Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/11/2025

Riforma Bernini: una revisione della governance per tempi di guerra

È stata diffusa da qualche giorno la bozza della riforma universitaria promossa dalla ministra dell’Università Anna Maria Bernini. Uscita dalla commissione presieduta da Ernesto Galli della Loggia, che si era già distinta per le “Indicazioni 2025” indirizzate alla revisione dell’insegnamento nelle scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione. Distinta per le tendenze guerrafondaie, suprematiste e razziste, ovvio.

Riguardo all’università, è innanzitutto il sistema di governance che vuole essere cambiato. Non perché quello modellato dalla riforma Gelmini, ormai 15 anni fa, non avesse ben assolto al compito di chiudersi alle richieste degli studenti, di lavorare in maniera verticistica e di aprirsi, se non asservirsi, agli interessi e profitti privati.

Ma perché in tempo di guerra (esterna e interna) c’è bisogno di limitare ulteriormente il dissenso, anche quello solamente possibile, e di cementare gruppi di potere in crisi egemonica, di imporre un maggior controllo centralizzato da parte dell’esecutivo, e infine di fare in modo che nulla possa ostacolare l’integrazione definitiva della ricerca nelle filiere belliche.

Analizziamo alcuni punti fondamentali. Il Consiglio di Amministrazione raggiunge la sua completa aziendalizzazione, in una revisione della composizione di un organo che non è più di certo collegiale, che non è più rappresentanza di una comunità accademica, quanto piuttosto espressione di una linea di comando aziendale, appunto.

Ma il tema, come già detto, non è tanto quello della quadratura dei conti. Dal punto di vista dei fondi, l’università mantiene la sua “autonomia”, ovvero la necessità di racimolare nella competizione tra atenei sul Fondo di Finanziamento Ordinario o tramite il benestare dei privati il necessario per erogare lezioni e finanziare attività di ricerca.

Il tema è semmai che questa autonomia non si traduca in uno spazio politico, cioè che questa linea di comando aziendale risponda a indirizzi strategici ben precisi decisi a Palazzo Chigi. Per questo, un suo componente sarà ora nominato direttamente dal ministero. Viene cancellata la rappresentanza del personale tecnico-amministrativo, con una grave lesione dei diritti dei lavoratori e della dialettica interna agli atenei.

Inoltre, anche la rappresentanza studentesca viene ridotta, del 50%: da due membri a uno. Non che in due si potessero cambiare le sorti di votazioni spesso blindate (per questo serve costruire mobilitazione fuori dalle stanze del CdA), ma così gli studenti diventeranno ancora di più semplicemente un “parere”, da ascoltare per norma di legge prima di passare al prossimo punto all’ordine del giorno.

Del resto, i componenti dei CdA saranno per lo più di nomina rettorale, e tra di essi ci saranno rappresentanti di enti locali. I rettori, poi, vedranno la propria carica allungata a 8 anni: più del Presidente della Repubblica, per capirci. Il Senato Accademico non potrà più sfiduciarlo, ma avrà solo la possibilità di riconfermarlo dopo 4 anni, senza tra l’altro offrire alternative.

Tra l’altro, lo stesso Senato sarà rivisto in una formula che vedrà ancora una volta il Rettore poter scegliere la maggior parte dei suoi componenti. A quest’organo rimarrà un solo potere, in pratica: quello di comminare sanzioni a studenti e docenti sulla base dei regolamenti approvati.

È questo, infine, il nodo centrale. Le mobilitazioni che hanno attraversato gli atenei negli ultimi mesi hanno messo in discussione non solo le scelte singole di ogni ateneo, ma l’integrazione del mondo accademico nelle filiere belliche e nel processo del riarmo e della difesa UE, oltre che di aumento delle spese militari come target NATO.

La classe dirigente è preoccupata dal fatto che le università sono ancora luoghi di dibattito e di formazione di una coscienza, civile e politica, per migliaia di giovani. Il governo esprime l’esigenza che gli atenei non siano luoghi democratici, in cui la comunità accademica possa determinare i valori e le decisioni da prendere. Serve che siano invece quanto più asserviti possibili a quel che viene deciso a Roma e Bruxelles.

È questo l’indirizzo che si legge nella bozza della riforma Bernini, e contro cui, dato appunto che l’unico vincitore è sostanzialmente il Rettore, potrebbe vedere saldarsi un’opposizione che unisca studenti, lavoratori e docenti, ampliando ulteriormente le alleanze sociali che si sono già viste nelle piazze per la Palestina.

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25/07/2025

La ricerca non ha nulla da festeggiare col nuovo dl Università

Con 78 voti favorevoli e 59 contrari, il Senato ha approvato il decreto legge Università e Ricerca, che ora passerà alla Camera. Ci si aspetta che anche lì passerà senza problemi, e si avrà così un ulteriore provvedimento sul mondo dell’accademia e della ricerca scientifica che non tocca assolutamente i suoi problemi fondamentali.

