Due giorni fa, su La Repubblica, la millesima intervista a Prodi: “teniamo viva la partecipazione”. Si riferiva alla massa di giovani che hanno votato No al referendum.
Non sono più giovane, ad agosto compio 56 anni, e qualcosa ho vissuto e imparato. Nel 1991 Prodi, dopo aver chiuso la lunga esperienza dell’Iri, ritornò alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna dove insegnava Economia Industriale. I testi che imponeva da portare all’esame erano indicativi di una linea di pensiero: “libri sulle privatizzazioni della Thatcher”. Molto “di sinistra”, no?
La sua clamorosa carriera è per certi versi un mistero. Il suo maestro era stato Beniamino Andreatta, che nel 1981 insieme a Ciampi governatore di Bankitalia, fece “la separazione Tesoro-Bankitalia”. In pratica impedì per legge alla Banca centrale di intervenire in sede d’asta sui titoli di stato italiano per tenere su il prezzo e quindi calmierare sia i rendimenti che, sul lungo termine, il servizio del debito pubblico (gli interessi da pagare). Consegnando così il bilancio e il debito pubblico alla volontà del “mercato”. In quell’anno il rapporto debito/Pil era al 60%, da allora non ha fatto che crescere, bloccando ogni spesa sociale.
Sempre Andreatta, nel 1993, fece l’accordo Ue-Van Miert sulle privatizzazioni dell’Iri (l’anno prima c’era stato l’incontro sul Britannia con la City, Draghi e altri, in piena “Mani Pulite”).
Prodi smantellò la siderurgia italiana, l’Alfa Romeo, l’agroalimentare (su questo ci fu uno scontro con Craxi). Nel 1996 fece il governo con la “desistenza di Rifondazione”. La compagna Mara Malavenda, eletta nel collegio napoletano per il Prc, prese la parola alla Camera e ne disse a Prodi di tutti i colori, non votando la fiducia. Bertinotti la espulse.
Prodi è l’uomo dell’euro (“che ci avrebbe fatto guadagnare come se lavorassimo un giorno in più anche se avremmo lavorato un giorno in meno”), dei “sacrifici”, del Pacchetto Treu, della riforma scolastica Berlinguer, della sanità con Bindi, della Bicamerale con D’Alema, dei primi passi del federalismo fiscale e della Riforma “federalista” del Titolo V della Costituzione, fatta qualche anno dopo.
Prodi, lupo travestito da agnello, era l’alter ego di Berlusconi, ma con la “faccia pulita, sapiente, ecc.”.
Personalmente, non l’ho mai considerato un grande economista, anzi... Chi lo aveva conosciuto di persona (ho testimonianze dirette, di vivi e di morti) lo considerava “un uomo malvagio, cattivissimo, che si vendicava sottilmente”.
Prodi è stata una sciagura storica del movimento operaio italiano, assieme al Pds. Non ho mai capito se fosse agente americano o franco-tedesco, o entrambi. Il suo delfino, il prof. Patrizio Bianchi (che, nel governo Draghi, contribuì anche lui, alla distruzione della scuola) lo ebbi come Presidente della mia sessione di laurea. Lo incontravo spesso. Gli consigliai di leggere David Harvey “La crisi della modernità”, ma non credo che lo fece...
Prodi scriveva in molte riviste del Mulino, che leggevo all’Emeroteca del Dipartimento di Economia di Scienze Politiche. Allora 23 enne, seguivo le sue tracce, e non vedevo niente di buono.
Prodi si rivolge ora ai giovani, per metterli – ancora una volta – nel suo grande calderone, al fine di fargli pagare, sottilmente, i “debiti di guerra”, i “sacrifici” delle guerre e del riarmo imperialista, il “mercato unico dei capitali”, la distruzione finale di sanità, istruzione e chissà che altro.
Non so chi rappresenterà il “futuro italiano”, ma lui prepara il terreno, come altri. Prodi è il “simbolo politico-tecnocratico” del capitale transnazionale a base italiana ed europea, al servizio dell’ala “democratica e fabiana” angloamericana, sedicente “democratica”.
Insomma: giovani, “state attenti”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/03/2026
15/03/2025
Le teorie del signor Meno Peggio, alias prof. Romano Prodi
Da giorni, il professor Romano Prodi si sta sperticando per sponsorizzare l’“Effetto Serra”. Come suo costume politico, fin dai tempi in cui Massimo D’Alema, allora segretario del PD, ce lo spinse addosso come leader dell’Ulivo, il suo punto di vista è il mantra del “meno peggio”, malattia venerea della sinistra neoliberista italiana.
Tutto cominciò con l’IRI, di cui fu presidente dal 1982 al 1989 e poi ancora tra il 1993 e 1994, quando il nostro eroe ritenne che alla crisi dell’Istituto bisognasse rispondere con la privatizzazione di tutte aziende a capitale pubblico, perché era la scelta “meno peggio” per il PIL italiano. Alla fine, la sinistra italiana si ammalò di neoliberismo, mentre il mercato emesse la sentenza definitiva: il “meno” cadde e rimase solo il peggio.
Lo stesso accadde quando divenne presidente della Commissione europea, e il “meno peggio” avrebbe dovuto essere l’ingresso della Lira nell’Euro. In seguito, Prodi non riuscì neppure a essere il “meno peggio” di Berlusconi, che riuscì a battere due volte, ma non a sconfiggerlo, perché tra un’olgettina e l’altra il cavaliere montò in sella per la terza volta, non senza l’aiuto di Veltroni. Più peggio di così.
Ma veniamo all’“Effetto Serra”, cioè alla manifestazione convocata a piazza del Popolo a Roma, dalla quale chi sa quanti e quali benefici effetti europeisti dovrebbero scaturire.
Nella sua intervista a Repubblica e nel suo intervento in tv da Fazio, riecco la teoria del “meno peggio”: la pace armata che ha votato il Parlamento europeo è “meno peggio” della guerra, dice il professore. Lo dimostrerebbero, secondo la sua tesi, gli ottanta anni di pace garantiti dalla Nato all’Europa.
Questa è una vera e propria cineseria, cioè quella inutile cavillosità di chi vorrebbe convincerci con teorie oziose, senza contare lo specifico riferimento alla cattedra che il nostro ha a Pechino, nell’università privata intitolata a Gianni Agnelli, di proprietà della Exor di Elkann.
Ottanta anni di pace? Il professore ci vuole far dimenticare la Guerra Fredda? La guerra civile in Grecia? E il successivo regime dei colonnelli? Non si ricorda il fascismo in Spagna e Portogallo? La guerra civile contro i baschi e contro gli irlandesi nell’Ulster? Dimentica le stragi fasciste foraggiate dalla Cia in Italia per intimorire la classe operaia? E, dopo la caduta del Muro, la guerra nella ex Jugoslavia e i bombardamenti su Belgrado?
Se è una pace armata fino ai denti il motivo che dovrebbe convocarci in piazza che lui e le anime perse della sinistra liberale ci vogliono proporre oggi, la risposta è semplice: al “meno peggio” abbiamo già dato.
Fonte
Tutto cominciò con l’IRI, di cui fu presidente dal 1982 al 1989 e poi ancora tra il 1993 e 1994, quando il nostro eroe ritenne che alla crisi dell’Istituto bisognasse rispondere con la privatizzazione di tutte aziende a capitale pubblico, perché era la scelta “meno peggio” per il PIL italiano. Alla fine, la sinistra italiana si ammalò di neoliberismo, mentre il mercato emesse la sentenza definitiva: il “meno” cadde e rimase solo il peggio.
Lo stesso accadde quando divenne presidente della Commissione europea, e il “meno peggio” avrebbe dovuto essere l’ingresso della Lira nell’Euro. In seguito, Prodi non riuscì neppure a essere il “meno peggio” di Berlusconi, che riuscì a battere due volte, ma non a sconfiggerlo, perché tra un’olgettina e l’altra il cavaliere montò in sella per la terza volta, non senza l’aiuto di Veltroni. Più peggio di così.
Ma veniamo all’“Effetto Serra”, cioè alla manifestazione convocata a piazza del Popolo a Roma, dalla quale chi sa quanti e quali benefici effetti europeisti dovrebbero scaturire.
Nella sua intervista a Repubblica e nel suo intervento in tv da Fazio, riecco la teoria del “meno peggio”: la pace armata che ha votato il Parlamento europeo è “meno peggio” della guerra, dice il professore. Lo dimostrerebbero, secondo la sua tesi, gli ottanta anni di pace garantiti dalla Nato all’Europa.
Questa è una vera e propria cineseria, cioè quella inutile cavillosità di chi vorrebbe convincerci con teorie oziose, senza contare lo specifico riferimento alla cattedra che il nostro ha a Pechino, nell’università privata intitolata a Gianni Agnelli, di proprietà della Exor di Elkann.
Ottanta anni di pace? Il professore ci vuole far dimenticare la Guerra Fredda? La guerra civile in Grecia? E il successivo regime dei colonnelli? Non si ricorda il fascismo in Spagna e Portogallo? La guerra civile contro i baschi e contro gli irlandesi nell’Ulster? Dimentica le stragi fasciste foraggiate dalla Cia in Italia per intimorire la classe operaia? E, dopo la caduta del Muro, la guerra nella ex Jugoslavia e i bombardamenti su Belgrado?
Se è una pace armata fino ai denti il motivo che dovrebbe convocarci in piazza che lui e le anime perse della sinistra liberale ci vogliono proporre oggi, la risposta è semplice: al “meno peggio” abbiamo già dato.
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13/11/2022
Il “divanismo” delle imprese è ormai al delirio
Storia d’Italia. Estratti di dialogo con gli amici in questi anni.
1) Alberto, costruttore, in pensione, figli all’estero: “guarda Pasquale, io ho lavorato tanto tra gli anni sessanta e gli anni ottanta. È vero, c’era l’inflazione a due cifre, ma c’era la scala mobile, l’indicizzazione dei salari e stipendi, la gente non perdeva nulla e continuava a farsi la prima casa o la casa per i figli. Il lavoro non mi mancava, non dovevo chiedere nulla allo Stato, il mercato marciava da sé“. Quanto al debito pubblico, con l’inflazione il Pil nominale cresceva ed abbatteva il rapporto (1980: rapporto debito/Pil sotto il 60%, meglio di quel che poi venne a chiedere il Trattato di Maastricht).
2) Mariachiara, imprenditrice, settore audiovisivi e prodotti di gioielleria, sbocchi in tutto il mercato mondiale: “Non ho committenti nazionali, lavoro sull’estero. I grandi bradcoaster nazionali sono politicizzati, ed io non voglio entrare in questa melma. Preferisco lavorare su estero, dove ho notevoli soddisfazioni. Quanto ai prodotti di gioielleria, ormai in Italia sono pochi quelli che fanno vero artigianato, io riunisco maestri in tutt’Italia e trovo sbocchi esteri, spesso facilmente“.
3) Guido, ex Consigliere al Senato, editorialista: “Ho lavorato 20 anni al Senato, ho conosciuto tutti, da Carli ad Andreotti, dalla Anselmi a Napoleoni. Il pentapartito non si preoccupava di Confindustria, perché aveva le Partecipazioni Statali, i colossi pubblici che davano lavoro a milioni di persone. Al più a Confindustria le si dava le noccioline.“
Ebbene, confrontate queste testimonianze di un tempo e guardate la prima pagina di ieri de IlSole24ore: “Bonomi: «Per taglio cuneo possibili risorse per 40-50 miliardi». E questo governo ci sta pure pensando, a come trovarli.
Abbiamo perso il 25% dell’apparato industriale, per lo più grandi imprese pubbliche, le uniche che facevano “vera” ricerca applicata avanzata, e non aumenti incrementali derivanti da brevetti esteri, come succede da decenni. Pagavano salari decenti, le condizioni di lavoro erano buone.
Anche troppo, per i privati, che trovarono in Ciampi, Prodi, Amato, Carli, Draghi ecc. i loro alfieri per smantellarli.
Poi fu un succedersi di misure pubbliche a sostegno delle aziende rimaste, orbitanti nella sfera Confindustria.
Un mese fa ne parlavo con un manager che lavora in Asia. Lui, tra gli altri, frequenta circoli liberisti asiatici. Sono esterrefatti dal tipo di “statalismo” che c’è in Europa e in particolare da noi, inteso come sostegni pubblici all’apparato produttivo privato.
Logico che lo Stato, se opera secondo il principio “Più Stato per il Mercato“, debba poi tagliare in altre parti della spesa pubblica.
E così si distrussero l’istruzione primaria e universitaria, l’assistenza, la sanità, le politiche industriali pubbliche furono cancellate.
Ci sono ancora delle eccellenze, non c’è dubbio, ma senza questo assetto almeno il 30% dell’apparato produttivo, che è vecchio, andrebbe via. Questo perché, dopo 30 anni, nessuno pensa più a costruire un modello come c’era nella Prima Repubblica: grandi imprese pubbliche avanzate che trascinano l’intero apparato industriale.
Ci siamo mangiati il futuro per questo. Se tagli l’istruzione non sarai più tra i paesi avanzati in futuro, oltretutto la parte migliore delle nuove generazioni viene in questo modo spinta ad andare all’estero.
Nessuno pensa a queste cose, nella “classe dirigente”, nessuno pensa al futuro. Una volta i cinesi chiesero a Prodi: “ma è possibile che non pensate mai al futuro?”
Lo chiesero a quello che il futuro del Paese lo aveva distrutto.
Bonomi ora chiede allo Stato 50 miliardi per il taglio del cuneo fiscale. A spese dell’Inps e delle future pensioni.
Chiedono che i salari, pubblici e privati, li paghi lo Stato (tra tagli al “cuneo fiscale”, incentivi, defiscalizzazioni, alternanza scuola-lavoro, stage retribuiti, ecc.).
Chiedono che l’energia la paghi lo Stato, ogni volta che il prezzo si alza per la speculazione di altri “imprenditori”, sicuramente più potenti e prepotenti di loro.
Chiedono che anche le materie prime, con i crediti di imposta, le paghi lo Stato.
Loro sono capaci di “fare impresa” e profitti soltanto in questo modo. Stando sdraiati sul divano e mettendo tutti i costi in capo alle finanze pubbliche.
Si definiscono “liberisti”. In Asia ridono di loro. Siamo condannati all’estinzione, come capacità industriale, ma ridiamoci su. È realtà, Italia 2022.
Fonte
1) Alberto, costruttore, in pensione, figli all’estero: “guarda Pasquale, io ho lavorato tanto tra gli anni sessanta e gli anni ottanta. È vero, c’era l’inflazione a due cifre, ma c’era la scala mobile, l’indicizzazione dei salari e stipendi, la gente non perdeva nulla e continuava a farsi la prima casa o la casa per i figli. Il lavoro non mi mancava, non dovevo chiedere nulla allo Stato, il mercato marciava da sé“. Quanto al debito pubblico, con l’inflazione il Pil nominale cresceva ed abbatteva il rapporto (1980: rapporto debito/Pil sotto il 60%, meglio di quel che poi venne a chiedere il Trattato di Maastricht).
2) Mariachiara, imprenditrice, settore audiovisivi e prodotti di gioielleria, sbocchi in tutto il mercato mondiale: “Non ho committenti nazionali, lavoro sull’estero. I grandi bradcoaster nazionali sono politicizzati, ed io non voglio entrare in questa melma. Preferisco lavorare su estero, dove ho notevoli soddisfazioni. Quanto ai prodotti di gioielleria, ormai in Italia sono pochi quelli che fanno vero artigianato, io riunisco maestri in tutt’Italia e trovo sbocchi esteri, spesso facilmente“.
3) Guido, ex Consigliere al Senato, editorialista: “Ho lavorato 20 anni al Senato, ho conosciuto tutti, da Carli ad Andreotti, dalla Anselmi a Napoleoni. Il pentapartito non si preoccupava di Confindustria, perché aveva le Partecipazioni Statali, i colossi pubblici che davano lavoro a milioni di persone. Al più a Confindustria le si dava le noccioline.“
Ebbene, confrontate queste testimonianze di un tempo e guardate la prima pagina di ieri de IlSole24ore: “Bonomi: «Per taglio cuneo possibili risorse per 40-50 miliardi». E questo governo ci sta pure pensando, a come trovarli.
Abbiamo perso il 25% dell’apparato industriale, per lo più grandi imprese pubbliche, le uniche che facevano “vera” ricerca applicata avanzata, e non aumenti incrementali derivanti da brevetti esteri, come succede da decenni. Pagavano salari decenti, le condizioni di lavoro erano buone.
Anche troppo, per i privati, che trovarono in Ciampi, Prodi, Amato, Carli, Draghi ecc. i loro alfieri per smantellarli.
Poi fu un succedersi di misure pubbliche a sostegno delle aziende rimaste, orbitanti nella sfera Confindustria.
Un mese fa ne parlavo con un manager che lavora in Asia. Lui, tra gli altri, frequenta circoli liberisti asiatici. Sono esterrefatti dal tipo di “statalismo” che c’è in Europa e in particolare da noi, inteso come sostegni pubblici all’apparato produttivo privato.
Logico che lo Stato, se opera secondo il principio “Più Stato per il Mercato“, debba poi tagliare in altre parti della spesa pubblica.
E così si distrussero l’istruzione primaria e universitaria, l’assistenza, la sanità, le politiche industriali pubbliche furono cancellate.
Ci sono ancora delle eccellenze, non c’è dubbio, ma senza questo assetto almeno il 30% dell’apparato produttivo, che è vecchio, andrebbe via. Questo perché, dopo 30 anni, nessuno pensa più a costruire un modello come c’era nella Prima Repubblica: grandi imprese pubbliche avanzate che trascinano l’intero apparato industriale.
Ci siamo mangiati il futuro per questo. Se tagli l’istruzione non sarai più tra i paesi avanzati in futuro, oltretutto la parte migliore delle nuove generazioni viene in questo modo spinta ad andare all’estero.
Nessuno pensa a queste cose, nella “classe dirigente”, nessuno pensa al futuro. Una volta i cinesi chiesero a Prodi: “ma è possibile che non pensate mai al futuro?”
Lo chiesero a quello che il futuro del Paese lo aveva distrutto.
Bonomi ora chiede allo Stato 50 miliardi per il taglio del cuneo fiscale. A spese dell’Inps e delle future pensioni.
Chiedono che i salari, pubblici e privati, li paghi lo Stato (tra tagli al “cuneo fiscale”, incentivi, defiscalizzazioni, alternanza scuola-lavoro, stage retribuiti, ecc.).
Chiedono che l’energia la paghi lo Stato, ogni volta che il prezzo si alza per la speculazione di altri “imprenditori”, sicuramente più potenti e prepotenti di loro.
Chiedono che anche le materie prime, con i crediti di imposta, le paghi lo Stato.
Loro sono capaci di “fare impresa” e profitti soltanto in questo modo. Stando sdraiati sul divano e mettendo tutti i costi in capo alle finanze pubbliche.
Si definiscono “liberisti”. In Asia ridono di loro. Siamo condannati all’estinzione, come capacità industriale, ma ridiamoci su. È realtà, Italia 2022.
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24/10/2021
Era meglio morire democristiani?
C’era una volta il Ministero delle partecipazioni statali. Venne istituito alla fine del 1956 su spinta soprattutto di Giovanni Gronchi, un democristiano di sinistra eletto l’anno prima al Quirinale – a sorpresa – con un’operazione condotta da Giulio Andreotti, che proprio di sinistra non era, e soppresso fra il 1993 e il 1994 dal governo più “tecnico” che politico di Carlo Azeglio Ciampi. Il quale fece chiudere materialmente quel dicastero da un altro “tecnico indipendente”, Paolo Baratta.
Eravamo ormai all’epilogo della cosiddetta Prima Repubblica, durante la quale per le partecipazioni statali era passata anche parte del finanziamento illegale dei partiti, ma che soprattutto era stato lo strumento principale del controllo pubblico sull’economia e sui servizi pubblici essenziali.
Che potevano così essere accessibili a “prezzi politici” ed ancora alla larga da privati senza scrupoli che hanno come unico fine esclusivo il perseguimento del massimo profitto.
Agli inizi degli anni Novanta, Romano Prodi, presidente dell’IRI, inizia lo smantellamento di un Ente che contava 500.000 dipendenti.
L’IRI controllava Alitalia, Autostrade, Finmeccanica, Fincantieri e Aeroporti di Roma, i quali saranno poi immessi sul mercato ad uno ad uno. L’IRI, ormai svuotato di ogni suo ramo, verrà messo in liquidazione il 28 giugno 2000.
Dopo è la volta del Credit (Credito Italiano), che godeva di ottima salute, dell’IMI e della Banca Commerciale Italiana (Comit). Succede tutto tra il 1993 e il 1994.
Nel luglio 1996 furono avviate le prime privatizzazioni dei servizi pubblici locali grazie alla costituzione di società per azioni in cui i Comuni possono partecipare solo con quote minoritarie. Il 16 aprile 1997 venne privatizzato l’Istituto San Paolo di Torino.
Nel gennaio 1998 il Parlamento liberalizza il commercio, abolendo licenze e regole sugli orari. Poi è la volta della liberalizzazione della telefonia fissa (febbraio 1998) e dell’energia elettrica, fino alla privatizzazione dell’ENEL (1999).
Nel 1999 sarà Massimo D’Alema a proseguire il disegno di Prodi approvando un disegno di legge che privatizza definitivamente i servizi pubblici locali. Tutte le aziende municipalizzate che erogano in regime di monopolio acqua, gas, elettricità, trasporti urbani, rifiuti urbani vengono trasformate in imprese private.
A maggio del 2000 si liberalizza il commercio del gas. Poi è la volta delle TV. La “legge” Maccanico apre alla privatizzazione della RAI e di fatto salva le reti televisive di Berlusconi.
Infine, sempre nel 1998 le Ferrovie dello Stato vengono smembrate per poi costituire RFI (Rete ferroviaria italiana, pubblica) e Trenitalia (privata). Stessa sorte toccherà alle Poste, che diventeranno SpA.
Ed ancora, nel 1998, con l’approvazione della famigerata legge sull’“autonomia scolastica” voluta dall’allora ministro della pubblica istruzione, Luigi Berlinguer (PD), iniziò l’aziendalizzazione della Scuola, disarticolando uno dei migliori sistemi scolastici del mondo (nato da una legge del 1859) e introducendo la parificazione tra scuole pubbliche e private.
L’idea di Prodi era quella di “smantellare il Paese pezzo per pezzo” (citazione da un suo celebre discorso pubblico del 17 gennaio 1998 in provincia di Lecce). E ci riuscì benissimo perché il più grande partito di “sinistra”(PDS-DS poi PD) e le tre principali organizzazioni sindacali gli fornirono quel sostegno politico e sociale senza il quale Prodi non avrebbe cavato un ragno dal buco.
E lo strumento principale di questa poderosa attività di smantellamento del sistema pubblico del paese fu, sicuramente, la “concertazione sociale” formalizzata nel Protocollo del 23 luglio 1993.
Nel 2012, il governo di Mario Monti, con il decisivo sostegno del PD e la tacita approvazione di CGIL, CISL e UIL, abbatté la sua pesante scure sulla sanità pubblica italiana con il “Decreto Cresci Italia” ed il “Decreto Balduzzi”: un salasso da 9,4 miliardi euro ai danni del Fondo sanitario spalmati dal 2012 al 2015, non a caso, avviati contestualmente alla frettolosa approvazione della Legge 1/2012 che ha introdotto in Costituzione il “principio del pareggio di bilancio”.
Venne così spianata la strada allo smembramento della medicina territoriale e del Servizio Sanitario Nazionale ed allo spostamento dell’offerta sanitaria verso le strutture sanitarie private in convenzione.
