Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/12/2025

Censis 2025. L’Italia “nell’età selvaggia” della crisi sistemica e dei guerrafondai

L’Italia “nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco”. È così che viene descritto il Bel Paese nel 59esimo rapporto Censis. Ma quel ferro e quel fuoco deriva da un modello sociale in crisi irreversibile, economica e culturale. È l’Italia selvaggia delle multinazionali che rapinano un popolo, un popolo per il quale l’unica alternativa presentata dalla classe dirigente è quella dell’economia di guerra.

Se per i ricercatori dell’istituto siamo entrati in un’era in cui la violenza prevale sul diritto, la responsabilità è tutta sulle spalle delle guerre condotte sulla base di prove false e in barba alle opinioni del resto della comunità internazionale da parte degli imperialisti occidentali, dalla ex Jugoslavia alla rovinosa fuga dall’Afghanistan. Col culmine raggiunto nella copertura diplomatica e finanziaria del genocidio dei palestinesi.

Il dato economico più eclatante è il paradosso della produzione. Mentre l’industria italiana cala inesorabilmente da due anni e mezzo (-1,2% nei primi nove mesi del 2025), c’è un settore che registra un boom senza precedenti: le fabbriche di armamenti, che segnano un +31% rispetto all’anno scorso. È la fotografia di un’economia di guerra in tempo di pace apparente.

Per il Censis sembra quasi una manna dal cielo, ma l’istituto stesso ammette che è insufficiente a coprire il collasso industriale del paese. E deve poi ammettere anche un altro dato “il 66% ritiene che, se per riarmarsi l’Italia fosse obbligata a tagliare la spesa sociale, allora dovremmo rinunciare a rafforzare la difesa”. Nessun titolone per questo sondaggio.

Crollano i settori tradizionali del Made in Italy: il tessile perde l’11,8%, l’auto il 10,6%. Soffrono meccanica, metallurgia e farmaceutica. A tenere a galla il sistema restano solo l’alimentare e, appunto, la difesa. Ma anche l’alimentare potrebbe subire pesanti scossoni se le spinte protezionistiche ridurranno le opportunità di esportazione.

Intanto, la forbice sociale si allarga drammaticamente. Negli ultimi quattordici anni, la ricchezza reale delle famiglie è scesa dell’8,5%, ma il prezzo più alto lo ha pagato il ceto medio. Mentre il 5% delle famiglie più ricche detiene quasi la metà della ricchezza nazionale, una famiglia povera su due ha visto il proprio patrimonio ridursi di un quarto. Solo la fascia delle famiglie più ricche ha visto aumentare il proprio patrimonio, del 5,9%: è evidente come quello attuale sia un modello costruito sull’ingiustizia sociale.

Le retribuzioni reali del 2024 sono minori dell’8,7% rispetto al 2007. Il potere d’acquisto pro capite è crollato del 6,1%. Intanto, il carrello della spesa è aumentato del 23%, ma le quantità acquistate sono diminuite del 2,7%. Significa letteralmente mangiare meno perché non si hanno i soldi per pagare, così come non ci si cura perché le prestazioni sono troppo onerose.

In questo scenario, il welfare familiare è rimasto l’unico ammortizzatore sociale. I pensionati sono la cassaforte del Paese: il 61,8% dei “nonni” ha contribuito economicamente a spese ingenti per figli e nipoti (come l’acquisto della casa). I giovani riescono sempre meno a trovare un modo adeguato alla sopravvivenza per accedere al mondo del lavoro, e dunque aumentano gli inattivi e gli emigranti, come ha certificato recentemente anche il CNEL.

Su questo fallimento sistemico la propaganda della classe dirigente ha innestato una profonda percezione di insicurezza, utile solo a introdurre nuove misure lesive dei diritti a manifestare, con un duro attacco anche al diritto di sciopero. Non sorprende, dunque, che poi quasi un italiano su tre inizi a pensare che un regime autocratico sia più adatto della democrazia a competere in questo nuovo mondo.

Viviamo da tempo in democrature, in cui viene promossa la censura di qualsiasi contenuto che non si allinei alla narrazione ufficiale, in cui è stato creato addirittura una sorta di “ministero della Verità” per trasformare in disinformazione ogni posizione critica verso le decisioni di Bruxelles.

Il Parlamento Europeo, che già non conta nulla, è stato scavalcato sulla votazione del SAFE, mentre pochi giorni fa Ursula von der Leyen ha invocato “poteri emergenziali” per usare gli asset finanziari russi a favore dell'Ucraina, nonostante la contrarietà di chi quegli asset li gestisce, società e governo belga. Tanto è bastato per trasformare il Belgio in un paese “putiniano”.

L’autocrazia è diventata la regola in UE, ed dunque difficile distinguere la nostra democratura da quelle che vengono etichettate come autocrazie. Gli italiani ne concludono che queste sono le forme di organizzazione politica che si addicono ai tempi, perché del resto non c’è nessuna “primazia morale” da parte degli imperialisti occidentali – ripetiamo, vedasi quel che hanno fatto in Palestina.

Se però non rimane che la guerra e la democratura, quel che si realizza negli occhi degli italiani è, però, la perdita di ogni prospettiva. Il 46,8% degli italiani (percentuale che sale al 55,8% tra i giovani) non vede alcun futuro di progresso. La reazione è il ripiegamento nel privato.

Ma in questa crisi sociale, economica ed egemonica, l’opportunità di ricostruire un’alternativa che sia in grado di fornire un orizzonte di senso collettivo nuovo, più giusto e pacifico, c’è. Lo abbiamo visto con la politicizzazione espressasi nelle immense mobilitazioni per la Palestina negli scorsi mesi. Questa alternativa bisogna perciò costruirla e organizzarla, quartiere per quartiere.

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27/09/2025

Italia - Rapporto Censis: il lavoro (sfruttato e malpagato) non è il fulcro della vita dei più giovani

Il rapporto che il Censis ha pubblicato il 26 settembre, dal titolo “Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro”, coglie un elemento importante, quello della motivazione nell’attività che si svolge. Coglie, però, anche un altro nodo: il lavoro sfruttato e sottopagato offerto da questo sistema è ormai rifiutato dai più giovani come fulcro della propria vita.

Nell’indagine del Censis, commissionata da Philip Morris Italia, la linea di faglia è chiaramente generazionale. Infatti, quasi l’80% degli occupati si dichiara abbastanza o molto motivato a dare il meglio nel proprio lavoro, ma solo uno su quattro tra i lavoratori che hanno meno di 45 anni.

Nel rapporto viene scritto nero su bianco che questo divario “riflette condizioni e percezioni lavorative diverse, maturate in una società in cui i più giovani spesso affrontano instabilità, scarso riconoscimento e aspettative non soddisfatte, mentre gli adulti trovano maggiore stabilità e significato nel lavoro, avvertendolo come parte della loro identità”.

Rispetto a chi ha avuto una vita lavorativa più lunga e magari, pur affrontando condizioni di lavoro difficili, la fatica giornaliera ha permesso di elevare la propria condizione, mentre nell’incontro con gli altri lavoratori trovava un senso di appartenenza a una determinata categoria, una funzione nella comunità, per i più giovani il lavoro è diventato motivo di frustrazione.

Salari insufficienti a raggiungere una piena autonomia, mancanza di riconoscimento dell’impegno profuso e delle competenze acquisite, magari pagando fior fior di tasse per andare all’università. “Solo il 27,2% [dei lavoratori tra i 18 e i 44 anni] percepisce competenze pienamente allineate al ruolo che ricopre”, si legge sul sito del Censis.

Il lavoro perde, allora, quel ruolo centrale nella vita, nella formazione dell’identità di una persona, e diventa un elemento di frustrazione e fastidio, ma tuttavia uno strumento inevitabile per assicurarsi la sopravvivenza, facendo poi ritirare il lavoratore nell’individualismo o – purtroppo in meno casi, per ora, se si parla di politica – nella ricerca di un senso di comunità altrove.

È questo che emerge dai modi in cui gli intervistati indicano la possibilità di aumentare la motivazione sul lavoro. Ben il 54,0% degli occupati chiede maggiori retribuzioni. Allo stesso tempo, quattro persone su dieci vogliono condizioni di lavoro migliori, il 32,0% benefit aziendali e oltre un quarto chiedono più flessibilità oraria e smartworking.

Risulta chiaro come i nodi del lavoro sottopagato e dello sfruttamento (inteso come livello di coercizione e di abuso del proprio lavoro per un tornaconto altrui) segnino la percezione del lavoro nelle giovani generazioni. Ma quell’accenno che il Censis fa alle “aspettative non soddisfatte” impone un passaggio ulteriore del ragionamento.

Il Censis scrive che oltre uno su due degli intervistati tra i 18 e i 44 anni afferma che il lavoro ha perso centralità o non è mai stato una priorità. Leggiamo: “emerge con forza la sensazione di disincanto, che mette sempre più in discussione il concetto tradizionale di lavoro come fulcro della vita sociale e personale”.

L’istituto lo chiamo disincanto, noi lo chiameremmo consapevolezza di una crisi di aspettative che si realizza nel dramma dei giovani, o per essere più chiari potremmo dire di coloro che sono cresciuti dagli anni Novanta in poi. A loro era stato promesso un mondo di pace e sviluppo, dopo il 1989, e si sono ritrovati un Occidente genocida, che vive di sfruttamento e di doppi standard, e che, per di più, sta distruggendo l’ambiente stesso in cui viviamo.

Il futuro che gli era stato tratteggiato è diventato un presente in cui non c’è via di miglioramento delle proprie condizioni di vita, non c’è via di autorealizzazione libera, autonoma. Anzi, c’è la minaccia di morire per sopraggiunta inospitalità della Terra oppure in una trincea al fronte.

Su questo terreno è possibile e anzi necessario dare ai giovani un nuovo orizzonte di senso, che si identifica poi in una nuova visione del mondo, alternativa a questo sistema in cancrena. Ne va del loro futuro, così come di quello dell’ambiente.

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09/12/2024

L’ultimo rapporto Censis certifica il fallimento di tutta la classe dirigente

Il 58° rapporto Censis appena pubblicato certifica un’Italia in una crisi senza uscita, nonostante il governo continui a vantarsi di ottimi risultati. Ma i dati presentati non possono essere ridotti all’azione di Palazzo Chigi nell’ultimo biennio: lo studio mostra il fallimento di tutta la classe dirigente, almeno dell’ultimo trentennio.

Un fallimento che non è solo economico e sociale, ma potremmo dire anche “ideologico-propagandistico”, rispetto alla narrazione dell’Occidente come la casa della democrazia e dei diritti, e il resto del mondo come la “giungla” da portare sulla retta via.

L’inconsistenza di questa favola si nota facilmente col trattamento riservato alle elezioni in Georgia e in Romania, date per valide solo alla vittoria dei filo-NATO, o i fatti in Corea del Sud. E non attecchisce evidentemente più tra gli italiani, come dimostra il Censis.

Scorriamo i dati più significativi. Tra il 2003 e il 2023 il reddito lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%, e tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024 la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.

Il raffronto tra i primi otto mesi del 2024 con lo stesso periodo del 2023 segna una riduzione della produzione delle attività manifatturiere del 3,4%. Le presenze turistiche, invece, sono aumentate del 18,7% rispetto al 2013, raggiungendo le 447 milioni di unità nel 2023: un paese-vetrina, più che una città-vetrina ormai.

In termini di produttività, nel periodo 2003-2023 le attività terziarie hanno registrato una riduzione del valore aggiunto per occupato dell’1,2%, mentre l’industria ha segnato un aumento del 10,0%.

Quando alcuni politici presentano il turismo come il futuro del paese, gli si dovrebbe sbattere in faccia questi dati.