Anzi, sembra che questo decreto sia stato fatto semplicemente per tappare alcune falle, e spostare voci di spesa per far cantare vittoria al governo. Infatti, il punto cardine di questo provvedimento sarebbe lo stanziamento di ulteriori 160 milioni di euro (40 quest’anno, 60 nel 2026 e nel 2027) per gli enti di ricerca posto sotto il Ministero dell’Università.

Ma ecco la prima ‘mezza verità’: questi fondi erano già a disposizione di tali istituti, e sono stati semplicemente trasferiti da un capitolo di spesa a un altro, per dare un’immediata boccata d’ossigeno a un gran numero di programmi che hanno usufruito dei fondi PNRR, e che ora vedranno dunque chiudersi i rubinetti.

15 milioni sono stati prelevati dal Fondo integrativo speciale per la ricerca, 25 dal Fondo italiano per la scienza, 90 dal Fondo italiano delle scienze applicate e infine 30 dal finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Non si tratta, dunque, di risorse strutturali, che permettano la stabilizzazione del personale e una programmazione delle attività almeno sul medio periodo.

Negli enti pubblici di ricerca è ormai precario oltre il 50% del personale. Solo per il CNR, già con la scorsa legge di bilancio, era stata sbloccata la possibilità di stabilizzazione, ma le procedure non erano mai state avviate per mancanza dei criteri di selezione. Oggi arrivano 22 milioni di euro spalmati su tre anni, una cifra ancora inadeguata rispetto alle necessità.

È interessante poi che nel decreto venga previsto il Piano d’azione ‘Ricerca Sud’, per cui vengono svincolati 150 milioni di euro. Lo scopo è quello di creare “ecosistemi dell’innovazione” in tutto il Mezzogiorno, che tradotto significa rafforzare la subordinazione degli atenei alle imprese.

Una misura che, tra le altre cose, viene presentata come funzionale a fermare l’emorragia di giovani serve in realtà a sostenere la ricerca, sì... ma del profitto. Bisogna inoltre ricordare che, stando alle dichiarazione dell’Associazione Dottorandi Italiani (ADI), nel 2026 saranno ben 2 mila i contratti di ricerca che scadranno, e saranno soprattutto il Sud e le Isole a subirne gli effetti.

Insomma, sembra che l’unica utilità di questo decreto sarà quella di sanare la situazione dei laureati in Scienze dell’educazione e della formazione primaria, i quali, per vari motivi burocratici, se si erano iscritti all’università prima del 2018-19 non avrebbero potuto diventare educatori nei nidi per la fascia d’età dagli 0 ai 3 anni.

Una vicenda che assume i contorni paradigmatici dello stato in cui versa l’università italiana: tanti giovani con importanti competenze che vengono sostanzialmente cacciati da un paese incapace di qualsiasi pianificazione del proprio sviluppo funzionale agli interessi collettivi.

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22/05/2025

Con la riforma del reclutamento continua lo smantellamento dell’università

Lunedì il governo ha approvato un nuovo disegno di legge per la riforma del reclutamento dei docenti universitari. Dopo il tanto discusso e osteggiato ddl 1240, ora il Ministero dell’Università interviene su un altro degli annosi problemi degli atenei italiani, arrivando persino a peggiorare la situazione.

Con la nuova normativa, infatti, si vuole sostituire l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), introdotta nel 2010 dalla riforma Gelmini. Si tratta di un titolo di idoneità all’assunzione al primo gradino della docenza universitaria – quello di professore associato – che viene rilasciato da una commissione nazionale.

Ovviamente, ottenere l’Abilitazione non significa automaticamente diventare docente: ci sono poi da vincere i concorsi organizzati dai vari atenei. Oltre a varie storture del sistema che qui non ripercorreremo, il più palese scompenso di questo meccanismo è quello che si è venuto a creare tra il numero degli abilitati e quello di chi, effettivamente, assume un ruolo stabile nell’università.

E allora, la ministra Bernini ha fatto quello che è sempre riuscito meglio a questa classe dirigente priva di qualsiasi visione del futuro: ha preso un problema strutturale del paese, ne ha ribaltato i rapporti causali, e ha promosso una riforma che andrà a smantellare l’istruzione universitaria e la ricerca accademica.

In un paese che, stando a dati dell’OCSE del 2020, ha un numero di professori accademici in relazione agli studenti inferiore a quello della media generale e nettamente più basso di quello di Germania e Spagna, invece di stabilizzare chi ha già conseguito l’ASN, aumentando così gli organici e garantendo un’istruzione migliore, si cancella l’ASN per far scomparire questa asimmetria.