Intanto, al centro di questo snodo pubblico-privato i partiti che erano al governo delle Regioni, continuavano ad alimentare poderosamente i loro sistemi di potere proprio attraverso la gestione dei servizi sanitari dopo la riformulazione del Titolo V della Costituzione del 2001 che aveva introdotto la competenza concorrente di Stato e Regioni in materia di tutela della salute.
Dunque, se nel Cile fu Pinochet, in seguito al colpo di stato cruento del settembre 1973, a prendere contatto con diversi economisti appartenenti alla Scuola di Chicago – i cosiddetti Chicago boys, tra cui il fondatore della scuola Milton Friedman, e José Piñera – in Italia, dagli inizi degli anni novanta, gli alfieri delle riforme miranti alla deregolamentazione (deregulation), al conservatorismo fiscale, alla privatizzazione del patrimonio statale, ai tagli alla spesa sociale ed alle politiche liberiste aperte agli investimenti selvaggi dei mercati internazionali e delle multinazionali, sono stati, senza dubbio, i governi di “centro-sinistra”.
Dal dispiegamento di quella travolgente sistematica ondata neoliberista sul paese ad opera dei vari governi sia “tecnici” che politici in cui la “sinistra” svolse un ruolo centrale o comunque decisivo, la dicotomia destra-sinistra perse definitivamente qualsiasi relazione con il significato che gli avevamo attribuito in precedenza e prese forma qualcosa che affonda le proprie radici nelle vicende legate al conflitto politico e sociale degli anni settanta.
Oggi il nostro è un paese smembrato, privo di infrastrutture strategiche, con salari da fame e servizi pubblici sempre più costosi e inefficienti; un paese senza una visione strategica del proprio futuro; un paese senza speranze da cui i giovani migliori sono costretti a scappare per sfuggire ad una vita di stenti e di lavoretti precari; un paese in mano a padroni avidi e rentiers parassiti; un paese paralizzato da una burocrazia elefantiaca e da una magistratura in mano ai sistemi di potere e sempre più subalterna agli esecutivi di turno.
E tutto ciò lo si deve innanzitutto a quei governi di “centro-sinistra” che sono riusciti a fare le cose che un tempo chiamavamo “di destra”, prima e meglio della destra.
Si, perché, nel confronto tra le due destre, quella tecnocratica e quella plebiscitaria, ha sempre avuto la meglio la prima. Tecnicamente...
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Eravamo ormai all’epilogo della cosiddetta Prima Repubblica, durante la quale per le partecipazioni statali era passata anche parte del finanziamento illegale dei partiti, ma che soprattutto era stato lo strumento principale del controllo pubblico sull’economia e sui servizi pubblici essenziali.
Che potevano così essere accessibili a “prezzi politici” ed ancora alla larga da privati senza scrupoli che hanno come unico fine esclusivo il perseguimento del massimo profitto.
Agli inizi degli anni Novanta, Romano Prodi, presidente dell’IRI, inizia lo smantellamento di un Ente che contava 500.000 dipendenti.
L’IRI controllava Alitalia, Autostrade, Finmeccanica, Fincantieri e Aeroporti di Roma, i quali saranno poi immessi sul mercato ad uno ad uno. L’IRI, ormai svuotato di ogni suo ramo, verrà messo in liquidazione il 28 giugno 2000.
Dopo è la volta del Credit (Credito Italiano), che godeva di ottima salute, dell’IMI e della Banca Commerciale Italiana (Comit). Succede tutto tra il 1993 e il 1994.
Nel luglio 1996 furono avviate le prime privatizzazioni dei servizi pubblici locali grazie alla costituzione di società per azioni in cui i Comuni possono partecipare solo con quote minoritarie. Il 16 aprile 1997 venne privatizzato l’Istituto San Paolo di Torino.
Nel gennaio 1998 il Parlamento liberalizza il commercio, abolendo licenze e regole sugli orari. Poi è la volta della liberalizzazione della telefonia fissa (febbraio 1998) e dell’energia elettrica, fino alla privatizzazione dell’ENEL (1999).
Nel 1999 sarà Massimo D’Alema a proseguire il disegno di Prodi approvando un disegno di legge che privatizza definitivamente i servizi pubblici locali. Tutte le aziende municipalizzate che erogano in regime di monopolio acqua, gas, elettricità, trasporti urbani, rifiuti urbani vengono trasformate in imprese private.
A maggio del 2000 si liberalizza il commercio del gas. Poi è la volta delle TV. La “legge” Maccanico apre alla privatizzazione della RAI e di fatto salva le reti televisive di Berlusconi.
Infine, sempre nel 1998 le Ferrovie dello Stato vengono smembrate per poi costituire RFI (Rete ferroviaria italiana, pubblica) e Trenitalia (privata). Stessa sorte toccherà alle Poste, che diventeranno SpA.
Ed ancora, nel 1998, con l’approvazione della famigerata legge sull’“autonomia scolastica” voluta dall’allora ministro della pubblica istruzione, Luigi Berlinguer (PD), iniziò l’aziendalizzazione della Scuola, disarticolando uno dei migliori sistemi scolastici del mondo (nato da una legge del 1859) e introducendo la parificazione tra scuole pubbliche e private.
L’idea di Prodi era quella di “smantellare il Paese pezzo per pezzo” (citazione da un suo celebre discorso pubblico del 17 gennaio 1998 in provincia di Lecce). E ci riuscì benissimo perché il più grande partito di “sinistra”(PDS-DS poi PD) e le tre principali organizzazioni sindacali gli fornirono quel sostegno politico e sociale senza il quale Prodi non avrebbe cavato un ragno dal buco.
E lo strumento principale di questa poderosa attività di smantellamento del sistema pubblico del paese fu, sicuramente, la “concertazione sociale” formalizzata nel Protocollo del 23 luglio 1993.
Nel 2012, il governo di Mario Monti, con il decisivo sostegno del PD e la tacita approvazione di CGIL, CISL e UIL, abbatté la sua pesante scure sulla sanità pubblica italiana con il “Decreto Cresci Italia” ed il “Decreto Balduzzi”: un salasso da 9,4 miliardi euro ai danni del Fondo sanitario spalmati dal 2012 al 2015, non a caso, avviati contestualmente alla frettolosa approvazione della Legge 1/2012 che ha introdotto in Costituzione il “principio del pareggio di bilancio”.
Venne così spianata la strada allo smembramento della medicina territoriale e del Servizio Sanitario Nazionale ed allo spostamento dell’offerta sanitaria verso le strutture sanitarie private in convenzione.
Intanto, al centro di questo snodo pubblico-privato i partiti che erano al governo delle Regioni, continuavano ad alimentare poderosamente i loro sistemi di potere proprio attraverso la gestione dei servizi sanitari dopo la riformulazione del Titolo V della Costituzione del 2001 che aveva introdotto la competenza concorrente di Stato e Regioni in materia di tutela della salute.
Dunque, se nel Cile fu Pinochet, in seguito al colpo di stato cruento del settembre 1973, a prendere contatto con diversi economisti appartenenti alla Scuola di Chicago – i cosiddetti Chicago boys, tra cui il fondatore della scuola Milton Friedman, e José Piñera – in Italia, dagli inizi degli anni novanta, gli alfieri delle riforme miranti alla deregolamentazione (deregulation), al conservatorismo fiscale, alla privatizzazione del patrimonio statale, ai tagli alla spesa sociale ed alle politiche liberiste aperte agli investimenti selvaggi dei mercati internazionali e delle multinazionali, sono stati, senza dubbio, i governi di “centro-sinistra”.
Dal dispiegamento di quella travolgente sistematica ondata neoliberista sul paese ad opera dei vari governi sia “tecnici” che politici in cui la “sinistra” svolse un ruolo centrale o comunque decisivo, la dicotomia destra-sinistra perse definitivamente qualsiasi relazione con il significato che gli avevamo attribuito in precedenza e prese forma qualcosa che affonda le proprie radici nelle vicende legate al conflitto politico e sociale degli anni settanta.
Oggi il nostro è un paese smembrato, privo di infrastrutture strategiche, con salari da fame e servizi pubblici sempre più costosi e inefficienti; un paese senza una visione strategica del proprio futuro; un paese senza speranze da cui i giovani migliori sono costretti a scappare per sfuggire ad una vita di stenti e di lavoretti precari; un paese in mano a padroni avidi e rentiers parassiti; un paese paralizzato da una burocrazia elefantiaca e da una magistratura in mano ai sistemi di potere e sempre più subalterna agli esecutivi di turno.
E tutto ciò lo si deve innanzitutto a quei governi di “centro-sinistra” che sono riusciti a fare le cose che un tempo chiamavamo “di destra”, prima e meglio della destra.
Si, perché, nel confronto tra le due destre, quella tecnocratica e quella plebiscitaria, ha sempre avuto la meglio la prima. Tecnicamente...
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21/03/2021
Da Prodi a Draghi, la via del declino senza fine
Cambiare totalmente analisi, ma non ammettere neanche morti di aver sbagliato tutto da sempre…
Romano Prodi, oggi su Il Messaggero, di fatto sconfessa le sue stesse teorie, la sua storia, la sua Accademia, la sua stessa politica economica portata avanti da decenni. Una politica volta alla guerra al salario, al proletariato, alla frantumazione produttiva, allo smantellamento dei colossi pubblici. Su tutto questo, silenzio assoluto.
Ma oggi dice chiaramente che nel mondo si va verso l’integrazione della catena del valore e che l’Europa su questo, rispetto a Usa e Cina è notevolmente in ritardo. Perciò occorre(rebbe) un forte intervento pubblico, nonché misure di restrizione al commercio mondiale, principalmente nei confronti della Cina. In una dinamica di competizione, ovvio; mai che si ragioni in termini di cooperazione o approccio win-win...
L’integrazione della catena del valore è il modello asiatico, mutuato da Schumpeter, di cui lo stesso Marx ne aveva scritto. Non devi avere solo il controllo del capitale, ma della catena, se vuoi stare sul mercato mondiale.
Prodi, a suo tempo teorico dei “distretti industriali”, e dunque della esternalizzazione produttiva, iniziata nei primi anni Settanta come risposta padronale all’”autunno caldo” (gliela dovevano far pagare a quei cafoni che si erano ribellati) – ma teorizzata ancora oggi dai bocconiani – è una via opposta a quella seguita dalle multinazionali mondiali, tutte, da anni. Le quali stanno integrando la catena del valore, e dunque internalizzando, con qualche fatica vista la sbornia precedente (la delocalizzaione produttiva grazie alla globalizzazione).
Il fallimento teorico e storico di questo personaggio – a suo tempo incensato quasi quanto, di questi tempi, Draghi – è oggi visibile nel suo editoriale, a cui si associa la teoria economica del suo maestro Beniamino Andreatta (il regista del “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, che innescò la dinamica esplosiva del debito pubblico, invece di ridurlo) e il loro delfino, l’inutile Letta.
Commentando tale editoriale, un manager di una multinazionale asiatica mi ha così scritto: “Hanno frantumato la conoscenza operaia del ciclo. E ora non hanno la forza, né economica né del sapere, per stare nel mercato mondiale. Hanno venduto a deficienti. Teorizzando nello stesso tempo il ‘piccolo è bello’. L’impresa dal volto umano... con i soldi degli altri“.
“Hanno venduto a deficienti” è la diagnosi forse più scientifica del processo di privatizzazione del patrimonio industriale pubblico, da Telecom all’Italsider (poi Ilva e ora ArcelorMittal), dalla Sme all’Alitalia, ecc.
L’attacco al proletariato italiano nel 2021 si mostra per quello che è: una sconfitta del ruolo storico della borghesia italiana, che verrà travolta dagli eventi internazionali.
Dunque si tratta, certo, di cambiare paradigma e ritornare all’intervento pubblico, ma per creare colossi pubblici, come li avevamo, non per “politiche dell’offerta”.
Confindustria, Draghi, Franco, sono inchiodati ad un paradigma (e interessi concreti) ormai definitivamente perdente. Non hanno il senso della Storia che muta.
Fonte
Romano Prodi, oggi su Il Messaggero, di fatto sconfessa le sue stesse teorie, la sua storia, la sua Accademia, la sua stessa politica economica portata avanti da decenni. Una politica volta alla guerra al salario, al proletariato, alla frantumazione produttiva, allo smantellamento dei colossi pubblici. Su tutto questo, silenzio assoluto.
Ma oggi dice chiaramente che nel mondo si va verso l’integrazione della catena del valore e che l’Europa su questo, rispetto a Usa e Cina è notevolmente in ritardo. Perciò occorre(rebbe) un forte intervento pubblico, nonché misure di restrizione al commercio mondiale, principalmente nei confronti della Cina. In una dinamica di competizione, ovvio; mai che si ragioni in termini di cooperazione o approccio win-win...
L’integrazione della catena del valore è il modello asiatico, mutuato da Schumpeter, di cui lo stesso Marx ne aveva scritto. Non devi avere solo il controllo del capitale, ma della catena, se vuoi stare sul mercato mondiale.
Prodi, a suo tempo teorico dei “distretti industriali”, e dunque della esternalizzazione produttiva, iniziata nei primi anni Settanta come risposta padronale all’”autunno caldo” (gliela dovevano far pagare a quei cafoni che si erano ribellati) – ma teorizzata ancora oggi dai bocconiani – è una via opposta a quella seguita dalle multinazionali mondiali, tutte, da anni. Le quali stanno integrando la catena del valore, e dunque internalizzando, con qualche fatica vista la sbornia precedente (la delocalizzaione produttiva grazie alla globalizzazione).
Il fallimento teorico e storico di questo personaggio – a suo tempo incensato quasi quanto, di questi tempi, Draghi – è oggi visibile nel suo editoriale, a cui si associa la teoria economica del suo maestro Beniamino Andreatta (il regista del “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, che innescò la dinamica esplosiva del debito pubblico, invece di ridurlo) e il loro delfino, l’inutile Letta.
Commentando tale editoriale, un manager di una multinazionale asiatica mi ha così scritto: “Hanno frantumato la conoscenza operaia del ciclo. E ora non hanno la forza, né economica né del sapere, per stare nel mercato mondiale. Hanno venduto a deficienti. Teorizzando nello stesso tempo il ‘piccolo è bello’. L’impresa dal volto umano... con i soldi degli altri“.
“Hanno venduto a deficienti” è la diagnosi forse più scientifica del processo di privatizzazione del patrimonio industriale pubblico, da Telecom all’Italsider (poi Ilva e ora ArcelorMittal), dalla Sme all’Alitalia, ecc.
L’attacco al proletariato italiano nel 2021 si mostra per quello che è: una sconfitta del ruolo storico della borghesia italiana, che verrà travolta dagli eventi internazionali.
Dunque si tratta, certo, di cambiare paradigma e ritornare all’intervento pubblico, ma per creare colossi pubblici, come li avevamo, non per “politiche dell’offerta”.
Confindustria, Draghi, Franco, sono inchiodati ad un paradigma (e interessi concreti) ormai definitivamente perdente. Non hanno il senso della Storia che muta.
Fonte
24/12/2020
Sul Recovery fund si gioca la gerarchia nell’Ue post-pandemia
La maggioranza di governo alla fine ha trovato un canale di dialogo sulla task force per il Recovery fund. Tra il premier Conte e i ministri di Italia Viva guidata da Matteo Renzi la tregua di Natale prende forma nelle parole del premier. “Riconosco che sul Recovery fund e sulla struttura di governance l’approfondimento politico è stato messo in ombra dal lavoro dei tecnici, c’è stato un deficit di coinvolgimento [...]. Nei prossimi giorni troveremo la formula migliore, un punto di equilibrio fra le esigenze di collegialità e la necessità di efficienza dei progetti”, ha detto Conte.
La squadra inizialmente composta dal triumvirato Conte-Gualtieri-Patuanelli con l’ausilio di una fronda di tecnici verrà probabilmente ripensata in favore delle forze attuali (proprio come persone fisiche) che compongono il governo.
Come ben evidenziato da Coniare Rivolta, in ballo in realtà non ci sono una montagna di soldi in più rispetto a quanto già normalmente il paese si è trovato a gestire durante l’ultimo settennato.
Il “valore” del Recovery fund è piuttosto di natura “politica”, e si gioca su due aspetti: la direzione degli investimenti e i livelli di governance per la gestione dei fondi, aspetti che devono essere adeguati a far sì che l’Unione Europea non perda altro terreno nella costituzione di un blocco politico-economico omogeneo (e imperialista) nel confronto con gli altri competitor, soprattutto Usa e Cina.
Sul primo aspetto, parole come digitalizzazione, innovazione, transizione ecologica, infrastrutture, formazione ecc., sono all’ordine del giorno e indicano settori di investimento determinanti per un modello di sviluppo – tutto interno al Modo di produzione capitalistico – che renda più autonoma l’Unione europea dagli altri blocchi, soprattutto in termini di tecnologia (nei suoi più svariati usi, dall’automazione alla sicurezza digitale ecc.), approvvigionamento energetico e alimentare.
Sul secondo invece la partita è più sottile, ma non per questo meno decisiva. Come ha scritto martedì sulle pagine de il Sole 24 Ore Andrea Filippetti, le politiche di coesione sociale sono attualmente fondate su un modello bottom-up in cui le Regioni svolgono un ruolo importante su programma, indirizzo e controllo di spesa.
“Viceversa, nel caso dei fondi provenienti dal Recovery, si va delineando un approccio di tipo top-down [...], lo scarso coinvolgimento delle regioni, almeno di fino a ora, lascia presagire una piena regia del governo centrale [...]. L’articolazione territoriale degli interventi avrà una regia centrale, più simile a una logica di politica industriale che alla logica della politica europea di coesione”, scrive Filippetti.
Il punto è evidentemente della massima importanza. Se l’Ue vuole diventare un “sistema-mondo” in grado di competere ai massimi livelli, deve dotarsi anche a livello di Stati membri delle strutture politiche in grado di governare il processo.
Per far questo, lo sviluppo interno dei paesi deve ritrovare una centralità di direzione che eviti le baruffe inscenate dai vari presidenti regionali, impegnati più al consolidamento del consenso locale che non alla coesione, sia produttiva sia sociale, col resto del territorio nazionale.
È in questo quadro che la gerarchia dei livelli di governance dell’Ue all’interno degli Stati membri tendono alla perdita di peso. A rimetterci sono proprio le Regioni fino ad oggi assolute protagoniste della gestione dei fondi Ue.
Da un triplice livello di governance – Ue, Stato, Regioni – si va allora verso un doppio livello – Ue e Stato – guidato dalla ricentralizzazione dei processi di scelta direttamente nelle mani degli organismi statali. Non a caso, la bagarre Renzi-Conte si è svolta tutta all’interno di questo perimetro, dove semmai la discussione è sull’esternalizzazione della gestione dei soldi a organismi tecnici fuori dall’area della maggioranza, e non sul coinvolgimento degli enti locali.
Nota a margine, l’operazione è inoltre rilevante per la sottrazione di margini di manovra al centrodestra, alla guida in tre-quarti delle Regioni del paese. Per la Lega, è l’ennesimo rinculo a seguito della sparata salviniana dell’estate 2018 che staccò la spina al primo governo Conte.
Rientrando in focus, sul tema è intervenuto Romano Prodi in un’intervista rilasciate al Corriere di ieri, indicando la via per la riorganizzazione dei processi decisionali.
Riferendosi ai documenti prodotti dal governo fino a oggi, Prodi afferma che “non si affrontano due problemi: quali debbono essere le autorità chiamate a decidere e quali le procedure e gli atti necessari per arrivare alle decisioni [...]. Il coordinamento delle decisioni deve fare capo ad una struttura finalizzata allo scopo.
Noi ne abbiamo una, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), che esiste ancora anche se depotenziato. Va rafforzato, anche inserendo consulenti esterni. Ma dico ‘consulenti’ non a caso. Dev’essere lo Stato a tenere le fila […]. Le grandi decisioni politiche, come il collegamento con regioni e Parlamento, non possono non essere in mano al governo”.
Chiusura del cerchio. Non il Parlamento, né gli enti locali (che siano Regioni, Città metropolitane ecc.), ma che sia l’esecutivo nella struttura del Cipe – che nel 2021 diventerà Cipess, Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile – a gestire i soldi provenienti da Bruxelles.
Tuttavia, in questo non c’è nessuna buona notizia per il popolo fatto di lavoratori, studenti, pensionati, migranti. Lo scontro infatti è tutto sul livello di competizione necessario a rendere la borghesia nazionale conforme a quella transnazionale nello scontro con gli altri blocchi.
Nessun dossier sulla redistribuzione della ricchezza o sulla riduzione delle diseguaglianze campeggia ancora, se non formalmente, sui tavoli del governo, a Roma come a Bruxelles.
L’obiettivo, in fin dei conti, è di rendere lo sfruttamento sostenibile, non certo di mettervi fine.
Leggi anche:
La UE compra tempo e approva il Recovery fund
Prodi e il trasformismo della classe politica
Fonte
La squadra inizialmente composta dal triumvirato Conte-Gualtieri-Patuanelli con l’ausilio di una fronda di tecnici verrà probabilmente ripensata in favore delle forze attuali (proprio come persone fisiche) che compongono il governo.
Come ben evidenziato da Coniare Rivolta, in ballo in realtà non ci sono una montagna di soldi in più rispetto a quanto già normalmente il paese si è trovato a gestire durante l’ultimo settennato.
Il “valore” del Recovery fund è piuttosto di natura “politica”, e si gioca su due aspetti: la direzione degli investimenti e i livelli di governance per la gestione dei fondi, aspetti che devono essere adeguati a far sì che l’Unione Europea non perda altro terreno nella costituzione di un blocco politico-economico omogeneo (e imperialista) nel confronto con gli altri competitor, soprattutto Usa e Cina.
Sul primo aspetto, parole come digitalizzazione, innovazione, transizione ecologica, infrastrutture, formazione ecc., sono all’ordine del giorno e indicano settori di investimento determinanti per un modello di sviluppo – tutto interno al Modo di produzione capitalistico – che renda più autonoma l’Unione europea dagli altri blocchi, soprattutto in termini di tecnologia (nei suoi più svariati usi, dall’automazione alla sicurezza digitale ecc.), approvvigionamento energetico e alimentare.
Sul secondo invece la partita è più sottile, ma non per questo meno decisiva. Come ha scritto martedì sulle pagine de il Sole 24 Ore Andrea Filippetti, le politiche di coesione sociale sono attualmente fondate su un modello bottom-up in cui le Regioni svolgono un ruolo importante su programma, indirizzo e controllo di spesa.
“Viceversa, nel caso dei fondi provenienti dal Recovery, si va delineando un approccio di tipo top-down [...], lo scarso coinvolgimento delle regioni, almeno di fino a ora, lascia presagire una piena regia del governo centrale [...]. L’articolazione territoriale degli interventi avrà una regia centrale, più simile a una logica di politica industriale che alla logica della politica europea di coesione”, scrive Filippetti.
Il punto è evidentemente della massima importanza. Se l’Ue vuole diventare un “sistema-mondo” in grado di competere ai massimi livelli, deve dotarsi anche a livello di Stati membri delle strutture politiche in grado di governare il processo.
Per far questo, lo sviluppo interno dei paesi deve ritrovare una centralità di direzione che eviti le baruffe inscenate dai vari presidenti regionali, impegnati più al consolidamento del consenso locale che non alla coesione, sia produttiva sia sociale, col resto del territorio nazionale.
È in questo quadro che la gerarchia dei livelli di governance dell’Ue all’interno degli Stati membri tendono alla perdita di peso. A rimetterci sono proprio le Regioni fino ad oggi assolute protagoniste della gestione dei fondi Ue.
Da un triplice livello di governance – Ue, Stato, Regioni – si va allora verso un doppio livello – Ue e Stato – guidato dalla ricentralizzazione dei processi di scelta direttamente nelle mani degli organismi statali. Non a caso, la bagarre Renzi-Conte si è svolta tutta all’interno di questo perimetro, dove semmai la discussione è sull’esternalizzazione della gestione dei soldi a organismi tecnici fuori dall’area della maggioranza, e non sul coinvolgimento degli enti locali.
