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25/01/2026

Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana

È dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati ad essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco.
Come si spiega questa débâcle?

Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.

Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?

Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale. 
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.

I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.

Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.

La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.

L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.

Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?

La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.

A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.

All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.

Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.

Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).

Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.

Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.

Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).

Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).

La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).

Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).

In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.

In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.

Fonte

11/05/2023

“Lodo Moro” e accordi segreti fra Italia e Israele

Nell’Italia della Prima Repubblica la politica estera e quella interna erano strettamente interconnesse ed è stata la Guerra Fredda fra il blocco dell’Est e quello dell’Ovest, «vale a dire l’impossibilità di uno scontro aperto tra forze nemiche, che ha consentito all’Italia di essere al tempo stesso alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante» (pag.11, di “Guida alla politica estera italiana”, di Sergio Romano, casa editrice Rizzoli, Milano, prima edizione febbraio 1993).

Dall’epoca della Grande Guerra Impossibile si è passati «a quella, ben più pericolosa delle molte guerre possibili. Gli avvenimenti di cui siamo stati testimoni fra il 1989 e il 1992, dalle vicende del Golfo alla dissoluzione della Jugoslavia, dimostrano che la politica estera italiana (...) è morta» (pag.12, ibidem).

La politica estera italiana era invece viva, almeno in parte, durante la Prima Repubblica e soprattutto negli anni ’70 e ’80.

A quel tempo, l’Italia sarebbe stata filo-araba e antisraeliana e ciò «fu dimostrato (…) dai suoi rapporti, prima informali poi ufficiali, con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sino all’udienza che il Presidente della Repubblica e il Ministro degli Esteri dettero al suo leader Yasser Arafat, nel settembre del 1982» (pag. 155, ibidem).

Su quest’ultima questione, Sergio Romano è però contraddittorio rispetto alle proprie tesi precedentemente riferite. In quegli anni, l’Italia da un lato era alleata degli Stati Uniti d’America, del blocco occidentale e di Israele e dall’altro manteneva i margini della propria autonomia relativa nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu e, su questa base, appariva molto diplomatica verso i paesi del “socialismo reale” e soprattutto verso i paesi e i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa.

In questo senso, è sbagliato ritenere che l’Italia di allora, peraltro attraversata da significativi conflitti fra le classi sociali, fra le generazioni e fra le consorterie politico-affaristiche, rischiasse di finire sotto l’orbita di Mosca e che fosse caratterizzata da una netta divisione fra “filo-arabi” e “filo-israeliani” e da una vera e propria egemonia dei primi.

A quel tempo, i dirigenti neofascisti del Movimento Sociale Italiano, che cercavano di presentarsi come i più fedeli difensori della Nato e dell’ideologia anticomunista, accusavano i governanti di spianare la strada a un possibile governo di sinistra o al “compromesso storico” fra il PCI e la DC e di essere contro Israele.

In realtà, quell’accusa costituiva una specie di illusione ottica.

L’eventualità di un governo di sinistra era preventivamente rifiutata dal PCI di Berlinguer fin dall’autunno del 1973 e la connessa strategia del “compromesso storico”, nata proprio in quel periodo, non riuscì mai a permettere che qualche dirigente del PCI facesse parte del Consiglio dei Ministri di un governo della Prima Repubblica e, da questo punto di vista, si risolse in un completo fallimento.

La verità è molto più semplice: dopo le elezioni del 1948 e l’adesione dell’Italia alla Nato del 1949, i governanti italiani condussero una politica interna dialogante col PCI, sia pur con alterne vicende e perfino con momenti di dura conflittualità, come successe nel luglio del 1960 col governo Tambroni, ma esclusero sempre la possibilità dell’ingresso dei dirigenti o dei “tecnici” del PCI nel governo.

E, nella sostanza, prendevano in eredità molti tratti culturali, giuridici, amministrativi e politici dal ventennale regime monarchico-fascista (ad esempio, mantenendo il codice penale del 1930 e riciclando molti dei precedenti funzionari degli apparati burocratici e militari dello Stato) e portavano avanti una politica estera contraddistinta da un atlantismo con alcuni spazi di autonomia, cioè da un atlantismo con “la schiena dritta” e non del tutto servo.

Nel quadro di quel tipo di politica interna, in cui il potere della DC logorava il PCI, un partito in transizione fin dai primi anni ’70 dall’orbita dell’URSS a quella degli USA passando per “l’eurocomunismo”, e di quel tipo di politica estera, alleata e “neutrale”, cobelligerante e nonbelligerante, “filo-israeliana” già dai tempi di De Gasperi (DC) e di Pietro Nenni (PSI) e poi anche “filo-araba” con i successivi dirigenti della DC (Rumor, Moro, Andreotti) e del PSI (Craxi), nacque il cosiddetto «lodo Moro», che la ricerca storica deve studiare chiamandolo in modo più che preciso, tenendone ben presente il contesto e dando il giusto peso a fatti e parole. Cioè senza mai far prevalere le seconde sui primi.

In caso contrario, ad esempio facendo confusione fra la realizzata formula governativa della “solidarietà nazionale” (1976-1979) – un evento del tutto compatibile con la presidenza Usa di Jimmy Carter e le linee guida della Commissione Trilaterale – e il mai realizzato“compromesso storico”, teorizzato da Enrico Berlinguer, e ignorando la paradossale ed equilibrata unità nella politica estera italiana delle tendenze “filo-arabe” e di quelle “filo-israeliane”, si giungerebbe ad accusare Moro, in maniera tanto dietrologica quanto falsa, di aver favorito i nemici dell’Occidente, della Nato e di Israele.

Lo stesso «lodo Moro» resterebbe una leggenda, come quella di chi ne coniò il termine allo scopo di creare la “pista palestinese” rispetto alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, per altro senza mai assumersene la responsabilità di fronte ai giudici competenti.

La locuzione «lodo Moro» senza le virgolette è del tutto infondata

«(….) Francesco Cossiga utilizzò l’espressione «lodo Moro» una prima volta, il 20 luglio 2005, in una missiva indirizzata al deputato di Alleanza nazionale Enzo Fragalà, e poi in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul «Corriere della Sera» nel 2008» (pag. IX di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato. 1969-1986” di Valentine Lomellini, Editori Laterza, Bari-Roma, prima edizione gennaio 2022).

La locuzione «lodo Moro», essendo priva di criteri scientifici, cioè di analisi scrupolose, documentate e logiche, può essere usata quindi solo con le virgolette.

Senza queste ultime deve necessariamente essere invece trasformata: parlare di ‘lodo Italia’, come ha proposto Valentine Lomellini per designare gli accordi segreti dell’Italia sia con le controparti palestinesi che con paesi arabi “sponsor” del “terrorismo arabo-palestinese” – come Iraq, Libia e Siria – è un significativo passo in avanti, perché oltre a Moro coinvolse anche altri personaggi politici del calibro di Rumor, Andreotti e Craxi. Ma in ogni caso non va inteso come lodo isolato fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi.

Parallelamente è infatti opportuno parlare degli accordi segreti fra Italia e Israele in relazione ai rapporti diplomatici occulti e informali fra lo stato italiano e quello israeliano che, iniziati negli anni ’50, sono poi stati rinnovati in seguito.

In questo modo possiamo relativizzare sia gli accordi segreti degli anni ’70 e ’80 fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, sia gli accordi segreti di lunga durata e, in sintesi, di valenza strategica, fra l’Italia e lo stato israeliano.

Fatte queste precisazioni, passiamo ad analizzare la genesi del «lodo Moro» che, fra l’altro, è quello su cui ci sono fin troppe analisi prive di fondamento.

La nascita del «lodo Moro»

La “guerra dei sei giorni”, combattuta dal 5 al 10 giugno 1967, terminò con la conquista israeliana della penisola del Sinai e della Striscia di Gaza a danno dell’Egitto, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est a svantaggio della Giordania, nonché delle alture del Golan a discapito della Siria.

Subito dopo tale esito, quella brevissima guerra si configurò come un evento dagli effetti politici molto duraturi. Da un lato indebolì la forza dei paesi arabi e l’influenza dell’URSS nel Medio Oriente; dall’altro provocò nuove polemiche e divisioni fra gli arabi, spinse l’OLP a diventare più autonoma rispetto a prima, favorì l’estensione territoriale israeliana e fece costituire un’alleanza strategica fra gli USA e Israele. Uno Stato, quest’ultimo, che così divenne l’avamposto statunitense nella regione; cioè una novità politica da rispettare e difendere da parte di tutti i paesi del blocco occidentale.

In quel nuovo quadro del sistema degli Stati nacque la risoluzione n. 242, adottata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la quale si puntava a contrastare l’allargamento territoriale di Israele e a ristabilire i confini esistenti prima della “guerra dei sei giorni”.

Israele invece, lungi dall’accettare quella risoluzione, mantenne il controllo dei territori occupati e decise di riunificare Gerusalemme annettendo la parte orientale. In questa situazione, i palestinesi si sentirono così tanto frustrati e delusi che qualche mese dopo, cioè nel 1968, iniziarono un periodo di attentati al di fuori dello stesso Israele.

A sua volta, nel volgere di pochi anni, questa situazione si aggravò per tutte le organizzazioni e istituzioni dell’area medio-orientale e si determinarono conflitti perfino fra le forze arabe.

Nel settembre 1970, dopo il dirottamento di quattro aerei nell’aeroporto di Zarqa (dove furono poi fatti esplodere), re Hussein di Giordania, forte del sostegno statunitense, israeliano e britannico, scatenò una repressione militare nel proprio territorio contro i palestinesi lì residenti.

La Siria e l’URSS, avendo fatto rispettivamente poco o nulla, non riuscirono a contrastare tale offensiva. L’Egitto non si mosse a sufficienza per dare una soluzione politica a quel conflitto. Molti palestinesi, in quel contesto, furono costretti a lasciare la Giordania e alcuni di loro diedero vita all’organizzazione clandestina “Settembre Nero”.

