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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/09/2025

OCSE: salari bassi e austerità azzoppano il PIL, i dazi peseranno sulla crescita globale

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha rilasciato qualche giorno fa una versione aggiornata del suo Interim Economic Outlook, ovvero delle previsioni sull’andamento dell’economia globale. Le notizie per il futuro non sembrano essere rosee, mentre l’Italia già vede peggiorare le sue stime di crescita.

Partiamo dall’area euro, il cui PIL è previsto in aumento dell’1,2% nell’anno in corso e dell’1% nel 2026, con stime differenti per i diversi paesi. Ad esempio, la Germania dovrebbe riuscire a evitare la recessione per un soffio quest’anno, ma potrà beneficiare di politiche fiscali espansive per il prossimo anno, mentre il consolidamento dei conti pubblici in Francia e in Italia, imposto dalle procedure per disavanzo eccessivo, frenerà l’attività economica.

Ad ogni modo, anche i transalpini godranno comunque di una crescita maggiore. Se nel 2026 Berlino crescerà dell’1,1% e Parigi dello 0,9%, in Italia la previsione è stata persino ritoccata al ribasso di 0,1 punti percentuali rispetto ai dati di giugno, passando allo 0,6% sia per il 2025 sia per il prossimo anno. La metà della crescita attesa per l’eurozona.

A ciò si aggiunge il peso dell’inflazione. L’aumento dei prezzi è atteso all’1,9% nel 2025 e addirittura all’1,8% nel 2026, stabilmente sotto il 2% considerato ottimale. Tuttavia, l’OCSE evidenzia che “la combinazione di un rallentamento della crescita dei salari nominali e di un’inflazione dei prezzi che rimane elevata ha causato un indebolimento della crescita dei salari reali dall’ultimo trimestre del 2024 in molte economie avanzate, tra cui Giappone, Italia, Canada, Spagna e Regno Unito”.

C’è poi un ulteriore nodo che l’Organizzazione con sede a Parigi sottolinea, e di cui su questo giornale abbiamo ampiamente parlato. Forti pressioni sui prezzi alimentari (l’OCSE ricorda l’Italia, ma anche la Corea del Sud, il Sudafrica e il Regno Unito) sollevano incertezze sul percorso che seguirà l’inflazione, e colpiscono duramente i salari dei redditi più bassi.

Per quanto riguarda il Belpaese, ad ogni modo, Álvaro Santos Pereira, capo economista dell’OCSE, continua a ripetere la stessa formula che si è già dimostrata fallimentare: “l’Italia oggi è in una posizione migliore rispetto a qualche anno fa, ma è importante continuare gli sforzi di risanamento e riduzione del debito, andare avanti con le riforme e investire in competenze”. È chiaro che non saranno i vincoli di bilancio UE a portarci fuori dalla crisi, ma un cambio di rotta totale delle politiche economiche.

Guardando brevemente al mondo, la crescita globale è prevista fare un sostanziale balzo indietro nel prossimo anno, dal 3,2% del 2025 al 2,9% del 2026, soprattutto a causa di dazi e incertezza geopolitica. Per ora gli investimenti in IA negli Stati Uniti e gli stimoli fiscali della Cina hanno sostenuto le due più grandi potenze economiche (con le previsioni sulla Cina addirittura migliorate rispetto ai dati di giugno), e a cascata il mercato mondiale.

Ma l’OCSE chiarisce: “le tariffe [doganali USA, ndr] effettive complessive sono salite a circa il 19,5% alla fine di agosto, il livello più alto dal 1933. Gli effetti completi degli aumenti tariffari devono ancora farsi sentire, con molti cambiamenti introdotti gradualmente nel corso del tempo e le aziende che inizialmente hanno assorbito alcuni aumenti tariffari attraverso i margini, ma stanno diventando sempre più visibili nelle scelte di spesa, nel mercato del lavoro e nei prezzi al consumo”.

Criticità che si trasferiranno agli altri mercati, e dunque a tutto il globo. Un’ultima nota va sottolineata nlle stime economiche. L’Ocse mette in guardia sulla volatilità delle criptovalute e sulla loro crescente interconnessione con il sistema finanziario. La capitalizzazione di mercato delle monete digitali ha toccato circa 3.900 miliardi di dollari, rispetto agli 830 miliardi di inizio 2023.

Per quanto riguarda l’esposizione delle istituzioni finanziarie, essa rimane limitata, ma è tuttavia in crescita, soprattutto in virtù dei recenti sviluppi normativi, in particolare negli USA e nella UE. “Ad esempio – si legge nell’Outlook – le stablecoin – un tipo specifico di cripto-asset – sono garantite da attività finanziarie tradizionali, come i titoli di Stato, e le pressioni sulla valutazione potrebbero innescare corse destabilizzanti con implicazioni più ampie per la stabilità finanziaria”.

Temi che bisogna continuare a tenere d’occhio.

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27/08/2025

Xi Jinping vola a Lhasa e riporta Il Tibet al centro del mondo

Un viaggio a sorpresa di Xi Jinping a Lhasa ha riportato il Tibet al centro dell’attenzione pubblica mondiale. In occasione del 60esimo anniversario della creazione della regione autonoma del Tibet, o Xizang come viene chiamata da Pechino, il presidente cinese – nel suo secondo viaggio istituzionale in loco da quando è salito al potere nel 2013 – si è presentato di fronte a 20.000 persone (accompagnato da Wang Huning e Cai Qi, il quarto e il quinto leader del Partito Comunista Cinese), esortando all’unità e celebrando lo sviluppo economico regionale.

“Per governare, stabilizzare e sviluppare il Tibet, la prima cosa è mantenere la stabilità politica, quindi la stabilità sociale, l’unità etnica e l’armonia religiosa”, ha dichiarato Xi, che si era recato in Tibet l’ultima volta nel luglio 2021 per chiedere alla popolazione di “seguire il Partito”.

Il tema è particolarmente spinoso per il Dragone visto che le organizzazioni internazionali per i diritti umani e gli esuli descrivono sistematicamente il dominio cinese in Tibet come “oppressivo”, un’accusa che il gigante asiatico rigetta con forza.

Certo è che nel breve periodo successivo alle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, quando la Cina aprì ulteriormente le sue porte al mondo esterno, il Tibet fu scosso dalle proteste di monaci e monache e poi da una serie di autoimmolazioni. Ebbene, sembra passata un’era geologica da quel periodo...

Xi rilancia il Tibet

La Cina ha celebrato i 60 anni di governo del Partito Comunista Cinese in Tibet con una parata di fronte al Palazzo Potala del XVII secolo, residenza del Dalai Lama fino alla sua fuga in India nel 1959, alla presenza di Xi Jinping.

I relatori hanno elogiato lo sviluppo economico della regione situata ai piedi dell’Himalaya e sottolineato la necessità di combattere il separatismo. “Gli affari tibetani sono affari interni della Cina e a nessuna forza esterna è permesso interferire. Tutti i piani per dividere la madrepatria e minare la stabilità in Tibet sono destinati a fallire”, ha dichiarato non a caso Wang Huning, importante leader del PCC.

“I grandi successi della regione autonoma del Tibet negli ultimi 60 anni dimostrano pienamente che solo sotto la guida del Partito Comunista Cinese il Tibet può raggiungere prosperità e progresso, creare un futuro luminoso e consentire alle persone di tutti i gruppi etnici in Tibet di vivere una nuova vita felice e sana”, ha aggiunto lo stesso Wang per la soddisfazione di Xi.

Ricordiamo che quella tibetana è una regione altamente strategica per la Cina a causa del suo confine con l’India e perché possiede anche abbondanti risorse naturali, tra cui un immenso potenziale idroelettrico.

Lo sviluppo dello Xizang

Il messaggio di Xi è chiaro: il Tibet non è più una regione inquieta. È parte integrante del “sogno cinese” ed è un perfetto laboratorio economico da mostrare al mondo intero per celebrare il successo del modello cinese. Pechino afferma del resto che il tenore di vita della popolazione tibetana è notevolmente migliorato sotto il PCC e nega di aver soppresso diritti umani e la libertà di espressione.

I media statali cinesi sottolineano intanto come l’economia della regione autonoma si sia espansa di oltre 150 volte negli ultimi sessant’anni, con cifre che evidenziano forti aumenti nei redditi, nelle infrastrutture e nei servizi sociali. Secondo i dati governativi, il prodotto interno lordo dello Xizang ha raggiunto i 276,5 miliardi di yuan (38,5 miliardi di dollari) nel 2024, rispetto agli 1,8 miliardi di yuan del 1965. Il pil pro capite è invece aumentato da 241 a 71.000 yuan nello stesso periodo, con un incremento di oltre 300 volte.

I primi 100 miliardi di yuan di produzione della regione hanno richiesto 50 anni per essere raggiunti, mentre i successivi 100 miliardi sono stati aggiunti in soli sei anni. Parallelamente alla crescita economica, il Tibet ha anche sradicato la povertà assoluta. Il PCC spiega che circa 628.000 persone e 74 contee sono state ufficialmente sollevate dalla povertà, con il rapporto tra popolazione e popolazione residente (HEP) sceso da oltre l’80% prima del 1959 a zero nel 2019.

L’aumento del tenore di vita ha coinvolto anche i risultati sanitari, con l’aspettativa di vita media che è salita da 35,5 anni prima del 1959 a 72,5 anni nel 2024. Un successo che Xi intende evidentemente mostrare al mondo intero.

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11/08/2025

Venezuela - Il Pil in aumento del 7,71%, per il 17° trimestre consecutivo

L’economia del Venezuela sembra vivere una stagione di rinnovato slancio, con numeri che portano il paese sudamericano ai livelli di crescita più alti del continente americano. Nel primo semestre del 2025, il Prodotto Interno Lordo (PIL) è aumentato del 7,71%, segnando il diciassettesimo trimestre consecutivo di espansione.

L’annuncio, fatto dal presidente Nicolás Maduro, è stato accompagnato dai dati ufficiali del Banco Central del Venezuela, che confermano un andamento positivo e costante: +9% nel primo trimestre e +6,65% nel secondo. Questi risultati, secondo il governo, dimostrano che il paese sì sta lasciando alle spalle una lunga fase di crisi economica, aggravata negli anni da sanzioni internazionali e instabilità politica.

Settori trainanti e diversificazione economica

L’analisi dei dati rivela come la ripresa non sia confinata a un singolo comparto, ma coinvolga più settori strategici, segnalando una progressiva diversificazione dell’economia venezuelana: Idrocarburi: +14,99%; Minerario: +11,23%; Alloggio e ristorazione: +8,25%; Commercio: +7,19%; Telecomunicazioni: +7,13%; Manifatturiero: +6,24%.

Oltre a questi indicatori, Maduro ha ricordato come il turismo abbia registrato un incremento del 77%, la riscossione fiscale sia cresciuta del 12,8% e il credito bancario del 21,8% nello stesso periodo. Se il trend di crescita dovesse confermarsi nella seconda metà del 2025, il Venezuela potrebbe consolidare un nuovo ciclo economico positivo, rafforzando ulteriormente il suo ruolo in America Latina e attirando nuovi investimenti, soprattutto nei settori non petroliferi.

“Non solo numeri, ma una scelta di civiltà”

I dati sono stati commentati con entusiasmo dal professor Luciano Vasapollo, economista marxista e studioso del socialismo bolivariano. Per lui, i 17 trimestri consecutivi di crescita non rappresentano soltanto una tendenza economica, ma una prova concreta della forza del modello socialista venezuelano.

“Questo risultato dimostra che la volontà di un popolo unito e la pianificazione di un governo al servizio delle classi popolari possono prevalere sulle logiche del capitale internazionale e sulla speculazione. Il Venezuela non solo resiste, ma prospera, offrendo un esempio di autodeterminazione e resilienza a tutto il mondo”, ha dichiarato Vasapollo.

