La politica statunitense ha immensi difetti, ma offre almeno una certezza: mostra la strada per la sfera politica in tutto l’Occidente capitalistico. È quasi uno stampo che dà forma – più o meno lentamente, con qualche variante qui e là – a quanto accade nel resto dei regimi euro-atlantici.
Quindi va seguita e analizzata, perché fornisce anche involontariamente indicazioni di massima sul nostro prossimo futuro. Una premessa è però indispensabile: bisogna lasciare la tentazione della tifoseria – antica piaga del cosiddetto “dibattito politico” italiano – fuori dalla porta.
Sappiamo che negli Usa la svolta reazionaria ormai ha una storia pluridecennale. Trump ha vinto una prima volta nel 2016, il mondo “Maga” ha lentamente condensato varianti inguardabili che vanno dal neonazismo al Ku Klux Klan, seminando in America e nel mondo idee deliranti che sono dichiarazioni di guerra (tipo la “remigrazione”, lì fisicamente istituzionalizzata nell’ICE, una forza paramilitare dipendente solo dal presidente).
Questa svolta ha praticamente eliminato la sponda repubblicana del cosiddetto establishment – quell’insieme di istituzioni, abitudini, istituti di ricerca, parlamentari, funzionari, militari, idee, ricette economiche e di governo del mondo, ecc. – che aveva garantito per la sua parte un’alternanza senza scosse al vertice politico statunitense.
Dagli anni ‘80 in poi, esaurita la fase hard della restaurazione conservatrice – Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Usa – il neoliberismo era diventato pensiero unico, determinando sia gli indirizzi economici che la gestione amministrativa degli Stati, demolendo e cancellando ogni traccia di “stato sociale”.
Sul versante politico-partitico ciò si è velocemente tradotto in “taglio delle ali estreme” – sia di destra che “di sinistra” – e nella presunta legge non scritta della politica elettorale occidentale: si vince al centro.
Il principale corollario “democratico” è ben noto: si partecipa alle elezioni per “battere la destra”, e questo significa per prima cosa rinunciare a qualsiasi pretesa di “cambiamento”. L’ultimo esempio fuori tempo è di questi giorni, con la deputata Elisabetta Piccolotti in Fratoianni (Avs), pronta a spiegare che “la priorità è battere la destra, del disarmo ci occuperemo dopo” (cioè: mai).
Poi, improvvisamente, dall’America sono partite le onde d'urto di un big bang totalmente inaspettato. Un musulmano che si definisce apertamente “socialista” e pro-palestinese diventa sindaco di New York, mobilitando attivisti sociali con un programma fatto di asili nido, trasporti pubblici gratuiti o quasi, supermercati a prezzi popolari, ecc.
A seguire arriva la “collega” Katie Wilson a Seattle (sede, insieme alla Silicon Valley del settore big-tech), e poi una valanga di candidati alle elezioni di midterm (primo martedì di novembre) che stracciano alle primarie le vecchie cariatidi che occupavano da più mandati le poltrone “dem” al Congresso.
Ci sono Chris Rabb, nel 3° Distretto della Pennsylvania che vuole la sanità per tutti e l’abolizione dell’ICE. Melat Kiros, nel 1° Distretto del Colorado, che ha sconfitto la deputata in carica da 29 anni, Diana DeGette, aggiungendovi la fine degli aiuti militari a Israele.
Cori Bush, nel 1° Distretto del Missouri. Claire Valdez, nel 7° Distretto dello Stato di New York, sostenuta da Zohran Mamdani. Darializa Avila Chevalier, nel 13° Distretto di New York. Donavan McKinney, nel 13° Distretto del Michigan (capitale Detroit, “città dell’auto” e della residua classe operaia statunitense). Oliver Larkin, nel 25° Distretto della Florida.
Spiccano su tutti Abdul El-Sayed – anche lui in un distretto del Michigan, medico di chiare origini arabe e apertamente a favore dei palestinesi – e Peggy Flanagan, nella foto d’apertura, della White Earth Nation (Ojibwe) nel Wisconsin, che potrebbe diventare la prima donna “pellirossa” ad entrare nel Congresso.
È andata male di pochissimo (4.000 voti di scarto) a Francesca Hong, origini sudcoreane, malvista anche da alcuni “socialisti” per diverse prese di posizione ritenute “eccessive”.
Si tratta – ricordiamo sempre – di “socialisti con caratteristiche americane”, che sulla politica estera magari dicono sconcezze inascoltabili. Ma segnano comunque un “cambio di direzione” del senso comune e del discorso pubblico statunitense, recuperando una certa percentuale di quel “riformismo socialdemocratico” che agli occhi dell’elettorato sembra “comunismo trinariciuto”. E che così viene combattuto da Trump e dai “Maga”.
Se non si cede alla stupidaggine da tifosi ci si può accorgere che tutti costoro hanno vinto potendo contare su pochi soldi, al contrario dei loro avversari nelle primarie e ancor più alle prossime elezioni (l’Aipac, il fondo israeliano, ha finanziato 361 dei 535 deputati o senatori attuali), ma grazie ad una folla di attivisti che hanno battuto casa per casa, porta a porta, social per social.
Significa che non serve mettersi a questionare sulla percentuale di “spirito rivoluzionario” o riformista presente nelle loro dichiarazioni e/o idee. Tutti costoro non sono e non hanno la “soluzione” per i problemi delle classi povere americane, ma sono il sintomo della gravità della situazione.
Il sintomo, cioè, dell’impossibilità di migliorare la loro condizione seguendo le ricette sia dell’establishment neoliberista (la residua fazione che controlla ancora il “partito democratico”), sia quelle del neofascismo Maga.
Non per caso molti di questi candidati e prossimi parlamentari è di origini unamerican, ossia non bianchi, non anglosassoni e non protestanti. Evidentemente la “faglia del colore” o della cultura da cui si discende rende più semplice spostare i veli ideologici che nascondono le discriminazioni di classe, etniche, “religiose”.
La lezione da trarre, insomma, non consiste nel “copiare” quel che dicono o fanno, ma nel capire che “al centro si perde”. Perché l’adesione al neoliberismo – in versione hard (tipo Pd, insomma) o “moderata” (tipo Avs) – è la ragione che ha portato le “sinistre” a perdere la capacità di rappresentare i ceti popolari.
Una verifica immediata di questa nuova “legge della politica occidentale” viene dalla Francia, dove ci si prepara al dopo-Macron (un banchiere) con un’alternativa radicale alle presidenziali: i fascisti di Le Pen contro la sinistra radicale di Jean-Luc Mélénchon.
In mezzo – “al centro” ci sono solo frattaglie sparse di formazioni che al neoliberismo hanno sacrificato la loro ragion d’essere. Tipo i “gollisti”, i “socialisti” alla Glucksmann, e altri detriti senza più credibilità sociale, incapaci sia di “federarsi” che di esprimere un qualsiasi progetto differente dal semplice “non disturbare le imprese” e “sostenere l’Ucraina”.
Ma se “al centro si perde” – è questo a rendere ridicoli i maneggioni alla Renzi e Calenda, qui da noi – allora è necessario produrre una visione credibile del cambiamento necessario. Perché il malessere popolare che si aggrava nella crisi e nell’avvicinarsi delle guerre non può essere catalizzato con discorsi vaghi, nel solco della “continuità”, con facce da traditori seriali.
Con la crisi del neoliberismo si inverte insomma anche la tendenza principale della politica. Non si tratta più di “ridurre le differenze” ma di esaltarle nella loro radicalità di classe. La destra fascista lavora come sempre per i committenti (“i padroni” di qualsiasi livello, quanto a ricchezza). Sarà bene offrire qualcosa di realmente e completamente opposto.
Lo chiedono persino in America...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2026
09/04/2026
USA - Il grande smottamento dei media MAGA
Che l’apparato militare degli Stati Uniti sia ancora il più esteso del mondo, anche se la sua efficienza sembra diminuita con i cambiamenti intervenuti nelle modalità della guerra, sembra il principale ostacolo ad un cambiamento indolore nell’ordine del Pianeta.
Di conseguenza, la principale chiave di volta per arrestare l’impeto genocida dell’attuale amministrazione Trump sembra essere la convergenza di più fattori: una forte pressione internazionale (principalmente da paesi con arsenale nucleare), una pesante crisi economica e finanziaria che ne mostra l’idiozia strategica, grandi movimenti di massa che provocano cambiamenti nell’orientamento di Stati e Paesi complici o vassalli, lo sfaldamento del “blocco sociale” e mediatico che l’ha portato al potere. Ecc..
Quest’ultimo fattore sembra al momento quello in fase più avanzata di “maturazione” e potrebbe avere un ruolo a breve termine, visto che all’inizio di novembre si terranno le elezioni di midterm, che – rinnovando metà dei seggi nelle due Camere del Congresso – potrebbero determinare una maggioranza nettamente contraria a questa presidenza. Costringendola o a più miti consigli o al golpe istituzionale, e quindi ad una fase di guerra civile interna che ne azzopperebbe comunque in buona parte l’operatività all’esterno.
La testata Axios si è concentrata su questo “smottamento dell’impero mediatico MAGA”. Va presa ovviamente con le molle, visto che in Medio Oriente è considerata tra i megafoni indirettamente controllati dal Mossad. E infatti si nota, qua e là anche in questo articolo, una certa preoccupazione per l’evidente crisi e spaccatura tra i “fabbricanti del consenso” per Trump e la sua corte dei miracoli.
Ma anche la preoccupazione è un indizio... E alcune di queste informazioni, specie se “dal sen sfuggite”, assumono una certa importanza nell’immaginare i possibili sviluppi interni agli Usa nei prossimi mesi.
Buona lettura.
Di conseguenza, la principale chiave di volta per arrestare l’impeto genocida dell’attuale amministrazione Trump sembra essere la convergenza di più fattori: una forte pressione internazionale (principalmente da paesi con arsenale nucleare), una pesante crisi economica e finanziaria che ne mostra l’idiozia strategica, grandi movimenti di massa che provocano cambiamenti nell’orientamento di Stati e Paesi complici o vassalli, lo sfaldamento del “blocco sociale” e mediatico che l’ha portato al potere. Ecc..
Quest’ultimo fattore sembra al momento quello in fase più avanzata di “maturazione” e potrebbe avere un ruolo a breve termine, visto che all’inizio di novembre si terranno le elezioni di midterm, che – rinnovando metà dei seggi nelle due Camere del Congresso – potrebbero determinare una maggioranza nettamente contraria a questa presidenza. Costringendola o a più miti consigli o al golpe istituzionale, e quindi ad una fase di guerra civile interna che ne azzopperebbe comunque in buona parte l’operatività all’esterno.
La testata Axios si è concentrata su questo “smottamento dell’impero mediatico MAGA”. Va presa ovviamente con le molle, visto che in Medio Oriente è considerata tra i megafoni indirettamente controllati dal Mossad. E infatti si nota, qua e là anche in questo articolo, una certa preoccupazione per l’evidente crisi e spaccatura tra i “fabbricanti del consenso” per Trump e la sua corte dei miracoli.
Ma anche la preoccupazione è un indizio... E alcune di queste informazioni, specie se “dal sen sfuggite”, assumono una certa importanza nell’immaginare i possibili sviluppi interni agli Usa nei prossimi mesi.
Buona lettura.
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I creatori dell’impero mediatico MAGA sono in aperta rivolta contro il presidente Trump, disgustati dalla sua minaccia di distruggere l'“intera civiltà” dell’Iran.
Perché è importante. la forza politica di Trump è sempre dipesa meno dalle istituzioni del partito che da un ecosistema mediatico decentralizzato – podcaster, streamer e attivisti che traducono il suo messaggio a milioni di elettori fedeli.
All’inizio del secondo mandato di Trump, quella coalizione era unita, potente e certa: gli avevano appena consegnato la Casa Bianca e credevano che lui avrebbe ricambiato.
Ora le voci più potenti del movimento stanno lavorando per tenere sotto controllo Trump, se non per abbatterlo del tutto, accusandolo di tradire le promesse “America First” che hanno costruito il movimento.
Approfondimento. Ogni singola defezione, presa da sola, potrebbe essere liquidata. Insieme, potrebbero rappresentare una minaccia esistenziale per il MAGA.
Tucker Carlson ha tenuto lunedì un monologo di 43 minuti in cui ha definito la retorica di Trump sull’Iran moralmente corrotta e persino “malvagia”. Ha espresso indignazione personale per il messaggio di Pasqua di Trump in cui minacciava di portare l'“inferno” in Iran e ha esortato i funzionari statunitensi a disobbedire a qualsiasi ordine che potesse uccidere civili.
Alex Jones, il teorico della cospirazione dell’estrema destra che per anni ha difeso Trump, è stato sopraffatto dall’emozione in onda definendo il presidente un “rischio di demenza” che deve essere rimosso dalla carica.
L’ex deputata Marjorie Taylor Greene (R-Ga.), un tempo tra le alleate più devote di Trump al Congresso, martedì ha definito la sua retorica “malvagia e folle” e ne ha chiesto la rimozione tramite il 25° Emendamento.
Candace Owens, un’altra fedelissima delusa di Trump con milioni di follower podcast, ha definito il presidente un “lunatico genocida” e ha chiesto l’intervento del Congresso e dei militari.
Tra le righe. La rivolta si estende oltre i puristi del MAGA, alla costellazione di podcaster, comici e influencer della “manosfera” che hanno aiutato a normalizzare Trump presso gli elettori più giovani e meno ideologici nel 2024.
Joe Rogan, il titano dei podcast che ha fornito forse la più influente endorsement a Trump nel 2024, ha definito la guerra in Iran “folle, sulla base di ciò su cui ha fatto campagna elettorale” e ha detto che i sostenitori si sentono “traditi”.
Theo Von, un altro comico che ha ospitato Trump nel suo podcast durante la campagna del 2024, ha detto che gli Stati Uniti e Israele – non l’Iran – sono “i fottuti terroristi”.
Tim Dillon, un comico anti-sistema amato per i suoi sfoghi senza filtri, è stato feroce – definendo la promessa “America First” di Trump “la più grande truffa della storia”.
Sneako, uno streamer “red pill” vicino al nazionalista bianco Nick Fuentes, ha espresso rammarico per il suo iniziale sostegno a Trump e ha chiesto il suo impeachment.
Visione d’insieme. Dubbi e defezioni affliggono il MAGA da più di un anno, in gran parte radicati nel sospetto che Trump stesse usando il movimento per servire interessi potenti a scapito dei suoi sostenitori.
Matt Walsh, un importante commentatore del Daily Wire, ha accolto il licenziamento della procuratrice generale Pam Bondi la scorsa settimana come qualcosa di più che dovuto, citando la gestione “pasticciata” dei documenti Epstein da parte dell’amministrazione. Mike Cernovich, uno degli influencer MAGA più popolari su X, ha tuonato contro il presunto insider trading – dichiarando questa settimana che la “corruzione all’interno dell’amministrazione Trump mi ha demoralizzato in un modo che i miei nemici non avrebbero mai potuto fare”.
Verifica della realtà. Le critiche documentate sopra provengono quasi interamente dall’élite degli influencer MAGA – persone con grandi piattaforme e opinioni forti.
Gli elettori repubblicani di base raccontano una storia diversa: circa due terzi dei repubblicani esprimono ancora fiducia nella gestione dell’Iran da parte di Trump, anche se la fiducia pubblica più ampia è diminuita, secondo un nuovo sondaggio del WSJ. La podcaster conservatrice Megyn Kelly, pur stroncando la decisione di Trump di andare in guerra, martedì è stata diretta: “Trump potrebbe sganciare una bomba atomica e io voterei comunque repubblicano piuttosto che democratico”.
Cosa dicono: “Ciò che conta di più per il popolo americano è avere un comandante in capo che agisca in modo deciso per eliminare le minacce e tenerli al sicuro, che è esattamente ciò che il presidente Trump ha fatto con la riuscita Operazione Epic Fury”, ha detto in una dichiarazione il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle.
“Il presidente Trump ha fatto campagna elettorale con orgoglio sulla sua promessa di negare al regime iraniano la capacità di sviluppare un’arma nucleare, che è ciò che questa nobile operazione realizza. Il presidente non prende queste decisioni di sicurezza nazionale incredibilmente importanti sulla base di sondaggi d’opinione volubili, ma nell’interesse superiore del popolo americano”.
In conclusione. Trump è sempre sopravvissuto all’opposizione screditandola – etichettando i critici come “RINO”, “Panicani” o perdenti. È più difficile usare questo manuale quando i suoi critici sono quelli che hanno contribuito a costruire il suo movimento.
Fonte
22/02/2026
USA - Il capitalismo “feudale” MAGA riscrive l’establishment e la politica estera
Come spesso facciamo sul nostro giornale, riportiamo articoli di analisti che reputiamo interessanti per la lucidità (o la mistificazione) con cui affrontano nodi fondamentali. Questo pezzo di Vittorio Carlini, giornalista per Il Sole 24 Ore, appartiene alla prima categoria.
Magari non tutto è condivisibile, ma gli spunti di riflessione sono importanti. Quella di Carlini è una lunga disamina che ci ricorda che quello MAGA, negli USA, non è un agitarsi irrazionale, ma una strategia definita per trasformare l’establishment della più grande potenza mondiale. E anche le regole del gioco in politica estera.
La rottura con l’ordine precedente che caratterizza questo nuovo mandato di Trump ormai sta andando ad impattare profondamente l’economia statunitense, oltre che l’agenda politica sui dossier internazionali, che all’esterno si presenta come caratterizzata da “spacconate” e “angherie” sia ai danni di nemici, che di “amici” storici. Ma che in realtà fa leva sui punti di forza che rimangono a Washington, dopo aver abbandonato il soft power.
Per quanto riguarda la situazione economica interna, l’amministrazione MAGA si sta ritagliando un ruolo fondamentale in uno spazio prima lasciato totalmente in mano all’autoregolazione dei mercati, andando ad intervenire profondamente negli affari delle compagnie private e distribuendo privilegi e favori ai gruppi di interesse che si allineano con la sua visione.
Emblematiche sono infatti le nomine di fedelissimi di Trump ai vertici di importanti organismi di regolazione del mercato, l’acquisizione statale di quote azionarie di compagnie giudicate come stategiche – Intel in primis – e i legami con figure chiave dei settori delle stable coin e dell’intelligenza artificiale.
In questa fase, i paperoni delle aziende tech e degli altri settori diventano veri e propri vassalli che si pongono sotto l’ala protettiva del “sovrano” per cercare di strappare vantaggi e trattamenti di favore. Dall’analisi complessiva della situazione economica stelle-e-strisce ne emerge dunque la volontà statale di serrarne i ranghi intorno agli obiettivi politico-strategici dell’agenda MAGA.
A farne le spese, prima tra tutti, potrebbe essere la Federal Reserve, passando poi per le crypto e le aziende principali, sia del complesso militare-industriale sia della tecnologia, in vista del probabile intensificarsi dello scontro diretto col mondo multipolare, e in particolare con la Cina.
La dinamica è quella per cui “lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere”, dice Carlini. Diremmo noi che il confronto tra grandi conglomerati capitalistici esonda definitivamente dal campo economico, dove la competizione ha raggiunto i suoi picchi, per sfociare direttamente nella guerra.
E per la guerra serve uno stato, che definisca le regole per la valorizzazione (e la tutela) dei capitali che a lui fanno riferimento, ma anche che prepari gli strumenti funzionali a rubare mercati e risorse altrui, unica strada conosciuta dal capitale per far fronte alla sua crisi. Quello della distruzione altrui (o molto più probabilmente reciproca) è l’unico orizzonte che offrono i padroni. Il progetto MAGA cerca di approfittare del peso che gli USA ancora hanno , ma le tensioni che crea sono assai pericolose.
Magari non tutto è condivisibile, ma gli spunti di riflessione sono importanti. Quella di Carlini è una lunga disamina che ci ricorda che quello MAGA, negli USA, non è un agitarsi irrazionale, ma una strategia definita per trasformare l’establishment della più grande potenza mondiale. E anche le regole del gioco in politica estera.
La rottura con l’ordine precedente che caratterizza questo nuovo mandato di Trump ormai sta andando ad impattare profondamente l’economia statunitense, oltre che l’agenda politica sui dossier internazionali, che all’esterno si presenta come caratterizzata da “spacconate” e “angherie” sia ai danni di nemici, che di “amici” storici. Ma che in realtà fa leva sui punti di forza che rimangono a Washington, dopo aver abbandonato il soft power.
Per quanto riguarda la situazione economica interna, l’amministrazione MAGA si sta ritagliando un ruolo fondamentale in uno spazio prima lasciato totalmente in mano all’autoregolazione dei mercati, andando ad intervenire profondamente negli affari delle compagnie private e distribuendo privilegi e favori ai gruppi di interesse che si allineano con la sua visione.
Emblematiche sono infatti le nomine di fedelissimi di Trump ai vertici di importanti organismi di regolazione del mercato, l’acquisizione statale di quote azionarie di compagnie giudicate come stategiche – Intel in primis – e i legami con figure chiave dei settori delle stable coin e dell’intelligenza artificiale.
In questa fase, i paperoni delle aziende tech e degli altri settori diventano veri e propri vassalli che si pongono sotto l’ala protettiva del “sovrano” per cercare di strappare vantaggi e trattamenti di favore. Dall’analisi complessiva della situazione economica stelle-e-strisce ne emerge dunque la volontà statale di serrarne i ranghi intorno agli obiettivi politico-strategici dell’agenda MAGA.
A farne le spese, prima tra tutti, potrebbe essere la Federal Reserve, passando poi per le crypto e le aziende principali, sia del complesso militare-industriale sia della tecnologia, in vista del probabile intensificarsi dello scontro diretto col mondo multipolare, e in particolare con la Cina.
La dinamica è quella per cui “lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere”, dice Carlini. Diremmo noi che il confronto tra grandi conglomerati capitalistici esonda definitivamente dal campo economico, dove la competizione ha raggiunto i suoi picchi, per sfociare direttamente nella guerra.
