Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/03/2026

Se Prodi mira ai giovani...

Due giorni fa, su La Repubblica, la millesima intervista a Prodi: “teniamo viva la partecipazione”. Si riferiva alla massa di giovani che hanno votato No al referendum.

Non sono più giovane, ad agosto compio 56 anni, e qualcosa ho vissuto e imparato. Nel 1991 Prodi, dopo aver chiuso la lunga esperienza dell’Iri, ritornò alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna dove insegnava Economia Industriale. I testi che imponeva da portare all’esame erano indicativi di una linea di pensiero: “libri sulle privatizzazioni della Thatcher”. Molto “di sinistra”, no?

La sua clamorosa carriera è per certi versi un mistero. Il suo maestro era stato Beniamino Andreatta, che nel 1981 insieme a Ciampi governatore di Bankitalia, fece “la separazione Tesoro-Bankitalia”. In pratica impedì per legge alla Banca centrale di intervenire in sede d’asta sui titoli di stato italiano per tenere su il prezzo e quindi calmierare sia i rendimenti che, sul lungo termine, il servizio del debito pubblico (gli interessi da pagare). Consegnando così il bilancio e il debito pubblico alla volontà del “mercato”. In quell’anno il rapporto debito/Pil era al 60%, da allora non ha fatto che crescere, bloccando ogni spesa sociale.

Sempre Andreatta, nel 1993, fece l’accordo Ue-Van Miert sulle privatizzazioni dell’Iri (l’anno prima c’era stato l’incontro sul Britannia con la City, Draghi e altri, in piena “Mani Pulite”).

Prodi smantellò la siderurgia italiana, l’Alfa Romeo, l’agroalimentare (su questo ci fu uno scontro con Craxi). Nel 1996 fece il governo con la “desistenza di Rifondazione”. La compagna Mara Malavenda, eletta nel collegio napoletano per il Prc, prese la parola alla Camera e ne disse a Prodi di tutti i colori, non votando la fiducia. Bertinotti la espulse.

Prodi è l’uomo dell’euro (“che ci avrebbe fatto guadagnare come se lavorassimo un giorno in più anche se avremmo lavorato un giorno in meno”), dei “sacrifici”, del Pacchetto Treu, della riforma scolastica Berlinguer, della sanità con Bindi, della Bicamerale con D’Alema, dei primi passi del federalismo fiscale e della Riforma “federalista” del Titolo V della Costituzione, fatta qualche anno dopo.

Prodi, lupo travestito da agnello, era l’alter ego di Berlusconi, ma con la “faccia pulita, sapiente, ecc.”.

Personalmente, non l’ho mai considerato un grande economista, anzi... Chi lo aveva conosciuto di persona (ho testimonianze dirette, di vivi e di morti) lo considerava “un uomo malvagio, cattivissimo, che si vendicava sottilmente”.

Prodi è stata una sciagura storica del movimento operaio italiano, assieme al Pds. Non ho mai capito se fosse agente americano o franco-tedesco, o entrambi. Il suo delfino, il prof. Patrizio Bianchi (che, nel governo Draghi, contribuì anche lui, alla distruzione della scuola) lo ebbi come Presidente della mia sessione di laurea. Lo incontravo spesso. Gli consigliai di leggere David Harvey “La crisi della modernità”, ma non credo che lo fece... 

Prodi scriveva in molte riviste del Mulino, che leggevo all’Emeroteca del Dipartimento di Economia di Scienze Politiche. Allora 23 enne, seguivo le sue tracce, e non vedevo niente di buono.

Prodi si rivolge ora ai giovani, per metterli – ancora una volta – nel suo grande calderone, al fine di fargli pagare, sottilmente, i “debiti di guerra”, i “sacrifici” delle guerre e del riarmo imperialista, il “mercato unico dei capitali”, la distruzione finale di sanità, istruzione e chissà che altro.

Non so chi rappresenterà il “futuro italiano”, ma lui prepara il terreno, come altri. Prodi è il “simbolo politico-tecnocratico” del capitale transnazionale a base italiana ed europea, al servizio dell’ala “democratica e fabiana” angloamericana, sedicente “democratica”.

Insomma: giovani, “state attenti”.

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23/03/2026

L’hi tech per arrivare a Diego Garcia

Quasi tutti i giornali italiani di oggi danno notizia del missile iraniano che è arrivato alla base angloamericana nel Pacifico Diego Garcia, 4 mila km di distanza. Commentano la notizia “con gran stupore”.

Bisognerebbe ricordare che in questi decenni ci sono stati i Brics, la Sco, e, noi, eurocentrici sempre scettici sulle capacità altrui, in fondo dicevamo: perché sulla Palestina non intervengono?

Facciamoci invece una domanda: nell’ultimo decennio, nei vari siti cinesi, leggevo di accordi della Cina con il “sud del mondo” che riguardavano scambi di materie prime (non importa quali) e tecnologia. Di quale tecnologia si parla?

La questione è stata posta ieri sul Sole 24 Ore da Marcello Minenna, editorialista domenicale. Quale tecnologia ha “scambiato” la Cina e, soprattutto, che tipo di “tecnologia dual use” ha la Cina?

Si sa che le varie guerre in questi anni sono in varia misura indirizzate contro Pechino, che però “non si muove”, fa accordi, agisce sempre in ambito Onu, fa – insomma – diplomazia classica ed intanto “scambia tecnologia”.

La crescita del pluslavoro relativo che, ricordo, anche nella terza edizione di Piano contro mercato (Andromeda), è la chiave di volta cinese alla crisi finanziaria Usa del 2008 – grazie agli “scambi tecnologici con il sud del Mondo” – produce, ad esempio, un Iran in grado di scagliare un missile a 4.000 km di distanza.

Quanti altri paesi del “sud del Mondo” hanno ora questa tecnologia (della Corea del Nord sappiamo benissimo da tempo)?

Si può parlare ancora di “dominio tecnologico occidentale”, o resta per noi invisibile – vista la prevalenza della propaganda – ciò che succede in varie parti del nostro mondo (ricordo che, dopo la Prima Repubblica, da noi fu adottato il modello di crescita “arretrato” fondato sul plusvalore assoluto marxiano e la deflazione salariale, con la distruzione suicida, ad esempio, dell’istruzione).

A distanza di decenni, noi e l’Occidente, come siamo messi rispetto a “loro”? E, soprattutto, quanti e quali Paesi del mondo sono “loro”?

La Storia, dopo le recenti “sorprese”, credo che vada rivisitata ed aggiornata, ma l’Accademia, i media, i siti ufficiali non ci informeranno mai in modo decente su questo. Non perché “ci nascondono subdolamente informazioni chiave” – anche questo, a volte – ma proprio perché non le vedono.

Per questo mi affido a un piccolo sistema di relazioni e di fonti che mi danno info preziose, che parzialmente mi “chiariscono” il presente e, soprattutto, il futuro.

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17/03/2026

Per liberare il lavoro, serve pure l’IA

Credo che una delle poche persone, su queste pagine, che si sia posta la questione della riduzione dell’orario di lavoro, del “lavoro liberato”, dell'“illusione keynesiana”, della fine dello Stato Sociale sia stato Leo Essen.

Lo ha fatto molto crudamente, secondo il suo stile, ma ha posto questioni che erano marxiane, tratte dalla lettura di Giovanni Mazzetti.

Qui si pone davanti a noi, nell’epoca dell’IA, del controllo, di una repressione sempre più sottile, di idee censurate, o nascoste, dell’appropriazione dei mezzi di produzione... la questione, stringente, dell’autogestione simil-jugoslava, che non a caso misero fuori.

Qui si pone, nelle epoche di guerre imperialiste, segno di scarsa profittabilità capitalistica, della composizione organica del capitale che toglie il lavoro salariato, e che per questo, causa una caduta del saggio di profitto, senza avere controtendenze ad esse – in termini posti a suo tempo da Grossmann – il tema del proletariato e delle cure.

Troppa geopolitica fa male, troppo moralismo fa male... ci fa perdere l’Orizzonte di una transizione verso il socialismo, che con l’IA sarebbe sempre più a portata di mano. E per farlo ci vuole “formazione”, “studio”, “mobilitazione”, inchiesta operaia, come faceva Raniero Panzieri e i Quaderni Rossi, in vista di una lotta sindacale, politica, di massa, nel segno del “lavoro liberato” di un “Prometeo Liberato”.

Insomma, non dobbiamo provare sconforto, ma esser coscienti, avere coscienza di classe, avere quella parola scandalosa che si chiama ideologia socialista.

In fondo, tutto ciò che ha fatto la cosiddetta Seconda Repubblica, aggrappata agli Usa (non importa quale fronte) e all’Ue (che ha origine nel “Piano Werner” del 1967 e, prima ancora, nel “Piano Funk” nazista del 1941), è stato quello di “rallentare”, “impedire” che il lavoro liberato – la riduzione dell’orario di lavoro, giornaliero, mensile, annuale, di vita (vi ricordo la Riforma Fornero), il pluslavoro assoluto, non degno del XXI secolo – si affacciasse nelle menti del proletariato italiano, disperso, frantumato, alienato, individualizzato, che si scanna ancora oggi l’uno contro l’altro, per non pensare a chi sta in “alto” (e non parlo di “politici”, quelli non contano niente, ma di capitale finanziario).

In fondo la Cina ha dato l’IA a tutta la popolazione... insomma, ha dato le armi, e in risposta all’automazione della produzione sempre più spinta, crea “altri settori lavorativi”, guarda caso di cura, di sanità, di educazione, e altro.

Non credo che i cinesi pensino al “lavoro liberato”, ma tentano vie diverse dalle nostre, fatte di miseria, di disoccupazione, di lavori servili e altro.

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08/03/2026

La sanità pubblica fa un “balzo in avanti”. In Cina...

Il Plenum cinese di questi giorni ha elaborato il 15° Piano Quinquennale in cui, tra le altre cose, viene affrontato il problema della sanità. E non proprio secondo i canoni italiani.

La sanità è, infatt,i posta in posizione strategica con lo slogan “Costruzione di una Cina sana” e l’obiettivo di aumentare l’aspettativa di vita media a 80 anni. È il caso di ricordare che contrariamente a quanto avviene dalle nostre parti, gli slogan – per quanto non molto originali, come questo – non servono a nascondere politiche di segno opposto ma annunciano cambiamenti reali nella direzione indicata.

Il fulcro delle politiche cinesi si sposta così verso il potenziamento delle strutture di base, soprattutto a livello di contee e distretti, promuovendo servizi con medici di famiglia e la diffusione di risorse mediche di alta qualità (potendo contare su una struttura universitario da decenni arrivata ad alti livelli).

Per quanto riguarda i sussidi assicurativi lo standard del sussidio pro capite per l’assicurazione medica dei residenti sarà aumentato di 24 yuan, arrivando a 724 yuan, ovvero 90 euro circa. È il caso di ricordare che il salario medio cinese, nel 2024, era di 1016 euro e cresce di anno in anno ad un ritmo superiore a quello del Pil.

Proseguirà l’ottimizzazione degli acquisti centralizzati di farmaci e materiali di consumo, per garantire qualità e fornitura stabili.

È prevista un aumento del contrasto alle frodi assicurative, proteggendo il denaro destinato alla salute dei cittadini.

Si miglioreranno le politiche di sostegno alla natalità, erogando sussidi per l’infanzia, sviluppando servizi di assistenza all’infanzia a prezzi accessibili (ricordando che il primo requisito – un lavoro stabile e un salario adeguato – è stato già ampiamente raggiunto e superato).