Da uno scenario internazionale e medio-orientale pieno di sangue e cinismo nacque il gruppo palestinese denominato “Settembre Nero”, in riferimento alla repressione giordana.

Fra le azioni militari compiute da questa organizzazione, due ebbero come epicentro l’Italia ed esse, lo diciamo soltanto per inciso, dimostrarono subito che il “terrorismo palestinese”, lungi dall’essere “motore del terrorismo internazionale”, come invece ritiene lo studioso di storia contemporanea Gianluca Falanga (pag. 81 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021), aveva dei criteri culturali e dei modelli operativi molto diversi rispetto a quelli di organizzazioni europee come le Brigate Rosse, la RAF l’IRA e l’ETA.

Negare questa evidenza, come se fra l’altro non ci fossero stati fatti politici come il big-bang del 1968, le lotte dell’operaio-massa, la messa in pratica della parola d’ordine di Che Guevara di “creare due, tre, molti VietNam” e l’esperienza di movimenti guerriglieri metropolitani come i Tupamaros dell’Uruguay e l’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP) dell’Argentina, non è un buon servizio a favore della ricerca storica.

Cerchiamo allora di conoscere i fatti, perché essi parlano da soli!

Il 4 agosto 1972 ci fu un attentato contro i serbatoi di stoccaggio del petrolio greggio situati presso la località di Mattonaia, a San Dorligo della Valle, in provincia di Trieste, che provocò gravi danni ambientali con l’inquinamento dell’atmosfera e del sottosuolo.

In seguito, il 16 agosto 1972, si verificò invece il tentativo di far esplodere un Boeing 707 della compagnia israeliana El Al, partito da Fiumicino e diretto a Tel Aviv con 140 passeggeri a bordo, che fu costretto a rientrare all’aeroporto romano dopo lo scoppio di un ordigno nella stiva. Dato che quest’ultima era stata blindata per precauzione e all’insaputa degli attentatori, l’aereo non precipitò e i danni non furono ingenti.

Come poi si seppe, “l’esplosivo era nascosto in un mangianastri portato inconsapevolmente nell’aereo da due ignare ragazze inglesi alle quali era stato regalato da due giovani arabi che avevano conosciuto a Roma nei giorni precedenti. I due (Zaid Ahmed e Adnan Ali Hussein), grazie alla testimonianze delle ragazze, vennero arrestati alcuni giorni dopo dalle forze di sicurezza italiane. Nonostante l’imputazione fosse gravissima, però, il 13 febbraio 1973 furono scarcerati.”

Precisato che il motore delle vicende storiche è, in ultima analisi, la lotta fra i gruppi e le classi sociali, come per altro pensava un certo Karl Marx, andiamo avanti.

Secondo Giacomo Pacini, la scarcerazione dei due giovani arabi fu preparata da un rapporto informativo che, in data 17 dicembre 1972, il SID aveva inviato al Ministero dell’Interno e secondo il quale sarebbero stati in atto dei colloqui riservati e non ufficiali coi vertici di “varie, note organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi” e che nel quadro dei questi colloqui “veniva considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in carcere italiano”.

Sedicenti “interlocutori qualificati”, infatti, avevano chiesto che ai due fosse assicurato il massimo benessere, esaminando anche la possibilità di porli in condizione di disporre di somme di denaro e soprattutto di esaminare la possibilità “di conseguire la massima celerità nello svolgimento degli atti di competenza della magistratura (...)” (vedasi il link precedente).

Il fallito attentato finì nel dimenticatoio e lo stessa cosa capitò in merito alla rapida scarcerazione dei due giovani arabi.

Un’altra e ben più famosa azione di “Settembre Nero” ci fu invece il 5 e il 6 settembre 1972 ed avvenne a Monaco di Baviera in occasione delle Olimpiadi.

“All’alba del 5 settembre 1972 un commando di otto fedayn penetrò nel villaggio olimpico e prese d’assalto gli alloggi della squadra israeliana, uccidendo subito due atleti e prendendone in ostaggio altri nove. In cambio della loro liberazione i terroristi richiesero l’immediata scarcerazione di oltre 200 prigionieri palestinesi e dei “compagni di lotta” tedeschi Andreas Baader e Ulrike Meinhof.
Per la prima volta nella storia, la tragedia si consumò in diretta televisiva. Dopo una giornata di trattative, i sequestratori ottennero di essere trasferiti con gli ostaggi nella base aerea di Furstnfeldbruck. Un maldestro tentativo di liberazione intrapreso dalla polizia tedesca provocò la morte di tutti gli atleti sequestrati, assassinati dai terroristi a bordo degli elicotteri sui quali erano stati caricati. Nello scontro a fuoco trovarono la morte anche cinque fedayn e un poliziotto tedesco” (pag. 82 di “La diplomazia oscura. Servizi segreti e terrorismo nella Guerra fredda” di Gianluca Falanga, Carocci editore, Roma, 2021).

La successiva operazione “Ira di Dio”, lanciata ufficialmente a scopo vendicativo e su scala internazionale dal governo israeliano, diretto a quel tempo dalla signora Golda Meir, contribuirono a far sviluppare il conflitto israelo-palestinese anche in Italia.

Non a caso, il primo teatro dell’operazione “Ira di Dio” fu Roma.

Qui, il 16 ottobre 1972, due uomini del Mossad, il servizio segreto israeliano, piazzarono dodici pallottole Beretta calibro 22 nel corpo del palestinese, nato trentotto anni prima a Nablus, Wael Zwaiter che secondo Israele avrebbe avuto la responsabilità nell’organizzazione del fallito attentato di due mesi prima sul Boeing 707 della compagnia israeliana El Al (vedasi: pag. 191 e 192 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano” di Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2014).

Otto mesi dopo l’uccisione di Wael Zwaiter, precisamente il 17 giugno del 1973 e nella romana piazza Barberini, si verificò la deflagrazione accidentale di una Mercedes 200 carica di esplosivo e ciò provocò il ferimento di due arabi che vi si trovavano a bordo (Abdel Hamidi Shilj, 28 anni, con passaporto giordano, e Abdel Hadi Nakaa, 34 anni, con passaporto siriano).

Subito dopo quest’ultimo evento, l’ambasciatore statunitense John Volpe criticò lo Stato italiano. Secondo il suo rapporto inviato a Washington, la “politica antiterroristica” dell’Italia si basava «sul coordinamento con gli altri Paesi europei, intese informali con i fedayin e gli israeliani, la disponibilità a pagare riscatti quando siano in gioco vite umane, dando la precedenza alla sicurezza nazionale» (vedasi “Nixon: «L’Italia troppo amica di arabi e cinesi»” di Angelo Bitti, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Per l’ambasciatore statunitense l’Italia «continuerà ad appoggiare le nostre misure internazionali, ma con espedienti che le consentano di soddisfare le sue esigenze interne e non ledano i suoi rapporti con gli arabi e Israele» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Sulla base delle informazioni da lui ricevute dai servizi segreti italiani, gli attentatori nel territorio italiano «non appartengono alle grandi organizzazioni palestinesi, che si sono impegnate a non colpirla, ma sono schegge impazzite» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004). Inoltre l’Italia «tollera operazioni antiterroristiche israeliane sul suo territorio» (ibidem, Corriere della Sera del 16/5/2004).

Queste osservazioni di John Volpe, espresse quando il governo italiano in carica era quello denominato ‘Andreotti II’ (26/6/1972 – 7/7/1973), denotano l’esistenza di una palese contraddizione della politica estera italiana. Le intese informali dello Stato italiano “con i fedayin e gli israeliani” fanno ancora parte di una strategia che, essendo composta da accordi segreti privi di interdipendenze regolatrici, non riesce ad evitare le attività sanguinarie degli uni e degli altri nel Bel Paese.

La gestazione e la nascita di un diverso approccio strategico – quello che chiamiamo “lodo” fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi – si hanno invece con i due governi successivi, il Rumor IV (7/7/1973 – 14/3/1974) e il Rumor V (14/3/1974 – 23/11/1974), quando in entrambe le circostanze Aldo Moro è Ministro degli Esteri.

Il lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, in base al quale per diversi anni viene garantita una tregua israelo-palestinese sul territorio italiano, nasce infatti dopo una serie di eventi specifici verificatisi dall’estate del 1973 ai primi mesi del 1974.

Tanto per essere più chiari, vediamone alcuni fra i più rilevanti.

Partiamo dalla Norvegia.

Il 21 luglio 1973, nella città di Lillehammer, il cameriere marocchino Ahmed Bouchiki, considerato erroneamente un “terrorista palestinese”, viene ucciso in strada da una squadra del Mossad mentre sta tornando a casa dopo il cinema insieme alla moglie norvegese incinta. Nei giorni successivi la polizia riesce però a catturare sei degli agenti segreti israeliani partecipanti a quell’operazione e la notizia fa subito il giro del mondo.

Passiamo all’Italia.

Il 13 agosto 1973, durante il quarto governo Rumor, si viene a sapere ufficialmente della scarcerazione di alcuni arabi: “Il giudice istruttore Giuseppe Pizzuti, su richiesta degli avvocati difensori, ha concesso la libertà provvisoria ai due arabi proprietari della «Mercedes» che il 17 giugno scorso, saltò in aria a piazza Barberini per l’esplosione di alcuni ordigni nascosti sulla vettura. Gli imputati – Abdul Shiblj, giordano, e Abdel i Nakaa, siriano – sono stati assegnati al soggiorno obbligato.
I due si trovavano a bordo della «Mercedes» con targa tedesca, la mattina del 17 giugno, quando la vettura saltò in aria incendiandosi ed essi rimasero feriti. Secondo i loro avvocati difensori sono vittime di un attentato. Scarcerati anche i due arabi arrestati, nell’aprile scorso, all’aeroporto dl Fiumicino, dopo essere stati sorpresi con sei bombe a mano e due pistole. I due – Gholan Mirzaga e Shirazl Bahrami Risa – erano stati condannati a 4 anni ciascuno” (“Esplosione di piazza Barberini: in libertà i due arabi”, Unità, pagina 8 di Roma-Regione, del 14 agosto 1973).