E per la guerra serve uno stato, che definisca le regole per la valorizzazione (e la tutela) dei capitali che a lui fanno riferimento, ma anche che prepari gli strumenti funzionali a rubare mercati e risorse altrui, unica strada conosciuta dal capitale per far fronte alla sua crisi. Quello della distruzione altrui (o molto più probabilmente reciproca) è l’unico orizzonte che offrono i padroni. Il progetto MAGA cerca di approfittare del peso che gli USA ancora hanno , ma le tensioni che crea sono assai pericolose.
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“Imprevedibile”. Oppure: “Inaffidabile” o anche peggio. Sono alcuni degli epiteti – chi si scorda “Taco”, ovvero Trump si tira indietro – assegnati all’attuale Presidente degli Usa. Si tratta di una scorciatoia rassicurante. È il modo più semplice attraverso cui trasformare un progetto in rumore, una strategia in capriccio.
Ma dietro la retorica muscolare (al di là delle orribili e tremende mosse di politica interna con l’ICE) o delle giravolte apparenti si muove qualcosa di più solido: la riconfigurazione del sistema capitalistico statunitense e del potere che salda politica, tecnologia e rendita. Non caos, dunque. Bensì, un nuovo ordine tutt’altro che improvvisato.
È un modello nel quale la logica delle piattaforme digitali, la concentrazione dei capitali e la centralizzazione della forza politica (e militare) si uniscono in un struttura precisa. Dove lo Stato federale non è più semplice arbitro dei mercati. Al contrario, ne diventa azionista, regolatore, garante e co-protagonista.
1. Maggiore controllo sui mercati
Il passaggio è evidente in diverse mosse dell’attuale amministrazione. Alla Sec, la Securities and exchange commission, “The Donald” ha insediato Paul Atckins, veterano repubblicano e convinto sostenitore del listino quale leva centrale dell’ordine economico.
La sua nomina segna una discontinuità netta con la stagione Biden, che aveva rafforzato vigilanza su Esg, trasparenza contabile e derivati. Atkins punta sul dossier della deregolamentazione, chiedendo che la “creazione di capitale” sia di nuovo la priorità.
È un linguaggio dove è forte l'eco degli anni Ottanta, quello della supply-side reaganiana aggiornato al mondo digitale. Il mercato deve tornare libero di oscillare, entro però una cornice politica che ne orienti priorità e limiti. E con lui la stessa autorità di controllo (Sec), la quale al segnale del Presidente dev’essere pronta a muoversi, ad esempio, per mettere in discussione l’obbligo della contabilità trimestrale a Wall Street.
Analogo messaggio è arrivato dalla Cftc, la Commodity future trading commission. Michael Selig è stato nominato con un mandato che unisce ortodossia regolatoria e apertura alle nuove frontiere finanziarie: derivati su cripto-asset e stablecoin. La Casa Bianca vuole che la supervisione resti “amichevole” verso l’innovazione, ma allineata al disegno strategico nazionale. Detto diversamente: più spazio per la sperimentazione e meno regolamentazione. È un approccio pragmatico, ma anche politico. Le piattaforme di scambio digitale e le criptovalute (le stablecoin devono garantire la loro parità con il dollaro attraverso l’acquisto di titoli di Stato Usa) diventano un tassello della sovranità americana alla medesima stregua di portaerei e chip.
2. La narrazione economica
Sullo sfondo di queste nomine si muove un’operazione più profonda: il focus sulle fonti del dato economico. Il Bureau of Labour Statistics, la macchina che produce i numeri sull’occupazione e sull’inflazione, nella scorsa estate è stato al centro di un evento clamoroso: la rimozione della commissaria nominata sotto Biden, Erika McEntarfer. Una scelta avvenuta all’indomani della pubblicazione di numeri sull’occupazione Usa non in linea con la narrazione dell’Esecutivo di un’economia in espansione. Adesso il posto è affidato – stante lo scontro sul candidato proposto dalla Casa Bianca – all’interim di William Wiatrowski, figura interna e rispettata. Ma il segnale è chiaro: Washington tenta di avere un racconto dell’economia che il più possibile rifletta la visione del Presidente. In un sistema dove le aspettative contano più dei fatti, la gestione del dato diventa strumento di potere. I numeri non mentono, ma possono essere orchestrati.
3. No all’indipendenza della Fed
Nella stessa logica si colloca, poi, il duro conflitto con la Federal reserve. Da decenni l’indipendenza della banca centrale è uno dei pilastri del capitalismo americano ed occidentale: oggi è diventato un concetto negoziabile. Due settimane fa, sono emerse iniziative investigative da parte di procuratori federali sul presidente della Fed, Jerome Powell, in merito alla sua testimonianza – resa la scorsa estate – riguardo alla ristrutturazione degli edifici della medesima banca centrale. Powell, che ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, ha reagito con fermezza. In un video ha definito l’indagine un pretesto nell’ambito della campagna in corso del presidente Donald Trump, finalizzata a fare pressione sulla Federal reserve affinché abbassi i tassi di interesse. Di nuovo: il Governo centrale – a detta di diversi commentatori – vuole il controllo della politica economica.
4. Le tesi di Stephen Miran
Un tesi assurda? Non proprio. Anche perché, a conferma della suddetta interpretazione, c’ è il fatto che la volontà di controllo sulla Fed è esplicitata da Stephen Miran, già capo dei consiglieri economici della Casa Bianca e oggi in una posizione di rilievo all’interno della Fed stessa. Cosa dice Miran? Beh che – essendo «la Fed già integrata con il resto del potere esecutivo» – questa dovrebbe essere soggetta a un controllo politico più stretto e a meccanismi che ne aumentino la responsabilità verso il presidente e il Congresso. In un report per il Manhattan Institute del 2024 (scritto a quattro mani con Daniel Katz) l’esperto propone riforme radicali: dall’accorciare il mandato dei governatori da 14 a 8 anni fino a renderli rimovibili dal presidente (“at his will”) e non più per giusta causa. Insomma: lo scenario pare chiaro. Se il denaro è lo strumento supremo di sovranità, chi controlla la Fed controlla il tempo stesso di mercato ed economia.
5. Lo stato nell’industria
Ma non è solo questione della presa diretta su politica monetaria e mercati. Altro segnale eclatante del nuovo capitalismo di Trump è venuto dall’industria. Nel 2025 gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente nel capitale di Intel, con una partecipazione vicino al 10%. È una svolta importante: lo Stato diventa socio di minoranza di un campione tecnologico privato. L’obiettivo dichiarato è garantire la sovranità dei semiconduttori, ma la sostanza è un’ altra: il governo vuole dire la sua sulla governance. “The Donald” ha chiamato personalmente Li-Bu Tan, ceo di Intel, per discutere delle strategie produttive e dei rapporti asiatici. Non solo. La Casa Bianca ha subordinato il via libera all’export verso la Cina da parte di Nvidia ad una sorta di “commissione sui ricavi” – seppure si tratti di un’indicazione di massima – pari a circa il 25% sulle vendite. Ancora. Come dimenticare – rispetto al tema delle materie prime – lo shopping di partecipazioni in realtà minerarie: da Trilogi Metals (che estrae zinco in Alaska) fino a Lithium Americas attiva nel litio per le batterie. Insomma: il confine tra attività privata d’impresa e comando politico si assottiglia.
6. Il patto con le tecnologie
Una logica simile pervade, poi, i rapporti con la Silicon valley. Le pressioni su Microsoft, culminate nella richiesta – riportata da diversi osservatori – di rimuovere Lisa Monaco, responsabile per gli affari globali del colosso di Redmond ed ex vice ministro della giustizia di Biden, sono state un segnale diretto. Un messaggio che si colloca in un contesto dove Trump ha organizzato – nel rinnovato Rose Garden della Casa Bianca – una cena con molti tra i più importanti ceo e fondatori del big tech. Intorno alla tavola apparecchiata, gli “dei” della tecnologia: da Bill Gates a Satya Nadella, fino a Tim Cook, Lisa Su e Mark Zuckerberg. Senza dimenticare altri jolly del mazzo, come Sam Altman e Sundar Pichai. Un asse il quale, per diversi osservatori, è realpolitik: fare buon viso a cattivo gioco, in uno scenario in cui la Casa Bianca ha assunto un ruolo sempre più attivo nella politica industriale. Ma che, più in generale, rappresenta il salto di qualità evidente. Il matrimonio tra Trump e il business tecnologico non è più tacito: è volutamente dichiarato, nel reciproco riconoscimento di potere che ricorda – a detta di vari esperti – quello tra il sovrano e i signori feudatari nel Medioevo.
Anche la moneta digitale entra nel disegno. Con il “genius Act”, Trump ha imposto la supervisione diretta dell’Office of the comptroller of the currency – presieduto da un altro fedelissimo, Johnatan Guld – sugli emittenti delle stablecoin. Ogni token dovrà essere coperto al 100% da riserve in dollari o titoli del Tesoro. È di nuovo – ecco il fil rouge – una liberalizzazione la quale, però, non può uscire dal controllo pubblico. L’apparente criptonarchia si trasforma in nazionalizzazione della fiducia.
7. Lo scenario attuale
Queste mosse, prese insieme, delineano un nuovo assetto di potere. Lo Stato americano agisce oggi come una “piattaforma”, non più quale mero arbitro. Sempre di più Washington gestisce risorse e consenso con logiche di rete: attribuisce privilegi, concede licenze, redistribuisce accesso. Chi partecipa al sistema riceve protezione; chi ne resta fuori rischia l’emarginazione o, addirittura, il trattamento ostile. Può obiettarsi: si tratta di una situazione già esistente in passato. Vero! Ma questo non contraddice la tesi della trasformazione in atto. Da un lato, l’attuale Presidente non rappresenta altro che l’enzima catalizzatore in grado – tra mille contraddizioni – di concretizzare la reazione chimica; dall’altro, tutti gli elementi della formula già erano ben presenti sul tavolo. E non da poco tempo.
8. Gli hippy con gli anarco-capitalisti
In tal senso, per cogliere al meglio il contesto odierno, bisogna tornare indietro di mezzo secolo. Cioè, negli anni Settanta, quando la California divenne il laboratorio di un esperimento unico: la fusione tra controcultura hippy, individualismo libertario e fede nel mercato. I figli dei fiori, insieme agli ideali pacifisti e mutualisti, credevano profondamente nell’autonomia individuale e nella libertà creativa. Il successo del Whole Earth Catalog, il “Google cartaceo” ante litteram curato da Stewart Brand, risiedeva anche – e soprattutto – nella convinzione che la tecnologia potesse liberare l’uomo dai rapporti di potere tradizionali, rendendolo sovrano di sé stesso. Una visione che, a ben vedere, è alla base della cultura hacker.
Questa concezione del mondo, in cui la dimensione della socialità tendeva a dissolversi nell’autosufficienza individuale, si è poi saldata con il nascente libertarismo economico della baia di San Francisco: un’imprenditoria che diceva no allo Stato e vedeva nell’high-tech uno strumento di emancipazione personale nel libero mercato. Certo! Sul piano materiale, molte di quelle imprese – destinate a diventare colossi globali – si svilupparono anche grazie al sostegno dell’apparato pubblico e militare statunitense, in particolare attraverso la domanda di tecnologie avanzate nel settore della difesa. L’impalcatura ideologica, tuttavia, rimase quella.
Con il passare del tempo, però, il sistema ha finito per generare il proprio opposto. Deregolamentazione finanziaria, privatizzazioni, globalizzazione – abbracciata a piene mani anche dai democratici – e concentrazione dei dati hanno prodotto, come l’economia classica insegna, oligopoli più potenti di molti Stati nazionali. Il capitalismo della sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff, in cui il plusvalore “estratto” dagli utenti sono le informazioni sulle loro vite, e il capitalismo del cloud sono diventati così gli strumenti di un dominio perlopiù invisibile: la rendita che sostituisce il profitto e l’accesso che si trasforma in privilegio.
9. La Casa Bianca e l’hardware del potere
In un simile contesto, Trump chiude il cerchio. Dove la Silicon Valley aveva costruito infrastrutture immateriali di controllo – algoritmi, piattaforme, ecosistemi high-tech – la Casa Bianca costruisce oggi l’hardware del potere: nomine, decreti, autorità. Lo Stato si appropria della logica di rete, centralizzando le proprie funzioni. È la traduzione fisica del potere digitale.
Questo processo, coerente con l’ambito di provenienza dello stesso Trump, investe anche settori industriali più tradizionali. L’appeasement del mondo petrolifero non è una contraddizione, ma rafforza una struttura di potere che richiama, per analogia, dinamiche di tipo feudale. Trump agisce come un monarca del XXI secolo: distribuisce favori, contratti, accessi; assegna ruoli chiave nei nodi strategici del sistema – dalle authority di regolazione ai campioni industriali – e in cambio ottiene lealtà politica.
In un simile quadro, il rapporto con le élite economiche diventa esplicito e ritualizzato. I vertici delle Big Tech e dell’industria energetica vengono accolti simbolicamente nel cuore del potere esecutivo, in un riconoscimento reciproco di autorità che segna il superamento della separazione tradizionale tra Stato e mercato. Come osservano diversi economisti, quest’ultimo tende così a essere sostituito da un sistema di “rente politique”, in cui la rendita nasce dall’appartenenza al perimetro riconducibile a Washington. La concorrenza formale sopravvive – quella reale, per usare una formula cara a Peter Thiel, è sempre più residuale – mentre uno dei principali vantaggi competitivi diventa la relazione personale con il decisore politico.
Per imprese e investitori il nuovo assetto è ambivalente: offre stabilità, incentivi e protezione industriale. La volatilità dei mercati, però, non è più legata soltanto ai dati economici o alle scelte sui tassi, bensì anche alle parole e ai segnali provenienti dalla Casa Bianca. L’economia americana resta potente, ma più gerarchica. Il capitalismo della libertà assume il retrogusto del capitalismo della fedeltà.
10. La geopolitica
A livello geopolitico, la trasformazione si inserisce in una traiettoria globale già in atto. Nella progressiva separazione tra il blocco americano – che nella visione trumpiana include l’intero emisfero occidentale e si estende fino all’avamposto da conquistare rappresentato dalla Groenlandia – e le aree di influenza della Cina, emerge un modello economico in cui il pubblico-militare entra direttamente nei circuiti tecnologici e finanziari. Trump non inventa questa tendenza: la americanizza. L’ideologia libertaria della Silicon Valley viene assorbita nella sovranità nazionale. Il paradosso è compiuto: l’anarchia digitale produce un nuovo ordine centralizzato.
Non è un ritorno al socialismo, né un’estensione del liberismo. È una mutazione del capitalismo stesso: post-industriale, iper-tecnologico e politicamente centrato. Lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere. Nel linguaggio dei mercati, è la fusione tra rischio politico e rischio di credito. In quello della storia, è la reincarnazione del sovrano nel XXI secolo. È il capitalismo della fedeltà a Trump non in quanto persona, ma in ciò che lui rappresenta. Un apparato politico, economico e militare che – come era prevedibile – è uscito dalla lampada, che da tempo era ben in vista sul tavolo. Un apparato sempre di più pronto a prepararsi allo scontro finale con il colosso cinese.
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02/11/2025
L’altra America anti-Trump è “socialista democratica”
Ipnotizzati dalle mosse orarie di Trump gli intermediari dell’informazione stanno perdendo di vista ciò che accade negli Stati Uniti.
Al massimo, quando proprio si sforzano di immaginare qualcosa per il “dopo Trump”, elaborano nostalgie per il ritorno a prima del crack, sognando – se non proprio un altro Biden – almeno un secondo Clinton o un Obama.
Comprensibile, perché in quel mondo chiuso che ormai sono i media (specie italiani) si può essere solo di estrema destra oppure pro-establishment, quindi nazionalisti o “europeisti”, senza più neanche chiedersi cosa – in concreto – significhino queste formule nel nuovo e sbrindellato Occidente capitalistico, dove Europa e America viaggiano su rotte differenti.
In questa visione manichea e riduttiva delle opzioni in campo si può forse – ma non sempre – enfatizzare la brutalità poliziesca delle milizie anti-immigrazione statunitensi (l’Ice), supportate dalle truppe della Guardia Nazionale spedite nelle roccaforti del partito democratico. Ma il tutto viene narrato comunque come una lotta di mugugni contro “il nuovo” – che, parlando di Trump, diventa quasi un insulto o uno scherzo – per tornare al “buon vecchio mondo antico” degli Usa che comandavano, confortavano, fornivano l’ombrello nucleare e le direttive contro i nemici da combattere, senza mettere dazi palesi e ordini sprezzanti.
La cecità di questo atteggiamento – o, se volete, lo sfarinamento degli interessi che hanno prodotto quella cultura da establishment a cavallo del cambio di millennio – diventa palese non appena si prova a dare un’occhiata più da vicino al quel che fermenta nella pancia dell’America, senza farsi orientare da queste appartenenze (a mondi che fra l’altro non esistono quasi più).
Persino utilizzando fonti come Axios – che pure è ben dentro il vecchio mondo “democratico” e/o “repubblicano perbene” – cose molto interessanti vengono fuori.
Ad esempio che il vecchio partito democratico è ormai in coma, mentre alla periferia di quel comitato elettorale si vanno gonfiando tutt’altre idee, persone, temi, che preparano un ricambio generale – non solo generazionale – delle proporzioni e dell’importanza del fenomeno “Maga” in campo conservatore.
Con un po’ di ritardo, insomma, si sta forse compiendo la stessa trasformazione che ha prodotto Trump, ma nel campo opposto e con caratteristiche decisamente contrapposte. Di fatto una “radicalizzazione democratica” che mette definitivamente fine a quell’epoca consociativa in cui – alla fin fine – la direzione e la classe politica vincente si formava “al centro”.
Il “moderatismo” stile Biden-Harris, insomma, come si è visto non paga più. Di fronte alla gravità della crisi Usa servono risposte che almeno sembrino “radicali”, anche se magari – si veda quella trumpiana – sono nei fatti la presa d’atto di una sconfitta storica e il ritorno all’isolazionismo da “cortile di casa”.
Gli osservatori statunitensi meno miopi hanno focalizzato per ora due fenomeni convergenti:
1) la popolarità dei candidati e delle idee socialiste, specialmente tra i Democratici di base;
2) l’Intelligenza Artificiale, che aumenta i costi dell’energia, la disoccupazione e la disuguaglianza.
L’occasione di aprire gli occhi è stata imposta dai fatti. Domenica scorsa, a New York, il vecchio senatore “socialista” Bernie Sanders, la già nota Alexandria Ocasio-Cortez, il giovanissimo (e musulmano), dato per vincente, candidato a sindaco della “Grande Mela”, Zohran Mamdani, e altri “socialisti democratici” hanno elettrizzato uno stadio stracolmo nel Queens.
Evento eccezionale per dimensioni – una campagna elettorale, per di più limitata a una sola città, per quanto importante, non suscita di solito una mobilitazione popolare – per la bassa età media dei presenti e soprattutto per la radicalità degli slogan.
I cori “Tassate i ricchi!” hanno echeggiato a lungo e i giovani, su quel ritmo, hanno esultato “selvaggiamente”, riferiscono gli attoniti testimoni professionali. “È stata una stupefacente celebrazione socialista”.
Naturalmente stiamo parlando di “socialisti statunitensi” del XXI secolo, niente a che vedere con gli omologhi europei di quasi un secolo fa o con i rivoluzionari latino-americani del recente passato o del presente. Da qui, insomma, difficilmente usciranno i nuovi liberatori dell’umanità. Ma almeno non sono servi consapevoli del grandissimo capitale finanziario (la triade Clinton-Biden-Obama, con quest’ultimo che, fiutata l’aria, è corso all’ultimo minuto per dare l’endorsment al giovane Mamdani) o nostalgici dei “confederati” ottocenteschi (come i “Maga”).
Energie fresche e mobilitanti, insomma, che crescono ai margini di un comitato d’affari controllato da ottuagenari senza più obiettivi praticabili.
In questo mondo molto più giovanile, “nativo digitale”, si vede l’altra faccia dell’IA, che riduce enormemente l’occupazione anche “intellettuale”, ponendo l’esigenza di una redistribuzione strutturale – sistemica – della ricchezza prodotta tecnologicamente dai capitalisti delle piattaforme all’intera popolazione.
Al di là delle disparate soluzioni che vengono immaginate o proposte in questo momento, spesso solo wishful thinking più o meno ingenuo, nel resto del mondo politico Usa “c’è una sorprendente mancanza di discorso politico per qualcosa che in seguito sarà una priorità molto alta”.
Tradotto: chi dirige l’economia e la politica del paese (quindi dell’intero Occidente, per quanto sbrindellato) non sta ponendo alcuna attenzione ai processi reali che stanno già ora disegnando la società dei prossimi anni, non del “lontano futuro”.
La domanda preliminare per i candidati progressisti, sintetizza peraltro un giovane imprenditore del ramo, a questo punto è: “Siete pronti a opporvi e a sfidare gli individui ‘ad alto QI’ che ci dicono che questa transizione sarà fantastica per i lavoratori?”. Se non hai niente da dire, sei out…
La domanda sorge da un bisogno che è al tempo stesso universale e radicale. “Abbiamo bisogno di molto più dibattito politico sul fatto che il profitto valga il degrado dei nostri posti di lavoro e mezzi di sussistenza, delle nostre relazioni e del significato della vita stessa. Un candidato sarà vincente se dimostrerà di saper proporre una visione in cui l’enorme ricchezza generata dall’IA vada ad aiutare a risolvere le difficoltà delle famiglie della classe operaia”.
Si può naturalmente eccepire su questa riduzione immediata della risposta al puro vantaggio elettorale, ma non c’è dubbio che la domanda sia per molti versi “epocale”. In senso stretto.