Si prevede espansione e potenziamento dei servizi di riabilitazione e cura a lungo termine per gli anziani e miglioramento di assistenza e sostegno agli anziani con disabilità e disturbi cognitivi.

La biomedicina è stata chiaramente designata come un settore industriale emergente e pilastro da sviluppare prioritariamente, con un notevole innalzamento del suo status e dei finanziamenti pubblici relativi.

Un occhio anche a pianificare in anticipo settori come l’interfaccia cervello-computer, il biomanifatturiero e l’applicazione dell’intelligenza artificiale in sanità, come nuove forze produttive di qualità nel settore.

Nel 2026 è prevista l’attuazione di 10 azioni concrete di servizio sanitario per il popolo, tra cui:

1) Salute mentale con aggiunta di servizi ambulatoriali di salute mentale in 110 nuove contee e maggiore diffusione della linea di assistenza psicologica (12356).

2) Gestione del peso con copertura totale di ambulatori dedicati alla gestione del peso negli ospedali pubblici di terzo livello.

3) Riconoscimento reciproco degli esami, di referti e accertamenti tra ospedali pubblici di secondo livello e superiori, per almeno 300 voci.

4) Promuovere la piena copertura dei servizi di emodialisi in tutte le contee con una popolazione residente stabile superiore a 60.000 abitanti.

5) Consolidare la capacità dei servizi pediatrici a livello di base.

Un cenno, ovviamente, anche alla promozione dello sviluppo completo della Medicina Tradizionale Cinese in ambito di prevenzione, cura, riabilitazione, innovazione e formazione dei talenti.

Molte regioni propongono di realizzare la copertura completa di ospedali pubblici di MTC a livello di contea e di rafforzare la capacità di servizio delle cliniche di MTC a livello di base.

Favorire l’integrazione nell’industria della MTC con settori come la cura della salute e il turismo, creando anche cluster industriali di punta per la produzione di erbe officinali di qualità.

Per quanto riguarda il settore del lavoro, l’obiettivo previsto per il 2026 è la creazione di almeno 12 milioni di nuovi posti di lavoro nelle aree urbane.

Il tasso di disoccupazione urbana è previsto intorno al 5,5%.

La direzione politica principale tende a integrare le politiche prioritarie per l’occupazione in tutti i settori dello sviluppo economico e sociale, aumentando il sostegno politico.

Sostegno alla stabilità occupazionale nelle industrie e imprese a maggiore intensità di manodopera, parallelamente alla creazione di nuove professioni e posti di lavoro legati allo sviluppo di settori emergenti e futuri.

Definire politiche a sostegno dell’occupazione giovanile, in particolare per i neolaureati; rafforzare la stabilizzazione e l’assistenza ai lavoratori migranti; garantire il collocamento e i servizi per l’impiego dei militari in congedo; potenziare l’assistenza all’occupazione per le persone in difficoltà.

Formazione professionale su larga scala per dotare più lavoratori di competenze specifiche, migliorando l’occupabilità e il reddito.

Sviluppare programmi di formazione specializzati in settori legati alle nuove forze produttive di qualità, come l’intelligenza artificiale (IA) e i veicoli a nuova energia.

Sostenere le imprese leader nella creazione di ecosistemi formativi integrati che combinino istruzione, formazione professionale e certificazione delle competenze, adattando dinamicamente gli standard professionali per le nuove mansioni.

Tutele per le nuove forme di impiego: introdurre politiche per favorire la partecipazione all’assicurazione sociale dei lavoratori con forme di impiego flessibili e delle nuove piattaforme digitali (es. fattorini, corrieri, autisti di piattaforme), promuovendo in modo ordinato l’espansione della sperimentazione dell’assicurazione contro gli infortuni professionali.

Tutela dei diritti dei lavoratori: attuare pienamente i sistemi di garanzia del pagamento dei salari per i lavoratori migranti, rafforzare la lotta contro la discriminazione lavorativa e difendere fermamente i diritti e gli interessi legittimi dei lavoratori. Alcuni rappresentanti hanno suggerito di aumentare il salario minimo per i lavoratori con impieghi flessibili, introducendo una tariffa oraria minima.

Regolamentare il fenomeno dello “straordinario invisibile” (lavoro oltre l’orario tramite dispositivi digitali), garantire il diritto al riposo e alle ferie dei lavoratori e attuare il sistema di ferie retribuite e scaglionate.

Ottimizzare i prestiti per l’imprenditoria: valorizzare il ruolo di politiche come gli interessi agevolati sui prestiti per l’imprenditoria, con un importo massimo richiedibile di 300.000 yuan a persona, per rafforzare il sostegno e la guida all’avvio di imprese.

Affrontare l’impatto dell’IA sull’occupazione migliorando le misure per promuovere l’occupazione e l’imprenditoria in risposta allo sviluppo della tecnologia IA, istituendo un sistema di monitoraggio, valutazione e allerta precoce dell’impatto dell’IA sul lavoro.

Potenziamento delle competenze IA per tutti: alcuni rappresentanti hanno suggerito di promuovere un’azione nazionale per il potenziamento delle competenze e della consapevolezza legate all’IA per l’intera popolazione, istituendo un apposito fondo dedicato.

Tra gli argomenti correlati:

Equilibrio tra lavoro e cura dei figli: il governo centrale ha stanziato quasi 100 miliardi di yuan in sussidi per la cura dei figli, sviluppando servizi di assistenza all’infanzia a prezzi accessibili per alleviare la pressione familiare e sostenere i genitori nel bilanciare meglio lavoro e famiglia.

Riposo e ferie: sostenere, laddove le condizioni lo permettano, la promozione di vacanze primaverili e autunnali per le scuole primarie e secondarie, attuare il sistema di ferie retribuite e scaglionate per i dipendenti, al fine di stimolare i consumi e favorire la riunione familiare.

Non proprio un sistema da sogno, insomma, ma un sistema fatto per permettere a tutti di vivere in modo decente...

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03/03/2026

Welfare e IA. In Cina, però…

di Pasquale Cicalese

Vedo Global Times, Xinhua e altri siti cinesi, da quando? Sarà 20 anni, forse? Ora, c’è l’Iran. Chiaro, ne parlano, ma, chissà perché, sono “concentrati all’interno”. Certo, si muovono in ambito Onu, come è loro prassi, certo, condannano l’attacco (vedremo le loro “decisioni” nelle prossime settimane), ma risuonano tre termini nei loro siti, a proposito del prossimo Piano Quinquennale: energia pulita, alta tecnologia e, guarda un po’, “welfare”. Chi scrive di welfare in Occidente?

La Cina, per decenni, parlava di investimenti industriali, reflazione salariale, infrastrutture e altre cose. Ora parla di “welfare” come “motore di domanda interna”. Perché welfare, mi chiedo? Dove vogliono andare a parere i cinesi, che quando scrivono e “parlano” li devi capire in fondo, e forse non li capisci, eppure li studio da 35 anni?

C’è l’IA, un amico, un mese fa, mi mandò un articolo del South China Morning Post. Ebbene, lì si scriveva che c’era un progetto pilota a Shenzen per dare, gratuitamente, a tutta la loro popolazione, gli strumenti dell’IA. Questo “esperimento”, il governo centrale lo voleva e lo vuole “estendere” a tutto il Paese. L’amico così commentava: “praticamente danno le armi a tutto il popolo”.

Ora, si sa, che in Occidente l’IA è composto da “cartelli”, oligopoli, monopoli anglosassoni che stanno via via conquistando, anche attraverso i fondi finanziari, l’Europa, e noi. L’estrazione di valore in Occidente è dominata da questi cartelli, tramite l’IA, mentre in Cina l’IA è del “popolo” e nel Piano Quinquennale si parla sempre più di “welfare”.

Dunque, aveva ragione il compagno abruzzese che tre giorni fa mi disse: “sai Pasquale, l’IA è molto diffusa in Cina, ma i lavoratori espulsi li formano, mediante corsi di formazione, e li indirizzano verso la costruzione di un salario sociale globale di classe”.

Lo avevamo anche noi. Nel marzo del 2026 noi ci dobbiamo “accontentare” della prima pagina de Il secolo d’Italia che, a proposito di Iran, scrive bellamente: “Decapitato il Regime”.

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27/02/2026

Per il Capitale “siamo tutti palestinesi”

di Pasquale Cicalese

È stato approvato nei giorni scorsi il decreto Omnibus, contenente, tra gli altri, norme sul lavoro. Uno potrebbe dire: “buona la flat tax su festivi, notturni e indennità di turno”. Così potrebbe essere, come la “partecipazione dei lavoratori ai profitti delle aziende” decisa lo scorso anno.

Poi però, siccome sono malizioso, vado a vedere cosa porta nei luoghi di lavoro, assieme a quell’Intelligenza Artificiale che Panetta, Banca d’Italia, e tutti, vorrebbero venisse adottata in Italia e Ue.

Rimaniamo a noi. La flat tax porterà ad accordi aziendali, magari di finte riduzioni di orari di lavoro, ma distribuite per 24 ore su 24, e 7 giorni su 7. Insomma, la produzione non si ferma mai, il lavoratore ed in specie la lavoratrice, vedrà magari alcuni giorni di riposo, ma a fine settimana, magari notturni, con i loro figli (non che la cura dei figli debba essere solo “femminile”) a casa o chissà dove.

Il capitale non si ferma mai, sia produttivo che finanziario, i flussi di produzione devono sottostare alle leggi del capitale che implicano una “durata di lavoro” che mai si ferma. Assieme all’Intelligenza Artificiale, che comporta “controllo” ed “intensificazione dei ritmi produttivi”, non vi è più una sottomissione solo “formale”, direbbe Marx, ma “sussunzione reale” del fattore lavoro, il tutto condito da salari che lascio a voi giudicare.

In un contesto di pluslavoro assoluto e di “riduzione fiscale del fattore lavoro” (da dove prenderanno i soldi per tamponare, a livello di bilancio statale, tale misura? sempre da lì, dal salario sociale globale di classe), l’individualismo “operaio”, “impiegatizio” porterà, sempre insieme all’IA, ad una competizione tra lavoratori e lavoratrici.

Insomma, il governo, voce dei padroni, risponde alla “crisi” con l’allungamento della giornata lavorativa, con la “porosità” dei fattori capitale lavoro, con il “rientro” (fiscalmente favorito) di gente in pensione, ma sempre con leggi sul mercato del lavoro che rimandano a Pacchetto Treu (1998), Legge Sacconi (2002), Jobs Act (2016) e altro ancora.

Chi avrà letto Il Capitale di Karl Marx – assieme al suo sodale Engels che scrisse una splendida opera sulle condizioni degli operai, lui che era industriale – si renderà conto che questi “trucchetti” erano già adottati nella Gran Bretagna dell’800.

L’autoritarismo, di cui gli italiani sembrano scandalizzati quando si manifesta altrove, trova una “base” nell’autoritarismo “soft”, “sottaciuto”, o magari “crudo nel suo reale” dei luoghi di lavoro. Ed è da lì che occorre ripartire.

Alcune settimane fa scrivevo che non servivano più “economisti”, ma occorrevano antropologi, psichiatri infantili, gente che bazzica le carceri, sociologi di inchiesta sociale e territoriale, capace di ascoltare qualche industriale (lo faccio, quando mi capita), gente del sociale, che sia cooperativa o volontaria, che abbia l’occhio su quanto succede nelle “strade”.

Dopo aver visto su Il Sole 24 Ore la notizia della flat tax del decreto Omnibus sento un compagno della Rete dei Comunisti. Gli ho detto: “in questi tre anni non ho seguito guerre, stermini, genocidi o altro. Seguivo tracce diverse, e ora i nodi vengono al pettine”. Mi riferivo al Decreto Omnibus.