L’economista ha inoltre evidenziato come il governo di Maduro, pur in un contesto definito di “guerra economica”, sia riuscito a rafforzare la sovranità nazionale, investendo nella produzione interna e puntando su settori chiave, dalla manifattura al turismo, dalle telecomunicazioni alle risorse energetiche.

Secondo Vasapollo, “la crescita economica venezuelana non è soltanto un indicatore statistico, ma il segno che il progetto politico e sociale nato con Hugo Chávez e proseguito con Maduro sta raggiungendo i suoi obiettivi. In questa visione, i numeri del PIL non raccontano solo di più produzione e più scambi, ma di un popolo che resiste e si emancipa, rivendicando il diritto all’autodeterminazione di fronte alle pressioni esterne”.

“Nei 6/7 viaggi politico culturali in Venezuela di quest’ultimo anno, ci siamo confrontati – ha sottolineato Vasapollo – con partiti della sinistra non solo marxista, con dirigenti di governi del pluripolarismo mondiale antifascista e antimperialista. Con tanti economisti arrivati da varie parti e in particolare dall’America Latina, da tutto il mondo e anche rappresentanti degli organismi economici, della diplomazia internazionale, di dipartimenti economici di banche, e con esponenti politici non solo della sinistra Latino-americana.
La posizione del governo Maduro anche davanti a questa fase della globalizzazione, della guerra economica e commerciale, dei dazi, della guerra guerreggiata, è molto chiara. E risponde alla crisi sistemica dell’economia mondiale, che è una crisi irreversibile del modo di produzione capitalistico.
In Occidente la globalizzazione assume sempre più le vesti di globalizzazione della guerra e della competizione inter-imperialistica. E lo sforzo nostro è degli economisti rivoluzionari è studiare il modo per non penalizzare ulteriormente quello che volgarmente viene chiamato il Terzo mondo, cioè il Sud globale, ovvero come introdurre, nelle dinamiche di solidarietà internazionale, una seria prospettiva di complementarietà per la netta opposizione al neoliberismo, all’economia finanziaria e al ruolo della politica di guerra e dell’economia di guerra.
Ma il problema è puntare immediatamente, per quanto riguarda il Sud globale, a riprendere la grande battaglia, che fu del comandante Chávez, della diversificazione produttiva, della sovranità politica ed economica per la completa autodeterminazione, in piena alleanza coi paesi cosiddetti in via di sviluppo, perché ovviamente è un cane che si morde la coda, cioè i dazi e le guerre economiche sono uno strozzinaggio su questi paesi del Sud globale, perché gli interessi di dominio sono talmente alti che limitano e soffocano sempre di più lo sviluppo dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia”
.

“Il venezuela bolivariano chavista del presidente Maduro – ha osservato Vasapollo che segue le vicende della rivoluzione come esperto economico della transizione socialista, collaboratore istituzionale dagli anni ’90 già con il comandante Chavez – ha sofferto per le gravissime ricadute del blocco economico sull’autodeterminazione, lo sviluppo, la crescita economica.
Ma oggi c’è una ripresa forte della crescita, grazie anche a nuove forme miste di impresa: cooperative e aziende a capitale pubblico-privato, nelle quali cioè lo Stato è socio, ponendo la centralità della pianificazione anche nella economia locale diversificata con la comunas.
Sono conseguenza di una scelta politica di fondo del presidente Maduro e del governo con l’uso popolare dell’intelligenza artificiale in difesa del benessere sociale e che si trasforma in economia integrale socio-ambientale con la messa a produzione sociale dell’intelligenza sovrana popolare”
.

Vasapollo ci annuncia che già nei prossimi mesi parteciperà a commissioni istituzionali per approfondire tali esperienze con importantissimi luoghi di studio e ricerca a livello accademico e politico culturale con esponenti accademici venezuelani, ma anche con attori economici della realtà territoriale politica, culturale e tecnologica che oggi si articola bene nel paese come attori della crescita socio-economica.

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26/09/2024

Cina: obiettivo Pil al 5 per cento nel 2024

Martedì 24 settembre il governo di Pechino ha annunciato un pacchetto di misure per sostenere la crescita incentrato su un allentamento della politica monetaria e sul sostegno al settore immobiliare. I provvedimenti illustrati dal governatore della Banca centrale (Pboc), Pan Gongsheng, sono stati giudicati dagli analisti cinesi come lo stimolo all’economia cinese più sostanzioso dall’inizio della pandemia.

Di seguito le principali decisioni del governo centrale:

- taglio (da 1,7 a 1,5 per cento) del tasso d’interesse a breve termine, per aumentare la liquidità e favorire la riduzione di altri tassi nel sistema bancario;

- riduzione, dello 0,5 per cento, del tasso d’interesse sui mutui in essere, per avvicinarlo a quello dei nuovi mutui. Secondo il governo gli acquirenti di case potranno così risparmiare 150 miliardi di yuan (21,1 miliardi di dollari) di interessi in media ogni anno, e ciò dovrebbe incoraggiarli – invece che ad affrettarsi a ripagare anticipatamente i mutui – ad aumentare la spesa e gli investimenti;

- allentamento di mezzo punto percentuale (dal 10 al 9,5 per cento) del tasso di riserva obbligatorio (Rrr) delle banche, che – secondo Pan – libererà nel mercato finanziario liquidità pari a 1.000 miliardi di yuan (141 miliardi di dollari);

- la caparra sull’acquisto delle seconde case verrà abbassata dal 25 al 15 per cento del valore dell’immobile, cioè allo stesso livello delle abitazioni principali;

- la banca centrale finanzierà interamente il fondo da 300 miliardi di yuan per i prestiti alle imprese statali (Soe) che acquistano case invendute per trasformarle in unità abitative a prezzi sussidiati. A tal fine le Soe otterranno prestiti da 21 banche nazionali, che riceveranno poi l’intero capitale dalla Pboc, invece del 60 per cento come stabilito in precedenza;

- 500 miliardi di yuan a sostegno del mercato azionario. Per quanto riguarda il mercato dei capitali, viene istituito uno strumento di politica monetaria strutturale di 500 miliardi di yuan (70,9 miliardi di dollari), per consentire alle società finanziarie, a quelle di gestione dei fondi e alle compagnie di assicurazione di attingere liquidità al momento dell’acquisto di azioni tramite una linea di swap che impegna i loro beni per asset di alta qualità;

- 300 miliardi di yuan per aiutare le banche ad acquisti e riacquisti di azioni. Viene inoltre creato un sistema di rifinanziamento da 300 miliardi di yuan, con un tasso di interesse dell’1,75 per cento, per guidare le banche a sostenere i riacquisti e gli acquisti di azioni delle società quotate.

Che il governo stesse finalmente per muoversi si era capito qualche giorno fa, quando Xi Jinping, dalla tv di stato, aveva abbassato il tiro, dichiarando che «dobbiamo sforzarci di raggiungere gli obiettivi e i compiti di sviluppo economico e sociale per l’intero anno», mentre il comunicato che a luglio ha chiuso il III plenum del comitato centrale del partito aveva invitato perentoriamente a «rimanere fermamente impegnati» a tal fine.

Il traguardo del 5 per cento indicato per quest’anno si stava allontanando, dopo che il Pil era cresciuto del 5,3 per cento nel primo trimestre e del 4,7 nel secondo, e i segnali non incoraggianti per il terzo che si chiude questo mese.

Gli ultimi dati pubblicati dall’Ufficio centrale di statistica segnalano infatti un aumento delle vendite al dettaglio (+2,1 per cento su base annua) al di sotto delle aspettative nel mese scorso, e un altro crollo degli investimenti immobiliari (-10,8 per cento nei primi otto mesi del 2024, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). Gli investimenti privati tra gennaio e agosto sono calati dello 0,2 per cento su base annua e scesi al 50,98 per cento del complesso degli investimenti in capitale fisso.

Il pacchetto di politiche varato mira ad affrontare le pressioni sulla liquidità in cinque aree: settore immobiliare, banche, mercato azionario, famiglie, piccole e medie imprese (pmi). Per quanto riguarda queste ultime due, dovrebbero risentire indirettamente degli aiuti accordati alle prime tre.

In particolare, gli 800 miliardi di yuan (circa 102 miliardi di euro) complessivamente mobilitati a sostegno del mercato azionario sono stati accolti molto positivamente, come dimostrazione della volontà di Pechino di stabilizzare il mercato e ridare fiducia agli investitori.

Protagonista (assieme a China Securities Finance Corporation) sarà ancora il fondo sovrano Central Huijin Investment che nel primo trimestre 2024 ha già speso 330 miliardi di yuan (45,5 miliardi di dollari) acquistando per conto dello stato titoli di aziende incapaci di finanziarsi sul mercato azionario.

Resta il fatto che, secondo molti economisti cinesi, in mancanza di un deciso stimolo fiscale (cioè di un aumento della spesa per la sanità, l’istruzione e pensioni che contribuisca a liberare i consumi delle famiglie) è improbabile che le misure appena approvate possano alimentare la crescita in maniera significativa e prolungata.

Tuttavia il III plenum del comitato centrale del Partito comunista cinese ha raccomandato un incremento graduale delle misure a sostegno dell’economia e cautela rispetto a stimoli fiscali, che dunque non sono attesi nell’immediato.

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17/07/2024

Le economie “obese” moltiplicano la povertà

La convinzione diffusa che la crescita economica risolverà il problema della povertà nel mondo è sbagliata e pericolosa. Olivier De Schutter, esperto indipendente delle Nazioni Unite, si confronta con le pseudo-verità della teoria economica egemonica e prende le distanze dalla retorica pro-crescita che predomina in alcune organizzazioni internazionali.

Per il giurista belga che dal 2020 ricopre il ruolo di Relatore Speciale (consulente esterno indipendente) sulla povertà estrema e i diritti umani delle Nazioni Unite, questa concezione spinge la civiltà sull’orlo del collasso climatico e crea una piccola élite con una fortuna quasi incalcolabile. D’altro canto, 670 milioni di persone (l’8,4% della popolazione mondiale) vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale, fissata a 2,15 dollari al giorno. Nel suo rapporto-accusa-proposta Eradicare la povertà oltre la crescita, pubblicato la prima settimana di luglio, De Schutter sostiene che “i governi devono porre fine alla pericolosa fissazione con la crescita del prodotto interno lordo (PIL) come via per sradicare la povertà, dal momento che essa è sbagliato e conduce il mondo su un percorso pericoloso”.

Rapporto demistificante

Basato su oltre 130 contributi di governi, istituzioni per i diritti umani e organizzazioni della società civile, il rapporto che l’esperto ha preparato per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite con sede a Ginevra, in Svizzera, sottolinea che molte nazioni continuano ad agire come se fosse possibile una crescita infinita. E avverte che “sembrano credere che l’attività economica possa espandersi all’infinito, come se la Terra dovesse fornire risorse illimitate per l’eternità e assorbire i rifiuti derivanti dalla nostra ambizione apparentemente infinita”. Citando studi di climatologi, ricorda che già nel 2019, a causa del tipo di sistema di produzione egemonico a livello globale, il 75% della superficie continentale terrestre aveva subito notevoli alterazioni, il 66% della superficie oceanica subiva effetti cumulativi ogni volta più antichi, più dell’85% delle zone umide era andato perduto. Inoltre, un milione di specie rischiano l’estinzione entro qualche decennio.

L’importanza attribuita all’aumento del Pil, secondo il rapporto De Schutter, ha conseguenze molto gravi. Ad esempio, contribuisce a mettere in secondo piano l’importanza del lavoro domestico e la necessità imperativa di valorizzarlo adeguatamente. I numeri sono eloquenti: i 16,4 miliardi di ore dedicate quotidianamente, senza retribuzione, alla cura personale diretta di figli piccoli o parenti anziani e ad attività di assistenza indiretta (come cucinare, pulire, o raccogliere acqua o legna da ardere) equivalgono approssimativamente a un ipotetico situazione con 2.000 milioni di persone che lavorano otto ore al giorno senza alcun tipo di compenso monetario. In termini di salario orario minimo, circa il 9% del PIL globale. E se consideriamo che più di tre quarti di questo lavoro domestico non retribuito (76,4%) è svolto da donne, non dobbiamo sforzarci troppo per visualizzare l’impatto drammatico della povertà, proprio, sulle donne e sulla famiglia.

