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27/06/2025

La dottrina Trump e il nuovo imperialismo MAGA

In questo articolo sul movimento MAGA, John Bellamy Foster esplora il drammatico cambiamento dell'imperialismo statunitense iniziato con la prima presidenza Trump e accelerato con la seconda. Il cambiamento, spiega Foster, non è guidato dall'antimperialismo e dall'antimilitarismo, ma rappresenta piuttosto un forte spostamento a destra, alimentato dall'ipernazionalismo e dall'obiettivo di riconquistare il potere degli Stati Uniti sulla scena mondiale.

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Il drammatico cambiamento dell'imperialismo statunitense sotto la presidenza di Donald Trump, sia nel suo mandato iniziale che ancor più in quello attuale, ha creato una grandissima confusione e costernazione nei centri di potere istituzionali. Questa improvvisa modificazione della politica estera statunitense si manifesta nell'abbandono sia dell'ordine internazionale liberale costruito sotto l'egemonia statunitense dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia della strategia a lungo termine di allargamento della NATO e della guerra per procura contro la Russia in Ucraina. L'imposizione di elevati dazi doganali e il mutamento delle priorità militari hanno persino messo gli Stati Uniti in conflitto con i suoi alleati di lunga data, mentre si sta accelerando la Nuova Guerra Fredda contro la Cina e il Sud globale.

Il cambiamento nella proiezione di potenza degli Stati Uniti è così estremo, e la confusione che ne è derivata è così grande, che persino alcune figure, da tempo associate alla sinistra, sono cadute nella trappola di vedere Trump come isolazionista, antimilitarista e antimperialista. Per questo, il dissociato esponente della sinistra Christian Parenti ha sostenuto che Trump «non è un anti-imperialista nel senso che gli da la sinistra. Piuttosto, è un istintivo isolazionista dell'America-First», il cui obiettivo, «più di qualsiasi altro recente presidente», è «smantellare l'impero globale informale americano» e promuovere una nuova politica estera «antimilitarista» «che si opponga all'impero».[1]

Tuttavia, lungi dall'essere anti-imperialista, il cambiamento globale nelle relazioni esterne degli Stati Uniti sotto Trump è dovuto a un approccio ipernazionalista al potere mondiale radicato in settori chiave della classe dirigente, in particolare nei monopolisti dell'alta tecnologia, così come nei sostenitori di Trump, in gran parte appartenenti alla classe medio-bassa. Secondo questa prospettiva neofascista e revanscista, gli Stati Uniti sono in declino come potenza egemonica e minacciati da nemici potenti: il marxismo culturale e gli immigrati "invasori" dall'interno, la Cina e il Sud globale dall'esterno, mentre sono ostacolati da alleati deboli e dipendenti.

A partire dalla prima amministrazione Trump del 2016, il regime ha sostenuto una netta svolta a destra, sia a livello internazionale che nazionale. A livello globale, tutte le risorse disponibili devono concentrarsi su un aumento a somma zero del potere degli Stati Uniti e sulla sconfitta della Cina, nuovo rivale emergente. La Nuova Guerra Fredda contro la Cina è stata di fatto lanciata durante la prima amministrazione Trump, con il concomitante spostamento verso la distensione con la Russia.[2] Sebbene l'amministrazione Biden abbia poi continuato la precedente guerra per procura pianificata da Washington contro la Russia (iniziata con il colpo di Stato di Maidan del 2014 in Ucraina sostenuto dagli Stati Uniti), la stessa amministrazione Biden ha seguito quella di Trump nel proseguire la Nuova Guerra Fredda contro la Cina, confrontandosi contemporaneamente con le due grandi potenze eurasiatiche. Una volta tornato al potere, Trump ha cercato di porre fine alla guerra per procura della NATO in Ucraina, rivolgendosi con maggiore decisione alla lotta in Asia. Persino il Medio Oriente, dove il regime di Trump bombarda lo Yemen, aumenta la pressione sull’Iran e sta sostenendo apertamente il genocidio palestinese – ovvero la completa eliminazione e rimozione dei palestinesi da Gaza in nome della “pace” – è visto come secondario rispetto alla Nuova Guerra Fredda contro la Cina.[3]

La nuova strategia imperialista, radicalmente nuova, rappresentata dall'amministrazione Trump e in particolare nel suo secondo mandato, si basa sul concetto di "America First". Ciò costituisce un rifiuto del tradizionale ruolo degli Stati Uniti come potenza mondiale egemone in favore di un ipernazionalista America First imperium. Una manifestazione di ciò è l'attacco degli Stati Uniti alle organizzazioni internazionali su cui non hanno un dominio completo o su cui presumibilmente gravano oneri sproporzionati, come le Nazioni Unite o persino l'alleanza NATO. Inoltre, le relazioni commerciali sono trattate non tanto come processi di scambio reciprocamente vantaggiosi (che in realtà vanno principalmente a vantaggio delle nazioni più ricche), quanto piuttosto come relazioni transazionali da determinare esclusivamente sulla base della potenza nazionale.

In questo contesto, l'imposizione di dazi da parte del regime di Trump su tutti gli altri Paesi – compresi dazi elevati su una sessantina di Paesi (nella sua lista del 2 aprile: "il Giorno della Liberazione") – non è una semplice questione di ricerca di un vantaggio economico, ma deve essere vista come un gioco di potere attraverso il quale assicurarsi il predominio geoeconomico e geopolitico. Nell'ambito della strategia "America First" di Trump, Washington cerca di ottenere tributi dai suoi alleati, che d'ora in poi dovranno pagare in un modo o nell'altro il sostegno militare statunitense, con il conseguente insorgere di nuove forme di conflitto interimperialista (o intraimperialista).

Riguardo al conflitto con la Cina, la proposta ufficiale di bilancio per la spesa militare di Trump per il prossimo anno fiscale prevede un aumento di quasi il 12%, fino a 1 trilione di dollari (le spese militari effettive ammontano in genere al doppio di quelle ufficiali).[4]

Il risultato più probabile di questi sviluppi – se non verranno fermati – è una Nuova Età della Catastrofe, su una scala non dissimile da quella degli anni '30 del secolo scorso, caratterizzata da distruzione bellica, economica ed ecologica.[5] Ciò porterà non a un aumento del predominio degli Stati Uniti, ma a un suo declino accelerato, dato che l'egemonia del dollaro e le istituzioni internazionali su cui il potere degli Stati Uniti si è storicamente basato saranno ulteriormente minate. All'interno dello stesso regime di Trump, i tentativi di Washington di proiettare il proprio potere a livello globale non faranno altro che intensificare i conflitti interni tra il capitale monopolistico-finanziario, con i suoi interessi economici globali, e il movimento più strettamente nazionalista "Make America Great Again" (MAGA) sul territorio. Tutti i tentativi di tenere insieme un regime così reazionario richiederanno un aumento della repressione, mentre il futuro dipenderà dalla portata della rivolta che questa repressione susciterà, sia a livello nazionale che globale.

La dottrina Trump

Ironia della sorte, le affermazioni più forti e controverse riguardo alla natura pacifica e antimperialista del regime di Trump sono state introdotte da figure dell'ex sinistra come Christian Parenti. Scrivendo nel 2023 su Compact, rivista egemonica del MAGA, in un articolo intitolato "Il vero crimine di Trump è opporsi all'Impero", Parenti sosteneva che Trump fosse a favore di una politica estera anti-Pentagono e "antimperialista", mostrando un totale "disprezzo per il 'Complesso della Sicurezza Nazionale'".[6]

Tuttavia, nel definire Trump come anti-imperialista, Parenti sembra aver dimenticato l'intera struttura dell'imperialismo, che ha a che fare con lo sfruttamento/espropriazione globale e con le strategie di dominio mondiale. Trump non solo ha introdotto un aumento storico delle spese militari nella sua prima amministrazione ed ha fatto ricorso alla forza letale a livello internazionale in numerose occasioni (tra cui l'allentamento delle restrizioni ai bombardamenti sui civili), ma anche, e soprattutto, ha avviato la Nuova Guerra Fredda contro la Cina.[7] La seconda amministrazione Trump sta nuovamente aumentando massicciamente la spesa del Pentagono e promuovendo un conflitto con la Cina su scala ancora più ampia. Ciò che Parenti e altri vedono come una forma di anti-imperialismo è in realtà una nuova strategia imperialista globale a livello nazionale e internazionale, volta a invertire il declino egemonico degli Stati Uniti e a sconfiggere la Cina. Questo riorientamento strategico gode di un forte sostegno sia all'interno del movimento MAGA di Trump sia in quegli elementi della classe miliardaria monopolista-capitalista – in particolare nei settori dell'alta tecnologia, del private equity e dell'energia – allineati al suo regime demagogico. Come ha osservato il famoso economista marxista indiano Prabhat Patnaik, la politica estera di Trump non è né anti-impero né insensata, ma può essere meglio definita come «strategia di rinascita dell’imperialismo».[8]

Il movimento nazional-populista MAGA si basa su una visione del mondo intrisa di razzismo, in cui gli Stati Uniti sono visti come una nazione bianca e cristiana con un chiaro destino. In questa prospettiva, dopo aver raggiunto nel corso della sua storia lo status di "una nazione sotto Dio" nel XX secolo, gli Stati Uniti sono stati successivamente indeboliti dall'esterno e dall'interno, richiedendo una resurrezione dello status perduto.

Non è un caso che Trump, nel marzo 2025, abbia appeso nello Studio Ovale un ritratto di James K. Polk, undicesimo presidente degli Stati Uniti. Polk presiedette la più grande espropriazione territoriale della storia degli Stati Uniti durante la Guerra messico-statunitense, in cui Washington si impadronì di oltre 135.000 chilometri quadrati di territorio, tra cui la California e gran parte del Sud-ovest, annettendo il Texas e ottenendo la sovranità sulle aree contese del Pacifico nord-occidentale attraverso il Trattato dell'Oregon.[9] Le roboanti ambizioni di Trump di annettere la Groenlandia, di riconquistare il Canale di Panama e persino (anche se più inverosimile) di incorporare il Canada come cinquantunesimo stato – per non parlare della ridenominazione del Golfo del Messico in Golfo d'America – mirano tutte a ricreare lo spirito del «nascente impero americano».[10]

Per comprendere la strategia imperialista del regime MAGA, è necessario esaminare la "Dottrina Trump". Le dottrine presidenziali in politica estera sono tipicamente individuate ed elaborate dai media sulla base delle dichiarazioni della Casa Bianca su questioni fondamentali di politica estera. Tuttavia, nel caso della Dottrina Trump, essa è stata pienamente articolata all'interno da Michael Anton, il principale ideologo MAGA, che da febbraio 2017 ad aprile 2018 è stato membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e vice assistente del presidente per le comunicazioni strategiche. Attualmente ricopre la carica di direttore della pianificazione politica presso il Dipartimento di Stato, una posizione equivalente a quella di assistente del Segretario di Stato. Durante la prima amministrazione Trump, ad Anton fu ovviamente affidato l'incarico – mentre non era più alle dirette dipendenze della Casa Bianca – di fornire coerenza alle numerose e apparentemente contraddittorie dichiarazioni di Trump in politica estera.

Nel 2019, mentre lavorava come docente e ricercatore presso l'Hillsdale College in Michigan, controllato dal MAGA, Anton pubblicò un articolo su Foreign Policy basato su una lezione alla Princeton University, intitolato "La Dottrina Trump", che sarebbe diventato la dichiarazione semi-ufficiale della posizione strategica complessiva del regime MAGA.[11] Il compito di Anton era quello di definire la strategia 'America First' di Trump come in linea con il populismo nazionale e l'anti-internazionalismo, ma sufficientemente bellicosa da rappresentare una nuova strategia globale aggressiva. Costituiva quindi quello che veniva definito un "realismo di principio", radicato nell'interesse nazionale, in linea con le interpretazioni conservatrici delle idee di pensatori come Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes. In "La Dottrina Trump", la politica estera e militare di Trump fu descritta da Anton come anti-imperiale per due motivi. In primo luogo, gli imperi erano per natura "multietnici", e la politica di Trump era completamente contraria a una visione multietnica del progetto americano. In secondo luogo, la politica imperialista perseguita dai neoconservatori era alleata del globalismo, mentre la Dottrina Trump era la negazione della globalizzazione liberale. Nell'ideologia MAGA, la globalizzazione è vista come un vantaggio per le potenze emergenti, come la Cina, a scapito delle potenze consolidate, come gli Stati Uniti. La Dottrina Trump, ha spiegato Anton, era quindi costantemente nazionalista su tutta la linea: il bottino va alle nazioni vincitrici.[12]

Un nazionalismo così coerente era descritto come pienamente in accordo con la "natura umana". Se Aristotele aveva affermato – nelle parole di Anton – che le tre unità politiche erano «la tribù [etnia], la polis (o 'città-stato') e l'impero», la posizione di Trump era quella di enfatizzare l'etnia americana e lo stato americano in modo espansivo sulla scena mondiale, e di minimizzare l'impero multietnico, rendendo così l'America di nuovo grande. A questo proposito, la Dottrina Trump aveva quattro pilastri: (1) populismo nazionale, (2) rifiuto dell'internazionalismo liberale, (3) nazionalismo uniforme per tutti i Paesi e (4) ritorno della nazione alla “normalità” omogenea dell'“etnia e della polis” classica – in contrapposizione al carattere eterogeneo dell'impero multietnico contemporaneo (e del mondo nel suo complesso). Il quarto pilastro costituiva quindi una definizione etnico-razziale dell'identità nazionale, alla base di un nazionalismo razziale. Come nel caso di Trasimaco nella Repubblica di Platone, la base morale della Dottrina Trump era abbondantemente chiara: la giustizia è «l’utile del più forte».[13]

L’imperialismo economico e la dottrina Trump

Il 2 aprile 2025, utilizzando i poteri per l’emergenza nazionale, Trump ha imposto tariffe del 10% su ogni paese del mondo, con dazi più alti su circa 60 altri paesi o blocchi commerciali, in quella che egli ha definito una “dichiarazione di indipendenza economica”. Questa mossa includeva nuovi dazi del 34% sulla Cina – che sommati al precedente 20% hanno portato il totale al 54% – del 46% sul Vietnam e del 20% sull’Unione Europea. Dopo che la Cina ha annunciato contromisure tariffarie, Trump ha alzato l’incremento tariffario cumulativo sulla Cina al 104%, e poi, in un’ulteriore escalation, al 145%. In una dichiarazione dai toni bellicosi, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha affermato che qualsiasi paese che sceglierà di “reagire” contro le nuove tariffe statunitensi sarà considerato responsabile dell’“escalation”, portando così gli Stati Uniti a incrementare ulteriormente l'escalation ladder [scala dell’escalation]. Le azioni dell’amministrazione Trump stanno dando luogo ad una guerra commerciale e valutaria globale: ad una recessione mondiale. La nuova strategia tariffaria MAGA ha generato panico a Wall Street, che fino a quel momento era stata fortemente favorevole alla presidenza Trump, dividendo, sembrerebbe, la classe dirigente finanziaria mentre, nel frattempo, i titoli di borsa crollavano. Ciò ha costretto Trump a sospendere alcune tariffe, aumentando però simultaneamente quelle sulla Cina. Le tariffe di Trump sono state calcolate sulla base di quanto ritenuto necessario per ottenere un equilibrio bilaterale del commercio con ciascun paese, una proposizione priva di una razionalità economica diretta ma che fornisce un’arma contundente con cui il regime intende raggiungere i suoi obiettivi più ampi[14]

Economicamente, la Dottrina Trump è legata a quello che è noto come “nazionalismo conservatore”, rappresentato da vari think tank vicini nelle posizioni al MAGA e focalizzati sulla strategia geoeconomica e geopolitica, come American Compass e il Manhattan Institute for Policy Research, insieme al fondo di investimenti Hudson Bay Capital Management, vicino a Trump. Il fondatore e capo economista di American Compass, Oren Cass, è da tempo consulente economico e collaboratore dell'attuale Segretario di Stato di Trump, Marco Rubio. American Compass è massicciamente finanziato dalla Thomas D. Klingenstein Fund, una fondazione da miliardi di dollari gestita da Thomas D. Klingenstein. Banchiere d’investimento di Wall Street, Klingenstein è partner del fondo speculativo miliardario Cohen Klingenstein. È anche presidente del consiglio di amministrazione (e principale finanziatore) del Claremont Institute, il principale think tank MAGA; è un sionista e un critico feroce di ciò che definisce “comunismo woke”. Altri finanziatori di American Compass sono la Walton Family Foundation e la William and Flora Hewlett Foundation.[15]

Vessillo del nazionalismo conservatore in economia, American Compass offre una visione piuttosto realistica della stagnazione di lungo termine e della deindustrializzazione dell’economia statunitense, associandola però a una forte opposizione al libero mercato e a un fervente sostegno alle tariffe.[16]. Legato ideologicamente al movimento MAGA, ha assunto un ruolo guida nello sviluppo di una strategia economica per la Nuova Guerra Fredda contro la “Cina comunista”. Il suo rapporto del 2023, A Hard Break from China, sosteneva che «l’America deve interrompere le sue relazioni economiche con la Cina per proteggere il proprio mercato dalla sovversione del Partito Comunista Cinese». Questo include il taglio netto di investimenti, di catene di approvvigionamento e di accordi economici internazionali con la Cina. Tutti i «flussi di capitale, trasferimenti tecnologici e partnership economiche tra Stati Uniti e Cina» devono terminare. All'interno degli Stati Uniti, American Compass ha dichiarato guerra al “capitalismo woke”, cioè a qualsiasi tentativo di incorporare diversità, equità e inclusione nelle pratiche aziendali, una posizione chiaramente volta a mantenere il predominio razziale bianco.

All’interno dell'amministrazione Trump, la strategia che prevede alte tariffe è supervisionata da Peter Navarro, consigliere senior del presidente su commercio e manifattura. Nella precedente amministrazione Trump, Navarro era direttore dell’Office of Trade and Manufacturing Policy [Ufficio per la Politica Commerciale e Manifatturiera]. Sostenitore accanito della guerra economica (e militare) contro la Cina, egli è l'autore di The Coming China Wars, pubblicato nel 2008, e considera le tariffe come lo strumento principale in tal senso. Le tariffe sono presentate da Navarro come ciò che può fornire migliaia di miliardi di dollari in entrate al governo, permettendo a Trump di ridurre le tasse sui ricchi. Navarro è stato imprigionato per oltraggio al Congresso, per il suo ruolo nell’attacco MAGA al Campidoglio il 6 gennaio 2021.[18]

Tuttavia, la figura principale nella strategia economica internazionale della seconda amministrazione Trump è Stephen Miran, presidente del Council of Economic Advisors. Miran è stato un ex consigliere senior al Dipartimento del Tesoro nella prima amministrazione Trump e successivamente stratega senior per l’azienda di investimenti Hudson Bay Capital Management, un grande investitore istituzionale all’interno del Trump Media & Technology Group, che gestisce la piattaforma social Truth Social. Miran è anche economics fellow presso il Manhattan Institute. È l'autore di A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, pubblicato da Hudson Bay Capital Management contemporaneamente alla vittoria elettorale di Trump nel 2024, in cui ha presentato il piano per utilizzare le tariffe elevate e la leva finanziaria offerta come ombrello di sicurezza statunitense, per costringere gli altri stati ad accettare una forte svalutazione della valuta statunitense, sotto l’etichetta dell’Accordo di Mar-a-Lago. L’obiettivo è quello di migliorare la posizione commerciale globale degli Stati Uniti a scapito dei suoi principali partner commerciali. Tutto ciò delinea una politica globale del tipo “mors tua, vita mea” imposta dagli Stati Uniti sia ai propri alleati sia ai nemici designati.[19]

Il modello di questa strategia geoeconomica è l’Accordo del Plaza del 1985, stipulato tra Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito e altri paesi, che permise una svalutazione multilaterale intenzionale del dollaro. Il principale risultato storico di quell'accordo fu l'esplosione della bolla finanziaria giapponese e l’inizio di una profonda stagnazione economica, apparentemente stabile, all’interno dell'economia giapponese, che all’epoca era una delle più dinamiche al mondo. Subito dopo l’Accordo del Plaza, Trump comprò il Plaza Hotel, probabilmente affascinato dall’accordo siglato proprio in quel luogo (Lo portò poi alla bancarotta...). Ma nel 2025 gli Stati Uniti sono molto più deboli, a livello globale, rispetto al 1985, e i paesi che detengono la maggior parte delle riserve in valuta estera in dollari, su cui dipenderebbe in larga parte l’ipotizzato Accordo di Mar-a-Lago, non rientrano sotto l’ombrello di sicurezza militare statunitense e quindi non sono facilmente assoggettabili a pressioni fiscale.[20]

Giappone, Regno Unito, Canada e Messico, osservava Miran, potrebbero senza dubbio essere facilmente costretti a conformarsi agli interessi statunitensi, non avendo alternative. Al contrario, né l’Unione Europea né la Cina (che detiene circa 3 trilioni di dollari in riserve) accetterebbero volentieri un tale accordo, ben consapevoli di ciò che è accaduto al Giappone dopo l'Accordo del Plaza. Per quanto riguarda l’Unione Europea, il piano di Trump vuole costringere i suoi membri a farsi carico di una quota maggiore dei costi dell’ombrello di sicurezza statunitense e utilizzare questa manovra come strumento di negoziazione, insieme all’imposizione di tariffe elevate, per costringere i paesi dell'Unione Europea ad accettare una svalutazione monetaria. L’imposizione delle tariffe statunitensi, secondo i consiglieri economici nazionalisti conservatori di Trump, porterebbe inizialmente all’apprezzamento del dollaro, come nella prima amministrazione Trump, compensando così alcuni effetti macroeconomici sfavorevoli delle tariffe (anche se, questa volta, il risultato iniziale è stato l’opposto: il dollaro si è deprezzato).[21] In ogni caso, in generale, queste tariffe sono inflazionistiche, con il probabile risultato di un’intensificazione della stagflazione. Inoltre, la svalutazione controllata del dollaro (non il suo apprezzamento) è l’obiettivo principale della politica tariffaria statunitense in linea con l’auspicato Accordo di Mar-a-Lago, che avrebbe l’effetto di aumentare i prezzi al consumo per le importazioni statunitensi.[22]

Viste nel contesto degli accordi, le tariffe di Trump sono una forma di ricatto, con la clausola che verranno abbassate se i paesi accetteranno di vendere dollari in cambio di “obbligazioni centenarie” statunitensi, ovvero titoli con scadenza a cento anni, con bassi tassi d’interesse. Tale decorso contribuirebbe alla svalutazione del dollaro. Il piano prevede, quindi, un mix di tariffe e svalutazione intenzionale del dollaro, con enfasi su quest’ultima. Ciò rappresenta, agli occhi dell’amministrazione Trump, un modo per promuovere le esportazioni e la reindustrializzazione. Oltre che da Miran, questa politica è fortemente sostenuta da Scott Bessent, il Segretario del Tesoro. L’Accordo di Mar-a-Lago, indica Miran, creerebbe «una distinzione molto più netta tra amici, nemici e partner commerciali neutrali» rispetto agli Stati Uniti. Gli “amici” fornirebbero tributi a Washington in cambio di essere sotto l'ombrello economico e di sicurezza statunitense, mentre i “nemici” sarebbero soggetti a dazi elevati, sanzioni economiche e minacce di aggressione militare.[23]

L’intera politica nazionalista imperialista di Trump, che dà avvio a una guerra globale commerciale e valutaria, rappresenta un’enorme scommessa, poiché probabilmente destabilizzerà le economie degli Stati Uniti e del Mondo, nonché la finanza globale, accelerando i tentativi di trovare alternative al dollaro da parte di numerosi Paesi, in particolare quelli del gruppo BRICS+ (composto da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e altri).

