Quando si parla, spesso a casaccio, dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si parla di una cifra intorno ai 200 miliardi che l’Italia avrebbe ricevuto dell’Unione Europea per “far ripartire il paese” dopo lo shock della pandemia di Covid-19 tra il 2020 e il 2021.
I circa 200 miliardi (194,4 per l’esattezza) sono la somma del programma Next Generation EU destinato al nostro Paese. Ma quei fondi non sono tutti uguali. I finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammontano a 194,4 miliardi di euro, di cui però 122,6 miliardi sono prestiti da restituire e 71,8 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Quindi il 63% è nuovo debito pubblico che dovrà essere restituito, e con gli interessi.
A certificare l’inettitudine della classe dirigente nel nostro paese, l’Italia e la Polonia sono gli unici due Stati membri della Ue per i quali la quota di prestiti (e quindi dei futuri debiti) supera quella delle sovvenzioni a fondo perduto. Al contrario, la Spagna ha incassato quasi 80 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto contro i nostri 72, scegliendo però di non accollarsi la componente a debito.
La prima rata dei prestiti ricevuti con il PNRR – circa 11 miliardi – dovrà cominciare ad essere restituita a partire dal maggio 2033 e così sarà fino al maggio 2052. Venti anni di “cambiali” da non mandare in protesto.
I fondi europei del Next Generation Eu, dunque, non sono stati un regalo ma un prestito da restituire, e in Italia lo saranno ancora di più per la stoltezza strategica della classe dirigente.
Di Draghi e Meloni in particolare (al povero Conte non hanno fatto neanche toccare palla), anche se il primo ha molte più responsabilità della seconda nella definizione dei progetti e delle forme del finanziamento che ha ulteriormente stretto la tagliola intorno alla gola del Paese con un nuovo e più pesante vincolo esterno.
L’Italia, inoltre, è da sempre un contributore netto per l’Unione Europea. In sostanza versa a Bruxelles più di quanto riceve.
Sulle risorse ordinarie del bilancio europeo – senza contare il PNRR – l’Italia è da sempre un contributore netto. Nel 2022, ultimo anno di riferimento consolidato, ha versato circa 16,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti 14,3, con un saldo negativo di quasi 2,4 miliardi. Ancora alla fine del 2025 il nostro Paese figurava al terzo posto fra i contributori netti dell’Unione Europea, più dell’Italia fanno solo Germania e Francia. Dunque versiamo più di quanto incassiamo.
L’unico anno in cui questa rapporto si è ribaltato è stato il 2021, in piena pandemia Covid-19, quando – per la prima volta nella storia – l’Italia è diventata beneficiaria netta con un saldo positivo di circa 8,6 miliardi nei confronti dell’Unione Europea.
Questo ribaltamento è dipeso interamente dal PNRR. Senza il Next Generation EU, anche nel 2021 l’Italia avrebbe versato a Bruxelles più di quanto riceveva.
È dunque completamente sballata la narrazione retorica secondo cui “il nostro paese riceve più di chiunque altro”. Nella storia dei rapporti tra l’Italia e la Ue questo è avvenuto una sola volta e sulla base di un provvedimento straordinario, temporaneo, in scadenza nel 2026, e composto nella sua maggioranza da un debito da restituire. Cioè un vincolo esterno ancora più forte.
Il PNRR infatti non è un “pasto gratis”: è un dispositivo di governo. I fondi vengono erogati a rate e ogni rata è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi negoziati con Bruxelles.
Il piano italiano è oggi articolato in 575 fra traguardi e obiettivi. Ad oggi la Commissione europea ha versato circa 153 miliardi avendo verificato 366 obiettivi, poco più del 64%. Ogni rata arriva contro la prova di una riforma completata, di un decreto approvato, dei tempi di un cantiere raggiunti entro la scadenza prevista. Finanche del cantiere per quasi 1,5 milioni di euro per ristrutturare una scuoletta in una frazione del reatino in cui non da anni non ci sono più alunni perché è spopolata.
E qui sorgono due domande:
1) i soldi del PNRR che dovremo restituire sono stati spesi bene?
2) Questo vincolo esterno è veramente positivo o è uno strumento di controllo, strangolamento ed infine una pesante limitazione della democrazia di un paese?
L’esperienza raccontata da Yanis Varoufakis, che è stato ministro delle Finanze della Grecia massacrata dalla Troika europea nel 2015, afferma che i prestiti europei non sono mai soltanto prestiti, ma strumenti di disciplina che subordinano la sovranità di bilancio di un paese a una governance esterna: quella di Bruxelles.
Nel caso di un paese come l’Italia che cresce poco (le stime sono dello 0,5 anche per il 2026) e ha un enorme debito pubblico, la cosa si rivela ancora più pesante.
Nel 2025 il PIL dell’Italia è aumentato dello 0,5%, meno del deludente 0,7% del 2024, mentre il rapporto debito/PIL è risalito al 137,1% dal 134,7% dell’anno precedente.
È sempre bene rammentare che, quando nel 1992 sono iniziate le misure “lacrime e sangue” per abbattere il debito pubblico, il debito era allora “solo” al 105% del PIL. Oggi dopo ventiquattro anni di tagli ai servizi, privatizzazioni, blocco dei salari, aumento di imposte e tasse, è salito al 137%. È evidente che si è trattato di una strategia fallimentare che però ha devastato e ridotto la domanda interna (salari, investimenti, consumi) come leva per lo sviluppo economico.
Non solo. Negli ultimi anni la stretta monetaria della BCE ha alzato il costo del denaro per le imprese e le famiglie proprio mentre la domanda interna continuava ad indebolirsi. Ci sono poi le regole che impediscono gli aiuti di Stato che hanno limitato la capacità del governo di sostenere i settori industriali in difficoltà, ed infine i vincoli di bilancio (rafforzati nel 2012 con la modifica dell’art.81 della Costituzione, che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, ndr) che hanno ristretto lo spazio per gli investimenti pubblici.
Lo Stato, nella dottrina competitiva interna prevista dai Trattati europei, viene ritenuto un “distorsore” del mercato e dell’iniziativa privata da tenere alla larga dall’economia, mentre si tratta del principale motore della stessa. Una politica industriale degna di questo nome richiede capacità di spesa e di indirizzo che le regole europee tendono invece a comprimere o a negare. Unica eccezione in questo schema suicida è la recente deroga sulle spese militari.
L’Unione europea imbriglia il nostro paese dentro una gabbia di vincoli che era sbagliata quando è stata pensata e del tutto inadeguata per un mondo che ormai non esiste più.
Persino un premio Nobel come Joseph Stiglitz ha scritto un intero saggio per sostenere che l’euro, così com’è stato concepito – moneta unica ma senza unione fiscale e politica – abbia danneggiato più che aiutato le economie più deboli dell’eurozona, togliendo loro gli strumenti di aggiustamento economico senza fornirne di alternativi.
Infine, a complicare le cose, oltre quelle già complicate dalla sottomissione ai vincoli imposti dall’Unione europea, sono arrivati i “cigni neri” ossia gli eventi imprevisti.
Il primo era stata la pandemia di Covid-19 nel 2020/2021 alla quale, come abbiamo visto, è stato risposto iniettando finanziamenti ai paesi europei.
I secondi sono state i doppi shock energetici dovuti alla guerra in Ucraina nel 2022 e poi a quella contro l’Iran nel 2026.
Nel rapporto sulla competitività dell’Unione presentato nel settembre 2024, Mario Draghi ha affermato che i prezzi dell’elettricità per l’industria europea sono oggi superiori da due a tre volte rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina, e che storicamente i prezzi al dettaglio dell’elettricità nell’UE sono stati fino all’80% più alti di quelli statunitensi. Inevitabile che la produzione industriale nell’Unione Europea si sia contratta, su base tendenziale, per diciotto mesi consecutivi tra il 2023 e il 2024.
L’Italia usufruiva per quasi il 40% del gas che arrivava dalla Russia, si trattava di circa 29 miliardi di metri cubi l’anno, e il metano pesava per oltre il 40% tanto sul nostro mix energetico quanto sulla produzione di elettricità. Nessuna grande economia europea, con l’eccezione della Germania, era altrettanto esposta. E il gas russo era anche il più conveniente arrivando attraverso i gasdotti, con contratti di lungo periodo.
A causa della sanzioni adottate contro la Russia, nel 2024 il gas russo in ingresso era crollato dell’80%, a 5,5 miliardi di metri cubi, meno del 9% dei consumi. E dal 1° gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, anche quella residua fornitura è stata interrotta.
Il gas russo perduto è stato rimpiazzato con GNL – gas liquefatto in larga parte statunitense – e con forniture dall’Algeria e dall’Azerbaijan più costose del metano russo. Conseguenze? Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità alla Borsa italiana ha toccato i 108 €/MWh, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna, i 58 della Francia; a gennaio 2025 il prezzo unico nazionale viaggiava intorno ai 139 €/MWh, a fronte dei circa 61 registrati negli Stati Uniti.
Per riempire il vuoto dovuto allo stop del gas russo a causa delle sanzioni, l’Italia si è dissanguata per tappare una falla aperta da una crisi geopolitica e amplificata da una scelta energetica sbagliata.
Soldi pubblici evaporati per pagare la bolletta di una guerra in cui non volevamo e non dovevamo essere coinvolti. Ma nella quale l’Unione europea intende trascinarci, stringendo ancora più una garrota alla gola del paese che oltre all’austerity può portarci anche alla guerra.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026
Con Il PNRR aumenta il vincolo esterno. Una “garrota” della Ue da cui liberarsi
06/05/2026
Da istituti tecnici a centri di addestramento per gli schiavi del terzo millennio
Sotto la copertura del PNRR, il governo manda a segno un altro colpo al cuore della scuola della Costituzione: la de-forma degli istituti tecnici, mandante Confindustria.
Con una legge delega, a sorpresa, senza un minimo di consultazione delle sigle sindacali di categoria e di docenti e dirigenti scolastici, il governaccio di centro-destra, che in disastri non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori di centro sinistra, manda a segno un colpo che verrà avvertito soprattutto dalle famiglie con disagio economico: la riforma degli istituti tecnici.
La riforma prevede fin dal 2026/27, ad iscrizioni già avvenute, la riduzione di un anno del corso di studi degli istituti tecnici, con un taglio significativo delle ore di italiano e geografia economica e l’aumento delle ore di alternanza scuola lavoro.
Ma il bello arriva dopo: per acquisire un titolo di studio direttamente spendibile nel mondo del lavoro, gli studenti dovranno integrare il percorso con altri due anni A PAGAMENTO, in funzione del reddito e della capienza dei fondi pubblici, presso gli ITS.
Gli ITS, per chi non lo sapesse, sono delle fondazioni a cui con soldi pubblici lo stato ha delegato sotto il governo Draghi nella passata legislatura, il compito di addestrare i ragazzi usciti dagli istituti di istruzione secondaria di secondo grado al lavoro in aziende del territorio. Questi istituti infatti hanno un consiglio di amministrazione in cui la parte del leone la fanno le aziende che danno l’indirizzo alla formazione o meglio all’addestramento da impartire.
Un regalone a Confindustria che si avvantaggia del fatto che i costi della formazione al lavoro in azienda vengono scaricati sui contribuenti e sulle famiglie dei ragazzi. Quindi Confindustria decide nel proprio esclusivo interesse come addestrare le proprie nuove reclute, senza pagare per la formazione.
Socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
Come docenti hanno titolo ad insegnarvi quelli che insegnano pure negli istituti tecnici e professionali nonché persone non formate come docenti provenienti dalle stesse aziende.
Quindi appare scontato un dato: i ragazzi che usciranno dalla nuova riforma 4+2 non saranno più preparati di quelli che oggi escono dagli istituti tecnici, perché le ore che perdono per l’alternanza in più e l’anno che perdono di scuola gratuita vanno abbondantemente a compensare quello che acquisiscono nei due anni gestiti direttamente dalle imprese.
In più perderanno ore in quelle discipline formative (italiano e geografia economica) che danno un’impostazione minimamente critica e di respiro generale alla formazione tecnica che appunto si trasforma in addestramento al lavoro in azienda.
Ma c’è di più! In un periodo come quello in cui stiamo vivendo in cui le tecniche di produzione cambiano alla velocità della luce, i ragazzi usciti dagli ITS in capo a due o tre anni non avranno più la formazione idonea a quel lavoro specifico, quindi facilmente verranno rimpiazzati dalle nuove reclute con formazione aggiornata e costretti a pagare nuovamente per acquisire nuova formazione. Oltretutto quella formazione può avere un suo senso solo se legata alle aziende del territorio, difficilmente potrà essere fatta valere in altri luoghi.
Quindi chi la conseguirà sarà un precario a vita, costretto ad una formazione continua e sotto il giogo di padroni locali, a pagamento, salvo che l’azienda non chiuda o modifichi completamente la produzione. In quel caso colui che avrà scelto di essere addestrato da schiavo, non avrà più modo di riciclarsi.
Diciamo che questa riforma è semplicemente SCANDALOSA!
E chiunque avesse da spezzare una lancia a favore di questo governo rispetto al precedente deve prendere atto che questo governo altro non è se non la CONTINUAZIONE di quello precedente.
Infatti la stessa Forza Italia che ha perorato la costituzione degli ITS, ora attraverso Valditara, l’estensore della riforma universitaria del 2010, quella della Gelmini, per intenderci, oggi ci propina questo bel pacchetto tutto incluso in cui paghi per diventare schiavo a vita dei signorotti locali.
Ovviamente le materie umanistiche saranno le più sacrificate: per fare lo schiavo non hai bisogno di usare il cervello, bastano le mani.
Fonte
Con una legge delega, a sorpresa, senza un minimo di consultazione delle sigle sindacali di categoria e di docenti e dirigenti scolastici, il governaccio di centro-destra, che in disastri non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori di centro sinistra, manda a segno un colpo che verrà avvertito soprattutto dalle famiglie con disagio economico: la riforma degli istituti tecnici.
La riforma prevede fin dal 2026/27, ad iscrizioni già avvenute, la riduzione di un anno del corso di studi degli istituti tecnici, con un taglio significativo delle ore di italiano e geografia economica e l’aumento delle ore di alternanza scuola lavoro.
Ma il bello arriva dopo: per acquisire un titolo di studio direttamente spendibile nel mondo del lavoro, gli studenti dovranno integrare il percorso con altri due anni A PAGAMENTO, in funzione del reddito e della capienza dei fondi pubblici, presso gli ITS.
Gli ITS, per chi non lo sapesse, sono delle fondazioni a cui con soldi pubblici lo stato ha delegato sotto il governo Draghi nella passata legislatura, il compito di addestrare i ragazzi usciti dagli istituti di istruzione secondaria di secondo grado al lavoro in aziende del territorio. Questi istituti infatti hanno un consiglio di amministrazione in cui la parte del leone la fanno le aziende che danno l’indirizzo alla formazione o meglio all’addestramento da impartire.
Un regalone a Confindustria che si avvantaggia del fatto che i costi della formazione al lavoro in azienda vengono scaricati sui contribuenti e sulle famiglie dei ragazzi. Quindi Confindustria decide nel proprio esclusivo interesse come addestrare le proprie nuove reclute, senza pagare per la formazione.
Socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
Come docenti hanno titolo ad insegnarvi quelli che insegnano pure negli istituti tecnici e professionali nonché persone non formate come docenti provenienti dalle stesse aziende.
Quindi appare scontato un dato: i ragazzi che usciranno dalla nuova riforma 4+2 non saranno più preparati di quelli che oggi escono dagli istituti tecnici, perché le ore che perdono per l’alternanza in più e l’anno che perdono di scuola gratuita vanno abbondantemente a compensare quello che acquisiscono nei due anni gestiti direttamente dalle imprese.
In più perderanno ore in quelle discipline formative (italiano e geografia economica) che danno un’impostazione minimamente critica e di respiro generale alla formazione tecnica che appunto si trasforma in addestramento al lavoro in azienda.
Ma c’è di più! In un periodo come quello in cui stiamo vivendo in cui le tecniche di produzione cambiano alla velocità della luce, i ragazzi usciti dagli ITS in capo a due o tre anni non avranno più la formazione idonea a quel lavoro specifico, quindi facilmente verranno rimpiazzati dalle nuove reclute con formazione aggiornata e costretti a pagare nuovamente per acquisire nuova formazione. Oltretutto quella formazione può avere un suo senso solo se legata alle aziende del territorio, difficilmente potrà essere fatta valere in altri luoghi.
Quindi chi la conseguirà sarà un precario a vita, costretto ad una formazione continua e sotto il giogo di padroni locali, a pagamento, salvo che l’azienda non chiuda o modifichi completamente la produzione. In quel caso colui che avrà scelto di essere addestrato da schiavo, non avrà più modo di riciclarsi.
Diciamo che questa riforma è semplicemente SCANDALOSA!
E chiunque avesse da spezzare una lancia a favore di questo governo rispetto al precedente deve prendere atto che questo governo altro non è se non la CONTINUAZIONE di quello precedente.
Infatti la stessa Forza Italia che ha perorato la costituzione degli ITS, ora attraverso Valditara, l’estensore della riforma universitaria del 2010, quella della Gelmini, per intenderci, oggi ci propina questo bel pacchetto tutto incluso in cui paghi per diventare schiavo a vita dei signorotti locali.
Ovviamente le materie umanistiche saranno le più sacrificate: per fare lo schiavo non hai bisogno di usare il cervello, bastano le mani.
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23/02/2026
01/01/2026
Quando il welfare è nelle mani delle aziende
Il 2026 doveva essere l’anno del PNRR, per raccogliere i frutti di quel Piano nazionale di ripresa e resilienza pensato per ridisegnare il Paese e non per restituirci la “normalità” che ci ha portato alla pandemia. Tra gli obiettivi iniziali del Piano (Missione 4, componente 1) c’era la creazione di 264.480 nuovi posti in asili nido e scuole per l’infanzia entro fine 2025, con 4,6 miliardi di euro a bilancio. Poi l’attuale governo ha tagliato la previsione a 150.480 posti e spostato la scadenza a giugno 2026, al fotofinish, riducendo le risorse a 3,24 miliardi. La copertura prevista a fine progetto passerebbe perciò da 46 a 39 posti ogni 100 bambini di 0-2 anni. Ma siamo nel campo della fantasia.
Per l’Ufficio parlamentare di bilancio già un anno fa erano evidenti le “incertezze sul conseguimento dell’obiettivo sia in termini quantitativi sia temporali”. Nel maggio 2025 l’Istat ci ha ricordato in quale Paese viviamo. Secondo l’ultimo “Report sui servizi educativi per l’infanzia in Italia” nell’anno educativo 2022/2023, le unità di offerta censite sul territorio nazionale hanno per la prima volta superato quota 14mila: anche se l’incremento dei posti complessivi (pubblici e privati) è del 4,5% rispetto all’anno prima, non riesce comunque a soddisfare la domanda che pure continua a crescere nonostante il tracollo delle nascite. Quasi sei strutture su dieci riportano di avere bambini in lista d’attesa, dato in aumento. “Le difficoltà a soddisfare tutte le richieste risultano più marcate nei servizi del settore pubblico – ricorda l’Istat –: il 68,9% dichiara di avere domande inevase, quota che sale al 73,3% per le unità di offerta pubbliche del Nord. Anche nel settore privato si registrano liste d’attesa, sebbene con minore frequenza: 54% per i servizi privati tout court e 53,7% per quelli convenzionati”.
L’accesso ai servizi educativi è fortemente diseguale. Alcune aree del Paese sono infatti ancora molto distanti dal Livello essenziale delle prestazioni (Lep) fissato al 33% (33 posti ogni 100 bambini) entro il 2027: Campania 13,2%, Sicilia 13,9%, Calabria 15,7%. Dati imbarazzanti se confrontati al recente obiettivo europeo del 45% di copertura entro il 2030. Incidono tantissimo le disuguaglianze sociali: “I bambini che vivono in famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale, con cittadinanza straniera o con la madre non lavoratrice, registrano livelli di frequenza significativamente inferiori rispetto ai coetanei”. Perché non è “solo” una questione di conciliare vita-lavoro ma di equità e promozione dei diritti dell’infanzia. Così come non è “solo” una questione di posti ma di personale educativo qualificato e ben retribuito. L’Istat infatti riporta che il pieno raggiungimento dell’obiettivo PNRR relativo ai posti autorizzati comporterebbe “un incremento stimato tra le 23.700 e le 24.900 unità di personale aggiuntivo a tempo pieno equivalente, da inserire in un comparto oggi costituito da circa 63.400-68.400 educatrici ed educatori”.
E mentre i bandi sugli asili nido del PNRR promossi dal ministero dell’Istruzione continuano a fermarsi al di sotto degli obiettivi, spuntano iniziative che dovrebbero far discutere di più.
È il caso della neonata Fondazione “Cresciamo il futuro”, iscritta al Registro unico nazionale del Terzo settore il primo dicembre 2025. L’hanno istituita nove giganti dell’economia italiana: A2A, Engineering, Eni, FiberCop, Fincantieri, Intesa Sanpaolo, Ita Airways, Leonardo, Open Fiber. “Un progetto innovativo e inclusivo per contrastare la denatalità e favorire il work life balance”, dicono i promotori, che punterebbe alla “creazione e sviluppo della più grande rete nazionale di asili nido diffusi a cui possono accedere tutte le lavoratrici e i lavoratori dipendenti delle aziende aderenti”. Dovrebbe occuparsi della “gestione diretta o indiretta di asili e scuole per l’infanzia”, della “creazione e il coordinamento di una rete di istituti per rendere quanto più fruibile il servizio”, della “gestione diretta e indiretta di una piattaforma digitale essenziale per lo scambio delle informazioni circa l’accesso alle strutture scolastiche e ricettive per l’infanzia”. L’ossessione è “l’abbandono del posto di lavoro a fronte della nascita dei figli”. È il welfare nelle mani delle aziende. Molto poco resiliente.
Fonte
Per l’Ufficio parlamentare di bilancio già un anno fa erano evidenti le “incertezze sul conseguimento dell’obiettivo sia in termini quantitativi sia temporali”. Nel maggio 2025 l’Istat ci ha ricordato in quale Paese viviamo. Secondo l’ultimo “Report sui servizi educativi per l’infanzia in Italia” nell’anno educativo 2022/2023, le unità di offerta censite sul territorio nazionale hanno per la prima volta superato quota 14mila: anche se l’incremento dei posti complessivi (pubblici e privati) è del 4,5% rispetto all’anno prima, non riesce comunque a soddisfare la domanda che pure continua a crescere nonostante il tracollo delle nascite. Quasi sei strutture su dieci riportano di avere bambini in lista d’attesa, dato in aumento. “Le difficoltà a soddisfare tutte le richieste risultano più marcate nei servizi del settore pubblico – ricorda l’Istat –: il 68,9% dichiara di avere domande inevase, quota che sale al 73,3% per le unità di offerta pubbliche del Nord. Anche nel settore privato si registrano liste d’attesa, sebbene con minore frequenza: 54% per i servizi privati tout court e 53,7% per quelli convenzionati”.