In seguito, precisamente il 5 settembre, a Ostia viene arrestato Ghassan Avienehmed Al Hadith, nella cui abitazione presa in affitto vengono trovati due missili terra-aria, e nel centro di Roma, all’hotel Atlas di via Rasella, sono arrestati Gabriel Khouri, Amin el Hindi, Mahmoud Nabil Mohamed e Al Tayeb Al Fergani.

I cinque arabi, oltre ad essere accusati di detenzione aggravata di armi e falso in documenti, sono sospettati di aver introdotto in Italia delle armi da guerra e di voler compiere un attentato ad un aereo della El Al in decollo da Fiumicino.

Questo episodio, come si saprà molti anni dopo, è l’esito di una trappola orchestrata da Ashraf Marwan, un diplomatico egiziano che fa la spia per conto del Mossad.

A febbraio del 1973, nel Sinai, alcuni caccia israeliani avevano abbattuto un aereo civile libico provocando la morte di centinaia di persone. A quel punto il leader libico “Gheddafi giurò vendetta. (…) Il presidente Sadat aveva deciso di dare manforte alla Libia e aveva incaricato Marwan di far avere ai terroristi due missili Strela di fabbricazione sovietica. Marwan inviò i due terra-aria a Roma con la valigia diplomatica.
A Roma li caricò sulla sua auto, incontrò Al-Hindi in un lussuoso negozio di scarpe di via Veneto, acquistò due grandi tappeti, se ne servì per avvolgere i due missili e li trasportò personalmente in metropolitana fino al covo dei terroristi in città. I terroristi si prepararono a lanciare i missili, ignari del fatto che Marwan aveva già allertato il Mossad, che a sua volta aveva avvertito gli italiani” (pag. 228 e 229 di “Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano”, di Michael Bar-Zohar, Nissim Mishal, editore Feltrinelli, 2012).

Il 6 ottobre, all’inizio della guerra dello Yom Kippur, Israele si trova in difficoltà. Come si saprà solo nel 1987 sulla base delle indagini del giudice Mastelloni, la mattina di quel giorno l’addetto militare israeliano incontra a Roma l’ammiraglio Vitaliano Rauber, allora capo del IV Reparto dello Stato Maggiore della Difesa, e gli chiede “se era possibile ottenere d’urgenza dei pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara”.

Come aggiunge il generale Piovano, quella mattina “gli israeliani chiesero munizioni” e “furono invitati in mia presenza dal sottocapo di stato maggiore a rivolgersi al ministero degli Esteri tramite l’ambasciatore israeliano a Roma” (vedasi: “Israele? Amici anche loro”, di Antonio Carlucci, in Panorama, 9 luglio 1989).

Il governo italiano, con il beneplacito del ministro degli Esteri Aldo Moro, fa consegnare a Israele, in segreto e scavalcando i divieti legislativi per il traffico di armi con i paesi in guerra, sia i pezzi di ricambio per cannoni da 76 della Oto Melara che le munizioni per quei cannoni.

A livello pubblico mostra invece una diversa posizione rispetto alla guerra del Kippur.

Sulla scia di quanto succede nei principali paesi europei dell’Alleanza Atlantica, l’Italia nega agli USA la possibilità di usare il proprio spazio aereo per inviare armi e rifornimenti a Israele, poiché il conflitto risulta esterno alle competenze della Nato (vedasi: 160 Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, cit., pp. 1226 sg.; M. Del Pero, Distensione, bipolarismo e violenza: la politica americana nel Mediterraneo durante gli anni Settanta. Il caso portoghese e le sue implicazioni per l’Italia, in Tra guerra fredda e distensione, cit., p. 129; Tosi, La strada stretta. Aspetti della diplomazia multilaterale italiana (1971-1979), cit., p. 250).

Solo il regime neofascista portoghese concede parte del proprio territorio per il “ponte aereo” degli aiuti statunitensi a Israele.

Lo stesso ministro degli Affari Esteri Aldo Moro, celando la verità ben sapendo di celarla, il 17 ottobre 1973 afferma quanto segue al Senato: “Da parte italiana ci si è sempre astenuti e ci si astiene da ogni intervento, in particolare da forniture di armi, che possa aggravare la situazione nelle zone di tensione, in particolare per quanto riguarda il Medio Oriente.” (vedasi: pag. 50 di “Testi e documenti sulla politica estera dell’Italia” del Ministero degli Affari Esteri, 1973).

Questi sono alcuni dei fatti principali che precedono la nascita del lodo fra l’Italia e le forze combattenti arabo-palestinesi, ma alcuni storici e i giornalisti non riescono ad inquadrarli nel loro preciso contesto e nemmeno a capirne il significato.

Dell’omicidio del giovane marocchino Ahmed Bouchiki, compiuto il 21 luglio 1973 in Norvegia dallo stesso gruppo di fuoco che nel 1972 uccise a Roma il palestinese Zwaiter, non ne fa cenno quasi nessuno. Dell’arresto dei 5 palestinesi se ne parla invece in modo enfatico, senza far capire che quell’operazione fu l’esito di una trappola del Mossad e, come poi vedremo, senza far conoscere le caratteristiche della sentenza emessa nei loro confronti il 27 febbraio 1974.

Della guerra dello Yom Kippur (6–25 ottobre 1973) e dell’importante aiuto italiano a Israele molti non sembrano tenerne in debito conto anche se la vera politica estera di un paese si esprime nei periodi di guerra, anche e in particolare in segreto. Alcuni invece, senza fornirne prove sufficienti e logiche, sostengono che il «lodo Moro» nacque in un giorno preciso, col solo avallo politico da parte di Aldo Moro e proprio mentre la situazione risultava essere molto incandescente nei rapporti fra israeliani e arabi.

Il «lodo Moro» secondo Miguel Gotor

Secondo il “Memoriale della Repubblica” (Einaudi, 2011) di Miguel Gotor, il «lodo Moro» sarebbe “un accordo segreto stipulato il 19 ottobre 1973 tra Moro, allora ministro degli Esteri e i rappresentanti dell’OLP, nei giorni in cui infuriava la guerra dello Yom Kippur tra Israele ed Egitto”.

A pagina 417 , nella nota 9, si legge:

“Per la data dell’accordo si veda l’informazione tratta da un appunto del SID, classificato «Riservatissimo», proveniente da II Cairo e utilizzato nella sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, Tribunale di Venezia, procedimento penale n. 204 del 1983, pp. 1161-63 (Flamigni, La tela del ragno, 2005, pp. 197-98).”

Dalle parole scritte da Gotor e dalla semplice nota da lui riportata sulla fonte informativa si potrebbe giungere alla conclusione che il 19 ottobre 1973 Moro abbia incontrato “i rappresentanti dell’OLP” a Il Cairo e che, di conseguenza, abbia fatto un accordo segreto con i palestinesi appena una quarantina di giorni dopo l’avvio del processo di riconoscimento internazionale dell’OLP determinatosi nella Conferenza di Algeri dei paesi non allineati (5-9 settembre 1973), con largo anticipo rispetto alla riunione della Lega Araba svoltasi ad Algeri il 26 novembre 1973 con cui l’OLP è riconosciuto come unico rappresentante del popolo palestinese.

In realtà, il 19 ottobre 1973 il ministro degli Esteri Aldo Moro non incontra nessun rappresentante dei palestinesi nella capitale egiziana. Si trova a Roma ed ha un significativo impegno politico a cui non può certo sottrarsi. Deve partecipare ad una riunione (di circa 3 ore) della Direzione della DC nel corso della quale presenta una relazione “sull’attività del governo italiano per far cessare la guerra nel Medio Oriente. Quest’azione è stata pienamente apprezzata e condivisa dalla direzione DC, che ha chiesto che i 9 paesi della Comunità Europea parlino “con una voce sola” e che sia applicata la risoluzione dell’ONU (22 novembre 1967) per garantire l’esistenza di Israele e per risolvere il problema palestinese, così da giungere ad un “vero assetto di pace” ...” (vedasi: “Fanfani ha mandato due ispettori a Napoli”, di Lamberto Furno, La Stampa, sabato 20 ottobre 1973).

Quella data ha una certa importanza in quanto, grazie a Fanfani e all’avvio di una attenzione multilaterale ai problemi del Medio Oriente da parte dei dirigenti della Democrazia Cristiana e anche di quelli del Partito Socialista Italiano, si caratterizza come uno dei momenti della travagliata gestazione del «lodo Moro».

L’appunto del SID proveniente da Il Cairo parlava infatti di un incontro diplomatico presso l’ambasciata italiana fra due funzionari del ministero degli Esteri – il ‘primo consigliere’ Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano – e il rappresentante dell’OLP Said Wasfi Kamal.

Quest’ultimo, in cambio dell’impegno che nessuna azione dei fedayin avrà più luogo in Italia, chiede la liberazione dei cinque arabi arrestati il 5 settembre 1973.

La proposta, secondo Sergio Flamigni, sarebbe poi stata esaminata “il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi».

La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’OLP per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere” (pagine 197-198 del libro “La tela del ragno. Il delitto Moro” di Sergio Flamigni, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003).

Questa narrazione risulta però imprecisa per quattro motivi.

