Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2025

La ricerca non ha nulla da festeggiare col nuovo dl Università

Con 78 voti favorevoli e 59 contrari, il Senato ha approvato il decreto legge Università e Ricerca, che ora passerà alla Camera. Ci si aspetta che anche lì passerà senza problemi, e si avrà così un ulteriore provvedimento sul mondo dell’accademia e della ricerca scientifica che non tocca assolutamente i suoi problemi fondamentali.

Anzi, sembra che questo decreto sia stato fatto semplicemente per tappare alcune falle, e spostare voci di spesa per far cantare vittoria al governo. Infatti, il punto cardine di questo provvedimento sarebbe lo stanziamento di ulteriori 160 milioni di euro (40 quest’anno, 60 nel 2026 e nel 2027) per gli enti di ricerca posto sotto il Ministero dell’Università.

Ma ecco la prima ‘mezza verità’: questi fondi erano già a disposizione di tali istituti, e sono stati semplicemente trasferiti da un capitolo di spesa a un altro, per dare un’immediata boccata d’ossigeno a un gran numero di programmi che hanno usufruito dei fondi PNRR, e che ora vedranno dunque chiudersi i rubinetti.

15 milioni sono stati prelevati dal Fondo integrativo speciale per la ricerca, 25 dal Fondo italiano per la scienza, 90 dal Fondo italiano delle scienze applicate e infine 30 dal finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Non si tratta, dunque, di risorse strutturali, che permettano la stabilizzazione del personale e una programmazione delle attività almeno sul medio periodo.

Negli enti pubblici di ricerca è ormai precario oltre il 50% del personale. Solo per il CNR, già con la scorsa legge di bilancio, era stata sbloccata la possibilità di stabilizzazione, ma le procedure non erano mai state avviate per mancanza dei criteri di selezione. Oggi arrivano 22 milioni di euro spalmati su tre anni, una cifra ancora inadeguata rispetto alle necessità.

È interessante poi che nel decreto venga previsto il Piano d’azione ‘Ricerca Sud’, per cui vengono svincolati 150 milioni di euro. Lo scopo è quello di creare “ecosistemi dell’innovazione” in tutto il Mezzogiorno, che tradotto significa rafforzare la subordinazione degli atenei alle imprese.

Una misura che, tra le altre cose, viene presentata come funzionale a fermare l’emorragia di giovani serve in realtà a sostenere la ricerca, sì... ma del profitto. Bisogna inoltre ricordare che, stando alle dichiarazione dell’Associazione Dottorandi Italiani (ADI), nel 2026 saranno ben 2 mila i contratti di ricerca che scadranno, e saranno soprattutto il Sud e le Isole a subirne gli effetti.

Insomma, sembra che l’unica utilità di questo decreto sarà quella di sanare la situazione dei laureati in Scienze dell’educazione e della formazione primaria, i quali, per vari motivi burocratici, se si erano iscritti all’università prima del 2018-19 non avrebbero potuto diventare educatori nei nidi per la fascia d’età dagli 0 ai 3 anni.

Una vicenda che assume i contorni paradigmatici dello stato in cui versa l’università italiana: tanti giovani con importanti competenze che vengono sostanzialmente cacciati da un paese incapace di qualsiasi pianificazione del proprio sviluppo funzionale agli interessi collettivi.

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09/12/2024

L’ultimo rapporto Censis certifica il fallimento di tutta la classe dirigente

Il 58° rapporto Censis appena pubblicato certifica un’Italia in una crisi senza uscita, nonostante il governo continui a vantarsi di ottimi risultati. Ma i dati presentati non possono essere ridotti all’azione di Palazzo Chigi nell’ultimo biennio: lo studio mostra il fallimento di tutta la classe dirigente, almeno dell’ultimo trentennio.

Un fallimento che non è solo economico e sociale, ma potremmo dire anche “ideologico-propagandistico”, rispetto alla narrazione dell’Occidente come la casa della democrazia e dei diritti, e il resto del mondo come la “giungla” da portare sulla retta via.

L’inconsistenza di questa favola si nota facilmente col trattamento riservato alle elezioni in Georgia e in Romania, date per valide solo alla vittoria dei filo-NATO, o i fatti in Corea del Sud. E non attecchisce evidentemente più tra gli italiani, come dimostra il Censis.

Scorriamo i dati più significativi. Tra il 2003 e il 2023 il reddito lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%, e tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024 la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.

Il raffronto tra i primi otto mesi del 2024 con lo stesso periodo del 2023 segna una riduzione della produzione delle attività manifatturiere del 3,4%. Le presenze turistiche, invece, sono aumentate del 18,7% rispetto al 2013, raggiungendo le 447 milioni di unità nel 2023: un paese-vetrina, più che una città-vetrina ormai.

In termini di produttività, nel periodo 2003-2023 le attività terziarie hanno registrato una riduzione del valore aggiunto per occupato dell’1,2%, mentre l’industria ha segnato un aumento del 10,0%.

Quando alcuni politici presentano il turismo come il futuro del paese, gli si dovrebbe sbattere in faccia questi dati.

Il numero degli occupati si è attestato a 23.878.000, in aumento del 4,6% rispetto al 2007. Eppure, l’andamento del PIL non è incoraggiante, e ciò dimostra che da una parte i lavori sono sempre più precari e peggio pagati (come quelli nel turismo e ristorazione, appunto), dall’altra che non riescono a riattivare un mercato interno reso asfittico per favorire le esportazioni.

Il risultato non può essere che la cristallizzazione, se non il peggioramento delle disuguaglianze. Gli italiani lo sentono sulla propria pelle, e infatti l’85,5% è convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.

L’incertezza resa ormai normalità influisce pesantemente sulle giovani generazioni. Il 58,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni si sente fragile, il 56,5% si sente solo, il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, il 32,7% di attacchi di panico, il 18,3% di disturbi alimentari. Un giovane su tre è stato in cura da uno psicologo e il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci.

In molti fuggono dal paese per cercare un’alternativa. Dal 2013 al 2022 sono espatriati circa 352 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, e più di un terzo erano laureati. Impressionante il dato per cui il numero degli emigranti in possesso di laurea è passato dal 30,5% del totale nel 2013 al 50,6% nel 2022.

Se chi si laurea viene attratto altrove, in generale l’istruzione colpita da tagli e asservita agli interessi privati si mostra incapace di garantire le conoscenze fondamentali. I traguardi di apprendimento in italiano e in matematica sono spesso sotto le aspettative per tutti i cicli di istruzione.

Guardando ai servizi pubblici nel complesso, e all’accesso a consumi fondamentali, il quadro è altrettanto tragico. Ci sono ampie fette della popolazione che ha problemi a raggiungere una farmacia e un pronto soccorso, e la situazione peggiora più è piccolo il comune di residenza.

