di Domenico Moro
La bilancia commerciale dell’Ue a 27 nei confronti della Cina è notevolmente peggiorata negli ultimi anni, passando da un deficit di 50,6 miliardi di euro nel secondo trimestre del 2021 ai 103,3 miliardi di quello del 2026[i]. Tale peggioramento dipende soprattutto dall’aumento delle importazioni europee dal gigante asiatico che, sempre nel secondo trimestre, sono passate dai 107 ai 153 miliardi. I prodotti più importati in Ue dalla Cina sono nell’ordine: apparecchiature elettriche, macchinari e veicoli.
Sono soprattutto questi ultimi ad essere aumentati, grazie alla grande competitività dell’auto cinese, le cui importazioni nella Ue nei primi sei mesi del 2025 e del 2026 sono passate da 14,4 a 20,4 miliardi, mentre l’esportazione europea in Cina è scesa da 9,3 a 6,7 miliardi, quasi triplicando il deficit da 5,1 miliardi a 14 miliardi. A pagare il prezzo del calo dell’export sono i produttori di auto europei, a partire dalla tedesca Volkswagen, che, come abbiamo rilevato in altri articoli, progetta di licenziare 50mila addetti e chiudere quattro fabbriche in Germania.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che lo squilibrio commerciale con la Cina è insostenibile e sta portando alla deindustrializzazione dei principali poli europei. La von der Leyen ha attribuito alla Cina la responsabilità di questi squilibri, a causa dell’eccesso di capacità produttiva e della concorrenza scorretta delle imprese cinesi, che sarebbero sussidiate dallo Stato. La presidente della Commissione ha quindi minacciato la Cina di dazi più alti alle sue esportazioni, nel caso in cui i negoziati in corso non portassero a cambiamenti significativi. I cinesi hanno risposto con decisione, dicendo che avrebbero risposto proporzionatamente a ogni azione protezionistica europea. Inoltre, i cinesi hanno affermato che i loro prodotti sono semplicemente più competitivi, grazie alle loro capacità innovative e tecnologiche. Secondo la Cina, è l’industria europea che dovrebbe migliorare la sua capacità di innovazione.
La situazione odierna, però, è simile a quella che c’era nell’Ottocento. L’Europa, compresa l’Inghilterra, importava molto dalla Cina e vi esportava poco, da cui un deficit commerciale enorme. Gli inglesi tentarono di trovare merci appetibili per i cinesi, ma non ci riuscirono. A un certo punto, però, ne trovarono una, l’oppio dell’India, che era colonia britannica. In questo modo, inondarono la Cina di droga, riequilibrando la bilancia commerciale. Quando il governo cinese bloccò il traffico di droga, gli inglesi, sostenuti dai francesi, intervennero con la forza militare (le cosiddette guerre dell’oppio, 1839-'42) e obbligarono la Cina ad aprirsi alla “libertà di mercato”. In realtà, l’Occidente ha sempre avuto problemi di deficit commerciale con la Cina, fin dall’Impero Romano, che malgrado le rampogne di Plinio il Vecchio, importava grandi quantità di spezie e soprattutto di seta per soddisfare i lussi delle ricche matrone.
Il fatto è che la Cina è sempre stata il paese con il Pil assoluto maggiore del Mondo, ma perse sempre più posizioni nel periodo in cui è stata una semi-colonia degli occidentali. Il Pil degli Usa nei confronti di quello della Cina era il 7,9% nel 1820, il 157% nel 1900 e il 531% nel 1950[ii]. Ora, la Cina sta riacquistando il posto che storicamente ha sempre occupato: nel 2025 il Pil Usa era il 119% di quello cinese, ma, calcolato a parità di potere d’acquisto, rappresentava appena il 74%[iii]. Il recupero cinese odierno non è, però, dovuto solo all’ingegnosità e alla laboriosità dei suoi abitanti o al costo del lavoro inferiore a quello dei paesi capitalistici avanzati. Ci sono due fattori che di solito non vengono nominati. Il primo è la grandezza del mercato cinese, il maggiore del mondo, per cui la Cina può fare economie di scala enormi, risparmiando sui costi di produzione. Ma soprattutto la Cina ha un ordinamento socialista (con caratteristiche cinesi, come dicono loro), che le permette di sfruttare la pianificazione diretta dallo Stato.
I piani quinquennali cinesi non stabiliscono rigidamente quote di prodotto, ma obiettivi generali, in base alle necessità del paese. Una volta che gli organismi politici e statali definiscono le priorità, come produrre una determinata quota di energia da fonti rinnovabili, o recuperare il ritardo nei semiconduttori, il sistema si dirige in quella direzione. Ad esempio, il sistema bancario, che è interamente pubblico, facilita gli investimenti nei semi-conduttori. Dunque, esistono imprese private, che ricercano il profitto, ed un mercato, ma accanto c’è non solo un settore di imprese pubbliche, ma anche un ecosistema finanziario (fra l’altro la Banca centrale non è autonoma come da noi), scientifico e tecnologico pubblico che cerca di far marciare tutto insieme. Non sempre ci riesce in modo ottimale, come nel caso della crisi immobiliare. Inoltre, tendenze liberiste cercano di affermarsi, problemi di corruzione esistono e il welfare va potenziato[iv]. Ma i positivi risultati generali sono sotto gli occhi di tutti.
Se l’Europa non innova è perché è un’area di capitalismo avanzato, dove la produzione è sottomessa solo al profitto delle imprese multinazionali che viene effettivamente realizzato. Se il profitto (o meglio un certo livello di profitto) non viene garantito, l’investimento, l’innovazione e la produzione ristagnano e i capitali vengono investiti nella finanza o in settori protetti e monopolistici (come le utility), oppure la produzione viene spostata dove la forza lavoro è meno cara, ossia in Asia orientale e in America Latina, o, più vicino, in Marocco e in Turchia.
Per concludere, la superiorità cinese deriva sì dall’innovazione, ma perché lo Stato la stimola e la pianifica insieme a tutta l’economia. Si tratta, quindi, di una superiorità di sistema. Il socialismo, sebbene a uno stadio iniziale, dimostra la sua superiorità sul capitalismo speculativo e finanziario. L’Europa occidentale e gli Usa hanno una economia speculativa e parassitaria, basata sullo sfruttamento del resto del Mondo. Quando questo viene meno, come nel caso della Cina dove lo Stato, attraverso il Partito comunista, garantisce la sovranità e l’indipendenza del paese, ecco che Europa occidentale e Usa hanno seri problemi.
Dunque, non credo che l’Europa sia in grado – a causa dei rapporti sociali in essa dominanti – di recepire l’invito della Cina a innovare. Penso che, quindi, quello che dobbiamo aspettarci è un aumento dei dazi protezionistici, a dispetto del fatto che la Ue si è sempre eretta a paladina del libero mercato. È sicuro, inoltre, che ci sarà una nuova ondata di esternalizzazioni produttive all’estero, dove il costo del lavoro è più basso, dall’Europa orientale (magari nei paesi che si apprestano a fare il loro ingresso nella Ue) al Magreb. La deindustrializzazione, insieme all’intelligenza artificiale, colpirà il tessuto sociale dell’Europa occidentale, e ciò destabilizzerà l’assetto politico, come sta accadendo in Germania. La conversione delle fabbriche di auto in fabbriche di armi – come già sta avvenendo in Germania – e l’aumento della spesa militare sono semplici palliativi dal punto di vista del rilancio economico, ed è una scelta molto pericolosa dal punto di vista degli equilibri politici internazionali.
L’alternativa, però, esisterebbe. Bisognerebbe cambiare paradigma, abbandonando quello mercantilista, basato sulle esportazioni e sulla moderazione salariale, a discapito di un mercato interno depresso anche dalla austerità di bilancio. E bisognerebbe abbandonare anche il paradigma neoliberista, fondato sulle privatizzazioni, sulla subalternità della politica e dello Stato a imprese private, libero mercato e profitto. Lo Stato dovrebbe ritornare a essere protagonista, come prevede la nostra Costituzione, che parla di programmazione economica (art. 41 e 43), e come accadeva all’epoca della Prima repubblica, quando l’Italia era la quinta economia mondiale. Un modello che all’epoca fu studiato attentamente proprio dai cinesi.
Ma, a questo punto, è evidente che tutto ciò richiede una trasformazione profonda della politica non solo dell’Italia ma anche della Ue. Questa, infatti, negli ultimi decenni ha imposto politiche di bilancio restrittive, che hanno tagliato i servizi pubblici, ha bloccato l’intervento imprenditoriale pubblico, classificandolo come “aiuti di stato”, ed ha “raccomandato” le cosiddette “riforme”, che hanno condotto a massicce privatizzazioni e reso il lavoro salariato sempre più debole nei confronti del capitale e meno pagato.
Note
[i] Eurostat, Statistics Explained, Eu trade with China-Latest developments, August 2026.
[ii] Maddison Project Database, miei calcoli sui dati del Pil pro-capite e popolazione.
[iii] World Bank Group, Database, miei calcoli su dati del Pil in dollari costanti del 2015 e in dollari costanti del 2021 a parità di potere d’acquisto.
[iv] Il presidente cinese Xi Jinping ha accentuato la lotta contro la corruzione. Inoltre, dal covid la sanità cinese è molto migliorata e gli economisti stanno discutendo di introdurre il “salario vitale”, calcolato sui reali costi della vita, un reddito di base universale e pensioni non contributive.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/09/2026
UE - Cina: siamo sicuri che il problema sia il disavanzo
21/08/2026
Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro
di Pasquale Liguori
Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio.
Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale.
Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica.
Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno.
E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica.
Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse.
È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.
Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi.
È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.
Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping.
A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.
L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica.
Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.
Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera.
Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.
Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.
La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.
Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura.
Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una “vittoria spontanea del mercato” si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.
L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.
Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile.
Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.
Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.
E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono “democrazie” mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.
Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale.
Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità.
Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.
A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica.
Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.
La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato.
La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata.
Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.
Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore.