Prima di tutto, la riunione del 25 ottobre 1973 dimostra che il Ministero degli Esteri, allora guidato da Aldo Moro, intende trovare una soluzione “per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi” e dai “pericoli di ritorsione da parte israeliana”, ma per tale scopo non basta certo un’intesa con l’OLP.

Serve, come minimo, anche un’intesa con lo stato israeliano, in particolare col Mossad che a quel tempo ha già stabilito degli stretti rapporti con l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, ridefinito Servizio informazioni generali e sicurezza interna (Sigsi) nel 1970 e diretto da Federico Umberto D’Amato a partire dal novembre 1971.

In secondo luogo, a differenza di quanto potrebbe far pensare la ricostruzione di Sergio Flamigni, il 25 ottobre 1973 non è una data come un’altra. Quel giorno, alle ore 9 italiane e per la prima volta dopo la crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962, le forze armate statunitensi passano allo stato di allarme atomico – compresa la base della Maddalena che nel 1972 il governo Andreotti aveva concesso agli Usa raggirando gli art.11-80-87 della Costituzione – e poi, alle ore 12 italiane, lo comunicano alla Nato (vedasi: “Morire per gli altri” di Tino Neirotti su Stampa Sera del 26 ottobre 1973; “Medio Oriente. Truppe USA in Europa in preallarme” in Lotta Continua del 26 ottobre 1973; “La giornata della tensione atomica URSS-USA. La Nato apprese l’allarme dalle notizie dei quotidiani” di Giorgio Fattori su La Stampa del 4 novembre 1973).

La pressione orchestrata dal segretario di Stato USA Henry Kissinger spinge l’URSS sulla difensiva e fa in modo che, nel pomeriggio, il Consiglio di sicurezza dell’ONU prenda la decisione di mandare i caschi blu in Medio Oriente, senza la partecipazione di grandi potenze, per garantire la tregua fra Egitto e Israele (vedasi: “Forze dell’ONU nel Medio Oriente”, L’Unità, 26 ottobre 1973).

In terzo luogo, il 25 ottobre 1973 Moro non partecipa alla riunione convocata presso il Ministero degli Esteri. Nella tarda mattinata del 23 ottobre 1973, infatti, il presidente della Repubblica Giovanni Leone e il ministro degli Esteri Aldo Moro partono per un viaggio diplomatico nei paesi del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e rientrano in Italia la sera del 31 ottobre (vedasi: “Leone e Moro in Olanda”, Stampa Sera, notizia Ansa del 23 ottobre 1973; “Iniziativa europea proposta all’Aja da Leone e Moro” di Orazio Pizzigoni, l’Unità, 25 ottobre 1973; “Il presidente Leone a Bruxelles accolto da Baldovino e Fabiola” di Nicola Adelfi, La Stampa, 30 Ottobre 1973; “Leone: trasformare il Mec in una comunità di popoli” di Nicola Adelfi, La Stampa, 31 Ottobre 1973).

In quarto luogo, il 25 ottobre 1973 su diversi quotidiani si parla di nuovo dell’omicidio del palestinese Wael Abdel Zwaiter avvenuto a Roma il 16 ottobre 1972: “Da Oslo la conferma: fu un commando di killers israeliani ad uccidere Zuaiter” (Zwaiter, ndr; ), Lotta Continua; “Da Oslo investigatori per il caso Zwaiter. Sei arrestati per l’assassinio di un marocchino in Norvegia, indiziati per il secondo delitto a Roma”, L’Unità.

Il sospetto, avanzato una settimana prima, che ci sia una connessione fra l’omicidio di Zwaiter e quello del giovane marocchino ucciso in Norvegia il 21 luglio 1973 trova delle clamorose conferme (“Rintracciati i killers che uccisero Zwaiter?”, L’Unità, 18 ottobre 1973).

Dire o lasciar intendere perciò che il 25 ottobre 1973 Moro avrebbe fatto qualcosa direttamente a Roma, ad esempio presso il Ministero degli Esteri, è un’informazione non rispondente al vero. L’allora ministro degli Esteri, oltre a non avere il dono dell’ubiquità, era abituato a riflettere a lungo prima di prendere una decisione molto delicata.

La riunione del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli Esteri, si svolge senza la presenza diretta di Aldo Moro e proprio il giorno dell’allarme atomico delle forze armate degli USAa e delle nuove notizie sulle “operazioni speciali” del Mossad; affronta alcuni problemi di politica estera e interna particolarmente intrecciati.

In questo ambito cerca di valutare la proposta dell’OLP e, nonostante il parere contrario di Silvano Russomanno a qualsiasi forma di soluzione politica a tale riguardo, si conclude senza rifiutare a priori l’idea lanciata da Said Wasfi Kamal sei giorni prima.

La stessa partecipazione di Russomanno, personaggio del Servizio informazioni generali e sicurezza interna (SIGSI), è particolarmente significativa. Tale personaggio , pur sapendo bene come stiano le cose e non “stranamente” come invece dichiara Sergio Flamigni, nega che si possano manifestare delle azioni sanguinarie in Italia da parte dei servizi segreti israeliani.

Sul piano politico ciò significa che la riunione coinvolge nel dibattito anche una fazione particolarmente filo-israeliana del Ministero degli Interni, in quanto servirebbe un accordo sia con l’OLP che con Israele per evitare il ripetersi nel territorio italiano del sanguinoso conflitto fra israeliani e palestinesi.

In sintesi: l’evento del 19 ottobre 1973 a Il Cairo e quello del 25 ottobre 1973 presso il Ministero degli Esteri italiano sono soltanto due fra i momenti della lunga e triangolare attività diplomatica fra Italia, Israele e forze combattenti arabo-palestinesi che, come un work in progress, tende a far nascere il «lodo Moro» in maniera compatibile rispetto al preesistente lodo Italia-Israele.

Il «lodo Moro» secondo Cossiga

Il 30 ottobre 1973 Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan vengono scarcerati grazie ad un provvedimento di libertà provvisoria “perché, secondo il giudice istruttore, hanno avuto un ruolo secondario nella operazione che fortunatamente non fu realizzata” (vedasi: “È rinviato il processo agli arabi del missile”, La Stampa del 29 dicembre 1973).

Secondo una ricostruzione fatta molti anni dopo dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, «Moro intervenne personalmente sul presidente del tribunale, con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie e fece concedere ai terroristi la libertà provvisoria» (vedasi pag. 26 di “Fiumicino 17 dicembre 1973. La strage di Settembre Nero” di Annalisa Giuseppetti e Salvatore Lordi, editore Rubbettino, 15 giugno 2010).

In altre parole, fra il 25 e il 30 ottobre 1973 Aldo Moro sarebbe intervenuto personalmente per favorire quella specifica opzione, ma la ricostruzione di Cossiga è basata solo su alcuni vaghi ricordi e qualche sentito dire che non risultano compatibili rispetto ai più elementari metodi relativi ad una buona e onesta ricerca storica.

In quei giorni – come si è detto – il Ministro degli Esteri Aldo Moro non si trova in Italia. Non può intervenire direttamente sul magistrato competente ed è molto improbabile che, perfino dopo lo scandalo delle intercettazioni telefoniche emerso in Italia l’8 febbraio 1973, abbia comunicato con lui telefonicamente per discutere una questione così delicata.

Infine, tanto per confermare quanto si è già accennato, il provvedimento di libertà provvisoria per Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan, concomitante rispetto al deposito della sentenza di rinvio a giudizio, non viene emesso dal “presidente del tribunale” ma dal giudice istruttore. Il nome di quest’ultimo è Leonardo Zamparella (vedasi: “Processo ai cinque arabi del missile di Roma”, La Stampa del 14 dicembre 1973).

Torniamo perciò ai fatti acclarati.

Il 30 ottobre Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan escono dal carcere di Viterbo, sono presi in consegna da alcuni dirigenti del SID e trovano alloggio in un appartamento di Roma gestito dai servizi segreti. Il giorno successivo, accompagnati dal colonnello Giovan Battista Minerva, dal capitano Antonio Labruna, dal colonnello Stefano Giovannone e dal tenente colonnello Enrico Milani, salgono a bordo di un aereo Douglas C-47 Dakota dell’Aeronautica Militare italiana, denominato Argo 16, che da Ciampino li porta in Libia dopo una sosta a Malta.

Nemmeno un mese dopo troviamo Argo 16 nelle cronache di un episodio a dir poco inquietante.

Proprio quell’aereo, che fra l’altro aveva svolto missioni speciali per il SIOS ed effettuato le misure elettroniche nell’Adriatico contro la rete radar jugoslava (vedasi: audizione dell’ammiraglio Fulvio Martini del 27 luglio 1999 di fronte alla Commissione parlamentare sulle stragi), il 23 novembre 1973 esplode in volo.

Precipita nelle vicinanze di svariate industrie chimiche di Marghera, facendo correre il rischio di una colossale catastrofe ecologica. Per questo motivo muoiono cinque persone dell’equipaggio: il tenente colonnello Borreo Enano, il maresciallo Luigi Bernardini, il tenente colonnello Mario Grandi e il maresciallo Aldo Schiavone.

Come si andrà a ipotizzare pubblicamente solo negli anni ’80, da parte del giudice Carlo Mastelloni, Argo 16 potrebbe essere stato sabotato dal Mossad.

D’altra parte, difficilmente il Mossad avrebbe potuto assumersi tale compito senza l’avallo o la diretta complicità delle forze militari statunitensi presenti nel Veneto.

Il divieto agli USA di usare lo spazio aereo italiano per inviare armi e rifornimenti a Israele durante la guerra del Kippur (6-25 ottobre 1973) e la liberazione di Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono fatti che, in primis, non piacciono al presidente e repubblicano statunitense Richard Nixon e al governo israeliano di Golda Meir.