Il numero degli occupati si è attestato a 23.878.000, in aumento del 4,6% rispetto al 2007. Eppure, l’andamento del PIL non è incoraggiante, e ciò dimostra che da una parte i lavori sono sempre più precari e peggio pagati (come quelli nel turismo e ristorazione, appunto), dall’altra che non riescono a riattivare un mercato interno reso asfittico per favorire le esportazioni.

Il risultato non può essere che la cristallizzazione, se non il peggioramento delle disuguaglianze. Gli italiani lo sentono sulla propria pelle, e infatti l’85,5% è convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.

L’incertezza resa ormai normalità influisce pesantemente sulle giovani generazioni. Il 58,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni si sente fragile, il 56,5% si sente solo, il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, il 32,7% di attacchi di panico, il 18,3% di disturbi alimentari. Un giovane su tre è stato in cura da uno psicologo e il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci.

In molti fuggono dal paese per cercare un’alternativa. Dal 2013 al 2022 sono espatriati circa 352 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, e più di un terzo erano laureati. Impressionante il dato per cui il numero degli emigranti in possesso di laurea è passato dal 30,5% del totale nel 2013 al 50,6% nel 2022.

Se chi si laurea viene attratto altrove, in generale l’istruzione colpita da tagli e asservita agli interessi privati si mostra incapace di garantire le conoscenze fondamentali. I traguardi di apprendimento in italiano e in matematica sono spesso sotto le aspettative per tutti i cicli di istruzione.

Guardando ai servizi pubblici nel complesso, e all’accesso a consumi fondamentali, il quadro è altrettanto tragico. Ci sono ampie fette della popolazione che ha problemi a raggiungere una farmacia e un pronto soccorso, e la situazione peggiora più è piccolo il comune di residenza.

Tra il 2013 e il 2023 la spesa sanitaria privata pro-capite è aumentata del 23% in termini reali, superando i 44 miliardi di euro nell’ultimo anno. Al 62,1% degli italiani è capitato almeno una volta di rinviare un check-up medico, accertamenti diagnostici o visite specialistiche per la lunghezza delle liste di attesa o per i costi eccessivi.

Se una persona su due, per pagare una prestazione sanitaria, è dovuta ricorrere ai propri risparmi, dall’altra parte il risparmio previdenziale è diventato un miraggio. Il 75,7% degli intervistati pensa che non avrà una pensione adeguata quando lascerà il lavoro. La percentuale, nel caso dei giovani, raggiunge l’89,8%, e diventa una certezza.

Come detto sopra, questa è incertezza di vita che è stata resa normalità, e questo è l’unico vero problema di sicurezza del paese. Eppure, la sicurezza è stata ormai trasformata da questione sociale e questione di ordine pubblico, anche se nell’ultimo decennio il numero di omicidi volontari, di furti e di rapine è crollato (rispettivamente, -32,1%, -35,9%, -41,3%).

Ma se si instilla nelle persone il sentore dell’insicurezza, e poi si alimenta l’idea che questa provenga dal diverso, dall’immigrato o dall’esterno, è più facile trovare dei modi per dividere gli sfruttati e metterli l’uno contro l’altro. Col problema, inoltre, che oggi sono quasi 1,7 milioni le persone che detengono regolarmente un’arma da fuoco.

Il 57,4% degli italiani si sente minacciato da chi porta abitudini contrastanti con il proprio stile di vita, come il velo integrale. Il 29,3% è ostile a chi non si conforma alla concezione della “famiglia tradizionale”, il 21,8% si considera addirittura nemico di chi professa una religione diversa: il razzismo è una conseguenza quasi fisiologica di questa narrazione.

Qualcosa non torna, però, rispetto alle volontà della classe dirigente. Se sulle divisioni tra gli sfruttati, utili per la guerra interna, hanno ottenuto qualche risultato, non è passata invece l’idea che l’Occidente sia la culla dei diritti e della democrazia, e che questi vadano esportati anche con la guerra esterna.

Il 68,5% degli italiani ritiene che le democrazie liberali non funzionino più. Il 66,3% attribuisce alla filiera euroatlantica, Stati Uniti in testa, la responsabilità dei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. Solo il 31,6% si dice d’accordo con la volontà dei paesi NATO di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL.

La crisi di egemonia delle centrali imperialistiche occidentali è ormai evidente. Tutti si rendono conto delle frottole che raccontano a Washington e Bruxelles, e di fronte al quadro sociale ed economico critico che è delineato nello stesso rapporto Censis la volontà maggioritaria non è quella di inasprire la spirale di guerra messa in moto, e che non accenna ad arrestarsi.

Che le democrazie liberali siano una farsa, spesso porta d’ingresso dei fascisti nelle istituzioni, è chiaro ai più, così come che la destabilizzazione di mezzo mondo è opera dell’Occidente in crisi, che cerca soluzioni nella guerra e nell’annientamento del nemico, azioni per cui ha appunto bisogno di più spese militari. Le quali verranno finanziate con altri insopportabili tagli a quelle sociali.

Sta a forze indipendenti e di rottura fare in modo che questa linea logica venga trasportata su un piano politico, cioè venga politicizzata e trasformata in organizzazione e proposta di alternativa sistemica.

Non è facile, e non ci sono ricette preconfezionate. Ma il rapporto Censis dimostra che ci sono i presupposti, e si sviluppano innanzitutto sull’orizzonte più alto delle contraddizioni del capitalismo in crisi, quello della guerra.

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08/12/2024

Il nazionalismo senza nazione

Di seguito si troverà una sintesi giornalistica delle principali proposizioni emerse dal rapporto del Censis 2024 presentato il 6 dicembre.

In precedenza siano consentite poche righe dettata da un’analisi personale:

1) il Censis ha fotografato un’Italia dove la politica, l’azione pubblica, il senso del collettivo ha ormai raggiunto il minimo storico almeno dal secondo dopoguerra in poi.

2) L’analisi di questa sintesi che presentiamo adesso ci dimostra che la passività sociale viene intesa e sfruttata come varco perché si apra il fianco a qualche avventura pericolosa, considerato anche il vento che spira per il mondo.

3) Dovrebbe essere fondamentale il recupero di alcuni concetti-base che tra l’altro stanno dentro per intero alla Costituzione Repubblicana nell’idea dell’uguaglianza, di una democrazia rappresentativa, di una partecipazione popolare al governo del Paese.

4) Alla frantumazione corrisponde l’acquiescenza di massa nell’omologazione della perdita di valori che si verifica mentre si sta smarrendo il senso del “pubblico” in settori decisivi come il lavoro (in un Paese privo di struttura e di politica industriale) la scuola e la sanità che dovrebbero essere considerati non semplicemente come elementi del “welfare” ma come fattori fondamentali della coesione sociale.

5) Questo governo punta su di un antistorico nazionalismo senza nazione puntando tutto sulla paura. L’idea di una Europa democratica sembra ormai smarrita dentro a una crisi profonda delle relazioni internazionali.

6) Tutti questi elementi giustificano ampiamente la tanto criticata affermazione sulla “rivolta sociale”. Abbiamo bisogno urgente di una gramsciana “rivoluzione intellettuale e morale” tale da funzionare come presa di coscienza collettiva.

Ecco la sintesi come ce la stanno offrendo le principali fonti di stampa in queste ore.
“Si galleggia e ci si crogiola in una “sindrome italiana” che ci intrappola perché non si arretra e non si cresce. La fotografia del Rapporto Censis 2024 restituisce una stasi che nasconde anche opportunità, slanci che sarebbero dietro l’angolo. Sempre che si decida di non galleggiare, appunto, nel tradizionale problem solving all’italiana che, scrivono ancora quelli del Censis, non basta più.

«Ci flettiamo come legni storti e ci rialziamo dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti. Ma la spinta propulsiva verso l’accrescimento del benessere si è smorzata», si legge nel rapporto 2024 in cui si dice che negli ultimi vent’anni (2003-2023) ci si e impoveriti perché il reddito disponibile lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%. E nell’ultimo decennio (tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024) anche la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.

In un flash: c’è più lavoro ma meno Pil, il settore del turismo è molto vivace mentre l’industria soffre nonostante l’aumento netto della produttività, manca personale in diverse realtà e il welfare è ipotecato.

Tutto questo succede mentre c’è un nuovo scenario mondiale e un nuovo scenario tecnologico «nei quali le barche non salgono e non scendono più tutte con la stessa marea». I ottengo men, i dimenticati che scontano la deindustrializzazione, non sono solo nel Midwest, l’ottimismo autentico, dell’era della globalizzazione arriva ormai al capolinea. L’Italia sta attraversando profonde trasformazioni che, avverte il Censis, rischiamo di non padroneggiare al meglio. Soprattutto se si sceglie il galleggiamento senza meta di «sempre meno famiglie e imprese che competono», e che mano a mano saranno «sempre meno abili al galleggiamento». Ecco perché la fotografia del Censis assume i contorni di una trappola se si considera che l’85,5% degli italiani è ormai convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.”
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31/03/2024

Quattro italiani su dieci rinunciano a curarsi. Siamo alla sanità “per censo”

L’Italia rischia ormai una sanità sulla base del “censo”, dove chi ha i mezzi economici potrà garantirsi le cure mentre chi non dispone di un reddito adeguato non potrà curarsi. Il ventunesimo Rapporto ‘Ospedali e salute’ redatto dall’Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) e dal Censis lancia un segnale allarmante che da tempo non è certo una novità.

Attualmente, già il 42% dei cittadini meno abbienti è costretto a rinunciare alle cure poiché, non riuscendo ad ottenerle nell’ambito del sistema pubblico, non ha i mezzi per rivolgersi alla sanità a pagamento. Anche le fasce economicamente più deboli sono spinte verso il privato non avendo accesso al Servizio Sanitario Nazionale a causa delle lunghe liste di attesa.

Il primo dato che emerge da un sondaggio Censis condotto su 2mila cittadini, è che il 47,7% degli utenti ha una percezione positiva del Servizio sanitario della propria regione: l’8,7% e il 39% ritiene che la sanità locale sia di un livello qualitativo ottimo o buono.

Il 28,1% esprime invece un giudizio di sufficienza e il 22,4% ritiene che il servizio sanitario nella propria regione sia ‘insufficiente’. Ma scomponendo il dato su basi geografica le valutazioni cambiano sensibilmente.

L’insufficienza del proprio Sistema sanitario regionale è rilevata solo dal 9,4% dei residenti nel Nord-Est contro addirittura il 35,2% degli utenti che vivono nelle aree del Mezzogiorno. Uno dei problemi maggiori restano le lunghe liste di attesa.

Di conseguenza negli ultimi 12 mesi, secondo il Rapporto Censis, il 16,3% delle persone che hanno avuto bisogno di rivolgersi ai servizi sanitari si è recato in un’altra regione, nell’ambito delle prestazioni erogate dal Servizio sanitario.

La motivazione più ricorrente della mobilità sono appunto le lunghe liste di attesa nella Regione di appartenenza, afferma il 31% dei migranti sanitari. Ma c’è anche una quota del 34,9% che rinuncia e si rivolge alla sanità a pagamento (intesa come privato puro e intramoenia).

Nel 2023, il dato più grave riguarda però quel 42% di pazienti con redditi più bassi, fino a 15mila euro, che è stato costretto a procrastinare o a rinunciare alle cure sanitarie perchè è nell’impossibilità sia di accedere al Sistema Sanitario Nazionale sia di sostenere i costi della sanità a pagamento.