La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto.
Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.
Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo.
Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.
Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.
Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.
Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo.
Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.
Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi.
Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione.
Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.
Fonte
28/07/2026
19/06/2026
27/08/2025
Xi Jinping vola a Lhasa e riporta Il Tibet al centro del mondo
“Per governare, stabilizzare e sviluppare il Tibet, la prima cosa è mantenere la stabilità politica, quindi la stabilità sociale, l’unità etnica e l’armonia religiosa”, ha dichiarato Xi, che si era recato in Tibet l’ultima volta nel luglio 2021 per chiedere alla popolazione di “seguire il Partito”.
Il tema è particolarmente spinoso per il Dragone visto che le organizzazioni internazionali per i diritti umani e gli esuli descrivono sistematicamente il dominio cinese in Tibet come “oppressivo”, un’accusa che il gigante asiatico rigetta con forza.
Certo è che nel breve periodo successivo alle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, quando la Cina aprì ulteriormente le sue porte al mondo esterno, il Tibet fu scosso dalle proteste di monaci e monache e poi da una serie di autoimmolazioni. Ebbene, sembra passata un’era geologica da quel periodo...
Xi rilancia il Tibet
La Cina ha celebrato i 60 anni di governo del Partito Comunista Cinese in Tibet con una parata di fronte al Palazzo Potala del XVII secolo, residenza del Dalai Lama fino alla sua fuga in India nel 1959, alla presenza di Xi Jinping.
I relatori hanno elogiato lo sviluppo economico della regione situata ai piedi dell’Himalaya e sottolineato la necessità di combattere il separatismo. “Gli affari tibetani sono affari interni della Cina e a nessuna forza esterna è permesso interferire. Tutti i piani per dividere la madrepatria e minare la stabilità in Tibet sono destinati a fallire”, ha dichiarato non a caso Wang Huning, importante leader del PCC.
“I grandi successi della regione autonoma del Tibet negli ultimi 60 anni dimostrano pienamente che solo sotto la guida del Partito Comunista Cinese il Tibet può raggiungere prosperità e progresso, creare un futuro luminoso e consentire alle persone di tutti i gruppi etnici in Tibet di vivere una nuova vita felice e sana”, ha aggiunto lo stesso Wang per la soddisfazione di Xi.
Ricordiamo che quella tibetana è una regione altamente strategica per la Cina a causa del suo confine con l’India e perché possiede anche abbondanti risorse naturali, tra cui un immenso potenziale idroelettrico.
Lo sviluppo dello Xizang
Il messaggio di Xi è chiaro: il Tibet non è più una regione inquieta. È parte integrante del “sogno cinese” ed è un perfetto laboratorio economico da mostrare al mondo intero per celebrare il successo del modello cinese. Pechino afferma del resto che il tenore di vita della popolazione tibetana è notevolmente migliorato sotto il PCC e nega di aver soppresso diritti umani e la libertà di espressione.
I media statali cinesi sottolineano intanto come l’economia della regione autonoma si sia espansa di oltre 150 volte negli ultimi sessant’anni, con cifre che evidenziano forti aumenti nei redditi, nelle infrastrutture e nei servizi sociali. Secondo i dati governativi, il prodotto interno lordo dello Xizang ha raggiunto i 276,5 miliardi di yuan (38,5 miliardi di dollari) nel 2024, rispetto agli 1,8 miliardi di yuan del 1965. Il pil pro capite è invece aumentato da 241 a 71.000 yuan nello stesso periodo, con un incremento di oltre 300 volte.
I primi 100 miliardi di yuan di produzione della regione hanno richiesto 50 anni per essere raggiunti, mentre i successivi 100 miliardi sono stati aggiunti in soli sei anni. Parallelamente alla crescita economica, il Tibet ha anche sradicato la povertà assoluta. Il PCC spiega che circa 628.000 persone e 74 contee sono state ufficialmente sollevate dalla povertà, con il rapporto tra popolazione e popolazione residente (HEP) sceso da oltre l’80% prima del 1959 a zero nel 2019.
L’aumento del tenore di vita ha coinvolto anche i risultati sanitari, con l’aspettativa di vita media che è salita da 35,5 anni prima del 1959 a 72,5 anni nel 2024. Un successo che Xi intende evidentemente mostrare al mondo intero.
Fonte
03/05/2023
02/05/2023
24/07/2022
19/01/2021
Cina, nel 2020 l'unica economia in crescita
Nell’ultimo trimestre del 2020, confermando la ripresa dopo i lockdown del primo trimestre (in cui il Pil era sceso a -6,8%), la Cina ha registrato una crescita del 2,3% nel 2020 e del 6,5% nell’ultimo trimestre dello scorso anno, secondo i dati diffusi dall’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino. Sono state persino battute, sia pur di poco, le attese degli analisti. La crescita era prevista infatti al 2,1% su tutto il 2020 e del 6,1% per gli ultimi tre mesi.
Conta poco, ma è comunque un segno di successo, il fatto che l’economia di Pechino abbia superato per la prima volta – in un anno difficilissimo – la soglia dei centomila miliardi di yuan (101.598,6 miliardi, pari a circa 12 mila miliardi di dollari).
Un risultato “molto importante e simbolico”, ha commentato Ning Jizhe, direttore del’Ufficio Nazionale di Statistica, “per costruire una società benestante e un moderno Paese socialista a tutto tondo”.
“L’economia nazionale si è ripresa stabilmente, il tasso di impiego e gli standard di vita sono migliorati fortemente e i principali obiettivi e compiti di sviluppo economico e sociale sono stati raggiunti meglio delle aspettative”, si legge nella nota di accompagnamento ai dati.
Il dato negativo riguarda i consumi, scesi per la prima volta dal 1968, un calo del 3,9%. Ma è anche abbastanza normale, visti i due mesi di lockdown completo della provincia di Hubei (quella che comprende Wuhan, oltre 60 milioni di abitanti e centro della produzione automobilistica cinese) e i numerosi altri blocchi temporanei per estirpare i focolai di covid-19.
Hanno però nuovamente guadagnato le esportazioni, “grazie” ai continui lockdown degli altri paesi industrializzati, i quali – per non interrompere mai le attività produttive anche in piena pandemia – hanno poi dovuto farlo lo stesso, più spesso, più a lungo.
L’export a dicembre è addirittura volato (+18,1%) e la produzione industriale ha segnato un +7,3% rispetto allo stesso mese del 2019, al di sopra delle attese e al massimo da marzo 2019. Una crescita peraltro “non pianificata”, visto che da tempo il governo di Pechino sta cercando di sviluppare il mercato interno e ridurre l’importanza delle esportazioni.
Anche gli investimenti fissi hanno continuato a correre, con una crescita del 2,9% nel 2020, al di sotto del previsto (+3,2%), ma in accelerazione rispetto al +2,5% dei primi undici mesi del 2020.
Con queste premesse, l’anno appena iniziato si annuncia trionfale. Il Fmi ha previsto una crescita al 7,9%, appena sotto rispetto all’8,2% stimato a ottobre scorso. In questo pesano soprattutto i rischi legati agli ultimi colpi di coda di Trump (che ha avviato il decoupling tecnologico con gli Stati Uniti, vietando la vendita di una serie di tecnologie a Huawei e altre società cinesi).
Ma gli stessi vertici di Pechino si tengono su una linea prudenziale. Le basi della ripresa “non sono ancora solide“, avevano detto solo un mese fa, al termine della Conferenza Centrale del Lavoro Economico; e la situazione economica mondiale rimarrà “complessa e grave” anche nel nuovo anno.
Il governo promette però il “sostegno necessario” alla ripresa nel 2021 – primo anno del 14esimo piano quinquennale di sviluppo, ritenuto fondamentale per evitare di cadere nella “trappola del Paese a reddito medio” – e durante il quale la Cina punta a rafforzarsi sui piani scientifico e tecnologico come motori della crescita.
Solare la differenza con quel che avviene sulle due sponde dell’Atlantico, dove l’incapacità di tenere sotto controllo la pandemia sta affossando anche le attese di ripresa per il nuovo anno, mentre ancora non sono stati pubblicati i dati definitivi per il 2020.
Una differenza che spiega probabilmente l’astio iettatorio con cui alcune testate riferiscono dei nuovi focolai di Covid in Cina. Numeri piccolissimi, rispetto a quelli che quotidianamente vengono sfornati nel resto del mondo “occidentale”, e a cui Pechino reagisce nel modo che è risultato fin qui vincente: lockdown totali e tamponi per tutta la popolazione (milioni di persone, in tutti i territori bloccati), in modo da arrestare la circolazione del virus. E anche lì sta partendo la campagna di vaccinazione...
Le attese economiche per la Cina si spostano ora sul mese di marzo, quando verrà approvato il nuovo piano economico quinquennale, 2021-2025, che contiene anche le prospettive fino al 2035. Per quella data Xi Jinping ha indicato l’obbiettivo del raddoppio del Pil pro capite, il che richiede un tasso medio di crescita annuale intorno al 4,7%. Meno di quanto fatto in passato, ma del resto è normale “correre molto” partendo da condizioni arretrate, e rallentare il ritmo quando le dimensioni sono molto più grandi.
In conclusione, viene da ricordare i tempi in cui i media cantavano le lodi del capitalismo – rispetto agli ultimi anni dell’Unione Sovietica – portando proprio i dati economici a dimostrazione della “superiorità” del modello neoliberista occidentale.
Oggi, giustamente, tacciono o fanno gli scongiuri...
Fonte
13/01/2021
Lo sviluppo sostenibile in Cina: centralizzare senza deregolamentare
In preparazione del Forum “La Cina nel mondo multipolare”, del 16 gennaio, abbiamo tradotto due documenti che ci sembrano interessanti sul “nuovo approccio” del governo di Pechino alle questioni ambientali.
Gran parte dell’impetuoso sviluppo industriale cinese degli ultimi 40 anni era avvenuto senza troppo badare alle conseguenze sul clima, il territorio, le acque. Come ogni processo storico, anche questo è arrivato al suo culmine e mostra l’impossibilità di continuare sulla stessa strada.