In quella situazione, già di per sé ingarbugliata, il governo italiano continua a mantenere segreta la verità, conosciuta fra gli altri dall’ambasciatore USA a Roma John Volpe, sulla tolleranza verso le azioni omicide dei servizi segreti israeliani sul territorio italiano.

In questo modo, com’è logico che sia, la politica italiana risulta inaffidabile agli occhi del mondo arabo.

Il 26 novembre 1973, in particolare, la Lega Araba riunitasi ad Algeri non inserisce l’Italia “fra i Paesi amici o neutrali cui veniva garantito un trattamento di favore nella fornitura di greggio” (pagina 194, “Mediterraneo e Medio Oriente nella politica estera italiana” di Francesco Perfetti, in La Comunità Internazionale, fasc. 2/2011, Editoriale Scientifica srl) e al tempo stesso riconosce l’OLP come unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese.

Il governo italiano cerca allora di essere più “diplomatico” col mondo arabo per evitare delle nefaste conseguenze economiche e politiche per l’Italia.

In tale situazione, venerdì 14 dicembre 1973 inizia il processo ai palestinesi arrestati il 5 settembre, ma viene rinviato al 17 dicembre.

In quest’ultima data, alle nove di mattina, avviene la strage di Fiumicino con i suoi 32 morti, un episodio attribuito indistintamente alla Libia e all’Iraq dalla stampa israeliana e condannato da tutte le forze politiche italiane, comprese quelle della sinistra extraparlamentare, dalla quasi totalità dei paesi arabi e dall’OLP, fra cui l’FPLP di Habash che da almeno un anno, pur non rinunciando a svolgere azioni armate nei territori controllati da Israele, ha deciso di abbandonare la via delle azioni «esemplari» e dei dirottamenti aerei in Europa (“L’OLP annuncia che renderà pubblica l’inchiesta sul Boeing 737”, in Lotta Continua, 19 dicembre 1973) “perché l’internazionalizzazione della lotta non aveva portato «alcun reale beneficio»” (pag. 10 di “Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986” di Valentine Lomellini, 2022, Edizioni Laterza, Bari-Roma, e la connessa nota 45: Comunicazione Watt 6013. FPLP – Linea politica relativa agli attacchi all’estero, 20 maggio 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.; Watt 6025. Oggetto: questione araba – Attività insidiose del PFLP, 12 giugno 1972, ACS, FCA, b. 362, racc. spec.).

Lo stesso governo italiano, da parte sua, sospetta una responsabilità libica, ma ufficialmente la nega perché da un lato non intende aggravare la tensione internazionale e dall’altro non ne ha le prove certe.

Al contrario di quanto narra la vulgata di svariati dietrologi, che enfatizzano il contributo italiano nel riuscito golpe di Gheddafi del 1969, i rapporti fra la Libia e l’Italia non sono buoni negli ultimi mesi del 1973.

Esistono diversi motivi di attrito: il regime di Gheddafi – secondo il giornalista di Epoca Piero Zullino – è irritato per l’acquisto da parte dell’Eni di dieci milioni di barili di greggio dall’Arabia Saudita anziché da Tripoli; solo Al Tayeb Al Fergani e Ahmed Ghassan sono stati liberati e consegnati alla Libia; in quello stesso periodo c’è ancora una situazione di grave crisi diplomatica (nata nel 1970 con l’espropriazione e l’espulsione dei coloni italiani presenti nel territorio libico) che viene superata nel febbraio del 1974 per mezzo di un trattato bilaterale (“L’espulsione degli italiani dalla Libia nel 1970” di Arturo Varvelli, in “I sentieri della ricerca”, rivista di storia contemporanea, Edizioni Centro Studi “Piero Ginocchi” Crodo, giugno 2007).

Il movente della strage non è però connesso ai motivi di attrito della Libia con l’Italia. Sembra dettato dal persistere della volontà di vendicare, come si è accennato in precedenza, le centinaia di persone uccise a febbraio del 1973, nel Sinai, a causa dell’abbattimento dell’aereo civile libico da parte di alcuni caccia israeliani.

Lunedì 17 dicembre 1973, una volta che si diffonde la notizia della strage di Fiumicino, l’udienza del processo agli arabi subisce un nuovo rinvio.

“Il commando venne arrestato il 5 settembre dal servizio di controspionaggio quando nella villetta a Ostia presa in affitto dal libanese Ghassan Ahmed Al Hadith furono trovati due missili terra-aria di fabbricazione sovietica, chiusi in scatoloni: un metro e trenta centimetri di lunghezza. Le armi hanno una gittata di cinque chilometri.
Secondo l’accusa, gli arabi avevano intenzione di abbattere un aereo israeliano in occasione del primo anniversario della strage di Monaco. I tre imputati nella scorsa udienza hanno dichiarato di essere innocenti e di non avere avuto alcuna intenzione di attaccare un aereo israeliano. Oggi, colui che potrebbe essere il capo del commando, Gabriel Khouri ha voluto aggiungere qualcos’altro.
«Rinneghiamo l’attentato criminale compiuto a Fiumicino, ha detto, non abbiamo nulla in comune con coloro che hanno incendiato il “Boeing” e dirottato l’aereo tedesco. L’atto terroristico costituisce un gesto di barbarie che nuoce alla causa araba e gli autori sono nostri nemici». «Vogliamo essere processati subito, ha aggiunto, anche perché abbiamo fiducia che il tribunale non si lascerà influenzare dalla forte pressione di alcuni giornali: anche se riteniamo che il rinvio dell’udienza deciso il giorno della strage di Fiumicino sia da mettersi in collegamento con l’attentato». (“È rinviato il processo agli arabi del missile” di g.g., La Stampa del 29 dicembre 1973, pag. 10).

Poi il presidente dispone l’esame dei periti balistici, ma decide anche che i chiarimenti dei tecnici siano ascoltati dal tribunale a porte chiuse. Infine, il rinvio del dibattimento al 20 febbraio.

Nella serata di mercoledì 27 febbraio 1974 si conclude il processo contro i cinque arabi arrestati a Roma il 5 settembre 1973.

Ciascuno degli imputati è condannato a 5 anni e due mesi di reclusione. A tre di loro, quelli rimasti in carcere (il giordano Azmicany, l’algerino Amin El Hendi e il siriano Gabriel Khouri), viene concessa la libertà provvisoria dietro cauzione di 20 milioni di lire a testa. Gli altri due imputati (l’iracheno Ahmed Ghassan Al Hadithi e il libico Ali Al Fargani Tayeb) hanno già ottenuto a libertà provvisoria durante la fase istruttoria e si trovano fuori del territorio italiano.

La sentenza del tribunale accetta in sostanza le richieste avanzate dal pubblico ministero.

Nella sua requisitoria, che si svolge nel corso della mattinata, il Pm Giorgio Santacroce da un lato fornisce le prove rispetto ai reati di detenzione di armi e falso in documenti; dall’altro nega l’esistenza di prove certe rispetto ai reati di introduzione di armi da guerra e tentata strage.

Il Pm infatti ricorda che l’accusa di introduzione in Italia di armi da guerra non può avere certezza di prova in quanto gli imputati avrebbero potuto anche non essere stati loro a trasportare il materiale nel territorio italiano. Inoltre esclude che i cinque imputati abbiano progettato di dirigere, dalla terrazza dell’appartamento di Ostia, un missile contro un aereo che si fosse levato in volo dall’aeroporto di Fiumicino.

«Tra l’altro – ha sostenuto il dott. Santacroce – la posizione di quella casa non lo avrebbe permesso e quindi l’appartamento di Ostia deve essere considerato soltanto una base per il gruppo degli arabi» (“La sentenza sulla clamorosa vicenda a Ostia. Cinque anni agli arabi presi col lanciamissile” di F.S. , L’Unità, giovedì 28 febbraio 1974).

Molti anni dopo, Miguel Gotor scrive che quegli arabi sarebbero stati arrestati “mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino ai danni di un aereo della El Al Israel Airlines” (pagina 338, “Il Memoriale della Repubblica”).

Analogamente Ambrogio Viviani, capo del controspionaggio SID dal 1970 al 1974, in una trasmissione televisiva di “La storia siamo noi” dedicata ad Argo 16, dichiara che la terrazza dell’appartamento di Ostia sarebbe perpendicolare alle linee di decollo da Fiumicino degli aerei israeliani (vedi qui)

Miguel Gotor e Ambrogio Viviani ripetono in sostanza un’ipotesi già chiaramente smentita il 27 febbraio 1974 dal Pm Giorgio Santacroce.

L’apparenza tattica e la realtà strategica

La memoria dominante relativa al «lodo Moro» è andata sempre più deformandosi nel tempo fino a diventare del tutto incompatibile in rapporto ad alcune evidenze giudiziarie.

Il «lodo Moro» ha una caotica gestazione nel corso del 1972-1973, in particolare negli ultimi quattro mesi del 1973, e durante il primo trimestre del 1974.

Necessita infatti, fra le varie precondizioni soggettive, il superamento della crisi diplomatica fra Italia e Libia, la liberazione di tutti gli arabi arrestati il 5 settembre 1973 e condannati solo per i reati di detenzione di armi e documenti falsi, lo scioglimento di "Settembre Nero" da parte dei palestinesi (evento che avviene nell’autunno del 1973), un fattivo riconoscimento politico italiano dell’OLP, ricompense agli informatori palestinesi ed eventuali aiuti umanitari alla popolazione palestinese tramite il servizio segreto militare italiano, l’integrazione nella politica estera italiana della linea diplomatica avviata dallo statista democristiano Alcide De Gasperi prima e dopo la nascita dello Stato di Israele, gli aiuti militari segreti a quest’ultimo da parte dell’Italia, una maggiore collaborazione fra il servizio segreto interno italiano e il Mossad, e la fine della “guerra dell’ombra” da parte degli agenti segreti israeliani in Italia.