Il 36,9% degli italiani ha invece rinunciato ad altre spese per sostenere quelle sanitarie. Questo è avvenuto per il 50,4% tra i redditi bassi e per il 22,6% tra quelli alti. In audizione ieri alla Camera, il ministro della Salute Schillaci ha sottolineato che “I dati Istat del 2017 indicano che in Italia chi ha un titolo di studio superiore, e quindi guadagna di più, vive di più di chi ha un titolo di studio inferiore. Questo è inaccettabile“, ha detto, assicurando che “entro l’anno, dopo 17 anni, riusciremo a superare il tetto di spesa sulle assunzioni“.

Il rischio di una sanità ‘per censo’, ormai si va palesando piuttosto pesantemente nel nostro paese. Il segretario generale del Censis Giorgio De Rita ha sollecitato a trovare risposta più rapidamente: “È necessaria una accelerazione perché le tensioni sociali si stanno accumulando e questo non è un lusso che ci possiamo permettere“.

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02/12/2023

Italia - Per il Censis siamo ormai una “società di sonnambuli”

Una società di sonnambuli ovvero ciechi dinanzi ai presagi. “Alcuni processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti sembrano rimossi dall’agenda collettiva del Paese, o sono comunque sottovalutati. Benché il loro impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema, l’insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza”.

Viene presentato così il 57esimo Rapporto del Censis reso pubblico ieri. “La società italiana sembra affetta da sonnambulismo, precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe” è la sintesi dei curatori del Rapporto.

“La pandemia, la crisi energetica e ambientale, le guerre ai bordi dell’Europa, l’inflazione, i flussi migratori, l’affermarsi di modelli di sviluppo diversi da quello occidentale, l’aggravarsi dei rischi demografici e dei nuovi bisogni di tutela sociale hanno però messo definitivamente a nudo i bisogni di medio periodo del nostro Paese”, è scritto nelle considerazioni generali che presentano lo studio annuale sulla società italiana.

Dal rapporto del Censis sul 2023 emerge dunque uno scenario inquietante nelle previsioni per l’Italia nel 2040. Queste, sottolineano “l’Inverno demografico” indicando una netta diminuzione delle coppie con figli che rappresenteranno solo il 25,8% del totale delle famiglie.

Il rapporto indica anche un aumento significativo delle famiglie composte da una sola persona, che raggiungeranno i 9,7 milioni, rappresentando il 37% del totale. In particolare, quelle formate da anziani costituiranno quasi il 60%, (5,6 milioni).

Attualmente, secondo le stime del Censis, gli anziani rappresentano il 24,1% della popolazione totale, con una previsione di aumento di 4,6 milioni entro il 2050. Questa crescita porterà gli anziani a costituire il 34,5% della popolazione complessiva, con un notevole incremento di anziani che saranno però senza figli e in solitudine, materiale ed affettiva.

Cambiamento climatico, crisi economica e guerre

Le preoccupazioni degli italiani, emerse dal rapporto Censis, sono incentrate sull’instabilità climatica, con l’84% che teme un cambiamento climatico fuori controllo, mentre ben il 73,4% esprime preoccupazione per una possibile crisi economica e sociale, con diffusa povertà e violenza. Il 53% teme che il debito pubblico possa andare fuori controllo e portare al collasso finanziario dello Stato.

Inoltre, quasi sei italiani su dieci temono una guerra mondiale in cui l’Italia potrebbe essere coinvolta, mentre il 59,2% crede che il paese non sia in grado di proteggersi da eventuali attacchi terroristici di stampo jihadista.

La sfida migratoria è un altro punto critico, con il 73% che dubita che l’Italia sarà in grado di gestire l’arrivo di milioni di persone fuggite da guerre o impatti climatici.

Nel rapporto Censis si prospetta poi un declino significativo delle persone in età lavorativa in Italia entro il 2050, con una stima di quasi 8 milioni di unità in meno. Una carenza di lavoratrici e lavoratori che avrà inevitabilmente un impatto sul sistema produttivo e sulla capacità del paese di generare risorse, soprattutto per la tenuta del sistema di welfare con la spesa sanitaria pubblica stimata a 177 miliardi di euro nel 2050, rispetto ai 131 miliardi attuali.

Nonostante tutto c’è consenso alle istanze progressive

Eppure, nonostante un contesto sociale decisamente regressivo – sia nella percezione del presente che del futuro – nella società italiana emerge un consenso significativo a istanze progressiste. Il 74% degli italiani si dichiara, ad esempio, favorevole all’eutanasia, il 70% approva l’adozione di bambini da parte dei single, e il 54% sostiene l’adozione da parte di coppie omogenitoriali.

Non solo. Il 72% è favorevole all’introduzione dello ius soli, mentre il 76% approva lo ius culturae, che concede la cittadinanza agli stranieri nati o arrivati in Italia prima dei 12 anni, avendo seguito un percorso formativo nel paese.

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03/12/2022

Se la malinconia che affligge il paese diventasse rabbia?

Gli abitanti di questo paese non avrebbero doglianze o domande sociali, ma sarebbero solo “malinconici e spaventati” dagli avvenimenti internazionali che possono da un momento all’altro compromettere presente e futuro. Sono poco disposti a farsi influenzare dagli influencer e dall’ostentazione della ricchezza, ma allo stesso tempo sono indignati dallo sfoggio di denaro e dalle diseguaglianze economiche ostentate nella vita e sui social.

È questa la sintesi avanzata dal 56° Rapporto Censis che, secondo i curatori, fotografa un Paese “entrato nel ciclo del post-populismo”. Dal rapporto emerge che nel 2021 le famiglie che vivono in condizione di povertà assoluta nel nostro Paese sono salite a più di 1,9 milioni, il 7,5% del totale.

In tutto 5,6 milioni di persone, pari al 9,4% della popolazione: 1 milione in più rispetto al 2019. Si tratta di individui impossibilitati ad acquistare un paniere di beni e servizi giudicati essenziali per uno standard di vita accettabile. Di questi, il 44,1% risiede nel Sud e nelle isole.

Ma fin qui parliamo della povertà assoluta. Interessante invece un analisi delle dimensioni dalla “povertà relativa”, un dato sempre poco esaminato e che morde quei settori crescenti di lavoratrici e lavoratori che pur avendo un impiego hanno retribuzioni talmente basse da inchiodarli al di sotto o appena al di sopra della soglia di povertà (il 70% del reddito medio del paese).

Tanto è vero che quando viene preso in considerazione questo fattore il Censis rileva che gli individui soggetti al rischio di povertà o di esclusione sociale, che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro o a rischio di povertà, o in condizioni di grave deprivazione, salgono al 25,4% della popolazione, ovvero oltre uno su quattro.

Oggi in Italia nel settore privato si contano oltre quattro milioni di lavoratori che non raggiungono una retribuzione annua di 12.000 euro; di questi, 412.000 hanno addirittura un contratto a tempo indeterminato e un orario di lavoro a tempo pieno. Il lavoro dipendente dunque non mette più al riparo del pericolo della povertà.

Il rapporto Censis fotografa le conseguenze di una drammatica sequenza di eventi di portata mondiale: prima la pandemia di Covid, poi la guerra in Ucraina, infine l’inflazione in crescita e la crisi energetica. Un micidiale combinato disposto che va a sommarsi alle vulnerabilità già esistenti da anni e che determina negli italiani “una rinnovata domanda di prospettive certe di benessere” ma anche “istanze di equità non più liquidabili come aspettative irrealistiche fomentate da qualche leader politico demagogico“.

Siccome non sono leggibili “improvvise fiammate”, o “intense manifestazioni collettive come scioperi, manifestazioni e cortei”, l’atteggiamento della società declinerebbe verso la “malinconia”, e a comprovarlo viene rilevato il dato record dell’astensione elettorale. Il Censis liquida il tutto come post-populismo. Noi lo definiamo invece come crisi della rappresentanza per quote crescenti della popolazione.

Ben nove italiani su dieci – l‘89,7% – dichiara di provare “tristezza”, e il 54,1% ha la forte tentazione di restare passivo. Il 92,7% degli italiani è convinto che la corsa dei prezzi durerà a lungo, il 76,4% pensa che le entrate familiari nel prossimo anno non aumenteranno, quasi il 70% pensa, al contrario, che il proprio tenore di vita peggiorerà.

Diventano quindi “socialmente insopportabili” le forbici economiche: il gap tra i salari dei manager e quelli dei dipendenti (odioso per l’87,8%), le buonuscite milionarie dei ‘top’ (86,6%) ma anche gli eccessi, i jet privati e le auto costose. L’81,5% non tollera gli “immeritati guadagni” degli influencer.

Per il Censis c’è dunque un ripiegamento in sé: “Una filosofia molto semplice – annota il Rapporto – ‘lasciatemi vivere in pace nei miei attuali confini soggettivi'”. Una tentazione alla “passività” che si riscontra nel 54,1% degli italiani.

Ma, nel complesso, 4 su 5 “non hanno voglia di fare sacrifici per cambiare”: l’83,2% non vuole più sacrificarsi per seguire gli influencer (ancora loro), l’81,5% per vestire alla moda, il 70,5% per acquistare prodotti di prestigio, ed è attorno al 60% la percentuale di chi non smania per sentirsi più giovane o attraente. Si frena anche al lavoro: al 36,4% non interessa più sacrificarsi per far carriera o guadagnare di più.

Crescono poi nuove paure come quelle dl l’84,5% degli italiani, in particolare i giovani e i laureati, i quali ritengono che eventi geograficamente lontani possano cambiare le loro vite; il 61% teme che possa scoppiare la Terza guerra mondiale, il 59% la bomba atomica, il 58% che l’Italia stessa entri in guerra.

Il Censis rileva inoltre una tendenza all’invecchiamento e all’impoverimento del paese: gli over 65 sono il 23,8%, +60% rispetto a trent’anni fa, e tra vent’anni si calcola che saranno il 33,7%. Il trend si riflette sulla scuola, ma anche sulla sanità.

Si calcola che tra 20 anni tra i banchi potrebbero sedere 1,7 milioni di giovani in meno, con uno ‘tsunami demografico’ che investirà in primo luogo la primaria e la secondaria di primo grado: i 6-13enni, già nel 2032, potrebbero essere quasi 900mila in meno rispetto a oggi. E anche le immatricolazioni all’Università sono date in contrazione forte tra il 2032 e il 2042.

Intanto i Neet – chi non studia né lavora – in Italia sono i più numerosi d’Europa: il 23,1% dei 15-29enni, che al Sud salgono al 32,2%. Mediamente nei Paesi dell’Unione europea la quota di 25-34enni con il diploma è pari all’85,2%, in Italia siamo al 76,8% che scende al 71,2% nel Mezzogiorno. È inferiore alla media europea anche la percentuale di 30-34enni laureati: il 26,8% in Italia e il 20,7% al Sud, contro una media Ue del 41,6%.

Ma a invecchiare è anche il personale sanitario: l’età media dei 103.092 medici del SSN è di 51,3 anni, tra gli infermieri è di 47,3 anni. Si stima che nel 2022-2027 i pensionamenti tra i medici saranno 29.331 e 21.050 tra gli infermieri. Dal 2008 al 2020 il rapporto medici/abitanti è passato da 19,1 a 17,3 per 10mila abitanti, mentre quello relativo agli infermieri da 46,9 a 44,4 per 10mila.

Il quadro descritto dal Censis è dunque quello di una sofferenza sociale estesa e crescente nel paese, una sofferenza che i sociologi liquidano come “malinconia e paura” ma che invece richiede identità e piattaforme riconoscibili per rovesciarla addosso ai volenterosi responsabili dell’impoverimento, della de-alfabetizzazione e del crollo degli standard sociali.