L’amministrazione Trump sembra non comprendere appieno la realtà del Dilemma di Triffin (dal nome dell’economista belga Robert Triffin), secondo cui una valuta di riserva internazionale (come il dollaro) richiede la presenza di un deficit continuo nel conto corrente, se il paese che la emette deve fornire al mondo la liquidità necessaria; ma questa dinamica, nel lungo periodo, tende a creare condizioni che erodono la fiducia nella valuta di riserva [24].

Intrappolata tra le corna di questo dilemma, probabilmente la strategia di Trump fallirà, accelerando il declino del dollaro come egemonica valuta di riserva, indebolendo ulteriormente il dominio economico globale degli Stati Uniti. Come scrive l’economista Michael Hudson:
Trump basa il suo tentativo di distruggere gli esistenti legami e reciprocità del commercio e della finanza internazionale sull’assunto che, in una situazione di caos generalizzato, l’America ne uscirà vincente. Tale fiducia implica la volontà di Trump di smantellare gli attuali legami geopolitici. Egli crede che l’economia statunitense sia come un buco nero cosmico, cioè un centro di gravità in grado di attirare a sé tutto il denaro e l’eccedenza economica del mondo. Questo è l’obiettivo esplicito di America First. Ed è ciò che rende il programma di Trump una dichiarazione di guerra al resto del mondo.[25]
Nel frattempo, il riarmo degli alleati degli Stati Uniti, insieme a un massiccio aumento della spesa per il Pentagono e alle bellicose minacce dirette ai nemici designati, potrebbe portare a un’ulteriore proliferazione dei conflitti, aumentando il rischio di una Terza Guerra Mondiale. Il pugno di ferro di Washington nei confronti dei suoi alleati genererà tensioni all’interno del nucleo imperiale storico del capitalismo globale, alimentando una crescente rivalità interimperialista tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Il capitale finanziario statunitense ha finora sostenuto fortemente Trump, ma possiede interessi economici globali. Pertanto, il capitale finanziario degli Stati Uniti vede con apprensione le mosse tariffarie dell’amministrazione Trump e la prospettiva di un Accordo di Mar-a-Lago, un’apprensione dovuta all’incertezza dei suoi esiti.

La strategia nazionale-imperialista di Trump è pienamente in linea con le visioni reazionarie dei suoi seguaci MAGA, che non sono contrari all’imperialismo e al militarismo, ma si oppongono fermamente a quella che considerano una globalizzazione liberale a spese degli Stati Uniti, unita a guerre indecise contro potenze minori da cui non derivano bottini visibili. Durante la sua prima amministrazione, Trump ha rimproverato i membri del Joint Chiefs of Staff [Capi di Stato Maggiore] per quanto riguarda le guerre in Medio Oriente e in Asia centrale, lamentandosi della mancanza di bottini ottenuti dagli Stati Uniti, chiedendo: «Dov’è il f***uto petrolio?».[26]

Neofascismo e Impero

I profondi cambiamenti nella politica estera e militare degli Stati Uniti, attuati sotto la Dottrina Trump, affondano le radici in nuovi schieramenti di classe collegati al neofascismo del movimento MAGA e alle sue strette – sebbene contraddittorie – connessioni con la classe dominante miliardaria, in particolare nei settori dell’alta tecnologia, del private equity * e del petrolio. Nella teoria marxista, la base di classe del fascismo risiede sempre in un’alleanza tra il capitale monopolistico e una classe/strato piccolo-borghese. Quest’ultima è composta da piccoli imprenditori, piccoli proprietari immobiliari, quadri intermedi d’azienda, insieme a elementi religiosi fondamentalisti e a piccoli proprietari rurali. Comprende anche alcuni dei settori più privilegiati della classe lavoratrice. La piccola borghesia è smisuratamente bianca e razzista.

Trump, nelle elezioni presidenziali del 2024, ha attratto la maggior parte degli elettori con meno di una laurea quadriennale, una categoria che comprende la maggioranza sia della piccola borghesia che della classe lavoratrice. Gli stessi exit poll mostrano che, in base al reddito, ha vinto tra i piccoli borghesi e i lavoratori, ma ha perso tra gli elettori più poveri. Milioni di coloro che avevano votato per i Democratici nel 2020, provenienti soprattutto dalla classe lavoratrice, nel 2024 hanno scelto il Partito dei Non Votanti.[27] La base fedele a Trump rimane la piccola borghesia, allargata ai lavoratori più privilegiati.

Storicamente, la piccola borghesia rappresenta un settore della popolazione non solo incline alla supremazia bianca, ma anche patriarcale e ultraconservatrice nei confronti delle relazioni di genere e sessuali. Costituisce una retroguardia del sistema capitalistico e viene mobilitata nei regimi di tipo fascista sulla base della propria innata ideologia, associata a una prospettiva nazionalista revanscista, il cui obiettivo è rendere di nuovo grande lo Stato-nazione. Ernst Bloch, scrivendo a proposito della Germania nazista degli anni ’30, vedeva in queste popolazioni una «non-contemporaneità» regressiva, finalizzata al recupero di un idealizzato passato ariano.[28]

Come ha scritto Phil A. Neel, nel suo Hinterland: America’s New Landscape of Class and Conflict, a proposito della base di classe del populismo nazionale MAGA negli Stati Uniti
Il Partito Repubblicano opera su una base grosso modo simmetrica, costruita tra le sotto-élite rurali bianche e tutta una serie di interessi capitalistici urbani o periurbani di piccola scala [...]. In termini materiali, l’estrema destra tende a concentrarsi tra gli interessi dei piccoli proprietari o dei lavoratori autonomi ma comunque moderatamente benestanti dell’entroterra [...]. Il nucleo materiale dell’estrema destra è [...] la periferia bianca in via d’espansione [...] che funge da interfaccia tra il metropolitano e il non metropolitano, permettendo ai proprietari terrieri più ricchi, agli imprenditori, ai poliziotti, ai soldati o agli appaltatori autonomi, di reclutare dalle zone adiacenti di povertà bianca più abietta [...]. La violenza gioca qui un ruolo centrale [...]. Il mondo può essere restaurato [...]. attraverso atti salvifici di violenza, capaci di provocare il collasso e accelerare l’avvento della Vera Comunità.[29]
Il movimento di massa MAGA, radicato nella piccola borghesia/piccoli proprietari, è motivato ideologicamente principalmente da ciò che definisce la “Guerra Fredda Civile” contro le élite liberali della classe medio-alta che gli stanno sopra, e contro la classe lavoratrice che gli sta sotto. Questo ha le sue radici nelle convinzioni ultranazionaliste; nella connessione con la “religione dei proprietari di schiavi” dell’evangelismo bianco; nel culto dell’espansione imperiale del passato statunitense; nella frequente glorificazione della violenza estrema; nelle tendenze razziste e scioviniste; e in una forte ideologia patriarcale, tutti elementi pienamente in linea con l’ideologia America First della Dottrina Trump.[30] Ciò include, a livello internazionale, il sostegno alla demolizione degli aiuti esteri degli Stati Uniti (attraverso lo smantellamento dell’Agenzia USAID) e l’opposizione alla guerra per procura in Ucraina. La guerra in Ucraina è vista come un beneficio principalmente per le élite europee, e il conflitto con la Russia, da questa prospettiva, non apporta vantaggi agli Stati Uniti, distogliendo invece Washington dai suoi principali nemici asiatici: la Cina e il mondo islamico.[31]

Il nazionalismo cristiano dell’universo evangelico MAGA ha dato un forte sostegno al patto Trump/Benjamin Netanyahu per l’annientamento/rimozione totale dei palestinesi da Gaza, nel quale gli Stati Uniti dovrebbero ottenere vari diritti economici, e perfino di proprietà – compresa la fantasia trumpiana di un resort in stile riviera di proprietà americana – insieme a contratti petroliferi preferenziali nella Striscia di Gaza.[32]

Come osservava György Lukács, in relazione a una precedente figura storica:
Hitler respinge i vecchi piani di colonizzazione ed espansione degli Hohenzollern. Con particolare asprezza critica l’intento di assimilare con la violenza popoli soggetti mediante un processo di germanizzazione. Egli è per il loro sterminio. Non ci si rende conto, egli dice, che «la germanizzazione può essere intrapresa solo per il territorio e mai per l'uomo». Questo significa che il Reich tedesco deve espandersi e conquistare fertili regioni, la cui popolazione deve essere scacciata o distrutta.[33]
In modo alquanto simile, l'importante think tank MAGA Center for Renewing America (CRA), fondato dal direttore dell'Office of Management and Budget [Ufficio per la gestione e il bilancio] di Trump, Russell Vought, insiste sul fatto che i palestinesi non possono essere integrati né in Israele né negli Stati Uniti, e devono essere sterminati/rimossi, mentre la loro terra deve essere interamente sequestrata per essere occupata da popolazioni più “civilizzate”. Secondo le parole dello stesso CRA, «le pratiche culturali dei palestinesi», prive di valori universali, «sono in gran parte concentrate su lamentele contro Israele, gli ebrei e gli Stati Uniti, con una società fondamentalmente orientata alla violenza e all’estremismo» e al «culto moderno della morte». Sono dunque “incompatibili” con “i nostri valori, radicati nella storia occidentale e nel pensiero biblico”[34]

Pete Hegseth, il Segretario alla Difesa di Trump, glorifica frequentemente le Crociate cristiane contro l’Islam del XII secolo, suggerendo che Trump dovrebbe essere un presidente crociato. Hegseth ha tatuaggi sul petto con la Croce di Gerusalemme, nota anche come Croce dei Crociati, e un tatuaggio sul bicipite con un grido di battaglia crociato. Il suo libro American Crusade contiene un capitolo intitolato “Make the Crusader Great Again”, che si riferisce a una guerra contro l’Islam, una crociata da estendere più universalmente a una guerra contro il “leftism” [sinistrismo] e a tutte le visioni che trattano i cristiani come “infedeli”.[35]

Nel novembre 2023, il governo yemenita guidato dal movimento Ansar Allah [Houti] ha iniziato ad attaccare le navi collegate a Israele nel Mar Rosso in risposta al genocidio di Israele in Palestina. A seguito delle "rappresaglie" statunitensi e britanniche, gli attacchi yemeniti si sono estesi alle navi collegate agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Il 15 marzo 2025 l'amministrazione Trump ha iniziato massicci attacchi aerei in Yemen, promettendo una «guerra implacabile», allentando, contemporaneamente, alcuni dei vincoli su tali attacchi introdotti dall'amministrazione Biden, rendendola così una guerra molto più letale contro i civili. Trump ha promesso che il movimento Ansar Allah, da lui definiti «i barbari Houthi», sarebbe stato «completamente annientato».[36]

Il culto ufficiale di Trump per il pro-schiavitù e pro-impero James K. Polk, il cui "risultato" più notevole è stata la guerra messicano-americana, è in linea con l'ideologia revanscista MAGA. È in questa stessa vena imperiale che la sua amministrazione ha dichiarato che gli Stati Uniti devono riconquistare il Canale di Panama e acquisire la Groenlandia, «in un modo o nell'altro».[37] Le pubblicazioni di MAGA insistono sul fatto che la cessione del Canale di Panama da parte degli Stati Uniti a Panama non era legale da parte panamense, rendendo legittimo il sequestro da parte degli Stati Uniti. Di fronte a queste minacce, Panama ha fatto concessioni, abbandonando la Belt and Road Initiative e mettendo in discussione la gestione del Canale da parte delle società cinesi. Tuttavia, l'amministrazione Trump ha insistito sul fatto che questo non era sufficiente e che gli Stati Uniti avevano bisogno della proprietà diretta e del controllo della zona del Canale di Panama, con Trump che ordinava all'esercito americano di pianificare un'invasione per impadronirsene. Nell'aprile 2025, gli Stati Uniti hanno negoziato un accordo con Panama che le consentirebbe di rioccupare tutte le sue ex basi militari nella zona del Canale e sta spostando un gran numero di truppe in queste basi, rifiutando, allo stesso tempo, di riconoscere la proprietà di Panama del Canale. Questo è stato definito dai critici panamensi una «invasione camuffata» in cui la zona del Canale di Panama è stata occupata dall'esercito statunitense «senza sparare un colpo».[38]

Nel frattempo, l'amministrazione Trump sta impiegando ogni sorta di pressione per acquisire la Groenlandia, compresa una prospettiva di acquisto da offrire alla popolazione. Nell'ideologia MAGA si sostiene che, poiché la Groenlandia si trova nell'emisfero occidentale, rientra nella sfera di influenza degli Stati Uniti, come definito dalla Dottrina Monroe. Pertanto, non dovrebbe essere un territorio autonomo della Danimarca. Si dice che le vaste risorse e la posizione strategica della Groenlandia la rendano matura per l'acquisizione da parte degli Stati Uniti, generando un "Nuovo secolo artico americano".[39]

Nel continuo tentativo di rovesciare la Repubblica Bolivariana del Venezuela, l'amministrazione Trump ha minacciato di imporre tariffe del 25% a qualsiasi paese del mondo che acquisti petrolio dal Venezuela.[40] Sotto Rubio, il Dipartimento di Stato sta istituendo sanzioni contro i paesi che hanno stipulato un contratto con servizi medici cubani, negando i visti agli attuali ed ex funzionari governativi che lavorano con, o sostengono, medici cubani. Cuba ha più di ventiquattromila medici che lavorano in cinquantasei paesi del mondo, per lo più nel Sud globale, fornendo assistenza medica essenziale. Washington afferma assurdamente che questi medici sono «lavoro forzato» e rappresentano «traffico di esseri umani».[41]

Il suprematismo bianco incorporato nella politica estera MAGA di Trump è particolarmente evidente nei suoi attacchi al governo sudafricano. In risposta a una legge sudafricana di riforma agraria che tardivamente cerca di affrontare i risultati del colonialismo e dell'apartheid in un paese in cui una minoranza bianca, che costituisce circa il 7% della popolazione, possiede ancora circa il 72% della terra, Trump, Rubio ed Elon Musk hanno accusato il Sudafrica di razzismo contro i bianchi. A ciò si sono aggiunte le critiche al Sudafrica per il suo ruolo nel sostenere, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che Israele stava compiendo un genocidio a Gaza. In una sentenza preliminare, la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata a favore del Sudafrica e contro Israele.[42]

Trump ha falsamente affermato che Pretoria stava confiscando terre ai bianchi, senza alcun indennizzo o ricorso legale, sostenendo che i cosiddetti rifugiati bianchi provenienti dal Sudafrica erano «vittime di un'ingiusta discriminazione razziale» e sarebbero stati i benvenuti negli Stati Uniti. Rubio ha seguito l'esempio accusando il Sudafrica di «espropriare ingiustamente la proprietà privata». Musk, che è nato e cresciuto nel Sudafrica dell'apartheid, ha promosso il mito di un "genocidio" contro gli agricoltori bianchi, riferendosi falsamente alle «leggi razziste sulla proprietà» anti-bianche e all'«uccisione su larga scala di agricoltori [bianchi]». Sulla base di queste false accuse, Trump ha emesso un ordine esecutivo che interrompe tutta l'assistenza finanziaria al Sudafrica, la maggior parte della quale andava alla lotta contro l'HIV/AIDS. L'ambasciatore sudafricano negli Stati Uniti, Ebrahim Rasool, è stato espulso dagli Stati Uniti da Rubio, dopo che Breitbart, il sito di intrattenimento online del MAGA, ha riportato un discorso che Rasool ha tenuto in un webinar organizzato da un think tank sudafricano. Nel suo discorso, Rasool, secondo le parole dell'Associated Press, aveva parlato «in linguaggio accademico, della repressione dell'amministrazione Trump sui programmi per la diversità, l'equità e l'immigrazione, e aveva menzionato la possibilità di una nazione statunitense in cui i bianchi presto non sarebbero più la maggioranza».[43]

Il candidato di Trump come ambasciatore in Sudafrica, L. Brent Bozell III, è il nipote del conservatore William F. Buckley Jr, il fondatore della National Review. Bozell III è un suprematista bianco, noto per la sua difesa del sistema di apartheid sudafricano. Mentre era presidente del National Conservative Political Action Committee, ha dichiarato di essere «orgoglioso di diventare un membro della Coalizione contro il terrorismo dell'ANC [African National Congress]». Bozell III ha fatto l'affermazione a sfondo razzista che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama «sembrava un tossico magro del ghetto». Il figlio di Bozell III, L. Brent Bozell IV, è stato uno dei sostenitori del MAGA arrestati per aver preso d'assalto il Campidoglio il 6 gennaio 2021.[44]

L'ideologia MAGA è evidente anche nei ritiri dell'amministrazione Trump dall'Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, sostenendo che questi passi erano necessari per rivendicare la "sovranità" americana.[45] L'ideologia imperialista dell'America First trumpiana si estende oltreconfine con la richiesta che le imprese europee si conformino ai suoi ordini esecutivi per eliminare tutte le disposizioni in materia di diversità, equità e inclusione (DEI) se vogliono avere rapporti con gli Stati Uniti.[46]

Il carattere estremo di queste posizioni ha allontanato l'amministrazione Trump dal Council on Foreign Relations (CFR), noto come "il trust dei cervelli imperiali" e come "il think tank di Wall Street". Il CFR bipartisan è stato una forza dominante nella strategia geopolitica degli Stati Uniti sin dalla Seconda Guerra Mondiale.[47] Riflettendo i sentimenti generali del MAGA, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha accusato il CFR di globalismo liberale nella sua lettera di dimissioni dall'organizzazione.[48] James M. Lindsay, che scrive per il CFR da una prospettiva globalista, ha criticato la dottrina Trump come un ritorno «dirompente» alla «politica di potere e alle sfere di interesse del diciannovesimo secolo». Lindsay accusa Trump di adottare «una visione del mondo tucididea, in cui 'i forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono'». I globalisti liberali come Lindsay non si oppongono agli obiettivi generali della politica di potere globale di Trump. Piuttosto, si lamentano che è troppo maldestro e inefficace se paragonato ai metodi più abili dei tradizionali grandi strateghi dell'impero americano.[49]

La dottrina Trump e la guerra alla Cina

Nel 2010-2011, l'amministrazione Obama ha avviato il suo [programma] "Pivot to Asia", volto all'accerchiamento militare e geoeconomico della Cina. Eppure, all'epoca, gli Stati Uniti speravano ancora che in Cina emergesse un "Gorbaciov" che avrebbe rappresentato un passaggio decisivo al capitalismo, scalzando il Partito Comunista Cinese (PCC) e permettendo agli Stati Uniti di riguadagnare la loro supremazia in Asia. Nel 2015, era evidente che queste speranze da parte dei grandi strateghi imperiali degli Stati Uniti fossero state deluse, e che l'ascesa di Xi Jinping a segretario del PCC e presidente della Repubblica Popolare Cinese (RPC) rappresentava il rinvigorimento del "socialismo con caratteristiche cinesi". Sono stati gli strateghi repubblicani vicini a Trump, nella sua prima amministrazione, che hanno avviato la Nuova Guerra Fredda contro la Cina, insieme a un tentativo di distensione con la Russia, il tutto volto a limitare e sconfiggere Pechino.[50]

Durante l'amministrazione Biden c'è stato un ritorno alla strategia imperiale a lungo termine di allargamento verso est della NATO, all'Ucraina, le cui basi erano già state gettate con il colpo di stato di Maidan, organizzato dagli Stati Uniti, che ha portato al rovesciamento del presidente democraticamente eletto Victor Yanukovych nel 2014, seguito dalla guerra civile in Ucraina. Nel 2022, dopo otto anni di spargimenti di sangue e l'inosservanza da parte di Kiev degli accordi di pace di Minsk che istituivano il Donbass come regione autonoma, la guerra civile in Ucraina si è trasformata in una guerra per procura su vasta scala tra la NATO e la Russia, poiché Mosca è intervenuta a fianco del Donbass russofono, prevenendo un attacco in preparazione da parte del regime di Kiev.[51] Nonostante fosse impegnata in Ucraina in una grande guerra per procura contro la Russia – durante la quale gli Stati Uniti e la NATO hanno fornito massicci aiuti militari e supporto logistico – l'amministrazione Biden ha continuato a portare avanti la Nuova Guerra Fredda contro la Cina lanciata da Trump, minacciando così contemporaneamente la Russia e la Cina .[52]

