Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Rendita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rendita. Mostra tutti i post

18/08/2026

La Borsa rende ricche “famiglie”, aziende partecipate e fondi stranieri

La fotografia scattata da Milano Finanza nel 2026, con la consueta classifica dei più ricchi in borsa (alle quotazioni del 7 agosto) ci restituisce l’immagine del capitalismo rentier che stacca cedole. La composizione vede ancora un ristretto numero di “dinastie”, l’emergere dei fondi speculativi stranieri e delle grandi aziende partecipate dallo Stato.
Il primo posto resta saldamente nelle mani degli eredi di Leonardo Del Vecchio, con un patrimonio azionario di 44,5 miliardi di euro, anche se, la dinastia sta litigando in modo furibondo al proprio interno, un po’ come gli eredi Agnelli.

Al secondo posto c’è la famiglia Rocca che ha visto aumentare il valore della propria partecipazione in Tenaris da 9,9 a 15,2 miliardi, con una crescita del 54%, pari a oltre 5,3 miliardi in dodici mesi.

Al terzo posto sbuca il vecchio palazzinaro romano, ma non solo, Francesco Gaetano Caltagirone che è salito dal quinto al terzo gradino della classifica di Milano Finanza con 12,5 miliardi, +54% e oltre 4 miliardi di valore in più.

Subito dietro, arrivano i Crippa, una famiglia che controlla Technoprobe: erano sedicesimi un anno fa con 2,6 miliardi, adesso sono quarti con 10,4 miliardi. In dodici mesi il valore della loro quota in azienda è letteralmente esploso (quasi +300%) grazie al boom in borsa della società di microelettronica che è il secondo produttore al mondo di probe card, indispensabili per testare il corretto funzionamento dei microchip. In termini assoluti significa quasi 7,8 miliardi di ricchezza azionaria in più, la maggiore crescita tra i grandi patrimoni già presenti nella classifica 2025.

Ma i proventi in Borsa dei titoli tecnologici hanno spinto in alto anche la novità della Bending Spoons, fresca di quotazione al Nasdaq. Se i suoi azionisti comparsi in classifica venissero considerati come un unico blocco imprenditoriale, oggi la società tecnologica milanese si collocherebbe ai piedi del podio.

Le partecipazioni attribuite ai sei soci italiani censiti da Milano Finanza valgono nel complesso oltre 12 miliardi, neanche 500 milioni meno dei 12,5 miliardi di Caltagirone. E i soli quattro fondatori, che entrano direttamente nelle prime 21 posizioni, valgono 11,95 miliardi. Luca Ferrari entra direttamente al 16° posto con una partecipazione valutata 3,18 miliardi. Matteo Danieli debutta al 19° con 2,98 miliardi, Luca Querella al 20° con 2,92 miliardi e Francesco Patarnello al 21° con 2,87 miliardi. Si aggiungono Davide Giorgio Scarpazza, 127° con 90 milioni, ed Enrico Martinelli, 188° con 41,5 milioni. Considerato come blocco, si collocherebbe alle spalle soltanto dei Del Vecchio, dei Rocca e di Caltagirone, davanti ai Crippa, a Prada, agli Agnelli e ai Benetton.

Contestualmente però una delle dinastie simbolo del capitalismo italiano continua invece a perdere terreno. La famiglia Agnelli-Elkann-Nasi è passata dai 9,5 agli 8,05 miliardi, con un calo del 15,3%, scendendo così dal terzo al sesto posto. Si tratta del secondo arretramento consecutivo. Già lo scorso anno il patrimonio aveva ceduto quasi il 10%, penalizzato dalla debolezza di Exor e soprattutto dalla difficile fase attraversata dal settore automotive, tranne che per la Ferrari (i ricchi al lusso non rinunciano mai, ndr).

Arretra anche la famiglia Piero Ferrari, che scende dal sesto al nono posto. Il valore delle partecipazioni passa da 7,84 a 6,73 miliardi, -14,2%, con una perdita di oltre 1,1 miliardi. Scivolano più indietro anche gli eredi di Giorgio Armani: la ricchezza azionaria censita cala da 2,97 a circa 2 miliardi, -32,7%, e la famiglia del fondatore della maison arretra dal 14° al 26° posto.

Tra i grandi vincitori dell’anno ci sono però anche due famiglie legate alla finanza e ai media. I Doris-Tombolato salgono da 4,69 a 7,23 miliardi, con un incremento del 54,3%, e conquistano l’ottavo posto. In valore assoluto significa oltre 2,5 miliardi aggiunti in dodici mesi. Entrano stabilmente nella top ten anche gli eredi Berlusconi. Il valore delle partecipazioni in Banca Mediolanum, Mfe e Mondadori passa da 4,44 a 6,42 miliardi, con un incremento del 44,6%. La famiglia sale dall’undicesimo al decimo posto.

Secondo Milano Finanza basta però allargare lo sguardo alle prime 50 posizioni per trovare movimenti che raccontano quanto sia stata selettiva la borsa nell’ultimo anno. Tra le ascese più vistose c’è quella della famiglia Maramotti, azionista di Credem, che guadagna sei posizioni e sale al 22° posto: il valore della partecipazione passa da 1,35 a 2,15 miliardi, con un incremento del 60%. Ancora meglio fa la famiglia di Ermenegildo Zegna, che avanza dal 29° al 24° posto grazie a una ricchezza azionaria cresciuta del 75%, da 1,19 a 2,08 miliardi.

A beneficiare della corsa dei titoli industriali sono anche le famiglie legate a Danieli. Camilla e Matilde Benedetti e i Danieli Mareschi salgono rispettivamente al 31° e al 32° posto: per entrambi i rami il patrimonio azionario arriva a 1,52 miliardi, il 66% in più rispetto ai 911 milioni di un anno prima.

Ma uno degli scatti più sorprendenti arriva ancora una volta dalla finanza. La famiglia Gavazzi-Lado, azionista del Banco di Desio e della Brianza, vede più che raddoppiata la ricchezza, che passa da 666 milioni a 1,47 miliardi (+121%), e guadagna sette posizioni fino alla 33ª. Davide Leone, con la partecipazione in Banco Bpm, sale invece a 1,29 miliardi, +30%.Fa rumore anche la risalita della famiglia Ferragamo: dal 50° al 44° posto, con la partecipazione nella maison che passa da 450 a 925 milioni e mette a segno un +106%. La famiglia Storchi invece, grazie a Comer Industries e Vimi Fasteners, guadagna il 45% e sale a 827 milioni, mentre Massimo Perotti di Sanlorenzo cresce del 34% a 774 milioni. Appena dentro la top 50, infine, la famiglia D’Amico porta a 698 milioni il valore delle quote in D’Amico e Tamburi Investment Partners, quasi il 60% in più rispetto a un anno fa.

Ad essersi arricchite in Borsa nel 2026 sono state anche le aziende partecipate dallo Stato. Se nel 2025 il valore delle partecipazioni pubbliche censite da Milano Finanza aveva raggiunto 81,5 miliardi, dodici mesi dopo il totale sfonda la tripla cifra e arriva a 111,1 miliardi. L’incremento in termini assoluti è di oltre 29,5 miliardi, pari al 36,2%.

Il ministero dell’Economia, dispone direttamente di partecipazioni per 55,5 miliardi, mentre Cassa Depositi e Prestiti arriva a 54,7 miliardi. Nel portafoglio diretto del Mef il peso maggiore è quello di Enel, con una quota valutata oltre 24 miliardi, seguita da Poste Italiane con 10,42 miliardi e Leonardo con 10,14 miliardi. STMicroelectronics vale oltre 6 miliardi.

Cassa Depositi e Prestiti ha invece in Eni la gallina dalle uova d’oro: la propria quota vale quasi 21,8 miliardi, seguita da Poste Italiane con 12,46 miliardi, Snam con 6,15 miliardi e Terna con 6,05 miliardi. Italgas supera 2,67 miliardi, Fincantieri vale quasi 3 miliardi e Saipem oltre 1,1 miliardi.

Infine ci sono i grandi fondi di investimento stranieri che hanno ormai quasi 100 miliardi di Piazza Affari nel proprio portafoglio. Alla chiusura del 7 agosto, le partecipazioni riconducibili ai principali investitori istituzionali esteri censiti da Milano Finanza valgono complessivamente 97,7 miliardi di euro.

A dominare la graduatoria è il fondo BlackRock. Il gigante americano guidato da Larry Fink detiene partecipazioni per 37,88 miliardi, oltre un terzo dell’intero patrimonio censito. Il suo portafoglio abbraccia tutti i settori strategici di Piazza Affari: dalle banche, con Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper, Mps e Fineco Bank, all’energia con Eni, Enel, Snam e Italgas, passando per Ferrari, Stellantis, Telecom Italia, Prysmian e Moncler. Se fosse inserita nella classifica dei Paperoni privati, BlackRock sarebbe seconda, dietro soltanto ai 44,5 miliardi degli eredi Del Vecchio e davanti ai 15,2 miliardi della famiglia Rocca. E metterebbe nel mirino lo Stato italiano (111 miliardi).

Alle spalle del colosso americano c’è Norges Bank, il braccio operativo del gigantesco fondo sovrano norvegese, con partecipazioni per 15,45 miliardi distribuite su 81 società italiane.

Al terzo posto c’è Capital Research and Management con 9,34 miliardi investiti tra Carel Industries, Interpump, Lottomatica, Moncler, Prysmian, Reply e Unicredit.

Ma la mappa del capitale straniero non è fatta soltanto di asset manager. Cvc Capital Partners vale 5,21 miliardi grazie alla partecipazione in Recordati, mentre Credit Agricole arriva a 5,18 miliardi con la quota di maggioranza relativa in Banco Bpm. Oak Holdings-Vodafone ha 2,27 miliardi in Inwit. JP Morgan Asset Management supera i 2 miliardi con quote in Azimut, Bff Bank, Bper e altri titoli, mentre Lazard è appena dietro, sempre sopra quota 2 miliardi.

Teradyne possiede quasi 2 miliardi di Technoprobe, la società che ha fatto esplodere anche la ricchezza dei Crippa. Fmr vale 1,70 miliardi attraverso Lottomatica, Marr, Prysmian e Sesa; Morgan Stanley 1,69 miliardi con Moncler e Telecom Italia; Vanguard 1,56 miliardi con Prysmian. Goldman Sachs conta 1,52 miliardi in Banco Bpm, mentre Sinochem conserva 1,43 miliardi in Pirelli e Ardian quasi 1,4 miliardi in Inwit.

Prysmian poi compare nei portafogli di BlackRock, Capital Research, Lazard, Fmr, Vanguard, AllianceBernstein, T. Rowe Price, Amundi, State Street e Baillie Gifford. Più in basso ci sono anche altri investitori industriali e sovrani o gruppi esteri: Advantest ha 991 milioni in Technoprobe, Suez 883 milioni in Acea, Temasek 432 milioni in Moncler e la cinese Shandong Sasac circa 400 milioni in Ferretti.

Questa vera e propria mappa del capitalismo e della ricchezza in Italia va conosciuta e studiata bene, non per invidiarla ma per abbatterla, soprattutto se si mette a confronto la natura e il volume di queste ricchezze e la situazione economico-sociale del paese.

Fonte

14/08/2026

Cosa resterà dopo lo scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale

C’è una domanda che il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a mancare. Non «è una bolla?» – lo è. È: quando la bolla si sgonfia, cosa resta a terra e di chi è. Perché lascia due cose molto diverse. Un’infrastruttura fisica – data center, energia, chip – che è un bene generico: come la fibra ottica e le ferrovie, sopravvive al fallimento di chi l’ha costruita e passa, a prezzo di saldo, a chi arriva dopo. E dei modelli – Claude, ChatGPT, Gemini – che generici non sono affatto e che nessun crollo mette in vendita. Su questa asimmetria si decide tutto: chi si prende il valore e chi resta inquilino per sempre.