Il conflitto sociale come strumento di emancipazione complessiva di una società è stato talmente demonizzato e criminalizzato che quando le domande di giustizia crescono esponenzialmente – tranne rare eccezioni come quelle che saranno oggi in piazza a Roma – trovano un deserto politico a rappresentarle.

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31/12/2021

La dialectica interrupta del Censis, la verità dell’irrazionalismo e l’immaginario

di Fabio Ciabatti

“La fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative soggettive insoddisfatte, pur essendo legittime in quanto alimentate dalle stesse promesse razionali”. Questa affermazione contenuta nell’ultimo rapporto del Censis sembra catapultarci direttamente nella dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. E non è tutto. “L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale”, denuncia l’istituto di ricerca, utilizzando un’argomentazione dal vago profumo di materialismo storico per spiegare questo sinistro fenomeno: il rifiuto di scienza, medicina, innovazioni tecnologiche, che in passato hanno costruito il nostro benessere, “dipende dal fatto che siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Questo determina un circolo vizioso: bassa crescita economica, quindi ridotti ritorni in termini di gettito fiscale, conseguentemente l’innesco della spirale del debito pubblico, una diffusa insoddisfazione sociale e la ricusazione del paradigma razionale”.[1] Gli estimatori della scuola di Francoforte non devono però eccitarsi troppo. Se quella del Censis è dialettica si tratta senz’altro di una dialectica interrupta perché, semplificando al massimo, l’antitesi tra razionale e irrazionale non prospetta alcun tipo di sintesi, di superamento dei due termini della contraddizione.

L’irrazionalismo viene evocato solo come momento fallace per confermare la bontà del suo opposto, la razionalità dominante. Che le cose stiano effettivamente così lo possiamo intuire quando leggiamo che a fare da contraltare all’onda di irrazionalità c’è “una maggioranza ragionevole e saggia”. Un’ulteriore conferma viene dal fatto che l’irrazionalismo si esprimerebbe nell’opposizione alle politiche governative: “Le proposte razionali che indicano la strada per migliorare la situazione vengono delegittimate a priori per i loro supposti intendimenti, con l’accusa di favorire interessi segreti e inconfessabili. Il 29,7% degli italiani non crede che il razionalissimo PNRR cambierà il Paese, perché è condizionato da lobby che volgeranno tutto a proprio beneficio o perché la Pubblica Amministrazione non starà al passo, malgrado gli annunci, secondo il 44,3%”. Ma da quando constatare l’ovvio è diventato sintomo di irrazionalità? Forse da quando bisogna offrire in pasto all’opinione pubblica il mostro no vax quale capro espiatorio di tutti i nostri problemi? Queste cose ed altre contenute nel rapporto (p. es. mettere nello stesso calderone dell’irrazionalismo credere nel terrapiattismo e nello strapotere delle multinazionali) meriterebbero solo una sonora pernacchia se non fosse per il fatto che il Censis finisce per mettere in evidenza un tema molto importante: il significato dell’irrazionalismo nella nostra società.

Varrà allora la pena rivolgerci al già citato Adorno che questo tema lo ha trattato con la dovuta serietà, avvalendoci di un testo da poco pubblicato per la prima volta in italiano, Introduzione alla dialettica. [2] Tratto dalle sue lezioni del 1958, questo libro (come gli altri che raccolgono i suoi corsi universitari) ha il dono di una maggiore chiarezza rispetto ai testi concepiti dallo stesso filosofo per la pubblicazione. Partiamo dall’assunto adorniano per cui l’irrazionalismo ha “il suo momento di verità”. Esso, infatti, è il tentativo continuo di far risaltare nel pensiero ciò che nel processo progressivo dell’illuminismo va perduto rispetto all’esperienza del reale; ciò che è condannato dalla ragione dominatrice come debole, impotente, indegno di essere conservato nelle forme del pensiero. Le filosofie irrazionalistiche, in breve, cercano di parlare “a nome di ciò che è stato sacrificato dalla storia” [3] delle vittime del razionalismo. Il processo di razionalizzazione ha comportato, infatti, un progressivo irrigidimento del mondo in una oggettività estraniata rispetto agli uomini.

Adorno non è certo un nostalgico. Egli pensa che le filosofie irrazionalistiche siano in genere restauratrici o reazionarie. Ritiene però necessario comprendere il non contemporaneo e l’arretrato non come perturbazione del progresso ma come frutto del progresso stesso. Quest’ultimo, infatti, porta con sé lo spossessamento di gruppi che, per origine e per ideologia, appartengono alla società borghese e che, improvvisamente, perdono la base materiale della loro riproduzione e per questo cercano la salvezza nel passato. È questa una delle espressioni caratteristiche dell’irrazionalità della nostra società che indebolisce le motivazioni stesse dell’agire economico trascurando il soddisfacimento dei bisogni umani in nome della legge del profitto. Se il capitale dispiegasse completamente la sua razionalità, dunque, la società borghese stessa cesserebbe di essere tale. Da ciò nasce la necessità di “tenere in vita istituzioni irrazionali della più diversa specie” [4] sebbene esse rappresentino degli anacronismi rispetto a quella stessa razionalità.

Se il cammino dell’illuminismo è disseminato di vittime e di ingiustizie, questo non ci giustifica nel ricadere al di sotto di questo illuminismo creando delle “riserve naturali di irrazionalità” [5]. Le cicatrici che esso lascia dietro di sé “sono sempre anche quei momenti in cui l’illuminismo stesso si rivela un illuminismo ancora parziale, non abbastanza illuminato; e solo perseguendo coerentemente il suo principio sarà forse possibile guarire queste ferite” [6]. Secondo Adorno, dunque, ci si trova di fronte a “un’antinomia che deve essere presa molto sul serio: da un lato il pensiero si esaurisce nella ripetizione cieca di ciò che è ed è noto in ogni caso, cioè nel conformismo, e dall’altro lato il pensiero, sottraendosi al controllo, rischia di diventare effettivamente incontrollabile e di sfociare in un sistema delirante” [7].

Torniamo per un attimo al rapporto del Censis per notare che l’antinomia che esso sottolinea non è presa veramente sul serio. L’irrazionalismo viene colto nel suo aspetto delirante mentre il suo opposto, la ripetizione cieca di ciò che è noto, non è minimamente messo in discussione: cos’è infatti il “razionalissimo” PNRR se non la reiterazione amplificata della solita ricetta neoliberista per il tramite di una momentanea sospensione di alcuni vincoli previsti dalla stessa ricetta? Si permette un maggiore indebitamento degli stati europei affinché questi possano proseguire nella direzione di sempre maggiori liberalizzazioni e privatizzazioni. L’ideologia dominante non sembra cogliere il paradosso: per lasciare più spazio al mercato c’è bisogno di maggiore intervento dello stato. Il tutto viene interpretato come una parentesi che una volta chiusa riporterà lo sviluppo economico sulla sua traiettoria naturale. In realtà non si può affatto escludere che ci si troverà alla fine su una traiettoria diversa dalla precedente che potrebbe prevedere una qualche forma di mutualizzazione europea dei debiti dei singoli stati, un allentamento non solo episodico dei vincoli dei bilanci pubblici, un interventismo statale più significativo di quello auspicato da lor signori ecc. Ma il pensiero dominante deve negare questa possibilità perché altrimenti dovrebbe ammettere che la razionalità del cosiddetto mercato è in sé stessa contraddittoria.

Di fronte agli esiti anestetizzanti della dialectica interrupta del Censis, bisogna ripartire dalla tragica serietà della dialettica adorniana. Occorre innanzitutto ripartire dall’“esperienza della lacerazione” che secondo Adorno sta alla base del pensiero dialettico. Lacerazione è un’espressione carica di pathos che riverbera sul piano della sofferenza individuale l’antagonismo e la contraddittorietà che contraddistinguono il reale. Una sofferenza che può sfociare nel delirio quando l’individuo si trova ad affrontare un mondo ostile e misterioso e “pretende di decifrare il senso occulto della realtà” (come denuncia il Censis) andando a caccia di cospirazioni e inganni sistematici e diffusi. Per quanto delirante, la forma mentis complottista ha un elemento in comune con il pensiero dialettico: la diffidenza nei confronti della realtà così come ci appare immediatamente. Con la differenza che la dialettica non fa ricorso sistematico a trame cospirative come principio esplicativo, ma ci porta a comprendere che è la realtà stessa a produrre il suo velo generando continuamente fenomeni che occultano e contraddicono ciò che essa è effettivamente.

Se il delirio denuncia una mancanza di presa sulla realtà, questo deficit non ha solo un carattere teorico. Non si tratta soltanto di una mancata comprensione del mondo, ma anche dell’incapacità di affrontarlo, di opporsi all’oppressione e all’ingiustizia di cui è intriso attraverso un’adeguata prassi individuale e collettiva. Non a caso il concetto di dialettica proposto dal filosofo francofortese “non è un puro concetto teorico, ma in esso il momento della prassi è determinante” [8]. Non sarebbe infatti in alcun modo possibile pensare la natura dialettica dei rapporti materiali “senza il concetto della trasformazione del mondo con l’azione” [9]. La verità, secondo la dialettica adorniana, ha “sempre la sua drastica relazione ad una prassi possibile” in considerazione del fatto che essa si manifesta sempre attraverso una “figura temporale” [10] legata a una realtà storicamente determinata.

Insomma, se vogliamo affrontare fino in fondo il tema della montante ondata di irrazionalismo abbiamo bisogno di “evidenziare la discontinuità” [11]. Mostrare una frattura nel reale per poi cercare immediatamente di recuperare la coerenza e la compattezza del nostro oggetto di conoscenza significa porci il compito di pensare il reale come armonioso e positivo. Se prendiamo sul serio la critica del presente, invece, abbiamo bisogno di un pensiero che “si modella su una condizione negativa del mondo e la chiama per nome” [12]. Un pensiero che, non potendo trovare consolazione attraverso un’illusoria conciliazione, non può che essere alla costante ricerca di una connessione con una prassi possibile per trasformare il reale.

La domanda da porsi a questo punto è se per trovare questa connessione e venire a capo della questione dell’irrazionalismo sia sufficiente perseguire coerentemente il progetto dell’illuminismo assecondando senza riserve il disincanto di cui esso è portatore. Cercheremo di dare una risposta prendendo spunto da un testo di Stefania Consigliere, Favole del reincanto [13] già recensito su Carmilla (qui). È senz’altro vero, sostiene l’autrice, che il disincanto illuministico ha spazzato via precedenti sistemi di dominio “che facevano presa, in modo malevolo, sull’immaginario, sui sogni e sulle paure degli umani” [14]. Ma è altrettanto vero che il disincanto “è pharmakon: guarisce nella giusta dose, in dose eccessiva avvelena” [15]. Un’overdose di disincanto comporta “la rescissione degli attaccamenti che collegano gli umani al mondo, il collasso dell’individuo su se stesso” [16]. Una esito che, portato all’estremo, può bloccare ogni forma di prassi. La presenza di una qualche forma di legame che unisca gli esseri umani tra di loro e con il loro mondo, infatti, è la condizione minima affinché si possa realizzare un qualsiasi tipo di azione collettiva.