Lo ribadiamo: il sistema dell’Abilitazione aveva già di per sé molti difetti, ma non è eliminandolo che si risolve il nodo di un’università che manca di professori che però non vuole aprire le porte a un gran numero di studiosi ultraformati, piano piano espulsi dall’accademia e, spesso, persi nell’emigrazione a cui si trovano costretti per mancanza di opportunità in Italia.

Ma c’è di più. Il nuovo meccanismo introdotto da Bernini si fonda su di un’autocertificazione da parte del singolo aspirante docente (o singoli ricercatore a tempo determinato, perché varrà anche per loro), che assicura di avere i requisti minimi nazionali per l’assunzione. Ogni ateneo bandirà poi il concorso che gli interessa, in un processo che va a rafforzare l’autonomia universitaria.

Chi mastica un poco l’argomento, sa benissimo che in questo settore autonomia significa la polarizzazione della qualità dell’offerta formativa, e la facilitazione della penetrazione degli interessi privati nell’università. A ciò aiuterà anche il sistema di valutazione del lavoro dei docenti, che avverrà ogni due anni.

Essa consisterà, innanzitutto, nel giudizio sulla produttività, e dunque sul numero di pubblicazioni – la logica del publish or perish che, come è facile immaginare, spinge a prediligere la quantità sulla qualità del lavoro. Chi vanterà i risultati migliori riceverà più fondi: rimane dunque intatta la logica premiale dell’assegnazione delle risorse, che non fa che cristallizzare le storture esistenti.

È facile poi immaginare che, per vincere in questa competizione, in molti si metteranno maggiormente a disposizione del privato, per avere in cambio più soldi, strutture, possibilità, e dunque a sua volta finirà col ricevere anche più fondi pubblici. Una spirale di distruzione dell’istruzione pubblica di cui, a lungo andare, ne sta evidentemente risentendo anche il sistema-paese.

La mancanza di qualsiasi visione strategica e la mortificazione continua delle menti e dei talenti dei giovani è confermata anche dalla quasi contemporanea approvazione dell’emendamento Occhiuto-Cattaneo al decreto PNRR Scuola. Il provvedimento introduce l’incarico di ricerca e l’incarico post-doc, per evitare innanzitutto una figuraccia con l’esclusione di molti studiosi dai progetti europei.

Si tratta in entrambi i casi di contratti a tempo determinato, da uno a tre anni, la cui selezione sarà definita dalle singole istituzioni. In pratica, la prateria del baronato e del nepotismo. Non solo: sono finanziabili dalle università, ma anche da enti terzi. È il colpo definitivo all’istruzione pubblica, e il totale asservimento della ricerca agli interessi privati (e di guerra).

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25/02/2025

Sospensione senza ritiro della riforma Bernini sulla ricerca universitaria

La ministra Bernini ha annunciato la sospensione dell’esame del ddl 1240, la riforma della ricerca universitaria che ha sollevato molte voci di contrasto all’interno dell’ambito universitario. Ma nel frattempo, rimane un vuoto tragico nella regolamentazione del lavoro accademico, che porterà all’espulsione di migliaia di giovani precari della ricerca.

Rimane il nodo per cui l’iter legislativo è stato solo sospeso, e bisogna dunque pensare che riprenderà non appena le condizioni politiche renderanno possibile portarlo a termine, cioè una volta che saranno scemate nel tempo le proteste. Con i vertici del mondo accademico che invece hanno continuato a sostenere la riforma, sperando di continuare a contare su di un esercito di precari per continuare a far funzionare gli atenei italiani.

Bisogna innanzitutto ricordare che tra il personale docente, dei ricercatori e degli assegnisti di ricerca, senza includere le altre figure quali borsisti e contrattisti, la quota dei precari è passato dal 18,5% del 2010 al 45,32% del 2024. Molti di questi posti saranno inoltre falcidiati dalla fine dei fondi PNRR, rendendo anche impossibile qualsiasi prospettiva di approfittare del turnover per gli attuali giovani dottorandi.

La riforma che ha introdotto i contratti di ricerca al posto della selva di assegni e forme precarie di impiego, fatta nel 2022 perché legata agli obiettivi inscritti nel PNRR, è rimasta solo sulla carta. Già il governo Draghi che l’aveva licenziata aveva previsto molte proroghe e deroghe, consapevole di non poter garantire i finanziamenti necessari per applicarla.

Ora si apre dunque una fase transitoria in cui proroghe e deroghe andranno a scadere, senza strade alternative e portando all’espulsione di migliaia di ricercatori. La riforma Bernini, in un certo senso, puntava a riallineare la realtà con la normativa, restaurando vari percorsi precari di impiego.