Seguivo insomma cosa stava succedendo nel ciclo economico e quel che accadeva soprattutto nel mercato del lavoro italiano. Sarò stato controcorrente, forse poco empatico (anche se avevo già annunciato pubblicamente che non avrei seguito alcuna guerra guerreggiata), ma avevo i miei motivi.

Mi interessava la guerra al lavoro, alla base di tutto; la crisi capitalistica, alla base di tutto, la finanza internazionale, ancor più alla base di tutto.

Scavavo insomma come la vecchia talpa, come diceva Marx, ed ora molte cose mi sono chiare, ma già tre anni fa intuì ma stetti zitto. Il terzo morto – Piccola storia crotonese (mio terzo libro) mi impegnò per un bel po’, poi avevo il lavoro, ma un caro amico romano mi mandava e mi manda alcuni giornali, vedevo i titoli principali, scorrevo quello che mi interessava (sono stato interessato per diversi mesi alla finestra del Sole “Norme e tributi”). Non credo che con un governo di centrosinistra le cose sarebbero andate diversamente, anzi, dopo quello che avevano combinato mi aspettavo ancor peggio.

Per me il pacchetto sicurezza, la riforma costituzionale della giustizia, e altre cose, hanno a che fare con la costruzione di un Panopticon foucaltiano del mercato del lavoro. Il tutto condito da sorrisi, simpaticherie, feste, festicciole, e prime pagine di giornali di destra con un odio di classe che inorridiva.

Può darsi che con Vannacci gli italiani ci caschino ancora, e vinceranno ancora, ma il Panopticon sarebbe stato sia di destra sia “di sinistra”. Ma nella stessa sinistra antagonista, capisco impegnata nei genocidi, non ho visto coscienza di quel che stava per succedere.

Unica consolazione alcuni amici compagni, due imprenditrici, alcuni credenti, ed un Franco Ferlini che un anno e mezzo fa mi pose una questione: “Pasquale, qual è l’energia che fa muovere il mondo capitalistico?” Gli risposi: “non so, forse il profitto”. Lui disse: “no, Pasquale, il lavoro; siamo tutti palestinesi”.

Ecco, nel mentre si seguiva la tragedia palestinese, seguivo tracce dei “palestinesi lavoratrici e lavoratori di tutto l’Occidente”. Ed ora ecco il futuro.

Su Milano Finanza di due giorni fa compare una notizia: “Legittimo il licenziamento per introdurre la IA in azienda: la sentenza che fa discutere. La decisione del Tribunale di Roma legittima il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quando l’IA permette un’efficienza aziendale tale da sopprimere posizioni lavorative”. E non c’è coscienza di quanto sta per accadere, ed è questo il dramma.

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18/09/2023

[Contributo al dibattito] - Il futuro dell'Italia a un bivio storico

di Pasquale Cicalese

Come avevamo prospettato Filippo ed io nel 1997 alla Cisl di Crotone (ebbene, si produceva li, nel mentre a sinistra si raccontavano favole), chi ha porti, attracchi, chi ha il Mediterraneo, chi ha rapporti con Africa, Medio Oriente e Asia nel Terzo millennio ha una carta da giocare in più rispetto all'area anseatica che serviva il mercato americano, entrato in crisi nel 1971 con Nixon e andato avanti con asset inflation e spese militari.

Come scritto nel libro Piano contro mercato il modello è il 1200 italiano. La Russia sta conquistando le rotte energetiche africane un tempo francesi e americane, li ha bloccati a est, la Cina pensa a piani espansionistici mondiali con i Brics e nuova moneta. Sta scoppiando lo scandalo Cia covid e ne vedremo delle belle, in Usa è come se ci fosse la guerra civile, strutture statuali, tranne quelle militari e finanziarie, distrutte. Il futuro è l'Africa assieme all'Asia.

Noi siamo vicini, il sud è vicino, ci saranno smottamenti al nord produttivo per agganciarlo alla Lega Anseatica ma VW ieri ha annunciato un piano di crisi e l'auto elettrica sarà la sua tomba. Ha Amburgo, ma la rotta est è chiusa, la rotta ovest è in crisi, Ucraina come via della seta nemmeno a parlarne, rimane la rotta sud ed est, con Turchia in primis.

L'Italia può giocare la propria partita, ma dobbiamo tutelare il Mediterraneo con l'Asia e dunque una sorte di accordo con la Cina ci dovrà essere. Abbandonare produzioni a basso valore aggiunto, puntare su Made in Italy di qualità reflazionando settori produttivi e salariali, oltre che commerciali.

Si sta giocando, lo scrive oggi Salerno Aletta, una partita tra immigrati, Mes, Patto di stabilità e banche italiane. La Francia senza l'Africa appare distrutta, la Germania non ha linee di sbocco ed ha produzioni vecchie di 80 anni. Possiamo giocarci la partita. Dialogare con tutti, diplomazia economica, tutela dei settori produttivi e finalmente, dopo 30 anni, ricostruzione dell'apparato statuale, che ci manca, non abbiamo quest'asse, non è più funzionante dopo decenni di propaganda contro il pubblico.

E il pubblico, in tutti gli Stati, serve all'apparato industriale e commerciale, oltre che dei servizi. Salerno Aletta ci invita a vedere il futuro. Ebbene, il mio futuro è il 1200 italiano, le Repubbliche marinare, Agusta, Palermo, Gioia Tauro, Salerno, Crotone, Brindisi, Napoli ecc.

Quest'estate, il pomeriggio dopo il lavoro, mi chiamò un alto dirigente multinazionale malese ora in Indonesia. Per affari stava girando il sud. Mi chiamò entusiasta, disse che vedeva una vitalità di comportamenti economici che gli ricordavano l'Asia, un formichio di gente che magari si accontenta di poco ma dedito al business anche con qualità ed efficienza. Ste cose, lui prima sempre per affari era stato al nord, non li vedeva lì, quasi tutti afflosciati, scortesi, poco propensi a servire la clientela.

Questo cambiamento che lui riscontrava lo proiettava in futuro. Infatti dopo un mese ci furono analisi, il sud si stava comportando meglio del nord. Abbiamo pochi immigrati, fame, energia, laureati, gente che ha un mestiere qualsiasi, come in Asia, diceva lui. Tutto ciò succede perché te ne accorgi a leggere i loro quotidiani, le loro interviste, le loro uscite. Sono sempre gli stessi, si interscambiano, specie nelle aziende una volta pubbliche. Quanto ai privati, bocconiani, 40 enni, figli di 60 enni, entrambi non sanno cosa sia il lavoro.

Delegano a segretari, collaboratori ed intanto vanno avanti per cooptazione mediante i loro locali, i loro ristoranti, i golf club, le assise. Ti accorgi che da decenni in questo paese non c'è cambio di classe dirigente dalle loro interviste, dicono tutti le stesse cose, stesse tiritere, una continua messa pagana delle cose da fare. Quanto al marketing lasciamo perdere, un venditore di folletto di inizio anni Ottanta gli farebbe a tutti le scarpe. E soprattutto, non avendo mai lavorato, mai conquistato il pane, spesso ereditato o preso per cooptazione, negli incontri internazionali, specie con gli asiatici, vengono sbranati, perché quest'ultimi si che hanno fame, una fame millenaria, che li porta ad essere gli scugnizzi del terzo millennio.

La cooptazione, male supremo italiano da 50 anni, specie negli ultimi 30, riguarda economia, banca, media, accademia, magistratura, corpi intermedi, triconfederali. E dunque niente si muove: la cooptazione, non avendo basi di conquiste da fame come avvenne nel dopoguerra con i loro nonni, si basa unicamente in una reggia di Versailles basata sul "vincolo esterno" come dominio neocoloniale sul Paese. E dunque non c'è nemmeno cultura, perché non è tollerato, essendoci unicamente la cooptazione, il dissenso. Una melma, una fogna che continua da decenni.

Poi c'è l'altro grande delirio della cooptazione europea. Fanno assise internazionali, forum mondiali, incontri bilaterali e producono carta, carta su carta. Gli interlocutori sbalorditi, non sanno che farsene di tutta quella carta, loro abituati alla ciccia. Un mondo ideale, un'utopia in terra trasformata in ridicolaggine nelle assise internazionali. Te ne sei potuto accorgere a partire dal 22 febbraio 2022 quando con la guerra le versioni occidentali, le armi, i finanziamenti venivano ridicolizzati in tutto il mondo. Un mondo a parte, un'altra Versailles, ancora più deleteria e fuori dalla storia. È bastato che la Tunisia non li ascoltasse e abbiamo la crisi di Lampedusa, il Niger caccia i francesi, la von der Leyen ridicolizzata quando va all'estero, quanto alla Lagarde meglio non parlarne. Ma se vanno avanti è solo per cooptazione. Anche loro non hanno fame, figli di figli di benestanti ereditieri che vengono sbranati anch'essi da chi ha fame millenaria. E dove vogliamo andare?

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17/06/2023

Italia - Crolla l’export, ed era l’unico motore della “crescita” fondata su bassi salari

Ieri è uscito il dato del commercio estero italiano ad aprile 2023. In calo l’export: valore -5,7% (inflazione 7,6%, prezzi produzione 9,8%), volume -10,7%.

In particolare si osserva un crollo in Germania e Gran Bretagna.

Il dato del volume è significativo perché, in un contesto pluridecennale di export led, il modello sembra fallito, magari in attesa che altri paesi si riprendano. Ma “tu”, secondo questo modello, dipendi da loro, non sei autonomo, non sei libero; e se loro calano tu crolli.

Come si vede dalla catastrofe dell’export proprio verso la Germania: quasi -9%.

L’export led basato su bassi salari e soprattutto su produzioni tradizionali, tali per cui non occorre innovazione, dunque domanda di ricerca e di lavoratori qualificati, a sua volta, da 30 anni, blocca l’economia interna.

Quindi, nel 2023, come nella prima decade 2000, hai le due gambe ferme, e il tutto si regge su americani, asiatici, europei che visitano il Bel Paese dopo tre anni di pandemia e che sembra aver portato la popolazione mondiale a viaggiare, per sfuggire alla paura della morte che ha albeggiato in questi anni, o al senso di chiusura.

Ciò porta a domanda di lavoratori a bassa qualificazione che, a loro volta, non sostengono la domanda interna a causa dei bassi salari.

Si è tentato nel 2019 di rianimare i consumi interni tramite il RdC e per un po' ci si era riusciti; una buona parte di popolazione povera, prima esclusa, riusciva, tramite un assegno mensile di massimo 750 euro, a sostenere i consumi di massa.

Era una misura che costava 9 miliardi, certo anche facile alle truffe, anche a gente che non ne aveva diritto; ma andava al sodo, la popolazione povera partecipava alle sorti economiche del Paese, oltretutto non accettando, avendo una contropartita di reddito universale, lavori infami.

Il pluridecennale export led ha portato anche al collasso demografico e all’esodo di circa 8 milioni di lavoratori italiani all’estero, spesso qualificati.

Dunque, il modello italiano, basato su prodotti tradizionali e su servizi all’utenza internazionale, centrato su bassi salari, con crollo demografico, nel 2023 ha le due gambe inchiodate.

Meloni viene dalla tradizione fascista dell’intelligente Ugo Spirito degli anni Trenta, basata sul corpora, sull'”unità dello spirito della Nazione“, sull’”unione fra capitale e lavoro”, sul senso progressivo dell’industria pubblica grazie a Beneduce, ripreso da Fanfani in una sorte di “terza via democratica” (ovviamente, non blairiana), che è alla base del “miracolo economico”, spinto tra l’altro dalla lotta di classe e dalla crescita salariale.