Tra il 2013 e il 2023 la spesa sanitaria privata pro-capite è aumentata del 23% in termini reali, superando i 44 miliardi di euro nell’ultimo anno. Al 62,1% degli italiani è capitato almeno una volta di rinviare un check-up medico, accertamenti diagnostici o visite specialistiche per la lunghezza delle liste di attesa o per i costi eccessivi.

Se una persona su due, per pagare una prestazione sanitaria, è dovuta ricorrere ai propri risparmi, dall’altra parte il risparmio previdenziale è diventato un miraggio. Il 75,7% degli intervistati pensa che non avrà una pensione adeguata quando lascerà il lavoro. La percentuale, nel caso dei giovani, raggiunge l’89,8%, e diventa una certezza.

Come detto sopra, questa è incertezza di vita che è stata resa normalità, e questo è l’unico vero problema di sicurezza del paese. Eppure, la sicurezza è stata ormai trasformata da questione sociale e questione di ordine pubblico, anche se nell’ultimo decennio il numero di omicidi volontari, di furti e di rapine è crollato (rispettivamente, -32,1%, -35,9%, -41,3%).

Ma se si instilla nelle persone il sentore dell’insicurezza, e poi si alimenta l’idea che questa provenga dal diverso, dall’immigrato o dall’esterno, è più facile trovare dei modi per dividere gli sfruttati e metterli l’uno contro l’altro. Col problema, inoltre, che oggi sono quasi 1,7 milioni le persone che detengono regolarmente un’arma da fuoco.

Il 57,4% degli italiani si sente minacciato da chi porta abitudini contrastanti con il proprio stile di vita, come il velo integrale. Il 29,3% è ostile a chi non si conforma alla concezione della “famiglia tradizionale”, il 21,8% si considera addirittura nemico di chi professa una religione diversa: il razzismo è una conseguenza quasi fisiologica di questa narrazione.

Qualcosa non torna, però, rispetto alle volontà della classe dirigente. Se sulle divisioni tra gli sfruttati, utili per la guerra interna, hanno ottenuto qualche risultato, non è passata invece l’idea che l’Occidente sia la culla dei diritti e della democrazia, e che questi vadano esportati anche con la guerra esterna.

Il 68,5% degli italiani ritiene che le democrazie liberali non funzionino più. Il 66,3% attribuisce alla filiera euroatlantica, Stati Uniti in testa, la responsabilità dei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. Solo il 31,6% si dice d’accordo con la volontà dei paesi NATO di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL.

La crisi di egemonia delle centrali imperialistiche occidentali è ormai evidente. Tutti si rendono conto delle frottole che raccontano a Washington e Bruxelles, e di fronte al quadro sociale ed economico critico che è delineato nello stesso rapporto Censis la volontà maggioritaria non è quella di inasprire la spirale di guerra messa in moto, e che non accenna ad arrestarsi.

Che le democrazie liberali siano una farsa, spesso porta d’ingresso dei fascisti nelle istituzioni, è chiaro ai più, così come che la destabilizzazione di mezzo mondo è opera dell’Occidente in crisi, che cerca soluzioni nella guerra e nell’annientamento del nemico, azioni per cui ha appunto bisogno di più spese militari. Le quali verranno finanziate con altri insopportabili tagli a quelle sociali.

Sta a forze indipendenti e di rottura fare in modo che questa linea logica venga trasportata su un piano politico, cioè venga politicizzata e trasformata in organizzazione e proposta di alternativa sistemica.

Non è facile, e non ci sono ricette preconfezionate. Ma il rapporto Censis dimostra che ci sono i presupposti, e si sviluppano innanzitutto sull’orizzonte più alto delle contraddizioni del capitalismo in crisi, quello della guerra.

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25/05/2023

Chi offre salari più alti non ha carenza di manodopera

«Scoprire l’acqua calda» non è qualcosa che può cambiare le sorti dei settori popolari nel mezzo di questa crisi sistemica, ma a volte sembra che ci sia bisogno di studi che lo facciano. Anche se sappiamo già che nessun governante, prono ai suoi padroni, ascolterà i tecnici, se i tecnici non dicono quel che è utile al profitto.

L’European Trade Union Institute, centro di ricerca della European Trade Union Confederation (conosciuta in Italia come CES) ha reso pubblica un’analisi sul mercato del lavoro di 13 paesi. Quel che si legge al suo interno, per continuare a usare detti famosi, è che la manodopera la si può trovare con una soluzione alla «uovo di Colombo», ovvero pagando salari più alti.

In generale, chi non trova lavoratori per le proprie attività offre retribuzioni in media più basse del 9% rispetto a chi non ha carenza di organico. I settori in cui è più facile che domanda e offerta non si incontrino sono quelli dell’energia, quelli delle professioni scientifiche e tecniche, la pubblica amministrazione, la ristorazione e il turismo, mentre manifattura, edilizia e industria mineraria hanno meno di questi problemi.

In Italia, chi manca di manodopera paga 14,30 euro l’ora, mentre chi non soffre mancanza di personale offre 18,40 euro l’ora. Nel primo caso il numero di posizioni vacanti è aumentato negli ultimi anni, mentre nel secondo è rimasto stabile. La distanza di 4,10 euro orari tra le due cifre è anche la più sostanziosa tra i paesi studiati.

“Una retribuzione dignitosa fa bene ai lavoratori, fa bene ai datori di lavoro e fa bene all’Europa”, ha detto Ester Lynch, segretaria generale della CES. E se persino una struttura come la CES – di cui è parte anche la CGIL – integrata nei meccanismi di potere e mediazione di quella Europa o meglio Unione Europea le cui politiche hanno precarizzato i lavoratori e attaccato i salari, riconosce il problema delle paghe risicate, qualche segnale di allarme dovrebbe scattare.

Andando poi nel dettaglio dei dati appena sciorinati, risalta subito un aspetto non da poco. Le paghe che non garantiscono la copertura di organico viaggiano sui 14 euro l’ora, 4 euro in più della Legge di Iniziativa Popolare presentata da Unione Popolare qualche giorno fa, 5 euro in più della soglia dei 9 euro sotto la quale si trova un lavoratore su tre. Quanti sono i lavoratori che raggiungono le paghe citate nello studio?

Ma non c’è solo questo. I dati di Unioncamere riportati due giorni fa da un articolo su Il Sole 24 Ore parlano di un mondo della formazione che sforna 50 mila liceali di troppo e 133 mila periti in meno di quelli richiesti dal mercato. Questi numeri non piovono dal cielo, ma esprimono in maniera sempre più evidente la posizione subordinata del nostro paese nelle catene del valore mondiali: non abbiamo bisogno di cervelli, abbiamo bisogno di braccia.