Da un lato l’innovazione tecnologica nella produzione (robotica, informatizzazione, intelligenza artificiale, ecc.) consente di aumentare la quantità di prodotto realizzata con una manodopera (anche intellettuale) molto più ridotta, e dunque anche la massa dei profitti; dall’altro cresce quindi la radicale disuguaglianza tra pochissimi ultra-ricchi dai patrimoni incalcolabili e una massa sterminata di miserabili senza occupazione, servizi sociali, supporto di alcun genere (il neoliberismo ha messo fuori legge e fuori uso qualsiasi welfare degno di nota).
Ma, direbbe anche il politico “innovativo”, questa massa disperata in qualche misura vota. Ed è proprio sul terreno più battuto che il problema dell’IA diventa polarizzante.
Un altro ampio sondaggio condotto negli “stati contesi” (quelli in bilico tra i due schieramenti) circa un mese fa, segnala che la diffidenza e la preoccupazione per l’IA sono la nuova “questione bipartisan”.
Una pluralità di elettori in ciascuno degli otto stati ha infatti affermato di avere un’impressione sfavorevole dell’industria dell’IA, teme che aumenterà il costo delle loro bollette e crede quindi che questa tecnologia peggiorerà le loro vite.
Ancora più interessante: più alto è il reddito, più l’elettore è favorevole all’IA. I lavoratori a basso reddito temono invece di essere sostituiti molto presto da un qualche algoritmo, come sta avvenendo in Amazon e altre big delle “piattaforme”.
È una “sensazione di classe”, insomma, non di opinioni politiche. Gli elettori Repubblicani contattati erano sostanzialmente divisi sull’IA (Trump ne ha fatto un suo cavallo di battaglia), mentre gli indipendenti e i Democratici avevano opinioni soprattutto sfavorevoli.
Persino il sondaggista Bob Ward, titolare della società omonima con stretti legami con la Casa Bianca, ha spiegato che “Mentre i pregi dell’IA hanno affascinato gli investitori, l’elettore medio è preoccupato”. Le paure principali spaziano dal “perdere un lavoro, al non essere in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che è falso, a bollette più care a causa dei data center che consumano enormi quantità di elettricità”. Per concludere infine che è “importante che i candidati che dicono ‘Dobbiamo vincere la gara all’IA’ capiscano, almeno oggi, che questo sentimento è accolto dal vostro elettore medio con la domanda: ‘E perché?’”
Gallup, il mese scorso, ha riferito che il 66% dei Democratici sondati ha una visione positiva del socialismo, rispetto al 42% per il capitalismo (la domanda non era “a contrapposizione”, ma su una serie di concetti). E se il “socialista musulmano” Mamdani, martedì, vincerà davvero la corsa a sindaco di New York, questo nuovo “movimento socialista democratico” sarà sulla bocca di tutti nel mondo politico anti-Trump.
Nonostante le innumerevoli ambiguità “strategiche” – Sanders, per esempio, ma non solo lui, è pro-Ucraina e sionista – sarebbe uno scossone forte per un’America che mai come in questa fase appare in crisi di identità, egemonia, legittimità. E a nessun rivoluzionario sfugge l’importanza del fatto che l’imperialismo dominante veda approfondirsi la sua crisi, anche attraverso una radicalizzazione del conflitto politico e sociale interno.
Basta vedere quanto sono preoccupati per questa evoluzione i nostri “Rambini”...
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Al massimo, quando proprio si sforzano di immaginare qualcosa per il “dopo Trump”, elaborano nostalgie per il ritorno a prima del crack, sognando – se non proprio un altro Biden – almeno un secondo Clinton o un Obama.
Comprensibile, perché in quel mondo chiuso che ormai sono i media (specie italiani) si può essere solo di estrema destra oppure pro-establishment, quindi nazionalisti o “europeisti”, senza più neanche chiedersi cosa – in concreto – significhino queste formule nel nuovo e sbrindellato Occidente capitalistico, dove Europa e America viaggiano su rotte differenti.
In questa visione manichea e riduttiva delle opzioni in campo si può forse – ma non sempre – enfatizzare la brutalità poliziesca delle milizie anti-immigrazione statunitensi (l’Ice), supportate dalle truppe della Guardia Nazionale spedite nelle roccaforti del partito democratico. Ma il tutto viene narrato comunque come una lotta di mugugni contro “il nuovo” – che, parlando di Trump, diventa quasi un insulto o uno scherzo – per tornare al “buon vecchio mondo antico” degli Usa che comandavano, confortavano, fornivano l’ombrello nucleare e le direttive contro i nemici da combattere, senza mettere dazi palesi e ordini sprezzanti.
La cecità di questo atteggiamento – o, se volete, lo sfarinamento degli interessi che hanno prodotto quella cultura da establishment a cavallo del cambio di millennio – diventa palese non appena si prova a dare un’occhiata più da vicino al quel che fermenta nella pancia dell’America, senza farsi orientare da queste appartenenze (a mondi che fra l’altro non esistono quasi più).
Persino utilizzando fonti come Axios – che pure è ben dentro il vecchio mondo “democratico” e/o “repubblicano perbene” – cose molto interessanti vengono fuori.
Ad esempio che il vecchio partito democratico è ormai in coma, mentre alla periferia di quel comitato elettorale si vanno gonfiando tutt’altre idee, persone, temi, che preparano un ricambio generale – non solo generazionale – delle proporzioni e dell’importanza del fenomeno “Maga” in campo conservatore.
Con un po’ di ritardo, insomma, si sta forse compiendo la stessa trasformazione che ha prodotto Trump, ma nel campo opposto e con caratteristiche decisamente contrapposte. Di fatto una “radicalizzazione democratica” che mette definitivamente fine a quell’epoca consociativa in cui – alla fin fine – la direzione e la classe politica vincente si formava “al centro”.
Il “moderatismo” stile Biden-Harris, insomma, come si è visto non paga più. Di fronte alla gravità della crisi Usa servono risposte che almeno sembrino “radicali”, anche se magari – si veda quella trumpiana – sono nei fatti la presa d’atto di una sconfitta storica e il ritorno all’isolazionismo da “cortile di casa”.
Gli osservatori statunitensi meno miopi hanno focalizzato per ora due fenomeni convergenti:
1) la popolarità dei candidati e delle idee socialiste, specialmente tra i Democratici di base;
2) l’Intelligenza Artificiale, che aumenta i costi dell’energia, la disoccupazione e la disuguaglianza.
L’occasione di aprire gli occhi è stata imposta dai fatti. Domenica scorsa, a New York, il vecchio senatore “socialista” Bernie Sanders, la già nota Alexandria Ocasio-Cortez, il giovanissimo (e musulmano), dato per vincente, candidato a sindaco della “Grande Mela”, Zohran Mamdani, e altri “socialisti democratici” hanno elettrizzato uno stadio stracolmo nel Queens.
Evento eccezionale per dimensioni – una campagna elettorale, per di più limitata a una sola città, per quanto importante, non suscita di solito una mobilitazione popolare – per la bassa età media dei presenti e soprattutto per la radicalità degli slogan.
I cori “Tassate i ricchi!” hanno echeggiato a lungo e i giovani, su quel ritmo, hanno esultato “selvaggiamente”, riferiscono gli attoniti testimoni professionali. “È stata una stupefacente celebrazione socialista”.
Naturalmente stiamo parlando di “socialisti statunitensi” del XXI secolo, niente a che vedere con gli omologhi europei di quasi un secolo fa o con i rivoluzionari latino-americani del recente passato o del presente. Da qui, insomma, difficilmente usciranno i nuovi liberatori dell’umanità. Ma almeno non sono servi consapevoli del grandissimo capitale finanziario (la triade Clinton-Biden-Obama, con quest’ultimo che, fiutata l’aria, è corso all’ultimo minuto per dare l’endorsment al giovane Mamdani) o nostalgici dei “confederati” ottocenteschi (come i “Maga”).
Energie fresche e mobilitanti, insomma, che crescono ai margini di un comitato d’affari controllato da ottuagenari senza più obiettivi praticabili.
In questo mondo molto più giovanile, “nativo digitale”, si vede l’altra faccia dell’IA, che riduce enormemente l’occupazione anche “intellettuale”, ponendo l’esigenza di una redistribuzione strutturale – sistemica – della ricchezza prodotta tecnologicamente dai capitalisti delle piattaforme all’intera popolazione.
Al di là delle disparate soluzioni che vengono immaginate o proposte in questo momento, spesso solo wishful thinking più o meno ingenuo, nel resto del mondo politico Usa “c’è una sorprendente mancanza di discorso politico per qualcosa che in seguito sarà una priorità molto alta”.
Tradotto: chi dirige l’economia e la politica del paese (quindi dell’intero Occidente, per quanto sbrindellato) non sta ponendo alcuna attenzione ai processi reali che stanno già ora disegnando la società dei prossimi anni, non del “lontano futuro”.
La domanda preliminare per i candidati progressisti, sintetizza peraltro un giovane imprenditore del ramo, a questo punto è: “Siete pronti a opporvi e a sfidare gli individui ‘ad alto QI’ che ci dicono che questa transizione sarà fantastica per i lavoratori?”. Se non hai niente da dire, sei out…
La domanda sorge da un bisogno che è al tempo stesso universale e radicale. “Abbiamo bisogno di molto più dibattito politico sul fatto che il profitto valga il degrado dei nostri posti di lavoro e mezzi di sussistenza, delle nostre relazioni e del significato della vita stessa. Un candidato sarà vincente se dimostrerà di saper proporre una visione in cui l’enorme ricchezza generata dall’IA vada ad aiutare a risolvere le difficoltà delle famiglie della classe operaia”.
Si può naturalmente eccepire su questa riduzione immediata della risposta al puro vantaggio elettorale, ma non c’è dubbio che la domanda sia per molti versi “epocale”. In senso stretto.
Da un lato l’innovazione tecnologica nella produzione (robotica, informatizzazione, intelligenza artificiale, ecc.) consente di aumentare la quantità di prodotto realizzata con una manodopera (anche intellettuale) molto più ridotta, e dunque anche la massa dei profitti; dall’altro cresce quindi la radicale disuguaglianza tra pochissimi ultra-ricchi dai patrimoni incalcolabili e una massa sterminata di miserabili senza occupazione, servizi sociali, supporto di alcun genere (il neoliberismo ha messo fuori legge e fuori uso qualsiasi welfare degno di nota).
Ma, direbbe anche il politico “innovativo”, questa massa disperata in qualche misura vota. Ed è proprio sul terreno più battuto che il problema dell’IA diventa polarizzante.
Un altro ampio sondaggio condotto negli “stati contesi” (quelli in bilico tra i due schieramenti) circa un mese fa, segnala che la diffidenza e la preoccupazione per l’IA sono la nuova “questione bipartisan”.
Una pluralità di elettori in ciascuno degli otto stati ha infatti affermato di avere un’impressione sfavorevole dell’industria dell’IA, teme che aumenterà il costo delle loro bollette e crede quindi che questa tecnologia peggiorerà le loro vite.
Ancora più interessante: più alto è il reddito, più l’elettore è favorevole all’IA. I lavoratori a basso reddito temono invece di essere sostituiti molto presto da un qualche algoritmo, come sta avvenendo in Amazon e altre big delle “piattaforme”.
È una “sensazione di classe”, insomma, non di opinioni politiche. Gli elettori Repubblicani contattati erano sostanzialmente divisi sull’IA (Trump ne ha fatto un suo cavallo di battaglia), mentre gli indipendenti e i Democratici avevano opinioni soprattutto sfavorevoli.
Persino il sondaggista Bob Ward, titolare della società omonima con stretti legami con la Casa Bianca, ha spiegato che “Mentre i pregi dell’IA hanno affascinato gli investitori, l’elettore medio è preoccupato”. Le paure principali spaziano dal “perdere un lavoro, al non essere in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che è falso, a bollette più care a causa dei data center che consumano enormi quantità di elettricità”. Per concludere infine che è “importante che i candidati che dicono ‘Dobbiamo vincere la gara all’IA’ capiscano, almeno oggi, che questo sentimento è accolto dal vostro elettore medio con la domanda: ‘E perché?’”
Gallup, il mese scorso, ha riferito che il 66% dei Democratici sondati ha una visione positiva del socialismo, rispetto al 42% per il capitalismo (la domanda non era “a contrapposizione”, ma su una serie di concetti). E se il “socialista musulmano” Mamdani, martedì, vincerà davvero la corsa a sindaco di New York, questo nuovo “movimento socialista democratico” sarà sulla bocca di tutti nel mondo politico anti-Trump.
Nonostante le innumerevoli ambiguità “strategiche” – Sanders, per esempio, ma non solo lui, è pro-Ucraina e sionista – sarebbe uno scossone forte per un’America che mai come in questa fase appare in crisi di identità, egemonia, legittimità. E a nessun rivoluzionario sfugge l’importanza del fatto che l’imperialismo dominante veda approfondirsi la sua crisi, anche attraverso una radicalizzazione del conflitto politico e sociale interno.
Basta vedere quanto sono preoccupati per questa evoluzione i nostri “Rambini”...
Fonte
18/10/2025
‘No Kings’: 2600 cortei in centinaia di città e Trump si arrabbia
Squadre paramilitari contro il ‘pericolo rosso’
La manifestazione è stata preceduta da un’escalation di operazioni Ice, polizia di immigrazione e dogana, particolarmente a Portland e Chicago dove le squadre paramilitari hanno intensificato raid e rastrellamenti provocando proteste e cercando di proposito colluttazioni con i manifestanti, denuncia Luca Celada. Mentre diversi tribunali hanno bloccato l’utilizzo di reparti della guardia civile. L’Ice costituisce una forza speciale che risponde solo al presidente, non rientra nelle ingiunzioni e agisce liberamente ed extra-legalmente, applicando metodi sbrigativi e violenti per detenere gli immigrati e forza militare contro il dissenso.
Reparti armati in molte città
«L’invasione di molte città democratiche da parte di reparti armati pone un preoccupante interrogativo sulla possibilità di una maggiore repressione delle manifestazioni di oggi. Da quando la ministra per la sicurezza Kristi Noem, dieci giorni fa, ha equiparato Antifa ad Hamas ed Hezbollah (parole riprese a distanza di 48 ore da Meloni), l’amministrazione ha alzato i toni di una criminalizzazione a oltranza della ‘sinistra radicale’».
‘Odio contro l’America’
La mobilitazione è stata ribattezzata «comizio di odio contro l’America» dallo speaker repubblicano della camera Mike Johnson. «Sarà un raduno di marxisti, socialisti, militanti Antifa, gli anarchici e l’ala pro-Hamas del partito democratico di estrema sinistra», ha affermato il presidente della Camera appartenente ad una setta integralista protestante che considera «demoniaco opporsi a Trump». Noi di Remocontro all’inferno da tempo. La stupidaggine del demone è solo l’ultima, di una narrazione mirata ai sostenitori politici Maga ma anche preludio a un intensificarsi della repressione. Dopo il decreto con cui Trump ha inserito ‘Antifa’ nella lista delle «organizzazioni terroriste» la ministra della giustizia Pam Bondi è stata fra le più entusiaste fautrici della persecuzione del «nemico interno, promettendo pugno duro e indagini su fiancheggiatori e finanziatori del movimento».
Bondi ha specificamente fatto riferimento a George Soros, la cui Open Society contribuisce ad organizzazioni progressiste e per la tutela dei diritti civili.
L’Antifa del neo fascismo Usa
Quello ‘Antifa’ è uno spauracchio piuttosto antico, per la destra Usa, ma ancora efficace. Il termine, così come viene utilizzato da una cinquantina d’anni negli Usa, non ha un significato sovrapponibile a quello che in Europa, e in Italia in particolare, si definisce ‘antifascismo’. Negli Stati Uniti con questa parola i conservatori hanno designato le frange più estreme dei movimenti di sinistra. Un’etichetta presto diventata sinonimo di estremista e intercambiabile con l’altro grande ‘insulto politico’ che è «communist». ‘Antifa’ è diventato un modo di dire che accomuna ormai i rappresentanti Dem delle convention locali ai militanti del movimento Black Lives Matter, dei diritti civili e delle politiche di salvaguardia dell’ambiente. Un grande cappello degli esclusi dal bipartitismo statunitense, con una visione del mondo alternativa sia a quella rappresentata da Trump sia a una certa parte dell’establishment democratico.
Persecuzione trumpiana degli ‘Antifa’
La persecuzione penale di sostenitori progressisti sarà agevolata da leggi come quella che rende punibili, con la decertificazione fiscale, le ong che sostengono cause designate come ‘eversive dal regime’. Sempre a questo scopo, a fine settembre, Trump ha promulgato un memorandum in cui ordina all’agenzia delle entrate (Irs) di «attenzionare associazioni di sostegno della rete terroristica interna». Alla vigilia delle proteste, al coro si sono sommati il ministro della difesa Pete Hegseth, quello dell’economia Scott Bessent e perfino dei trasporti Sean Duffy, oltre alla portavoce Katherine Leavitt che nelle sue requisitorie da sala stampa ha sentenziato che «immigrati clandestini, terroristi di Hamas e violenti criminali sono la base politica del partito democratico».
Poco ‘Santa Inquisizione’
Il più eloquente è stato il vice presidente JD Vance , sottolinea Luca Celada, che ha tenuto ad esplicitare ulteriormente il progetto di criminalizzazione, parlando di manifestanti «ben pagati per delinquere. Lo stato profondo presume automaticamente che la violenza politica di sinistra sia tutelata dal primo emendamento mentre quella di destra è un delitto», ha detto Vance, già fautore della grazia per i 1.500 condannati dell’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. «Ora dobbiamo riorientare l’intero apparato giudiziario per correggerne le priorità. Forse non velocemente come vorremmo, ma lo stiamo facendo». E mentre il regime non fa più segreto dello scontro a tutto campo che persegue, gli organizzatori del ‘No Kings’, come ‘Move On’, sostengono che gli attacchi di Trump e camerati stanno solo incitando la mobilitazione popolare contro.
‘No Kings’ da re Giorgio d’Inghilterra a re Trump?
In un video diffuso da Indivisible, Robert De Niro afferma che «la prima No Kings si tenne 250 anni fa quando gli americani decisero che non volevano vivere sotto re Giorgio terzo d’Inghilterra». Nel suo appello, Michael Moore ha esortato i concittadini a «non mancare l’occasione di far parte della maggiore libera espressione di pensiero di sempre. Questa è la nostra ultima occasione per fermare questa follia. Vi imploro di partecipare».
Fonte
La manifestazione è stata preceduta da un’escalation di operazioni Ice, polizia di immigrazione e dogana, particolarmente a Portland e Chicago dove le squadre paramilitari hanno intensificato raid e rastrellamenti provocando proteste e cercando di proposito colluttazioni con i manifestanti, denuncia Luca Celada. Mentre diversi tribunali hanno bloccato l’utilizzo di reparti della guardia civile. L’Ice costituisce una forza speciale che risponde solo al presidente, non rientra nelle ingiunzioni e agisce liberamente ed extra-legalmente, applicando metodi sbrigativi e violenti per detenere gli immigrati e forza militare contro il dissenso.
Reparti armati in molte città
«L’invasione di molte città democratiche da parte di reparti armati pone un preoccupante interrogativo sulla possibilità di una maggiore repressione delle manifestazioni di oggi. Da quando la ministra per la sicurezza Kristi Noem, dieci giorni fa, ha equiparato Antifa ad Hamas ed Hezbollah (parole riprese a distanza di 48 ore da Meloni), l’amministrazione ha alzato i toni di una criminalizzazione a oltranza della ‘sinistra radicale’».
‘Odio contro l’America’
La mobilitazione è stata ribattezzata «comizio di odio contro l’America» dallo speaker repubblicano della camera Mike Johnson. «Sarà un raduno di marxisti, socialisti, militanti Antifa, gli anarchici e l’ala pro-Hamas del partito democratico di estrema sinistra», ha affermato il presidente della Camera appartenente ad una setta integralista protestante che considera «demoniaco opporsi a Trump». Noi di Remocontro all’inferno da tempo. La stupidaggine del demone è solo l’ultima, di una narrazione mirata ai sostenitori politici Maga ma anche preludio a un intensificarsi della repressione. Dopo il decreto con cui Trump ha inserito ‘Antifa’ nella lista delle «organizzazioni terroriste» la ministra della giustizia Pam Bondi è stata fra le più entusiaste fautrici della persecuzione del «nemico interno, promettendo pugno duro e indagini su fiancheggiatori e finanziatori del movimento».
Bondi ha specificamente fatto riferimento a George Soros, la cui Open Society contribuisce ad organizzazioni progressiste e per la tutela dei diritti civili.
L’Antifa del neo fascismo Usa
Quello ‘Antifa’ è uno spauracchio piuttosto antico, per la destra Usa, ma ancora efficace. Il termine, così come viene utilizzato da una cinquantina d’anni negli Usa, non ha un significato sovrapponibile a quello che in Europa, e in Italia in particolare, si definisce ‘antifascismo’. Negli Stati Uniti con questa parola i conservatori hanno designato le frange più estreme dei movimenti di sinistra. Un’etichetta presto diventata sinonimo di estremista e intercambiabile con l’altro grande ‘insulto politico’ che è «communist». ‘Antifa’ è diventato un modo di dire che accomuna ormai i rappresentanti Dem delle convention locali ai militanti del movimento Black Lives Matter, dei diritti civili e delle politiche di salvaguardia dell’ambiente. Un grande cappello degli esclusi dal bipartitismo statunitense, con una visione del mondo alternativa sia a quella rappresentata da Trump sia a una certa parte dell’establishment democratico.