D’altro canto, aggrava il preoccupante panorama della criminalizzazione dei senzatetto e dei poveri e mette in luce la realtà quotidiana di uomini, donne e bambini che vivono per strada e che vengono multati e penalizzati in diversi modi per attività basilari come dormire, lavarsi , cucinando, mangiando, chiedendo l’elemosina e lavorando per strada. Pratiche repressive che non solo non risolvono il problema, ma violano anche direttamente i diritti umani storici.

“Da decenni seguiamo la stessa ricetta trita e ritrita”, spiega De Schutter. “Prima di tutto far crescere l’economia e poi usare la ricchezza per combattere la povertà”, un approccio che “è servito come piatto sgradevole” della crisi climatica e di centinaia di milioni di esseri umani condannati alla marginalità, che lo ha portato a mettere in discussione i presupposti di detta filosofia. Intesa in questo modo, come una panacea e una priorità, sostiene questo rinomato professore di diritto internazionale, la crescita distoglie l’attenzione da ciò che conta veramente: l’eliminazione della povertà e il raggiungimento del benessere per tutte le persone, non solo per una minoranza fortunata. A suo avviso, le economie dei paesi ricchi sono cresciute molto più del necessario affinché le persone prosperassero, al punto che “sono diventate obese”. Tuttavia, conclude, anche in questi paesi la crescita non è riuscita a ridurre la povertà e le disuguaglianze né a creare posti di lavoro.

La concezione economica dominante dietro questa formula di crescita, secondo De Schutter, si basa sul saccheggio delle risorse del Sud del mondo, “un modello di dominio postcoloniale mantenuto tramite il giogo del debito estero”. Nei paesi poveri, dove sono ancora necessari investimenti significativi per costruire scuole, ospedali, infrastrutture di trasporto o elettricità, la crescita potrebbe essere utile. Tuttavia, nella pratica lo sviluppo è stato spesso voracemente estrattivo, basato sullo sfruttamento della manodopera a basso costo e delle risorse naturali. Se la crescita economica volesse davvero contribuire al riconoscimento e all’affermazione dei diritti umani, dovrebbe cambiare il suo orientamento per “riorientarsi verso la soddisfazione dei bisogni e la distribuzione tra più persone invece di limitarsi ad arricchire i ricchi e promuovere il dominio dei grandi attori economici”. Neppure “nei Paesi a basso reddito, dove la crescita resta necessaria e va sostenuta”, prosegue De Schutter, “lo sviluppo dovrebbe essere equiparato ad un aumento del Pil ma ad un maggiore benessere sociale ed ecologico”. La denuncia non tarda ad arrivare: “la fede cieca nella crescita economica è una camicia di forza per la nostra immaginazione mentre la lotta alla povertà ne ha risentito molto”.

Sì, esiste un’alternativa: sradicare la povertà con i Diritti Umani

Le 20 pagine del rapporto hanno avuto un impatto significativo sull’ambiente diplomatico grazie al loro contenuto, che era allo stesso tempo stimolante e alternativo a molti altri rapporti di organizzazioni finanziarie ed economiche internazionali, pieni di sofismi. Prova di ciò sono le sue tre raccomandazioni fondamentali per sbloccare la complessa tensione tra ciò che il sistema egemonico dominante persegue, da un lato, e le proposte di solidarietà per ridurre la povertà, dall’altro.

In primo luogo, promuovere quello che De Schutter chiama il Patto per il futuro, una proposta “incentrata sull’efficacia dei diritti umani piuttosto che sull’aumento dei livelli aggregati di produzione e consumo”. Si tratta di un ripensamento urgente della lotta contro la povertà, che sostiene il passaggio a un’economia che indirizzi le risorse verso i servizi pubblici e la protezione sociale. In secondo luogo, ristrutturare e condonare il debito e finanziare i servizi pubblici universali attraverso tasse progressive sull’eredità, sulla ricchezza e sul carbonio. Infine, creare una maggiore cooperazione internazionale contro l’evasione fiscale, un meccanismo sistemico che moltiplica la miseria in vaste regioni del globo.

Nella proposta, l’incentivazione dell’economia sociale e solidale acquista un’importanza essenziale; la democratizzazione del lavoro; nuove modalità di condivisione del lavoro e lotta frontale al consumismo. “La lotta alle disuguaglianze”, sostiene, “si sovrappone alla lotta al consumismo, inteso come stimolazione del consumo attraverso il marketing e l’innovazione permanente”. In questa prospettiva, è essenziale fornire servizi di base universali e aumentare i redditi garantendo il diritto a un salario minimo dignitoso e a una retribuzione equa, rafforzando la protezione sociale. Secondo De Schutter, “i governi dovrebbero investire nella fornitura di servizi di base universali, garantendo a tutte le persone l’accesso a servizi che assicurino il godimento dei diritti umani: alloggi adeguati, assistenza sanitaria, cibo nutriente attraverso le mense scolastiche, acqua ed energia, trasporti e l’accesso digitale”.

Questo documento, inteso come un avvio seguito da un ciclo di consultazioni per delineare una tabella di marcia, sarà proposto per il dibattito al prossimo Summit sul futuro delle Nazioni Unite che si terrà a New York il 22 e 23 settembre. Tuttavia, come avverte il relatore speciale, la transizione desiderata non può essere raggiunta tutta in una volta, né a livello locale né nazionale. In altre parole: sfuggire alla dipendenza dalla crescita messa in discussione dallo studio richiederà strategie pluriennali e il dispiegamento di sforzi intenzionali a diversi livelli di governance. Anche la preoccupazione per lo stato dell’ambiente è centrale nella proposta, poiché si tratta di “rimodellare l’economia per produrre beni e servizi ecologicamente sostenibili di maggiore utilità sociale e ridurre significativamente la produzione non necessaria ed eccessiva”.

Già nella sfera del lavoro, la proposta suggerisce di rifiutare il PIL come indicatore di progresso, garantendo posti di lavoro sostenuti dal governo, rivalutando il lavoro domestico e di cura della famiglia non retribuito, stabilendo salari minimi e mettendo un limite alla ricchezza generata dalle industrie distruttive. “Queste sono le politiche che possono davvero portare benefici al pianeta e ai suoi abitanti”, sostiene De Schutter.

Ci sono tre contributi principali di questo studio mirato che si oppone frontalmente all'espansionismo economico. In primo luogo, affrontare senza pregiudizi o paure le convinzioni quotidiane del sistema egemonico globale che condiziona la riduzione della povertà a una maggiore crescita insostenibile. Inoltre, raccogliere indizi alternativi per avanzare in questa grande lotta sociale, da una possibile proposta, incentrata sui diritti umani. E, ultimo ma non meno importante, che queste riflessioni provengono dall’interno delle Nazioni Unite stesse e sono articolate da un esperto indipendente che appartiene al sistema delle Nazioni Unite. Tutto ciò costituisce uno schiaffo concettuale per chi, avvantaggiato dal sistema dominante, considera irrealizzabili le alternative globali già essenziali per salvare l’Uomo e il Pianeta.

Fonte

10/05/2024

La trappola dell’efficienza

La crescita del Pil di oggi è sempre più realizzata a scapito del benessere futuro, e la crisi ecologica è un segno di come il mercato non possa funzionare come regolatore del sistema economico. Un’anticipazione dal libro “La trappola dell’efficienza”.

Il capitalismo ha cambiato il mondo di vivere di gran parte dell’umanità, migliorandone enormemente le condizioni materiali di vita.

Negli ultimi duecento anni, l’aumento del reddito globale e medio – oggi incomparabilmente maggiore di ogni altra epoca – è avvenuto in modo non uniforme per tutti i Paesi e le fasce sociali, beneficiando più alcuni di altri, sistematicamente, provocando una distribuzione delle ricchezze iniqua. L’aumento del reddito non è stato lineare e costante, ma soggetto a variazioni e a crisi che hanno contribuito a esacerbare le disparità. A ciò si aggiunga che lo sviluppo capitalistico industriale ha portato a un degrado ambientale sempre più insostenibile, all’origine della crisi ecologica attuale, di cui il riscaldamento globale è solo un aspetto.

Il nostro benessere, che era parso migliorare a ritmi vertiginosi negli ultimi decenni, ci appare compromesso se guardiamo a come sostenerlo. Vi sono tante storture nella distribuzione, nei meccanismi di funzionamento del sistema, nei presupposti per la sua riproducibilità, che è lo stesso capitalismo ad apparirci giunto a un punto critico. Oggi non siamo più sicuri che esso sarà in grado di produrre ulteriore benessere. Come se una parte del nostro benessere di oggi dovesse essere sacrificato se voglio garantircene uno domani. E ciononostante sembriamo procedere nella stessa direzione, pur consci dei problemi che si prospettano.

Questo libro si occupa di come siamo potuti arrivare a sacrificare il benessere futuro in cambio del Pil di oggi e di come uscirne. Il capitalismo è un sistema economico affermatosi negli ultimi due secoli e mezzo in questa parte del mondo. Un sistema che per consolidarsi ha plasmato la società e la politica, creando un ordine sociale. Il ruolo principale dell’economia teorica dominante (mainstream) è stato quello di fornire un’apologia di un ordinamento sociale spacciato per naturale, ma che è stato in grado di generare crisi ricorrenti, profondi disagi sociali e danni alla biosfera. La “naturalità” viene oggi usata come giustificazione per adagiarci sull’esistente, mentre è chiaro che occorre riformare il modo di produrre così da intervenire sulle crisi, le disuguaglianze e, con urgenza, sulla salvaguardia della natura.

Occorre una transizione economica verso un sistema produttivo che rispetti la natura, la società e si curi del benessere più che della crescita del Pil, senza chiedersi come, per chi e a quale costo. Da più parti si è provato a offrire una lettura alternativa, un diverso approccio alla teoria economica mainstream, adottando una lettura interdisciplinare che consentisse il superamento di una disciplina economica che ha perso ormai ogni contatto con la realtà, valutando le scelte sempre e solo secondo il metro del profitto da massimizzare o dell’efficienza economica.

Qui, piuttosto che indicare una via d’uscita dalla trappola evolutiva in cui la crescita del Pil, spesso predatoria della natura stessa, ci ha imprigionato, osserviamo che il capitalismo basato sull’economia di mercato sta distruggendo sia la natura che la società. Un altro sistema va dunque concepito e indagato. Ci dibattiamo in una trappola dell’efficienza che non ci lascia che una possibilità: uscirne al più presto mediante una transizione ecologica che ci conduca a un nuovo modo di produrre senza rovinare irreversibilmente la Terra.

Fino all’avvento del capitalismo, il prodotto totale era rimasto pressoché invariato, per secoli, proporzionalmente alla popolazione che lo produceva e a cui era destinato. Nel complesso, quanto l’umanità era in grado di produrre era appena sufficiente alla “sussistenza”, al suo mantenimento. L’aumento significativo del prodotto totale e pro capite – a disposizione di ogni abitante – ha cominciato a manifestarsi solo con l’avvento del capitalismo industriale, in alcuni specifici Paesi e per una serie di condizioni, non più solo la produzione necessaria alla sussistenza, ma ben oltre. Dalla fine del Settecento in avanti, il Pil – valutato in termini “reali”, cioè a prezzi costanti – ha iniziato a crescere esponenzialmente, prima in Inghilterra, poi in altri Paesi europei e in Nord America, grazie all’affermarsi del capitalismo industriale. La storia, come vedremo più avanti, ha riguardato i Paesi e le varie regioni del mondo in modo differenziato. Nei Paesi dove il capitalismo ha preso piede, l’evidenza mostra che una volta che il Pil inizia a crescere – allorché si mettono in moto certi “meccanismi” – non si ferma più, cioè non registra periodi prolungati di stagnazione o di decrescita. Nel passato, lunghe stagnazioni del prodotto erano, invece, la normalità. La crescita del Pil si riflette in miglioramenti nelle condizioni di vita, con effetti positivi su molti aspetti dell’esistenza delle persone: dalla speranza di vita alla nascita, all’istruzione, alle condizioni di lavoro, alle retribuzioni. Nel tempo, i lavori faticosi e le ore lavorate si riducono, mentre la struttura dell’economia si trasforma, con una diminuzione relativa del valore prodotto dall’agricoltura e un aumento di quello industriale e dei servizi.