Ma l’ansia di legittimazione verso Bruxelles e Washington non le farà prendere quella strada.

Quel percorso del resto si ferma a partire dalla metà degli anni Settanta: il padronato, impaurito, passa alla controffensiva e diventa feroce, fino ai giorni nostri, lasciando morti, feriti, povertà, miseria, distruzione delle basi economiche, produttive, scientifiche, culturali e sociali del Paese.

Meloni perciò finge di riprendere concetti di Ugo Spirito: in un contesto accettato di plusvalore assoluto, concede fringe benefit e tassazione ridotta della produttività (solo in ambito privato, però), vara il cuneo fiscale a spese dell’Inps, decide un piccolo ammortizzare familiare sulle bollette (solo temporaneo).

Ma per il resto, si è “dovuta adattare”: l’èlite transnazionale, in un contesto di guerra, ha messo in fila i governi Nato, non lasciando spazi e facendo capire che qualsiasi mossa autonoma sarebbe per loro stata deleteria (vedi North Stream).

Dunque, russofobia, sinofobia, guerra continua ai poveri, ricatto Mes, atlantismo, esser supini nei confronti di Confindustria.

Ora ci troviamo le due gambe ferme, mentre il crollo dei volumi export pari a 10,7% lascia presagire l’inverno produttivo.

Per quanto riguarda noi, i proletari, l’inverno, o l’inferno, dura da 50 anni e sembra non aver fine.

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13/06/2023

Un paese in declino, grazie a Confindustria e ai suoi servi

Ho visto la prima pagina de ilSole24Ore di ieri. Titolo: allarme competitività, produttività e innovazione giù.

Premetto che a me sta bene tutto, purché sia produzione. Ma mi dite che innovazione possono avere settori portanti dell’industria italiana quali arredo, alimentare, tessile, abbigliamento, calzature ecc?

Sono settori che occupano una parte non indifferente degli occupati industriali. In questi settori puoi fare solo innovazione di processo, non di prodotti, perché i prodotti sono quelli, peraltro richiesti dal mercato mondiale.

E per fare innovazione di processo devi mettere soldi sulla struttura dell'azienda, fare cioè investimenti. Che i padroni non fanno da 50 anni, basando tutto su salari bassi. E dunque diminuendo, tramite consumi inferiori, la domanda interna.

Puoi fare innovazione digitale, di macchinari, ma sul prodotto puoi fare ben poco.

Questi sono settori – a parte la mancata meccanizzazione dell’agricoltura – dove i proprietari hanno immensi patrimoni personali ma basano tutto sull’apporto pubblico, di vari enti, da centrali a periferici, per fare qualche investimento. Poi magari, come successo negli ultimi 40 anni, delocalizzi, ma poi ritorni perché nel frattempo i salari dei paesi dove sei andato sono cresciuti ai livelli nostri.

Ecco, basano tutto su bassi salari. Non abbiamo quasi più industria automobilistica, siderurgica, chimica, qualcosa di elettronica, ma per il resto subfornitura, con l’eccezione della meccanica strumentale.

Mi dite voi quale innovazione ci può essere? Si beano che stiamo arrivando a circa il 50% dei prodotti manifatturieri esportati all’estero, non capendo che è una tragedia, alla fine, perché se gli altri paesi si fermano, come la Germania, tu coli a picco.

Marcello de Cecco lo scrisse negli anni Novanta: le produzioni italiane di questi settori dovevano andare nei paesi emergenti, non da noi, noi dovevamo tenerci l’industria pubblica innovativa e all’avanguardia. Cassandra inascoltata.

Evidentemente presso molti italiani, come vedo, c’è il mito del Made in Italy. Evidentemente bestemmio. Ma mi chiedo: è possibile che i colossi del lusso francese nel 2023 – ripeto: 2023 – scelgano il nostro Paese, magari trasferendosi dall’Asia per la produzione di pelletteria, calzature e abbigliamento?

C’è qualcosa che non va in tutto ciò. Per vari motivi: i guadagni sono tutti delle multinazionali e dei loro proprietari come Arnault. Evidentemente in Toscana, dopo secoli, si sta assistendo alla fine della produzione artigianale di eccellenza per mettere questi lavoratori in complessi industriali, cosa ben analizzata da Marx nell’Ottocento a proposito del tessile.

È un bene? Io non credo. Poi, se si spostano dall’Asia in Italia è per i salari, ormai, al netto del costo della vita, i nostri sono più bassi dei loro e in più c’è la vicinanza e le capacità delle maestranze. Poi non lamentiamoci dei bassi salari, perché è questo modello produttivo che li porta.

Se ci fossero più aerospaziale, chimica fine, siderurgia, produzione automobilistica, elettronica, telecomunicazioni, farmaceutica che, a differenza di adesso, non sarebbe contoterzista ma attrice primaria nel mercato mondiale, non avremmo bassi salari, perché sono modelli basati ad alta intensità di ricerca e produttività.

Li abbiamo abituati troppo bene, questi presunti padroni in nome del Made in Italy. Una volta erano produzione di nicchia, ora primeggiano perché per il resto c’è il deserto.

Per quanto riguarda lo stesso turismo, è ad alta intensità di lavoro e bassa produttività, dove a guadagnarci sono pochi e anche questo modello si basa su bassi salari. Anche la Grecia ha il turismo, ma sfido qualcuno ad affermare che industrialmente sia un paese evoluto.

Confindustria, sin dal dopoguerra, voleva la fine dell’industria pubblica perché “concorreva” dando salari dignitosi rispetto ai loro. Ci sono voluti Carli, Ciampi, Draghi, Amato, Prodi e D’Alema per accontentarli.

Ed è stata la nostra fine.

Siamo in declino da decenni, quest’anno forse cresciamo dell’1,2%, ma che ce ne facciamo con un debito pubblico spaventoso, con servizi scadenti, con consumi a picco, con produttività totale dei fattori produttivi a zero da decenni?

E non si fa niente pur avendo una posizione finanziaria netta estera positiva per 105 miliardi, perché dobbiamo obbedire a Usa, Ue e Nato.

Ieri lo avevo scritto in un post, pubblicato da L’Antidiplomatico e da Contropiano. Solo adesso mi accorgo che l’editorialista Paolo Bricco de ilSole24Ore, l’unico che leggo di quel giornale, ha dedicato un pezzo ieri dal titolo “L’Italia non può vivere solo di turismo“.

Traccia un quadro allarmante dell’industria italiana, anche quella della meccanica strumentale, un tempo il nostro vanto, che ora è incapace di intercettare la domanda internazionale, a differenza di prima.

Ieri scrivevo che senza cognizione di causa nell’economia, dai vertici dello Stato ai quadri ministeriali, un Paese non può andare avanti. Ecco, lo scrive lo stesso Bricco in un passo che cito: “Quando si vuol fare qualcosa non si scorge una tecnocrazia pubblica di valore. Senza arrivare ad Alberto Beneduce e a Oscar Sinigaglia o a Fabiano Fabiani e Franco Reviglio“. Gente colta, capace, consapevole.

Oggi ho letto un post che diceva il giusto: “un paese senza acciaio cessa di esistere“. Per quanto riguarda la burocrazia di valore, essa ha a che fare con due fattori storici della Seconda Repubblica: le “riforme Bassanini”, che hanno distrutto la capacità di analisi e di azione del corpo burocratico, mettendo spesso gente poco colta; ma soprattutto la campagna d’odio di Brunetta nel 2009 quando disse che i pubblici erano tutti fannulloni.

Ecco, un paese è forte quando ha una burocrazia pubblica colta, di valore, tutelata, ben retribuita e al servizio del paese e non di cordate partitocratiche o di gruppi di interessi privati, o commistioni dei due campi.

Ecco, hanno distrutto lo Stato. E ne paghiamo tutti le conseguenze.

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12/06/2023

Da cosa deriva il fallimento occidentale oggi

Quando pensi di fare il gradasso con la Russia. Quando fai scelte sbagliate.

Quando continui a fare l’arrogante con il resto del mondo ma questo, ormai, ha un proprio sentiero di sviluppo futuro tale per cui ti volge le spalle. Quando aumenti i tassi di interesse, ben sapendo che è inflazione da offerta e speculazione di operatori economici.

Quando, contemporaneamente, le tue banche, come scrive ieri Milano Finanza, offrono lo 0% di interessi ai depositi.

Quando la gente, che ha risparmiato in decenni di fatica o si ritrova una piccola eredità o rendita, toglie i soldi dalle banche per continuare a vivere.

Quando i lavoratori, andati in pensione, dimezzano in due anni la loro liquidazione in bollette e caro vita.

Quando dai i soldi ai soliti noti, non rinnovi contratti privati e pubblici e, se pure lo fai, sono una miseria.

Quando dici che i salari da fame si affrontano tagliando il cuneo fiscale, che, guarda caso, sono contributi della gente per la pensione futura, e si ritroveranno con una pensione minore.

Quando fai il gioco delle tre carte, e passi a spendere soldi pubblici in armi e ponte sullo Stretto.

Quando, nel fare questo, costringi la gente a pagarsi un’assicurazione privata per la sanità.

Quando basi l'economia su camerieri, facchini, servienti pagati 4,5 euro l’ora.

Quando, dopo 50 anni, continui con la deflazione salariale e la guerra al salario.

Quando, come scriveva ieri Leo Essen, il denaro è nulla senza produzione, come insegna la Cina e il sudest asiatico.

Ecco, quando fai tutto questo significa che tu di economia non capisci niente, sei inadeguato, dai vertici ai quadri ministeriali e regionali. E allora capisci che non è per l’interesse dei padroni, essi devono pensare al profitto, ma è frutto della tua ignoranza e, alla fine, i padroni stessi la pagheranno, anche avendo una marea di soldi; ma il denaro, come ripeto, dice Leo Essen, senza la produzione è una “beneamata cippa”. Lo scriveva Marx nel 1864.

Perché il regime capitalistico uno lo deve studiare. Per essere, per il regime capitalistico, non significa ascoltare Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, triade. Ne sanno ancor meno, sono solo avidi che non conoscono le leggi immanenti del capitale. Capitale studiato fino in fondo da Marx ed Engels, che, per ironia della storia, ha trovato in Oriente il suo sbocco.

Da 50 anni l’Occidente non sta capendo nulla. Un mio caro amico, che sta in Olanda, mi parla di multinazionali che, per l’inflazione da offerta, se ne vanno. La Germania è quella che è.

Per questo ieri scrivevo “dove vogliono andare a parare?“. Noi non ci siamo, ok, ma loro mi fanno semplicemente ridere, o piangere, per le loro scelte. Ecco perché ritengo da 30 anni che i democristiani fossero più preparati.

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30/05/2023

L’economia italiana è in panne: motivi interni e internazionali

L’economia italiana è in panne. Industria, costruzioni ed export giù. Il commercio internazionale si è fermato, dopo il buffer di liquidità governativa e delle famiglie a seguito del lockdown.

La fine degli incentivi al Superbonus ha bloccato la crescita degli investimenti (9,5% 2022, derivanti per lo più da quest’ultimo settore). Le imprese negli ultimi anni hanno raggiunto una liquidità, esclusi gli investimenti finanziari, pari al 28% del pil, tuttavia gli investimenti sono fermi. Germania in recessione, Usa arrancano sul debito pubblico.