L’accesso ai servizi educativi è fortemente diseguale. Alcune aree del Paese sono infatti ancora molto distanti dal Livello essenziale delle prestazioni (Lep) fissato al 33% (33 posti ogni 100 bambini) entro il 2027: Campania 13,2%, Sicilia 13,9%, Calabria 15,7%. Dati imbarazzanti se confrontati al recente obiettivo europeo del 45% di copertura entro il 2030. Incidono tantissimo le disuguaglianze sociali: “I bambini che vivono in famiglie a rischio di povertà ed esclusione sociale, con cittadinanza straniera o con la madre non lavoratrice, registrano livelli di frequenza significativamente inferiori rispetto ai coetanei”. Perché non è “solo” una questione di conciliare vita-lavoro ma di equità e promozione dei diritti dell’infanzia. Così come non è “solo” una questione di posti ma di personale educativo qualificato e ben retribuito. L’Istat infatti riporta che il pieno raggiungimento dell’obiettivo PNRR relativo ai posti autorizzati comporterebbe “un incremento stimato tra le 23.700 e le 24.900 unità di personale aggiuntivo a tempo pieno equivalente, da inserire in un comparto oggi costituito da circa 63.400-68.400 educatrici ed educatori”.
E mentre i bandi sugli asili nido del PNRR promossi dal ministero dell’Istruzione continuano a fermarsi al di sotto degli obiettivi, spuntano iniziative che dovrebbero far discutere di più.
È il caso della neonata Fondazione “Cresciamo il futuro”, iscritta al Registro unico nazionale del Terzo settore il primo dicembre 2025. L’hanno istituita nove giganti dell’economia italiana: A2A, Engineering, Eni, FiberCop, Fincantieri, Intesa Sanpaolo, Ita Airways, Leonardo, Open Fiber. “Un progetto innovativo e inclusivo per contrastare la denatalità e favorire il work life balance”, dicono i promotori, che punterebbe alla “creazione e sviluppo della più grande rete nazionale di asili nido diffusi a cui possono accedere tutte le lavoratrici e i lavoratori dipendenti delle aziende aderenti”. Dovrebbe occuparsi della “gestione diretta o indiretta di asili e scuole per l’infanzia”, della “creazione e il coordinamento di una rete di istituti per rendere quanto più fruibile il servizio”, della “gestione diretta e indiretta di una piattaforma digitale essenziale per lo scambio delle informazioni circa l’accesso alle strutture scolastiche e ricettive per l’infanzia”. L’ossessione è “l’abbandono del posto di lavoro a fronte della nascita dei figli”. È il welfare nelle mani delle aziende. Molto poco resiliente.
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27/11/2025
Finiti i soldi del PNRR migliaia di lavoratori a rischio licenziamento
Do you remember il PNRR? I soldi arrivati a pioggia negli anni scorsi dal piano di ripresa europeo, dovevano servire a far ripartire l’economia dopo il collasso dovuto alla pandemia.
I recenti governi italiani (con Conte, Draghi e Meloni) sono riusciti a fare un doppio “capolavoro” negativo.
Il primo è che hanno preso più a soldi a prestito che a fondo perduto (come hanno fatto altri paesi), soldi che quindi andranno restituiti.
Il secondo è che invece di usare i finanziamenti PNRR per stabilizzare criticità strutturali del sistema li hanno distribuiti in mille progetti a tempo che, una volta esauriti i soldi, vedranno verranno chiusi senza aver stabilizzato ciò che prima era precario.
Oggi i precari del PNRR Giustizia manifestano davanti al Ministero della Funzione Pubblica per chiedere al Governo che vengano approvati gli emendamenti che prevedono la loro stabilizzazione.
Nei prossimi mesi 6mila lavoratrici e lavoratori precari del PNRR Giustizia perderanno il posto di lavoro. Si tratta di figure professionali altamente qualificate, perfettamente formate e inserite nell’organizzazione del lavoro.
Ma i precari dei progetti finanziati dal PNRR che rischiano di essere licenziati sono quasi 20mila. Non solo nella Giustizia ma anche nelle Università e nei centri di ricerca come il CNR.
Con i licenziamenti verranno buttati a mare i risultati raggiunti con il progetto PNRR e rimarrà solo il debito da onorare con l’Unione Europea.
Questa è la politica del Governo Meloni e l’amministrazione del sistema Giustizia del Ministro Nordio, il quale sembra ossessionato solo dal fare la guerra ai magistrati e raggiungere l’obiettivo della separazione delle carriere.
La Legge di bilancio che sta per essere presentata alle Camere dal Governo, dovrebbe contenere anche le risposte ad alcune questioni fondamentali, fra queste la stabilizzazione di tutti i 12mila precari del Ministero della Giustizia utili a consolidare gli avanzamenti realizzati con il PNRR e a colmare la cronica carenza di personale che caratterizza questo delicatissimo settore.
Ad oggi solo la metà di loro, 6mila, dovrebbe rimanere, mentre altrettanti lavoratrici e lavoratori il 1 luglio del prossimo anno andranno a casa lasciando un enorme buco di organico nel settore.
La manifestazione di oggi arriva dopo gli scioperi del 31 gennaio e del 15 ottobre promossi dall’USB che hanno registrato altissime percentuali di adesione. E i precari annunciano che la protesta non si fermerà fino a quando il Governo si deciderà a dare risposte concrete.
Un comunicato del Ministero parla di accordo raggiunto con i sindacati Cisl, Uil, Unsa, Flp e Confintesa ma fa gelare il sangue: a seguire verranno avviate le procedure per i restanti profili nei limiti delle unità già finanziate: cioè 6mila precari perderanno il lavoro con il benestare dei cosiddetti “firmatari”.
Fonte
I recenti governi italiani (con Conte, Draghi e Meloni) sono riusciti a fare un doppio “capolavoro” negativo.
Il primo è che hanno preso più a soldi a prestito che a fondo perduto (come hanno fatto altri paesi), soldi che quindi andranno restituiti.
Il secondo è che invece di usare i finanziamenti PNRR per stabilizzare criticità strutturali del sistema li hanno distribuiti in mille progetti a tempo che, una volta esauriti i soldi, vedranno verranno chiusi senza aver stabilizzato ciò che prima era precario.
Oggi i precari del PNRR Giustizia manifestano davanti al Ministero della Funzione Pubblica per chiedere al Governo che vengano approvati gli emendamenti che prevedono la loro stabilizzazione.
Nei prossimi mesi 6mila lavoratrici e lavoratori precari del PNRR Giustizia perderanno il posto di lavoro. Si tratta di figure professionali altamente qualificate, perfettamente formate e inserite nell’organizzazione del lavoro.
Ma i precari dei progetti finanziati dal PNRR che rischiano di essere licenziati sono quasi 20mila. Non solo nella Giustizia ma anche nelle Università e nei centri di ricerca come il CNR.
Con i licenziamenti verranno buttati a mare i risultati raggiunti con il progetto PNRR e rimarrà solo il debito da onorare con l’Unione Europea.
Questa è la politica del Governo Meloni e l’amministrazione del sistema Giustizia del Ministro Nordio, il quale sembra ossessionato solo dal fare la guerra ai magistrati e raggiungere l’obiettivo della separazione delle carriere.
La Legge di bilancio che sta per essere presentata alle Camere dal Governo, dovrebbe contenere anche le risposte ad alcune questioni fondamentali, fra queste la stabilizzazione di tutti i 12mila precari del Ministero della Giustizia utili a consolidare gli avanzamenti realizzati con il PNRR e a colmare la cronica carenza di personale che caratterizza questo delicatissimo settore.
Ad oggi solo la metà di loro, 6mila, dovrebbe rimanere, mentre altrettanti lavoratrici e lavoratori il 1 luglio del prossimo anno andranno a casa lasciando un enorme buco di organico nel settore.
La manifestazione di oggi arriva dopo gli scioperi del 31 gennaio e del 15 ottobre promossi dall’USB che hanno registrato altissime percentuali di adesione. E i precari annunciano che la protesta non si fermerà fino a quando il Governo si deciderà a dare risposte concrete.
Un comunicato del Ministero parla di accordo raggiunto con i sindacati Cisl, Uil, Unsa, Flp e Confintesa ma fa gelare il sangue: a seguire verranno avviate le procedure per i restanti profili nei limiti delle unità già finanziate: cioè 6mila precari perderanno il lavoro con il benestare dei cosiddetti “firmatari”.
Fonte
25/07/2025
La ricerca non ha nulla da festeggiare col nuovo dl Università
Con 78 voti favorevoli e 59 contrari, il Senato ha approvato il decreto legge Università e Ricerca, che ora passerà alla Camera. Ci si aspetta che anche lì passerà senza problemi, e si avrà così un ulteriore provvedimento sul mondo dell’accademia e della ricerca scientifica che non tocca assolutamente i suoi problemi fondamentali.
Anzi, sembra che questo decreto sia stato fatto semplicemente per tappare alcune falle, e spostare voci di spesa per far cantare vittoria al governo. Infatti, il punto cardine di questo provvedimento sarebbe lo stanziamento di ulteriori 160 milioni di euro (40 quest’anno, 60 nel 2026 e nel 2027) per gli enti di ricerca posto sotto il Ministero dell’Università.
Ma ecco la prima ‘mezza verità’: questi fondi erano già a disposizione di tali istituti, e sono stati semplicemente trasferiti da un capitolo di spesa a un altro, per dare un’immediata boccata d’ossigeno a un gran numero di programmi che hanno usufruito dei fondi PNRR, e che ora vedranno dunque chiudersi i rubinetti.
15 milioni sono stati prelevati dal Fondo integrativo speciale per la ricerca, 25 dal Fondo italiano per la scienza, 90 dal Fondo italiano delle scienze applicate e infine 30 dal finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Non si tratta, dunque, di risorse strutturali, che permettano la stabilizzazione del personale e una programmazione delle attività almeno sul medio periodo.
Negli enti pubblici di ricerca è ormai precario oltre il 50% del personale. Solo per il CNR, già con la scorsa legge di bilancio, era stata sbloccata la possibilità di stabilizzazione, ma le procedure non erano mai state avviate per mancanza dei criteri di selezione. Oggi arrivano 22 milioni di euro spalmati su tre anni, una cifra ancora inadeguata rispetto alle necessità.
È interessante poi che nel decreto venga previsto il Piano d’azione ‘Ricerca Sud’, per cui vengono svincolati 150 milioni di euro. Lo scopo è quello di creare “ecosistemi dell’innovazione” in tutto il Mezzogiorno, che tradotto significa rafforzare la subordinazione degli atenei alle imprese.
Una misura che, tra le altre cose, viene presentata come funzionale a fermare l’emorragia di giovani serve in realtà a sostenere la ricerca, sì... ma del profitto. Bisogna inoltre ricordare che, stando alle dichiarazione dell’Associazione Dottorandi Italiani (ADI), nel 2026 saranno ben 2 mila i contratti di ricerca che scadranno, e saranno soprattutto il Sud e le Isole a subirne gli effetti.
Insomma, sembra che l’unica utilità di questo decreto sarà quella di sanare la situazione dei laureati in Scienze dell’educazione e della formazione primaria, i quali, per vari motivi burocratici, se si erano iscritti all’università prima del 2018-19 non avrebbero potuto diventare educatori nei nidi per la fascia d’età dagli 0 ai 3 anni.
Una vicenda che assume i contorni paradigmatici dello stato in cui versa l’università italiana: tanti giovani con importanti competenze che vengono sostanzialmente cacciati da un paese incapace di qualsiasi pianificazione del proprio sviluppo funzionale agli interessi collettivi.
Fonte
Anzi, sembra che questo decreto sia stato fatto semplicemente per tappare alcune falle, e spostare voci di spesa per far cantare vittoria al governo. Infatti, il punto cardine di questo provvedimento sarebbe lo stanziamento di ulteriori 160 milioni di euro (40 quest’anno, 60 nel 2026 e nel 2027) per gli enti di ricerca posto sotto il Ministero dell’Università.
Ma ecco la prima ‘mezza verità’: questi fondi erano già a disposizione di tali istituti, e sono stati semplicemente trasferiti da un capitolo di spesa a un altro, per dare un’immediata boccata d’ossigeno a un gran numero di programmi che hanno usufruito dei fondi PNRR, e che ora vedranno dunque chiudersi i rubinetti.
15 milioni sono stati prelevati dal Fondo integrativo speciale per la ricerca, 25 dal Fondo italiano per la scienza, 90 dal Fondo italiano delle scienze applicate e infine 30 dal finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Non si tratta, dunque, di risorse strutturali, che permettano la stabilizzazione del personale e una programmazione delle attività almeno sul medio periodo.
Negli enti pubblici di ricerca è ormai precario oltre il 50% del personale. Solo per il CNR, già con la scorsa legge di bilancio, era stata sbloccata la possibilità di stabilizzazione, ma le procedure non erano mai state avviate per mancanza dei criteri di selezione. Oggi arrivano 22 milioni di euro spalmati su tre anni, una cifra ancora inadeguata rispetto alle necessità.
È interessante poi che nel decreto venga previsto il Piano d’azione ‘Ricerca Sud’, per cui vengono svincolati 150 milioni di euro. Lo scopo è quello di creare “ecosistemi dell’innovazione” in tutto il Mezzogiorno, che tradotto significa rafforzare la subordinazione degli atenei alle imprese.
Una misura che, tra le altre cose, viene presentata come funzionale a fermare l’emorragia di giovani serve in realtà a sostenere la ricerca, sì... ma del profitto. Bisogna inoltre ricordare che, stando alle dichiarazione dell’Associazione Dottorandi Italiani (ADI), nel 2026 saranno ben 2 mila i contratti di ricerca che scadranno, e saranno soprattutto il Sud e le Isole a subirne gli effetti.
Insomma, sembra che l’unica utilità di questo decreto sarà quella di sanare la situazione dei laureati in Scienze dell’educazione e della formazione primaria, i quali, per vari motivi burocratici, se si erano iscritti all’università prima del 2018-19 non avrebbero potuto diventare educatori nei nidi per la fascia d’età dagli 0 ai 3 anni.
Una vicenda che assume i contorni paradigmatici dello stato in cui versa l’università italiana: tanti giovani con importanti competenze che vengono sostanzialmente cacciati da un paese incapace di qualsiasi pianificazione del proprio sviluppo funzionale agli interessi collettivi.
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25/02/2025
Sospensione senza ritiro della riforma Bernini sulla ricerca universitaria
La ministra Bernini ha annunciato la sospensione dell’esame del ddl 1240, la riforma della ricerca universitaria che ha sollevato molte voci di contrasto all’interno dell’ambito universitario. Ma nel frattempo, rimane un vuoto tragico nella regolamentazione del lavoro accademico, che porterà all’espulsione di migliaia di giovani precari della ricerca.
Rimane il nodo per cui l’iter legislativo è stato solo sospeso, e bisogna dunque pensare che riprenderà non appena le condizioni politiche renderanno possibile portarlo a termine, cioè una volta che saranno scemate nel tempo le proteste. Con i vertici del mondo accademico che invece hanno continuato a sostenere la riforma, sperando di continuare a contare su di un esercito di precari per continuare a far funzionare gli atenei italiani.
Bisogna innanzitutto ricordare che tra il personale docente, dei ricercatori e degli assegnisti di ricerca, senza includere le altre figure quali borsisti e contrattisti, la quota dei precari è passato dal 18,5% del 2010 al 45,32% del 2024. Molti di questi posti saranno inoltre falcidiati dalla fine dei fondi PNRR, rendendo anche impossibile qualsiasi prospettiva di approfittare del turnover per gli attuali giovani dottorandi.
La riforma che ha introdotto i contratti di ricerca al posto della selva di assegni e forme precarie di impiego, fatta nel 2022 perché legata agli obiettivi inscritti nel PNRR, è rimasta solo sulla carta. Già il governo Draghi che l’aveva licenziata aveva previsto molte proroghe e deroghe, consapevole di non poter garantire i finanziamenti necessari per applicarla.
Ora si apre dunque una fase transitoria in cui proroghe e deroghe andranno a scadere, senza strade alternative e portando all’espulsione di migliaia di ricercatori. La riforma Bernini, in un certo senso, puntava a riallineare la realtà con la normativa, restaurando vari percorsi precari di impiego.
La Conferenza dei Rettori, la CRUI, si è invece espressa per continuare sulla strada impostata dalla ministra. L’accademia italiana oggi funziona proprio grazie allo stuolo di giovani dottorandi e ricercatori, mal pagati e ricattabili, su cui è imposta una mole di lavoro enorme per sopperire alle mancanze strutturali delle università.
Di questo i rettori vogliono continuare ad approfittare, mentre hanno evitato di condannare con forza la mancanza di fondi. Si tratta di una beffa la promessa della ministra di 37,5 milioni di euro per i contratti di ricerca, non solo perché briciole rispetto alle necessità, ma anche perché si tratta di soldi già dovuti, secondo gli obblighi previsti proprio dal PNRR.
Inoltre, stando alle precedenti leggi di bilancio, il Fondo di Finanziamento Ordinario, principale entrata degli atenei, doveva contare circa 9,5 miliardi nel 2024, e passare a poco meno di 9,6 miliardi nel 2025. Al contrario, se diamo per scontato che gli annunci fatti verranno davvero rispettati, nel 2025 si dovrebbe arrivare concretamente a circa 9,4 miliardi.
Ciò si ripercuote anche sul personale tecnico-amministrativo, per il 5% assunto in maniera precaria, a cui vanno aggiunti i lavoratori di aziende a cui sono stati appaltati vari servizi. Una situazione creata ad arte anche per favorire l’accesso dei privati nella ricerca, essendo l’unico canale attraverso cui reperire fondi.
Sono poche le forze che parlano di ciò di cui ha davvero bisogno l’università italiana: portare i finanziamenti universitari almeno all’1,5% del PIL della media OCSE, mentre in Italia sono fermi intorno all’1%, stabilizzare i precari e reinternalizzare i servizi, impedire l’accesso dei privati che orientano la ricerca secondo il ritorno di bilancio, e infine cancellare la logica premiale che ha creato atenei di serie A e atenei di serie B.
Per uscire dal cul-de-sac in cui è stata gettata l’università, questa è l’unica strada.
Fonte
Rimane il nodo per cui l’iter legislativo è stato solo sospeso, e bisogna dunque pensare che riprenderà non appena le condizioni politiche renderanno possibile portarlo a termine, cioè una volta che saranno scemate nel tempo le proteste. Con i vertici del mondo accademico che invece hanno continuato a sostenere la riforma, sperando di continuare a contare su di un esercito di precari per continuare a far funzionare gli atenei italiani.
Bisogna innanzitutto ricordare che tra il personale docente, dei ricercatori e degli assegnisti di ricerca, senza includere le altre figure quali borsisti e contrattisti, la quota dei precari è passato dal 18,5% del 2010 al 45,32% del 2024. Molti di questi posti saranno inoltre falcidiati dalla fine dei fondi PNRR, rendendo anche impossibile qualsiasi prospettiva di approfittare del turnover per gli attuali giovani dottorandi.
La riforma che ha introdotto i contratti di ricerca al posto della selva di assegni e forme precarie di impiego, fatta nel 2022 perché legata agli obiettivi inscritti nel PNRR, è rimasta solo sulla carta. Già il governo Draghi che l’aveva licenziata aveva previsto molte proroghe e deroghe, consapevole di non poter garantire i finanziamenti necessari per applicarla.
Ora si apre dunque una fase transitoria in cui proroghe e deroghe andranno a scadere, senza strade alternative e portando all’espulsione di migliaia di ricercatori. La riforma Bernini, in un certo senso, puntava a riallineare la realtà con la normativa, restaurando vari percorsi precari di impiego.
La Conferenza dei Rettori, la CRUI, si è invece espressa per continuare sulla strada impostata dalla ministra. L’accademia italiana oggi funziona proprio grazie allo stuolo di giovani dottorandi e ricercatori, mal pagati e ricattabili, su cui è imposta una mole di lavoro enorme per sopperire alle mancanze strutturali delle università.
Di questo i rettori vogliono continuare ad approfittare, mentre hanno evitato di condannare con forza la mancanza di fondi. Si tratta di una beffa la promessa della ministra di 37,5 milioni di euro per i contratti di ricerca, non solo perché briciole rispetto alle necessità, ma anche perché si tratta di soldi già dovuti, secondo gli obblighi previsti proprio dal PNRR.
Inoltre, stando alle precedenti leggi di bilancio, il Fondo di Finanziamento Ordinario, principale entrata degli atenei, doveva contare circa 9,5 miliardi nel 2024, e passare a poco meno di 9,6 miliardi nel 2025. Al contrario, se diamo per scontato che gli annunci fatti verranno davvero rispettati, nel 2025 si dovrebbe arrivare concretamente a circa 9,4 miliardi.
Ciò si ripercuote anche sul personale tecnico-amministrativo, per il 5% assunto in maniera precaria, a cui vanno aggiunti i lavoratori di aziende a cui sono stati appaltati vari servizi. Una situazione creata ad arte anche per favorire l’accesso dei privati nella ricerca, essendo l’unico canale attraverso cui reperire fondi.
Sono poche le forze che parlano di ciò di cui ha davvero bisogno l’università italiana: portare i finanziamenti universitari almeno all’1,5% del PIL della media OCSE, mentre in Italia sono fermi intorno all’1%, stabilizzare i precari e reinternalizzare i servizi, impedire l’accesso dei privati che orientano la ricerca secondo il ritorno di bilancio, e infine cancellare la logica premiale che ha creato atenei di serie A e atenei di serie B.
Per uscire dal cul-de-sac in cui è stata gettata l’università, questa è l’unica strada.
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06/02/2025
Italia - Lo Stato non sa più fare lo Stato. Speso meno di un terzo dei fondi PNRR
Da questo giornale, e non solo, è stata fatta una larga disamina del PNRR e di come esso esprima, dal punto di vista economico, un’ulteriore trappola dei vincoli comunitari. Mentre dal punto di visto della fase politica che viviamo, rappresenta un esempio della centralizzazione delle decisioni verso il centro imperialistico europeo.
Qui ribadiamo un tema che risalta dai dati appena analizzati da Openpolis riguardo l’effettiva spesa dei fondi destinati all’Italia. E il tema è che decenni di dimagrimento dello Stato (delle sue amministrazioni, dei suoi enti, dei suoi strumenti economici) hanno cancellato la capacità stessa del pubblico di investire, persino quando si tratta di indirizzi strategici.
Ne avevamo già parlato in occasione di alcune note della Corte dei Conti europea, e ora torniamo sull’argomento perché si possono fare altre riflessioni specifiche sul Bel Paese. Che a tre anni e mezzo dall’approvazione del Piano e a due e mezzo dalla scadenza ha speso meno di un terzo delle risorse previste.
Partiamo dal fatto che già ottenere questi dati non è stato facile, alla faccia della trasparenza. Openpolis denuncia infatti che già dai primi mesi del 2022 aveva richiesto informazioni sull’attuazione dei progetti, e risale a quasi un anno fa la prima richiesta di accesso civico sull’avanzamento delle spese.