L’andamento del Pil mondiale per persona negli ultimi duemila anni mostra un andamento piatto fino alla Prima rivoluzione industriale (nella seconda metà del XVIII secolo) e una crescita progressiva da allora, più o meno costante. L’aumento del Pil è dovuto all’affermarsi del capitalismo industriale che – grazie alla continua introduzione di nuove tecnologie – ha consentito una crescita del prodotto più che proporzionale all’impiego di lavoro. Il sistema capitalistico ha messo in moto un meccanismo in grado di riprodursi e di svilupparsi grazie al continuo progresso tecnologico da esso stesso favorito, e si afferma dove si verificano le condizioni per il suo radicamento – dalla proprietà privata dei mezzi di produzione alla disponibilità di manodopera – e per la sua riproduzione. Disponibilità di materie prime e risorse naturali, da un lato, e contesto istituzionale e politico, dall’altro, ne hanno condizionato lo sviluppo che è così avvenuto in tempi e modi diversi in un numero limitato e circoscritto di Paesi. A oggi, il 10% della popolazione mondiale ha un reddito al di sotto della soglia di povertà assoluta, dall’80% che era nel 1800.

Come vedremo, l’affermarsi del capitalismo porta all’aumento del reddito e alla diminuzione della povertà, ma ciò avviene solo in un certo numero, anche se in via di espansione, di Paesi del mondo. L’economia capitalista ha avuto effetti positivi sulle condizioni di vita nel breve periodo, ma occorre distinguere – e lo faremo sempre nel corso del libro – tra crescita (un aumento quantitativo del reddito dovuto all’aumento dei fattori produttivi capitale e lavoro), sviluppo (un aumento quantitativo del reddito in presenza di innovazioni che consentono di ottenere più prodotto a parità di fattori di produzione impiegati), e benessere (relativo alle condizioni – multidimensionali – della vita). Sottolineiamo da ora che crescita e sviluppo hanno spesso comportato una riduzione del benessere.

La crescita del Pil, tuttavia, non è necessariamente collegata a una sua equa distribuzione, perché il Pil, quando cresce, non aumenta per tutti allo stesso modo. Bisogna distinguere tra produttori e percettori di reddito. Non tutti i produttori e non tutti i percettori beneficiano della crescita nella stessa misura. Il Pil mondiale, oggi, viene per i suoi tre quarti prodotto nei Paesi “a economia avanzata” (quelli capitalistici dalle origini), in buona parte dai Paesi “emergenti” e in piccolissima parte dagli altri Paesi, che sono quelli che chiamiamo “in via di sviluppo” e sono poi quelli dove il capitalismo non si è ancora affermato ed esteso, essendo stati per lo più relegati a produrre materie prime per le economie avanzate. Colonialismo e imperialismo, come vedremo, sono parte integrante della storia del capitalismo e della sua affermazione. Se volessimo rappresentare una mappa dei Paesi del mondo secondo il Pil, dove l’estensione di ognuno è proporzionale al prodotto, noteremmo che l’Africa sub-sahariana – con l’eccezione del Sud Africa – quasi non esiste, che l’America Latina è sottodimensionata, l’Asia è ipotrofica, mentre Stati Uniti, Europa e Giappone appaiono obesi. Asia, America Latina e Africa sono però i continenti dove risiede l’85% della popolazione mondiale. Ovvero, il 75% del reddito mondiale è prodotto dal 15% della popolazione.

La stessa disomogeneità vale all’interno dei Paesi. Si ha infatti che alla quota della popolazione più ricca, ben ristretta, va generalmente la quota maggiore del reddito prodotto: pochi ricchi possiedono quasi tutta la ricchezza e molti poveri ne hanno pochissima. E ciò è vero tanto per i Paesi a economia avanzata quanto per gli altri. Il capitalismo si afferma grazie a un sistema che consente un enorme e continuato aumento del reddito, che però non beneficia tutti allo stesso modo. Questa non è però il suo solo “difetto”.

Lo sviluppo industriale è potuto avvenire anche grazie al vasto sfruttamento delle risorse naturali. In molti casi ciò ha portato al degrado ambientale – e ha prodotto un aumento della concentrazione di anidride carbonica, metano e altri gas – responsabili dell’“effetto serra” all’origine del riscaldamento globale. Se osserviamo come viene distribuita la produzione di CO2, notiamo la sua quasi perfetta sovrapponibilità con la distribuzione mondiale del reddito – ovvero i Paesi più ricchi sono anche i maggiori inquinatori. A differenza di questa però, l’inquinamento colpisce tutti, in quanto intacca la biosfera.

Le variazioni delle temperature ci sono sempre state, in periodi anche lunghi, ma contenute e graduali. Viceversa, negli ultimi decenni si è registrata una impennata molto veloce delle stesse. È il fenomeno del riscaldamento globale dovuto, secondo la stragrande maggioranza degli studiosi, all’attività dell’uomo che ha modificato l’ambiente con l’inquinamento modificando la biosfera. I tempi della natura sono assai più lenti di quelli dell’economia e per questo motivo l’aumento delle temperature assomiglia a quello che è stato definito come “il bastone da hockey” dovuto a un aumento accelerato nell’ultimo secolo.

La crisi ambientale è la grande criticità che il nostro tempo conosce, potenzialmente più grave, per l’impatto che è destinata ad avere, di ogni crisi economica. La crisi ecologica è così rilevante che rischia di stravolgere il nostro modo di vivere. Se i problemi legati alla sovrappopolazione e alla limitata disponibilità di risorse ci porranno vincoli alla crescita, la stessa metrica del Pil che non tiene conto dell’inquinamento e dell’impatto ambientale deve essere riconsiderata. Grande parte delle emissioni di gas responsabili del riscaldamento globale viene dal consumo di combustibili fossili per la generazione di energia. Se anche riuscissimo a ottenere un Pil prodotto da energia a costo zero – come nella fusione nucleare – potremmo uscire solo in parte dalla trappola evolutiva.

La parte “capitalistica” rimarrebbe intatta e con essa lo sfruttamento delle risorse naturali con l’annesso degrado ambientale e degli ecosistemi. Il sistema capitalistico presenta questo e altri problemi a esso intimamente legati: in primis, la disoccupazione e la distorta distribuzione del reddito. Cambiare tecnologie è solo un primo passo per passare a un uso più oculato delle risorse, visto che il capitalismo è basato sulla nozione che si debba produrre sempre di più: senza crescita non c’è profitto, che è l’incentivo a produrre. Questo “credo” si deve al fatto che il maggiore prodotto equivale a ottenere più alti profitti. Non è un caso che dagli anni Ottanta del secolo scorso – pur in presenza di aumenti di reddito e produttività – i salari sono rimasti fermi e la disoccupazione si è mantenuta ben al di sopra dei livelli considerati fisiologici. Occorrerà poi riflettere sulla reversibilità dei danni che stiamo provocando alla natura (e sul restauro delle condizioni di vita originarie), sulla sostenibilità del progresso e di come allontanarci dal punto di non ritorno.

La crisi ecologica è un segno di come il mercato sia fallito come regolatore del benessere, ma anche dei limiti che ci troviamo a fronteggiare.

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24/11/2023

Francia, il deficit finanzia la crescita

di Guido Salerno Aletta

Non ci si può limitare ad allargare le braccia, affermando che le cose stanno andando male. Christine Lagarde, da anni al vertice della Bce, ha annunciato con nonchalance che l'Eurozona si appresta ad entrare in recessione: i dati negativi della Germania stanno mandando a picco le previsioni di un atterraggio morbido.

Alla drastica cura monetaria decisa per contrastare l'inflazione dei prezzi delle materie prime a partire dalla primavera del 2021 si è aggiunta la congiuntura particolarmente negativa determinata dalla guerra in Ucraina, dalle sanzioni irrogate alla Russia e dalla necessità di trovare fonti energetiche alternative.

"Che si deve fare? Boh! Prima o poi passerà..."

Questo comportamento, inconcludente, sembra aver pienamente contagiato la Commissione europea che ha bocciato il progetto di bilancio presentatole dalla Francia al fine di verificarne la coerenza con le regole sulla stabilità delle finanze pubbliche, che al momento sono quelle stabilite nell'Allegato al Trattato di Maastricht che risale al 1992: il deficit annuo non deve superare il 3% del Pil, mentre il debito non deve superare il 60% del Pil.

Le regole più stringenti previste dal Fiscal Compact a partire dal 2012, e che furono sospese dal 2020 al 2022 per tener conto della crisi pandemica, saranno sostituite da un nuovo quadro regolamentare, ancora in discussione.

Il progetto di bilancio presentato dalla Francia prevede per il 2024 una crescita del Pil pari al +1,4%, superiore al +1% stimato per l'anno in corso. Il deficit sarà del 4,4%: nettamente superiore al tetto del 3%, ed in calo modesto rispetto al 4,9% stimato per l'anno in corso. Il saldo primario, quello calcolato al netto degli interessi, sarà pari al -2,4% del Pil: ciò significa che ci sarà una spesa effettiva in deficit pari al 2% del Pil (4,4%-2,4%). Il debito rimarrà al 109,7% del Pil, invariato rispetto a quello stimato per l'anno in corso. Per quanto riguarda l'inflazione, la Francia prevede che sarà del 2,7%, in forte calo rispetto al 5,7% stimato per l'anno in corso.

Al confronto, alcuni dati presentati dal Governo italiano per il 2024, contenuti nella NADEF del 23 settembre scorso sono assai simili a quelli francesi: +1,2% per la crescita economica e 2,3% per l'inflazione dei prezzi al consumo. Il deficit sarà del 4,3% rispetto al 5,3% di quest'anno, il saldo primario sarà del -0,2% mentre il debito pubblico scenderà appena di un decimo di punto, dal 140,2% del Pil al 140,1%. L'unica vera differenza sta nella dimensione del saldo primario: in Italia, il deficit del 4,3% del Pil sarà destinato praticamente tutto al pagamento degli interessi, che saranno pari al 4,2% del Pil. Solo con l'arrotondamento si arriva allo 0,2% del saldo primario.

La Francia prevede un deficit del 3,7% del Pil nel 2025 e del 3,2% nel 2026. Il debito, invariato al 109,7% nel 2023 e nel 2024, scenderebbe al 109,6% del Pil nel 2025, ed al 109,1% nel 2026. Tra il 2023 ed il 2026 la riduzione del debito sarebbe complessivamente dello 0,6% del Pil.

L'Italia prevede un deficit del 3,6% del Pil nel 2025 e del 2,9% nel 2026, mentre il debito scenderebbe dal 140,2% di quest'anno al 140,1% nel 2024, al 139,9 nel 2025 ed al 139,6% nel 2026. Tra il 2023 ed il 2026 la riduzione del debito sarebbe complessivamente dello 0,6% del Pil, esattamente la stessa percentuale prevista dalla Francia. La differenza sta nel fatto che l'Italia prevede di avere un saldo primario positivo già nel 2025 per lo 0,7% del Pil, e poi nel 2026 per l'1,6% del Pil e che il peso degli interessi crescerà in continuazione: dal 3,8% del Pil di quest'anno, salirà al 4,2% nel 2024, poi al 4,3% nel 2025 ed ancora al 4,6% nel 2026. In pratica, l'onere per interessi non solo assorbirà tutto il nuovo deficit annuale, ma anche una quota delle entrate fiscali. Questo è il senso del saldo primario positivo.