Sia chiaro, c’è bisogno di entrambe. Ma una classe dirigente che si rispetti saprebbe mettere a frutto le migliaia di teste (e le decine di miliardi investite) che la nostra istruzione forma, per dare vita a un modello nuovo, più innovativo – e dunque anche più competitivo e autonomo – e capace di garantire più occupazione e redditi più alti. Invece tanti giovani fuggono dall’Italia per trovare un’opportunità.

Ma non siamo qui a spiegare a padroni e padroncini del nostro paese come dovrebbe agire una classe dirigente degna di questo nome, per di più in regime capitalistico. Tornando al nodo centrale, abbiamo bisogno di salari più alti, e la proposta di legge precedentemente citata rappresenterebbe un primo livello dal quale rilanciare la lotta dei lavoratori.

Ovviamente c’è bisogno di organizzazioni sindacali predisposte al conflitto di classe, sulla cui onda si possa trovare la forza di piazza necessaria a imporre la discussione sul salario minimo dentro i palazzi istituzionali.

Il 26 maggio lo sciopero generale chiamato da USB va vissuto con questo spirito, quello della generalizzazione delle lotte di questo paese e dell’unità delle istanze sociali e politiche più avanzate, che possano garantire un’alternativa al disastro in cui imprenditori e ceti di politicanti ci hanno cacciato.

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19/12/2019

Savona, lavoro, fuga dei giovani

Questa la notizia che sta rimbalzando in questi giorni circa la realtà socio – economica della Provincia di Savona:
Per “Il Sole 24 Ore” Savona è al 72° posto. Nella graduatoria del quotidiano economico della Confindustria – diversa dall’altra classifica elaborata e pubblicata da Italia Oggi – la provincia savonese perde posizioni: nel 2018 era al 51° posto. Savona è al 56°posto per ricchezza e consumi; 53° per ambiente e servizi; 86° per giustizia e sicurezza; 58° per affari e lavoro; 107° demografia e società; 15° cultura e tempo libero. Savona è dietro a Genova al 45°posto a La Spezia al 49°ed è davanti a Imperia all’89°posto. In testa alla classifica c’è invece Milano. L’indagine del quotidiano economico è arrivata alla trentesima edizione. Misura il benessere nelle province e nelle città metropolitane italiane con 90 indicatori.
Naturalmente tutte queste graduatorie risultano opinabili e i risultati che ne sortiscono dipendono molto dagli indicatori di volta in volta usati nella ricerca.

Rimane però valida la costatazione di un arretramento nella qualità della vita per la nostra Provincia.

Se si esaminano le varie situazioni si può notare come la posizione peggiore per quel che ci riguarda concerne la demografia; cioè l’invecchiamento progressivo della popolazione, che naturalmente porta a un sostanziale immobilismo nelle dinamiche economiche e a una superiore richiesta di servizi deboli dal punto di vista del valore aggiunto.

Occorre però guardare a fondo le ragioni di questo invecchiamento progressivo: fenomeno che dura da molti anni.

La causa principale di questo stato di cose deriva soprattutto dalla carente offerta di lavoro qualificato: fatto che sta alla base della “fuga di cervelli” ormai in atto da decenni, si potrebbe dire fin dagli anni ’60, nei settori di maggiore richiesta di professionalità capaci di realizzare “intelligenza produttiva”.

Da un recente sondaggio condotto da “Yougov”, per conto dell’European Council of Foreign Relations nel merito dei fenomeni migratori riguardanti i giovani che dalle province italiane emigrano all’estero o in altre province del Paese, emerge, in maniera assolutamente sorprendente, che dalla provincia di Savona la media di giovani che emigrano verso altre provincie italiane in cerca di lavoro e/o di carriera, è ancora superiore alle media nazionale.

La media savonese, infatti, è dello 0,76% di fronte ad una media nazionale dello 0,53%.

Savona invece non compare nella graduatoria delle province nelle quali la ricerca di emigrazione si rivolge prevalentemente verso l’estero, come accade invece a Imperia che si colloca in questa speciale classifica alla pari di Bolzano: è evidente come il fenomeno risulti accentuato dalla vicinanza delle frontiere e quindi probabilmente si tratta – appunto – di un fenomeno di carattere transfrontaliero.

Il fenomeno savonese s’inquadra, invece, all’interno di una ricerca a raggio ridotto con le mete tradizionali di Genova e Milano privilegiate dai giovani che cercano sbocchi lavorativi più adeguati alle loro capacità e si sentono soffocati da una situazione locale che davvero non offre sbocchi praticabili se non in forma precaria e in settori di secondaria importanza.

Il fenomeno della “fuga dei cervelli” risale molto indietro nel tempo e deve essere considerato come uno dei fattori decisivi della crisi che ha investito la nostra provincia nel quadro di quel processo di deindustrializzazione dovuto soprattutto alla perdita di competitività tecnologica delle nostre più grandi aziende che ha caratterizzato la situazione savonese a partire almeno dagli anni ’60.

In quel periodo, infatti, si avviò, infatti, in una forma quasi “carsica” quella “fuga di cervelli” che poi esploderà in una misura particolarmente evidente negli anni’70-’80, quelli che fecero registrare un incontrovertibile impoverimento generale, mascherato dalla tenuta dei livelli pensionistici degli ex-operai dell’industria e dei portuali che contribuirono a tenere alto il livello medio di vita.

Il fenomeno della “fuga dei cervelli” merita un attimo di approfondimento: a Savona funzionavano allora istituti tecnici di grande prestigio e in grado di formare forti capacità nel campo della ricerca e dell’applicazione; ebbene, gran parte dei diplomati da quegli istituti, proprio a partire dagli anni’60, dovettero cercare lavoro fuori città (in un primo tempo principalmente a Genova, successivamente anche a Milano) perchè la nostra industria che, nel frattempo, aveva subito nuovi colpi sul piano occupazionale, con il ridimensionamento dello stabilimento “Scarpa e Magnano” passato dall’Edison, al momento della nazionalizzazione dell’energia elettrica, al gruppo Magrini di Bergamo che in quella città aveva trasferito quadri tecnici fondamentali per lo sviluppo e il rinnovamento del “know-how” dell’azienda savonese e la partenza per Trieste del reparto fonderia dell’Italsider, aveva già mancato l’appuntamento con i punti più avanzati del processo di riconversione industriale, già in atto in altre parti del Paese: un elemento, questo, che avrà riflessi davvero decisivi sull’insieme della prospettiva economico – sociale del savonese.

