coperta dal greenwashing, in barba ai valori di democrazia che dice di voler difendere. Questo è il sunto dell’inchiesta, alla cui lettura vi lasciamo.

*****

“La guerra è pace, la pace è guerra”. Insieme all’industria della difesa, la Commissione europea sembra aver fatto proprio lo slogan più famoso del distopico 1984 di George Orwell per convincere i mercati finanziari che la produzione di armi può essere considerata sostenibile.

L’obiettivo: aprire le porte del crescente mercato degli investimenti sostenibili o ESG (che promuovono attività ecologiche, sociali o di buona governance), il segmento verde della finanza europea che attira capitali globali per settemila miliardi di euro, secondo gli ultimi dati Morningstar.

Attraverso un linguaggio calibrato, documenti strategici e una serie di incontri ufficiali, Bruxelles ha progressivamente ampliato il concetto di sostenibilità, fino a includere nel suo perimetro settori apparentemente estranei quali la difesa e la sicurezza.

Come rivela questa inchiesta coordinata da Voxeurop, l’evangelizzazione portata avanti dalla Commissione ha legittimato l’aumento dei titoli di imprese del settore della difesa nei portafogli verdi delle società di gestione del risparmio. Produttori di droni come la francese Safran, di bombe come la tedesca Rheinmetall, e di carri armati come la britannica Bae Systems, sono presenti nei portafogli dei fondi verdi per miliardi di euro, la maggior parte dei quali sono gestiti da asset manager globali autorizzati ad operare nei mercati europei.

Per esempio Elbit Systems, primo produttore di armi israeliano e direttamente coinvolto nella guerra a Gaza e nella distruzione delle terre agricole della Striscia, figura oggi in fondi di “transizione climatica” o “ESG”. Così i piccoli risparmiatori europei potrebbero essersi trovati a finanziare senza saperlo quello che le Nazioni Unite hanno definito come un genocidio.

50 miliardi di fondi verdi finiti in carri armati e droni militari 

In soli quattro anni, gli investimenti verdi nell’industria bellica sono più che triplicati. Da 14,5 miliardi di euro nel 2021 a 49,8 miliardi nel 2025. Tra il 2024 e il 2025 la quota di investimenti nel settore è raddoppiata, secondo dati che abbiamo estratto dalla London Stock Exchange Group, una piattaforma internazionale di dati finanziari.

La nostra inchiesta ha analizzato i dati sugli investimenti verdi in 118 tra le società del settore della difesa quotate in borsa con la maggiore capitalizzazione al mondo, cioè quelle con maggior valore di mercato. Abbiamo analizzato 3.037 fondi che dal 2021 al 2025 hanno inserito azioni del settore della difesa nei loro portafogli verdi.

Gli investimenti verdi sono quelli disciplinati dal Regolamento europeo relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (detto Sfdr) in vigore dal 2021, disciplina gli investimenti che promuovono “caratteristiche ambientali e/o sociali” (articolo 8) e per quelli che devono essere propriamente “sostenibili” (articolo 9). Si applica a tutte le istituzioni finanziarie attive nel mercato dell’Unione europea, il più grande al mondo.

Dal 2021 al 2025 il valore di mercato di tutte le società oggetto dell’analisi è raddoppiato raggiungendo i tremila miliardi di euro, l’equivalente del pil della Francia nel 2024. Solo nel 2025 circa 769 fondi verdi hanno accumulato profitti per 7 miliardi di euro tra compravendita di azioni e distribuzione di dividendi da parte delle società attive nella difesa.

“In questo periodo queste aziende hanno generato forti profitti, e investire nella difesa era quindi conveniente”, spiega a Voxeurop Nicola Koch, dell’ong Sustainable Finance Observatory. Tuttavia, aggiunge, “i produttori di armi non possono rientrare nella definizione di investimenti sostenibili perché la funzione ultima dei loro prodotti è quella di ferire, distruggere o uccidere, provocando così impatti negativi sulla vita umana e sugli ecosistemi che non sono in linea con i principi dello sviluppo sostenibile. È quindi di fondamentale importanza la massima trasparenza sui criteri di ammissione e di esclusione e che le preferenze degli investitori al dettaglio siano attentamente chiarite e rispettate durante gli incontri con i consulenti finanziari”.

“Oggi è molto redditizio investire nei produttori di armi. Investire in queste aziende è ancora più lucrativo se sono anche beneficiarie di finanziamenti verdi”, commenta Attiya Waris, esperta indipendente delle Nazioni Unite in materia di debito estero, altri obblighi finanziari internazionali e diritti umani, nonché docente di diritto fiscale all’Università di Nairobi.
 