Con la rielezione di Trump nel 2024, la politica statunitense è tornata a concentrarsi sul tentativo di porre fine alla guerra per procura degli Stati Uniti con la Russia in Ucraina, in modo da concentrare la grande strategia imperiale USA sull'unico obiettivo: limitare l'ascesa della Cina. In quella che è diventata nota come una "strategia Kissinger al contrario", l'amministrazione Trump ha cercato ancora una volta di stabilire una distensione con la Russia, nel tentativo di dividere le due superpotenze eurasiatiche.[53] Il regime MAGA sta conducendo la Nuova Guerra Fredda contro la Cina su basi sempre più bellicose, accelerando la sua spesa militare, spostando le risorse nazionali da altre priorità interne ed estere e armando tutti i suoi mezzi economici e tecnologici, il tutto accompagnato da un nuovo maccartismo. Tutto questo si sta svolgendo come parte di una più ampia crociata a sfondo razziale contro tutti gli immigrati, gli "stranieri" e i sostenitori della Palestina, della Cina e dei non occidentali in generale, accompagnata da deportazioni su base politica, in alcuni casi in campi di concentramento all'estero.[54]

Rubio, un ideologo violentemente anticomunista, ha dichiarato nelle audizioni al Senato per la sua nomina che la Cina «ha imbrogliato per ottenere lo status di superpotenza» a spese degli Stati Uniti. Hegseth ha dichiarato che «la Cina comunista... vive di tirannia, furto e inganno» ed è il principale nemico degli Stati Uniti. Come Segretario alla Difesa, ha dichiarato che Washington è «pronta» per una guerra con Pechino, che apparentemente vuole ancora evitare. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Mike Waltz, estromesso dalla sua posizione nel mese di maggio per lo scandalo Signal, ha fatto riferimento direttamente a una «guerra fredda» con la Cina e ha definito «il Partito comunista cinese» come il principale nemico di Washington.[55]

Al fine di comprendere gli aspetti strategici della Guerra Fredda degli Stati Uniti contro la Cina e i pericoli che pone di una Guerra Calda, è importante comprendere la natura della strategia di counterforce** [strategia di attacco preventivo–rappresaglia limitata] e la nozione di guerra nucleare limitata tra superpotenze. La concezione originale di Guerra Fredda, nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, era che le superpotenze nucleari non potevano impegnarsi in una Guerra Calda tra loro senza la 'mutual assured destruction' (MAD) [distruzione reciproca assicurata]. Pertanto, si dovevano impegnare in conflitti in tutto il mondo in modalità tali da non arrivare allo scontro diretto tra superpotenze. La politica nucleare degli Stati Uniti si è quindi basata per decenni sulla MAD, il che significava che le armi nucleari erano inutilizzabili e la guerra nucleare impensabile. Tutto ciò era associato a un approccio minimalista agli armamenti nucleari. Negli anni '80, tuttavia, la posizione nucleare degli Stati Uniti si era spostata verso una dottrina massimalista di counterforce, volta a rendere le armi nucleari utilizzabili (di nuovo) e la guerra nucleare pensabile. La dottrina di counterforce ha come obiettivo primario lo sviluppo della capacità di first strike [primo attacco] o del primato nucleare (che consentirebbe a Washington di eliminare con un primo attacco la capacità di ritorsione dell'avversario). Il suo obiettivo secondario – soprattutto se la supremazia nucleare si rivelasse irraggiungibile – è una guerra nucleare limitata in cui gli Stati Uniti dominerebbero tutti i livelli di escalation. In una guerra nucleare limitata, si teorizza, gli Stati Uniti saranno in grado di sconfiggere la superpotenza avversaria, costringendola a fare marcia indietro, a meno che non si verifichi un'apocalisse nucleare globale.[56]

Nella comunità di pianificazione strategica degli Stati Uniti, il principale teorico di una guerra nucleare limitata con la Cina, da combattere molto probabilmente per Taiwan, è Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa di Trump. Di sangue blu, educato ad Harvard, Colby è il nipote dell'ex direttore della CIA William Colby. Elbridge Colby è stato vice assistente segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze nella prima amministrazione Trump. È stato l'autore principale dell'U.S. National Defense Strategy del 2018. Dopo la prima amministrazione Trump, ha co-fondato il think tank strategico Marathon Initiative, e ha sviluppato forti legami con la Heritage Foundation.

La nomina di Colby è stata fortemente osteggiata dai neoconservatori repubblicani (così come dai democratici) a causa di quello che è stato considerato un atteggiamento tutt'altro che aggressivo sull'Iran e quindi sul Medio Oriente. Ciò era collegato alla sua posizione secondo cui la Cina è la vera minaccia, e che la macchina da guerra degli Stati Uniti dovrebbe concentrarsi sull'Indo-Pacifico anche a scapito di altri teatri. A questo proposito, Colby ha avuto il pieno sostegno del MAGA, incluso il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance; il plurimiliardario e zar del Department of Government Efficiency (DOGE) Elon Musk; Charlie Kirk, capo di Turning Point USA; la rivista Compact; il presidente della Heritage Foundation Kevin Roberts, con il quale Colby è coautore di un articolo in cui sostiene che Washington dovrebbe spostare la sua attenzione dall'Ucraina alla Cina.[57] Generalmente visto come un repubblicano "realista" alla Henry Kissinger, Colby pone l'accento soprattutto sulla necessità di prepararsi in modo aggressivo per una guerra limitata (nucleare) con la Cina per Taiwan. Sotto la sua direzione, nel 2018, la National Defense Strategy ha individuato la Cina come il principale nemico e, per la prima volta in assoluto, ha esplicitamente integrato la guerra nucleare limitata nella strategia generale di difesa nazionale degli Stati Uniti.[58]

Colby è visto nei circoli geopolitici e militari come il principale sostenitore della "strategia di negazione" mirata alla Cina. Si tratta di una strategia di "guerra limitata", che potenzialmente impiega tutta la forza militare non strategica più le armi di counterforce, in conformità con la "Dottrina Schlesinger" (dal nome del Segretario alla Difesa di Richard Nixon, James Schlesinger). Strutturando la sua argomentazione in termini di un imminente attacco della RPC [Repubblica Popolare Cinese] a Taiwan (riconosciuta a livello internazionale, anche da Washington, come parte autonoma e autogovernata della Cina), Colby inizia dichiarando che gli Stati Uniti non possono più contare su un dominio militare assoluto a livello globale o nella regione indo-pacifica. Una "guerra preventiva" degli Stati Uniti contro la Cina per Taiwan, come nel caso di numerose guerre imperiali degli Stati Uniti in passato, deve essere evitata, dal momento che la Cina, come gli Stati Uniti, ha un arsenale nucleare che sopravviverebbe a un primo attacco. Ciononostante, sostiene Colby, gli Stati Uniti conservano capacità di counterforce superiori, che gli conferiscono un vantaggio nelle varie fasi dell'escalation. Le nazioni, afferma, non «hanno opzioni altrettanto buone per un'escalation incrementale al di sotto del livello apocalittico». Una strategia di negazione significa quindi togliere l'obiettivo militare alla controparte, facendo in modo che l'escalation per uscire dal conflitto o per seguire gli Stati Uniti lungo la scala dell'escalation, sia [per essa] troppo costosa.[59]

Secondo Colby, in base alla strategia di negazione in un conflitto con la RPC su Taiwan, Washington cercherebbe di evitare l’uso di armi nucleari per distruggere “city-busting” [aree estese, grandi come città], attaccare centri di comando nucleari o tentare direttamente di "decapitare" la leadership politica della RPC. Non potrebbe esserci un attacco "one fell-swoop" [con un colpo solo/preventivo] che costringa la RPC a impiegare tutto il suo deterrente. Tuttavia, secondo Colby, Washington potrebbe vincere la guerra rendendo proibitivo per la Cina passare al livello successivo. Questo comprenderebbe, nella scala di escalation statunitense: attacchi alle «infrastrutture di trasporto interno cinese… ai siti di produzione e distribuzione di energia, ai nodi delle telecomunicazioni, agli aeroporti e porti marittimi» e, a un ulteriore livello di escalation, alla sua «base industriale, alla produzione di tecnologia commerciale e al settore finanziario», fino ad arrivare ad attacchi di “counterforce” alle «forze di proiezione di potenza nucleare» cinesi e «in ultima analisi all’obiettivo del regime», ovvero al PCC. Colby sostiene che se la RPC dovesse riuscire ad assicurarsi Taiwan, cosa ritenuta probabile in un conflitto di questo tipo, gli Stati Uniti dovrebbero essere pronti a combattere una guerra limitata per "riconquistarla", come parte della complessiva strategia di negazione. Questa strategia prevede, in preparazione di una guerra limitata, il rafforzamento delle capacità militari di Taipei e della prima e seconda catena di basi statunitensi nell'Indo-Pacifico, nonché l'espansione delle alleanze militari statunitensi in tutta la regione. Ciò potrebbe, sostiene Colby, degenerare in una guerra nucleare limitata, evitando, teoricamente, un'escalation verso una guerra nucleare totale. Di recente, sotto l'amministrazione Biden, gli Stati Uniti hanno installato nelle Filippine – da dove possono colpire la terraferma cinese – missili a medio raggio, in grado di trasportare armi nucleari.[60]

Un aspetto cruciale di questa cosiddetta teoria "difensiva" è che gli Stati Uniti, grazie al loro dispiegamento avanzato, sarebbero in grado di attaccare la terraferma cinese con forze regionali e missili a medio raggio, mentre la RPC avrebbe poche opzioni di risposta – a meno di usare missili balistici intercontinentali (ICBM) in grado di raggiungere la terraferma statunitense – e quindi si troverebbe ridotta a obiettivi come la principale base militare statunitense di Guam. Se la Cina dovesse effettivamente rispondere con attacchi missilistici intercontinentali (ICBM) agli attacchi degli Stati Uniti, ciò rischierebbe di innescare uno scambio termonucleare globale su vasta scala. Secondo Colby, Washington dovrebbe quindi sforzarsi, anche in una guerra nucleare limitata, di infliggere alla Cina continentale danni sufficienti a costringerla ad accettare una vittoria degli Stati Uniti, senza però arrivare ad indurre la Cina ad attaccare la terraferma americana, poiché ciò avrebbe un'alta probabilità di provocare un olocausto globale.

La strategia straordinariamente pericolosa e fantasiosa di Colby si focalizza quindi irrazionalmente su una guerra limitata con la Cina, che, secondo la sua concezione potrebbe degenerare in una guerra nucleare limitata. Questa strategia asserisce intenzionalmente che l'escalation da parte della Cina potrebbe essere controllata e limitata dal dominio statunitense su ogni gradino della scala [dell’escalation], portando alla "fine della guerra" e alla vittoria finale degli Stati Uniti.

La Strategia di Difesa Nazionale del 2018 , che si basava in gran parte sulla formulazione di Colby, viene talvolta definita "pace attraverso la forza". La strategia si basa sulla preparazione a combattere una guerra nucleare limitata con la Cina, partendo dal presupposto che la vittoria possa essere raggiunta grazie a «prestazioni superiori all’interno di un determinato insieme di regole», senza rischiare un'apocalisse nucleare.[61] Tuttavia, la ragione suggerisce che la strategia di negazione di Colby – attacchi alla terraferma cinese che si intensificherebbero eventualmente con attacchi di counterforce su obiettivi strategici/nucleari – porti, come risultato finale ad un aumento della probabilità di MAD (Mutual Assured Destruction) [Distruzione reciproca assicurata]. Uno scambio termonucleare generalizzato porterebbe allo sterminio di quasi tutta l'umanità a causa di megaincendi in centinaia di città che porterebbero fumo e fuliggine nella stratosfera e all'inizio di un inverno nucleare.[62]

Nell’audizione di conferma al Senato, Rubio ha affermato, senza mezzi termini, che la Cina avrebbe invaso Taiwan entro il decennio, a meno che le ripercussioni di un tale impegno militare non siano troppo pesanti, usando il termine "strategia del porcospino" per indicare la strategia di negazione. Ha sostenuto che Taiwan dovrebbe essere armata fino ai denti e che le forze armate statunitensi dovrebbero essere pronte a negare la presa coercitiva del controllo dell'isola da parte della Cina, rendendola proibitiva in termini di costi. Durante l’audizione per la sua nomina, Colby ha dichiarato che Taiwan deve aumentare la sua spesa militare da meno del 3% al 10% del suo PIL. I funzionari statunitensi hanno continuamente fatto riferimento ad una prevista invasione di Taiwan da parte della Repubblica Popolare Cinese entro il 2027, nota come "Davidson Window" [finestra Davidson] – dopo una dichiarazione in tal senso nel 2021 del capo uscente del Comando Indo-Pacifico degli Stati Uniti, l'ammiraglio Phil Davidson (che ha ricevuto la sua nomina sotto Trump). Tuttavia, non vi è alcun fondamento concreto a sostegno di tale affermazione, né per quanto riguarda la data del 2027, né per quanto riguarda la decisione della Cina di intervenire militarmente. La politica ufficiale di Pechino rimane quella di un’unificazione pacifica attraverso lo stretto. Secondo Defense News, il fatto che «Washington DC è diventata ossessionata» dall'idea di un'invasione di Taiwan da parte della RPC entro il 2027 ha influenzato la politica militare e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti nei confronti della Cina, creando ulteriori tensioni nella regione indo-pacifica.[63]

Inutile dire che, sebbene le operazioni militari statunitensi siano solitamente formulate in termini di "difesa", ciò è sempre accompagnato dalla dichiarazione che gli Stati Uniti, nell'ambito della loro posizione nucleare ufficiale, sono pronti a condurre un primo attacco nucleare, opzione che rimane sempre "sul tavolo". Come ha affermato Musk, il più grande appaltatore militare del Pentagono, in un'intervista del 2024, un olocausto nucleare «non è così spaventoso come la gente pensa». Ha aggiunto che «Hiroshima e Nagasaki sono state bombardate, ma ora sono di nuovo città piene di gente». Trump ha concordato, rispondendo: «Fantastico, fantastico».[64]

L'iniziativa militare più stravagante e insensata di Trump è il suo “Golden Dome” [Cupola d'Oro], destinato a proteggere gli Stati Uniti dai missili balistici in arrivo. Nelle fasi iniziali, ciò comporterebbe miglioramenti degli intercettori di missili terra-terra. L'attenzione principale, tuttavia, è posta sullo sviluppo, nello spazio, di migliaia di satelliti dotati di missili ipersonici. La SpaceX di Musk – che domina il campo dei piccoli satelliti e dei lanci spaziali, ed è il principale appaltatore della difesa statunitense in armi spaziali – sembra essere attualmente in vantaggio nell'ottenere i contratti per costruire il Golden Dome. Inoltre, Castelion, la società di SpaceX, guidata da ex dipendenti senior di SpaceX, si sta concentrando sullo sviluppo di missili ipersonici. Un altro importante concorrente per i contratti del Golden Dome è il grande appaltatore della difesa Booz Allen Hamilton, che sta lanciando la sua idea di "Brilliant Swarms", che prevede un'intera costellazione di satelliti, gestiti dall'intelligenza artificiale, tutti sulla stessa orbita, ma posti in venti piani orbitali, a 300-600 chilometri di altitudine, con ogni satellite in grado di distruggere il bersaglio.[65]

Sebbene il Golden Dome immaginato da Trump sia pubblicizzato come uno scudo difensivo per gli Stati Uniti, il suo scopo principale è offensivo, poiché gli Stati Uniti, efficacemente protetti dai missili in arrivo, avrebbero la supremazia nucleare o la capacità di first strike [primo colpo] in grado di intercettare missili vaganti sopravvissuti a un attacco iniziale contro un'altra superpotenza nucleare. Un tale sistema sarebbe assolutamente inutile contro un attacco nucleare su vasta scala da parte di un'altra superpotenza, poiché condividerebbe le debolezze di tutti gli altri sistemi missilistici antibalistici, in quanto sarebbe facilmente sopraffatto dal numero di missili in arrivo. Inoltre, i missili terrestri saranno sempre più facili ed economici da costruire rispetto agli intercettori spaziali. Infatti, per sfruttare la superiorità delle armi di counterforce e spaziali statunitensi, e rendere fattibile il suo scudo nucleare Golden Dome, Trump ha lanciato l'idea di una denuclearizzazione strategica che limiterebbe il numero di testate/missili balistici da entrambe le parti. Questo perché uno dei principali mezzi per garantire la sopravvivenza nucleare, e il mezzo principale per penetrare gli scudi missilistici progettati per fornire capacità di primo attacco, è il numero stesso di missili. In effetti, la costruzione della Golden Dome da parte di Trump rischia di rendere impossibile qualsiasi ulteriore disarmo nucleare e di innescare invece una nuova corsa agli armamenti nucleari.[66]

Sebbene il Golden Dome di Trump miri apparentemente a proteggere la popolazione statunitense dallo sterminio nucleare, la sua amministrazione sta simultaneamente revocando tutti gli sforzi per proteggere la popolazione statunitense e mondiale dallo sterminio associato al riscaldamento globale. Il suo regime MAGA non solo ha direttamente eliminato tutti gli sforzi federali per la mitigazione dei cambiamenti climatici, ma con un ordine esecutivo emesso nell'aprile 2025 ha ordinato al Procuratore Generale degli Stati Uniti di adottare misure volte a impedire l'applicazione di tutte le leggi statali e locali esistenti volte a contrastare i cambiamenti climatici. Lo ha fatto semplicemente decretando che tali misure statali e locali per la protezione dell'ambiente erano illegali e violavano le politiche dell'amministrazione.[67]

America First / Amerika Über Alles

Noam Chomsky sosteneva che la propaganda nelle società democratiche doveva essere più sofisticata di quella degli stati autoritari, poiché nelle prime si svolgeva alle spalle del popolo – basandosi su valori profondamente interiorizzati e sulla complicità dei media, utilizzando tutte le tecniche sviluppate nella pubblicità/marketing – mentre nei secondi poteva essere piuttosto rozza e aperta, imposta con il manganello.[68] Tuttavia, la propaganda di stampo fascista contro intere etnie e popoli, come la Germania di Adolf Hitler ha dimostrato, è senza dubbio più efficace quando è presentata nella sua forma più sfacciatamente rozza, basandosi non tanto sul manganello quanto, attingendo alla "rabbia accumulata" generata dal capitalismo, sull'indurre masse di persone, pur consapevoli del suo carattere disumanizzante e coercitivo, a identificarsi apertamente con essa. Questo diventa allora il culmine dell'irrazionalismo. Come scrisse Bloch, «in una cosa le camicie brune sono oneste, nell'arte di non dire il vero», una sfacciata ritirata dalla ragione.[69]

Un buon esempio di tale propaganda irrazionalista è il famigerato manifesto nazista del novembre 1933 che recitava «Con Adolf Hitler, sì all'uguaglianza e alla pace».[70] Il Trattato di Versailles del 1919 aveva limitato l'esercito tedesco a centomila soldati. Quando la Società delle Nazioni si rifiutò di accogliere le richieste di Hitler di riarmare il paese, Hitler, il 12 novembre 1933 – quindicesimo anniversario dell'armistizio che portò alla fine della Prima Guerra Mondiale – indisse un plebiscito nazionale. Lo slogan nazista, come nel manifesto, era un appello a sostenere Hitler per "l’uguaglianza e la pace". Alla popolazione veniva chiesto di sostenere il Führer, nel chiedere per la nazione tedesca l'uguaglianza di status nella sua capacità di fare la guerra, insieme alla promessa di pace attraverso la forza. Tutto ciò faceva parte di un tentativo di rendere la Germania di nuovo grande dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale e le umiliazioni del Trattato di Versailles.[71]

La propaganda non è soltanto una questione di menzogne, si manifesta anche quando le affermazioni di verità vengono completamente accantonate. Nella filosofia contemporanea, il concetto di “bullshit" [cazzata/stronzata] è visto come una forma di «comunicazione persuasiva, distinta dalla menzogna, che non ha alcun riguardo per la verità, la conoscenza o l’evidenza». Mettendo fine al dibattito razionale, la pura bullshit, pubblicizzando la sua prospettiva muscolare, sprezzante ed evasiva, è spesso più efficace della propaganda standard, persino di quella orwelliana, poiché non si limita a capovolgere la verità, ma mostra apertamente disprezzo per la verità di qualsiasi tipo.[72] È quindi una potente arma dell'irrazionalismo. In questo senso, i negazionisti del cambiamento climatico fanno spesso affidamento su bullshit per combattere la scienza, ostentando con orgoglio la loro negazione della ragione stessa.[73] Nell'annunciare i dazi del "Giorno della Liberazione", Trump ha affermato che «per decenni, il nostro Paese è stato saccheggiato, violentato e depredato da nazioni vicine e lontane, amiche e nemiche», utilizzando una retorica così iperbolica e irrazionale da poter essere classificata non tanto come una menzogna quanto come una pura bullshit. Non pretendeva nemmeno di essere un’accurata rappresentazione della verità, ma mostrava un atteggiamento sprezzante nei confronti del mondo intero – un atteggiamento che, come disse l'economista marxista Paul A. Baran a proposito del protagonista di Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, «vomita la ragione».[74]

Quando Trump dichiarò alle elezioni del 2024 a Dearborn, nel Michigan, di «essere il candidato per la pace», e continuò dichiarando «io sono la pace», alcuni lo presero alla lettera, non riuscendo a percepire ciò come una dichiarazione propagandistica del leader di un movimento neofascista, ipernazionalista e razzista, sostenuto dai settori più conservatori della classe dominante statunitense.[75] Durante la sua campagna elettorale, lasciò intendere di avere un piano segreto per portare la pace a Gaza. Iniziò a metterlo in atto una volta entrato alla Casa Bianca, proponendo, insieme a Netanyahu, lo sterminio/deportazione dell'intera popolazione palestinese di Gaza: ovvero, la pace della tomba.