Persecuzione trumpiana degli ‘Antifa’
La persecuzione penale di sostenitori progressisti sarà agevolata da leggi come quella che rende punibili, con la decertificazione fiscale, le ong che sostengono cause designate come ‘eversive dal regime’. Sempre a questo scopo, a fine settembre, Trump ha promulgato un memorandum in cui ordina all’agenzia delle entrate (Irs) di «attenzionare associazioni di sostegno della rete terroristica interna». Alla vigilia delle proteste, al coro si sono sommati il ministro della difesa Pete Hegseth, quello dell’economia Scott Bessent e perfino dei trasporti Sean Duffy, oltre alla portavoce Katherine Leavitt che nelle sue requisitorie da sala stampa ha sentenziato che «immigrati clandestini, terroristi di Hamas e violenti criminali sono la base politica del partito democratico».
Poco ‘Santa Inquisizione’
Il più eloquente è stato il vice presidente JD Vance , sottolinea Luca Celada, che ha tenuto ad esplicitare ulteriormente il progetto di criminalizzazione, parlando di manifestanti «ben pagati per delinquere. Lo stato profondo presume automaticamente che la violenza politica di sinistra sia tutelata dal primo emendamento mentre quella di destra è un delitto», ha detto Vance, già fautore della grazia per i 1.500 condannati dell’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. «Ora dobbiamo riorientare l’intero apparato giudiziario per correggerne le priorità. Forse non velocemente come vorremmo, ma lo stiamo facendo». E mentre il regime non fa più segreto dello scontro a tutto campo che persegue, gli organizzatori del ‘No Kings’, come ‘Move On’, sostengono che gli attacchi di Trump e camerati stanno solo incitando la mobilitazione popolare contro.
‘No Kings’ da re Giorgio d’Inghilterra a re Trump?
In un video diffuso da Indivisible, Robert De Niro afferma che «la prima No Kings si tenne 250 anni fa quando gli americani decisero che non volevano vivere sotto re Giorgio terzo d’Inghilterra». Nel suo appello, Michael Moore ha esortato i concittadini a «non mancare l’occasione di far parte della maggiore libera espressione di pensiero di sempre. Questa è la nostra ultima occasione per fermare questa follia. Vi imploro di partecipare».
Fonte
14/09/2025
USA - “Sono nella lista nera di Charlie Kirk”
Il delirio si è diffuso a livello internazionale, anche se solo nell’Occidente strettamente inteso. L’omicidio a Salt Lake City del giovane influencer “Maga” è stato promosso subito, grazie ai suprematisti bianchi al governo o all’opposizione nel blocco euro-atlantico, ad evento di portata mondiale. Fino a chiedere un minuto di silenzio all’assemblea dell’Onu dove non si riusciva a scrivere la parola “genocidio” nella mozione sulla Palestina.
Il governo nostrano, come sapere, ha colto la palla al balzo per dichiararsi “vittima dell’odio”, nonostante sia sufficiente una rapida scorsa ai morti seminati dai fascisti in Italia, nel solo dopoguerra, per avere un quadro esauriente del background culturale – peraltro rivendicato – del quadro dirigente della destra italica. Nonché dell’abnorme carico “numerico” di omicidi, stragi, attentati verificati giudiziariamente “di matrice fascista”. Con la complicità-copertura di organi dello Stato, certo, ma da loro direttamente compiuti.
Così il giovane suprematista bianco è stato in poche ore elevato a “martire delle idee”, come se avesse promosso un “dialogo socratico” anziché incitare – a volte implicitamente, più spesso esplicitamente – ad eliminare chi aveva e professava idee diverse, progressiste, pacifiste, universaliste (che riconoscono cioè l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, qualunque sia il colore della loro pelle, il credo religioso o la passione politica).
Le ricostruzioni, le analisi, gli sguardi sulla realtà sociale e ideologica dell'“America profonda” sono diventate una valanga in cui è facile perdersi e cadere ne volgare trucco fascista che descrive le loro “idee” come di pari dignità rispetto a quelle democratiche o d’altra matrice, rivendicando quello spazio che proprio le loro “idee” e soprattutto le pratiche negano agli altri. Chiunque siano.
Abbiamo raccolto alcuni di questi interventi, testimonianze, analisi, iniziando con quella che ci è parsa più significativa dello spirito mortifero suscitato dal fu Kirk nei suoi blog e/o comizi. Quello di una normale professoressa che si è vista inserire nella “lista nera” stilata dal defunto, diventando rapidamente oggetto non solo di insulti e minacce, ma probabilmente anche di peggio.
Ricordiamo ancora una volta che solo tre mesi fa, il 14 giugno, un killer anti-aborto travestito da poliziotto ha ucciso la capogruppo democratica nel parlamento del Minnesota, Melissa Hortman, e il marito Mark. Giacché c’era, ha ucciso anche il loro cagnolino, indipendentemente dalle sue “idee”. L’uomo, poi arrestato, aveva in tasca una “lista nera” di 45 obiettivi, tutti residenti nella stessa zona.
Il 13 aprile un uomo armato di molotov aveva dato fuoco a una parte della residenza del governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro. Nei primi sei mesi del 2025, da quando Trump si è reinsediato alla Casa Bianca, gli attacchi politicamente motivati siano stati circa centocinquanta.
La violenza politica negli Usa è una “specialità” pressoché esclusiva della destra messianica, suprematista e razzista. E non da oggi. Nel 2022 il caso più clamoroso fu l’aggressione in casa di Nacy Pelosi, allora speaker della Camera (l’equivalente del leghista Fontana o dell’ex missino La Russa), democratica, il cui marito fu preso a martellate e ridotto in fin di vita.
Tutti questi episodi, più altri minori, non hanno meritato l’attenzione né di Giorgia Meloni né di altri esponenti della destra italiana o mondiale. Ergo, e senza tema di smentita, c’è un evidente “doppiopesismo”: le uniche vittime che contano sono le proprie, anche quando impresentabili. È qui la radice della guerra civile ed incivile che attraversa l’Occidente neoliberista in crisi. Al suo interno e verso fuori.
Ma noi ci siamo completamente dentro.
Il governo nostrano, come sapere, ha colto la palla al balzo per dichiararsi “vittima dell’odio”, nonostante sia sufficiente una rapida scorsa ai morti seminati dai fascisti in Italia, nel solo dopoguerra, per avere un quadro esauriente del background culturale – peraltro rivendicato – del quadro dirigente della destra italica. Nonché dell’abnorme carico “numerico” di omicidi, stragi, attentati verificati giudiziariamente “di matrice fascista”. Con la complicità-copertura di organi dello Stato, certo, ma da loro direttamente compiuti.
Così il giovane suprematista bianco è stato in poche ore elevato a “martire delle idee”, come se avesse promosso un “dialogo socratico” anziché incitare – a volte implicitamente, più spesso esplicitamente – ad eliminare chi aveva e professava idee diverse, progressiste, pacifiste, universaliste (che riconoscono cioè l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, qualunque sia il colore della loro pelle, il credo religioso o la passione politica).
Le ricostruzioni, le analisi, gli sguardi sulla realtà sociale e ideologica dell'“America profonda” sono diventate una valanga in cui è facile perdersi e cadere ne volgare trucco fascista che descrive le loro “idee” come di pari dignità rispetto a quelle democratiche o d’altra matrice, rivendicando quello spazio che proprio le loro “idee” e soprattutto le pratiche negano agli altri. Chiunque siano.
Abbiamo raccolto alcuni di questi interventi, testimonianze, analisi, iniziando con quella che ci è parsa più significativa dello spirito mortifero suscitato dal fu Kirk nei suoi blog e/o comizi. Quello di una normale professoressa che si è vista inserire nella “lista nera” stilata dal defunto, diventando rapidamente oggetto non solo di insulti e minacce, ma probabilmente anche di peggio.
Ricordiamo ancora una volta che solo tre mesi fa, il 14 giugno, un killer anti-aborto travestito da poliziotto ha ucciso la capogruppo democratica nel parlamento del Minnesota, Melissa Hortman, e il marito Mark. Giacché c’era, ha ucciso anche il loro cagnolino, indipendentemente dalle sue “idee”. L’uomo, poi arrestato, aveva in tasca una “lista nera” di 45 obiettivi, tutti residenti nella stessa zona.
Il 13 aprile un uomo armato di molotov aveva dato fuoco a una parte della residenza del governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro. Nei primi sei mesi del 2025, da quando Trump si è reinsediato alla Casa Bianca, gli attacchi politicamente motivati siano stati circa centocinquanta.
La violenza politica negli Usa è una “specialità” pressoché esclusiva della destra messianica, suprematista e razzista. E non da oggi. Nel 2022 il caso più clamoroso fu l’aggressione in casa di Nacy Pelosi, allora speaker della Camera (l’equivalente del leghista Fontana o dell’ex missino La Russa), democratica, il cui marito fu preso a martellate e ridotto in fin di vita.
Tutti questi episodi, più altri minori, non hanno meritato l’attenzione né di Giorgia Meloni né di altri esponenti della destra italiana o mondiale. Ergo, e senza tema di smentita, c’è un evidente “doppiopesismo”: le uniche vittime che contano sono le proprie, anche quando impresentabili. È qui la radice della guerra civile ed incivile che attraversa l’Occidente neoliberista in crisi. Al suo interno e verso fuori.
Ma noi ci siamo completamente dentro.
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La sua cosiddetta “Professor Watchlist” (Lista di Sorveglianza dei Professori), gestita sotto l’egida di Turning Point USA, non è altro che una lista nera digitale per gli accademici che osano dire la verità al potere. Ci sono finita nel 2024 dopo aver scritto commenti che hanno infiammato i fedeli del MAGA. E una volta che il mio nome è stato pubblicato, la macchina delle molestie si è scatenata.
Per settimane la mia casella di posta e la segreteria telefonica sono state inondate. Per lo più uomini bianchi che sputavano veleno al telefono: “troia”, “fga”, “ngra”. Mi hanno minacciato con ogni tipo di violenza.
Hanno sommerso le linee pubbliche dell’università e l’ufficio del rettore con chiamate che chiedevano il mio licenziamento. Il diluvio è stato così incessante che il responsabile della sicurezza del campus mi ha contattata per offrirmi una scorta, perché temevano che uno di questi soldati da tastiera potesse uscire dal suo seminterrato e venire a farmi del male.
E non sono un caso unico.
La Watchlist di Kirk ha terrorizzato legioni di professori in tutto questo paese. Donne, docenti neri, studiosi queer, in pratica chiunque sfidasse la supremazia bianca, la cultura delle armi o il nazionalismo cristiano si è improvvisamente ritrovato bersaglio di abusi coordinati.
Alcuni hanno ricevuto minacce di morte. Ad alcuni è stato minacciato il posto di lavoro. Alcuni hanno lasciato completamente il mondo accademico. Kirk ci ha mandato un messaggio chiaro: dì la verità e scateneremo la folla!
Questa è la cultura della violenza che Charlie Kirk ha costruito. Ha normalizzato la violenza. L’ha curata, monetizzata e l’ha aizzata contro chiunque osasse smascherare le bugie del suo movimento.
E ora, a seguito della sua sparatoria [Nota: si riferisce alla sparatoria in cui Kirk è rimasto coinvolto, non di cui è autore], c’è tutto questo cordoglio nazionale, momenti di silenzio, mani giunte gialle [riferimento a un gesto di preghiera usato in certi ambienti] e tributi che lo dipingono come un debater civile. Ma la verità è che Kirk e i suoi scherani hanno passato anni a terrorizzare gli educatori, cercando di silenziarci con molestie e paura!
E ora la stessa violenza che ha scatenato contro gli altri gli è ritornata contro, completando il cerchio.
Ma ciò che trovo particolarmente sconvolgente è la dissonanza nel lutto pubblico per un uomo bianco compiaciuto il cui lavoro nella vita è stato attivamente ostile verso certi gruppi. Kirk ha passato anni a demonizzare le persone LGBTQ, a deridere i sopravvissuti alle sparatorie, a sputare razzismo sui neri e a spingere per politiche che accorciano letteralmente la vita.
È così rivoltante assistere a un’ondata bipartisan di dolore per questo odioso razzista, come se fosse un servitore della comunità neutrale.
Stacey Patton – da Facebook
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Un omicidio al termine della notte
Un omicidio al termine della notte
E insomma, alla fine della fiera, su Tyler Robinson – colui che ha ucciso nello Utah il megafono dell’ideologia Maga rispondente al nome di Charlie Kirk – di congetture e indiscrezioni ne sono circolate tante.
La versione più plausibile è che fosse repubblicano, amante delle armi e ossessionato da videogiochi e realtà virtuale.
Figlio per di più di un pastore mormone e trumpista, che lo ha consegnato alla polizia. E come i genitori, Tyler aveva frequentato “La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni”. Setta protestante, in parte mormone, che crede in un Cristo risorto che si troverebbe in America.
Chiesa che attende “il raduno delle dieci tribù di Israele” e ritiene che “Sion, la nuova Gerusalemme” sarà costruita negli Usa.
Non si sa se il diligente genitore intascherà, a questo punto, il premio di 100000$. Ma io sarei pronto a scommetterci.
Tuttavia, sui proiettili in dotazione alla sua arma il nerd Tyler pare avesse scritto “Ehi fascista, prendi” e su un altro i versi di “Bella Ciao”. Frasi ad minchiam, mutuate sembra surfando tra le onde della tempesta online.
Ma tanto era bastato a Trump e ai suoi, al di là e al di qua dell’oceano, per identificarlo come radicale di sinistra.
E invece no. Niente omicidio politico. O almeno non come vorrebbero intendere alcuni frettolosi e complottardi commentatori mainstream o da social.
Ora dunque chi glielo dice a Trump, ai Maga e a Maga Meloni? Chi glielo dice a quella zanzara ciarliera di Saviano?
All’immaginifico Robertino non è sembrato vero infatti di poter ancora una volta tirare in ballo, a pen di segugio, l’estremismo di sinistra e le Brigate Rosse. Un parallelismo sempre verde nella retorica anticomunista del nostro.
Proprio lui, sempre così compassato, preciso, contestuale, discernente e storicamente ineccepibile. Sich!
Chi glielo spiega che gli omicidi politici sono una cosa e il gesto isolato un’altra? Chi glielo spiega che la lotta armata, la guerriglia urbana e la violenza di classe sono una cosa (finanche auspicabile in alcuni tornanti storici) mentre uno “sparo nella notte” della società, della cultura e forse della mente è tutt’altro?
Ha ragione il professor Orsini: Kirk è stato assassinato da un fenomeno culturale. Ma personalmente amplierei il concetto.
Ucciso da un avatar. Da un eidola. Da un simulacro. Da un fantasma venuto fuori dalle viscere dello spettacolo virtuale e neoliberista.
Un ingranaggio inceppatosi sulla catena di montaggio del Modo di Produzione Capitalistico.
Spettacolo e ingranaggio, struttura e sovrastruttura di un potere che negli Stati Uniti trova la sua più lugubre incarnazione e rappresentazione.
Tyler è l’ipostasi di quel crepuscolo capitalistico giunto ormai sull’orlo del precipizio. Dove la post post post modernità ha confuso tutto.
Analisi fattuale e Opinione. Verità e Mistificazione. Storia e Narrazione. Informazione e Propaganda. Politica e Religione. Fanatismo e Ideologia. Realtà e Spettacolo. Umanità e Merce. Comunismo e Nazismo. Fascismo e Libertà. Fascismo e Democrazia.
Quella paradossale “libertà di fascismo democratico” di cui Kirk era la voce più ignobile. Quella assurda “libertà di fascismo democratico” che la sinistra ha ormai sussunto da tempo, portandone a compimento il processo con la guerra in Ucraina, il Rearm EU e la complicità con Israele.
Tyler – come Kirk d’altronde – è il prodotto assolutamente logico di questo sistema-mondo. E di questo Occidente.
Il cui viaggio sembra giunto al termine della notte.
Vincenzo Morvillo
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Kirk e l’ internazionale nera
Kirk e l’ internazionale nera
Donald Trump ha parlato subito dopo l’assassinio di Charlie Kirk: «Non si può sostituire Charlie, era unico. La colpa va al radical left.»
Il copione è sempre lo stesso: non un presidente che cerca di ricucire, ma un capopopolo che soffia sul fuoco. Vittimismo elevato a sistema, che diventa il carburante di tutta la macchina propagandistica.
Poi arriva Benjamin Netanyahu, che in un’intervista a Fox News paragona Kirk al fratello Yoni, caduto a Entebbe: «Charlie era un eroe delle nostre radici e della nostra cultura condivise. Penso a mio fratello per tutta la vita e penserò a Charlie per tutta la vita.» E rincara: «Gli islamisti radicali e gli ultra-progressisti, stanno usando la violenza per abbattere i loro nemici».
E in Italia, Giorgia Meloni non poteva mancare al coro. Scrive su Fb: «Questi sono i sedicenti antifascisti. Questo è il clima, ormai, anche in Italia. Nessuno dirà nulla, e allora lo faccio io. Non ci facciamo intimidire».
Anche qui la tecnica è identica: presentarsi come bersaglio, denunciare un clima d’odio mentre si governa con manganelli e decreti liberticidi. Una foto ribaltata e un numero rosso diventano l’occasione per recitare la parte della perseguitata.
Ma chi è Charlie Kirk, il nuovo santo dell’internazionale nera? Le sue frasi parlano da sole: il “privilegio bianco” è per lui una “bugia razzista”. George Floyd? Una “feccia”. Martin Luther King? “Un uomo orribile”. Il Civil Rights Act del 1964? “Un enorme errore”. E, come ciliegina ideologica, la dichiarazione che lo lega a doppio filo con Netanyahu: «Sono molto filo-israeliano, sono un cristiano evangelico, un conservatore, un sostenitore di Trump, un repubblicano, e per tutta la mia vita ho difeso Israele».
Questa è la materia grezza con cui si costruisce l’eroe: razzismo, revisionismo storico, filo-sionismo militante. Veleno ideologico.
Trump, Netanyahu, Meloni, Kirk: quattro voci, un’unica partitura. La retorica del nemico interno, il culto della vittima, la manipolazione costante della realtà. Si fingono assediati mentre esercitano potere, si proclamano perseguitati mentre perseguitano, si ergono a difensori della civiltà mentre ne corrodono le basi.
Gente pericolosa. Ma altrettanto pericolosi sono quelli che, qui da noi, affermano che “ha stufato questo antifascismo senza fascismo”: sono gli utili idioti che spianano la strada al ritorno del peggio del peggio. Perché la Meloni non è fascista. È fascistissima.
Alfredo Facchini
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Da ore assistiamo alla solita squallida e ignorante manovra: Lega e FdI provano a trasformare Tyler Robinson, il 22enne che ha confessato di aver ucciso Charlie Kirk, in un fantoccio da esibire come “simbolo dell’odio di sinistra”.
C’è chi arriva a scrivere che la sinistra sarebbe addirittura “la mandante morale” dell’omicidio.
Il tutto perché su un proiettile era incisa la scritta “Bella ciao”.
Un pericoloso odiatore, come il Presidente Israeliano che faceva le scritte sui missili da lanciare sui civili a Gaza, avete presente, quello con il quale il fratello di Piersanti Mattarella e Leone han fatto handshake?
Bene. La verità è molto diversa.
A parte che “Bella ciao” ormai la cantano cani e porci, persino la si sente ai raduni del PD, quindi di quale sinistra parliamo?
Poi, Robinson non era “di sinistra”, non lo è mai stato. Nemmeno della sinistra all’acqua di rose americana “democratica”.
La sua famiglia è repubblicana da sempre, il padre è un trumpiano convinto e i compagni di scuola ricordano che “era un giovane timido e taciturno che al liceo sosteneva Donald Trump”. La nonna del ragazzo ha dichiarato di non conoscere nessuno in famiglia che sia “democratico” (nel senso di partito...).
In ogni caso, Tyler non ha mai votato, non ha mai avuto alcuna appartenenza politica registrata. Un “extraparlamentare di sinistra”? No: un videogiocatore compulsivo.
Infatti:
Quelle scritte sui bossoli non hanno nulla a che vedere con la sinistra, ma con l’universo dei videogiochi e dei meme online.
“Bella ciao” non è l’inno della nostra Resistenza (btw, inventato a posteriori a Resistenza finita: fascia, se le cose non le sai, SALLE): era una citazione ripresa da un videogioco. Tradotto in linguaggio per noi boomers: “Ciao Bello, bèccate questo”. Mio figlio, 17enne, mi ha confermato ridendo (poi, saputo il contesto, ha smesso di ridere).
L’iscrizione “notices bulge OwO What’s this?” è un vecchio meme dei roleplay Furry, diffuso anni fa su internet, che prende in giro il linguaggio di quelle community appassionate di animali con sembianze umane.
E la sequenza “⬆️ ➡️ ⬇️ ⬇️ ⬇️ Hey fascist! Catch!” è un riferimento diretto a Helldivers 2, un gioco satirico in cui i giocatori combattono per una finta democrazia che in realtà è una dittatura militare. I “fascisti” sono i nemici del videogioco, e la frase non è altro che il comando per sganciare una bomba.
Siamo davanti, dunque, a un ragazzo disturbato che ha inciso meme e citazioni nerd di videogiochi “sparatutto” su proiettili di purtroppo vere armi.
Non a un militante della sinistra mondiale.
Dovrà comunque rispondere di quanto ha fatto: non è che spari e uccidi una persona così, gratis: fossi nei suoi avvocati la butterei sulla seminfermità mentale, poi, fatti loro.
Gira su Tyler Robinson la definizione di Groyper. Di nuovo ho chiesto al teenager: dicesi di un fanatico fascista che fa fuori altri fanatici fascisti, perché non sono abbastanza fanatici e non sono abbastanza fascisti. Dice che ne era pieno il Campidoglio durante il famoso assalto degli ultras trumpiani. Io, relata refero.
Torniamo agli squallori nostri. La favola della “sinistra mandante morale” è solo un’arma retorica, squallida e vergognosa, usata per scaricare sull’avversario politico la responsabilità di un dramma, che invece nasce dall’accesso incontrollato alle armi. In una società violenta e ormai in completo disfacimento morale come quella statunitense.