Alcune rivolte popolari contro l’inquinamento o il tentativo di insediare nuove produzioni ad alto impatto ambientale hanno convinto il PCC e il governo a rivedere i propri progetti. E subito dopo a lanciare il più vasto programma di risanamento ambientale che si sia visto fin qui sul pianeta.
Com’è noto, da noi in Occidente si parla molto di green economy, ma fin qui si è visto abbastanza poco sul piano concreto. Sontuosi incentivi economici per le imprese, o anche per la famiglie che adottavano qualche forma di approvvigionamento energetico con le rinnovabili, ma pochissimi controlli sulle emissioni inquinanti delle grandi aziende, e praticamente nessuno su quello delle piccole e medie che sversano residui e liquami in fiumi e canali; né sul traffico di rifiuti pericolosi che finiscono in mare o sotterrati nei campi. Una finta “lotta all’inquinamento”, spesso scaricata sulle “scelte individuali”, che ha come unico comandamento: non rompere le scatole alle imprese.
Interessante, dunque, vedere come la Cina ha affrontato il problema, ormai da dieci anni, e quali risultati ha raggiunto. Perché il come si fanno le cose qualifica una politica ambientale molto meglio che le “dichiarazioni” fatte a favore di telecamera.
Di seguito vi proponiamo quindi prima la traduzione del testo con cui Xi Jinping e altri illustrano, in un video, “la svolta” ecologica di Pechino, con esempi concreti di territori recuperati.
E subito dopo un articolato documento in cui la stessa svolta viene spiegata passo passo, collegando passato e presente di una storia millenaria.
Naturalmente, la forma espositiva è “con caratteristiche cinesi” e può risultare spesso troppo enfatica o cerimoniosa, specie nei confronti dei vari dirigenti del PCC che si sono succeduti nel corso degli ultimi 70 anni. Ma sotto quella forma, c’è una sostanza. Ed è quella che vi invitiamo a guardare.
Ricordando sempre quel che anche i prevenuti osservatori internazionali ormai ammettono senza problemi: i cinesi, quando dichiarano di voler fare una cosa, non fanno mai chiacchiere. La fanno davvero.
Buona lettura.
In occasione del 15esimo anniversario del concetto di sviluppo sostenibile cinese, pubblichiamo questa testimonianza, a dimostrazione che lo sviluppo sostenibile, la crescita economica compatibile con la tutela dei territori e la rinnovazione urbana, sono processi possibili anche nel rispetto dei diritti sociali e ambientali, e non prevedono per forza gentrificazione ed esclusione sociale come avviene nei nostri Paesi a capitalismo avanzato.
La centralizzazione statale del modello cinese infatti, fa si che il passaggio alla green economy sia controllato e gestito in un sistema di pianificazione generale del processo a cui tutti possono avere accesso, evitando bolle speculative e aumento delle disuguaglianze.
Acque trasparenti e montagne verdi sono beni inestimabili, proteggono il nostro ambiente e le nostre forze produttive. Migliorare l’ambiente vuol dire migliorare e sviluppare le forze produttive e questo concetto ogg è accettato e consolidato da molte persone.
"Lo sviluppo del villaggio di Yucun è iniziato negli anni '70”, racconta l’ex capo di miniera di Yucun. “All’inizio ci occupavamo di attività estrattive. Prima estraevamo calcare, poi negli anni '80 siamo passati al cemento. Nel 1994 portavamo allo Stato un profitto di 2 milioni di Yuan.
Usavamo carbone bituminoso per scaldare e produrre il cemento, e i fumi danneggiavano parecchio la foresta intorno. Il bamboo qui non era verde come ora, era tutto giallo e secco; non potevamo nemmeno asciugare la biancheria al sole, perché si sporcava subito.
All’epoca ero il gestore della miniera... sei persone della mia squadra sono morte in quegli anni, e un’altra dozzina si sono ammalati. Anch’io stesso mi sono ammalato e ora sono sordo dall’orecchio destro.
Nel ‘94 iniziai a tenere un registro. Ci sono stati 39 incidenti tra il 1994 e il 2004. Il peggiore fu nel 2001, il 28 maggio, quando morì una persona nella cava del villaggio. Erano in due, ci fu un esplosione e uno morì sul colpo. Se una persona muore, ci doveva essere anche un registro del risarcimento economico pagato, e tutti gli altri dettagli dell’accaduto, ma ero così avvilito per l’incidente che anni dopo ho strappato la pagina del registro.
Lavoravamo fianco a fianco, anche quando sono diventato il direttore dei lavori, lavoravamo insieme, e quando ci fu l’incidente ero stravolto”.
Nel 2005 la chiusura della miniera rappresentò un punto di svolta per lo sviluppo sociale ed ambientale di Yucun.
Nel 2005 Xi Jinping prima di diventare segretario del Partito Comunista Cinese, visitò il villaggio di Yucun, e iniziò un percorso di sviluppo ecologico che riconoscesse che le risorse ambientali sono le più preziose qui. Per preservarle, dovremo stabilire dei confini anche a discapito della crescita economica a un certo punto. [...]
Non possiamo svilupparci sulle spalle dell’ambiente, lasciando territori inquinati e rovinati alle future generazioni. Abbiamo bisogno del PIL, ma il PIL deve essere verde.
Gli abitanti di Yucun volevano acque limpide e montagne rigogliose, ma volevano anche montagne d’oro e argento, il punto è che anche acque limpide e montagne rigogliose possono essere trasformate in montagne d’oro e argento. Quando però non puoi avere entrambe, devi fare una scelta. E la scelta giusta è stata quella di chiudere le miniere.
Così è iniziato il processo di ri-urbanizzazione del villaggio di Yucun basato sullo sfruttamento equilibrato delle risorse naturali. La popolazione ebbe due scelte: buttarsi sul turismo con attività di agricoltura a km 0 o in generale agricoltura di prossimità, oppure aprire una piccola attività.
A distanza di 15 anni, tutte le attività industriali sono state chiuse. La gente sta diventando ricca, grazie anche alla consapevolezza e all’aver imparato a proteggere l’ambiente. Ospitalità familiare, agricoltura a km 0, rafting, e altre attività simili hanno sviluppato nel villaggio un economia a base del turismo ecologico con guadagni molto più che dignitosi.
Dopo 15 anni, Xi visita di nuovo il villaggio di Yucun, questa volta come segretario del PCC.
“Come passa il tempo. Ancora ricordo quello che vi dissi 15 anni fa, e questo risultato è la prova che abbiamo fatto la scelta giusta. Questo mi dice che dovremo essere orgogliosi della nostra idea di sviluppo sostenibile. L’economia non deve svilupparsi a discapito dell’ecologia, l’ecologia è parte dell’economia. Occupiamoci della protezione ecologica e ne avremo un grosso ritorno“, ha dichiarato Xi.
Oltre al cambio di passo nello sviluppo economico del villaggio, ora è partito anche un nuovo progetto pilota di una “banca verde”, basato sul modello “point to point”, già usato in altri progetti. La banca ha implementato piani di integrazione e unificazione, in primis facendo un censimento di quanto era inutilizzato e delle risorse inattive nel villaggio, e su queste ha costruito un progetto di sviluppo.
Una volta che il progetto è stato realizzato, le risorse sono state rinnovate e la gestione viene data in mano alla popolazione, per trarne benefici.
Con questo metodo abbiamo rivitalizzato molte risorse, abbiamo trasformato vecchie scuole in hotel, vecchi edifici governativi in centri attrattivi della tradizione cinese, vecchie centrali energetiche in ostelli e strutture per l’ospitalità familiare. Attraverso questa rivitalizzazione (rinnovazione) il villaggio ha guadagnato risorse aggiuntive per 67 milioni di yuan, e abbiamo ottenuto 17 milioni di yuan dalla messa a valore di queste risorse in modo collettivo.
Anche per i lavoratori le cose vanno meglio, perché il lavoro è più facile, e lo stile di vita e di lavoro è più sano, più rispettoso dell’ambiente e più soddisfacente. È un beneficio collettivo insomma. Ora insomma va molto meglio, perché prima era davvero dura.
Il programma cinese ora, prevede di fare nuovi e maggiori sforzi, metteremo in atto misure ancora più concrete per promuovere il progresso ecologico, promuovendo un modo di produzione e di vita adeguato alla tutela dell’ambiente, e per risolvere le sfide e i problemi ambientali, perché il nostro Paese possa avere cieli più blu, montagne più verdi e acque più trasparenti, e così un ambiente più bello.
Vedi qui la versione integrale del video:
Un antico detto dice: “Quando il Fiume Giallo è tranquillo, tutto sotto il cielo è in pace“. In un certo senso, la storia degli sforzi cinesi per gestire il Fiume Giallo è anche una storia del governo della nazione.
Alla vigilia delle celebrazioni per il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC) alla fine del 2019, il presidente Xi Jinping ha fatto visita al fiume madre della nazione per ispezionare gli sforzi di protezione ambientale nel bacino di drenaggio del Fiume Giallo e indagare su alcune delle questioni che sorgono nel perseguimento di uno sviluppo di alta qualità.
Per secoli, il Fiume Giallo è stato sia la culla della civiltà cinese sia una costante fonte di disastri. Un altro vecchio detto dice: “Il Fiume Giallo romperà il suo argine due volte ogni tre anni, e una volta ogni 100 anni cambierà completamente il suo corso“. Eppure, nei 70 anni dalla fondazione della nuova Cina fino ad oggi, il fiume non ha mai infranto le sue sponde.
Sono passati 20 anni da quando il canale principale si è prosciugato per l’ultima volta e in quel periodo sono state sopportate 12 grandi inondazioni. Il Fiume Giallo ora scorre tranquillo.