La Conferenza dei Rettori, la CRUI, si è invece espressa per continuare sulla strada impostata dalla ministra. L’accademia italiana oggi funziona proprio grazie allo stuolo di giovani dottorandi e ricercatori, mal pagati e ricattabili, su cui è imposta una mole di lavoro enorme per sopperire alle mancanze strutturali delle università.

Di questo i rettori vogliono continuare ad approfittare, mentre hanno evitato di condannare con forza la mancanza di fondi. Si tratta di una beffa la promessa della ministra di 37,5 milioni di euro per i contratti di ricerca, non solo perché briciole rispetto alle necessità, ma anche perché si tratta di soldi già dovuti, secondo gli obblighi previsti proprio dal PNRR.

Inoltre, stando alle precedenti leggi di bilancio, il Fondo di Finanziamento Ordinario, principale entrata degli atenei, doveva contare circa 9,5 miliardi nel 2024, e passare a poco meno di 9,6 miliardi nel 2025. Al contrario, se diamo per scontato che gli annunci fatti verranno davvero rispettati, nel 2025 si dovrebbe arrivare concretamente a circa 9,4 miliardi.

Ciò si ripercuote anche sul personale tecnico-amministrativo, per il 5% assunto in maniera precaria, a cui vanno aggiunti i lavoratori di aziende a cui sono stati appaltati vari servizi. Una situazione creata ad arte anche per favorire l’accesso dei privati nella ricerca, essendo l’unico canale attraverso cui reperire fondi.

Sono poche le forze che parlano di ciò di cui ha davvero bisogno l’università italiana: portare i finanziamenti universitari almeno all’1,5% del PIL della media OCSE, mentre in Italia sono fermi intorno all’1%, stabilizzare i precari e reinternalizzare i servizi, impedire l’accesso dei privati che orientano la ricerca secondo il ritorno di bilancio, e infine cancellare la logica premiale che ha creato atenei di serie A e atenei di serie B.

Per uscire dal cul-de-sac in cui è stata gettata l’università, questa è l’unica strada.

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09/12/2024

I tagli del Governo Meloni all'università

Quando a fine settembre sono stati decretati l’ammontare e la ripartizione del Fondo di Finanziamento 2024 per le Università pubbliche italiane, molti sono rimasti di stucco. Non solo si vedevano tagli per quasi tutti gli Atenei, ma è presto risultato chiaro che le cifre fornite dal Ministero guidato da Anna Maria Bernini erano ingannevoli. Prese di per sé, infatti, le riduzioni del Fondo erano serie ma non letali: 3 milioni su 90 – prendiamo un’università di medie dimensioni – non sono pochi, ma, pur tristemente, si possono gestire.

Il fatto è che questo intervento si cumula con altri più subdoli. Anzitutto, finiscono a carico del Fondo degli Atenei – senza più dunque la copertura ministeriale garantita nel periodo di avvio – gli onerosi scatti stipendiali del personale docente. Poi accade che, sempre a valere sul Fondo, quest’anno le retribuzioni dei docenti sono state alzate in un colpo del 4,8% a parziale recupero dell’inflazione (in passato non salivano mai più dell’1%: che si voglia “prevenire” il dissenso?), con un aggravio inatteso e destinato a pesare negli anni. Ecco che la predetta università-tipo si trova in un baleno a perdere quasi l’8%.

Si è voluti intervenire a sostegno delle retribuzioni di chi è già dentro l’Università (inferiori a quelle dei colleghi stranieri, ma non disprezzabili nella media salariale del Paese), ma lo si è fatto a danno del reclutamento dei giovani. Infatti i quattro “Piani Straordinari”, varati dal governo Draghi con il primario obiettivo di rimpolpare l’organico e l’offerta degli Atenei garantendo un miglior rapporto docenti/studenti, subiscono una triste sorte: per quanto riguarda i primi due, avviati nel ‘22, le assunzioni a valere su di essi potranno slittare fino a fine 2026 (cioè un vincitore di concorso non prenderà servizio – e dunque stipendio – per due anni sani); gli ultimi due, invece, sono stati direttamente monetizzati e svincolati dallo scopo originario. In sostanza, i soldi con cui si era stabilito di attirare nuovi ricercatori o di promuovere quelli bravi vengono destinati invece a pagare le spese correnti e gli stipendi del personale già in servizio. “Ci state rubando il futuro” recitano tante manifestazioni giovanili: se talora è un’iperbole, qui va presa nel senso letterale.

