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12/09/2026

Il capitalismo di rendita: quando l’algoritmo diventa il nuovo casello

Il mercato che ci osserva

Che cosa compreremo domani?
In larga misura, l’algoritmo ha già cominciato a calcolarlo.

Quando Amazon ci mostra i prodotti «che potrebbero interessarci», quando Netflix decide quale film mettere in primo piano, quando TikTok seleziona il prossimo video o Spotify suggerisce quale brano ascoltare, non siamo davanti a una semplice comodità tecnologica.

Dietro quella comodità esiste un sistema economico gigantesco.
Ogni clic, ogni ricerca, ogni acquisto, ogni permanenza su una pagina, ogni video interrotto e persino ogni prodotto lasciato nel carrello diventano informazioni. Il nostro comportamento viene osservato, classificato e confrontato con quello di milioni di altri utenti.

L’algoritmo cerca di anticipare le nostre preferenze.
Ma il punto decisivo è un altro: chi è in grado di prevedere il comportamento umano acquisisce una forma di potere sul comportamento umano.

La differenza è sottile, ma fondamentale.
Un commerciante tradizionale cerca di capire che cosa vuole il cliente. La piattaforma digitale dispone invece di strumenti capaci di osservare continuamente milioni di clienti, elaborarne i comportamenti e modificare in tempo reale ciò che viene loro presentato.

Il consumo diventa così un circuito permanente:
dati → previsione → raccomandazione → consumo → nuovi dati.

Il cittadino-consumatore non è più soltanto colui che compra.
È anche la materia prima del sistema.

Dalla fabbrica al portale

Nick Srnicek, nel suo Platform Capitalism del 2016, ha individuato uno dei tratti fondamentali della trasformazione economica contemporanea: la centralità delle piattaforme e dei dati.

Il fenomeno merita però di essere osservato anche da una prospettiva politica.
Il capitalismo industriale aveva come simbolo la fabbrica.
Il capitalismo delle piattaforme ha come simbolo il portale.
La differenza non è marginale.

La grande impresa industriale doveva produrre. Oggi una piattaforma può diventare estremamente potente anche senza produrre direttamente la maggior parte dei beni e dei servizi che mette in circolazione.

Amazon mette in relazione milioni di venditori e consumatori.
Uber mette in relazione conducenti e passeggeri.
Airbnb mette in relazione proprietari e viaggiatori.
Le piattaforme di delivery mettono in relazione ristoranti, fattorini e clienti.
L’App Store mette in relazione sviluppatori e utenti.

Il potere economico non risiede quindi soltanto nella capacità di produrre.
Risiede nella capacità di controllare l’accesso alla produzione, alla distribuzione e alla domanda.
Ed è qui che compare il nuovo capitalismo di rendita.

Il nuovo casello

La rendita nasce quando qualcuno possiede qualcosa di cui altri hanno bisogno per poter operare.
Nel mondo digitale questo «qualcosa» può essere un’infrastruttura, una piattaforma, un sistema operativo, un motore di ricerca, un marketplace o un algoritmo.

L’immagine più efficace è quella del casello autostradale.
Il proprietario del casello non produce le automobili che vi transitano. Non produce la benzina e non decide dove vadano gli automobilisti.
Controlla semplicemente il passaggio.
E incassa.

L’algoritmo può diventare il nuovo casello.
Il commerciante vuole raggiungere il cliente? Deve entrare nella piattaforma.
Il ristorante vuole essere trovato? Deve entrare nell’applicazione.
Lo sviluppatore vuole raggiungere gli utenti? Deve passare attraverso l’ecosistema digitale.
Il produttore vuole essere visibile? Deve accettare le regole della piattaforma.
Il consumatore vuole accedere a determinati beni, servizi o contenuti? Deve utilizzare l’infrastruttura digitale che li organizza.

Il risultato è una forma di dipendenza economica completamente nuova.
Non è più necessario possedere tutto ciò che viene venduto.
È sufficiente possedere il luogo nel quale gli altri sono costretti a incontrarsi.