Trump, da buon papà comprensivo ed empatico, dice: “Spero nella pena di morte”. Io no, né per quel ragazzo, né per voialtri.
Non hanno limiti all’indecenza.
[Cit. in gran parte da Abolizione del suffragio universale, mod. da Massimo Zucchetti]
Fonte
27/08/2025
Gli USA in corsa verso l'oscurantismo
La sacrosanta indignazione suscitata dallo spettacolo di una decina di infami prezzolati che a Gaza – in realtà nello spazio alla frontiera dove sono accatastate migliaia di tonnellate di aiuti bloccati da Israele per affamare i palestinesi, nelle stesse ore in cui veniva preparata la strage di medici e giornalisti all’ospedale Nasser – si sono prestati a fare da “cipria” sul genocidio non deve dimenticare il fatto che, quando si parla o si scrive, si parla a qualcuno.
Nessun discorso infatti, per quanto ben costruito e cesellato, può risultare efficace per colpire l’attenzione di chiunque. Anche Shakespeare e Sofocle, in fondo, non parlano a tutti.
Quelle carogne di “influencer” affittati per occupare uno spazio mediatico già molto affollato – che comincia a pendere dalla parte contraria a Israele, nonostante la poderosa macchina dell’Hasbara e i suoi terminali nelle redazioni mainstream – non avevano alcuna possibilità di far cambiare idea a chi guarda foto e filmati dalla Striscia e ne trae l’inevitabile certezza: è in corso un genocidio, attuato con bombardamenti, spari, torture sui prigionieri anche bambini e fame. Mancano le camere a gas, unica differenza “tecnica” con l’Olocausto.
Il loro “target” non è affatto l’opinione pubblica mondiale, ma l’elettorato statunitense, e in special modo quello trumpiano. Anche all’interno di quel mondo fetido, evidentemente, qualche crepa si andava creando. E dato che si tratta del principale pilastro di consenso su cui sì àncora il sostegno Usa al genocidio, era necessario mettere in campo uno show di attorucoli che sanno come parlare a quel mondo.
La qualità dello spettacolo, come sempre quando si fa un investimento “commerciale”, è proporzionale alla cultura del pubblico di riferimento...
Bisogna insomma guardare a quel che sta accadendo in America per capire almeno in parte fino a che punto è in crisi l’egemonia “culturale” sul mondo e le forme che va assumendo la “risposta Maga” alla crisi.
La testata Axios, che ha ormai sostituito il “bideniano” POLITICO come credibilità informativa, ha stilato una sintetica lista delle principali iniziative trumpiane per riscrivere l’identità culturale degli Stati Uniti. Che poi significa, a cascata, tentare di ridisegnare il volto dell’intero Occidente euro-atlantico, visto il ruolo ricoperto sia a livello finanziario che militare dagli USA...
“Nel racconto del MAGA, l’America è l’erede delle antiche civiltà europee, costruita su una fondazione giudeo-cristiana di identità bianca, meritocrazia, ruoli di genere tradizionali e famiglia nucleare”.
Sembra un discorso general-generico, magari un po’ tradizionalista e “salviniano”, ma a ben guardare già a questo livello viene operata una drastica amputazione proprio dell’identità occidentale classica. Che non è soltanto “giudaico-cristiana”, come ripetono gli ascari fascistoidi dalle nostre parti, ma forse soprattutto greco-romana.
La differenza culturale principale sta nella diversa strutturazione valoriale tra un mondo da “ordinare” secondo i dettami di un dio assoluto che si occupa fin nei dettagli delle vicende umane, sovraordinando “comandamenti” alle leggi che elaborano e, all’opposto (o comunque diversamente), un mondo in cui molti “dei specializzati” (guerra, amore, caccia, agricoltura, ecc.) si occupano sostanzialmente dei fatti loro con qualche incursione-commistione con le vicende di alcuni umani, che peraltro vivono secondo le proprie regole, cambiandole anche spesso.
È la differenza tra l’obbedienza e la scelta, con tutte le conseguenze del caso, anche tragiche.
Una religione monoteista è già di per sé una mezza gabbia in cui gli umani si ritrovano a vivere “conformandosi” o “dannandosi”, ma si arriva facilmente alla follia – e allo sfruttamento furbesco della credulità popolare – quando si assume il “testo sacro” fondativo come comandamenti da prendere alla lettera.
Abbiamo sperimentato, nel cristianesimo, la difficoltà di accedere al metodo scientifico ogni qual volta l’osservazione empirica entrava in contrasto con la Bibbia (Copernico, Giordano Bruno e Galilei ne sanno qualcosa). Se poi si assume – come avviene tra i “cristiani evangelici” o gli ebrei ortodossi – il Vecchio Testamento come “verità rivelata” e indiscutibile, allora il pateracchio diventa evidente. E pericoloso.
Se “il popolo di dio” viene reinterpretato da “insieme dei credenti” (per scelta e per fede) a “comunità superiore”, legata da vincoli di sangue e/o di obbedienza a prescindere, ecco che si creano le basi per un suprematismo millenarista fondato su... chiacchiere.
Se vi preoccupa questo passaggio dalle argomentazioni classiche sulle strategie imperialistiche alle fantasie simil-religiose... avete perfettamente ragione: dovete preoccuparvi.
L’“America in versione Maga” si va costituendo come una formazione para-religiosa. In cui – non è inutile ribadirlo – gli interessi materiali dominanti si ammantano di credenze “giudaico-evangeliche” per strutturare un consenso interno che altrimenti la loro politica reale (concentrazione della ricchezza in poche mani, abbandono di ogni prospettiva “redistributiva” in termini di salario e welfare, ecc.) metterebbe in forse.
“Quella visione del mondo sta guidando sempre di più le politiche governative”, avverte Axios, altrimenti risulterebbe inspiegabile l’attenzione presidenziale posta – ad esempio – sulle... mostre museali.
Ma ci sono in atto misure meno fantasiose e più immediate, che riguardano questioni cruciali come la cittadinanza, il controllo delle piattaforme social e dunque la libertà di pensiero ed espressione in qualsiasi forma.
Essere o diventare “americani”, insomma, non dipenderà più da un fatto (l’esser figli di cittadini Usa) o dall’acquisizione in base a condizioni oggettive uguali per tutti (studio, lavoro, permanenza, persecuzioni, asilo, ecc.), ma dalle opinioni – inevitabilmente soggettive e persino variabili nel tempo – sulla storia politica del paese. Ovvero dall’identificazione o meno con l’universo culturale “Maga” o giù di lì.
È l’incerta ideologia del governo attuale, insomma, a delineare il modo di pensare della popolazione futura, non quella popolazione nel suo insieme a decidere quali ideologie sono dominanti, ammissibili, tollerate. Una specie di “congelamento” dell’evoluzione politica e storica, una “fissità” che non lascia inevitabilmente spazio alla stessa possibilità di affrontare i problemi sempre nuovi e diversi che un paese deve affrontare nel rapporto col resto del mondo.
En passant, la natura del concetto di “libertà” si restringe in modo estremo, al punto da coincidere – di fatto – con la sola “libertà di impresa”. Ideologia razzista/suprematista e ideologia di classe, del resto, coincidono.
Pensare di poter restare “egemoni” con questa strumentazione indifferente al mutare dei tempi dovrebbe sollevare inquietudine anche nella classe momentaneamente dirigente, magari anche solo perché si rischia di ritrovarsi senza strumenti culturali davanti all’insorgere di imprevisti.
Ma l’elenco degli “ordini operativi” su questo fronte indica l’esatto opposto. Trump ha infatti:
– “firmato un ordine esecutivo che dichiara l’inglese lingua ufficiale degli Stati Uniti – elevandolo da strumento pratico a marcatore di identità e appartenenza”. Rendendo così “illegali”, o quanto meno sconsigliate, tutte le lingue originarie delle centinaia di milioni di immigrati (spagnolo, italiano, tedesco, gaelico, ecc.) e forse persino le lingue dei nativi che abitavano l’America prima dell’invasione dei bianchi genocidi europei.
– Storia: “Ha ripristinato i nomi confederati alle basi militari statunitensi e ha ordinato il ritorno di alcuni monumenti confederati, condannando la loro rimozione come cancellazioni della ‘eredità’”. Come se la guerra di secessione di un secolo e mezzo fa non ci fosse stata o fosse stata vinta dagli schiavisti...
– Esercito: “Ha ripristinato il divieto per i soldati transgender, allineando il servizio militare alle norme di genere tradizionali”, rovesciando così non solo le “esagerazioni woke” che avevano caratterizzato – strumentalmente, certo – il recente sentiment culturale occidentale, ma l’intero processo evolutivo sulla libertà sessuale degli ultimi 70 anni.
– Rifugiati: “Ha creato eccezioni per gli agricoltori bianchi sudafricani mentre riduceva drasticamente l’ammissione di rifugiati da altre parti”. A conferma del fatto che il suprematismo bianco – ebrei compresi, a differenza del nazismo storico, dal che deriva la piena condivisione del sionismo – è in effetti il fondamento ideologico e psichiatrico del nuovo “regime”.
– Architettura: Ha ordinato che i nuovi edifici federali aderiscano a stili “classici”. Immaginiamo cosa potrà accadere con le “commissioni esaminatrici” dei nuovi progetti delle archistar Usa...
Anche secondo Axios, in effetti, “il progetto di Trump mina gli ideali che l’America ha a lungo celebrato come rifugio per immigrati, terra di opportunità per gli emarginati e paese che trae forza dal suo pluralismo”. Ma come si vede è una critica che resta “tutta interna” alla immarcescibile volontà di preservare una eccezionalità, o supremazia, statunitense.
Il punto chiave – per “osservatori esterni” che, come noi, magari vogliono rompere definitivamente con l’imperialismo Usa – è che questa “revisione istituzionalizzata dell’identità americana” cancella di fatto, forse persino involontariamente, il cosiddetto “soft power” statunitense. Ovvero la possibilità concreta per gli Usa di rappresentare qualcosa di “attrattivo” anche per chi non è nato o vive lì.
Essere dominati nell’immaginario di Hollywood e dintorni era – ed è ancora, in qualche misura – una “condizione a contorno” del dominio brutale del business e dell’esercito statunitense, un modo di renderlo più “accettabile” e persuasivo.
Se resta solo la forza, giustificata con i versetti del Vecchio Testamento, diventa tutto meno complicato da comprendere. Perché non resta granché da “condividere”, distinguere, articolare, ecc. Siamo nel terzo millennio, sappiamo cose che tre millenni fa erano inconcepibili...
La pretesa di continuità dell’Impero si presenterà forse anche come una ultima “guerra di religione”, l’apocalisse sognata dai più ritardati pastori evangelici. Ma fortunatamente il Medioevo è definitivamente alle nostre spalle. Non prevarranno...
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Nessun discorso infatti, per quanto ben costruito e cesellato, può risultare efficace per colpire l’attenzione di chiunque. Anche Shakespeare e Sofocle, in fondo, non parlano a tutti.
Quelle carogne di “influencer” affittati per occupare uno spazio mediatico già molto affollato – che comincia a pendere dalla parte contraria a Israele, nonostante la poderosa macchina dell’Hasbara e i suoi terminali nelle redazioni mainstream – non avevano alcuna possibilità di far cambiare idea a chi guarda foto e filmati dalla Striscia e ne trae l’inevitabile certezza: è in corso un genocidio, attuato con bombardamenti, spari, torture sui prigionieri anche bambini e fame. Mancano le camere a gas, unica differenza “tecnica” con l’Olocausto.
Il loro “target” non è affatto l’opinione pubblica mondiale, ma l’elettorato statunitense, e in special modo quello trumpiano. Anche all’interno di quel mondo fetido, evidentemente, qualche crepa si andava creando. E dato che si tratta del principale pilastro di consenso su cui sì àncora il sostegno Usa al genocidio, era necessario mettere in campo uno show di attorucoli che sanno come parlare a quel mondo.
La qualità dello spettacolo, come sempre quando si fa un investimento “commerciale”, è proporzionale alla cultura del pubblico di riferimento...
Bisogna insomma guardare a quel che sta accadendo in America per capire almeno in parte fino a che punto è in crisi l’egemonia “culturale” sul mondo e le forme che va assumendo la “risposta Maga” alla crisi.
La testata Axios, che ha ormai sostituito il “bideniano” POLITICO come credibilità informativa, ha stilato una sintetica lista delle principali iniziative trumpiane per riscrivere l’identità culturale degli Stati Uniti. Che poi significa, a cascata, tentare di ridisegnare il volto dell’intero Occidente euro-atlantico, visto il ruolo ricoperto sia a livello finanziario che militare dagli USA...
“Nel racconto del MAGA, l’America è l’erede delle antiche civiltà europee, costruita su una fondazione giudeo-cristiana di identità bianca, meritocrazia, ruoli di genere tradizionali e famiglia nucleare”.
Sembra un discorso general-generico, magari un po’ tradizionalista e “salviniano”, ma a ben guardare già a questo livello viene operata una drastica amputazione proprio dell’identità occidentale classica. Che non è soltanto “giudaico-cristiana”, come ripetono gli ascari fascistoidi dalle nostre parti, ma forse soprattutto greco-romana.
La differenza culturale principale sta nella diversa strutturazione valoriale tra un mondo da “ordinare” secondo i dettami di un dio assoluto che si occupa fin nei dettagli delle vicende umane, sovraordinando “comandamenti” alle leggi che elaborano e, all’opposto (o comunque diversamente), un mondo in cui molti “dei specializzati” (guerra, amore, caccia, agricoltura, ecc.) si occupano sostanzialmente dei fatti loro con qualche incursione-commistione con le vicende di alcuni umani, che peraltro vivono secondo le proprie regole, cambiandole anche spesso.
È la differenza tra l’obbedienza e la scelta, con tutte le conseguenze del caso, anche tragiche.
Una religione monoteista è già di per sé una mezza gabbia in cui gli umani si ritrovano a vivere “conformandosi” o “dannandosi”, ma si arriva facilmente alla follia – e allo sfruttamento furbesco della credulità popolare – quando si assume il “testo sacro” fondativo come comandamenti da prendere alla lettera.
Abbiamo sperimentato, nel cristianesimo, la difficoltà di accedere al metodo scientifico ogni qual volta l’osservazione empirica entrava in contrasto con la Bibbia (Copernico, Giordano Bruno e Galilei ne sanno qualcosa). Se poi si assume – come avviene tra i “cristiani evangelici” o gli ebrei ortodossi – il Vecchio Testamento come “verità rivelata” e indiscutibile, allora il pateracchio diventa evidente. E pericoloso.
Se “il popolo di dio” viene reinterpretato da “insieme dei credenti” (per scelta e per fede) a “comunità superiore”, legata da vincoli di sangue e/o di obbedienza a prescindere, ecco che si creano le basi per un suprematismo millenarista fondato su... chiacchiere.
Se vi preoccupa questo passaggio dalle argomentazioni classiche sulle strategie imperialistiche alle fantasie simil-religiose... avete perfettamente ragione: dovete preoccuparvi.
L’“America in versione Maga” si va costituendo come una formazione para-religiosa. In cui – non è inutile ribadirlo – gli interessi materiali dominanti si ammantano di credenze “giudaico-evangeliche” per strutturare un consenso interno che altrimenti la loro politica reale (concentrazione della ricchezza in poche mani, abbandono di ogni prospettiva “redistributiva” in termini di salario e welfare, ecc.) metterebbe in forse.
“Quella visione del mondo sta guidando sempre di più le politiche governative”, avverte Axios, altrimenti risulterebbe inspiegabile l’attenzione presidenziale posta – ad esempio – sulle... mostre museali.
“Trump ha ordinato allo Smithsonian Institution di revisionare le mostre che l’amministrazione ritiene problematiche per ‘tono, contesto storico e allineamento con gli ideali americani’.Attendiamoci che questa revisione tocchi presto Hollywood, con la riabilitazione dei western alla John Wayne, quando i pellirosse venivano descritti come “terroristi” ante litteram, e la cancellazione dalle videoteche di film come Soldato blu o Piccolo grande uomo, come Amistad o Il colore viola, ecc....
Trump sostiene che ci sia stato un ‘diffuso sforzo di riscrivere la storia della nostra Nazione’ dipingendola come irrimediabilmente razzista o oppressiva – incluso, dice, un’eccessiva focalizzazione su ‘quanto fosse brutta la schiavitù’.
Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che Trump intende espandere la revisione dell’ideologia ‘woke’ ad altri musei oltre lo Smithsonian – un livello di supervisione senza precedenti da parte di un presidente USA.”
Ma ci sono in atto misure meno fantasiose e più immediate, che riguardano questioni cruciali come la cittadinanza, il controllo delle piattaforme social e dunque la libertà di pensiero ed espressione in qualsiasi forma.
“Lo U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) ha annunciato la scorsa settimana che sottoporrà i richiedenti per l’immigrazione legale a screening per individuare ‘ideologie anti-americane’, incluse le opinioni espresse sui social media.Perché “I benefici dell’America non dovrebbero essere dati a coloro che disprezzano il paese”, ha dichiarato in una nota il portavoce dell’USCIS, Matthew Tragesser. Si comincia con i titolari di visto, ma già si alza la pressione sugli “americani storici”.
Tutti i 55 milioni di attuali titolari di visto saranno sottoposti a ‘verifica continua’ per ‘qualsiasi indicazione di ostilità verso i cittadini, la cultura, il governo, le istituzioni o i principi fondanti degli Stati Uniti”.
Essere o diventare “americani”, insomma, non dipenderà più da un fatto (l’esser figli di cittadini Usa) o dall’acquisizione in base a condizioni oggettive uguali per tutti (studio, lavoro, permanenza, persecuzioni, asilo, ecc.), ma dalle opinioni – inevitabilmente soggettive e persino variabili nel tempo – sulla storia politica del paese. Ovvero dall’identificazione o meno con l’universo culturale “Maga” o giù di lì.
“L’USCIS sta anche ampliando il requisito del ‘buon carattere morale’ per i richiedenti la cittadinanza, legando questo vago standard al ‘comportamento, l’adesione alle norme sociali e i contributi positivi’ di un individuo.È prevista insomma una revisione drastica dell’anagrafe generale, uno “sfoltimento” della popolazione legale su base ideologica, e viene ammesso esplicitamente, come un programma politico. “Penso che dobbiamo semplicemente evolverci oltre l’idea che solo perché hai i documenti in ordine, sei un americano”, ha detto l’influencer “Maga” Charlie Kirk in un suo podcast della scorsa settimana. “Devi avere il tuo spirito completamente coinvolto”.
Il Dipartimento di Giustizia continua a perseguire il divieto della cittadinanza per diritto di nascita (birthright citizenship) per i figli di immigrati privi di documenti – un diritto sancito dal 14° Emendamento – dando priorità alla denaturalizzazione per i cittadini naturalizzati che commettono determinati reati”.
È l’incerta ideologia del governo attuale, insomma, a delineare il modo di pensare della popolazione futura, non quella popolazione nel suo insieme a decidere quali ideologie sono dominanti, ammissibili, tollerate. Una specie di “congelamento” dell’evoluzione politica e storica, una “fissità” che non lascia inevitabilmente spazio alla stessa possibilità di affrontare i problemi sempre nuovi e diversi che un paese deve affrontare nel rapporto col resto del mondo.
En passant, la natura del concetto di “libertà” si restringe in modo estremo, al punto da coincidere – di fatto – con la sola “libertà di impresa”. Ideologia razzista/suprematista e ideologia di classe, del resto, coincidono.
Pensare di poter restare “egemoni” con questa strumentazione indifferente al mutare dei tempi dovrebbe sollevare inquietudine anche nella classe momentaneamente dirigente, magari anche solo perché si rischia di ritrovarsi senza strumenti culturali davanti all’insorgere di imprevisti.
Ma l’elenco degli “ordini operativi” su questo fronte indica l’esatto opposto. Trump ha infatti:
– “firmato un ordine esecutivo che dichiara l’inglese lingua ufficiale degli Stati Uniti – elevandolo da strumento pratico a marcatore di identità e appartenenza”. Rendendo così “illegali”, o quanto meno sconsigliate, tutte le lingue originarie delle centinaia di milioni di immigrati (spagnolo, italiano, tedesco, gaelico, ecc.) e forse persino le lingue dei nativi che abitavano l’America prima dell’invasione dei bianchi genocidi europei.
– Storia: “Ha ripristinato i nomi confederati alle basi militari statunitensi e ha ordinato il ritorno di alcuni monumenti confederati, condannando la loro rimozione come cancellazioni della ‘eredità’”. Come se la guerra di secessione di un secolo e mezzo fa non ci fosse stata o fosse stata vinta dagli schiavisti...
– Esercito: “Ha ripristinato il divieto per i soldati transgender, allineando il servizio militare alle norme di genere tradizionali”, rovesciando così non solo le “esagerazioni woke” che avevano caratterizzato – strumentalmente, certo – il recente sentiment culturale occidentale, ma l’intero processo evolutivo sulla libertà sessuale degli ultimi 70 anni.
– Rifugiati: “Ha creato eccezioni per gli agricoltori bianchi sudafricani mentre riduceva drasticamente l’ammissione di rifugiati da altre parti”. A conferma del fatto che il suprematismo bianco – ebrei compresi, a differenza del nazismo storico, dal che deriva la piena condivisione del sionismo – è in effetti il fondamento ideologico e psichiatrico del nuovo “regime”.
– Architettura: Ha ordinato che i nuovi edifici federali aderiscano a stili “classici”. Immaginiamo cosa potrà accadere con le “commissioni esaminatrici” dei nuovi progetti delle archistar Usa...
Anche secondo Axios, in effetti, “il progetto di Trump mina gli ideali che l’America ha a lungo celebrato come rifugio per immigrati, terra di opportunità per gli emarginati e paese che trae forza dal suo pluralismo”. Ma come si vede è una critica che resta “tutta interna” alla immarcescibile volontà di preservare una eccezionalità, o supremazia, statunitense.