Quanto alla Cina, come ho riportato la settimana scorsa, le industrie si aspettano un fatturato minore del 2022. Il governo non interviene con misure fiscali, almeno ad ora, è come se attendesse la fine dell’immenso buffer di liquidità dei cittadini dopo tre anni di chiusura (stesso fenomeno accaduto da noi a partire da maggio 2020, altro che Draghi) che si riversa in viaggi, turismo in genere e servizi ad esso legato (come da noi 2023).

È come se la Cina si accontentasse di una crescita parziale, concentrandosi concentrata su di un probabile conflitto con Taiwan fomentato dagli Usa.

L’eccezione cinese alla crisi capitalistica degli ultimi 50 anni trova un parziale blocco per motivi di politica internazionali, se in Occidente ci sono extra profitti industriali e commerciali, derivanti da dinamiche inflazionistiche che loro stessi fomentano (ieri il centro studi Confindustria ha riconosciuto che in Italia hanno extraprofitti, anche se minori da Ue), la dinamica disinflazionistica cinese, che è perseguita da anni, porta il governo ad accettare una parziale caduta dei profitti industriali e commerciali.

Il lockdown serviva alla strategia disinflazionistica, l'astensione dall'uso della leva fiscale serve al governo cinese per mobilitare l’enorme buffer di liquidità detenuta dai cittadini e che, a partire da dicembre 2022, ha preso a riversarsi riversando nell’economia.

Un solo motore, pur di frenare l’inflazione. Mentre da noi gli extraprofitti alimentano un’inflazione perdurante che uccide le classi medio basse.

Ovviamente in Cina tale strategia non passa dalla politica monetaria come in Occidente. In Usa e Ue essa è semplicemente attrazione di capitali che altrimenti non avrebbero. Semplicemente in Cina tutelano le classi medio basse perché l’unica loro paura, non Taiwan o Usa, sono le rivolte sociali. Sono gli unici al mondo che lo fanno, a costo di bassi profitti o perdite di borsa.

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05/05/2023

50 anni di guerra al salario

È disponibile il nuovo libro di Pasquale Cicalese, 50 anni di guerra al salario. È un libro composto da brevi pezzi di storia economica, anche di una sola pagina, puntuali e circostanziati. Pasquale non fa l’economista di professione, non è pagato per fare ricerca. Quando lavorava a Scalea (Calabria), scriveva sulle ginocchia nei treni regionali che lo portavano a casa a Pontecagnano (Campania) – 4 ore di viaggio.

Scrittura secca, competente, viva, piena di dati e di aneddoti, e di refusi condizionati dai sobbalzi continui.

Scrittura proletaria.

1973-2023: segnatevi queste date.

Cosa succede nel 1973?

Alla fine degli anni Sessanta comincia a scricchiolare lo Stato sociale. Nel 1971 Joan Robinson parla apertamente di Seconda Crisi della Teoria Economica. La prima c’era stata dopo il 1929, e aveva portato all’elaborazione della macroeconomia, la domanda guida era stata: Cosa fare della disoccupazione?

Nel 1971, quando ancora si respirava il clima della piena occupazione, quando ancora era possibile immaginare un futuro di speranza e miglioramento economico per la maggior parte della popolazione (classe media), la domanda, per Joan Robinson, era: A cosa serve l’occupazione?

Ci si poteva spingere in avanti, la regola poteva diventare “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Nella società una moltitudine di segni testimoniavano che era in corso una spinta al passaggio a una Seconda fase.

Un giovane economista, Giovanni Mazzetti, allievo di Federico Caffè, qualche anno dopo scrive che questi segni erano:

1) la perdita definitiva per i prezzi della loro connotazione sociale abituale. Nel corso degli anni Settanta, scrive, si presenta per la prima volta un fenomeno insolito. A una contrazione dell’attività produttiva protrattasi nel tempo, non si accompagna una diminuzione dei prezzi. Al contrario, questi continuano ad aumentare. Segno che il mercato è ormai esautorato del suo potere.

Nel momento in cui la concorrenza sui prezzi è praticamente scomparsa, è scomparso anche quel meccanismo impersonale che permette di distinguere tra falsi aumenti dei costi e aumenti effettivamente dettati da vincoli produttivi necessari. Ognuno cerca di scaricare l’aumento sui prezzi finali di vendita. È un modo, scrive Mazzetti, di rifiutare di pagare un lavoro che non si sperimenta come necessario.

2) L’estensione generalizzata della condizione di lavoratore e la decostruzione dei nuclei sociali tradizionali ora subordinati al reddito potenziale (maternità, malattia, infortunio, sussidio di disoccupazione, borse studio, borse lavoro, lavoro socialmente utile, case popolari, sanità, trasporti pubblici, istruzione, sicurezza, naspi, RdC, ufficio di collocamento, etc – tutto ciò che Cicalese chiama Salario sociale di classe), si esprimono come Diritto al lavoro, riconoscendo a un’entità terza ipostatizzata l’obbligo di creare lavoro oltre i limiti del lavoro necessario.

Il Salario sociale di classe altera il rapporto tra domanda e offerta di Salario di mercato, altera il vincolo contabile del pareggio di bilancio.

Invece di prendere congedo dal mercato e avviarsi verso un diverso ordine contabile, anche gli economisti eterodossi – persino gli eretici – afferrano da un lembo questi segni di tracollo (Prezzi manipolati, Diritto al lavoro e al reddito) facendo scivolare il lavoro e i lavoratori in un angolino.

Poiché tutti partecipano, anche quando si divertono o cercano informazioni in internet, tutti devono essere pagati (Basic income). A prevalere è la figura del Salariato sociale o Operaio sociale.

Poiché il prezzo può essere manipolato, in esso si esprime un potere, basta impossessarsi di questo potere (socializzazione degli investimenti) e tirare con forza la rete economica per raccogliere i frutti della pesca. Ma i pesci sono ancora i lavoratori, che rimangono sul fondo, insieme ai detriti e alla spazzatura del capitalismo. A prevalere è la figura del denaro come entità sovrana, sciolta da ogni passività e disseminazione. A prevalere è la fuffa monetarista e circolatoria, decisionista e idealista.

Il lavoro rimane sullo sfondo. Il lavoratore incassa sconfitte su sconfitte. Invece di una Seconda Teoria, si torna al rigore del capitalismo Ottocentesco e alle forme più brutali di sfruttamento, e mentre i prezzi degli asset salgono e scendono senza incontrare alcuna resistenza, i prezzi delle case salgono e scendono in modo irragionevole, i prezzi delle macchine salgono e scendono in modo irragionevole e persino un economista paludato come Zingales deve ammettere che c’è qualcosa di marcio, il vincolo di bilancio viene scolpito nella pietra e imposto agli operai con la mano di ferro.

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10/04/2023

La lotta di classe e i cani di guardia del capitale

Ho telefonato a Guido Salerno Aletta e ho chiesto alcune delucidazioni sul suo pezzo “L’inflazione morde, ma famiglie e imprese investono“, che potrebbe essere considerato come troppo magnanimo nei confronti delle imprese.

Lui specifica: “Pasquale, ho detto tutto, l’importante è che i profitti vadano ad investimenti e non se li imboschino. Ognuno fa il suo mestiere. Le imprese fanno bene a fare profitti ed investimenti. Gli altri stanno zitti. I sindacati non fanno niente, tanti anni fa si illusero di essere ‘nuova classe dirigente’ con i fondi previdenziali. Campano di pratiche ai Caf, come dice Stalin si sono ‘burocratizzati’. Sono i sindacati, i lavoratori, mediante una sana lotta di classe, che devono recuperare il salario reale”.

Ognuno faccia il proprio mestiere.

Come ho scritto nel libro Piano contro mercato, il nemico è il neocorporativismo, inaugurato da Ciampi, Amato, Draghi e Prodi nei primi anni Novanta, e da allora in vigore.

Esso prevedeva la “concertazione“, tavoli a triade Governo-Sindacati confederali-Associazioni di Categoria che escludevano i sindacati di base. I confederali in 30 anni non hanno mai avuto come controparte il fronte datoriale, bensì lo Stato. In questo hanno seguito la moda di interi partiti di attaccare le strutture statuali, la funzione pubblica, i settori pubblici, in nome della “concertazione”.

In cambio ebbero fondi previdenziali, porte aperte nei canali dell’amministrazione pubblica e nel privato o in quel che rimaneva delle partecipazioni statali.

La loro funzione da allora è essere cani da guardia del capitale, come tutti i partiti della Seconda Repubblica, anche quelli, una volta entrati al Parlamento, che si acquietarono.

La lotta di classe scomparve, era rimasta solo nel sindacalismo di base, boicottato, oggetto di attenzione da parte della giustizia borghese; i lavoratori divennero individualisti, poco propensi ad essere solidali, homo homini lupus, sentirono come nemici prima i meridionali poi i migranti, facendo la fortuna del capitale.

I media, la tv, rincoglionirono la classe lavoratrice, che si affidò a “pifferai magici”.

I cani da guardia del capitale contribuirono a che i salari, che negli anni Settanta costituivano il 62% del pil, scendessero al 48% del pil. La guerra di classe condotta in nome dell’Ue, del fronte occidentale, dell’asset inflation, del mercantilismo e della deflazione salariale, resa possibile dalla caduta del Muro di Berlino, che ci trasformò in una sorta di DDR mediterranea, contribuì alla ripresa dei profitti industriali, commerciali e della rendita finanziaria erosi dal conflitto di classe negli anni Settanta.

Siamo fantasmi. Ieri leggevo che i confederali se la prendono con lo Stato. Ma quello Stato non c’è più, quel che rimane è un condominio di Confindustria, che loro servono sempre. Fino a quando tutte le strutture pubbliche rimaste scompariranno, e vedremo gli zombie nelle città come in Usa.

Ricevo poi all’alba di oggi, dall’Asia, una critica al mio post di ieri. Non si tratterebbe di “neocorporativismo” – per colpa di un errore concettuale della rivista dove, entrambi, io e lui, scrivevamo – ma di “meccanismi di cooptazione di un ceto sindacale e politico“.

Il corporativismo, soprattutto degli anni del dopoguerra, anche grazie alla lotta di classe, prima dei braccianti, poi del ceto operaio, portò riforme sociali che innescarono meccanismi di benessere.

Quanto al corporativismo attuale, presente in Asia, esso porta alla reflazione salariale, contrariamente che da noi.

Ieri sera ho letto su Lantidiplomatico un pezzo di un componente del direttivo di Cumpanis e di un delegato milanese della Fiom di Milano in merito alle risultanze del Congresso della Cgil. Particolarmente, mi ha colpito il loro indirizzare l’attacco sulle posizioni di Landini in merito ai fondi previdenziali e soprattutto alla “sanità integrativa”.

Ebbene, tutto si tiene. I confederali si dimostrano sempre più “soggetti finanziari”, autori di raccolta di parte di salario, diretto, indiretto e differito, sull’altare del capitale finanziario.

La critica allo Stato è come se fosse un modo per dire che – nel futuro assetto del welfare privatizzato – loro, al pari di quanto successo con la concertazione inaugurata nel 1992, debbano avere un ruolo, in cambio di “pace sociale” essendo sempre più cani da guardia del capitale.

L’attacco concentrico, statuale, privatistico (da parte delle categorie economiche e dei confederali) alle strutture pubbliche porterà al loro dissolvimento.

Giustamente, tre settimane fa, Guido Salerno Aletta, nel delineare il futuro assetto del welfare privatizzato mediante fondi e sanità integrativa, rimarcava che, in un contesto trentennale di deflazione salariale, ben pochi denari della busta paga rimarrebbero per il finanziamento di tali fondi.