La rendita sulla visibilità

Ma c’è un altro elemento ancora più importante: la visibilità.

In un mercato digitale, non basta che un prodotto esista.
Deve essere visto.
Un ristorante che compare nella prima pagina di un’applicazione ha una probabilità diversa di ricevere ordini rispetto a quello relegato nelle posizioni inferiori.
Un prodotto mostrato per primo ha una probabilità diversa di essere acquistato rispetto a uno che l’algoritmo rende quasi invisibile.
Un video raccomandato milioni di volte può diventare un fenomeno globale. Un altro, altrettanto valido, può rimanere sconosciuto.

La piattaforma diventa così non soltanto un mercato, ma l’istituzione che organizza l’attenzione.
E chi organizza l’attenzione dispone di un potere enorme.
Il problema, quindi, non è soltanto economico.
È politico.

Le Big Tech e la concentrazione del potere

Le grandi piattaforme hanno costruito una posizione difficilmente paragonabile a quella delle imprese tradizionali.
Dispongono contemporaneamente di capitale, infrastrutture, dati, capacità tecnologica, reti di utenti e sistemi proprietari.
La loro forza genera ulteriormente forza.

Più utenti producono più dati.
Più dati consentono previsioni migliori.
Previsioni migliori rendono il servizio più efficace.
Un servizio più efficace attira altri utenti.
E il ciclo ricomincia.

È il meccanismo degli effetti di rete, ma visto dal punto di vista politico significa qualcosa di più inquietante: la concentrazione economica tende a trasformarsi in concentrazione del potere.
La concorrenza non scompare necessariamente.
Diventa però più difficile.

Un nuovo concorrente può avere una tecnologia eccellente, ma deve confrontarsi con imprese che dispongono già di enormi quantità di dati, miliardi di interazioni e infrastrutture costruite nell’arco di decenni.
Il mercato rischia così di trasformarsi in un sistema nel quale pochi grandi soggetti privati controllano le principali porte d’accesso alla vita economica e sociale.

Quando la sovranità cambia padrone

Qui emerge una questione che non può essere lasciata agli economisti.
La sovranità non riguarda soltanto la moneta, il territorio o le frontiere.
Nel XXI secolo riguarda anche le infrastrutture attraverso le quali una società comunica, commercia, informa e prende decisioni.

Se una parte crescente del commercio passa attraverso piattaforme straniere, se l’informazione viene distribuita attraverso algoritmi che non controlliamo, se le imprese nazionali dipendono da infrastrutture tecnologiche esterne e se una quantità enorme di dati dei cittadini viene elaborata da soggetti privati, allora la questione della sovranità assume una dimensione nuova.

Uno Stato può essere formalmente sovrano e, allo stesso tempo, diventare economicamente e tecnologicamente dipendente.

Questa è una delle grandi contraddizioni della nostra epoca.
Abbiamo difeso per secoli la sovranità politica.
Oggi rischiamo di perdere progressivamente la sovranità tecnologica ed economica.
E la perdita di sovranità non avviene necessariamente attraverso un’invasione.
Può avvenire attraverso una piattaforma.

Il cittadino profilato

C’è poi il problema dell’individuo.
La civiltà liberale moderna ha costruito una parte importante della propria identità attorno all’idea di un uomo libero, capace di scegliere.

Ma che cosa significa scegliere quando qualcuno conosce le nostre abitudini meglio di quanto noi stessi le conosciamo?

L’algoritmo osserva ciò che compriamo, ciò che leggiamo, ciò che guardiamo, ciò che ignoriamo e ciò su cui torniamo.
Non conosce soltanto ciò che abbiamo fatto.
Cerca di prevedere ciò che faremo.

La trasformazione è profonda.
Il cittadino rischia di diventare un profilo statistico.
Non viene considerato soltanto per ciò che è, ma per la probabilità che compia una determinata azione.
Probabilità di acquistare.
Probabilità di cliccare.
Probabilità di restare sulla piattaforma.
Probabilità di essere interessato a un contenuto.