Richiesta più volte negata dal governo, che intanto spacciava propaganda spicciola su “grandi risultati” ottenuti anche sul PNRR. Una buona occasione per il gioco delle parti con l’opposizione, che non ha ovviamente mai messo in dubbio l’adesione alla massima draghiana di “più Stato per il mercato”.
Ad ogni modo, ora i dati sono disponibili. Dei 194,4 miliardi di euro preventivati, al 13 dicembre 2024 ne sono stati spesi solo 58,6, cioè meno di un terzo del totale (30,14%), a fronte dell’80% di riforme completate e del fatto che, alla fine della scorsa estate, da Palazzo Chigi si vantavano di aver ricevuto già ricevuto il 58% delle erogazioni, ovvero 113,5 miliardi.
A questi vanno aggiunti i soldi della sesta rata del PNRR, arrivata a Roma il 23 dicembre 2024, e dunque aggiornando l’ultimo dato abbiamo 122,2 miliardi di euro ricevuti e meno della metà spesi: dove sono finiti gli oltre 60 miliardi mancanti? La risposta è che sono nei meandri di un’amministrazione pubblica accusata per anni di essere un “carrozzone inutile” da snellire, ma ormai così “snellita” da non avere il personale sufficiente e/o competente per assolvere i propri compiti.
Il quadro peggiora ulteriormente, se si pensa che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), in un’audizione dello scorso ottobre, ha sottolineato come circa la metà delle spese effettuate riguardano misure già previste prima del PNRR, e poi coperte con i fondi del Piano. Insomma, un ‘gioco delle tre carte‘ che gonfia dei risultati già miseri.
Ripercorrendo la sintesi di Openpolis, è bene evidenziare che i progetti più indietro sono quelli sulla transizione ecologica (8% dei fondi spesi) a fronte dell’85% delle riforme varate; per le voci riguardanti cultura e turismo l’opera di riforma è stata completata, ma è stato speso rispettivamente solo l’11% e il 14% dei fondi destinati.
Un po’ più avanti sono le spese per la digitalizzazione (22%) e quelle in istruzione e ricerca (26%). Le più avanzate sono invece le spese per infrastrutture (46%) e quelle per le imprese (47%). Magra consolazione, tanto più sapendo che di questi soldi non beneficeranno quasi per nulla le fasce popolari del paese.
Ora che la frammentazione del mercato mondiale e la divisione in blocchi palesa l’importanza di avere strutture politiche e istituzionali capaci di agire velocemente e con flessibilità nella tempesta della competizione globale, le classi dirigenti europea scopre che avere uno Stato funzionante è vitale. Potevano pensarci prima...
Fonte
Qui ribadiamo un tema che risalta dai dati appena analizzati da Openpolis riguardo l’effettiva spesa dei fondi destinati all’Italia. E il tema è che decenni di dimagrimento dello Stato (delle sue amministrazioni, dei suoi enti, dei suoi strumenti economici) hanno cancellato la capacità stessa del pubblico di investire, persino quando si tratta di indirizzi strategici.
Ne avevamo già parlato in occasione di alcune note della Corte dei Conti europea, e ora torniamo sull’argomento perché si possono fare altre riflessioni specifiche sul Bel Paese. Che a tre anni e mezzo dall’approvazione del Piano e a due e mezzo dalla scadenza ha speso meno di un terzo delle risorse previste.
Partiamo dal fatto che già ottenere questi dati non è stato facile, alla faccia della trasparenza. Openpolis denuncia infatti che già dai primi mesi del 2022 aveva richiesto informazioni sull’attuazione dei progetti, e risale a quasi un anno fa la prima richiesta di accesso civico sull’avanzamento delle spese.
Richiesta più volte negata dal governo, che intanto spacciava propaganda spicciola su “grandi risultati” ottenuti anche sul PNRR. Una buona occasione per il gioco delle parti con l’opposizione, che non ha ovviamente mai messo in dubbio l’adesione alla massima draghiana di “più Stato per il mercato”.
Ad ogni modo, ora i dati sono disponibili. Dei 194,4 miliardi di euro preventivati, al 13 dicembre 2024 ne sono stati spesi solo 58,6, cioè meno di un terzo del totale (30,14%), a fronte dell’80% di riforme completate e del fatto che, alla fine della scorsa estate, da Palazzo Chigi si vantavano di aver ricevuto già ricevuto il 58% delle erogazioni, ovvero 113,5 miliardi.
A questi vanno aggiunti i soldi della sesta rata del PNRR, arrivata a Roma il 23 dicembre 2024, e dunque aggiornando l’ultimo dato abbiamo 122,2 miliardi di euro ricevuti e meno della metà spesi: dove sono finiti gli oltre 60 miliardi mancanti? La risposta è che sono nei meandri di un’amministrazione pubblica accusata per anni di essere un “carrozzone inutile” da snellire, ma ormai così “snellita” da non avere il personale sufficiente e/o competente per assolvere i propri compiti.
Il quadro peggiora ulteriormente, se si pensa che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), in un’audizione dello scorso ottobre, ha sottolineato come circa la metà delle spese effettuate riguardano misure già previste prima del PNRR, e poi coperte con i fondi del Piano. Insomma, un ‘gioco delle tre carte‘ che gonfia dei risultati già miseri.
Ripercorrendo la sintesi di Openpolis, è bene evidenziare che i progetti più indietro sono quelli sulla transizione ecologica (8% dei fondi spesi) a fronte dell’85% delle riforme varate; per le voci riguardanti cultura e turismo l’opera di riforma è stata completata, ma è stato speso rispettivamente solo l’11% e il 14% dei fondi destinati.
Un po’ più avanti sono le spese per la digitalizzazione (22%) e quelle in istruzione e ricerca (26%). Le più avanzate sono invece le spese per infrastrutture (46%) e quelle per le imprese (47%). Magra consolazione, tanto più sapendo che di questi soldi non beneficeranno quasi per nulla le fasce popolari del paese.
Ora che la frammentazione del mercato mondiale e la divisione in blocchi palesa l’importanza di avere strutture politiche e istituzionali capaci di agire velocemente e con flessibilità nella tempesta della competizione globale, le classi dirigenti europea scopre che avere uno Stato funzionante è vitale. Potevano pensarci prima...
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05/12/2024
Il Meridione diventa una Zona Economica Speciale. Attenti alle trappole
Intervista a Franco Russo. Tra le pieghe del PNRR e non scritto nella legge che vorrebbe introdurre l’Autonomia Differenziata, c’è un convitato di pietra che ancora sfugge all’attenzione e al dibattito pubblico: la trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale. Un modo “pulito” per introdurre ulteriori differenziazioni sociali, fiscali, contributive e probabilmente anche salariali nel nostro Paese. Non sempre tutto è visibile al primo colpo d’occhio, occorre guardare ai dettagli e individuare le tendenze.
Ne abbiamo parlato con Franco Russo, attivo da tempo nel comitato che si oppone all’autonomia differenziato e attento osservatore delle dinamiche di potere nell’Unione Europea.
Cosa significa concretamente trasformare un territorio in una Zona Economica Speciale?
Per avere un quadro di cosa comporta la ZES unica mi rifaccio alla Relazione svolta dal ministro Fitto nel Consiglio dei ministri del 29 novembre 2024 (Consiglio dei ministri n. 105), il giorno delle sue dimissioni per assumere l’incarico di Commissario e Vicepresidente della Commissione UE.
Afferma Fitto: ‘Le 8 ZES presenti fino al 31 dicembre 2023 in Italia, di cui 6 regionali e 2 interregionali, hanno rilasciato 279 autorizzazioni uniche (AU) tra giugno 2022 e dicembre 2023, con un investimento totale di 1,9 miliardi di euro e un incremento, secondo i commissari straordinari, di 6.027 unità lavorative. L’istituzione della ZES unica per il Mezzogiorno, operativa dal 1° gennaio 2024, che comprende tutte le regioni del Sud Italia, ha creato un quadro integrato e coerente per lo sviluppo economico del Mezzogiorno.
La ZES unica offre vantaggi significativi, come la riduzione degli squilibri competitivi tra le imprese operanti in territori limitrofi e la creazione di un’area attrattiva per gli investimenti, con incentivi differenziati per rispondere alle diverse esigenze produttive e strategiche degli investitori. Da gennaio a novembre 2024 sono state chiuse positivamente 401 AU, con investimenti totali di 2,3 miliardi di euro e un incremento di 7.428 unità lavorative. La Campania ha registrato il 54% delle AU, seguita da Puglia (17%) e Sicilia (12%)’.
Il governo, rispetto al PNRR originale che la prevedeva solo per alcuni territori del Sud, ha esteso la ZES (Zona Economica Speciale) a tutto il Meridione. Qual è l’obiettivo di questa forzatura?
Con il varo del Piano strategico della ZES unica sono state individuate nove filiere strategiche: Agroalimentare e Agroindustria, Turismo, Elettronica e ICT, Automotive, Made in Italy di qualità, Chimica e Farmaceutica, Navale e Cantieristica, Aerospazio e Ferroviario.
Per facilitare e semplificare le procedure burocratiche è stato istituito lo Sportello Unico Digitale ZES (SUD ZES) presso la Struttura di missione ZES. Dai dati forniti dal ministro risulta che sia stata ‘aumentata l’autorizzazione di spesa a 3,4 miliardi di euro (+1,6 miliardi di euro). La spesa per le infrastrutture gestite dalla Struttura di missione ZES ha visto un’accelerazione significativa, con un incremento del 71% rispetto al periodo delle 8 ZES’, la ZES unica comprende le regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, ed è stata istituita il 1° gennaio 2024, con decreto-legge 19 settembre 2023, n. 124, convertito con la legge 13 novembre 2023, n. 162.
La ZES unica sostituisce le otto Zone Economiche Speciali previste dal decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, limitate alle aree retroportuali del Mezzogiorno, attribuendo alle aziende già operative o a quelle che si insedieranno benefici per gli investimenti e le attività di sviluppo d’impresa (art. 9, comma 1, d.l. n. 124/2023).
Quali i benefici previsti? Come ricorda la Corte dei Conti, nella sua deliberazione del 22 ottobre 2024, essi seguono due vie: ‘la semplificazione amministrativa e le agevolazioni fiscali (segnatamente: il credito d’imposta per gli investimenti nella ZES unica di cui all’articolo 16 del decreto-legge Sud (cioè il dl 124/2023), cui si aggiungono le ulteriori misure recentemente introdotte con decreto-legge 7 maggio 2024, n. 60, convertito con legge 4 luglio 2024, n. 95, recante “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di politiche di coesione”).
In particolare, l’art. 24 del testo normativo da ultimo citato, prevede l’esonero, per un periodo massimo di 24 mesi, del 100% dal versamento dei contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro privato nel limite massimo di 650 euro su base mensile (con esclusione dei premi e contributi INAIL), per ciascun dipendente assunto quale lavoratore subordinato non dirigente, a tempo indeterminato, dal 1° settembre 2024 e fino al 31 dicembre 2025, al fine di sostenere lo sviluppo occupazionale della Zona Economica Speciale unica per il Mezzogiorno e contribuire alla riduzione dei divari territoriali’.
I paesi europei hanno il serio problema di accorciare le filiere internazionali per le forniture. La Zona Economica Speciale nel Meridione può diventare un fattore di competizione con le aree a bassi salari nel resto del mondo?
Il quadro che risulta è chiaro: il sostegno riguarda alcune filiere produttive volte a servire o come fornitrici di prodotti intermedi per le industrie del Nord o dell’UE o come esportatrici al pari delle grandi imprese nel campo petrolchimico e siderurgico negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che furono al servizio delle industrie del Nord. Dunque avremo ancora una volta uno ‘sviluppo’ a macchia di leopardo che vedrà industrie di eccellenza in alcune zone – il polo aerospaziale napoletano e pugliese, la meccatronica barese o l’SMT di Catania – e per il resto avremo la desertificazione non solo delle aree interne ma di tutte quelle che non diverranno anelli delle catene del valore. L’elenco delle filiere rende chiaro che la maggior parte delle zone meridionali saranno tagliate fuori.
Che queste mie considerazioni critiche non siano frutto di pregiudizi ideologici antigovernativi è testimoniato dalla relazione del presidente della Confindustria Basilicata, Francesco Somma, nell’assemblea pubblica del 15 novembre 2024, dove chiede ‘con quali procedure si ritenga di garantire che gli investimenti più significativi non prendano, come sta accadendo, la strada verso agglomerazioni industriali già consolidate a prezzo della desertificazione delle altre aree e contesti, magari ben predisposti ma considerati periferici. Territori che attendono da sempre di concorrere all’equilibrio generale del Sud. E di ciò in Basilicata siamo preoccupati’.
Anche per le infrastrutture, oltre alla grande opera del Ponte di Messina, ci sono interventi finalizzati solo ad inserire il Mezzogiorno sulle grandi direttrici TEN-T dell’UE perché la logistica e le reti di trasmissione elettrica e dei flussi energetici siano garantiti sempre e solo alle produzioni del Nord Italia ed europee, mentre aree come la Basilicata, dove pure opera Stellantis, si vedono sempre più messe ai margini.
Alla domanda rispondo che certo i sostegni finanziari agli investimenti sono sostanziosi – il prof. Viesti ha calcolato che le aliquote di credito d’imposta arrivano al 60% per le piccole imprese (al 70% nell’area di Taranto). Tuttavia i sussidi per abbassare agli imprenditori il costo del lavoro non saranno mai tali da poter competere con i livelli salariali che si hanno in Polonia, in Serbia o in Marocco, paesi dove sono attivi per es. stabilimenti di Stellantis.
Dunque, tutta la narrazione del reshoring, del rientro delle filiere della componentistica dislocate tuttora nei paesi asiatici, non vedrà la loro riallocazione in Italia ma nei paesi in cui costo del lavoro e standard ambientali sono bassi (Nord-Africa, Est europeo). Il Mezzogiorno è destinato a seguire le vie di sempre: alcune zone con produzioni di eccellenza con merci destinate ai mercati internazionali, essendo utilizzato per il resto come hub energetico e logistico – sarà attraversato da gasdotti e reti di trasmissione elettrica con destinazione Nord Italia ed Europa.
La trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale marcia parallelamente all’autonomia differenziata che metterà in competizione tra loro le regioni. A tuo avviso c’è una connessione tra i due provvedimenti?
Posso rispondere che il modello di governo della destra è di istituire un sistema di comando degli esecutivi, scopo sia dell’autonomia differenziata che del premierato. La destra vuole che il potere sia gestito dal ‘primo ministro’ nazionale, eletto direttamente, con la cooperazione dei ‘governatori’ regionali – questo ripeto il disegno.
La tendenza alla centralizzazione è netta, e proprio con la ZES unica se ne ha la riprova: tutto il potere è concentrato nella Cabina di Regia, prevista dall’art. 10, dl 124/2023, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, presieduta dal Ministro con delega al Sud, e poiché questa delega, dopo le dimissioni del ministro Fitto, è oggi nelle mani della presidente Meloni, si vede all’opera il processo di centralizzazione e personalizzazione del potere.
Altro che autonomia differenziata! Al più avremo un esercizio di potere differenziato nel senso che la Presidente del Consiglio detterà legge consultandosi ora con questo ora con l’altro ‘governatore’ a secondo della Regione interessata ai provvedimenti.
È bene ricordare che il modello di elezione e di funzionamento degli organi regionali – elezione diretta e riduzione dell’assemblea legislativa a organo sottomesso per via del simul stabunt simul cadent – è quello che guida anche il modello di premierato assoluto.
Questo il disegno politico, che intanto si è inceppato perché la Corte Costituzionale con la recentissima sentenza – la 192/2024 – ha demolito il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Speriamo con i referendum di cancellarlo completamente, così come con il referendum dovremo respingere il premierato assoluto, se mai la legge dovesse essere approvata.
Colgo l’occasione di queste risposte a Contropiano per auspicare una ripresa del meridionalismo di sinistra, elemento fondamentale di un’alternativa al capitalismo italiano, che in nome dell’integrazione europea continua a vedere nel Mezzogiorno un’area di servitù economiche e militari.
Se si costituisse un gruppo di lavoro – un Osservatorio Mezzogiorno, tanto per indicare una possibile sigla – avremo a disposizione almeno un luogo dove esaminare e confrontarci sulle tematiche meridionali, completamente perse di vista anche dalle forze della sinistra alternativa. Se non si interviene con determinazione e con risorse politiche nel Mezzogiorno, questo resterà terra di scorribanda di forze reazionarie e conservatrici, con al più qualche coloritura populista.
Fonte
Ne abbiamo parlato con Franco Russo, attivo da tempo nel comitato che si oppone all’autonomia differenziato e attento osservatore delle dinamiche di potere nell’Unione Europea.
Cosa significa concretamente trasformare un territorio in una Zona Economica Speciale?
Per avere un quadro di cosa comporta la ZES unica mi rifaccio alla Relazione svolta dal ministro Fitto nel Consiglio dei ministri del 29 novembre 2024 (Consiglio dei ministri n. 105), il giorno delle sue dimissioni per assumere l’incarico di Commissario e Vicepresidente della Commissione UE.
Afferma Fitto: ‘Le 8 ZES presenti fino al 31 dicembre 2023 in Italia, di cui 6 regionali e 2 interregionali, hanno rilasciato 279 autorizzazioni uniche (AU) tra giugno 2022 e dicembre 2023, con un investimento totale di 1,9 miliardi di euro e un incremento, secondo i commissari straordinari, di 6.027 unità lavorative. L’istituzione della ZES unica per il Mezzogiorno, operativa dal 1° gennaio 2024, che comprende tutte le regioni del Sud Italia, ha creato un quadro integrato e coerente per lo sviluppo economico del Mezzogiorno.
La ZES unica offre vantaggi significativi, come la riduzione degli squilibri competitivi tra le imprese operanti in territori limitrofi e la creazione di un’area attrattiva per gli investimenti, con incentivi differenziati per rispondere alle diverse esigenze produttive e strategiche degli investitori. Da gennaio a novembre 2024 sono state chiuse positivamente 401 AU, con investimenti totali di 2,3 miliardi di euro e un incremento di 7.428 unità lavorative. La Campania ha registrato il 54% delle AU, seguita da Puglia (17%) e Sicilia (12%)’.
Il governo, rispetto al PNRR originale che la prevedeva solo per alcuni territori del Sud, ha esteso la ZES (Zona Economica Speciale) a tutto il Meridione. Qual è l’obiettivo di questa forzatura?
Con il varo del Piano strategico della ZES unica sono state individuate nove filiere strategiche: Agroalimentare e Agroindustria, Turismo, Elettronica e ICT, Automotive, Made in Italy di qualità, Chimica e Farmaceutica, Navale e Cantieristica, Aerospazio e Ferroviario.
Per facilitare e semplificare le procedure burocratiche è stato istituito lo Sportello Unico Digitale ZES (SUD ZES) presso la Struttura di missione ZES. Dai dati forniti dal ministro risulta che sia stata ‘aumentata l’autorizzazione di spesa a 3,4 miliardi di euro (+1,6 miliardi di euro). La spesa per le infrastrutture gestite dalla Struttura di missione ZES ha visto un’accelerazione significativa, con un incremento del 71% rispetto al periodo delle 8 ZES’, la ZES unica comprende le regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, ed è stata istituita il 1° gennaio 2024, con decreto-legge 19 settembre 2023, n. 124, convertito con la legge 13 novembre 2023, n. 162.
La ZES unica sostituisce le otto Zone Economiche Speciali previste dal decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, limitate alle aree retroportuali del Mezzogiorno, attribuendo alle aziende già operative o a quelle che si insedieranno benefici per gli investimenti e le attività di sviluppo d’impresa (art. 9, comma 1, d.l. n. 124/2023).
Quali i benefici previsti? Come ricorda la Corte dei Conti, nella sua deliberazione del 22 ottobre 2024, essi seguono due vie: ‘la semplificazione amministrativa e le agevolazioni fiscali (segnatamente: il credito d’imposta per gli investimenti nella ZES unica di cui all’articolo 16 del decreto-legge Sud (cioè il dl 124/2023), cui si aggiungono le ulteriori misure recentemente introdotte con decreto-legge 7 maggio 2024, n. 60, convertito con legge 4 luglio 2024, n. 95, recante “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di politiche di coesione”).
In particolare, l’art. 24 del testo normativo da ultimo citato, prevede l’esonero, per un periodo massimo di 24 mesi, del 100% dal versamento dei contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro privato nel limite massimo di 650 euro su base mensile (con esclusione dei premi e contributi INAIL), per ciascun dipendente assunto quale lavoratore subordinato non dirigente, a tempo indeterminato, dal 1° settembre 2024 e fino al 31 dicembre 2025, al fine di sostenere lo sviluppo occupazionale della Zona Economica Speciale unica per il Mezzogiorno e contribuire alla riduzione dei divari territoriali’.
I paesi europei hanno il serio problema di accorciare le filiere internazionali per le forniture. La Zona Economica Speciale nel Meridione può diventare un fattore di competizione con le aree a bassi salari nel resto del mondo?
Il quadro che risulta è chiaro: il sostegno riguarda alcune filiere produttive volte a servire o come fornitrici di prodotti intermedi per le industrie del Nord o dell’UE o come esportatrici al pari delle grandi imprese nel campo petrolchimico e siderurgico negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso che furono al servizio delle industrie del Nord. Dunque avremo ancora una volta uno ‘sviluppo’ a macchia di leopardo che vedrà industrie di eccellenza in alcune zone – il polo aerospaziale napoletano e pugliese, la meccatronica barese o l’SMT di Catania – e per il resto avremo la desertificazione non solo delle aree interne ma di tutte quelle che non diverranno anelli delle catene del valore. L’elenco delle filiere rende chiaro che la maggior parte delle zone meridionali saranno tagliate fuori.
Che queste mie considerazioni critiche non siano frutto di pregiudizi ideologici antigovernativi è testimoniato dalla relazione del presidente della Confindustria Basilicata, Francesco Somma, nell’assemblea pubblica del 15 novembre 2024, dove chiede ‘con quali procedure si ritenga di garantire che gli investimenti più significativi non prendano, come sta accadendo, la strada verso agglomerazioni industriali già consolidate a prezzo della desertificazione delle altre aree e contesti, magari ben predisposti ma considerati periferici. Territori che attendono da sempre di concorrere all’equilibrio generale del Sud. E di ciò in Basilicata siamo preoccupati’.
Anche per le infrastrutture, oltre alla grande opera del Ponte di Messina, ci sono interventi finalizzati solo ad inserire il Mezzogiorno sulle grandi direttrici TEN-T dell’UE perché la logistica e le reti di trasmissione elettrica e dei flussi energetici siano garantiti sempre e solo alle produzioni del Nord Italia ed europee, mentre aree come la Basilicata, dove pure opera Stellantis, si vedono sempre più messe ai margini.
Alla domanda rispondo che certo i sostegni finanziari agli investimenti sono sostanziosi – il prof. Viesti ha calcolato che le aliquote di credito d’imposta arrivano al 60% per le piccole imprese (al 70% nell’area di Taranto). Tuttavia i sussidi per abbassare agli imprenditori il costo del lavoro non saranno mai tali da poter competere con i livelli salariali che si hanno in Polonia, in Serbia o in Marocco, paesi dove sono attivi per es. stabilimenti di Stellantis.