Che il taglio sia intervenuto a fine 2024 sul Fondo del 2024 è deplorevole (a ottobre non si può più raddrizzare il bilancio di un anno quasi concluso, varato di norma a dicembre del ‘23), ma non è una novità: in anni passati vi sono stati ritardi ancor peggiori. Tuttavia, se allora si trattava spesso di limature o di bonus, qui assistiamo a un intervento che – a regime, in assenza di correttivi, e in combinazione con il ddl di riforma del pre-ruolo che introduce nuove forme di precariato – falcidierà il turnover dei docenti e degli amministrativi (dai bibliotecari ai segretari, sempre più indispensabili nella giungla burocratica), e poi i contratti di ricerca, i corsi di laurea, il numero e l’ammontare delle borse di dottorato, gli interventi locali per il diritto allo studio, la capacità di attrarre progetti competitivi, le iniziative di disseminazione pubblica, la stessa prospettiva di carriera dei ricercatori più capaci. Chi può, ha già fatto le valigie. La droga del PNRR, che ha consentito molte assunzioni di ricercatori a tempo determinato, lascerà il posto a una desertificazione e sclerotizzazione del panorama: pazienza se si era pensato alla possibilità di creare nuovi corsi o poli di ricerca, magari anche investendo su strumentazioni o immobili.

I mega-Atenei (specie quelli con molti studenti di area medica e scientifica, che valgono 3 volte gli altri) avranno una capacità di resilienza maggiore rispetto a quelli medi e piccoli: ma il rischio, come denunciato a ottobre da 39 Società scientifiche nazionali, è sistemico. Non è chiaro se gli ulteriori tagli alla ricerca previsti nell’imminente Legge di Stabilità confermeranno o aggraveranno questo desolante scenario (“questi sono convinti che l’università abbia avuto troppo negli ultimi anni e vada ridimensionata”, confida un annoso conoscitore del MUR). Si ventilano contrordini sulla destinazione di fondi PNRR al cofinanziamento di nuova residenzialità studentesca – una notizia ferale per i futuri studenti, a disagio in città sempre più care.

Tutti sanno che ciò accade in uno dei Paesi agli ultimi posti in Europa per investimento in ricerca e per numero di laureati. L’aspetto più grottesco sta nel fatto che quotidianamente chi lavora nel sistema è chiamato a produrre una serie infinita di documenti di “monitoraggio”, “riesame”, “autovalutazione”, che dovrebbero servire ad “assicurare la qualità” in cambio di pochi spiccioli di premio per i virtuosi. Poi arriva un taglio fine-di-mondo come questo, che prescinde da ogni valutazione e svuota tutto di senso, e di prospettiva.

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11/11/2024

Golden Power sulla ricerca, la Cina è il nemico non nominato

Qualche giorno fa la ministra dell’Università Bernini ha tenuto una conferenza stampa per presentare un “Piano d’azione nazionale per tutelare l’università e la ricerca italiane dalle ingerenze straniere”. Un titolo che è già di per sé molto esplicativo del clima di guerra che ormai è penetrato anche nell’istruzione.

Insieme a lei, infatti, c’era anche Alfredo Mantovano, segretario del Consiglio dei ministri con la delega per la sicurezza della Repubblica (e quindi con funzione di indirizzo sulle strutture di intelligence). Nell’ora di conferenza sono stati rivelati pochi elementi, e tuttavia alcuni di essi bastano a tracciare un quadro della questione.

Innanzitutto, atteniamoci alle informazioni fornite dai rappresentanti del governo. Il piano non è frutto della volontà di Palazzo Chigi, ma è il risultato di impegni presi a livello europeo, ovvero delle raccomandazioni in materia date a maggio dal Consiglio Competitività (una delle configurazioni con cui si riunisce il Consiglio dell’Unione Europea).

Lo scopo è quello di colmare ciò che viene definito un “vuoto di protezione” nell’ambito accademico. I pericoli individuati, per intenderci, sono quelli di furto di proprietà intellettuale, di informazioni, di dati, ma il coinvolgimento dei servizi segreti rende chiaro che il solito spionaggio industriale qui viene trattato come pericolo di sicurezza pubblica.

Per tutelarsi da operazioni straniere evidentemente valutate come tali il primo passo è quello di definire delle linee guida nazionali. Un peso importante lo avrà anche l’organizzazione di moduli formativi e l’individuazione di una serie di suggerimenti da dare ai ricercatori stessi per ridurre le situazioni di rischio.

Infatti, i ministri hanno annunciato che l’intero sistema si fonderà sull’auto-valutazione degli studiosi circa gli accordi intrapresi, con la collaborazione di un centro di riferimento che dovrebbe essere istituito al MUR.

Per spiegare come si interverrà, Mantovano ha fatto più volte l’esempio del Golden Power, il potere governativo di bloccare o imporre specifiche condizioni a operazioni di mercato.

Tutti i dettagli del piano, però, saranno resi noti solo a dicembre, al G7 di Bari, che sarà incentrato proprio sulla sicurezza nella ricerca. Poi le misure prenderanno il via a partire dal 2025, per raggiungere la piena operatività nel 2026, dopo un anno di prova e i necessari aggiustamenti.