Nota a margine, l’operazione è inoltre rilevante per la sottrazione di margini di manovra al centrodestra, alla guida in tre-quarti delle Regioni del paese. Per la Lega, è l’ennesimo rinculo a seguito della sparata salviniana dell’estate 2018 che staccò la spina al primo governo Conte.
Rientrando in focus, sul tema è intervenuto Romano Prodi in un’intervista rilasciate al Corriere di ieri, indicando la via per la riorganizzazione dei processi decisionali.
Riferendosi ai documenti prodotti dal governo fino a oggi, Prodi afferma che “non si affrontano due problemi: quali debbono essere le autorità chiamate a decidere e quali le procedure e gli atti necessari per arrivare alle decisioni [...]. Il coordinamento delle decisioni deve fare capo ad una struttura finalizzata allo scopo.
Noi ne abbiamo una, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), che esiste ancora anche se depotenziato. Va rafforzato, anche inserendo consulenti esterni. Ma dico ‘consulenti’ non a caso. Dev’essere lo Stato a tenere le fila […]. Le grandi decisioni politiche, come il collegamento con regioni e Parlamento, non possono non essere in mano al governo”.
Chiusura del cerchio. Non il Parlamento, né gli enti locali (che siano Regioni, Città metropolitane ecc.), ma che sia l’esecutivo nella struttura del Cipe – che nel 2021 diventerà Cipess, Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile – a gestire i soldi provenienti da Bruxelles.
Tuttavia, in questo non c’è nessuna buona notizia per il popolo fatto di lavoratori, studenti, pensionati, migranti. Lo scontro infatti è tutto sul livello di competizione necessario a rendere la borghesia nazionale conforme a quella transnazionale nello scontro con gli altri blocchi.
Nessun dossier sulla redistribuzione della ricchezza o sulla riduzione delle diseguaglianze campeggia ancora, se non formalmente, sui tavoli del governo, a Roma come a Bruxelles.
L’obiettivo, in fin dei conti, è di rendere lo sfruttamento sostenibile, non certo di mettervi fine.
Leggi anche:
La UE compra tempo e approva il Recovery fund
Prodi e il trasformismo della classe politica
Fonte
02/11/2020
Prodi e il trasformismo della classe politica
Che il paese non sia sotto scacco di una dittatura sanitaria lo si capisce da un elemento fondamentale. Questa infatti prevederebbe un capo indiscusso e un obiettivo politico preciso.
Ma basta osservare con un minimo di attenzione la gragnuola di voci più disparate che si abbattono sulla gestione della fase pandemica in corso, su tutti gli ambiti possibili, per capire che non sia così.
La confusione circa il “da farsi” regna totale, con TotoDpcm domenicali manco fossero la nuova schedina e scontri giornalieri tra Stato, Regioni e Città metropolitane, perlopiù alla ricerca di un posto al sole per i soldi del “Recovery fund”, se mai arriveranno.
L’unica certezza invece emerge in quello che non si sta facendo e non si farà: contenere il virus, con buona pace della salute della popolazione e di conseguenza dei “risultati economici”, la cui bontà necessita – al minimo! – di lavoratori in salute. Altrimenti, chi “produce”?
In questo caos generato dall’indecenza della classe politica e dall’ingordigia di quella imprenditoriale, scorgere un lampo di luce chiarificatore non è semplice. Come se non bastasse, i più navigati approfittano della “notte in cui tutte le vacche sono nere” per rifarsi il trucco e apparire, dopo avere causato la malattia, con la ricetta salvifica.
Ultimo esempio in ordine di tempo è l’editoriale domenicale scritto da Romano Prodi sulle pagine de Il Messaggero.
“Debbo confessare che, negli ormai lunghi anni nei quali mi sono dedicato a riflettere sullo stato dell’economia italiana, non mi sono mai trovato nella situazione di difficoltà e di incertezza in cui oggi mi trovo”.
Insomma, anche il “boiardo di Stato” per eccellenza sembra navigare a vista.
“Il futuro dipenderà quindi dall’evoluzione della pandemia e dalla strategia di intervento dell’Europa e dei governi che, a differenza di quanto sarebbe avvenuto in passato in presenza di eventi simili, possono disporre di robuste risorse aggiuntive e di una ancora più robusta possibilità di indebitarsi”.
Il passaggio con cui l’Unione europea, e non “l’Europa”, che è un’altra cosa, ha improvvisamente deciso che i soldi ci sono viene lasciato sottotraccia, cercando di obliare anni di “ce lo chiede l’Europa” a colpi di tagli alla sanità, alla scuola, ai trasporti, alle infrastrutture e al reddito dei lavoratori, diretto come indiretto. Tuttavia, che di indebitamento si tratta non ci sono dubbi, con cui un giorno non molto lontano dovremo fare letteralmente i conti.
“Diventa perciò necessario e urgente destinare tutte le possibili risorse aggiuntive agli investimenti dedicati a evitare la futura catastrofe della nostra economia e a preparare la ripresa, senza la quale non ci libereremo mai dal peso del debito pubblico.
Se i sussidi si rivelano insufficienti, gli investimenti sono del tutto latitanti. Parlo sia degli investimenti pubblici che di quelli privati. Dal punto di vista temporale mi rendo conto che gli investimenti privati possono partire solo in un quadro di maggiore certezza degli orizzonti economici, oggi molto confusi e destinati a cambiare radicalmente.
(...) Imperdonabile è invece la perdurante inerzia degli investimenti pubblici nelle nuove e nelle vecchie infrastrutture necessarie per aumentare la nostra produttività”.
Il passaggio logico è il seguente: per tornare a crescere “ed evitare la futura catastrofe” bisogna investire (regola ferrea del modo di produzione capitalistico), ma visto che gli orizzonti in termini di guadagni non sono rosei, lo Stato deve tornare a fare la sua parte.
Detta dal più grande privatizzatore di imprese pubbliche della storia della Repubblica tutta, questa frase è l’emblema del trasformismo per la sopravvivenza e l’autoriproduzione della classe politica che uscirà con le spalle al muro dai risultati sociali ed economici degli ultimi trent’anni, di cui il Covid non è che la spinta finale.
Inoltre, l’obiettivo non celato è il solito “aumento della produttività”, che è una bella formula per dire che va diminuito il costo del lavoro per ogni merce prodotta, ossia o si riduce il salario, o il numero dei lavoratori.
Ma non è tutto, perché la ciliegina è sempre l’ultimo elemento di cui si compone la torta.
“Nel nostro caso bisogna aggiungere un’importante osservazione aggiuntiva. Come è stato messo in rilievo in occasione della giornata del risparmio, più la crisi si aggrava più le nostre banche si riempiono dei denari delle imprese e dei cittadini che, incerti sul futuro, risparmiano tutto quello che possono e spendono il meno che possono. Se non utilizziamo queste enormi risorse per preparare il nostro futuro, non usciremo mai dalla crisi”.
Tradotto, se i correntisti trattengono l’equivalente del Pil al sicuro nei caveaux delle banche (in realtà, sempre più stringhe di numeri con poco equivalente nella realtà), sblocchiamo quei denari e ripartiamo. Che i soldi insomma ce li mettano i cittadini (quelli delle imprese che contano infatti sono da anni investiti all’estero, di solito nel debito pubblico statunitense).
Eccola qua la proposta del più grande interprete della “sinistra” dell’ultimo trentennio, quella del “tutti uniti contro la destra” che tanto ricorda la bassezza del dibattito pubblico odierno nell’area piddina, al netto del cambio di spauracchio – da Berlusconi a Salvini, e domani magari alla Meloni.
Chi oggi pensa che i ricchi “se sono intelligenti un po’ di soldi se li fanno prendere”, non ha capito la visione del mondo a cui risponde il padronato nostrano, che è quella con cui si è arricchito.
Il lavoro, se non si può automatizzare, va economicamente e socialmente massacrato, nessuna reale cooperazione è possibile, la fine del “regime di Bretton Woods” ha dettato la linea, il calo del tasso dei profitti continua a segnare il passo.
La patrimoniale in questo quadro non è un’alternativa.
A meno che... a meno che non si riprendano realmente le strade del paese, avendo ben chiari chi sono i nemici. Non era così d’altronde che ce la conquistammo?
Fonte
Ma basta osservare con un minimo di attenzione la gragnuola di voci più disparate che si abbattono sulla gestione della fase pandemica in corso, su tutti gli ambiti possibili, per capire che non sia così.
La confusione circa il “da farsi” regna totale, con TotoDpcm domenicali manco fossero la nuova schedina e scontri giornalieri tra Stato, Regioni e Città metropolitane, perlopiù alla ricerca di un posto al sole per i soldi del “Recovery fund”, se mai arriveranno.
L’unica certezza invece emerge in quello che non si sta facendo e non si farà: contenere il virus, con buona pace della salute della popolazione e di conseguenza dei “risultati economici”, la cui bontà necessita – al minimo! – di lavoratori in salute. Altrimenti, chi “produce”?
In questo caos generato dall’indecenza della classe politica e dall’ingordigia di quella imprenditoriale, scorgere un lampo di luce chiarificatore non è semplice. Come se non bastasse, i più navigati approfittano della “notte in cui tutte le vacche sono nere” per rifarsi il trucco e apparire, dopo avere causato la malattia, con la ricetta salvifica.
Ultimo esempio in ordine di tempo è l’editoriale domenicale scritto da Romano Prodi sulle pagine de Il Messaggero.
“Debbo confessare che, negli ormai lunghi anni nei quali mi sono dedicato a riflettere sullo stato dell’economia italiana, non mi sono mai trovato nella situazione di difficoltà e di incertezza in cui oggi mi trovo”.
Insomma, anche il “boiardo di Stato” per eccellenza sembra navigare a vista.
“Il futuro dipenderà quindi dall’evoluzione della pandemia e dalla strategia di intervento dell’Europa e dei governi che, a differenza di quanto sarebbe avvenuto in passato in presenza di eventi simili, possono disporre di robuste risorse aggiuntive e di una ancora più robusta possibilità di indebitarsi”.
Il passaggio con cui l’Unione europea, e non “l’Europa”, che è un’altra cosa, ha improvvisamente deciso che i soldi ci sono viene lasciato sottotraccia, cercando di obliare anni di “ce lo chiede l’Europa” a colpi di tagli alla sanità, alla scuola, ai trasporti, alle infrastrutture e al reddito dei lavoratori, diretto come indiretto. Tuttavia, che di indebitamento si tratta non ci sono dubbi, con cui un giorno non molto lontano dovremo fare letteralmente i conti.
“Diventa perciò necessario e urgente destinare tutte le possibili risorse aggiuntive agli investimenti dedicati a evitare la futura catastrofe della nostra economia e a preparare la ripresa, senza la quale non ci libereremo mai dal peso del debito pubblico.
Se i sussidi si rivelano insufficienti, gli investimenti sono del tutto latitanti. Parlo sia degli investimenti pubblici che di quelli privati. Dal punto di vista temporale mi rendo conto che gli investimenti privati possono partire solo in un quadro di maggiore certezza degli orizzonti economici, oggi molto confusi e destinati a cambiare radicalmente.
(...) Imperdonabile è invece la perdurante inerzia degli investimenti pubblici nelle nuove e nelle vecchie infrastrutture necessarie per aumentare la nostra produttività”.
Il passaggio logico è il seguente: per tornare a crescere “ed evitare la futura catastrofe” bisogna investire (regola ferrea del modo di produzione capitalistico), ma visto che gli orizzonti in termini di guadagni non sono rosei, lo Stato deve tornare a fare la sua parte.
Detta dal più grande privatizzatore di imprese pubbliche della storia della Repubblica tutta, questa frase è l’emblema del trasformismo per la sopravvivenza e l’autoriproduzione della classe politica che uscirà con le spalle al muro dai risultati sociali ed economici degli ultimi trent’anni, di cui il Covid non è che la spinta finale.
Inoltre, l’obiettivo non celato è il solito “aumento della produttività”, che è una bella formula per dire che va diminuito il costo del lavoro per ogni merce prodotta, ossia o si riduce il salario, o il numero dei lavoratori.
Ma non è tutto, perché la ciliegina è sempre l’ultimo elemento di cui si compone la torta.
“Nel nostro caso bisogna aggiungere un’importante osservazione aggiuntiva. Come è stato messo in rilievo in occasione della giornata del risparmio, più la crisi si aggrava più le nostre banche si riempiono dei denari delle imprese e dei cittadini che, incerti sul futuro, risparmiano tutto quello che possono e spendono il meno che possono. Se non utilizziamo queste enormi risorse per preparare il nostro futuro, non usciremo mai dalla crisi”.
Tradotto, se i correntisti trattengono l’equivalente del Pil al sicuro nei caveaux delle banche (in realtà, sempre più stringhe di numeri con poco equivalente nella realtà), sblocchiamo quei denari e ripartiamo. Che i soldi insomma ce li mettano i cittadini (quelli delle imprese che contano infatti sono da anni investiti all’estero, di solito nel debito pubblico statunitense).
Eccola qua la proposta del più grande interprete della “sinistra” dell’ultimo trentennio, quella del “tutti uniti contro la destra” che tanto ricorda la bassezza del dibattito pubblico odierno nell’area piddina, al netto del cambio di spauracchio – da Berlusconi a Salvini, e domani magari alla Meloni.
Chi oggi pensa che i ricchi “se sono intelligenti un po’ di soldi se li fanno prendere”, non ha capito la visione del mondo a cui risponde il padronato nostrano, che è quella con cui si è arricchito.
Il lavoro, se non si può automatizzare, va economicamente e socialmente massacrato, nessuna reale cooperazione è possibile, la fine del “regime di Bretton Woods” ha dettato la linea, il calo del tasso dei profitti continua a segnare il passo.
La patrimoniale in questo quadro non è un’alternativa.
A meno che... a meno che non si riprendano realmente le strade del paese, avendo ben chiari chi sono i nemici. Non era così d’altronde che ce la conquistammo?
Fonte
14/09/2020
Prodi scopre il “Salario sociale globale”. Ma forse non se n’è accorto
Su questo giornale scrivevo il 21 luglio:
In un editoriale per il Messaggero, l’ex primo ministro italiano fornisce un dato che chi, come noi, si informa tramite l’AntiDiplomatico, Marx 21 e Contropiano conosce da tempo.
Romano Prodi scrive che “l’apporto delle esportazioni sul Pil in Cina è passato dal 35% al 17,5%, a causa dell’esplosione del mercato interno, da salari più alti e rivalutazione dello yuan”.
Anticipavo questo in forma di analisi generale su Marx 21 nel 2015, e sulle altre due testate vi anticipavo le ripercussioni nel passaggio citato di luglio.
La reflazione salariale (gli aumenti, per esser chiari) e, aggiungiamo noi, il potenziamento del salario sociale globale di classe hanno contribuito in questi ultimi 12 anni, dalla crisi mondiale del 2008, a reindirizzare la potenza dell’economia cinese verso il mercato interno.
Mentre i concorrenti, invece, si impiccavano senza alternative alla contrazione delle esportazioni, su cui avevano puntato tutto il cambiamento di modello sociale (il “mercantilismo” tedesco, affermatosi in tutto il Vecchio Continente tramite l’Unione Europea, da allora starnazza con crescente disperazione).
Sul versante cinese, invece, si tratta ora di trovare una soluzione all’enorme surplus commerciale che resta e riteniamo che alla fine la tradizionale saggezza cinese – anche nel mondo degli affari – troverà una soluzione.
Finalmente, da queste parti, tramite Prodi in partibus infidelium, ci stanno arrivando.
E ora, cosa diranno i mercantilisti europei e italiani che basano tutto su export e bassi salari?
Se la prenderanno finalmente la batosta?
Fonte
“La Cina dal 2008 utilizza il salario sociale globale di classe come meccanismo di accumulazione, i paesi occidentali lo tagliano sempre più e puntano sulla carta finanziaria, sul capitale produttivo di interesse.Ebbene oggi è ufficiale. È ufficiale, visto che tutta la classe dirigente italiana ascolta Prodi.
Il primo pone le basi per lo sviluppo delle forze produttive, il secondo le distrugge, fino a farne un deserto produttivo abitato dalla miseria, come nelle metropoli americane.
Gli Usa per stare al passo dovrebbero spendere migliaia di miliardi di dollari per rendere sanità e istruzioni universali, ma al momento il panorama politico non offre questo orizzonte, mentre in Ue si invocano continui tagli.
La proprietà privata ha un gran peso in Cina, ma alcune reminescenze dello Stato sociale socialista vengono sempre più alla ribalta. Non si rinuncia ad esse, anche perché i cinesi sanno che sono la leva della crescita fuori dai ricatti di vari paesi che dominano il mercato mondiale.”
In un editoriale per il Messaggero, l’ex primo ministro italiano fornisce un dato che chi, come noi, si informa tramite l’AntiDiplomatico, Marx 21 e Contropiano conosce da tempo.
Romano Prodi scrive che “l’apporto delle esportazioni sul Pil in Cina è passato dal 35% al 17,5%, a causa dell’esplosione del mercato interno, da salari più alti e rivalutazione dello yuan”.
Anticipavo questo in forma di analisi generale su Marx 21 nel 2015, e sulle altre due testate vi anticipavo le ripercussioni nel passaggio citato di luglio.
La reflazione salariale (gli aumenti, per esser chiari) e, aggiungiamo noi, il potenziamento del salario sociale globale di classe hanno contribuito in questi ultimi 12 anni, dalla crisi mondiale del 2008, a reindirizzare la potenza dell’economia cinese verso il mercato interno.
Mentre i concorrenti, invece, si impiccavano senza alternative alla contrazione delle esportazioni, su cui avevano puntato tutto il cambiamento di modello sociale (il “mercantilismo” tedesco, affermatosi in tutto il Vecchio Continente tramite l’Unione Europea, da allora starnazza con crescente disperazione).
Sul versante cinese, invece, si tratta ora di trovare una soluzione all’enorme surplus commerciale che resta e riteniamo che alla fine la tradizionale saggezza cinese – anche nel mondo degli affari – troverà una soluzione.
Finalmente, da queste parti, tramite Prodi in partibus infidelium, ci stanno arrivando.
E ora, cosa diranno i mercantilisti europei e italiani che basano tutto su export e bassi salari?
Se la prenderanno finalmente la batosta?
Fonte
10/09/2020
La verità sull’euro la dice il Governatore della Banca centrale olandese
Le parole pronunciate ieri del Presidente della Banca centrale olandese – che ha sostenuto che l’euro ha avvantaggiato solo i ricchi, compresa la cosiddetta florida Olanda – confermano le analisi di Franco Ferlini. Il quale, contrariamente alla vulgata apocalittica della “sinistra radicale”, sostiene da anni che l’élite, il padronato, nella sua quarantennale guerra di classe al lavoro, ha fallito.
Il capitale vuole moneta pagante, come affermava nel secolo scorso Marx, che pochi hanno letto nella generazione attualmente sui 40-50; mentre quella più giovane, in alcune città, prepara seminari di studi al riguardo e, dunque, c’è da nutrire speranza per il futuro, non fosse altro per un fatto culturale.
Il padronato, dicevamo, ha fallito, ma si incarognisce alimentando la guerra tra poveri e il fascismo montante. Fascismo che non è solo quello becero della Lega o similari, ma il “fascismo democratico” che, in Italia, ha avuto il suo cuore in Emilia, a partire da Andreatta e continuando con Prodi, tra gli artefici dell’euro.
Modesti economisti, portati alla ribalta dal padronato perché dovevano eseguire un ordine per loro conto: la guerra al lavoro.
Ci sono riusciti, ma ora rimangono le macerie.
È compito della persone di buona volontà ricostruire. Non paradossalmente, l’esempio più chiaro viene dalla storia italiana del dopoguerra, della Prima Repubblica. Che come ripeto da anni, fu tragica e gloriosa.
Fonte
Il capitale vuole moneta pagante, come affermava nel secolo scorso Marx, che pochi hanno letto nella generazione attualmente sui 40-50; mentre quella più giovane, in alcune città, prepara seminari di studi al riguardo e, dunque, c’è da nutrire speranza per il futuro, non fosse altro per un fatto culturale.
Il padronato, dicevamo, ha fallito, ma si incarognisce alimentando la guerra tra poveri e il fascismo montante. Fascismo che non è solo quello becero della Lega o similari, ma il “fascismo democratico” che, in Italia, ha avuto il suo cuore in Emilia, a partire da Andreatta e continuando con Prodi, tra gli artefici dell’euro.
Modesti economisti, portati alla ribalta dal padronato perché dovevano eseguire un ordine per loro conto: la guerra al lavoro.
Ci sono riusciti, ma ora rimangono le macerie.
È compito della persone di buona volontà ricostruire. Non paradossalmente, l’esempio più chiaro viene dalla storia italiana del dopoguerra, della Prima Repubblica. Che come ripeto da anni, fu tragica e gloriosa.
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05/07/2020
La notizia che smaschera 30 anni di bugie prodiane
Ieri vi ho dato notizia che il colosso cinese dello shipping Cosco va via da Genova per il collasso delle autostrade liguri e l'assenza di collegamenti ferroviari, visto che il 90% del traffico è su gomma. La notizia fa giustizia di 30 anni di bugie, allorquando Prodi, nei primi anni novanta, ai suoi studenti faceva leggere come testi di esami "il capitalismo renano" mentre De Michelis, veneziano, firmava il Trattato di Maastricht priettando il nord verso il capitalismo renano.
Seguirono negli anni novanta una serie di legislazioni volte a stroncare la domanda interna, penalizzando soprattutto il sud, e fare del nord area di subfornitura del capitalismo renano. Due milioni di giovani meridionali si spostarono per lavoro al nord, successivamente anche all'estero, depauperando il Mezzogiorno. Nel frattempo nell'arena mondiale si affermava l'Asia mentre il mediterraneo del sud aveva sconvolgimenti demografici ed economici. Ma negli anni novanta si preferì il nord e non si fece nulla per il sud per prepararlo a questo nuovo scenario.
Ci fu l'euro, la riforma del Titolo V, il federalismo amministrativo e sanitario. Il sud crollò del tutto. Seguì il centrodestra, che continuò queste politiche, poi Monti, ecc. Il capitalismo renano è al collasso, il nord soffre e, a differenza dei decenni passati, gli manca la domanda di beni del Sud, stroncata. L'Asia si impone, gli Usa guardano al fronte sud del Mediterraneo, come la Russia, il Mezzogiorno è privo di tutto per affrontare questo scenario. Chiamate questi decenni per quelli che sono stati, un capolavoro di politica economica.
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Seguirono negli anni novanta una serie di legislazioni volte a stroncare la domanda interna, penalizzando soprattutto il sud, e fare del nord area di subfornitura del capitalismo renano. Due milioni di giovani meridionali si spostarono per lavoro al nord, successivamente anche all'estero, depauperando il Mezzogiorno. Nel frattempo nell'arena mondiale si affermava l'Asia mentre il mediterraneo del sud aveva sconvolgimenti demografici ed economici. Ma negli anni novanta si preferì il nord e non si fece nulla per il sud per prepararlo a questo nuovo scenario.
Ci fu l'euro, la riforma del Titolo V, il federalismo amministrativo e sanitario. Il sud crollò del tutto. Seguì il centrodestra, che continuò queste politiche, poi Monti, ecc. Il capitalismo renano è al collasso, il nord soffre e, a differenza dei decenni passati, gli manca la domanda di beni del Sud, stroncata. L'Asia si impone, gli Usa guardano al fronte sud del Mediterraneo, come la Russia, il Mezzogiorno è privo di tutto per affrontare questo scenario. Chiamate questi decenni per quelli che sono stati, un capolavoro di politica economica.