Dunque, tutta la narrazione del reshoring, del rientro delle filiere della componentistica dislocate tuttora nei paesi asiatici, non vedrà la loro riallocazione in Italia ma nei paesi in cui costo del lavoro e standard ambientali sono bassi (Nord-Africa, Est europeo). Il Mezzogiorno è destinato a seguire le vie di sempre: alcune zone con produzioni di eccellenza con merci destinate ai mercati internazionali, essendo utilizzato per il resto come hub energetico e logistico – sarà attraversato da gasdotti e reti di trasmissione elettrica con destinazione Nord Italia ed Europa.
La trasformazione del Meridione in una Zona Economica Speciale marcia parallelamente all’autonomia differenziata che metterà in competizione tra loro le regioni. A tuo avviso c’è una connessione tra i due provvedimenti?
Posso rispondere che il modello di governo della destra è di istituire un sistema di comando degli esecutivi, scopo sia dell’autonomia differenziata che del premierato. La destra vuole che il potere sia gestito dal ‘primo ministro’ nazionale, eletto direttamente, con la cooperazione dei ‘governatori’ regionali – questo ripeto il disegno.
La tendenza alla centralizzazione è netta, e proprio con la ZES unica se ne ha la riprova: tutto il potere è concentrato nella Cabina di Regia, prevista dall’art. 10, dl 124/2023, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, presieduta dal Ministro con delega al Sud, e poiché questa delega, dopo le dimissioni del ministro Fitto, è oggi nelle mani della presidente Meloni, si vede all’opera il processo di centralizzazione e personalizzazione del potere.
Altro che autonomia differenziata! Al più avremo un esercizio di potere differenziato nel senso che la Presidente del Consiglio detterà legge consultandosi ora con questo ora con l’altro ‘governatore’ a secondo della Regione interessata ai provvedimenti.
È bene ricordare che il modello di elezione e di funzionamento degli organi regionali – elezione diretta e riduzione dell’assemblea legislativa a organo sottomesso per via del simul stabunt simul cadent – è quello che guida anche il modello di premierato assoluto.
Questo il disegno politico, che intanto si è inceppato perché la Corte Costituzionale con la recentissima sentenza – la 192/2024 – ha demolito il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Speriamo con i referendum di cancellarlo completamente, così come con il referendum dovremo respingere il premierato assoluto, se mai la legge dovesse essere approvata.
Colgo l’occasione di queste risposte a Contropiano per auspicare una ripresa del meridionalismo di sinistra, elemento fondamentale di un’alternativa al capitalismo italiano, che in nome dell’integrazione europea continua a vedere nel Mezzogiorno un’area di servitù economiche e militari.
Se si costituisse un gruppo di lavoro – un Osservatorio Mezzogiorno, tanto per indicare una possibile sigla – avremo a disposizione almeno un luogo dove esaminare e confrontarci sulle tematiche meridionali, completamente perse di vista anche dalle forze della sinistra alternativa. Se non si interviene con determinazione e con risorse politiche nel Mezzogiorno, questo resterà terra di scorribanda di forze reazionarie e conservatrici, con al più qualche coloritura populista.
Fonte
04/09/2024
Le difficoltà del NextGen EU
Sui media nostrani, a seconda di quanto si vuole criticare il governo, è stata rilanciata la notizia che la Corte dei Conti Europea ha evidenziato i pesanti ritardi nell’erogazione dei fondi e nell’attuazione dei programmi del PNRR. L’organismo lussemburghese ha fatto un po’ di chiarezza sui dati.
Infatti, al consiglio dei ministri del 30 agosto, il governo si era vantato del fatto che l’Italia, principale beneficiaria del NextGen EU, avesse pure il primato di fondi ricevuti (113,5 miliardi, il 58% del totale). La realtà è che, di questi soldi, per ora sono stati spesi solo 51,4 miliardi di euro sui 194,4 totali previsti.
Ma a preoccupare non è tanto il fatto che appena un quarto o poco più dei fondi sono stati effettivamente utilizzati, quanto piuttosto le difficoltà che i governi hanno mostrato nel definire e far approvare i progetti. E la situazione attuale significa che il 62% degli investimenti dovrà essere finalizzato nei primi otto mesi del 2026.
Per quel periodo gli altri paesi si sono lasciati, in media, il 39% degli investimenti e il 14% delle riforme. Quegli otto mesi saranno dunque una fase decisamente impegnativa, a cui si deve aggiungere che Roma dovrà raggiungere anche il 28% degli obiettivi promessi, per ricevere un ulteriore 19% dei fondi.
Questo dicono le modifiche al PNRR ottenute nel 2023, anche se si è acceso il dibattito sulla possibile richiesta di ulteriori aggiustamenti. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, che appena un paio di settimane fa ha detto che i vincoli del PNRR ricordano la “pianificazione sovietica”, potrebbe richiedere un’altra proroga all’Eurogruppo del 13 settembre.
Raffaele Fitto, uomo di punta di Fratelli d’Italia e ormai quasi certamente Commissario europeo, invece, difende la scadenza del 31 agosto. Rispettarla è però “uno sforzo improbo, per usare un eufemismo”, ha affermato Antonio Misiani, responsabile Economia del PD. “Fitto lo sa, ma fa il pesce in barile”, il che sembra una dote indispensabile per un commissario europeo...
Ovviamente, il centrosinistra dibatte sulla “realizzazione degli obiettivi” non sul fatto che i fondi finiranno tutti sull’altare della competitività, dimenticando le spese sociali e i lavoratori. E soprattutto, fa propaganda su particolari criticità solo italiane, ma dimentica di dire che tutto il “modello europeo” vive queste difficoltà, e anche il perché.
La Corte dei Conti Europea ha registrato come, a fine 2023, i paesi dell’Unione abbiamo attinto a meno di un terzo delle risorse del piano definito in seguito alla pandemia Covid (213 miliardi). Solo il 70% delle richieste previste è stato presentato, per una somma inferiore del 16% rispetto a quanto ci si aspettava.
Inoltre, solo la metà di questi fondi sono arrivati alle società e alle istituzioni a cui erano destinati. I motivi, stando al rapporto della Corte, vanno dall’inflazione, che ha scombussolato le previsioni, alle incertezze normative, fino alla scarsa capacità amministrativa.
Non solo in Italia, quindi, un quindicennio di riforme lacrime e sangue ha distrutto la capacità delle amministrazioni pubbliche di svolgere un ruolo direzionale del paese, lasciando campo libero alle inefficienze e alla caoticità del mercato. Oggi che la UE si rende conto che serve “più stato per il mercato”, fa i conti con le politiche miopi degli ultimi anni.
Quasi tutti i paesi coinvolti nel NextGen EU hanno presentato in ritardo le richieste di pagamento alla Commissione Europea. In questo scenario, la Corte dei Conti ha fatto sapere che non è contraria in via di principio a una proroga delle scadenze, l’importante è che “i soldi non siano sprecati e siano usati per quello per cui sono stati assegnati”.
La concentrazione degli investimenti negli ultimi mesi è probabile che “aggravi ulteriormente i ritardi e rallenti l’assorbimento” dei finanziamenti. La Commissione e i governi nazionali hanno messo in campo iniziative per agevolare quest’ultimo, in particolare nel 2023, ma quanto queste saranno funzionali è difficile da sapere, per ora.
Il rischio è poi che i fondi vadano proprio persi, poiché la normativa non prevede il loro recupero nel caso in cui, pur raggiungendo traguardi e obiettivi, le misure previste non vengano realizzate. Insomma, non solo a Bruxelles spendono solo per la competizione globale, ma non lo sanno nemmeno fare.
Intanto, la crisi economica colpisce tutta la UE, e i segnali della sua locomotiva tedesca sono sempre più preoccupanti. Il primo tentativo di una ‘politica industriale’ comunitaria è messo in difficoltà dai risultati delle scelte economiche precedenti, che oggi sono sempre più orientate a un’economia di guerra.
Non è (solo) un problema di fascisti al governo, è un problema che liberali (o socialdemocratici che siano) e fascisti sono ugualmente partecipi di un progetto imperialista – quello UE – che ha strozzato le popolazioni del Vecchio Continente e si mostra ogni giorno più fallimentare. Questa gabbia europea va rotta per realizzare un’alternativa.
Fonte
Infatti, al consiglio dei ministri del 30 agosto, il governo si era vantato del fatto che l’Italia, principale beneficiaria del NextGen EU, avesse pure il primato di fondi ricevuti (113,5 miliardi, il 58% del totale). La realtà è che, di questi soldi, per ora sono stati spesi solo 51,4 miliardi di euro sui 194,4 totali previsti.
Ma a preoccupare non è tanto il fatto che appena un quarto o poco più dei fondi sono stati effettivamente utilizzati, quanto piuttosto le difficoltà che i governi hanno mostrato nel definire e far approvare i progetti. E la situazione attuale significa che il 62% degli investimenti dovrà essere finalizzato nei primi otto mesi del 2026.
Per quel periodo gli altri paesi si sono lasciati, in media, il 39% degli investimenti e il 14% delle riforme. Quegli otto mesi saranno dunque una fase decisamente impegnativa, a cui si deve aggiungere che Roma dovrà raggiungere anche il 28% degli obiettivi promessi, per ricevere un ulteriore 19% dei fondi.
Questo dicono le modifiche al PNRR ottenute nel 2023, anche se si è acceso il dibattito sulla possibile richiesta di ulteriori aggiustamenti. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, che appena un paio di settimane fa ha detto che i vincoli del PNRR ricordano la “pianificazione sovietica”, potrebbe richiedere un’altra proroga all’Eurogruppo del 13 settembre.
Raffaele Fitto, uomo di punta di Fratelli d’Italia e ormai quasi certamente Commissario europeo, invece, difende la scadenza del 31 agosto. Rispettarla è però “uno sforzo improbo, per usare un eufemismo”, ha affermato Antonio Misiani, responsabile Economia del PD. “Fitto lo sa, ma fa il pesce in barile”, il che sembra una dote indispensabile per un commissario europeo...
Ovviamente, il centrosinistra dibatte sulla “realizzazione degli obiettivi” non sul fatto che i fondi finiranno tutti sull’altare della competitività, dimenticando le spese sociali e i lavoratori. E soprattutto, fa propaganda su particolari criticità solo italiane, ma dimentica di dire che tutto il “modello europeo” vive queste difficoltà, e anche il perché.
La Corte dei Conti Europea ha registrato come, a fine 2023, i paesi dell’Unione abbiamo attinto a meno di un terzo delle risorse del piano definito in seguito alla pandemia Covid (213 miliardi). Solo il 70% delle richieste previste è stato presentato, per una somma inferiore del 16% rispetto a quanto ci si aspettava.
Inoltre, solo la metà di questi fondi sono arrivati alle società e alle istituzioni a cui erano destinati. I motivi, stando al rapporto della Corte, vanno dall’inflazione, che ha scombussolato le previsioni, alle incertezze normative, fino alla scarsa capacità amministrativa.
Non solo in Italia, quindi, un quindicennio di riforme lacrime e sangue ha distrutto la capacità delle amministrazioni pubbliche di svolgere un ruolo direzionale del paese, lasciando campo libero alle inefficienze e alla caoticità del mercato. Oggi che la UE si rende conto che serve “più stato per il mercato”, fa i conti con le politiche miopi degli ultimi anni.
Quasi tutti i paesi coinvolti nel NextGen EU hanno presentato in ritardo le richieste di pagamento alla Commissione Europea. In questo scenario, la Corte dei Conti ha fatto sapere che non è contraria in via di principio a una proroga delle scadenze, l’importante è che “i soldi non siano sprecati e siano usati per quello per cui sono stati assegnati”.
La concentrazione degli investimenti negli ultimi mesi è probabile che “aggravi ulteriormente i ritardi e rallenti l’assorbimento” dei finanziamenti. La Commissione e i governi nazionali hanno messo in campo iniziative per agevolare quest’ultimo, in particolare nel 2023, ma quanto queste saranno funzionali è difficile da sapere, per ora.
Il rischio è poi che i fondi vadano proprio persi, poiché la normativa non prevede il loro recupero nel caso in cui, pur raggiungendo traguardi e obiettivi, le misure previste non vengano realizzate. Insomma, non solo a Bruxelles spendono solo per la competizione globale, ma non lo sanno nemmeno fare.
Intanto, la crisi economica colpisce tutta la UE, e i segnali della sua locomotiva tedesca sono sempre più preoccupanti. Il primo tentativo di una ‘politica industriale’ comunitaria è messo in difficoltà dai risultati delle scelte economiche precedenti, che oggi sono sempre più orientate a un’economia di guerra.
Non è (solo) un problema di fascisti al governo, è un problema che liberali (o socialdemocratici che siano) e fascisti sono ugualmente partecipi di un progetto imperialista – quello UE – che ha strozzato le popolazioni del Vecchio Continente e si mostra ogni giorno più fallimentare. Questa gabbia europea va rotta per realizzare un’alternativa.
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29/07/2024
Anche il FMI chiede all’Italia di tagliare le spese
Le politiche neoliberiste sono patrimonio dell’Occidente. Se la UE le ha rese trattati e vincoli funzionali a riorganizzare le filiere continentali, gli altri organismi euroatlantici le sostengono per continuare a mantenere deboli i lavoratori e le forze organizzate che li rappresentano.
È il caso del Fondo Monetario Internazionale, che a conclusione di una delle sue missioni periodiche di analisi ha lanciato un monito su conti pubblici e PNRR, chiedendo più rigore. “È urgente un aggiustamento fiscale risoluto e tempestivo” è stata la valutazione del board esecutivo.
Il FMI ha sottolineato come ci troviamo in una posizione ciclica favorevole dell’economia. Ma invece di coglierla per rilanciare gli investimenti pubblici e sollevare dalla povertà migliaia di persone, da Washington chiedono che venga usata “per realizzare un avanzo primario pari al 3% del PIL”.
Una richiesta del genere è paradossale, se non addirittura punitiva quando, allo stesso tempo, è stato confermato il rallentamento della domanda domestica, che dal 2,0% dello scorso anno si fermerà a quota 0,1%. In sostanza, i consumi interni si sono fermati, e dal FMI stanno chiedendo di inficiare qualsiasi possibilità di stimolarli.
Sempre dal board dicono che “nonostante la ripresa, i deficit fiscali sono molto più ampi rispetto a quelli pre-Covid e, con l’aumento delle pressioni latenti sulla spesa, il debito pubblico e il fabbisogno finanziario rimangono molto elevati”. Velatamente, stanno dicendo che anche la politica di alti tassi ha peggiorato la situazione delle casse pubbliche.
La strada consigliata è quella di una riforma fiscale che aumenti le entrate, anche “rafforzando la supervisione e il controllo dei crediti d’imposta, razionalizzando la spesa pensionistica e riducendo gradualmente i prestiti garantiti dallo Stato al loro livello pre-pandemia”.
Ancora tagli, dunque, affidando agli investimenti del PNRR il compito di compensare il calo degli altri. Che però sono a termine, e non possono quindi sostituire una pianificazione dello sviluppo a più lungo termine.
Ad ogni modo, è ribadito che “un utilizzo incompleto della spesa del PNRR e dell’implementazione delle riforme indebolirebbe ulteriormente la crescita, mentre disavanzi fiscali ancora ampi potrebbero erodere la fiducia degli investitori, indebolendo ulteriormente le finanze pubbliche”.
Viene poi richiesto di rafforzare il settore bancario rispetto a possibili future crisi, monitorando soprattutto gli istituti di piccole dimensioni. Allo stesso modo, bisogna evitare oscillazioni nelle prossime emissioni di bond sovrani.
Si prevede che tra questo e il prossimo anno l’inflazione si stabilizzerà intorno all’obiettivo del 2%.
Ma i rischi di turbolenze sono tanti e la crescita “potrebbe essere negativamente influenzata da un’intensificazione dei conflitti regionali, da bruschi rallentamenti nei principali partner commerciali, da un approfondimento della frammentazione geoeconomica, da tassi di interesse significativamente più alti del previsto che potrebbero riaccendere preoccupazioni riguardo ai legami tra debito sovrano-banche-imprese”.
In sostanza, è tutto in mano alle velleità di guerra della filiera euroatlantica e alle scelte della BCE. Non c’è da fidarsi.
Fonte
È il caso del Fondo Monetario Internazionale, che a conclusione di una delle sue missioni periodiche di analisi ha lanciato un monito su conti pubblici e PNRR, chiedendo più rigore. “È urgente un aggiustamento fiscale risoluto e tempestivo” è stata la valutazione del board esecutivo.
Il FMI ha sottolineato come ci troviamo in una posizione ciclica favorevole dell’economia. Ma invece di coglierla per rilanciare gli investimenti pubblici e sollevare dalla povertà migliaia di persone, da Washington chiedono che venga usata “per realizzare un avanzo primario pari al 3% del PIL”.
Una richiesta del genere è paradossale, se non addirittura punitiva quando, allo stesso tempo, è stato confermato il rallentamento della domanda domestica, che dal 2,0% dello scorso anno si fermerà a quota 0,1%. In sostanza, i consumi interni si sono fermati, e dal FMI stanno chiedendo di inficiare qualsiasi possibilità di stimolarli.
Sempre dal board dicono che “nonostante la ripresa, i deficit fiscali sono molto più ampi rispetto a quelli pre-Covid e, con l’aumento delle pressioni latenti sulla spesa, il debito pubblico e il fabbisogno finanziario rimangono molto elevati”. Velatamente, stanno dicendo che anche la politica di alti tassi ha peggiorato la situazione delle casse pubbliche.
La strada consigliata è quella di una riforma fiscale che aumenti le entrate, anche “rafforzando la supervisione e il controllo dei crediti d’imposta, razionalizzando la spesa pensionistica e riducendo gradualmente i prestiti garantiti dallo Stato al loro livello pre-pandemia”.
Ancora tagli, dunque, affidando agli investimenti del PNRR il compito di compensare il calo degli altri. Che però sono a termine, e non possono quindi sostituire una pianificazione dello sviluppo a più lungo termine.
Ad ogni modo, è ribadito che “un utilizzo incompleto della spesa del PNRR e dell’implementazione delle riforme indebolirebbe ulteriormente la crescita, mentre disavanzi fiscali ancora ampi potrebbero erodere la fiducia degli investitori, indebolendo ulteriormente le finanze pubbliche”.
Viene poi richiesto di rafforzare il settore bancario rispetto a possibili future crisi, monitorando soprattutto gli istituti di piccole dimensioni. Allo stesso modo, bisogna evitare oscillazioni nelle prossime emissioni di bond sovrani.
Si prevede che tra questo e il prossimo anno l’inflazione si stabilizzerà intorno all’obiettivo del 2%.
Ma i rischi di turbolenze sono tanti e la crescita “potrebbe essere negativamente influenzata da un’intensificazione dei conflitti regionali, da bruschi rallentamenti nei principali partner commerciali, da un approfondimento della frammentazione geoeconomica, da tassi di interesse significativamente più alti del previsto che potrebbero riaccendere preoccupazioni riguardo ai legami tra debito sovrano-banche-imprese”.
In sostanza, è tutto in mano alle velleità di guerra della filiera euroatlantica e alle scelte della BCE. Non c’è da fidarsi.
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23/07/2024
A bando la gestione dell’idroelettrico italiano, è una clausola del PNRR
Quando nelle piazze i manifestanti ribadiscono che l’Agenda Draghi viene portata avanti dal governo Meloni, non è una formula retorica per dire che questa classe dirigente è tutta uguale. C’è un’effettiva continuità delle politiche, sempre a discapito della collettività dell’Italia.
Come sempre, è la UE l’origine di ogni indirizzo preso a Palazzo Chigi, perché le decisioni ormai vengono prese a Bruxelles. In passato, lì si era deciso che la gestione degli impianti idroelettrici andava messa a bando, affidandola a terzi.
Nel 2021 questo obbligo è stato fatto decadere. Ma nel nostro paese c’era quello che era definito il “governo dei migliori”, e questi hanno pensato che la cosa migliore fosse mantenere il provvedimento così com’era.
Anzi, per mostrarsi al solito più realisti del re, Draghi decise di inserire questa misura tra le clausole per ricevere il PNRR. In pratica, per ottenere i soldi (a prestito, per lo più) della UE, bisognava per forza privarsi del controllo su queste infrastrutture strategiche.
Stiamo parlando di 4.646 centrali, quasi tutte sull’arco alpino. Esse producono il 20% dell’energia totale del paese e rappresentano il 40% delle rinnovabili, e sono perciò un asset fondamentale anche rispetto alla programmazione della lotta al cambiamento climatico.
E la questione ha importanti ripercussioni anche rispetto alla gestione del territorio e al contrasto al dissesto idrogeologico. Infatti, dighe e invasi sono elementi dirimenti anche rispetto al pericolo alluvioni, che più di una volta hanno colpito l’Italia negli ultimi mesi.
L’inconsistenza del governo Meloni già palesatasi con queste tragedie lo sta portando oggi a continuare sulla strada tracciata da Draghi. Con questi bandi anche gli operatori esteri potranno entrare nel settore: altro che sovranisti!
Non avendo approvato il decreto Energia bis, non è stato possibile nemmeno riassegnare gli impianti ai concessionari uscenti. Ad oggi, inoltre, servirebbero investimenti per almeno 15 miliardi di euro totali, che nell’incertezza attuale nessun privato si vuole assumere.
Basterebbe un po’ di manutenzione e sostituzione di alcuni macchinari, e si potrebbero guadagnare 4,4 terawattora all’anno. Ciò si tradurrebbe anche in un risparmio di 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica e nella creazione di 2mila posti di lavoro per completare i lavori.
Un piano di sviluppo che necessiterebbe di uno Stato guidato da una classe dirigente con un minimo di cultura di programmazione, che riesca a vedere oltre la scadenza elettorale. E che non sia legata mani e piedi ai vincoli europei.
Ma a Palazzo Chigi al massimo riusciranno a pensare a come garantire la rendita su questi beni della collettività. Questa è la cifra reale del governo Meloni.
Fonte
Come sempre, è la UE l’origine di ogni indirizzo preso a Palazzo Chigi, perché le decisioni ormai vengono prese a Bruxelles. In passato, lì si era deciso che la gestione degli impianti idroelettrici andava messa a bando, affidandola a terzi.
Nel 2021 questo obbligo è stato fatto decadere. Ma nel nostro paese c’era quello che era definito il “governo dei migliori”, e questi hanno pensato che la cosa migliore fosse mantenere il provvedimento così com’era.
Anzi, per mostrarsi al solito più realisti del re, Draghi decise di inserire questa misura tra le clausole per ricevere il PNRR. In pratica, per ottenere i soldi (a prestito, per lo più) della UE, bisognava per forza privarsi del controllo su queste infrastrutture strategiche.
Stiamo parlando di 4.646 centrali, quasi tutte sull’arco alpino. Esse producono il 20% dell’energia totale del paese e rappresentano il 40% delle rinnovabili, e sono perciò un asset fondamentale anche rispetto alla programmazione della lotta al cambiamento climatico.