Che la corsa sia una bolla non è più un sospetto: è aritmetica. Tra il novembre 2022 e il luglio 2026 la capitalizzazione delle società del settore è cresciuta di 27.000 miliardi di dollari, mentre il valore attuale dei profitti che quella tecnologia può ragionevolmente generare ne vale, secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa 9.000: 18.000 miliardi di distanza tra ciò che il mercato ha prezzato e ciò che lo giustifica. Lo S&P 500 quota 27 volte gli utili, come alla vigilia del crollo delle dot-com, e sette società pesano un terzo dell’indice. Non è un mercato che scommette su un settore: è un settore diventato il mercato. Quando lo scarto si chiuderà – e questi boom si sono sempre chiusi – il conto non lo pagherà solo Wall Street, ma il fondo pensione che detiene quegli indici, l’assicurazione sul tuo Tfr, il risparmiatore che non ha mai scelto di scommettere. L’euforia si concentra in alto; il rischio si redistribuisce in basso. Come sempre.

Su un piano, il crollo è persino un’occasione. L’impianto fisico che gli americani stanno costruendo – in perdita per i loro stessi azionisti, tanto che la spesa dei cinque maggiori gruppi è passata dal 12-18 per cento dei ricavi del 2024 verso il 48 previsto nel 2026 – non svanisce con la bolla: resta, e diventa a buon mercato. È esattamente la ragione per cui chi comprò le reti in fibra dopo il crollo ci guadagnò, mentre chi le posò per primo fallì. Per l’infrastruttura la posizione del compratore paziente è quella giusta, e l’Europa la occupa naturalmente.

Ma qui finisce l’analogia, e comincia il problema. Un modello di frontiera non è il cemento del data center: è dato proprietario, know-how di ricerca, una pipeline di addestramento e allineamento, un capitale umano scarso e concentrato. Se l’impianto va all’asta, i pesi di Claude non sono nell’inventario, e non varrebbero nulla senza chi li ha costruiti. Quando un laboratorio salta, semmai, i giganti se ne prendono le persone: la concentrazione aumenta, non si diluisce. L’asset che decide chi incassa il valore è precisamente quello che nessun crollo mette in saldo. Il boom regalerà all’Europa hardware a poco prezzo e una dipendenza duratura da una manciata di proprietari di ciò che non si replica. Puoi affittare il cemento. Il modello no.

Non è, per onestà, un fortino eterno, ed è qui che l’analisi di Pietro Maggi su questo giornale mette in guardia: chiedersi «chi sta vincendo la corsa» porta fuori strada. La capacità scende di livello con un ritardo – i modelli a pesi aperti, da Mistral a DeepSeek a Qwen, inseguono la frontiera con uno o due anni di scarto e a costo quasi nullo; il 2026 AI Index Report di Stanford HAI dà il miglior sistema americano a un margine del 2,7 per cento sul primo concorrente cinese, e Kimi K3 si scarica a un terzo del costo del modello di punta di Anthropic. La frontiera è mobile e tallonata – solo che a inseguire, coi pesi aperti, non è un piccolo laboratorio ma la seconda potenza mondiale. Ciò che si democratizza è però la capacità di ieri; ciò che resta concentrato – il modello migliore, l’integrazione, il canale che lo porta a un miliardo di utenti – è il valore di oggi. Una rendita che si sposta in avanti ogni diciotto mesi, e per questo non si esaurisce da sola.

Il punto vero, però, è un altro e riguarda l’Europa più di qualunque classifica. La partita non si vince costruendo la chatbot migliore: si vince infilando un modello «abbastanza capace» dentro un apparato produttivo che si possiede già. La Cina realizza in interi settori strategici il 70 per cento della produzione mondiale, usa più robot industriali del resto del mondo messo insieme, e nella Hyperfactory di Xiaomi settecento robot fanno uscire un’automobile ogni 76 secondi. Gli Stati Uniti hanno i modelli; la Cina ha le fabbriche in cui metterli. L’Europa non ha né gli uni né le altre – ed è la ragione per cui la sua sovranità non si gioca sulla frontiera della ricerca, che non raggiungerà, ma sulla capacità di diffondere l’intelligenza artificiale nel proprio tessuto produttivo e di regolare ciò che diffonde.

E intanto la macchina fa ciò per cui è costruita: sostituire lavoro con capitale, alla luce del sole. In otto mesi Amazon ha cancellato 30.000 posizioni mentre metteva a bilancio 200 miliardi di investimenti quasi tutti in infrastruttura per l’intelligenza artificiale: il costo del lavoro esce dal conto economico, la capacità di calcolo entra nello stato patrimoniale. Il guadagno di produttività è reale ed enorme – in Italia, stima il Politecnico di Torino con Anitec-Assinform, può liberare 5,7 miliardi di ore di lavoro l’anno. Ma non si distribuisce da solo. Nel Novecento lo distribuivano la contrattazione collettiva e il fisco; oggi entrambe logore: la copertura contrattuale italiana è scesa dall’85 per cento del 2010 al 70, la quota dei salari sul Pil di quattro punti in vent’anni, e il valore si forma dove il lavoro non c’è. Se l’asset chiave non si replica e le leve della distribuzione sono rotte, il risultato non è una fase: è la conversione, in chiaro, di una società salariale in una società di rendita, in cui chi possiede i modelli incassa e chi li usa paga il canone. Un cambiamento costituzionale che nessun Parlamento ha votato.

Il conto lo paga Davide, 35 anni, al sesto contratto a termine, più produttivo ogni anno e con la stessa busta paga. Lo paga la piccola impresa brianzola che versa ogni mese in dollari il canone del suo cloud e non ha un’alternativa europea. Lo paga la pensione di domani, finanziata su contributi da lavoro mentre il valore migra al capitale. E quando i guadagni si concentrano e i costi restano diffusi, la reazione non è la rivendicazione salariale: è il rifiuto. Chi ha visto crescere la produttività del proprio settore senza vederne un euro non chiede una quota, chiede protezione – e la chiede a chi promette di fermare il mondo.

È il meccanismo che ha già riscritto il consenso in mezza Europa, e l’intelligenza artificiale è il primo shock tecnologico che lo incontra a democrazie già indebolite. La tensione, del resto, non è solo nostra: perfino la Cina, avverte l’Economist, rischia di distruggere posti di lavoro con l’automazione prima che il calo demografico crei scarsità di braccia. Chi paga la transizione non conosce confini né sistemi politici. È qui che tutto si tiene. Tecnologia senza fisco è concentrazione: il valore si forma dove le imposte non arrivano. Fisco senza welfare è gettito che non torna a nessuno. Welfare senza formazione è assistenza che non riapre nessuna porta. E tutto questo senza sovranità digitale è una trattativa condotta da chi non possiede il tavolo. Tutto si tiene, o niente regge.

La risposta ha due gambe. La prima è distributiva: il dividendo dell’automazione appartiene anche a chi l’automazione la subisce e va prelevato dove il valore si forma – sul calcolo, sui modelli, sul capitale immateriale, non sull’ennesima busta paga – e vincolato per legge a formazione continua, sostegno al reddito nei passaggi di lavoro, riqualificazione nelle piccole e medie imprese. Non è punire l’innovazione: è il patto che la rende sostenibile.

La seconda è di sovranità e impone di correggere l’istinto: comprare data center crollati è utile ma insufficiente, perché l’asset che conta non è l’infrastruttura: sono i modelli – e i modelli non si comprano a saldo. Significa estendere ad essi l’obbligo di portabilità che il Data Act, dal settembre 2025, impone solo al cloud; fare dell’ecosistema a pesi aperti una politica industriale e non un progetto di ricerca; costruire una capacità pubblica europea che tenga il passo della frontiera invece di raccattarne gli scarti, coi bond comuni indicati dal rapporto Draghi e mai emessi. E, come insegna la Cina, portarla davvero nelle fabbriche e negli uffici: il valore non sta nel modello, ma in ciò che il modello fa quando entra nella produzione.

Gli investimenti rallenteranno – la spesa dei giganti crescerà del 76 per cento nel 2026, del 6 nel 2028 – e si vedrà quali data center avevano davvero clienti. Molti impianti resteranno, come è restata la fibra, e diventeranno di tutti. I modelli no: quelli resteranno di chi li possiede, a meno che una scelta politica non decida il contrario, adesso, finché la frontiera è ancora mobile e la rendita non si è ancora sedimentata. Perché un guadagno di produttività che nessuno distribuisce non è progresso. È un trasferimento: e stavolta, per la prima volta, sappiamo in anticipo verso chi.

Fonte

08/08/2026

La rendita immobiliare è nemica dell’umanità… e delle città

La vicenda del palazzo occupato Spin Time a Roma, è emblematica di come la rendita immobiliare rappresenti un serio problema per lo sviluppo economico e sociale di questo paese.

Un paio di anni fa, un ottimo libro – Prigionieri del mattone – ha analizzato sistematicamente tutte i danni, sia in alto che in basso, che la predominanza della rendita immobiliare rappresenta per lo sviluppo economico e sociale del paese. Di più, il fatto che più della metà della ricchezza privata del paese sia costituito da rendita immobiliare ne rappresenta un vero e proprio ostacolo in termini di ascensore sociale, mobilità, crescita demografica e possibilità di gestione dell’urbanistica delle città.

Ultima notizia a confermare tale scenario, in ordine di tempo, è che la trattativa tra il Comune di Roma e i proprietari dell’edificio – ex Inpdap, cartolarizzato e comprato dallo Stato da uno dei tanti fondi privati nati e prosperati proprio sulle vendite di beni pubblici – è naufragata nel tardo pomeriggio di ieri.

Il sindaco Gualtieri parla di “un no irrevocabile” ricevuto dalla società Investire Sgr e si dice “molto amareggiato” per “una comunità che ha saputo integrarsi nel quartiere e integrare persone fragili” e che ora “è un peccato disperdere”.

In termini formali sarebbe come mettere la parola fine per Spin Time e la sua esperienza sociale e abitativa, che tredici anni fa portò all’occupazione dell’immobile ex Inpdap abbandonato da tempo ma situato in una zona centrale di Roma e dunque appetibilissima per ogni forma di speculazione immobiliare.

Per la “proprietà” dell’edificio “non ci sono le condizioni di legalità e sicurezza per consentire l’utilizzo dell’immobile”. Afferma che rimane la disponibilità a proseguire la collaborazione con l’amministrazione comunale per arrivare alla cessione dell’immobile in tempi brevi ma nessuna apertura sul rientro degli occupanti, nonostante secondo Gualtieri l’offerta del Comune fosse “la migliore possibile” perché “noi ci impegnavamo in modo vincolante a comprare l’immobile al prezzo dell’Agenzia delle Entrate e a pagare l’affitto durante i primi mesi”.

Dunque un immobile comprato a prezzi di svendita nel quadro delle cartolarizzazioni Scip messe in campo nei primissimi anni Duemila dal governo Berlusconi (ministro Tremonti all’economia, ndr), sarebbe oggi stato riacquistato da un soggetto pubblico (il Comune di Roma) ma ai prezzi di mercato del 2026.

Eppure di fronte alla protervia della “proprietà” dell’edificio – il fondo Investire SGR – neanche il Sindaco sembra poter fare qualcosa per far rientrare le famiglie che da giorni sono in mezzo alla strada e colpite dall’ondata di calore che arroventa le città. È bene saperlo, prendere atto e comprendere che con questa protervia – sostenuta in modo vergognoso dalla destra – che dovremo fare i conti nei prossimi mesi.

È utile rammentare che la cartolarizzazione dei beni pubblici – immobili soprattutto – fu una vera e propria operazione finanziaria che ha premiato le banche e la rendita immobiliare e l’ha portata ai massimi livelli di appropriazione dei beni pubblici.