Ancora sarebbero da ricordare, soltanto come esempi, la perdita progressiva di know – how della Ferrania dopo la cessione da parte della 3M e l’apertura di una distruttiva fase di confronto sul tema lavoro – ambiente riguardante l’ACNA al riguardo delle quale mancò totalmente la volontà politica di affrontare una questione di portata internazionale.

Per comprendere i fenomeni ancora in atto e che abbiamo segnalato in apertura è necessario risalire indietro nella nostra storia industriale per capire le ragioni di un declino ormai inarrestabile per una Città e una Provincia per le quali, nel corso dei decenni, è stato proposto un modello – fondato sulla speculazione – profondamente e colpevolmente sbagliato da parte dell’insieme di una borghesia e di un quadro istituzionale votati alla speculazione e a una visione quasi fatalistica di abbandono all’ineluttabilità dei fenomeni più negativi.

Senza dimenticare la dirimente “questione morale” degli anni ’80.

Una borghesia, quella savonese, ridotta alla mera conservazione e accumulazione dei propri patrimoni, incapace di sviluppare un progetto complessivo di riqualificazione dell’economia, con Camera di Commercio e Unione Industriali semplicisticamente abbarbicate nel mantenimento di uno “status quo” che appariva inscalfibile.

Successivamente, quando questi soggetti si accorsero dell’insostenibilità della loro posizione, non riuscirono a oltrepassare la logica di proposta interna a una “logica di scambio”.

Le istituzioni, dopo un primo tentativo di programmazione comprensoriale della gestione del territorio e del conseguente possibile sviluppo economico (il PRIS che prese avvio nel 1964) cedettero gradualmente alle miopi scelte compiute da quei privati che erano ancora in grado di utilizzare grandi concentrazioni di capitali sul territorio.

Fu quello il momento – appunto – dell’apparire sulla scena della già citata “logica di scambio”.

Si fornì, infatti, il terreno di coltura a forme di intervento (soprattutto in campo urbanistico) sulla base delle quali si stabilì, in Città e nel Ponente, un rapporto diretto tra “cultura del cemento”, deindustrializzazione, pratica delle tangenti.

Si era così aperta la strada alla “fuga dei cervelli”, all’impoverimento generale, a scelte francamente deleterie come quella legata alla davvero deprimente presenza delle crociere, i cui effetti oggi abbiamo con drammatica evidenza sotto il nostro sguardo di ormai anziani osservatori.

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20/12/2016

L’unico cervello in fuga è quello di Poletti

Fino a qualche giorno prima del referendum erano l'oggetto del desiderio del Partito del Sì, alla caccia disperata dei loro voti ritenuti decisivi per la vittoria finale. Alcuni esponenti del Pd avevano addirittura usato la retorica della "fuga dei cervelli" per spiegare il fatto che all'estero avesse stravinto l'ok alle riforme, in controtendenza a quanto avvenuto nei nostri confini. Ora, una volta tornati inutili, gli italiani all'estero diventano oggetto degli strali di un ministro Poletti sempre più incline alla gaffe che profuma di odio di classe.

Tra gli italiani all'estero Poletti conosce tante persone "che è meglio non avere tra i piedi". Sono probabilmente quelle stesse persone che, soprattutto dal Sud, hanno deciso di lasciare il nostro paese per effetto delle politiche sul lavoro e sul reddito realizzate negli ultimi trent'anni. Una scelta tutt'altro che facile, tutt'altro che presa a cuor leggero, che comporta l'abbandono di molto di ciò che si ha di caro; una scelta che non merita di essere umiliata come fatto dall'ex Presidente di Legacoop, che sul disprezzo per i lavoratori ha costruito l'intera sua carriera politica.

Politiche che non hanno lasciato spazio ad alternative diverse dal languire nella iper-precarietà, nella disoccupazione, nel lavoro nero, quando non in attività ai confini della legalità. Politiche arrivate al punto di spacciare lo sfruttamento da McDonald's o Zara come attività formativa presente all'interno dei piani di alternanza scuola-lavoro. Politiche che hanno prodotto un processo di migrazione al di fuori dei confini del nostro paese che ha carattere strutturale, riproducendosi ogni giorno tra stage non pagati, voucher a manetta, contratti che sono solo pezzi di carta straccia.

Sacrifici, turni massacranti, stage pagati zero euro da cogliere come opportunità. Chi non ci sta è ostile all'interesse generale, che poi è sempre coincidente con quello di chi sfrutta e mai con quello di chi è sfruttato: è un debole, un privilegiato da attaccare e stigmatizzare.

Una volta erano i "bamboccioni" di Brunetta: quelli che si ostinavano a rimanere in casa coi genitori invece di uscire fuori a farsi ricattare nel meraviglioso mondo del lavoro odierno. Poi diventarono i "choosy" della Fornero, quelli con la puzza sotto il naso quando provavano a dire qualcosa contro l'effettiva schiavitù in cui consiste l'attualità dello sfruttamento.

Poletti, aggiungendosi al parterre de roi dei fini suoi predecessori citati sopra, si scaglia contro generazioni e generazioni di uomini e donne che andandosene hanno espresso un rifiuto, cosciente o meno, proprio al modello incarnato dal ministro del lavoro: quello dei giovani che d'estate "devono scaricare cassette di frutta", quello dell'Expo del "lavoro gratuito che è un'opportunità" che ora profuma – che sorpresa! – di inchieste giudiziarie, quello che si godeva gran cene con i protagonisti di Mafia Capitale.

Il problema è che il modello di Poletti è molto materiale oltre che teorico: i dati dell'Inps di ieri, che testimoniano l'ennesimo boom nell'utilizzo dei voucher (più 32% in un anno, 12 1,5 milioni venduti in totale), raccontano alla perfezione l'Italia del JobsAct. Quel paese dove finiti gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato quei tipi di contratti crollano mentre – anche qui, che sorpresa! – crescono i licenziamenti disciplinari che tutti a parte chi fingeva di non vedere sapeva benissimo fossero la vera ragione del provvedimento emanato dal governo. Del resto il governo si è vantato pubblicamente del livello basso degli stipendi italiani e soprattutto della loro scarsa crescita nel tempo.

Lo stesso Poletti nei giorni scorsi aveva svelato il segreto di Pulcinella, ovvero che una delle principali ragioni per votare a giugno sarebbe stata far saltare i tre referendum abrogativi delle principali funzioni del JobsAct: mostrando così come quel provvedimento fosse l'indiscutibile architrave del progetto di governo, il pilastro su cui si regge la legittimità di Renzi agli occhi di industriali e grande finanza. E in pochi possono farsi fregare dalla parole di Poletti su possibili modifiche alla disciplina dei voucher: del resto, quando lo stesso Ministro dice che il JobsAct fa bene al paese evidentemente non lascia spazio a molti dubbi.