Quali società hanno tratto maggiori profitti?

Nel 2025 104 società si sono spartite i 49,8 miliardi di euro di investimenti verdi commercializzati da società di gestione del risparmio. Metà di questa somma è andata a 27 società europee. La prima è la francese Safran, con 5,6 miliardi di euro. Seconda è la tedesca Rheinmetall con 4 miliardi di euro.


Tra le dieci società della difesa che attirano più investimenti verdi ci sono anche la tedesca MTU Aero Engines, l’italiana Leonardo, la filiale olandese di Airbus, la francese Thales, la spagnola Indra, la svedese Saab e le britanniche Rolls Royce e BAE Systems. Rolls-Royce, tramite la sua filiale tedesca MTU e BAE Systems producono componenti o sistemi di arma usati dall’esercito israeliano a Gaza.

Uscendo dai confini europei le società statunitensi fanno da padrone: fabbricanti di armamenti come Howmet Aerospace, General Electric, Axon, Boeing, TransDigm e RTX dominano la classifica, attirando 13 miliardi di euro sui 18 destinati a investimenti fuori dall’Unione europea, pari al 70 per cento.

In Europa i principali fondi verdi commercializzati ai risparmiatori comprendono il fondo “ESG Top World”, offerto da DWS in Germania (che investe 95 milioni nella canadese Bombardier) e diversi altri fondi proposti da Montpensier Arbevel. Quest’ultimo propone un “Best Business Model SRI” (dove SRI sta per Investimento sostenibile e responsabile) e un “Great European Models” che hanno investito 60 milioni tra Airbus e Safran, mentre il gigante statunitense BlackRock commercializza in Lussemburgo un “European Equity Transition” che detiene azioni per 24 milioni di euro in MTU Aero Engines, Rolls Royce e Thales.

“La produzione di armi non è sostenibile per definizione. Queste aziende possono già raccogliere tutto il capitale di cui hanno bisogno attraverso strumenti di debito tradizionali, quindi garantire finanziamenti sufficienti non dovrebbe essere un problema per loro”, osserva Nicola Koch. “Non credo che la loro presenza nei fondi verdi sia motivata da considerazioni finanziarie. A mio avviso, il tentativo dell’industria delle armi di essere classificata come sostenibile è motivato piuttosto dalla reputazione, come un modo per dimostrare che l’industria è responsabile”.

Come si è arrivati a questi livelli di investimenti? Il caso di un manager tedesco espulso da una riunione organizzata dalla Commissione Europea racconta la storia di un processo imposto dall’alto e coordinato con le aziende della difesa. 

Le scomode domande del bancario alla Commissione europea

Tommy Piemonte era un manager della banca tedesca Pax-Bank für Kirche und Caritas – “Banca della pace per la chiesa e la carità”. Metà italiano e metà tedesco, da anni lavora nel campo della finanza sostenibile. Il 27 novembre 2024 ha partecipato a un incontro emblematico organizzato dalla Commissione Europea: il Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa dell’Ue, intitolato “Investire nella difesa e nella sicurezza dell’Ue: una nuova priorità politica”. L’incontro aveva un obiettivo preciso: aprire le porte dei fondi sostenibili all’industria della difesa. Lo abbiamo incontrato nel gennaio 2025.

In qualità di rappresentante di una banca etica e membro dell’associazione per lo sviluppo sostenibile Shareholders for Change (“Azionisti per il cambiamento”), Piemonte si aspettava risposte chiare dalla Commissione. Invece, è stato espulso dall’evento dopo aver messo in discussione la presunta “sostenibilità” del settore della difesa.

All’incontro – che riuniva funzionari della Commissione, rappresentanti dell’industria bellica e operatori finanziari – Piemonte, collegato online, ha posto alcune domande semplici: “Perché pensate che sia così importante per l’industria delle armi essere etichettata come sostenibile?”. L’ultima delle sue osservazioni, secondo la ricostruzione che ci ha fornito, gli è costata l’espulsione: “Non date l’impressione che non rispondete alle mie domande solo perché vi sembrano troppo critiche”.