Per gestire la cartolarizzazione degli immobili pubblici venne infatti costituita la SCIP S.r.l. (Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici), una società di diritto con sede in Lussemburgo con un capitale sociale di appena 10 mila euro, detenuto in parti uguali da due fondazioni olandesi “gemelle” (la “Stichting Thesaurum” e la “Stichting Palatium”, costituite ad Amsterdam il 5 novembre 2001 e amministrate da un trust fund olandese, la “TMF Management BV”). Amministratore unico della società un cittadino britannico, il dott. Gordon E. C. Burrows.

Nella operazione SCIP 1 gli enti previdenziali (Inps, Inpdap etc.) cedettero 27.512 immobili (27.250 residenziali e 262 commerciali), con un valore stimato di 5,1 miliardi di euro e un prezzo di offerta rideterminato però in 3,8 miliardi per effetto degli sconti previsti dalla legge.

Nel 2002 parte l’operazione SCIP 2, definita dal ministro Tremonti “la più grande cartolarizzazione immobiliare fatta da uno Stato europeo”.

Con questa operazione sette enti previdenziali e lo Stato cedono alla SCIP S.r.l. 62.880 unità immobiliari (53.241 residenziali e 9.639 commerciali), con un valore di mercato pari a 10 miliardi di euro e un prezzo di offerta di 7,8 miliardi.

Ma l’operazione SCIP 2 va meno bene di quanto previsto e viene liquidata pochi anni dopo.

I risultati ci dicono che tranne le casse dello Stato, con le cartolarizzazioni ci hanno guadagnato soprattutto le banche (che hanno costituito appositamente i fondi SGR), gli investitori finanziari, gli immobiliaristi, le agenzie di rating, gli studi legali, in alcuni casi gli ex inquilini delle case degli enti previdenziali diventati proprietari.

Con le operazioni di cartolarizzazione una buona parte del patrimonio immobiliare pubblico (nel caso degli enti previdenziali, pagato dai contributi dei lavoratori) è stato venduto, con elevatissimi costi di gestione. I benefici per il pubblico, visti i presupposti, si sono rivelati inferiori alle previsioni iniziali e utilizzati per “fare cassa” e riempire i buchi del debito pubblico.

La liquidazione delle operazioni SCIP peggiorerà anche i conti pubblici dal 2009 per 1,7 miliardi di euro. Paradossalmente si tratta di soldi che serviranno agli enti previdenziali – e al Mef – per rientrare in possesso degli immobili messi in vendita e rimborsare i prestiti in scadenza.

Adesso la città di Roma – ma emblematicamente tutte le aree metropolitane alla prese con la questione abitativa e urbanistica – si trova di fronte ad una contraddizione insanabile se non rompendo le uova da qualche parte.

Da un lato ci sono centinaia di persone in mezzo alla strada, in emergenza abitativa e sanitaria a causa delle alte temperature, le quali formalmente hanno forzato la “legalità” in base ad un bisogno materiale occupando tredici anni fa un edificio inutilizzato ma con una “proprietà” riconosciuta ad un fondo speculativo immobiliare tramite le cartolarizzazioni. Dall’altra, appunto, un fondo immobiliare SGR che guadagna speculando sulle differenze di prezzo nell’acquisto e nella vendita, soprattutto per gli immobili in zone di pregio. Una cosa analoga, sempre a Roma, l’avevamo vista negli anni scorsi con la svendita di tutti gli immobili di pregio della Provincia ad un fondo SGR gestito da Bnp-Paribas.

Quindi intorno al palazzo dello Spin Time c’è una aperta contraddizione tra legalità e giustizia sociale, tra proprietà privata e interessi collettivi, si tratta di visioni della società, valori e interessi materiali che entrano in collisione tra loro.

Il fatto che per decenni si sia riconosciuta la priorità alla rendita speculativa immobiliare e l’intoccabilità della proprietà privata anche quando contrasta con gli interessi collettivi, hanno reso le città delle prede per gli squali della finanza, italiani ed internazionali, hanno fatto schizzare in alto gli affitti di abitazioni ed esercizi commerciali, mettono gente in mezzo alla strada ma lasciano degradare migliaia di case vuote, desertificano interi quartieri e ne stravolgono con la gentrificazione altri.

È dunque proprio nelle aree metropolitane che va fatto saltare il meccanismo perverso della rendita immobiliare. Esattamente come ne scriveva in modo eccellente Engels sulla “questione delle abitazioni” quasi centocinquanta anni fa e come fanno materialmente i movimenti sociali che occupano e riutilizzano a fini sociali e abitativi gli edifici lasciati inutilizzati dalla rendita immobiliare, suscitando però l’isteria del governo, della destra e dei suoi clienti.

Fonte

02/08/2026

La lingua tagliente dei Campi Flegrei

Nei Campi Flegrei la terra non ha mai smesso di parlare.

Per decenni le trasformazioni del territorio hanno seguito soprattutto la logica della rendita fondiaria, del mercato immobiliare e dell’accumulazione, relegando la consapevolezza della sua fragilità a una questione secondaria. Ogni nuova scossa ha alimentato dichiarazioni, rassicurazioni e promesse, prima che il silenzio tornasse a coprire una delle questioni più rimosse della storia urbanistica italiana.

Perché il problema dell’area flegrea nasce da quando un territorio la cui vulnerabilità era perfettamente conosciuta è stato trasformato, decennio dopo decennio, in uno degli spazi più densamente abitati del Mediterraneo.

Il vulcanologo Giuseppe De Natale insiste da anni su una questione che meriterebbe molta più attenzione di quella che riceve nel dibattito pubblico. La scienza non dispone degli strumenti per stabilire il giorno in cui potrà verificarsi un evento sismico di maggiore intensità.

Può però indicare con chiarezza dove si determinano i punti critici e quali interventi siano necessari per ridurre le conseguenze di un eventuale terremoto. In altre parole, ciò che sfugge alla previsione non coincide affatto con ciò che sfugge alla responsabilità.

È da questo punto in avanti che la geologia, da sola, non basta più a spiegare la realtà dei Campi Flegrei. Per comprendere perché una sequenza sismica generi oggi tanta preoccupazione occorre guardare alla storia del territorio, alle trasformazioni urbane, alle scelte amministrative, ai rapporti tra potere politico, e sviluppo edilizio.

I fattori di rischio non sono comparsi, infatti, con le ultime scosse ma sedimentati nell’arco di decenni, mentre un’area, la cui complessità geologica era ben nota, veniva progressivamente caricata di popolazione, cemento, infrastrutture e funzioni urbane.

E così: ogni piano regolatore rinviato, ogni variante piegata agli interessi della rendita, ogni occasione mancata di governare diversamente l’espansione della città ha contribuito a costruire il quadro con cui oggi ci confrontiamo.

Le radici di questa storia affondano molto lontano. Negli anni del cosiddetto “sacco di Napoli”, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la città fu investita da una gigantesca espansione edilizia. Sotto le amministrazioni di Achille Lauro e, successivamente, della Democrazia Cristiana guidata da Carlo Gava, migliaia di licenze edilizie trasformarono il territorio in una gigantesca occasione di accumulazione immobiliare.

L’urbanista Vezio De Lucia ha raccontato per decenni come la pianificazione fosse sistematicamente subordinata agli interessi della rendita, denunciando una crescita urbana che sacrificava spazi pubblici, equilibrio territoriale e sicurezza collettiva.

La trasformazione urbana di Napoli seguì sempre più la geografia della rendita. L’espansione della città veniva misurata soprattutto attraverso il valore che il suolo era in grado di produrre, mentre arretravano le esigenze della pianificazione pubblica. Il territorio cessava gradualmente di essere considerato un bene comune da governare e assumeva sempre più il carattere di una risorsa economica da valorizzare. In quella stagione si consolidò un modello destinato a segnare per decenni la storia urbanistica dell’area metropolitana.

Questa impostazione non si è arrestata nemmeno con il terremoto dell’Irpinia del 1980. Quella tragedia avrebbe potuto rappresentare infatti una svolta culturale e politica. Avrebbe potuto inaugurare una stagione di messa in sicurezza diffusa del patrimonio edilizio campano, una riflessione sul rapporto tra rischio sismico e pianificazione urbana, una drastica riduzione della pressione abitativa nelle aree più vulnerabili.

Si aprì piuttosto una stagione che avrebbe inciso profondamente sulla storia economica e politica della Campania. Con la legge 219 del 1981 lo Stato destinò alla ricostruzione una massa di risorse senza precedenti. Accanto agli interventi che permisero di ricostruire interi centri abitati, prese forma un sistema nel quale una quota rilevante della spesa pubblica fu intercettata da reti clientelari, interessi imprenditoriali e organizzazioni camorristiche.

Processi, relazioni della Commissione parlamentare antimafia e numerosi studi hanno documentato come gli appalti e i subappalti della ricostruzione rappresentarono uno dei principali canali attraverso cui la criminalità organizzata consolidò il proprio peso nell’economia legale.

In quella fase operarono organizzazioni come la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e, successivamente, i gruppi riconducibili alla Nuova Famiglia, all’interno della quale i Nuvoletta, Michele Zaza, i Bardellino e altri clan assunsero un ruolo crescente nell’economia degli appalti, del movimento terra, delle forniture e del calcestruzzo.

Isaia Sales ha individuato proprio negli anni della ricostruzione il passaggio decisivo attraverso il quale la camorra smise definitivamente di essere soltanto un potere criminale territoriale per trasformarsi in un soggetto economico capace di accumulare capitale, condizionare il mercato e intrecciare rapporti stabili con segmenti dell’imprenditoria e della politica.

La ricostruzione restituì case e infrastrutture a migliaia di cittadini (anche se il carattere “provvisorio” di molte sistemazioni si protrasse ben oltre le promesse iniziali: migliaia di terremotati vissero per oltre un decennio in container e prefabbricati. Nella sola provincia di Napoli sorsero insediamenti a Barra e Ponticelli; i campi di Barra furono smantellati soltanto alla fine degli anni Novanta, mentre a Ponticelli alcune famiglie continuarono ad abitare nei cosiddetti “bipiani” anche negli anni Duemila. Nei comuni del cratere irpino e lucano, inoltre, numerosi prefabbricati e container rimasero abitati fino alla metà degli anni Novanta e, in alcuni casi, persino oltre), ma lasciò sostanzialmente immutato il paradigma che aveva guidato fino ad allora le trasformazioni del territorio.

Quando, tra il 1982 e il 1984, il bradisismo costrinse all’evacuazione del Rione Terra e di altre aree di Pozzuoli, migliaia di persone dovettero abbandonare le proprie abitazioni. La costruzione di Monterusciello rispose all’urgenza di dare una sistemazione agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica dell’epoca.

L’urgenza dell’intervento, tuttavia, non si tradusse in una revisione complessiva dell’assetto urbanistico dell’area flegrea. Terminata l’emergenza, il dibattito sulla instabilita dell’area flegrea perse rapidamente centralità.

Le dinamiche di espansione urbana ripresero il loro corso, la popolazione continuò a crescere e la speculazione edilizia tornò a esercitare un’influenza decisiva sulle trasformazioni del territorio. La natura della caldera era conosciuta; molto meno incisiva fu la volontà di trarne conseguenze nella pianificazione urbanistica.

La conclusione di quella stagione non coincise con l’avvio di una diversa politica del territorio. Nel corso dei decenni si sono alternate maggioranze, governi e amministrazioni appartenenti a culture politiche differenti, senza che prendesse forma una strategia capace di affrontare i nodi strutturali dell’area flegrea.

La straordinaria concentrazione della popolazione, le condizioni di una parte consistente del patrimonio edilizio, i ritardi nell’adeguamento sismico di edifici pubblici e privati, il consumo di suolo e l’assenza di una pianificazione orientata a ridurre progressivamente la vulnerabilità territoriale sono rimasti, nella sostanza, questioni irrisolte.