E la questione ha importanti ripercussioni anche rispetto alla gestione del territorio e al contrasto al dissesto idrogeologico. Infatti, dighe e invasi sono elementi dirimenti anche rispetto al pericolo alluvioni, che più di una volta hanno colpito l’Italia negli ultimi mesi.
L’inconsistenza del governo Meloni già palesatasi con queste tragedie lo sta portando oggi a continuare sulla strada tracciata da Draghi. Con questi bandi anche gli operatori esteri potranno entrare nel settore: altro che sovranisti!
Non avendo approvato il decreto Energia bis, non è stato possibile nemmeno riassegnare gli impianti ai concessionari uscenti. Ad oggi, inoltre, servirebbero investimenti per almeno 15 miliardi di euro totali, che nell’incertezza attuale nessun privato si vuole assumere.
Basterebbe un po’ di manutenzione e sostituzione di alcuni macchinari, e si potrebbero guadagnare 4,4 terawattora all’anno. Ciò si tradurrebbe anche in un risparmio di 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica e nella creazione di 2mila posti di lavoro per completare i lavori.
Un piano di sviluppo che necessiterebbe di uno Stato guidato da una classe dirigente con un minimo di cultura di programmazione, che riesca a vedere oltre la scadenza elettorale. E che non sia legata mani e piedi ai vincoli europei.
Ma a Palazzo Chigi al massimo riusciranno a pensare a come garantire la rendita su questi beni della collettività. Questa è la cifra reale del governo Meloni.
Fonte
10/07/2024
I tagli della legge di bilancio calano sui comuni italiani
A fine maggio era scoppiata la polemica riguardo i decreti attuativi della legge di bilancio che Palazzo Chigi aveva formulato. Tagli su tagli per i comuni del Bel Paese, con le sforbiciate maggiori per quelli che avevano ricevuto più soldi dai fondi PNRR.
In quei giorni si è svolto anche il solito teatrino della politica italiana, con Elly Schlein che aveva chiamato Giorgia Meloni la “regina dell’austerità”, forse dimenticando che il suo partito è uno dei più fieri sostenitori (e fautori) dei vincoli di bilancio.
Ma, ad ogni modo, la portata dei provvedimenti era decisamente pesante e aveva provocato la ribellione nell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI). Il 4 luglio sono state infine pubblicate dal ministero dell’Interno le tabelle finali della revisione di spesa, frutto di settimane di correzioni.
La sostanza non è cambiata di molto. Tagli lineari tra il 2024 e il 2028 per un valore totale di 250 milioni all’anno, di cui 200 a carico dei comuni e 50 a carico di province e città metropolitane, divisi proporzionalmente alla spesa corrente e al netto di quella sociale.
La bozza iniziale – che avrebbe dovuto essere approvata entro gennaio – è stata rivista per ridurre la penalizzazione degli enti che hanno usufruito in maniera maggiore del PNRR. L’ammontare è ulteriormente mitigato dalla distribuzione del residuo dei fondi Covid, ovvero 113 milioni.
Una soluzione che non ha comunque soddisfatto i primi cittadini lo scorso 27 giugno, quando alla Conferenza Stato-Città hanno bocciato le formule del nuovo decreto interministeriale. Ma il governo aveva promesso tagli per 1,25 miliardi, e manterrà questa promessa tutta dentro la logica di Bruxelles.
Si tratta di un duro colpo per le amministrazioni locali: per fare un esempio, parliamo di 80 milioni in cinque anni per Roma, 48 per Milano. E così a cascata per tutte le nostre città, con cifre che possono sembrare di poca importanza, ma che sono invece un macigno per le casse comunali.
Un rapporto della Fondazione nazionale dei commercialisti, commentato sul giornale una ventina di giorni fa, ha messo in evidenza come già il 6% dei 7.896 comuni italiani sia sull’orlo del fallimento. Si può facilmente capire perché anche solo un milione potrà essere la goccia che fa traboccare il vaso.
Come se non bastasse, è il governo stesso a cancellare quel poco che il PNRR può aver portato ai servizi locali, poiché rimane il principio che chi più ne ha usufruito più dovrà tagliare. Per evitare che questi fondi possano davvero migliorare le condizioni di vita dei cittadini.
Sta ora agli amministratori locali decidere dove e cosa tagliare, ma è chiaro che nel giro di poco tempo ci saranno ulteriori strette su servizi e personale. Sul medio termine, anche la fruizione dei diritti sociali, fatta salva dal testo così come è stato approvato, ne andrà ovviamente a risentire.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che sta per arrivare anche la mannaia della procedura di infrazione aperta da Bruxelles. Diversi miliardi all’anno che saranno pagati ancora una volta con politiche lacrime e sangue dai settori popolari.
Centrosinistra o centrodestra, la gabbia dell’Unione Europea continua a distruggere il paese, e solo fuori da essa è data un’alternativa.
Fonte
In quei giorni si è svolto anche il solito teatrino della politica italiana, con Elly Schlein che aveva chiamato Giorgia Meloni la “regina dell’austerità”, forse dimenticando che il suo partito è uno dei più fieri sostenitori (e fautori) dei vincoli di bilancio.
Ma, ad ogni modo, la portata dei provvedimenti era decisamente pesante e aveva provocato la ribellione nell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI). Il 4 luglio sono state infine pubblicate dal ministero dell’Interno le tabelle finali della revisione di spesa, frutto di settimane di correzioni.
La sostanza non è cambiata di molto. Tagli lineari tra il 2024 e il 2028 per un valore totale di 250 milioni all’anno, di cui 200 a carico dei comuni e 50 a carico di province e città metropolitane, divisi proporzionalmente alla spesa corrente e al netto di quella sociale.
La bozza iniziale – che avrebbe dovuto essere approvata entro gennaio – è stata rivista per ridurre la penalizzazione degli enti che hanno usufruito in maniera maggiore del PNRR. L’ammontare è ulteriormente mitigato dalla distribuzione del residuo dei fondi Covid, ovvero 113 milioni.
Una soluzione che non ha comunque soddisfatto i primi cittadini lo scorso 27 giugno, quando alla Conferenza Stato-Città hanno bocciato le formule del nuovo decreto interministeriale. Ma il governo aveva promesso tagli per 1,25 miliardi, e manterrà questa promessa tutta dentro la logica di Bruxelles.
Si tratta di un duro colpo per le amministrazioni locali: per fare un esempio, parliamo di 80 milioni in cinque anni per Roma, 48 per Milano. E così a cascata per tutte le nostre città, con cifre che possono sembrare di poca importanza, ma che sono invece un macigno per le casse comunali.
Un rapporto della Fondazione nazionale dei commercialisti, commentato sul giornale una ventina di giorni fa, ha messo in evidenza come già il 6% dei 7.896 comuni italiani sia sull’orlo del fallimento. Si può facilmente capire perché anche solo un milione potrà essere la goccia che fa traboccare il vaso.
Come se non bastasse, è il governo stesso a cancellare quel poco che il PNRR può aver portato ai servizi locali, poiché rimane il principio che chi più ne ha usufruito più dovrà tagliare. Per evitare che questi fondi possano davvero migliorare le condizioni di vita dei cittadini.
Sta ora agli amministratori locali decidere dove e cosa tagliare, ma è chiaro che nel giro di poco tempo ci saranno ulteriori strette su servizi e personale. Sul medio termine, anche la fruizione dei diritti sociali, fatta salva dal testo così come è stato approvato, ne andrà ovviamente a risentire.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che sta per arrivare anche la mannaia della procedura di infrazione aperta da Bruxelles. Diversi miliardi all’anno che saranno pagati ancora una volta con politiche lacrime e sangue dai settori popolari.
Centrosinistra o centrodestra, la gabbia dell’Unione Europea continua a distruggere il paese, e solo fuori da essa è data un’alternativa.
Fonte
25/05/2024
“Non demolire la vecchia diga di Genova prima che la nuova subisca una forte mareggiata”
Come prevedibile, la maggioranza in Consiglio regionale della Liguria non s’è sfaldata e ha oggi approvato il finanziamento da 57 milioni di euro necessario a integrare le risorse statali recentemente stanziate per la realizzazione della seconda fase della nuova diga foranea del porto di Genova.
“L’opera ha un valore complessivo di 1,3 miliardi di euro ed è finanziata per 1,223 miliardi con fondi statali tra cui Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari, Fondo Infrastrutture e legge n.56 del 2024. La differenza, pari a 77 milioni di euro, viene coperta col Disegno di Legge 179 con 57 milioni a carico della Regione Liguria e 20 milioni a carico dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale” ha spiegato una nota della Regione Liguria.
I dubbi relativamente all’esito di un voto che meno di un mese fa sarebbe stato scontato sono emersi nelle ultime due settimane, sulla scorta dell’inchiesta che ha portato alle misure cautelari a carico, fra gli altri, del presidente della regione Giovanni Toti e dell’ex presidente dell’Adsp del mar Ligure Occidentale e commissario straordinario per la diga Paolo Emilio Signorini.
A gettar benzina sul fuoco, inoltre, due note, redatte a cavallo dei fermi e rivelate da Il Secolo XIX, che il direttore dei lavori e il responsabile unico del procedimento (Giuseppe Galluzzo e Marco Vaccari) per l’appalto hanno mandato a Pergenova Breakwater, il consorzio appaltatore della prima fase (950 milioni di euro) guidato da Webuild.
Vi si lamenta perentoriamente e diffusamente una “fortissima preoccupazione” per il ritardo dei lavori e si richiama la responsabilità di Webuild nella decisione di procedere venerdì alla posa del primo dei 97 cassoni della diga (i blocchi di cemento dai 18 ai 34 metri di altezza che, poggiati sullo scanno di rocce, ne costituiscono la struttura portante e che diverranno 105 se sarà approvata la variante per l’accorpamento delle due fasi) senza prima aver concluso i test (“campi prova”) di tenuta geotecnica dei fondali.
Webuild non ha commentato ufficialmente ma ha circolato alle agenzie alcune informazioni che ufficialmente nulla smentiscono ma tentano di gettare acqua. Si segnala ad esempio la realizzazione di 3.800 colonne di ghiaia (propedeutiche al consolidamento del terreno) senza dire che ne sono previste oltre 70mila.
Il sindaco di Genova Marco Bucci, attuale commissario all’opera, ha invece derubricato a “consueta dinamica di discussione tra appaltante e impresa esecutrice” e di “ricostruzioni dei fatti sostanzialmente sbagliate” pur dicendosi “confidente che si possa recuperare il tempo perso” e che il Consiglio regionale voterà per il finanziamento alla fase due dell’opera (cosa oggi in effetti avvenuta).
Del resto la firma delle due note non è indifferente e pare segnare un ripensamento nei rapporti fra Adsp (stazione appaltante) e struttura commissariale, finora imperniati sulla piena uniformità di vedute. Galluzzo è infatti colui che Rina Consulting chiamò al posto di Piero Silva quando quest’ultimo, due anni fa, si dimise per il diniego di Signorini e Bucci di ascoltarne l’allarme su tempi e fattibilità geotecnica del progetto.
In vista dell’imminente posa del primo cassone in assenza di garanzie geotecniche (un’apposita celebrazione è prevista per venerdì 24 maggio) torna a pronunciarsi Piero Silva con questa intervista rilasciata a SHIPPING ITALY.
Cosa ne pensa Ing. Silva della posa del primo cassone, ora che l’Autorità portuale ha ammesso avverrà senza aver completato i test di tenuta dei fondali?
“La situazione è preoccupante. Malgrado gli innumerevoli segnali di problemi, si continua a non mettere le carte sul tavolo e a giocare col fuoco. Mai e poi mai si inizia a costruire un’opera marittima senza aver concluso positivamente le verifiche geotecniche.”
Cosa si rischia per l’instabilità dei fondali?
“Il collasso geotecnico: il crollo cioè dell’opera, che rischia di provocare un’onda lunga (dell’ordine dei 150 secondi) con conseguenze potenzialmente devastanti. Ci sono casi noti in letteratura, in primis quelli di Nizza del 1979, che fece anche diverse vittime, o Sibari nel 1977, il cui piccolo scalo fu fortemente danneggiato. Figurarsi cosa accadrebbe nel primo porto italiano.”
Uno scenario e un rischio in qualche modo ancora evitabile?
“Se proprio non ci si vuole fermare e ripensare il progetto, il minimo è evitare di demolire la diga vecchia prima che la nuova non sia sottoposta a una mareggiata importante, il più valido dei test. Ma è chiaro che si tratterebbe d’un ripiego, che non risolve il rischio di realizzare un’opera costosissima, inutile e con tempi molto più lunghi di quelli che si propagandano.”
Si potrebbe invece ancora fare qualcos’altro?
“Certo, anzi sarebbe doveroso! L’attuale progetto continua a esser propugnato senza vere ragioni tecniche, nell’incredulità dei maggiori esperti europei, dato che si potrebbe migliorare l’accessibilità nautica al porto con una diga realizzata su fondali meno profondi e più stabili. Bucci e Signorini hanno sempre opposto come pretesto il vincolo della Soprintendenza su 200 metri della diga esistente. Ma nessuno ha mai provato a discutere con quest’ente, in altre occasioni sensibile alle ragioni di porto e città, i vantaggi che il progetto alternativo garantirebbe a fronte del sacrificio del mantenimento in situ dell’attuale diga ottocentesca (peraltro preservabile diversamente).”
Quali sarebbero tali benefici?
“Innanzitutto i risparmi. L’attuale progetto non costerà meno di due miliardi di euro. A spanne, con una diga su fondali non superiori a 30-35 metri, tracciato possibile, si risparmierebbero circa 900 milioni. Una cifra che permetterebbe importanti interventi di sviluppo dello scalo, dall’elettrificazione piena delle banchine al miglioramento delle connessioni terrestri, tema particolarmente sentito a Genova.”
E in secondo luogo?
“L’incertezza geotecnica sarebbe come detto contenuta e l’abbattimento del troncone di vecchia diga consentirebbe di posizionare il cerchio di evoluzione (dove le navi fanno manovra nei porti ad ingresso unico, ndr) in un luogo migliore. E poi i tempi, aspetto su cui le menzogne sono ridicole e tragiche. Basta considerare le altre dighe a cassoni di realizzazione recente. A Nador, in condizioni di fondale decisamente migliori non s’è andati oltre i 350 metri l’anno come ritmo di costruzione. L’attuale progetto genovese, al netto di inconvenienti, non terminerebbe prima del 2036. Ridimensionandolo si potrebbe puntare al 2030.”
Ma perché allora continuare così?
“Fatico a spiegarmelo. Bucci è persona intelligente, non può non aver capito. Ma non si può nemmeno attribuire un simile errore e i possibili danni che ne deriveranno all’ego di una sola persona. D’altronde ad altre spiegazioni non voglio nemmeno pensare. Quel che mi preme è che un progetto cresciuto nella menzogna, torni nella verità: siamo ancora in tempo.”
Fonte
“L’opera ha un valore complessivo di 1,3 miliardi di euro ed è finanziata per 1,223 miliardi con fondi statali tra cui Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari, Fondo Infrastrutture e legge n.56 del 2024. La differenza, pari a 77 milioni di euro, viene coperta col Disegno di Legge 179 con 57 milioni a carico della Regione Liguria e 20 milioni a carico dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale” ha spiegato una nota della Regione Liguria.
I dubbi relativamente all’esito di un voto che meno di un mese fa sarebbe stato scontato sono emersi nelle ultime due settimane, sulla scorta dell’inchiesta che ha portato alle misure cautelari a carico, fra gli altri, del presidente della regione Giovanni Toti e dell’ex presidente dell’Adsp del mar Ligure Occidentale e commissario straordinario per la diga Paolo Emilio Signorini.
A gettar benzina sul fuoco, inoltre, due note, redatte a cavallo dei fermi e rivelate da Il Secolo XIX, che il direttore dei lavori e il responsabile unico del procedimento (Giuseppe Galluzzo e Marco Vaccari) per l’appalto hanno mandato a Pergenova Breakwater, il consorzio appaltatore della prima fase (950 milioni di euro) guidato da Webuild.
Vi si lamenta perentoriamente e diffusamente una “fortissima preoccupazione” per il ritardo dei lavori e si richiama la responsabilità di Webuild nella decisione di procedere venerdì alla posa del primo dei 97 cassoni della diga (i blocchi di cemento dai 18 ai 34 metri di altezza che, poggiati sullo scanno di rocce, ne costituiscono la struttura portante e che diverranno 105 se sarà approvata la variante per l’accorpamento delle due fasi) senza prima aver concluso i test (“campi prova”) di tenuta geotecnica dei fondali.
Webuild non ha commentato ufficialmente ma ha circolato alle agenzie alcune informazioni che ufficialmente nulla smentiscono ma tentano di gettare acqua. Si segnala ad esempio la realizzazione di 3.800 colonne di ghiaia (propedeutiche al consolidamento del terreno) senza dire che ne sono previste oltre 70mila.
Il sindaco di Genova Marco Bucci, attuale commissario all’opera, ha invece derubricato a “consueta dinamica di discussione tra appaltante e impresa esecutrice” e di “ricostruzioni dei fatti sostanzialmente sbagliate” pur dicendosi “confidente che si possa recuperare il tempo perso” e che il Consiglio regionale voterà per il finanziamento alla fase due dell’opera (cosa oggi in effetti avvenuta).
Del resto la firma delle due note non è indifferente e pare segnare un ripensamento nei rapporti fra Adsp (stazione appaltante) e struttura commissariale, finora imperniati sulla piena uniformità di vedute. Galluzzo è infatti colui che Rina Consulting chiamò al posto di Piero Silva quando quest’ultimo, due anni fa, si dimise per il diniego di Signorini e Bucci di ascoltarne l’allarme su tempi e fattibilità geotecnica del progetto.
In vista dell’imminente posa del primo cassone in assenza di garanzie geotecniche (un’apposita celebrazione è prevista per venerdì 24 maggio) torna a pronunciarsi Piero Silva con questa intervista rilasciata a SHIPPING ITALY.
Cosa ne pensa Ing. Silva della posa del primo cassone, ora che l’Autorità portuale ha ammesso avverrà senza aver completato i test di tenuta dei fondali?
“La situazione è preoccupante. Malgrado gli innumerevoli segnali di problemi, si continua a non mettere le carte sul tavolo e a giocare col fuoco. Mai e poi mai si inizia a costruire un’opera marittima senza aver concluso positivamente le verifiche geotecniche.”
Cosa si rischia per l’instabilità dei fondali?
“Il collasso geotecnico: il crollo cioè dell’opera, che rischia di provocare un’onda lunga (dell’ordine dei 150 secondi) con conseguenze potenzialmente devastanti. Ci sono casi noti in letteratura, in primis quelli di Nizza del 1979, che fece anche diverse vittime, o Sibari nel 1977, il cui piccolo scalo fu fortemente danneggiato. Figurarsi cosa accadrebbe nel primo porto italiano.”
Uno scenario e un rischio in qualche modo ancora evitabile?
“Se proprio non ci si vuole fermare e ripensare il progetto, il minimo è evitare di demolire la diga vecchia prima che la nuova non sia sottoposta a una mareggiata importante, il più valido dei test. Ma è chiaro che si tratterebbe d’un ripiego, che non risolve il rischio di realizzare un’opera costosissima, inutile e con tempi molto più lunghi di quelli che si propagandano.”
Si potrebbe invece ancora fare qualcos’altro?
“Certo, anzi sarebbe doveroso! L’attuale progetto continua a esser propugnato senza vere ragioni tecniche, nell’incredulità dei maggiori esperti europei, dato che si potrebbe migliorare l’accessibilità nautica al porto con una diga realizzata su fondali meno profondi e più stabili. Bucci e Signorini hanno sempre opposto come pretesto il vincolo della Soprintendenza su 200 metri della diga esistente. Ma nessuno ha mai provato a discutere con quest’ente, in altre occasioni sensibile alle ragioni di porto e città, i vantaggi che il progetto alternativo garantirebbe a fronte del sacrificio del mantenimento in situ dell’attuale diga ottocentesca (peraltro preservabile diversamente).”
Quali sarebbero tali benefici?
“Innanzitutto i risparmi. L’attuale progetto non costerà meno di due miliardi di euro. A spanne, con una diga su fondali non superiori a 30-35 metri, tracciato possibile, si risparmierebbero circa 900 milioni. Una cifra che permetterebbe importanti interventi di sviluppo dello scalo, dall’elettrificazione piena delle banchine al miglioramento delle connessioni terrestri, tema particolarmente sentito a Genova.”
E in secondo luogo?
“L’incertezza geotecnica sarebbe come detto contenuta e l’abbattimento del troncone di vecchia diga consentirebbe di posizionare il cerchio di evoluzione (dove le navi fanno manovra nei porti ad ingresso unico, ndr) in un luogo migliore. E poi i tempi, aspetto su cui le menzogne sono ridicole e tragiche. Basta considerare le altre dighe a cassoni di realizzazione recente. A Nador, in condizioni di fondale decisamente migliori non s’è andati oltre i 350 metri l’anno come ritmo di costruzione. L’attuale progetto genovese, al netto di inconvenienti, non terminerebbe prima del 2036. Ridimensionandolo si potrebbe puntare al 2030.”
Ma perché allora continuare così?
“Fatico a spiegarmelo. Bucci è persona intelligente, non può non aver capito. Ma non si può nemmeno attribuire un simile errore e i possibili danni che ne deriveranno all’ego di una sola persona. D’altronde ad altre spiegazioni non voglio nemmeno pensare. Quel che mi preme è che un progetto cresciuto nella menzogna, torni nella verità: siamo ancora in tempo.”
Fonte
29/03/2024
Telecomunicazioni in Italia. Sovranità o sudditanza?
Sono anni che la gravità crescente della situazione di TIM, richiede provvedimenti coerenti con quanto emergeva dai conti; le varie ristrutturazioni industriali che venivano via via presentate, sono servite solo ai vari gruppi dirigenti succedutisi per assicurarsi prospettive di breve mandato e così ottenere bonus e buonuscite milionarie, nonostante il rosso preoccupante che emergeva.
Sovranità tecnologica: cosa farà il governo
Da parte della politica, alla luce degli investimenti strutturali previsti nel PNRR, servirebbero segnali concreti per capire come superare le criticità del settore delle telecomunicazioni e non aperture di tavoli di dialogo per gestire semplicemente gli ennesimi esuberi e tagliare i costi del lavoro.
Di fronte ai conflitti globali in atto e all’attuale concorrenza commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina attraverso il primato sulla tecnologia, servono decisioni politiche per affermare il controllo sulle telecomunicazioni in ottica di sovranità tecnologica, senza favorire una parte o l’altra.
Occorre una politica nei settori e nelle filiere strategiche, dove l’impatto della tecnologia diventi fondamentale, che promuova una nuova visione industriale del sistema paese, mettendo in moto una proficua collaborazione tra il mondo della ricerca, delle università e del sistema economico e industriale all’insegna dell’indipendenza tecnologica.
È questa la visione che in Italia è mancata, subendo una sudditanza di fatto.
Nei prossimi anni ci sarà un’accelerazione enorme sull’uso delle nuove tecnologie, in particolare sulle infrastrutture 5G e sui servizi collegati, come la telemedicina e la robotica.