Sono politiche fiscali sostanzialmente analoghe in termini di andamento del deficit e di riduzione del debito; ma mentre la Francia usa il deficit per sostenere la crescita economica, l'Italia lo usa tutto (e non le basta) per pagare gli interessi sul debito accumulato.

Risulta davvero incomprensibile la bocciatura del bilancio francese decisa da parte della Commissione europea... forse c'è sotto l'invidia della Germania, alle prese con il suo "freno al debito" pari allo 0,35% del Pil ed alle spese fuori bilancio a favore delle sue industrie, per 60 miliardi di euro, che sono appena state dichiarate incostituzionali dalla Corte di Karlsruhe.

L'Italia usa il deficit per pagare la rendita sul debito pubblico.

La Francia usa il deficit per sostenere la crescita economica.

Per questo, le asimmetrie aumenteranno continuamente.

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30/05/2023

L’economia italiana è in panne: motivi interni e internazionali

L’economia italiana è in panne. Industria, costruzioni ed export giù. Il commercio internazionale si è fermato, dopo il buffer di liquidità governativa e delle famiglie a seguito del lockdown.

La fine degli incentivi al Superbonus ha bloccato la crescita degli investimenti (9,5% 2022, derivanti per lo più da quest’ultimo settore). Le imprese negli ultimi anni hanno raggiunto una liquidità, esclusi gli investimenti finanziari, pari al 28% del pil, tuttavia gli investimenti sono fermi. Germania in recessione, Usa arrancano sul debito pubblico.

Quanto alla Cina, come ho riportato la settimana scorsa, le industrie si aspettano un fatturato minore del 2022. Il governo non interviene con misure fiscali, almeno ad ora, è come se attendesse la fine dell’immenso buffer di liquidità dei cittadini dopo tre anni di chiusura (stesso fenomeno accaduto da noi a partire da maggio 2020, altro che Draghi) che si riversa in viaggi, turismo in genere e servizi ad esso legato (come da noi 2023).

È come se la Cina si accontentasse di una crescita parziale, concentrandosi concentrata su di un probabile conflitto con Taiwan fomentato dagli Usa.

L’eccezione cinese alla crisi capitalistica degli ultimi 50 anni trova un parziale blocco per motivi di politica internazionali, se in Occidente ci sono extra profitti industriali e commerciali, derivanti da dinamiche inflazionistiche che loro stessi fomentano (ieri il centro studi Confindustria ha riconosciuto che in Italia hanno extraprofitti, anche se minori da Ue), la dinamica disinflazionistica cinese, che è perseguita da anni, porta il governo ad accettare una parziale caduta dei profitti industriali e commerciali.

Il lockdown serviva alla strategia disinflazionistica, l'astensione dall'uso della leva fiscale serve al governo cinese per mobilitare l’enorme buffer di liquidità detenuta dai cittadini e che, a partire da dicembre 2022, ha preso a riversarsi riversando nell’economia.

Un solo motore, pur di frenare l’inflazione. Mentre da noi gli extraprofitti alimentano un’inflazione perdurante che uccide le classi medio basse.

Ovviamente in Cina tale strategia non passa dalla politica monetaria come in Occidente. In Usa e Ue essa è semplicemente attrazione di capitali che altrimenti non avrebbero. Semplicemente in Cina tutelano le classi medio basse perché l’unica loro paura, non Taiwan o Usa, sono le rivolte sociali. Sono gli unici al mondo che lo fanno, a costo di bassi profitti o perdite di borsa.

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11/03/2023

La Cina e gli “esperti”

Proponiamo qui la traduzione di un recente studio di Michael Roberts, economista poco incline alle sirene del mainstream neoliberista. Roberts analizza l’economia cinese, ma paradossalmente il cuore teorico più interessante riguarda i criteri di formulazione delle statistiche su cui ragionano i decisori politici, le banche centrali, gli analisti.

Se queste statistiche non riflettono la realtà economica, ma ne deformano la visione, le decisioni prese saranno implacabilmente sbagliate. Ed anche le “narrazioni” diffuse dal sistema dei media saranno decisamente farlocche.

Per una curiosa coincidenza, questa rilevazione critica di Roberts avviene quasi in contemporanea con la “scoperta” che i criteri usati per quantificare l’inflazione in Europa sono sbagliati. E dunque andranno rivisti, con il risultato – in alcuni casi – di dimezzare i tassi di inflazione certificati da Eurostat.

Ma non stiamo parlando di una disputa teorica tra accademici, perché sulla base del tasso di inflazione la Bce prende decisioni che possono far malissimo all’economia, come un rialzo dei tassi di interesse (il “costo del denaro”) sproporzionato rispetto alle possibilità di tenuta di imprese e famiglie.

Qualcosa di simile, dimostra Roberts, avviene con la metodologia di calcolo del Pil. O, più precisamente, con il calcolo del contributo dei “consumi” alla formazione stessa del Pil. Le economia occidentali, lette attraverso gli occhiali neoliberisti, sono notoriamente “trainate dai consumi”, con percentuali quasi bulgare (si sfiora spesso il 70% del Pil).

E questo induce frotte di economisti di quella scuola – e i decisori politici occidentali – a caldeggiare politiche di riduzione dell’intervento pubblico, specie in materia di welfare e istruzione.

Ma se si guarda alla composizione di questi “consumi” si vede chiaramente che la loro quantificazione dipende dal tipo di sistema economico. Nei paesi occidentali vengono conteggiati come “consumi” le spese sanitarie e per l’istruzione, per l’assistenza sociale e per i servizi pubblici, quasi ovunque in crescita a causa della privatizzazione di quei servizi.

Ed egualmente come “consumi” viene conteggiata la domanda di capitale per parti, materiali, beni intermedi e servizi. Che non riguardano affatto il “livello di benessere” della popolazione... In pratica: si paga, viene emesso scontrino o fattura, ergo “è Pil”.

Nel sistema cinese, al contrario, le voci relative al welfare sono parte del bilancio statale, ma incidono molto concretamente sulla qualità della vita dei cittadini in quanto permettono di dedicare il salario alla spesa per i consumi veri e propri, visto che quei servizi sono gratuiti o quasi (non si emette fattura, ergo “non è Pil”).

È il salario sociale, insomma, che decide del livello di benessere. Se non ce l’hai quasi più – e continua a ridursi, in tutto l’Occidente neoliberista – anche i consumi calano e l’economia si ferma. Anche perché di investimenti privati se ne vedono davvero pochi...

Qualcuno – pochissimi – ha guadagnato molto da questo “errore prospettico”. Sono gli stessi che continuano a chiedere privatizzazioni e liberalizzazioni, per ingrassare portafogli già stragonfi da cui non “sgocciola” proprio nulla...

Buona lettura.

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L'annuale Congresso Nazionale del Popolo ha preso il via oggi con l'annuncio da parte del premier uscente Li Keqiang di un obiettivo di crescita del PIL reale del 5%, in calo rispetto al 5,5% precedente. La priorità, ha detto Li, è l'economia, ma anche la spesa per la difesa dovrà aumentare del 7,2% nel 2023. Li ha fissato l'obiettivo del deficit di bilancio cinese per quest'anno al 3% del PIL, impegnandosi a creare 12 milioni di nuovi posti di lavoro nelle città e a mantenere il tasso di disoccupazione al 5,5% circa. Li ha affermato che la Cina deve "espandere l'accesso al mercato" per gli investitori stranieri, "sostenere" i consumi e controllare i rischi nel settore immobiliare.

Per quanto riguarda il settore immobiliare cinese in crisi, in cui molte società sono andate in default sul debito, Li si è impegnato ad aiutare "le imprese immobiliari leader e di alta qualità", continuando a "prevenire l'espansione non regolamentata". Alcuni "esperti" occidentali hanno espresso un giudizio leggermente positivo. "Penso che nel complesso il rapporto sia orientato a rassicurare gli investitori stranieri che la Cina è ancora un buon posto per fare affari e così via", ha detto Willy Lam, un "esperto" di politica cinese presso il think-tank Jamestown Foundation di Washington.

Il presidente Xi si appresta a un terzo mandato senza precedenti e a sostituire Li Keqiang con Li Qiang, un suo stretto collaboratore che ha presieduto alla chiusura di Shanghai l'anno scorso, come capo del partito comunista della città. Li ha già lavorato con Xi nella provincia di Zhejiang negli anni 2000. A ottobre il presidente cinese ha fatto piazza pulita del massimo organo decisionale del Partito comunista, il Comitato Permanente del Politburo composto da sette membri.

Con l'inizio dell'NPC, ancora una volta, gli esperti di "Cina" occidentali e persino molti in Cina stessa prevedono una stagnazione e persino un crollo, a causa dell'implosione dell'indebitamento del settore immobiliare. La crescita della popolazione cinese si è fermata e la forza lavoro è in declino. La crescita sta rallentando. La Cina è entrata nella "trappola del reddito medio". In effetti, dati gli enormi livelli di indebitamento in tutti i settori, la Cina è destinata a ristagnare come il Giappone negli ultimi tre decenni. L'unico modo per evitare la "giapponesizzazione", dicono questi esperti, è quello di "riequilibrare" l'economia passando da un "eccesso di investimenti" e dall'"ossessione per le esportazioni" a un'economia interna guidata dai consumatori, come in Occidente, e di ridurre il controllo statale sull'economia in modo che il settore privato possa prosperare.

Ho discusso a lungo la validità di queste argomentazioni in vari post, ai quali rimando i miei lettori per spiegare perché molti di questi "discorsi da esperti" non sono corretti.

Ma alla luce della riunione dell'NPC e delle nuove linee guida stabilite dai leader del PCC, permettetemi di esporre alcuni argomenti contro gli "esperti".

Innanzitutto, ricordiamo i risultati economici passati della Cina. Solo negli ultimi 20 anni, il tasso di crescita della Cina è stato significativamente più alto di quello del G7 e persino delle principali economie "emergenti", i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India e Sudafrica). E questo tasso di crescita più rapido è stato registrato nel Paese più popoloso del mondo, non in una piccola città-stato come Singapore o in economie asiatiche leggermente più grandi come Taiwan o la Corea. Non c'è proprio paragone.

Ah, ma vedete, ora è tutto finito. La crescita della Cina ora rallenterà fino a fermarsi, come quella del Giappone, perché è sovraccarica di debiti eccessivi e perché non ha riequilibrato l'economia verso "il consumatore".

Quest'ultima argomentazione mi fa particolarmente arrabbiare. Gli esperti occidentali e persino gli economisti cinesi ripetono a pappagallo questa argomentazione, che proviene direttamente dall'economia neoclassica e da quello che l'economista keynesiano di sinistra Joan Robinson ha definito "keynesianismo imbastardito" – imbastardito perché Keynes stesso sottolineava il ruolo della "domanda aggregata", che includeva gli investimenti e non solo i consumi. Eppure il mainstream sostiene che in un'economia moderna ciò che conta per la crescita è aumentare i consumi.

È possibile dimostrare che questa argomentazione non ha senso. Sono gli investimenti produttivi a guidare la crescita di un'economia e da questi scaturiscono i consumi, non viceversa.

Il punto di vista sul "riequilibrio" si basa solitamente sul fatto che i tassi di consumo personale sono troppo bassi in Cina e questo frenerà la crescita guidata dalla domanda. Prendiamo ad esempio il parere di Chen Zhiwu, professore di economia e finanza cinese presso l'Università di Hong Kong. Chen sostiene che, sotto Xi, sono state messe da parte le principali riforme per un'economia più ampia, guidata dal settore privato e dai consumatori. "Le 60 riforme avrebbero ampiamente espanso il ruolo dei consumi e delle iniziative private", afferma. "Tuttavia, il programma di riforme orientato al mercato è stato ampiamente messo da parte... con il risultato di un ruolo più ampio per lo Stato e un ruolo ridotto per il settore privato". Secondo Chen, questo significa che l'economia cinese ristagnerà da qui in avanti.