La storia dell’area flegrea ha dunque attraversato governi, stagioni politiche e classi dirigenti molto diverse tra loro. Antonio Bassolino, Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca hanno guidato la Regione Campania in fasi profondamente differenti, senza che prendesse forma una politica del territorio capace di misurarsi davvero con le criticità accumulate nel corso dei decenni.

Un discorso analogo riguarda le amministrazioni che si sono succedute a Napoli, Pozzuoli, Bacoli e Quarto. Sono cambiati gli schieramenti, i programmi e i gruppi dirigenti; molto meno è cambiato il modo di intervenire su un’area la cui complessità geologica era nota da tempo.

L’amministrazione guidata da Gaetano Manfredi costituisce, oggi, l’ultimo capitolo di una lunga continuità amministrativa. Le responsabilità che gravano sull’attuale governo della città non cancellano quelle sedimentate nel corso di oltre mezzo secolo, così come il peso della storia non esonera dalle proprie scelte chi amministra oggi.

Negli ultimi anni il rilancio dell’immagine internazionale di Napoli, la crescita del turismo, i grandi eventi, l’attrazione di investimenti e la competizione tra città hanno occupato una posizione centrale nell’azione e nella comunicazione istituzionale.

Molto più defilata è rimasta la discussione sulla condizione del patrimonio edilizio, sulle particolari condizioni dell’area e sulla costruzione di una strategia pubblica di lungo periodo capace di ridurre il rischio (una nota a parte ma nello stesso orizzonte può essere letta anche la scelta di superare la gestione integralmente pubblica del servizio idrico cittadino, interpretata – più che legittimamente – da una parte del mondo associativo e dei movimenti come un ulteriore arretramento del controllo collettivo su un bene essenziale).

Nel capitalismo contemporaneo la prevenzione produce poco rendimento economico. Consolidare scuole, ospedali, case popolari e infrastrutture non genera i margini di profitto che possono derivare da nuove operazioni immobiliari, grandi opere o eventi capaci di attrarre investimenti e consenso. Per la manutenzione della città e la riduzione del rischio si è continuato a intervenire in modo episodico.

Ben diversa è stata, nel corso degli anni, la continuità con cui la valorizzazione ha orientato l’espansione e la trasformazione dello spazio urbano.

I quartieri popolari pagano il prezzo più elevato di questo modello. Bagnoli, Fuorigrotta, Soccavo, Pianura, Pozzuoli e buona parte dell’area concentrano centinaia di migliaia di persone, edifici costruiti in epoche differenti, infrastrutture spesso insufficienti, strade che in condizioni ordinarie risultano già congestionate e che, in uno scenario emergenziale, potrebbero trasformarsi in punti critici.

È questo il risultato di decenni nei quali edifici sono rimasti senza adeguamento, la pianificazione ha progressivamente perso forza, condoni e varianti urbanistiche hanno inciso sull’assetto della città, mentre manutenzioni e investimenti annunciati sono stati rinviati o sono rimasti incompiuti.

La geologia spiega il comportamento del sottosuolo, per comprendere ciò che accade in superficie bisogna guardare alla storia di questo territorio: all’espansione della città, alle scelte urbanistiche, all’uso delle risorse pubbliche e al rapporto che, per oltre mezzo secolo, ha legato politica, economia e governo dello spazio urbano.

I Campi Flegrei raccontano due storie che si intrecciano da secoli. La prima appartiene ai movimenti della sottosuolo, a un equilibrio naturale tanto complesso quanto antico. La seconda è molto più recente e porta l’impronta delle decisioni umane: la crescita della città, la concentrazione della popolazione, il primato della rendita, la pianificazione incompiuta, la prevenzione rimasta troppo spesso ai margini.

È nell’incontro fra queste due storie che prende forma il rischio con cui oggi convivono centinaia di migliaia di persone e per comprenderla bene bisogna tornare indietro a quell’evento di quasi cinquant’anni fa che ha rappresentato uno spartiacque.

Le grandi emergenze modificano sempre gli equilibri di una società. Spostano risorse, ridefiniscono rapporti di forza, aprono spazi economici nuovi. Il terremoto del 23 novembre 1980 non fece eccezione. Alla tragedia umana seguì una delle più imponenti mobilitazioni di denaro pubblico della storia repubblicana.

Migliaia di miliardi di lire iniziarono a scorrere verso la Campania e la Basilicata per finanziare abitazioni, infrastrutture, opere pubbliche, aree industriali e servizi. Intorno a quel flusso di risorse si mosse un universo molto più vasto delle sole imprese incaricate di ricostruire.

Ogni cantiere richiedeva progettisti, movimento terra, cave, trasporti, forniture di cemento, acciaio, guardiania, subappalti. Ogni appalto metteva in movimento una rete di imprese, professionisti, fornitori, intermediari e subappaltatori. Era in quel sistema di relazioni che, non di rado, finivano per intrecciarsi interessi politici, imprenditoriali e criminali.

Le relazioni della Commissione parlamentare antimafia, numerose inchieste giudiziarie e gli studi di storici come Isaia Sales hanno fatto luce su quel passaggio con grande precisione. La ricostruzione non rappresentò soltanto un gigantesco intervento pubblico.

Diventò anche uno dei luoghi nei quali la camorra consolidò la propria presenza nell’economia legale, abbandonando progressivamente l’immagine di organizzazione confinata al contrabbando o all’estorsione per assumere quella di un soggetto capace di investire, mediare, partecipare ai mercati e orientare quote rilevanti dell’economia locale.

La trasformazione era iniziata già negli anni Settanta, ma trovò nella ricostruzione un’accelerazione straordinaria. La Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo aveva costruito il proprio potere anche attraverso il controllo del territorio e delle attività economiche.

Dopo il suo ridimensionamento, i clan della Nuova Famiglia (tra i quali i Nuvoletta, i Bardellino, Michele Zaza e altri gruppi destinati a diventare protagonisti della successiva geografia camorristica) rafforzarono ulteriormente la loro presenza nei settori collegati all’edilizia, ai trasporti, al calcestruzzo, alle cave e al movimento terra.

Quella straordinaria stagione di investimenti pubblici non rappresentava soltanto un’occasione per esercitare il controllo della camorra sui cantieri. Diventava uno spazio nel quale accumulare capitale, investire, stringere alleanze economiche e consolidare una presenza stabile nell’economia legale.

Sarebbe però riduttivo leggere quella stagione come il semplice incontro tra una calamità naturale e una criminalità pronta ad approfittarne. Attorno alla ricostruzione si mise in moto un sistema assai più complesso, nel quale amministrazioni pubbliche, professionisti, imprese, consorzi, istituti di credito e società di costruzione finirono per condividere lo stesso spazio economico.

L’eccezionale afflusso di risorse pubbliche ridisegnò gli equilibri del potere locale e trasformò gli appalti in uno dei principali terreni di mediazione tra interessi politici, economici e, in diversi casi accertati, criminali.

In quel contesto si consolidò anche il peso della Democrazia Cristiana campana, uno dei principali centri di potere della Prima Repubblica. Figure come Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino esercitarono, in ruoli diversi, un’influenza significativa sulle politiche per il Mezzogiorno e sulla distribuzione delle risorse pubbliche.

Le vicende giudiziarie che, negli anni di Tangentopoli, avrebbero coinvolto Pomicino appartengono alla storia della corruzione politica italiana: quella stagione racconta un sistema nel quale l’assegnazione di finanziamenti, appalti e interventi pubblici passava attraverso reti di consenso, mediazioni territoriali e rapporti di potere destinati a sopravvivere ben oltre la fase dell’emergenza.

Tra il 1982 e il 1984 il bradisismo tornò a modificare profondamente la vita dell’area flegrea. Il suolo di Pozzuoli continuava a sollevarsi, le scosse si susseguivano, gli edifici riportavano lesioni e la paura entrava progressivamente nella quotidianità di migliaia di persone.

L’evacuazione del Rione Terra non significò soltanto mettere in salvo una popolazione esposta al rischio. Interruppe una continuità urbana che durava da secoli. Intere famiglie lasciarono abitazioni affacciate sul porto, botteghe, luoghi di lavoro, relazioni di vicinato e una memoria collettiva costruita nell’arco di generazioni.

La costruzione di Monterusciello rispose alla necessità di dare una casa agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica del dopoguerra. La rapidità con cui sorse il nuovo quartiere rispondeva a un bisogno reale e urgente, ma non poteva ricostruire ciò che lo spostamento di migliaia di persone aveva inevitabilmente spezzato: legami sociali, identità collettive, attività economiche e forme di appartenenza sedimentate nel tempo.

Con il progressivo esaurirsi della crisi bradisismica, anche la riflessione sull’assetto dell’area flegrea perse forza, mentre la crescita urbana riprese senza una revisione complessiva del rapporto tra sviluppo edilizio e rischio geologico.

Erano gli stessi anni nei quali un giovane cronista del Mattino stava seguendo un’altra geografia, meno visibile ma altrettanto decisiva. Giancarlo Siani aveva poco più di vent’anni e seguiva la cronaca di Torre Annunziata. Ben presto comprese che raccontare la camorra significava seguire il denaro molto più che gli omicidi. Dietro le guerre tra clan si muovevano interessi economici, rapporti con i centri decisionali locali, imprese, cantieri e grandi flussi di risorse pubbliche.

I suoi articoli ricostruivano connessioni, equilibri, alleanze. Gli omicidi e gli episodi di violenza non rappresentavano il punto d’arrivo del racconto, ma l’inizio di un’indagine sui rapporti tra economia, politica e criminalità organizzata.

Il 23 settembre 1985 Giancarlo Siani venne assassinato sotto casa, al Vomero. Le sentenze hanno accertato che l’ordine di ucciderlo provenne dal clan Nuvoletta. Con lui si tentò di mettere a tacere una delle prime voci che aveva intuito come il potere della camorra non si misurasse soltanto nella violenza esercitata sul territorio, ma anche nella capacità di inserirsi stabilmente nell’economia, negli appalti pubblici e nei rapporti con segmenti della politica e dell’imprenditoria.

Con il passare degli anni il bradisismo uscì lentamente dalle prime pagine. Anche il Rione Terra sembrò appartenere sempre più alla memoria che al presente. Restarono, invece, le conseguenze di quelle scelte: mentre quel territorio continuava a trasformarsi, nuove periferie prendevano forma, il patrimonio edilizio avanzava negli anni e la consapevolezza della sua fragilità geologica tornava, ancora una volta, ad affievolirsi con il progressivo esaurirsi della crisi.

Il terremoto del 31 luglio ha riportato i Campi Flegrei al centro dell’attenzione nazionale. Per qualche ora Napoli è tornata ad aprire i telegiornali e le prime pagine. Le immagini delle persone in strada, delle stazioni chiuse, delle verifiche sugli edifici pubblici hanno restituito al Paese la percezione di una precarietà che, in realtà, non si è mai allontanata da questo territorio.

Come è accaduto altre volte, l’emozione collettiva rischia però di avere un respiro molto più breve dei problemi che l’hanno generata.

Il nodo resta lo stesso da molti anni: è su questo terreno che si misurano il peso delle scelte urbanistiche accumulate nel tempo, la qualità del patrimonio edilizio, l’efficacia della pianificazione e la capacità delle istituzioni di prepararsi a uno scenario che la comunità scientifica invita da tempo a considerare con la massima serietà. Giuseppe De Natale lo ripete da anni.

Nessuno è oggi in grado di stabilire se o quando potrà verificarsi un terremoto più forte o un’evoluzione diversa dell’attuale crisi bradisismica. Esistono però conoscenze sufficienti per individuare le criticità del territorio, la vulnerabilità di una parte del patrimonio edilizio, le difficoltà che un’eventuale evacuazione di centinaia di migliaia di persone comporterebbe in un’area attraversata ogni giorno da una mobilità già fortemente congestionata.