Il punto chiave – per “osservatori esterni” che, come noi, magari vogliono rompere definitivamente con l’imperialismo Usa – è che questa “revisione istituzionalizzata dell’identità americana” cancella di fatto, forse persino involontariamente, il cosiddetto “soft power” statunitense. Ovvero la possibilità concreta per gli Usa di rappresentare qualcosa di “attrattivo” anche per chi non è nato o vive lì.
Essere dominati nell’immaginario di Hollywood e dintorni era – ed è ancora, in qualche misura – una “condizione a contorno” del dominio brutale del business e dell’esercito statunitense, un modo di renderlo più “accettabile” e persuasivo.
Se resta solo la forza, giustificata con i versetti del Vecchio Testamento, diventa tutto meno complicato da comprendere. Perché non resta granché da “condividere”, distinguere, articolare, ecc. Siamo nel terzo millennio, sappiamo cose che tre millenni fa erano inconcepibili...
La pretesa di continuità dell’Impero si presenterà forse anche come una ultima “guerra di religione”, l’apocalisse sognata dai più ritardati pastori evangelici. Ma fortunatamente il Medioevo è definitivamente alle nostre spalle. Non prevarranno...
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27/06/2025
La dottrina Trump e il nuovo imperialismo MAGA
In questo articolo sul movimento MAGA, John Bellamy Foster esplora il drammatico cambiamento dell'imperialismo statunitense iniziato con la prima presidenza Trump e accelerato con la seconda. Il cambiamento, spiega Foster, non è guidato dall'antimperialismo e dall'antimilitarismo, ma rappresenta piuttosto un forte spostamento a destra, alimentato dall'ipernazionalismo e dall'obiettivo di riconquistare il potere degli Stati Uniti sulla scena mondiale.
*****
Il drammatico cambiamento dell'imperialismo statunitense sotto la presidenza di Donald Trump, sia nel suo mandato iniziale che ancor più in quello attuale, ha creato una grandissima confusione e costernazione nei centri di potere istituzionali. Questa improvvisa modificazione della politica estera statunitense si manifesta nell'abbandono sia dell'ordine internazionale liberale costruito sotto l'egemonia statunitense dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia della strategia a lungo termine di allargamento della NATO e della guerra per procura contro la Russia in Ucraina. L'imposizione di elevati dazi doganali e il mutamento delle priorità militari hanno persino messo gli Stati Uniti in conflitto con i suoi alleati di lunga data, mentre si sta accelerando la Nuova Guerra Fredda contro la Cina e il Sud globale.
Il cambiamento nella proiezione di potenza degli Stati Uniti è così estremo, e la confusione che ne è derivata è così grande, che persino alcune figure, da tempo associate alla sinistra, sono cadute nella trappola di vedere Trump come isolazionista, antimilitarista e antimperialista. Per questo, il dissociato esponente della sinistra Christian Parenti ha sostenuto che Trump «non è un anti-imperialista nel senso che gli da la sinistra. Piuttosto, è un istintivo isolazionista dell'America-First», il cui obiettivo, «più di qualsiasi altro recente presidente», è «smantellare l'impero globale informale americano» e promuovere una nuova politica estera «antimilitarista» «che si opponga all'impero».[1]
Tuttavia, lungi dall'essere anti-imperialista, il cambiamento globale nelle relazioni esterne degli Stati Uniti sotto Trump è dovuto a un approccio ipernazionalista al potere mondiale radicato in settori chiave della classe dirigente, in particolare nei monopolisti dell'alta tecnologia, così come nei sostenitori di Trump, in gran parte appartenenti alla classe medio-bassa. Secondo questa prospettiva neofascista e revanscista, gli Stati Uniti sono in declino come potenza egemonica e minacciati da nemici potenti: il marxismo culturale e gli immigrati "invasori" dall'interno, la Cina e il Sud globale dall'esterno, mentre sono ostacolati da alleati deboli e dipendenti.
A partire dalla prima amministrazione Trump del 2016, il regime ha sostenuto una netta svolta a destra, sia a livello internazionale che nazionale. A livello globale, tutte le risorse disponibili devono concentrarsi su un aumento a somma zero del potere degli Stati Uniti e sulla sconfitta della Cina, nuovo rivale emergente. La Nuova Guerra Fredda contro la Cina è stata di fatto lanciata durante la prima amministrazione Trump, con il concomitante spostamento verso la distensione con la Russia.[2] Sebbene l'amministrazione Biden abbia poi continuato la precedente guerra per procura pianificata da Washington contro la Russia (iniziata con il colpo di Stato di Maidan del 2014 in Ucraina sostenuto dagli Stati Uniti), la stessa amministrazione Biden ha seguito quella di Trump nel proseguire la Nuova Guerra Fredda contro la Cina, confrontandosi contemporaneamente con le due grandi potenze eurasiatiche. Una volta tornato al potere, Trump ha cercato di porre fine alla guerra per procura della NATO in Ucraina, rivolgendosi con maggiore decisione alla lotta in Asia. Persino il Medio Oriente, dove il regime di Trump bombarda lo Yemen, aumenta la pressione sull’Iran e sta sostenendo apertamente il genocidio palestinese – ovvero la completa eliminazione e rimozione dei palestinesi da Gaza in nome della “pace” – è visto come secondario rispetto alla Nuova Guerra Fredda contro la Cina.[3]
La nuova strategia imperialista, radicalmente nuova, rappresentata dall'amministrazione Trump e in particolare nel suo secondo mandato, si basa sul concetto di "America First". Ciò costituisce un rifiuto del tradizionale ruolo degli Stati Uniti come potenza mondiale egemone in favore di un ipernazionalista America First imperium. Una manifestazione di ciò è l'attacco degli Stati Uniti alle organizzazioni internazionali su cui non hanno un dominio completo o su cui presumibilmente gravano oneri sproporzionati, come le Nazioni Unite o persino l'alleanza NATO. Inoltre, le relazioni commerciali sono trattate non tanto come processi di scambio reciprocamente vantaggiosi (che in realtà vanno principalmente a vantaggio delle nazioni più ricche), quanto piuttosto come relazioni transazionali da determinare esclusivamente sulla base della potenza nazionale.
In questo contesto, l'imposizione di dazi da parte del regime di Trump su tutti gli altri Paesi – compresi dazi elevati su una sessantina di Paesi (nella sua lista del 2 aprile: "il Giorno della Liberazione") – non è una semplice questione di ricerca di un vantaggio economico, ma deve essere vista come un gioco di potere attraverso il quale assicurarsi il predominio geoeconomico e geopolitico. Nell'ambito della strategia "America First" di Trump, Washington cerca di ottenere tributi dai suoi alleati, che d'ora in poi dovranno pagare in un modo o nell'altro il sostegno militare statunitense, con il conseguente insorgere di nuove forme di conflitto interimperialista (o intraimperialista).
Riguardo al conflitto con la Cina, la proposta ufficiale di bilancio per la spesa militare di Trump per il prossimo anno fiscale prevede un aumento di quasi il 12%, fino a 1 trilione di dollari (le spese militari effettive ammontano in genere al doppio di quelle ufficiali).[4]
Il risultato più probabile di questi sviluppi – se non verranno fermati – è una Nuova Età della Catastrofe, su una scala non dissimile da quella degli anni '30 del secolo scorso, caratterizzata da distruzione bellica, economica ed ecologica.[5] Ciò porterà non a un aumento del predominio degli Stati Uniti, ma a un suo declino accelerato, dato che l'egemonia del dollaro e le istituzioni internazionali su cui il potere degli Stati Uniti si è storicamente basato saranno ulteriormente minate. All'interno dello stesso regime di Trump, i tentativi di Washington di proiettare il proprio potere a livello globale non faranno altro che intensificare i conflitti interni tra il capitale monopolistico-finanziario, con i suoi interessi economici globali, e il movimento più strettamente nazionalista "Make America Great Again" (MAGA) sul territorio. Tutti i tentativi di tenere insieme un regime così reazionario richiederanno un aumento della repressione, mentre il futuro dipenderà dalla portata della rivolta che questa repressione susciterà, sia a livello nazionale che globale.
La dottrina Trump
Ironia della sorte, le affermazioni più forti e controverse riguardo alla natura pacifica e antimperialista del regime di Trump sono state introdotte da figure dell'ex sinistra come Christian Parenti. Scrivendo nel 2023 su Compact, rivista egemonica del MAGA, in un articolo intitolato "Il vero crimine di Trump è opporsi all'Impero", Parenti sosteneva che Trump fosse a favore di una politica estera anti-Pentagono e "antimperialista", mostrando un totale "disprezzo per il 'Complesso della Sicurezza Nazionale'".[6]
Tuttavia, nel definire Trump come anti-imperialista, Parenti sembra aver dimenticato l'intera struttura dell'imperialismo, che ha a che fare con lo sfruttamento/espropriazione globale e con le strategie di dominio mondiale. Trump non solo ha introdotto un aumento storico delle spese militari nella sua prima amministrazione ed ha fatto ricorso alla forza letale a livello internazionale in numerose occasioni (tra cui l'allentamento delle restrizioni ai bombardamenti sui civili), ma anche, e soprattutto, ha avviato la Nuova Guerra Fredda contro la Cina.[7] La seconda amministrazione Trump sta nuovamente aumentando massicciamente la spesa del Pentagono e promuovendo un conflitto con la Cina su scala ancora più ampia. Ciò che Parenti e altri vedono come una forma di anti-imperialismo è in realtà una nuova strategia imperialista globale a livello nazionale e internazionale, volta a invertire il declino egemonico degli Stati Uniti e a sconfiggere la Cina. Questo riorientamento strategico gode di un forte sostegno sia all'interno del movimento MAGA di Trump sia in quegli elementi della classe miliardaria monopolista-capitalista – in particolare nei settori dell'alta tecnologia, del private equity e dell'energia – allineati al suo regime demagogico. Come ha osservato il famoso economista marxista indiano Prabhat Patnaik, la politica estera di Trump non è né anti-impero né insensata, ma può essere meglio definita come «strategia di rinascita dell’imperialismo».[8]
Il movimento nazional-populista MAGA si basa su una visione del mondo intrisa di razzismo, in cui gli Stati Uniti sono visti come una nazione bianca e cristiana con un chiaro destino. In questa prospettiva, dopo aver raggiunto nel corso della sua storia lo status di "una nazione sotto Dio" nel XX secolo, gli Stati Uniti sono stati successivamente indeboliti dall'esterno e dall'interno, richiedendo una resurrezione dello status perduto.
Non è un caso che Trump, nel marzo 2025, abbia appeso nello Studio Ovale un ritratto di James K. Polk, undicesimo presidente degli Stati Uniti. Polk presiedette la più grande espropriazione territoriale della storia degli Stati Uniti durante la Guerra messico-statunitense, in cui Washington si impadronì di oltre 135.000 chilometri quadrati di territorio, tra cui la California e gran parte del Sud-ovest, annettendo il Texas e ottenendo la sovranità sulle aree contese del Pacifico nord-occidentale attraverso il Trattato dell'Oregon.[9] Le roboanti ambizioni di Trump di annettere la Groenlandia, di riconquistare il Canale di Panama e persino (anche se più inverosimile) di incorporare il Canada come cinquantunesimo stato – per non parlare della ridenominazione del Golfo del Messico in Golfo d'America – mirano tutte a ricreare lo spirito del «nascente impero americano».[10]
Per comprendere la strategia imperialista del regime MAGA, è necessario esaminare la "Dottrina Trump". Le dottrine presidenziali in politica estera sono tipicamente individuate ed elaborate dai media sulla base delle dichiarazioni della Casa Bianca su questioni fondamentali di politica estera. Tuttavia, nel caso della Dottrina Trump, essa è stata pienamente articolata all'interno da Michael Anton, il principale ideologo MAGA, che da febbraio 2017 ad aprile 2018 è stato membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e vice assistente del presidente per le comunicazioni strategiche. Attualmente ricopre la carica di direttore della pianificazione politica presso il Dipartimento di Stato, una posizione equivalente a quella di assistente del Segretario di Stato. Durante la prima amministrazione Trump, ad Anton fu ovviamente affidato l'incarico – mentre non era più alle dirette dipendenze della Casa Bianca – di fornire coerenza alle numerose e apparentemente contraddittorie dichiarazioni di Trump in politica estera.
Nel 2019, mentre lavorava come docente e ricercatore presso l'Hillsdale College in Michigan, controllato dal MAGA, Anton pubblicò un articolo su Foreign Policy basato su una lezione alla Princeton University, intitolato "La Dottrina Trump", che sarebbe diventato la dichiarazione semi-ufficiale della posizione strategica complessiva del regime MAGA.[11] Il compito di Anton era quello di definire la strategia 'America First' di Trump come in linea con il populismo nazionale e l'anti-internazionalismo, ma sufficientemente bellicosa da rappresentare una nuova strategia globale aggressiva. Costituiva quindi quello che veniva definito un "realismo di principio", radicato nell'interesse nazionale, in linea con le interpretazioni conservatrici delle idee di pensatori come Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes. In "La Dottrina Trump", la politica estera e militare di Trump fu descritta da Anton come anti-imperiale per due motivi. In primo luogo, gli imperi erano per natura "multietnici", e la politica di Trump era completamente contraria a una visione multietnica del progetto americano. In secondo luogo, la politica imperialista perseguita dai neoconservatori era alleata del globalismo, mentre la Dottrina Trump era la negazione della globalizzazione liberale. Nell'ideologia MAGA, la globalizzazione è vista come un vantaggio per le potenze emergenti, come la Cina, a scapito delle potenze consolidate, come gli Stati Uniti. La Dottrina Trump, ha spiegato Anton, era quindi costantemente nazionalista su tutta la linea: il bottino va alle nazioni vincitrici.[12]
Un nazionalismo così coerente era descritto come pienamente in accordo con la "natura umana". Se Aristotele aveva affermato – nelle parole di Anton – che le tre unità politiche erano «la tribù [etnia], la polis (o 'città-stato') e l'impero», la posizione di Trump era quella di enfatizzare l'etnia americana e lo stato americano in modo espansivo sulla scena mondiale, e di minimizzare l'impero multietnico, rendendo così l'America di nuovo grande. A questo proposito, la Dottrina Trump aveva quattro pilastri: (1) populismo nazionale, (2) rifiuto dell'internazionalismo liberale, (3) nazionalismo uniforme per tutti i Paesi e (4) ritorno della nazione alla “normalità” omogenea dell'“etnia e della polis” classica – in contrapposizione al carattere eterogeneo dell'impero multietnico contemporaneo (e del mondo nel suo complesso). Il quarto pilastro costituiva quindi una definizione etnico-razziale dell'identità nazionale, alla base di un nazionalismo razziale. Come nel caso di Trasimaco nella Repubblica di Platone, la base morale della Dottrina Trump era abbondantemente chiara: la giustizia è «l’utile del più forte».[13]
L’imperialismo economico e la dottrina Trump
Il 2 aprile 2025, utilizzando i poteri per l’emergenza nazionale, Trump ha imposto tariffe del 10% su ogni paese del mondo, con dazi più alti su circa 60 altri paesi o blocchi commerciali, in quella che egli ha definito una “dichiarazione di indipendenza economica”. Questa mossa includeva nuovi dazi del 34% sulla Cina – che sommati al precedente 20% hanno portato il totale al 54% – del 46% sul Vietnam e del 20% sull’Unione Europea. Dopo che la Cina ha annunciato contromisure tariffarie, Trump ha alzato l’incremento tariffario cumulativo sulla Cina al 104%, e poi, in un’ulteriore escalation, al 145%. In una dichiarazione dai toni bellicosi, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha affermato che qualsiasi paese che sceglierà di “reagire” contro le nuove tariffe statunitensi sarà considerato responsabile dell’“escalation”, portando così gli Stati Uniti a incrementare ulteriormente l'escalation ladder [scala dell’escalation]. Le azioni dell’amministrazione Trump stanno dando luogo ad una guerra commerciale e valutaria globale: ad una recessione mondiale. La nuova strategia tariffaria MAGA ha generato panico a Wall Street, che fino a quel momento era stata fortemente favorevole alla presidenza Trump, dividendo, sembrerebbe, la classe dirigente finanziaria mentre, nel frattempo, i titoli di borsa crollavano. Ciò ha costretto Trump a sospendere alcune tariffe, aumentando però simultaneamente quelle sulla Cina. Le tariffe di Trump sono state calcolate sulla base di quanto ritenuto necessario per ottenere un equilibrio bilaterale del commercio con ciascun paese, una proposizione priva di una razionalità economica diretta ma che fornisce un’arma contundente con cui il regime intende raggiungere i suoi obiettivi più ampi[14]
Economicamente, la Dottrina Trump è legata a quello che è noto come “nazionalismo conservatore”, rappresentato da vari think tank vicini nelle posizioni al MAGA e focalizzati sulla strategia geoeconomica e geopolitica, come American Compass e il Manhattan Institute for Policy Research, insieme al fondo di investimenti Hudson Bay Capital Management, vicino a Trump. Il fondatore e capo economista di American Compass, Oren Cass, è da tempo consulente economico e collaboratore dell'attuale Segretario di Stato di Trump, Marco Rubio. American Compass è massicciamente finanziato dalla Thomas D. Klingenstein Fund, una fondazione da miliardi di dollari gestita da Thomas D. Klingenstein. Banchiere d’investimento di Wall Street, Klingenstein è partner del fondo speculativo miliardario Cohen Klingenstein. È anche presidente del consiglio di amministrazione (e principale finanziatore) del Claremont Institute, il principale think tank MAGA; è un sionista e un critico feroce di ciò che definisce “comunismo woke”. Altri finanziatori di American Compass sono la Walton Family Foundation e la William and Flora Hewlett Foundation.[15]
Vessillo del nazionalismo conservatore in economia, American Compass offre una visione piuttosto realistica della stagnazione di lungo termine e della deindustrializzazione dell’economia statunitense, associandola però a una forte opposizione al libero mercato e a un fervente sostegno alle tariffe.[16]. Legato ideologicamente al movimento MAGA, ha assunto un ruolo guida nello sviluppo di una strategia economica per la Nuova Guerra Fredda contro la “Cina comunista”. Il suo rapporto del 2023, A Hard Break from China, sosteneva che «l’America deve interrompere le sue relazioni economiche con la Cina per proteggere il proprio mercato dalla sovversione del Partito Comunista Cinese». Questo include il taglio netto di investimenti, di catene di approvvigionamento e di accordi economici internazionali con la Cina. Tutti i «flussi di capitale, trasferimenti tecnologici e partnership economiche tra Stati Uniti e Cina» devono terminare. All'interno degli Stati Uniti, American Compass ha dichiarato guerra al “capitalismo woke”, cioè a qualsiasi tentativo di incorporare diversità, equità e inclusione nelle pratiche aziendali, una posizione chiaramente volta a mantenere il predominio razziale bianco.
All’interno dell'amministrazione Trump, la strategia che prevede alte tariffe è supervisionata da Peter Navarro, consigliere senior del presidente su commercio e manifattura. Nella precedente amministrazione Trump, Navarro era direttore dell’Office of Trade and Manufacturing Policy [Ufficio per la Politica Commerciale e Manifatturiera]. Sostenitore accanito della guerra economica (e militare) contro la Cina, egli è l'autore di The Coming China Wars, pubblicato nel 2008, e considera le tariffe come lo strumento principale in tal senso. Le tariffe sono presentate da Navarro come ciò che può fornire migliaia di miliardi di dollari in entrate al governo, permettendo a Trump di ridurre le tasse sui ricchi. Navarro è stato imprigionato per oltraggio al Congresso, per il suo ruolo nell’attacco MAGA al Campidoglio il 6 gennaio 2021.[18]
Tuttavia, la figura principale nella strategia economica internazionale della seconda amministrazione Trump è Stephen Miran, presidente del Council of Economic Advisors. Miran è stato un ex consigliere senior al Dipartimento del Tesoro nella prima amministrazione Trump e successivamente stratega senior per l’azienda di investimenti Hudson Bay Capital Management, un grande investitore istituzionale all’interno del Trump Media & Technology Group, che gestisce la piattaforma social Truth Social. Miran è anche economics fellow presso il Manhattan Institute. È l'autore di A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, pubblicato da Hudson Bay Capital Management contemporaneamente alla vittoria elettorale di Trump nel 2024, in cui ha presentato il piano per utilizzare le tariffe elevate e la leva finanziaria offerta come ombrello di sicurezza statunitense, per costringere gli altri stati ad accettare una forte svalutazione della valuta statunitense, sotto l’etichetta dell’Accordo di Mar-a-Lago. L’obiettivo è quello di migliorare la posizione commerciale globale degli Stati Uniti a scapito dei suoi principali partner commerciali. Tutto ciò delinea una politica globale del tipo “mors tua, vita mea” imposta dagli Stati Uniti sia ai propri alleati sia ai nemici designati.[19]
Il modello di questa strategia geoeconomica è l’Accordo del Plaza del 1985, stipulato tra Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito e altri paesi, che permise una svalutazione multilaterale intenzionale del dollaro. Il principale risultato storico di quell'accordo fu l'esplosione della bolla finanziaria giapponese e l’inizio di una profonda stagnazione economica, apparentemente stabile, all’interno dell'economia giapponese, che all’epoca era una delle più dinamiche al mondo. Subito dopo l’Accordo del Plaza, Trump comprò il Plaza Hotel, probabilmente affascinato dall’accordo siglato proprio in quel luogo (Lo portò poi alla bancarotta...). Ma nel 2025 gli Stati Uniti sono molto più deboli, a livello globale, rispetto al 1985, e i paesi che detengono la maggior parte delle riserve in valuta estera in dollari, su cui dipenderebbe in larga parte l’ipotizzato Accordo di Mar-a-Lago, non rientrano sotto l’ombrello di sicurezza militare statunitense e quindi non sono facilmente assoggettabili a pressioni fiscale.[20]
Giappone, Regno Unito, Canada e Messico, osservava Miran, potrebbero senza dubbio essere facilmente costretti a conformarsi agli interessi statunitensi, non avendo alternative. Al contrario, né l’Unione Europea né la Cina (che detiene circa 3 trilioni di dollari in riserve) accetterebbero volentieri un tale accordo, ben consapevoli di ciò che è accaduto al Giappone dopo l'Accordo del Plaza. Per quanto riguarda l’Unione Europea, il piano di Trump vuole costringere i suoi membri a farsi carico di una quota maggiore dei costi dell’ombrello di sicurezza statunitense e utilizzare questa manovra come strumento di negoziazione, insieme all’imposizione di tariffe elevate, per costringere i paesi dell'Unione Europea ad accettare una svalutazione monetaria. L’imposizione delle tariffe statunitensi, secondo i consiglieri economici nazionalisti conservatori di Trump, porterebbe inizialmente all’apprezzamento del dollaro, come nella prima amministrazione Trump, compensando così alcuni effetti macroeconomici sfavorevoli delle tariffe (anche se, questa volta, il risultato iniziale è stato l’opposto: il dollaro si è deprezzato).[21] In ogni caso, in generale, queste tariffe sono inflazionistiche, con il probabile risultato di un’intensificazione della stagflazione. Inoltre, la svalutazione controllata del dollaro (non il suo apprezzamento) è l’obiettivo principale della politica tariffaria statunitense in linea con l’auspicato Accordo di Mar-a-Lago, che avrebbe l’effetto di aumentare i prezzi al consumo per le importazioni statunitensi.[22]
Viste nel contesto degli accordi, le tariffe di Trump sono una forma di ricatto, con la clausola che verranno abbassate se i paesi accetteranno di vendere dollari in cambio di “obbligazioni centenarie” statunitensi, ovvero titoli con scadenza a cento anni, con bassi tassi d’interesse. Tale decorso contribuirebbe alla svalutazione del dollaro. Il piano prevede, quindi, un mix di tariffe e svalutazione intenzionale del dollaro, con enfasi su quest’ultima. Ciò rappresenta, agli occhi dell’amministrazione Trump, un modo per promuovere le esportazioni e la reindustrializzazione. Oltre che da Miran, questa politica è fortemente sostenuta da Scott Bessent, il Segretario del Tesoro. L’Accordo di Mar-a-Lago, indica Miran, creerebbe «una distinzione molto più netta tra amici, nemici e partner commerciali neutrali» rispetto agli Stati Uniti. Gli “amici” fornirebbero tributi a Washington in cambio di essere sotto l'ombrello economico e di sicurezza statunitense, mentre i “nemici” sarebbero soggetti a dazi elevati, sanzioni economiche e minacce di aggressione militare.[23]
L’intera politica nazionalista imperialista di Trump, che dà avvio a una guerra globale commerciale e valutaria, rappresenta un’enorme scommessa, poiché probabilmente destabilizzerà le economie degli Stati Uniti e del Mondo, nonché la finanza globale, accelerando i tentativi di trovare alternative al dollaro da parte di numerosi Paesi, in particolare quelli del gruppo BRICS+ (composto da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e altri).