Alcuni esponenti della sinistra, come Parenti, hanno sostenuto che Trump sia un "isolazionista dell'America First", contrario all'impero.[76] In realtà, "America First" era storicamente uno slogan imperialista, più strettamente legato al titolo dello slogan nazista Deutschland über alles ("Germania sopra tutto") che allo storico isolazionismo statunitense, esso stesso in gran parte un mito. Deutschland über alles è tratto dall'inno nazionale tedesco adottato durante la Repubblica di Weimar, che originariamente si riferiva all'unificazione della Germania. Fu reinterpretato e trasformato in uno slogan che usa come arma l'inno nazionale del Terzo Reich, simboleggiando una sorta di destino-manifesto della Germania per governare l'Europa. In uno sviluppo storico, in qualche modo analogo, lo slogan "America First" fu introdotto da Woodrow Wilson per rappresentare la neutralità statunitense nella Prima Guerra Mondiale, poco prima dell'entrata degli Stati Uniti nella «Guerra per porre fine a tutte le guerre». Negli anni '30, il monopolista dei media William Randolph Hearst mise "America First" sulla testata dei suoi giornali e celebrò, con Hearst che intervistava personalmente Hitler, il "grande successo" del regime nazista in Germania. Charles Lindbergh, aviatore di fama mondiale, divenne il capo dell’America First Committee al tempo della Seconda Guerra Mondiale e un esponente della superiorità razziale ariana e dell'antisemitismo. Ricevette una medaglia dal feldmaresciallo Hermann Göring a nome di Hitler. L'Anti-Defamation League esortò Trump ad abbandonare lo slogan "America First", data la sua storia filo-nazista, ma lui continuò ad usarlo per definire la sua politica estera.[77]

Lo slogan di Trump "pace attraverso la forza", ha le sue origini nell'Impero Romano. Si dice che sia stato utilizzato per la prima volta dall'imperatore Adriano, noto soprattutto per il Vallo di Adriano, costruito nella provincia romana della Britannia nel 122 d.C. Il vallo aveva lo scopo di difendere dagli "invasori" barbari i confini dell'Impero Romano, al momento della sua massima espansione.[78] Con l'inizio del declino imperiale, l'idea di barbari invasori diventa presto onnipresente, portando alla richiesta di costruire muri di confine e Golden Dome. L'irrazionalismo della Dottrina Trump, che propone un rinnovato dominio globale degli Stati Uniti attraverso un aggressivo nazionalismo razziale, individua quella che István Mészáros ha definito la «fase potenzialmente più letale dell'imperialismo», un periodo di barbarie nucleare.[79]

In Eredità di questo tempo, scritto nel 1935, durante il consolidamento del regime nazista, Bloch scrisse: "È veramente il colmo dopo cent’anni di movimento operaio tedesco: un mostro è diventato realtà e consegna il proletario in catene al Reich millenario, al capitale finanziario che si maschera da comunità del popolo".[80] Nel 2025, gli Stati Uniti sono soggetti a un movimento neofascista di enorme importanza, in cui “il colmo", dopo una lunga storia di lotta democratica radicata nei movimenti operai, è che «un mostro è diventato realtà», consegnando i lavoratori sempre più «in catene» al «capitale finanziario mascherato da comunità del popolo» e a una nuova Guerra Fredda contro la Cina e il Sud globale.

La classe dominante miliardaria statunitense – lungo la strada del sostegno al genocidio israeliano dei palestinesi e di una potenziale guerra con la Cina – ha spostato il suo sostegno dalla democrazia liberale al neofascismo, o al massimo a un'alleanza neofascista-neoliberista. Settori chiave della classe capitalista hanno mobilitato la classe medio-bassa sulla base di un'ideologia nazionalista e revanscista, in cui la popolazione di gran parte del mondo è vista come il nemico. Si stanno creando strutture volte a eliminare la possibilità di una rivolta democratica di massa dal basso e l'inversione delle attuali tendenze distruttive. Esiste un solo movimento sulla Terra in grado di invertire queste tendenze pericolose e distruttive a favore dell'umanità nel suo complesso: il movimento globale verso il socialismo, che è anche necessariamente un movimento antimperialista.

Il peggior errore che si possa commettere in questa drammatica situazione sarebbe sottovalutare il pericolo, o sottovalutare l'importanza della lotta umana rivoluzionaria ora necessaria.

Note

* N.d.T. "private equity": categoria di investimenti finanziari a favore di società non quotate in borsa al fine di sostenerne lo sviluppo. Questi investimenti si concretizzano nell’acquisto di azioni o sottoscrivendo azioni di nuova emissione che apportano nuovi capitali all'obiettivo dell’azienda, finanziamenti che in quanto azionari non creano debito. Nato per sostenere nuovi progetti o rivitalizzare certe imprese, il private equity si è trasformato, non di rado negli ultimi anni, in un sistema per fare operazioni tossiche a discapito delle aziende stesse e dei lavoratori che ne fanno parte.

** N.d.T. Counterforce: strategia di attacco preventivo – rappresaglia limitata. Viene lasciato nell’originale inglese in quanto non ha un corrispondente diretto in italiano.

[1] Christian Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire, Compact, 07.04.2023.

[2] La distensione con la Russia, come parte del lancio di una nuova Guerra Fredda con la Cina, è stata al centro della prima amministrazione Trump. Vedi John Bellamy Foster, Trump in the White House, Monthly Review Press, New York, 2017, pp. 50–52, 74–75.

[3] Trump ha minacciato di bombardare l'Iran se non farà un accordo con gli Stati Uniti sul suo (inesistente) programma nucleare, dichiarando all'inizio di aprile: «Se non faranno un accordo, ci saranno bombardamenti. Saranno bombardamenti come non ne hanno mai visti prima». Doina Chiacu e David Ljunggren, Trump Threatens Bombing if Iran Does Not Make Nuclear Deal, Reuters, 30.03.2025; Chris Bambery, Trump’s War Plans for Iran: Opening the Other Gates of Hell, Counterfire, April 4, 2025.

[4] Leo Shane III, Trump Promises $1 Trillion in Defense Spending for Next Year, Defense News, 08.04.2025; Gisela Cernadas e John Bellamy Foster, Actual U.S. Military Spending Reached $1.537 Trillion in 2022—More than Twice Acknowledged Level: New Estimates Based on U.S. National Accounts, Monthly Review 75, n. 6, novembre 2023, pp. 18–26.

[5] Sull' "Età della Catastrofe" 1914–1945, vedi Eric Hobsbawm, The Age of Extremes, Vintage, New York, 1994, Parte I.

[6] Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire.

[7] Jeff Heer, Surprisingly Durable Myth of Donald Trump, Anti-Imperialist, The Nation, 17.04.2023; John Bellamy Foster, The New Cold War on China, Monthly Review 73, n. 3, luglio-agosto 2021, pp. 1-20.

[8] Prabhat Patnaik, Imperialism’s Revival Strategy, People’s Democracy, 02.03.2025, peoplesdemocracy.in.

[9] Josh Dawsey, Vera Bergengruen e Alexander Ward, The Painting That Explains Trump’s Foreign Policy, Wall Street Journal, 13.03.2025.

[10] R. W. Van Alstyne, The Rising American Empire (Oxford: Basil Blackwell, 1960).

[11] Michael Anton, The Trump Doctrine: An Insider Explains the President’s Foreign Policy, Foreign Policy, 232, estate 2019, pp. 40–47.

[12] Anton, The Trump Doctrine; Amanda Taub, The Trump Doctrine: The World Is a Zero-Sum Game, New York Times, 07,03.2025

[13] Anton, The Trump Doctrine; Platone, La Repubblica, Bompiani, Milano, 2009.

[14] Bryan Mena, Key Takeaways from Trump’s ‘Liberation Day’ Tariffs, CNN, 02.04.2025; Peter Foster e Sam Fleming, Donald Trump Baffles Economists with Tariff Formula, Financial Times, 03.04.2025; Nick Beams, Trump’s ‘Reciprocal Tariffs’ Escalate Economic War Against the World, World Socialist Web Site, 03.04.2025, wsws.org; Jack Izzo, Posts Online Correctly Cracked the Formula for Trump’s Tariffs, Snopes, 03.04.2025; Helen Davidson e Joana Partridge, Trump Imposes New Tariffs on Dozens of Partners, Sparking Fresh Market Turmoil, Guardian, 09.04.2025; Josh Boak, Trump Backs Down on Most Reciprocal Tariffs for 90 Days, but Raises Rate on Chinese Imports to 125 Percent, PBS News, 09.04.2025; Léonie Chao-Fong, Tom Ambrose, Graeme Wearden e Kate Lamb, US Markets Close with Steep Losses as Trump Tariffs Branded ‘Worst Self-Inflicted Wound’ by a Successful Economy, Guardian, 10.04.2025.

[15] Oren Cass, American Compass, s.d.; Influence Watch, American Compass, s.d., influencewatch.org; Influence Watch, Thomas D. Klingenstein Fund, s.d.; Jason Wilson, The Far Right Financier Giving Millions to the Republican Party to Fight ‘Woke Communists,' Guardian, 04.08.2023; Thomas D. Klingenstein, Winning the Cold Civil War, Newsweek, 08.09.2021.

[16] Where’s the Growth?, American Compass, 15.03.2022, americancompass.org; Oren Cass, Why Trump Is Right About Tariffs, Wall Street Journal, 27.10.2023.

[17] A Hard Break from China: Protecting the American Market from Subversion by the CCP, American Compass, 08.06.2023; David Azerrad, How to Put Woke Capital Out of Business, American Compass, 02.09.2021; Vivek Ramaswamy, Woke, Inc.: Inside Corporate America’s Social Justice Scam, Center Street, New York, 2021.

[18] Peter Navarro, The Coming China Wars, Financial Times Press, New York, 2008, pp. 203–205; Jacob Heilbrunn, The Most Dangerous Man in the Trump World?, Politico, 12.02.2007; John Bellamy Foster, Trump in the White House, pp. 84–85; Alan Rappeport, Trump’s Trade Advisor Pick, a China Hawk, Was Jailed over Jan. 6, New York Times, 04.12.2024; D’Angelo Gore, Independent Analyses Contradict Navarro’s $6 Trillion-Plus Tariff Revenue Estimate, FactCheck, 10.04.2025, factcheck.org.

[19] David Randall, Hudson Bay, Morgan Stanley, Took Positions in Trump Social Media Firm in Q1, Reuters, 15.05.2024; Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, novembre 2024, hudsonbaycapital.com.

[20] Josh Lipsky e Jessie Yin, Meeting in Mar-a-Lago: Is a New Currency Deal Plausible?, Atlantic Council, 13.03.2015, atlanticcouncil.org.

[21] Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, pp. 13–14, 35.

[22] Michael Hudson, Trump’s Tariff Threats Could Destabilize the Global Economy, Geopolitical Economy, 25.01.2025, geopoliticaleconomy.com

[23] Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, p. 37.

[24] David Deuchar, Donald Trump and the Dollar: The Triffin Dilemma and America’s Exorbitant Privilege, Seeking Alpha, 24.05.2016; Robert Triffin, Gold and the Dollar Crisis: Yesterday and Today, Essays in International Finance, n. 132, Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1978, pp. 1–6; Ismail Shakil, Trump Repeats Tariff Threat to Disuade BRICS Nations from Replacing US Dollar, Reuters, 30.01.2025.

[25] Hudson, Trump’s Tariff Threats Could Destabilize the Global Economy.

[26] Carol D. Leonnig e Philip Rucker, ‘You’re a Bunch of Dopes and Babies’: Inside Trump’s Stunning Tirade Against Generals, Washington Post, 17.01.2020.

[27] Green Party US, Alienated, Not Apathetic: Why Workers Don’t Vote, 05.08.2019, gp.org; Median Income in the United States in 2023, by Educational Attainment of Householder, Statista, statista.com, s.d. Secondo gli exit poll, nelle elezioni del 2024, Trump ha amplificato il sostegno ricevuto dalla sua base, la classe medio-bassa, con quello della classe operaia, conquistando la maggioranza di coloro che hanno un reddito familiare tra i 30.000 e i 50.000 dollari all'anno, ma ha perso voti tra i poveri (coloro che hanno un reddito familiare di 30.000 dollari o meno) che hanno votato il Partito Democrartico. La principale questione interna che ha determinato questo cambiamento è stata l'economia, soprattutto l'inflazione. “Exit Polls”, NBC News, 05.11.2024. Milioni di elettori democratici hanno scelto il Partito dei non votanti.

[28] Ernst Bloch, Eredità di questo tempo, a cura di Laura Boella, Il Saggiatore, Milano 1992; Mimesis, Milano-Udine 2015. Sulle tendenze patriarcali e conservatrici in materia di sesso/genere della classe medio-bassa nelle società capitalistiche e sul ruolo di queste nel generare tendenze fasciste, vedi Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, SugarCo, Milano, 1971.

[29] Phil A. Neel, Hinterland: America’s New Landscape of Class Conflict, Reaktion Books, Londra, 2018, pp. 36, 57–58. Contraddicendo la sua stessa argomentazione, Neel suggerisce che questi sviluppi non indicano lo sviluppo del fascismo o del neofascismo nel Make America Great Movement di Trump, nonostante le simili dinamiche di classe. Neel, Hinterland, p. 48.

[30] Charles R. Kesler, America’s Cold Civil War, Imprimis 47, n. 10, ottobre 2018; Jonathan Wilson-Hartgrove, Reconstructing the Gospel: Finding Freedom from Slaveholder Religion, InterVarsity Press, Lisle, Illinois, 2018.

[31] Leila Abboud, Adrienne Klasa e Henry Foy, U.S. Tells European Companies to Comply with Donald Trump’s Anti-Diversity Order, Financial Times, 28.03.2025.

[32] Dennis Laich, Trump’s ‘Gaza Riviera’—A Profile in Arrogance, The Hill, March 9, 2025.

[33] György Lukács, La distruzione della ragione, Mimesis, Milano, 2011, p. 750.

[34] CRA Staff, Primer: Palestinian Culture is Prohibitive for Assimilation, Center for Renewing America, 01.12.2023, americarenewing.com.

[35] Lydia Wilson, Pete Hegseth’s Tattoos and the Crusading Obsession of the Far Right, New Lines, 29.11.2024; Pete Hegseth, American Crusade, Center Street, New York, 2020, pp. 13, 24, 289–90, 301.

[36] Jon Gambrell, Trump Threatens Houthi Rebels That They’ll Be ‘Completely Annihilated’ as Airstrikes Pound Yemen, Associated Press, 20.03.2025.

[37] Dawsey, Bergengruen e Ward, The Painting That Explains Trump’s Foreign Policy.

[38] Micah Meadowcroft e Anthony Licata, “Primer: The American Canal—The Case for Revisiting the Panama Canal Treaties, Center for Renewing America, 31.01.2025; Brett Wilkins, Trump Orders U.S. Military to Plan Invasion of Panama to Seize the Canal: Report, Common Dreams, 13.03.2025, commondreams.org; ‘Camouflaged Invasion’: Panama Opposition Slams Security Pact with the US, Al Jazeera, 12.04.2025.

[39] Sumantra Maitra, Towards Greater Engagement and Integration with Greenland and a New American Arctic Century, Center for Renewing America, 03.03.2025.

[40] José Luis Granados Ceja, Trump Threatens 25% Tariff on Countries Buying Venezuelan Oil as US Continues Migrant Crackdown, Venezuelanalysis, 24.03.2025

[41] Farah Najjar, Why Are Caribbean Leaders Fighting Trump to Keep Cuban Doctors?, Al Jazeera, 15.03.2025; Vijay Prashad, Why Cuban Doctors Deserve the Nobel Peace Prize, MR Online, 25.08.2020.

[42] Kate Bartlett, What’s Trump’s Beef with South Africa?, NPR, 07.02.2025; Michelle Gavin, Trump’s Misguided Policy Toward South Africa,” Council on Foreign Relations, 12.02.2025, cfr.org; Do White People Own ‘Only’ 22 Percent of South Africa’s Land?, AFP Fact Check, 19.07.2019, factcheck.afp.com.

[43] Brett Davidson, What Musk and Trump Describe Is Not the South Africa I Know and Love, Al Jazeera, 25.03.2025; Bartlett, What’s Trump’s Beef with South Africa?; Gavin, Trump’s Misguided Policy Toward South Africa; Trita Parsi, ICJ Lands Stunning Blow on Israel Over Gaza Genocide Charge, Responsible Statecraft, 26.01.2024, responsiblestatecraft.org; Gerald Imray, Expelled South African Ambassador Returns Home, Says Will Wear US Sanction as a ‘Badge of Dignity,' Associated Press, 23.03.2025.

[44] Hunter Walker, Trump’s Pick for Ambassador to South Africa Actively Opposed Fight to End Apartheid, Talking Points Memo, 26.03.2025; Stephen Millies, Trump Wants a Super Bigot to Be Ambassador to South Africa, Struggle for Socialism/La Lucha por el Socialismo, 01.04.2025, struggle-la-lucha.org; Lucas Shaw, Barack Obama: Now He’s a Skinny, Ghetto Crackhead?, Reuters, 23.12.2011.

[45] Stewart Patrick, Trump’s Distorted View of Sovereignty and American Exceptionalism, Carnegie Endowment for International Peace, January 30.01.2025; Donald Trump, The Inaugural Address, The White House, 20.012025.

[46] Abboud, Klasa e Foy, U.S. Tells European Companies to Comply with Donald Trump’s Anti-Diversity Order.

[47] Laurence H. Shoup e William Minter, Imperial Brain Trust: The Council on Foreign Relations and United States Foreign Policy, Monthly Review Press, New York, 1977; Laurence H. Shoup, Wall Street’s Think Tank, Monthly Review Press, New York, 2015.

[48] Hegseth, American Crusade, pp. 92–94.

[49] James M. Lindsay, The Costs of Trump’s Foreign Policy Disruption, Council on Foreign Relations, 31.01.2025.

[50] Foster, Trump in the White House, pp. 50–52, 74–75

[51] Vedi Thomas Palley, The Russia War Explained: How the U.S. Exploited the Internal Fractures in the Post-Soviet Order, Monthly Review 77, n. 2, giugno 2025.

[52] John Bellamy Foster e Brett Clark, Imperialism in the Indo-Pacific—An Introduction, Monthly Review 76, n. 3, luglio-agosto 2024, pp. 6–13, trad. it. Imperialismo nell'Indo-Pacifico: un'introduzione, antropocene.org, 26.07.2024;

[53] Vijay Prashad, Donald Trump’s Reverse Kissinger Strategy, People’s Dispatch, 06.03.2025.

[54] Questo è il caso delle deportazioni verso Guantanamo e i famigerati complessi carcerari in El Salvador. Vedi Chris Hedges, American Concentration Camps, ScheerPost, April 17.04.2025.

[55] Antara Ghosal Singh, China’s Rubio Dilemma, Observer Research Foundation, 11.02.2025, orfonline.org; Hegseth, American Crusade, p. 157; Sarah Ewall-Wice, Pete Hegseth Says the US Is ‘Prepared’ for War with China After Tariff Retaliation Threat, Daily Mail, 05.03.2025; Selina Wang, Rubio and Waltz Picks Put China Back at the Center of U.S. Foreign Policy, ABC News, 12.11.2024.

[56] Vedi John Bellamy Foster, The U.S. Quest for Nuclear Primacy, Monthly Review 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 1–21, trad. it. La ricerca del primato nucleare da parte degli Stati Uniti, antropocene.org, 29.02.2024.

[57] Daniel McCarthy, Why Elbridge Colby Matters, Compact, 21.02.2025; Kelley Beaucar Vlahos, Realists Cheer as Elbridge Colby Named Top DoD Official for Policy, Responsible Statecraft, 23.12.2024; Elbridge A. Colby e Kevin Roberts, The Correct Conservative Approach to Ukraine Shifts the Focus to China, Time,21.03.2023.

[58] U.S. Department of Defense, Summary of the 2018 National Defense Strategy: Sharpening the American Military’s Competitive Edge, Defense Acquisition University, dau.edu; John Bellamy Foster, The U.S. Quest for Nuclear Primacy, p. 15; Jacob Heilbrunn, Elbridge Colby Wants to Finish What Donald Trump Started, Politico, 11.04.2023.

[59] Elbridge A. Colby, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, Yale University Press, New Haven, 2021, pp. 83, 95, 147, 172, 183.

[60] Colby, The Strategy of Denial, pp. 182–183, 197; Elbridge A. Colby e Yashar Parsie, Building a Strategy for Escalation and War Termination, Marathon Initiative, novembre 2022, pp. 9, 17–18, 20–23; Abdul Rahman, China Demands Withdrawal of U.S. Missile System from the Philippines, Calls It a Threat to Regional Peace and Security, People’s Dispatch, 28.12.2024. Sullo schieramento militare avanzato degli Stati Uniti e l'accerchiamento della Cina, vedi Foster e Clark, Imperialism in the Indo-Pacific, pp. 13–19.

[61] Colby, The Strategy of Denial, p. 90; Colby e Parsie, Building a Strategy of Escalation and War Termination, p. 17; Bill Gertz, Pentagon Policy Nominee Says U.S. Must Act or Risk Losing War with China: Colby Vows to Adopt America First and Peace Through Strength, Washington Times, 04.03.2025.

[62] John Bellamy Foster, ‘Notes on Exterminism’ for the Twenty-First Century Ecology and Peace Movements,” Monthly Review 74, n. 1, maggio 2022, pp. 1–17, trad. it. “Note sullo sterminismo” per i movimenti ecologisti e pacifisti del ventunesimo secolo, antropocene.org, 30.08.2024

[63] Micah McCartney, China Will Launch War This Decade, Trump Nominee Says, Newsweek, 16.01.2025; Taiwan Needs to Hike Defense Spending to 10%—Pentagon Nominee, Reuters, 04.03.2025; Noah Robertson, How DC Became Obsessed with a Potential 2027 Chinese Invasion of Taiwan, DefenseNews, 07.05.2024; John Culver, China, Taiwan, and the PLA’s 2027 Milestones, The Interpreter, 12.02.2025, lowyinstitute.org/the-interpreter.

[64] Alisha Rahaman Sarkar, Elon Musk Draws Fire for Playing Down Impact of Atomic Bombing of Japan: ‘Not as Scary as People Think', Independent, 13.08.2024; Sumanti Sen, Elon Musk Under Fire for ‘Minimizing’ Hiroshima and Nagasaki Tragedy by Saying It’s ‘Not as Scary as People Think,' Hindustan Times, 13.04.2024.

[65] Patrick Tucker, Trump to Get Golden Dome Options Next Week: Defense Source, Defense One, 27.03.2025; Binoy Kampmark, Trump’s Star Wars Revival: The Golden Dome Antimissile Fantasy, Dissident Voice, 25.03.2025.