In realtà, prosegue l’autrice richiamando Marx, la modernità si presenta disincantata solo per lasciare il campo libero all’incanto proprio del mondo borghese: il fantasmagorico divenire mondo della merce. Con ciò il capitalismo diventa l’orizzonte unico della desiderabilità e ogni possibile mutamento viene catturato nel circuito del plusvalore. Se vogliamo cercare di evadere da questa prigione a cielo aperto, probabilmente non possiamo esimerci dall’andare oltre l’illuminismo avventurandoci nei territori pericolosi dell’immaginario. Ma di cosa parliamo quando ci riferiamo all’immaginario?
Se descriviamo ciascun mondo umano come un fascio di luce che illumina e tinge del proprio colore una regione particolare del reale, allora tra la zona in luce e quella buia non c’è una barriera, né una linea precisa di confine. Al di fuori del cono illuminato non c’è subito la tenebra più profonda, ma una fascia di penombra che progressivamente s’infittisce. Questa penombra è l’immaginario … È la zona dove si sviluppano i futuri, all’interfaccia fra ciò che già è e ciò che vorremmo far essere. Ed è la zona della discontinuità, dei resti, delle possibilità scartate, dei fantasmi e di tutto ciò che … è stato escluso o eliminato … È il luogo dove la storia lascia zavorre, dove s’incrociano e si scontrano le narrazioni collettive, i modi di dire, gli affetti … è il “mito-sogno” fatto di discontinuità e sopravvivenze che collega e informa di sé coloro che fanno parte di un collettivo, che ne permea i sogni, che si trasforma al mutare di quegli stessi soggetti e del loro mondo.[17]
Ma come, si dirà, i rivoluzionari si devono occupare dei bisogni materiali. Riti, sogni e viaggi nei territori dell’immaginario vanno lasciati ai fascisti. Di certo i fascisti ci sguazzano in questo mare spesso poco limpido, come testimonia anche la facilità con cui si sono appropriati dell’irrazionalismo no vax. Ciò nonostante abbandonare questo ambito è un grave errore perché comporta “la smobilitazione di intelligenza e sensibilità dal terreno più cruciale per qualsiasi forma di cambiamento” [18 ].

Da parte nostra aggiungiamo che rivolgendoci all’immaginario ci muoviamo lungo una traiettoria differente, ma non necessariamente contraddittoria, rispetto a quella indicata da Adorno. Attraverso il concetto di negazione determinata il filosofo francofortese può conservare all’interno del suo pensiero le tracce di una spinta utopica senza rinunciare a una critica immanente, cioè senza fare riferimento a criteri etici esterni e metastorici. Anche il portato utopico dell’immaginario è sempre frutto di un rapporto, per quanto problematico, con i parametri storicamente determinati che definiscono la conoscibilità e la praticabilità di uno specifico mondo. Non esiste un immaginario universale popolato di archetipi ancestrali custoditi nell’inconscio di ogni essere umano, perché ciascun mondo ha le sue particolari modalità per entrare in contatto con questa zona smarginata e incerta del reale. Potremmo dunque suggerire l’ipotesi che l’immaginario rappresenti una sorta di negazione debolmente determinata dell’esistente laddove la debolezza consiste nel fatto che esso non ci conduce verso un unico mondo possibile che scaturisce dalla spinta al superamento delle negatività del presente, ma ci prospetta una incerta molteplicità di mondi possibili potenzialmente in grado di superare le contraddizioni della nostra realtà attingendo a un multiforme repertorio di risorse mentali marginalizzate dalla razionalità dominante.

Chiamando in causa l’immaginario, dunque, scopriamo che frammenti di questi possibili mondi alternativi sono già presenti. Certamente esistono in una forma magmatica e, di conseguenza, possono essere utilizzati anche in senso regressivo. Il disincanto illuministico rimane dunque necessario per distinguere “ciarlatani e mestatori da chi cerca nell’immaginario una possibilità di fare mondo in circostanze incerte” [19], tenendo conto delle conquiste materiali e ideali della modernità. Rimane il fatto che senza avventurarci sul terreno scivoloso dell’immaginario corriamo il rischio di rimanere vittime del cupo pessimismo adorniano che non riesce a trovare agganci positivi per immaginare processi di autoapprendimento collettivi in grado di superare le macerie del presente. D’altra parte, inoltrandoci in questo territorio dai contorni sfuggenti è facile incrociare sul nostro cammino una schiera di funesti imbonitori. Un rischio che non può essere evitato. “Salvezza e dannazione si manifestano insieme quando il mondo vacilla” [20].

Note:

1) Censis, 55º rapporto sulla situazione sociale del Paese 2021, Franco Angeli, 2021. La presentazione e i capitoli del Rapporto sono disponibili sul sito internet del Cenis.

2) Theodor W. Adorno, Introduzione alla dialettica, ETS, Pisa 2020.

3) Ivi, p. 47.

4) Ivi, p. 144.

5) Ivi, p. 183.

6) Ivi, pp. 183-184.

7) Ivi, p. 158.

8) Ivi, p. 90.

9) Ivi, p. 91.

10) Ivi, P. 41.

11) Ivi, p. 146.

12) Ivi, p. 77.

13) Stefania Consigliere, Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, DeriveApprodi, Roma 2020.

14) Ivi, p. 37.

15) Ivi, p. 140.

16) Ivi, p. 43.

17) Ivi, p. 131-132.

18) Ivi, p. 78.

19) Ivi, p. 143.

20) Ivi, p. 150.

Fonte

05/12/2021

Censis, la società italiana è irrazionale?

Con l’uscita del cinquantacinquesimo rapporto Censis sullo stato del paese sono emerse anche le consuete anticipazioni sui media. Si tratta di un genere di marketing che, in passato, ha rappresentato la fortuna dell’istituto una volta diretto da Giuseppe De Rita e che ha di fatto imposto il rapporto Censis come il documento ufficiale sullo profilo sociologico del paese come la relazione di fine maggio del governatore della Banca d’Italia lo è sul piano finanziario.

Nel corso degli anni il Censis ha proposto, con alterna fortuna, formule di lettura sullo stato del paese che oscillavano tra la ricerca degli elementi di vitalità della società italiana e quelli di critica al corto respiro dei comportamenti sociali analizzati. Quest’anno la tradizionale formula di successo, anticipare i temi guida del rapporto sui media, ha funzionato grazie all’evidenziazione di un tema sostanzialmente nuovo: l’irrazionalità di parte della società. Secondo il rapporto Censis infatti, una parte della società italiana, è in preda a un irrazionalismo “magico-religioso” che la porta a contestare l’uso dei vaccini in epoca di pandemia e, in parte, persino a considerare come seria l’ipotesi della terra piatta. Questo fenomeno, assieme all'”inverno demografico”, ovvero l’invecchiamento della popolazione, secondo il Censis mina seriamente la coesione sociale.

Di qui vanno fatte alcune considerazioni: è difficile, almeno oggi, parlare di irrazionalismo magico-religioso in senso stretto in una società secolarizzata come la nostra. Piuttosto, sia la percentuale di consenso ai novax, rilevata dal Censis, che il terrapiattismo rappresentano, a modo loro, una visione alternativa della scienza. Si tratta di anomia, profonda sfiducia nelle istituzioni, che lo stesso Censis, tra l’altro, rileva nel suo rapporto. Anomia che non investe quindi le sole istituzioni economiche e politiche ma anche, come è naturale per questo fenomeno, quelle della cura e ciò che viene convenzionalmente chiamato come scienza. Senza discutere la natura del dato fornito dal Censis, un quasi sei per cento di italiani che crede all’ipotesi della terra piatta, percentuale impossibile anche pochi anni fa, un corno del problema sta però anche nella visione rigida, caricaturale, della razionalità governamentale proposta dal Censis.

Già perché se il problema della società italiana sta nell’irrazionalismo, questione nemmeno menzionata nel corso degli anni, questa visione governamentale del razionalismo da parte del Censis è così dogmatica da apparire, se la si guarda fino in fondo, magico-religiosa come il pensiero che si vuole denunciare. Già perché, se guardiamo ai dibattiti classici sull’irrazionalismo del ‘900, il razionalismo del Censis mostra le caratteristiche di un altro genere di irrazionalismo: quello dei pochi criteri indiscutibili (es. efficienza di mercato come produzione di ricchezza e PIL come misura del successo di questa efficienza) elevati a valore universale.

Nell’indicazione del nuovo nemico interno alla nostra società, questa volta l’irrazionalismo dei ceti subalterni flagellati dalla crisi, il Censis dimentica quindi di analizzare perlomeno l’efficacia della razionalità di governo. Non è una questione banale perché in questo rapporto ne esce una rappresentazione della società nella quale la razionalità di governo è legittimata anche quando inefficace, e ineguale, perché comunque argine contro l’irrazionalità montante. Questo quando ormai è chiaro, tanto più con lo stress test globale della pandemia, che è anche la razionalità di governo a dover essere messa, crudamente, in discussione.

Infine il Censis denuncia, giustamente, tra le cause dell’irrazionalismo da anomia che pervade la nostra società, le enormi disparità di reddito degli ultimi decenni, con il conseguente impoverimento del tessuto sociale. Andrebbe anche fatta una robusta riflessione sul rapporto tra questo genere di irrazionalismo, magari ripulito dalle categorie un po’ troppo giornalistiche usate dal Censis, e il declino del sistema scolastico e universitario del nostro paese. Già, perché l’impoverimento del sapere del tessuto sociale, unito a quello prodotto dal sistema educativo, per la cura della società è un’emergenza quanto il sistema sanitario o l’indisponibilità di reddito.

Fonte

04/12/2021

Italia. Impoverita, poco istruita, demograficamente regressiva, esposta alle follie

Il 55esimo Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese è stato presentato pubblicamente nella giornata di ieri. Secondo il Censis la società italiana è mutata e ha attraversato crisi ed emergenze intrecciando continuamente realtà emerse e sommerse e di lungo periodo, particolari e generali.

Inevitabilmente il rapporto ha esaminato le conseguenze della pandemia di Covid sulla nostra società rivelando punti di vista presenti in essa fino a qualche mese fa presenti sottotraccia ma che hanno poi acquisito rilievo con le settimanali manifestazioni contro il green pass. Secondo il Censis questo ha rivelato quella che viene definita come la “società irrazionale”.

Per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni) il Covid infatti non esiste e per il 10,9% il vaccino è inutile. C’è poi un 5,8% convinto che la Terra sia piatta e il 10% secondo cui l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna. Per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone. Secondo il Censis la spiegazione sta nelle aspettative soggettive tradite che hanno provocato la fuga nel pensiero magico.

E proprio a proposito di aspettative, il rapporto rileva che per l’81% degli italiani oggi è molto difficile per un giovane ottenere il riconoscimento delle risorse profuse nello studio. Insieme a questo c’è il rischio di un rimbalzo nella scarsità come fattori di freno alla ripresa economica e le incognite che pesano sulla ripresa dei consumi.

La realtà di fondo – secondo il Censis – è che accanto alla maggioranza sociale ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità. “È un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà”.

“Si osserva una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste. Dalle tecno-fobie: il 19,9% degli italiani considera il 5G uno strumento molto sofisticato per controllare le menti delle persone”.

Ma, secondo il rapporto, l’irrazionale che oggi si manifesta nella nostra società “non è semplicemente una distorsione legata alla pandemia, ma ha radici socio-economiche profonde, seguendo una parabola che va dal rancore al sovranismo psichico, e che ora evolve diventando il gran rifiuto del discorso razionale, cioè degli strumenti con cui in passato abbiamo costruito il progresso e il nostro benessere: la scienza, la medicina, i farmaci, le innovazioni tecnologiche. Ciò dipende dal fatto che siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali”.

Per il Censis è questo a creare un circolo vizioso basato su bassa crescita economica, quindi ridotti ritorni in termini di gettito fiscale, conseguentemente l’innesco della spirale del debito pubblico, una diffusa insoddisfazione sociale e la ricusazione del paradigma razionale. La fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative soggettive insoddisfatte, pur essendo legittime in quanto alimentate dalle stesse promesse razionali. Infatti, l’81% degli italiani ritiene che oggi è molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio.