Da notare in particolare la diminuzione della quantità di sedimenti trasportati dal fiume, un tempo una quantità stupefacente. C’è stato un brusco calo dalle più alte cifre annuali registrate prima dell’insediamento della RPC, che hanno raggiunto 1,6 miliardi di tonnellate, fino all’attuale carico annuale di sedimenti di circa 200 milioni di tonnellate.
Questo è vicino alla situazione che prevaleva ai tempi dell’agricoltura primitiva, quando l’attività umana non aveva alcun impatto sul carico di sedimenti.
Che l’antico Fiume Giallo abbia raggiunto una nuova vita nella nuova Cina guidata dal Partito Comunista Cinese (PCC) è una vivida illustrazione della costruzione di una civiltà ecologica socialista cinese negli ultimi sette decenni.
I. Un salto storico nel pensiero ecologico
La zona umida di Xixi. Nel 2005, Xi Jinping, allora segretario del Comitato provinciale del PCC Zhejiang, ha introdotto per la prima volta l’idea che “le acque lucide e le montagne lussureggianti sono beni inestimabili”. Negli ultimi anni, Hangzhou, capitale della provincia di Zhejiang, ha messo in pratica questo concetto portando avanti il lavoro relativo al miglioramento ambientale, all’ottimizzazione della disposizione spaziale e allo sviluppo di un’economia eco-compatibile, nonché di una cultura e di istituzioni eco-compatibili. Il 1° maggio 2005 è stato inaugurato ufficialmente il Parco nazionale delle zone umide di Xixi a Hangzhou. La zona umida è diventata un modello dell’idea che “le acque lucide e le montagne lussureggianti sono beni inestimabili”, servendo non solo come leader della tendenza a proteggere le zone umide della Cina, ma anche come base importante per mettere in pratica l’iniziativa della Bella Cina e costruire una civiltà ecologica. FOTO FORNITA DA VISUAL CHINA
Lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente sono importanti indicatori della felicità delle persone. Il PCC, che cerca di portare felicità alla gente, ha sempre attribuito importanza sia allo sviluppo economico sia alla protezione dell’ambiente naturale.
All’inizio del periodo successivo alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, in concomitanza con la prima generazione della leadership centrale del PCC, con Mao Zedong al suo centro, si sono compiuti vigorosi sforzi per rilanciare e sviluppare l’economia, e sono stati messi in moto anche gli sforzi ispiratori per la governance e la protezione dell’ambiente su larga scala.
Nel luglio e nell’agosto del 1950, il bacino del fiume Huaihe si inondò su vasta scala, il tipo di disastro che si verifica solo una volta ogni 100 anni. Ha causato enormi perdite di vite umane e danni alle proprietà. Mao Zedong ha pianto di dolore nel sentire la terribile notizia e ha lanciato un appello: “Dobbiamo domare il fiume Huaihe.”
Così iniziarono otto anni di instancabile lavoro di gestione del fiume, con il risultato di migliorare di molto il controllo delle inondazioni e la capacità di gestione lungo il fiume Huaihe.
Successivamente, Mao Zedong ha emesso un altro emozionante appello, per risolvere adeguatamente la gestione del Fiume Giallo. Questo ha ispirato la determinazione e l’ambizione di raggiungere il buon governo dei principali fiumi del Paese tra generazioni di cinesi.
Le cifre mostrano che tra il 1949 e il 1952 la Cina ha scavato 1.037 chilometri di canali di scolo e ha smaltito oltre 20 milioni di tonnellate di rifiuti. È stato l’inizio di grandi miglioramenti delle strutture igienico-sanitarie nella Cina urbana e rurale.
Nel 1955, Mao Zedong invitò la popolazione a “rinverdire la patria”, con l’obiettivo di migliorare l’ambiente naturale della Cina. Rispondere a questo appello portò la trasformazione di Saihanba in Hebei attraverso 50 anni di duro lavoro. Un tempo deserto, Saihanba divenne una bellissima distesa di foresta.
Di fronte ai problemi ambientali che lo sviluppo economico su larga scala ha comportato per l’ambiente, il premier Zhou Enlai ha sottolineato che è indispensabile che la Cina dia importanza alla protezione dell’ambiente e che, in quanto paese che ha appena iniziato a industrializzarsi, la Cina non dovrebbe seguire la vecchia strada seguita dalle nazioni già industrializzate.
Ha detto che la Cina dovrebbe cercare di evitare il tipo di inquinamento ambientale visto in alcune delle nazioni industrializzate dell’Occidente. Se questo non fosse possibile, come potrebbe la Cina mostrare la superiorità del sistema socialista, ha chiesto il premier Zhou; la Cina meriterebbe di essere definita una nazione socialista?
Le idee e le pratiche ecologiche evidenti nel modo in cui i fondatori della Repubblica Popolare Cinese si sono impegnati a gestire i fiumi e a rendere la nazione più verde, riflettono un’etica ecologica caratteristica dei membri del PCC. Molte delle strategie e dei concetti rimangono gli obiettivi degli attuali sforzi per costruire una Cina più bella.
La Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano si è tenuta nel giugno 1972. Il governo cinese ha inviato una delegazione molto numerosa per parteciparvi.
La prima conferenza nazionale cinese sulla protezione dell’ambiente si è tenuta nell’agosto 1973. La conferenza esaminò e adottò una serie di progetti di “Regolamenti per la protezione e il miglioramento dell’ambiente”. Queste hanno reso la protezione dell’ambiente parte della funzione dei governi a tutti i livelli.
La conferenza formulò la prima politica guida della Cina sul lavoro ambientale, nota come “politica a 32 caratteri”, che in inglese significava: “Pianificazione globale e razionale; utilizzo completo; trasformare i danni in benefici; fare affidamento sulla gente; partecipazione pubblica; proteggere l’ambiente e portare benefici alla gente”. Questa è stata una pietra miliare per la protezione dell’ambiente in Cina.
Con la grande marea di riforme e di apertura che ha travolto la nazione, la scala della produzione industriale e dello sviluppo urbano si è ampliata, portando sfide sempre più difficili per la governance e la protezione dell’ambiente. Le persone di tutti i ceti sociali cominciarono ad interessarsi più seriamente alle questioni ambientali. Nel corso di oltre 40 anni, la Cina ha formulato e promulgato tutta una serie di politiche e sistemi di protezione ambientale.
La seconda generazione della leadership centrale del PCC, con Deng Xiaoping al suo centro, ha posto l’accento sullo sviluppo dello stato di diritto e sulla costruzione di organizzazioni e istituzioni, elevando la protezione ambientale allo status di politica nazionale di base. Questo ha gettato le basi che hanno permesso di istituzionalizzare, sistematizzare e portare la protezione ambientale in Cina nel quadro giuridico.
Nel 1978, il Comitato Centrale del PCC e il Consiglio di Stato hanno definito la loro politica strategica per sviluppare il “Programma Tre-Nord Shelterbelt” nelle regioni chiave che soffrono di tempeste di sabbia e di erosione del suolo nel nord-ovest, nord e nord-est della Cina.
Durante il sesto periodo del Piano quinquennale (1980-1985), la protezione dell’ambiente è stata per la prima volta inclusa come componente del piano nazionale di sviluppo economico e sociale. Alla Seconda Conferenza Nazionale sulla Protezione Ambientale convocata nel 1983, la Cina ha formalmente reso esplicito lo status di protezione ambientale come politica nazionale di base.
Nel 1987, la Cina ha emesso il suo primo programma ambientale quinquennale, il “Programma nazionale di protezione ambientale per il settimo periodo del piano quinquennale (1986-1990)”. Da questo momento in poi, la protezione ambientale è diventata una componente importante del piano per l’economia nazionale e lo sviluppo.
La terza generazione di leader centrale del PCC, con Jiang Zemin al centro, in linea con il corso della storia e con la tendenza dello sviluppo sociale umano, ha affermato in termini chiari che la protezione dell’ambiente è una questione di importanza strategica generale che influenza lo sviluppo della Cina nel lungo periodo e che è imperativo che l’attuazione di una strategia di sviluppo sostenibile sia trattata come una questione della massima importanza.
Il 15° Congresso nazionale del PCC nel 1997 ha incluso la strategia di sviluppo sostenibile nel suo rapporto finale, con la conferma esplicita che lo sviluppo economico e sociale della Cina avrebbe intrapreso un percorso sostenibile. Il 16° Congresso nazionale del PCC nel 2002, fissando obiettivi per la costruzione di una società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti, ha dichiarato quanto segue: “la capacità di sviluppo sostenibile deve essere continuamente potenziata, l’ambiente naturale deve migliorare, e devono essere apportati notevoli miglioramenti nell’efficacia dell’uso delle risorse naturali“.
La dichiarazione degli obiettivi continuava: “Dobbiamo promuovere l’armonia tra l’uomo e la natura e la nostra società nel suo insieme deve intraprendere un percorso di sviluppo che contemporaneamente accresca la produzione, arricchisca i mezzi di sussistenza e preservi un ambiente naturale eccellente”. Gli impegni della Cina in materia di protezione ambientale sono così entrati in una fase di rapido sviluppo.
Il Comitato Centrale del PCC con Hu Jintao come Segretario Generale ha proposto di stabilire e mettere in pratica una visione scientifica dello sviluppo che fosse incentrata sulle persone, completa, coordinata e sostenibile.
Il comitato ha rilevato che nel processo di sviluppo economico è necessario tenere pienamente conto della capacità di carico delle risorse e dell’ambiente naturale, nonché delle esigenze dello sviluppo presente e futuro, in modo da realizzare un ciclo virtuoso nell’interazione tra l’ecosistema naturale e i sistemi sociali ed economici.
Al 17° Congresso nazionale del PCC del 2007 è stata presentata per la prima volta la grande proposta di “costruire una civiltà ecologica“. I principi, i concetti e gli obiettivi della costruzione di una civiltà ecologica sono stati esposti in modo chiaro, e poiché ciò rappresentava un ulteriore nuovo requisito per l’obiettivo di costruire una società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti, è stata sottolineata la necessità di stabilire l’idea con fermezza in tutta la società.