Bernini ha assicurato che, con questo piano, non si vuole in nessun modo inficiare i rapporti internazionali né colpire alcuno stato in particolare: “non esistono paesi buoni o cattivi”, ha detto, “esistono buone o cattive pratiche”. E tuttavia, è abbastanza chiaro che il pericolo è identificato nella competizione cinese.

A più riprese i giornalisti in sala hanno citato il Dragone, ma nessun riferimento è arrivato dagli organizzatori della conferenza. L’unico esempio di trasmissione di dati a un paese straniero fatto da Mantovano è rimasto senza nomi, ma il fatto che sia stato associato al settore delle biotecnologie è un indizio importante.

Sul sito Formiche.net viene citato un “esperto” che avrebbe suggerito che l’azienda coinvolta nel caso citato da Mantovano sia la BGI Group, con sede a Shenzen. Da quest’anno la società è stata inserita in un elenco del dipartimento della Difesa statunitense come “società militare cinese” che opera negli USA.

Lo scorso maggio cinque europarlamentari scrissero su Euronews che sulle tecnologie genomiche non basta il de-risking dalla Cina, e la BGI veniva citata esplicitamente.

Inoltre, è significativo come i cinque politici provenissero dal Partito popolare europeo, dai Socialisti e democratici, da Renew, dai Verdi e dai Conservatori europei: tutti uniti contro il Dragone.

Nella relazione annuale dell’intelligence presentata a febbraio, l’allora direttore dell’AISI Mario Parente diceva che i cinesi hanno “finalità di acquisire un patrimonio informativo che li porta a rivolgersi anche a circuiti universitari”. Che quindi sia Pechino il soggetto attenzionato tramite questo piano diventa abbastanza scontato.

Il MUR è stato da poco inserito nel Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, mentre la mattina della conferenza stampa Crosetto ha accennato al fatto di voler coinvolgere maggiormente le università nell’orizzonte della “guerra ibrida”. Di cui la Bernini ha peraltro confessato di non sapere nemmeno il significato.

A ottobre, col Documento Programmatico Pluriennale (DPP) per il periodo 2024-2026, il ministero della Difesa ha messo in chiaro che vuole trasformare il Centro Alti Studi della Difesa (CASD) in una “Scuola superiore universitaria ad ordinamento speciale”. L’istituto avrà i suoi dottorati, corsi e master, e grande attenzione sarà data all’intelligence.

Si moltiplicano i segnali della militarizzazione della ricerca universitaria, e della penetrazione degli interessi dell’apparato militare-industriale negli atenei. E soprattutto, della tendenza ormai esplicita a piegare la ricerca agli scopi di scontro tra il blocco euroatlantico e il mondo multipolare.

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13/10/2024

Le società scientifiche italiane contro i tagli della Bernini

Il 10 ottobre è comparso sul sito Scienzainrete un appello sottoscritto inizialmente da 39 presidenti di altrettante società scientifiche italiane, ora già diventati ben 58. Gli accademici pongono l’attenzione sul pericolo che affrontano la ricerca e l’istruzione universitaria con i programmi del governo.

La ministra Bernini continua a dire, in tutte le occasioni che le si presentano, che il governo non sta facendo tagli ai fondi dedicati all’università. La verità è un’altra, anche se stanno tentando di nasconderla, come se non si avessero i dati alla mano: i tagli ci sono eccome, e vanno oltre i 500 milioni.

Non solo viene diminuito il Fondo di Finanziamento Ordinario, l’entrata principale di tutti gli atenei, ma non verranno assegnate “le coperture aggiuntive per i 340 milioni previsti dal piano per gli associati, recuperando le risorse dalla riduzione di quota storica, costo standard e perequazione“.

Si tratta di uno dei colpi più duri ricevuti dall’ambito accademico sin dati tempi della Gelmini, anche se lo stillicidio continuo di tagli all’università e al diritto allo studio è proseguito sotto tutti i governi. Soprattutto, è stato fatto con l’intenzione precisa di costruire poli di serie A e poli di serie B attraverso il finanziamento “premiale”.

Da mesi però il governo è riuscito nell’impresa di sobillare contro i suoi progetti persino molti rettori e molte associazioni scientifiche, appunto. Queste hanno sottolineato la negatività di diversi ultimi provvedimenti e il modo in cui impatteranno sugli atenei: un pesante “ridimensionamento dell’università e della ricerca pubblica”.

Negli ultimi anni, in alcuni ambiti, si era aperta qualche opportunità in più grazie al PNRR, dopo il processo decennale di tagli e riduzione di servizi e personale. Prima nota dolente: fondi non strutturali, pensati esclusivamente col fine di rilanciare la UE dentro una cornice di competizione globale.