Poletti è lo specchio di un Renzi e di un PD che se ne sono ampiamente fregati dell'esito referendario, mentre tirano dritti come un treno nel loro distaccarsi il più possibile dagli umori reali della popolazione. Se, dopo che l'81% dei giovani ti ha votato contro, la tua reazione è attaccarli invece di cercare di recuperarne anche un minimo il consenso, vuol dire che quella espressa da Poletti è una vera e propria strategia di isolamento dalla realtà. Una costruzione davvero lungimirante di sé stessi come Casta, non c'è che dire...

Se non altro, vista l'aria che tira nel Pd dopo lo scorso 4 dicembre, il ministro del Lavoro con le sue dichiarazioni ha un merito: quello di aver ulteriormente reso esplicito di cosa si parla quando ragioniamo dei due anni che ci siamo – speriamo per sempre – lasciati alle spalle.

Poletti, suo malgrado, ci mette di fronte al pensiero profondo del renzismo nei confronti dei giovani. E' odio di classe puro, purissimo, espresso dalla sua posizione di zombie che cammina, residuato di un'accozzaglia di governo duramente sconfessata il 4 dicembre e rimasta attaccata strenuamente alla poltrona in attesa di venti migliori. Ma di una cosa Poletti può essere certo... quell'odio è ampiamente ricambiato!

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02/10/2016

Cervelli in fuga: la corruzione prospera se la ricerca è sotto-finanziata

Ieri sul Corriere della Sera è stata pubblicata una mia intervista riguardo la corruzione nelle università italiane e le dichiarazioni di Raffaele Cantone, presidente dell’autorità Anticorruzione. Un’intervista che merita alcuni commenti per il modo in cui è stata riportata dal quotidiano in questione.

Alle parole di Cantone, secondo cui la corruzione è causa della fuga dei cervelli dalle università italiane, ho risposto che se da un lato ero d’accordo sull’esistenza di sacche di corruzione anche all’interno dell’università, in nessun modo concordo sul nesso causale tra corruzione e fuga di cervelli. La fuga dei cervelli – locuzione di per sé infelice – è strettamente legata al disinvestimento nell’università e ricerca pubblica. Un disinvestimento che in Italia ha visto i fondi diminuire del 25% in meno di un decennio. Inoltre, la carenza di fondi, così come di strutture, sia quelle tecniche sia quelle che permettono una certa qualità della vita dentro i dipartimenti, sono fattori cruciali non solo per la ricerca, ma anche per la didattica. Troppo spesso infatti, ci si dimentica che l’università non è solo ricerca ma anche formazione e in Italia il tasso di laureati è ancora ai margini delle classifiche europee a cui va aggiunto un sempre maggiore abbandono scolastico. Un altro elemento più volte sottolineato, e di cui non c’è traccia nel testo dell’intervista, riguarda l’imbuto che si è venuto a creare sulla prima posizione stabile, cioè quella di associato, a seguito dell’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato e del taglio del fondo ordinario. Insomma, ci vogliono investimenti massicci, uno sblocco vero del turnover, non leggi formali facilmente aggirabili.

Quindi – proseguo – “la fuga” avviene ben prima di avvicinarsi ai concorsi, ribadendo che la scelta è dettata proprio dalle condizioni materiali e immateriali entro cui si è spesso costretti a lavorare. Altre volte, si parte per scelta, non curanti di ciò che avviene attorno. Così arriva il punto su quanto guadagna una dottoranda a SciencesPo a Parigi – ho spiegato alla giornalista che noi siamo un regime particolare. Al di là, delle cifre in sé, il messaggio dovrebbe essere chiaro: le borse di studio devono prevedere retribuzioni adeguate. Inoltre, se all’attività di ricerca affianchiamo l’insegnamento è nostro diritto esser pagati, in modo dignitoso. Insomma, se aumenta la corruzione non è perché l’università pubblica è marcia, ma perché è sempre meno democratica: potere su poche risorse crea incentivo e meccanismi per garantire quel potere, senza metterlo mai in discussione. Invece in Italia pur di rimanere a fare il proprio lavoro e aspirare a una carriera ci ritroviamo con assunzioni iper precarie, con contratti di collaborazione o prestazioni occasionali, su progetti sempre più spesso finanziati da privati perché i fondi pubblici semplicemente non ci sono, a parità di questioni di merito. Lo stesso vale per i fondi europei che dovrebbero essere una parte minoritaria del finanziamento della ricerca pubblica.

Fin qui, quindi, in nessun caso ho parlato contro l’università e ricerca pubblica, o sull’incapacità di chi rimane in Italia. Al contrario, come viene poco elegantemente liquidato in chiusura dell’articolo, avevo sostenuto che i colleghi in Italia stanno tenendo sulle loro spalle un intero sistema, nonostante le condizioni avverse e i continui discrediti. In questo tutta la mia stima.

Senza dover riprendere frase per frase l’intervista, è necessario almeno riportare i tratti salienti taciuti o trasformati, come le condizioni minime che mi spingerebbero a tornare in Italia. Da un lato, ovviamente la retribuzione: il lavoro si paga, sempre! E la paga deve essere dignitosa. Dall’altro lato, però, ho sostenuto che la questione non è solo la retribuzione ma tutto il sistema di diritti che ruota attorno alla vita di una persona: la casa, i mezzi pubblici, i fondi per invitare i colleghi stranieri, per organizzare cicli di seminari settimanali – come si fa qui in Francia (ma non soltanto).

Tutto quanto detto finora non implica che in Francia non ci siano clientele, anzi, ma di questo nell’intervista non si parla. Nell’intervista mi si chiede se sono d’accordo con Cantone nel rintracciare nella corruzione la causa del declino dell’università italiana a cui ho fermamente risposto negativamente.

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10/05/2016

Portogallo: tra furto di cervelli e disoccupazione di massa

Un rapporto dell’agenzia europea Eurofound rivela che in Portogallo l’emigrazione è ai suoi livelli più alti dal 1973. Le ragioni vengono individuate nell’alta disoccupazione, nell’insicurezza lavorativa e nelle condizioni del mercato del lavoro in generale peggioramento. Il rapporto sottolinea inoltre come una quota crescente di questa emigrazione riguardi lavoratori altamente qualificati.

I paesi di arrivo degli emigranti portoghesi sono prevalentemente europei (e in misura crescente rispetto al passato): il primo paese di destinazione risulta essere la Gran Bretagna, seguono poi Francia e Germania. Da notare anche il numero crescente di donne, che nel 2011 costituivano il 52 per cento del totale degli emigrati.