Costruire una civiltà ecologica significava creare i fondamenti di una struttura industriale e modelli di crescita e di consumo che utilizzassero energia e risorse con parsimonia e preservassero l’ambiente naturale.
Dal 18° Congresso nazionale del PCC nel 2012, la leadership centrale con Xi Jinping al suo centro ha fatto della costruzione di una civiltà ecologica una parte del suo piano generale “a cinque punte” per lo sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi.
Questo ha portato il concetto a un livello strategico senza precedenti. Tutta una serie di nuovi concetti, nuovi modi di pensare e nuove strategie sono stati portati avanti, sottolineando che quando l’ambiente naturale prospera, prospera anche la civiltà.
C’è un fermo impegno per l’armonia tra l’uomo e la natura, per l’idea che le acque lucide e le montagne lussureggianti sono beni inestimabili, e per l’idea che nulla è più utile al benessere delle persone di un ambiente naturale di qualità. Si crede fermamente che le montagne, i fiumi, le foreste, i boschi, i campi, i laghi e le praterie costituiscano una comunità biotica.
C’è un forte impegno ad attuare le leggi più forti sotto il sistema più rigoroso per proteggere l’ambiente naturale, e a far partecipare tutto il pubblico alla costruzione di una bella Cina. C’è un ulteriore impegno a lavorare insieme per costruire una civiltà ecologica globale. Insieme, questi fermi impegni costituiscono il concetto di civiltà ecologica di Xi Jinping.
Il pensiero di Xi Jinping sulla civiltà ecologica è un sistema ricco e completo, che fornisce risposte profonde alle principali domande teoriche e pratiche sul perché la civiltà ecologica deve essere costruita, su cosa sarà e come sarà realizzata. Sotto la guida scientifica del pensiero del presidente Xi, ci sono stati cambiamenti storici, trasformativi e completi nello sviluppo della causa della costruzione della civiltà ecologica cinese.
Ciò ha fatto sì che dal diciottesimo Congresso nazionale del PCC, il rafforzamento del controllo dell’inquinamento, la frequenza di promulgazione di nuove regole, il rigoroso monitoraggio e l’applicazione delle norme relative al controllo dell’inquinamento e il rapido miglioramento dell’ambiente naturale hanno raggiunto livelli senza precedenti, con un successo globale.
II. Un salto storico nella tutela dell’ambiente
In alto: il fiume Liangshui dopo il risanamento. FOTO DI LIU XINWU In basso: Il fiume Liangshui prima del risanamento. XINHUA / FILE FOTO Il fiume Liangshui era una volta il più grande deflusso di acque reflue nel sud di Pechino. Con le acque di scarico pompate direttamente, il fiume è diventato molto inquinato, e gli abitanti del luogo lo chiamavano “Fiume delle acque reflue”. Nel 2013 è iniziata ufficialmente la bonifica completa del fiume, e come risultato degli sforzi per tenere sotto controllo le zone oscure e sporche dell’acqua e trasformare la terra in spazio verde piuttosto che riqualificarla, il fiume a lungo inquinato si sta ora riprendendo. Le sue acque sono diventate chiare e le sue sponde sono diventate belle, con numerosi parchi fluviali e sentieri che danno un senso di appagamento ai residenti locali.
Nel 1972, la pionieristica organizzazione ambientalista del Club di Roma pubblicò I limiti della crescita. Il libro suonava un allarme sul tradizionale modello di crescita occidentale e prevedeva la minaccia di un collasso ambientale. Ha contribuito ad innescare un’impennata della protezione ambientale in tutto il mondo.
Quarant’anni dopo, nel 2012, il Club di Roma ha pubblicato un nuovo autorevole rapporto basato sulla continua ricerca di uno degli autori di The Limits to Growth, Jorgen Randers - “2052: A Global Forecast for the Next Forty Years”. Il nuovo rapporto è rimasto pessimista nelle sue conclusioni come il suo predecessore, trovando motivi di ottimismo solo nel percorso di sviluppo e nelle prospettive future della Cina.
La grande fiducia che sentiva nella capacità del governo cinese di gestire l’ambiente e il macro controllo è stata citata da Randers come una delle ragioni principali. Egli ritiene che la miopia del capitalismo lo renda incapace di attuare politiche sensate che garantiscano interessi a lungo termine, mentre la pratica di lunga data della Cina di attuare piani quinquennali e la sua trasformazione verde le permettono di essere un Paese capace di raggiungere obiettivi a lungo termine in modo sistematico.
I ricercatori ambientali globali sono giunti a questo verdetto sulla base della costante pratica ambientale positiva della Cina negli ultimi 70 anni, dalla fondazione della RPC. Il verdetto rappresenta anche un ripensamento del modello occidentale di gestione ambientale che è stato una trappola per l’umanità, ed esprime speranze per qualcosa di diverso. La fonte di queste speranze è la forza del socialismo cinese sotto la guida del PCC.
La protezione dell’ambiente naturale deve essere sostenuta da regolamenti e leggi. Il presidente Xi ha osservato che una garanzia affidabile per la costruzione di una civiltà ecologica può essere fornita solo implementando i sistemi più rigorosi possibili e il più rigoroso quadro giuridico.
Da 70 anni ormai, la Cina ha continuamente approfondito la sua comprensione delle leggi che regolano la protezione dell’ambiente e la costruzione di una civiltà ecologica, mettendo costantemente in atto il quadro istituzionale per una civiltà ecologica socialista con chiare caratteristiche cinesi.
In termini giuridici, la Cina ha aggiunto alla Costituzione, già nel 1978, la clausola per cui “Lo Stato protegge l’ambiente e le risorse naturali e previene ed elimina l’inquinamento e altri pericoli per la popolazione“.
Nel 1989, il Congresso nazionale del popolo ha approvato la legge sulla protezione dell’ambiente. Nel 1995 è seguita la legge sulla prevenzione e la riduzione dell’inquinamento ambientale causato dai rifiuti solidi, la revisione del 1996 della legge sulla prevenzione e la riduzione dell’inquinamento idrico, la revisione del 1999 della legge sulla protezione dell’ambiente marino, la revisione del 2000 della legge sulla prevenzione e la riduzione dell’inquinamento atmosferico e la legge sulla prevenzione e la riduzione dell’inquinamento del suolo approvata nel 2018.
La legge sulla protezione dell’ambiente ha introdotto un sistema di leggi e regolamenti che copre tutte le principali parti dell’ambiente, come l’aria, l’acqua, il suolo e l’ambiente naturale. Nel 2014 sono state apportate ulteriori revisioni alla legge sulla protezione dell’ambiente, introducendo nuove misure tra cui un sistema di multe giornaliere in corso, poteri di blocco e detenzione, poteri di limitare o arrestare la produzione, detenzione amministrativa e contenzioso di interesse pubblico. È considerato il più rigoroso che la storia del diritto ambientale abbia mai visto.
Il presidente Xi ha ripetutamente sottolineato la necessità di implementare i sistemi più severi e le leggi più rigorose per la protezione dell’ambiente e di accelerare l’innovazione nella regolamentazione e il rigore nell’applicazione, così il sistema diventa un vincolo duro; una linea di fondo che nessuno osa oltrepassare. Quando si tratta di protezione ambientale, ogni trasgressione deve essere punita.
Il Comitato Centrale del PCC ha emanato una serie di documenti che stabiliscono norme sistemiche per la protezione dell’ambiente, proponendo la creazione di una società rispettosa delle risorse e dell’ambiente e il vigoroso sviluppo di un’economia circolare.
I documenti includono anche richieste per una maggiore protezione della natura e dell’ambiente e per una migliore gestione delle risorse. Includono proposte per la creazione di sistemi con un quadro normativo associato per il calcolo, il monitoraggio e la valutazione degli sforzi per conservare l’energia, ridurne il consumo e diminuire le emissioni inquinanti.
Questa nuova enfasi è stata particolarmente evidente fin dal 18° Congresso nazionale del PCC, poiché la civiltà ecologica è stata inserita nel Partito e nelle costituzioni nazionali, è stata aggiunta una linea rossa ecologica alla legge sulla protezione dell’ambiente e la sicurezza ambientale è stata inclusa nei sistemi di sicurezza nazionali.
Sono state emanate una serie di misure come le Linee guida per accelerare lo sviluppo della civiltà ecologica e il Piano di riforma integrato per la promozione della civiltà ecologica, e sono stati redatti più di 40 piani di riforma relativi alla civiltà ecologica.
Sono stati predisposti accordi completi e sistematici per la costruzione di una civiltà ecologica – i suoi obiettivi generali, i concetti di base, i principi fondamentali, i compiti chiave e le salvaguardie istituzionali – sono ora in vigore.
Sistemi per la valutazione degli obiettivi di sviluppo ecologico; audit delle risorse naturali sotto la responsabilità di ciascun funzionario quando lascia il suo posto; e la responsabilità per i danni ambientali sono ora implementati e un sistema di zone funzionali principali sta prendendo forma in modo costante.
Sono stati fatti rapidi progressi nella creazione di sistemi di governance ambientale. Questi includono la gestione verticale del monitoraggio, la supervisione e l’applicazione delle norme da parte delle agenzie di protezione ambientale a livello sub-provinciale; il controllo della qualità dei dati di monitoraggio ambientale; il rilascio di permessi di emissione; la nomina di funzionari responsabili per fiumi e laghi; e il divieto di importare rifiuti stranieri in Cina.
Ci sono stati progressi nella stesura e nell’attuazione di regolamenti economici e finanziari ambientali, tra cui la riforma della finanza verde, i bilanci delle risorse naturali, il prelievo di tasse per la protezione dell’ambiente e la compensazione per la protezione dell’ambiente.
Dall’introduzione di queste misure di protezione ambientale più severe, si è registrato un continuo aumento del rigore della loro attuazione. Lo stesso Comitato Centrale del PCC che conduce la supervisione della protezione dell’ambiente rappresenta un’importante mossa di riforma e un importante accordo istituzionale in grado di rafforzare la protezione dell’ambiente e di far progredire la costruzione di una civiltà ecologica.