Di fatto, nel mese di maggio del 1974 Nemer Hammad inizia ad essere ospitato nella capitale italiana come rappresentante dell’OLP.

Mai e poi mai l’Italia avrebbe accolto Nemer Hammad, dando così all’OLP un riconoscimento politico de facto, senza una preventiva garanzia di tregua nel proprio territorio sia da parte degli israeliani che dei palestinesi.

Ciò significa che la cosiddetta linea “filoaraba” dei governanti italiani della Prima Repubblica aveva dei limiti, era qualcosa di apparente e tattico mentre contemplava la difesa strategica del sionismo e dello Stato israeliano.

Alcuni fatti avvenuti fra il novembre del 1974 e lo stesso mese dell’anno successivo lo dimostrano in maniera esaustiva.

“L’attenzione verso il movimento nazionale palestinese fu confermata nel novembre 1974 quando il governo di Roma votò a favore dell’iniziativa d’invitare una delegazione palestinese a partecipare alla sessione dell’Assemblea generale dell’ONU: in tale sede però l’Italia si astenne quando si votò l’OLP di Arafat quale rappresentante del popolo palestinese e si diede a tale organizzazione lo status di osservatore permanente.
Il governo di Roma, comunque, non abbandonò mai la sua linea di difesa del diritto di Israele ad esistere come Stato indipendente e rifiutò ogni forma di equiparazione del sionismo al razzismo. Ciò si vide chiaramente in occasione del dibattito all’Assemblea generale dell’ONU circa la proposta di risoluzione che condannava il sionismo come forma di razzismo e di discriminazione razziale.
Il 10 novembre 1975 la risoluzione contro il sionismo fu approvata dalla maggioranza degli Stati dell’Assemblea con il massiccio voto favorevole dei paesi comunisti e di quelli non allineati, ma l’Italia votò contro.” (vedasi: “Dalla Puglia nel mondo. Appunti sul pensiero politico internazionale di Aldo Moro” di Luciano Monzali, a pag.104; “Aldo Moro e l’Università di Bari fra storia e memoria”, a cura di Angelo Massafra, Luciano Monzali, Federico Imperato; prefazione di Antonio Felice Uricchio; Cacucci Editore, Bari, 2016).

Il «lodo Moro», del cui periodo iniziale si è parlato qui, trovò un epilogo nel 1985 con il sequestro palestinese del transatlantico “Achille Lauro” e il connesso scontro diplomatico fra il governo diretto da Bettino Craxi e gli USA.

Nel corso della Prima Repubblica, il «lodo Moro» durò infatti circa una decina di anni.

Come hanno dimostrato Paolo Persichetti e Paolo Morando (vedasi qui), si manifestò pure a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 e quindi, a differenza di quanto sostengono alcuni fra i discendenti politici del neofascista Movimento Sociale Italiano, le forze palestinesi non avevano alcun motivo per compiere una strage come quella di Bologna del 2 agosto 1980.

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10/06/2022

Maieutica dell’inflazione

di Giovanni Iozzoli

E se l’inflazione svolgesse un ruolo provvidenziale – come una rivelazione, un disvelamento, un lampo di verità che fa giustizia dell’ipocrisia della “scienza triste”? Lei, l’inflazione, poverina, ufficialmente non piace a nessuno. Le classi dirigenti l’hanno sempre coltivata con estrema cautela, senza dare troppo nell’occhio; in una certa misura può fare bene ai profitti, ma si è rivelata spesso imprevedibile e pericolosa come un barbecue in mezzo al bosco. Perchè cos’è, alla fine, il processo inflattivo – e la celebre “spirale prezzi salari” che gli economisti temono come la peste? È l’estrema brutale sintesi del conflitto di classe – nella sua dimensione più vera e immediata, quella che si gioca sul terreno distributivo. Possiamo dire che l’inflazione incarna la potenzialità pedagogica del rapporto di classe: i percettori di profitti alzano i prezzi delle merci per ricostituire i margini, i salariati alzano il prezzo della forza-lavoro per tutelare il potere d’acquisto. Io tiro di qua e tu tiri di là. Semplice da spiegare e da capire. E se investimenti e produttività restano stagnanti, più profitto padronale corrisponde a più miseria operaia. Ecco la nuda, scandalosa verità che sta dietro tutte le montagne retoriche di economia politica, sociologia, diritto ed etica: classe contro classe – anche senza nessuna visione generale, nessuna prospettiva o coscienza o ideologia, solo come mero istinto di sopravvivenza.

Tra il 1992 e il 1993, mentre si consuma il tracollo della Prima Repubblica, il movimento sindacale commette il suo secondo grave peccato capitale, dopo la svolta dell’Eur. Accetta il patto del diavolo che i governi tecnico-politici della transizione impongono, sempre con la pistola della “responsabilità nazionale” puntata alla tempia: lo scambio consiste nel concedere una generosa e duratura moderazione salariale in cambio della “politica dei redditi” e del riconoscimento di un ruolo para-istituzionalizzato alla concertazione tra le parti. Che significava, sul piano legislativo, eliminare qualsiasi meccanismo di rivalutazione automatica delle retribuzioni e costruire un nuovo modello salariale e contrattuale che regolasse le relazioni industriali nel lungo periodo.

“Politica dei redditi” è categoria omnibus, in cui ognuno ha infilato desideri, attese, obiettivi ed elementi programmatici: nelle aspettative sindacali voleva dire controllo di prezzi, tariffe, investimenti pubblici, tassi di interesse – in un quadro di equità fiscale e mantenimento della progressività. Lo scambio poteva apparire vantaggioso: esorcizziamo lo spettro dell’inflazione (che ci costringerebbe ad una defatigante rincorsa contrattuale) e in cambio i lavoratori potranno accedere a mutui a tassi contenuti e ad una generale compressione del regime dei prezzi.

L’imbroglio è dietro l’angolo: l’essenza della Seconda Repubblica in fieri è la cessione di buona parte degli strumenti di intervento e controllo del ciclo economico – le famose “sacche di socialismo reale” contro cui inveiva Cossiga. Nel '92/'93 gli investimenti pubblici e privati sono in drastico calo e tali rimarranno per un quarto di secolo; il debito pubblico cessa progressivamente di essere strumento di politica macroeconomica per diventare colpa nazionale; la sovranità sulla moneta viene rapidamente devoluta, man mano che si stringono le tappe forzate che separano Maastricht dall’Euro. L’impossibile politica dei redditi si convertirà in semplice prassi della concertazione: non c’è più ciccia, concentriamoci sul “metodo”. Lo scambio del ’93 si tradurrà in: moderazione salariale contro riconoscimento politico del ruolo della triplice.

La fine della scala mobile rappresenterà simbolicamente la madre di tutte le controriforme: si tirerà dietro le privatizzazioni dell’industria e del credito pubblico, l’aziendalizzazione della sanità, il passaggio al calcolo contributivo dei trattamenti pensionistici, la fine dell’equo canone – e allungherà la sua stagione infinita fino alla soppressione dell’art.18. Dal craxismo al renzismo, senza soluzione di continuità: tra Tangentopoli e il “contratto a tutele crescenti” si snoda un percorso di coerenza liberista che, al di là dei cambi stagionali di ceto politico e le retoriche nuoviste, tratteggia la nuova Costituzione materiale di questo paese.

Vale la pena chiedersi: perchè tanto accanimento contro la scala mobile, in quegli anni di stabilizzazione moderata che precedono la crisi della Prima Repubblica? Perché agli inizi degli anni '80 tutte le partite decisive convergono su quel terreno? Il craxismo, con gli accordi di S. Valentino e l’accettazione della sfida referendaria, aveva correttamente individuato nella scala mobile – al di là del modesto impatto economico della prima forma di sterilizzazione – il campo privilegiato su cui riprendere e sviluppare la controffensiva antioperaia che era cominciata con la marcia dei 40.000. Craxi raccoglie la staffetta partita dai cancelli della Fiat e la consegna, stremato, prima del suo crollo finale, a Giuliano Amato. Il quale, con gli italiani già in spiaggia, la notte del 31 luglio '92, manda in soffitta il benemerito istituto di tutela delle retribuzioni – e provoca una (non duratura) crisi di coscienza in Bruno Trentin. Mentre i filosofi del post-moderno imperversavano in ogni campo – la “vecchia” figura del salario veniva individuata come cardine politico di quella stagione di revanscismo padronale, e su quel tasto bisognava battere: perchè eliminare la scala mobile significava aggredire la rigidità salariale e quindi destabilizzare il potere del sindacato – al di là delle sigle, inteso come attore imprescindibile delle società uscite dalla seconda guerra mondiale, come principio della coalizione operaia, come agente contrattuale indipendente.

L’accanimento contro la scala mobile stava al centro di una controffensiva di classe generale che si giocava a tutto campo; sfondare gli elementi residui della cultura del salario come “variabile indipendente”, voleva dire passare su tutto il resto: fu controffensiva economica, culturale – con la marea crescente del revisionismo anticomunista e l’annichilimento suicida del PCI. E controffensiva politico-militare, con la distruzione dell’intero quadro dirigente e delle organizzazioni del campo rivoluzionario, che nella prima metà degli anni '80 è già pienamente compiuta.