Un altro analista occidentale di spicco e molto seguito, Michael Pettis, che ha sede a Shanghai, avanza un'argomentazione simile: ciò che spingerà la Cina verso una stagnazione di tipo giapponese è l'incapacità di espandere i consumi personali e di continuare a espandere gli investimenti attraverso l'aumento del debito. Il guru keynesiano Paul Krugman si unisce a questo coro, parlando dell'economia cinese "selvaggiamente squilibrata". Krugman sostiene che "Per ragioni che non comprendo appieno, i responsabili politici sono stati riluttanti a permettere che tutti i benefici della passata crescita economica passassero alle famiglie, e questo ha portato a una bassa domanda dei consumatori". Purtroppo, una parte della leadership cinese, in particolare i suoi economisti del settore finanziario, accetta questa argomentazione fastidiosamente stupida degli esperti occidentali.

Come si può affermare che le economie mature "guidate dai consumatori" del G7 siano riuscite a raggiungere una crescita economica costante e veloce, o che i salari reali e la crescita dei consumi siano stati più forti? In effetti, nel G7 i consumi non sono riusciti a trainare la crescita economica e i salari hanno ristagnato in termini reali negli ultimi dieci anni (e ora stanno diminuendo), mentre i salari reali in Cina sono aumentati vertiginosamente. Inoltre, queste economie guidate dai consumatori sono state colpite da crolli regolari e ricorrenti della produzione che hanno fatto perdere trilioni di euro in termini di produzione e di reddito alle loro popolazioni.

I punti da sottolineare sono due. In primo luogo, le economie guidate dagli investimenti in realtà consentono una crescita più rapida dei consumi. La Cina ha il più alto rapporto tra investimenti lordi e PIL tra le principali economie mondiali (tutti i dati da qui in poi provengono dalla Banca Mondiale).


Anche la crescita degli investimenti è la più rapida.


Certo, la crescita degli investimenti sta rallentando in Cina, ma il rallentamento è risulta più grave pe rle economie del G7 che partivano da un livello già basso. La "giapponesizzazione" significa in realtà un calo della crescita degli investimenti reali. La Cina non ci è neanche lontanamente vicina.

Cosa significa questo per la crescita del PIL? L'economia cinese "sovrainvestita" è più veloce di quattro volte rispetto alle economie OCSE guidate dai consumatori e del 40% rispetto all'India.


Si è parlato molto della "catastrofica" politica zero COVID in Cina. Ma oltre a salvare milioni di vite, la Cina non è entrata in crisi nel 2020, a differenza di tutte le economie del G7.


In secondo luogo, questo significa che il consumo delle famiglie in Cina è troppo basso o addirittura in calo? A questo punto, gli esperti cinesi tirano fuori questo grafico.

Poi arriva l'argomentazione: la Cina deve portare la sua quota di consumo ai livelli occidentali, altrimenti non sarà in grado di crescere e rimarrà bloccata nella trappola del "reddito medio".

Ma non è questo il grafico che racconta la vera storia. Lo fa invece il grafico seguente.

Sorpresa! L'economia cinese, "eccessivamente investita" e "selvaggiamente sbilanciata", ha prodotto una crescita dei consumi di gran lunga più rapida per i suoi cittadini: quasi quattro volte più veloce degli Stati Uniti, guidati dai consumatori, nove volte più veloce della Giappone e addirittura il 50% più veloce dell'India. Ciò suggerisce che se la Cina dovesse "riequilibrare" la sua economia verso i consumatori e ridurre gli investimenti, nonché ridurre il settore pubblico e "liberare" il settore privato (il settore che fornisce la maggior parte dei beni di consumo in Cina), il tasso di crescita della Cina diminuirebbe ancora di più di quanto non abbia fatto negli ultimi anni!

Il grafico della quota dei consumi sul PIL è fuorviante. In primo luogo, questa misura dei consumi esclude il salario sociale, in particolare la sanità e l'istruzione, l'assistenza sociale e i servizi pubblici. In paesi come gli Stati Uniti, molti di questi consumi sociali devono essere pagati e quindi compaiono nella quota di consumo. Non è così per gran parte dei consumi sociali in Cina. La Cina ha ancora molta strada da fare per quanto riguarda i consumi sociali, ma è molto più avanti rispetto ad altri Paesi dei mercati emergenti in molte aree e non è così lontana dalle principali economie del G7, che hanno iniziato più di 100 anni prima.

In secondo luogo, il grafico mostra il consumo come quota del valore aggiunto (PIL), cioè del "consumatore finale". Negli Stati Uniti, i consumi sembrano costituire il 70% del PIL. Tuttavia, se si considera il "prodotto lordo", che comprende tutti i prodotti intermedi a valore aggiunto non conteggiati nel PIL, il consumo rappresenta solo il 36% del prodotto totale; il resto costituisce la domanda di capitale per parti, materiali, beni intermedi e servizi. È l'investimento il fattore di oscillazione e il motore della domanda, non il consumo dei lavoratori.

È vero che la crescita degli investimenti "produttivi" è diminuita in Cina. Gli investimenti in nuove tecnologie, nella manifattura, ecc. hanno lasciato il posto a quelli in attività improduttive, in particolare nel settore immobiliare. A mio avviso, i governi cinesi che si sono succeduti hanno commesso un grosso errore nel cercare di soddisfare il fabbisogno abitativo della popolazione urbana in crescita creando un mercato di alloggi in vendita, lasciando che fossero i mutui e i costruttori privati a realizzarlo. Invece di lanciare autonomamente progetti abitativi per ospitare le persone in affitto, i governi locali hanno venduto beni statali (terreni) a costruttori capitalisti, i quali hanno continuato a contrarre ingenti prestiti per costruire progetti immobiliari. Ben presto le abitazioni non furono più "per vivere, ma per speculare" (citazione di Xi). L'indebitamento del settore privato salì alle stelle, proprio come nella bolla immobiliare in Occidente. Il tutto è sfociato nella pandemia di COVID, quando i costruttori e i loro investitori sono falliti.

La crisi immobiliare è rimasta irrisolta. È interessante vedere quale sia la soluzione secondo gli esperti occidentali. Ecco cosa dice Michael Pettis: "Purtroppo sarà necessaria una ripresa degli acquisti speculativi per evitare un'ulteriore contrazione del settore immobiliare e dei prezzi degli immobili, cosa che non farebbe altro che peggiorare le cose nel medio-lungo termine". (Tweet, 5 marzo). Quindi la risposta al crollo immobiliare è una maggiore speculazione, anche se peggiorerà le cose in futuro!

Non è la mia soluzione. Ciò che il governo cinese deve fare è rilevare questi grandi sviluppatori e riportarli nella proprietà pubblica, completare i progetti e passare all'edilizia in affitto. Il governo dovrebbe porre fine ai pagamenti del debito agli investitori stranieri e rispettare solo gli obblighi nei confronti dei piccoli investitori; e trasferire l'edilizia abitativa fuori dal sistema dei mutui e dei finanziamenti privati.

Davvero Li può far quadrare il cerchio? Il settore privato cinese è cresciuto a dismisura negli ultimi due decenni. Ha portato a una malsana espansione dei miliardari e a una crescente disuguaglianza di ricchezza e reddito. E proprio come in Occidente, con il calo della redditività del capitale produttivo, il settore capitalistico si è spostato in aree di investimento improduttive, come la finanza e il settore immobiliare. Il debito è salito alle stelle. Questo ha aumentato il rischio di crisi economiche come in Occidente.

Contrariamente alle opinioni degli esperti occidentali e di Li, non è di meno investimenti e più consumi, né di meno investimenti pubblici e più investimenti privati che la Cina ha bisogno per sostenere il suo precedente successo economico, ma del contrario.

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06/03/2023

La Cina mette il turbo, l’Occidente arranca

di Pasquale Cicalese

Durante l’Assemblea del Popolo, l’organo consultivo che di solito si riunisce a marzo, svoltasi l’altra notte, il Premier Li Keqiang ha fissato gli obiettivi del 2023.

Crescita al 5%, più alta di quella fissata al Congresso ad ottobre, 12 milioni di posti di lavoro nelle aree urbane, deficit/pil al 3%, inflazione al 3%.

Quest’ultimo dato, per gli operatori finanziari e non, è significativo perché, essendo attualmente l’inflazione al 2,1%, per portarla al 3%, o avvicinarsi a questa cifra, ci sarà una politica monetaria prudente, flessibile e accomodante.

Ciò potrebbe portare a riduzioni della riserva obbligatoria delle banche, lasciando più spazio per prestiti ad operatori economici e famiglie a tassi di interesse bassi, o addirittura a riduzioni, seppur minime, del tasso di interesse.

A gennaio la Pboc (la banca centrale) ha fatto un’operazione straordinaria: ha messo a disposizione un plafond di risorse per le famiglie, alle prese con la crisi immobiliare, per pagare i mutui e prendere la casa.

La politica monetaria accomodante, oltre che per la crescita, potrebbe portare ulteriore linfa e vitalità alle piazze finanziarie di Shanghai, Shenzen e Hong Kong, in particolare per quanto riguarda i settori finanziari ed industriali.

Fissare gli obiettivi di deficit/pil al 3%, assieme ai governi provinciali – che quasi tutti hanno fissato un obiettivo di crescita al 5,5% – potrebbe portare ad una ulteriore politica fiscale espansiva.

Dal lato dell’offerta, ad ottobre è stata decisa l’immissione di centinaia di miliardi per infrastrutture (reti idriche, elettriche, ferroviarie ed autostradali) oltre che crediti di imposta per PMI, ossia per la “Terza Gamba” che da due anni viene curata per svilupparla accanto ai colossi pubblici e privati.

Nei primi due mesi, dice Li Keqiang, il turismo e la stessa produzione hanno dato segnali di vitalità (lo si vede negli indici PMI manifatturieri e servizi, che hanno destato stupore a livello mondiale battendo le attese).

Il periodo più delicato, dopo la fine di zero covid, era proprio il primo trimestre, ma sembra stia passando brillantemente.

Dal lato esterno, la Cina rimarca la quasi recessione in atto negli Usa e nella Ue, che potrebbe causare una riduzione dell’export; perciò ci si affida sempre più sulla domanda interna.

C’è comunque qualche economista cinese che vede il range di crescita del paese tra il 5,5 e il 6,5%. Non sappiamo attualmente cosa abbia deciso l’Assemblea del Popolo circa le spese sociali e i redditi; sappiamo che il budget della difesa aumenta del 7,2%, ma dal lato della domanda ancora non trapela nulla.

L’apporto della crescita cinese a quella del pil mondiale è collocato intorno al 30%, ma c’è chi si spinge a prevedere il 50%, se dovesse aumentare.

Lo stesso obiettivo di crescita, al 5%, è fissato anche per il 2024.

Sulla base dell'incremento del rapporto deficit/pil al 3%, il Consiglio di Stato ha deciso di creare obbligazioni speciali per i governi provinciali pari a 550 miliardi di dollari per investimenti pubblici. Si conferma la strategia cinese basata sugli investimenti pubblici, derivante anche da un forte tasso di risparmio che deve essere canalizzato nell’economia reale, volto all’aumento della produttività totale dei fattori produttivi.

Quindi, oltre ai 150 miliardi di dollari decisi ad ottobre per investimenti in ferrovie, dighe, linee elettriche e strade, vi è questo nuovo plafond finanziario finalizzato anche alla costruzione di beni pubblici quali scuole, università e ospedali.