È su questo terreno che il rischio sismico diventa anche una questione di classe. Le grandi calamità non distribuiscono le proprie conseguenze in modo uniforme. Seguono, quasi sempre, la mappa delle disuguaglianze già esistenti.

Chi dispone di patrimonio, risparmi, seconde case, reti professionali o attività facilmente trasferibili affronta una crisi con strumenti che altri non possiedono. Per chi vive del proprio salario, di un’occupazione provvisoria, di una pensione modesta o di un piccolo esercizio commerciale legato al territorio, anche pochi mesi di sospensione possono compromettere un equilibrio costruito nell’arco di anni.

Le classi subalterne arrivano a questi passaggi storici con margini di protezione estremamente ridotti. Un’evacuazione prolungata non significherebbe soltanto lasciare la propria abitazione. Potrebbe interrompere rapporti di lavoro, cancellare il reddito di migliaia di famiglie, mettere in difficoltà piccole attività, disperdere reti di solidarietà quotidiana costruite nel tempo e allontanare interi quartieri dai luoghi nei quali si svolge la loro vita sociale.

Ogni trasferimento modifica anche gli equilibri di una comunità: cambiano i percorsi casa-lavoro, cambiano le scuole, cambiano le relazioni di vicinato, cambiano quelle forme di mutuo aiuto che, soprattutto nei quartieri popolari, rappresentano una risorsa concreta molto prima di diventare una categoria sociologica.

Ogni ri-destinazione modifica anche gli equilibri economici. Alcuni soggetti troverebbero nuove occasioni di investimento, altri attenderebbero per anni il ritorno a una condizione di normalità.

L’esperienza italiana mostra quanto la distribuzione delle risorse pubbliche possa contribuire ad allargare oppure a ridurre le disuguaglianze già esistenti. La ricostruzione successiva al terremoto del 1980 rappresenta una lezione ancora attuale.

Accanto agli interventi che restituirono abitazioni e servizi a migliaia di persone, enormi quantità di denaro alimentarono interessi economici, clientele e infiltrazioni che modificarono profondamente gli equilibri della regione.

Pensare che una futura stagione di investimenti straordinari non susciterebbe anche oggi l’interesse della criminalità organizzata significherebbe ignorare la storia degli ultimi quarant’anni.

Le organizzazioni camorristiche di oggi non sono quelle degli anni di Cutolo, dei Nuvoletta o di Michele Zaza. Si sono trasformate insieme all’economia, investono in mercati differenti, utilizzano strumenti finanziari più sofisticati e operano spesso lontano dalla visibilità che caratterizzava la stagione delle guerre di camorra.

Una continuità, però, attraversa tutta la loro storia: la capacità di riconoscere i luoghi nei quali si concentrano grandi risorse pubbliche e di costruire, attorno a esse, relazioni economiche, imprenditoriali e politiche.

L’edilizia, il movimento terra, la logistica, i trasporti, lo smaltimento delle macerie, le forniture e la rete dei subappalti continuano a rappresentare settori particolarmente esposti a queste dinamiche. È proprio nei passaggi in cui la spesa pubblica si concentra e le procedure tendono ad accelerare che diventa più alta la pressione esercitata dagli interessi criminali, economici e clientelari.

Esiste, infine, una questione che riguarda il modo stesso in cui immaginiamo il futuro di questo territorio. Da decenni la comunità scientifica produce studi, dati e analisi sempre più raffinati. Urbanisti, geologi e vulcanologi descrivono con grande precisione le criticità dell’area flegrea.

Questa conoscenza continua però a scontrarsi con tempi politici molto più brevi, con priorità che cambiano rapidamente e con una pianificazione che fatica ad assumere il rischio come criterio permanente di governo del territorio.

La vicenda dei Campi Flegrei obbliga a guardare il rischio da una prospettiva diversa. Le scosse fanno emergere differenze che si sono accumulate nel corso dei decenni, dentro le trasformazioni della città, nelle politiche urbanistiche, nelle condizioni del lavoro, nella distribuzione delle risorse e nella qualità dei servizi pubblici.

È in questa prospettiva che la vicenda flegrea assume un significato più ampio. La storia di questo territorio attraversa certamente la propria peculiare conformazione ma porta impressi anche i segni delle forme che hanno governato lo sviluppo urbano, dell’influenza esercitata dalla rendita fondiaria, della progressiva perdita di centralità della pianificazione pubblica e di una politica che, troppo spesso, ha rincorso gli avvenimenti invece di anticiparli.

Le conoscenze scientifiche non sono mai mancate. Da tempo geologi, vulcanologi e urbanisti descrivono con precisione le criticità dell’area. Più difficile si è rivelato trasformare quel patrimonio di conoscenze in una visione capace di orientare stabilmente le scelte sul territorio.

Ogni volta che la terra trema si riapre una discussione che sembra ripartire sempre dall’inizio. Cambiano le dichiarazioni, si aggiornano i piani, si moltiplicano gli annunci. Intanto la città continua a portare sulle proprie spalle il peso delle decisioni accumulate nell’arco di oltre mezzo secolo.

È forse questa la continuità più ostinata della storia flegrea: non il movimento tellurico che appartiene alla natura di questo luogo, ma la difficoltà delle classi dirigenti nel fare della memoria uno strumento di governo e della prevenzione una scelta politica permanente.

Fonte

11/07/2026

Una ricerca sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare nella città di Milano

Per parlare di casa oggi bisogna per forza parlare anche di finanza, soprattutto se ci si trova a Milano. Da questa premessa Alberto Bortolotti, architetto e ricercatore del Politecnico, ha pubblicato sotto la supervisione del professore Gabriele Pasqui lo studio “La finanziarizzazione del mercato urbano. Il caso milanese”, presentato lo scorso 20 aprile nella sede del Centro di competenze territori AntiFragili (Craft). Nel rapporto Bortolotti evidenzia con un approccio quantitativo e qualitativo come il capitale finanziario influenzi lo sviluppo urbano e la gestione del patrimonio edilizio, con effetti sull’economia della città e sulla vita quotidiana di chi la abita.

Bortolotti partiamo dall’inizio. Che cosa si intende per finanziarizzazione?

Parliamo di un concetto ampio che appare nella letteratura già dagli anni Novanta e che vede interfacciarsi soggetti diversi. Possiamo definirlo come il dominio della finanza sull’economia reale: tutto ciò che ha a che vedere con parametri finanziari che influenzano lo stato, dall’economia all’istruzione. Nell’immobiliare questo si traduce nel trattamento di beni immobili come prodotti finanziari. Da questa definizione abbiamo deciso di inquadrare il fenomeno attraverso due mosse pratiche: la prima vedendo come la mobilitazione di strumenti finanziari impatti i grandi progetti e le aree circostanti; la seconda mappando – grazie al supporto del Mapping and urban data lab (Maudlab) e dei suoi Fabio Manfredini e Nilva Aramburu Guevara – tutti quegli immobili utilizzati come asset, cioè raggruppati all’interno di fondi o in società di investimento immobiliare.

Il rendimento di questi beni è dato dall’affitto?

L’affitto è la voce principale che genera un cespite per questo tipo di investimento. Tanto è vero che spesso si parla di build to rent, ovvero operatori che costruiscono immobili sapendo già che ci sarà un locatario che subentrerà per un certo numero di anni. In questi casi l’edificio può venire realizzato stipulando contratti prima della costruzione che servono a finanziare l’immobile, a soddisfare le esigenze dell’affittuario e a definire un rendimento atteso per i quotisti del fondo. Molto dipende dalla scala dell’operazione e dal numero di conduttori: le dinamiche possono variare ma il principio resta lo stesso. La questione dell’affitto è quindi centrale, anche perché alcuni dei primi strumenti della finanza di mercato applicati al settore immobiliare derivano dal mondo delle infrastrutture – come autostrade, ferrovie o grandi opere pubbliche – dove i ricavi sono stabili e prevedibili nel tempo. Alcune di queste tecniche sono poi state impiegate nei mercati immobiliari: pensiamo alla cartolarizzazione in cui si emettono titoli il cui rendimento dipende dagli affitti. In altre parole, non si valuta lo stabile in sé ma la sua capacità di generare reddito dalla locazione.

Nella ricerca si menzionano le prime dieci città europee per costo d’affitto mensile degli uffici prime, ovvero quelli nei business district (che nel caso di Milano sono Cordusio e Porta Nuova). Si parte da Londra, seguita da Parigi e Stoccolma. Milano è quarta, prima di Dublino, Lussemburgo e Francoforte. Quando e come è arrivata la finanziarizzazione nell’immobiliare italiano?

Dall’inizio degli anni Duemila e con la normativa sui fondi alla fine degli anni Novanta. Consideriamo che anche lo stato ha utilizzato tecniche di finanza e riorganizzazione immobiliare: durante i Governi Berlusconi, per esempio, sono state avviate operazioni di cartolarizzazione del patrimonio pubblico sugli immobili Inps, in cui stabili pubblici sono stati trasformati in strumenti finanziari da vendere per generare liquidità. Negli ultimi decenni è cambiato il modo di fare sviluppo immobiliare. Nel secondo Dopoguerra erano soprattutto grandi famiglie milanesi a possedere terreni e a realizzarci quartieri. Successivamente sono entrati in gioco gli sviluppatori, spesso ex costruttori che selezionavano aree strategiche da cui estrarre rendita, pensiamo a Milano 2 e Milano 3 sviluppate da Berlusconi. Per finanziare questi progetti gli operatori chiedevano soldi alle banche con mutui e quello che non riuscivano a vendere veniva cartolarizzato attraverso queste ultime. In Italia la cartolarizzazione nasce quindi come operazione legata ai crediti bancari problematici per trasformare flussi futuri in titoli finanziari assimilabili a obbligazioni. Le tecniche attuali per raccogliere credito sulla base di previsioni di reddito sono arrivate invece più tardi, mutuate dal sistema anglosassone, e come parte di un più ampio processo di finanziarizzazione dell’economia che ha progressivamente spostato il sistema da modello bancocentrico a uno dominato dalla finanza di mercato, anche in un Paese come il nostro che era fondato sulle banche e sulle casse di risparmio di territorio.

Che effetto ha avuto?

Quello a cui si è assistito è stato lo smantellamento progressivo degli istituti bancari. Tanto è vero che se oggi guardiamo le strutture societarie delle banche di territorio e delle casse di credito cooperativo vediamo che fanno riferimento ai tre maggiori gruppi bancari italiani. E questo accorpamento è dovuto, a mio parere, a una volontà della Banca d’Italia e della Banca centrale europea di creare strutture più grandi. In questo modo gli sviluppatori classici e gli spin-off bancari, cioè società di sviluppo legate ad alcuni investitori delle banche, hanno lasciato spazio ad attori più specializzati che lavorano in proprio, svincolati dai grandi intermediari.

Nella ricerca, attraverso i sistemi informativi dell’Agenzia dell’Entrate (Sister), avete individuato circa 4.054 immobili finanziarizzati tra Milano e la sua Città Metropolitana gestiti da 65 attori del mercato urbano. Tra questi spiccano Intesa Sanpaolo (702 beni), Ferrovie dello Stato (656), Arexpo (285), Lendlease (181), Mediobanca (171), EuroMilano (168), Kryalos (165), Investire (144), Generali (137), Redo (131), Bnp Paribas (125) e Prelios (106).