La persona concreta viene progressivamente tradotta in dati.
E quando la persona viene tradotta in dati, può essere classificata, segmentata e indirizzata.
Il confine fra persuasione commerciale e condizionamento diventa allora sempre più sottile.
La libertà di scegliere o la scelta fra ciò che ci viene mostrato?

La questione non è sostenere ingenuamente che gli algoritmi «controllino tutto».
Non è così.
L’individuo conserva capacità di scelta, autonomia e responsabilità.
Ma la libertà di scelta non coincide soltanto con la possibilità astratta di scegliere.
Dipende anche dal campo delle possibilità che ci viene presentato.
Se un algoritmo decide quali notizie vediamo, quali prodotti vengono mostrati, quali video diventano virali e quali opinioni ricevono maggiore visibilità, allora interviene indirettamente nella costruzione dell’ambiente nel quale esercitiamo le nostre scelte.

Non deve dirci necessariamente:
«Devi scegliere questo».

Può essere sufficiente dirci:
«Questo è ciò che hai davanti».

La differenza è enorme.

Il ritorno della politica

Per questo la questione delle Big Tech non può essere ridotta a una disputa fra innovazione e conservatorismo.
Una critica della concentrazione tecnologica non significa essere contro la tecnologia.
Al contrario.
Significa chiedersi chi possiede la tecnologia, chi stabilisce le regole e nell’interesse di chi vengono utilizzati i dati.
Una società libera non può delegare interamente a strutture private e opache la gestione delle proprie infrastrutture fondamentali.
E una politica di Destra dovrebbe avere il coraggio di porre questa domanda senza complessi: quanto potere siamo disposti a lasciare nelle mani di soggetti economici che non rispondono direttamente né ai cittadini né alle istituzioni democratiche?

La questione non riguarda soltanto la concorrenza.
Riguarda il rapporto fra economia e politica.
Riguarda il rapporto fra individuo e potere.
Riguarda la libertà.
E riguarda, soprattutto, la sovranità.

Non tutto ciò che è nuovo è necessariamente libero

Per decenni abbiamo associato l’idea di progresso tecnologico all’idea di emancipazione.
Ma la tecnologia non è neutrale nei suoi effetti sociali.

Può ampliare la libertà oppure concentrarla.
Può moltiplicare le opportunità oppure creare nuove dipendenze.
Può decentralizzare il potere oppure costruire nuovi monopoli.

La rivoluzione digitale ci ha promesso un mondo senza intermediari.
Paradossalmente, ha prodotto alcuni degli intermediari più potenti della storia.

Non più il mercante che controlla una bottega.
Non più soltanto la banca che controlla il credito.
Non più soltanto il giornale che controlla la distribuzione delle notizie.

Ma piattaforme globali che possono intervenire contemporaneamente sul commercio, sulla comunicazione, sulla pubblicità, sull’intrattenimento e sull’accesso ai dati.
È una concentrazione di potere senza precedenti.

Chi possiede la porta possiede il mercato

La vera domanda del capitalismo digitale, quindi, non è soltanto quanto produciamo.
È chi controlla il passaggio attraverso il quale ciò che produciamo arriva agli altri.
Il capitalismo industriale aveva costruito fabbriche.
Il capitalismo finanziario ha costruito reti di capitale.
Il capitalismo delle piattaforme costruisce infrastrutture di accesso.
E chi controlla l’accesso può trasformare il proprio controllo in rendita.
Il rischio è che il mercato, nato come luogo di incontro fra soggetti liberi, si trasformi progressivamente in un sistema di porte private.

Dietro ogni porta c’è un algoritmo.
Dietro ogni algoritmo ci sono dati.
Dietro i dati c’è un potere economico.
E dietro il potere economico c’è, inevitabilmente, una questione politica.
Perché chi possiede la porta non deve possedere tutto ciò che vi passa attraverso.
Gli basta decidere chi può entrare.
E, soprattutto, quanto deve pagare per passare.
Questo è il nuovo casello.
E questa è la nuova rendita.

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