Nei Campi Flegrei la terra non ha mai smesso di parlare.
Per decenni le trasformazioni del territorio hanno seguito soprattutto la logica della rendita fondiaria, del mercato immobiliare e dell’accumulazione, relegando la consapevolezza della sua fragilità a una questione secondaria. Ogni nuova scossa ha alimentato dichiarazioni, rassicurazioni e promesse, prima che il silenzio tornasse a coprire una delle questioni più rimosse della storia urbanistica italiana.
Perché il problema dell’area flegrea nasce da quando un territorio la cui vulnerabilità era perfettamente conosciuta è stato trasformato, decennio dopo decennio, in uno degli spazi più densamente abitati del Mediterraneo.
Il vulcanologo Giuseppe De Natale insiste da anni su una questione che meriterebbe molta più attenzione di quella che riceve nel dibattito pubblico. La scienza non dispone degli strumenti per stabilire il giorno in cui potrà verificarsi un evento sismico di maggiore intensità.
Può però indicare con chiarezza dove si determinano i punti critici e quali interventi siano necessari per ridurre le conseguenze di un eventuale terremoto. In altre parole, ciò che sfugge alla previsione non coincide affatto con ciò che sfugge alla responsabilità.
È da questo punto in avanti che la geologia, da sola, non basta più a spiegare la realtà dei Campi Flegrei. Per comprendere perché una sequenza sismica generi oggi tanta preoccupazione occorre guardare alla storia del territorio, alle trasformazioni urbane, alle scelte amministrative, ai rapporti tra potere politico, e sviluppo edilizio.
I fattori di rischio non sono comparsi, infatti, con le ultime scosse ma sedimentati nell’arco di decenni, mentre un’area, la cui complessità geologica era ben nota, veniva progressivamente caricata di popolazione, cemento, infrastrutture e funzioni urbane.
E così: ogni piano regolatore rinviato, ogni variante piegata agli interessi della rendita, ogni occasione mancata di governare diversamente l’espansione della città ha contribuito a costruire il quadro con cui oggi ci confrontiamo.
Le radici di questa storia affondano molto lontano. Negli anni del cosiddetto “sacco di Napoli”, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la città fu investita da una gigantesca espansione edilizia. Sotto le amministrazioni di Achille Lauro e, successivamente, della Democrazia Cristiana guidata da Carlo Gava, migliaia di licenze edilizie trasformarono il territorio in una gigantesca occasione di accumulazione immobiliare.
L’urbanista Vezio De Lucia ha raccontato per decenni come la pianificazione fosse sistematicamente subordinata agli interessi della rendita, denunciando una crescita urbana che sacrificava spazi pubblici, equilibrio territoriale e sicurezza collettiva.
La trasformazione urbana di Napoli seguì sempre più la geografia della rendita. L’espansione della città veniva misurata soprattutto attraverso il valore che il suolo era in grado di produrre, mentre arretravano le esigenze della pianificazione pubblica. Il territorio cessava gradualmente di essere considerato un bene comune da governare e assumeva sempre più il carattere di una risorsa economica da valorizzare. In quella stagione si consolidò un modello destinato a segnare per decenni la storia urbanistica dell’area metropolitana.
Questa impostazione non si è arrestata nemmeno con il terremoto dell’Irpinia del 1980. Quella tragedia avrebbe potuto rappresentare infatti una svolta culturale e politica. Avrebbe potuto inaugurare una stagione di messa in sicurezza diffusa del patrimonio edilizio campano, una riflessione sul rapporto tra rischio sismico e pianificazione urbana, una drastica riduzione della pressione abitativa nelle aree più vulnerabili.
Si aprì piuttosto una stagione che avrebbe inciso profondamente sulla storia economica e politica della Campania. Con la legge 219 del 1981 lo Stato destinò alla ricostruzione una massa di risorse senza precedenti. Accanto agli interventi che permisero di ricostruire interi centri abitati, prese forma un sistema nel quale una quota rilevante della spesa pubblica fu intercettata da reti clientelari, interessi imprenditoriali e organizzazioni camorristiche.
Processi, relazioni della Commissione parlamentare antimafia e numerosi studi hanno documentato come gli appalti e i subappalti della ricostruzione rappresentarono uno dei principali canali attraverso cui la criminalità organizzata consolidò il proprio peso nell’economia legale.
In quella fase operarono organizzazioni come la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e, successivamente, i gruppi riconducibili alla Nuova Famiglia, all’interno della quale i Nuvoletta, Michele Zaza, i Bardellino e altri clan assunsero un ruolo crescente nell’economia degli appalti, del movimento terra, delle forniture e del calcestruzzo.
Isaia Sales ha individuato proprio negli anni della ricostruzione il passaggio decisivo attraverso il quale la camorra smise definitivamente di essere soltanto un potere criminale territoriale per trasformarsi in un soggetto economico capace di accumulare capitale, condizionare il mercato e intrecciare rapporti stabili con segmenti dell’imprenditoria e della politica.
La ricostruzione restituì case e infrastrutture a migliaia di cittadini (anche se il carattere “provvisorio” di molte sistemazioni si protrasse ben oltre le promesse iniziali: migliaia di terremotati vissero per oltre un decennio in container e prefabbricati. Nella sola provincia di Napoli sorsero insediamenti a Barra e Ponticelli; i campi di Barra furono smantellati soltanto alla fine degli anni Novanta, mentre a Ponticelli alcune famiglie continuarono ad abitare nei cosiddetti “bipiani” anche negli anni Duemila. Nei comuni del cratere irpino e lucano, inoltre, numerosi prefabbricati e container rimasero abitati fino alla metà degli anni Novanta e, in alcuni casi, persino oltre), ma lasciò sostanzialmente immutato il paradigma che aveva guidato fino ad allora le trasformazioni del territorio.
Quando, tra il 1982 e il 1984, il bradisismo costrinse all’evacuazione del Rione Terra e di altre aree di Pozzuoli, migliaia di persone dovettero abbandonare le proprie abitazioni. La costruzione di Monterusciello rispose all’urgenza di dare una sistemazione agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica dell’epoca.
L’urgenza dell’intervento, tuttavia, non si tradusse in una revisione complessiva dell’assetto urbanistico dell’area flegrea. Terminata l’emergenza, il dibattito sulla instabilita dell’area flegrea perse rapidamente centralità.
Le dinamiche di espansione urbana ripresero il loro corso, la popolazione continuò a crescere e la speculazione edilizia tornò a esercitare un’influenza decisiva sulle trasformazioni del territorio. La natura della caldera era conosciuta; molto meno incisiva fu la volontà di trarne conseguenze nella pianificazione urbanistica.
La conclusione di quella stagione non coincise con l’avvio di una diversa politica del territorio. Nel corso dei decenni si sono alternate maggioranze, governi e amministrazioni appartenenti a culture politiche differenti, senza che prendesse forma una strategia capace di affrontare i nodi strutturali dell’area flegrea.
La straordinaria concentrazione della popolazione, le condizioni di una parte consistente del patrimonio edilizio, i ritardi nell’adeguamento sismico di edifici pubblici e privati, il consumo di suolo e l’assenza di una pianificazione orientata a ridurre progressivamente la vulnerabilità territoriale sono rimasti, nella sostanza, questioni irrisolte.
La storia dell’area flegrea ha dunque attraversato governi, stagioni politiche e classi dirigenti molto diverse tra loro. Antonio Bassolino, Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca hanno guidato la Regione Campania in fasi profondamente differenti, senza che prendesse forma una politica del territorio capace di misurarsi davvero con le criticità accumulate nel corso dei decenni.
Un discorso analogo riguarda le amministrazioni che si sono succedute a Napoli, Pozzuoli, Bacoli e Quarto. Sono cambiati gli schieramenti, i programmi e i gruppi dirigenti; molto meno è cambiato il modo di intervenire su un’area la cui complessità geologica era nota da tempo.
L’amministrazione guidata da Gaetano Manfredi costituisce, oggi, l’ultimo capitolo di una lunga continuità amministrativa. Le responsabilità che gravano sull’attuale governo della città non cancellano quelle sedimentate nel corso di oltre mezzo secolo, così come il peso della storia non esonera dalle proprie scelte chi amministra oggi.
Negli ultimi anni il rilancio dell’immagine internazionale di Napoli, la crescita del turismo, i grandi eventi, l’attrazione di investimenti e la competizione tra città hanno occupato una posizione centrale nell’azione e nella comunicazione istituzionale.
Molto più defilata è rimasta la discussione sulla condizione del patrimonio edilizio, sulle particolari condizioni dell’area e sulla costruzione di una strategia pubblica di lungo periodo capace di ridurre il rischio (una nota a parte ma nello stesso orizzonte può essere letta anche la scelta di superare la gestione integralmente pubblica del servizio idrico cittadino, interpretata – più che legittimamente – da una parte del mondo associativo e dei movimenti come un ulteriore arretramento del controllo collettivo su un bene essenziale).
Nel capitalismo contemporaneo la prevenzione produce poco rendimento economico. Consolidare scuole, ospedali, case popolari e infrastrutture non genera i margini di profitto che possono derivare da nuove operazioni immobiliari, grandi opere o eventi capaci di attrarre investimenti e consenso. Per la manutenzione della città e la riduzione del rischio si è continuato a intervenire in modo episodico.
Ben diversa è stata, nel corso degli anni, la continuità con cui la valorizzazione ha orientato l’espansione e la trasformazione dello spazio urbano.
I quartieri popolari pagano il prezzo più elevato di questo modello. Bagnoli, Fuorigrotta, Soccavo, Pianura, Pozzuoli e buona parte dell’area concentrano centinaia di migliaia di persone, edifici costruiti in epoche differenti, infrastrutture spesso insufficienti, strade che in condizioni ordinarie risultano già congestionate e che, in uno scenario emergenziale, potrebbero trasformarsi in punti critici.
È questo il risultato di decenni nei quali edifici sono rimasti senza adeguamento, la pianificazione ha progressivamente perso forza, condoni e varianti urbanistiche hanno inciso sull’assetto della città, mentre manutenzioni e investimenti annunciati sono stati rinviati o sono rimasti incompiuti.
La geologia spiega il comportamento del sottosuolo, per comprendere ciò che accade in superficie bisogna guardare alla storia di questo territorio: all’espansione della città, alle scelte urbanistiche, all’uso delle risorse pubbliche e al rapporto che, per oltre mezzo secolo, ha legato politica, economia e governo dello spazio urbano.
I Campi Flegrei raccontano due storie che si intrecciano da secoli. La prima appartiene ai movimenti della sottosuolo, a un equilibrio naturale tanto complesso quanto antico. La seconda è molto più recente e porta l’impronta delle decisioni umane: la crescita della città, la concentrazione della popolazione, il primato della rendita, la pianificazione incompiuta, la prevenzione rimasta troppo spesso ai margini.
È nell’incontro fra queste due storie che prende forma il rischio con cui oggi convivono centinaia di migliaia di persone e per comprenderla bene bisogna tornare indietro a quell’evento di quasi cinquant’anni fa che ha rappresentato uno spartiacque.
Le grandi emergenze modificano sempre gli equilibri di una società. Spostano risorse, ridefiniscono rapporti di forza, aprono spazi economici nuovi. Il terremoto del 23 novembre 1980 non fece eccezione. Alla tragedia umana seguì una delle più imponenti mobilitazioni di denaro pubblico della storia repubblicana.
Migliaia di miliardi di lire iniziarono a scorrere verso la Campania e la Basilicata per finanziare abitazioni, infrastrutture, opere pubbliche, aree industriali e servizi. Intorno a quel flusso di risorse si mosse un universo molto più vasto delle sole imprese incaricate di ricostruire.