Esatto, anche se sicuramente ci è sfuggito qualcosa perché il catasto ha diversi problemi di affinamento. E poi è stato difficile ricostruire questi attori perché il 90% dei fondi immobiliari in Italia sono di tipo chiuso, quindi con un tempo di vita limitato e non quotati. Poi ci sono attori e attori: alcuni mobilitano capitali “pazienti”, come grandi fondi pensione bancari, che accettano rendimenti più bassi in una logica di diversificazione; altri sono più speculativi e operano nel breve periodo su operazioni più rischiose e ad alto rendimento. A Milano abbiamo entrambi ma forse prevalgono i soggetti ad alto rischio.

Le mappature presentate restituiscono una rappresentazione visiva della finanziarizzazione e la sua “clusterizzazione” nel centro storico e a Porta Nuova.

Nel mappare gli edifici abbiamo rilevato una concentrazione molto significativa. Mi ha sorpreso che tantissimi palazzi del centro storico siano asset dove la gente non vive. Questo porta a una riflessione: la presenza di uffici, hotel, negozi e centri commerciali nel centro ha probabilmente spinto molti abitanti fuori dalla prima cerchia, innescando a cascata altre gentrificazioni verso l’esterno. Anche nelle aree dei grandi progetti gli investimenti si estendono alle zone limitrofe: nell’ex scalo Farini, per esempio, dal 2020 al 2025 il volume d’affari sugli immobili non residenziali è passato da 2,4 a 18,5 milioni di euro, pari a una crescita del 960%.

Dal 2016 al 2023 le compravendite di uffici, negozi e centri commerciali a Milano sono passate da 2.403 a 2.703, mentre il residenziale da 21.978 a 24.832.

Le compravendite del residenziale sono in continuo aumento, probabilmente perché in Italia la casa è ancora un bene rifugio. Al di là che si tratti di soggetti finanziari o di privati, il residenziale è visto come una sicurezza e in un contesto di precarietà del lavoro ed esposizione finanziaria le famiglie più abbienti tendono a investirvi per tutelare il proprio stile di vita e proteggersi dalle turbolenze.

Spesso come giustificazione si dice che la finanziarizzazione c’è sempre stata.

Diciamo che bisogna intendere che cosa c’è sempre stato: il fatto che si realizzino degli immobili con capitale bancario preso a prestito o capitale finanziario, questo c’è sempre stato. Però una presenza così forte di soggetti finanziari all’interno delle società di sviluppo immobiliare mi sembra qualcosa di inedito. In passato abbiamo avuto degli imprenditori che hanno fatto importanti opere di sviluppo ma non avevano alle spalle fondi finanziari internazionali che operano anche nel campo dell’energia o della robotica.

Nella ricerca scrive che la finanziarizzazione ha cambiato il rapporto tra operatori immobiliari e pubblica amministrazione, con una dipendenza di quest’ultima dai primi a scapito della regia comunale.

Uno dei problemi è stato che pur di rigenerare delle parti di città “abbandonate” si è deciso di facilitare l’allocazione di capitali con alto rendimento per gli operatori privati senza richiedere le giuste compensazioni. Ne è conseguito che negli ultimi 40 anni c’è stato uno smantellamento significativo nelle amministrazioni di competenze tecniche – architetti, ingegneri, geologi, strutturisti – che prima c’erano e che invece in questo momento solo il privato può fornire. Il risultato è la tendenza alla dismissione del patrimonio pubblico.

Che cosa si potrebbe fare di diverso?

L’Europa potrebbe intervenire sul regolamento comunitario limitando, per esempio, gli investimenti nel comparto residenziale. Oppure si potrebbe valutare una tassazione progressiva su alcuni tipi di fondi, perché non è chiaro come mai in Italia ci sia un’aliquota fissa mentre la tassazione per le persone è progressiva: si tassa più il lavoro che i rendimenti delle grandi società. E poi si potrebbe decidere di alzare i tabellari degli oneri di urbanizzazione. Basti pensare a quanto è stato fatto di edilizia residenziale sociale negli anni – molto poco – a fronte dei tanti interventi di rigenerazione su vasta scala: è chiaro che c’è un problema. Mi sarei aspettato che l’amministrazione promuovesse strumenti di cattura della rendita più efficaci perché vi fosse un contrappeso non solo sull’edilizia abbordabile ma anche sui servizi carenti, come piscine pubbliche, parchi e strutture sportive. Gli oneri potrebbero essere modulati: aumentati quando il mercato tira – come oggi – e ridotti nelle fasi recessive, in base alla volontà del decisore pubblico.

Nello studio evidenziate che i processi di finanziarizzazione sono stati resi possibili da una politica del Comune iniziata nel 2011, sostenuta da dispositivi giuridici, fiscali e urbanistici abilitanti a livello nazionale ed europeo.

Forze dell’economia hanno progressivamente spinto affinché l’immobiliare divenisse una delle grandi classi di investimento all’interno dei mercati finanziari con la conseguenza che la finanziarizzazione è uno – non l’unico – dei fenomeni che genera la crisi abitativa.

Fonte

10/07/2026

Il perimetro infame del capitalismo italiano

di Alessandro Volpi

Esiste un perimetro inviolabile per i principali esponenti del capitalismo italiano.

Si tratta della ferma ostilità verso ogni ipotesi di imposta sui grandi patrimoni, di riforma fiscale in grado di tassare le rendite finanziarie e gli extra profitti da monopoli, di limitazione del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche nelle mani degli stessi capitalisti, di riduzione degli incentivi statali alle grandi società, di concepimento di forme di indicizzazione salariale, di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, di norme che limitino la possibilità di trasferire le sedi legali in paradisi fiscali.

A difesa di questo perimetro, i grandi capitalisti italiani allevano nuovi leader che devono tacciare di comunismo tutti coloro che provano a violarlo.

Piersilvio Berlusconi loda il grande comunicatore Vannacci, che non a caso è una presenza fissa delle Reti Mediaset, Confindustria coltiva il fenomeno Cruciani per renderlo il vate del Generale, mentre La7 sforna trasmissioni edificate sulla retorica del politicamente corretto per far brillare il rude ex militare.

Ma, naturalmente, i difensori del perimetro, a cui dare massima visibilità, sono anche altri; l’onnipresente Renzi, irriducibile battutista contro il fisco, il liberale da guerra Calenda, secondo uno schema in cinemascope dove si marcia divisi per colpire uniti.

Poi, il perimetro ha dei veri e propri legionari nelle coorti di Paolo Mieli, Federico Rampini, Aldo Cazzullo, Galli Della Loggia e numerosi altri combattenti in nome della difesa della “fortezza”.

Tutto ciò mi ricorda un precedente storico, quando una parte significativa della “nuova” politica, dai reduci, ai conservatori, alle gerarchie ecclesiastiche, ai giornalisti e agli intellettuali si schierò a difesa dello Stato monarchico contro la Rivoluzione.

Era il 1922, anno a cui seguirono vent’anni di assoluto predominio di un capitalismo “italiano”.

Fonte

26/06/2026

Italia - Le disuguaglianze sulla ricchezza giustificano una tassa patrimoniale

Sull’ultimo numero della rivista Sbilanciamoci, Pier Giorgio Ardeni analizza la distribuzione inuguale della ricchezza in Italia ma soprattutto la natura di queste disuguaglianze e le caratteristiche di ricchezze spesso ottenute per via ereditaria e non certo per “laboriosità”, smentendo così la demagogia da quattro soldi espressa dalla Meloni al congresso della Confcommercio.

Riproduciamo qui di seguito l’articolo.

*****

L’Italia disuguale e le tasse

di Pier Giorgio Ardeni 

In questi giorni si è tornato a parlare di ricchezza e della sua distribuzione. Come si origina la ricchezza? Come si accumulano i patrimoni? E non è forse vero che – per come si accumula e distribuisce – non è adeguatamente tassata?

Qualche giorno fa la Banca d’Italia ha pubblicato i dati aggiornati sulla distribuzione della ricchezza in Italia, evidenziando un quadro ormai noto e in peggioramento: «la distribuzione della ricchezza si conferma concentrata: il 10 per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) è lievemente aumentata rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2)» – e l’1% più ricco possiede il 24%.

Nel 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto i 12.326 miliardi di euro – l’equivalente di circa 8,5 volte il Pil del Paese – di cui gli immobili rappresentano circa la metà. La ricchezza finanziaria (non immobiliare) complessiva degli italiani, quindi, supera oggi i 6.000 miliardi di euro.

Questo capitale è dato dal risparmio che viene allocato secondo tre modalità:
- conti correnti bancari o postali (circa un terzo);
- azioni, fondi e gestioni patrimoniali;
- titoli di Stato e obbligazioni.
Sui conti correnti, nonostante gli importi elevati, la distribuzione è disomogenea: circa 4 italiani su 5 possiedono meno di 12.500 euro sul proprio conto, mentre solo una piccola percentuale supera i 250mila euro.

La ricchezza del 10% più benestante delle famiglie è in forma soprattutto finanziaria, poi ci sono gli immobili di pregio, seconde e terze case. Gli individui con una ricchezza netta superiore a 1 milione di euro sono 470mila e quelli con più di 2 milioni tra i 180.000 e i 200.000. Se guardiamo invece alle famiglie, secondo i dati di Bankitalia, il top 5% delle famiglie italiane (circa 1,2 milioni di nuclei) dispone di una ricchezza netta ampiamente superiore alla soglia dei 2 milioni di euro, attestandosi su una media di circa 3,5 milioni.

La classe media – ovvero il 40% sotto il 10% più ricco – detiene circa il 33% della ricchezza totale (3.600 miliardi), per il 70% sotto forma immobiliare: la ricchezza della classe media è infatti quasi interamente concentrata nella casa di proprietà. La parte finanziaria è per lo più in forma di liquidità o titoli di Stato. Il 50% inferiore della distribuzione, ovvero la fascia più povera, possiede invece una ricchezza immobiliare ridotta (molti componenti di questa fascia vivono in affitto) e chi possiede una casa ha spesso un patrimonio immobiliare di modesto valore commerciale e gravato da un mutuo significativo.

In sintesi, dall’analisi di Bankitalia emerge una media generale di 453.000 euro per famiglia: il 10% più ricco ha un patrimonio medio di € 2.745.180; la fascia media (40%) di € 364.665 e la fascia più povera (50%) di € 65.232 per famiglia.

L’origine della ricchezza

Da dove viene la ricchezza posseduta dalle famiglie? Per l’1% più ricco, tra il 60 e il 64% della ricchezza è ereditata, una quota enorme. Per il 10% più ricco, invece, circa il 45-50% della ricchezza è ereditata. Questi beneficiano di lasciti strutturati (es. seconde e terze case, portafogli azionari corposi) che consolidano la loro posizione di vantaggio economico. Per la fascia media di proprietari (il 40% più ricco, ad esclusione del 10% al top), circa il 30-35% della ricchezza è ereditata, dove la componente ricevuta in eredità è legata quasi unicamente alla casa di famiglia (spesso divisa tra più fratelli) o a piccoli risparmi liquidi. Il 50% più povero non ha quasi nessun patrimonio e riceve eredità nulle o insignificanti, quando non addirittura debiti, basando la propria minima ricchezza solo sul lavoro quotidiano.

Gli immobili

Sebbene l’Italia sia storicamente un Paese di piccoli proprietari (circa l’80% delle famiglie vive in una casa di proprietà), la distribuzione del valore è fortemente sbilanciata: il 5% dei proprietari immobiliari più ricchi detiene da solo un quarto dell’intero valore monetario del patrimonio residenziale italiano. Al contrario, il 50% dei proprietari più poveri possiede complessivamente solo il 18,7% del valore immobiliare totale, concentrato in case di modesto valore in periferie o piccoli comuni. Inoltre, una quota rilevante dei “grandissimi” patrimoni immobiliari (complessi di decine o centinaia di appartamenti) non risulta intestata direttamente a singoli individui, bensì a persone giuridiche (società immobiliari di gestione, fondi o holding familiari). Questa strategia viene adottata per ottimizzare la tassazione sui redditi da locazione ed efficientare la futura tassa di successione.