[66] Zeke Miller e Michelle L. Price, Trump Wants Denuclearization Talks with Russia and China, Hopes for Defense Spending Cuts, Associated Press, 14.022025.

[67] Donald J. Trump, The White House, Protecting American Energy from State Overreach, Executive Orders, 08.04.2025.

[68] Noam Chomsky intervistato da David Barsamian, Chronicles of Dissent, Common Courage Press, Monroe, Maine, 1992, pp. 62–63.

[69] Bloch, Eredità di questo tempo, p. 113, 153-154, punteggiatura della traduzione leggermente modificata.

[70] Propaganda Advertisement Implying that Hitler Supports Equality and Peace, United States Holocaust Memorial Museum, accesso numero: 1990.333.7, collections.ushmm.org/search/catalog/irn3775.

[71] Norm Haskett, Germany Exits League of Nations, The Daily Chronicles of World War II, ww2days.com.

[72] Vukašin Gligorić, Allard Feddes e Bertjan Doosje, Political Bullshit Receptivity and Its Correlates: A Cross-Country Validation of the Concept, Journal of Social and Political Psychology 10, n. 2, 2022, pp. 411–429; Harry G. Frankfurt, On Bullshit, Princeton University Press, Princeton, 2005.

[73] Joshua Luczak, Climate Denialism Bullshit Is Harmful, Asian Journal of Philosophy 2, n. 1, 2023, pp. 1–20.

[74] Josh Boak, Trump Launches Tariffs, Saying Global Trade Has ‘Looted, Pillaged, Raped, Plundered’ US Economy, Associated Press, April 2, 2025; Paul A. Baran, The Longer View, Monthly Review Press, New York, 1969, p. 104.

[75] Mehdi Hasan, Is Donald Trump a Foreign Policy Dove?: If Only, Guardian, 13.11.2024; Tia Goldenberg, Trump Promises to Bring Lasting Peace to a Tumultuous Middle East. But Fixing It Won’t Be Easy, Associated Press, 06.11.2024.

[76] Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire.

[77] Lawrence S. Wittner, The Ugly Origins of Trump’s ‘America First’ Policy, Foreign Policy in Focus, 19.03.2024.

[78] Jarrett A. Lobell, The Wall at the End of Empire, Archaeology 70, n. 3, maggio-giugno 2017, pp. 26–35.

[79] István Mészáros, Socialism or Barbarism, Monthly Review Press, New York, 2001, pp. 23–56.

[80] Bloch, Eredità di questo tempo, p.110.
 

18/04/2023

Il nuovo irrazionalismo. Un saggio della Monthly Review

di John Bellamy Foster

A più di un secolo dall’inizio della Grande Crisi del 1914-1945, rappresentata dalla Prima Guerra Mondiale, dalla Grande Depressione e dalla Seconda Guerra Mondiale, stiamo assistendo a un’improvvisa recrudescenza della tendenza alla guerra e del fascismo in tutto il mondo.

L’economia mondiale capitalistica nel suo complesso è ora caratterizzata da una profonda stagnazione, dalla finanziarizzazione e da un’impennata delle disuguaglianze. Tutto questo è accompagnato dalla prospettiva di un omicidio planetario nella duplice forma dell’olocausto nucleare e della destabilizzazione climatica. In questo pericoloso contesto, la nozione stessa di ragione umana viene spesso messa in discussione. È quindi necessario affrontare ancora una volta la questione del rapporto dell’imperialismo o del capitalismo monopolistico con la distruzione della ragione e le sue conseguenze per le lotte di classe e antimperialiste contemporanee.

Nel 1953 György Lukács, la cui Storia e coscienza di classe del 1923 aveva ispirato la tradizione filosofica marxista occidentale, pubblicò la sua opera magistrale, La distruzione della ragione, sulla stretta relazione dell’irrazionalismo filosofico con il capitalismo, l’imperialismo e il fascismo.[1]

L’opera di Lukács scatenò una tempesta di fuoco fra i teorici della sinistra occidentale che cercavano di adattarsi al nuovo imperium americano. Nel 1963, George Lichtheim, un sedicente socialista che operava all’interno della tradizione generale del marxismo occidentale, pur opponendosi virulentemente al marxismo sovietico scrisse un articolo per «Encounter Magazine», allora finanziata segretamente dalla Central Intelligence Agency (CIA), in cui attaccava con veemenza La distruzione della ragione e altre opere di Lukács.

Lichtheim accusò Lukács di aver generato un «disastro intellettuale» con la sua analisi del passaggio storico dalla ragione all’irragionevolezza all’interno della filosofia e della letteratura europee, e della relazione di questo con l’ascesa del fascismo e del nuovo imperialismo sotto l’egemonia globale degli Stati Uniti.[2]

Non era la prima volta, naturalmente, che Lukács veniva sottoposto a condanne così forti da parte di figure collegate al marxismo occidentale. Theodor Adorno, uno dei teorici dominanti della Scuola di Francoforte, attaccò Lukács nel 1958, quando quest’ultimo era ancora agli arresti domiciliari per aver sostenuto la rivoluzione del 1956 in Ungheria.

Scrivendo su «Der Monat», una rivista creata dall’esercito americano di occupazione e finanziata dalla CIA, Adorno accusò Lukács di essere «riduttivo» e «non dialettico», di scrivere come un «commissario culturale» e di essere «paralizzato fin dall’inizio dalla consapevolezza della propria impotenza».[3]

Tuttavia, l’attacco di Lichtheim a Lukács del 1963, in «Encounter», assunse un ulteriore significato per la sua condanna assoluta de La distruzione della ragione. In quest’opera, Lukács aveva tracciato il rapporto tra l’irrazionalismo filosofico – emerso per la prima volta sul continente europeo, in particolare in Germania, con la sconfitta delle rivoluzioni del 1848, e divenuto una forza dominante verso la fine del secolo – e l’ascesa della fase imperialista del capitalismo. Per Lukács, l’irrazionalismo, compresa la sua ultima fusione col nazismo, non era uno sviluppo fortuito, ma piuttosto un prodotto del capitalismo stesso.

Lichtheim rispose accusando Lukács di aver commesso un «crimine intellettuale» nel tracciare illegittimamente un collegamento fra l’irrazionalismo filosofico (collegato a pensatori come Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Henri Bergson, Georges Sorel, Oswald Spengler, Martin Heidegger e Carl Schmitt) e l’ascesa di Adolf Hitler.[4]

Lukács iniziava provocatoriamente il suo libro scrivendo: «L’argomento che ci si presenta è il cammino della Germania verso Hitler, nella sfera della filosofia». Ma la sua critica era in realtà molto più ampia e vedeva l’irrazionalismo come legato alla fase imperialista del capitalismo più in generale. Pertanto, ciò che più indignava i critici di Lukács in Occidente, all’inizio degli anni Sessanta, era il suo suggerimento che il problema della distruzione della ragione non era svanito con la sconfitta storica del fascismo, ma che continuava a nutrire tendenze reazionarie, anche se in modo più nascosto, nella nuova era della Guerra Fredda dominata dall’imperium statunitense.

«Gli incubi di Franz Kafka», accusava Lichtheim, erano trattati da Lukács come prova del «carattere diabolico del mondo del capitalismo moderno», ora rappresentato dagli Stati Uniti.[5] Tuttavia, l’argomentazione di Lukács a questo proposito era impossibile da confutare. Così scrisse, in termini ancora oggi significativi:
«A differenza della Germania, gli Stati Uniti avevano una costituzione democratica fin dall’inizio. E la sua classe dirigente è riuscita, soprattutto durante l’epoca imperialista, a preservare le forme democratiche in modo così efficace da ottenere, con mezzi democraticamente legali, una dittatura del capitalismo monopolistico almeno altrettanto salda di quella instaurata da Hitler con procedure tiranniche.

Questa cosiddetta democrazia senza intoppi è stata creata dalla prerogativa presidenziale, dall’autorità della Corte Suprema in materia di questioni costituzionali, dal monopolio finanziario sulla stampa, sulla radio e così via, dai costi elettorali, che hanno impedito con successo la nascita di partiti realmente democratici accanto ai due partiti del capitalismo monopolistico, e infine dall’uso di strumenti terroristici (il sistema del linciaggio). E questa democrazia poteva, in sostanza, realizzare tutto ciò che Hitler desiderava raggiungere senza bisogno di rompere formalmente con la democrazia. Inoltre, aveva la base economica incomparabilmente più ampia e solida del capitalismo monopolistico».[6]
In queste circostanze, l’irrazionalismo e l’«accumulo di cinico disprezzo per l’umanità», insisteva Lukács, erano «la necessaria conseguenza ideologica della struttura e della potenziale influenza dell’imperialismo americano».[7]

Questa scioccante affermazione secondo cui esisteva una continuità nel rapporto tra imperialismo e irrazionalismo che si estendeva per un intero secolo, dall’Europa di fine Ottocento, attraverso il fascismo, e che continuava nel nuovo imperium della NATO dominato dagli Stati Uniti, fu fortemente respinta all’epoca da molti di coloro che facevano parte della tradizione filosofica marxista occidentale. Fu questo, quindi, più di ogni altra cosa, a portare al quasi completo disconoscimento dell’opera successiva di Lukács (dopo Storia e coscienza di classe del 1923) da parte dei pensatori di sinistra che collaboravano al nuovo liberalismo del Secondo Dopoguerra.

Tuttavia, La distruzione della ragione non è stata oggetto di una critica sistematica da parte di coloro che vi si opponevano, il che avrebbe significato affrontare le questioni cruciali che sollevava. Invece è stata liquidata dalla sinistra occidentale, trattata con riprovazione, come una «deliberata perversione della verità», una «invettiva di 700 pagine» e un «trattato stalinista».[8] Come ha notato di recente un commentatore, «la sua ricezione potrebbe essere riassunta da alcune sentenze di morte» emesse contro di esso da importanti marxisti occidentali.[9]

Non si poteva però negare la portata dell’impresa rappresentata da La distruzione della ragione come critica delle principali tradizioni dell’irrazionalismo occidentale da parte del filosofo marxista allora più stimato al mondo. Invece di trattare i vari sistemi di pensiero irrazionalisti della metà del XIX e della metà del XX secolo come se fossero semplicemente caduti dal cielo, Lukács li mise in relazione con gli sviluppi storici e materiali da cui erano emersi. In questo caso, la sua argomentazione si basava in ultima analisi su Imperialismo, fase suprema del capitalismo di V. I. Lenin.[10]

L’irrazionalismo viene quindi identificato, come in Lenin, principalmente con le condizioni storico-materiali dell’epoca del capitalismo monopolistico, con la spartizione del mondo intero fra le grandi potenze e con le lotte geopolitiche per l’egemonia e le sfere d'influenza. Ciò si è manifestato in una rivalità economico-coloniale tra vari Stati capitalistici, contrassegnando l’intero contesto storico in cui è emersa la nuova fase imperialista del capitalismo.

Oggi questa realtà materiale fondamentale per molti versi persiste, ma è stata talmente modificata sotto l’imperium globale degli Stati Uniti, che si può parlare di una nuova fase di tardo imperialismo, che risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, confluita immediatamente nella Guerra Fredda e perpetuata, dopo un breve interregno, nell’attuale Nuova Guerra Fredda.

Il tardo imperialismo in questo senso corrisponde cronologicamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, all’emergere dell’era nucleare e all’inizio dell’Epoca dell’Antropocene nella storia geologica, che ha segnato l’avvento della crisi ecologica planetaria. Il consolidamento del capitale monopolistico globale (più recentemente del capitale monopolistico-finanziario) e la lotta degli Stati Uniti – sostenuta dall’imperialismo collettivo della triade Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone – per la supremazia globale in un mondo unipolare corrispondono a questa fase del tardo imperialismo.[11]

Per la stessa sinistra occidentale, la storia del tardo imperialismo è stata segnata principalmente dalla sconfitta delle rivolte del 1968, seguita dalla scomparsa delle società di tipo sovietico dopo il 1989, che ha avuto tra le sue conseguenze principali il crollo della socialdemocrazia occidentale. Questi eventi hanno posto la sinistra occidentale nel suo complesso in una posizione indebolita, definita in ultima analisi dalla sua generale subordinazione ai parametri generali del progetto imperialista incentrato sugli Stati Uniti e dal suo rifiuto di allinearsi alla lotta antimperialista, garantendo così la sua irrilevanza rivoluzionaria.[12]

A questo proposito è essenziale riconoscere che il principale campo di battaglia dell’imperium statunitense per tutto il periodo, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stato il Sud del mondo. Le guerre e gli interventi militari – principalmente istigati da Washington – sono stati quasi incessanti in risposta alle rivoluzioni e alle lotte di liberazione nazionale, la maggior parte delle quali ispirate al marxismo, che si sono verificate durante tutto il periodo neocoloniale/postcoloniale.

Sebbene negli ultimi decenni sia emerso uno sviluppo economico in alcune parti del Terzo Mondo, l’intensità dello sfruttamento/espropriazione delle economie della periferia del sistema, nel complesso, è aumentata sotto il capitale monopolistico-finanziario globalizzato attraverso l’arbitraggio globale del lavoro e la servitù del debito, con il risultato che è aumentata anche la polarizzazione del sistema mondiale fra Paesi ricchi e Paesi poveri.

L’attuale lotta imperiale o Nuova Guerra Fredda iniziata da Washington, volta a garantire l’unipolarismo a guida statunitense, rimane incentrata sul controllo del Sud del mondo, che oggi richiede anche il fatale indebolimento delle grandi potenze eurasiatiche di Russia e Cina che minacciano un ordine multipolare rivale e che contestano il sistema unipolare statunitense.

In questo clima pericoloso e distruttivo di tardo imperialismo, l’irrazionalismo ha assunto un ruolo crescente nella costellazione del pensiero. Inizialmente ha assunto la forma relativamente blanda di un postmodernismo e di un poststrutturalismo decostruttivi che, nell’opera di pensatori come Jean-François Lyotard e Jacques Derrida, hanno messo da parte tutte le grandi narrazioni storiche abbracciando un antiumanesimo filosofico che discende principalmente da Heidegger.

Al contrario, le nuove filosofie dell’immanenza di oggi – collegate al postumanesimo, al nuovo materialismo vitalistico, alla teoria delle reti di attori e all’ontologia orientata agli oggetti – costituiscono un irrazionalismo più profondo, rappresentato da figure apparentemente di sinistra come Gilles Deleuze, Félix Guattari, Bruno Latour, Jane Bennett e Timothy Morton. Questi pensatori attingono direttamente a un filone intellettuale irrazionalista e antimodernista che risale all’antimodernismo reazionario di Nietzsche, Bergson e Heidegger.

Il filosofo lacaniano-hegeliano Slavoj Žižek si è infine schierato con la tradizione antiumanista derivante dall’heideggerianesimo di sinistra, generando nella sua opera un carnevale di irrazionalismo. Tutte queste tendenze sono accompagnate da scetticismo, nichilismo e una visione pessimistica della fine del mondo.

Scrivendo sul Sistema irrazionale nel capitolo finale di Monopoly Capital (1966), Paul A. Baran e Paul M. Sweezy esplorarono la distruzione della ragione che era arrivata a pervadere ogni aspetto del capitalismo monopolistico, dall’irrazionalità del sistema economico alla sua evidente distruttività della vita sociale. In tal modo, essi evidenziarono «il conflitto sempre più acuto tra la razionalizzazione in rapido progresso degli effettivi processi di produzione e l’elementarità [e l’irrazionalità] immutata del sistema nel suo complesso».[13]

«Il punto cruciale» dell’«intuizione marxiana», scriveva Baran in una lettera a Sweezy, era che la forza trainante della rivoluzione di classe era sempre «l’identità degli interessi e dei bisogni materiali di una classe con... la critica della RAGIONE all’irrazionalità esistente».[14]

L’irrazionalismo nella cultura borghese aveva quindi come oggetto principale la separazione di qualsiasi classe potenzialmente rivoluzionaria dal regno della critica razionale, sostituendovi l’istinto, il mito e il continuo vomito della ragione, come nell’Uomo del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij (in Memorie del sottosuolo). Tutto ciò era legato materialmente e ideologicamente all’imperialismo, alla barbarie e al fascismo.[15]

Nella concezione di Baran, le analisi che perseguivano una ragione avulsa da un legame con la realtà materiale e con la classe assumevano una forma puramente “ideativa”. Ne consegue che la difesa della ragione – non in senso puramente ideativo, ma legata alle reali forze materiali sottostanti – è una parte indispensabile della lotta socialista, più importante che mai nell’epoca irrazionale del capitalismo monopolistico e dell’imperialismo.

Pertanto, smascherare la dialettica fra irrazionalismo e imperialismo in atto nel nostro tempo – un’epoca in cui lo sviluppo delle forze produttive non serve più a camuffare la distruttività del sistema capitalistico globale che minaccia l’intera umanità – deve essere un obiettivo primario della sinistra.

L’irrazionalità nella storia

L’irrazionalismo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu una corrente ben nota della filosofia europea, che traeva ispirazione da un’enfasi riservata alla volontà di vita/volontà di potenza, agli istinti, all’intuizione, ai miti e ai principi vitali, oltre che da un profondo pessimismo sociale, in opposizione alla precedente attenzione riservata da parte dell’Illuminismo al materialismo, alla ragione, alla scienza e al progresso.

Si trattava di un movimento profondamente reazionario, violentemente antiumanistico, antidemocratico, antiscientifico, antisocialista e antidialettico, oltre che spesso razzista e misogino. Tra le figure di spicco della svolta irrazionalista nel periodo 1848-1932 figurano Schopenhauer, Eduard von Hartmann, Nietzsche, Sorel, Spengler, Bergson, Heidegger e Schmitt.[16]

Questo irrazionalismo filosofico era la generalizzazione intellettuale di influenze storiche più ampie che si verificavano all’interno della società dominante. Per questo motivo, spesso mancavano legami causali diretti con i movimenti reazionari. Tuttavia, è innegabile l’ampia connessione tra queste tendenze ideologiche e l’emergere del fascismo, e in particolare del nazismo, in Europa. Sorel professava la sua ammirazione per Benito Mussolini.[17]

Heidegger e Schmitt erano ideologi e funzionari nazisti. Nessun altro più di Hitler catturò lo spirito dell’irrazionalismo, presente all’epoca, dichiarando: «Siamo alla fine dell’Età della Ragione... Sta sorgendo una nuova era di spiegazione magica del mondo, una spiegazione basata sulla volontà piuttosto che sulla conoscenza. Non c’è verità, né in senso morale né in senso scientifico».[18]

Avvicinandosi al problema dell’irrazionalismo da una prospettiva marxiana, Lukács ne La distruzione della ragione ne rintraccia le radici storiche nella sconfitta delle rivoluzioni borghesi del 1848, seguita dall’emergere della fase imperialista del capitalismo a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo, che ha portato alla Prima e alla Seconda Guerra mondiale.

«La ragione stessa», sosteneva, «non può mai essere qualcosa di politicamente neutro, sospeso al di sopra degli sviluppi sociali. Essa rispecchia sempre la razionalità concreta – o l’irrazionalità – di una situazione sociale e di una tendenza in evoluzione, la riassume concettualmente e quindi la promuove o la inibisce».[19] È la critica immanente, basata sull’esame delle mutevoli condizioni storiche, a costituire l’essenza del metodo dialettico marxiano nell’analisi dello sviluppo del pensiero.

Per Lukács, Schopenhauer è stato il creatore della «versione puramente borghese dell’irrazionalismo».[20] Il suo magnum opus, Il mondo come volontà e rappresentazione, pubblicato nel 1819, era diretto contro la filosofia hegeliana. Schopenhauer cercò di opporre il suo idealismo soggettivo della volontà all’idealismo oggettivo della ragione di G.W.F. Hegel.

A tal fine, negli anni Venti del XIX secolo, si spinse persino a programmare le sue lezioni a Berlino in opposizione a quelle di Hegel, ma senza successo, poiché non riuscì ad attirare il pubblico. Fu solo con la sconfitta delle rivoluzioni del 1848 in Germania che il clima generale si spostò nella sua direzione. A quel punto, la borghesia tedesca passò da Hegel e Ludwig Feuerbach a Schopenhauer, che nell’ultimo decennio della sua vita ottenne un ampio consenso.[21]

Il genio di Schopenhauer, secondo Lukács, fu quello di essere il pioniere del metodo dell’«apologetica indiretta», poi perfezionato da Nietzsche. La precedente apologetica dell’ordine borghese aveva cercato di difenderlo direttamente, nonostante le sue molteplici contraddizioni. Nel nuovo metodo di apologetica indiretta di Schopenhauer, il lato negativo del capitalismo (e persino le sue contraddizioni) poteva essere portato allo scoperto.

Questo non veniva mai attribuito al sistema capitalistico, ma all’egoismo, agli istinti e alla volontà, percependo l’esistenza umana in termini profondamente pessimistici, come un processo viziato di autodissoluzione.[22] Il concetto di volontà, o volontà di vita, che Schopenhauer attribuisce a tutta l’esistenza, assume così la forma di un egoismo cosmico. Riducendo tutto alla pura volontà, la filosofia di Schopenhauer, scrive Lukács, «antropomorfizza l’intera natura».

La volontà, per Schopenhauer, abbracciava le cose in sé (noumena) di Immanuel Kant, al di là della percezione umana. «Devo riconoscere», dichiarò Schopenhauer, «le forze imperscrutabili che si manifestano in tutti i corpi naturali come identiche a quella che in me è la volontà, e come se ne differenziassero solo in misura».[23]

La nozione di volontà di Schopenhauer è forse meglio rivelata dalla sua risposta alla famosa affermazione di Baruch Spinoza, secondo cui una pietra che cade, se fosse cosciente, penserebbe di avere il libero arbitrio e che il suo slancio è il prodotto della sua stessa volontà – un’argomentazione volta a confutare la nozione di libero arbitrio.