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04/02/2020
Il sindacato unico, per genuflessioni unitarie
“Se il paese avesse un solo sindacato sarebbe meglio. Il sistema industriale è uno solo, al suo interno ci sono diverse proprietà. Sarebbe meraviglioso che succedesse la stessa cosa con i sindacati. Lo sostengo da tanti anni il pluralismo sindacale non giova al paese perché per definizione un sindacato deve andare più avanti dell’altro e in questo caso la concorrenza non può essere virtuosa. È una concorrenza che non ha senso perché il paese è unico”.
A pronunciare queste parole al convegno celebrato a Torino per i 110 anni di Confindustria, è il prof. Romano Prodi, alfiere, unitamente ad altri leader “progressisti” del centrosinistra, di quelle privatizzazioni che negli anni '90, in nome della presunta necessità di abbattere il debito pubblico, hanno sacrificato asset strategici (trasporti, telecomunicazioni, energia elettrica e grande industria siderurgica e meccanica) per sancire l’ingresso del nostro paese nel dispositivo dell’Unione Europea.
Tra le righe traspare chiaramente il pensiero dell’ex presidente del Consiglio: lavoratori ed imprenditori si collocano sullo stesso piano, il conflitto deve essere espunto dalla dinamica capitale/lavoro e conseguentemente il pluralismo sindacale diventa un intralcio da sostituire con un sindacato unico totalmente asservito alla logica della competitività.
Ma naturalmente il prof. Prodi non è il solo a pensarla così. Oltre tutta la pletora dei “modernizzatori” del paese, anche l’attuale segretario della Cgil Landini, aveva rilanciato qualche mese fa l’idea del sindacato unico sostenendo che non sussistessero più ragioni valide per un fronte sindacale diviso.
E d’altronde come dargli torto... Unitariamente Cgil Cisl e Uil si sono genuflessi alle politiche dell’UE; unitariamente, per stare all’attualità, hanno sostituito la timida richiesta di una riforma fiscale con la piena ed entusiasta accettazione del cuneo fiscale e, sempre unitariamente, contribuiscono da decenni allo smantellamento dei pilastri del welfare, divenendo nei fatti ed agli occhi dei lavoratori pressoché indistinguibili.
Gli enti bilaterali, i fondi pensione, il welfare integrativo e tutti gli organismi congiunti sviluppatisi in questi anni hanno poi prodotto una commistione di interessi con l’impresa che ne ha determinato la loro totale subalternità senza che questo avesse nulla a che fare con i diritti dei lavoratori.
E nel tentativo di normalizzare il panorama sindacale e sanzionare il dissenso (per gli oppositori politici ci pensano i decreti sicurezza) come in un club privato hanno introdotto nei contratti pubblici un articolo che preclude l’accesso alla contrattazione integrativa a chi, come l’USB, non si è piegato alla sottoscrizione di un CCNL fortemente regressivo sul piano dei diritti e del salario.
Nel privato, invece, il monopolio della rappresentanza da loro esercitato preclude da sempre la stesura di una legge sulla rappresentanza davvero democratica e che garantisca finalmente ai lavoratori il diritto di scegliere da chi essere rappresentati senza discriminazioni ed in ossequio con quanto previsto dalla Costituzione.
Possono quindi dormire sonni tranquilli il prof. Prodi & company perché quel sindacato unico che auspicano esiste già nei fatti.
Ma l’incubo di una forza sindacale come l’USB che continua a tenere alta la bandiera dei diritti e che non è comprimibile alle logiche della compatibilità continuerà a turbare i sonni di questi campioni della democrazia e del progresso.
Se ne facciano tutti una ragione.
Fonte
A pronunciare queste parole al convegno celebrato a Torino per i 110 anni di Confindustria, è il prof. Romano Prodi, alfiere, unitamente ad altri leader “progressisti” del centrosinistra, di quelle privatizzazioni che negli anni '90, in nome della presunta necessità di abbattere il debito pubblico, hanno sacrificato asset strategici (trasporti, telecomunicazioni, energia elettrica e grande industria siderurgica e meccanica) per sancire l’ingresso del nostro paese nel dispositivo dell’Unione Europea.
Tra le righe traspare chiaramente il pensiero dell’ex presidente del Consiglio: lavoratori ed imprenditori si collocano sullo stesso piano, il conflitto deve essere espunto dalla dinamica capitale/lavoro e conseguentemente il pluralismo sindacale diventa un intralcio da sostituire con un sindacato unico totalmente asservito alla logica della competitività.
Ma naturalmente il prof. Prodi non è il solo a pensarla così. Oltre tutta la pletora dei “modernizzatori” del paese, anche l’attuale segretario della Cgil Landini, aveva rilanciato qualche mese fa l’idea del sindacato unico sostenendo che non sussistessero più ragioni valide per un fronte sindacale diviso.
E d’altronde come dargli torto... Unitariamente Cgil Cisl e Uil si sono genuflessi alle politiche dell’UE; unitariamente, per stare all’attualità, hanno sostituito la timida richiesta di una riforma fiscale con la piena ed entusiasta accettazione del cuneo fiscale e, sempre unitariamente, contribuiscono da decenni allo smantellamento dei pilastri del welfare, divenendo nei fatti ed agli occhi dei lavoratori pressoché indistinguibili.
Gli enti bilaterali, i fondi pensione, il welfare integrativo e tutti gli organismi congiunti sviluppatisi in questi anni hanno poi prodotto una commistione di interessi con l’impresa che ne ha determinato la loro totale subalternità senza che questo avesse nulla a che fare con i diritti dei lavoratori.
E nel tentativo di normalizzare il panorama sindacale e sanzionare il dissenso (per gli oppositori politici ci pensano i decreti sicurezza) come in un club privato hanno introdotto nei contratti pubblici un articolo che preclude l’accesso alla contrattazione integrativa a chi, come l’USB, non si è piegato alla sottoscrizione di un CCNL fortemente regressivo sul piano dei diritti e del salario.
Nel privato, invece, il monopolio della rappresentanza da loro esercitato preclude da sempre la stesura di una legge sulla rappresentanza davvero democratica e che garantisca finalmente ai lavoratori il diritto di scegliere da chi essere rappresentati senza discriminazioni ed in ossequio con quanto previsto dalla Costituzione.
Possono quindi dormire sonni tranquilli il prof. Prodi & company perché quel sindacato unico che auspicano esiste già nei fatti.
Ma l’incubo di una forza sindacale come l’USB che continua a tenere alta la bandiera dei diritti e che non è comprimibile alle logiche della compatibilità continuerà a turbare i sonni di questi campioni della democrazia e del progresso.
Se ne facciano tutti una ragione.
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30/12/2019
La crisi di sistema italiana, tra falsari e realtà
L’ultimo weekend dell’anno, tradizionalmente, vede i giornali proporci ponderosi articoli di “bilancio” dei dodici mesi appena trascorsi, con qualche tentativo di azzardare “soluzioni” alla perenne crisi italiana.
Ogni tradizione è tutt’altro che innocente, quindi abbiamo scelto di proporvi due articoli completamente opposti, pur provenendo da due testate che sono parte integrante della “buona borghesia” nazionale. La quale non deve attraversare un periodo facile, se è oscillante tra due visioni – e interessi – così lontane.
La diversità è anche nel tipo di testata, oltre che nell’autore. La prima è un antico e noto – ma non “prestigioso” – quotidiano italico, che affida “l’articolessa” a un notissimo protagonista della politica nazionale con riconosciute competenze economiche. L’altra è un quotidiano “di nicchia”, specializzato sui temi economici e dunque letto da “addetti ai lavori” (imprenditori e operatori finanziari), che si affida invece a un analista dalla penna feroce, piuttosto incline a guardare le cose in faccia, per come sono. Che è poi quello che chiede il “lettore tipo” di quel giornale (gente che deve investire o gestire cifre importanti e dunque ha bisogno di informazioni vere, non di “narrazioni”).
Date queste premesse, avrete già capito che il primo editoriale è scritto da un Falsario in servizio permanente effettivo, il secondo ci aiuta a districarci nella nebbia. Ma è bene conoscerli entrambi, perché per combattere i luoghi comuni (ideologia pura, ossia “falsa coscienza”) del primo occorre conoscere, se non padroneggiare, le informazioni e la logica del secondo.
Anche il Falsario, comunque, deve partire a un fatto vero per dare l’impressione della serietà al suo argomentare. Sarà l’unica cosa autentica del suo articolo e quindi citiamola:
“da quasi 25 anni la nostra vita economica si è distaccata da quella di tutti gli altri grandi paesi mondiali e, nei diciannove anni di questo secolo, non vi è stata alcuna crescita. Nella pur sfortunata storia d’Italia non abbiamo mai avuto un periodo di stagnazione così prolungato. E lo abbiamo avuto in una fase di discreta, anche se rallentata, crescita dell’economia mondiale.”
Un quarto di secolo è un periodo lunghissimo, nella modernità. Nel Novecento, in un arco di tempo così, si è riusciti a fare due guerre mondiali con in mezzo la più grande crisi economica riportata sui libri di Storia. Se dunque la crisi italiana ha una biografia così lunga dobbiamo prendere coscienza che siamo di fronte a qualcosa di più di un “malessere economico”. Siamo in presenza di una crisi storica, quasi di civiltà, che spezza in modo drammatico – più o meno come una guerra – la linea di sviluppo del nostro paese.
Ci si aspetterebbe dunque che un quadro così grave venisse affrontato con la necessaria serietà. Invece il Falsario la butta subito sul moralismo d’accatto, sulla colpevolizzazione della popolazione tutta, in modo rigorosamente generico (così non si sa mai di chi può essere “la colpa”). Leggiamolo: “La ragione dell’anomalo comportamento italiano la si deve attribuire al fatto che non abbiamo saputo dare una risposta ai cambiamenti della storia. Il primo cambiamento è quello demografico. Insieme alla Germania e alla Spagna abbiamo il più basso tasso di natalità d’Europa”.
Anche al primo anno della più squinternata facoltà universitaria insegnano che l’andamento demografico è conseguenza dei cicli economici e non viceversa, specie in una società avanzata in cui non si fanno più dieci figli sperando che ne sopravviva qualcuno. In altre parole: se le generazioni in età fertile non fanno figli ci deve essere una ragione ancora più forte dell’etologico istinto di riproduzione.
Il Falsario si rivela subito tale provando a spiegare il perché: “La necessaria risposta a questo problema è duplice: in primo luogo un aiuto alle famiglie con strumenti finanziari e con l’offerta di servizi per i nascituri e per i nati. Servizi che debbono essere certi e duraturi nel tempo. Gli interventi una-tantum non hanno alcun effetto”.
Per lui, insomma, non si fanno figli perché il governo non assicura abbastanza bonus bebè, pannolini a sconto e asili nido (che in effetti ridurrebbero in piccola parte costi e stress dei neo-genitori).
Vi sembra un’analisi seria? Chiunque conosca – o sia – una persona in piena “maturità riproduttiva” vede che il primo motivo della “sterilità involontaria” è nella precarietà del lavoro, nei salari da fame (e neanche sempre pagati), nel livello degli affitti, nell’impossibilità di avere un mutuo casa senza poter offrire le “garanzie” richieste. Se i pasti fondamentali te li assicura la mamma e per i vestiti ti rifornisci alle bancarelle dell’usato o attendi il regalo di Natale...
Per “riprodursi” – e riprodurre dunque la forza-lavoro complessiva – occorre un’occupazione stabile e un salario che garantisca almeno la sopravvivenza in una società industriale avanzata (dove, oltre a casa, cibo e vestiario, è indispensabile avere una qualunque automobile, un telefono, una tv, ecc). E invece viviamo in un sistema in cui la normalità è un salario al di sotto di quel livello – 500/800 euro, nella media dei lavori precari – e dunque, anche se lo Stato mi passasse i pannolini gratis, io un bambino lì dentro non ce lo posso mettere...
Il Falsario lo sa benissimo, ma la sua “ricetta” contro il calo demografico ha un secondo pilastro ancora più stupido del primo: “La seconda risposta riguarda l’età pensionabile: essa, pur prendendo in considerazione le necessarie eccezioni, non può non tenere conto dello straordinario positivo aumento della maggiore durata dell’età media dei nostri concittadini.”
È proprio quello che avviene da un quarto di secolo (dalla prima “riforma delle pensioni”, quella firmata Lamberto Dini, nel ‘95-’96): aumento dell’età pensionabile per i “vecchietti” e lavoretti precari per i più giovani. È questo meccanismo genocida che – insieme ad altre “politiche di austerità” – ha bloccato da decenni la “riproduzione” della popolazione, costringendo i giovani a rinviare all’infinito la scelta di fare figli e gli anziani a restare fino alla morte su posti di lavoro che avrebbero potuto essere occupati dai primi.
Il Falsario lo sa. Ma ci vorrebbe convincere che “non lo abbiamo fatto abbastanza”...
E perché non sarebbero state fatte “abbastanza riforme”? Ma è ovvio: “il terzo ostacolo che si oppone alla nostra ripresa economica: la durata dei governi. Ci siamo spesso illusi che questo non fosse un ostacolo invalicabile, dato che erano di breve durata anche i governi dell’epoca del miracolo italiano. Era invece tutta un’altra storia perché, nella sostanza, si trattava di semplici rimpasti, dopo i quali non cambiava la linea dell’esecutivo e, spesso, non ne cambiavano nemmeno i componenti. I mutamenti di oggi toccano invece le linee fondamentali della politica e generano una continua incertezza perfino sul quadro normativo esistente. Disorientano perciò i nostri investitori, spaventano quelli stranieri e, adottando un’imprevedibile strategia con i paesi europei e con il resto del mondo, rendono più difficile il nostro ruolo nell’economia mondiale.”
Giuda si sarebbe fermato un attimo, prima di buttare lì anche questa sciocchezza. Tutta la storia della “seconda Repubblica” è segnata dalla sottomissione dei governi nazionali alle prescrizioni della Commissione Europea, in un crescendo di controlli (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, ecc.) che di fatto rende impossibile l’approvazione di qualsiasi “riforma” in contrasto con le indicazioni di Bruxelles.
In altre parole, i “nostri” governi sono di breve durata perché è impossibile per chiunque mantenere il consenso sociale applicando quelle politiche di austerità; e quindi le coalizioni si formano e scompongono, i partiti politici nascono e muoiono, i flussi elettorali sono totalmente “liquidi” (si passa in pochi mesi dal 41 al 4%, come Renzi, o viceversa come Salvini). L’unica cosa che resta ferma, in questa continua danza immobile, sono i vincoli europei. Ossia ciò che produce l’instabilità politica imponendo il declino economico.
Il Falsario lo sa benissimo, perché di quei governi e persino della Commissione Europea è stato componente, presidente, “consigliori”. Ma il vero obbiettivo è semplice, stupido, illusorio e profondamente anti-democratico: “il rimedio non può essere che una legge elettorale maggioritaria, progettata non per proteggere gli interessi delle forze politiche temporaneamente più forti, ma per dare stabilità ai governi e alle istituzioni”.
Ogni narrazione fasulla finisce in piscem, e questa è più fasulla di tutte. In pratica, secondo il Falsario, basterebbe una legge elettorale che blinda una maggioranza per cinque anni e tutto sarebbe risolto, anche il declino economico... Basterebbe ricordargli che quella legge elettorale c’è stata per quasi venti anni, e che anche l’attuale – di fatto – è fortemente “maggioritaria”. Sembra sfuggirgli, al Falsario, che gli esseri umani normali (persino gli abominati “onorevoli”) possono cambiare idea, schieramento, casacca, padrone... Alla faccia del meccanismo elettorale che li ha selezionati.
E dire che il Falsario c’è passato più volte (una con D’Alema, l’altra con Mastella). Si chiama infatti Romano Prodi.
Il quadro reale
Sistemata la narrazione con la quale ci scontriamo tutti i giorni, vediamo un po’ come sta effettivamente la situazione del Paese. L’analista che fornisce dati e lettura è Guido Salerno Aletta, e l’editoriale compare su Milano Finanza.
Qui il nostro sforzo sarà soprattutto quello di “tradurre” in linguaggio corrente qualche passaggio un po’ troppo “tecnico”.
“Cominciamo dalla competitività internazionale dell’Italia. L’export continua a macinare record, arrivando nei primi dieci mesi dell’anno ad un attivo di oltre 43 miliardi di euro, che sale a 76 miliardi calcolandolo al netto della bolletta petrolifera. La posizione finanziaria netta (NIIP) è ormai in pareggio: non siamo più prenditori di capitali, ma esportatori, con ben esiguo profitto per la crescita interna. Investiamo all’estero da cui traiamo rendite consistenti con un saldo positivo anche per i redditi primari della bilancia dei pagamenti correnti.”
È un altro mondo, rispetto alla depressione prodiana. Le esportazioni tirano tantissimo, segno che la produzione nazionale è assolutamente competitiva con quella internazionale. E ci mancherebbe pure, visto il costo del lavoro sottoterra e un know how ancora di buon livello.
Ma “La crescita dell’export italiano deriva dai mercati esterni all’Unione europea, con picchi di incremento negli Usa e Svizzera, seguiti a distanza da Francia e Gran Bretagna, mentre l’OPEC collassa e cede la Germania. Si paga il traino pluriennale come fornitori di manifattura rispetto al settore automobilistico tedesco, che non avrà facile ripresa.”
Fare i “contoterzisti” dei tedeschi ha avuto i suoi limitati vantaggi (solo per chi era agganciato a quel treno), ma ora anche quella minima festa è finita. Insistere su quel fronte sarebbe da stupidi.
Soprattutto, però, la ricchezza consolidata in capitale prende la via degli impieghi all’estero, anziché in Italia. E la ragione è l’esatto opposto di quelle suggerite dall’ex padre nobile del Pd.
Infatti: “Di converso, cala l’import dell’Italia, un fenomeno che ha pochi precedenti se non in momenti di profonda crisi. È la domanda interna che non regge più, per via delle continue politiche fiscali e salariali restrittive. In un anno, le importazioni sono calate del 5,8%.
Le famiglie tendono a risparmiare, a rinviare ogni spesa non strettamente necessaria, abbandonando anche la manutenzione degli immobili, spesso lasciati andare in rovina quando richiederebbero interventi straordinari. Nel settore immobiliare, la tassazione patrimoniale sulle seconde case ha ottenuto ben poche entrate fiscali, a fronte di un abbattimento del valore e dell’azzeramento della funzione di garanzia a fronte di prestiti bancari. La persistente richiesta della Commissione europea e del Fmi di reintrodurre l’Imu anche sulla prima casa dimostra l’incapacità di cogliere le relazioni sistemiche.”
La “domanda interna”, per chi non lo sapesse, dipende dal livello delle retribuzioni, oltre che da quel tanto di patrimonio accantonato. Ma se quel patrimonio è fatto di immobili – la scomparsa dell’edilizia residenziale pubblica ha costretto quasi tutti i lavoratori dipendenti a “comprare casa” – non può “compensare” i bassi salari. Anzi, richiederebbero anche quelli una spesa per manutenzione, che non c’è possibilità di fare. Il che ricade negativamente su un comparto produttivo – l’edilizia – già in forte crisi.
Naturalmente non è finita qui...
“Come se non bastasse, si registra una caduta della variazione tendenziale anche dei prezzi all’importazione, del 3,8%, pilotata dalla componente energetica. Nell’Unione europea, la politica fiscale persegue obiettivi contrastanti rispetto a quelli della politica monetaria: mentre i vincoli del Fiscal Compact comportano che il tasso di disoccupazione debba essere mantenuto ad un livello elevato al fine di scoraggiare una pressione inflazionistica dei salari, la Bce continua ad ipotizzare con sempre minore convinzione un aumento annuo dei prezzi al 2%. Quando i prezzi all’importazione calano, la politica fiscale e salariale rimane restrittiva, è già un miracolo che non si ricada in deflazione.”
Qui cominciano a venir fuori le ragioni strutturali e sistemiche della crisi italiana, che hanno origine – “da quasi 25 anni” – nei trattati e nella “cultura economica” che si è imposta nell’Unione Europea. Alta disoccupazione e bassi salari sono in contrasto con una crescita dell’inflazione anche di livello molto modesto; ma se i prezzi sono attesi stabili o in calo, nessun imprenditore investe (o comunque si tiene molto più “prudente”). Il che, ovviamente, ha conseguenze ancora più depressive.
Le banche, cuore del sistema produttivo – specie di quello italiano, fondato sulla centralità dell’impresa “familiare”, quindi senza grandi capitali e senza ricorso alla capitalizzazione di borsa – fanno la loro parte nell’aggravare la situazione. E non solo per propria colpa: “Per quanto riguarda il credito alle imprese italiane, nel silenzio generale continua lo strangolamento: tra il 2011 e l’agosto scorso la contrazione è stata di 260 miliardi di euro, pari al 15% dello stock iniziale. Ad ottobre scorso, rispetto alla fine del 2017, la riduzione è stata di 84 miliardi di euro; in soli dieci mesi, rispetto alla fine del 2018, è stata di 46 miliardi di euro, pari a 3 punti di pil. Sono dati irrilevanti nel dibattito generale.”
Sempre meno credito alle imprese (e la situazione peggiorerà con il Mes...), sempre meno investimenti privati, uguale sempre meno dinamica economica positiva. Altro che pannolini e bonus bebè...
“L’economia reale, intanto, continua a finanziare la rendita, attraverso il pagamento degli interessi sul debito pubblico che vengono accollati alla tassazione. Il saldo primario di bilancio pubblico rappresenta ormai da decenni un fattore recessivo: nel 2020, secondo il Nadef presentato lo scorso 30 settembre, il rapporto deficit/pil sarà del 2,2%, il peso degli interessi del 3,3% ed il saldo primario dell’1,1%. Negli anni scorsi, il rapporto interessi/pil è caduto di mezzo punto percentuale, passando dal 3,8% del 2017 al 3,3% del 2020. Il saldo primario si è contratto di quattro decimi di punto passando dall’1,5% del 2018 all’1,1% del 2020.
Il risanamento del debito pubblico attraverso l’aumento del saldo primario, che è stato teorizzato sin dal 1992, è una ricetta usurata, che va completamente ripensata. Per azzerare il deficit del 2020, pari al 2,2% del pil, si dovrebbe incrementare dello stesso ammontare il saldo primario, portandolo dall’1,1% al 3,4% . Gli effetti sul pil sarebbero disastrosi, facendoci tornare in recessione: il rapporto debito/pil peggiorerebbe per via della caduta del denominatore della frazione, come è già accaduto dal 2012. Una cura che uccide il malato, dopo averlo dissanguato per decenni.”
Traduciamo? Servirebbero investimenti pubblici, ma sono vietati dalle regole europee. Le quali, al contrario, impongono un aumento dei tagli alla spesa pubblica (l’aumento dell’avanzo primario significa che lo Stato spende molto meno di quello che incassa con le tasse; e lo fa da quasi 20 anni) per ridurre il debito in rapporto al Pil. Che però non può diminuire già solo per ragioni aritmetiche (se il Pil non cresce, il debito come proporzione sale anche se la spesa diminuisce). A queste si aggiungono le ragioni finanziarie, perché l’alto spread costringe a pagare interessi su quel debito molto più alti di quanto non sarebbe giusto.
E infatti Salerno Aletta scrive che “Occorre un meccanismo di riequilibrio: così come viene imposto il criterio della severa condizionalità per gli Stati che chiedono aiuti, è indispensabile che quelli che seguono i criteri di convergenza si vedano riconosciuta la giusta premialità attraverso l’azzeramento dello spread: questo è il Qe che serve. L’Italia, facendo il paragone con l’onere per interessi pagato dalla Francia che ha un volume di debito praticamente identico, risparmierebbe 20 miliardi di euro l’anno. Si arriverebbe al sostanziale abbattimento del deficit, che dipende solo ed esclusivamente dal maggior costo del debito.”