“Mi hanno cacciato senza preavviso. Ero scioccato, mi sembrava una situazione irreale perché io rappresento i finanziatori e gli investitori, soprattutto quelli che hanno a cuore la sostenibilità, cioè il settore al quale era indirizzato questo incontro”, ci ha raccontato Piemonte. “Sei stato allontanato perché stavi disturbando la riunione”, gli hanno poi spiegato gli organizzatori dell’evento via mail.

La ricostruzione è stata confermata da Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica, anche lui presente al Forum: “Quasi tutti i relatori hanno ripetuto lo stesso slogan: non c’è sostenibilità senza sicurezza. È un tentativo esplicito di dimostrare che la finanza sostenibile è compatibile con il settore della difesa”, ha spiegato. “Come se io fossi vegetariano e al ristorante mi servissero una bistecca, dicendo che da oggi tutte le bistecche sono vegetariane” – il Grande Fratello orwelliano non avrebbe da ridire.

Un rapporto interno della Commissione che abbiamo analizzato rivela che gli organizzatori hanno invece apprezzato “discussioni produttive sulle sfide e le opportunità di investimento” nell’ambito di un incontro che, a detta loro, avrebbe promosso “il dialogo tra il settore finanziario, la Commissione e l’industria sugli incentivi agli investimenti nel settore della difesa”.

Le slide dell’evento, che abbiamo ottenuto in esclusiva, confermano questo messaggio. Diversi dipartimenti della Commissione – dalle Direzioni generali per la difesa e lo spazio a quella per la stabilità finanziaria – lavorano per convincere gli asset manager a includere i produttori di armi nei fondi verdi. Anne Fort, vice capo di gabinetto del commissario europeo per la difesa e lo spazio Andrius Kubilius, vi sostiene che “il quadro finanziario sostenibile dell’Ue non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa”.

Joanna Sikora-Wittnebel, responsabile per la finanza sostenibile nella Direzione generale per la stabilità finanziaria, aggiunge: “Il quadro finanziario sostenibile dell’Ue è compatibile con gli investimenti nella difesa”, sottolineando in una slide che “l’Sfdr è neutrale dal punto di vista settoriale”

Armi che “non recano danni significativi”

Per poter essere considerato sostenibile secondo le regole europee un investimento non deve recare danni significativi agli obiettivi di sostenibilità. Per questo motivo la Commissione ha fornito una lista di indicatori chiamati “Principali impatti negativi delle decisioni di investimento sui fattori di sostenibilità” (Principal adverse impacts of investment decisions on sustainability factors).

L’unica menzione del settore della difesa fra questi indicatori è quello di esposizione ad armi controverse (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche). Per la normativa tutte le altre armi come carri armati, droni armati, munizioni o armi da fuoco, e persino le armi atomiche non provocherebbero danni significativi.

“I nostri fondi ai sensi dell’articolo 8 possono investire in società del settore della difesa, a seconda che il fondo segua la nostra strategia di esclusione o la nostra strategia di esclusione estesa”, ci ha detto un portavoce di Swedbank Robur, che nel primo trimestre del 2025 ha investito 1,25 miliardi di euro nel settore della difesa. “Investiamo in società che riteniamo possano offrire ai nostri clienti un rendimento sostenibile a lungo termine. Prima di investire, effettuiamo un’analisi approfondita di tutti gli investimenti nel settore della difesa”. Altri gestori patrimoniali che abbiamo contattato, tra cui BlackRock, DWS e Franklin Templeton, hanno rifiutato di commentare.

Il caso del Forum è solo la punta dell’iceberg di uno sforzo congiunto tra Commissione e industria della difesa per aumentare questi investimenti, come emerge chiaramente da rapporti interni, incontri con lobbisti e raccomandazioni politiche del settore militare. 

Come le armi sono diventate sostenibili in Europa

La campagna per far riconoscere l’industria della difesa come sostenibile decolla nel 2021, anno dell’entrata in vigore dell’Sfdr. In ottobre l’Associazione europea delle industrie aerospaziali, della sicurezza e della difesa (Asd) – che riunisce le principali aziende al centro di questa inchiesta tra cui Safran, Airbus, Rheinmetall, Leonardo, e BAE Systems – ha pubblicato un documento di sintesi che dettava la linea per includere la produzione bellica negli investimenti verdi.

“La difesa è una componente essenziale della sicurezza, e la sicurezza costituisce il presupposto per la pace, la prosperità, la cooperazione internazionale e lo sviluppo economico e sociale”, scriveva l’allora segretario generale Jan Pie, aggiungendo: “Contribuendo a garantire la sicurezza, i produttori europei del settore della difesa danno di fatto un contributo fondamentale a un mondo più sostenibile”.