Il Consiglio di Stato, la cui strategia si basa sulla domanda interna, come risposta all’aumento dei tassi di interesse in Occidente per far fronte all’inflazione, e alla diminuzione prevista nel 2023 del tasso di crescita del commercio mondiale, propone l’aumento dei redditi dei residenti urbani e agricoli, per aumentare i consumi e la spesa privata.

Inoltre fa affidamento sulle realtà private, assieme alle realtà pubbliche, per colmare i deficit economici nelle aree più interne, al fine di avvicinarle alle performance delle aree costiere.

Quanto alla politica monetaria, il Consiglio di Stato conferma una politica prudente finalizzata a stabilizzare il cross yuan-dollaro. Oggi le borse cinesi sono stazionarie o leggermente in diminuzione, forse aspettano le risultanze ultime dei lavori dell’Assemblea.

Una nota particolare, ieri Xi ha affermato che il settore manifatturiero sarà sempre più centrale in futuro, nonostante la Cina voglia sviluppare i servizi, ed esso sarà alla base della strategia economica del governo, in vista di alta qualità e salto tecnologico.

Due le note da sottolineare. La prima, l’aumento degli investimenti pubblici presso i governi provinciali ha come finalità l’aumento della produttività totale dei fattori produttivi: la Cina rincorre da decenni questo obiettivo per arrivare agli standard occidentali. Non sappiamo a che livello siano, probabilmente, almeno nelle aree costiere, questo obiettivo lo hanno raggiunto se non superato.

Ciò permette la conferma della reflazione salariale (aumenti, insomma), al fine di incrementare l’apporto dei consumi, e dei relativi servizi, al pil continentale. La seconda, la centralità del manifatturiero si traduce nella volontà di non seguire la strategia occidentale degli ultimi 50 anni che ha distrutto l’apparato industriale, non solo con delocalizzazioni, ma anche con privatizzazione.

La Cina, da paese “socialista di mercato con caratteristiche cinesi”, vede l’industria come fonte di valore marxiano, base economica di un Paese. L’apporto dell’industria sul pil cinese è attualmente attorno al 30% (in Italia è al 19%).

È come se ci fosse una strategia finalizzata ad aumentare al contempo industria e servizi, non per cambiare l’apporto dei relativi settori, ma per farli marciare assieme. Nel libro sostenevo che circa il 15% dell’apparato industriale cinese a basso valore aggiunto si sarebbe trasferito nel sud est asiatico e nei paesi sponda Sud del mediterraneo.

Evidentemente hanno creato nuove branche industriali, ad alto valore aggiunto come segno del salto tecnologico. Si conferma perciò la lezione marxiana e schumpeteriana, che la Cina persegue da decenni.

In ultimo: a leggere i giornali occidentali dovevano esserci milioni di morti per il covid dopo aver liberato il Paese dalle restrizioni. A distanza di due mesi le borse occidentali festeggiano ogni volta che escono i dati cinesi.

La memoria non è contemplata in questa parte del mondo.

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06/02/2023

L’Occidente neoliberista pensa alla guerra, la Cina alla crescita

di Pasquale Cicalese

Le prossime proiezioni dell’outlook mondiale del Fondo Monetario Internazionale saranno rese note nella sessione di aprile. Le proiezioni cinesi, pubblicate venerdì, già di per sé aumentano le proiezioni mondiali. Xi ha anticipato 10 giorni fa che la Cina aumenterà le importazioni.

Ne beneficeranno sud est asiatico (assieme al turismo), Africa, America Latina e Russia. A loro volta questi continenti avranno perciò spazi finanziari per colmare il debito estero in dollari, almeno parzialmente, e per aumentare investimenti e consumi (con la Russia tramite triangolazioni).

Ciò potrà trascinare i produttori di beni di investimento, in primis Germania e Italia, compensando in parte le perdite conseguenti alle sanzioni contro la Russia. La ripresa del turismo cinese lascia spazi al lusso francese e italiano (ilSole24Ore titola “il record del lusso italiano”, moda, gioielleria e auto di lusso).

I miei contatti in Cina mi dicono che difficilmente il grande flusso turistico cinese si indirizzerà in Europa, principalmente per carenza di modernità delle grandi strutture alberghiere. Di certo ci sarà una fascia medio alta che parzialmente si indirizzerà verso di noi. Chi abita a Roma, Firenze, Venezia e Milano magari nei prossimi mesi ci informi sulle dimensioni dell’afflusso.

In più, è vero che gli Usa hanno destinato circa 2 mila miliardi per infrastrutture (le marxiane “condizioni generali della produzione”, alla ricerca di un aumento della produttività totale dei fattori produttivi) e per l’economia verde, spiazzando la UE. Ma ciò significa che importeranno più beni intermedi, impianti e beni di investimento dall’Europa.

Si tratterà di vedere le associazioni di categoria italiana (Ucimu, Ucima, Confindustria in generale) che outlook daranno nei prossimi mesi. Confermo una previsione di crescita all’1,3%.

Dal Global Times di venerdì:
Gli economisti prevedono che il PIL cinese registrerà una crescita di oltre il 6% al massimo nel 2023, dando slancio alla ripresa economica globale

di Ma Jingjing

Le organizzazioni internazionali e le banche di investimento hanno aumentato in modo intensivo le loro proiezioni per la crescita economica della Cina nel 2023 a seguito dell’impressionante ripresa del mercato dei consumi del paese durante le vacanze del Festival di Primavera.

Alcuni economisti, con una nota ottimistica, hanno previsto che il PIL cinese potrebbe registrare una forte crescita anno su anno, fino al 6% quest’anno, sostenuto dalla risposta alla pandemia, ormai ottimizzata nel paese, e da efficaci politiche a favore della crescita, iniettando così fiducia e slancio nella ripresa economica globale.

L’economia cinese dovrebbe crescere del 5,2% su base annua nel 2023, ha affermato anche il Fondo Monetario Internazionale nel suo ultimo World Economic Outlook, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto alla sua proiezione di ottobre.

Inoltre, Morgan Stanley ha alzato le sue previsioni per la crescita del PIL cinese quest’anno – dal 5,4% al 5,7% – prevedendo che un rimbalzo dell’attività arriverà prima e sarà più netto del previsto.

La società di gestione patrimoniale leader a livello mondiale, Vanguard, ha recentemente aggiornato le sue previsioni di crescita economica in Cina al 5,3% dal 4,5%, dopo una forte performance del quarto trimestre, pubblicando un comunicato stampa sul suo sito Web.

Inoltre, la banca d’investimento svizzera UBS AG ha aggiornato le sue previsioni al 4,9% di crescita, secondo una nota inviata al Global Times.

Gli esperti hanno affermato che le previsioni rialziste per l’economia cinese di queste istituzioni internazionali riflettono la crescente fiducia internazionale sulla ripresa economica della seconda economia mondiale, sulla scia del dinamismo mostrato durante le vacanze del Festival di Primavera a gennaio.

Potrebbero migliorare ulteriormente le loro previsioni insieme alla stabile ripresa dell’economia cinese. Durante la settimana del Festival di Primavera, la Cina ha registrato quasi 2,9 milioni di viaggi transfrontalieri, in aumento del 120,5% su base annua, e 308 milioni di viaggi nazionali, in aumento del 23,1%.

Il botteghino nazionale ha incassato 6,76 miliardi di yuan ($ 1 miliardo), la seconda cifra più alta per le festività annuali, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Xinhua.

“L’economia cinese potrebbe crescere fino al 6% su base annua nel 2023“, ha dichiarato sabato al Global Times Chen Fengying, economista ed ex direttore dell’Institute of World Economic Studies presso il China Institutes of Contemporary International Relations.

Chen ha attribuito la rapida ripresa economica al forte sostegno politico, ai minori lockdown per il COVID-19 e all’impressionante crescita nei settori emergenti.

“Quest’anno, il governo centrale e le amministrazioni locali si sono mosse per annunciare politiche per sostenere la ripresa complessiva dell’economia, mentre lo sviluppo di settori emergenti come il fotovoltaico e i veicoli elettrici aiuterebbe ulteriormente a stabilizzare l’occupazione e quindi a liberare ulteriormente potere di consumo dei residenti“, ha detto.

Anche Cao Heping, economista dell’Università di Pechino, condivide opinioni simili. Sabato ha dichiarato al Global Times che il tasso di crescita del PIL cinese potrebbe raggiungere il 6-6,5%.

Oltre alla spesa dei consumatori, ci sono alcuni nuovi punti di crescita nell’economia e nelle infrastrutture digitali, secondo Cao.
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30/10/2022

Cina - Il XX Congresso del PCC. Un’intervista a Gabriele Battaglia

Abbiamo intervistato Gabriele Battaglia, giornalista free-lance che abita da diversi anni in Cina e collabora a differenti organi di informazione come la Radiotelevisione svizzera (RSI) e Radio Onda d’Urto. Ha differenti pubblicazioni alle spalle, tra cui l’ultima: Massa per Velocità. Un racconto dalla Cina profonda, edito da Prospero editore nel novembre 2021. Gabriele è una fonte preziosissima per chi vuole seguire le trasformazioni della Repubblica Popolare. Ha seguito direttamente il recente XX Congresso del Partito Comunista Cinese. Gli abbiamo posto alcune domande.

In occidente la discussione dopo la fine del XX Congresso è quella sul potere di Xi Jinping. Quando venne selezionato dieci anni fa, la vasta maggioranza degli osservatori occidentali lo considerava una figura grigia, senza linea politica, un mediatore in un Partito Comunista dilaniato dal fazionismo. Com’è stato possibile passare dalla situazione di 10 anni fa a quella di oggi? Xi Jinping, con la campagna anti corruzione e con una revisione dello stile di lavoro del Partito Comunista Cinese, ha profondamente cambiato gli assetti di potere interni all’organizzazione. Sei d’accordo? È ancora possibile leggere le dinamiche secondo gli schemi con le vecchie correnti: i “principi rossi” figli e nipoti dei vecchi rivoluzionari, i tuanpai allevati nella Lega della Gioventù di Hu Jintao, la cricca di Shanghai protetta dal grande vecchio Jiang Zemin?

Partendo dal presupposto che nel 2012 Xi era considerato una figura di compromesso tra le diverse fazioni all’interno del Partito comunista, non riconducibili solo al dualismo principini-lega dei giovani comunisti (taizidang-tuampai), direi che su quello che è successo dopo si divide in due scuole di pensiero. La prima sostiene che Xi Jinping abbia gradualmente fatto fuori ogni opposizione interna utilizzando la campagna anticorruzione come strumento privilegiato; la seconda, che l’evoluzione successiva sia stata in qualche modo voluta dal Partito, nella sua grande maggioranza, già all’epoca dell’insediamento di Xi. Quando lui prende il potere, il Partito comunista sente di essere reduce da un “decennio perduto” – quello di Hu Jintao-Wen Jiabao – in cui si sono esasperati alcuni dei problemi strutturali che il trentennio precedente, quello del boom cinese, hanno lasciato in eredità.

Sul piano interno, si sono acuiti drammaticamente la diseguaglianza sociale e il divario città-campagna, che per altro sono quasi sinonimi; le fonti di crescita e ricchezza sono altamente destabilizzanti per l’intero sistema: grandi investimenti poco produttivi che danno origine a gigantesche bolle speculative (non solo quella immobiliare), inoltre il ruolo di “fabbrica del mondo” crea enormi problemi di sostenibilità ambientale e soprattutto relega la Cina al ruolo di fornitore di merci a basso valore aggiunto al resto del mondo; la corruzione è imperante e ha ridotto il consenso al Partito comunista ai minimi storici. Sul piano internazionale, le politiche di contenimento della Cina da parte degli Usa non cominciano certo con Trump, basti ricordare il “pivot to Asia” della premiata ditta Obama-Hillary Clinton, ma un rapporto di Condoleeza Rice a cavallo del millennio già identificava nella Cina l’avversario del futuro, proprio mentre Pechino e Washington erano allo Zenith della loro complementarietà nell’ambito della globalizzazione. È bene ricordarlo sempre quando gli Usa identificano nella Cina “la sfida più completa e seria alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti” come nell’ultima Strategia di difesa nazionale, uscita pochi giorni fa. Di fronte a questo mix potenzialmente esplosivo, il Partito sceglie l’uomo forte costruito in casa: Xi Jinping. È abbastanza nella tradizione cinese: il buon governante non è “democratico” (concetto non estraneo ai cinesi, ma sicuramente meno pervasivo che da noi), bensì soprattutto forte e perciò in grado di garantire il massimo benessere possibile alla sua grande popolazione che, ricordiamolo è quasi il triplo della popolazione sommata di Stati Uniti e UE.