In questo sovviene la contrattazione aziendale che, da un po’ di anni, ha inaugurato il welfare aziendale, nelle grandi imprese e nelle reti di imprese.

Rimane il fatto che, anche in assenza di costruzione di alloggi pubblici, di deflazione salariale, di welfare privatizzato, il tasso di natalità crollerà sempre più.

Da questo punto di vista, il principio di politica economica che Meloni dice di voler seguire, basato tutto su crescita di natalità e pil, è smentito dalle sue azioni e da quelle dei soggetti economici e sindacali (confederali).

Musk ieri ha scritto: “l’Italia sta scomparendo“. Perciò, chi vive di salari e stipendi, si guardi intorno e possibilmente scelga sindacati di base, gli unici contro il welfare privatizzato.

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06/03/2023

La Cina mette il turbo, l’Occidente arranca

di Pasquale Cicalese

Durante l’Assemblea del Popolo, l’organo consultivo che di solito si riunisce a marzo, svoltasi l’altra notte, il Premier Li Keqiang ha fissato gli obiettivi del 2023.

Crescita al 5%, più alta di quella fissata al Congresso ad ottobre, 12 milioni di posti di lavoro nelle aree urbane, deficit/pil al 3%, inflazione al 3%.

Quest’ultimo dato, per gli operatori finanziari e non, è significativo perché, essendo attualmente l’inflazione al 2,1%, per portarla al 3%, o avvicinarsi a questa cifra, ci sarà una politica monetaria prudente, flessibile e accomodante.

Ciò potrebbe portare a riduzioni della riserva obbligatoria delle banche, lasciando più spazio per prestiti ad operatori economici e famiglie a tassi di interesse bassi, o addirittura a riduzioni, seppur minime, del tasso di interesse.

A gennaio la Pboc (la banca centrale) ha fatto un’operazione straordinaria: ha messo a disposizione un plafond di risorse per le famiglie, alle prese con la crisi immobiliare, per pagare i mutui e prendere la casa.

La politica monetaria accomodante, oltre che per la crescita, potrebbe portare ulteriore linfa e vitalità alle piazze finanziarie di Shanghai, Shenzen e Hong Kong, in particolare per quanto riguarda i settori finanziari ed industriali.

Fissare gli obiettivi di deficit/pil al 3%, assieme ai governi provinciali – che quasi tutti hanno fissato un obiettivo di crescita al 5,5% – potrebbe portare ad una ulteriore politica fiscale espansiva.

Dal lato dell’offerta, ad ottobre è stata decisa l’immissione di centinaia di miliardi per infrastrutture (reti idriche, elettriche, ferroviarie ed autostradali) oltre che crediti di imposta per PMI, ossia per la “Terza Gamba” che da due anni viene curata per svilupparla accanto ai colossi pubblici e privati.

Nei primi due mesi, dice Li Keqiang, il turismo e la stessa produzione hanno dato segnali di vitalità (lo si vede negli indici PMI manifatturieri e servizi, che hanno destato stupore a livello mondiale battendo le attese).

Il periodo più delicato, dopo la fine di zero covid, era proprio il primo trimestre, ma sembra stia passando brillantemente.

Dal lato esterno, la Cina rimarca la quasi recessione in atto negli Usa e nella Ue, che potrebbe causare una riduzione dell’export; perciò ci si affida sempre più sulla domanda interna.

C’è comunque qualche economista cinese che vede il range di crescita del paese tra il 5,5 e il 6,5%. Non sappiamo attualmente cosa abbia deciso l’Assemblea del Popolo circa le spese sociali e i redditi; sappiamo che il budget della difesa aumenta del 7,2%, ma dal lato della domanda ancora non trapela nulla.

L’apporto della crescita cinese a quella del pil mondiale è collocato intorno al 30%, ma c’è chi si spinge a prevedere il 50%, se dovesse aumentare.

Lo stesso obiettivo di crescita, al 5%, è fissato anche per il 2024.

Sulla base dell'incremento del rapporto deficit/pil al 3%, il Consiglio di Stato ha deciso di creare obbligazioni speciali per i governi provinciali pari a 550 miliardi di dollari per investimenti pubblici. Si conferma la strategia cinese basata sugli investimenti pubblici, derivante anche da un forte tasso di risparmio che deve essere canalizzato nell’economia reale, volto all’aumento della produttività totale dei fattori produttivi.

Quindi, oltre ai 150 miliardi di dollari decisi ad ottobre per investimenti in ferrovie, dighe, linee elettriche e strade, vi è questo nuovo plafond finanziario finalizzato anche alla costruzione di beni pubblici quali scuole, università e ospedali.

Il Consiglio di Stato, la cui strategia si basa sulla domanda interna, come risposta all’aumento dei tassi di interesse in Occidente per far fronte all’inflazione, e alla diminuzione prevista nel 2023 del tasso di crescita del commercio mondiale, propone l’aumento dei redditi dei residenti urbani e agricoli, per aumentare i consumi e la spesa privata.

Inoltre fa affidamento sulle realtà private, assieme alle realtà pubbliche, per colmare i deficit economici nelle aree più interne, al fine di avvicinarle alle performance delle aree costiere.

Quanto alla politica monetaria, il Consiglio di Stato conferma una politica prudente finalizzata a stabilizzare il cross yuan-dollaro. Oggi le borse cinesi sono stazionarie o leggermente in diminuzione, forse aspettano le risultanze ultime dei lavori dell’Assemblea.

Una nota particolare, ieri Xi ha affermato che il settore manifatturiero sarà sempre più centrale in futuro, nonostante la Cina voglia sviluppare i servizi, ed esso sarà alla base della strategia economica del governo, in vista di alta qualità e salto tecnologico.

Due le note da sottolineare. La prima, l’aumento degli investimenti pubblici presso i governi provinciali ha come finalità l’aumento della produttività totale dei fattori produttivi: la Cina rincorre da decenni questo obiettivo per arrivare agli standard occidentali. Non sappiamo a che livello siano, probabilmente, almeno nelle aree costiere, questo obiettivo lo hanno raggiunto se non superato.

Ciò permette la conferma della reflazione salariale (aumenti, insomma), al fine di incrementare l’apporto dei consumi, e dei relativi servizi, al pil continentale. La seconda, la centralità del manifatturiero si traduce nella volontà di non seguire la strategia occidentale degli ultimi 50 anni che ha distrutto l’apparato industriale, non solo con delocalizzazioni, ma anche con privatizzazione.

La Cina, da paese “socialista di mercato con caratteristiche cinesi”, vede l’industria come fonte di valore marxiano, base economica di un Paese. L’apporto dell’industria sul pil cinese è attualmente attorno al 30% (in Italia è al 19%).

È come se ci fosse una strategia finalizzata ad aumentare al contempo industria e servizi, non per cambiare l’apporto dei relativi settori, ma per farli marciare assieme. Nel libro sostenevo che circa il 15% dell’apparato industriale cinese a basso valore aggiunto si sarebbe trasferito nel sud est asiatico e nei paesi sponda Sud del mediterraneo.

Evidentemente hanno creato nuove branche industriali, ad alto valore aggiunto come segno del salto tecnologico. Si conferma perciò la lezione marxiana e schumpeteriana, che la Cina persegue da decenni.

In ultimo: a leggere i giornali occidentali dovevano esserci milioni di morti per il covid dopo aver liberato il Paese dalle restrizioni. A distanza di due mesi le borse occidentali festeggiano ogni volta che escono i dati cinesi.

La memoria non è contemplata in questa parte del mondo.

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19/02/2023

Il vecchio gioco Usa non funziona più

La cosiddetta “globalizzazione” si è rotta e chi aveva immaginato di poterla gestire a proprio vantaggio per sempre – il capitale finanziario Usa, insomma – sta sbattendo i denti su un paracarro.

Due anni e mezzo fa Larry Summers – già ministro del Tesoro con Clinton e autore dell’abrogazione del Glass Steagall Act – scrisse un editoriale (seguito poi da Janet Yellen, già governatrice della Fed e attualmente Ministro del Tesoro), in cui sosteneva che gli Usa potevano permettersi un mega pacchetto fiscale durante la pandemia perché nel mondo c’era eccesso di risparmio.

In effetti era così. E la storia degli ultimi 40 anni insegnava che in casi come questo quel risparmio in eccesso poteva essere facilmente indirizzato verso gli Stati Uniti.

Quel che Summers non immaginava è che nel frattempo i capitali si stavano spostando verso altri lidi. Che stranezza...

Comunque, tra Trump e Biden, ci sono state manovre fiscali pari a 4 mila miliardi di dollari. Non appena l’amministrazione ebbe problemi di finanziamento, intervenne la Fed (aumentando i tassi di interesse, come Paul Vocker ai tempi di Ronald Reagan).

Siccome non bastava, scoppiò anche per questo la guerra in Ucraina, fomentata da Usa e Nato. Si è così rapidamente arrivati alla dollarizzazione dell’euro e a mega deficit commerciali in area UE, che da sempre era in surplus.

I capitali europei, anche grazie agli aumenti dei tassi praticati dalla Fed, si indirizzavano verso gli Usa. Ancora una volta gli europei pagavano i conti di Washington.

Ad un certo punto però lo scorso anno c’è stata una smobilitazione, un disinvestimento mondiale da Wall Street e dal debito Usa (in particolare da parte della Cina).

Pechino annunciava la fine della politica covid zero, e negli ultimi mesi stiamo assistendo ad un massiccio spostamento di capitali, anche a seguito della confisca delle riserve valutarie russe (una vera e propria “appropriazione indebita”): l’Occidente non è visto più come un porto sicuro. Che stranezza...

Se leggete l’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza vi accorgerete che la questione dei palloni spia, e la paranoia americana, simile a quella contro l’URSS negli anni 50-60, serve a ricompattare l’opinione pubblica e il Congresso in vista dell’approvazione dell’aumento del debito federale a 19 mila miliardi in 10 anni.

È, se vogliamo, una mossa disperata, si tratta di vedere se capitali arabi, cinesi, giapponesi, asiatici in genere e anche europei, anche questa volta saranno disposti a sottoscrivere debito americano.

Ma nel frattempo le cose continuano a cambiare, e molto velocemente proprio sotto la spinta alla frammentazione del mercato mondiale innescata dalle “sanzioni” stabilite unilateralmente dall’area “euro-atlantica” (ricordiamo che solo l’Onu avrebbe questo diritto-potere).

Avverte infatti il quotidiano cinese Global Times che, per esempio, la Russia ha deciso di eliminare l’euro e mantenere soltanto yuan e oro nel Fondo patrimoniale nazionale.

Questo non solo significa un drastico cambiamento nella struttura delle riserve sovrane della Russia in quanto potenza strategica, ma promuove anche direttamente l’internazionalizzazione dello yuan a un livello superiore. Di conseguenza, questa mossa porterà anche a un’ulteriore de-dollarizzazione.

Il fondo russo sarà composto fino al 60% di yuan e non più del 40% di oro. Secondo i media russi, in precedenza lo yuan rappresentava il 30% e l’oro il 20%.

L’esclusione dell’euro dalla NWF è in sostanza una continuazione della precedente politica di de-dollarizzazione sistematica della Russia. “Considerando che ci sono poche opzioni nel mercato valutario globale per il benchmarking con il sistema del dollaro americano basato su fintech, forza economica e scala commerciale, il sistema dello yuan è oggettivamente la soluzione migliore per la de-dollarizzazione della Russia e di altri Paesi”, ha dichiarato venerdì al Global Times Chen Jia, un analista indipendente di strategia internazionale.