Ma tant’è... Comunque ciò ha significato molto per persone impegnate nella ricerca, costrette a destreggiarsi in continuazione tra bandi e preghiere per procacciarsi qualche fondo. Oggi si torna indietro con forza e, come viene scritto dai presidenti delle associazioni scientifiche, ciò peggiorerà ulteriormente la posizione italiana in Europa.

“La distribuzione delle risorse che si prospetta – attraverso i criteri adottati e i meccanismi premiali – sta portando a maggiori disparità tra grandi atenei e università ‘periferiche’”, ribadiscono nell’appello. In esso viene dunque fatto presente come quasi la metà del personale docente e di ricerca è costituito, sostanzialmente, da precari.

Scrivono: “nei prossimi tre anni intorno al 10% dei professori ordinari e associati andrà in pensione. Anziché favorire nuovi concorsi, il governo ha rallentato il turnover e creato incertezza sul reclutamento”. Infine, ricordano la più grande tragedia dell’università italiana: “nel corso di un decennio, circa 15 mila ricercatori e ricercatrici italiane hanno trovato lavoro all’estero”.

Un vero e proprio ‘furto di cervelli‘, più che una ‘fuga’, perché anche questo fenomeno è il frutto fisiologico della riorganizzazione del mercato del lavoro che si è vista nella UE nell’ultimo trentennio. Il disegno di legge sul reclutamento apparso ad agosto non fa che frammentare il quadro delle posizioni accademiche e la loro precarietà, e dunque aggraverà questa dinamica.

Insomma, la lettera della associazioni scientifiche mette in luce un problema che è dell’intero sistema-paese: che visione dellìItalia ha la classe dirigente? Perché dall’istruzione, dallo sviluppo di nuove tecnologie, dal progresso scientifico in generale, passerà il futuro di intere generazioni.

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21/07/2024

Il colpo di grazia della Bernini all’università italiana

La bozza del decreto ministeriale per la ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha scatenato un duro scontro tra la ministra Bernini e il mondo universitario. Siamo però costretti a guardare il solito teatrino della politica che si dimena sul futuro di intere generazioni.

Il sistema universitario e il ministero che lo guida si avvalgono di una serie di organi consultivi e di discussione, che esaminano le misure principali. Tra queste, ovviamente il provvedimento che definisce l’ammontare, così come la distribuzione della principale voce di entrata degli atenei, il FFO appunto.

Come ogni anno, la CRUI (conferenza dei rettori), il CUN (che riunisce tutte le componenti accademiche) e il CNSU (consiglio degli studenti) hanno ricevuto la bozza dei fondi per l’anno 2024. E subito è saltato all’occhio un taglio che potrebbe divenire mortale per le università italiane.

Innanzitutto, nel testo viene messa nero su bianco una riduzione nominale del FFO di ben 173 milioni, ed è la prima volta dal 2014 che succede. Come se non bastasse, tra la revisione del finanziamento dei piani straordinari e della dinamica salariale, il reale taglio ammonterà a circa 500 milioni.

Ma il problema non è solo quantitativo: 385 milioni saranno sottratti alla quota base del FFO. Essa è la parte dei fondi non sottoposta a vincoli di destinazione, e dunque non ‘premio’ di quella dinamica competitiva tra atenei che ha dato vita alla polarizzazione tra università di serie A e di serie B.

Si tratta, in sostanza, dei soldi che dovrebbero garantire la sopravvivenza stessa delle università, e che invece saranno ancora più in balia della capacità di procacciarsi fondi privati. Già nel 2023 tale quota era arrivata a contare meno del 50% del FFO.

Per farla breve, si tratta del definitivo colpo di grazia all’università pubblica e al diritto all’accesso all’istruzione accademica. Il risultato non potrà che essere, sul lungo termine, o la chiusura di alcuni atenei o il loro definitivo asservimento a interessi privati.

Come accennato all’inizio, anche in questo caso non ci è stato risparmiato il solito teatrino della politica nostrana. La ministra Bernini, dopo aver fatto arrivare la bozza di decreto agli organi preposti alla consultazione, si è lamentata che i dati contenutivi siano stati resi pubblici.

Fonti ministeriali hanno affermato: “si è scelto di diffondere cifre infondate e allarmistiche su presunti tagli agli atenei. Invece del confronto di merito con il ministro e il suo staff, viene preferita la strada del pregiudizio e della polemica pubblica del tutto pretestuosa”.

Anche tenendo conto che quella visionata è solo una bozza, i tagli sono scritti chiaramente, e sono scritti dal ministero. Difficile quindi parlare di “cifre infondate”, così come appare assurdo che il dibattito pubblico su un tema che riguarda il futuro dell’intero Paese sia chiamato una “polemica”.