In Italia, le persone fisiche che possiedono più di due abitazioni sono circa 1,2 milioni, poco meno del 5% dei circa 26 milioni di cittadini che hanno almeno un immobile residenziale intestato.

Come si accumula un patrimonio?

Chi possiede ricchezza, dunque, la riceve in eredità o l’accumula. Ma come si accumula un patrimonio?

Ai tassi di rendimento attuali, sfruttando un rendimento medio annuo realistico del 7% (tipico di un portafoglio in titoli diversificato globale), con € 500 euro al mese ci vorrebbero 33 anni per accumulare un milione, con € 1.000 al mese circa 25 anni, con € 2.500 al mese circa 16 anni.

Ma chi può risparmiare mille euro al mese? Tra l’altro, se è vero che anche i redditi da capitale sono tassati, lo sono solo al momento della liquidazione, con un’aliquota sulle plusvalenze che è pari ad un 26% fisso (e non vanno a cumularsi agli altri redditi). Una tassazione di favore che premia chi ha redditi alti e può permettersi di investirne una parte. Non solo quindi la ricchezza patrimoniale è sbilanciata, come sottolinea la Banca d’Italia, ma la sua accumulazione favorisce chi ha redditi alti e viene tassato in misura proporzionalmente minore.

Perché ha senso tassare i patrimoni?

In queste ultime settimane si è tornati a parlare di “patrimoniale”, la famigerata tassa sui patrimoni, tanto aborrita perché «colpirebbe il ceto medio» e perché “ingiusta”, si dice, in quanto andrebbe a colpire redditi già tassati e poi accumulati, perché una tassa sugli immobili esiste già (l’Imu). Ora c’è una proposta di legge per tassare i grandi patrimoni, quelli sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) – denominata “1% equo” – che va ad aggiungersi ad una proposta di Oxfam per tassare i patrimoni sopra i 5,4 milioni, oltre alla nota “proposta Zucman”.

Partiamo dall’Imu. L’aliquota ordinaria a livello nazionale è fissata allo 0,86% del valore catastale, ma i singoli Comuni italiani hanno la facoltà di modificarla, aumentandola fino al 1,14% o azzerandola del tutto. I contribuenti totali che versano l’IMU in Italia sono circa 25,8 milioni.

Considerando la composizione del patrimonio immobiliare tassato, l’imposta viene applicata su circa 19,7 milioni di abitazioni complessive, ovvero seconde case e altri immobili ad uso abitativo e abitazioni principali di lusso (circa 72.000 unità). Le restanti oltre 20 milioni di abitazioni, considerate “principali”, ovvero di residenza, sono per legge interamente esenti.

In Italia, le abitazioni che raggiungono una rendita catastale tale da superare i 2 milioni di valore catastale sono circa 15-20mila unità (meno dello 0,05% dell’intero stock residenziale di 35,6 milioni di case). Pertanto, dei più di 19,6 milioni di seconde case già soggette ad imposta IMU, pochissime potrebbero avere un valore catastale sopra ai 2 milioni.

Il valore commerciale delle case in Italia è mediamente 3,4 volte superiore a quello catastale, il che significa che le case con un valore di mercato superiore ai 2 milioni di euro sono diverse decine di migliaia e non 15-20mila.

Tassare il patrimonio immobiliare sopra una certa cifra, quindi, non colpirebbe il ceto medio, che non arriva a quei valori e compenserebbe una fallacia dell’attuale sistema fiscale che consente una tassazione separata – e favorevole – per i redditi da capitale, che sono all’origine dell’accumulazione di ricchezza. Sarebbe solo una misura nel segno dell’equità.

Fonte

20/05/2026

Gli operai non sono un problema “umanitario” ma politico

Attualmente presso il Mimit ci sono 70 tavoli aperti sulle crisi industriali, una quarantina sono attivi e una trentina posti sotto monitoraggio. Riguardano le sorti di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

Ci sono nomi di aziende abbiamo imparato a conoscere: dall’ex Ilva alla Jabil, dalla Beko alla Riello, dalla Gkn all’Electrolux e tante altre.

Tra la crisi del 2007/2008 e il 2022, il valore aggiunto reale dell’attività manifatturiera italiana è sceso dell’8,4%, un dato peggiore di quello della Francia (-4,4%) e in netto contrasto con la Germania, che registrava una crescita del +16,4% fino alla recessione che attanaglia ormai anche la “locomotiva d’Europa”. La perdita di posti di lavoro è stata significativa: dal 2008 al 2024, l’industria ha perso oltre 103.000 posti di lavoro.

Gli operai di queste fabbriche talvolta hanno avuto l’occasione di finire in qualche servizio televisivo, molto più spesso si limitano ad essere citati nelle cronache locali. Le manifestazioni operaie sotto al Ministero, in occasione dei tavoli o degli incontri istituzionali, ricevono appena due minuti di attenzione in un Tg e venti secondi di intervista.

In un format spietato, spesso gli operai finiscono a fare da tappezzeria sullo sfondo di qualche talk show, che dà mostra così della sua “sensibilità sociale”, dando voce alle doglianze di chi vede a rischio il proprio posto di lavoro con tutto quello che ne consegue.

La comunicazione politica e il dibattito pubblico ci restituiscono dunque una immagine degli operai più come questione “umanitaria” che come priorità politica e questa è una narrazione che merita ormai di essere aggredita e poi rivoltata.

Gli operai disperati, rassegnati, speranzosi che vediamo quando ci sono le crisi industriali, ci appaiono come vittime di un combinato disposto di diversi fattori.

Ci sono infatti dei nomi che non sentiamo mai ma che compaiono spesso nella salvifica funzione del “compratore” della fabbrica in crisi: Algebris, Anthilia, Mittel, Clessidra, Alpha oppure i fondi statunitensi come Flacks Group o Bedrock Industries. Arrivano, comprano, ristrutturano, smembrano e rivendono. In cambio tagliano posti di lavoro, spezzettano le produzioni, eliminano tutto quello che non è immediatamente redditizio.

I fondi di investimento non hanno una logica industriale ma finanziaria. La loro preoccupazione è restituire dividendi consistenti ai loro azionisti non salvare posti di lavoro né progettare un rilancio industriale del paese. I governi non gli hanno mai fatto mancare finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali e contributive, facilitazioni affinché il “compratore” trovasse vantaggioso rilevare le aziende in crisi. In molti casi però, una volta incassato il malloppo se ne sono scappati all’estero lasciando fabbriche ridotte ormai ad archeologia industriale o poco più.

E poi c’è stata un’altra parola maledetta a pesare come un incubo: “delocalizzazione”.

Dai primissimi anni Novanta, appena dissolta l’URSS e integrati i mercati asiatici, grandi e piccole aziende sono andate a produrre a migliaia di chilometri di distanza “per ridurre il costo del lavoro”, spesso chiudendo qui e aprendo altrove, nell’Europa dell’est come in Asia.

Nel caso della Romania, a metà degli anni Novanta conducemmo una inchiesta che rivelava “l’iceberg industriale”, ovvero quelle che in Italia erano poco più che piccole imprese, a Timisoara magari avevano centinaia o migliaia di dipendenti, con tanto di voli speciali dall’aeroporto di Treviso. Lo stesso dicasi per calzaturifici o aziende tessili pugliesi in Albania e nei Balcani.

E spesso il ricatto è stato quello di accettare condizioni di lavoro e di salario sempre peggiori sotto la minaccia della delocalizzazione.

Questo micidiale combinato disposto di delocalizzazioni, chiusure, ristrutturazioni sanguinose, finanziamenti pubblici e fiducia malriposta ai compratori, è alla base di quella che ormai molti definiscono come “desertificazione industriale” del paese.

Decisioni sciagurate e visioni distorte sulla “vocazione” del paese stanno infatti trasformando l’Italia in un immenso turistificio a discapito di tutto il resto.

Nell’Ottocento eravamo un paese di contadini, nel Novecento di operai e tecnici, nel XXI Secolo lo saremo di camerieri, ristoratori e balneari. Quelli che hanno un po' di testa, titoli di studio e strumenti se ne vanno all’estero. Se a questi aggiungiamo un calo demografico che neanche l’immigrazione sembra riuscire a compensare, il quadro che ne emerge è desolante.

Ma se guardiamo alla visione, alla qualità e ai parametri di ragionamento dei decisòri (governo, amministrazioni locali, istituzioni economiche) possiamo verificare come sia del tutto assente ogni consapevolezza che il lavoro e gli operai rimangono decisivi per la ricchezza di un paese. Nonostante le amare lezioni che la realtà ci ha impartito durante la pandemia di Covid-19.

Sono infatti gli operai quelli che la ricchezza la producono e che, con sempre maggior rilevanza, sono anche quelli che la fanno circolare. Eppure gliene viene riconosciuta e restituita sempre meno, anzi a farla da padrone – in tutti i sensi – è sempre più la parassitaria rendita (finanziaria e immobiliare) o il capitalismo “bollettaro” (quelli che vivono sui profitti assicurati da utenze energetiche, concessioni autostradali, servizi privatizzati).

I salari da fame in Italia, ormai certificati come tali da decenni, da quei primissimi anni Novanta in cui la concertazione governo-padroni-sindacati – la politica dei redditi la definirono – sono stati bloccati per legge in base ai diktat dell’austerity imposta dall’Unione Europea. La contrattazione di Cgil Cisl Uil non si è mai sottratta dall’accettazione di questa logica,

La folle idea che si potesse deprimere il mercato interno (salari, investimenti, consumi) per puntare tutto sulle esportazioni nel mercato mondiale, adesso è arrivata alla resa dei conti.

Il resto del mondo non è più a disposizione, al contrario anche gli altri esportano, contendono, competono, e magari lo fanno anche meglio proprio perché hanno tutelato il loro mercato interno. I salari, i consumi e gli investimenti crescono infatti nei paesi emergenti ma diminuiscono in quelli occidentali a capitalismo avanzato.

E l’Italia dentro questo cambiamento di fase storica viene stritolata dai processi reali e imbrigliata da una classe dirigente imbelle e venduta che quando non è europeista e liberista convinta è al massimo bottegaia. E questa stessa classe dirigente sta scientemente trascinando il paese sul piano inclinato della guerra e dell’economia di guerra.

Sabato 23 maggio, l’USB ha convocato a Roma quella che potremmo definire una manifestazione nazionale “dell’orgoglio operaio”, una manifestazione che intende riscattare milioni di lavoratrici e lavoratori subalterni e spesso sottopagati per ridargli protagonismo, identità e centralità politica. Questo paese glielo deve e la storia glielo riconosce.

Fonte

31/01/2026

Il “merito” di essere l’erede

C’è in giro molta ironia – non infondata – sull’esibizione di Leonardo Maria Del Vecchio dalla Gruber, dove ha fatto la figura del coglione.

L’ho vista anch’io e ho quasi provato tenerezza, pur possedendo lui oltre sette miliardi: nessun ragionamento ma solo tristi anglicismi preconfezionati, lunghi silenzi imbarazzati, grossi problemi di articolazione nell’eloquio, il giovane nababbo ha lasciato trapelare un quoziente di intelligenza non altissimo – e ha avuto anche seri problemi con i congiuntivi. La voce da paperino ha reso più grottesco il tutto.

Detto questo, è inutile fare la character assassination: per quanto divertente, non aiuta verso la riflessione successiva, cioè il problema del capitalismo dinastico in cui si è incastrato il neoliberismo. Un fenomeno a cui Piketty ha dedicato pagine memorabili di dati e numeri. In buona sostanza, il mito del capitalismo meritocratico e del successo dal niente in base alle idee non è proprio cosa contemporanea.