Ogni cantiere richiedeva progettisti, movimento terra, cave, trasporti, forniture di cemento, acciaio, guardiania, subappalti. Ogni appalto metteva in movimento una rete di imprese, professionisti, fornitori, intermediari e subappaltatori. Era in quel sistema di relazioni che, non di rado, finivano per intrecciarsi interessi politici, imprenditoriali e criminali.
Le relazioni della Commissione parlamentare antimafia, numerose inchieste giudiziarie e gli studi di storici come Isaia Sales hanno fatto luce su quel passaggio con grande precisione. La ricostruzione non rappresentò soltanto un gigantesco intervento pubblico.
Diventò anche uno dei luoghi nei quali la camorra consolidò la propria presenza nell’economia legale, abbandonando progressivamente l’immagine di organizzazione confinata al contrabbando o all’estorsione per assumere quella di un soggetto capace di investire, mediare, partecipare ai mercati e orientare quote rilevanti dell’economia locale.
La trasformazione era iniziata già negli anni Settanta, ma trovò nella ricostruzione un’accelerazione straordinaria. La Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo aveva costruito il proprio potere anche attraverso il controllo del territorio e delle attività economiche.
Dopo il suo ridimensionamento, i clan della Nuova Famiglia (tra i quali i Nuvoletta, i Bardellino, Michele Zaza e altri gruppi destinati a diventare protagonisti della successiva geografia camorristica) rafforzarono ulteriormente la loro presenza nei settori collegati all’edilizia, ai trasporti, al calcestruzzo, alle cave e al movimento terra.
Quella straordinaria stagione di investimenti pubblici non rappresentava soltanto un’occasione per esercitare il controllo della camorra sui cantieri. Diventava uno spazio nel quale accumulare capitale, investire, stringere alleanze economiche e consolidare una presenza stabile nell’economia legale.
Sarebbe però riduttivo leggere quella stagione come il semplice incontro tra una calamità naturale e una criminalità pronta ad approfittarne. Attorno alla ricostruzione si mise in moto un sistema assai più complesso, nel quale amministrazioni pubbliche, professionisti, imprese, consorzi, istituti di credito e società di costruzione finirono per condividere lo stesso spazio economico.
L’eccezionale afflusso di risorse pubbliche ridisegnò gli equilibri del potere locale e trasformò gli appalti in uno dei principali terreni di mediazione tra interessi politici, economici e, in diversi casi accertati, criminali.
In quel contesto si consolidò anche il peso della Democrazia Cristiana campana, uno dei principali centri di potere della Prima Repubblica. Figure come Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino esercitarono, in ruoli diversi, un’influenza significativa sulle politiche per il Mezzogiorno e sulla distribuzione delle risorse pubbliche.
Le vicende giudiziarie che, negli anni di Tangentopoli, avrebbero coinvolto Pomicino appartengono alla storia della corruzione politica italiana: quella stagione racconta un sistema nel quale l’assegnazione di finanziamenti, appalti e interventi pubblici passava attraverso reti di consenso, mediazioni territoriali e rapporti di potere destinati a sopravvivere ben oltre la fase dell’emergenza.
Tra il 1982 e il 1984 il bradisismo tornò a modificare profondamente la vita dell’area flegrea. Il suolo di Pozzuoli continuava a sollevarsi, le scosse si susseguivano, gli edifici riportavano lesioni e la paura entrava progressivamente nella quotidianità di migliaia di persone.
L’evacuazione del Rione Terra non significò soltanto mettere in salvo una popolazione esposta al rischio. Interruppe una continuità urbana che durava da secoli. Intere famiglie lasciarono abitazioni affacciate sul porto, botteghe, luoghi di lavoro, relazioni di vicinato e una memoria collettiva costruita nell’arco di generazioni.
La costruzione di Monterusciello rispose alla necessità di dare una casa agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica del dopoguerra. La rapidità con cui sorse il nuovo quartiere rispondeva a un bisogno reale e urgente, ma non poteva ricostruire ciò che lo spostamento di migliaia di persone aveva inevitabilmente spezzato: legami sociali, identità collettive, attività economiche e forme di appartenenza sedimentate nel tempo.
Con il progressivo esaurirsi della crisi bradisismica, anche la riflessione sull’assetto dell’area flegrea perse forza, mentre la crescita urbana riprese senza una revisione complessiva del rapporto tra sviluppo edilizio e rischio geologico.
Erano gli stessi anni nei quali un giovane cronista del Mattino stava seguendo un’altra geografia, meno visibile ma altrettanto decisiva. Giancarlo Siani aveva poco più di vent’anni e seguiva la cronaca di Torre Annunziata. Ben presto comprese che raccontare la camorra significava seguire il denaro molto più che gli omicidi. Dietro le guerre tra clan si muovevano interessi economici, rapporti con i centri decisionali locali, imprese, cantieri e grandi flussi di risorse pubbliche.
I suoi articoli ricostruivano connessioni, equilibri, alleanze. Gli omicidi e gli episodi di violenza non rappresentavano il punto d’arrivo del racconto, ma l’inizio di un’indagine sui rapporti tra economia, politica e criminalità organizzata.
Il 23 settembre 1985 Giancarlo Siani venne assassinato sotto casa, al Vomero. Le sentenze hanno accertato che l’ordine di ucciderlo provenne dal clan Nuvoletta. Con lui si tentò di mettere a tacere una delle prime voci che aveva intuito come il potere della camorra non si misurasse soltanto nella violenza esercitata sul territorio, ma anche nella capacità di inserirsi stabilmente nell’economia, negli appalti pubblici e nei rapporti con segmenti della politica e dell’imprenditoria.
Con il passare degli anni il bradisismo uscì lentamente dalle prime pagine. Anche il Rione Terra sembrò appartenere sempre più alla memoria che al presente. Restarono, invece, le conseguenze di quelle scelte: mentre quel territorio continuava a trasformarsi, nuove periferie prendevano forma, il patrimonio edilizio avanzava negli anni e la consapevolezza della sua fragilità geologica tornava, ancora una volta, ad affievolirsi con il progressivo esaurirsi della crisi.
Il terremoto del 31 luglio ha riportato i Campi Flegrei al centro dell’attenzione nazionale. Per qualche ora Napoli è tornata ad aprire i telegiornali e le prime pagine. Le immagini delle persone in strada, delle stazioni chiuse, delle verifiche sugli edifici pubblici hanno restituito al Paese la percezione di una precarietà che, in realtà, non si è mai allontanata da questo territorio.
Come è accaduto altre volte, l’emozione collettiva rischia però di avere un respiro molto più breve dei problemi che l’hanno generata.
Il nodo resta lo stesso da molti anni: è su questo terreno che si misurano il peso delle scelte urbanistiche accumulate nel tempo, la qualità del patrimonio edilizio, l’efficacia della pianificazione e la capacità delle istituzioni di prepararsi a uno scenario che la comunità scientifica invita da tempo a considerare con la massima serietà. Giuseppe De Natale lo ripete da anni.
Nessuno è oggi in grado di stabilire se o quando potrà verificarsi un terremoto più forte o un’evoluzione diversa dell’attuale crisi bradisismica. Esistono però conoscenze sufficienti per individuare le criticità del territorio, la vulnerabilità di una parte del patrimonio edilizio, le difficoltà che un’eventuale evacuazione di centinaia di migliaia di persone comporterebbe in un’area attraversata ogni giorno da una mobilità già fortemente congestionata.
È su questo terreno che il rischio sismico diventa anche una questione di classe. Le grandi calamità non distribuiscono le proprie conseguenze in modo uniforme. Seguono, quasi sempre, la mappa delle disuguaglianze già esistenti.
Chi dispone di patrimonio, risparmi, seconde case, reti professionali o attività facilmente trasferibili affronta una crisi con strumenti che altri non possiedono. Per chi vive del proprio salario, di un’occupazione provvisoria, di una pensione modesta o di un piccolo esercizio commerciale legato al territorio, anche pochi mesi di sospensione possono compromettere un equilibrio costruito nell’arco di anni.
Le classi subalterne arrivano a questi passaggi storici con margini di protezione estremamente ridotti. Un’evacuazione prolungata non significherebbe soltanto lasciare la propria abitazione. Potrebbe interrompere rapporti di lavoro, cancellare il reddito di migliaia di famiglie, mettere in difficoltà piccole attività, disperdere reti di solidarietà quotidiana costruite nel tempo e allontanare interi quartieri dai luoghi nei quali si svolge la loro vita sociale.
Ogni trasferimento modifica anche gli equilibri di una comunità: cambiano i percorsi casa-lavoro, cambiano le scuole, cambiano le relazioni di vicinato, cambiano quelle forme di mutuo aiuto che, soprattutto nei quartieri popolari, rappresentano una risorsa concreta molto prima di diventare una categoria sociologica.
Ogni ri-destinazione modifica anche gli equilibri economici. Alcuni soggetti troverebbero nuove occasioni di investimento, altri attenderebbero per anni il ritorno a una condizione di normalità.
L’esperienza italiana mostra quanto la distribuzione delle risorse pubbliche possa contribuire ad allargare oppure a ridurre le disuguaglianze già esistenti. La ricostruzione successiva al terremoto del 1980 rappresenta una lezione ancora attuale.
Accanto agli interventi che restituirono abitazioni e servizi a migliaia di persone, enormi quantità di denaro alimentarono interessi economici, clientele e infiltrazioni che modificarono profondamente gli equilibri della regione.
Pensare che una futura stagione di investimenti straordinari non susciterebbe anche oggi l’interesse della criminalità organizzata significherebbe ignorare la storia degli ultimi quarant’anni.
Le organizzazioni camorristiche di oggi non sono quelle degli anni di Cutolo, dei Nuvoletta o di Michele Zaza. Si sono trasformate insieme all’economia, investono in mercati differenti, utilizzano strumenti finanziari più sofisticati e operano spesso lontano dalla visibilità che caratterizzava la stagione delle guerre di camorra.
Una continuità, però, attraversa tutta la loro storia: la capacità di riconoscere i luoghi nei quali si concentrano grandi risorse pubbliche e di costruire, attorno a esse, relazioni economiche, imprenditoriali e politiche.
L’edilizia, il movimento terra, la logistica, i trasporti, lo smaltimento delle macerie, le forniture e la rete dei subappalti continuano a rappresentare settori particolarmente esposti a queste dinamiche. È proprio nei passaggi in cui la spesa pubblica si concentra e le procedure tendono ad accelerare che diventa più alta la pressione esercitata dagli interessi criminali, economici e clientelari.
Esiste, infine, una questione che riguarda il modo stesso in cui immaginiamo il futuro di questo territorio. Da decenni la comunità scientifica produce studi, dati e analisi sempre più raffinati. Urbanisti, geologi e vulcanologi descrivono con grande precisione le criticità dell’area flegrea.
Questa conoscenza continua però a scontrarsi con tempi politici molto più brevi, con priorità che cambiano rapidamente e con una pianificazione che fatica ad assumere il rischio come criterio permanente di governo del territorio.
La vicenda dei Campi Flegrei obbliga a guardare il rischio da una prospettiva diversa. Le scosse fanno emergere differenze che si sono accumulate nel corso dei decenni, dentro le trasformazioni della città, nelle politiche urbanistiche, nelle condizioni del lavoro, nella distribuzione delle risorse e nella qualità dei servizi pubblici.
È in questa prospettiva che la vicenda flegrea assume un significato più ampio. La storia di questo territorio attraversa certamente la propria peculiare conformazione ma porta impressi anche i segni delle forme che hanno governato lo sviluppo urbano, dell’influenza esercitata dalla rendita fondiaria, della progressiva perdita di centralità della pianificazione pubblica e di una politica che, troppo spesso, ha rincorso gli avvenimenti invece di anticiparli.