Si è detto spesso che l’Europa a trazione tedesca, ancorata per vent’anni al dogma deflazionista, è nata condizionata dal trauma della memoria di Weimar. E i fantasmi italiani, invece, in quale memoria si annidano? Secondo i padroni nostrani, la “nostra Weimar” si colloca proprio negli anni che vanno dal 1969 ai primi anni ’80. Gli anni delle grandi conquiste sul terreno del salario diretto e indiretto. Gli anni del protagonismo di classe che dalle fabbriche proietta la sua ombra minacciosa sulla società. Gli anni del potere operaio con cui anche il sindacato generale deve fare i conti. Quello è il trauma storico della borghesia italiana. La rincorsa prezzi salari – di cui oggi il Governatore Visco paventa lo spettro – incute timore perchè è sommamente istruttiva per la masse; insegna che dietro la scenografia della pace sociale – il bene più pervicacemente perseguito dal dopoguerra – esiste la ruvida realtà del gioco a somma zero che è il capitalismo. Le aree forti prosperano su quelle deboli; ad ogni deficit corrisponde un surplus; e profitti e salari si “rincorrono” naturalmente, a meno che i secondi, com’è successo in Italia dal ’92, non vengano artificiosamente zavorrati.

L’inflazione fa paura non solo per i suoi effetti destabilizzanti o imprevedibili sul ciclo economico, ma soprattutto perchè scatena pulsioni anarcoidi nella società, mette classi, ceti e corporazioni in fibrillazione, rende impossibile ogni velleità di programmazione, scatena nel corpo sociale una febbre che può diventare devastante: l’inflazione insegna ai proletari a farsi i conti in tasca.

Quando si parla di moderatismo salariale, non si fa riferimento solo all’esito di stagioni contrattuali deboli o complici. È la struttura del salario in sè che conduceva obbligatoriamente verso quegli esiti contrattuali – i due livelli, il recupero ex post dell’inflazione reale, l’adozione successiva del famigerato indice IPCA che si è tradotto in una perversa scala mobile alla rovescia. Il dispositivo era stato studiato proprio per produrre gli effetti di deflazione salariale che tutti gli indicatori internazionali oggi possono attestare. E a questo meccanismo generale, si sono aggiunte le mille forme che la creatività padronale italiana ha saputo inventare – l’epopea degli appalti interni, il lavoro in affitto, le finte partite Iva, i contratti pirata, i diversi contratti di “primo ingresso” – che hanno ulteriormente eroso il già ferreo meccanismo di controllo salariale.

La fine della scala mobile e l’adozione del famigerato “modello contrattuale” contenuto nel Protocollo del 23 luglio ’93, hanno prodotto anche il disastro di una generazione di dirigenti sindacali cresciuta all’ombra di un moderatismo contrattuale scambiato per “naturale”, oggettivo, non discutibile. Gli accordi del ’93 hanno fornito l’alibi per accettare cristianamente il declino della condizione salariata. A nessuno è venuto in mente che, esaurita la fase dell’inflazione, già nella prime metà degli anni ’90, continuare a non mettere in discussione quel modello, avrebbe portato ad uno spostamento ineluttabile di quote crescenti di reddito nazionale dai salari ai profitti – e alla conseguente grave lacerazione del rapporto sindacato/lavoratori. Con ingenua innocenza, gli attuali dirigenti della CGIL, quando si parla di tutele automatiche, allargano le braccia: se ci fosse il ripristino della scala mobile e l’introduzione del salario minimo, noi che ci staremmo a fare? Bella domanda. Vale la pena porsela. È una brutale e franca ammissione di impotenza, di perdita di un qualsiasi ruolo. I tavoli di concertazione sono ormai vuoti o tuttalpiù si limitano a comunicare quanto deciso dai governi di turno. Il rapporto con la platea degli iscritti è al minimo storico, l’insediamento sociale drasticamente ridimensionato. Alla vigilia di una nuova tornata congressuale – che si consumerà con i suoi rituali barocchi, ma anche nel pericoloso faccia a faccia con i lavoratori, a cui un qualche elemento di bilancio nelle assemblee di base bisognerà pur presentarlo – si avverte tra i vertici sindacali la strisciante consapevolezza, per la prima volta nella storia repubblicana, di non avere più alcuna funzione generale, neanche consociativa o moderatrice: la disintermediazione che ti entra nella testa.

Intanto l’inflazione danza beffarda tra le linee, seminando panico, sofferenza sociale e qualche insegnamento...

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29/05/2022

Le ceneri di De Mita

di Giovanni Iozzoli

Scrivere della morte di don Ciriaco è difficile come scrivere della morte di Maradona – il rischio di scivolare nel folclore, nel banale, o nell’invettiva, è assolutamente inevitabile. Poche figure politiche sono state iconiche come la sua – nel senso di rappresentative di un contesto, di una suggestione, di un’epoca che trascende la figura stessa. Lui è stato la Prima Repubblica, la sua essenza pubblica, visibile, ma anche la “grana” di cui quell’esperienza storica era intessuta. La Prima Repubblica è figlia del conflitto sociale, figlia, a suo modo, della Resistenza; figlia delle stragi operaie e contadine degli anni ’40/’50; figlia della battaglia politica e dello scontro di classe. Questa è la sua cifra, la sua carta d’identità, la sua ricchezza plurale. I suoi uomini più rappresentativi introiettano la logica del conflitto, le sue strategie palesi o i suoi giochi sporchi – vivono e metabolizzano la vigenza del conflitto, traendone ognuno una lezione diversa.

De Mita fu tra coloro che vissero l’idea della lotta di classe senza drammatizzazione; bisognava fare i conti con il movimento operaio, con la questione sociale imposta dalla modernizzazione frenetica del neo-capitalismo, con il partito comunista più forte dell’occidente e l’oggettiva durezza della fase storica. I democristiani post-Scelba prendono tutto e lavorano con tutto: non c’è bisogno di scomunicare, alzare fortini, inseguire logiche da guerra fredda, competiamo e cooptiamo, piuttosto. Su che terreno? Non su quello becero dell’anticomunismo, ma su quello del consenso, dell’interesse popolare, della vantaggiosità della suggestione del cattolicesimo popolare e sociale rispetto a ogni altra teorizzazione o modello.

Ecco, tutta la retorica e la miseria del clientelismo, così tanto esecrata dall’Italia puritana, nascondeva in realtà un’idea potente – gramsciana e nazional-popolare, in questo assai materialista e moderna – di costruzione di un nuovo blocco sociale: questo facevano, i democristiani come De Mita, analizzavano la società, i rapporti di forza in campo, gli strumenti disponibili e poi, intorno alle leve straordinarie che l’epoca consentiva loro (industria di Stato, credito di Stato e spesa pubblica) modellavano la composizione sociale indirizzandola verso la costruzione di una rete dinamica di alleanze sociali maggioritarie. “Cetimedizzazione” delle classi popolari, tutela del coltivatore diretto, favorendo una uscita pilotata e indolore dalla piccola economia rurale in declino, scolarizzazione dei figli del sud per promuoverne l’ingresso nei ranghi della scuola e della PA, tutela delle grandi imprese familiari a patto che stiano dentro il disegno democristiano; svalutazione competitiva per le aziende del nord e intervento straordinario nel mezzogiorno. Un’idea di egemonia sociale basata su una prassi di irriducibile presenza reale.

Questa idea di manipolare e orientare la composizione sociale – le dinamiche di classe, la mobilità tra ceti, il rapporto forze produttive e comunità – è l’essenza del ‘900 e rimanda a non poche suggestioni “socialiste”; in questo ricorda (in piccolo e in modalità edulcorate) gli esperimenti di ingegneria sociale dello stalinismo e del denghismo – niente a che vedere con il tatcherismo e l’affidamento al mercato delle funzioni di stratificazione sociale.

Fu l’esistenza del demitismo a permettere a Scalfari e ad un pezzo di borghesia (sedicente illuminata) di andare oltre la vecchia idea del compromesso storico: verso un processo di divoramento e digestione del partito comunista e della DC, entrambi rappresentanti di un Italia che stava scomparendo, in direzione del progetto di partito democratico che una ventina d’anni dopo sarebbe effettivamente sorto. Un progetto che avrebbe assimilato e sterilizzato per sempre la memoria e le ragioni dei comunisti italiani, piegando anche il cattolicesimo sociale alla tecnicalità “laica”, di modernizzazione capitalistica neo liberale, prima ulivista e poi piddina – da cui, per nemesi, lo stesso De Mita si staccò presto.

Sono cresciuto in quella che fu la capitale del “clan degli avellinesi” che, secondo Pannella, si era impadronito del potere politico in Italia negli anni ’80. E mentre gli sceneggiatori americani dei Soprano collocavano, chissà perché, ad Avellino l’origine della celebre famiglia mafiosa, la cittadella d’Irpinia, povera e disastrata, invece di generare boss da fiction, forniva un pezzo importante e decisivo di classe dirigente alla prima repubblica nel suo momento più fulgido, prima del crollo. I democristiani sui territori erano ovunque, in cordate organizzate con una capillarità che ricordava il radicamento comunista nell’Italia centrale: nei quartieri – soprattutto nelle coree, nei rioni di brutte case popolari, nei campi terremotati e nelle nuove periferie disagiate – e dentro al sindacato, nei cantieri e nelle fabbriche, dentro le organizzazioni di categoria di commercio e agricoltura, nella pletora degli enti assistenziali, nelle associazioni disabili, dentro gli ineluttabili oratori di parrocchia. Partito Stato ma anche Partito Società.

Nel 1985 si sviluppò in Italia un robusto movimento studentesco, che non ha lasciato grandi tracce, ma rappresentò uno dei primi elementi di ripresa di piazza, dopo la sconfitta degli anni ’70. Anche ad Avellino, quei giovanissimi studenti provarono a organizzarsi, collocandosi in modo naturale su un terreno antigovernativo e antidemocristiano. Ebbene, alle riunioni del movimento (che si tenevano in CGIL) si presentava regolarmente anche un nipote di Ciriaco De Mita; tutti noi sapevamo chi fosse e, pur avendo solo 17 anni, anche somaticamente era riconducibile alla stirpe politica e alla prestigiosa schiatta familiare di provenienza; veniva dal liceo classico del centro, e si infilava senza pudori in un contesto nel quale eravamo quasi tutti figli degli istituti tecnici e professionali.