Messa così, il problema è: chi deve tirare la cinghia? La popolazione (italiana in questo caso, ma vale lo stesso per gli altri paesi UE) o la finanza speculativa? La risposta “europea” – e di Prodi, ossia del Pd – è chiara: i lavoratori dipendenti, i piccoli risparmiatori, le nuove generazioni, i vecchi che non devono andare in pensione fino alla morte. E non che su questo Lega, M5S, Conte, Berlusconi o Meloni la pensino diversamente...
Il che pone un problema politico serio anche a una quota importante della “borghesia” italiana, che sente ormai direttamente su di sé – sui propri patrimoni, attività, ricchezze, ecc. – la pressione dell’ansia di profitto della “borghesia europea” (a centralità franco-tedesca, com’è noto).
Basti pensare alle regole bancarie fin qui difese ad oltranza dalla UE: “Neppure più soddisfacente sembra essere alla prova dei fatti la strategia normativa seguita in Europa per evitare l’azzardo morale nella gestione bancaria. Non è mai stato considerato neppure plausibile l’obiettivo di evitare aggregazioni bancarie eccessivamente ampie, quelle che in passato avevano garantito una indiretta protezione per via del fatto di essere too big to fail, in quanto il confronto con i giganti americani e cinesi avrebbe svantaggiato in partenza i competitor europei.
Neppure lontanamente è stata ravvisata la possibilità di introdurre limiti al trading in proprio ed alle attività finanziarie rispetto al credito, attraverso una sorta di Volker Rule. Si è optato sin dal 2013 per il bail-in: da una parte, è stato introdotto il divieto di aiuti di Stato al sistema bancario, e dall’altra il sistema di risoluzione unificato (BRRD), che accolla il costo del fallimento bancario agli azionisti, agli obbligazionisti ed ai depositanti per le somme ulteriori rispetto ai 100 mila euro.”
Anzi...
“La riforma del MES costituisce una rete di garanzia a favore del Fondo di Risoluzione bancaria: il bail out, cacciato dalla finestra, rientra dal portone principale: d’altra parte, una dotazione complessiva nell’Eurozona di 55 miliardi di euro, all’orizzonte degli otto anni dalla sua attivazione, è una inezia.”
Traduzione: il Mes dovrà essere per forza rimpinguato con fondi degli Stati, ma gli Stati che chiederanno la sua “protezione” per le banche nazionali saranno costretti a consegnare definitivamente le chiavi del proprio bilancio a un organismo “tecnico” orientato in senso ordoliberista. Come ha giustamente sintetizzato Marco Veronese Passarella, docente alla Leeds University Business School, “Accendere un mutuo onerosissimo e perdere il lavoro per essere ammessi come soci in un’associazione che minaccia e penalizza i soci disoccupati e indebitati, sequestrando loro il portafoglio e i figli. Ecco, in sintesi, la storia macroeconomica italiana degli ultimi trent’anni”.
Il meccanismo è un po’ complesso, ma neanche tanto. Si tratta infatti di decisioni politiche spacciate per “buone pratiche economiche”, che penalizzano posizioni o pratiche finanziarie fin qui “normali”, rendendole così prede a disposizione per la speculazione finanziaria. Naturalmente quelle decisioni politiche sono altamente asimmetriche, e puntano a penalizzare alcuni sistemi economici (l’Italia, soprattutto, per dimensioni del “bottino” disponibile) e salvaguardarne altri che sono entrati da tempo in grave crisi (la Germania, of course).
Tecnicamente, Salerno Aletta lo spiega benissimo:
“la decisione di penalizzare le obbligazioni bancarie subordinate, nel caso di bail-in, ha indotto i depositanti italiani a trattenere i propri depositi in forma liquida, a vista. Ciò comporta una maggiore difficoltà da parte delle banche di operare la trasformazione delle scadenze e la necessità di acquisire in contropartita asset altrettanto liquidi come i titoli Stato o di accrescere le riserve libere presso la Bce.
La decisione di penalizzare queste ultime detenzioni applicando un tasso negativo, per quanto ora parzialmente mitigata, riduce i margini di intermediazione. Anche qui, si è creata una morsa: i depositi presso la Bce, pur essendo risk free per definizione come lo sono i titoli di Stato, comportano margini negativi mentre i secondi producono rendimenti. Ma l’immissione di liquidità con il Qe ha reso negativi anche questi impieghi, in alcuni casi per tutto l’arco delle scadenze. Un riequilibrio al ribasso che scassa i conti delle banche.
Considerando il solo profilo degli impieghi bancari, l'ipotesi di attribuire ai titoli di Stato un gradiente di rischio comporterebbe conseguenze drammatiche: per mantenerli in portafoglio occorrerebbe procedere ad aumenti di capitale, oppure ridurre il credito ai privati.
Per quanto riguarda il funzionamento dell’Unione economica e monetaria, per il momento è tutto. C’è davvero del metodo, in questa follia.”
Questa follia, dicevamo, ha alle spalle trattati e istituzioni continentali. Quei trattati sono stati firmati da tutti i governi italiani degli ultimi 30 anni. Quelle istituzioni hanno visto protagonisti alcuni “funzionari italiani” indicati da tutti i partiti che sono stati al governo nello stesso periodo.
Non c’è dunque nessuno – nell’attuale “classe politica” – che possa dirsi innocente.
Men che meno Romano Prodi, due volte primo ministro italiano, per cinque anni capo della Commissione Europea (prima di Barroso, Juncker e Von der Leyen).
Che infatti deve fare il Falsario e raccontare che il problema è da un’altra parte. Nei pannolini troppo costosi, per esempio...
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Ogni tradizione è tutt’altro che innocente, quindi abbiamo scelto di proporvi due articoli completamente opposti, pur provenendo da due testate che sono parte integrante della “buona borghesia” nazionale. La quale non deve attraversare un periodo facile, se è oscillante tra due visioni – e interessi – così lontane.
La diversità è anche nel tipo di testata, oltre che nell’autore. La prima è un antico e noto – ma non “prestigioso” – quotidiano italico, che affida “l’articolessa” a un notissimo protagonista della politica nazionale con riconosciute competenze economiche. L’altra è un quotidiano “di nicchia”, specializzato sui temi economici e dunque letto da “addetti ai lavori” (imprenditori e operatori finanziari), che si affida invece a un analista dalla penna feroce, piuttosto incline a guardare le cose in faccia, per come sono. Che è poi quello che chiede il “lettore tipo” di quel giornale (gente che deve investire o gestire cifre importanti e dunque ha bisogno di informazioni vere, non di “narrazioni”).
Date queste premesse, avrete già capito che il primo editoriale è scritto da un Falsario in servizio permanente effettivo, il secondo ci aiuta a districarci nella nebbia. Ma è bene conoscerli entrambi, perché per combattere i luoghi comuni (ideologia pura, ossia “falsa coscienza”) del primo occorre conoscere, se non padroneggiare, le informazioni e la logica del secondo.
Anche il Falsario, comunque, deve partire a un fatto vero per dare l’impressione della serietà al suo argomentare. Sarà l’unica cosa autentica del suo articolo e quindi citiamola:
“da quasi 25 anni la nostra vita economica si è distaccata da quella di tutti gli altri grandi paesi mondiali e, nei diciannove anni di questo secolo, non vi è stata alcuna crescita. Nella pur sfortunata storia d’Italia non abbiamo mai avuto un periodo di stagnazione così prolungato. E lo abbiamo avuto in una fase di discreta, anche se rallentata, crescita dell’economia mondiale.”
Un quarto di secolo è un periodo lunghissimo, nella modernità. Nel Novecento, in un arco di tempo così, si è riusciti a fare due guerre mondiali con in mezzo la più grande crisi economica riportata sui libri di Storia. Se dunque la crisi italiana ha una biografia così lunga dobbiamo prendere coscienza che siamo di fronte a qualcosa di più di un “malessere economico”. Siamo in presenza di una crisi storica, quasi di civiltà, che spezza in modo drammatico – più o meno come una guerra – la linea di sviluppo del nostro paese.
Ci si aspetterebbe dunque che un quadro così grave venisse affrontato con la necessaria serietà. Invece il Falsario la butta subito sul moralismo d’accatto, sulla colpevolizzazione della popolazione tutta, in modo rigorosamente generico (così non si sa mai di chi può essere “la colpa”). Leggiamolo: “La ragione dell’anomalo comportamento italiano la si deve attribuire al fatto che non abbiamo saputo dare una risposta ai cambiamenti della storia. Il primo cambiamento è quello demografico. Insieme alla Germania e alla Spagna abbiamo il più basso tasso di natalità d’Europa”.
Anche al primo anno della più squinternata facoltà universitaria insegnano che l’andamento demografico è conseguenza dei cicli economici e non viceversa, specie in una società avanzata in cui non si fanno più dieci figli sperando che ne sopravviva qualcuno. In altre parole: se le generazioni in età fertile non fanno figli ci deve essere una ragione ancora più forte dell’etologico istinto di riproduzione.
Il Falsario si rivela subito tale provando a spiegare il perché: “La necessaria risposta a questo problema è duplice: in primo luogo un aiuto alle famiglie con strumenti finanziari e con l’offerta di servizi per i nascituri e per i nati. Servizi che debbono essere certi e duraturi nel tempo. Gli interventi una-tantum non hanno alcun effetto”.
Per lui, insomma, non si fanno figli perché il governo non assicura abbastanza bonus bebè, pannolini a sconto e asili nido (che in effetti ridurrebbero in piccola parte costi e stress dei neo-genitori).
Vi sembra un’analisi seria? Chiunque conosca – o sia – una persona in piena “maturità riproduttiva” vede che il primo motivo della “sterilità involontaria” è nella precarietà del lavoro, nei salari da fame (e neanche sempre pagati), nel livello degli affitti, nell’impossibilità di avere un mutuo casa senza poter offrire le “garanzie” richieste. Se i pasti fondamentali te li assicura la mamma e per i vestiti ti rifornisci alle bancarelle dell’usato o attendi il regalo di Natale...
Per “riprodursi” – e riprodurre dunque la forza-lavoro complessiva – occorre un’occupazione stabile e un salario che garantisca almeno la sopravvivenza in una società industriale avanzata (dove, oltre a casa, cibo e vestiario, è indispensabile avere una qualunque automobile, un telefono, una tv, ecc). E invece viviamo in un sistema in cui la normalità è un salario al di sotto di quel livello – 500/800 euro, nella media dei lavori precari – e dunque, anche se lo Stato mi passasse i pannolini gratis, io un bambino lì dentro non ce lo posso mettere...
Il Falsario lo sa benissimo, ma la sua “ricetta” contro il calo demografico ha un secondo pilastro ancora più stupido del primo: “La seconda risposta riguarda l’età pensionabile: essa, pur prendendo in considerazione le necessarie eccezioni, non può non tenere conto dello straordinario positivo aumento della maggiore durata dell’età media dei nostri concittadini.”
È proprio quello che avviene da un quarto di secolo (dalla prima “riforma delle pensioni”, quella firmata Lamberto Dini, nel ‘95-’96): aumento dell’età pensionabile per i “vecchietti” e lavoretti precari per i più giovani. È questo meccanismo genocida che – insieme ad altre “politiche di austerità” – ha bloccato da decenni la “riproduzione” della popolazione, costringendo i giovani a rinviare all’infinito la scelta di fare figli e gli anziani a restare fino alla morte su posti di lavoro che avrebbero potuto essere occupati dai primi.
Il Falsario lo sa. Ma ci vorrebbe convincere che “non lo abbiamo fatto abbastanza”...
E perché non sarebbero state fatte “abbastanza riforme”? Ma è ovvio: “il terzo ostacolo che si oppone alla nostra ripresa economica: la durata dei governi. Ci siamo spesso illusi che questo non fosse un ostacolo invalicabile, dato che erano di breve durata anche i governi dell’epoca del miracolo italiano. Era invece tutta un’altra storia perché, nella sostanza, si trattava di semplici rimpasti, dopo i quali non cambiava la linea dell’esecutivo e, spesso, non ne cambiavano nemmeno i componenti. I mutamenti di oggi toccano invece le linee fondamentali della politica e generano una continua incertezza perfino sul quadro normativo esistente. Disorientano perciò i nostri investitori, spaventano quelli stranieri e, adottando un’imprevedibile strategia con i paesi europei e con il resto del mondo, rendono più difficile il nostro ruolo nell’economia mondiale.”
Giuda si sarebbe fermato un attimo, prima di buttare lì anche questa sciocchezza. Tutta la storia della “seconda Repubblica” è segnata dalla sottomissione dei governi nazionali alle prescrizioni della Commissione Europea, in un crescendo di controlli (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, ecc.) che di fatto rende impossibile l’approvazione di qualsiasi “riforma” in contrasto con le indicazioni di Bruxelles.
In altre parole, i “nostri” governi sono di breve durata perché è impossibile per chiunque mantenere il consenso sociale applicando quelle politiche di austerità; e quindi le coalizioni si formano e scompongono, i partiti politici nascono e muoiono, i flussi elettorali sono totalmente “liquidi” (si passa in pochi mesi dal 41 al 4%, come Renzi, o viceversa come Salvini). L’unica cosa che resta ferma, in questa continua danza immobile, sono i vincoli europei. Ossia ciò che produce l’instabilità politica imponendo il declino economico.
Il Falsario lo sa benissimo, perché di quei governi e persino della Commissione Europea è stato componente, presidente, “consigliori”. Ma il vero obbiettivo è semplice, stupido, illusorio e profondamente anti-democratico: “il rimedio non può essere che una legge elettorale maggioritaria, progettata non per proteggere gli interessi delle forze politiche temporaneamente più forti, ma per dare stabilità ai governi e alle istituzioni”.
Ogni narrazione fasulla finisce in piscem, e questa è più fasulla di tutte. In pratica, secondo il Falsario, basterebbe una legge elettorale che blinda una maggioranza per cinque anni e tutto sarebbe risolto, anche il declino economico... Basterebbe ricordargli che quella legge elettorale c’è stata per quasi venti anni, e che anche l’attuale – di fatto – è fortemente “maggioritaria”. Sembra sfuggirgli, al Falsario, che gli esseri umani normali (persino gli abominati “onorevoli”) possono cambiare idea, schieramento, casacca, padrone... Alla faccia del meccanismo elettorale che li ha selezionati.
E dire che il Falsario c’è passato più volte (una con D’Alema, l’altra con Mastella). Si chiama infatti Romano Prodi.
Il quadro reale
Sistemata la narrazione con la quale ci scontriamo tutti i giorni, vediamo un po’ come sta effettivamente la situazione del Paese. L’analista che fornisce dati e lettura è Guido Salerno Aletta, e l’editoriale compare su Milano Finanza.
Qui il nostro sforzo sarà soprattutto quello di “tradurre” in linguaggio corrente qualche passaggio un po’ troppo “tecnico”.
“Cominciamo dalla competitività internazionale dell’Italia. L’export continua a macinare record, arrivando nei primi dieci mesi dell’anno ad un attivo di oltre 43 miliardi di euro, che sale a 76 miliardi calcolandolo al netto della bolletta petrolifera. La posizione finanziaria netta (NIIP) è ormai in pareggio: non siamo più prenditori di capitali, ma esportatori, con ben esiguo profitto per la crescita interna. Investiamo all’estero da cui traiamo rendite consistenti con un saldo positivo anche per i redditi primari della bilancia dei pagamenti correnti.”
È un altro mondo, rispetto alla depressione prodiana. Le esportazioni tirano tantissimo, segno che la produzione nazionale è assolutamente competitiva con quella internazionale. E ci mancherebbe pure, visto il costo del lavoro sottoterra e un know how ancora di buon livello.
Ma “La crescita dell’export italiano deriva dai mercati esterni all’Unione europea, con picchi di incremento negli Usa e Svizzera, seguiti a distanza da Francia e Gran Bretagna, mentre l’OPEC collassa e cede la Germania. Si paga il traino pluriennale come fornitori di manifattura rispetto al settore automobilistico tedesco, che non avrà facile ripresa.”
Fare i “contoterzisti” dei tedeschi ha avuto i suoi limitati vantaggi (solo per chi era agganciato a quel treno), ma ora anche quella minima festa è finita. Insistere su quel fronte sarebbe da stupidi.
Soprattutto, però, la ricchezza consolidata in capitale prende la via degli impieghi all’estero, anziché in Italia. E la ragione è l’esatto opposto di quelle suggerite dall’ex padre nobile del Pd.
Infatti: “Di converso, cala l’import dell’Italia, un fenomeno che ha pochi precedenti se non in momenti di profonda crisi. È la domanda interna che non regge più, per via delle continue politiche fiscali e salariali restrittive. In un anno, le importazioni sono calate del 5,8%.
Le famiglie tendono a risparmiare, a rinviare ogni spesa non strettamente necessaria, abbandonando anche la manutenzione degli immobili, spesso lasciati andare in rovina quando richiederebbero interventi straordinari. Nel settore immobiliare, la tassazione patrimoniale sulle seconde case ha ottenuto ben poche entrate fiscali, a fronte di un abbattimento del valore e dell’azzeramento della funzione di garanzia a fronte di prestiti bancari. La persistente richiesta della Commissione europea e del Fmi di reintrodurre l’Imu anche sulla prima casa dimostra l’incapacità di cogliere le relazioni sistemiche.”
La “domanda interna”, per chi non lo sapesse, dipende dal livello delle retribuzioni, oltre che da quel tanto di patrimonio accantonato. Ma se quel patrimonio è fatto di immobili – la scomparsa dell’edilizia residenziale pubblica ha costretto quasi tutti i lavoratori dipendenti a “comprare casa” – non può “compensare” i bassi salari. Anzi, richiederebbero anche quelli una spesa per manutenzione, che non c’è possibilità di fare. Il che ricade negativamente su un comparto produttivo – l’edilizia – già in forte crisi.
Naturalmente non è finita qui...
“Come se non bastasse, si registra una caduta della variazione tendenziale anche dei prezzi all’importazione, del 3,8%, pilotata dalla componente energetica. Nell’Unione europea, la politica fiscale persegue obiettivi contrastanti rispetto a quelli della politica monetaria: mentre i vincoli del Fiscal Compact comportano che il tasso di disoccupazione debba essere mantenuto ad un livello elevato al fine di scoraggiare una pressione inflazionistica dei salari, la Bce continua ad ipotizzare con sempre minore convinzione un aumento annuo dei prezzi al 2%. Quando i prezzi all’importazione calano, la politica fiscale e salariale rimane restrittiva, è già un miracolo che non si ricada in deflazione.”
Qui cominciano a venir fuori le ragioni strutturali e sistemiche della crisi italiana, che hanno origine – “da quasi 25 anni” – nei trattati e nella “cultura economica” che si è imposta nell’Unione Europea. Alta disoccupazione e bassi salari sono in contrasto con una crescita dell’inflazione anche di livello molto modesto; ma se i prezzi sono attesi stabili o in calo, nessun imprenditore investe (o comunque si tiene molto più “prudente”). Il che, ovviamente, ha conseguenze ancora più depressive.
Le banche, cuore del sistema produttivo – specie di quello italiano, fondato sulla centralità dell’impresa “familiare”, quindi senza grandi capitali e senza ricorso alla capitalizzazione di borsa – fanno la loro parte nell’aggravare la situazione. E non solo per propria colpa: “Per quanto riguarda il credito alle imprese italiane, nel silenzio generale continua lo strangolamento: tra il 2011 e l’agosto scorso la contrazione è stata di 260 miliardi di euro, pari al 15% dello stock iniziale. Ad ottobre scorso, rispetto alla fine del 2017, la riduzione è stata di 84 miliardi di euro; in soli dieci mesi, rispetto alla fine del 2018, è stata di 46 miliardi di euro, pari a 3 punti di pil. Sono dati irrilevanti nel dibattito generale.”
Sempre meno credito alle imprese (e la situazione peggiorerà con il Mes...), sempre meno investimenti privati, uguale sempre meno dinamica economica positiva. Altro che pannolini e bonus bebè...
“L’economia reale, intanto, continua a finanziare la rendita, attraverso il pagamento degli interessi sul debito pubblico che vengono accollati alla tassazione. Il saldo primario di bilancio pubblico rappresenta ormai da decenni un fattore recessivo: nel 2020, secondo il Nadef presentato lo scorso 30 settembre, il rapporto deficit/pil sarà del 2,2%, il peso degli interessi del 3,3% ed il saldo primario dell’1,1%. Negli anni scorsi, il rapporto interessi/pil è caduto di mezzo punto percentuale, passando dal 3,8% del 2017 al 3,3% del 2020. Il saldo primario si è contratto di quattro decimi di punto passando dall’1,5% del 2018 all’1,1% del 2020.
Il risanamento del debito pubblico attraverso l’aumento del saldo primario, che è stato teorizzato sin dal 1992, è una ricetta usurata, che va completamente ripensata. Per azzerare il deficit del 2020, pari al 2,2% del pil, si dovrebbe incrementare dello stesso ammontare il saldo primario, portandolo dall’1,1% al 3,4% . Gli effetti sul pil sarebbero disastrosi, facendoci tornare in recessione: il rapporto debito/pil peggiorerebbe per via della caduta del denominatore della frazione, come è già accaduto dal 2012. Una cura che uccide il malato, dopo averlo dissanguato per decenni.”
Traduciamo? Servirebbero investimenti pubblici, ma sono vietati dalle regole europee. Le quali, al contrario, impongono un aumento dei tagli alla spesa pubblica (l’aumento dell’avanzo primario significa che lo Stato spende molto meno di quello che incassa con le tasse; e lo fa da quasi 20 anni) per ridurre il debito in rapporto al Pil. Che però non può diminuire già solo per ragioni aritmetiche (se il Pil non cresce, il debito come proporzione sale anche se la spesa diminuisce). A queste si aggiungono le ragioni finanziarie, perché l’alto spread costringe a pagare interessi su quel debito molto più alti di quanto non sarebbe giusto.
E infatti Salerno Aletta scrive che “Occorre un meccanismo di riequilibrio: così come viene imposto il criterio della severa condizionalità per gli Stati che chiedono aiuti, è indispensabile che quelli che seguono i criteri di convergenza si vedano riconosciuta la giusta premialità attraverso l’azzeramento dello spread: questo è il Qe che serve. L’Italia, facendo il paragone con l’onere per interessi pagato dalla Francia che ha un volume di debito praticamente identico, risparmierebbe 20 miliardi di euro l’anno. Si arriverebbe al sostanziale abbattimento del deficit, che dipende solo ed esclusivamente dal maggior costo del debito.”
Messa così, il problema è: chi deve tirare la cinghia? La popolazione (italiana in questo caso, ma vale lo stesso per gli altri paesi UE) o la finanza speculativa? La risposta “europea” – e di Prodi, ossia del Pd – è chiara: i lavoratori dipendenti, i piccoli risparmiatori, le nuove generazioni, i vecchi che non devono andare in pensione fino alla morte. E non che su questo Lega, M5S, Conte, Berlusconi o Meloni la pensino diversamente...
Il che pone un problema politico serio anche a una quota importante della “borghesia” italiana, che sente ormai direttamente su di sé – sui propri patrimoni, attività, ricchezze, ecc. – la pressione dell’ansia di profitto della “borghesia europea” (a centralità franco-tedesca, com’è noto).
Basti pensare alle regole bancarie fin qui difese ad oltranza dalla UE: “Neppure più soddisfacente sembra essere alla prova dei fatti la strategia normativa seguita in Europa per evitare l’azzardo morale nella gestione bancaria. Non è mai stato considerato neppure plausibile l’obiettivo di evitare aggregazioni bancarie eccessivamente ampie, quelle che in passato avevano garantito una indiretta protezione per via del fatto di essere too big to fail, in quanto il confronto con i giganti americani e cinesi avrebbe svantaggiato in partenza i competitor europei.