Un altro dato interessante, e strettamente connesso a quello sopraindicato, è quello sulla debole alfabetizzazione del paese, dove un terzo dei lavoratori occupati possiede al massimo la licenza media. Si tratta di 6,5 milioni di persone con una età compresa tra 15 e i 64 anni, di cui 500.000 non hanno titoli di studio o al massimo hanno conseguito la licenza elementare.

Ma non è l’età a dover ingannare. Anche tra i lavoratori più giovani (i quasi 5 milioni di occupati tra i 15 e i 34 anni) quasi un milione possiedono al massimo la licenza media (il 19,2% del totale), mentre sono 2.659.000 quelli che hanno un diploma (54,2%) e solo 1.304.000 sono laureati (26,6%).

Dunque, secondo il Censis, in Italia si rileva una occupazione povera di capitale umano, una disoccupazione che coinvolge anche un numero rilevante di laureati e offerte di lavoro non orientate a inserire persone con livelli di istruzione elevati, tutti fattori che indeboliscono la motivazione a investire nel capitale umano.

E, aggiungiamo noi, se andiamo a vedere la struttura del PNRR proprio in materia di istruzione e formazione, questa scommessa sull’aumento del “capitale umano” appare debolissima in quanto investe solo sulla scuola per l’infanzia e la formazione tecnico-industriale.

Affrontare la sfida della digitalizzazione in presenza di sacche così rilevanti di analfabetismo funzionale, significa accentuare profondamente le già accresciute disuguaglianze sociali.

Non a caso nel rapporto del Censis emergono anche le crescenti preoccupazioni sulla situazione concreta delle famiglie.

Solo il 15,2% degli italiani ritiene infatti che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà.

La ricchezza privata complessiva in Italia rimane sempre intorno ai 9.939 miliardi di euro. Il patrimonio in beni reali ammonta a 6.100 miliardi (il 61,4% del totale), mentre depositi e strumenti finanziari valgono 4.806 miliardi (che al netto delle passività finanziarie, pari a 967 miliardi, corrispondono al 38,6% della ricchezza totale).

Ma, secondo i dati rilevati dal Censis, nell’ultimo decennio (2010-2020) la ricchezza privata degli italiani si è ridotta del 5,3% in termini reali, come esito della caduta del valore dei beni reali (-17,0%), non compensata dalla crescita delle attività finanziarie (+16,2%).

Gli ultimi dieci anni segnano quindi una netta discontinuità rispetto al passato: si è interrotta la corsa verso l’alto delle attività reali che proseguiva spedita dagli anni ’80. La riduzione del patrimonio, esito della diminuzione del reddito lordo delle famiglie (-3,8% in termini reali nel decennio), mostra come si sia indebolita la capacità degli italiani di formare nuova ricchezza.

Tutto questo riverbera sulle ambizioni alla ripresa economica. I rischi di natura socio-economica già palesatisi durante la pandemia con la chiusura delle imprese, i fallimenti, i licenziamenti, il crollo dei consumi, la povertà diffusa, secondo il Censis vengono oggi rimpiazzati dalla paura di non essere in grado di alimentare la ripresa, di inciampare in vecchi ostacoli mai rimossi o in altri che si parano innanzi all’improvviso, tanto più insidiosi quanto più la nostra rincorsa si dimostrerà veloce. Una su tutti la ripresa dell’inflazione e il rialzo dei prezzi.

Qui  si palesano tutti i limiti di analisi come quelle del Censis, che assegnano eccessivo peso ai consumi come rivelatori del benessere sociale. Il rapporto segnala come il notevole recupero dei consumi delle famiglie nel secondo trimestre del 2021 rispetto al 2020 (+14,4% ) sia il prodotto dell’allentamento delle misure di contenimento del contagio.

Adesso si prevedono consumi in crescita del 5,2% su base annua, ma ritenuti al di sotto della crescita del Pil e quindi inadeguati a ricollocare il Paese sui livelli di spesa delle famiglie del 2019.

Relativamente a questo indicatore, il rapporto del Censis segnala come in Italia il tasso medio annuo di crescita reale dei consumi si sia progressivamente ridotto nel tempo, passando dal +3,9% degli anni ’70 al +2,5% degli anni ’80, al +1,7% degli anni ’90, fino alla stagnazione nei primi dieci anni del nuovo millennio dove si è attestato su un +0,2% e infine l’anno della pandemia ha trascinato in negativo la media decennale: al -1,2%.

Infine, secondo il rapporto, l’Italia deve fare i conti con “l’inverno demografico”. Tra il 2015 e il 2020 si è verificata una contrazione del 16,8% delle nascite. Nel 2020 il numero di nati ogni 1.000 abitanti è sceso per la prima volta sotto la soglia dei 7 (6,8), il valore più basso di tutti i Paesi dell’Unione europea (media Ue: 9,1).

La popolazione complessiva diminuisce anno dopo anno: 906.146 persone in meno tra il 2015 e il 2020. Secondo gli scenari di previsione, la popolazione attiva (15-64 anni), pari oggi al 63,8% del totale, scenderà al 60,9% nel 2030 e al 54,1% nel 2050.

Secondo un’indagine del Censis, effettuata poco prima della pandemia del 2020, il 33,1% dei capifamiglia con meno di 45 anni dichiarava l’intenzione di sposarsi o di convivere e il 29,8% aveva l’intenzione di fare un figlio. Ma soltanto il 26,5% ha continuato a progettare o ha effettivamente intrapreso un matrimonio o una convivenza stabile. In un caso su dieci il progetto originale è stato annullato.

La grande maggioranza delle famiglie che stavano pensando di avere un figlio ha deciso di rinviare (55,3%) o di rinunciare definitivamente al progetto genitoriale (11,1%).

Un quadro decisamente desolante quello rilevato dal Censis, ma perfettamente leggibile nella realtà. Il “riscatto sociale” non potrà basarsi sui parametri del “destino” a cui fino ad oggi governi, Confindustria, banche ed istituzioni europee hanno ingabbiato il nostro paese. Né a questo si riveleranno in alcun modo utili gli “uomini del destino” come Draghi.

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05/12/2020

Rapporto Censis. Il 2020 è stato “l’anno della paura”, con quello che ne consegue

Il rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del paese, ha sintetizzato il terribile anno che si sta concludendo come l’anno della paura nera, dove il virus Covid, ha innescato una paura più generale, quella su futuro, dove, a dispetto della rassicurazioni istituzionali, gran parte delle persone si vedono dentro un tunnel di cui ancora non si riesce a scorgere la fine.

Il Censis, presentando oggi il suo rapporto annuale, restituisce un quadro del paese certamente preoccupante. La brusca rottura con un modello di vita del passato rappresentata dalla pandemia, sta smuovendo profondamente la società.

Secondo il rapporto l’incertezza nei numeri e le tante voci hanno innescato negli italiani l’idea che ci dovesse essere una sovracapacità d’intervento dello Stato. E in effetti la società ha affidato alla responsabilità politica il compito di affrontare l’emergenza, di farlo velocemente, di intervenire attraverso le ordinanze di protezione civile, i decreti della Presidenza del consiglio, ed anche attraverso la compressione delle libertà civili.

Relativamente alle festività di Natale e Capodanno, secondo il Censis il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali da mettere sotto l’albero, il 59,6% taglierà le spese per il cenone dell’ultimo dell’anno. Per il 61,6% la festa di Capodanno sarà triste e rassegnata. E in futuro non andrà affatto tutto bene: il 44,8% degli italiani è convinto che usciremo peggiori dalla pandemia (solo il 20,5% crede che questa esperienza ci renderà migliori).

In particolare è stata la seconda ondata della pandemia a incidere più pesantemente. “Non ci si aspettava la ripresa pandemica, e così l’attesa si è trasformata in disorientamento, la semplificazione delle soluzioni in emergenza è diventata sottovalutazione dei problemi”, ed ora il contagio della paura rischia di mutare in rabbia.

Di qui, secondo il Censis, nasce l’esigenza di “un ripensamento strutturale per la ricostruzione, per i prossimi dieci anni, per le nuove generazioni”, per la società italiana.

La realtà di oggi impone di “prendere atto che il Paese si muove in condizioni a troppo alto rischio per non presupporre una nuova e sistemica azione della mano pubblica: non per riparare i guasti, ma per ripensare il Paese, per cogliere l’occasione di immaginarlo di nuovo, per non rinchiudere la nostra società in una cultura del sussidio e del respiro breve”.

Le parole rassicuranti non sembrano bastare, anzi via via perdono di significato. Tra queste il Censis cita parole come: resilienza, mobilità sostenibile, digitalizzazione dell’azione amministrativa, rete unica ultraveloce, economia verde, investimento sui giovani. È avvertito da tutti che per rimettere in cammino l’economia e rimettere insieme la società occorrono interventi concreti e in profondità, che il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo.

Viene sottolineato nel Rapporto che la classe politica ha scelto di non vedere il pericolo di regressione che, una volta superata la fase più acuta dell’emergenza, la concessione a pioggia di bonus di ogni genere e natura veniva accrescendo, ed ha offerto, a richiesta, la promessa di aiuti indistinti, il caricamento di crediti d’imposta senza limiti, la gestione concentrata nel vertice delle decisioni, la rimozione dei raccordi tra il contenimento di congiunturali picchi di sofferenza e il perseguimento di precisi obiettivi di medio periodo.

Adesso si tratta di procedere, e con passo avanzato. Capire però verso dove andare, e il Censis evidenzia che in realtà la società “fiuta il tempo e il cambiamento della storia, guardando oltre la pandemia, muta e prova a emanciparsi dal suo impantanamento declinante”. Il velo è ormai “squarciato”, le sicurezze si dissolvono, alcune contraddizioni di fondo emergono alla vista. La società conosce anche i rischi della paura e della fretta che questa impone nello smantellamento del primato individuale e settoriale e, in qualche modo, “si sente costretta a un ritorno alla dimensione sistemica dello sviluppo”.

Ed è altrettanto evidente che “non sono più tollerabili” le distorsioni che scaricano sugli onesti l’illegalità degli evasori. Un altro ambito importante di intervento è quello del sistema delle uscite, attraverso un ridisegno del sistema industriale e un ripensamento della qualità degli investimenti a sostegno della produzione, dell’innovazione, delle esportazioni appare uno sforzo prioritario. Uscendo dall'”indistinto aiuto a tutti”, dall’impegno al ristoro come sussidio generalizzato, riconducendo in una percorribile politica industriale la pletora di micro interventi già decisi o in via di approvazione.

Poi c’è l’esigenza, urgente, di un ripensamento strutturale dei sistemi e sottosistemi territoriali, con un dibattito sul Mezzogiorno che precipitosamente affonda. Colpisce che anche il Censis arrivi alla conclusione che anche una nuova “questione settentrionale si impone”, perché se da un lato quell’area è più esposta al rischio di diventare una periferia a minore valore aggiunto dei sistemi produttivi nordeuropei, dall’altro è posta nelle condizioni di cogliere tutte le opportunità che il nuovo quadro dell’industria europea va configurando.

Un po’ troppo prevedibile, nel rapporto del Censis, la marchetta al cosiddetto ‘terzo settore’. Il Censis richiama l’attenzione sul variegato – e a fortissime tinte grigie – mondo del no profit (onlus, associazioni, fondazioni etc.) ritenendo quasi un obbligo rivederne attribuzioni di ruolo, identità, funzioni e responsabilità.

Per il Censis il terzo settore “è un po’ attore e progettista dell’intervento sociale, ammortizzatore dell’inefficienza pubblica e privata, è in parte dipendente dalle risorse esterne e in parte imprese chiamate a vivere di mercato, destinatario d’impegni pubblici ma anche indifferente alla selezione competitiva, custode di una cultura di responsabilità sociale i cui confini sono incerti". Talmente incerti – aggiungiamo noi – che parlando al forum degli economisti ad Assisi, lo stesso pontefice ha bastonato il terzo settore denunciandone il rischio di diventare un “palliativo” rispetto alla soluzione delle contraddizioni sociali.