Le conoscenze scientifiche non sono mai mancate. Da tempo geologi, vulcanologi e urbanisti descrivono con precisione le criticità dell’area. Più difficile si è rivelato trasformare quel patrimonio di conoscenze in una visione capace di orientare stabilmente le scelte sul territorio.
Ogni volta che la terra trema si riapre una discussione che sembra ripartire sempre dall’inizio. Cambiano le dichiarazioni, si aggiornano i piani, si moltiplicano gli annunci. Intanto la città continua a portare sulle proprie spalle il peso delle decisioni accumulate nell’arco di oltre mezzo secolo.
È forse questa la continuità più ostinata della storia flegrea: non il movimento tellurico che appartiene alla natura di questo luogo, ma la difficoltà delle classi dirigenti nel fare della memoria uno strumento di governo e della prevenzione una scelta politica permanente.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/08/2026
La lingua tagliente dei Campi Flegrei
24/05/2026
Sette storie per non dormire: l'ENI (parte 1)
Nel ripercorrere la lunga storia dell’ENI, dobbiamo necessariamente riservare ampio spazio alle vicende connesse alla morte di Mattei, le quali sono assurte nel tempo a caso emblematico dell’ostracismo che in Italia spesso ha dovuto subire chi si è speso in difesa dell’interesse nazionale. Partiremo, pertanto, proprio da tale snodo, valutandone le conseguenze per l’azienda e le interpretazioni che ne sono state date.
Prima di cominciare, riteniamo doverosa una segnalazione. L’intera nostra analisi si baserà su quanto scritto in due soli libri, che fra i vari disponibili sulla questione ci sono parsi particolarmente utili ai fini di una sua puntuale ricostruzione storica. Si tratta di “Enrico Mattei. Petrolio e complotto italiano” di Giorgio Galli (Baldini Castoldi Dalai, 2005) e de “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta” di Marco Pivato (Donzelli, 2011), cui pertanto rimandiamo i lettori in cerca di conferme e approfondimenti. Raccomandiamo in particolare il testo di Galli, in quanto – a differenza dell’altro – tratta anche di eventi successivi alla morte di Mattei.
Enrico Mattei, com’è noto, era l’uomo che aveva propugnato la nascita dell’Ente Nazionale Idrocarburi e che ne era stato presidente sino alla morte, avvenuta nell’ottobre del 1962. La sua intraprendenza era risultata altamente meritoria, in quanto l’attività dell’ENI aveva assicurato all’Italia gli approvvigionamenti energetici a costi contenuti di cui la nostra industria abbisognava per il proprio sviluppo, che l’iniziativa privata non sarebbe stata in grado di garantire. I benefici apportati dall’ENI alla nostra economia, tuttavia, erano stati limitati dalla sua persistente dipendenza dal petrolio venduto a prezzo di cartello dalle grandi compagnie angloamericane. Mattei si era adoperato perché l’ENI giungesse a disporre di risorse proprie, ma senza riuscirvi; e dopo la sua morte questa situazione si perpetuò, giacché il suo immediato successore Eugenio Cefis (presidente solo dal 1967, ma cui di fatto sin dal 1963 fu affidata la direzione dell’azienda) non provò neppure a conseguire tale obiettivo, accontentandosi di mantenere l’ente nella condizione di distributore di petrolio altrui e di alleato subalterno delle compagnie straniere. Nel periodo successivo alla gestione Cefis (il quale lasciò l’azienda nel 1971), l’ENI sarebbe poi riuscito a dotarsi in apprezzabile misura di petrolio proprio; ma gli effetti negativi della svolta del 1963 si sarebbero comunque fatti sentire per un lungo periodo di tempo (forse addirittura per un ventennio).
Per la condotta di Cefis, in verità, potremmo tentare di trovare delle giustificazioni. È stato difatti rilevato che nel 1962 l’ENI versava in notevoli difficoltà finanziarie, a causa delle enormi spese sostenute per esplorazioni rivelatesi infruttuose (e quindi incapaci di ripagare i propri costi), e che per questa ragione lo stesso Mattei, dopo avere per anni mantenuto un atteggiamento di sfida nei confronti dei giganti del petrolio, si era deciso a scendere a patti con essi. Potremmo perciò sostenere che in realtà Cefis non fece altro che raccogliere l’eredità di Mattei. Una simile conclusione, però, è confutabile rilevando come dalle proposte di accordo di cui si è oggi a conoscenza non emerga una volontà di Mattei di rinunciare durevolmente al progetto di un ENI estrattore petrolifero: presumibilmente, questi vedeva nella stipula di accordi di fornitura con le multinazionali soltanto uno strumento funzionale a far recuperare all’ente la propria floridezza finanziaria, in modo da rendere in seguito possibile un nuovo tentativo di espansione nell’ambito dell’attività estrattiva. Dal momento che la politica di Cefis si sostanzierà proprio in una rinuncia di tal fatta, non è dunque legittimo considerarla la continuazione di quella del suo predecessore. Alla nostra argomentazione si potrebbe però ribattere che, evidentemente, Cefis aveva ereditato un ENI a tal punto indebolito da non poter agire in altro modo, vuoi perché il suo risanamento imponeva proprio un duraturo ridimensionamento degli investimenti, vuoi perché l’assoluta necessità di stipulare accordi di fornitura con le sue potenti rivali consentiva a queste ultime di dettarne i termini nella maniera ad esse più favorevole. Tuttavia, se si approfondisce ulteriormente la nostra conoscenza dell’ENI di Mattei, anche questa obiezione perde credibilità. Infatti la situazione dell’ente, per quanto difficile, non era comunque così disperata da imporgli la stipula di un accordo a qualunque costo o la spontanea rinuncia alle sue ambizioni originarie, in quanto per far fronte ai debiti che aveva accumulato verso le banche poteva contare sui cospicui profitti che continuava a ricavare dalle proprie attività e sull’ascendente che aveva sugli ambienti governativi (del quale avrebbe potuto servirsi per ottenere assegnazioni di risorse pubbliche). Per di più le sue prospettive di sviluppo futuro, malgrado gli insuccessi accumulati, apparivano ancora rosee, in ragione delle promettenti possibilità di espansione che per esso si profilavano nel Sinai, in Algeria e in Libia.
Nell’esaminare le vicende dell’ENI posteriori alla morte di Mattei, inoltre, non dobbiamo limitarci a considerare la sola ricerca di nuovi giacimenti. Nel 1962 il presidente stava lavorando a un accordo con l’Algeria, finalizzato alla realizzazione di un metanodotto collegante quel paese alla Sicilia e all’accesso dell’ente alle sue riserve di petrolio, ma sotto la gestione Cefis questo progetto non si concretizzò. Ciò pure contribuì a mantenere l’ENI dipendente dalle forniture di idrocarburi delle maggiori compagnie, in particolare dalle importazioni di gas naturale libico per mezzo di navi metaniere. Ci pare arduo trovare una giustificazione anche per una simile condotta.
Riepilogando, va riconosciuto che dopo la morte di Mattei l’ENI subì le conseguenze di un cambio di strategia non imposto dagli eventi, che ne ridimensionò il ruolo, procurando danno ad esso e all’economia del paese. Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre chiarire che la politica di Mattei non aveva mai rappresentato la diretta espressione della volontà del ceto di governo (per il quale, in senso lato, egli lavorava, essendo l’ENI di proprietà pubblica): al contrario, essa da parte di quest’ultimo aveva sempre ricevuto un appoggio malfermo, per un verso motivato dalla consapevolezza che quanto il presidente faceva andava a vantaggio della collettività, ma per l’altro incrinato dall’influenza che sulle forze di maggioranza riuscivano ad avere interessi nazionali ed esteri in contrasto con quello generale del paese, nonché da altri fattori di cui tra poco diremo.
La prima battaglia che Mattei dovette condurre fu quella per la mera sopravvivenza dell’AGIP (agente dello stato in campo petrolifero prima della fondazione dell’ENI), lascito del regime fascista la cui chiusura era auspicata sia dal governo statunitense, sia dalle aziende private nazionali attive nei settori dell’estrazione di idrocarburi, della produzione di energia a mezzo dei medesimi e della petrolchimica (le quali evidentemente comprendevano che la presenza dello stato in tali ambiti avrebbe sottratto loro spazi d’intervento). Anche la concessione al neonato ENI del monopolio sulla ricerca e sullo sfruttamento dei giacimenti metaniferi e petroliferi padani incontrò forti resistenze in ambito governativo, che furono vinte grazie alla pressione esercitata dai partiti d’opposizione, e lo stesso si può dire di ogni successiva mossa compiuta da Mattei per rafforzare l’ente (come l’acquisto di petrolio sovietico a buon mercato). Per quanto possa apparire paradossale, è insomma indubitabile che per poter perseguire l’interesse della nazione il manager marchigiano abbia dovuto porsi costantemente in urto con lo stato.
Per rafforzare l’incerto appoggio politico di cui disponeva ed attenuare gli effetti concreti dell’ostilità che nel contempo subiva, Mattei si avvalse di due strumenti. Il primo di essi fu una gestione autocratica dell’ente, vale a dire una gestione accentrata nelle sue mani e quindi sottratta al controllo del ceto di governo: in tal modo, quest’ultimo ebbe limitate possibilità di contrastare in anticipo le scelte del presidente, trovandosi spesso dinanzi a operazioni già intraprese da cui non avrebbe potuto recedere senza clamore (e quindi senza assumersi pubblicamente la responsabilità del danno che ciò avrebbe causato al paese). Il secondo fu il condizionamento dei partiti, perseguito tramite il controllo del quotidiano “Il Giorno” e soprattutto tramite il loro sistematico finanziamento. Naturalmente, tali comportamenti – additati all’opinione pubblica senza inquadrarli nel contesto che ne aveva motivato l’assunzione – divennero per i suoi avversari argomenti utili a screditarlo; il principale effetto controproducente che da questi derivò, tuttavia, fu un altro. Sottraendosi al giudizio dei governanti e proponendosi ad essi quale manipolatore anziché quale interlocutore, verosimilmente Mattei favorì il diffondersi di sentimenti di diffidenza – quando non di ostilità – nei propri riguardi anche in ambienti politici che sarebbero stati in grado di apprezzare i suoi intenti: per un osservatore esterno, infatti, era difficile comprendere se la sua aggressiva strategia espansionistica costituiva soltanto una risposta razionale ai problemi di approvvigionamento energetico dell’Italia o se ad informarla erano anche delle ambizioni di potere personale. Il fatto che Mattei si fosse costruito un’immagine pubblica più da capopopolo che da tecnocrate (tramite dichiarazioni in cui si presentava quale conduttore di una battaglia contro potentati statuali ed economici che opprimevano e umiliavano l’Italia) doveva poi contribuire ad alimentare sospetti di tal fatta. In ragione di ciò, anche quando in seno alla Democrazia Cristiana, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, andò affermandosi una corrente favorevole all’intervento pubblico in economia (capace di esprimere personalità di grande spessore, quali Fanfani e Moro), non si costituì un ampio fronte politico animato dai medesimi intendimenti del presidente dell’ENI, col risultato che ancora nel 1962 la strategia dell’ente petrolifero costituiva non un aspetto particolare della politica governativa, bensì una politica parallela a quest’ultima.
In merito al rapporto di Mattei con le forze politiche, va sottolineata altresì la funzione intenzionalmente destabilizzatrice che avevano i finanziamenti da lui destinati alla Democrazia Cristiana. Egli difatti sosteneva nello stesso momento figure e correnti diverse, in modo da impedire che un singolo dirigente o gruppo diventasse tanto forte da poterlo condizionare. È da credere che un simile atteggiamento accrescesse ancor più la diffidenza e l’ostilità nei suoi riguardi, rendendolo inviso finanche a quei dirigenti politici che beneficiava (che si vedevano posti in competizione con altri, al fine di essere mantenuti in uno stato di subordinazione verso di lui, e che per effetto dell’equilibrio di forze interno alla DC da lui determinato scontavano anche una più generale limitazione della propria libertà di azione).