In questa nuova realtà il nostro sistema economico e industriale deve incamminarsi per trovare le aree di specializzazione ed eccellenza, per riguadagnare leadership tecnologica e industriale.
In questo contesto l’operazione della separazione della rete di TIM al fondo americano KKR, e potenzialmente i cavi sottomarini di TI Sparkle ad altri fondi, con il ruolo attivo del Governo guidato da Giorgia Meloni, risulta devastante, visto come si stanno muovendo gli altri operatori del settore a livello europeo, che si rafforzano attraverso acquisizioni, come ad esempio l’acquisto di Vodafone Italia da parte dell’operatore svizzero che controlla Fastweb.
L’Italia con miopia sta rinunciando alla sovranità sulle telecomunicazioni italiane, attraverso anni di privatizzazioni, tutte fallimentari, senza eccezioni, in termini di produzione, profitti e occupazione.
Il controllo delle Telco, dove si giocheranno le future partite geoeconomiche, con impatti sulla finanza, l’innovazione tecnologia ed economico-industriale, sono strategicamente rilevanti oggi più che mai. Solo così sarà possibile conferire al nostro Paese quella sovranità tecnologica ed economica utile a renderlo protagonista dei nuovi scenari.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, insieme alla Cassa Depositi e Prestiti, si limiteranno all’applicazione del “golden power”, come verificatosi per fermare l’acquisto da parte della società cinese China National Tire and Rubber Corporation, Ltd., degli pneumatici ‘Cyber’ di Pirelli dotati di sensori, i quali raccolgono informazioni che possono essere considerate strategiche e sensibili, come i dati del guidatore e lo stato delle infrastrutture.
Questa partita sul futuro di TIM e di conseguenza delle telco italiane, nel lasciare fare al libero mercato, sarà giocata dal Governo alla pari con Pechino e Washington, oppure in qualità di semplice vassallo vorrà schierarsi con per rafforzare le relazioni transatlantiche tra Italia e Stati Uniti?
Fonte
Sovranità tecnologica: cosa farà il governo
Da parte della politica, alla luce degli investimenti strutturali previsti nel PNRR, servirebbero segnali concreti per capire come superare le criticità del settore delle telecomunicazioni e non aperture di tavoli di dialogo per gestire semplicemente gli ennesimi esuberi e tagliare i costi del lavoro.
Di fronte ai conflitti globali in atto e all’attuale concorrenza commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina attraverso il primato sulla tecnologia, servono decisioni politiche per affermare il controllo sulle telecomunicazioni in ottica di sovranità tecnologica, senza favorire una parte o l’altra.
Occorre una politica nei settori e nelle filiere strategiche, dove l’impatto della tecnologia diventi fondamentale, che promuova una nuova visione industriale del sistema paese, mettendo in moto una proficua collaborazione tra il mondo della ricerca, delle università e del sistema economico e industriale all’insegna dell’indipendenza tecnologica.
È questa la visione che in Italia è mancata, subendo una sudditanza di fatto.
Nei prossimi anni ci sarà un’accelerazione enorme sull’uso delle nuove tecnologie, in particolare sulle infrastrutture 5G e sui servizi collegati, come la telemedicina e la robotica.
In questa nuova realtà il nostro sistema economico e industriale deve incamminarsi per trovare le aree di specializzazione ed eccellenza, per riguadagnare leadership tecnologica e industriale.
In questo contesto l’operazione della separazione della rete di TIM al fondo americano KKR, e potenzialmente i cavi sottomarini di TI Sparkle ad altri fondi, con il ruolo attivo del Governo guidato da Giorgia Meloni, risulta devastante, visto come si stanno muovendo gli altri operatori del settore a livello europeo, che si rafforzano attraverso acquisizioni, come ad esempio l’acquisto di Vodafone Italia da parte dell’operatore svizzero che controlla Fastweb.
L’Italia con miopia sta rinunciando alla sovranità sulle telecomunicazioni italiane, attraverso anni di privatizzazioni, tutte fallimentari, senza eccezioni, in termini di produzione, profitti e occupazione.
Il controllo delle Telco, dove si giocheranno le future partite geoeconomiche, con impatti sulla finanza, l’innovazione tecnologia ed economico-industriale, sono strategicamente rilevanti oggi più che mai. Solo così sarà possibile conferire al nostro Paese quella sovranità tecnologica ed economica utile a renderlo protagonista dei nuovi scenari.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, insieme alla Cassa Depositi e Prestiti, si limiteranno all’applicazione del “golden power”, come verificatosi per fermare l’acquisto da parte della società cinese China National Tire and Rubber Corporation, Ltd., degli pneumatici ‘Cyber’ di Pirelli dotati di sensori, i quali raccolgono informazioni che possono essere considerate strategiche e sensibili, come i dati del guidatore e lo stato delle infrastrutture.
Questa partita sul futuro di TIM e di conseguenza delle telco italiane, nel lasciare fare al libero mercato, sarà giocata dal Governo alla pari con Pechino e Washington, oppure in qualità di semplice vassallo vorrà schierarsi con per rafforzare le relazioni transatlantiche tra Italia e Stati Uniti?
Fonte
27/03/2024
Attraversando il PNRR. Parte II: politiche energetiche e filiere produttive (I)
I. Articolazione del Piano e REPowerEU
Missioni, componenti e investimenti
Il PNRR si articola attorno ad alcuni percorsi di sviluppo settoriali denominati «Missioni». In un certo senso potremmo farli corrispondere ai Programs europei (v. Parte I, Par. II, La strategia della Commissione Europea), solo che le Missioni sono declinate su scala nazionale. Ogni Missione è a sua volta suddivisa in Componenti, per cui ad esempio la Missione 1, Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, è composta da: Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA; Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo; Turismo e cultura 4.0. A voler essere precisi, poi, le Componenti sono a loro volta ripartite in «sotto-componenti». I fondi vengono assegnati «a pacchetti», denominati «Investimenti»[1], che costituiscono una sorta di suddivisione ulteriore di queste sotto-componenti. Ad esempio, la citata Componente 1 della Missione 1 riporta tre sotto-componenti (Digitalizzazione PA; Innovazione PA; Innovazione organizzativa del sistema giudiziario), all’interno delle quali trovano posto ben sette Investimenti differenti (quali «Digitalizzazione delle grandi amministrazioni centrali» o «Processo di acquisto ICT»).
Il REpowerEU
Dopo la crisi delle relazioni fra Russia e UE e l’embargo al gas e al petrolio russo, la Commissione Europea ha presentato un piano integrativo dei PNRR, denominato REPowerEU[2], con l’obiettivo di «ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde»[3]. Come? Gestendo le relazioni commerciali per l’acquisto di gas come UE, in quanto singoli Stati membri, trovando nuovi partner commerciali e siglando accordi, adottando norme comunitarie per lo stoccaggio di gas, investendo sulle infrastrutture per la produzione di idrogeno e promuovendo una sorta di joint venture con le imprese[4] per la produzione di energia solare. Inoltre, si prevedono il sostegno a politiche di riduzione dei consumi e il potenziamento delle filiere del gas, del biometano e dell’idrogeno rinnovabile, nonché di quelle relative «alle materie prime e alle tecnologie critiche connesse alla transizione verde»[5].
L’obiettivo dell’indipendenza dalle importazioni energetiche estere corrisponde agli interessi dei capitalisti nostrani, ma il fatto che venga presentato come scelta green, sostenibile, non può non far sorgere dei dubbi. Le strategie messe in campo dai paesi europei, infatti, lasciano perplessi per almeno due motivi. In primis, se è vero che i consumi legati alle nuove tecnologie sono in costante aumento e che anche lo sviluppo e la produzione di quelle deputate a contenerli comporti un aumento delle emissioni di CO2, dov’è la garanzia che il processo di transizione verso la green economy non risulti altamente dannoso per l’ambiente e, quindi, l’essere umano?
Gli investimenti necessari per transitare verso un sistema rinnovabile al 100% richiedono comunque enormi consumi di energia; essendo attualmente questa energia per l’80% di tipo fossile, la transizione implica un eccesso di emissioni di CO2 che deve assolutamente essere compensato con riduzioni di produzione. Questo è in palese contrasto con un modello di sviluppo fondato sull’accumulazione continua e sulla necessità di crescita illimitata come quello capitalistico[6].
E soprattutto, in secundis, una volta completata la transizione verso questo fantomatico «capitalismo verde», chi ci assicura che i fattori produttivi non vengano spremuti per ottenere il massimo profitto possibile causando comunque dei gravi danni ambientali?
Come mostrato in alcuni autorevoli studi (vedi Morley et al. 2018, Røpke 2012, Andrae 2019), per contenere la crescita complessiva della richiesta energetica connessa alle nuove infrastrutture digitali, che ci si attende essere imponente negli anni a venire, è necessario limitare la crescita del traffico di dati, almeno tenendolo al passo dell’efficientamento; un equilibrio che fino a oggi non c’è stato. Basti pensare che dal 2002 al 2016 il traffico complessivo di dati al secondo è passato da 100 GB a 26.600 GB (vedi Morley et al. 2018)![7]
«REpowerITA»
Dal dicembre 2022[8] è stato concesso agli Stati membri di introdurre nuovi capitoli REPowerEU all’interno dei propri PNRR, ma del resto la stessa normativa comunitaria prevedeva fin dall’inizio la possibilità per ogni singolo paese di aggiornare Piano e obiettivi[9]. I paesi che avranno i maggiori incrementi dei finanziamenti PNRR sono Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Romania; staccati, seguono Ungheria, Portogallo e Repubblica Ceca[10].
Il Governo italiano (per tramite di Raffaele Fitto) ha presentato la propria proposta di modifica lo scorso 7 agosto, nell’ultimo mese disponibile, e la Commissione ha espresso valutazione positiva l'8 dicembre 2023. Oggetto delle modifiche negoziate con la Commissione sono alcune integrazioni al vecchio Piano, consistenti in nuovi finanziamenti, riforme e, soprattutto, una nuova Missione denominata proprio «REPowerEU». Complessivamente il nostro paese riceverà «2,76 miliardi di euro di sovvenzioni non rimborsabili (la quota maggiore, 13,8 per cento del totale, al pari della Polonia)»[11], quando invece la proposta di agosto era di ben 19,2 miliardi.
Fra i principali aspetti del REpowerEU italiano troviamo i crediti d’imposta per le imprese innovative sul piano dell’efficientamento energetico (6,3 miliardi), cui fa da contrappeso la riduzione dei budget per la tutela del territorio e delle risorse idriche (– 5,19 miliardi). Il proliferare degli incentivi alle imprese in luogo degli investimenti statali diretti servirà anche o soprattutto ad accorciare i tempi e accelerare i processi, per quanto probabilmente al prezzo di una minore omogeneità di intervento e di maggiori sprechi di risorse (sceglieranno le imprese il tipo di intervento da effettuare, anziché lo Stato). Uno degli obiettivi della rinegoziazione del PNRR, del resto, è proprio quello di ottenere un Piano aggiornato che sia applicabile nei tempi, oltre che coerente nella strategia complessiva[12].
Al di là della questione delle tempistiche si potrebbe discutere sul rimescolamento di risorse, spostate da una Missione all’altra; ad esempio, sulla scelta di tagliare gli investimenti nella rete logistica ferroviaria (– 1,98), avvenuta a fronte di un rafforzamento del programma di digitalizzazione industriale (+ 1,09), oppure su molte altre. In fondo, però, gli aspetti più preoccupanti per i lavoratori riguardano il sociale, come l’emorragia di risorse dall’inclusione sociale e territoriale (Missione 5, Componenti 2 e 3) per quasi 4 miliardi (rispettivamente, – 2,85 e – 1,10). In questo senso la revisione del Piano non lascia adito a dubbi, in quanto la Missione 7 («REpowerEU») rappresenta di per sé un coacervo di risorse da impiegare direttamente per il potenziamento energetico del sistema economico produttivo e pertanto è chiaro che il nuovo PNRR sia più sbilanciato verso le imprese che il sociale: se è vero che all’Italia sono stati concessi 2,76 miliardi in più, la Missione 7 ne vale da sola ben 11,18.
II. La filiera dei semiconduttori
Iniziamo ora a esaminare alcuni fra gli investimenti PNRR, relativi a quei settori che a nostro parere rivestono una maggiore importanza strategica per lo sviluppo dell’economia italiana e che meglio chiariscono il ruolo del nostro paese nell’ambito del comparto economico europeo (detto «Factory Europe»). Partiremo quindi dalla filiera dei semiconduttori, assolutamente fondamentale per lo sviluppo economico europeo, e proseguiremo con la filiera dell’idrogeno, che nell’ambito del settore energetico rappresenta la sezione più sperimentale e innovativa. A questo punto analizzeremo le componenti relative alla digitalizzazione industriale e allo sviluppo della rete logistica (produzione e circolazione delle merci). Queste ultime aiutano a descrivere i cambiamenti che potranno avvenire nell’impiego della forza-lavoro, soprattutto riguardo le dinamiche di aumento della produttività. Nel contesto attuale tali dinamiche portano i lavoratori a subire una certa intensificazione del lavoro (aumento dei ritmi) e il conseguente deterioramento della salute (fisica e psicologica), oltre che un aumento del controllo in azienda.
Il (nascente) comparto industriale italiano per i semiconduttori è investito dalla Missione 1, Componente 2, Investimento 2 del nostro PNRR. Tramite il finanziamento statale del 40% degli investimenti nel settore si mira a sviluppare una certa quota di produzione di semiconduttori (principalmente «wafer» in silicio) che, dopo la trasformazione in chip, possano servire come semi-lavorati per le principali industrie europee.
L’industria globale dei semiconduttori gioca un ruolo cruciale in tutte le filiere industriali avanzate, tra cui l’elettronica, l’automotive, l’aerospazio, la difesa, la robotica, la meccanica strumentale e le applicazioni industriali [nonché, a nostro parere, sull’intero settore economico in generale, per via delle applicazioni nel campo della connettività, dal cloud ai 5 e 6G]. Nel 2022, l’industria dei semiconduttori ha fatturato circa 600 miliardi di dollari [440 miliardi di € nel 2020, secondo il PNRR tedesco]. Il tasso medio di crescita del fatturato degli ultimi 20 anni è stato pari al 7% e si prevede che continuerà almeno a questi ritmi, raggiungendo un valore superiore a 1 trilione di dollari nel 2030[13].
I semiconduttori sono materiali la cui conduttività elettrica può essere modificata sulla base degli interessi dell’industria umana; possono anche essere costituiti da composti di materiali diversi o da strati di materiali differenti. I chip sono dispositivi elettronici creati su un supporto di materiale semiconduttore (circuiti elettrici «stampati», «fissati» sul metallo semiconduttore)[14]. Il semi-conduttore ha l’importante particolarità di consentire la realizzazione dei componenti base dei chip, in virtù del proprio livello di conducibilità e resistività elettriche. Il materiale più utilizzato è il silicio, che riesce a consentire «l’integrazione di decine di miliardi di componenti base (per es. transistor, diodi, resistenze e condensatori) su un singolo chip»[15]. Siccome l’industria si sta oggi avvicinando ai limiti fisici di questo materiale, si cerca di manipolarlo in maniera sempre più sofisticata[16].
La storia di queste tecnologie passa interamente dal settore militare. Tutto inizia prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, con i sistemi di calcolo finalizzati a colpire gli obiettivi degli aerei da guerra statunitensi (seppur con molta approssimazione). Dagli anni ’60, invece, i chip erano ormai utilizzati in ogni sistema d'arma dell'esercito Usa. Una spinta propulsiva modernizzatrice fu data dai computer che guidarono l'astronave Apollo e il missile Minuteman[17] e, poi, l'avventura sulla Luna, mentre soltanto in seguito queste tecnologie sarebbero state impiegate per un uso civile di massa (la stessa Silicon Valley, per anni, è stata legata principalmente ai processi militari). È possibile che anche le guerre ora in corso daranno il via a nuove produzioni legate all’intelligenza artificiale.
La filiera dei semiconduttori è l’insieme di quei processi ideativi, produttivi, logistici e di marketing che, partendo dall’estrazione delle materie prime, servono a creare il prodotto e farlo arrivare al cliente finale: in una sola espressione, il processo di trasformazione delle materie prime necessarie in merce. All’interno di questo percorso vi sono attività imprenditoriali di vario tipo. Alcune di esse consentono larghi profitti (un «ritorno» degli investimenti effettuati molto più grande), mentre altre molto meno. Queste differenti tipologie di attività imprenditoriali sono associabili a vere e proprie fasi del processo di trasformazione: delle «tappe» lungo un percorso obbligato. Il controllo di quelle più remunerative è ciò che serve per battere la concorrenza e a nostro parere è, allo stesso tempo, la chiave di lettura principale per comprendere la competizione fra Stati diversi: la cosiddetta geopolitica.
Tralasciando di scorporare la logistica, che accompagna quasi tutto il processo di trasformazione del prodotto, possiamo suddividere la filiera dei semiconduttori in: fasi produttive (fabbricazione, test e assemblaggio), che rappresentano il 40% circa del fatturato complessivo mondiale; estrazione delle materie prime, per l’11% del fatturato; fasi ideative (progettazione e design), 32%; attività economiche deputate alla fornitura dei macchinari industriali necessari, 17%[18]. Le fasi produttive sembrerebbero essere quelle più remunerative, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno: rendono molto di più le fasi ideative, solo che la massa degli investimenti è minore. Non è dunque un caso se quasi il 50% dei ricavi di queste fasi sia statunitense e solo 5% rimanga in mano cinese (all’Europa tocca il 10%). Inoltre, «La leadership dominante delle imprese americane nella fase della progettazione e design consente loro di esercitare un controllo sulla proprietà intellettuale e, quindi, su tutta l’industria perché le aziende specializzate nella fase di fabbricazione di chip devono sottoscrivere accordi/licenze per il loro utilizzo»[19], [20].
Il fatturato della produzione, invece, è più equamente distribuito fra paesi occidentali e nuove potenze asiatiche. Ciò in virtù di parecchi fattori, tra i quali il rilevante peso del fatturato complessivo e degli ingenti investimenti necessari per far progredire l’industria e realizzare ulteriori aumenti dei profitti. Ciononostante, le fasi di test dei semilavorati e assemblaggio delle componenti, che sono a bassissimo valore aggiunto, però, vedono un ruolo relativamente maggiore di paesi come la Malesia (pur se, di nuovo, in un contesto in cui la distribuzione del fatturato è abbastanza uniforme). Siccome il valore aggiunto è scarso non conviene investire per innovare e digitalizzare i processi industriali: meglio mantenere un processo produttivo «labour intensive», ossia con una grossa componente di lavoro operaio manuale, e racimolare quel che si può. Ciò comporta che la localizzazione geografica di queste fasi sia in Stati come la Malesia, le Filippine e il Vietnam, dove il costo della forza-lavoro è nettamente inferiore.
In ultimo vogliamo segnalare che Corea del sud e Taiwan detengono il 50% del mercato della produzione di semiconduttori all’avanguardia[21] (2019), a testimonianza di come ciò che abbiamo scritto finora sia una rappresentazione esemplificativa, dovuta a necessità di sintesi, più che una descrizione puntuale del fenomeno economico in esame.
Il fatto che le fasi a minor valore aggiunto registrino una spartizione «più democratica» dei proventi è indicativo anzitutto di una cosa: la tendenza a ricostituire in patria, o nella propria zona di influenza economica, l’intera filiera. Questo è l’insegnamento politico che la classe dirigente, i capitalisti, ha tratto dalla crisi del Covid-19 (che ha comportato gravi interruzioni delle catene di approvvigionamento di semiconduttori) e dalle recenti tensioni geopolitiche. In aggiunta, il settore dei chip è troppo nuovo e tecnologicamente avanzato affinché si possano già essere sviluppate una gestione delle forniture e una stima del fabbisogno industriale precise e puntuali e ciò indica ancor più chiaramente la necessità di sostenere processi di «industrializzazione di ritorno», cioè appunto di re-internalizzazione in patria di fasi produttive che un tempo si sarebbe preferito delocalizzare[22]. Per fare un esempio, il tempo medio di fornitura di semiconduttori all’industria automobilistica europea è di ben 26 settimane, con picchi superiori alle 50! Completamente inaccettabile per un comparto che per aumentare il fatturato punta tutto sull’aumento dei ritmi lavorativi. Non è un caso, come dice Andrea Pannone, che durante la pandemia la sofferenza del settore automobilistico si sia verificata «in particolare a causa dei “colli di bottiglia” nella produzione dei chip. (…) I microchip, infatti, sono componenti essenziali per le auto, in quanto servono per comandare tutti i sistemi elettronici dei veicoli, dai tergicristalli alle tecnologie ADAS per la sicurezza attiva e passiva»[23].
Senza soffermarci ancora su dettagli di questo tipo, passiamo a vedere il ruolo dell’Europa nell’ambito della filiera globale.
La capacità produttiva europea è passata dal 20% del totale nel 2000 al 10% nel 2020. La situazione è ancora peggiore per quanto riguarda la produzione di chip di avanguardia, infatti si è passati da una quota del 19% nel 2000 ad una quota quasi nulla nel 2020. Questa tendenza negativa è stata favorita in parte dal declino di Nokia, Ericsson e Siemens che hanno perso le loro posizioni dominanti nella produzione di cellulari. Le imprese europee produttrici di chip europei si sono quindi adattate al mercato di riferimento, concentrando la produzione sul settore [dell’]automotive e sul settore industriale[24]
(I settori appena citati non stimolano adeguatamente l’innovazione e la produzione tecnologicamente avanzata, dal momento che non ne hanno uno specifico bisogno).
Questo è ciò che avviene quando non si mette in campo una chiara strategia, preferendo delegare al mercato la funzione di regolare i percorsi e definire gli obiettivi industriali. Del resto, sarebbe proprio l’assenza di aiuti di Stato a far sì che «una fabbrica di semiconduttori in Europa costi il 33% in più di una fabbrica in Corea del Sud, 43% in più che in Taiwan e 63% in più che in Cina»[25]. Una chiara indicazione di quali potrebbero essere i futuri orientamenti della spesa pubblica in UE, che determineranno senz’altro un nuovo e più marcato calo della spesa in salari, stato sociale e servizi.
Un destino difficile, quello della popolazione lavoratrice europea, ridotta a sperare che il proprio sacrificio nei confronti dell’impresa sia sufficiente a garantire il successo dei piani economici dell’UE e, con ciò, il mantenimento di un tenore di vita estremamente più elevato rispetto ai lavoratori di altre parti del mondo (eccettuati gli altri paesi occidentali, per così dire). Il ruolo infame della destra nazionalista è proprio questo: garantire che il processo si svolga come programmato e che i lavoratori accettino il sacrificio. Servi e aguzzini allo stesso tempo, come da tradizione.