Neppure lontanamente è stata ravvisata la possibilità di introdurre limiti al trading in proprio ed alle attività finanziarie rispetto al credito, attraverso una sorta di Volker Rule. Si è optato sin dal 2013 per il bail-in: da una parte, è stato introdotto il divieto di aiuti di Stato al sistema bancario, e dall’altra il sistema di risoluzione unificato (BRRD), che accolla il costo del fallimento bancario agli azionisti, agli obbligazionisti ed ai depositanti per le somme ulteriori rispetto ai 100 mila euro.”
Anzi...
“La riforma del MES costituisce una rete di garanzia a favore del Fondo di Risoluzione bancaria: il bail out, cacciato dalla finestra, rientra dal portone principale: d’altra parte, una dotazione complessiva nell’Eurozona di 55 miliardi di euro, all’orizzonte degli otto anni dalla sua attivazione, è una inezia.”
Traduzione: il Mes dovrà essere per forza rimpinguato con fondi degli Stati, ma gli Stati che chiederanno la sua “protezione” per le banche nazionali saranno costretti a consegnare definitivamente le chiavi del proprio bilancio a un organismo “tecnico” orientato in senso ordoliberista. Come ha giustamente sintetizzato Marco Veronese Passarella, docente alla Leeds University Business School, “Accendere un mutuo onerosissimo e perdere il lavoro per essere ammessi come soci in un’associazione che minaccia e penalizza i soci disoccupati e indebitati, sequestrando loro il portafoglio e i figli. Ecco, in sintesi, la storia macroeconomica italiana degli ultimi trent’anni”.
Il meccanismo è un po’ complesso, ma neanche tanto. Si tratta infatti di decisioni politiche spacciate per “buone pratiche economiche”, che penalizzano posizioni o pratiche finanziarie fin qui “normali”, rendendole così prede a disposizione per la speculazione finanziaria. Naturalmente quelle decisioni politiche sono altamente asimmetriche, e puntano a penalizzare alcuni sistemi economici (l’Italia, soprattutto, per dimensioni del “bottino” disponibile) e salvaguardarne altri che sono entrati da tempo in grave crisi (la Germania, of course).
Tecnicamente, Salerno Aletta lo spiega benissimo:
“la decisione di penalizzare le obbligazioni bancarie subordinate, nel caso di bail-in, ha indotto i depositanti italiani a trattenere i propri depositi in forma liquida, a vista. Ciò comporta una maggiore difficoltà da parte delle banche di operare la trasformazione delle scadenze e la necessità di acquisire in contropartita asset altrettanto liquidi come i titoli Stato o di accrescere le riserve libere presso la Bce.
La decisione di penalizzare queste ultime detenzioni applicando un tasso negativo, per quanto ora parzialmente mitigata, riduce i margini di intermediazione. Anche qui, si è creata una morsa: i depositi presso la Bce, pur essendo risk free per definizione come lo sono i titoli di Stato, comportano margini negativi mentre i secondi producono rendimenti. Ma l’immissione di liquidità con il Qe ha reso negativi anche questi impieghi, in alcuni casi per tutto l’arco delle scadenze. Un riequilibrio al ribasso che scassa i conti delle banche.
Considerando il solo profilo degli impieghi bancari, l'ipotesi di attribuire ai titoli di Stato un gradiente di rischio comporterebbe conseguenze drammatiche: per mantenerli in portafoglio occorrerebbe procedere ad aumenti di capitale, oppure ridurre il credito ai privati.
Per quanto riguarda il funzionamento dell’Unione economica e monetaria, per il momento è tutto. C’è davvero del metodo, in questa follia.”
Questa follia, dicevamo, ha alle spalle trattati e istituzioni continentali. Quei trattati sono stati firmati da tutti i governi italiani degli ultimi 30 anni. Quelle istituzioni hanno visto protagonisti alcuni “funzionari italiani” indicati da tutti i partiti che sono stati al governo nello stesso periodo.
Non c’è dunque nessuno – nell’attuale “classe politica” – che possa dirsi innocente.
Men che meno Romano Prodi, due volte primo ministro italiano, per cinque anni capo della Commissione Europea (prima di Barroso, Juncker e Von der Leyen).
Che infatti deve fare il Falsario e raccontare che il problema è da un’altra parte. Nei pannolini troppo costosi, per esempio...
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30/10/2019
Prodi il “dissociato”. La miseria di questa classe dirigente
Nella “storia universale dell’infamia” – grazie a Borges – c’è sempre posto per qualche volto nuovo.
Dopo aver ascoltato qualche passaggio della chiacchierata con Lucia Annunziata, su RaiTre, crediamo proprio che un posto speciale tocchi di diritto a Romano Prodi.
Partiamo da quel che ha detto, perché – come diceva un prodiano di complemento in Palombella rossa – “le parole sono importanti”.
Lucia Annunziata: «Draghi si è caratterizzato in una prima fase come un grande privatizzatore…».
Romano Prodi: «Erano obblighi europei! Erano obblighi europei! Scusi, a me che ero stato a costruire l’IRI, a risanarla, a metterla a posto, mi è stato dato il compito da Ciampi che PRIVATIZZARE ERA UN COMPITO OBBLIGATORIO PER TUTTI I NOSTRI RIFERIMENTI EUROPEI.
Quindi si immagini se io ero così contento di disfare le cose che avevo costruito, ma bisognava farlo per rispondere alle regole generali di un mercato in cui noi eravamo. E questo non era sempre un compito gradevole, ma l’abbiamo fatto come bisognava farlo».
Si potrebbe ironizzare a lungo su questa dissociazione postuma dalle politiche che hanno distrutto la parte migliore della struttura industriale di questo paese, accompagnate dal mantra “ce lo chiede l’Europa”. Magari ricordando quando Prodi assicurava che “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”.
Ma non c’è proprio niente da ridere.
È un segno di quanto, anche dalle parti del “padre nobile del Pd”, ci si renda conto che il disastro economico, sociale e infine politico su cui è cresciuta la destra fascioleghista ha genitori ignobili. Proprio nel Pd (o come si chiamava allora) e in chi ne ha sostenuto i governi con suicida subalternità (Bertinotti e i suoi boys).
All’inizio degli anni ‘90 è cambiato il mondo, con il crollo del Muro e del “socialismo reale”. In quel periodo sono state fatte le scelte strategiche che hanno indirizzato anche l’Europa nei successivi 30 anni. Di queste scelte Prodi (con Bersani, Rutelli, D’Alema, Treu, e il codazzo chiamato “Ulivo”) è stato massimo protagonista. Due volte presidente del Consiglio, osannato a sinistra perché “unico a battere due volte Berlusconi”, presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004, ex presidente dell’Iri e poi suo liquidatore.
Un personaggio centrale dell’economia e della politica italiana che – vent’anni dopo le immonde decisioni da lui condivise-decise-firmate – se ne esce dicendo “io ho solo obbedito agli ordini” (di Ciampi e dell’Unione Europea), come un Eichmann qualsiasi. Ci sarebbero gli estremi per un processo per alto tradimento, se questo fosse un paese serio...
Naturalmente è falso che sia stato solo un “esecutore di ordini”. Non si attraversano per sbaglio le strutture di direzione di cui ha fatto parte da protagonista per oltre 40 anni (lo ricordiamo ministro dell’industria nel governo Andreotti nel 1978, in pieno sequestro di Aldo Moro), sia in Italia che in Europa.
La privatizzazione-smantellamento dell’Iri è stato un atto criminale che ha privato questo paese del meglio dell’industria e della rete infrastrutturale (Telecom, Italsider, Alfa Romeo, Montedison, Autostrade, Alitalia, Tirrenia, i porti e gli aeroporti, ecc), consegnandola alla peggiore classe “imprenditoriale” dell’Occidente. Basterebbe fare l‘elenco: Colaninno (Telecom, poi sostituito da Tronchetti Provera, i francesi, gli spagnoli, ecc), Riva (finito com’è finito, con l’Ilva consegnata agli indiani è una città condannata a morte), Agnelli, Benetton, e via scendendo.
In pratica Prodi e il Pd (incrocio perverso di ex democristiani ed ex “comunisti”) hanno agito come Eltsin in Russia: hanno svenduto il cuore del patrimonio industriale, per quattro soldi. Distruggendo il motore della “crescita” che aveva caratterizzato l’Italia nel dopoguerra.
Tocca ricordare, infatti, che “le imprese private” non sono mai state capaci, qui, di essere protagoniste dello sviluppo. Era stato indispensabile che lo svillaneggiato “potere pubblico” agisse in base a una programmazione economica (c’era persino un ministero con questo nome), attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri, fondato addirittura da Beneduce in periodo fascista) e la proprietà statale delle aziende nominate prima. Intorno a quel “motore” i “privati” (a cominciare dalla sussidiatissima Fiat) si acconciavano a fare i propri affari, sempre pronti a fuggire al primo stormir di crisi.
Si chiamava economia mista – pubblica più privata – con qualche paragone, in piccolo, col “miracolo cinese” degli ultimi 40 anni.
Come in Russia con Eltsin, dopo le privatizzazioni l’economia ha perso completamente spinta propulsiva, capacità di innovazione (i “privati” – tranne rari casi – disdegnano l’investimento in ricerca, per tirchieria e visione corta), ruolo internazionale.
Come con Eltsin, molti poteri “europei” e statunitensi erano molto interessati a questo suicidio mal assistito. E hanno banchettato alla grande.
Una devastazione che oggi renderebbe problematico anche un diverso indirizzo del paese, per un altro modo e altre finalità del produrre. E lo vediamo ad ogni crisi industriale recente (Embraco, Whirpool, Ilva, Alitalia, Jabil, ecc), perché “i privati”, che siano multinazionali o meno, sono stati autorizzati a fare quello che vogliono (prendendo anche finanziamenti pubblici...). E quindi anche, se lo ritengono vantaggioso, a chiudere e trasferire altrove la produzione.
Un cambiamento di sistema deciso quasi 30 anni fa. E di cui Prodi è stato uno dei player di prima fila.
Un cambiamento di sistema che – come nell’Europa dell’Est e persino in Germania – ha distrutto anche le condizioni di vita di quote crescenti della popolazione, a partire dai lavoratori dipendenti (la precarizzazione contrattuale ha preso il via con il “pacchetto Treu”, con Prodi a palazzo Chigi, e poi esteso da Berlusconi con la “legge Biagi”). Oltre che diritti sul lavoro e servizi sociali.
È questo il processo che – governato dall’Unione Europea in ogni paese – ha posto le basi, il “brodo di coltura” che ha fatto proliferare la flora batterica fascista e leghista che oggi tracima (e che ha sempre attivamente collaborato a quelle scelte).
Questo, a Prodi e ai suo complici di allora, va imputato ogni giorno come il maggiore dei crimini perpetrato contro il movimento operaio e la possibilità materiale di scegliere come vivere in questo paese.
Non sono il “meno peggio”, sono la levatrice dei Salvini.
Fonte
Dopo aver ascoltato qualche passaggio della chiacchierata con Lucia Annunziata, su RaiTre, crediamo proprio che un posto speciale tocchi di diritto a Romano Prodi.
Partiamo da quel che ha detto, perché – come diceva un prodiano di complemento in Palombella rossa – “le parole sono importanti”.
Lucia Annunziata: «Draghi si è caratterizzato in una prima fase come un grande privatizzatore…».
Romano Prodi: «Erano obblighi europei! Erano obblighi europei! Scusi, a me che ero stato a costruire l’IRI, a risanarla, a metterla a posto, mi è stato dato il compito da Ciampi che PRIVATIZZARE ERA UN COMPITO OBBLIGATORIO PER TUTTI I NOSTRI RIFERIMENTI EUROPEI.
Quindi si immagini se io ero così contento di disfare le cose che avevo costruito, ma bisognava farlo per rispondere alle regole generali di un mercato in cui noi eravamo. E questo non era sempre un compito gradevole, ma l’abbiamo fatto come bisognava farlo».
Si potrebbe ironizzare a lungo su questa dissociazione postuma dalle politiche che hanno distrutto la parte migliore della struttura industriale di questo paese, accompagnate dal mantra “ce lo chiede l’Europa”. Magari ricordando quando Prodi assicurava che “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”.
Ma non c’è proprio niente da ridere.
È un segno di quanto, anche dalle parti del “padre nobile del Pd”, ci si renda conto che il disastro economico, sociale e infine politico su cui è cresciuta la destra fascioleghista ha genitori ignobili. Proprio nel Pd (o come si chiamava allora) e in chi ne ha sostenuto i governi con suicida subalternità (Bertinotti e i suoi boys).
All’inizio degli anni ‘90 è cambiato il mondo, con il crollo del Muro e del “socialismo reale”. In quel periodo sono state fatte le scelte strategiche che hanno indirizzato anche l’Europa nei successivi 30 anni. Di queste scelte Prodi (con Bersani, Rutelli, D’Alema, Treu, e il codazzo chiamato “Ulivo”) è stato massimo protagonista. Due volte presidente del Consiglio, osannato a sinistra perché “unico a battere due volte Berlusconi”, presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004, ex presidente dell’Iri e poi suo liquidatore.
Un personaggio centrale dell’economia e della politica italiana che – vent’anni dopo le immonde decisioni da lui condivise-decise-firmate – se ne esce dicendo “io ho solo obbedito agli ordini” (di Ciampi e dell’Unione Europea), come un Eichmann qualsiasi. Ci sarebbero gli estremi per un processo per alto tradimento, se questo fosse un paese serio...
Naturalmente è falso che sia stato solo un “esecutore di ordini”. Non si attraversano per sbaglio le strutture di direzione di cui ha fatto parte da protagonista per oltre 40 anni (lo ricordiamo ministro dell’industria nel governo Andreotti nel 1978, in pieno sequestro di Aldo Moro), sia in Italia che in Europa.
La privatizzazione-smantellamento dell’Iri è stato un atto criminale che ha privato questo paese del meglio dell’industria e della rete infrastrutturale (Telecom, Italsider, Alfa Romeo, Montedison, Autostrade, Alitalia, Tirrenia, i porti e gli aeroporti, ecc), consegnandola alla peggiore classe “imprenditoriale” dell’Occidente. Basterebbe fare l‘elenco: Colaninno (Telecom, poi sostituito da Tronchetti Provera, i francesi, gli spagnoli, ecc), Riva (finito com’è finito, con l’Ilva consegnata agli indiani è una città condannata a morte), Agnelli, Benetton, e via scendendo.
In pratica Prodi e il Pd (incrocio perverso di ex democristiani ed ex “comunisti”) hanno agito come Eltsin in Russia: hanno svenduto il cuore del patrimonio industriale, per quattro soldi. Distruggendo il motore della “crescita” che aveva caratterizzato l’Italia nel dopoguerra.
Tocca ricordare, infatti, che “le imprese private” non sono mai state capaci, qui, di essere protagoniste dello sviluppo. Era stato indispensabile che lo svillaneggiato “potere pubblico” agisse in base a una programmazione economica (c’era persino un ministero con questo nome), attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri, fondato addirittura da Beneduce in periodo fascista) e la proprietà statale delle aziende nominate prima. Intorno a quel “motore” i “privati” (a cominciare dalla sussidiatissima Fiat) si acconciavano a fare i propri affari, sempre pronti a fuggire al primo stormir di crisi.
Si chiamava economia mista – pubblica più privata – con qualche paragone, in piccolo, col “miracolo cinese” degli ultimi 40 anni.
Come in Russia con Eltsin, dopo le privatizzazioni l’economia ha perso completamente spinta propulsiva, capacità di innovazione (i “privati” – tranne rari casi – disdegnano l’investimento in ricerca, per tirchieria e visione corta), ruolo internazionale.
Come con Eltsin, molti poteri “europei” e statunitensi erano molto interessati a questo suicidio mal assistito. E hanno banchettato alla grande.
Una devastazione che oggi renderebbe problematico anche un diverso indirizzo del paese, per un altro modo e altre finalità del produrre. E lo vediamo ad ogni crisi industriale recente (Embraco, Whirpool, Ilva, Alitalia, Jabil, ecc), perché “i privati”, che siano multinazionali o meno, sono stati autorizzati a fare quello che vogliono (prendendo anche finanziamenti pubblici...). E quindi anche, se lo ritengono vantaggioso, a chiudere e trasferire altrove la produzione.
Un cambiamento di sistema deciso quasi 30 anni fa. E di cui Prodi è stato uno dei player di prima fila.
Un cambiamento di sistema che – come nell’Europa dell’Est e persino in Germania – ha distrutto anche le condizioni di vita di quote crescenti della popolazione, a partire dai lavoratori dipendenti (la precarizzazione contrattuale ha preso il via con il “pacchetto Treu”, con Prodi a palazzo Chigi, e poi esteso da Berlusconi con la “legge Biagi”). Oltre che diritti sul lavoro e servizi sociali.
È questo il processo che – governato dall’Unione Europea in ogni paese – ha posto le basi, il “brodo di coltura” che ha fatto proliferare la flora batterica fascista e leghista che oggi tracima (e che ha sempre attivamente collaborato a quelle scelte).
Questo, a Prodi e ai suo complici di allora, va imputato ogni giorno come il maggiore dei crimini perpetrato contro il movimento operaio e la possibilità materiale di scegliere come vivere in questo paese.
Non sono il “meno peggio”, sono la levatrice dei Salvini.
Fonte
02/10/2019
Quei criminali arricchitisi sul debito pubblico e lo sfascio di un paese
Abbiamo verificato che quando si parla di trattati, Unione Europea, spread, mercati, vincoli, ecc, molti – “a sinistra” – fanno fatica a capire che stiamo parlando di lotta di classe. Tra ricchi e poveri, padroni e lavoratori, sfruttatori e sfruttati. Come nei “sacri testi” dei classici...
Una parte della responsabilità è del finto “antieuropeismo” della destra salvinian-fascista, che monopolizza il tema sul piano della comunicazione mainstream. Ma la parte più grande spetta alla volontaria distruzione – da parte dei gruppi dirigenti della cosiddetta “sinistra” – della capacità di interpretare la realtà politica in relazione a interessi sociali precisi, anziché in termini astratti e interclassisti (le lunghe tirate sulla “democrazia”, “i valori”, ecc.).
Nelle redazioni dei quotidiani o delle agenzie economiche, invece, sono abituati per mestiere a valutare i fatti economici nella loro crudezza. E allora certi meccanismi predatori vengono colti e descritti in modo “sereno”, come si deve fare con i dati di fatto.
In questo editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa la storia del debito pubblico italiano viene ricostruita per quello che è: un conflitto di classe condotto dai possidenti contro coloro che campano di lavoro.
La decisione chiave risale al 1981, quando Andreatta – allora titolare del ministero del Tesoro (ora riunificato in quello dell’economia) – vietò per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta. La partecipazione di Palazzo Koch, fino a quel punto, aveva avuto come effetto quello di calmierare i prezzi, comprando quando questi scendevano troppo (più è basso il prezzo, più alto è il guadagno del compratore, che in asta primaria è sempre una banca o comunque un “investitore istituzionale”, non certo un normale cittadino).
Da quel momento, i conti pubblici sono “irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.”
Gli strozzini sono – in linguaggio educato – “i mercati”. E i primi strozzini sono investitori professionali italiani, e in misura minore internazionali.
Dov’è il conflitto di classe? In questa sola cosa: il debito pubblico viene pagato da tutti i cittadini di uno Stato, qualsiasi lavoro facciano e qualsiasi reddito abbiano (con più tasse o meno spesa sociale), il guadagno sul debito pubblico è invece appannaggio privatissimo di chi manovra i capitali finanziari sui “mercati”.
Non è che sia una nostra scoperta, perché già un tale Marx ci spiegava che “L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è… il loro debito pubblico”. Ossia: il debito è pubblico, il guadagno è privato.
Ma altrettanto importante è stata la scelta di aderire alla “moneta unica” e a tutti i trattati che hanno costituito l’Unione Europea di oggi, da Maastricht in poi. Una scelta politica, fatta da una generazione di “statisti” che ha costruito la propria personale carriera sul farsi strumento di interessi del capitale multinazionale, sia finanziario che industriale.
Una fusione tra interessi capitalistici e “ceto politico” che è un classico della “rappresentanza politica” borghese. E sorprende che gente “di sinistra” non se ne sia mai accorta...
Ma il problema più grave è che quelle scelte sciagurate, oltre che “classiste”, sono state un disastro per la capacità produttiva di questo paese. E, qualsiasi sia il tipo di società che vogliamo costruire, la costruiremo a partire da quello che troveremo. Così come le prossime generazioni si ritroveranno a vivere nel degrado ambientale che il capitale multinazionale ha fin qui prodotto (e che continuerà a produrre, ma ammantandosi da green new deal).
Se vogliamo avvero costruire un’alternativa a questa classe di magnaccia travestiti da “imprenditori” o “investitori”, dobbiamo partire da questa consapevolezza. Il resto è pura perdita di tempo, anche se condita con l’aria di star “facendo politica”.
Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
Hanno lasciato affondare l’Italia, una bordata dopo l’altra.
L’accordo Andreatta-Van Miert, nel 1993, portò allo smantellamento delle Partecipazioni Statali: doveva essere la liberazione dal giogo della politica, ed invece è stato lo sbriciolamento di un gigantesco complesso finanziario ed industriale pubblico che ci aveva fatto diventare la quinta potenza mondiale, davanti alla Gran Bretagna.
Le privatizzazioni sono state lo strumento per la colossale dilapidazione del patrimonio: tutto è passato nelle mani di un sistema capitalistico privato che il capitale non sapeva neppure dove fosse di casa. Hanno svenduto tutto, pezzo dopo pezzo. Quel poco che è rimasto, poco e niente, dall’ENI a Leonardo, dalle Poste a Fincantieri, è in piedi solo perché è nelle mani del Tesoro.
Il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, già dieci anni prima, nel 1981, ci aveva messi irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.
Ma gli strozzini siamo noi stessi, gli Italiani: la ricchezza finanziaria privata interna cresce soprattutto per questa continua spoliazione. Le stesse banche, le assicurazioni ed i fondi di investimento vivono per il grasso che deriva loro dal debito pubblico. Una rendita parassitaria mostruosa, ignobile.
L’ingresso nell’euro, nel 2000, ci ha privato anche della sovranità monetaria, e ci ha condannato a commerciare all’estero con una valuta troppo forte: per essere competitivi abbiamo dovuto svalutare i salari, impoverendoci. Decisero tutto, ancora una volta, Prodi e Ciampi.
Il Trattato di Maastricht aveva cambiato tutto nel 1992: senza più le leve della politica di bilancio e senza industria pubblica, il sistema italiano era alle corde. Il Fiscal Compact ci ha condannato infine alla austerità distruttiva.
Fa impressione, a dieci anni dall’inizio della grande crisi finanziaria del 2008, guardare ai risultati per l’Italia di tanti sacrifici, di tante manovre correttive, di tante riforme: solo la Grecia ha fatto peggio di noi, con un PIL che si è ridotto di un quarto rispetto al 2008. Quello dell’Italia si è ridotto in termini reali del 4%, mentre tutti gli altri Paesi dell’Eurozona sono cresciuti: Malta del 56%, l’Irlanda del 54%, la Germania del 14%, la Francia dell’11%. Per noi è un massacro.
Il credito alle imprese diminuisce, i salari non aumentano, gli investimenti ristagnano. I governi si arrabattano, un anno dopo l’altro. Se l’economia non cresce, tutto si accartoccia, con il sistema previdenziale che va a rotoli.
Una intera generazione, quella che salì baldanzosamente a bordo del Britannia nel giugno del 1992 per mettersi al servizio dei Mercati, ha fatto naufragare l’Italia. Se l’è cavata bene, personalmente, con carriere fulgide, scalando il potere giorno dopo giorno.
L’Italia intanto è affondata: patrimonio industriale svenduto, debito pubblico sotto ricatto e recessione distruttiva.