Schopenhauer invertì il significato di Spinoza e dichiarò: «La pietra avrebbe ragione. La spinta è per essa ciò che per me è il motivo, e ciò che per essa appare come coesione, gravità, perseveranza nello stato assunto è, nella sua essenza intima, la stessa cosa che io conosco in me come volontà».[24] Per Schopenhauer, il «materialismo grossolano» negava semplicemente l’immanenza di quelle «forze vitali» che erano identiche alla volontà di vita, al di là della quale non c’era «nulla».[25]

La fine del XIX secolo fu un periodo in parte caratterizzato dall’affermarsi in filosofia del neokantismo, a incominciare da Storia del materialismo e critica della sua importanza attuale (1866) di Friedrich Lange, che cercò di rovesciare tutte le tendenze materialiste, in particolare il materialismo storico di Karl Marx.[26] Ma ancora più influente, e orientato alla nuova era imperialista, fu l’irrazionalismo come tendenza filosofica generale.

Il principale seguace di Schopenhauer (oltre a Nietzsche, sul quale esercitò una notevole influenza), e figura dominante dell’irrazionalismo filosofico alla fine del XIX secolo, fu Hartmann, con il suo massiccio tomo La filosofia dell’inconscio (1869). Pensatore più eclettico rispetto a Schopenhauer, Hartmann dichiarava di riunire l’ottimismo di Hegel con il pessimismo di Schopenhauer. Ma furono il profondo pessimismo e l’irrazionalismo dell’opera di Hartmann a colpire maggiormente i lettori dell’epoca, soprattutto per la sua nozione di suicidio cosmico.

Secondo il punto di vista di Hartmann, questo era il migliore dei mondi possibili, ma la non esistenza era superiore all’esistenza. Pertanto, egli riteneva che a un certo punto la volontà, o «Spirito Inconscio», si sarebbe talmente avviluppata nella specie umana «al culmine del suo sviluppo», da condurre a un suicidio cosmico, portando a una «fine temporale» dell’intero processo mondiale, con il conseguente «ultimo giorno».

A quel punto, «la negazione umana della volontà» «annienterebbe l’intera volontà effettiva del mondo senza residui e farebbe scomparire l’intero kosmos in un colpo solo per ritiro della volontà, che sola gli dà esistenza». La fine dell’umanità non avrebbe assunto la forma di una tradizionale “apocalisse”, proveniente dall’esterno, ma sarebbe scaturita dal suicidio della volontà, estendendosi all’universo nel suo complesso.[27]

Nietzsche morì nel 1900. La data è significativa, poiché secondo Lukács Nietzsche è il «fondatore dell’irrazionalismo nel periodo imperialista», allora solo all’inizio. La fase imperialista o monopolistica del capitalismo nella teoria marxista inizia nell’ultimo quarto del XIX secolo, ma, per quanto riguarda la vita e l’opera di Nietzsche, erano già visibili «i primi germogli e le prime gemme di ciò che sarebbe accaduto».

Il genio di Nietzsche è stato quello di cogliere istintivamente il senso di ciò che stava per accadere e di sviluppare il metodo dell’irrazionalismo per la nuova età dell’impero come «forma mitizzante» di analisi, resa più oscura dal frequente uso di aforismi. Tutto in Nietzsche è presentato in modo nebuloso, cosicché, se da un lato l’intero orientamento politico-sociale della sua filosofia non è messo in dubbio, dall’altro dà luogo a infinite discussioni che nascono dal suo carattere mitico, che attrae imitatori, stabilendo la forma dominante in cui l’irrazionalismo filosofico viene perseguito fino ad oggi.

Riassumendo il carattere principale della filosofia di Nietzsche, Lukács scrive:
«Quanto più un concetto è fittizio e quanto più le sue origini sono puramente soggettive, tanto più è elevato e “vero” nella scala mitica dei valori. L’Essere, finché il suo concetto contiene anche solo le minime vestigia di un rapporto con una realtà indipendente dalla nostra coscienza, deve essere soppiantato dal Divenire (uguale idea).

L’essere, tuttavia, se liberato da queste catene e visto come pura finzione, come prodotto della volontà di potenza, può essere, per Nietzsche, una categoria ancora più alta del Divenire: un’espressione della pseudo-oggettività intuitiva del mito. Per Nietzsche, la funzione speciale di una tale definizione del Divenire e dell’Essere consiste nel sostenere la pseudo-storicità vitale per la sua apologetica indiretta e nel respingerla contemporaneamente, confermando filosoficamente che il Divenire storico non può produrre nulla di nuovo e di superiore al capitalismo».[29]

Tuttavia, nonostante la genialità – e persino l’attrattiva – della filosofia di Nietzsche, non si può negare il suo sistematico carattere reazionario e irrazionalista. Alla fine del suo Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer aveva dichiarato che la volontà di vita era tutto, oltre la quale non c’era nulla. Nietzsche, in un aforisma su Schopenhauer, ha notoriamente affermato: «Questo mondo è la volontà di potenza – e nient’altro! E anche voi stessi siete questa volontà di potenza – e nient’altro!».[30]
In Al di là del bene e del male (1886), Nietzsche, in opposizione al marxismo, scrive:
«La vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e più debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel più temperato dei casi, uno sfruttare… ove sia un corpo vivo e non moribondo… dovrà essere la volontà di potenza in carne e ossa, sarà volontà di crescere, di estendersi, di attirare a sé, di acquistare preponderanza – non trovando in una qualche moralità o immoralità il suo punto di partenza, ma per il fatto stesso che esso vive, e perché la vita è precisamente volontà di potenza.

In nessun punto, tuttavia, la coscienza comune degli Europei è più riluttante all’ammaestramento di quanto lo sia a questo proposito; oggi si vaneggia in ogni dove, perfino sotto scientifici travestimenti, di condizioni di là da venire della società, da cui dovrà scomparire il suo «carattere di sfruttamento» – ciò suona alle mie orecchie come se si promettesse di inventare una vita che si astenesse da ogni funzione organica.

Lo «sfruttamento» non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica; è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita».[31]
Qui Nietzsche confonde l’appropriazione – che nella teoria politica classica e nell’opera di pensatori diversi come John Locke, Hegel e Marx significava il processo di acquisizione della proprietà (e che, per Marx, implicava in ultima analisi la produzione) – con lo sfruttamento vero e proprio.

Inoltre, nell’uso di Nietzsche, lo sfruttamento non era diverso dall’espropriazione (cioè l’appropriazione senza equivalenti o reciprocità). In questo modo, con un gioco di prestigio, l’appropriazione, che è la base della vita, viene equiparata allo sfruttamento/espropriazione, che non è essenziale per l’esistenza, escludendo così qualsiasi nozione di un futuro egualitario o umano.

Inoltre, Nietzsche fonda la sua visione su un determinismo biologico che, ci dice, costituisce l’«essenza» della «volontà di potenza». In questo modo, il suo essenzialismo rispetto alla natura umana si differenzia da quello di Thomas Hobbes solo nella misura in cui quest’ultimo, nel contesto storico del XVII secolo, era un pensatore progressista piuttosto che regressivo.[32]

Negli scritti di Nietzsche si trovano infiniti attacchi al socialismo e persino alla democrazia. «Il socialismo», scrisse, «quale finale tirannia dei più piccoli e dei più stupidi».[33] Con un’interpretazione del darwinismo, di cui si appropriò sotto forma di un semplice cliché sulla falsariga del darwinismo sociale, sostenne che la società europea non era caratterizzata dalla sopravvivenza del più adatto, ma dalla sopravvivenza del non adatto. In quest’ottica, le masse mediocri o «animali da gregge» stavano sottraendo alla società, con la forza del numero, gli elementi più «nobili», cosicché erano gli spiriti nobili a dover essere protetti con la forza.[34]

«Periremo», scriveva, «a causa dell’assenza di schiavitù». Detestando la società borghese, ma ancor più la democrazia e il socialismo, Nietzsche dichiarava: «Tali fantasmi, come la dignità dell’uomo e la dignità del lavoro, sono i miseri prodotti di una schiavitù che vuole nascondersi a sé stessa».[35]

La società moderna, per Nietzsche, interferiva con la naturale gerarchia delle razze, costituendo «un’epoca» che «mescola indiscriminatamente le razze».[36] Ciò richiedeva la riaffermazione della «razza padrona», che egli raffigurava in termini «ariani», come rappresentata dalla «bionda bestia germanica» che si trova «al centro di ogni razza nobile». Al contrario, «i discendenti di tutte le schiavitù europee ed extraeuropee, in particolare di tutte le popolazioni pre-ariane, rappresentano il declino dell’umanità».[37]

Rallegrandosi della sconfitta della Comune di Parigi, Nietzsche la definì «la forma più primitiva di società», poiché rappresentava gli interessi del branco. Si preoccupò del tragico destino che attendeva «la razza dei conquistatori e dei signori, quella degli ariani» nell’era democratica e socialista.

Questa «umanità ariana» conquistatrice aveva caratteri originariamente biondi e «completamente pura e primordiale», in contrapposizione ai precedenti «abitanti nativi dalla pelle scura e dai capelli scuri» dell’Europa e di altre parti del mondo.[38]

Nella Volontà di potenza, dichiarò apertamente: «La maggioranza degli uomini non ha diritto all’esistenza, ma costituisce una disgrazia per gli uomini superiori. Ancora, non concedo agli inadatti questo diritto. Ci sono persino popoli inadatti», privi del diritto di esistere.[39]

Nella nozione di «eterno ritorno» di Nietzsche, gli spiriti «nobili» e la razza padrona avrebbero sperimentato nuovamente il trionfo della volontà nelle oscillazioni cicliche della storia. Tuttavia, l’eterno ritorno significava una mancanza di progresso generale, cosicché il risultato cumulativo era «il nulla (il ‘non senso’) per sempre!».

Sebbene Nietzsche desiderasse superare il nichilismo attraverso il Superuomo come personificazione della volontà di potenza, era al nichilismo che tutto tornava sempre eternamente, poiché il vero progresso era precluso.[40]

Il vitalismo, o Lebensphilosophie, è stato, nella concezione di Lukács, il pensiero filosofico dominante dell’intero periodo imperialista in Germania. In quel periodo il vitalismo fu principalmente rappresentato in Francia dall’opera di Bergson. La filosofia di Bergson si basava su due forme di coscienza: l’intelletto e l’intuizione. L’intelletto, legato al mondo meccanico delle scienze naturali, l’intuizione alla metafisica e quindi al regno della filosofia.

Egli riteneva che, guardando all’interno dell’ambito dell’intuizione, fosse possibile risolvere problemi come il carattere del tempo e dell’evoluzione, in modi che completavano, ma andavano oltre, la scienza e la ragione. Così, egli metteva in discussione, per dirla con Lukács, «il carattere scientifico della normale conoscenza scientifica», creando un «aspro confronto tra la razionalità e l’intuizione irrazionalistica».[41]

I due concetti più importanti di Bergson sono quelli di tempo, come durata soggettiva e di élan vital, o impulso vitale. Sulla base di questi concetti, propose una sorta di terza via filosofica, al di fuori del materialismo meccanicistico e dell’idealismo/teleologia. Il «tempo», affermava, «è invenzione o non è nulla». Nel momento in cui ci confrontiamo con la «durata, vediamo che significa creazione». La nostra stessa vita ci fornisce gli indizi per svelare il segreto del tempo, o la capacità di durare, poiché la durata non è un attributo «della materia stessa, ma della vita che risale il corso della materia».[42]

L’élan vital è l’impulso creativo della vita, che illumina la materia e spiega l’evoluzione. Su queste basi, essenzialmente mistiche, Bergson ha continuato a sfidare la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin come selezione naturale, e la concezione dello spazio-tempo di Albert Einstein, per non aver colto le basi soggettive, intuitive e creative dell’esistenza.

Bergson è nato nel 1859, l’anno della pubblicazione de L’origine delle specie di Darwin, ma non ha mai accettato la teoria della selezione naturale di Darwin, sostenendo che la scienza naturale fosse inadeguata in questo campo e che alla base di tutta l’evoluzione doveva esserci un impulso vitale e creativo, un cosmico élan vital.

Per mezzo di argomenti che oggi sono utilizzati dai sostenitori dell’Intelligent Design – ad esempio che l’evoluzione dell’occhio non poteva essere spiegata dalla selezione naturale – egli attribuì l'”evoluzione creatrice” a un potere vitale indipendente dalla materia e dall’organizzazione.[43]

Gli attacchi di Bergson alla teoria darwiniana della selezione naturale e alla ragione in generale, fecero sì che E. Ray Lankester, protetto di Darwin e Thomas Huxley, amico intimo di Marx e principale biologo britannico dell’epoca, si ribellassero alla presentazione di Bergson dell’«intuizione come vera guida e dell’intelletto come guida erronea».

Lankester, materialista rigoroso, nel valutare il contributo di Bergson scrisse: «Per lo studioso delle aberrazioni e delle mostruosità della mente dell’uomo, le opere di M[onsieur] Bergson saranno sempre documenti di valore», simili all’interesse che «un collezionista può nutrire per una curiosa specie di coleottero».[44] (In seguito, i biologi socialisti superarono il dibattito tra meccanicisti e vitalisti attraverso la dialettica materialista, che costituì un importante contributo alla scienza).[45]

Bergson era irritato dalla teoria della relatività di Einstein, che interpretava il tempo (o lo spaziotempo) in termini fisici e che stava progressivamente ricevendo un generale riconoscimento. Nell’aprile del 1922, in un famoso faccia a faccia, Bergson sostenne, in opposizione a Einstein, che una nozione fisica del tempo professata dall’intelletto era insufficiente e che il tempo poteva essere pienamente compreso solo se affrontato soggettivamente e intuitivamente in termini di durata.

Einstein rispose che «il tempo dei filosofi [confondendo tempo psichico e tempo fisico] non esiste, resta solo un tempo psicologico, che differisce da quello dei fisici». Per Einstein, né l’élan vital di Bergson né la sua durata avevano alcun significato in termini di scienza fisica.[46]

Secondo Lukács, non esiste una filosofia “innocente”. Questo è chiaramente il caso di Heidegger, nonostante il suo aspetto esoterico.[47] Nel capolavoro di Heidegger del 1927, Essere e tempo, la considerazione degli esseri individuali è minimizzata nella ricerca dell'”ontologia fondamentale” dell’Essere metafisico. Egli propone che l’Essere può essere interpellato sulla base di un’analitica esistenziale incentrata sul Dasein, o esistenza umana, che, come spiegherà in seguito, può essere concepita come dimorante e svolgente il ruolo di “pastore dell’Essere”.

Quindi, sebbene l’Essere, per Heidegger, non possa essere appreso direttamente, può, in parte, essere rivelato fenomenologicamente ed esistenzialmente attraverso l’esame del Dasein, nel contesto del suo “divenire-con” il mondo.[48] Tutte le filosofie precedenti, da Platone all’epoca moderna, erano considerate da Heidegger superficiali e strettamente metafisiche, in quanto non si concentravano sul problema ontologico fondamentale dell’Essere.[49] Una conseguenza della filosofia di Heidegger è stata quella di decentrare l’Io cosciente (trascendentale) e di spostare la filosofia dalle questioni di relazione soggetto-oggetto all’autenticità e all’inautenticità.[50]

Dato che la ricerca dell’Essere in quanto tale è l’asse portante dell’analitica esistenziale di Heidegger, si potrebbe pensare che non abbia molta relazione con la politica e l’etica. Tuttavia, pur non essendo presenti in superficie, gli elementi reazionari, irrazionali e vitalistici della filosofia di Heidegger trapelano in vari modi, mostrando la vera natura della sua logica irrazionalista.

Ciò si è verificato non solo nel periodo ufficiale del nazismo ma anche nei lavori successivi al dopoguerra, ed erano probabilmente impliciti fin dall’inizio, nella sua intera posizione filosofica. Nelle lezioni pubblicate su Essere e verità, presentate all’Università di Friburgo nell’inverno 1933-1934, poco dopo l’adesione al partito nazista e solo pochi anni dopo la pubblicazione di Essere e tempo, così Heidegger ha dichiarato:
Un nemico è ogni persona che rappresenta una minaccia essenziale per il Dasein [esistenza] del popolo e dei suoi singoli membri. Il nemico non deve essere necessariamente esterno, e il nemico esterno non è nemmeno sempre il più pericoloso. E può sembrare che non ci sia alcun nemico. Allora è una necessità fondamentale trovare il nemico, portare alla luce il nemico, o addirittura creare prima il nemico, in modo che possa darsi questa posizione contro il nemico e che il Dasein non perda la sua estremità...

[La sfida è] portare il nemico allo scoperto, non nutrire illusioni sul nemico, tenersi pronti all’attacco, coltivare e intensificare una costante prontezza e preparare l’attacco guardando avanti con l’obiettivo dell’annientamento totale.[51]
I ruoli di Heidegger come funzionario del partito nazista, ideologo e preminente sostenitore accademico di Hitler durante i suoi anni come rettore all’Università di Friburgo, sono ormai ben noti. Egli ha contribuito a istituire la Gleichschaltung, o l’allineamento all’interno dell’accademia tedesca, svolgendo un ruolo di primo piano nell’eliminazione dall’università di colleghi e studenti che non si conformavano ai dettami del regime nazista. Ha anche lavorato a stretto contatto con Schmitt, il teorico del diritto e principale autore del famigerato principio del Führer, promuovendo l’ideologia nazista e presiedendo ai simbolici roghi di libri.[52]

La sua Introduzione alla metafisica del 1935 non solo ha fornito un tributo al nazismo, ma anche un argomentazione per il trionfo del «Volk [popolo] storico ... e quindi della storia dell’Occidente», attivando «nuove energie spirituali».

In una conversazione con Karl Löwith a Heidelberg nel 1936, Heidegger accettò «senza riserve» la suggestione che la sua «partigianeria per il nazionalsocialismo risiedesse nell’essenza della sua filosofia».[53]

Heidegger ha spesso lodato Mussolini e Hitler, presentando Nietzsche come un precursore di entrambi i leader fascisti. Nel libro di Heidegger su Friedrich Schelling, una lunga frase della conferenza originale è stata omessa nell’edizione del 1971, ma è stata successivamente reinserita su richiesta dello stesso Heidegger. Diceva: «Come è noto, i due uomini che in Europa hanno inaugurato, nella formazione politico-nazionale dei rispettivi popoli, i movimenti di opposizione [Gegenbewegungen] al nichilismo, ossia Mussolini e Hitler, sono stati a loro volta, ciascuno a suo modo, essenzialmente influenzati da Nietzsche; e questo senza che l’autentico dominio metafisico di Nietzsche fosse stato raggiunto».

Nietzsche, spiegò Heidegger nelle sue lezioni, aveva dimostrato che la «democrazia» portava a una «forma degenerata di nichilismo» e quindi richiedeva un movimento Volk più autentico. In un corso di logica nel 1934, Heidegger dichiarò che «i negri sono uomini ma non hanno storia... La natura non ha storia... Quando l’elica di un aeroplano gira, in realtà non ‘accade’ nulla. Al contrario, quando lo stesso aereo porta Hitler da Mussolini, allora accade la storia».[54] La «cultura fittizia» della civiltà occidentale, ha spiegato, sarà sostituita solo dal «mondo spirituale» del Volk basato sulla «più profonda conservazione delle forze del suolo e del sangue».[55]

Nei suoi famigerati Black Notebooks (un diario filosofico che Heidegger chiese di inserire alla fine delle sue Opere complete), diede ripetute prove del suo profondo antisemitismo. Così, ha attribuito i difetti della modernità e del razionalismo occidentale al “giudaismo mondiale”, un termine usato nel Mein Kampf di Hitler in riferimento a una cospirazione ebraica per il dominio del mondo.

«Il giudaismo mondiale», scrisse Heidegger nei Black Notebooks, «è ovunque inafferrabile [a causa del suo predominio del pensiero razionalista] e non ha bisogno di essere coinvolto in azioni militari pur continuando a dispiegare la sua influenza, mentre a noi [la Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale], non resta che sacrificare il miglior sangue, dei migliori del nostro popolo».[56]

Dopo la pubblicazione dei Black Notebooks, come ha osservato lo studioso di Heidegger, Tom Rockmore, «sembra sempre più chiaro che la filosofia di Heidegger, il suo passaggio al nazionalsocialismo e il suo antisemitismo, non siano né separati né separabili, ma piuttosto indissolubilmente legati».[57]

È chiaro che Heidegger non si è mai allontanato, o non ha mai avuto intenzione di farlo, dalle sue estreme posizioni reazionarie, che sono state alla base di tutto il suo impegno filosofico. Nella sua famosa Lettera sull’umanesimo, pubblicata nel 1947, sferrò un attacco sistematico all’umanesimo, denigrando pensatori illuministi tedeschi come Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller.

A differenza dell’odierno postumanesimo, tuttavia, Heidegger si preoccupava principalmente di negare la nozione di essere umano, come essere materiale o corporeo, dotato di una “logica animale“. Per Heidegger, la verità risiedeva nell’analitica esistenziale del Dasein, concependo la vera esistenza umana come avvicinamento all’Essere. Con il suo solito linguaggio velato, Heidegger annunciava un “destino” ancora da venire, basato su una storicità “più primordiale” – più vicina al Dasein – “dell’umanesimo”.

L’umanesimo, che egli identificava con il razionalismo, andava sempre contrastato, «perché non pone l’humanitas abbastanza in alto», promuovendo l’ontica empirista di meri esseri individuali e materiali, in contrapposizione all’ontologia fondamentale dell’Essere, in cui il l’io cosciente è decentrato.[58]

Heidegger ha lasciato intendere che, a causa del linguaggio, che egli considerava al centro del Dasein, c’era una stretta relazione tra la cultura greca antica e quella tedesca (lungo quella che era generalmente concepita come la linea ariana) che rendeva la Germania unica nel promuovere l’autentica storicità dell’Occidente.[59]

Nella sua Lettera sull’umanesimo, Heidegger riconosce la potenza della critica di Marx dell’alienazione, prima di continuare a criticare ingenuamente il materialismo e ridurre la teoria dell’alienazione di Marx alla questione della tecnologia. Come ha affermato Lukács, non c’erano dubbi su ciò che Heidegger stesse dicendo in questo caso, vale a dire che vedeva «il marxismo come il principale antagonista».[60]

Il ritorno dell’irrazionalismo

Lukács ha identificato la crescita dell’irrazionalismo con la fase imperialista del capitalismo. Sulla scia di Lenin e Rosa Luxemburg, [l’imperialismo] è stato concepito in primo luogo economicamente, come un sistema di capitalismo monopolistico, caratterizzato in termini di rivalità interimperialista e di guerra nella lotta per le colonie e le sfere di influenza. Ma fu soprattutto Lenin, secondo Lukács, a tradurre la concezione economica dell’imperialismo nella «teoria della concreta situazione mondiale creata dall’imperialismo», concentrandosi sulla politica di classe e sugli schieramenti tra le nazioni.[61]

Inoltre, Lenin riconobbe che gli accordi di pace nella fase imperialista erano «inevitabilmente, nient’altro che una ‘tregua’ nei periodi tra le guerre», all’interno di una più ampia lotta geopolitica inerente al capitalismo monopolistico.[62] Gli aspetti politici dell’imperialismo hanno così permeato la cultura di intere nazioni, generando quelle che Raymond Williams, in un altro contesto, avrebbe chiamato «strutture del sentimento».[63] Fu questo che portò all’interfaccia tra imperialismo e irrazionalismo nella storia dell’Europa dal 1870 al 1945.