L’amministrazione Trump sembra non comprendere appieno la realtà del Dilemma di Triffin (dal nome dell’economista belga Robert Triffin), secondo cui una valuta di riserva internazionale (come il dollaro) richiede la presenza di un deficit continuo nel conto corrente, se il paese che la emette deve fornire al mondo la liquidità necessaria; ma questa dinamica, nel lungo periodo, tende a creare condizioni che erodono la fiducia nella valuta di riserva [24].
Intrappolata tra le corna di questo dilemma, probabilmente la strategia di Trump fallirà, accelerando il declino del dollaro come egemonica valuta di riserva, indebolendo ulteriormente il dominio economico globale degli Stati Uniti. Come scrive l’economista Michael Hudson:
Trump basa il suo tentativo di distruggere gli esistenti legami e reciprocità del commercio e della finanza internazionale sull’assunto che, in una situazione di caos generalizzato, l’America ne uscirà vincente. Tale fiducia implica la volontà di Trump di smantellare gli attuali legami geopolitici. Egli crede che l’economia statunitense sia come un buco nero cosmico, cioè un centro di gravità in grado di attirare a sé tutto il denaro e l’eccedenza economica del mondo. Questo è l’obiettivo esplicito di America First. Ed è ciò che rende il programma di Trump una dichiarazione di guerra al resto del mondo.[25]Nel frattempo, il riarmo degli alleati degli Stati Uniti, insieme a un massiccio aumento della spesa per il Pentagono e alle bellicose minacce dirette ai nemici designati, potrebbe portare a un’ulteriore proliferazione dei conflitti, aumentando il rischio di una Terza Guerra Mondiale. Il pugno di ferro di Washington nei confronti dei suoi alleati genererà tensioni all’interno del nucleo imperiale storico del capitalismo globale, alimentando una crescente rivalità interimperialista tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Il capitale finanziario statunitense ha finora sostenuto fortemente Trump, ma possiede interessi economici globali. Pertanto, il capitale finanziario degli Stati Uniti vede con apprensione le mosse tariffarie dell’amministrazione Trump e la prospettiva di un Accordo di Mar-a-Lago, un’apprensione dovuta all’incertezza dei suoi esiti.
La strategia nazionale-imperialista di Trump è pienamente in linea con le visioni reazionarie dei suoi seguaci MAGA, che non sono contrari all’imperialismo e al militarismo, ma si oppongono fermamente a quella che considerano una globalizzazione liberale a spese degli Stati Uniti, unita a guerre indecise contro potenze minori da cui non derivano bottini visibili. Durante la sua prima amministrazione, Trump ha rimproverato i membri del Joint Chiefs of Staff [Capi di Stato Maggiore] per quanto riguarda le guerre in Medio Oriente e in Asia centrale, lamentandosi della mancanza di bottini ottenuti dagli Stati Uniti, chiedendo: «Dov’è il f***uto petrolio?».[26]
Neofascismo e Impero
I profondi cambiamenti nella politica estera e militare degli Stati Uniti, attuati sotto la Dottrina Trump, affondano le radici in nuovi schieramenti di classe collegati al neofascismo del movimento MAGA e alle sue strette – sebbene contraddittorie – connessioni con la classe dominante miliardaria, in particolare nei settori dell’alta tecnologia, del private equity * e del petrolio. Nella teoria marxista, la base di classe del fascismo risiede sempre in un’alleanza tra il capitale monopolistico e una classe/strato piccolo-borghese. Quest’ultima è composta da piccoli imprenditori, piccoli proprietari immobiliari, quadri intermedi d’azienda, insieme a elementi religiosi fondamentalisti e a piccoli proprietari rurali. Comprende anche alcuni dei settori più privilegiati della classe lavoratrice. La piccola borghesia è smisuratamente bianca e razzista.
Trump, nelle elezioni presidenziali del 2024, ha attratto la maggior parte degli elettori con meno di una laurea quadriennale, una categoria che comprende la maggioranza sia della piccola borghesia che della classe lavoratrice. Gli stessi exit poll mostrano che, in base al reddito, ha vinto tra i piccoli borghesi e i lavoratori, ma ha perso tra gli elettori più poveri. Milioni di coloro che avevano votato per i Democratici nel 2020, provenienti soprattutto dalla classe lavoratrice, nel 2024 hanno scelto il Partito dei Non Votanti.[27] La base fedele a Trump rimane la piccola borghesia, allargata ai lavoratori più privilegiati.
Storicamente, la piccola borghesia rappresenta un settore della popolazione non solo incline alla supremazia bianca, ma anche patriarcale e ultraconservatrice nei confronti delle relazioni di genere e sessuali. Costituisce una retroguardia del sistema capitalistico e viene mobilitata nei regimi di tipo fascista sulla base della propria innata ideologia, associata a una prospettiva nazionalista revanscista, il cui obiettivo è rendere di nuovo grande lo Stato-nazione. Ernst Bloch, scrivendo a proposito della Germania nazista degli anni ’30, vedeva in queste popolazioni una «non-contemporaneità» regressiva, finalizzata al recupero di un idealizzato passato ariano.[28]
Come ha scritto Phil A. Neel, nel suo Hinterland: America’s New Landscape of Class and Conflict, a proposito della base di classe del populismo nazionale MAGA negli Stati Uniti
Il Partito Repubblicano opera su una base grosso modo simmetrica, costruita tra le sotto-élite rurali bianche e tutta una serie di interessi capitalistici urbani o periurbani di piccola scala [...]. In termini materiali, l’estrema destra tende a concentrarsi tra gli interessi dei piccoli proprietari o dei lavoratori autonomi ma comunque moderatamente benestanti dell’entroterra [...]. Il nucleo materiale dell’estrema destra è [...] la periferia bianca in via d’espansione [...] che funge da interfaccia tra il metropolitano e il non metropolitano, permettendo ai proprietari terrieri più ricchi, agli imprenditori, ai poliziotti, ai soldati o agli appaltatori autonomi, di reclutare dalle zone adiacenti di povertà bianca più abietta [...]. La violenza gioca qui un ruolo centrale [...]. Il mondo può essere restaurato [...]. attraverso atti salvifici di violenza, capaci di provocare il collasso e accelerare l’avvento della Vera Comunità.[29]Il movimento di massa MAGA, radicato nella piccola borghesia/piccoli proprietari, è motivato ideologicamente principalmente da ciò che definisce la “Guerra Fredda Civile” contro le élite liberali della classe medio-alta che gli stanno sopra, e contro la classe lavoratrice che gli sta sotto. Questo ha le sue radici nelle convinzioni ultranazionaliste; nella connessione con la “religione dei proprietari di schiavi” dell’evangelismo bianco; nel culto dell’espansione imperiale del passato statunitense; nella frequente glorificazione della violenza estrema; nelle tendenze razziste e scioviniste; e in una forte ideologia patriarcale, tutti elementi pienamente in linea con l’ideologia America First della Dottrina Trump.[30] Ciò include, a livello internazionale, il sostegno alla demolizione degli aiuti esteri degli Stati Uniti (attraverso lo smantellamento dell’Agenzia USAID) e l’opposizione alla guerra per procura in Ucraina. La guerra in Ucraina è vista come un beneficio principalmente per le élite europee, e il conflitto con la Russia, da questa prospettiva, non apporta vantaggi agli Stati Uniti, distogliendo invece Washington dai suoi principali nemici asiatici: la Cina e il mondo islamico.[31]
Il nazionalismo cristiano dell’universo evangelico MAGA ha dato un forte sostegno al patto Trump/Benjamin Netanyahu per l’annientamento/rimozione totale dei palestinesi da Gaza, nel quale gli Stati Uniti dovrebbero ottenere vari diritti economici, e perfino di proprietà – compresa la fantasia trumpiana di un resort in stile riviera di proprietà americana – insieme a contratti petroliferi preferenziali nella Striscia di Gaza.[32]
Come osservava György Lukács, in relazione a una precedente figura storica:
Hitler respinge i vecchi piani di colonizzazione ed espansione degli Hohenzollern. Con particolare asprezza critica l’intento di assimilare con la violenza popoli soggetti mediante un processo di germanizzazione. Egli è per il loro sterminio. Non ci si rende conto, egli dice, che «la germanizzazione può essere intrapresa solo per il territorio e mai per l'uomo». Questo significa che il Reich tedesco deve espandersi e conquistare fertili regioni, la cui popolazione deve essere scacciata o distrutta.[33]In modo alquanto simile, l'importante think tank MAGA Center for Renewing America (CRA), fondato dal direttore dell'Office of Management and Budget [Ufficio per la gestione e il bilancio] di Trump, Russell Vought, insiste sul fatto che i palestinesi non possono essere integrati né in Israele né negli Stati Uniti, e devono essere sterminati/rimossi, mentre la loro terra deve essere interamente sequestrata per essere occupata da popolazioni più “civilizzate”. Secondo le parole dello stesso CRA, «le pratiche culturali dei palestinesi», prive di valori universali, «sono in gran parte concentrate su lamentele contro Israele, gli ebrei e gli Stati Uniti, con una società fondamentalmente orientata alla violenza e all’estremismo» e al «culto moderno della morte». Sono dunque “incompatibili” con “i nostri valori, radicati nella storia occidentale e nel pensiero biblico”[34]
Pete Hegseth, il Segretario alla Difesa di Trump, glorifica frequentemente le Crociate cristiane contro l’Islam del XII secolo, suggerendo che Trump dovrebbe essere un presidente crociato. Hegseth ha tatuaggi sul petto con la Croce di Gerusalemme, nota anche come Croce dei Crociati, e un tatuaggio sul bicipite con un grido di battaglia crociato. Il suo libro American Crusade contiene un capitolo intitolato “Make the Crusader Great Again”, che si riferisce a una guerra contro l’Islam, una crociata da estendere più universalmente a una guerra contro il “leftism” [sinistrismo] e a tutte le visioni che trattano i cristiani come “infedeli”.[35]
Nel novembre 2023, il governo yemenita guidato dal movimento Ansar Allah [Houti] ha iniziato ad attaccare le navi collegate a Israele nel Mar Rosso in risposta al genocidio di Israele in Palestina. A seguito delle "rappresaglie" statunitensi e britanniche, gli attacchi yemeniti si sono estesi alle navi collegate agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Il 15 marzo 2025 l'amministrazione Trump ha iniziato massicci attacchi aerei in Yemen, promettendo una «guerra implacabile», allentando, contemporaneamente, alcuni dei vincoli su tali attacchi introdotti dall'amministrazione Biden, rendendola così una guerra molto più letale contro i civili. Trump ha promesso che il movimento Ansar Allah, da lui definiti «i barbari Houthi», sarebbe stato «completamente annientato».[36]
Il culto ufficiale di Trump per il pro-schiavitù e pro-impero James K. Polk, il cui "risultato" più notevole è stata la guerra messicano-americana, è in linea con l'ideologia revanscista MAGA. È in questa stessa vena imperiale che la sua amministrazione ha dichiarato che gli Stati Uniti devono riconquistare il Canale di Panama e acquisire la Groenlandia, «in un modo o nell'altro».[37] Le pubblicazioni di MAGA insistono sul fatto che la cessione del Canale di Panama da parte degli Stati Uniti a Panama non era legale da parte panamense, rendendo legittimo il sequestro da parte degli Stati Uniti. Di fronte a queste minacce, Panama ha fatto concessioni, abbandonando la Belt and Road Initiative e mettendo in discussione la gestione del Canale da parte delle società cinesi. Tuttavia, l'amministrazione Trump ha insistito sul fatto che questo non era sufficiente e che gli Stati Uniti avevano bisogno della proprietà diretta e del controllo della zona del Canale di Panama, con Trump che ordinava all'esercito americano di pianificare un'invasione per impadronirsene. Nell'aprile 2025, gli Stati Uniti hanno negoziato un accordo con Panama che le consentirebbe di rioccupare tutte le sue ex basi militari nella zona del Canale e sta spostando un gran numero di truppe in queste basi, rifiutando, allo stesso tempo, di riconoscere la proprietà di Panama del Canale. Questo è stato definito dai critici panamensi una «invasione camuffata» in cui la zona del Canale di Panama è stata occupata dall'esercito statunitense «senza sparare un colpo».[38]
Nel frattempo, l'amministrazione Trump sta impiegando ogni sorta di pressione per acquisire la Groenlandia, compresa una prospettiva di acquisto da offrire alla popolazione. Nell'ideologia MAGA si sostiene che, poiché la Groenlandia si trova nell'emisfero occidentale, rientra nella sfera di influenza degli Stati Uniti, come definito dalla Dottrina Monroe. Pertanto, non dovrebbe essere un territorio autonomo della Danimarca. Si dice che le vaste risorse e la posizione strategica della Groenlandia la rendano matura per l'acquisizione da parte degli Stati Uniti, generando un "Nuovo secolo artico americano".[39]
Nel continuo tentativo di rovesciare la Repubblica Bolivariana del Venezuela, l'amministrazione Trump ha minacciato di imporre tariffe del 25% a qualsiasi paese del mondo che acquisti petrolio dal Venezuela.[40] Sotto Rubio, il Dipartimento di Stato sta istituendo sanzioni contro i paesi che hanno stipulato un contratto con servizi medici cubani, negando i visti agli attuali ed ex funzionari governativi che lavorano con, o sostengono, medici cubani. Cuba ha più di ventiquattromila medici che lavorano in cinquantasei paesi del mondo, per lo più nel Sud globale, fornendo assistenza medica essenziale. Washington afferma assurdamente che questi medici sono «lavoro forzato» e rappresentano «traffico di esseri umani».[41]
Il suprematismo bianco incorporato nella politica estera MAGA di Trump è particolarmente evidente nei suoi attacchi al governo sudafricano. In risposta a una legge sudafricana di riforma agraria che tardivamente cerca di affrontare i risultati del colonialismo e dell'apartheid in un paese in cui una minoranza bianca, che costituisce circa il 7% della popolazione, possiede ancora circa il 72% della terra, Trump, Rubio ed Elon Musk hanno accusato il Sudafrica di razzismo contro i bianchi. A ciò si sono aggiunte le critiche al Sudafrica per il suo ruolo nel sostenere, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che Israele stava compiendo un genocidio a Gaza. In una sentenza preliminare, la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata a favore del Sudafrica e contro Israele.[42]
Trump ha falsamente affermato che Pretoria stava confiscando terre ai bianchi, senza alcun indennizzo o ricorso legale, sostenendo che i cosiddetti rifugiati bianchi provenienti dal Sudafrica erano «vittime di un'ingiusta discriminazione razziale» e sarebbero stati i benvenuti negli Stati Uniti. Rubio ha seguito l'esempio accusando il Sudafrica di «espropriare ingiustamente la proprietà privata». Musk, che è nato e cresciuto nel Sudafrica dell'apartheid, ha promosso il mito di un "genocidio" contro gli agricoltori bianchi, riferendosi falsamente alle «leggi razziste sulla proprietà» anti-bianche e all'«uccisione su larga scala di agricoltori [bianchi]». Sulla base di queste false accuse, Trump ha emesso un ordine esecutivo che interrompe tutta l'assistenza finanziaria al Sudafrica, la maggior parte della quale andava alla lotta contro l'HIV/AIDS. L'ambasciatore sudafricano negli Stati Uniti, Ebrahim Rasool, è stato espulso dagli Stati Uniti da Rubio, dopo che Breitbart, il sito di intrattenimento online del MAGA, ha riportato un discorso che Rasool ha tenuto in un webinar organizzato da un think tank sudafricano. Nel suo discorso, Rasool, secondo le parole dell'Associated Press, aveva parlato «in linguaggio accademico, della repressione dell'amministrazione Trump sui programmi per la diversità, l'equità e l'immigrazione, e aveva menzionato la possibilità di una nazione statunitense in cui i bianchi presto non sarebbero più la maggioranza».[43]
Il candidato di Trump come ambasciatore in Sudafrica, L. Brent Bozell III, è il nipote del conservatore William F. Buckley Jr, il fondatore della National Review. Bozell III è un suprematista bianco, noto per la sua difesa del sistema di apartheid sudafricano. Mentre era presidente del National Conservative Political Action Committee, ha dichiarato di essere «orgoglioso di diventare un membro della Coalizione contro il terrorismo dell'ANC [African National Congress]». Bozell III ha fatto l'affermazione a sfondo razzista che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama «sembrava un tossico magro del ghetto». Il figlio di Bozell III, L. Brent Bozell IV, è stato uno dei sostenitori del MAGA arrestati per aver preso d'assalto il Campidoglio il 6 gennaio 2021.[44]
L'ideologia MAGA è evidente anche nei ritiri dell'amministrazione Trump dall'Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, sostenendo che questi passi erano necessari per rivendicare la "sovranità" americana.[45] L'ideologia imperialista dell'America First trumpiana si estende oltreconfine con la richiesta che le imprese europee si conformino ai suoi ordini esecutivi per eliminare tutte le disposizioni in materia di diversità, equità e inclusione (DEI) se vogliono avere rapporti con gli Stati Uniti.[46]
Il carattere estremo di queste posizioni ha allontanato l'amministrazione Trump dal Council on Foreign Relations (CFR), noto come "il trust dei cervelli imperiali" e come "il think tank di Wall Street". Il CFR bipartisan è stato una forza dominante nella strategia geopolitica degli Stati Uniti sin dalla Seconda Guerra Mondiale.[47] Riflettendo i sentimenti generali del MAGA, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha accusato il CFR di globalismo liberale nella sua lettera di dimissioni dall'organizzazione.[48] James M. Lindsay, che scrive per il CFR da una prospettiva globalista, ha criticato la dottrina Trump come un ritorno «dirompente» alla «politica di potere e alle sfere di interesse del diciannovesimo secolo». Lindsay accusa Trump di adottare «una visione del mondo tucididea, in cui 'i forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono'». I globalisti liberali come Lindsay non si oppongono agli obiettivi generali della politica di potere globale di Trump. Piuttosto, si lamentano che è troppo maldestro e inefficace se paragonato ai metodi più abili dei tradizionali grandi strateghi dell'impero americano.[49]
La dottrina Trump e la guerra alla Cina
Nel 2010-2011, l'amministrazione Obama ha avviato il suo [programma] "Pivot to Asia", volto all'accerchiamento militare e geoeconomico della Cina. Eppure, all'epoca, gli Stati Uniti speravano ancora che in Cina emergesse un "Gorbaciov" che avrebbe rappresentato un passaggio decisivo al capitalismo, scalzando il Partito Comunista Cinese (PCC) e permettendo agli Stati Uniti di riguadagnare la loro supremazia in Asia. Nel 2015, era evidente che queste speranze da parte dei grandi strateghi imperiali degli Stati Uniti fossero state deluse, e che l'ascesa di Xi Jinping a segretario del PCC e presidente della Repubblica Popolare Cinese (RPC) rappresentava il rinvigorimento del "socialismo con caratteristiche cinesi". Sono stati gli strateghi repubblicani vicini a Trump, nella sua prima amministrazione, che hanno avviato la Nuova Guerra Fredda contro la Cina, insieme a un tentativo di distensione con la Russia, il tutto volto a limitare e sconfiggere Pechino.[50]
Durante l'amministrazione Biden c'è stato un ritorno alla strategia imperiale a lungo termine di allargamento verso est della NATO, all'Ucraina, le cui basi erano già state gettate con il colpo di stato di Maidan, organizzato dagli Stati Uniti, che ha portato al rovesciamento del presidente democraticamente eletto Victor Yanukovych nel 2014, seguito dalla guerra civile in Ucraina. Nel 2022, dopo otto anni di spargimenti di sangue e l'inosservanza da parte di Kiev degli accordi di pace di Minsk che istituivano il Donbass come regione autonoma, la guerra civile in Ucraina si è trasformata in una guerra per procura su vasta scala tra la NATO e la Russia, poiché Mosca è intervenuta a fianco del Donbass russofono, prevenendo un attacco in preparazione da parte del regime di Kiev.[51] Nonostante fosse impegnata in Ucraina in una grande guerra per procura contro la Russia – durante la quale gli Stati Uniti e la NATO hanno fornito massicci aiuti militari e supporto logistico – l'amministrazione Biden ha continuato a portare avanti la Nuova Guerra Fredda contro la Cina lanciata da Trump, minacciando così contemporaneamente la Russia e la Cina .[52]
Con la rielezione di Trump nel 2024, la politica statunitense è tornata a concentrarsi sul tentativo di porre fine alla guerra per procura degli Stati Uniti con la Russia in Ucraina, in modo da concentrare la grande strategia imperiale USA sull'unico obiettivo: limitare l'ascesa della Cina. In quella che è diventata nota come una "strategia Kissinger al contrario", l'amministrazione Trump ha cercato ancora una volta di stabilire una distensione con la Russia, nel tentativo di dividere le due superpotenze eurasiatiche.[53] Il regime MAGA sta conducendo la Nuova Guerra Fredda contro la Cina su basi sempre più bellicose, accelerando la sua spesa militare, spostando le risorse nazionali da altre priorità interne ed estere e armando tutti i suoi mezzi economici e tecnologici, il tutto accompagnato da un nuovo maccartismo. Tutto questo si sta svolgendo come parte di una più ampia crociata a sfondo razziale contro tutti gli immigrati, gli "stranieri" e i sostenitori della Palestina, della Cina e dei non occidentali in generale, accompagnata da deportazioni su base politica, in alcuni casi in campi di concentramento all'estero.[54]
Rubio, un ideologo violentemente anticomunista, ha dichiarato nelle audizioni al Senato per la sua nomina che la Cina «ha imbrogliato per ottenere lo status di superpotenza» a spese degli Stati Uniti. Hegseth ha dichiarato che «la Cina comunista... vive di tirannia, furto e inganno» ed è il principale nemico degli Stati Uniti. Come Segretario alla Difesa, ha dichiarato che Washington è «pronta» per una guerra con Pechino, che apparentemente vuole ancora evitare. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Mike Waltz, estromesso dalla sua posizione nel mese di maggio per lo scandalo Signal, ha fatto riferimento direttamente a una «guerra fredda» con la Cina e ha definito «il Partito comunista cinese» come il principale nemico di Washington.[55]
Al fine di comprendere gli aspetti strategici della Guerra Fredda degli Stati Uniti contro la Cina e i pericoli che pone di una Guerra Calda, è importante comprendere la natura della strategia di counterforce** [strategia di attacco preventivo–rappresaglia limitata] e la nozione di guerra nucleare limitata tra superpotenze. La concezione originale di Guerra Fredda, nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, era che le superpotenze nucleari non potevano impegnarsi in una Guerra Calda tra loro senza la 'mutual assured destruction' (MAD) [distruzione reciproca assicurata]. Pertanto, si dovevano impegnare in conflitti in tutto il mondo in modalità tali da non arrivare allo scontro diretto tra superpotenze. La politica nucleare degli Stati Uniti si è quindi basata per decenni sulla MAD, il che significava che le armi nucleari erano inutilizzabili e la guerra nucleare impensabile. Tutto ciò era associato a un approccio minimalista agli armamenti nucleari. Negli anni '80, tuttavia, la posizione nucleare degli Stati Uniti si era spostata verso una dottrina massimalista di counterforce, volta a rendere le armi nucleari utilizzabili (di nuovo) e la guerra nucleare pensabile. La dottrina di counterforce ha come obiettivo primario lo sviluppo della capacità di first strike [primo attacco] o del primato nucleare (che consentirebbe a Washington di eliminare con un primo attacco la capacità di ritorsione dell'avversario). Il suo obiettivo secondario – soprattutto se la supremazia nucleare si rivelasse irraggiungibile – è una guerra nucleare limitata in cui gli Stati Uniti dominerebbero tutti i livelli di escalation. In una guerra nucleare limitata, si teorizza, gli Stati Uniti saranno in grado di sconfiggere la superpotenza avversaria, costringendola a fare marcia indietro, a meno che non si verifichi un'apocalisse nucleare globale.[56]
Nella comunità di pianificazione strategica degli Stati Uniti, il principale teorico di una guerra nucleare limitata con la Cina, da combattere molto probabilmente per Taiwan, è Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa di Trump. Di sangue blu, educato ad Harvard, Colby è il nipote dell'ex direttore della CIA William Colby. Elbridge Colby è stato vice assistente segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze nella prima amministrazione Trump. È stato l'autore principale dell'U.S. National Defense Strategy del 2018. Dopo la prima amministrazione Trump, ha co-fondato il think tank strategico Marathon Initiative, e ha sviluppato forti legami con la Heritage Foundation.