Il primo ciclo di lavoro di supervisione svolto tra la fine del 2015 e il 2018 ha risolto più di 150.000 problemi ambientali incontrati dai cittadini comuni nella loro vita quotidiana, e ha anche risolto oltre 2.100 questioni ambientali più grandi.
Nel 2018, il team di supervisione ambientale del Comitato Centrale del PCC ha effettuato revisioni “a posteriori” in 20 province e regioni. Un’ondata di responsabilità ha travolto la Cina, con oltre 10.000 persone chiamate a rendere conto del proprio operato. Nel 2019 è iniziato il secondo ciclo di lavori di supervisione.
Lo scioccante caso di danni ambientali nelle montagne del Qilian è stato uno di quelli portati alla luce da questo lavoro di supervisione della protezione ambientale.
III. Una trasformazione storica nella governance ambientale
Il 18 maggio 2018, in occasione di un’importante conferenza nazionale sulla protezione dell’ambiente, il presidente Xi Jinping ha invitato il PCC e il popolo cinese ad essere risoluti nella lotta per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento, e a fare di tutto per conseguire il risultato a prescindere dalle difficoltà.
Dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, e in particolare dall’avvio della riforma e dell’apertura, l’industrializzazione e l’urbanizzazione sono procedute a un ritmo sorprendente. Purtroppo, a causa del mancato equilibrio tra le esigenze dello sviluppo economico e la tutela dell’ambiente, alcuni luoghi a volte hanno preso la strada sbagliata, permettendo di ripulire l’inquinamento in seguito o di inquinare e pulire man mano che l'attività procedeva.
Il modello di crescita economica è stato troppo rozzo, l’energia e le risorse si sono rapidamente esaurite in un modo che l'ambiente non può sostenere. È stato troppo anche per la società e spesso ne ha ostacolato lo sviluppo futuro.
Il presidente Xi ha lanciato un monito: anche se riusciremo a raddoppiare il Pil perseguendo un grezzo percorso di sviluppo, cosa ne sarà dall’ambiente? Sarebbe troppo da sopportare per le risorse e l’ambiente. In quale situazione si troverà la Cina se la crescita economica avrà un costo per la felicità pubblica o anche a rischio di un risentimento diffuso?
Il presidente Xi ha sottolineato che la costruzione di una civiltà ecologica, il miglioramento della protezione dell’ambiente e la promozione di uno stile di vita a basse emissioni di carbonio non sono questioni meramente economiche. C’è anche una grande quantità di politica in gioco.
Nel 2018, il Comitato Centrale del PCC e il Consiglio di Stato hanno emanato le loro linee guida sul miglioramento globale della protezione ambientale per vincere completamente la battaglia contro l’inquinamento, stabilendo accordi olistici per la protezione dell’ambiente e vincendo la lotta contro l’inquinamento. Con questo chiaro appello a prevenire e combattere l’inquinamento, è iniziata la campagna per fermare l’inquinamento dell’acqua, dell’aria e del suolo.
Si sono registrati progressi costanti nel controllo dell’inquinamento dell’acqua e nel miglioramento delle capacità di prevenzione. La Cina ha emanato una serie di regolamenti e norme, tra cui la legge sulla prevenzione e il controllo dell’inquinamento dell’acqua, gli standard integrati per lo scarico delle acque reflue e gli standard per la qualità ambientale delle acque superficiali.
Il Paese ha promulgato un Piano d’Azione per la Prevenzione e il Controllo dell’Inquinamento delle Acque (noto come “Ten Water Regulations” in breve) e ha pubblicato il Piano Nazionale per la Prevenzione e il Controllo dell’Inquinamento delle Acque nei principali bacini fluviali (2016-202020).
La Cina attua ora un piano globale per la terra e l’acqua e una pianificazione congiunta per gli ambienti marittimi e fluviali, promuovendo la prevenzione e il controllo dell’inquinamento idrico, la protezione dell’ambiente idrico e la gestione delle risorse idriche in modo sistematico.
Anche il controllo dell’inquinamento atmosferico sta andando avanti, con un evidente impatto sulla conservazione dei cieli limpidi. I vigorosi sforzi per prevenire gravi episodi di inquinamento atmosferico sono sotto gli occhi di tutti.
Nel 2013, il Consiglio di Stato ha presentato il suo Piano d’azione per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento atmosferico (noto come “Ten Air Regulations” in breve), che mira a diffondere la sensibilizzazione sul grave inquinamento atmosferico che la Cina ha sperimentato da tempo. Il piano stabilisce le richieste, gli obiettivi e le politiche generali per il controllo dell’inquinamento atmosferico.
Nel 2018, è stato elaborato un ulteriore piano – il Piano d’azione triennale per i cieli blu – ed è stato istituito un gruppo leader sulla prevenzione e il controllo dell’inquinamento atmosferico a Pechino, Tianjin, Hebei e nelle regioni limitrofe. Sono stati istituiti meccanismi di collaborazione per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento atmosferico nella Pianura del Fenwei e nel Delta del Yangtze.
Questi meccanismi di lavoro hanno permesso di determinare rapidamente la progettazione di alto livello e gli accordi di governance generale. Attraverso l’ottimizzazione delle strutture industriali, del settore energetico, dei trasporti e dell’uso del suolo, sono stati raggiunti eccellenti risultati nella prevenzione e nel controllo dell’inquinamento atmosferico.
Si stanno facendo progressi costanti nella prevenzione e nel controllo dell’inquinamento del suolo, con progressi nella battaglia per un suolo pulito. Negli ultimi 70 anni, la Cina ha condotto numerose indagini sull’inquinamento del suolo e sull’uso del suolo.
Nel 2016, il Consiglio di Stato ha pubblicato il suo Piano d’azione per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento del suolo (noto come “Ten Soil Regulations” in breve), il primo documento guida della Cina sulla prevenzione e il controllo dell’inquinamento del suolo.
Successivamente sono state introdotte una serie di altre misure, tra cui le misure provvisorie sulla bonifica ambientale del suolo nei siti contaminati, le misure provvisorie sulla bonifica ambientale del suolo dei terreni agricoli e le misure provvisorie sulla bonifica ambientale del suolo dei terreni industriali e minerari.
La Legge sulla prevenzione e il controllo dell’inquinamento del suolo promuove l’istituzione di regioni pioniere per il controllo integrato e la prevenzione dell’inquinamento del suolo, attuando programmi di prova per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento del suolo e tecniche di ripristino. Questi statuti danno chiare garanzie legali per il lavoro di prevenzione e controllo.
La Cina ha stabilito l’inizio di un quadro di norme tecniche per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento del suolo, come gli Standard per la qualità ambientale del suolo e gli Standard per la valutazione della qualità ambientale del suolo nei terreni utilizzati per le colture alimentari.
La promulgazione di una serie di politiche e la stesura di numerose serie di norme hanno permesso di entrare in una nuova fase in cui la qualità del suolo è garantita parallelamente al controllo dei rischi ambientali.
I controlli dell’inquinamento in Cina sono cresciuti sempre di più negli ultimi 70 anni, con grandi passi avanti nella crescita degli input per questo sforzo. All’inizio degli anni ’80, l’investimento annuale della Cina nella prevenzione e nel controllo dell’inquinamento ambientale si aggirava tra i 2,5 e i 3 miliardi di yuan. Alla fine degli anni '80 tale cifra aveva superato i 10 miliardi di yuan.
Nelle ultime fasi del nono piano quinquennale, l’investimento complessivo aveva raggiunto i 101 miliardi di yuan, superando per la prima volta l’1% del PIL. Nel 2017, l’investimento totale della Cina nella prevenzione e nel controllo dell’inquinamento ambientale è stato di 953,9 miliardi di yuan, con un aumento di 7,2 volte rispetto al 2001 e un tasso di incremento annuo del 14%.
Alla vigilia del 70° anniversario della fondazione della RPC, il direttore del Centro per l’economia e la politica climatica dell’Australian National University, il professor Frank Jotzo ha scritto un articolo per il quotidiano britannico The Guardian. Il professor Jotzo ha osservato che stigmatizzare la crescita delle emissioni cinesi avrebbe potuto avere un senso decenni fa, ma ora nel Paese sono avvenuti enormi cambiamenti e per molti aspetti la politica ambientale della Cina è oggi molto più avanzata rispetto all’Australia e agli Stati Uniti.
IV. Una trasformazione storica in conquiste ecologiche
Una foto col drone della East Lake Greenway a Wuhan, nella provincia di Hubei. Il fiume Yangtze è l’asse dorato dello sviluppo economico della provincia di Hubei. Hubei sta attualmente adottando misure sistematiche per promuovere il ripristino integrato di montagne, corsi d’acqua, foreste, campi, laghi e praterie. Implementando una serie di progetti ambientali chiave come l’iniziativa della cintura di protezione del fiume Yangtze, la bonifica dell’erosione del suolo e la conservazione dei fiumi, dei laghi e delle zone umide, la provincia ha migliorato notevolmente l’ecosistema del fiume Yangtze e ha aumentato continuamente la qualità dell’acqua del fiume. Hubei ha attivamente esplorato modi per capitalizzare il suo patrimonio naturale, e si è concentrata sul rafforzamento delle barriere ecologiche che proteggono il corso medio del fiume Yangtze. FOTO DI XINHUA REPORTER XIAO YIJIU
Per 70 anni, la Cina ha mantenuto un’uguale attenzione alla protezione dell’ambiente e alla gestione dell’inquinamento, attuando una serie di importanti programmi ambientali, come la protezione naturale delle foreste e la restituzione dei terreni agricoli marginali alle foreste o ai pascoli.
Il Paese ha progredito nello sviluppo di un sistema di riserve naturali composto principalmente da parchi nazionali, segnando una linea di fondo nella conservazione ecologica. Questa enfasi è stata ancora più marcata dal 18° Congresso nazionale del PCC.