Il tardo imperialismo, iniziato nel 1945, può essere quindi diviso in tre periodi:

(1) L’immediata Guerra Fredda dal 1945 al 1991, in cui gli Stati Uniti come potenza egemonica dell’economia mondiale capitalista cercarono di ottenere il dominio sul Sud del mondo impegnato in rivolte anticoloniali, conducendo allo stesso tempo una lotta globale contro l’Unione Sovietica e la Cina.

(2) Il periodo dal 1991 al 2008, in cui Washington ha tentato di consolidare un permanente mondo unipolare, nel vuoto lasciato dall’uscita dell’Unione Sovietica dalla scena mondiale e dall’apertura della Cina all’economia mondiale.

(3) Dal 2008 (la Grande Crisi Finanziaria) ad oggi, caratterizzato dal riemergere di Cina e Russia come grandi potenze, e dalla designazione ufficiale da parte di Washington, di questi due paesi come suoi principali nemici, portando a una Nuova Guerra Fredda, segnata dal conflitto tra il mondo unipolare incentrato sugli Stati Uniti e un emergente ordine mondiale multipolare.

Durante tutto questo tempo “la sinistra” occidentale ha occupato, nei propri Paesi, una debole posizione all’interno del capitalismo monopolistico, mentre all’estero ha avuto un ambiguo approccio all’imperialismo, con la relativa sommersione della lotta di classe. Inoltre, ha anche subito una grave sconfitta nel 1968.

Con l’avvento della Nuova Guerra Fredda, la guerra ibrida dell’imperialismo collettivo della triade contro il Sud del mondo, comprese le principali economie emergenti, è venuta pienamente alla luce. In queste circostanze, l’irrazionalismo borghese è arrivato a definire il clima intellettuale dominante del tardo imperialismo, riflettendo la continua distruzione della ragione.

Oggi è ampiamente riconosciuto che il pensiero reazionario tedesco, associato alla “connessione Nietzsche-Heidegger-Carl Schmitt“, insieme alla rinascita del bergsonismo, è presente nelle opere dei post-marxisti, dei postmodernisti e dei postumanisti, da Derrida, a Deleuze a Latour.[64]

Nelle parole di Keti Chukhrov, un «fascino per la negatività e il nichilismo», caratteristico delle filosofie irrazionaliste della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento, si ritrova nell’opera di «Deleuze e Guattari o nelle distopie accelerazioniste e nelle teorie post-umaniste del presente».[65]

In Nietzsche e la filosofia di Deleuze, ci viene detto che il carattere «decisamente antidialettico» del pensiero di Nietzsche, i suoi concetti di “volontà di potenza”, di “eterno ritorno” e il sogno del Superuomo, rappresentano un trionfo sulla dialettica di Hegel, che porta alla «creativa identità di potenza e volontà» come consumazione della volontà di potenza.[66]

Esiste un “legame segreto” che collega vari pensatori contrari alla filosofia dello Stato. Questo legame segreto, ci dice Deleuze, include Spinoza (reinterpretato come vitalista), Nietzsche e Bergson, considerati tutti come filosofi dell’immanenza, rappresentanti di una tradizione “nomade” contraria non solo al razionalismo europeo in generale, ma in diretta opposizione a Hegel e Marx.[67]

La posizione di Bergson nel suo dibattito con Einstein è sostenuta da Deleuze nel suo Bergsonism del 1966, nel tentativo di privilegiare ancora una volta la nozione soggettiva e intuitiva di tempo, separato dalla fisica e anche dal tempo storico.[68]

I capovolgimenti irrazionalisti e reazionari a cui stiamo assistendo, all’interno di quella che rimane prettamente un’analisi di sinistra, sono molti. Come osserva Chukhrov:
In Capitalismo e Schizofrenia, Deleuze e Guattari trovano che il capitale sia mostruoso, ma allo stesso tempo un terreno desiderabile da cui potrebbe scaturire la sovversione e il suo potenziale di emancipazione. [Tuttavia,] l’accettazione della viziosa contemporaneità capitalista è inevitabile, data la condizione dell’impossibilità della sua sublimazione... Un aspetto molto importante di tale aberrazione risiede in quanto segue: il sottofondo capitalista di queste teorie emancipatrici e critiche, non funziona come un programma di uscita dal capitalismo, ma piuttosto come la radicalizzazione dell’impossibilità di questa uscita.[69]
Questo godimento per l’impossibilità di uscire dal capitalismo può essere visto nel confronto principale di Deleuze e Guattari con Marx. All’inizio del loro autorevole lavoro del 1972, L’Anti-Edipo: Capitalismo e Schizofrenia, postulano una relazione «industria-natura» che si traduce in «sfere relativamente autonome che si chiamano produzione, distribuzione e consumo». Queste sfere separate, sostengono Deleuze e Guattari, furono evidenziate da Marx solo come un prodotto della divisione capitalista del lavoro, e della falsa coscienza che essa produceva. Ma da lì, sono saltati alla proposizione trans-storica:
Non facciamo alcuna distinzione tra uomo e natura: l’essenza umana della natura e l’essenza naturale dell’uomo [frase di Marx] diventano una cosa sola all’interno della natura sotto forma di produzione o industria, proprio come fanno all’interno della vita dell’uomo come specie... L’industria allora non è più considerata dal punto di vista estrinseco dell’utilità, ma piuttosto dal punto di vista della sua fondamentale identità con la natura come produzione dell’uomo e da parte dell’uomo... L’uomo e la natura non sono due termini opposti che si confrontano... sono una stessa realtà essenziale, il prodotto del produttore.[70]
Su questa base, la natura e l’umanità sono viste come un’ineluttabile unità ideale – ciò che Marx, che viene qui citato, chiamava «l’essenza umana della natura e l’essenza naturale dell’uomo». Questo, è l’inevitabile esito dell’industria vista come un astratto e transistorico fenomeno, che, invece di essere concepito come alienato sotto il capitalismo, come in Marx, è lo strumento diretto e immediato dell’unificazione di natura e umanità.

Il complessivo concetto di alienazione, o di autoestraniazione dell’umanità, come realtà materiale centrale del capitalismo (che Marx aveva presentato come un tragico “difetto” da superare), viene così rimosso all’inizio.[71] Natura e umanità, per Deleuze e Guattari, sono “una realtà essenziale”, generata, in astratto, dall’industria.

Avendo di fatto eliminato il fenomeno storico dell’alienazione, Deleuze e Guattari passano immediatamente alla caratterizzazione della produzione come “principio immanente” delle macchine desideranti, sfociando in una schizofrenia universale. La «schizofrenia» in questo senso è definita come «l’universo delle produttive e riproduttive macchine desideranti, [che rappresentano] la produzione primaria universale come “realtà essenziale di uomo e natura”».[72]

L’alienazione di Marx, derivante da estraniate relazioni sociali, è così sostituita da un sistema universale di macchine desideranti o da un “inconscio macchinico” che produce una realtà schizofrenica più ampia di cui il capitalismo è una semplice manifestazione. Questa realtà schizofrenica-desiderante si colloca sul piano dell’immanenza, al di sopra dell’umanità stessa.[73] Ci troviamo così di fronte a un universo di energia libidica e forze vitali, guidati da macchine desideranti da cui non c’è scampo.[74] L’irrazionalismo reazionario di Nietzsche trionfa sulla prassi rivoluzionaria di Marx.

Un simile capovolgimento ancora in relazione a Marx, può essere visto in Derrida, nel famoso Spettri di Marx. In questo e in altri lavori, Derrida ha avanzato una prospettiva post-strutturalista heideggeriana di sinistra. L’immediata risposta pubblica a Spettri di Marx, scritto poco dopo la fine dell’Unione Sovietica, è stata quella di aver riaffermato Marx. Tuttavia, ciò è avvenuto sotto la forma di un’indiretta apologia che sottolineava la “spettrologia di Marx”. Qui, Derrida si è concentrato sulla famosa frase di apertura del Manifesto del Partito Comunista in cui Marx ed Engels avevano scritto: «Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo».[75]

Il marxismo, sosteneva Derrida, continuava a perseguitare l’Europa, anche se solo in un senso spettrale, in cui svolgeva un ruolo indispensabile per continuare a sfidare il monolite capitalista. Tuttavia, il Marx di Derrida – o il Marx che desiderava conservare – era, nelle parole di Richard Wolin, un “Marx heideggerianizzato”, impoverito dall’idea che il nemico principale sia ora semplicemente la modernità tecno-scientifica.

Qui i «pregiudizi ontologici dell’antiumanesimo filosofico, un’eredità heideggeriana» escludono tutta la sostanza della teoria di Marx, comprese le forze sociali alla base della prassi rivoluzionaria. In effetti, «la spettrologia di Marx”, spiega Derrida, non era limitata a Marx stesso «ma lampeggia e brilla dietro i nomi propri di Marx, Freud e Heidegger». Quindi, Marx continua a perseguitare il capitalismo, ma non solo come apparizione di se stesso, ma anche come fantasma di Heidegger, il cui «pensiero epocale... elimina la storicità».[76]

Le nuove filosofie dell’immanenza hanno quindi prodotto ogni sorta di teorie apparentemente radicali ma in realtà reazionarie. Ciò è evidente nei trattamenti postumanisti della crisi ecologica, in particolare nella forma del cosiddetto “nuovo materialismo”.

Gran parte di ciò è determinato dalla discutibile riappropriazione di Spinoza come teorico vitalista da parte di Deleuze, soprattutto attraverso il concetto spinoziano di conatus, che viene interpretato come l’attribuzione di motivo, mente, persino gioia, agli oggetti stessi, ad esempio una pietra.[77]

Questo ha aperto la strada a una vasta diffusione di nuove opere vitaliste (il cosiddetto “nuovo materialismo”) da parte di figure come Bennett e Morton, spesso in nome dell’ecologia, in cui l’esito è un animismo universale. In questa prospettiva, un pezzo di carbone, un microbo, la serie di dinosauri di plastica di Adorno, una pietra, ecc., sono tutti trattati come dotati di “poteri vitali”, posti con l’umanità su un piano ontologico piatto .[78]

Come Schopenhauer (nella sua Risposta a Spinoza), Bennett sostiene che una pietra che cade, se fosse cosciente, avrebbe ragione a pensare di avere volontà e di muoversi di sua spontanea volontà.[79] Il risultato è la demolizione di ogni significativa distinzione tra natura umana e non umana.

Una strategia comune a Latour, Bennett e Morton, è quella di negare la famosa critica di Marx al feticismo delle merci, capovolgendola semplicemente e presentando tutte le cose/oggetti come agenti vitali o attori. Ciò equivale a una universalizzazione del feticismo della merce e della reificazione (the thingification of the world) [la oggettificazione del mondo N.d.T.], con la conseguente riduzione di qualsiasi nozione di soggetto umano. Ciò costituisce l’eliminazione della concezione classica della critica.[80]

Con il suo ben noto rifiuto del “moderno”, Latour ha cercato di negare, secondo la moda heideggeriana di sinistra, ogni validità ai concetti di natura e umanità, presentandoli come un falso dualismo introdotto dalla modernità illuminista. Il rifiuto del dualismo natura-società è il cuore della sua “ecologia politica”, che sostituisce gli attori umani con assemblaggi di “attanti”.[81] Ma quando ha tardivamente percepito la necessità di considerare l’effettiva emergenza ecologica planetaria rappresentata dalla nuova epoca antropocenica della storia geologica, Latour si è trovato privo di punti di riferimento – poiché, nella sua filosofia, anche l’ecologia era stata messa in discussione – ed è tornato a concetti mistificanti come Gaia e ciò che lui chiamava Earthbound (una rielaborazione e personificazione della nozione di “terrestre”).

Ma soprattutto, data la natura della distruzione planetaria, si trovò di fronte alla domanda su come concepirla dal punto di vista dell’ordine politico. Si rivolse quindi a Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum di Carl Schmitt, scritto nella Germania nazista. L’opera di Schmitt cercava di radicare il diritto nella terra (non nel senso dell’ecologia, ma piuttosto della territorializzazione), concependola come la base dello stato di guerra permanente che fonda il diritto internazionale.[82]

La valutazione di Lukács sullo Schmitt di quel periodo è naturalmente molto più severa di quella di Latour. Il teorico del diritto nazista, sosteneva Lukács, si era rapidamente adattato al nuovo clima imperiale dopo la caduta del Terzo Reich. «Per lui – Carl Schmitt – non ha nessuna importanza se sia Hitler, Eisenhower o un imperialismo tedesco appena sorto, a instaurare la dittatura assoluta del capitalismo monopolistico».[83]

Tuttavia, basando la sua analisi su Schmitt, Latour ci dice che la risposta sta in «un nuovo stato di guerra» a favore di Earthbound. Nel 2015, Latour conclude La sfida di Gaia elogiando lo spirito di Cristoforo Colombo.[84] Nonostante la sua critica ai “moderni”, Latour si era alleato, almeno per un certo periodo, con gli ultra-ecomodernisti capitalisti del Breakthrough Institute, invitando la gente a «Love Your [Frankenstein] Monsters».[85]

L’irrazionalismo, ora, è nuovamente di moda. È evidente un’ulteriore «radicalizzazione dell’impossibilità di... uscita», mentre il mondo nel tardo imperialismo affronta due forme di sterminio: la guerra nucleare e l’emergenza ecologica planetaria.

In una conferenza e in un libro che affronta l’antisemitismo e il nazismo nei Black Notebooks di Heidegger, che rappresentano uno sforzo disperato per salvare in qualche modo il pensiero del filosofo nonostante le rivelazioni secondo cui il nazismo era parte integrante della sua intera visione, è stato il filosofo lacaniano-hegeliano Žižek ad avere l’ultima parola, senza dubbio per la sua reputazione di pensatore di sinistra. Žižek ha cercato di difendere l’importanza di Heidegger per la filosofia, nonostante il suo nazismo, sulla base del significato della sua ontologia fondamentale della “differenza ontologica”, o del rapporto degli enti con l’Essere, da cui sono derivate l’analisi del Dasein e la decostruzione dell’ego cosciente di Heidegger.

Questo, quindi, è visto come separabile dalle specificità del percorso politico di Heidegger. Anche se non si è allontanato dalle sue visioni di estrema destra, non riuscendo a ripudiare il suo passato nazista, Heidegger, ci viene detto, va ancora lodato per l’ontologia fondamentale del suo Essere e tempo e per le sue critiche alla civiltà scientifico-tecnologica, viste come distinguibili dalla sua complicità con il Terzo Reich.[86]

Nell’opera di Žižek Meno di niente: Hegel e l’ombra del materialismo dialettico, Heidegger è lodato ancora più intensamente. Non solo Heidegger è qui presentato come una figura che opera «controcorrente» all’interno di una pratica «stranamente vicina al comunismo», ma ci viene anche detto che Heidegger «della metà degli anni ‘30», quando era membro del Partito nazista, può essere visto come «un futuro comunista», anche se non è mai arrivato a quella meta. Il nazismo di Heidegger, dichiara apologeticamente Žižek, «non fu un semplice errore, ma piuttosto un “passo giusto nella direzione sbagliata”».

Pertanto, «Heidegger non può essere semplicemente liquidato come una reazione volkisch tedesca” [Il termine tedesco völkisch, corrisponde all’italiano ‘popolo’ N.d.T.]. Nel suo periodo nazista, postula Žižek, Heidegger stava aprendo «possibilità che vanno... verso una politica emancipatrice radicale». Certo, questo è stato scritto prima della pubblicazione dei Black Notebooks, anche se ben dopo la pubblicazione di molti degli scritti nazisti di Heidegger. Ma come abbiamo visto, i Black Notebooks, con il loro virulento antisemitismo, non hanno modificato di molto la difesa generale della filosofia di Heidegger da parte di Žižek.[87]

La fedeltà di Žižek al progetto antiumanista di Heidegger è evidente nella sua attuale posizione postumanista in cui sostiene (mentre elogia Bennett) che la natura e l’ecologia, insieme all’umanità, non sono più categorie significative. In questa prospettiva, anche la difesa indigena della terra viene sminuita.

In un articolo, focalizzato sulla discussione del concetto marxiano di frattura metabolica, Žižek ha risposto all’appello del presidente socialista e indigeno boliviano Evo Morales, per la difesa della Madre Terra, con la battuta: «A questo si è tentati di aggiungere, che se c’è una cosa buona del capitalismo è che sotto di esso, la Madre Terra non esiste più».

Cosa si intendesse con ciò, come in gran parte degli scritti di Žižek, non era immediatamente chiaro, ma si adatta ad altre sue altre affermazioni che riflettono un simile disprezzo per i problemi ecologici e un’indiretta apologia del sistema, come la sua dichiarazione che «l’ecologia è un nuovo oppio per le masse».[88]

In effetti, sia la denaturalizzazione della natura che la disumanizzazione dell’umanità sono integrate nella generale visione antiumanista di Žižek, che si uniforma al principio della radicalizzazione dell’impossibilità di uscita. Così, ha dichiarato in modo nichilista che:
«Il potere della cultura umana non è solo quello di costruire un universo simbolico autonomo al di là di ciò che sperimentiamo come natura, di produrre nuovi “innaturali” oggetti naturali che materializzano la conoscenza umana. Non solo “simbolizziamo la natura”; noi [anche], per così dire, la denaturalizziamo dall’interno... L’unico modo per affrontare le sfide ecologiche è accettare pienamente la radicale denaturalizzazione della natura».
Ma questo implica anche la radicale disumanizzazione dell’umanità, poiché, come egli stesso afferma: «Ci sono esseri umani solo in quanto esiste una impenetrabile natura inumana (la “terra” di Heidegger)». Il problema di tutte le discussioni sulla «inclusione dell’umanità nella natura» e delle analisi della frattura metabolica, sostiene Žižek, è che tendono a regredire in una «ontologia generale dialettico-materialista», riferendosi al naturalismo dialettico di Engels e Lenin.

In accordo con l’approccio idiosincratico, idealista e irrazionalista di Žižek al «materialismo dialettico», che pretende di «ritornare da Marx a Hegel e attuare un “rovesciamento materialista” di Marx stesso» attraverso l’idealismo puro, sia il naturalismo-materialismo che l’umanesimo critico devono essere rifiutati, in generale conformità con l’heideggerianismo di sinistra.[89]

La realtà materiale lascia così il posto al Reale astratto. Tali visioni portano a un ritiro da qualsiasi prassi significativa, a un profondo pessimismo e a una dialettica dell’irrazionalismo. Senza mai affrontare seriamente la crisi ecologica globale o la lotta di classe contro il capitalismo, necessaria per evitare di superare i punti critici planetari, Žižek dichiara spensieratamente che «dobbiamo assumere la catastrofe come nostro destino».[90]

Tale irrazionalismo, in relazione alla crisi ambientale del capitalismo, è evidente anche nella risposta di Žižek all’attuale crescente minaccia di un conflitto nucleare tra NATO e Russia nel contesto della guerra in Ucraina. In effetti, oggi assistiamo a un’ulteriore distruzione della ragione, frutto di un confuso antiumanesimo misto a fervore nazionalista. Ciò è evidente nell’insistenza di Žižek sul fatto che la NATO dovrebbe continuare a sostenere la guerra in Ucraina e abbandonare i colloqui di pace, nonostante i crescenti pericoli di uno scambio termonucleare globale che quasi certamente annienterebbe tutta l’umanità, semplicemente per “salvare la faccia”.

Altri come Noam Chomsky, che hanno sollevato la questione del rapporto con la crescente minaccia di sterminio globale, vengono erroneamente liquidati da Žižek come sostenitori della Russia di Putin. Al contrario, egli chiede una NATO più forte e globale, in grado di combattere sia la Russia che la Cina. Ci viene detto che la stessa “logica” che governa l’insistenza della Russia per non far entrare l’Ucraina nella NATO e per non far collocare armi nucleari sul suolo ucraino, che costituirebbe una «crisi esistenziale per lo stato russo... impone che anche l’Ucraina abbia armi [fornite nel suo caso dall’Occidente] – e persino armi nucleari – per raggiungere la parità militare» con la Russia.[91]

Qui vediamo il “suicidio cosmico” di Hartmann come la manifestazione suprema dell’intelletto e della volontà che improvvisamente riemerge nel nostro tempo. Ancora una volta l’irrazionalismo, coltivato ai più alti livelli intellettuali, che dominava la visione dell’Occidente all’inizio della Prima Guerra Mondiale, sta soffocando ogni alternativa razionale.

Offrire un sostegno acritico agli obiettivi della triade imperiale di Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone, o sostenere una NATO globale nel contesto tardo imperialista, significa identificarsi con l’irrazionale volontà di potenza del centro imperiale del dell’economia mondiale, che porta o all’eterno ritorno dello sfruttamento/espropriazione, oppure al suicidio cosmico di Hartmann.

Oggi, la Ragione esige il superamento dello sfruttamento e dell’espropriazione, e delle relative tendenze sterministe del nostro tempo. Ciò può essere realizzato, come ha notato Baran negli anni ’60, solo sulla base dell’«identità degli interessi materiali di una classe [o delle forze sociali basate sulla classe] con... la critica della Ragione all’irrazionalità esistente».