Questo è anche il risultato delle sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia – scrive il Global Times – che hanno spinto quest’ultima a cercare una valuta più sicura, aggiungendo che la popolarità dello yuan tra gli imprenditori russi è la prova che le aziende si stanno rivolgendo a nuovi mercati, in particolare alla Cina.

Il sondaggio tra le imprese russe ha rilevato che lo yuan è favorito dall’aumento degli scambi commerciali con l’Asia e dai minori rischi di pagamento associati all’utilizzo di questa valuta rispetto al dollaro e all’euro (il circuito Swift è controllato direttamente dal governo degli Stati Uniti).

Lo yuan ha tra l’altro mantenuto una relativa stabilità di fronte ai rialzi degli interessi statunitensi e all’inflazione globale. Questo è il motivo principale per cui un gran numero di Paesi in via di sviluppo e mercati emergenti del mondo, tra cui la Russia, continuano ad aumentare la quota di yuan nelle loro riserve sovrane.

“La competizione geopolitica sta accelerando la tendenza alla de-dollarizzazione globale”, ha dichiarato venerdì al Global Times Hong Yong, ricercatore dell’Accademia cinese per il commercio internazionale e la cooperazione economica.

“Il ruolo del dollaro USA nel mercato finanziario internazionale non è più così forte come un tempo e il governo americano ha aumentato il suo controllo sul dollaro, spingendo molti Paesi a cercare valute alternative“.

Hong ha anche osservato che, con l’indebolimento dell’economia statunitense, la fiducia internazionale nel dollaro sta diminuendo, accelerando il processo di de-dollarizzazione.

Non sentite anche voi qualche sinistro scricchiolio nell’architettura messa su dopo la Caduta del Muro?

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12/02/2023

La crescita non abita più qui

Contropiano, tra altri spunti, ha ripubblicato un’intervista a Tremonti fatta da Il Giornale. L’avevo letta già due giorni fa. Di solito Tremonti lo leggo, se non altro per capire la destra italiana, anche se lui è sui generis. Anche questa volta parla di crisi della “globalizzazione”, e di crisi dell’Occidente.

L’altro giorno avevo spiegato le cause del declino italiano. Tremonti su questo fu protagonista, anche se nel 2011 aveva in parte ragione, forse lo vide in tempo, o forse, solo dopo anni, cominciò a parlare.

Fu “attenzionato dai democratici americani”, come dice nell’intervista. Non mi meraviglia.

Credo che bisogna partire non dal 1989, ma dal 1971, da Nixon (fine della parità e convertibilità tra oro e dollaro, pilastro degli accordi di Bretton Woods, ndr). Da allora la mobilità sociale nell’Occidente si è bloccata.

Lui parla della crisi, della delocalizzazione, ma non spiega le cause, perché non è marxista, anche se spesso cita Marx. La Storia è fatta di lotta di classe, che sia sull’uno o l’altro fronte.

La delocalizzazione americana, seguita dagli altri, fu la risposta all'”assalto al cielo” del movimento operaio, al “vogliamo tutto”, alla ripresa dei ritmi produttivi e del tempo di vita, le conquiste sociali, in un contesto in cui l’URSS faceva ancora paura.

Nixon 1971 e Trilaterale 1975 furono la risposta del patronato occidentale, a guida americana, su questo. Da noi si risolse in Mirafiori 1980, ma prima ancora in Lama 1976.

Tradimenti, vendette di classe, e ora siamo qui. Ho scritto che la lotta di classe del patronato gli si è infine ritorta contro.

C’è un dato da specificare, che nessuno qui da noi sottolinea: a gennaio 2022 si è creato il RCEP, l’accordo di libero scambio asiatico. Lì c’è la classe media, mentre da noi declina, lì saranno in futuro gli scambi, assieme ad Africa, America Latina, Asia centrale e Russia. I Brics sono un’alternativa al declinante Impero statunitense.

Anche ieri mi sono giunti video di “zombie” americani nelle periferie delle metropoli. Forse succederà anche da noi, anzi già se ne vedono i segni.

Mi chiedo: i governi dei BRICS, ma in generale del mondo, che vedono questi video, cosa pensano degli Usa, della loro arroganza?

Mao, quando disse che gli Usa era un imperialismo “tigre di carta” – e lo disse tanti decenni fa – non si sbagliava più di tanto...

Ma intanto il mondo va avanti, e in un’altra direzione. E lo si capisce solo se si guarda al mondo intero.

A riprova del fatto che la “globalizzazione” non è un concetto adeguato, e che la creazione del mercato mondiale, in termini marxiani, è la realtà di oggi, il China Daily di sabato 11 pubblica un articolo sul boom – quest’anno – degli investimenti diretti esteri cinesi da parte di tantissime aziende.

Questi investimenti verranno indirizzati verso i paesi della Via della Seta e dei membri del RCEP (sud est asiatico), non dove decidono individualmente le singole imprese. Il “pubblico” guida “il privato”, non viceversa.

In queste settimane colpisce il turbinio di incontri diplomatici, ad alto livello, che coinvolge lo stesso Xi, con ministri degli esteri o Premier del sud est asiatico, con l’eccezione, un mese fa, dell’Arabia Saudita (e sappiamo perché).

Il turismo cinese internazionale passerà quest’anno dai 138 miliardi del 2019 a circa 200 miliardi, ma moltissimi cittadini – dopo la fine della politica “zero covid” – si indirizzeranno all’estero sia per prendere ordinativi e commesse sia per stabilimenti produttivi o investimenti in infrastrutture e digitale.

Persino Federico Rampini, feroce anticinese, qualche giorno fa sul Corriere parlava del boom cinese prossimo venturo conseguente alla politicaa zero covid, ovviamente sottolineando, come suo solito, la “minaccia” cinese – il palloncino “spia” e altre sciocchezze – per stare sul pezzo con i suoi amici americani.

China Daily cita Goldman Sachs, secondo cui il boom cinese quest’anno apporterà l’1% della crescita mondiale.

Come avevo scritto la settimana scorsa il Fondo Monetario Internazionale, alle sessioni di aprile, probabilmente rivedrà le stime di crescita, alzando l’asticella. Lo stesso Rampini, quasi controvoglia, sottolinea che il nostro paese ne potrà usufruire in termini di turismo e del settore del lusso.

È il modello neoliberista di capitalismo a non funzionare più, ma non riescono ad ammetterlo, né a cambiare marcia...

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08/02/2023

Mario Draghi: un protagonista del declino del paese

La settimana scorsa scrissi un post a proposito del fatto che vi erano fortissimi ritardi sul rilascio dei passaporti, dovuti sia ad una forte richiesta sia a mancanza di personale nelle Questure (negli uffici, non nella Celere...), come affermò lo stesso Ministro della PA.

Ora ilSole24Ore snocciola i dati: spesa reale nella Pubblica Amministrazione in Italia -14.9, media Ue +12, con Francia +9, Germania +13,4, Spagna +27.

Ci sono enormi problemi all’attivazione del PNRR sia per carenza di personale sia perché, con il governo Draghi – non nomino il ministro della PA per carità di patria – si decise di assumere professionisti, ingegneri e architetti a tempo determinato, non avendo appeal presso queste categorie, anche a causa dei salari bassi.

Quel ministro che non nomino nel 2009 attuò il blocco del turn over e il blocco degli stipendi nella PA. Andando avanti, fino al 2018, si tagliarono i buoni pasto da 10 a 7 euro, gli indicatori di performance furono ancora più rigidi, avendo come effetto, assieme a carenza di personale, un’intensificazione dei ritmi di lavoro, la rincorsa agli obiettivi senza considerare la qualità dell’azione amministrativa e, in definitiva, il collasso della PA.

Le conseguenze per il Sistema Paese erano e sono enormi, con Sanità e Istruzione, in primis, che non offrono più i servizi di pochi decenni fa.

Furono l’Unione Europea e la Bce, nel 2011, con la famosa lettera a firma di Draghi e Trichet, a dire che bisognava attaccare, assieme alla deflazione salariale e alle pensioni, la PA, per renderla “più efficiente”.

Si è visto...

La PA non può e non deve essere misurata in termini di “produttività”, tra l’altro in un contesto di plusvalore assoluto e non relativo, ma in termini di offerta di servizi alla collettività, la quale, nel riceverli sia sotto forma di servizi “sociali” – legati cioè al salario sociale globale di classe – sia sotto forma di servizi agli operatori economici, sono protagonisti della produttività totale dei fattori produttivi.

I paesi più moderni hanno un’altissima incidenza di lavoratori pubblici. Nella stessa Cina è così.

Trichet e Draghi disconoscevano questi fattori e i media li incensarono. Vennero “ministri” che seguirono le loro direttive. Ora siamo al disastro. Complimenti a tutti.

Se tu formi le giovani generazioni, in tutti i campi del sapere, in maniera eccellente, incidi sulla produttività totale dei fattori produttivi futura.

Se tu assumi 10 mila ispettori del lavoro, tu incidi nel passaggio dei settori industriali dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo, aumentandone rapidamente la produttività per addetto.

Se tu garantisci prestazioni sanitarie all’altezza, tu incidi sulla salute pubblica e dunque sulla produttività totale dei fattori produttivi (meno giorni di malattia, meno malattie croniche, ecc.).

Nel far questo hai bisogno di tanta gente, remunerata bene, ben formata, preparata e ciò è un “costo”. Ma è un costo che ha benefici enormi sulla produttività totale dei fattori produttivi. Spendi 100 per avere un multiplo di 100... È un investimento, insomma.

Draghi ha lavorato sin dal 1992, con la distruzione dell’industria pubblica, a favorire il passaggio dal plusvalore relativo – che era presente nella Prima Repubblica – al plusvalore assoluto. Un processo imitato, negli anni successivi, dalla stessa Germania.

Draghi è stato insomma protagonista – forse senza volerlo, forse per ignoranza, o chissà – del declino del Paese.

Complimenti...

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06/02/2023

L’Occidente neoliberista pensa alla guerra, la Cina alla crescita

di Pasquale Cicalese

Le prossime proiezioni dell’outlook mondiale del Fondo Monetario Internazionale saranno rese note nella sessione di aprile. Le proiezioni cinesi, pubblicate venerdì, già di per sé aumentano le proiezioni mondiali. Xi ha anticipato 10 giorni fa che la Cina aumenterà le importazioni.

Ne beneficeranno sud est asiatico (assieme al turismo), Africa, America Latina e Russia. A loro volta questi continenti avranno perciò spazi finanziari per colmare il debito estero in dollari, almeno parzialmente, e per aumentare investimenti e consumi (con la Russia tramite triangolazioni).

Ciò potrà trascinare i produttori di beni di investimento, in primis Germania e Italia, compensando in parte le perdite conseguenti alle sanzioni contro la Russia. La ripresa del turismo cinese lascia spazi al lusso francese e italiano (ilSole24Ore titola “il record del lusso italiano”, moda, gioielleria e auto di lusso).

I miei contatti in Cina mi dicono che difficilmente il grande flusso turistico cinese si indirizzerà in Europa, principalmente per carenza di modernità delle grandi strutture alberghiere. Di certo ci sarà una fascia medio alta che parzialmente si indirizzerà verso di noi. Chi abita a Roma, Firenze, Venezia e Milano magari nei prossimi mesi ci informi sulle dimensioni dell’afflusso.

In più, è vero che gli Usa hanno destinato circa 2 mila miliardi per infrastrutture (le marxiane “condizioni generali della produzione”, alla ricerca di un aumento della produttività totale dei fattori produttivi) e per l’economia verde, spiazzando la UE. Ma ciò significa che importeranno più beni intermedi, impianti e beni di investimento dall’Europa.