C’è stata innovazione nella protezione e nel ripristino sistematico delle montagne, dei fiumi, delle foreste, dei terreni coltivati, dei laghi e delle praterie; anche il lancio di un programma di ecologizzazione a livello nazionale. Ciò ha significato un continuo rafforzamento della barriera di sicurezza ecologica nazionale, portando chiari miglioramenti nella stabilità e nella qualità degli ecosistemi.
L’ambiente della Cina ha raggiunto una transizione storica da miglioramenti localizzati in modo frammentario a un miglioramento globale coordinato. La patria cinese diventa sempre più bella e la sua gente prova un senso di appagamento, felicità e sicurezza.
La copertura forestale è cresciuta da appena l’8% nei primi anni della RPC al 22,96% di oggi, con un volume di legname di 17,56 miliardi di metri cubi, facendo della Cina il Paese con la più grande crescita delle risorse forestali del mondo. Il tasso di protezione delle zone umide naturali è salito al 49,03%, ottenendo grandi elogi da parte della comunità internazionale.
C’è stata una completa inversione di tendenza nella desertificazione; i deserti crescevano di 3.436 chilometri quadrati all’anno alla fine del secolo scorso, ma oggi si stanno riducendo al ritmo di 1.980 chilometri quadrati all’anno.
La Cina è oggi il Paese con il più marcato successo nel controllo della desertificazione nel mondo. I dati satellitari rilasciati dalla NASA l’11 febbraio 2019 hanno mostrato che la nuova copertura vegetale in Cina rappresenta il 25% dell’aumento globale, rendendo il Paese un leader mondiale in questo senso.
Nella gestione dei corpi idrici, la percentuale di sezioni di campionamento che mostrano una buona qualità delle acque superficiali cinesi continua ad aumentare, mentre quella che mostra una scarsa qualità dell’acqua di grado V è in calo. C’è un costante miglioramento della qualità dell’acqua nei principali fiumi cinesi.
Nel 2018, su 1.935 sezioni o punti di campionamento delle acque superficiali in Cina, il 71% ha soddisfatto gli standard di qualità di grado I-III, con un aumento di 3,2 punti percentuali rispetto ai dati del 2016. La percentuale che mostra una scarsa qualità di grado V è stata del 6,7%, con un calo di 1,9 punti percentuali rispetto al 2016. Su 417 punti di prova dell’acqua di mare nelle acque costiere cinesi, il 74,6% ha raggiunto gli standard nazionali di qualità dell’acqua di mare di grado I o II, con un aumento di 1,2 punti percentuali rispetto al 2016.
C’è stata una continua innovazione nei metodi per il controllo e la prevenzione dell’inquinamento, un’espansione continua di settori che operano con un vigore sempre maggiore nel lavoro. Nel 2005, le emissioni di anidride solforosa della Cina sono aumentate del 27,8% rispetto al 2000, un picco storico.
Nel 2010 si è registrata una svolta: le emissioni di anidride solforosa sono diminuite del 14,3% rispetto al 2005 e la domanda di ossigeno chimico è diminuita del 12,5%, superando gli obiettivi fissati nell’11° Piano quinquennale.
Nel 2015, questi dati sono nuovamente diminuiti, in quanto le emissioni di anidride solforosa sono diminuite del 18% rispetto al 2010 e la domanda chimica di ossigeno del 12,9%, superando entrambi gli obiettivi fissati per il controllo delle emissioni.
Nel 2018 i dati sono di nuovo in calo rispetto al 2017, rispettivamente del 6,7% e del 3,1%. Grazie a una triplice politica di riduzione delle emissioni programmatica, strutturale e gestita, sono stati raggiunti importanti risultati nella riduzione delle emissioni inquinanti.
In soli sei brevi anni di attuazione, dal 2013 al 2018, il “Ten Air Regulations” ha visto il primo lotto di città iniziare il monitoraggio delle PM2,5 e un calo complessivo medio delle concentrazioni di PM2,5 del 41,7%.
Gli ultimi anni hanno visto i miglioramenti più evidenti, con cifre per il 2017 in calo del 20,5% su base annua e del 12,1% su base annua per il 2018. Anche i dati relativi al periodo gennaio-agosto 2019 sono diminuiti del 14,3% su base annua.
Nel 2018, la percentuale di giorni di buona qualità dell’aria in 338 città della Cina a livello prefettizio o superiore ha raggiunto il 79,3%. Con l’introduzione del Clean Air Action Plan (2013-2017) nel settembre 2013, la capitale ha dichiarato guerra allo smog.
Impiegando una serie di misure di controllo, nel 2018 le concentrazioni medie annue di PM2,5 sono state di 51 microgrammi per metro cubo, con un calo del 42,7% rispetto al dato comparabile del 2013.
Un chiaro contrasto può essere tracciato con Londra, dove un incidente di smog nel 1952 ha portato a 30 anni di sforzi da parte del governo britannico prima che la città non fosse più nota per i propri livelli di smog. Los Angeles ha avuto problemi di smog simili nel 1943 e ci sono voluti 64 lunghi anni prima che la città soddisfacesse finalmente gli standard di aria pulita nel 2007.
I rischi per la salute pubblica derivanti dallo smog a Yokkaichi negli anni ’60 hanno portato il governo giapponese a mettere in atto controlli sull’ossido di zolfo nell’aria. Ci sono voluti 35 anni perché la cifra di 50 microgrammi per metro cubo del 1975 scendesse ai 21 microgrammi del 2010.
Sia rispetto al passato della Cina, sia rispetto all’esperienza di altre nazioni, difficilmente si possono trovare precedenti per l’importanza attribuita alla governance ambientale, il vigore con cui il lavoro è stato intrapreso e la rapidità dei miglioramenti ambientali dal 18° Congresso nazionale del PCC.
Il percorso verde della Cina verso lo sviluppo ha suscitato l’interesse globale e l’approvazione della comunità internazionale. In occasione della 27a sessione del Consiglio direttivo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) nel 2013, il concetto di civiltà ecologica di origine cinese è stato incluso in una delle risoluzioni adottate.
Tre anni dopo, l’UNEP ha pubblicato un rapporto speciale, “Green Is Gold - La strategia e le azioni della civiltà ecologica cinese”, che ha dato pieno appoggio agli enormi risultati ottenuti dalla Cina nella costruzione di una civiltà ecologica e al significato globale che essa ha.
Nel novembre 2015, il presidente Xi Jinping ha partecipato alla Conferenza sul clima di Parigi, dove ha tenuto un importante discorso dal titolo “Lavoriamo insieme per costruire un meccanismo di governance vincente, equo ed equilibrato sul cambiamento climatico“, dimostrando una sagacia e una volontà di assumersi le responsabilità adatte a una grande nazione.
A dicembre, dopo lunghe e dure battaglie, è stato firmato formalmente l’accordo di Parigi, pietra miliare. Poi il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha detto che la Cina ha dato un contributo storico nel far passare l’accordo di Parigi.
La Cina, come sempre, ha assunto un ruolo attivo nel rispondere al cambiamento climatico e nel promuovere lo sviluppo di una civiltà ecologica globale, assumendosi la responsabilità di guidare dal fronte, pur essendo pienamente consapevole delle difficoltà che ciò comporta, facendo conoscere le idee filosofiche cinesi e aiutando a guidare un percorso lungo la strada.
Originariamente apparso sul Qiushi Journal, edizione cinese, n. 21, 2019
Fonte
02/11/2020
Cina - Verso il 14° Piano Quinquennale (2020-2025)
Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese
Lo scorso giovedì si è concluso il quinto Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che aveva il compito di indicare gli indirizzi generali del quattordicesimo Piano Quinquennale.
Qualunque sia il risultato che uscirà dalle urne dopo il 3 novembre negli Stati Uniti, qualunque sia la strategia che verrà messa in campo dalla prossima amministrazione nord-americana – come ha dichiarato un funzionario del governo cinese al Financial Times – “è certo che la strategia di de-connessione industriale tra la Cina e gli Stati Uniti continuerà il prossimo anno”.
Come ha affermato al prestigioso quotidiano britannico Larry Hu, capo-economista di Macquarie rispetto alla Cina: “oggi la più grande sfida per Pechino è la potenziale de-connessione economica con gli USA”.
Una separazione che passa attraverso una maggiore autonomia tecnologica da realizzarsi con massicci investimenti statali in “Ricerca e Sviluppo”, che si assesteranno per i prossimi 5 anni attorno al 3% del PIL, rispetto al 2,2% attuali.
“Solo essendo tecnologicamente autosufficienti possiamo supportare uno sviluppo di alta qualità”, ha detto venerdì mattina Han Wenxiu, un alto funzionario finanziario del partito, in una conferenza stampa.
Quali saranno i settori in cui la Cina investirà maggiormente?
Qu Hongbin, capo economista cinese di HSBC, ha affermato al FT che “ci sarà più di una spinta politica per una maggiore spesa in ricerca e sviluppo nei prossimi anni, soprattutto in settori strategici come la biotecnologia, i semiconduttori e i nuovi veicoli energetici”.
Una delle priorità sarà quindi colmare il gap produttivo rispetto al settore dei semi-conduttori, di cui solo ¼ di quelli venduti in Cina è prodotto nella Repubblica Popolare.
La Cina è alla pari degli Stati Uniti come quota mondiale del settore, con poco più del 10% e 13 mila aziende, dietro rispettivamente alla Corea del Sud – leader globale – che copre più di un quarto della produzione mondiale, Taiwan con circa il 20% (con cui la Repubblica Popolare trattiene però rapporti sempre più ostili), ed il Giappone, poco sopra il 15%, che ha più volte annunciato la propria volontà di sganciarsi dalle filiere produttive cinesi.
Un ruolo relativamente subordinato, quello della Cina, anche rispetto alle capacità che la Repubblica Popolare è in grado di mettere in campo, nonostante i sussidi statali forniti negli ultimi 20 anni ai produttori di chip, 100 volte in più di quelli erogati dal governo di Taiwan nel settore. Un sostegno alle aziende che già andava ben oltre la loro redditività economica immediata, ma considerato come strategico.