Alla condizione di isolamento di Mattei rispetto al mondo politico si aggiungeva poi una scarsa condivisione dei suoi obiettivi in seno allo stesso ENI, dovuta a quella medesima gestione accentratrice di cui si è detto. Per questo insieme di ragioni, l’azione dell’ente venne dunque a configurarsi essenzialmente come il frutto della volontà del suo presidente: una caratteristica che la esponeva al rischio di subire drastici cambiamenti nel momento in cui la presenza di questi fosse venuta meno. Ciò fu esattamente quel che accadde dopo il 1962: morto Mattei (e morto proprio in un momento in cui le difficoltà dell’ENI rendevano ancora più facile sia dubitare in buona fede della bontà della sua gestione, sia screditarla interessatamente), l’esecutivo si affidò a un dirigente dagli intendimenti del tutto diversi dai suoi.
Beninteso, con tutta probabilità Cefis si propose al ceto di governo come il liquidatore non di una politica volta a garantire all’Italia una relativa autosufficienza energetica, bensì soltanto degli eccessi della medesima (e parallelamente come intenzionato non a ridimensionare, bensì a risanare l’ente), in modo da guadagnarsi il favore anche della sua componente più progressista. Una volta in carica non ebbe poi difficoltà a perseguire i propri obiettivi, dal momento che quest’ultima vide la propria libertà d’azione gravemente limitata. Nel corso degli anni Sessanta, infatti, diminuirono e poi vennero meno del tutto i finanziamenti statunitensi alla Democrazia Cristiana: questa venne così a dipendere in misura crescente dai contributi versati dalle grandi imprese pubbliche e private, le quali di conseguenza divennero maggiormente in grado di orientarne le decisioni. Ciò significa che Cefis poté sfruttare il ruolo dell’ENI quale finanziatore della politica per impedire che questa contestasse la sua mancanza d’iniziativa (esattamente come Mattei aveva potuto servirsene per impedire che contestasse la propria intraprendenza); e significa anche che le compagnie petrolifere angloamericane poterono fare leva sul proprio ruolo di finanziatrici per dissuadere i nostri governanti dall’interferire con le scelte di Cefis, che in tutta evidenza andavano a loro vantaggio. A tale riguardo, è interessante rilevare come nel periodo 1963-1971 la società statunitense Esso abbia dotato la sua filiale italiana di fondi neri, che vennero da questa impiegati per finanziare esponenti delle forze governative: il fatto che questa mossa abbia seguito di pochissimo la svolta impressa da Cefis, difatti, induce a vedere in essa un’azione mirante proprio a consolidare il nuovo corso dell’ente petrolifero, scongiurando il rischio che in sede politica sorgessero iniziative volte a contrastarlo.
Neppure all’interno dell’ENI poté svilupparsi un’efficace azione di contrasto della politica di Cefis. Ciò ovviamente dipese dalla già menzionata gestione autocratica di Mattei, la quale non soltanto aveva limitato la condivisione in seno all’ente della visione di quest’ultimo, ma aveva anche impedito l’emergere di altre figure dirigenti capaci ed autorevoli, in grado di continuare l’opera del defunto presidente e di poterne rivendicare i meriti dinanzi al governo.
Chiarite le ragioni per cui fu possibile liquidare repentinamente l’eredità di Mattei, rimane da comprendere perché si volle farlo. Senz’altro, Eugenio Cefis agì guidato da interessi personali: in particolare, sappiamo che la rinuncia a portare avanti il progetto del gasdotto algerino fu seguita dall’affidamento della gestione delle navi metaniere che fornivano all’ENI il gas libico a una società di cui lo stesso Cefis era socio. È presumibile, tuttavia, che egli abbia operato anche come rappresentante di quei soggetti interessati a una moderazione delle ambizioni dell’ente pubblico. Ci riferiamo ovviamente alle grandi società petrolifere anglosassoni, che in virtù di tale moderazione poterono mantenere sul mercato italiano una condizione di predominio quali fornitrici di idrocarburi, ma anche agli operatori privati nazionali del settore, che vedevano minacciate dall’attivismo dell’ENI le loro possibilità di ampliare il proprio raggio d’azione o addirittura di mantenere quello esistente. D’altronde, Cefis risulta avere coltivato rapporti personali con esponenti di entrambi gli ambiti: si consideri al riguardo che la citata società di gestione di navi metaniere, i cui profitti furono garantiti dalla mancata realizzazione del gasdotto algerino, annoverava tra i propri soci anche il petroliere italiano Moratti e il presidente della Esso italiana Cazzaniga.
Sin qui abbiamo trattato della morte di Mattei unicamente per analizzare le ricadute che ebbe sull’azienda. Dobbiamo affrontare, tuttavia, anche la questione dell’identità e del movente di chi della sua scomparsa fu responsabile, giacché è stato acclarato che egli fu vittima di un attentato e va presa in considerazione l’ipotesi che lo si sia voluto uccidere proprio per colpire l’ENI. Poiché si tratta di un argomento che non può essere esaurito in poche righe, ad esso ci dedicheremo nella seconda parte di questo articolo.
25/01/2026
Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana
Come si spiega questa débâcle?
Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.
Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?
Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale.
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.
I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.
Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.
La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.
L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.
Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?
La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.
A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.
All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.
Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.
Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).
Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.
Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.
Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).
Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).
La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).
Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).
In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.
In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.
Fonte
21/12/2022
Corruzione. È una lunga storia...
È l’unica fotografia trovata in rete di un documento storico.
Storico, non solo perché il quotidiano diretto da Eugenio Scalfari prospettava la tesi che il “collettore delle tangenti” per l’Italia, nello scandalo, Lockeed fosse Aldo Moro. 306 milioni di dollari distribuiti in almeno 15 paesi per “facilitare la vendita” degli aerei militari della corporation statunitense.
E lo faceva senza giri di parole, attaccando il Presidente della Democrazia Cristiana, col rischio di finire querelato e dover dimostrare, con prove inoppugnabili, la sua tesi e le sue fonti.
Storico perché quella pagina di Repubblica porta la data del 16 marzo 1978.
La mattina in cui Moro fu sequestrato.
Quel giornale fu ritirato in fretta e furia dalle edicole e della faccenda non se ne parlò più.
La vicenda fu derubricata come una “bufala” messa in giro dall’entourage di Henry Kissinger preoccupato delle “aperture a sinistra” del leader DC.
Era già incominciata la campagna di beatificazione del “santo laico” della democrazia, italiana e cristiana.
Discutere sul ruolo di quel personaggio (e di quel partito) significava finire nella geenna dei “fiancheggiatori del terrorismo”, finire in galera in virtù di qualche “teorema” costruito nelle aule giudiziarie, essere bollato come “sabotatore” delle istituzioni civili e “amico degli assassini“.
Ci vorranno 14 anni prima di vedere i sodali del leader democristiano finire con la bava alla bocca davanti ai giudici di “mani pulite”.
14 anni per potere riparlare di corruzione.
I tempi erano cambiati, e della DC e dei cespugli che per 30 anni avevano goduto il privilegio di “fedeli alleati” nella gestione del potere, le classi dirigenti avevano capito di poterne fare a meno.
Avevano esagerato ed era ora di “cambiare tutto per non cambiare niente”.
Anche il clima era cambiato e gli “intellettuali” che in gioventù mettevano la faccia e la firma contro “il sistema di potere mafioso della DC”, si riscoprivano manettari e estimatori del 41 bis.
La borghesia (la democrazia) aveva vinto e poteva permettersi di fare pulizia al suo interno, e di chiudere i conti aperti negli anni bui in cui aveva rischiato di essere travolta.
Poteva rinnovare la classe dirigente senza la preoccupazione di rischiare di indebolire la sua capacità egemonica.
Gaber, da “provocatore” che poco concedeva al mercimonio delle idee (di certo non delle sue) ci provò ad andare contro corrente.
Lo fece nel 1978. Col “morto in casa”.
Quel disco se l’è dovuto produrre da solo.
È anch’esso un documento storico, lasciato in eredità a futura memoria.
Per non dimenticare.
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04/12/2022
La storia perfida di Bellocchio
L’uscita, tra il 14 e il 17 novembre scorso, del film a puntate Esterno notte sulla Rai, ha fomentato nuovi dibattiti e conseguenti polemiche sull’interminabile rievocazione del rapimento Moro. Stavolta, però, i clamori sembrano giungere soprattutto da sinistra. Se la rilettura storica di Bellocchio, nella sua commistione onirica di realtà e immaginazione, ha messo d’accordo gli epigoni della «fermezza», chi da questa fermezza venne a suo tempo travolto si è trovato ancor più confuso di prima. Tra i protagonisti reali e gli eredi ideali degli anni Settanta molte cose sembrano fuoriuscire da una certa zona di comfort storico-politica. Ma prima di tutto bisogna riconoscere a Bellocchio, qualsivoglia lettura si abbia della vicenda storica e di come il film la racconta, di essersi opportunamente tenuto lontano dalle scorciatoie complottiste: «dietro le Brigate rosse ci sono solo le Brigate rosse» è la sentenza emessa dal funzionario americano in un colloquio con Cossiga. Tanto basta per accostarsi al film con maggiore serenità d’animo. Il banchetto dietrologico di CIA e KGB, palestinesi e piduisti avrà modo di riconvocarsi in altra sede. E con questo non vogliamo negare le interferenze interessate e i “poteri paralleli” che si attivarono durante il sequestro (nazionali e internazionali). Movimenti e interessi che si scatenarono però dopo e che, in ogni caso, non determinarono gli eventi ma tentarono, per quanto possibile, di non subirli passivamente. Il lungo Sessantotto italiano, il portato della sua violenza politica, è generato e rimane comprensibile storicamente e politicamente solo nella logica di scontro tra la mobilitazione politica e lo Stato, all’interno della quale i diversi attori chiamati ad interpretarne una parte agirono più o meno liberamente.
Il rapporto tra movimento e lotta armata è una delle maggiori controversie. Bellocchio, piegando in maniera disinvolta alcuni eventi simbolici (l’esproprio dell’armeria del 12 marzo 1977 in diretta connessione con il marzo 1978), edifica un collegamento chiaro: il lottarmatismo è il frutto, non storicamente inevitabile, ma politicamente logico, del livello di mobilitazione raggiunto dai movimenti della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta. Con ciò il regista non propone, semplicisticamente (e anche stupidamente), una giudiziaria chiamata in correo, men che meno un legame esplicito e cosciente tra “partito legale” (ma quale?) e organizzazione armata. Bellocchio non è Calogero. Quel che invece emerge è un rapporto di filiazione: da quel livello, già di per sé “esasperato”, di mobilitazione, di violenza politica diffusa, di “consequenzialità” di certe scelte, di militarizzazione delle strategie, poteva sorgere – e infatti è sorto – un piano di lotta ancor più esasperato: lo scontro armato tra una parte della sinistra e lo Stato. Esprimere tale concetto ci sembra dunque affrontare la realtà per quel che è stata, senza celarne i lati spiacevoli o in contrasto con analgesiche mitopoiesi. Le BR romane non vengono dal nulla. Sono, al contrario, il risultato di un processo storico-politico preciso, e composte da militanti riconosciuti e attivi nei gruppi della nuova sinistra. Dire ciò, raccontarlo in un libro di storia o in un film che gioca molto con la fantasia delle sliding doors, significa fare della cattiva storia? Significa, semmai, rigettare le versioni di comodo. E d’altronde, a parlare di «geometrica potenza» del 1978, da coniugare con la «terribile bellezza» del 12 marzo 1977, non era certo un ingenuo tifoso della lotta armata, ma un noto dirigente dei movimenti degli anni Settanta.