I naufraghi d’oro del Britannia.
Fonte
Una parte della responsabilità è del finto “antieuropeismo” della destra salvinian-fascista, che monopolizza il tema sul piano della comunicazione mainstream. Ma la parte più grande spetta alla volontaria distruzione – da parte dei gruppi dirigenti della cosiddetta “sinistra” – della capacità di interpretare la realtà politica in relazione a interessi sociali precisi, anziché in termini astratti e interclassisti (le lunghe tirate sulla “democrazia”, “i valori”, ecc.).
Nelle redazioni dei quotidiani o delle agenzie economiche, invece, sono abituati per mestiere a valutare i fatti economici nella loro crudezza. E allora certi meccanismi predatori vengono colti e descritti in modo “sereno”, come si deve fare con i dati di fatto.
In questo editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa la storia del debito pubblico italiano viene ricostruita per quello che è: un conflitto di classe condotto dai possidenti contro coloro che campano di lavoro.
La decisione chiave risale al 1981, quando Andreatta – allora titolare del ministero del Tesoro (ora riunificato in quello dell’economia) – vietò per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta. La partecipazione di Palazzo Koch, fino a quel punto, aveva avuto come effetto quello di calmierare i prezzi, comprando quando questi scendevano troppo (più è basso il prezzo, più alto è il guadagno del compratore, che in asta primaria è sempre una banca o comunque un “investitore istituzionale”, non certo un normale cittadino).
Da quel momento, i conti pubblici sono “irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.”
Gli strozzini sono – in linguaggio educato – “i mercati”. E i primi strozzini sono investitori professionali italiani, e in misura minore internazionali.
Dov’è il conflitto di classe? In questa sola cosa: il debito pubblico viene pagato da tutti i cittadini di uno Stato, qualsiasi lavoro facciano e qualsiasi reddito abbiano (con più tasse o meno spesa sociale), il guadagno sul debito pubblico è invece appannaggio privatissimo di chi manovra i capitali finanziari sui “mercati”.
Non è che sia una nostra scoperta, perché già un tale Marx ci spiegava che “L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è… il loro debito pubblico”. Ossia: il debito è pubblico, il guadagno è privato.
Ma altrettanto importante è stata la scelta di aderire alla “moneta unica” e a tutti i trattati che hanno costituito l’Unione Europea di oggi, da Maastricht in poi. Una scelta politica, fatta da una generazione di “statisti” che ha costruito la propria personale carriera sul farsi strumento di interessi del capitale multinazionale, sia finanziario che industriale.
Una fusione tra interessi capitalistici e “ceto politico” che è un classico della “rappresentanza politica” borghese. E sorprende che gente “di sinistra” non se ne sia mai accorta...
Ma il problema più grave è che quelle scelte sciagurate, oltre che “classiste”, sono state un disastro per la capacità produttiva di questo paese. E, qualsiasi sia il tipo di società che vogliamo costruire, la costruiremo a partire da quello che troveremo. Così come le prossime generazioni si ritroveranno a vivere nel degrado ambientale che il capitale multinazionale ha fin qui prodotto (e che continuerà a produrre, ma ammantandosi da green new deal).
Se vogliamo avvero costruire un’alternativa a questa classe di magnaccia travestiti da “imprenditori” o “investitori”, dobbiamo partire da questa consapevolezza. Il resto è pura perdita di tempo, anche se condita con l’aria di star “facendo politica”.
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I naufraghi d’oro del Britannia
Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
Hanno lasciato affondare l’Italia, una bordata dopo l’altra.
L’accordo Andreatta-Van Miert, nel 1993, portò allo smantellamento delle Partecipazioni Statali: doveva essere la liberazione dal giogo della politica, ed invece è stato lo sbriciolamento di un gigantesco complesso finanziario ed industriale pubblico che ci aveva fatto diventare la quinta potenza mondiale, davanti alla Gran Bretagna.
Le privatizzazioni sono state lo strumento per la colossale dilapidazione del patrimonio: tutto è passato nelle mani di un sistema capitalistico privato che il capitale non sapeva neppure dove fosse di casa. Hanno svenduto tutto, pezzo dopo pezzo. Quel poco che è rimasto, poco e niente, dall’ENI a Leonardo, dalle Poste a Fincantieri, è in piedi solo perché è nelle mani del Tesoro.
Il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, già dieci anni prima, nel 1981, ci aveva messi irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.
Ma gli strozzini siamo noi stessi, gli Italiani: la ricchezza finanziaria privata interna cresce soprattutto per questa continua spoliazione. Le stesse banche, le assicurazioni ed i fondi di investimento vivono per il grasso che deriva loro dal debito pubblico. Una rendita parassitaria mostruosa, ignobile.
L’ingresso nell’euro, nel 2000, ci ha privato anche della sovranità monetaria, e ci ha condannato a commerciare all’estero con una valuta troppo forte: per essere competitivi abbiamo dovuto svalutare i salari, impoverendoci. Decisero tutto, ancora una volta, Prodi e Ciampi.
Il Trattato di Maastricht aveva cambiato tutto nel 1992: senza più le leve della politica di bilancio e senza industria pubblica, il sistema italiano era alle corde. Il Fiscal Compact ci ha condannato infine alla austerità distruttiva.
Fa impressione, a dieci anni dall’inizio della grande crisi finanziaria del 2008, guardare ai risultati per l’Italia di tanti sacrifici, di tante manovre correttive, di tante riforme: solo la Grecia ha fatto peggio di noi, con un PIL che si è ridotto di un quarto rispetto al 2008. Quello dell’Italia si è ridotto in termini reali del 4%, mentre tutti gli altri Paesi dell’Eurozona sono cresciuti: Malta del 56%, l’Irlanda del 54%, la Germania del 14%, la Francia dell’11%. Per noi è un massacro.
Il credito alle imprese diminuisce, i salari non aumentano, gli investimenti ristagnano. I governi si arrabattano, un anno dopo l’altro. Se l’economia non cresce, tutto si accartoccia, con il sistema previdenziale che va a rotoli.
Una intera generazione, quella che salì baldanzosamente a bordo del Britannia nel giugno del 1992 per mettersi al servizio dei Mercati, ha fatto naufragare l’Italia. Se l’è cavata bene, personalmente, con carriere fulgide, scalando il potere giorno dopo giorno.
L’Italia intanto è affondata: patrimonio industriale svenduto, debito pubblico sotto ricatto e recessione distruttiva.
I naufraghi d’oro del Britannia.
Fonte
24/03/2019
24 marzo 1999 il giorno della vergogna di D’Alema, Berlusconi e Prodi, di Ue e Nato
Sono stato invitato dal Forum di Belgrado alla conferenza internazionale che si terrà in questi giorni nella capitale della Serbia, per ricordare la guerra criminale che la NATO scatenò contro quel paese esattamente venti anni fa. Non potrò essere presente ma voglio qui condividere ciò che avrei detto in quella sede, anche per conto di Potere al Popolo che condivide le ragioni e i temi alla conferenza.
*****
“Il 24 marzo 1999, violando ogni legalità internazionale e ogni diritto umano, i bombardieri della NATO iniziarono i loro raid contro quella che allora si chiamava Repubblica Federale Jugoslava di Serbia e Montenegro. Il governo italiano, guidato da D’Alema, sostenuto da Cossutta e Cossiga, appoggiato in questo caso da Berlusconi, con il consenso del presidente della Repubblica Scalfaro, decise di partecipare alla guerra. In realtà la decisione l’aveva già presa il governo Prodi, che prima di cadere per il venir meno del sostegno di Rifondazione Comunista, aveva deliberato l’Act Order con il quale si predisponevano le nostre forze armate alla guerra sotto comando NATO.
Così i bombardieri italiani ebbero l’onore, D’Alema ha sempre rivendicato l’impresa, di partecipare alla prima guerra europea dal 1945, al primo bombardamento aereo di una capitale europea, Belgrado, dalla sconfitta del fascismo.
Non c’erano risoluzioni ONU che neppure lontanamente autorizzassero l’intervento della NATO. La guerra avveniva in brutale violazione del diritto internazionale e per noi in spregio dell’articolo 11 della Costituzione. Allora per giustificarla comparve per la prima volta quel termine “comunità internazionale” che poi è diventato di uso comune – fino ai giorni nostri, fino all’aggressione al Venezuela – per giustificate le guerre banditesche di USA, NATO, e Unione Europea.
Comunità internazionale vuol dire che un gruppo di paesi ricchi e potenti, in minoranza tra gli stati del mondo, si arrogano il diritto di usare la loro forza militare per dominare il mondo. Comunità internazionale è l’esatto opposto di legalità internazionale, sta ad essa come la licenza di sparare di Salvini sta al nostro diritto costituzionale.
L’aggressione chiamata Allied Force durò fino a giugno 1999, per 78 giorni i bombardieri NATO compresi quelli italiani scaricarono morte e alla fine migliaia di civili vennero uccisi, centinaia di migliaia rimasero senza casa e senza lavoro, le officine Zastava vennero rase al suolo come tante altre fabbriche, lasciando in miseria, per decenni, intere comunità.
Tutto il territorio di Serbia e Montenegro fu avvelenato da tonnellate di uranio impoverito sparato dalle forze NATO, che ancora oggi mietono vittime tra la popolazione e anche tra i militari NATO, compresi quelli italiani, che da allora presidiarono il Kosovo.
Il Kosovo... fu per quella terra a maggioranza albanese, formalmente parte della Serbia, che si scatenò la guerra. Le forze indipendentiste di quel paese guidate dall’UCK, organizzazione che si finanziava anche col commercio della droga ed il traffico di organi umani, avevano scatenato la guerriglia alla quale aveva risposto l’intervento militare serbo.
Era l’ultimo atto della lunga guerra civile che dal 1992 aveva smembrato la Jugoslavia. La cui frantumazione era stata spinta dalla Germania, dalla nascente Unione Europea, dal Vaticano di Papa Giovanni II e ovviamente dagli USA. Per interessi diversi ma convergenti, di fronte al crollo del socialismo reale, tutti volevano economicamente, politicamente e persino sul piano religioso giungere alle frontiere con la Russia.
L’espansione verso est dell’Unione Europea e della NATO scelse come vittima sacrificale la Jugoslavia, alimentandone e armandone ogni separatismo.
Le stesse forze politiche di centrodestra e centrosinistra che oggi approvano la repressione dello stato spagnolo contro la pacifica Catalogna, in Yugoslavia sostennero le forze separatiste più violente. E oggi UE e NATO tengono in piedi il governo ucraino con ministri nazisti, mentre il Parlamento europeo ha appena votato una risoluzione di rottura con la Russia ed i paesi che confinano con essa si armano.
La sostituzione della comunità internazionale occidentale alla legalità internazionale, la marcia verso est di Germania, USA, UE e NATO sono due componenti fondamentali della guerra alla Jugoslavia, che giungono fino al mondo di oggi. Ma non sono le sole. Ce ne è anche una terza che venne messa in campo allora e che oggi domina il nostro mondo: la diffusione da parte del potere di fakenews determinanti per giustificare e propagandare la guerra.
Il casus belli di allora fu il cosiddetto massacro di Račak , un combattimento tra UCK e forze militari serbe che la propaganda mediatica USA trasformò in una strage di donne e bambini. Quella strage, di cui oggi è dimostrata l’invenzione, imperversò sui nostri mass media e nel suo nome partirono i bombardamenti “umanitari”. In Italia anche CGILCISLUIL si schierarono con la guerra, giustificata ipocritamente come “contingente necessità”. Si metteva in moto allora quella macchina delle bugie che poi abbiamo visto in azione in Iraq, in Siria, in Libia in ogni guerra occidentale, ultima quella che si sta montando contro il Venezuela.
Sì, dobbiamo ricordare la sporca guerra di venti anni fa perché essa ha dato il via alla terza guerra mondiale a pezzi denunciata da Papa Francesco.
Il centro sinistra mondiale di allora, da Clinton a Prodi a D’Alema, fu uno dei principali responsabili dell’avvio di questa stagione di guerre e anche, e non è un caso, della distruzione della sinistra e del ritorno in campo della destra reazionaria. Il bombardamento di Belgrado fu un crimine e diffuse un veleno politico che continuerà ad intossicare il mondo occidentale. Finché la UE e la NATO non verranno messe in discussione, proprio nel nome di quei principi di democrazia e umanità che per esse sono diventati solo slogan da appiccicare sulle ali dei bombardieri.
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22/03/2019
Quelle frattaglie lanciate su via delle Botteghe Oscure contro la guerra alla Jugoslavia
Ricadono in questi giorni i venti anni dall’aggressione della Nato alla Federazione Jugoslava nel marzo del 1999. Le bombe su Belgrado segnarono con una guerra alle porte dell’Europa la fine dello scorso secolo e prepararono il terreno a quelle sull’Afghanistan e l’Iraq come inizio del XXI Secolo.
E’ importante, venti anni dopo, non lasciare niente all’oblìo di quella vergognosa aggressione della Nato costruita, sostenuta e realizzata, senza alcuna risoluzione dell’Onu, da una alleanza di governi liberali e progressisti. Negli Usa al governo c’era Clinton, dunque nè Bush né Trump; in Gran Bretagna c’era il laburista Toni Blair; in Francia il socialista Jospin; in Germania il socialdemocratico Schroeder con il verde sessantottino Joska Fisher come ministro degli esteri.
E in Italia? In Italia D’Alema aveva sostituito Romano Prodi al suo primo governo dell’epoca di Berlusconi e dell’antiberlusconismo. Un governo sostenuto da un partito comunista con propri ministri – il PdCI – guidato da dirigenti come Cossutta, Diliberto, Rizzo e prodotto di una scissione dal Prc.
Questi governi “progressisti”, misero a disposizione della Nato non solo bombardieri, forze armate, basi militari ma anche apparati di consenso.
Fu un “progressista francese”, Bernard Kouchner, a elaborare tramite l’organizzazione di cui era presidente – Msf – la dottrina della “guerra umanitaria”. E questa dottrina nel caso della Jugoslavia venne diffusa come dolorosa necessità da giornali, telegiornali, ong, associazioni, sindacati collaterali ai governi di sinistra o centro-sinistra in Europa.
Un primo esperimento era stato già fatto nel 1995, quando gli aerei della Nato bombardarono la zona serba della Bosnia, con il plauso anche di Rossana Rossanda.
Mentre si andava preparando l’aggressione alla Federazione Jugoslava, il governo D’Alema si era reso responsabile, durante le feste natalizie tra il 1998 e il 1999, di un altro episodio vergognoso. Il leader del Pkk Abdullah Ocalan, si era rifugiato in Italia ed aveva chiesto asilo politico al governo italiano. Dopo settimane di indugi, il governo italiano imbarcò Ocalan su un aereo della flotta aziendale dell’Eni e lo consegnò agli apparati repressivi della Turchia che gli davano la caccia.
Come risposta ci fu una manifestazione a Roma che assaltò con estrema determinazione la sede delle linee aeree turche. Un atto di forza che esprimeva una voglia di riscatto da parte dei movimenti contro la vergogna verso un governo che aveva tradito il diritto d’asilo e consegnato un leader politico di un popolo in lotta ai suoi carnefici. Ancora oggi Ocalan è sepolto vivo nel carcere sull’isola di Imrali.
A Ottobre del 1998, poco prima di essere destituito dal “fuoco amico” di D’Alema, Romano Prodi aveva già attivato l’ordine di attivazione nelle basi Nato presenti in Italia nell'ipotesi di intervento militare nella ex Jugoslavia. Quando nella notte del 23 marzo 1999 gli aerei partiti dalle basi militari di Aviano, Gioia del Colle e dalle portaerei nell’Adriatico cominciarono a bombardare Belgrado, i suoi ponti, le fabbriche, le strade, tra molte compagne e compagni si disse che la misura era colma.
Giornali e telegiornali martellavano a sostegno dei bombardamenti, diffondendo notizie che si riveleranno clamorosamente false e alimentando un odio anti-serbo che richiamava per molti aspetti la slavofobia dello storico espansionismo aggressivo tedesco verso l’est. E mentre i mass media legittimavano la guerra umanitaria, il mondo dell’associazionismo, i sindacati confederali, le ong collaterali al governo di centro-sinistra si incaricavano di veicolare questi contenuti nella sinistra e nei movimenti. Poche settimane dopo lo stessa filiera si predisponeva a incassare i miliardi degli aiuti umanitari della Missione Arcobaleno in Kosovo.
LA CONTESTAZIONE IN VIA DELLE BOTTEGHE OSCURE: “RISCATTARE LA VERGOGNA DELL’AGGRESSIONE NATO CONTRO LA JUGOSLAVIA”
In questo contesto una manifestazione convocata a Roma contro la guerra e i bombardamenti su Belgrado, si diresse verso il centro della città. Arrivati a Piazza Venezia, un gruppo di compagni si sganciò dal corteo e lanciò alcuni chili di frattaglie sull’ingresso della storica sede di via delle Botteghe Oscure diventata la direzione dei Ds (Democratici di Sinistra) allora partito di governo. Un esplicito richiamo alla macelleria a cui il governo italiano si stava prestando partecipando attivamente ai bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Il corteo invece di proseguire deviò in massa proprio verso via delle Botteghe Oscure per sostenere la clamorosa contestazione. La polizia colta alla sprovvista fu costretta a sparare i lacrimogeni per cercare di sciogliere la manifestazione, al termine della quale tre compagni vennero arrestati.
La sera stessa, quando l’allora segretario dei Ds, Walter Veltroni, venne intervistato dal Tg1 proprio sulla contestazione avvenuta su un luogo storico come la sede di via delle Botteghe Oscure, tutti capirono il segno e il peso politico di quell’azione.
Quella guerra e la contestazione a via delle Botteghe Oscure furono uno spartiacque nella lotta contro la guerra ma anche tra chi aveva maturato consapevolezza sulla funzione del centro-sinistra una volta al governo e chi ha continuato a illudersi di poterne essere il paracarro “a sinistra”. L’illusione si è prolungata fino al 2008 con il secondo governo Prodi.
Nel primo caso, la contestazione del marzo 1999 è stato una sorta di battesimo in piazza della Rete dei Comunisti (registrata perfino da La Repubblica), nel secondo caso (2008 e la dissoluzione della sinistra filo centro-sinistra affondatasi con la lista Arcobaleno), fu la scelta di mettere in campo una ipotesi politica a tutto campo per chi non intende più campare di illusioni e logorarsi ancora con la logica del meno peggio.
Rete dei Comunisti, marzo 2019
Fonte
E’ importante, venti anni dopo, non lasciare niente all’oblìo di quella vergognosa aggressione della Nato costruita, sostenuta e realizzata, senza alcuna risoluzione dell’Onu, da una alleanza di governi liberali e progressisti. Negli Usa al governo c’era Clinton, dunque nè Bush né Trump; in Gran Bretagna c’era il laburista Toni Blair; in Francia il socialista Jospin; in Germania il socialdemocratico Schroeder con il verde sessantottino Joska Fisher come ministro degli esteri.
E in Italia? In Italia D’Alema aveva sostituito Romano Prodi al suo primo governo dell’epoca di Berlusconi e dell’antiberlusconismo. Un governo sostenuto da un partito comunista con propri ministri – il PdCI – guidato da dirigenti come Cossutta, Diliberto, Rizzo e prodotto di una scissione dal Prc.
Questi governi “progressisti”, misero a disposizione della Nato non solo bombardieri, forze armate, basi militari ma anche apparati di consenso.
Fu un “progressista francese”, Bernard Kouchner, a elaborare tramite l’organizzazione di cui era presidente – Msf – la dottrina della “guerra umanitaria”. E questa dottrina nel caso della Jugoslavia venne diffusa come dolorosa necessità da giornali, telegiornali, ong, associazioni, sindacati collaterali ai governi di sinistra o centro-sinistra in Europa.
Un primo esperimento era stato già fatto nel 1995, quando gli aerei della Nato bombardarono la zona serba della Bosnia, con il plauso anche di Rossana Rossanda.
Mentre si andava preparando l’aggressione alla Federazione Jugoslava, il governo D’Alema si era reso responsabile, durante le feste natalizie tra il 1998 e il 1999, di un altro episodio vergognoso. Il leader del Pkk Abdullah Ocalan, si era rifugiato in Italia ed aveva chiesto asilo politico al governo italiano. Dopo settimane di indugi, il governo italiano imbarcò Ocalan su un aereo della flotta aziendale dell’Eni e lo consegnò agli apparati repressivi della Turchia che gli davano la caccia.
Come risposta ci fu una manifestazione a Roma che assaltò con estrema determinazione la sede delle linee aeree turche. Un atto di forza che esprimeva una voglia di riscatto da parte dei movimenti contro la vergogna verso un governo che aveva tradito il diritto d’asilo e consegnato un leader politico di un popolo in lotta ai suoi carnefici. Ancora oggi Ocalan è sepolto vivo nel carcere sull’isola di Imrali.
A Ottobre del 1998, poco prima di essere destituito dal “fuoco amico” di D’Alema, Romano Prodi aveva già attivato l’ordine di attivazione nelle basi Nato presenti in Italia nell'ipotesi di intervento militare nella ex Jugoslavia. Quando nella notte del 23 marzo 1999 gli aerei partiti dalle basi militari di Aviano, Gioia del Colle e dalle portaerei nell’Adriatico cominciarono a bombardare Belgrado, i suoi ponti, le fabbriche, le strade, tra molte compagne e compagni si disse che la misura era colma.
Giornali e telegiornali martellavano a sostegno dei bombardamenti, diffondendo notizie che si riveleranno clamorosamente false e alimentando un odio anti-serbo che richiamava per molti aspetti la slavofobia dello storico espansionismo aggressivo tedesco verso l’est. E mentre i mass media legittimavano la guerra umanitaria, il mondo dell’associazionismo, i sindacati confederali, le ong collaterali al governo di centro-sinistra si incaricavano di veicolare questi contenuti nella sinistra e nei movimenti. Poche settimane dopo lo stessa filiera si predisponeva a incassare i miliardi degli aiuti umanitari della Missione Arcobaleno in Kosovo.
LA CONTESTAZIONE IN VIA DELLE BOTTEGHE OSCURE: “RISCATTARE LA VERGOGNA DELL’AGGRESSIONE NATO CONTRO LA JUGOSLAVIA”
In questo contesto una manifestazione convocata a Roma contro la guerra e i bombardamenti su Belgrado, si diresse verso il centro della città. Arrivati a Piazza Venezia, un gruppo di compagni si sganciò dal corteo e lanciò alcuni chili di frattaglie sull’ingresso della storica sede di via delle Botteghe Oscure diventata la direzione dei Ds (Democratici di Sinistra) allora partito di governo. Un esplicito richiamo alla macelleria a cui il governo italiano si stava prestando partecipando attivamente ai bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Il corteo invece di proseguire deviò in massa proprio verso via delle Botteghe Oscure per sostenere la clamorosa contestazione. La polizia colta alla sprovvista fu costretta a sparare i lacrimogeni per cercare di sciogliere la manifestazione, al termine della quale tre compagni vennero arrestati.
La sera stessa, quando l’allora segretario dei Ds, Walter Veltroni, venne intervistato dal Tg1 proprio sulla contestazione avvenuta su un luogo storico come la sede di via delle Botteghe Oscure, tutti capirono il segno e il peso politico di quell’azione.
Quella guerra e la contestazione a via delle Botteghe Oscure furono uno spartiacque nella lotta contro la guerra ma anche tra chi aveva maturato consapevolezza sulla funzione del centro-sinistra una volta al governo e chi ha continuato a illudersi di poterne essere il paracarro “a sinistra”. L’illusione si è prolungata fino al 2008 con il secondo governo Prodi.