Un fenomeno alimentato da una situazione tragica del mercato del lavoro portoghese, frutto dell’applicazione pedissequa delle misure di austerità e di varie ristrutturazioni che la Troika ha imposto in cambio del pacchetto di aiuti internazionali richiesti nel 2011 a fronte della crisi debitoria in cui si era ritrovato il paese. Fra il 2011 e il 2013 la disoccupazione è passata dal 12.7 al 16.2 per cento.

Nel 2015 questi numeri sono migliorati (il tasso di disoccupazione del quarto trimestre era del 12 per cento), tant’è che l’allora primo ministro Pedro Passos Coelho aveva cantato vittoria sostenendo l’efficacia delle misure di austerità e vantando quindi la responsabilità del miglioramento dei conti e dei dati macroeconomici. Ma come sottolinea lo stesso rapporto di Eurofound limitarsi solo al tasso di disoccupazione rischia di essere riduttivo e di dare un’immagine assai parziale della situazione. Infatti, secondo i dati presentati dal sindacato CGTP-IN, fra il 2008 e il 2014 sono stati distrutti più di 617.000 posti di lavoro, una cifra enorme (quasi il 12% dell’occupazione portoghese). Inoltre i dati sulla disoccupazione sono sottostimati perché non considerano il caso dei lavoratori “scoraggiati” (quelli cioè che cessano di cercare il lavoro e dunque statisticamente non conteggiati come disoccupati). Le cifre escludono inoltre coloro che hanno contratti di inserimento nel mercato del lavoro e semplici tirocini, benché questi non siano veri e propri contratti di lavoro. Secondo la CGTP, se tutte queste categorie fossero considerate nelle rilevazioni il tasso di disoccupazione reale salirebbe addirittura al 24.3%. Dati confermati da uno studio dell’Osservatorio Portoghese sulla Crisi e le Alternative.

Il rapporto si conclude sottolineando che molti ritirano la domanda di disoccupazione perché emigranti o in procinto di emigrare (un fenomeno che varrebbe la pena di analizzare anche nel caso dell’Italia). Il numero di emigranti (soprattutto quelli ad elevata qualifica) viene collegato direttamente all’incapacità del settore pubblico di assumere nuovi dipendenti, a seguito dei tagli previsti nell’accordo con la Troika. A questo si aggiunge una situazione di estrema precarietà: una ricerca sui ricercatori portoghesi dimostra che quasi l’80% di loro non ha mai avuto un vero e proprio contratto di lavoro.

Numeri e dinamiche sinistramente simili a quelli evidenziati per il caso italiano dalla relazione della Campagna Noi Restiamo al recente convegno sulla formazione organizzato a Bologna dalla Rete dei Comunisti, che mostrano in maniera lampante come siano determinate le relazioni centro-periferia all’interno dell’Unione Europea.

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12/04/2016

Per una critica del “cervellone in fuga”

Appunti sui percorsi centrifughi del lavoro culturale migrante da un punto di vista working class. Per smontare la retorica euforica della “fuga dei cervelli” in opposizione all’etichettatura che varrebbe solo per gli emigrati del Terzo Mondo.

La negritudine comincia dall’Ombrone
Luciano Bianciardi

A partire dal nuovo millennio si è diffusa una narrativa del precariato che ha raccontato le difficoltà esistenziali di una classe di lavoratori forse troppo generosamente definiti cognitivi. Era una narrativa che enfatizzava il disorientamento esistenziale di una nuova generazione di lavoratori, perlopiù definiti come “lavoratori precari”, ovvero lavoratori con contratti a breve termine, pochissime tutele, alta ricattabilità, bassa copertura sanitaria e pensionistica. Questa retorica tendeva a definire i precari come giovani, laureati, abituati a fare “lavoretti”. Era in parte fumo negli occhi. Negli anni si è visto che quei lavoratori non erano solo giovani e che i lavoretti erano diventati il lavoro di una vita. La questione generazionale, ormai, non c’entrava più nulla.

La narrativa del precariato descrive i figli del ceto medio in veloce fase di precarizzazione. Racconta anche la fine del mito dell’ascesa sociale per i figli della classe operaia, un mito diffuso negli anni del boom economico. A ragione, queste retoriche denunciano alcune banalità di base: che i figli sono più poveri dei genitori, o che i lavoratori sono working poors che non riescono a comprarsi casa o a mettere su famiglia. Spesso il lavoro di questi precari non è altro che una ricerca del lavoro: là dove c’è il lavoro, si va; quando non si lavora, non si è disoccupati ma si lavora a cercare un lavoro (ad esempio, nella progettazione o nella ricerca di borse internazionali). Ne consegue una tendenza a vivere e a lavorare soggiornando temporaneamente in città sempre diverse, spesso in nazioni diverse, alla ricerca di una borsa universitaria, un contratto di docenza di 39 ore da spalmare su tre mesi, un tirocinio semiretribuito, un voucher e così via. Se vogliamo, questa condizione esistenziale è l’esempio di come il miraggio della flessibilità e del postmodernismo si sia trasmutato in un incubo. È l’eterno ritorno del Capitale alle condizioni di lavoro che nel dopoguerra l’estensione della produttività e delle lotte operaie sembravano aver destinato al dustbin della storia: il cottimo, il lavoro nero legalizzato, i lavori non retribuiti.

Uno dei punti di debolezza di questa narrazione (non faccio volutamente nomi di autori e di titoli, cercateveli da voi) è la difficoltà a storicizzare. Storicizzare significa creare una cornice storica di relazioni in cui si comprende la genealogia di un evento. Se non storicizzo, il precariato è un evento che da un giorno all’altro cade sulle spalle del povero lavoratore precario come una meteora, incomprensibilmente. Se storicizzo, esso assume un senso: si inscrive nel corso delle relazioni tra capitale e forza lavoro, laddove il boom economico, la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, la sconfitta dei movimenti dopo il ‘78, il riflusso degli anni Ottanta, il tentativo di divisione della classe operaia con la “cetomedizzazione” degli anni Novanta… tutto questo converge a dare un significato comprensibile al precariato, che diventa leggibile e interpretabile nella trama delle trasformazioni economiche e sociali della nostra società.