La fonte di una tale identità di «interessi materiali con una classe» si trova attualmente soprattutto nel Sud del mondo, e con quei movimenti rivoluzionari che ovunque cercano di rovesciare l’intero sistema capitalista-coloniale-imperialista per il bene dell’umanità e della Terra.

Note

[1] György Lukács, Die Zerstörung der Vernunft (Berlin: Aufbau-Verlang, 1953), English translation, The Destruction of Reason (London: Merlin Press, 1980), traduzione italiana, La distruzione della ragione (Sesto San Giovanni: Mimesis Edizioni, 2011).

[2] George Lichtheim, “An Intellectual Disaster,” Encounter (May 1963): 74–79. Lichtheim stava apparentemente revisionando il testo di György Lukács, The Meaning of Contemporary Realism (London: Merlin Press, 1963).

[3] Rodney Livingston, Perry Anderson, and Francis Mulhern, “Presentation IV,” in Theodor Adorno, Walter Benjamin, Bertolt Brecht, and György Lukács, Aesthetics and Politics (London: Verso, 1977), 142–50; Theodor Adorno, “Reconciliation Under Duress,” in Adorno, Benjamin, Brecht, and Lukács, Aesthetics and Politics, 152–54; István Mészáros, The Power of Ideology (New York: New York University Press, 1989), 118–19. Adorno ha sostenuto che «La distruzione della ragione… ha rivelato più chiaramente la distruzione della ragione dello stesso Lukács». Ha falsamente affermato che nel libro «Nietzsche e Freud sono semplicemente etichettati come fascisti» — nonostante il fatto che Nietzsche sia affrontato da Lukács in termini di irrazionalismo filosofico, che non costituisce di per sé un fascismo, mentre Freud è appena menzionato nel libro, e non in modo negativo. Adorno, “Reconciliation Under Duress,” 152.

[4] Lichtheim, “An Intellectual Disaster,” 78–79; Lichtheim citato in Árápad Kadarkay, “Introduction: Philosophy and Politics,” in György Lukács, The Lukács Reader, ed. Árápad Kadarkay (Oxford: Blackwell, 1995), 215. Va notato che, mentre Kadarkay cita Lichtheim sia qui che nella sua biografia di Lukács, riferendosi a Destruction of Reason come a un “crimine intellettuale”, questa affermazione non si trova in realtà nella pagina del numero di Encounter, che Kadarkay cita in entrambe le occasioni e che altri citano tramite Kadarkay. Tuttavia, poiché Lichtheim si riferisce chiaramente, in un altro numero di Encounter, all’opera di Lukács in questa fase come a un “disastro intellettuale” e a una “catastrofe intellettuale”, l’affermazione “crimine intellettuale” ha un certo fondo di verità.

[5] Lichtheim, “An Intellectual Disaster,” 76. Nonostante l’impressione che lascia Lichtheim, Lukács non ha fatto alcuna allusione agli “incubi di Kafka” nel suo libro. Le virgolette intorno alla frase citata sono di Lichtheim, poiché Lukács non ha fatto alcuna affermazione del genere.

[6] Lukács, The Destruction of Reason, 770.

[7] Lukács, The Destruction of Reason, 792–93.

[8] Árápad Kadarkay, György Lukács: Life, Thought and Politics (Oxford: Blackwell, 1991), 421–23; Lichtheim, “An Intellectual Disaster,” 76.

[9] Enzo Traverso, “Dialectic of Irrationalism,” introduzione a György Lukács, The Destruction of Reason (London: Verso, 2021), 10. L’introduzione di Traverso, alla recente ristampa pubblicata da Verso Books di The Destruction of Reason, porta avanti, anziché prenderne le distanze, questi precedenti attacchi marxisti occidentali al libro, rendendo, in gran parte, la sua introduzione un’anti-introduzione, più tipica dell’epoca della prima Guerra Fredda.

[10] I. Lenin, Imperialism, the Highest Stage of Capitalism (New York: International Publishers, 1939). L’argomentazione di Lenin non viene analizzata direttamente nel libro di Lukács, ma costituisce comunque lo sfondo materiale dell’intera argomentazione, in quanto l’imperialismo, nei termini di Lenin, è un punto di riferimento costante.

[11] Sul tardo imperialismo, vedi John Bellamy Foster, “Late Imperialism,” Monthly Review 71, no. 3 (July–August 2019): 1–19; Zhun Xu, “The Ideology of Late Imperialism,” Monthly Review 72, no. 10 (March 2021): 1–20. Sull’imperialismo collettivo della triade, vedi Samir Amin, “Contemporary Imperialism,” Monthly Review 67, no. 3 (July–August 2015): 23–36.

[12] Vedi Xu, “The Ideology of Late Imperialism“; Paweł Wargan, “NATO and the Long War on the Third World,” Monthly Review 74, no. 8 (January 2023): 16–32.

[13] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Monopoly Capital (New York: Monthly Review Press, 1966), 338, 341.

[14] Paul A. Baran a Paul M. Sweezy, February 3, 1957, in Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, The Age of Monopoly Capital (New York: Monthly Review Press, 2017), 154.

[15] Fëdor Dostoevskij, Notes from Underground (New York: Vintage, 1993), 13; Paul A. Baran, The Longer View (New York: Monthly Review Press, 1969), 104. L’espressione “vomito della ragione” è presa dall’interpretazione di Baran del rifiuto, da parte dell’Uomo del sottosuolo, delle “leggi della natura” e “due per due fa quattro”, per cui il protagonista del romanzo di Dostoevskij, secondo Baran, “vomita la ragione”.

[16] Sull’irrazionalismo, vedi Lukács, The Destruction of Reason; Herbert Aptheker, “Imperialism and Irrationalism,” Telos 4 (1969): 168–75; Étienne Balibar, “Irrationalism and Marxism,” New Left Review I:107 (January–February 1978): 3–18; Frederick Copleston, A History of Philosophy, vol. 7, Part II, Modern Philosophy: Schopenhauer to Nietzsche (Garden City, New York: Doubleday, 1963); “Irrationalism,” [Encyclopedia] Britannica, no date, britannica.com.

[17] James H. Meisel, “A Premature Fascist? Sorel and Mussolini,” The Western Political Quarterly 3, no. 1 (March 1950): 26; H. Stuart Hughes, Consciousness and Society (New York: Vintage, 1958), 162.

[18] Hitler citato da Herman Raushning, Gespräche mit Hitler (New York: Europa Verlag, 1940), 210, tradotto in Gerald Holton, “Can Science Be at the Centre of Modern Culture?,” Public Understanding of Science 2 (1993): 302. Per una traduzione un pò diversa, vedi Herman Raushning, Voice of Destruction (New York: G. P. Putnam’s Sons, 1940), 222–23.

[19] Lukács, The Destruction of Reason, 5.

[20] Lukács, The Destruction of Reason, 192.

[21] Copleston, Schopenhauer to Nietzsche, 27; Lukács, The Destruction of Reason, 193–98.

[22] Lukács, The Destruction of Reason, 204–8.

[23] Arthur Schopenhauer, The World as Will and Idea, vol. 3 (London: Trübner, 1883), 164; Lukács, The Destruction of Reason, 225. L’attribuzione della volontà a tutta l’esistenza da parte di Schopenhauer sarebbe sembrata ai suoi lettori meno fantastica di quanto non lo sia oggi. Come notò criticamente il grande geologo Georges Curvier nel suo famoso “Discorso preliminare” alle sue Researches on Fossil Bones del 1812, alcuni scienziati del primo Ottocento, tra cui il mineralogista Eugène Patron, attribuirono alla «molecola più elementare… un istinto, una volontà». Georges Curvier, Fossil Bones, and Geological Catastrophes, ed. Martin J. S. Rudwick (Chicago: University of Chicago Press, 1997), 201.

[24] “From Baruch Spinoza’s ‘Letter to G. H. Schuller’ (1674),” Explanitia (blog), October 3, 2018, explanatia.wordpress.com; Schopenhauer, The World as Will and Idea, vol. 3, 164. Lukács, The Destruction of Reason, 225–27.

[25] Schopenhauer, The World as Will and Idea, vol. 3, 159, 165–66, 531–32; Lukács, The Destruction of Reason, 225. è

[26] Friedrich Lange, The History of Materialism (New York: Humanities Press, 1950).

[27] Eduard von Hartmann, Philosophy of the Unconscious, vol. 3 (London: Kegan, Paul, Trench, and Trübner, 1893) 131–36; Copleston, Schopenhauer to Nietzsche, 57–59; Thomas Moynihan, X-Risk: How Humanity Discovered Its Own Extinction (Falmouth, UK: Urbanomic Media, 2020), 273–78; Lukács, The Destruction of Reason, 409; Frederick C. Beiser, After Hegel: German Philosophy, 1840–1900 (Princeton: Princeton University Pres, 2016), 158–216.

[28] Lukács, The Destruction of Reason, 309, 319–21.

[29] Lukács, The Destruction of Reason, 388–89.

[30] Friedrich Nietzsche, The Will to Power (New York: Vintage, 1967), 550.

[31] Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Vol. VI, tomo II delle OFN, Milano, 1976, pp. 177-178.

[32] Lukács, The Destruction of Reason, 361. Su Hobbes, vedi István Mészáros, Beyond Leviathan (New York: Monthly Review Press, 2022), 42–44.

[33] Nietzsche, The Will to Power, 25, 77; Nietzsche, Beyond Good and Evil, 118.

[34] Nietzsche, The Will to Power, 33, 78, 364–65, 397–98; Nietzsche, Beyond Good and Evil, 110–11, 115; Friedrich Nietzsche, Twilight of the Idols (Indianapolis: Hackett Publishing Co., 1997), 41.

[35] Nietzsche, citato da Lukács, The Destruction of Reason, 327.

[36] Nietzsche, Beyond Good and Evil, 111.

[37] Friedrich Nietzsche, On the Genealogy of Morality (Cambridge: Cambridge University Press, 2007), 23–24, 33. Stanamente, Deleuze vede il concetto di “superuomo” di Nietzsche, come il suo trionfo finale sulla dialettica di Hegel. Gilles Deleuze, Nietzsche and Philosophy (New York: Columbia University Press, 1983), 147–94.

[38] F. Nietzsche, Genealogia della morale, in Vol. VI, tomo II delle OFN, Milano, 1976, p. 229.

[39] La traduzione qui riportata segue quella di Michael Scarpitti, “The Perils of Translation, or Doing Justice to the Text,” 38, academia.edu. La traduzione di Kaufman di The Will to Power omette le ultime due frasi. Nietzsche, The Will to Power, 467. Vedi anche Ronald Beiner, Dangerous Minds: Nietzsche, Heidegger, and the Return of the Far Right (Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 2018), 4, 137.

[40] Lukács, The Destruction of Reason, 392; Deleuze, Nietzsche and Philosophy, 198.

[41] Lukács, The Destruction of Reason, 25, 403.

[42] Henri Bergson, Creative Evolution (New York: Henry Holt, 1911), 340–42.

[43] Frederick Copleston, A History of Philosophy, vol. 9, Maine de Biran to Sartre; Part I: The Revolution to Henri Bergson (New York: Doubleday, 1974), 216–23. Sul rapporto tra l’argomentazione di Bergson sull’occhio e quella degli attuali teorici del creazionismo scientifico, vedi John Bellamy Foster, Brett Clark, and Richard York, Critique of Intelligent Design (New York: Monthly Review Press), 14–15, 158–61.

[44] Ray Lankester, Preface in Hugh S. R. Elliot, Modern Science and the Illusions of Professor Bergson (New York: Longmans, Green, and Co., 1912), vii–xvii.

[45] See B. Sadoski, “The ‘Physical’ and ‘Biological’ in the Process of Organic Evolution,” in Nikolai Bukharin et. al., Science at the Crossroads (London: Frank Cass and Co., 1971), 69–80; Joseph Needham, Time: The Refreshing River (London: Georg Allen and Unwin, 1943), 241–46.

[46] Bergson, Creative Evolution, 342; Jimena Canales, The Physicist and the Philosopher (Princeton: Princeton University Press, 2015), 46–47; “Einstein vs. Bergson: The Struggle for Time”, Faena Aleph, faena.com.

[47] Lukács, The Destruction of Reason, 5, 496.

[48] Martin Heidegger, Basic Writings (New York: HarperCollins, 1993), 53–57, 234; Michael Wheeler, “Martin Heidegger,” Stanford Encyclopedia of Philosophy, October 12, 2011, plato.stanford.edu.

[49] Heidegger fa un’eccezione per alcuni filosofi presocratici, in particolare per Eraclito.

[50] Richard Wolin, Labyrinths (Amherst, Massachusetts: University of Massachusetts Press, 1995), 184; Lukács, The Meaning of Contemporary Realism, 20–21, 26–27.

[51] Martin Heidegger, Being and Truth (Bloomington: Indiana University Press, 2010), 73 (corsivo aggiunto); Beiner, Dangerous Minds, 4–5, 137.

[52] Emmanuel Faye, Heidegger: The Introduction of Nazism into Philosophy in Light of the Unpublished Seminars of 1933–1935 (New Haven: Yale University Press, 2009), 39–58; Richard Wolin, ed., The Heidegger Controversy (Cambridge, Massachusetts: MIT Press, 1993); Richard Wolin, Labyrinths,103–22.

[53] Heidegger citato da Wolin, Labyrinths, 126, 138. Vedi anche Wolin, The Heidegger Controversy, 30.

[54] Briner, Dangerous Minds, 105–8; Wolin, Labyrinths, 134–35.

[55] Heidegger citato da Wolin, Labyrinths, 131.

[56] Philip Oltermann, “Heidegger’s ‘Black Notebooks’ Reveal Antisemitism at the Core of His Philosophy,” Guardian, March 12, 2014.

[57] Tom Rockmore, “Heidegger After Trawny,” in Heidegger’s Black Notebooks, ed. Andrew J. Mitchell and Peter Trawny (New York: Columbia University Press, 2017), 152.

[58] Heidegger, Basic Writings, 225, 234, 241–47; Lukács, The Destruction of Reason, 833–36.

[59] Wheeler, “Martin Heidegger.”

[60] Heidegger, Basic Writings, 243–44; Lukács, The Destruction of Reason, 836–37.

[61] György Lukács, Lenin (Cambridge, Massachusetts: MIT Press, 1971), 41–43.

[62] Lenin, Imperialism, the Highest Stage of Capitalism,119.

[63] Raymond Williams, The Long Revolution (Cardigan, UK: Parthian, 2012), 69.

[64] Wolin, Labyrinths, 1.

[65] Keti Chukhrov, Practicing the Good (Minneapolis: e-flux/University of Minnesota Press, 2020), 20.

[66] Deleuze, Nietzsche and Philosophy, 8–10, 198.

[67] Gilles Deleuze, “I Have Nothing to Admit,” Semiotexte 2, no. 3 (1977), 112; Brian Massumi, introduction in Gilles Deleuze and Félix Guattari, A Thousand Plateaus (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1983), x.

[68] Gilles Deleuze, Bergsonism (New York: Zone Books, 1991), 79–85.

[69] Chukhrov, Practicing the Good, 20.

[70] Gilles Deleuze e Félix Guattari, Anti-Oedipus: Capitalism and Schizophrenia (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1983), 3–5.

[71] Karl Marx, Early Writings (London: Penguin, 1974), 349–50 (citato, in accordo, da Deleuze e Guattari, op. cit.), 398–99.

[72] Deleuze e Guattari, Anti-Oedipus, 5.

[73] Félix Guattari, The Machinic Unconscious (Los Angeles: Semiotext(e), 2011); Karl Marx e Friedrich Engels, The Communist Manifesto (New York: Monthly Review Press, 1964), 1.

[74] Nella filosofia vitalistica di Deleuze, le essenze sono immanenti nelle cose mobili e materiali, e quindi si distinguono dall’essenzialismo nel senso di idee fisse e trascendenti.

[75] Jacques Derrida, Specters of Marx (London: Routledge, 1994), 219–20. Se in Spettri di Marx, Derrida cerca di decostruire la prassi marxiana, altre opere hanno utilizzato la figura dello spettro di Marx per ricostruire la prassi rivoluzionaria. Vedi soprattutto China Miéville, A Spectre Haunting: On the Communist Manifesto (Bloomsbury: Head of Zeus, 2022).

[76] Derrida, Specters of Marx, 93, 219; Wolin, Labyrinths, 238–39.

[77] Baruch Spinoza, Ethics (London: Penguin,1996), 75 (III, prop. 6); “From Baruch Spinoza’s ‘Letter to G. H. Schuller’ (1674)”; Gilles Deleuze, Spinoza: Practical Philosophy (San Francisco: City Lights, 1988), 97–104.

[78] Jane Bennet, Vibrant Matter (Durham: Duke University Press, 2010), xiv–xv, 1–4; Timothy Morton, Humankind (London: Verso, 2019), 33, 55, 61–63, 71, 97, 166–71. Vedi John Bellamy Foster, “Marx’s Critique of Enlightenment Humanism,” Monthly Review 74, no. 8 (January 2023): 1–15. (trad italiana: La critica di Marx all’umanesimo illuminista: una prospettiva ecologica rivoluzionaria, Antropocene.org)

[79] Bennet, Vibrant Matter, 1–4.

[80] Foster, “Marx’s Critique of Enlightenment Humanism,” 10–12. (trad italiana: La critica di Marx all’umanesimo illuminista: una prospettiva ecologica rivoluzionaria, Antropocene.org)

[81] Bruno Latour, The Politics of Nature (Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press, 2004), 75–80; Bruno Latour, Reassembling the Social (Oxford: Oxford University Press, 2007), 54–55; Bruno Latour, We Have Never Been Modern (Cambridge, MA: Harvard University Press,1993).

[82] Bruno Latour, Facing Gaia (Cambridge: Polity, 2017), 220–54, 285–92, traduzione italiana La sfida di Gaia (Sesto san Giovanni: Meltemi, 2020); Bruno Latour, Down to Earth (Cambridge: Polity, 2018).

[83] Lukács, The Destruction of Reason, 839–40.

[84] Latour, Facing Gaia, 285–92.

[85] Bruno Latour, “Love Your Monsters,” Breakthrough Institute, February 14, 2012, org. Nel suo ultimo libro postumo, Latour ha compiuto un passo più progressista e meno irrazionalista, ma non radicale. Vedi Bruno Latour and Nikolaj Schultz, On the Emergence of an Ecological Class (London: Polity, 2022).

[86] Slavoj Žižek, “The Persistence of Ontological Difference,” in Heidegger’s Black Notebooks, ed. Mitchell and Trawny, 186–200.

[87] Slavoj Žižek, Less Than Nothing: Hegel and the Shadow of Dialectical Materialism (London: Verso, 2013), 6, 878–79. traduzione italiana, Meno di niente: Hegel e l’ombra del materialismo dialettico (

[88] Slavoj Žižek, “Ecology Against Mother Nature,” Verso Blog, May 26, 2015; Slavoj Žižek, “Censorship Today: Violence, or Ecology as a New Opium for the Masses,” 2007, lacan.com; Slavoj Žižek, Absolute Recoil: Toward a New Foundation of Dialectical Materialism (London: Verso, 2016), 7–12. Pur essendo critico nei confronti del nuovo materialismo, Žižek simpatizza con la sua prospettiva virulentemente antiumanista e antirealista.

[89] Slavoj Žižek, “Where Is the Rift?: Marx, Lacan, Capitalism, and Ecology,” Los Angeles Review of Books 20 (January 2020); Žižek, Less than Nothing, 207. Žižek sostiene che oggi esistono quattro forme rilevanti di materialismo: (1) il riduzionista materialismo volgare (psicologia cognitiva, neodarwinismo), (2) l’ateismo (Christopher Hitchens), (3) il materialismo discorsivo (Michel Foucault) e (4) il “nuovo materialismo” (Deleuze). Il marxismo è deliberatamente escluso dalla sua lista. Contrapponendosi a Engels e Lenin sostiene che l’unica via per un praticabile “materialismo dialettico”, è un “materialismo senza materialismo” attraverso l’idealismo hegeliano portato ai suoi limiti e reinterpretato per mezzo di Jacques Lacan e Heidegger. La sua “nuova fondazione del materialismo dialettico” come filosofia nichilista del “meno di niente” trova la sua giustificazione finale non in Hegel o Marx, ma in Heidegger. Slavoj Žižek, Absolute Recoil, 5–7, 413–14.

[90] Žižek, Less Than Nothing, 983–84, 207; Žižek, Absolute Recoil, 31, 107. Žižek presenta la previsione della catastrofe come destino, come una “soluzione radicale”, nei termini di mossa filosofica. Tuttavia questa non può essere vista né come “radicale” né come “soluzione”, ma semplicemente come una proiezione del suicidio cosmico come destino, dato che nella sua analisi non viene fatto alcun tentativo di indicare un modo per contrastare questo “destino”. Per una critica dell’approccio, idiosincratico e idealista, di Žižek alla dialettica, vedi Adrian Johnston, A New Dialectical Idealism: Hegel, Žižek, and Dialectical Materialism (New York: Columbia University Press, 2018); vedi anche Adrian Johnston, “Materialism without Materialism: Slavoj Žižek and the Disappearance of Matter,” in Slavoj Žižek and Dialectical Materialism, ed. Agon Hamza and Frank Ruda (London: Palgrave Macmillan, 2016), 3–22. Come afferma Johnston, l’opera di Žižek costituisce un «tradimento, piuttosto che una reinvenzione, del materialismo dialettico». Johnston, “Materialism without Materialism,” 11.

[91] Slavoj Žižek, “The Ukraine Safari,” Project Syndicate, October 13, 2022; Slavoj Žižek, “Pacifism Is the Wrong Response to the War in Ukraine,” Guardian, June 21, 2022; “Ukraine and the Third World,” Kurtay Academics, March 4, 2022, kurtayacademics.com; Jonathan Cook, “A Lemming Leading the Lemmings: Slavoj Žižek and the Terminal Crisis of the Anti-War Left,” MintPress News, June 23, 2022. Sui rischi nucleari della Nuova Guerra Fredda, vedi John Bellamy Foster, John Ross, and Deborah Veneziale, Washington’s New Cold War (New York: Monthly Review Press, 2022).

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Monthly Review, vol. 74, n. 9 (01.02.2023)


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