Nel primo caso, la contestazione del marzo 1999 è stato una sorta di battesimo in piazza della Rete dei Comunisti (registrata perfino da La Repubblica), nel secondo caso (2008 e la dissoluzione della sinistra filo centro-sinistra affondatasi con la lista Arcobaleno), fu la scelta di mettere in campo una ipotesi politica a tutto campo per chi non intende più campare di illusioni e logorarsi ancora con la logica del meno peggio.
Rete dei Comunisti, marzo 2019
Fonte
14/03/2019
Via della Seta benedetta da Mattarella. Qui il “Memorandum”
La data è certa, la firma forse. Il 22 marzo il presidente cinese Xi Jinping sarà in Italia, accompagnato da manager di almeno 70 colossi industriali del suo paese, e non certo per fare turismo.
C’è da apporre la firma sotto il Memorandum of Understanding – ovvero l’accordo-quadro, la “cornice di obbiettivi” – attraverso cui l’Italia comincia a discutere le modalità della sua partecipazione alla nuova Via della Seta o Belt and Road Initiative (BRI). Ossia alla più gigantesca infrastrutturazione planetaria che sia mai stata anche solo immaginata per connettere – via terra, porti, aeroporti, ferrovia – Asia, Medio Oriente ed Europa. Ma in larga misura anche l’Africa.
Ai tempi della “globalizzazione” imperante questa iniziativa sarebbe stata salutata come la dimostrazione delle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo. Oggi è apertamente osteggiata da Stati Uniti ed Unione Europea. Per ragioni e con modalità molto diverse, come si conviene al tempo della competizione globale.
Del Memorandum si favoleggia molto e quindi ci sembra opportuno metterlo a disposizione dei nostri lettori, anche se probabilmente la versione finale sarà nel frattempo “limata” dal lavoro degli sherpa di entrambe le delegazioni. La troverete alla fine di questo articolo.
Gli Stati Uniti vi vedono un pericolo mortale al loro predominio in tutte queste aree, specialmente in Europa, dove da qualche tempo – e certamente a far data dall’elezione di Donald Trump – sono al lavoro per rianimare la mummia del “partito americano”, che dovrebbe nelle loro intenzioni indebolire il processo di unificazione europea sotto l’egemonia tedesca e contemporaneamente costruire un argine anticinese, oltre ad una “proiezione di potenza” verso la Russia (Ucraina, Polonia e paesi baltici sono l’avamposto di questa strategia).
Sanno meglio di tutti che rapporti economici e commerciali più stretti, favoriscono od obbligano a stringere anche migliori rapporti geostrategici, perché creano legami, dipendenze più o meno reciproche, interessi comuni che poi diventa complicato separare.
Lo spiega bene, come sempre senza mezzi termini, l’ex capo stazione della Cia in Italia, Edward Luttwack: “L’accordo coi cinesi sulla Nuova Via della Seta è un atto dimostrativo e simbolico. Il memorandum è opaco e proprio per questo ancora più significativo dal punto di vista strategico. L’Italia pagherebbe un alto costo sia politico sia diplomatico. Con gli Stati Uniti ma non solo. Non è che fai arrabbiare solo Donald Trump in questa situazione ma tutta la coalizione marittima che vede tra le sue fila Stati Uniti, Regno Unito, India e Giappone. La scelta di stare con la Cina dimostrerebbe che l’Italia si rivela essere ancora una volta provinciale e fuori dai giochi”. Una minaccia pura e semplice, senza zuccherini di contorno.
Più complessa, ma altrettanto “competitiva”, è l’ostilità dell’Unione Europa (che mai come in questo caso appare ben diversa dall’“Europa”). Qui le preoccupazioni sono tutte di tipo nazionalistico. Persino un “europeista senza se e senza ma” come Romano Prodi si sente costretto a ricordare che “la Nuova Via della Seta ha suscitato l’interesse di tutti i Paesi europei tanto che, Germania e Polonia in testa, si sono affrettati a concludere accordi per nuovi collegamenti ferroviari”.
Insomma, il nervosismo “europeo” è figlio del timore tedesco-polacco e francese di avere un competitore in più, geograficamente avvantaggiato dal fatto di essere un ponte naturale tra il Nordafrica e il Vecchio Continente.
E’ del resto un mistero solo per l’opinione pubblica italiana – intrattenuta in genere dai media principali su vicende di gossip politico di quart’ordine – che Egitto, Algeria, Marocco, Turchia, Grecia sono ormai teatro di investimenti colossali da parte di Pechino come parte del progetto BRI, tanto da delineare un modello di sviluppo e riproduzione per quei paesi davvero diverso da quello fin qui mantenuto.
E persino Israele si mostra molto interessato e disponibilissimo a fare da hub per una serie di commerci.
Davanti a processi di queste dimensioni, nessun governo (neanche uno sovietico) potrebbe restare estraneo o indifferente, per il buon motivo che l’“autarchia” è fisicamente impossibile (oltre che storicamente una cazzata) e dunque bisogna inserirsi – in modo intelligente, accorto, guardingo quanto volete – in un sistema di scambi tale da garantire l’ingresso di beni e risorse qui indisponibili e l’uscita di quanto di meglio si sa produrre in casa. Poi, con quale “modo di produzione” interno questo viene fatto, con quali obbiettivi di redistribuzione e giustizia sociale, è un affare che riguarda “noi”.
Si può considerare “velleitaria” la decisione del governo gialloverde di arrivare a un accordo (peraltro avviato già ai tempi del governo Gentiloni!), che schiaccia i calli di “alleati-padroni” sicuramente potenti e nervosi. Senza neanche aver ben chiaro il ventaglio delle “rappresaglie” che questi potrebbero mettere in moto e comunque senza una chiara strategia di “autonomizzazione” nelle relazioni commerciali.
Ma d’altro canto neanche un governo scombiccherato come questo può restare con le mani in mano – sul fronte economico – mentre da un lato l’austerity europeista ti svuota il patrimonio produttivo e le esigenze geopolitiche Usa ti vietano di fare affari con chi a loro non piace (ma con cui comunque commerciano alla grandissima). Se non altro per preoccupazioni elettorali qualcosa dovevano inventarsi, magari copiando dal Pd...
Il “partito americano” presente trasversalmente in tutte le formazioni parlamentari si è messo subito in moto. Matteo Salvini – spalleggiato da Corriere e Repubblica – affronta la questione quasi come un oppositore, mentre a condurre le trattative con i cinesi è Michele Geraci, il sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico... indicato dalla Lega!
Il che costringe a guardare, più che a questi fantocci politici, a come il mondo imprenditoriale italiano sta posizionandosi rispetto alla Via della Seta.
Scopriamo che un vecchissimo nemico di classe come Cesare Romiti è letteralmente entusiasta, con argomenti strettamente di business: “Firmare l’accordo con la Cina? L’Italia non fa bene, fa benissimo. Innanzitutto la partecipazione all’iniziativa della Belt and Road e poi la possibilità di aumentare le esportazioni in un mercato di consumo immenso come quello cinese”.
Proprio come Giuliano Noci, ingegnere e prorettore del del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, nonché uno dei massimi esperti di Cina in Italia: “L’Italia fa bene a firmare il memorandum of understanding della Belt and Road, a patto che ottenga delle contropartite reali. Penso alle operazioni di business che possono essere fatte congiuntamente nei paesi eurasiatici e in Africa. Farebbe male invece a firmare lo stesso identico memorandum firmato dagli altri paesi che hanno aderito alla Belt and Road.”
Anche perché: “Da tempo Francia e Germania, pur non aderendo alla Belt and Road, stanno facendo operazioni sottobanco con la Cina. Ognuno segue la propria linea provando a non scoprirsi. In questo caso l’Italia può invece portare a termine alla luce del sole un’operazione avviata da Paolo Gentiloni. Fino adesso tedeschi e francesi hanno operato in Cina senza chiedere il permesso a nessuno, non vedo perché gli Stati Uniti dovrebbero prendersela con l’Italia”.
Alberto Bombassei, uno dei pochi produttori davvero leader globali, sebbene in un settore “minore” (la sua azienda, Brembo, fabbrica i migliori impianti frenanti del mondo), non fa mistero di apprezzare al massimo l’iniziativa cinese: “Le esigenze di sicurezza degli Usa vanno tenute in considerazione, ma non si capisce come la Belt and Road Initiative, nella versione che conosciamo, possa creare effettivo pericolo per la sicurezza italiana ed europea”.
Esigenze di sicurezza fortemente concentrate soprattutto su Huawei, che sta testando anche in Italia il 5G, ovvero le reti senza fili di nuova generazione. Ma per cui non esiste alternativa: non c’è alcuna società europea in grado di sviluppare il 5G. O ci si accorda con un’azienda cinese oppure con una statunitense. E non è che gli Usa godano proprio di buona fama, in termini di invadenza tecnologica sui loro alleati (persino il telefono di Angela Merkel era sotto controllo della NSA...).
Più “mediatorio”, come si conviene, il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia: “è un’opportunità se puntiamo su un industria forte che va anche a vendere in Cina e non trasformiamo l’Europa in un continente di consumatori che comprano solo prodotti cinesi. Servono degli accorgimenti, per esempio il porto di Trieste è un asset strategico del paese e non può essere parte di una società dove ci sono dentro altri Paesi”.
Tremano e temono, invece, i rappresentanti di un mondo imprenditoriale più fragile e frammentato (Confcommercio e Conftrasporto), che arrivano a invocare la protezione della “sovranità nazionale” (“Siamo già molto preoccupati per le intese sottoscritte da importanti imprese italiane con industrie cinesi che rischiano di farci perdere know how e competitività. Se poi dovessimo aggiungere la perdita della piena sovranità nazionale sulle infrastrutture strategiche portuali e ferroviarie, rischieremmo di pregiudicare quell’economia del mare che è fondamentale per il nostro Paese”). Qualcuno li avverta che questo paese non ha più da tempo una politica internazionale, non batte più moneta, ha forze armate sotto comando Usa-Nato, si vede scrivere la legge più importante – quella di bilancio – dalla Commissione Europea... Insomma, la “sovranità” non abita più qui da un pezzo...
E’ il quadro, seppure sintetico, di un mondo imprenditoriale pavido, diviso tra la voglia di tuffarsi in un affare gigantesco – specie in confronto alle loro dimensioni da nani – e la paura di perdere i “protettori” storici, con cui hanno contratti in essere.
In breve: una classe dirigente senza una minima idea progettuale di futuro per questo paese, in balia degli eventi e soprattutto degli interessi altrui. Le divisioni nel sottobosco del “mondo politico” le riflettono quasi senza mediazione.
Ci sono le aspettative del Nordest per ora leghista sulla possibilità di fare di Trieste il principale porto a disposizione dei cinesi verso il Nord Europa. E quelle del Nordovest (leghista e “democratico”) che invece sponsorizza Genova come alternativa.
Entrambi, comunque, ben saldi nel pretendere che si svuoti al più presto il principale porto cinese in Italia: quello di Napoli.
Dove vogliamo andare, con scapocchioni siffatti...
P.s. Nella serata di ieri, dopo il rituale incontro tra il presidente del Consiglio e quello della Repubblica (presenti anche i vice, Di Maio e Salvini), prima di ogni vertice europeo, dal Quirinale è arrivato un sostanziale via libera. Il documento su cui si sta lavorando “è molto meno pregnante di tanti altri siglati bilateralmente da altri Paesi Ue”. E molte delle regole lì contenute sono molto più severe e stringenti di quanto previsto dall’Unione europea. Naturalmente non sarà mai Mattarella a mettere in discussione il rapporto con gli Usa, ma proprio il Quirinale fa notare che la tecnologia 5G non riguarda il memorandum.
Nella contesa furibonda tra il “partito americano” e il “partito europeo” (o tedesco), stavolta pare che l’abbia spuntata il partito del... Vaticano.
A questo punto, non avete da fare altro che verificare da soli...
*****
DOCUMENTO D’INTESA TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA E IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE SULLA COLLABORAZIONE ALL’INTERNO DEL PROGETTO ECONOMICO “VIA DELLA SETA” E DELL’INIZIATIVA PER LE VIE MARITTIME DEL XXI° SECOLO
Il governo della Repubblica italiana e il governo della Repubblica popolare cinese (d’ora in poi denominati “controparti”), nella prospettiva di promuovere una collaborazione pratica bilaterale; nell’accogliere favorevolmente le conclusioni del Forum sulla cooperazione internazionale della Via della Seta, tenutosi a Pechino nel maggio 2017; nel riconoscere l’importanza e i benefici derivanti da una migliorata connettività tra l’Asia e l’Europa e il ruolo che l’iniziativa della Via della Seta può svolgere in questo ambito; ricordando il comunicato congiunto emanato dalla Tavola rotonda dei capi di stato del Forum per la collaborazione internazionale della Via della Seta; ricordando il piano di azione per il rafforzamento della collaborazione economica, commerciale, culturale e scientifica tra l’Italia e la Cina 2017-2020, stipulato a Pechino nel maggio 2017; ricordando il comunicato congiunto emanato dal 9° Comitato intergovernativo Italia-Cina, tenutosi a Roma il 25 gennaio 2019, e l’impegno espresso in quella sede per promuovere il partenariato bilaterale in uno spirito di rispetto reciproco, uguaglianza e giustizia, a reciproco beneficio, nella prospettiva di una solidarietà globale rafforzata; consapevoli del passato storico comune sviluppato attraverso le vie di comunicazione per via di terra e di mare che collegano Asia e Europa e del ruolo tradizionale dell’Italia come punto di approdo della Via della Seta marittima; ribadendo il loro impegno a onorare i principi e le finalità della Carta delle Nazioni Unite e promuovere la crescita inclusiva e lo sviluppo sostenibile, in linea con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici; ricordando inoltre gli obiettivi fissati dall’Agenda strategica per la collaborazione Unione Europea-Cina 2020, e i principi guida della Strategia dell’Unione Europea per collegare Europa e Asia adottata nell’ottobre 2018; hanno raggiunto la seguente intesa:
Paragrafo I: Obiettivi e principi guida per la collaborazione.
1. Le controparti si impegnano a lavorare insieme nel progetto della Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI) per trasformare in vantaggi le reciproche forze complementari, nell’ottica di una cooperazione pratica e crescita sostenibile, appoggiando le sinergie tra la Via della Seta e le priorità identificate nel Piano di investimento per l’Europa e le reti trans-europee, e altresì tenendo presenti le discussioni riguardanti la Piattaforma per la connettività Unione Europea-Cina. Questo consentirà inoltre alle controparti di rafforzare i loro rapporti politici, i loro legami commerciali e gli scambi tra i popoli. Le controparti si impegnano a rafforzare la collaborazione e a promuovere la connettività regionale in un quadro di riferimento aperto, inclusivo ed equilibrato, i cui benefici si estenderanno a tutte le parti, in modo da promuovere nella regione pace, sicurezza, stabilità e sviluppo sostenibile.
2. Le controparti si impegnano a promuovere la collaborazione bilaterale in base ai seguenti principi:
(i) Guidate dalle finalità e dai principi contenuti nella Carta dell’ONU, le controparti lavoreranno per sviluppo e prosperità reciproche, basate sulla fiducia reciproca e spirito di collaborazione:
(ii) Nel rispetto delle leggi e normative nazionali, coerenti con i rispettivi obblighi internazionali, le controparti si impegnano a promuovere l’avanzamento dei loro progetti di collaborazione;
(iii) Le controparti si impegnano a esplorare le sinergie e ad assicurare coerenza e complementarietà con i meccanismi esistenti di cooperazione bilaterali e multilaterali e con le piattaforme di cooperazione regionale.
Paragrafo II: Aree di cooperazione.
Le controparti si impegnano a collaborare nelle seguenti aree:
1. Dialogo sulle politiche. Le controparti promuoveranno le sinergie e rafforzeranno le strutture di comunicazione e coordinamento. Stimoleranno il dibattito sulle politiche da adottare nelle iniziative di connettività e sugli standard tecnici e normativi. Le controparti lavoreranno assieme alla Banca di investimento asiatica per le infrastrutture (AIIB) per favorire la connettività nel rispetto delle finalità e delle funzioni della Banca.
2. Trasporti, logistica e infrastrutture. Le controparti condividono una visione comune sul miglioramento dei trasporti, affinchè siano accessibili, sicuri, inclusivi e sostenibili. Le controparti collaboreranno allo sviluppo della connettività delle infrastrutture, tra cui investimenti, logistica e inter-operatività, nelle aree di interesse reciproco (come strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia – tra cui fonti rinnovabili e gas naturale – e telecomunicazioni). Le controparti esprimono il loro interesse nello sviluppo di sinergie tra la Via della Seta, il sistema italiano di trasporti e infrastrutture, come – tra gli altri – strade, ferrovie, ponti, aviazione civile e porti e la Rete trans-europea dei trasporti dell’Unione Europea (TEN-T). Le controparti accoglieranno favorevolmente ogni dibattito nel quadro della Piattaforma di connettività tra l’Unione Europea e la Cina, per migliorare l’efficienza della connettività tra Europa e Cina. Le controparti si impegnano a collaborare nel facilitare il disbrigo delle operazioni doganali, rafforzando la cooperazione nelle soluzioni di trasporto sostenibile, sicuro e digitale, come pure per quel che riguarda investimenti e finanziamenti. Le controparti ribadiscono l’importanza di stabilire procedure di appalto aperte, trasparenti e non discriminatorie.
3. Rimuovere ogni ostacolo al commercio e agli investimenti. Le controparti si impegnano a estendere gli investimenti bilaterali e i flussi commerciali, la cooperazione industriale come pure la cooperazione nei mercati di paesi terzi, esplorando i sistemi per promuovere una robusta cooperazione a beneficio reciproco. Le controparti riaffermano l’impegno condiviso per realizzare scambi commerciali e investimenti aperti e liberi, per contrastare gli eccessivi squilibri macroeconomici, e opporsi all’unilateralismo e al protezionismo. Nell’ambito della Via della Seta, le controparti si impegnano a promuovere commercio e cooperazione industriale in modo aperto, libero, trasparente e non discriminatorio; appalti trasparenti; parità di condizioni e rispetto dei diritti di proprietà intellettuale. Le controparti si impegnano a studiare sistemi di collaborazione e partenariato più stretti e di vantaggio reciproco, promuovendo la cooperazione triangolare e quella nord-sud, sud-sud.
4. Collaborazione finanziaria. Le controparti rafforzeranno le comunicazioni e il coordinamento bilaterale su politiche di riforma fiscale, finanziaria e strutturale, in modo da creare un ambiente favorevole alla collaborazione economica e finanziaria, anche tramite l’avvio di un Dialogo finanziario Italia-Cina, tra il ministro dell’economia e della finanza della Repubblica italiana e il ministro delle finanze della Repubblica popolare cinese.
Le controparti favoriranno il partenariato tra le rispettive istituzioni finanziarie per sostenere congiuntamente la cooperazione in materia di investimenti e finanziamenti, a livello bilaterale e multilaterale e verso paesi terzi, nell’ambito dell’iniziativa della Via della Seta.
5. Connettività tra persone. Le controparti si impegnano a favorire ed espandere gli scambi interpersonali, a sviluppare la rete di gemellaggio tra le città, e a sfruttare appieno la piattaforma dei Meccanismi di cooperazione culturale tra l’Italia e la Cina per portare a termine il gemellaggio tra i siti UNESCO dei rispettivi paesi, allo scopo di promuovere la collaborazione su istruzione, cultura, scienze, innovazione, salute, turismo e benessere pubblico tra le rispettive amministrazioni. Le controparti favoriranno scambi e collaborazione tra le rispettive autorità locali, mezzi di comunicazione, think tank, università e giovani.
6. Cooperazione allo sviluppo nel rispetto dell’ambiente. Le controparti si impegnano a sostenere pienamente l’obiettivo di sviluppare la connettività tramite un approccio sostenibile ed ecologico, promuovendo attivamente la tendenza globale verso lo sviluppo ecologico, circolare e a basse emissioni di carbonio. Con questo spirito condiviso, le controparti collaboreranno nel campo della protezione ambientale, dei cambiamenti climatici ed altre aree di reciproco interesse. Le controparti si impegnano a condividere le loro idee sullo sviluppo sostenibile e a promuovere attivamente le direttive dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Il ministero per l’ambiente, il territorio e il mare della Repubblica italiana parteciperà attivamente alla Coalizione internazionale per lo sviluppo ecologico sulla Via della Seta, già avviato dal ministero dell’ecologia e dell’ambiente della Repubblica popolare cinese, in sintonia con il programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP).
Paragrafo III: Modalità di cooperazione.
1. Le modalità di cooperazione potrebbero includere le seguenti, ma senza che siano imposti imposti limiti o restrizioni:
(i) Lo scambio di visite e dibattiti ad alto livello all’interno dei meccanismi di scambio governativi e non governativi. Le controparti metteranno a disposizione reciprocamente le informazioni raccolte nei più svariati campi e su canali multipli, allo scopo di aumentare la trasparenza e incoraggiare la partecipazione di cittadini provenienti da tutti i settori della società;
(ii) Le controparti studieranno lo sviluppo di programmi pilota nelle aree chiave, negli scambi economici e nella cooperazione, nella ricerca congiunta, nello sviluppo delle capacità, negli scambi e nella formazione del personale.
2. Le controparti si impegnano a esplorare i modelli di cooperazione a vantaggio reciproco per sostenere le principali iniziative nell’ambito della Via della Seta. Le controparti seguiranno i principi del mercato, promuoveranno la cooperazione tra capitale pubblico e privato, incoraggeranno gli investimenti e il supporto finanziario attraverso approcci diversificati. Le controparti ribadiscono il loro impegno verso investimenti che siano sostenibili, sotto il profilo sociale e ambientale, e fattibili economicamente.
3. Le controparti si impegnano a esplorare congiuntamente tutte le opportunità di cooperazione tra Italia e Cina e di possibile cooperazione in paesi terzi. Le controparti si impegnano a rispettare modi di cooperazione che siano a beneficio di tutti i partecipanti e ad adottare progetti che siano a vantaggio dei paesi terzi, favorendo le loro priorità in termini di sviluppo e le esigenze della loro popolazione, assicurandosi che siano validi e sostenibili sotto il profilo fiscale, sociale, economico e ambientale.
4. Le rispettive autorità competenti delle controparti potranno siglare accordi di collaborazione in settori specifici, anche per la creazione di strutture specifiche di collaborazione.
Paragrafo IV: Meccanismo di cooperazione.
Le controparti sfrutteranno appieno i meccanismi bilaterali già esistenti per sviluppare la cooperazione nell’ambito dell’iniziativa della Via della Seta.
La commissione governativa Italia-Cina avrà il compito di monitorare lo svolgimento e i futuri sviluppi del presente accordo.
Paragrafo V: Risoluzione delle controversie.
Le controparti si impegnano a risolvere amichevolmente tutte le controversie derivanti dall’interpretazione di questo documento di intesa tramite incontri diretti.
Paragraph VI: Legislazione applicabile.
Questo documento d’intesa non costituisce un accordo internazionale che potrebbe portare all’applicazione di diritti e obblighi sotto la legge internazionale. Nessuna parte di questo documento è da considerare come base di impegno legale o finanziario per le controparti. Il presente documento d’intesa verrà interpretato secondo la legislazione delle controparti e la legislazione internazionale, laddove ne ricorrano i presupposti, e per la parte italiana anche secondo la normativa dell’Unione Europea.
* Questo documento d’intesa avrà effetto dalla data della firma.
Questo documento d’intesa resterà valido per un periodo di cinque anni e sarà rinnovato automaticamente per altri periodi di cinque anni in futuro, a meno che non venga terminato da una delle controparti con comunicazione scritta con almeno tre mesi di anticipo.
Firmato a…. il….., in due originali, ognuna in lingua italiana, inglese e cinese, tutti ugualmente autentici. Nel caso di divergenze interpretative, farà fede il testo in lingua inglese.
Per il governo della Repubblica italiana Per il governo della Repubblica popolare cinese
Fonte
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