Il drenaggio di liquidità nei confronti della manifattura dei semiconduttori è un fenomeno globale: per prendere degli esempi recenti, gli USA hanno investito 52 miliardi di dollari per rinforzare la produzione di semiconduttori, mentre la Cina ne ha stanziati quasi 180 tramite il China Integrated Circuit Investment Industry Fund, con l’obiettivo di specializzarsi nella produzione di chip avanzati e di intaccare il monopolio americano nelle fasi di progettazione e ideazione. La Commissione Europea «prevede che entro il 2030 il livello complessivo di investimenti potenzialmente attivabili nell’industria europea dei semiconduttori, anche con il supporto di risorse private, sarà pari a circa 43 miliardi di euro»[26], ma sono già molti i programmi di investimento e sviluppo posti in essere[27].
Coerentemente con le iniziative comunitarie, i singoli paesi europei partecipano con propri programmi specifici coordinati fra Stato e imprese: la Spagna ha lanciato il Proyectos estratégicos para la recuperación y transformación económica (uno strumento introdotto dal PNRR spagnolo), che prevede 12,5 miliardi per semiconduttori e microelettronica; la Francia scende in campo con il programma Électronique 2030 (nell’ambito dell’Ipcei-Me/Ct), per 5 miliardi; la Germania ha mobilitato quasi 13 miliardi, fra il Programma quadro per la microelettronica (2021-2024), l’Ipcei-Me/Ct (di cui ha assunto la guida) e il PNRR. Il tentativo comune è quello di rafforzare la produzione di semiconduttori e chip, più che di scalzare gli Stati Uniti dalle posizioni raggiunte nelle fasi di progettazione e design[28]: questo denota limiti e difficoltà del comparto industriale europeo.
La ricerca è un settore molto importante anche nelle fasi produttive, visti i potenziali sviluppi tecnologici (riduzione delle dimensioni dei wafer di semiconduttori e dei chip, al fine di aumentarne la potenza elettronica e ridurre l’impiego delle materie prime necessarie), e l’UE sta compiendo degli sforzi in questa direzione. Il processo di ricerca complessivo, però, rimane saldamente ancorato in altre parti del globo.
Insomma, se l’Europa è dipendente dagli USA per la progettazione e dall’Asia per la fabbricazione, il tentativo attuale sembra essere quello di acquisire maggiore indipendenza dall’Asia: il resto è al di fuori delle possibilità dei capitalisti nostrani. Si consideri, ad esempio, che mentre in Asia e USA si arriva a chip della dimensione di 2 nanometri (forse anche meno), in UE non esistono fonderie che vadano al di sotto dei 22 (sotto i 10 si può parlare di un livello avanzato). Inoltre, l’UE dipende dall’Asia anche per la fornitura di alcuni tipi di semiconduttori, come quelli al carburo di silicio o al nitruro di gallio.
L’Italia possiede un proprio comparto industriale di microelettronica, per quanto debole, focalizzato nella produzione di semiconduttori e di macchinari per i processi produttivi e i test dei prodotti. L’azienda più importante è la STMicroelectronics (italo-francese), avente un fatturato annuale di 16,1 miliardi di dollari (quasi il doppio del costo totale del Reddito di Cittadinanza nel 2023). Esistono poi aziende di importanza strategica ma di dimensioni relativamente ridotte, che devono a volte difendersi da tentativi di acquisto esteri (negli ultimi anni lo Stato italiano ha bloccato per decreto proposte di acquisto cinesi e olandesi dell’azienda Lpe[29]). Infine, segnaliamo una debole presenza di aziende multinazionali o a controllo estero e un certo recente sviluppo delle fasi di progettazione (ovviamente ancora del tutto insufficiente per sostenere la concorrenza), avvenuto sulla scorta di collaborazioni fra aziende, Università e amministrazione statale.
La caratteristica di queste ultime è che, pur essendo collocate nelle fasi produttive, impiegano un numero molto basso di lavoratori dipendenti (eccettuata la STMicroelectronics, che in Italia ne ha circa 12.000). Tuttavia, l’importanza che hanno per il lavoro non è assolutamente trascurabile: oltre al settore automobilistico, infatti, la microelettronica italiana serve quello dell’automazione industriale, cioè della digitalizzazione dei processi produttivi tramite infrastrutture digitali (ad esempio il cloud o sistemi di controllo da remoto) e robot industriali (macchinari di nuova generazione). Tale fenomeno non è marginale come in passato e diventa sempre più rilevante.
Secondo i dati pubblicati da SIRI e Fondazione UCIMU (2023), il mercato italiano della robotica nel 2022 continua a registrare una crescita della domanda che è passata da 11.672 macchine richieste nel 2021 a 12.432 (+6.5%). (…) In generale, i robot installati hanno sempre come primo settore di sbocco l’automotive. A livello internazionale, il Rapporto World Robotics del 2021 prodotto dalla International Federation of Robotics (IFR) stimava dal 2022 al 2024 una crescita media annua della produzione di nuovi robot pari a circa il 6% (…). L’Asia è il più grande mercato al mondo per i robot industriali. Il 71% di tutti i robot di nuova implementazione nel 2020 è stato installato in Asia. La Cina, il più grande utilizzatore della regione, ha avuto una crescita del 20% con 168.400 unità spedite[30].
La digitalizzazione dei processi comporta nettamente l’aumento dei ritmi lavorativi e la saturazione dei tempi morti durante il turno di lavoro, al fine di aumentare produttività e rendimento. In un’espressione: meno tempo per compiere le operazioni di lavoro[31]. Come è possibile? Tramite un agire integrato di sistemi di monitoraggio e misurazione del processo lavorativo, di indicatori di performance, di metodologie per la riduzione delle tempistiche, degli errori e delle inefficienze, e così via. Che si tratti di un’azione da compiere in linea di montaggio, della consegna al cliente o dello stoccaggio in magazzino di un pacco, della lavorazione di una pratica al computer, in ufficio, o della preparazione di un panino al negozio di fast food, le nuove tecnologie permettono di eliminare ogni azione – finanche ogni singolo movimento – non necessaria, così da ridurre le tempistiche e il costo del singolo prodotto. Tali azioni vengono chiamate Not Value Added Actions («azioni che non producono valore aggiunto») e il livello di dettaglio cui giungono gli imprenditori per risparmiare è impressionante: nella manifattura si è da tempo arrivati a un’unità di misura di 0,036/0,030 secondi (Time Measurement Unit). Anche se ora non possiamo addentrarci nel discorso, l’importanza delle nuove tecnologie digitali nel lavoro è evidente: vengono prodotte nuove problematiche, trasversali alla forza-lavoro delle categorie più disparate.
Ma la microelettronica è sindacalmente importante anche per un altro motivo: crea indirettamente moltissimi posti di lavoro, con remunerazioni salariali inferiori. Secondo un report di Intel Corporation, nel 2019 negli USA l’azienda ha creato tredici posti di lavoro per ogni proprio dipendente, su un totale di quasi 52.000 lavoratori.
La re-internalizzazione in patria dell’intera filiera dei semiconduttori, infine, per quanto resti ancora un obiettivo lontano delle varie borghesie nazionali, facilita la possibilità che scioperi trasversali alle differenti categorie lavorative causino un’interruzione complessiva di una filiera o parte di essa e, quindi, che non si limitino solo al singolo stabilimento. Potenzialmente, almeno sulla carta, ciò potrebbe consentire di spezzare (o quantomeno indebolire) la capacità di difesa dei capitalisti, che in questi casi reagiscono spostando le produzioni o lo stoccaggio di merce in siti dove lo sciopero non attecchisce, oppure assumendo lavoratori sostitutivi con contratti precari, ecc. La presenza di più fasi della filiera sul patrio territorio, inoltre, può essere la condizione per una parziale uniformazione delle condizioni lavorative, non foss’altro che per il fatto di essere definite nell’ambito di una stessa legislazione nazionale sul lavoro.
Tornando all’Italia, ma rimanendo in tema dell’americana Intel, segnaliamo che nel piano di investimenti da 80 miliardi da realizzare in Europa le fasi di progettazione e design vengono implementate in Francia, la produzione di avanguardia viene collocata in Germania (Magdeburgo), mentre il resto è lasciato a Italia, Spagna, Irlanda e Polonia.
Dovrebbe essere ormai chiaro, dunque, qual è il ruolo (subordinato) dell’Europa nella filiera dei semiconduttori e quale quello (ancor più marginale) dell’Italia all’interno della strategia comunitaria. Bisogna stare in guardia dai toni trionfalistici del PNRR: non si tratta tanto della «sfida dell’innovazione e della modernizzazione»[32] quanto, piuttosto, del tentativo di non rimanere tagliati fuori da un più generale processo di ristrutturazione economica, che nel mercato dei semiconduttori trova un nodo fondamentale e imprescindibile per qualsiasi economia del XXI secolo. I progetti italiani di finanziamento del settore, del resto, non prevedono investimenti ingenti (tranne che per il Fondo per la Microelettronica, dotato di quasi 4 miliardi)[33].
Concludiamo con alcuni dati esemplificativi: in Italia, nel 2022, il giro d’affari per le vendite di semiconduttori è stato pari a 1,6 miliardi (3,3% del mercato europeo, che arriva oltre i 54)[34]. Ciononostante, l’Italia è ancora il terzo produttore europeo di componentistica elettronica. Probabilmente questo indica un basso grado di specializzazione e una scarsa efficienza degli investimenti nel settore.
Note
[1] Agli Investimenti spesso vengono affiancate le riforme settoriali, trattate nella I parte di questo articolo.
[2] 18 maggio 2022.
[3] https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal/repowereu-affordable-secure-and-sustainable-energy-europe_it#documenti .
[4] Commissione Europea, REPowerEU: New industrial Alliance to boost the EU's solar power and energy security. Comunicato stampa, 09 dicembre 2022.
[5] Commissione Europea, Comunicazione della Commissione 2023/C 80/01.
[6] A. Pannone, Che cos’è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo, DeriveApprodi, Bologna 2023,
[7] Ivi, p. 69.
[8] Commissione Europea, Commission welcomes political agreement on REPowerEU under the Recovery and Resilience Facility. Comunicato stampa, 14 dicembre 2022.
[9] Regolamento (Ue) 2021/241 art. 14, c. 2. Si vedano anche le Linee Guida 2023/C 80/01, Parte I, Cap. IV, p. 13.
[10] 2023/C 80/01, Tab. 1, p. 7.
[11] V Commissione Camera dei deputati, Politica economica e finanza pubblica. Il PNRR italiano. Un quadro di sintesi.
[12] La Commissione ha accettato di concedere all’Italia quindici mesi in più (fino a marzo 2025) rispetto al termine precedentemente previsto, pari a trenta giorni (sessanta in sanità), per azzerare i ritardi nei pagamenti.
[13] M. R. Pierleoni, L’industria globale dei semiconduttori e il ruolo dell’Italia, MEF, Dipartimento del Tesoro 2023, p. 1.
[14] Regolamento (Ue) 2023/1781, art. 2, nn. 2 e 3.
[15] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 6.
[16] Esistono vari tipi di silicio impoverito. Il più performante di questi è il Fully Depleted Silicon On Insulators (FDSOI), su cui la Germania sta lavorando per una migliore integrazione industriale (azienda Globalfoundries, Dresda).
[17] Entrato a far parte delle forze armate statunitensi nel ’62, il Minuteman I (per distinguerlo dalle versioni successive) è un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare testate nucleari. Il computer di bordo costa centinaia di migliaia di $, mentre complessivamente il missile arriva a diversi milioni.
[18] L. Alessandrini, L’industria dei semiconduttori, LUISS 2022, p. 18. Fonte dei dati: rielaborazione su dati CSET (Khan, Mann, & Peterson, 2021), ulteriormente rielaborata dagli scriventi.
[19] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 9.
[20] La dipendenza dalle case madri e dai principali produttori americani nasce quando questi iniziano a puntare tutto sull’implementazione dei processi di memoria informatica, per dotare i pc di spazio sufficiente a contenere programmi avanzati e in continua evoluzione (da qui la necessità di costruire un chip standard da accoppiare a un chip di memoria potente e adottabile per diverse tipologie di software).
[21] Wafer minore di 300 mm.
[22] Sempre più diffusamente le aziende importanti stanno cercando di passare a un modello di business basato allo stesso tempo sulla progettazione e la produzione di chip e semiconduttori, quando prima erano maggiormente focalizzate sulla sola progettazione (negli USA il 65% del fatturato ricavato dalla vendita di chip viene da aziende che fanno solo progettazione, il 51% da aziende che oramai fanno entrambe le cose, il 25% da quelle che fanno produzione o test/assemblaggio/imballaggio). Non solo: grandi aziende di altri settori, dall’elettronica di consumo all’automotive, stanno sviluppando in massa una produzione interna di manufatti microelettronici (Amazon, Facebook, Huawei, Apple).
[23] A. Pannone, op. cit., DeriveApprodi, Bologna 2023, p. 78.
[24] L. Alessandrini, op. cit., p. 48.
[25] Ibidem.
[26] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 26.
[27] Elenco dei principali programmi d’investimento europei: Programma ECSEL - Electronics Components and Systems for European Leadership (05/2014) e Key Digital Technologies Joint Undertaking (11/2021); IPCEI microelettronica I (2018-2024) e II (2023-2032); Alliance on Processors and Semiconductor Technologies (07/2021); Regolamento (Ue) 2023/1781.
[28] Tra l’altro, anziché aiutare le imprese con finanziamenti a pioggia e sgravi fiscali gli Usa finanziano il Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l'unità del Pentagono per le nuove tecnologie. Questo indica un livello di organizzazione e pianificazione che i paesi europei non possono che osservare da lontano.
[29] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 38.
[30] Ivi, p. 47.
[31] E meno lavoratori per compiere il lavoro assegnato: solo un anno fa Meta aveva licenziato oltre 20.000 lavoratori/trici, mentre recentemente la europea Sap ha annunciato 8 mila esuberi. In Germania la Confindustria prevede tagli superiori alle 300.000 unità nel settore metalmeccanico.
[32] PNRR #NextGenerationItalia, p. 104.
[33] Elenco dei principali programmi d’investimento italiani: Fondo per la microelettronica (2023-2030), istituito dal D.L. 17/2022, art. 23, e L. 136/2023; Fondazione Centro italiano per il design dei circuiti integrati a semiconduttore, avente l’obiettivo di promuovere la progettazione e lo sviluppo dei chip, istituito dalla LdB 2023; Pnrr e Ipcei-Me I e II.
[34] World Semiconductor Trade Statistics, 2022.
Fonte
Missioni, componenti e investimenti
Il PNRR si articola attorno ad alcuni percorsi di sviluppo settoriali denominati «Missioni». In un certo senso potremmo farli corrispondere ai Programs europei (v. Parte I, Par. II, La strategia della Commissione Europea), solo che le Missioni sono declinate su scala nazionale. Ogni Missione è a sua volta suddivisa in Componenti, per cui ad esempio la Missione 1, Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, è composta da: Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA; Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo; Turismo e cultura 4.0. A voler essere precisi, poi, le Componenti sono a loro volta ripartite in «sotto-componenti». I fondi vengono assegnati «a pacchetti», denominati «Investimenti»[1], che costituiscono una sorta di suddivisione ulteriore di queste sotto-componenti. Ad esempio, la citata Componente 1 della Missione 1 riporta tre sotto-componenti (Digitalizzazione PA; Innovazione PA; Innovazione organizzativa del sistema giudiziario), all’interno delle quali trovano posto ben sette Investimenti differenti (quali «Digitalizzazione delle grandi amministrazioni centrali» o «Processo di acquisto ICT»).
Il REpowerEU
Dopo la crisi delle relazioni fra Russia e UE e l’embargo al gas e al petrolio russo, la Commissione Europea ha presentato un piano integrativo dei PNRR, denominato REPowerEU[2], con l’obiettivo di «ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde»[3]. Come? Gestendo le relazioni commerciali per l’acquisto di gas come UE, in quanto singoli Stati membri, trovando nuovi partner commerciali e siglando accordi, adottando norme comunitarie per lo stoccaggio di gas, investendo sulle infrastrutture per la produzione di idrogeno e promuovendo una sorta di joint venture con le imprese[4] per la produzione di energia solare. Inoltre, si prevedono il sostegno a politiche di riduzione dei consumi e il potenziamento delle filiere del gas, del biometano e dell’idrogeno rinnovabile, nonché di quelle relative «alle materie prime e alle tecnologie critiche connesse alla transizione verde»[5].
L’obiettivo dell’indipendenza dalle importazioni energetiche estere corrisponde agli interessi dei capitalisti nostrani, ma il fatto che venga presentato come scelta green, sostenibile, non può non far sorgere dei dubbi. Le strategie messe in campo dai paesi europei, infatti, lasciano perplessi per almeno due motivi. In primis, se è vero che i consumi legati alle nuove tecnologie sono in costante aumento e che anche lo sviluppo e la produzione di quelle deputate a contenerli comporti un aumento delle emissioni di CO2, dov’è la garanzia che il processo di transizione verso la green economy non risulti altamente dannoso per l’ambiente e, quindi, l’essere umano?
Gli investimenti necessari per transitare verso un sistema rinnovabile al 100% richiedono comunque enormi consumi di energia; essendo attualmente questa energia per l’80% di tipo fossile, la transizione implica un eccesso di emissioni di CO2 che deve assolutamente essere compensato con riduzioni di produzione. Questo è in palese contrasto con un modello di sviluppo fondato sull’accumulazione continua e sulla necessità di crescita illimitata come quello capitalistico[6].
E soprattutto, in secundis, una volta completata la transizione verso questo fantomatico «capitalismo verde», chi ci assicura che i fattori produttivi non vengano spremuti per ottenere il massimo profitto possibile causando comunque dei gravi danni ambientali?
Come mostrato in alcuni autorevoli studi (vedi Morley et al. 2018, Røpke 2012, Andrae 2019), per contenere la crescita complessiva della richiesta energetica connessa alle nuove infrastrutture digitali, che ci si attende essere imponente negli anni a venire, è necessario limitare la crescita del traffico di dati, almeno tenendolo al passo dell’efficientamento; un equilibrio che fino a oggi non c’è stato. Basti pensare che dal 2002 al 2016 il traffico complessivo di dati al secondo è passato da 100 GB a 26.600 GB (vedi Morley et al. 2018)![7]
«REpowerITA»
Dal dicembre 2022[8] è stato concesso agli Stati membri di introdurre nuovi capitoli REPowerEU all’interno dei propri PNRR, ma del resto la stessa normativa comunitaria prevedeva fin dall’inizio la possibilità per ogni singolo paese di aggiornare Piano e obiettivi[9]. I paesi che avranno i maggiori incrementi dei finanziamenti PNRR sono Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Romania; staccati, seguono Ungheria, Portogallo e Repubblica Ceca[10].
Il Governo italiano (per tramite di Raffaele Fitto) ha presentato la propria proposta di modifica lo scorso 7 agosto, nell’ultimo mese disponibile, e la Commissione ha espresso valutazione positiva l'8 dicembre 2023. Oggetto delle modifiche negoziate con la Commissione sono alcune integrazioni al vecchio Piano, consistenti in nuovi finanziamenti, riforme e, soprattutto, una nuova Missione denominata proprio «REPowerEU». Complessivamente il nostro paese riceverà «2,76 miliardi di euro di sovvenzioni non rimborsabili (la quota maggiore, 13,8 per cento del totale, al pari della Polonia)»[11], quando invece la proposta di agosto era di ben 19,2 miliardi.
Fra i principali aspetti del REpowerEU italiano troviamo i crediti d’imposta per le imprese innovative sul piano dell’efficientamento energetico (6,3 miliardi), cui fa da contrappeso la riduzione dei budget per la tutela del territorio e delle risorse idriche (– 5,19 miliardi). Il proliferare degli incentivi alle imprese in luogo degli investimenti statali diretti servirà anche o soprattutto ad accorciare i tempi e accelerare i processi, per quanto probabilmente al prezzo di una minore omogeneità di intervento e di maggiori sprechi di risorse (sceglieranno le imprese il tipo di intervento da effettuare, anziché lo Stato). Uno degli obiettivi della rinegoziazione del PNRR, del resto, è proprio quello di ottenere un Piano aggiornato che sia applicabile nei tempi, oltre che coerente nella strategia complessiva[12].
Al di là della questione delle tempistiche si potrebbe discutere sul rimescolamento di risorse, spostate da una Missione all’altra; ad esempio, sulla scelta di tagliare gli investimenti nella rete logistica ferroviaria (– 1,98), avvenuta a fronte di un rafforzamento del programma di digitalizzazione industriale (+ 1,09), oppure su molte altre. In fondo, però, gli aspetti più preoccupanti per i lavoratori riguardano il sociale, come l’emorragia di risorse dall’inclusione sociale e territoriale (Missione 5, Componenti 2 e 3) per quasi 4 miliardi (rispettivamente, – 2,85 e – 1,10). In questo senso la revisione del Piano non lascia adito a dubbi, in quanto la Missione 7 («REpowerEU») rappresenta di per sé un coacervo di risorse da impiegare direttamente per il potenziamento energetico del sistema economico produttivo e pertanto è chiaro che il nuovo PNRR sia più sbilanciato verso le imprese che il sociale: se è vero che all’Italia sono stati concessi 2,76 miliardi in più, la Missione 7 ne vale da sola ben 11,18.
II. La filiera dei semiconduttori
Iniziamo ora a esaminare alcuni fra gli investimenti PNRR, relativi a quei settori che a nostro parere rivestono una maggiore importanza strategica per lo sviluppo dell’economia italiana e che meglio chiariscono il ruolo del nostro paese nell’ambito del comparto economico europeo (detto «Factory Europe»). Partiremo quindi dalla filiera dei semiconduttori, assolutamente fondamentale per lo sviluppo economico europeo, e proseguiremo con la filiera dell’idrogeno, che nell’ambito del settore energetico rappresenta la sezione più sperimentale e innovativa. A questo punto analizzeremo le componenti relative alla digitalizzazione industriale e allo sviluppo della rete logistica (produzione e circolazione delle merci). Queste ultime aiutano a descrivere i cambiamenti che potranno avvenire nell’impiego della forza-lavoro, soprattutto riguardo le dinamiche di aumento della produttività. Nel contesto attuale tali dinamiche portano i lavoratori a subire una certa intensificazione del lavoro (aumento dei ritmi) e il conseguente deterioramento della salute (fisica e psicologica), oltre che un aumento del controllo in azienda.
Il (nascente) comparto industriale italiano per i semiconduttori è investito dalla Missione 1, Componente 2, Investimento 2 del nostro PNRR. Tramite il finanziamento statale del 40% degli investimenti nel settore si mira a sviluppare una certa quota di produzione di semiconduttori (principalmente «wafer» in silicio) che, dopo la trasformazione in chip, possano servire come semi-lavorati per le principali industrie europee.
L’industria globale dei semiconduttori gioca un ruolo cruciale in tutte le filiere industriali avanzate, tra cui l’elettronica, l’automotive, l’aerospazio, la difesa, la robotica, la meccanica strumentale e le applicazioni industriali [nonché, a nostro parere, sull’intero settore economico in generale, per via delle applicazioni nel campo della connettività, dal cloud ai 5 e 6G]. Nel 2022, l’industria dei semiconduttori ha fatturato circa 600 miliardi di dollari [440 miliardi di € nel 2020, secondo il PNRR tedesco]. Il tasso medio di crescita del fatturato degli ultimi 20 anni è stato pari al 7% e si prevede che continuerà almeno a questi ritmi, raggiungendo un valore superiore a 1 trilione di dollari nel 2030[13].