Si tratterà di vedere le associazioni di categoria italiana (Ucimu, Ucima, Confindustria in generale) che outlook daranno nei prossimi mesi. Confermo una previsione di crescita all’1,3%.

Dal Global Times di venerdì:
Gli economisti prevedono che il PIL cinese registrerà una crescita di oltre il 6% al massimo nel 2023, dando slancio alla ripresa economica globale

di Ma Jingjing

Le organizzazioni internazionali e le banche di investimento hanno aumentato in modo intensivo le loro proiezioni per la crescita economica della Cina nel 2023 a seguito dell’impressionante ripresa del mercato dei consumi del paese durante le vacanze del Festival di Primavera.

Alcuni economisti, con una nota ottimistica, hanno previsto che il PIL cinese potrebbe registrare una forte crescita anno su anno, fino al 6% quest’anno, sostenuto dalla risposta alla pandemia, ormai ottimizzata nel paese, e da efficaci politiche a favore della crescita, iniettando così fiducia e slancio nella ripresa economica globale.

L’economia cinese dovrebbe crescere del 5,2% su base annua nel 2023, ha affermato anche il Fondo Monetario Internazionale nel suo ultimo World Economic Outlook, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto alla sua proiezione di ottobre.

Inoltre, Morgan Stanley ha alzato le sue previsioni per la crescita del PIL cinese quest’anno – dal 5,4% al 5,7% – prevedendo che un rimbalzo dell’attività arriverà prima e sarà più netto del previsto.

La società di gestione patrimoniale leader a livello mondiale, Vanguard, ha recentemente aggiornato le sue previsioni di crescita economica in Cina al 5,3% dal 4,5%, dopo una forte performance del quarto trimestre, pubblicando un comunicato stampa sul suo sito Web.

Inoltre, la banca d’investimento svizzera UBS AG ha aggiornato le sue previsioni al 4,9% di crescita, secondo una nota inviata al Global Times.

Gli esperti hanno affermato che le previsioni rialziste per l’economia cinese di queste istituzioni internazionali riflettono la crescente fiducia internazionale sulla ripresa economica della seconda economia mondiale, sulla scia del dinamismo mostrato durante le vacanze del Festival di Primavera a gennaio.

Potrebbero migliorare ulteriormente le loro previsioni insieme alla stabile ripresa dell’economia cinese. Durante la settimana del Festival di Primavera, la Cina ha registrato quasi 2,9 milioni di viaggi transfrontalieri, in aumento del 120,5% su base annua, e 308 milioni di viaggi nazionali, in aumento del 23,1%.

Il botteghino nazionale ha incassato 6,76 miliardi di yuan ($ 1 miliardo), la seconda cifra più alta per le festività annuali, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Xinhua.

“L’economia cinese potrebbe crescere fino al 6% su base annua nel 2023“, ha dichiarato sabato al Global Times Chen Fengying, economista ed ex direttore dell’Institute of World Economic Studies presso il China Institutes of Contemporary International Relations.

Chen ha attribuito la rapida ripresa economica al forte sostegno politico, ai minori lockdown per il COVID-19 e all’impressionante crescita nei settori emergenti.

“Quest’anno, il governo centrale e le amministrazioni locali si sono mosse per annunciare politiche per sostenere la ripresa complessiva dell’economia, mentre lo sviluppo di settori emergenti come il fotovoltaico e i veicoli elettrici aiuterebbe ulteriormente a stabilizzare l’occupazione e quindi a liberare ulteriormente potere di consumo dei residenti“, ha detto.

Anche Cao Heping, economista dell’Università di Pechino, condivide opinioni simili. Sabato ha dichiarato al Global Times che il tasso di crescita del PIL cinese potrebbe raggiungere il 6-6,5%.

Oltre alla spesa dei consumatori, ci sono alcuni nuovi punti di crescita nell’economia e nelle infrastrutture digitali, secondo Cao.
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26/11/2022

“C’è un processo di concentrazione”, finanziaria e industriale

Telefono lunedì scorso ad un caro amico. Non ci sentiamo da un po’, lui problemi familiari e stress da lavoro, io preso dalle mie cose.

Ci conosciamo dai tempi dell’Università, lui frequentava Economia e Commercio. Abbiamo condiviso, nell'ultimo anno che sono stato a Bologna, la stanza assieme, assieme abbiamo fatto lavori saltuari. Io poi andai via.

Ci sentimmo dopo decenni, come se non fossero mai passati. Lui dopo la laurea andò a Milano, ha fatto lavori in una società di consulenza primaria poi presso una struttura finanziaria di gestione patrimoniale. Per questo è rimasto a lungo in Lussemburgo, girando l’Europa e incontrando moltissimi industriali.

Lui mi ha sempre detto che gli industriali italiani hanno patrimoni personali, spesso all’estero, tra i più cospicui del mondo. Non li stima molto, sostiene che pagano salari troppo bassi e hanno una mentalità medioevale: “Cucinelli è un’eccezione, ma all’estero Cucinelli è la norma”.

Gli chiedo una definizione del profilo del “risparmiatore italiano”. Sostiene che “è molto conservativo, fa bassa leva, prende pochi rischi, a differenza degli anglosassoni”.

Dice che c’è tanto risparmio, ma per lo più concentrato, anche se ci sono risparmi ereditati da decenni e una percentuale di rendita molto elevata in rapporto al Pil.

Gli domando del settore manifatturiero. Lui risponde che “c’è poco da fare, con questi prezzi energetici è difficile avere margini”.

Poi mi parla di Milano. Lui vede “un processo di concentrazione, sia dal lato industriale, sia dal lato del capitale commerciale.”

Su quest’ultimo nota che “a Milano chiudono bar, ristoranti, alberghi gestiti da piccoli imprenditori e aprono catene: magari il vecchio gestore, che prima aveva un guadagno netto di 4 mila euro, ora fa il dipendente a 1500, la differenza di margine se la prende la grande impresa che fa pure economia di scala. Stessa cosa nel settore manifatturiero.”

Nota che “i piccoli, a seguito della pandemia, sono tartassati di gabelle, avvisi, pagamenti che li stanno stroncando”. Sostiene che “li vogliono eliminare, toglierli dalla piazza”.

Finisce qui la conversazione. Oggi leggo che si sta cercando di bloccare gli avvisi di pagamento, forse sta diventando una seria questione sociale e qualcuno a Roma cerca di porre rimedio. Parliamo di noi, della fu “sinistra”, di come siano ancorati ad un mondo che non c’è più.

Lui, gestore patrimoniale, mi dice: “chiamami domani, ti racconto altre cose“. A presto.

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13/11/2022

Il “divanismo” delle imprese è ormai al delirio

Storia d’Italia. Estratti di dialogo con gli amici in questi anni.

1) Alberto, costruttore, in pensione, figli all’estero: “guarda Pasquale, io ho lavorato tanto tra gli anni sessanta e gli anni ottanta. È vero, c’era l’inflazione a due cifre, ma c’era la scala mobile, l’indicizzazione dei salari e stipendi, la gente non perdeva nulla e continuava a farsi la prima casa o la casa per i figli. Il lavoro non mi mancava, non dovevo chiedere nulla allo Stato, il mercato marciava da sé“. Quanto al debito pubblico, con l’inflazione il Pil nominale cresceva ed abbatteva il rapporto (1980: rapporto debito/Pil sotto il 60%, meglio di quel che poi venne a chiedere il Trattato di Maastricht).

2) Mariachiara, imprenditrice, settore audiovisivi e prodotti di gioielleria, sbocchi in tutto il mercato mondiale: “Non ho committenti nazionali, lavoro sull’estero. I grandi bradcoaster nazionali sono politicizzati, ed io non voglio entrare in questa melma. Preferisco lavorare su estero, dove ho notevoli soddisfazioni. Quanto ai prodotti di gioielleria, ormai in Italia sono pochi quelli che fanno vero artigianato, io riunisco maestri in tutt’Italia e trovo sbocchi esteri, spesso facilmente“.

3) Guido, ex Consigliere al Senato, editorialista: “Ho lavorato 20 anni al Senato, ho conosciuto tutti, da Carli ad Andreotti, dalla Anselmi a Napoleoni. Il pentapartito non si preoccupava di Confindustria, perché aveva le Partecipazioni Statali, i colossi pubblici che davano lavoro a milioni di persone. Al più a Confindustria le si dava le noccioline.“

Ebbene, confrontate queste testimonianze di un tempo e guardate la prima pagina di ieri de IlSole24ore: “Bonomi: «Per taglio cuneo possibili risorse per 40-50 miliardi». E questo governo ci sta pure pensando, a come trovarli.

Abbiamo perso il 25% dell’apparato industriale, per lo più grandi imprese pubbliche, le uniche che facevano “vera” ricerca applicata avanzata, e non aumenti incrementali derivanti da brevetti esteri, come succede da decenni. Pagavano salari decenti, le condizioni di lavoro erano buone.

Anche troppo, per i privati, che trovarono in Ciampi, Prodi, Amato, Carli, Draghi ecc. i loro alfieri per smantellarli.

Poi fu un succedersi di misure pubbliche a sostegno delle aziende rimaste, orbitanti nella sfera Confindustria.

Un mese fa ne parlavo con un manager che lavora in Asia. Lui, tra gli altri, frequenta circoli liberisti asiatici. Sono esterrefatti dal tipo di “statalismo” che c’è in Europa e in particolare da noi, inteso come sostegni pubblici all’apparato produttivo privato.

Logico che lo Stato, se opera secondo il principio “Più Stato per il Mercato“, debba poi tagliare in altre parti della spesa pubblica.

E così si distrussero l’istruzione primaria e universitaria, l’assistenza, la sanità, le politiche industriali pubbliche furono cancellate.

Ci sono ancora delle eccellenze, non c’è dubbio, ma senza questo assetto almeno il 30% dell’apparato produttivo, che è vecchio, andrebbe via. Questo perché, dopo 30 anni, nessuno pensa più a costruire un modello come c’era nella Prima Repubblica: grandi imprese pubbliche avanzate che trascinano l’intero apparato industriale.

Ci siamo mangiati il futuro per questo. Se tagli l’istruzione non sarai più tra i paesi avanzati in futuro, oltretutto la parte migliore delle nuove generazioni viene in questo modo spinta ad andare all’estero.

Nessuno pensa a queste cose, nella “classe dirigente”, nessuno pensa al futuro. Una volta i cinesi chiesero a Prodi: “ma è possibile che non pensate mai al futuro?”

Lo chiesero a quello che il futuro del Paese lo aveva distrutto.

Bonomi ora chiede allo Stato 50 miliardi per il taglio del cuneo fiscale. A spese dell’Inps e delle future pensioni.

Chiedono che i salari, pubblici e privati, li paghi lo Stato (tra tagli al “cuneo fiscale”, incentivi, defiscalizzazioni, alternanza scuola-lavoro, stage retribuiti, ecc.).

Chiedono che l’energia la paghi lo Stato, ogni volta che il prezzo si alza per la speculazione di altri “imprenditori”, sicuramente più potenti e prepotenti di loro.

Chiedono che anche le materie prime, con i crediti di imposta, le paghi lo Stato.

Loro sono capaci di “fare impresa” e profitti soltanto in questo modo. Stando sdraiati sul divano e mettendo tutti i costi in capo alle finanze pubbliche.

Si definiscono “liberisti”. In Asia ridono di loro. Siamo condannati all’estinzione, come capacità industriale, ma ridiamoci su. È realtà, Italia 2022.

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