La “potenza di fuoco” di questi investimenti verrà potenziata – probabilmente 1.400 miliardi di dollari da qui al 2025 – anche se alcuni esperti affermano che questo non risolverà le difficoltà cinesi nel settore.
Secondo una recente inchiesta del FT: “Le priorità di Pechino ora includono il potenziamento della sua abilità tecnologica nell’automazione della progettazione elettronica (EDA) – il software utilizzato nella progettazione dei chip – e nella realizzazione delle macchine utilizzate negli impianti di fabbricazione dei chip.”
Ed è notizia recente che il colosso Huawei sta lavorando ai piani per un impianto ai chip, a Shanghai, che non utilizzerebbe la tecnologia americana, consentendole di garantire le forniture per la sua attività di infrastruttura di telecomunicazioni principale nonostante le sanzioni statunitensi.
Un passo significativo per una delle sfide più impegnative per Pechino.
Torniamo al Plenum.
Il comunicato si apre con il riconoscimento del sostanziale raggiungimento degli obiettivi del tredicesimo Piano Quinquennale e della continuità del lavoro.
Vengono ribaditi i concetti entrati stabilmente nei ragionamenti della dirigenza cinese sotto Xí Jinping: il “pensiero di Xí Jinping per la Nuova Era”, “il Grande Ringiovanimento della Nazione Cinese” e “la modernizzazione socialista entro il 2035”.
Secondo il comunicato, nel 14esimo Piano il nocciolo duro: “sarà la circolazione domestica, la doppia circolazione domestica e internazionale si sosterranno l’un l’altra”. E “l’innovazione sarà al centro dello sviluppo del paese”.
“La sessione plenaria propone la formazione di un forte mercato domestico e la costruzione di una nuova via di sviluppo. Aderendo alle basi strategiche di espansione della domanda interna, accelerare la costruzione di un sistema di domanda interna completo, integrare l’attuazione della strategia dell’espansione della domanda interna con l’approfondimento delle riforme supply-side, creare una nuova domanda sulla base di offerta innovativa di alta qualità”.
È necessario infatti “promuovere i consumi ed espandere gli spazi di investimento”. Il contrario dell'“austerità”, esplicitamente.
“Il Plenum ha proposto di dare priorità allo sviluppo delle aree rurali e agricole, promuovere la rivitalizzazione rurale. Continuare nel lavoro sulle “tre questioni rurali” deve essere una priorità del lavoro del Partito, seguire il percorso della rivitalizzazione rurale socialista con caratteristiche cinesi (…) Rafforzare l’uso dell’industria per rifornire l’agricoltura e usare le città per guidare le campagne, promuovere la formazione della mutua promozione tra operai e contadini”.
Il comunicato parla di “un nuovo tipo di relazione tra aree urbane e rurali, in cui queste aree sono complementari, coordinate e prospere”. Nel passaggio finale si auspica quanto segue: “arrivare a una connessione efficace tra il consolidamento e l’espansione dei risultati sulla lotta alla povertà da una parte e la rivitalizzazione rurale dall’altra”.
Il Comunicato non indica volutamente obiettivi numerici, che verranno pubblicati invece nel Piano Quinquennale completo, che sarà un documento molto complesso, e sarà bene diffidare di chi vorrà darne una lettura in tempi brevissimi.
Oltre ai passaggi qua tradotti, vale la pena di notare alcune cose.
1) Il concetto della “doppia circolazione” introdotto questa estate entra a far parte della terminologia ufficiale della dirigenza cinese. Almeno a partire dal dodicesimo Piano Quinquennale, il riequilibrio dell’economia cinese è nelle priorità di una dirigenza che da tempo sa di non poter gestire il paese sulla base delle sole esportazioni.
Tra l’esserne consapevoli e trarne le dovute conseguenze, il passo non è automatico. L’aumento dei consumi interni e la creazione di una fascia di popolazione a medio reddito, formata da centinaia di milioni di persone – tutte cose che il documento del Plenum registra come successi – non è bastata a spostare decisamente l’asse della crescita verso la domanda interna.
Ora la dirigenza cinese punta tutto sull’alta tecnologia per creare un mercato interno che non sia solo grande, ma anche di qualità.
2) Nella terminologia rientrano anche le riforme supply-side. Un termine che nei paesi occidentali ha coperto le riforme pro-mercato, e che in Cina è tornato dai primi anni di presidenza di Xí dopo molti di assenza.
Finora le riforme “supply-side” sono andate a colpire imprese pubbliche in settori specifici (acciaio e carbone, per esempio) che non riuscivano più a stare sul mercato, imprese che appesantiscono i debiti soprattutto delle istituzioni locali.
Questo tipo di riforme sono in ogni caso recessive e la dirigenza cinese le ha compensate con altre riforme espansive. Non ci è dato sapere se questa compensazione è frutto del raggiungimento di un punto di equilibrio tra Xí e dei suoi consiglieri più stretti o se, come sostengono alcuno osservatori, sia “equilibrio precario” tra chi vuole andare molto più a fondo con le riforme supply-side – il nome generalmente indicato è quello del vice-premier Liu He – e il corpo dell’amministrazione che invece teme effetti dirompenti di riforme che intacchino il sistema di potere consolidato e la governance politica delle contraddizioni sociali.
Fatto sta che dalla crisi del Covid-19 i giornali internazionali sono tornati a battere la grancassa del rischio di insolvenza di imprese di stato e istituzioni locali.
Questo è un nodo che evidenzia come ci sia un conflitto tra due visioni che sono espressione di interessi di classe che sono riusciti a trovare una convergenza ed un output politico conseguente, ma il confine tra “razionalizzazione produttiva” e forme di vero e proprio downsizing del settore produttivo pubblico è molto labile.
3) Sull’ambiente non c’è un paragrafo dedicato, ma la questione è presente in più o meno tutti gli aspetti toccati dal comunicato. La salvaguardia ambientale è un tema che è entrato nei piani quinquennali già dal dodicesimo congresso, ora bisognerà vedere come verrà trattato nell’articolazione completa del quattordicesimo.
Meno di due mesi fa Xí Jinping ha annunciato all’ONU la volontà di programmare una Cina carbon-free entro il 2060. Considerato che a oggi la Repubblica Popolare è il maggiore consumatore mondiale di carbone – circa il 58% della produzione totale di energia del paese è derivata da carbone – il Piano dovrà contenere indicazioni molto concrete in questa direzione.
Come riporta il quotidiano cinese Global Times – che cita uno studio sulle strategie di lungo termine di Pechino per la riduzione della propria dipendenza dal carbone – il picco delle emissioni di CO2 potrebbe essere raggiunto nel 2025 per poi calare nel 2030.
“Rispetto al 2005, le emissioni di CO2 per unità di PIL in Cina sono diminuite del 48% entro il 2019, pari a una riduzione di 5,62 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2, 11,92 milioni di tonnellate di emissioni di SO2 e 11,3 milioni di tonnellate di NOx. (...) Il consumo di carbone è sceso al 55,7% della produzione di energia dal 72,4% e l’energia non fossile ha rappresentato il 15,3% della produzione di energia” Afferma Xie Zhenhua, Special Advisor per le questioni attinenti al cambiamento climatico in Cina, Ministro dell’Ecologia e dell’Ambiente e Presidente dell’Istituto del Climate Change e dello Sviluppo Sostenibile all’Università di Tsinghua. In pratica la più alta autorità in materia.
4) Il Comitato centrale ha dichiarato che l’esercito cinese – una delle priorità fondamentali di Xi da quando è entrato in carica nel 2012 – è notevolmente migliorato, anche se ha promesso di fare ulteriori “passi importanti” per migliorare la sicurezza del paese. Il comitato non ha dettagliato alcun nuovo programma, ma ha chiesto “un rafforzamento completo dell’addestramento e della preparazione militare”.
Xi è tornato più volte sul tema nelle recenti apparizioni con l’Esercito Popolare di Liberazione, mentre le tensioni militari sono aumentate dall’Himalaya a Taiwan al Mar Cinese Meridionale. Il comitato ha anche chiesto una più stretta coesione civile-militare, sotto l’autorità del Partito Comunista, spina dorsale della società cinese.
“È necessario rafforzare il sistema di sicurezza nazionale e lo sviluppo delle capacità per garantire la sicurezza economica nazionale, garantire la sicurezza della vita delle persone e mantenere la stabilità e la sicurezza sociale”, ha affermato il Comitato.
Come afferma il Corrispondente di Le Monde a Pechino: “Il comunicato insiste su altre due date: 2027 e 2035. La prima data corrisponde al centenario dell’Esercito popolare di liberazione. L’obiettivo è di portare a termine ‘la completa modernizzazione dell’esercito’ entro questa data. Ma Xi Jinping non è solo presidente della Commissione militare centrale, ma ‘il pensiero di Xi Jinping per rafforzare l’esercito’, una frase finora poco usata, è apparsa nel comunicato. La ‘sicurezza’ è una delle componenti essenziali di questo 14 ° piano”.
Qualunque sia il giudizio sullo Stato cinese, non ci si può più permettere di guardarlo con le lenti dell’“orientalismo”, del China bashing o, esagerando in direzione opposta, dell’innamoramento acritico.
Concludiamo con il giudizio sul Plenum di Julian B.Gewirtz, uno dei consulenti nord-americani sulla Cina più influenti in campo democratico e che aveva espressamente affermato la necessità di riformulare una strategia complessiva nei confronti di Pechino: “Il tono dominante è che la Cina ha grandi opportunità di crescita, per gestire il processo di disaccoppiamento a proprio favore e per stabilire i termini per la prossima fase della globalizzazione” ha dichiarato al New York Times.
“Questo è davvero un tono straordinario da ascoltare in un momento in cui non sono solo gli Stati Uniti che continuano a lottare con la pandemia”.
E se lo dice lui.
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