All’inizio facemmo finta di niente, non puoi buttare fuori la gente in quella situazione, tra ragazzini senza esperienza. Lui era imperturbabile, arrivava e diceva la sua, come se essere lì fosse la cosa più normale del mondo. Un giorno, alla fine della riunione, lo fermai e gli dissi senza mezzi termini che la sua presenza era inopportuna: quel contesto lì era chiaramente antigovernativo, che diavolo ci faceva il nipote del capo, dentro una sede di movimento? E lui, allora, con disinvoltura, mi rifilò una lezione politica: io sono qui, perché noi siamo dappertutto, e nessuno può buttarci fuori. Stava esprimendo un’idea di egemonia che probabilmente nessuno gli aveva inculcato, era il prodotto di una prassi storica, generazionale. Stava dicendo: noi siamo qui, questa è casa nostra, il nostro territorio, il nostro mondo, e anche nelle vostre enclave di sinistra non siete al riparo, perché in realtà la vera sinistra siamo noi che possiamo dare lavoro a migliaia di giovani destinati all’emigrazione, non le vostre chiacchiere ideologiche; noi possiamo prendere i figli dei sottoproletari e trasformarli in bidelli e comunali; noi possiamo prendere i figli dei bidelli e farli diventare dottori; noi questo siamo in grado di mettere sul piatto: voi con le vostre bandiere rosse cosa offrite a questi ragazzi? Le impotenze picciste, le chiacchiere dei filosofi in via di pentimento, le galere (che all’epoca erano ancora discretamente affollate di comunisti)?

Ecco, quando penso a De Mita, penso a quella stagione, che fu anche folclore e brutture – il Bagaglino, il tressette, la dizione terribile, le citazioni in latino, e i patti non scritti con i clan, le produzioni nocive, i baraccati di lunghissimo corso – iperprovincia depressa, insomma: ma anche la capacità di discutere da pari a pari con Gorbaciov, Reagan e Fidel, alla luce di una storia, di un retroterra, di un lignaggio. Odiavamo De Mita, potendo gli avremmo mosso guerra. Non sapevamo che dietro l’angolo della storia, incombevano altri pericoli e altre beffe: il crollo di quel mondo e la fine dei partiti repubblicani, l’avvento dell’imprenditore-politico e della formattazione di massa della telecrazia, l’arrivo sconclusionato nelle stanze del potere dell’Uomo Qualunque (Gigino Di Maio è nato ad Avellino, a chiudere un cerchio di decadenza). Una traiettoria in cui non ci sarebbe stato posto per le nostre bandiere, che provavamo senza grandi successi ad alzare sui barracani e i container dell’Irpinia terremotata. Sic transit gloria mundi – vale per lui e vale per noi, che di gloria ne abbiamo vista poca.

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24/10/2021

Era meglio morire democristiani?

C’era una volta il Ministero delle partecipazioni statali. Venne istituito alla fine del 1956 su spinta soprattutto di Giovanni Gronchi, un democristiano di sinistra eletto l’anno prima al Quirinale – a sorpresa – con un’operazione condotta da Giulio Andreotti, che proprio di sinistra non era, e soppresso fra il 1993 e il 1994 dal governo più “tecnico” che politico di Carlo Azeglio Ciampi. Il quale fece chiudere materialmente quel dicastero da un altro “tecnico indipendente”, Paolo Baratta.

Eravamo ormai all’epilogo della cosiddetta Prima Repubblica, durante la quale per le partecipazioni statali era passata anche parte del finanziamento illegale dei partiti, ma che soprattutto era stato lo strumento principale del controllo pubblico sull’economia e sui servizi pubblici essenziali.

Che potevano così essere accessibili a “prezzi politici” ed ancora alla larga da privati senza scrupoli che hanno come unico fine esclusivo il perseguimento del massimo profitto.

Agli inizi degli anni Novanta, Romano Prodi, presidente dell’IRI, inizia lo smantellamento di un Ente che contava 500.000 dipendenti.

L’IRI controllava Alitalia, Autostrade, Finmeccanica, Fincantieri e Aeroporti di Roma, i quali saranno poi immessi sul mercato ad uno ad uno. L’IRI, ormai svuotato di ogni suo ramo, verrà messo in liquidazione il 28 giugno 2000.

Dopo è la volta del Credit (Credito Italiano), che godeva di ottima salute, dell’IMI e della Banca Commerciale Italiana (Comit). Succede tutto tra il 1993 e il 1994.

Nel luglio 1996 furono avviate le prime privatizzazioni dei servizi pubblici locali grazie alla costituzione di società per azioni in cui i Comuni possono partecipare solo con quote minoritarie. Il 16 aprile 1997 venne privatizzato l’Istituto San Paolo di Torino.

Nel gennaio 1998 il Parlamento liberalizza il commercio, abolendo licenze e regole sugli orari. Poi è la volta della liberalizzazione della telefonia fissa (febbraio 1998) e dell’energia elettrica, fino alla privatizzazione dell’ENEL (1999).

Nel 1999 sarà Massimo D’Alema a proseguire il disegno di Prodi approvando un disegno di legge che privatizza definitivamente i servizi pubblici locali. Tutte le aziende municipalizzate che erogano in regime di monopolio acqua, gas, elettricità, trasporti urbani, rifiuti urbani vengono trasformate in imprese private.

A maggio del 2000 si liberalizza il commercio del gas. Poi è la volta delle TV. La “legge” Maccanico apre alla privatizzazione della RAI e di fatto salva le reti televisive di Berlusconi.

Infine, sempre nel 1998 le Ferrovie dello Stato vengono smembrate per poi costituire RFI (Rete ferroviaria italiana, pubblica) e Trenitalia (privata). Stessa sorte toccherà alle Poste, che diventeranno SpA.

Ed ancora, nel 1998, con l’approvazione della famigerata legge sull’“autonomia scolastica” voluta dall’allora ministro della pubblica istruzione, Luigi Berlinguer (PD), iniziò l’aziendalizzazione della Scuola, disarticolando uno dei migliori sistemi scolastici del mondo (nato da una legge del 1859) e introducendo la parificazione tra scuole pubbliche e private.

L’idea di Prodi era quella di “smantellare il Paese pezzo per pezzo” (citazione da un suo celebre discorso pubblico del 17 gennaio 1998 in provincia di Lecce). E ci riuscì benissimo perché il più grande partito di “sinistra”(PDS-DS poi PD) e le tre principali organizzazioni sindacali gli fornirono quel sostegno politico e sociale senza il quale Prodi non avrebbe cavato un ragno dal buco.

E lo strumento principale di questa poderosa attività di smantellamento del sistema pubblico del paese fu, sicuramente, la “concertazione sociale” formalizzata nel Protocollo del 23 luglio 1993.

Nel 2012, il governo di Mario Monti, con il decisivo sostegno del PD e la tacita approvazione di CGIL, CISL e UIL, abbatté la sua pesante scure sulla sanità pubblica italiana con il “Decreto Cresci Italia” ed il “Decreto Balduzzi”: un salasso da 9,4 miliardi euro ai danni del Fondo sanitario spalmati dal 2012 al 2015, non a caso, avviati contestualmente alla frettolosa approvazione della Legge 1/2012 che ha introdotto in Costituzione il “principio del pareggio di bilancio”.

Venne così spianata la strada allo smembramento della medicina territoriale e del Servizio Sanitario Nazionale ed allo spostamento dell’offerta sanitaria verso le strutture sanitarie private in convenzione.

Intanto, al centro di questo snodo pubblico-privato i partiti che erano al governo delle Regioni, continuavano ad alimentare poderosamente i loro sistemi di potere proprio attraverso la gestione dei servizi sanitari dopo la riformulazione del Titolo V della Costituzione del 2001 che aveva introdotto la competenza concorrente di Stato e Regioni in materia di tutela della salute.

Dunque, se nel Cile fu Pinochet, in seguito al colpo di stato cruento del settembre 1973, a prendere contatto con diversi economisti appartenenti alla Scuola di Chicago – i cosiddetti Chicago boys, tra cui il fondatore della scuola Milton Friedman, e José Piñera – in Italia, dagli inizi degli anni novanta, gli alfieri delle riforme miranti alla deregolamentazione (deregulation), al conservatorismo fiscale, alla privatizzazione del patrimonio statale, ai tagli alla spesa sociale ed alle politiche liberiste aperte agli investimenti selvaggi dei mercati internazionali e delle multinazionali, sono stati, senza dubbio, i governi di “centro-sinistra”.

Dal dispiegamento di quella travolgente sistematica ondata neoliberista sul paese ad opera dei vari governi sia “tecnici” che politici in cui la “sinistra” svolse un ruolo centrale o comunque decisivo, la dicotomia destra-sinistra perse definitivamente qualsiasi relazione con il significato che gli avevamo attribuito in precedenza e prese forma qualcosa che affonda le proprie radici nelle vicende legate al conflitto politico e sociale degli anni settanta.

Oggi il nostro è un paese smembrato, privo di infrastrutture strategiche, con salari da fame e servizi pubblici sempre più costosi e inefficienti; un paese senza una visione strategica del proprio futuro; un paese senza speranze da cui i giovani migliori sono costretti a scappare per sfuggire ad una vita di stenti e di lavoretti precari; un paese in mano a padroni avidi e rentiers parassiti; un paese paralizzato da una burocrazia elefantiaca e da una magistratura in mano ai sistemi di potere e sempre più subalterna agli esecutivi di turno.

E tutto ciò lo si deve innanzitutto a quei governi di “centro-sinistra” che sono riusciti a fare le cose che un tempo chiamavamo “di destra”, prima e meglio della destra.

Si, perché, nel confronto tra le due destre, quella tecnocratica e quella plebiscitaria, ha sempre avuto la meglio la prima. Tecnicamente...

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