Il film (composto di sei “episodi”, o temi narrativi) affronta l’affaire Moro attraverso una specifica chiave autoriale: l’introspezione psicologica dei personaggi. Un motivo di lungo corso in Bellocchio, derivante dalla sua lunga frequentazione con Massimo Fagioli. La psicologia del potere democristiano è presentata nei suoi vari tipi antropologici e morali: Moro vittima degli eventi (e del potere), Cossiga corroso tra amicizia e ragion di Stato, Andreotti severo (e taciturno) guardiano degli equilibri di potere. La psicologia dei brigatisti è raccontata attraverso il rapporto-scontro tra Valerio Morucci e Adriana Faranda, ambedue dubbiosi ma sottomessi al duro “realismo della rivoluzione” impersonato da Mario Moretti. E vi sono poi ruoli di contorno: il Papa, Berlinguer e il PCI, la famiglia di Moro. Qui la narrazione di Bellocchio procede controversa. Funziona bene nel raccontare la DC e i suoi principali esponenti, perché i dilemmi, i tic e le perversioni dei protagonisti appaiono come il frutto velenoso dell’esercizio del potere. Dirigenti ben integrati “nel sistema” (culturale, professionale, universitario, economico) reagiscono al Beruf weberiano attraverso forme di inevitabile dilaniamento interiore. Inevitabile, forse, perché troppo recente, ancora – come dire – “piccolo borghese”, dipendente da voleri altrui (il Vaticano, la grande industria, gli Usa e la Nato). E se la santificazione di Moro è il pegno che sembra inevitabile pagare alla possibilità di raccontare la vicenda (vedasi Todo modo per capire com’era trattato Moro prima della sua morte), la ricostruzione dei meccanismi psicologici di potere risulta nonostante tutto efficace, beffarda, realistica.
Funziona meno bene, invece, quando ad essere psicologizzati sono i militanti delle BR. Qui non c’è professione, ma vocazione, e i suoi interpreti, lungi dall’essere integrati ingrati al “sistema”, ne rappresentano una possibile disintegrazione. Non esiste la violenza politica perché vi sono dei “terroristi malati” e preda di “astratti furori” nichilistici (una sorta di nečaevšina di matrice dostoevskiana); semmai, sono le scelte tragiche che ogni lotta palingenetica impone ad incidere anche sulla mente dei militanti, alterandola. La psicologizzazione del rivoluzionario è d’altronde un territorio assai frequentato, e da Dostoevskij a Conrad a Nabokov è sempre servita a sottrarre legittimità razionale alle scelte politiche radicali. Anche Bellocchio cede alla versione di comodo che fa della rivoluzione il risultato d’uno straniamento interiore, che tresca – peraltro – con esibiti rimandi alle tematiche vitaliste di matrice dannunziana (la “bella morte”, i riferimenti al Mucchio selvaggio ecc.). Pensare a Prospero Gallinari o Mario Moretti come esaltati nietzscheani, insomma, ce ne vuole. Ciò non toglie che qualcuno possa esserlo stato (ma bisognerebbe cercare altrove che nelle BR) ma, anche qui, non spiegherebbe nulla del processo storico che ha portato alla lotta armata in Italia. I Sàvinkov, in quegli anni, furono semmai altri. Quello che invece assolutamente non convince è il ruolo del PCI, e di Berlinguer in particolare. Un ruolo sottodimensionato, laterale, subalterno. Di fatto irrilevante. Eppure il PCI è stato il soggetto decisivo nel condurre in porto una «politica della fermezza» che aveva contro non solo i socialisti e il Vaticano, ma una parte importante della stessa Democrazia cristiana. Lo smarcamento comunista avrebbe lacerato irrimediabilmente la tenuta del potere democristiano, con tanti saluti alle pur invadenti pressioni americane.
La domanda decisiva è allora: perché in un paese così apparentemente debole si impose una ragion di Stato pronta a sacrificare uno dei suoi massimi esponenti? Le ragioni sono molteplici, nessuna delle quali conduce al rischio di un “riconoscimento politico” dei brigatisti. In gioco vi erano due interessi concorrenti e compartecipi nell’edificazione di una politica serrata alle preghiere del prigioniero Moro. Da un lato il posizionamento dell’Italia nello scenario internazionale. Cedere su Moro avrebbe comportato l’automatica retrocessione del paese a entità compiutamente dipendente dai voleri del campo euro-atlantico. Nonostante la sua indipendenza geo-politica sia stata, dal 1945 in avanti, relativa, questa stessa “relatività” era un fatto di non poco conto, che garantiva un certo margine d’azione e di proiezione internazionale che l’Italia della guerra fredda giocava con discreta originalità. Ma vi era anche la questione del “compromesso storico”. Un Moro liberato, e libero a quel punto di far valere la sua “ritorsione morale” sulla parte della Dc fautrice della fermezza (Andreotti in primis), avrebbe dapprima indebolito la Dc, poi probabilmente accelerato l’incontro coi comunisti, a quel punto dischiudendo loro le porte degli incarichi ministeriali (ricordiamo che nel governo Andreotti che si apprestava a ricevere la fiducia alla Camera il 16 marzo vi era l’appoggio, ma non la presenza diretta, di esponenti comunisti).
Vi era poi un interesse comunista. Il PCI espresse la più rigida fermezza (seppure nelle forme gesuitiche che Bellocchio mette perfidamente in scena nel confronto tra Berlinguer e gli altri leader politici: «fatela» – la trattativa (economica) coi brigatisti – «ma non ditelo») per due ordini di motivi. Il primo è stato più o meno rilevato da tutti: la sua trasformazione in “partito d’ordine”, pienamente fedele alla legalità costituzionale, era compiuta e non poteva darsi altra scelta realistica che non l’assoluta difesa delle istituzioni. Una difesa dell’ordine costituito che Berlinguer – e tutto il gruppo dirigente comunista – portarono alle ultime conseguenze persino di fronte alla possibile scomparsa della loro sponda politica in seno alla DC: Moro appunto. La morte di Moro era un problema politico per il partito comunista, e nonostante ciò non vi fu mai tentennamento. E questo anche perché – ed è il secondo ordine di motivi, che però nessuno evidenzia – una “vittoria” dei brigatisti avrebbe comportato un indebolimento del partito in quei settori operai che non stavano partecipando affranti al requiem della democrazia. Se sarebbe esorbitante parlare del rischio di “perdere le fabbriche”, nondimeno per il PCI si sarebbe aperta una fase di più complicata gestione nel proprio bacino sociale, militante ed elettorale. Non vogliamo con questo esagerare l’internità del brigatismo nelle fabbriche del nord Italia. Sarebbe però un errore negarla risolutamente. E questa “zona grigia” poteva ampliarsi, coprire con una certa “indifferenza” le azioni terroristiche in fabbrica, corrodere l’ideologia della legalità che il PCI aveva costruito in quarant’anni di lavoro culturale, sindacale e sociale nella classe operaia del paese. Con ciò occorre, però, un supplemento di interpretazione, onde evitare possibili fraintendimenti.
Nelle concitate giornate successive al sequestro, precisamente il 28 marzo (e poi ancora il 2 aprile), Rossana Rossanda scrisse due celebri articoli su «il manifesto» in cui si riferiva alle Brigate Rosse come parte «dell’album di famiglia comunista». Parte, dunque, di una storia comune, per linguaggi, temi, modo di articolare le posizioni politiche, conclusioni a cui si giungeva. La (ancora oggi geniale) uscita di Rossanda incontrò il più violento (e prevedibile) rifiuto del PCI. A seconda di come si interpreti il passaggio dell’album di famiglia, avevano però ragione sia Rossanda che Macaluso (che rispose a nome del PCI all’articolo de «il manifesto»). Aveva ragione Macaluso a rifiutare qualsiasi possibile contiguità: sin dall’origine del “partito nuovo” nella Resistenza, il PCI aveva di fatto abbandonato qualsiasi ipotesi di fuoriuscita dalla legalità. La difesa (e anzi la sostanziazione effettiva) dell’ordine costituzionale, col suo corredo istituzionale fondato sulla lotta parlamentare, costituiva l’orizzonte pressoché unico della sua strategia politica. La famigerata «doppiezza» di cui Togliatti sapientemente si serviva era funzionale proprio a tenere dentro al partito tutte le molteplici spinte provenienti dalla classe operaia, governandole in funzione di una tattica parlamentare che si sovrapponeva alla strategia di lungo periodo. Era insomma l’articolazione della guerra di posizione gramsciana (certo piegata, e forse un po’ travisata, dal Togliatti editore di Gramsci), che comportava il consolidamento delle proprie posizioni e l’accrescimento graduale della propria forza politica ed elettorale. L’unica “lotta armata” pensabile per il PCI sarebbe stata quella da attuarsi in caso di colpo di mano reazionario, fino almeno ai primi anni Settanta tra le possibili (ma non probabili) opzioni dei vari poteri in competizione nel paese. E però aveva ragione anche Rossanda: le BR non appartenevano all’album di famiglia del PCI, ma sicuramente facevano parte di una tradizione del movimento comunista che solo i corifei del togliattismo postumo potevano negare con tale vigore e sprezzo della storia del movimento operaio. Il blanquismo, il bolscevismo e il cominternismo degli anni Trenta, e poi gli innesti del maoismo e del castrismo, costituiscono elementi di una storia comune, anzi: di un’unica storia, a cui senza dubbio apparteneva anche il PCI, ma che non si esauriva epifanicamente nel PCI. Questo era la lotta armata in Italia, di cui si possono condannare le scelte politiche, le soluzioni estremistiche, le ipotesi irrealistiche di partenza e di arrivo, ma di cui non si può disconoscere una matrice interna alla storia e alle logiche di emancipazione della classi subalterne.
Il PCI fu dunque sicuramente vittima degli eventi, ma non spettatore inerme. Si mosse coscientemente in una direzione precisa, e non valutarne il ruolo di puntello strategico delle scelte di Andreotti e Cossiga significa, qui sì, fare una cattiva storia, una storia addomesticata. E d’altronde, la scena delle guardie del corpo di Moro e Berlinguer (il “popolo”) che fraternizzano mentre i due leader orchestrano l’incontro storico (in macchina, come sovversivi in clandestinità), un incontro avverso alle resistenze tanto degli “estremisti di sinistra” quanto a democristiani e americani, è la sintesi e la summa di una visione politica identificabile, che da Togliatti e De Gasperi arriva a Moro e Berlinguer passando per Scalfari e «Repubblica».
La conclusione del film lascia spazio a facili what if di limitata capacità euristica. La storia, per chi la vuole conoscere, è già tutta dispiegata. Una pagina sanguinante della storia d’Italia, che sarebbe ora di chiudere giuridicamente per continuare a valutarne politicamente tutta la portata.
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16/11/2022
“Esterno notte”, Bellocchio scrive il romanzo del potere DC
Così l’ex Br Paolo Persichetti, autore di libri e inchieste sul caso Moro, commenta all’Adnkronos “Esterno notte“, la serie di Marco Bellocchio che sta andando in onda su Rai 1 (stasera la seconda puntata e il 17 l’ultima).
“La scelta iniziale di mostrare cosa sarebbe stato il piano Victor con Moro rinchiuso in una clinica che riceve la visita dei maggiorenti democristiani, Andreotti, Cossiga e Zaccagnini, e la voce fuoricampo che legge il brano contro la DC mi è sembrata una scelta autoriale molto azzeccata – osserva Persichetti – Non è funambolica e sognatrice come il Moro che passeggia libero di ‘Buongiorno, notte’ ma intrisa di verità storica. Quel piano era stato predisposto e quelle parole Moro le ha scritte per davvero“.