Stiamo parlando di misure che toccano milioni di persone, tra studenti, docenti, personale tecnico amministrativo e ricercatori in erba. I quali, tra l’altro, sono già in apprensione per la riforma delle posizioni di ricerca che è stata annunciata, sempre dal governo Meloni.

Ma la Bernini si è spinta persino oltre, dicendo che i soldi ci sono e che il nodo è nel loro corretto utilizzo. È vero che, in passato, più di una volta le istituzioni universitarie sono state in silenzio di fronte ai tagli, ma dire una cosa del genere è assolutamente inaccettabile.

L’Italia spende per l’università meno dell’1% del PIL, mentre la media OCSE si attesta all’1,6%. È dunque al limite dell’offensivo sentire dire che negli ultimi anni gli atenei sono stati “inondati di soldi”, come ha detto la ministra.

Di fronte a chi considera il dibattito pubblico di provvedimenti che riguardano l’intera collettività come una polemica, mostrando quanto le fondamenta della democrazia siano fastidiose per questo governo, l’unica alternativa è la mobilitazione studentesca e dei lavoratori.

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03/04/2024

Sospensione degli accordi tra le università? L’ipocrisia di due pesi e due misure

La Ministra Bernini, qualche rettore, un pò di giornalisti e commentatori filo-israeliani, da giorni si stanno stracciando le vesti e latrano contro la sospensione degli accordi di cooperazione tra alcune università italiane e università israeliane, come viene richiesto dagli studenti in mobilitazione e da un appello firmato da quasi duemila tra docenti e ricercatori.

Non è superfluo rammentare che il massacro dei palestinesi a Gaza dura ormai da sei mesi e che solo nelle ultime settimane si è arrivati a decisioni attese e dovute da tempo verso le università israeliane come avvenuto a Torino, alla Normale di Pisa e a Bari. Altri atenei ancora non hanno dato seguito alle richieste dell’appello di loro colleghi e dei loro studenti.

Eppure in un’altra e recente occasione – solo due anni fa – sia i Senati accademici che il Ministero dell’Università erano stati assai più solleciti a interrompere quasi immediatamente la collaborazione con gli atenei di un altro paese ritenuto violatore del diritto internazionale. Stiamo parlando delle università e dei ricercatori russi.

Qui di seguito una breve rassegna di notizie ci ricorda che le università e il Miur bloccarono la cooperazione con le università russe “in meno di un mese” dall’intervento militare russo in Ucraina. A marzo del 2022 erano già scattati come soldatini.

Un classico esempio di doppio standard. Due pesi e due misure. Ipocriti, pagliacci e mentitori, come sempre!!!

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“Stop alle collaborazioni accademiche con la Russia. È una delle iniziative scelte dall’Università di Trento come contributo alla mobilitazione contro la guerra scatenata da Mosca in Ucraina. Sospesi, dunque, i rapporti scientifici dell’ateneo con le istituzioni che fanno riferimento al governo della Federazione russa”. (9 marzo 2022, fonte: Adige)

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“La ministra per l’Università e la ricerca Cristina Messa dieci giorni fa ha detto basta ai progetti di ricerca con la Russia e ha chiesto di tenere a distanza gli studenti e i ricercatori russi.

Adesso anche l’Università La Sapienza, il più grande ateneo d’Europa, si è mosso per dare attuazione alle indicazioni ministeriali: il 18 marzo la rettrice Polimeni ha inviato una lettera ai dipartimenti e a tutti i docenti per comunicare la decisione di Messa”. (22 marzo 2022, fonte: Domani)

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“La Scuola Normale Superiore sospenderà ogni forma di collaborazione istituzionale e ogni accordo di scambio con le università russe i cui rettori hanno sottoscritto un documento in cui avallano l’invasione dell’Ucraina.

Ogni forma di aggressione territoriale di un paese nei confronti di un altro deve essere ripudiata, e il fatto che accademici, certamente bene informati e che ricoprono posizione di vertice possano appoggiare scelte così scellerate ci lascia sgomenti”. (9 marzo 2022, fonte: sito della Scuola Normale di Pisa)

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“Riportiamo la notizia che, a seguito dell’invasione militare russa in Ucraina, numerose università europee e organizzazioni scientifiche hanno sospeso progetti di ricerca con partner russi. Tra queste, la Commissione Europea ha sospeso la preparazione dei nuovi accordi all’interno del programma Horizon che coinvolgevano 5 organizzazioni di ricerca russe”. (12 marzo 2022, fonte: sito università di Bologna).

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La ricerca di questo filone di ipocrisie conclamate e inaccettabili potrebbe continuare, ma a futura memoria e nel braccio di ferro in corso nelle università in questi giorni è bene sapere e rammentare tutto questo.

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