Insomma, io propendo per la seconda ipotesi secondo cui Xi Jinping è un prodotto del Partito comunista in una determinata fase della sua evoluzione, anche se non è necessariamente in contrapposizione alla prima. Diciamo che Xi è “programmato” per mettere muscolarmente le cose a posto e nel suo ruolo, gradualmente, esaspera sempre più la propria presa sul potere, arrivando fino agli esiti odierni, dieci anni dopo, con il ventesimo congresso del Partito.

Che quello di Xi in origine non fu un “golpe”, bensì una scelta del Partito stesso lo deduco da diverse indicazioni. Ad esempio, la campagna anticorruzione era cominciata anche prima, con l’eliminazione di un potenziale rivale come Bo Xilai, proprio durante la leadership di Hu-Wen. Inoltre Xi non è una figura che splende di luce propria come Mao Zedong (a cui spesso è associato), non è carismatico, non è un intellettuale, non è un leader rivoluzionario, non ha vinto la guerra antigiapponese e la guerra civile, è un apparatchik, appartiene alla “nobiltà rossa”, il suo culto della personalità viene gradualmente costruito con alcune trovate mediatiche di tipo spettacolare e nazional-popolari, come la sua apparizione in un ristorante frequentato dalla gente comune per fare di lui il “presidente di popolo”. Infine, la sua ascesa non è contro il Partito come fu spesso nel caso di Mao – basti pensare alla Rivoluzione culturale – bensì del tutto interna al Partito stesso, di cui lui acuisce la presa sulla società, a cui lui restituisce centralità nella vita quotidiana dei cinesi.

Quindi direi che l’accentramento di Xi Jinping è indubbio, ma è un prodotto dell’apparato. La storia futura è ancora da scrivere, certamente gli esiti dell’ultimo congresso portano in direzione di un ulteriore accentramento del potere e sinceramente non so se questo è voluto oppure è una sorta di movimento inerziale, così come non so quanto corrisponda a un piano razionale che indubbiamente all’inizio c’era. Né ovviamente ho la più pallida idea di che esito avrà.

Il Congresso rimane un evento che coinvolge i quadri di un Partito di massa. Durante il resto dell’anno, però, si afferma che il PCC abbia lavorato a rivitalizzare la mobilitazione anche dei membri di base. Secondo la tua esperienza, quanto è profonda questa rivitalizzazione?

La mobilitazione è una delle chiavi fondamentali per comprendere cosa sta succedendo in Cina in questo momento e cosa succede in Cina sempre quando ci si trova di fronte a situazioni eccezionali, sia negative sia positive, può trattarsi di un disastro naturale o dell’organizzazione delle Olimpiadi. È qualcosa che noi non possiamo comprendere perché non viviamo in una società collettivista, ma è sia un momento in cui si risolvono problemi pratici, sia un momento in cui si offre un senso all’individuo sul suo stare in questa società.

È il momento in cui organismi di base fin lì silenti improvvisamente “si accendono” e si fanno carico della vita sociale, della vita quotidiana, mentre al tempo stesso il potere, dall’alto, sospende le normali consuetudini, taglia livelli della gerarchia e compie “affondi” fino alla base della società per risolvere problemi immediati e potenzialmente catastrofici.

Questa mobilitazione, a differenza della mobilitazione “di massa” che va da quando il Partito era clandestino oppure costituiva i soviet durante la guerra civile fino al tardo maoismo, con la Rivoluzione culturale, è a partire da Deng Xiaoping sempre più tecnocratica, delegata ai quadri di Partito e ai tecnici preposti a risolvere i problemi.

Per gli altri è la “mobilitazione a non mobilitarsi”, stare buoni e fermi senza peggiorare le cose finché il problema non si risolve, anche così si offre il proprio contributo.

Questo si è visto soprattutto con il Covid: da un lato si tagliano i livelli gerarchici e i vertici compiono un affondo, come a Wuhan e poi a Shanghai, quando i funzionari locali sono stati esautorati e da Pechino è arrivato il mister Wolf della situazione a ordinare politiche rapide, draconiane, che coinvolgono milioni di persone (nel caso di Shanghai, Miss Wolf, cioè Sun Chunlan che allora era l’unica donna nel Politburo); dall’altro lato, tutti i comitati di base, cioè il Partito all’interno del popolo, che interagisce con figure amministrative statali e agenzie private (per esempio amministrazioni di condominio) si attivano e dettano le regole spicciole, fanno i lavori necessari (come alzare barriere), mantengono l’ordine, organizzano la comunicazione, istruiscono e aiutano la popolazione; infine, la popolazione “si mobilita a non mobilitarsi”, accettando di sospendere la propria individualità e di fare sacrifici.

Questo modello può funzionare solo in Cina, da noi per esempio è impossibile che il tuo portinaio dall’oggi al domani ti imponga di star chiuso in casa; è molto efficace perché scatena grandi energie, fino a un certo punto è anche una forma di partecipazione, ma ovviamente non può durare all’infinito così come tutti le fasi eccezionali. Il problema di oggi è proprio quello: non se ne vede la fine.

Il congresso ha riconfermato la politica di “zero covid dinamico” e ha elevato a numero 2 del PCC Li Qiang, diventato il politico più odiato dalla comunità degli stranieri in Cina perché considerato colpevole della gestione ferrea (e a tratti maldestra) del lockdown di Shanghai. Nella società cinese che sentimenti si muovono rispetto a questa politica?

C’è molta stanchezza, per quello che riesco a percepire io, ma non c’è assolutamente una fase pre-rivoluzionaria. Chi può cerca di andarsene, altri invece stringono i denti pensando che fuori dalla Cina è anche peggio, con la guerra, la crisi economica, forse neppure il riscaldamento per il prossimo inverno. C’è chi mi assicura che comunque l’azzeramento dinamico ha ancora l’appoggio della maggioranza della popolazione, ne prendo atto e sinceramente non so, anche perché io osservo la realtà di una metropoli e in questo momento non mi è consentito fare inchiesta, magari nelle aree rurali (ma neppure in città, a dire il vero).

I timori riguardano soprattutto la perdita del lavoro e quindi del reddito, ma per ora mi sembra che i cinesi siano ancora nella fase del chi ku (mangiare amaro) che tante altre volte hanno sperimentato nella loro storia, anche se non manca l’esasperazione perché di fatto la tua vita è nelle mani di piccoli funzionari che interpretano le regole sempre in maniera molto restrittiva, per non correre rischi. Se la regola impone che la priorità assoluta è che nella tua area di competenza non ci siano casi di coronavirus, allora tu – funzionario di centesimo livello – diventi esageratamente zelante nel prevenire quella eventualità.

Così, se devi scegliere tra due possibilità, scegli sempre la più repressiva e drastica: “Questo qui arriva da fuori, gli faccio fare 3 giorni di quarantena in casa oppure sette in una struttura di isolamento anti-covid? Facciamo la seconda, và”. “Questo camion sta portando merce deperibile, lo faccio passare oppure metto l’autista in quarantena e lo parcheggio per una settimana lì di fianco? Meglio andar sicuri”.

Quindi ognuno si sente in ostaggio di scelte estemporanee e la tipica discrezionalità dei funzionari cinesi, che un tempo ti permetteva di fare tutto violando anche le regole, adesso va in direzione contraria, e diventa arbitrio. Una reazione è che nessuno prende iniziative, tanto poi quasi sicuramente non si realizzano. Gli eventi culturali in città sono bloccati, perfino andare al ristorante assume i connotati del rischio. Inoltre non mancano le esplosioni di rabbia di fronte a scelte assurde, la disperazione, anche i suicidi e le patologie psichiatriche. Chissà se quando storia sarà finita qualcuno riuscirà a fare uno studio completo su questo aspetto.

Nell’economia cinese si stanno accumulando molti problemi: l’invecchiamento della popolazione, l’effetto della guerra commerciale con gli USA, gli effetti di “zero covid dinamico” e della mordacchia alle grandi aziende hi-tech. Tra le conseguenze più visibili c’è un innalzamento della disoccupazione giovanile a livelli che non si vedevano da decenni, specie nelle aree urbane. Secondo te, questo sarà il “nuovo normale” anche a medio termine? Quali potrebbero essere le conseguenze nella società?

Questo è per me un grande dilemma. Ho sempre visto una logica nelle scelte della leadership cinese, anche quelle più estreme. Adesso vedo solo una grande contraddizione. È vero che ormai da qualche anno – anche prima del Covid – la sicurezza ha affiancato lo sviluppo economico come priorità. Anzi, la sicurezza di tutti i tipi (interna, esterna, alimentare, energetica, militare) è dichiaratamente il prerequisito della crescita economica.

Ma non riesco più a vedere i presupposti di quella crescita economica, ormai sicurezza e sviluppo mi sembrano in contraddizione. Certo, non vedo neanche una via d’uscita facile, non possono come da noi ordinare il “liberi tutti” dall’oggi al domani, passerebbero in men che non si dica da 5200 morti di Covid a settecentomila-un milione e quattrocentomila secondo le stime.

Al Congresso hanno detto che nell’ultimo decennio la Cina ha raddoppiato il volume della propria economia e ha avuto una crescita media del 6 per cento, più di chiunque altro. Evidentemente pensano di avere ancora margini di chi ku, mangiare amaro, ma non so per quanto.

Uno dei concetti più interessanti che è stato inserito nello Statuto del Partito è quello di “prosperità condivisa” su cui giustamente hai messo l’accento nei tuoi interventi, e generalmente poco considerato dagli osservatori.

Questo è normale perché nella logica delle opposte propagande che si è esasperata negli ultimi tre anni, di Cina si può parlare solo in termini negativi, come incubo repressivo o, in alternativa, società disfunzionale perché diversa dalla nostra. Invece mi pare che la gongtong fuyu, la prosperità condivisa, sia davvero tornata in auge e ormai non c’è discorso ufficiale che non la citi.

Il messaggio alla borghesia, per cui è finita la pacchia di arricchirsi senza vincoli e questo è subordinato a una più equa ridistribuzione, è passato senz’altro, tant’è che molti cercano di filarsela con il bottino. Nel linguaggio ufficiale hanno inserito il concetto delle tre forme di ridistribuzione delle risorse che è comunque qualcosa di molto compatibile con il neoliberismo: una prima forma è la classica allocazione di mercato; la seconda la ridistribuzione di Stato (cioè praticamente le tasse); la terza – che è la novità – è la beneficenza, la charity. Cioè, pochissima cosa.

Però la peculiarità cinese la rende forse più potente, perché qui vige il fattore “P”, la politica. Cioè, questo è un messaggio politico che arriva dall’alto, è cosa buona se fate fondazioni, charity, gesti concreti di benevolenza, e infatti le maggiori imprese si sono messe dall’oggi al domani a stanziare fondi “per la gongtong fuyu”, perché questo serve a restare nella correttezza politica e quindi nelle grazie del Partito comunista, anche se poi loro dicono che fanno tutto spontaneamente.

Insomma, è un nuovo tipo di scambio tra il Partito e il capitale. Non so dove porterà, ma l’intento per il 2035 è di realizzare la compiuta modernizzazione per tutti, senza lasciare nessuno indietro, idem per quanto riguarda il “grande ringiovanimento della nazione cinese” entro il 2049. Vedremo.

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