Il rapporto cerca anche di individuare qualche spiraglio sottolineando come “la storia è fatta anch’essa di curve, di cicli, che prevedono anche l’allontanamento da un cupo e pigro pessimismo”.

È vero sì che i vincoli e i ritardi strutturali dell’Italia “sono una zavorra che le emergenti difficoltà economiche e sociali rendono drammatica se solo si guarda al prossimo futuro”, ma è anche vero che proprio il non esserci adattati in modo ottimale alle grandi trasformazioni dei processi globali “rivela una flessibilità, una gamma di potenzialità che possono rivelarsi una grande forza per seguire traiettorie di sviluppo fino a ieri inattese”.

In conclusione, secondo il Censis è un’Italia che “attende di sentire di nuovo, quando dopo le lacrime altro non si avrà da offrire che fatica e sudore, il richiamo a rimettere mano al campo, senza volgersi indietro, guardando e gestendo il solco, arando diritti”.

L’analisi sociologica del Censis non va e non può andare oltre. Come sempre offre spunti interessanti ed almeno rende chiara l’idea che nulla sarà come prima, ma è sulle soluzioni per il futuro che ci si divide, inevitabilmente.

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24/11/2020

Covid-19 e crisi economica. Non stiamo affatto tutti sulla stessa barca, anzi

A causa dell’emergenza sanitaria, sostiene uno studio del Censis reso pubblico ieri, in Italia ben 23,2 milioni di persone hanno dovuto fronteggiare delle difficoltà con redditi familiari ridotti. Sono 2 milioni quelli già duramente colpiti nella prima ondata della pandemia. Sono 9 milioni gli italiani che hanno dovuto integrare i redditi ricorrendo ai familiari o alle banche.

Il timore di rimanere senza un reddito è avvertito dal 53% delle persone a basso reddito, mentre il 42% degli italiani vede il proprio lavoro a rischio. Il 60% degli italiani ritiene che la perdita del lavoro o del reddito sia un evento possibile che lo può riguardare nel prossimo anno, il 2021.

È quanto emerge dal Secondo Rapporto Censis-Tender capital sui Buoni Investimenti “La sostenibilità al tempo del primato della salute” (qui).

Il rapporto evidenzia poi anche differenze generazionali: tutti i fenomeni di riduzione dell’occupazione colpiscono di più i giovani rispetto ai lavoratori adulti. Per quanto riguarda il gender gap, tra uomini e donne ci sono 20 punti di differenza nel tasso di occupazione. E, in questo periodo, il tasso di occupazione delle donne è diminuito quasi del doppio rispetto a quello degli uomini.

Il 54% delle donne che lavorano dice che in questi mesi è aumentato lo stress e la fatica, mentre tra gli uomini sono il 39%.

Differenze emergono poi anche nell’accesso al web, con il 40% di famiglie a basso livello socioeconomico che non ha accesso alla rete, mentre tra le famiglie ad alto livello socioeconomico sono solo l’1,9%. Secondo il rapporto il quadro che emerge è chiaro. Usciremo dalla pandemia con una società più diseguale, sia in termini di redditi e patrimoni, sia per quanto riguarda le altre differenze.

È significativo, inoltre, il fatto che l’82,3% degli italiani sia favorevole a misure che impongono la permanenza in Italia di stabilimenti e imprese che producono beni e servizi strategici come ad esempio mascherine e respiratori, essenziali durante la pandemia.

Come si evince dal Rapporto, questo interesse si accompagna al protezionismo contro i prodotti di Paesi che non rispettano le nostre regole sociali e sanitarie. Lo dichiara l’86% degli intervistati (88,3% tra le donne e 89,2% tra chi risiede nel Nord Est).

Emblematicamente, lo stesso Censis ha pubblicato un altro rapporto dedicato a “I benestanti” cioè la classe agiata in un paese nel quale si stanno acutizzando sanguinosamente le disuguaglianze sociali. Si tratta di 1,5 milioni di persone (su 60 milioni) che detengono un patrimonio finanziario complessivo di 1.150 miliardi di euro, aumentato del 5,2% negli ultimi due anni: una cifra pari a tre quarti del Pil del Paese atteso nel 2020. Nel rapporto, vengono ritenuti benestanti, gli italiani con un patrimonio finanziario superiore a 500.000 euro (valore medio: 760.000 euro).

Secondo il Censis, oggi anche i ricchi sono inquieti. Il 62,6% dei benestanti soffre l’incertezza di questo periodo. A preoccupare di più sono le malattie (46%) e le minacce al reddito (39,7%). In merito alla gestione del loro patrimonio, per il 66,7% dei benestanti è opportuno investire nelle imprese dell’economia reale. Per l’87,5% la priorità è investire in coperture assicurative per la salute, la vecchiaia, l’educazione dei figli.

Convinti che lo Stato non potrà dare tutto a tutti per sempre, il 53% si aspetta che in futuro il sistema di welfare pubblico garantisca i servizi essenziali (ad esempio, le terapie intensive nella sanità e gli interventi salvavita) e che per il resto chi può dovrà pagare da sé le prestazioni. Il 41,8% dei benestanti ha già sottoscritto assicurazioni e il 24,9% è intenzionato a spendere di più per la sanità integrativa (solo il 5,9% ridurrà questa voce di spesa in futuro).

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12/07/2019

Il paese del magna magna. Alla fine del pasto: Milano

Il cibo non è più un piacere ma un business. A maggio è stato elaborato dal Censis in collaborazione con la Coldiretti, un rapporto su “Il valore della filiera italiana del cibo”.

Inutile dire come vengano decantate le virtù dell’italian food e della sua potenzialità di diventare business. Ci tremano le vene ai polsi all’idea che piano piano stia diventando l’unica specializzazione (insieme al turismo) che la divisione internazionale del lavoro sta assegnando ad un paese – il nostro – sulla via della deindustrializzazione e dello shopping in saldo da parte delle multinazionali straniere.

Essendo delle buone forchette lo diciamo con una certa riluttanza, ma non riusciamo a non indicare in questa sorta di “santificazione” di ristoranti, chef, corsi di chef, reality di chef, ricettari etc., una sorta di campagna di persuasione di massa per far sì che questa diventi l’unica strada da percorrere e da far percorrere ai giovani. Lo ripetiamo, a tavola come nell’informazione, sappiamo batterci come leoni, ma molto spesso sentiamo l’odore di fregatura già avvicinandoci alle cucine o prima ancora che arrivi il conto.

Secondo il Rapporto del Censis, la filiera del cibo oggi può vantare quasi 62 miliardi annui di valore aggiunto con un balzo del +5,4% rispetto al 2008 (l’anno della grande crisi, ndr); 41,8 miliardi di euro di esportazioni (+47,8% rispetto al 2008); 1,3 milioni di addetti (+33,3% nel 2013-2018) al settore del food.

Gli incrementi sono superiori a quelli del totale del resto dell’economia italiana, il che porta il Censis ad affermare che questi numeri “non lasciano dubbi sulla nuova centralità della filiera del cibo nell’economia e sulla necessità di supportarla ad ogni livello con policy adeguate”.

Il valore economico della filiera vive di un’agricoltura che è al primo posto nella Ue per valore aggiunto con 32,2 miliardi di euro, al secondo posto dopo la Francia per valore della produzione agricola pari a 56,7 miliardi di euro, con una dinamica di valore aggiunto per addetto in decollo del +37% nel 2010-2018, superata solo dalla Spagna. La filiera beneficia poi di una industria alimentare che fattura 140 miliardi di euro, esporta prodotti per 35 miliardi di euro e registra nel tempo una crescita dei principali indicatori che è nettamente più elevata rispetto al resto della manifattura italiana. Con 822 prodotti di origine garantita certificata, primato italiano nella Ue, ben si capisce il boom della nostra filiera del cibo, capace di intercettare la nuova domanda globale di alta qualità e tipicità nell’alimentare.

Il Rapporto del Censis, commissionato dalla Coldiretti, dopo aver fornito i dati del business possibile e potenziale, passa poi a indicare le soluzioni per valorizzare al meglio tutto questo “ben di dio”. E quando si arriva alle conclusioni la puzza di bruciato diventa fortissima.

Non sfugge dalla analisi il livello della competizione globale che ormai attiene a tutti i settori dell’economia: “In generale, in questa fase, è indispensabile accompagnare l’azione della filiera con una intensa ed efficace azione di promozione del brand Italia, della cultura del cibo italiano come incarnazione dell’italianità intesa come insieme di esperienze, culture e prodotti di specifici territori. Il modello italiano delle tipicità è quello più in grado di intercettare la nuova domanda di qualità tracciabile che arriva dai mercati globali, purché sia reso evidente e tutelato il valore italiano, sia dagli assalti dell’italian sounding che dai competitor. È un processo di lungo periodo, altamente complesso, che muove su dimensioni diverse, molte delle quali immateriali e relazionali, che ha assoluto bisogno anche di un hub di alto profilo, distintivo e riconosciuto”.

Il lato oscuro di questa visione è quanto leggiamo in un’altra parte del Rapporto Censis quando scrive che: “Nella feroce selezione degli anni successivi alla grande crisi del 2008, la filiera del cibo e i suoi protagonisti ne sono usciti come uno dei più importanti motori potenziali di nuova crescita, anche per le regioni meridionali tradizionalmente più lente. Si tenga presente che, ad esempio, l’agricoltura ha registrato un più alto incremento di valore aggiunto per occupato proprio nelle regioni meridionali”. Da quest’ultima osservazione, è totalmente assente qualsiasi riferimento agli inumani tassi di sfruttamento dei braccianti e alle aste al ribasso sui prodotti agricoli imposti dalla grande distribuzione alimentare. Ovvio che, in queste condizioni di moderno schiavismo e subordinazione, il valore aggiunto per occupato nella filiera alimentare abbia degli alti incrementi.

Ma anche sulla centralizzazione del business alimentare le proposte avanzate sono esattamente quelle sollecitate da tempo dalla parte più internazionalizzata della borghesia italiana. Vediamo ancora cosa scrive in proposito il Rapporto del Censis: “Decisiva è la promozione di una vetrina globale, riconosciuta, autorevole, un grande hub dell’agroalimentare italiano che ha in Milano la sua sede naturale. Da Expo2015 in avanti Milano si è imposta come l’interprete migliore e più conosciuta dei valori più significativi della filiera italiana del cibo: per questo è indiscutibilmente la piattaforma più accreditata e autorevole per rilanciare su scala globale i fattori distintivi dell’italian food e della sua filiera”.

Scrive ancora il Censis, portando nuovamente l’acqua con le orecchie alla borghesia del Nord, che “L’esperienza di Expo2015 a Milano ha sorpreso per successo e per capacità anche di intercettare un certo orgoglio italiano. Milano è con tutta evidenza la piazza più accreditata, quasi naturale e gli eventi relativi al food che sono realizzati nel suo territorio, a cominciare da TuttoFood sono la piattaforma di riferimento più avanzata sulla quale puntare. Una piattaforma altamente inclusiva vocata a rilanciare, promuovere la qualità, la distintitività, l’internazionalizzazione della filiera del cibo, e ad aggregare: un hub strategico non esclusivo, ma che fa sistema e promuove networking tra chi della filiera è parte attiva. Un hub essenziale perché per vincere la filiera del cibo ha bisogno di un suo luogo specifico, di vetrina, networking e promozione: Milano è già pronta per farlo al top”.