L’ex Br è colpito anche dalla scena in cui Cossiga conversa con il professor Ferracuti, membro di spicco del comitato di crisi che al Viminale gestì la strategia del governo sul sequestro.
“Bellocchio fa mostra di una perfidia sottile – sottolinea – nella scena Ferracuti spiega che alla notizia del sequestro i nevrotici esultano diversamente da paranoici e psicopatici. Se stiamo a queste categorie aggiungerei che gli psicopatici erano i fautori della linea della fermezza e i paranoici i complottisti“.
Persichetti, da vero e proprio esegeta del caso Moro, di cui ha provato a ricostruire la dinamica in anni e anni di ricerche, riconosce nella fiction “alcune imprecisioni di dettaglio“.
Per esempio, spiega, “non è vera la descrizione del primo controllo di polizia in via Gradoli. Non era una ispezione di massa ma un controllo discreto, una verifica alla porta: i Br non erano in casa e mai seppero di quell’episodio altrimenti avrebbero subito smobilitato la base“.
L’ex brigatista contesta anche “qualche sorvolo di troppo sulla figura di Berlinguer, poco approfondita, e del PCI in generale il cui ruolo fu decisivo per osteggiare la liberazione di Moro in quei 55 giorni“.
Anzi, sottolinea, “sarebbe ora che si raccontasse quello che loro si dicevano nelle riunioni di Direzione, e la reazione brutale davanti alla scelta di Moro di cambiare la lista dei ministri del nuovo governo cancellando i tre indicati dal PCI“.
Al di là di queste osservazioni, tuttavia, “il giudizio su queste due prime puntate non è negativo – dice – Bisogna vedere il resto, anche se già si comprende che il racconto del movimento del '77, delle BR e delle figure militanti in generale resta sullo sfondo, fatto di figure caricaturali, sfocate, mai sapientemente approfondite.
Non si capisce perché Moro viene rapito, chi erano i brigatisti, da dove venivano, come e perché sono arrivati a tanto? Il problema sta nella poca curiosità di Bellocchio, disattenzione e pregiudizio forse legati alle incrostazioni del suo passato dottrinario di militante maoista che percepiva le Brigate rosse come una ingiustificata eresia del comunismo“.
E poi, aggiunge, “le frequentazioni con Fagioli lo portano a categorizzare il brigatismo come una nevrosi“.
“Al contrario i ritratti dei politici DC sono efficaci, veritieri e penetranti sia nella dimensione politica che in quella personale e privata, molto triste. Una introspezione del mondo democristiano abbastanza riuscita. Fin qui è un romanzo del potere DC, ritratto di un interno di Regime“, sottolinea ancora Persichetti.
Che annota: “Micidiale la frase rivolta al PCI messa in bocca a Cossiga dopo l’arrivo della lettera che Moro gli aveva indirizzato: ‘Loro gli stanno già facendo il funerale e noi li seguiamo con i ceri accesi’. Che poi è il riassunto di quello che accadde nei 55 giorni“.
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28/10/2022
Enrico Mattei, l’uomo che sognava l’indipendenza energetica italiana
Nel 1945 fu nominato commissario liquidatore dell’Agip, creata nel 1926 dal regime fascista; invece di seguire le istruzioni del Governo, riorganizzò l’azienda, fondando nel 1953 l’Eni, di cui l’Agip divenne la struttura portante.
Sotto la sua guida, l’Eni diventò una multinazionale del petrolio, protagonista del così detto “miracolo economico italiano” postbellico.
Fu parlamentare dal 1948 al 1953 per la Democrazia Cristiana. Successivamente, rese l’Eni un centro di influenza politica, attraverso la proprietà di media quali il quotidiano Il Giorno e finanziamenti ai partiti; in questo si collocò sempre vicino alla sinistra democristiana, in particolar modo a Giorgio La Pira e Giovanni Gronchi.
Sotto la sua presidenza, l’Eni negoziò rilevanti concessioni petrolifere in Medio Oriente e un importante accordo commerciale con l’Unione Sovietica. Queste iniziative contribuirono a rompere l’oligopolio delle Sette sorelle, che allora dominavano l’industria petrolifera mondiale.
Mattei introdusse inoltre il principio per il quale i Paesi proprietari delle riserve dovevano ricevere il 75% dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti.[1]
Con la sua politica autonoma Mattei, presidente dell’Eni, infastidiva le “sette sorelle”, come lui stesso le definì, ossia il cartello formato dalle compagnie petrolifere mondiali. Morì nel 1962 in un incidente aereo nei pressi di Bascapé, nel Pavese nordorientale, ai confini con le province di Lodi e Milano.
Le indagini sulla morte durarono anni e si scontrarono con gravi depistaggi; oggi si ritiene che uomini della mafia siciliana sabotarono il suo aereo personale; si pensa inoltre che anche il giornalista Mauro De Mauro fu ucciso dalla mafia perchè stava per divulgare quanto aveva scoperto proprio sulla morte di Mattei.
Inoltre, secondo alcuni, anche Pier Paolo Pasolini sarebbe stato assassinato perché aveva iniziato ad indagare sulla morte di Mattei.
Quello di Enrico Mattei era un paese, l’Italia, che stava faticosamente e tenacemente perseguendo la propria indipendenza energetica. Un paese che cercava in ogni modo di liberarsi dallo strapotere delle multinazionali; un paese che voleva sfruttare le proprie risorse e che stringeva accordi privilegiati con le nazioni emergenti del Mediterraneo e del Medio Oriente le quali necessitavano di tecnici e strutture per produrre gas e petrolio, dall’Egitto all’Iran, dalla Libia al Marocco.
Quella di Enrico Mattei era una efficace e lungimirante strategia che stava cambiando l’economia e la politica internazionale del nostro Paese.
Quella strategia venne fermata da una bomba (una delle tante che hanno contrassegnato la vita del paese dal dopoguerra in poi): un attentato che 60 anni fa, la sera del 27 ottobre 1962, uccise il fondatore dell’Eni, Enrico Mattei, sull’aereo aziendale partito nel pomeriggio dalla Sicilia, esploso in volo mentre il pilota iniziava la manovra per atterrare a Milano Linate.
QUELLA LETTERA DI ALDO MORO
Una lettera inedita scritta il 19 settembre 1962 da Aldo Moro ad Enrico Mattei, presidente di Eni, nella quale il segretario della Dc gli chiedeva di dimettersi dalla presidenza della società.
Poco più di un mese dopo, il 27 ottobre 1962, il bireattore che portava Mattei da Catania a Milano esplose nel cielo sopra le campagne di Bascapè (Pavia). La lettera, affiorata dall’archivio storico dell’Eni di Castel Gandolfo, è stata resa nota dallo scrittore Giovanni Giovannetti, che sta lavorando a un libro su Mattei, sul settimanale della diocesi di Pavia, Il Ticino.
Questo il contenuto della missiva: «Carissimo (…) Ho ancora meditato sulle cose che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro e, naturalmente, sul peso del sacrificio che il partito ti chiede. A mente fredda e sulla base delle più compiute informazioni date fornitemi ho dovuto ancora concludere che è questa ancora la via migliore.
Ogni decisione comporta certo uno svantaggio ed in esso, credimi, io metto in primissima linea il tuo disappunto, anzi il tuo evidente e comprensibile dispiacere. Lo noto e mi pesa molto. Ma, credi, nella situazione attuale non c’è di meglio da fare.
La tua rinuncia contribuisce a consolidare una situazione assai fragile e spegne una polemica astiosa che ti avrebbe ancor più amareggiato, e con te le tue idee e le tue importanti iniziative. Sembra di perdere ed invece si garantisce e si consolida. Ho l’impressione che non si canterà vittoria.
Aggiungi anche questa alle tue benemerenze; alla tua silenziosa fedeltà; al tuo servizio prezioso nell’interesse del paese. Grazie, caro Mattei, con i più affettuosi sentimenti.
Aldo Moro».[2]
LE INCHIESTE E I DEPISTAGGI
L’inchiesta giudiziaria, subito aperta sulla sciagura di Bascapè, si concluse il 31 marzo 1966: una sentenza del giudice pavese, Antonio Borghese, dichiarava di «non doversi procedere in ordine ai reati rubricati ad opera di ignoti, perché i fatti relativi non sussistono»[3].
Ma i pronunciamenti della magistratura non convinse una parte dell’opinione pubblica italiana, tant’è vero che sul “caso Mattei” si sviluppò per decenni un vivace dibattito mediatico, alimentato da molteplici pubblicazioni e dall’omonimo film del regista Francesco Rosi, uscito nelle sale cinematografiche nel corso del 1972.
La natura dolosa dell’evento si sarebbe potuta dedurre, oltre che dalle numerose testimonianze oculari, anche dalla particolare disposizione sul terreno dei rottami dell’aereo e dei resti degli sfortunati passeggeri.
Se il grosso degli stessi si era depositato a ventaglio dopo il punto di impatto del velivolo col suolo, secondo le leggi della fisica, la particolare ubicazione di alcuni frammenti metallici e di tessuti umani postulava una deflagrazione in cielo.
Tale scenario fu chiaramente prospettato dalla signora Rita Maroni («Ho sentito un boato e una botta e ho visto il fuoco») e dall’agricoltore Mario Ronchi («il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutte intorno... Un aeroplano si era incendiato e i pezzi stavano cadendo sul prato, sotto l’acqua») nelle interviste rilasciate ai giornalisti la sera stessa dell’incidente e uscite il 28 ottobre sul Tg del primo canale Rai e nella seconda pagina del Corriere della Sera [4].
Questi e altri dati furono platealmente ignorati dalla Commissione d’inchiesta dell’Aeronautica militare italiana, nominata dal ministro della difesa Giulio Andreotti la notte stessa dell’incidente su designazione del generale Felice Santini, uomo di fiducia dei servizi segreti americani.
Il suo presidente, generale Ercole Savi, uno dei progenitori di Gladio, si precipitò a Bascapè la mattina del 28 ottobre e condusse i lavori nella massima riservatezza e con scarso rispetto della normativa vigente in materia[5].
Nella relazione finale, licenziata nel marzo del 1963, la Commissione ministeriale prospettò come probabili cause dell’incidente aviatorio un’avaria tecnica o un errore del pilota, spiegazioni recepite poi acriticamente dai due periti nominati dal Tribunale di Pavia.
Nella sua requisitoria, licenziata il 7 febbraio 1966, il pubblico ministero Edoardo Santachiara aggiunse anche l’ipotesi di un eccessivo affaticamento fisico del pilota o addirittura di un gesto insano indotto da delusioni amorose connesse a una relazione extraconiugale con una hostess dell’Alitalia.
A mantenere in vita i dubbi sulla verità confezionata dai giudici pavesi contribuirono, nei decenni successivi al 1962, le esternazioni di autorevoli rappresentanti delle Istituzioni come il ministro Oronzo Reale, il capo del SISMI, l’ammiraglio Fulvio Martini e il leader democristiano Amintore Fanfani, presidente del Consiglio nell’ottobre del 1962.
E in un convegno di ex partigiani bianchi, tenuto a Salsomaggiore nel 1986, quest’ultimo parlò espressamente di «abbattimento dell’aereo» di Mattei, raffigurandolo come «il primo gesto terroristico del nostro Paese» e il «primo atto della piaga» della violenza politica, poi esplosa su larga scala negli anni successivi.
A far riaprire le indagini sulla morte di Mattei furono però le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia.
A partire dal 1993-1994 Gaetano Jannì, Tommaso Buscetta, Italia Amato e altri sostennero che Mattei era stato ucciso dalla mafia siciliana desiderosa di rendere un favore alla consorella americana e alle Sette sorelle del cartello petrolifero.