I semiconduttori sono materiali la cui conduttività elettrica può essere modificata sulla base degli interessi dell’industria umana; possono anche essere costituiti da composti di materiali diversi o da strati di materiali differenti. I chip sono dispositivi elettronici creati su un supporto di materiale semiconduttore (circuiti elettrici «stampati», «fissati» sul metallo semiconduttore)[14]. Il semi-conduttore ha l’importante particolarità di consentire la realizzazione dei componenti base dei chip, in virtù del proprio livello di conducibilità e resistività elettriche. Il materiale più utilizzato è il silicio, che riesce a consentire «l’integrazione di decine di miliardi di componenti base (per es. transistor, diodi, resistenze e condensatori) su un singolo chip»[15]. Siccome l’industria si sta oggi avvicinando ai limiti fisici di questo materiale, si cerca di manipolarlo in maniera sempre più sofisticata[16].
La storia di queste tecnologie passa interamente dal settore militare. Tutto inizia prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, con i sistemi di calcolo finalizzati a colpire gli obiettivi degli aerei da guerra statunitensi (seppur con molta approssimazione). Dagli anni ’60, invece, i chip erano ormai utilizzati in ogni sistema d'arma dell'esercito Usa. Una spinta propulsiva modernizzatrice fu data dai computer che guidarono l'astronave Apollo e il missile Minuteman[17] e, poi, l'avventura sulla Luna, mentre soltanto in seguito queste tecnologie sarebbero state impiegate per un uso civile di massa (la stessa Silicon Valley, per anni, è stata legata principalmente ai processi militari). È possibile che anche le guerre ora in corso daranno il via a nuove produzioni legate all’intelligenza artificiale.
La filiera dei semiconduttori è l’insieme di quei processi ideativi, produttivi, logistici e di marketing che, partendo dall’estrazione delle materie prime, servono a creare il prodotto e farlo arrivare al cliente finale: in una sola espressione, il processo di trasformazione delle materie prime necessarie in merce. All’interno di questo percorso vi sono attività imprenditoriali di vario tipo. Alcune di esse consentono larghi profitti (un «ritorno» degli investimenti effettuati molto più grande), mentre altre molto meno. Queste differenti tipologie di attività imprenditoriali sono associabili a vere e proprie fasi del processo di trasformazione: delle «tappe» lungo un percorso obbligato. Il controllo di quelle più remunerative è ciò che serve per battere la concorrenza e a nostro parere è, allo stesso tempo, la chiave di lettura principale per comprendere la competizione fra Stati diversi: la cosiddetta geopolitica.
Tralasciando di scorporare la logistica, che accompagna quasi tutto il processo di trasformazione del prodotto, possiamo suddividere la filiera dei semiconduttori in: fasi produttive (fabbricazione, test e assemblaggio), che rappresentano il 40% circa del fatturato complessivo mondiale; estrazione delle materie prime, per l’11% del fatturato; fasi ideative (progettazione e design), 32%; attività economiche deputate alla fornitura dei macchinari industriali necessari, 17%[18]. Le fasi produttive sembrerebbero essere quelle più remunerative, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno: rendono molto di più le fasi ideative, solo che la massa degli investimenti è minore. Non è dunque un caso se quasi il 50% dei ricavi di queste fasi sia statunitense e solo 5% rimanga in mano cinese (all’Europa tocca il 10%). Inoltre, «La leadership dominante delle imprese americane nella fase della progettazione e design consente loro di esercitare un controllo sulla proprietà intellettuale e, quindi, su tutta l’industria perché le aziende specializzate nella fase di fabbricazione di chip devono sottoscrivere accordi/licenze per il loro utilizzo»[19], [20].
Il fatturato della produzione, invece, è più equamente distribuito fra paesi occidentali e nuove potenze asiatiche. Ciò in virtù di parecchi fattori, tra i quali il rilevante peso del fatturato complessivo e degli ingenti investimenti necessari per far progredire l’industria e realizzare ulteriori aumenti dei profitti. Ciononostante, le fasi di test dei semilavorati e assemblaggio delle componenti, che sono a bassissimo valore aggiunto, però, vedono un ruolo relativamente maggiore di paesi come la Malesia (pur se, di nuovo, in un contesto in cui la distribuzione del fatturato è abbastanza uniforme). Siccome il valore aggiunto è scarso non conviene investire per innovare e digitalizzare i processi industriali: meglio mantenere un processo produttivo «labour intensive», ossia con una grossa componente di lavoro operaio manuale, e racimolare quel che si può. Ciò comporta che la localizzazione geografica di queste fasi sia in Stati come la Malesia, le Filippine e il Vietnam, dove il costo della forza-lavoro è nettamente inferiore.
In ultimo vogliamo segnalare che Corea del sud e Taiwan detengono il 50% del mercato della produzione di semiconduttori all’avanguardia[21] (2019), a testimonianza di come ciò che abbiamo scritto finora sia una rappresentazione esemplificativa, dovuta a necessità di sintesi, più che una descrizione puntuale del fenomeno economico in esame.
Il fatto che le fasi a minor valore aggiunto registrino una spartizione «più democratica» dei proventi è indicativo anzitutto di una cosa: la tendenza a ricostituire in patria, o nella propria zona di influenza economica, l’intera filiera. Questo è l’insegnamento politico che la classe dirigente, i capitalisti, ha tratto dalla crisi del Covid-19 (che ha comportato gravi interruzioni delle catene di approvvigionamento di semiconduttori) e dalle recenti tensioni geopolitiche. In aggiunta, il settore dei chip è troppo nuovo e tecnologicamente avanzato affinché si possano già essere sviluppate una gestione delle forniture e una stima del fabbisogno industriale precise e puntuali e ciò indica ancor più chiaramente la necessità di sostenere processi di «industrializzazione di ritorno», cioè appunto di re-internalizzazione in patria di fasi produttive che un tempo si sarebbe preferito delocalizzare[22]. Per fare un esempio, il tempo medio di fornitura di semiconduttori all’industria automobilistica europea è di ben 26 settimane, con picchi superiori alle 50! Completamente inaccettabile per un comparto che per aumentare il fatturato punta tutto sull’aumento dei ritmi lavorativi. Non è un caso, come dice Andrea Pannone, che durante la pandemia la sofferenza del settore automobilistico si sia verificata «in particolare a causa dei “colli di bottiglia” nella produzione dei chip. (…) I microchip, infatti, sono componenti essenziali per le auto, in quanto servono per comandare tutti i sistemi elettronici dei veicoli, dai tergicristalli alle tecnologie ADAS per la sicurezza attiva e passiva»[23].
Senza soffermarci ancora su dettagli di questo tipo, passiamo a vedere il ruolo dell’Europa nell’ambito della filiera globale.
La capacità produttiva europea è passata dal 20% del totale nel 2000 al 10% nel 2020. La situazione è ancora peggiore per quanto riguarda la produzione di chip di avanguardia, infatti si è passati da una quota del 19% nel 2000 ad una quota quasi nulla nel 2020. Questa tendenza negativa è stata favorita in parte dal declino di Nokia, Ericsson e Siemens che hanno perso le loro posizioni dominanti nella produzione di cellulari. Le imprese europee produttrici di chip europei si sono quindi adattate al mercato di riferimento, concentrando la produzione sul settore [dell’]automotive e sul settore industriale[24]
(I settori appena citati non stimolano adeguatamente l’innovazione e la produzione tecnologicamente avanzata, dal momento che non ne hanno uno specifico bisogno).
Questo è ciò che avviene quando non si mette in campo una chiara strategia, preferendo delegare al mercato la funzione di regolare i percorsi e definire gli obiettivi industriali. Del resto, sarebbe proprio l’assenza di aiuti di Stato a far sì che «una fabbrica di semiconduttori in Europa costi il 33% in più di una fabbrica in Corea del Sud, 43% in più che in Taiwan e 63% in più che in Cina»[25]. Una chiara indicazione di quali potrebbero essere i futuri orientamenti della spesa pubblica in UE, che determineranno senz’altro un nuovo e più marcato calo della spesa in salari, stato sociale e servizi.
Un destino difficile, quello della popolazione lavoratrice europea, ridotta a sperare che il proprio sacrificio nei confronti dell’impresa sia sufficiente a garantire il successo dei piani economici dell’UE e, con ciò, il mantenimento di un tenore di vita estremamente più elevato rispetto ai lavoratori di altre parti del mondo (eccettuati gli altri paesi occidentali, per così dire). Il ruolo infame della destra nazionalista è proprio questo: garantire che il processo si svolga come programmato e che i lavoratori accettino il sacrificio. Servi e aguzzini allo stesso tempo, come da tradizione.
Il drenaggio di liquidità nei confronti della manifattura dei semiconduttori è un fenomeno globale: per prendere degli esempi recenti, gli USA hanno investito 52 miliardi di dollari per rinforzare la produzione di semiconduttori, mentre la Cina ne ha stanziati quasi 180 tramite il China Integrated Circuit Investment Industry Fund, con l’obiettivo di specializzarsi nella produzione di chip avanzati e di intaccare il monopolio americano nelle fasi di progettazione e ideazione. La Commissione Europea «prevede che entro il 2030 il livello complessivo di investimenti potenzialmente attivabili nell’industria europea dei semiconduttori, anche con il supporto di risorse private, sarà pari a circa 43 miliardi di euro»[26], ma sono già molti i programmi di investimento e sviluppo posti in essere[27].
Coerentemente con le iniziative comunitarie, i singoli paesi europei partecipano con propri programmi specifici coordinati fra Stato e imprese: la Spagna ha lanciato il Proyectos estratégicos para la recuperación y transformación económica (uno strumento introdotto dal PNRR spagnolo), che prevede 12,5 miliardi per semiconduttori e microelettronica; la Francia scende in campo con il programma Électronique 2030 (nell’ambito dell’Ipcei-Me/Ct), per 5 miliardi; la Germania ha mobilitato quasi 13 miliardi, fra il Programma quadro per la microelettronica (2021-2024), l’Ipcei-Me/Ct (di cui ha assunto la guida) e il PNRR. Il tentativo comune è quello di rafforzare la produzione di semiconduttori e chip, più che di scalzare gli Stati Uniti dalle posizioni raggiunte nelle fasi di progettazione e design[28]: questo denota limiti e difficoltà del comparto industriale europeo.
La ricerca è un settore molto importante anche nelle fasi produttive, visti i potenziali sviluppi tecnologici (riduzione delle dimensioni dei wafer di semiconduttori e dei chip, al fine di aumentarne la potenza elettronica e ridurre l’impiego delle materie prime necessarie), e l’UE sta compiendo degli sforzi in questa direzione. Il processo di ricerca complessivo, però, rimane saldamente ancorato in altre parti del globo.
Insomma, se l’Europa è dipendente dagli USA per la progettazione e dall’Asia per la fabbricazione, il tentativo attuale sembra essere quello di acquisire maggiore indipendenza dall’Asia: il resto è al di fuori delle possibilità dei capitalisti nostrani. Si consideri, ad esempio, che mentre in Asia e USA si arriva a chip della dimensione di 2 nanometri (forse anche meno), in UE non esistono fonderie che vadano al di sotto dei 22 (sotto i 10 si può parlare di un livello avanzato). Inoltre, l’UE dipende dall’Asia anche per la fornitura di alcuni tipi di semiconduttori, come quelli al carburo di silicio o al nitruro di gallio.
L’Italia possiede un proprio comparto industriale di microelettronica, per quanto debole, focalizzato nella produzione di semiconduttori e di macchinari per i processi produttivi e i test dei prodotti. L’azienda più importante è la STMicroelectronics (italo-francese), avente un fatturato annuale di 16,1 miliardi di dollari (quasi il doppio del costo totale del Reddito di Cittadinanza nel 2023). Esistono poi aziende di importanza strategica ma di dimensioni relativamente ridotte, che devono a volte difendersi da tentativi di acquisto esteri (negli ultimi anni lo Stato italiano ha bloccato per decreto proposte di acquisto cinesi e olandesi dell’azienda Lpe[29]). Infine, segnaliamo una debole presenza di aziende multinazionali o a controllo estero e un certo recente sviluppo delle fasi di progettazione (ovviamente ancora del tutto insufficiente per sostenere la concorrenza), avvenuto sulla scorta di collaborazioni fra aziende, Università e amministrazione statale.
La caratteristica di queste ultime è che, pur essendo collocate nelle fasi produttive, impiegano un numero molto basso di lavoratori dipendenti (eccettuata la STMicroelectronics, che in Italia ne ha circa 12.000). Tuttavia, l’importanza che hanno per il lavoro non è assolutamente trascurabile: oltre al settore automobilistico, infatti, la microelettronica italiana serve quello dell’automazione industriale, cioè della digitalizzazione dei processi produttivi tramite infrastrutture digitali (ad esempio il cloud o sistemi di controllo da remoto) e robot industriali (macchinari di nuova generazione). Tale fenomeno non è marginale come in passato e diventa sempre più rilevante.
Secondo i dati pubblicati da SIRI e Fondazione UCIMU (2023), il mercato italiano della robotica nel 2022 continua a registrare una crescita della domanda che è passata da 11.672 macchine richieste nel 2021 a 12.432 (+6.5%). (…) In generale, i robot installati hanno sempre come primo settore di sbocco l’automotive. A livello internazionale, il Rapporto World Robotics del 2021 prodotto dalla International Federation of Robotics (IFR) stimava dal 2022 al 2024 una crescita media annua della produzione di nuovi robot pari a circa il 6% (…). L’Asia è il più grande mercato al mondo per i robot industriali. Il 71% di tutti i robot di nuova implementazione nel 2020 è stato installato in Asia. La Cina, il più grande utilizzatore della regione, ha avuto una crescita del 20% con 168.400 unità spedite[30].
La digitalizzazione dei processi comporta nettamente l’aumento dei ritmi lavorativi e la saturazione dei tempi morti durante il turno di lavoro, al fine di aumentare produttività e rendimento. In un’espressione: meno tempo per compiere le operazioni di lavoro[31]. Come è possibile? Tramite un agire integrato di sistemi di monitoraggio e misurazione del processo lavorativo, di indicatori di performance, di metodologie per la riduzione delle tempistiche, degli errori e delle inefficienze, e così via. Che si tratti di un’azione da compiere in linea di montaggio, della consegna al cliente o dello stoccaggio in magazzino di un pacco, della lavorazione di una pratica al computer, in ufficio, o della preparazione di un panino al negozio di fast food, le nuove tecnologie permettono di eliminare ogni azione – finanche ogni singolo movimento – non necessaria, così da ridurre le tempistiche e il costo del singolo prodotto. Tali azioni vengono chiamate Not Value Added Actions («azioni che non producono valore aggiunto») e il livello di dettaglio cui giungono gli imprenditori per risparmiare è impressionante: nella manifattura si è da tempo arrivati a un’unità di misura di 0,036/0,030 secondi (Time Measurement Unit). Anche se ora non possiamo addentrarci nel discorso, l’importanza delle nuove tecnologie digitali nel lavoro è evidente: vengono prodotte nuove problematiche, trasversali alla forza-lavoro delle categorie più disparate.
Ma la microelettronica è sindacalmente importante anche per un altro motivo: crea indirettamente moltissimi posti di lavoro, con remunerazioni salariali inferiori. Secondo un report di Intel Corporation, nel 2019 negli USA l’azienda ha creato tredici posti di lavoro per ogni proprio dipendente, su un totale di quasi 52.000 lavoratori.
La re-internalizzazione in patria dell’intera filiera dei semiconduttori, infine, per quanto resti ancora un obiettivo lontano delle varie borghesie nazionali, facilita la possibilità che scioperi trasversali alle differenti categorie lavorative causino un’interruzione complessiva di una filiera o parte di essa e, quindi, che non si limitino solo al singolo stabilimento. Potenzialmente, almeno sulla carta, ciò potrebbe consentire di spezzare (o quantomeno indebolire) la capacità di difesa dei capitalisti, che in questi casi reagiscono spostando le produzioni o lo stoccaggio di merce in siti dove lo sciopero non attecchisce, oppure assumendo lavoratori sostitutivi con contratti precari, ecc. La presenza di più fasi della filiera sul patrio territorio, inoltre, può essere la condizione per una parziale uniformazione delle condizioni lavorative, non foss’altro che per il fatto di essere definite nell’ambito di una stessa legislazione nazionale sul lavoro.
Tornando all’Italia, ma rimanendo in tema dell’americana Intel, segnaliamo che nel piano di investimenti da 80 miliardi da realizzare in Europa le fasi di progettazione e design vengono implementate in Francia, la produzione di avanguardia viene collocata in Germania (Magdeburgo), mentre il resto è lasciato a Italia, Spagna, Irlanda e Polonia.
Dovrebbe essere ormai chiaro, dunque, qual è il ruolo (subordinato) dell’Europa nella filiera dei semiconduttori e quale quello (ancor più marginale) dell’Italia all’interno della strategia comunitaria. Bisogna stare in guardia dai toni trionfalistici del PNRR: non si tratta tanto della «sfida dell’innovazione e della modernizzazione»[32] quanto, piuttosto, del tentativo di non rimanere tagliati fuori da un più generale processo di ristrutturazione economica, che nel mercato dei semiconduttori trova un nodo fondamentale e imprescindibile per qualsiasi economia del XXI secolo. I progetti italiani di finanziamento del settore, del resto, non prevedono investimenti ingenti (tranne che per il Fondo per la Microelettronica, dotato di quasi 4 miliardi)[33].
Concludiamo con alcuni dati esemplificativi: in Italia, nel 2022, il giro d’affari per le vendite di semiconduttori è stato pari a 1,6 miliardi (3,3% del mercato europeo, che arriva oltre i 54)[34]. Ciononostante, l’Italia è ancora il terzo produttore europeo di componentistica elettronica. Probabilmente questo indica un basso grado di specializzazione e una scarsa efficienza degli investimenti nel settore.
Note
[1] Agli Investimenti spesso vengono affiancate le riforme settoriali, trattate nella I parte di questo articolo.
[2] 18 maggio 2022.
[3] https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal/repowereu-affordable-secure-and-sustainable-energy-europe_it#documenti .
[4] Commissione Europea, REPowerEU: New industrial Alliance to boost the EU's solar power and energy security. Comunicato stampa, 09 dicembre 2022.
[5] Commissione Europea, Comunicazione della Commissione 2023/C 80/01.
[6] A. Pannone, Che cos’è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo, DeriveApprodi, Bologna 2023,
[7] Ivi, p. 69.
[8] Commissione Europea, Commission welcomes political agreement on REPowerEU under the Recovery and Resilience Facility. Comunicato stampa, 14 dicembre 2022.
[9] Regolamento (Ue) 2021/241 art. 14, c. 2. Si vedano anche le Linee Guida 2023/C 80/01, Parte I, Cap. IV, p. 13.
[10] 2023/C 80/01, Tab. 1, p. 7.
[11] V Commissione Camera dei deputati, Politica economica e finanza pubblica. Il PNRR italiano. Un quadro di sintesi.
[12] La Commissione ha accettato di concedere all’Italia quindici mesi in più (fino a marzo 2025) rispetto al termine precedentemente previsto, pari a trenta giorni (sessanta in sanità), per azzerare i ritardi nei pagamenti.
[13] M. R. Pierleoni, L’industria globale dei semiconduttori e il ruolo dell’Italia, MEF, Dipartimento del Tesoro 2023, p. 1.
[14] Regolamento (Ue) 2023/1781, art. 2, nn. 2 e 3.
[15] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 6.
[16] Esistono vari tipi di silicio impoverito. Il più performante di questi è il Fully Depleted Silicon On Insulators (FDSOI), su cui la Germania sta lavorando per una migliore integrazione industriale (azienda Globalfoundries, Dresda).
[17] Entrato a far parte delle forze armate statunitensi nel ’62, il Minuteman I (per distinguerlo dalle versioni successive) è un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare testate nucleari. Il computer di bordo costa centinaia di migliaia di $, mentre complessivamente il missile arriva a diversi milioni.
[18] L. Alessandrini, L’industria dei semiconduttori, LUISS 2022, p. 18. Fonte dei dati: rielaborazione su dati CSET (Khan, Mann, & Peterson, 2021), ulteriormente rielaborata dagli scriventi.
[19] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 9.
[20] La dipendenza dalle case madri e dai principali produttori americani nasce quando questi iniziano a puntare tutto sull’implementazione dei processi di memoria informatica, per dotare i pc di spazio sufficiente a contenere programmi avanzati e in continua evoluzione (da qui la necessità di costruire un chip standard da accoppiare a un chip di memoria potente e adottabile per diverse tipologie di software).
[21] Wafer minore di 300 mm.
[22] Sempre più diffusamente le aziende importanti stanno cercando di passare a un modello di business basato allo stesso tempo sulla progettazione e la produzione di chip e semiconduttori, quando prima erano maggiormente focalizzate sulla sola progettazione (negli USA il 65% del fatturato ricavato dalla vendita di chip viene da aziende che fanno solo progettazione, il 51% da aziende che oramai fanno entrambe le cose, il 25% da quelle che fanno produzione o test/assemblaggio/imballaggio). Non solo: grandi aziende di altri settori, dall’elettronica di consumo all’automotive, stanno sviluppando in massa una produzione interna di manufatti microelettronici (Amazon, Facebook, Huawei, Apple).
[23] A. Pannone, op. cit., DeriveApprodi, Bologna 2023, p. 78.
[24] L. Alessandrini, op. cit., p. 48.
[25] Ibidem.
[26] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 26.
[27] Elenco dei principali programmi d’investimento europei: Programma ECSEL - Electronics Components and Systems for European Leadership (05/2014) e Key Digital Technologies Joint Undertaking (11/2021); IPCEI microelettronica I (2018-2024) e II (2023-2032); Alliance on Processors and Semiconductor Technologies (07/2021); Regolamento (Ue) 2023/1781.
[28] Tra l’altro, anziché aiutare le imprese con finanziamenti a pioggia e sgravi fiscali gli Usa finanziano il Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l'unità del Pentagono per le nuove tecnologie. Questo indica un livello di organizzazione e pianificazione che i paesi europei non possono che osservare da lontano.
[29] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 38.
[30] Ivi, p. 47.
[31] E meno lavoratori per compiere il lavoro assegnato: solo un anno fa Meta aveva licenziato oltre 20.000 lavoratori/trici, mentre recentemente la europea Sap ha annunciato 8 mila esuberi. In Germania la Confindustria prevede tagli superiori alle 300.000 unità nel settore metalmeccanico.
[32] PNRR #NextGenerationItalia, p. 104.
[33] Elenco dei principali programmi d’investimento italiani: Fondo per la microelettronica (2023-2030), istituito dal D.L. 17/2022, art. 23, e L. 136/2023; Fondazione Centro italiano per il design dei circuiti integrati a semiconduttore, avente l’obiettivo di promuovere la progettazione e lo sviluppo dei chip, istituito dalla LdB 2023; Pnrr e Ipcei-Me I e II.
[34] World Semiconductor Trade Statistics, 2022.
Fonte
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