La puzza di bruciato diventa così altissima, quasi insopportabile. Proprio in queste ore, dopo quello sull’editoria, si è palesato lo scippo da parte di Milano nei confronti di Torino anche del Salone dell’Automobile.

Sono ormai alcuni anni che la borghesia europeista sta lavorando di spadone e di fioretto per realizzare una concentrazione strategica di risorse, servizi, investimenti, tecnologie, business ed eventifici nell’area metropolitana di Milano a totale discapito del resto del paese.

E non solo verso Roma, Capitale ormai “reietta” e in via di dismissione, o verso il Meridione sottoposto ad un processo di spoliazione sistematico, ma anche verso le altre aree metropolitane del Nord come Torino o Genova, accentuandone così il declino, l’impoverimento e la subordinazione.

È un processo che abbiamo denunciato per tempo e da tempo, che a sua volta è integrato/subordinato al “magnete” centro-europeo dove il processo di concentrazione/gerarchizzazione agisce con una sistematicità diventata brutale.

Così anche una narrazione tutto sommato piacevole come la filiera e la cultura del cibo viene ridotta a mero business. E dovremmo consolarci solo con le delizie della cucina italiana?

Piuttosto cominciamo a mangiarci i ricchi, poi ne riparliamo.

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04/02/2019

I dati sull’economia restituiscono una situazione impietosa

Nubi si addensano sull’immediato futuro e già si comincia a parlare di una correzione dei conti pubblici.

Infatti, mentre il governo grillin-leghista gioca cinicamente sulla pelle dei migranti e il PD prova a riciclarsi in chiave anti razzista inviando Martina ed Orfini sulla Sea Watch, i dati riportati da alcuni istituti certificano in maniera impietosa la condizione reale nella quale è immerso il paese.

Qualche giorno fa era toccato all’Oxfam registrare che nel nostro paese il 5% più ricco degli italiani detiene da solo una quota di patrimonio pari al 90% della parte più povera del paese, e che il 20% più ricco detiene il 72% del patrimonio totale.

Il secondo rapporto del Censis sul welfare aziendale registra invece tre dati:

1) il calo del numero dei lavoratori (negli ultimi dieci anni il numero di occupati nel paese è diminuito dello 0,3%);

2) l’aumento dell’orario di lavoro e dell’intensità lavorativa (2,1 milioni di lavoratori dipendenti svolgono turni di notte, 4,1 milioni lavorano da casa ben oltre il normale orario di lavoro, 4 milioni lavorano di domenica e festivi e 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento dello straordinario);

3) le buste paga si alleggeriscono sensibilmente (il reddito degli operai negli ultimi 20 anni è sceso del 2,7%, quello degli impiegati del 2,6%, mentre quello dei dirigenti è aumentato del 9,4%).

Tralasciamo il fatto che quest’ultimo rapporto punta a far decollare il welfare aziendale e a magnificarne gli effetti, gli elementi che emergono suggeriscono una riflessione.

Un tempo lo slogan “lavorare meno lavorare tutti” indicava la strada da perseguire per garantire piena occupazione e minore sfruttamento lavorativo.

Oggi lavorano sempre meno persone, con un tasso di sfruttamento sempre più elevato e con retribuzioni sempre più magre.

Infine ieri l’Istat ha fotografato la marcia indietro dell’economia italiana e più nel dettaglio quella contrazione del PIL per il secondo trimestre consecutivo che gli esperti definiscono col termine di “recessione tecnica”.

L’incrocio di tutti questi dati sarebbe ampiamente sufficiente per decostruire quella narrazione fallace che ha infarcito la propaganda dei governi che si sono fin qui succeduti e che anima anche la propaganda dell’attuale governo del falso cambiamento.

Ma naturalmente una riflessione seria comporterebbe mettere in discussione il processo di integrazione europeista e quella architettura giuridica/economica costituita dai trattati che costringe il nostro paese ad una ferrea disciplina di bilancio.

Significherebbe, per esempio, mettere in discussione quel dogma della lotta all’inflazione e della stabilità monetaria che è nemico di ogni pulsione di giustizia sociale e preclude inevitabilmente, in quanto potenzialmente inflazionistiche, qualsiasi politica di investimento nella spesa sociale.

O significherebbe riconoscere il fallimento di quella ideologia dell’impresa in nome della quale tutte le risorse pubbliche vengono sistematicamente indirizzate nei loro confronti, in quanto individuati come unici soggetti capaci di rilanciare l’economia.

E così mentre vengono elargiti alle imprese benefit fiscali e sgravi contributivi di ogni sorta (anche la recente legge di bilancio non si sottrae a questa logica, spostando leggermente le poste dalla grande impresa alle piccole e medie che costituiscono il naturale bacino elettorale della Lega) non si produce alcun effetto positivo in termini occupazionali: d’altronde non occorre essere esperti di economia per comprendere che le imprese assumono soltanto se hanno la percezione che possa aumentare la domanda dei beni prodotti, ipotesi alquanto stravagante in un periodo di piena recessione.

Ma naturalmente queste analisi non possono certo provenire né da chi (PD e affini) da sempre svolge il ruolo di pasdaran della disciplina di bilancio, né da chi (l’attuale governo) dopo aver sfidato a parole Bruxelles, non ha esitato ad arruolarsi prontamente nel campo europeista, spostando la polemica con le istituzioni europee sul terreno dei diritti dei migranti.

Rimosso tutto questo non resta che l’isteria collettiva, lo scarico delle responsabilità e il consueto balletto di accuse incrociate tra governo ed opposizione.

Si tratta di dati del 2018 che quindi chiamano in causa la precedente compagine governativa, tuonano dagli ambienti governativi, nel commentare i dati Istat sulla recessione in corso.

“La contrazione inizia con le prime scelte di questo governo e con gli effetti determinati sullo spread” replica l’ex segretario Martina.

In questo contesto si inserisce poi il leader di Confindustria Boccia che coglie l’occasione per illustrare la sua innovativa soluzione: aprire immediatamente i cantieri, a partire dalla Tav...

Ma l’oscar del candore va forse assegnato all’economista Cottarelli che chiarisce il suo pensiero “Se andassimo in crisi adesso io temo ci sarebbe una grossa patrimoniale”.

Un pericolo da scongiurare, non sia mai che, chi guadagna di più, cominci a pagare in proporzione alle sue entrate. In fondo lo dice quella Costituzione, al cui smantellamento lavorano alacremente ogni giorno...

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08/12/2018

Rapporto Censis: il frutto delle disuguaglianze

Questo è il sunto del rapporto CENSIS sull’Italia 2018 reso pubblico ieri:
“Un’Italia sempre più disgregata, impaurita, incattivita, impoverita, e anagraficamente vecchia. Il 52° Rapporto Censis parla di “sovranismo psichico” e delinea il ritratto di un Paese in declino, in cerca di sicurezze che non trova, sempre più diviso tra un Sud che si spopola e un Centro-Nord che fa sempre più fatica a mantenere le promesse in materia di lavoro, stabilità, crescita, soprattutto futuro. “Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive”, sintetizza il Censis”.
Quale risposta, quale spiegazione?

Si può accennare a un avvio di riflessione senza ritornare su di una – pur necessaria – elaborazione riguardante la storia d’Italia (e d’Europa e del Mondo) di questi ultimi vent’anni.

Secondo i dati diffusi dall’Ocse alla fine del 2014, l’1% della popolazione italiana possedeva il 14,3% della ricchezza nazionale, praticamente il triplo del 40% più povero che ne possiede solo il 4,9%. Il 20% più ricco possedeva il 61,6% della ricchezza, dunque al restante 80% della società ne rimane solo il 38,4%.

Quale significato si poteva attribuire a questi dati allora e ancora oggi con la situazione ulteriormente aggravata come denuncia il rapporto del CENSIS?

In primo luogo quei dati significavano e significano che lo sfruttamento capitalistico cresce continuamente e l’abisso tra la classe lavoratrice e l’area sempre più ristretta delle élite economiche diviene sempre più profondo.

La legge generale dell’accumulazione capitalistica genera costantemente concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sfruttatrice e accrescimento della miseria, sia relativa sia assoluta, dei lavoratori che sono la stragrande maggioranza della società.

L’ampliamento del fossato fra le classi è cresciuto senza soste e in questo fossato sono inghiottiti un’articolazione di settori sociali dalla composizione complessa e si afferma l’idea della disintermediazione da parte della rappresentanza sociale e della rappresentanza politica.

Fino a questo punto siamo alla classica fotografia dell’esistente, ma è necessario scavare più a fondo e interrogarci su alcuni punti assolutamente fondamentali per cercare di capire la realtà dentro la quale ci troviamo e identificare la capacità e la forza di avanzare una proposta che prima di tutto è necessario si collochi sul piano culturale.

La crescita delle disuguaglianze, così vistosa ed evidente, come si riflette sulla composizione e sulla stratificazione sociale?

Si tratta, prima di tutto, di capire come possa essere possibile ricostruire una coscienza di questo stato di cose a livello di massa, in una società così articolata e scomposta come l’attuale, in una sede di capitalismo avanzato.

Una società che si misura in maniera disordinata con “fratture” collocate ben diversamente da quelle tradizionali, attorno alle quali si erano mossi i partiti politici al momento dei successivi cicli di rivoluzione industriale tra ‘800 e ‘900.

Serve forse, sul piano teorico, uno sforzo pari a quello che fu compiuto negli anni ’60 con la lettura critica del secondo libro del Capitale di Marx, consentendo un’elaborazione più avanzata da quella derivante dall’analisi del solo libro primo della stessa opera.

E’ necessario riflettere, infatti, sull’esigenza di ripartire non semplicemente dal solo antagonismo sociale, ma da una ricostruzione di forma teorica che contempli una proposta di egemonia per una visione di alternativa nella società e nella politica.

Ci troviamo in una fase di arretramento storico e d’isolamento dell’autonomia del politico: una fase sulla quale pesa ancora l’esito fallimentare dei tentativi d’inveramento statuale dei fraintendimenti marxiani del ‘900 e la realtà di una pesantissima controffensiva reazionaria vincente fin dagli anni’80 del XX secolo e che oggi, secondo analisi elaborate all’interno degli stessi ambienti della politologia americana, punta a una secca riduzione del rapporto tra politica e società in senso schiettamente autoritario facendo prevalere la cosiddetta “democrazia esecutiva” su quella cosiddetta “deliberativa”.

Una “democrazia esecutiva” che assume la maschera e il volto di una desolante “democrazia recitativa” del tipo di quella delle cui pantomime assistiamo da molto tempo in Italia.

L’applicazione concreta, insomma, del programma elaborato da Huntington nel 1973 per la Trilateral che, rispetto al “caso italiano”, ha avuto ampio riflesso nel documento di Rinascita Nazionale elaborato nel 1975 dalla P2 e oggi in fase di avanzata realizzazione.

La sola risposta possibile, per quanto possa apparire difficile da realizzare in questo momento di vero e proprio “vuoto del pensiero politico”, com’è dimostrato molto bene dalla nuova qualità di governo emersa dal voto del 4 marzo scorso, è quella di un’espressione di soggettività che recuperi e riprenda un piano di cultura politica che non lascia alla sola spontaneità della reazione sociale il compito del contrasto, limitandosi ad agire nelle pieghe di una relazione marginale al riguardo del sistema.

E’ necessario che il terreno del conflitto sia occupato a pieno titolo dalla visione del cambiamento e dall’organizzazione operativa nell’immediato partendo dalla piena comprensione dell’estensione totale delle contraddizioni su di una società che ha bisogno di contrastare collettivamente il durissimo attacco cui è sottoposta nelle sue fondamenta di convivenza civile.

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