In Sicilia il compito di eliminare Mattei se l’era assunto Giuseppe Di Cristina, elemento di spicco della cosca mafiosa di Riesi (CL), legato al futuro senatore Graziano Verzotto, rappresentante dell’Eni nell’isola.
Nel corso di un’inchiesta, aperta nel 1994 e chiusa nel 2003, il sostituto procuratore Vincenzo Calia ha incriminato per favoreggiamento personale aggravato Mario Ronchi, che qualche giorno dopo il 27 ottobre 1962 aveva cambiato la sua versione dei fatti collocando l’incendio dell’aereo dopo l’impatto col suolo, venendone ripagato con l’incarico di custode del sacrario eretto in onore di Mattei e l’assunzione della figlia in una ditta legata a Eugenio Cefis.[6]
Nella requisitoria licenziata il 20 marzo 2003 e basata, tra l’altro, sull’acquisizione di nuove testimonianze oculari, sulla perizia tecnica di due ingegneri aeronautici e sulla consulenza medico-legale di un luminare dell’università, il p.m. Vincenzo Calia ha dimostrato che ad abbattere l’aereo di Mattei era stata una piccola carica di esplosivo piazzata da ignoti dietro al cruscotto mentre il velivolo era parcheggiato nell’aeroporto catanese di Fontanarossa.
L’innesco sarebbe stato azionato dal sistema di apertura dei carrelli attivato nel momento in cui il piccolo jet iniziò la fase di atterraggio verso la pista di Linate. L’esecuzione dell’attentato sarebbe stata «pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato». [7]
Anche se non condivisa dal giudice Fabio Lambertucci, che nella sentenza emessa il 17 marzo 2004 archiviò il procedimento aperto dieci anni prima per il «carattere ignoto degli autori del fatto» e perché «non era stata fornita una prova sufficiente che il fatto delittuoso» fosse «stato commesso», la ricostruzione del dr. Calia appare pienamente convincente sotto il profilo storiografico.
Essa è stata condivisa dai giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Palermo, che nelle motivazioni della sentenza emessa il 10 giugno 2011, al termine della terza inchiesta condotta sul sequestro del redattore palermitano Mauro De Mauro, l’hanno considerata suffragata «da un compendio davvero imponente di prove testimoniali, documentali e tecnico-scientifiche».
Costoro hanno indicato nella «causale Mattei», cioè nella necessità di tenere occultati determinati retroscena della morte del manager pubblico, il movente della soppressione del giornalista.
Al complotto contro il presidente dell’Eni avrebbero partecipato, «su input di una parte del mondo politico», sia Cosa Nostra isolana sia Graziano Verzotto[8], il politico di origini padovane sottratto a una probabile incriminazione dalla morte, avvenuta nel maggio del 2010.
La sentenza 10 giugno 2011 è stata confermata nei due successivi gradi di giudizio e solo la ricostruzione storica che l’accompagnava è stata ridimensionata da certa a «verosimile» o «altamente probabile» dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo (27 gennaio 2014) e da certa a «verosimile» dalla Corte di Cassazione (4 giugno 2015).
Nel 2017 Vincenzo Calia ha pubblicato i dati più significativi della propria inchiesta in un libro intitolato Il caso Mattei [9], di fondamentale importanza per la ricerca storica.
Ne Il delitto Mattei, uscito nel 2019, lo storico padovano Egidio Ceccato ha presentato il presidente dell’Eni come vittima delle asprezze politiche della Guerra Fredda prima ancora che dell’ostilità delle multinazionali del petrolio [10].
Queste ultime non avevano certo perso occasione per mettere in cattiva luce il geniale manager italiano presso le diplomazie dei rispettivi paesi, ma a far precipitare la situazione era stata la decisione dell’Eni di riconoscere ai Paesi produttori di petrolio del Nord Africa e del Vicino Oriente il 75% anziché il 50% delle royalty.
Oltre a intaccare i profitti delle Sette sorelle, l’iniziativa configurava una politica estera italiana conflittuale col Paese guida dell’Occidente e cogli stessi equilibri determinati dalla seconda guerra mondiale.
Nei progetti dell’imprenditore l’Italia, povera di materie prime e privata delle colonie, avrebbe dovuto ricostituire una propria zona d’influenza nel bacino del Mediterraneo, cioè in un’area che Usa, Gran Bretagna e Francia consideravano di loro esclusiva pertinenza. Di più, a partire dal 1958, Mattei aveva proceduto all’acquisto di ingenti quantitativi di petrolio sovietico, offrendo il fianco ad accuse di violazione della solidarietà atlantica e di filocomunismo.
Il Dipartimento di Stato USA aveva reagito bollando la politica energetica dell’Eni come neutralista, terzomondista e incubatrice di sentimenti anticoloniali e anti occidentali.[11]
Una volta andate a vuoto le pressioni esercitate in ambito NATO o tramite esponenti del clero e dell’associazionismo partigiano cattolico – desumibili sia da una deposizione di Rino Pachetti (25 giugno 1963), sia da una pubblicazione di un nipote del leader democristiano Mariano Rumor [12] – fu deciso il ricorso alla forza.
Paradossalmente proprio il nuovo clima della “coesistenza pacifica”, indotto dall’impossibilità di una confrontation militare, che le armi atomiche avrebbero reso rovinosa per ambedue i blocchi che si contendevano l’egemonia mondiale, spinse ciascuna delle due superpotenze ad acuire, all’interno della propria sfera d’influenza, l’intransigenza in materia di fedeltà ideologica e di appartenenze politiche.
A far precipitare la situazione concorsero, da ultimo, l’appoggio accordato da Mattei a un progetto di loose federation (lega) fra alcuni paesi arabi del Nord Africa, un suo ipotizzato incontro con esponenti libici interessati a detronizzare re Idris e a concedere all’Eni i diritti di ricerca petrolifera detenuti da società americane, e un meeting coi governanti algerini in calendario per i primi di novembre.
Quest’ultimo era visto con particolare preoccupazione dalla Francia, che con gli Accordi di Évian (18 marzo 1962) riteneva di essersi assicurata l’esclusiva degli idrocarburi algerini.
L’occasione propizia per sciogliere il nodo Mattei con modalità simili a quelle dell’Operation Mangusta pianificata contro il leader cubano Fidel Castro – una delle poche covert operation di cui la CIA ha riconosciuto la paternità – si presentò sul finire dell’ottobre 1962, quando l’acutizzarsi della crisi missilistica di Cuba polarizzò sui Caraibi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica mondiale.
La prospettiva di una guerra nucleare rese in quel momento intollerabile qualsiasi forma di dissenso o anche di semplice distinguo da parte di un Paese della NATO, come l’Italia, che occupava una posizione strategica in mezzo al Mediterraneo.
Anche se le autorità statunitensi non hanno mai ammesso proprie responsabilità, l’ipotesi di un’operazione segreta impostata dai servizi segreti americani tramite società ombra e appaltata alla mafia di ambedue le sponde dell’oceano appare estremamente plausibile.
L’omertà di Cosa Nostra era già allora proverbiale e, in caso di contrattempi, l’indignazione universale si sarebbe indirizzata verso la malavita organizzata e le multinazionali del petrolio.
Negli ultimi tempi il padre-padrone dell’Eni si era inimicato anche molti esponenti della destra politica ed economica italiana per le sue aperture commerciali all’URSS e perché di ostacolo a una transizione ordinata dalla formula politica centrista a un centro-sinistra con limitate velleità riformiste.
Da ultimo fu abbandonato dagli stessi governanti italiani, oggetto delle pressioni diplomatiche statunitensi, che gli tolsero la copertura dei servizi segreti e allentarono i servizi di vigilanza pubblici e privati con la scusa della fine della guerra d’Algeria.
Soprattutto dopo il 27 ottobre costoro garantirono le complicità istituzionali che permisero di archiviare la tragedia di Bascapé come incidente aviatorio. Funzionari dei servizi segreti civili si precipitarono sul luogo dell’incidente, mentre altri esponenti delle Istituzioni concorsero a depistare i curiosi, ad addomesticare le inchieste e ad assicurare un clima di omertà nascondendo o facendo sparire molti documenti ufficiali.
La vedova Margherita Paulas si risposò con il generale d’aviazione Giuseppe Casero, membro della prima commissione d’inchiesta sul “caso Mattei”, membro della Loggia P2 e implicato nel golpe Borghese.
Il 5 novembre 1997 il pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calia giunge a questa conclusione: “l’aereo, a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Inrneio Bertuzzi, venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962. Il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei loro alloggiamenti”.
Tuttavia molte domande restano ancora senza risposta. Enrico Mattei stava per spezzare la morsa costruita attorno a lui dal cartello petrolifero che escluse l’ENI dal mercato petrolifero internazionale, negandogli concessioni nei paesi produttori alla pari con le altre compagnie petrolifere.
A quel punto Enrico Mattei dichiarò guerra al sistema neocoloniale delle concessioni, offrendo ai paesi produttori un accordo rivoluzionario: il 75% dei profitti contro il 50% finora offerto dalle compagnie oltre alla qualificazione della forza lavoro locale. Il cartello reagì furiosamente, giungendo a rovesciare governi, come quello libico, che avevano accettato l’offerta e aperto all’ENI prospettive di grandi forniture.
Nel 1962, quando si andava prospettando la soluzione della questione algerina, Mattei era riuscito comunque ad aggirare il blocco. Sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), Mattei aveva ipotecato un trattamento preferenziale verso l’ENI dal futuro governo.
Mattei era convinto che l’Algeria possedesse vastissime riserve di petrolio ancora inesplorate. Intanto De Gaulle decideva di riconoscere l’indipendenza algerina. Come contropartita, la compagnia petrolifera francese ottenne gli stessi privilegi dell’ENI. A quel punto l’ingresso dell’ENI nel grande giro del mercato petrolifero sembrava dunque cosa fatta.
Nel frattempo il presidente dell’Eni era riuscito anche ad aprire un dialogo con la Casa Bianca, nonostante la stampa internazionale avesse dipinto Mattei come un pericoloso sovversivo anti-americano.
Pare che Mattei fosse riusciro a convincere John Kennedy che mirava soltanto ad un trattamento alla pari e che non accettava i metodi coloniali applicati dalle “sette sorelle” del petrolio. L’amministrazione Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon, per concedere all’Eni dei diritti di sfruttamento. L’accordo sarebbe stato celebrato con una visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato il Presidente Usa e ottenuto il conferimento di una laurea honoris causa da parte di una prestigiosa università statunitense.
Ma, proprio alla vigilia di quel viaggio, il 27 ottobre 1962, Mattei fu assassinato.
Un anno dopo, fu ucciso anche John Kennedy. Secondo un rapporto confidenziale del Foreign Office(UK) del 19 luglio 1962 “il Matteismo” era “potenzialmente molto pericoloso per tutte le compagnie petrolifere che operano nell’ambito della libera concorrenza (…). Non è un’esagerazione asserire che il successo della politica ‘Matteista’ rappresenta la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo”.
LA PISTA FRANCESE
Sull’operato dell’Uar (Ufficio Affari Riservati, Viminale) nei primi anni Sessanta disponiamo di un consistente gruppo di note confidenziali inerenti le attività di quei militanti dell’Oas (Organisation de l’armée secrète) che, ricercati dai servizi segreti francesi, avevano trovato riparo in Italia, grazie anche ai loro collegamenti con esponenti politici del nostro Paese.
Tra i principali elementi dell’Oas presenti sul suolo italiano l’Uar indicava soprattutto Georges Bidault, Jacques Soustelle, Jean Susini e Philip De Massey (nei cui confronti venne disposto un capillare servizio di pedinamento), mentre tra i politici più legati al movimento ultranazionalista francese erano segnalati i missini Giorgio Almirante, Tullio Abelli, Giuseppe Romualdi, Filippo Anfuso ed Egidio Sterpa.