Il documento denunciava le restrizioni che i fondi verdi delle banche imponevano alle industrie belliche. L’obiettivo era accreditare la difesa nel settore ESG e chiedere alle istituzioni europee di diffondere quel messaggio, semplificando al tempo stesso i criteri di esclusione adottati dalla Banca europea per gli investimenti.

Questa narrativa si è diffusa anche attraverso iniziative nazionali. Un gruppo di rappresentanti del settore della difesa provenienti da Germania, Finlandia, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Norvegia ha pubblicato un comunicato dal titolo “Non c’è sostenibilità senza difesa e sicurezza”, richiamando il linguaggio dell’Asd. Deborah Allen, direttrice del gruppo Clima, Ambiente e Infrastrutture di BAE Systems, ribadiva in un’intervista: “Senza sicurezza non c’è sostenibilità”.

L’urgenza del settore di entrare nel mercato degli investimenti verdi emerge anche dai documenti interni. Le minute degli incontri tra i lobbisti della difesa e la Commissione Europea – che abbiamo ottenute dopo una lunga e complessa richiesta di accesso agli atti – rivelano chiaramente il tono delle pressioni. In uno di questi incontri, nel marzo 2021, l’Asd lamentava che i “prodotti finanziari verdi escludono sempre più la difesa e ne limitano l’accesso ai finanziamenti”.

A novembre dello stesso anno Alessandro Profumo, ad di Leonardo – azienda italiana produttrice, tra l’altro, di munizioni d’artiglieria a lungo raggio e sistemi di artiglieria navale innovativi – ha incontrato Timo Pesonen, dg per l’industria della difesa e lo spazio della Commissione Europea. In quella riunione, spiega una minuta che abbiamo ottenuto, Profumo “ha espresso preoccupazione per il fatto che l’industria della difesa sia esclusa dalla tassonomia dell’Ue per le attività sostenibili”.

Questo fronte coordinato ha gradualmente trovato ascolto e supporto a Bruxelles, con un’impennata dopo l’invasione a tutto campo Russa in Ucraina.

Il 15 febbraio 2022, una settimana prima che cominciasse l’“operazione speciale” russa, una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo chiedeva con urgenza maggiori fondi al settore della difesa per via delle crescenti tensioni ai confini ucraini, affermando che “è altrettanto importante garantire che altre politiche orizzontali, quali le iniziative in materia di finanza sostenibile, rimangano coerenti con gli sforzi dell’Unione europea volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti”.

La guerra in Ucraina ha rafforzato gli argomenti dell’industria, anche in ambito finanziario: “Dall’invasione russa dell’Ucraina, il valore delle azioni delle società europee operanti nel settore della difesa, che prima era depresso, ha registrato una notevole ripresa”, scrive l’Asd nell’ottobre 2022. In questa nota suggerisce che la Commissione e le autorità di vigilanza europee competenti, emanino linee guida per chiarire che i gestori del risparmio non debbano rendere pubblici gli impatti negativi degli investimenti in società europee del settore della difesa che non sono coinvolte nelle quattro categorie di armi controverse.

Il testo sembra anche riconoscere l’avversione del pubblico e delle banche nei confronti degli investimenti militari: “Fino a quando e anche quando il pregiudizio normativo sarà eliminato, l’Asd teme che i gestori patrimoniali possano continuare ad attuare esclusioni nel settore della difesa, in particolare a causa della pressione dell’opinione pubblica o dei requisiti specifici per gli investitori”

L’Asd chiede quindi un ancora più intenso supporto politico da parte delle istituzioni europee, scrivendo che occorre “intensificare le azioni volte a convincere i gestori patrimoniali che l’Unione e i suoi stati membri sostengono le imprese del settore della difesa e sono determinati a garantire loro l’accesso ai finanziamenti privati”.

Un anno dopo la posizione dell’Asd viene ribadita quasi parola per parola in una nota: “La Commissione riconosce la necessità di garantire l’accesso ai finanziamenti e agli investimenti, anche da parte del settore privato, per tutti i settori strategici, in particolare l’industria della difesa che contribuisce alla sicurezza dei cittadini europei”.

“Il risanamento dell’immagine del settore della difesa nell’immaginario collettivo, e successivamente nel quadro normativo, è stato il risultato di una strategia di comunicazione e lobbying abile, sofisticata e coordinata da parte dei leader industriali nazionali e delle associazioni di categoria”, commenta Alberto Alemanno, professore universitario e fondatore di The Good Lobby, a Voxeurop.