La “fuga dei cervelli” è una delle “narrazioni tossiche” sulle emigrazioni dei giovani italiani (emigrazioni “italiane” che ormai superano gli arrivi dei migranti stranieri nello stivale, creando un saldo demografico negativo che si associa a un invecchiamento della popolazione residente). È una narrazione tranquillizzante e compiacente, alternativa a quella più disforica dei “bamboccioni”, che è stata subito stigmatizzata. “Bamboccione” era chi rimaneva, “cervello in fuga” chi partiva. Il cervello in fuga è in realtà una grossolana rappresentazione caricaturale: la caricatura enfatizza un elemento, in questo caso “il cervello”, per dare l’idea di un’emigrazione nobile di lavoratori cognitivi, da opporre agli emigrati stranieri (perlopiù definiti disperati o poveracci, se non criminali o terroristi). In realtà può anche capitare che la casa del genitore sia il punto di ritorno del cervello in fuga da un periodo di lavoro all’estero. Si può essere quindi allo stesso tempo “cervelli in fuga” e “bamboccioni”. O nulla di tutto questo, respingendo le etichette al mittente, o parodiandole con l’accrescitivo “cervellone”, come sto facendo adesso io, o cercando definizioni e forme d’essere più dinamiche e relazionali, più dense e conflittuali.

Tra le etichette semplificatorie del giornalismo, che cerca di affrontare in chiave generazionale un fenomeno che andrebbe inquadrato con gli strumenti dell’economia politica, c’è quella della cosiddetta “generazione erasmus”, termine-ombrello usato indistintamente per il caso Regeni (un ricercatore già laureato, torturato e ucciso in Egitto), la morte di Valeria Solesin durante i recenti attentati di Parigi e quella di un gruppo di studentesse in un recente incidente stradale in Spagna. Si tratta di una facile scorciatoia emotiva che non spiega ovviamente nulla dei fenomeni a cui si applica. La realtà è più complessa.

Da sempre l’economia spinge l’umanità a processi di sedentarizzazione e/o di traslocazione, in rapporto alle proprie esigenze di manodopera. Quando non è la guerra, è in genere il lavoro (o meglio: l’estrazione di forza lavoro) il principio che governa la mobilità dei flussi migratori. Questi spostamenti talvolta si scontrano con esigenze personali, sentimentali, familiari. Non è insomma tutto oro quel che luccica sotto la metafora del viaggio esistenziale perpetuo. E il lavoro culturale non è poi così diverso dal lavoro tout court. Nel conto bisogna inserire percorsi emotivi, estrattivismo, auto-sfruttamento, basse retribuzioni, difficoltà a distinguere tra le sovrapposizioni dei tempi del lavoro culturale (spesso domestico) e i tempi della vita familiare e relazionale. Tutto questo per dire che le formulette sintetiche non servono a nulla se non a fare confusione e che si rende necessaria una visione d’insieme per descrivere i processi di migrazione del lavoro culturale, le pratiche di sfruttamento, l’intrecciarsi di problematiche attorno a nessi di estrazione sociale e di provenienza geografica di questi lavoratori. Che poi sono lavoratori culturali che spesso vengono costretti dal basso reddito a fare anche lavori non culturali. Insomma, i confini sono tenui. Quel che rimane per assodata è la dipendenza dal salario e l’incapacità dei lavoratori a fare rete, a connettersi, a sentirsi classe, a tutelare collettivamente i propri interessi di parte.

Sullo sfondo si agitano poi i processi di globalizzazione e di localizzazione, spesso isterici, e le pratiche di deterritorializzazione e riterritorializzazione. La stessa globalizzazione che ci spinge a giro per il pianeta, permettendo di apprendere lingue e conoscere culture diverse, produce al suo interno una spinta livellatrice verso l’esterno e una spinta autoritaria verso l’interno. La globalizzazione sta creando come effetto di rimbalzo nuovi nazionalismi e fascio-leghismi: mentre appiattisce le differenze tra Buenos Aires e Mumbai alimenta il culto delle radici e l’invenzione delle tradizioni. Per opporsi al livellamento, non bisogna costruirsi un io-corazza che si fa scudo di un’ideologia farlocca dell’autoctonismo (vedi i fascioleghismi). Bisogna concepirsi con uno sguardo d’insieme, sulla lunga distanza, inventando un nuovo internazionalismo dei subalterni, lottando contro i nuovi colonialismi, estendendo la solidarietà e le prassi di costruzione di nuovi percorsi di liberazione.

Dopo tutto questo, perché parlare ancora di Luciano Bianciardi? L’autore de Il lavoro culturale anticipa il lavoratore cognitivo dei nostri giorni, sulla carta e nella biografia. Anche perché i traduttori sono stati i primi, nel mondo dell’editoria, a essere esternalizzati. Il loro destino, via via che il neocapitalismo si è trasformato, terziarizzato, informatizzato e ristrutturato in rete, è stato seguito da una classe ingente di lavoratori. Quindi arriviamo a Bianciardi perché l’autore de La vita agra ci insegna a raccontare e storicizzare. A tessere fili. A legare relazioni di solidarietà di classe. Ti dice: quando sei a Bombay, cerca di parlare con gli operai indiani. Cerca i risciò wallah, i lavoratori delle cooperative che portano il cibo alla stazione di Churchgate, i contadini costretti all’emigrazione coatta. Come faceva lui, che a Milano aveva in cuore i minatori di Ribolla e ne cercava il volto tra gli operai di Sesto San Giovanni. Quando vai in Inghilterra, i tuoi alleati siano i nuovi operai, la nuova classe di proletari di un’industria di servizi terzializzati. Gli inglesi hanno un termine perfetto: working class, che noi traduciamo come classe operaia.

Ma quel termine è più significativo, ha un campo di denotazione più ampio del suo omologo italiano. Gli operai di oggi non lavorano solo nell’industria pesante o sempre meno, come ci insegnano il declino di città industriali come Taranto o Piombino. La nuova working class inglese è costituita da cleaner e da kitchen assistant. Tra di loro ci sono anche i lavoratori stranieri, molti dei quali laureati in fuga da università che non hanno offerto loro alcuna chance, spesso costretti a integrare le misere borse di studio con qualche ora da interinali, finendo a pulire gli ospedali o a servire un caffè da Starbucks o preparare una pizza da Pizza Hut. Fare il pizzaiolo in Inghilterra non ha niente a che vedere con lo pseudo-artigianato gastronomico 2.0 decantato da Farinetti e soci (e anche qui ci sarebbe tanto da smontare e discutere). È roba da nastro trasportatore, da operaio-massa di un tempo: devi assemblare delle unità congelate su una teglia (una base di pasta decongelata e spianata da una macchina), spalmare sulla pasta un cucchiaio di passata cinese, aggiungere della mozzarella italiana di dubbia qualità già tritata e congelata, qualche slice di prosciutto cotto olandese e un pezzo di ananas indiano messo in lattina a Shangai. Così fai una pizza inglese. Poi ti compri un tabloid che ti parla male dei lavoratori stranieri e dell’Europa ma non te ne accorgi perché leggi solo la pagina 3, da buon inglese.