L’arrivo degli uomini dell’Oas in Italia sarebbe stato facilitato dall’esistenza a Roma dell’organizzazione Peregrinatio Romana che mensilmente predisponeva viaggi nella Capitale per le comunità cattoliche di Belgio e Francia. Gli agenti dell’Oas, sfruttando il fatto che la Peregrinatio provvedeva in proprio al disbrigo delle pratiche doganali dei suoi fedeli, riuscivano a confondersi tra i «pacifici pellegrini cattolici» e a entrare in Italia evitando sistematicamente i controlli alla frontiera.
«Non si è in grado di precisare – si legge in una informativa – se vi è o meno una cosciente complicità da parte della Peregrinatio Romana con l’Oas», anche se nel suo organico vi sarebbero stati dei funzionari in contatto con «elementi dell’estrema destra, sia degli ambienti cattolici, che del Movimento Sociale».
In un’ulteriore nota si sosteneva che il principale centro organizzativo italiano al quale avrebbero fatto capo gli uomini dell’Oas era «l’Istituto San Pio V per la difesa ed il rafforzamento dei valori cristiani», fondato a fine dicembre 1960 dal cardinale Alfredo Ottaviani (capo della Congregazione del Sant’Uffizio) e da monsignor Gilberto Agustoni (prefetto emerito del Supremo tribunale della Segnatura apostolica).
Attraverso quest’ultimo «gli agenti dell’Oas troverebbero protezione in Vaticano». Secondo le informazioni in possesso dell’Uar, i militanti dell’Oas stavano progettando un attentato contro l’allora presidente dell’Eni Enrico Mattei, nemico giurato dell’organizzazione terrorista francese a causa del supporto che stava fornendo agli indipendentisti algerini.
Da una nota dell’agosto 1961, per esempio, veniamo a sapere che era appena giunto a Roma il colonnello Jean Goddard, braccio destro del generale Raoul-Albin Salan (uno dei fondatori dell’Oas, in passato stretto collaboratore del generale Charles De Gaulle), il quale avrebbe incontrato «alcune delle personalità politiche e religiose maggiormente implicate nell’attività oltranzista nel nostro Paese. Non si esclude che il viaggio sia pure collegato con le minacce epistolari dirette [nei mesi precedenti] al presidente Mattei».
Il colonnello Goddard «si incontrerà con il professor Luigi Gedda ed altre personalità cattoliche, tra cui certamente il proprietario dell’Istituto San Pio V, monsignor Agustoni. Una parte degli incontri avrà luogo in un appartamento sito in via Piemonte n. 39, a Roma, ove è la sede centrale dell’organizzazione tambroniana nota come Centro per l’Ordine Civile».
Un successivo appunto riferiva della presenza in Italia di Bernard de La Rose, noto per le sue attività di «attentatore» per conto dei nazionalisti francesi. «Il La Rose» sarebbe giunto a Roma «col preciso incarico di predisporre un attentato contro il presidente della Fivl [Federazione italiana volontari della libertà] Enrico Mattei».
Inquietante è un documento in cui si parlava di un attentato contro l’aereo di Mattei che sarebbe stato progettato da uomini dell’Oas. «L’aereo – si legge – avrebbe dovuto essere sabotato con una bomba ad orologeria, piazzata a Milano, che avrebbe dovuto scoppiare dopo la partenza da Roma, al di sopra del Mediterraneo, per impedire ogni inchiesta sulla caduta dell’apparecchio».
Il 23 marzo, in un’ennesima informativa, l’Uar ribadiva che «l’Oas non ha rinunciato al proposito di far la pelle ad Enrico Mattei» e ha «addirittura esaminato la possibilità di abbatter[ne] l’apparecchio nel caso questi si recasse in Algeria».
In un precedente documento, peraltro, sulla base di informazioni che sarebbero state fornite all’Uar da un familiare del militante missino Massimo Anderson (che in numerose note era descritto come figura vicina all’Oas) si sosteneva che «un attentato al presidente dell’Eni è sempre possibile» in quanto gli uomini dell’Oas «continuano a studiare le abitudini dell’uomo (il presidente Mattei)».
Tuttavia, la strategia seguita da Goddard e dai suoi è «attendere che l’opinione pubblica dimentichi la notizia delle già avanzate minacce a lui [Mattei] dirette», per poi colpirlo al momento opportuno.
L’autore della nota concludeva sostenendo di avere «ampi e giustificati motivi per ritenere come sostanzialmente esatte e veritiere le considerazioni espresseci dal familiare di Massimo Anderson».
Nel 1997, in un’intervista al «Corriere della Sera», Jean Susini, dopo aver rievocato gli anni passati in Italia, ha sostenuto di non poter escludere che quell’attentato l’abbia organizzato la rete italiana dell’Oas, visto che, a suo dire, Ie ragioni per far fuori Mattei c’erano tutte.
Egli infatti: «forniva armi ai ribelli algerini attraverso la Tunisia, era un gioco che rientrava negli interessi petroliferi dell’Italia [...]. I veri nemici di Enrico Mattei erano i francesi d’Algeria».
Poche settimane dopo la morte di Mattei, peraltro, l’Uar reclutò tra i suoi informatori il giornalista Pasquale (detto «Lino») Ronga che del presidente dell’Eni era stato uno dei più stretti collaboratori e per conto del quale aveva avuto l’incarico di monitorare proprio le attività degli uomini dell’Oas”.
Nei primi anni Sessanta, grazie alla mole di informazioni che era riuscito a raccogliere, l’Uar rintracciò e fece poi estradare in Francia diversi agenti dell’Oas presenti in Italia, riuscendo a riacquisire l’autorevolezza che aveva perduto dopo la caduta dei triestini.
A guidare una gran parte di queste operazioni fu un funzionario da poco entrato agli Affari Riservati, ma destinato a una sfolgorante carriera: Federico Umberto D’Amato (estratto da “La spia innocente. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati”, di Giacomo Pacini Einaudi editore)
L’APPOSIZIONE DEL SEGRETO DI STATO
In quanto segreto di Stato, dopo il 1962 i retroscena di Bascapè furono oggetto di una rigida tutela istituzionale. Tuttavia, in un libro pubblicato nel 1996, il politologo Giorgio Galli poteva anche affermare con cognizione di causa che, nei tre decenni precedenti, «mezza Italia» aveva ricattato «l’altra metà con ciò che sapeva della morte di Mattei».[13] Chi non si atteneva alla consegna del silenzio divenne oggetto di intimidazioni, minacce e persino di violenze fisiche.
Qualche osservatore ha ricondotto all’esigenza di precludere rivelazioni sul caso Mattei la morte violenta di personaggi come il colonnello Renzo Rocca, il pilota Marino Loretti, il magistrato Pietro Scaglione, il commissario di polizia Boris Giuliano, ecc.
Secondo lo storico Ceccato questo fu sicuramente il movente della soppressione del giornalista palermitano Mauro De Mauro (16 settembre 1970) e del tentato sequestro di Graziano Verzotto, avvenuto a Siracusa il 1 febbraio 1975.
Il primo fu eliminato dai boss mafiosi già coinvolti nel delitto Mattei e il secondo sfuggì fortunosamente all’agguato tesogli dal fascista romano Berardino Andreola, un confidente dell’Arma dei Carabinieri già coinvolto nella morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli sotto il celebre traliccio di Segrate.[14]
Da ultimo pubblichiamo un cablo contenente documenti segretati resi noti da Wikileaks il 21 ottobre 2020:
1- #UK #StrictlyConfidential su Enrico #Mattei che avrebbe detto: “Ci ho messo 7 anni per condurre il Governo italiano verso una apertura a sinistra. E posso dirle che mi ci vorranno meno di 7 anni per far uscire l’#Italia dalla #NATO e metterla alla testa dei paesi neutrali”. Il 7 agosto del 1962, il Ministro Energia britannico A.A. Jarratt scrive: “L’#ENI sta diventando una crescente minaccia agli interessi britannici... La minaccia ENI si sviluppa, in molte parti del mondo, nell’infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali […] L’#Eni incoraggia l’autarchia petrolifera a scapito degli investimenti e degli scambi delle imprese britanniche”.
2 – Nel febbraio del 1961, il #ForeignOffice (UK) aveva divulgato una circolare sull’Eni: “l’influenza e le offerte di assistenza dell’Eni si sono estese in maniera considerevole, soprattutto in #Africa; l’Eni ha reso la vita il più possibile difficile (e scarsamente remunerativa) a tutte le imprese petrolifere occidentali attive in #Italia. L’Eni intende procedere nella stessa maniera sia nella #Cee sia in #GranBretagna; l’Eni è ancora legato al petrolio russo. Il gruppo italiano, quindi, costituisce uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un’intesa sensibile sul petrolio russo tra i sei membri della Cee. L’Eni influenza le politiche della Cee sui futuri rapporti con i paesi produttori di petrolio, un’influenza che finirebbe per rivelarsi dannosa per le compagnie petrolifere occidentali. I piani da noi elaborati, che puntano a garantire la stabilità nel mercato petrolifero europeo, non avranno successo se l’#Eni continuerà ad applicare i suoi metodi fuori da ogni controllo. Al contempo, l’intervento del gruppo italiano in altre parti del mondo finirebbe per nuocere agli interessi petroliferi occidentali e alle attività dei russi stessi.”
Note
[1] Italy: Powerful Man Archiviato il 4 novembre 2012 in Internet Archive., Time Magazine, 2 novembre 1962; Giorgio Galli, Enrico Mattei: petrolio e complotto italiano, p. 127.
[2] Mattei, la lettera un mese prima della morte, articolo apparso sul Corriere della Sera del 10/12/2021
[3] Decreto di archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Mattei, in G. Lo Bianco, S. Rizza, Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato, Chiarelettere, Milano, 2009, pp. 282-292
[4] F. Di Bella, “Il bireattore di Mattei in fiamme si è disintegrato nella campagna pavese”, Corriere della Sera, 28 ottobre 1962.
[5] Richieste del P.M. Vincenzo Calia, Pavia 20 febbraio 2003.
[6] Fonti: La Repubblica, 21.11.1997, “Mattei fu assassinato. La verità 25 anni dopo” e La Repubblica, 15.05.1999, “Una bomba uccise Mattei”
[7] Francesco La Licata e Guido Ruotolo, Mattei, un complotto italiano, su webalice.it, Pavia, La Stampa, 6 marzo 2003
[8] Motivazioni della sentenza emessa dalla terza sezione della Corte d’Assise di Palermo in data 10 giugno 2011, a firma del presidente Giancarlo Trizzino e del giudice estensore Angelo Pellino.
[9] Vincenzo Calia e Sabrina Pisu, Il caso Mattei. Le prove dell’omicidio del presidente dell’Eni dopo le bugie, depistaggi e manipolazioni della verità, Milano, Chiarelettere, 2017.
[10] E. Ceccato, Il delitto Mattei. Complicità italiane in un’operazione segreta della Guerra Fredda, Roma, Castelvecchi, 2019.
[11] Department of State, Guidelines for Policy and Operations, Italy, May 1962.
[12] P. Rumor, L. Bagnara, G. Galli, L’altra Europa. Miti, congiure ed enigmi all’ombra dell’unificazione europea, Castelfranco Veneto, Panda edizioni, 2018.
[13] G. Galli, La regia occulta. Da Enrico Mattei a Piazza Fontana, Tropea, Milano, 1996, p. 62
[14] E. Ceccato, Giangiacomo Feltrinelli, un omicidio politico, prefazione di Guido Salvini, Roma, Castelvecchi, 2018
Fonte