Il processo descritto da Alemanno si completa nel 2024, con la Strategia industriale europea per la difesa. Nel documento la Commissione afferma che nessuna norma ostacola gli investimenti privati nel settore militare e riprende apertamente lo slogan coniato tre anni prima: “L’industria della difesa dell’Unione contribuisce in modo determinante alla resilienza e alla sicurezza dell’Unione e, di conseguenza, alla pace e alla sostenibilità sociale. In tale contesto, il quadro dell’UE per la finanza sostenibile è pienamente coerente con gli sforzi dell’Unione volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti. Esso non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa”

Si è poi arrivati al 27 novembre 2024, il giorno in cui Tommy Piemonte è stato cacciato dalla riunione e in cui “le bistecche sono diventate vegetariane”.

“Non solo il settore è stato riabilitato, ma è stato anche promosso grazie alla sua inclusione tra le categorie ammissibili al finanziamento sostenibile”, aggiunge Alemanno. “È un vero miracolo prodotto dalla stessa strategia”.

Infine, il 20 novembre, la Commissione ha pubblicato una versione rivista della normativa sulla finanza sostenibile che, per la prima volta, menziona direttamente il settore della difesa: “La revisione dell’Sfdr si basa sulle linee guida della Commissione relative all’applicazione del quadro normativo dell’Ue in materia di finanza sostenibile al settore della difesa”.

“La verità è che non c’è sostenibilità senza pace”, osserva l’esperta delle Nazioni Unite Attiya Warris. “La sicurezza non comporta necessariamente la produzione e l’uso di armi, che potrebbero portare a uccisioni illegali. Finanziare e fornire i mezzi per uccisioni illegali attraverso la fornitura di armi e il sostegno finanziario lungo l’intera catena del valore non corrisponde alla sicurezza”.

Per il dottor Iain Overton, direttore esecutivo dell’ong basata a Londra Action on Armed Violence, che si occupa di ricerca sui conflitti, questi investimenti non rivelano un problema etico astratto, ma “una catena probatoria di responsabilità morale. La distanza tra un investimento etico e un attacco a Gaza è più diretta e più tracciabile di quanto l’industria vorrebbe ammettere”.
 
Elbit Systems: dai fondi verdi alla guerra a Gaza

Prima del 7 ottobre, 2023, giorno dell’attacco terroristico di Hamas su Israele che ha provocato oltre 1.200 morti e l'inizio della risposta israeliana – l’operazione “Spada di ferro” – e le sue oltre 67mila vittime, il valore di un’azione di Elbit Systems ruotava sui 200 euro. Oggi il valore è più che raddoppiato, raggiungendo quota 480 euro.

Il suo rapporto di bilancio del 2024 descrive chiaramente il ruolo attivo di Elbit nella fornitura di armi all’esercito israeliano: “Dall’inizio della guerra, Elbit Systems ha registrato un aumento significativo della domanda dei propri prodotti e soluzioni da parte del ministero della difesa israeliano rispetto ai livelli precedenti al conflitto [...] Nel corso del 2024, la società si è aggiudicata contratti dal ministero per un valore complessivo di oltre 5 miliardi di dollari”

Come ha già dimostrato il centro Action on Armed Violence, numerose armi prodotte da Elbit Systems, tra cui bombe e proiettili, sono state usate a Gaza durante “Spada di ferro”.

La guerra ha anche dato a Elbit la possibilità di sperimentare l’uso militare dell’intelligenza artificiale e di migliorare i suoi prodotti. Avrà anche rafforzato la fiducia dei 25 fondi verdi che nel 2025 hanno investito complessivamente 23 milioni di euro nella società israeliana. Tra questi compaiono un fondo “ESG Optimized” offerto dalla VP Bank del Liechtenstein e venduto anche in Germania, o il “BGF Climate Transition” offerto da BlackRock Investment Management UK, venduto in diversi paesi dell’Ue.

Altri fondi verdi che investono in Elbit, dichiarano di utilizzare criteri di investimento Esg o di escludere aziende che vìolino i principi del Global Compact delle Nazioni Unite, il cui primo articolo recita: “Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale”.

“Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale”. Proprio per questo motivo, osserva Attiya Warris, “i prodotti utilizzati per distruggere la vita, specialmente se collegati al genocidio, non possono essere in linea con il Global Compact e richiedono una valutazione approfondita”.

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