Ecco, Luciano Bianciardi ci spinge a pensare il lavoro culturale come parte di un conflitto tra capitale e classe operaia. Dove la classe operaia di oggi è una working class che spesso lavora nei servizi e fa anche un lavoro culturale. Mentre il neocapitalismo è stato globalizzato e finanziarizzato, ma sembra sempre più in cattiva salute. Bianciardi con le sue opere ci invita a raccontare quel conflitto con parole nuove, andando oltre le metafore logore del giornalismo banalizzante. Tipo quella dei “cervelli in fuga”.

In chiusura di questo contributo, allego 5 piccoli consigli preparatori a un soggiorno di lavoro/emigrazione/fuga:

- Calca il suolo delle periferie delle metropoli, che sono i luoghi per cui vale oggi quello che Luciano Bianciardi diceva un tempo delle province, ovvero che è qui che i fenomeni di trasformazione sociale si colgono in maniera più lampante.

- Chiediti perché gli europei sono definiti “ex patriate” e i migranti del cosiddetto terzo mondo vengono etichettati come “emigrati”, “poveracci in fuga dalla miseria”, etc etc. Non definirti “expatriate”, non considerarti in “diaspora” fino a quando qualcuno attorno a te stigmatizza i migranti. Siamo tutti parte di un esodo in corso nel divenire della specie umana. Non abboccare a chi divide tra erasmus vs migranti; locals vs foraigners; primo vs terzo mondo.

- Leggi la realtà e il viaggio con uno sguardo obliquo. Passa dalle porte strette (lo so, è un po’ evangelico), diffida dalle scorciatoie. Dopo aver preso una scorciatoia ad alta velocità, chiediti cosa ti stai perdendo rispetto al cammino irto di una passeggiata nel lungovalle.

- Entra nei panni degli altri ma conserva un po’ scetticismo libertario. Fai esercizio di relativismo eppure diffida dagli eccessi di culture, il culturalismo estremo è una nuova variante di razzismo.

- Frequenta le subculture popolari, qualsiasi sia la tua latitudine. L’internazionalismo working class è l’unica globalizzazione che non fa vittime ma scopre compagni di strada, dalle Ande a Oxford, da Grosseto all’Himalaya.

Infine, tieni a mente che viaggiare lavorando (e lo studio è una forma di lavoro) è una delle forme di osservazione partecipante più forte, è il sogno di ogni antropologo. Il viaggio di puro intrattenimento è un’esperienza che si diluisce nel tempo. Viaggiare per piacere distrae e diverte. Al contrario, il viaggio di lavoro trasforma le coscienze.

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17/02/2016

“Cervelli in fuga”: un problema strutturale

La polemica sollevata da Roberta D'Alessandro, ricercatrice italiana all'estero, dopo le congratulazioni del ministro dell'istruzione Giannini per la vittoria del prestigioso bando Consolidator dell’European Research Council, mette i piedi nel piatto di una questione che impernia il senso della campagna politica che portiamo avanti da più di due anni.

Per questo motivo sentiamo la necessità di esporre alcune considerazioni sia sul problema espresso da chi, come D'Alessandro, lamenta una condizione oggettivamente insostenibile, sia sulle false soluzioni, condite da una retorica paternalistica e colpevolizzante, che vengono prospettate a tale problema, come quelle esposte in un recente articolo apparso su Linkiesta.           

Secondo Francesco Cancellato, l'autore di questo articolo, sarebbe sbagliato il “bersaglio” e la “tempistica” dello sfogo di Roberta D'Alessandro, colpevole di non aver alzato la voce e denunciato le baronie e i clientelismi che affossano il mondo universitario italiano, ripiegando sulla comoda fuga all'estero in cerca di fortuna. Posto che, evitando ogni sorta di benaltrismo, bisogna riconoscere che le baronie e i “familismi amorali” esistono e sono un problema, crediamo che sia consolatorio utilizzarli come unico elemento responsabile del decadimento dell'università e della ricerca in Italia. Soprattutto se questi divengono argomenti, come negli ultimi anni, per una vasta opera di privatizzazione e di ulteriori tagli alla già fin troppo martoriata istruzione pubblica.           

La questione dei “cervelli in fuga” dalla rovinosa situazione del paese, crediamo debba essere valutata da un punto di vista più ampio, che metta in luce le macro-cause di quella tendenza oggettiva che negli ultimi anni di crisi sistemica è sempre più evidente, e coincide con una vera e propria spoliazione, un “furto” – più che una fuga – di cervelli, dai paesi dell'area mediterranea verso quelli del nord Europa. In questa tendenza, che ha tra le sue tappe fondamentali il cosiddetto “Processo di Bologna”, che si proponeva di realizzare “lo spazio europeo dell'istruzione superiore”, si fa strada una divaricazione sempre più netta tra grandi atenei dell'Europa settentrionale e sempre meno grandi (escluse poche prestigiose eccezioni) poli universitari dell'Europa mediterranea. Tale divaricazione vede quindi università di serie A e di serie B, dove le prime sono preposte alla raffinazione dei “prodotti semilavorati” forniti dalle seconde. Crediamo che sia questo il contesto strutturale in cui vadano inserite le riforme, i tagli lineari, la svendita del patrimonio pubblico che hanno impoverito l'istruzione italiana degli ultimi quindici anni. Misure calate dall'alto che rientrano nel processo di costruzione dell'Unione Europea come grande macchina di sfruttamento e nelle politiche antipopolari che esso implica.   

Perciò, se ha ragione Cancellato nel porre l'accento sulla necessità di una presa di posizione politica da parte delle fasce giovanili stritolate dalla crisi economica, dall'austerity e dalla riorganizzazione del mercato del lavoro, crediamo sia delirante colpevolizzare chi, nei fatti, è obbligato a scegliere una soluzione di tipo individuale, e non opta per un'altra soluzione altrettanto individuale. Perché, se le cause sono strutturali, a che vale “fare i nomi” e denunciare i baronati e i clientelismi all'interno dell'università? Che potere può opporre chi individualmente alza la voce riguardo alla miserevole condizione in cui sono costretti migliaia di ricercatori e aspiranti tali? 

Se le cause sono strutturali, strutturali devono essere le soluzioni, che diventano possibili solo attraverso un'organizzazione collettiva di studenti, disoccupati e precari che non vedono altra via se non quella che porta fuori dai confini nazionali, verso un futuro professionale sperabilmente migliore. A questi, come sempre, proponiamo di prendere in considerazione l'idea che è necessario lottare per creare qui le condizioni di vita che si ricercano altrove, per cui la mobilità possa essere una delle scelte possibili, non un sacrificio obbligato dalle stato di cose che viviamo tutti i giorni.

Campagna Noi Restiamo Bologna

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