La zoppicantissima esibizione di Leonardo junior ne è una delle tante prove – e non è nemmeno colpa sua: che, a occhio, se fosse nato povero negli Stati Uniti degli anni cinquanta avrebbe fatto per tutta la vita il lift boy, il tizio che schiaccia i bottoni negli ascensori in uniforme, nei palazzi e negli hotel di alto rango.

Fonte

29/10/2025

Tassare le rendite per finanziare i servizi pubblici e le energie rinnovabili

L’Italia si trova a un bivio: da un lato, assistiamo all’esplosione dei profitti in settori chiave come quello bancario e quello energetico, dall’altro, la sanità e i servizi pubblici soffrono di un cronico sotto finanziamento.

La politica fiscale, lungi dall’essere un meccanismo di riequilibrio, si è rivelata uno scudo per la rendita finanziaria, come dimostra il fallimento della tassa sugli extraprofitti delle banche introdotta dal governo Draghi prima e da quello Meloni dopo.

In questi giorni si torna a parlare di introdurre un prelievo dalle banche e, forse, dalle assicurazioni. Per ora sono solo anticipazioni di stampa ma è giunto il momento di richiamare il governo a una responsabilità ineludibile: la ricchezza accumulata in modo straordinario e non giustificato deve essere tassata e incanalata verso gli investimenti vitali per il Paese.

I dati sul settore bancario italiano sono eloquenti e non lasciano spazio a interpretazioni. I principali gruppi bancari italiani hanno registrato utili aggregati record che, secondo le stime, hanno superato i 46 miliardi di euro nel 2024, con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti. Questo boom è stato trainato principalmente dall’aumento del margine di interesse (la differenza tra gli interessi attivi sui prestiti e quelli passivi sulla raccolta), un risultato diretto della rapida crescita dei tassi decisa dalla BCE.

In passato l’intervento dello stato con la cosiddetta “tassa sugli extraprofitti” si è risolto in un fallimento in termini di gettito effettivo. L’impianto normativo è stato modificato in sede di conversione, permettendo alle banche di destinare gran parte dell’importo al rafforzamento delle riserve patrimoniali, il risultato è che lo Stato ha incassato una cifra irrisoria rispetto alle stime iniziali, trasformando un atto di giustizia sociale in un “bluff”. Si stima che il gettito reale per le casse pubbliche sia stato minimale o sostituito da anticipi su imposte future per cifre che non hanno superato i 3-3,5 miliardi di euro, a fronte di decine di miliardi di extra-guadagni.

Questa inazione si configura come un atto in spregio all’equità, poiché permette che l’arricchimento straordinario di pochi sia garantito a scapito del benessere collettivo.

A.Ba.Co. chiede che la prossima legge di bilancio attui una vera inversione di marcia con una tassazione effettiva e ineludibile sugli extraprofitti di banche, assicurazioni e aziende energetiche, senza clausole di scampo. Le risorse così generate devono essere interamente dedicate a finanziare due priorità nazionali: la sanità pubblica e l’autonomia energetica.

Il servizio sanitario nazionale (Ssn) è in “lenta agonia”, i dati della fondazione Gimbe mostrano che, negli ultimi tre anni (2023-2025), sono stati sottratti alla sanità pubblica 13,1 miliardi di euro a causa della combinazione tra definanziamento e aumento dei costi operativi (inflazione e caro energia).

Questo deficit si traduce in liste d’attesa interminabili per visite ed esami e un aumento vertiginoso della spesa out of pocket a carico delle famiglie (oltre 41 miliardi di euro nel 2024) che spinge un italiano su dieci a rinunciare alle cure, affermando il progressivo smantellamento del diritto universale alla salute a favore di un sistema sanitario privato accessibile solo a chi ha maggiori disponibilità economiche.

È un’emergenza sociale, che mette a repentaglio gli stessi principi costituzionali alla base del nostro paese, per questo tassare gli extraprofitti bancari per destinare le risorse al ripristino del Ssn non è solo equo, ma un atto dovuto per garantire i diritti fondamentali dei cittadini.

Inoltre a partire dall’inizio del conflitto russo-ucraino, la speculazione sui prezzi dell’energia, che ha generato ingenti extraprofitti per le imprese energetiche, ci ha messo dinanzi all’esplodere del fenomeno della povertà energetica e della necessità di avere canali alternativi di approvvigionamento.

L’Italia ha fatto progressi, con le fonti rinnovabili che nel 2024 hanno coperto circa il 41% del fabbisogno nazionale, tuttavia, per centrare l’obiettivo di raggiungere una quota del 70% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030, è necessario un cambio di passo strutturale.

Le risorse derivanti dalla tassazione degli extraprofitti energetici devono essere convogliate in un intervento pubblico nella produzione energetica favorendo l’installazione di nuova capacità rinnovabile (l’Italia ha installato circa 6 GW di nuova capacità rinnovabile nei primi dieci mesi del 2024, superando il dato dell’intero 2023, ma serve accelerare), un sostegno economico in bolletta per i redditi bassi e un piano di finanziamento nazionale per l’efficientamento energetico e l’installazione di impianti fotovoltaici in autoconsumo per le famiglie a basso reddito, riducendo strutturalmente i costi in bolletta e contrastando la povertà energetica.

La politica finanziaria deve essere uno strumento di redistribuzione, togliendo risorse all’eccesso di profitto e rendita per restituirle in forma di servizi e sicurezza economica alle tasche delle persone, solo così si ripristinerà il patto sociale e si costruirà un’Italia più giusta.

Fonte

29/08/2025

Dopo il Leoncavallo parte l’attacco al CPA di Firenze

L’attacco che La Nazione ha rivolto al CPA Firenze Sud è un atto politico. Non a caso la penna del giornale borghese sceglie di parlare non di quarant’anni di autorganizzazione, ma di conti non pagati, di morosità, di bollette sospese.

È la tradizione consueta che il potere applica quando vuole annullare la dimensione politica di un’esperienza antagonista: ridurla a irregolarità amministrativa, privarla del suo senso collettivo, isolarla nello stigma del “non rispettare le regole”.

In questo meccanismo c’è tutto il dispositivo della legalità borghese che il capitalismo riproduce quotidianamente. La legalità non è mai neutra, e non coincide con la giustizia. È la forma che i rapporti di forza borghesi assumono per autoriprodursi. È “legale” privatizzare i beni comuni, svendere interi quartieri al turismo, aumentare il costo della vita scaricandolo sulle spalle del proletariato metropolitano.

Ma nulla di ciò ha a che vedere con la giustizia. La giustizia, in termini materiali, è l’uso sociale delle risorse, è il diritto a vivere, studiare, abitare, organizzarsi. Così ciò che viene bollato come “illegale” – l’apertura di spazi chiusi, l’autorganizzazione di attività popolari, la redistribuzione dal basso – diventa in realtà l’unica forma di giustizia concreta.

La riduzione del CPA a “inquilino moroso” serve proprio a questo: a tradurre un conflitto sociale in vertenza immobiliare. Ma parlare di contratti e affitti significa assumere la grammatica del nemico. Significa interiorizzare la logica della proprietà privata, trasformando la città da terreno di scontro a somma di rapporti contrattuali. È così che la lotta di classe diventa un problema amministrativo: non più questione politica, ma pratica da ufficio legale.

Il CPA, nella sua risposta, ha smascherato questa operazione, rifiutando il terreno della depoliticizzazione. Ed è che qui si evidenzia un punto cruciale: il CPA non è stato inglobato nei processi di normalizzazione. Non ha scelto la via della sopravvivenza subordinata ai protocolli e alle convenzioni che sterilizzano il conflitto. Ha continuato a collocarsi come esperienza antagonista, radicata nei quartieri e capace di restare fuori dalle logiche di addomesticamento.

È precisamente questa scelta di campo, non piegata né alla compatibilità né all’integrazione, a renderlo oggi un bersaglio. Perché il comando neoliberale non accetta ciò che non riesce a disciplinare.

Il contesto fiorentino rende tutto ancora più chiaro. Firenze è oggi una delle città più devastate dalla rendita immobiliare. Interi quartieri popolari sono stati svuotati per trasformarli in B&B e appartamenti turistici.

I residenti storici vengono espulsi perché i prezzi degli affitti diventano insostenibili. La città si trasforma in vetrina globale, dove tutto è mercificato: le piazze, le strade, i monumenti, perfino l’aria che si respira. E in questo processo il “decoro” diventa il dispositivo chiave.

Ed il decoro urbano ovviamente non è un principio estetico ma un’arma di classe. Serve a decidere chi può restare e chi deve essere espulso. Serve a cacciare i poveri dalle piazze, a reprimere gli studenti che occupano, a criminalizzare chi si organizza. È lo strumento con cui la borghesia nasconde la verità materiale della città: che tutto viene piegato all’imperativo della valorizzazione, e che chi non produce profitto deve essere escluso.

In questa cornice si comprende la funzione reale del CPA e di spazi simili. Le pratiche di autorganizzazione sociale che vi si producono – attività popolari, prezzi calmierati, redistribuzione dal basso – non sono marginali né assistenziali: sono riappropriazione collettiva. Sono salario sociale sottratto alla rendita e restituito in forme di uso comune.

È chiaro che anche questo terreno non è privo di contraddizioni: può degenerare in gestione compatibile della marginalità, oppure può diventare leva antagonista se legato a un progetto politico. La differenza non è morale ma materiale: vive ciò che costruisce forza collettiva contro la rendita, muore ciò che diventa funzione integrata.

E non è un caso che la repressione colpisca con sistematicità. L’inclusione non protegge: lo Stato integra per disciplinare, normalizza per neutralizzare, e quando serve colpisce. È accaduto a Bologna con XM24, a Napoli con Insurgencia, a Torino con Askatasuna.

In tutte queste esperienze il potere ha utilizzato lo stesso schema: prima la criminalizzazione, poi i sigilli. Non importa quanto uno spazio fosse o meno integrato: quando intralcia la valorizzazione, viene attaccato. Questo è il segnale che la compatibilità non salva, ma prepara la neutralizzazione.

Per questo la solidarietà non può essere né carità né tifoseria. Non si tratta di difendere un marchio storico, ma di generalizzare la difesa degli spazi come difesa di un’idea di città. Una solidarietà politicizzata, capace di trasformare indignazione in organizzazione: inchiesta militante, casse di resistenza, coordinamenti territoriali, sindacalismo sociale. In questo modo un attacco locale può presentarsi come possibilità alla ricomposizione generale.

La vicenda fiorentina, dunque, non riguarda solo Firenze. È il segnale che non esistono più zone franche: la città è fabbrica sociale della valorizzazione, e la rendita è il suo comando centrale. Colpire il CPA significa lanciare un messaggio a tutto il campo antagonista: ogni esperienza di autorganizzazione può essere chiusa quando non è più tollerabile per la logica della valorizzazione.

La posta in gioco non è allora – unicamente quella di – difendere un edificio, ma decidere se siamo capaci di rilanciare un fronte dell’autonomia che tenga insieme memoria e progetto, radicamento e respiro internazionale, pratiche di autorganizzazione e conflitto politico. Nessuna legalità salva. Solo l’autonomia organizzata, radicata nei bisogni materiali e trasformata in forza collettiva, può aprire varchi nella metropoli governata dalla rendita.

Cosa serve alla prossima fase? Serve la capacità di spezzare i meccanismi dell’atomizzazione e dell’invisibilizzazione, che il capitale produce come strumenti quotidiani di dominio. Serve un percorso di organizzazione materiale e politica, capace di trasformare la frammentazione sociale in soggettività antagonista.

Serve, soprattutto, la volontà di guardare alla città non come spazio neutro o semplice scenario urbano, ma come campo di battaglia del conflitto sociale, dove ogni edificio, ogni strada, ogni quartiere, già plasmato dalla logica della rendita può diventare terreno di scontro, di resistenza e di costruzione – e non si abbia timore a dirlo – forza collettiva di classe.

Fonte