La nomina di Colby è stata fortemente osteggiata dai neoconservatori repubblicani (così come dai democratici) a causa di quello che è stato considerato un atteggiamento tutt'altro che aggressivo sull'Iran e quindi sul Medio Oriente. Ciò era collegato alla sua posizione secondo cui la Cina è la vera minaccia, e che la macchina da guerra degli Stati Uniti dovrebbe concentrarsi sull'Indo-Pacifico anche a scapito di altri teatri. A questo proposito, Colby ha avuto il pieno sostegno del MAGA, incluso il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance; il plurimiliardario e zar del Department of Government Efficiency (DOGE) Elon Musk; Charlie Kirk, capo di Turning Point USA; la rivista Compact; il presidente della Heritage Foundation Kevin Roberts, con il quale Colby è coautore di un articolo in cui sostiene che Washington dovrebbe spostare la sua attenzione dall'Ucraina alla Cina.[57] Generalmente visto come un repubblicano "realista" alla Henry Kissinger, Colby pone l'accento soprattutto sulla necessità di prepararsi in modo aggressivo per una guerra limitata (nucleare) con la Cina per Taiwan. Sotto la sua direzione, nel 2018, la National Defense Strategy ha individuato la Cina come il principale nemico e, per la prima volta in assoluto, ha esplicitamente integrato la guerra nucleare limitata nella strategia generale di difesa nazionale degli Stati Uniti.[58]
Colby è visto nei circoli geopolitici e militari come il principale sostenitore della "strategia di negazione" mirata alla Cina. Si tratta di una strategia di "guerra limitata", che potenzialmente impiega tutta la forza militare non strategica più le armi di counterforce, in conformità con la "Dottrina Schlesinger" (dal nome del Segretario alla Difesa di Richard Nixon, James Schlesinger). Strutturando la sua argomentazione in termini di un imminente attacco della RPC [Repubblica Popolare Cinese] a Taiwan (riconosciuta a livello internazionale, anche da Washington, come parte autonoma e autogovernata della Cina), Colby inizia dichiarando che gli Stati Uniti non possono più contare su un dominio militare assoluto a livello globale o nella regione indo-pacifica. Una "guerra preventiva" degli Stati Uniti contro la Cina per Taiwan, come nel caso di numerose guerre imperiali degli Stati Uniti in passato, deve essere evitata, dal momento che la Cina, come gli Stati Uniti, ha un arsenale nucleare che sopravviverebbe a un primo attacco. Ciononostante, sostiene Colby, gli Stati Uniti conservano capacità di counterforce superiori, che gli conferiscono un vantaggio nelle varie fasi dell'escalation. Le nazioni, afferma, non «hanno opzioni altrettanto buone per un'escalation incrementale al di sotto del livello apocalittico». Una strategia di negazione significa quindi togliere l'obiettivo militare alla controparte, facendo in modo che l'escalation per uscire dal conflitto o per seguire gli Stati Uniti lungo la scala dell'escalation, sia [per essa] troppo costosa.[59]
Secondo Colby, in base alla strategia di negazione in un conflitto con la RPC su Taiwan, Washington cercherebbe di evitare l’uso di armi nucleari per distruggere “city-busting” [aree estese, grandi come città], attaccare centri di comando nucleari o tentare direttamente di "decapitare" la leadership politica della RPC. Non potrebbe esserci un attacco "one fell-swoop" [con un colpo solo/preventivo] che costringa la RPC a impiegare tutto il suo deterrente. Tuttavia, secondo Colby, Washington potrebbe vincere la guerra rendendo proibitivo per la Cina passare al livello successivo. Questo comprenderebbe, nella scala di escalation statunitense: attacchi alle «infrastrutture di trasporto interno cinese… ai siti di produzione e distribuzione di energia, ai nodi delle telecomunicazioni, agli aeroporti e porti marittimi» e, a un ulteriore livello di escalation, alla sua «base industriale, alla produzione di tecnologia commerciale e al settore finanziario», fino ad arrivare ad attacchi di “counterforce” alle «forze di proiezione di potenza nucleare» cinesi e «in ultima analisi all’obiettivo del regime», ovvero al PCC. Colby sostiene che se la RPC dovesse riuscire ad assicurarsi Taiwan, cosa ritenuta probabile in un conflitto di questo tipo, gli Stati Uniti dovrebbero essere pronti a combattere una guerra limitata per "riconquistarla", come parte della complessiva strategia di negazione. Questa strategia prevede, in preparazione di una guerra limitata, il rafforzamento delle capacità militari di Taipei e della prima e seconda catena di basi statunitensi nell'Indo-Pacifico, nonché l'espansione delle alleanze militari statunitensi in tutta la regione. Ciò potrebbe, sostiene Colby, degenerare in una guerra nucleare limitata, evitando, teoricamente, un'escalation verso una guerra nucleare totale. Di recente, sotto l'amministrazione Biden, gli Stati Uniti hanno installato nelle Filippine – da dove possono colpire la terraferma cinese – missili a medio raggio, in grado di trasportare armi nucleari.[60]
Un aspetto cruciale di questa cosiddetta teoria "difensiva" è che gli Stati Uniti, grazie al loro dispiegamento avanzato, sarebbero in grado di attaccare la terraferma cinese con forze regionali e missili a medio raggio, mentre la RPC avrebbe poche opzioni di risposta – a meno di usare missili balistici intercontinentali (ICBM) in grado di raggiungere la terraferma statunitense – e quindi si troverebbe ridotta a obiettivi come la principale base militare statunitense di Guam. Se la Cina dovesse effettivamente rispondere con attacchi missilistici intercontinentali (ICBM) agli attacchi degli Stati Uniti, ciò rischierebbe di innescare uno scambio termonucleare globale su vasta scala. Secondo Colby, Washington dovrebbe quindi sforzarsi, anche in una guerra nucleare limitata, di infliggere alla Cina continentale danni sufficienti a costringerla ad accettare una vittoria degli Stati Uniti, senza però arrivare ad indurre la Cina ad attaccare la terraferma americana, poiché ciò avrebbe un'alta probabilità di provocare un olocausto globale.
La strategia straordinariamente pericolosa e fantasiosa di Colby si focalizza quindi irrazionalmente su una guerra limitata con la Cina, che, secondo la sua concezione potrebbe degenerare in una guerra nucleare limitata. Questa strategia asserisce intenzionalmente che l'escalation da parte della Cina potrebbe essere controllata e limitata dal dominio statunitense su ogni gradino della scala [dell’escalation], portando alla "fine della guerra" e alla vittoria finale degli Stati Uniti.
La Strategia di Difesa Nazionale del 2018 , che si basava in gran parte sulla formulazione di Colby, viene talvolta definita "pace attraverso la forza". La strategia si basa sulla preparazione a combattere una guerra nucleare limitata con la Cina, partendo dal presupposto che la vittoria possa essere raggiunta grazie a «prestazioni superiori all’interno di un determinato insieme di regole», senza rischiare un'apocalisse nucleare.[61] Tuttavia, la ragione suggerisce che la strategia di negazione di Colby – attacchi alla terraferma cinese che si intensificherebbero eventualmente con attacchi di counterforce su obiettivi strategici/nucleari – porti, come risultato finale ad un aumento della probabilità di MAD (Mutual Assured Destruction) [Distruzione reciproca assicurata]. Uno scambio termonucleare generalizzato porterebbe allo sterminio di quasi tutta l'umanità a causa di megaincendi in centinaia di città che porterebbero fumo e fuliggine nella stratosfera e all'inizio di un inverno nucleare.[62]
Nell’audizione di conferma al Senato, Rubio ha affermato, senza mezzi termini, che la Cina avrebbe invaso Taiwan entro il decennio, a meno che le ripercussioni di un tale impegno militare non siano troppo pesanti, usando il termine "strategia del porcospino" per indicare la strategia di negazione. Ha sostenuto che Taiwan dovrebbe essere armata fino ai denti e che le forze armate statunitensi dovrebbero essere pronte a negare la presa coercitiva del controllo dell'isola da parte della Cina, rendendola proibitiva in termini di costi. Durante l’audizione per la sua nomina, Colby ha dichiarato che Taiwan deve aumentare la sua spesa militare da meno del 3% al 10% del suo PIL. I funzionari statunitensi hanno continuamente fatto riferimento ad una prevista invasione di Taiwan da parte della Repubblica Popolare Cinese entro il 2027, nota come "Davidson Window" [finestra Davidson] – dopo una dichiarazione in tal senso nel 2021 del capo uscente del Comando Indo-Pacifico degli Stati Uniti, l'ammiraglio Phil Davidson (che ha ricevuto la sua nomina sotto Trump). Tuttavia, non vi è alcun fondamento concreto a sostegno di tale affermazione, né per quanto riguarda la data del 2027, né per quanto riguarda la decisione della Cina di intervenire militarmente. La politica ufficiale di Pechino rimane quella di un’unificazione pacifica attraverso lo stretto. Secondo Defense News, il fatto che «Washington DC è diventata ossessionata» dall'idea di un'invasione di Taiwan da parte della RPC entro il 2027 ha influenzato la politica militare e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti nei confronti della Cina, creando ulteriori tensioni nella regione indo-pacifica.[63]
Inutile dire che, sebbene le operazioni militari statunitensi siano solitamente formulate in termini di "difesa", ciò è sempre accompagnato dalla dichiarazione che gli Stati Uniti, nell'ambito della loro posizione nucleare ufficiale, sono pronti a condurre un primo attacco nucleare, opzione che rimane sempre "sul tavolo". Come ha affermato Musk, il più grande appaltatore militare del Pentagono, in un'intervista del 2024, un olocausto nucleare «non è così spaventoso come la gente pensa». Ha aggiunto che «Hiroshima e Nagasaki sono state bombardate, ma ora sono di nuovo città piene di gente». Trump ha concordato, rispondendo: «Fantastico, fantastico».[64]
L'iniziativa militare più stravagante e insensata di Trump è il suo “Golden Dome” [Cupola d'Oro], destinato a proteggere gli Stati Uniti dai missili balistici in arrivo. Nelle fasi iniziali, ciò comporterebbe miglioramenti degli intercettori di missili terra-terra. L'attenzione principale, tuttavia, è posta sullo sviluppo, nello spazio, di migliaia di satelliti dotati di missili ipersonici. La SpaceX di Musk – che domina il campo dei piccoli satelliti e dei lanci spaziali, ed è il principale appaltatore della difesa statunitense in armi spaziali – sembra essere attualmente in vantaggio nell'ottenere i contratti per costruire il Golden Dome. Inoltre, Castelion, la società di SpaceX, guidata da ex dipendenti senior di SpaceX, si sta concentrando sullo sviluppo di missili ipersonici. Un altro importante concorrente per i contratti del Golden Dome è il grande appaltatore della difesa Booz Allen Hamilton, che sta lanciando la sua idea di "Brilliant Swarms", che prevede un'intera costellazione di satelliti, gestiti dall'intelligenza artificiale, tutti sulla stessa orbita, ma posti in venti piani orbitali, a 300-600 chilometri di altitudine, con ogni satellite in grado di distruggere il bersaglio.[65]
Sebbene il Golden Dome immaginato da Trump sia pubblicizzato come uno scudo difensivo per gli Stati Uniti, il suo scopo principale è offensivo, poiché gli Stati Uniti, efficacemente protetti dai missili in arrivo, avrebbero la supremazia nucleare o la capacità di first strike [primo colpo] in grado di intercettare missili vaganti sopravvissuti a un attacco iniziale contro un'altra superpotenza nucleare. Un tale sistema sarebbe assolutamente inutile contro un attacco nucleare su vasta scala da parte di un'altra superpotenza, poiché condividerebbe le debolezze di tutti gli altri sistemi missilistici antibalistici, in quanto sarebbe facilmente sopraffatto dal numero di missili in arrivo. Inoltre, i missili terrestri saranno sempre più facili ed economici da costruire rispetto agli intercettori spaziali. Infatti, per sfruttare la superiorità delle armi di counterforce e spaziali statunitensi, e rendere fattibile il suo scudo nucleare Golden Dome, Trump ha lanciato l'idea di una denuclearizzazione strategica che limiterebbe il numero di testate/missili balistici da entrambe le parti. Questo perché uno dei principali mezzi per garantire la sopravvivenza nucleare, e il mezzo principale per penetrare gli scudi missilistici progettati per fornire capacità di primo attacco, è il numero stesso di missili. In effetti, la costruzione della Golden Dome da parte di Trump rischia di rendere impossibile qualsiasi ulteriore disarmo nucleare e di innescare invece una nuova corsa agli armamenti nucleari.[66]
Sebbene il Golden Dome di Trump miri apparentemente a proteggere la popolazione statunitense dallo sterminio nucleare, la sua amministrazione sta simultaneamente revocando tutti gli sforzi per proteggere la popolazione statunitense e mondiale dallo sterminio associato al riscaldamento globale. Il suo regime MAGA non solo ha direttamente eliminato tutti gli sforzi federali per la mitigazione dei cambiamenti climatici, ma con un ordine esecutivo emesso nell'aprile 2025 ha ordinato al Procuratore Generale degli Stati Uniti di adottare misure volte a impedire l'applicazione di tutte le leggi statali e locali esistenti volte a contrastare i cambiamenti climatici. Lo ha fatto semplicemente decretando che tali misure statali e locali per la protezione dell'ambiente erano illegali e violavano le politiche dell'amministrazione.[67]
America First / Amerika Über Alles
Noam Chomsky sosteneva che la propaganda nelle società democratiche doveva essere più sofisticata di quella degli stati autoritari, poiché nelle prime si svolgeva alle spalle del popolo – basandosi su valori profondamente interiorizzati e sulla complicità dei media, utilizzando tutte le tecniche sviluppate nella pubblicità/marketing – mentre nei secondi poteva essere piuttosto rozza e aperta, imposta con il manganello.[68] Tuttavia, la propaganda di stampo fascista contro intere etnie e popoli, come la Germania di Adolf Hitler ha dimostrato, è senza dubbio più efficace quando è presentata nella sua forma più sfacciatamente rozza, basandosi non tanto sul manganello quanto, attingendo alla "rabbia accumulata" generata dal capitalismo, sull'indurre masse di persone, pur consapevoli del suo carattere disumanizzante e coercitivo, a identificarsi apertamente con essa. Questo diventa allora il culmine dell'irrazionalismo. Come scrisse Bloch, «in una cosa le camicie brune sono oneste, nell'arte di non dire il vero», una sfacciata ritirata dalla ragione.[69]
Un buon esempio di tale propaganda irrazionalista è il famigerato manifesto nazista del novembre 1933 che recitava «Con Adolf Hitler, sì all'uguaglianza e alla pace».[70] Il Trattato di Versailles del 1919 aveva limitato l'esercito tedesco a centomila soldati. Quando la Società delle Nazioni si rifiutò di accogliere le richieste di Hitler di riarmare il paese, Hitler, il 12 novembre 1933 – quindicesimo anniversario dell'armistizio che portò alla fine della Prima Guerra Mondiale – indisse un plebiscito nazionale. Lo slogan nazista, come nel manifesto, era un appello a sostenere Hitler per "l’uguaglianza e la pace". Alla popolazione veniva chiesto di sostenere il Führer, nel chiedere per la nazione tedesca l'uguaglianza di status nella sua capacità di fare la guerra, insieme alla promessa di pace attraverso la forza. Tutto ciò faceva parte di un tentativo di rendere la Germania di nuovo grande dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale e le umiliazioni del Trattato di Versailles.[71]
La propaganda non è soltanto una questione di menzogne, si manifesta anche quando le affermazioni di verità vengono completamente accantonate. Nella filosofia contemporanea, il concetto di “bullshit" [cazzata/stronzata] è visto come una forma di «comunicazione persuasiva, distinta dalla menzogna, che non ha alcun riguardo per la verità, la conoscenza o l’evidenza». Mettendo fine al dibattito razionale, la pura bullshit, pubblicizzando la sua prospettiva muscolare, sprezzante ed evasiva, è spesso più efficace della propaganda standard, persino di quella orwelliana, poiché non si limita a capovolgere la verità, ma mostra apertamente disprezzo per la verità di qualsiasi tipo.[72] È quindi una potente arma dell'irrazionalismo. In questo senso, i negazionisti del cambiamento climatico fanno spesso affidamento su bullshit per combattere la scienza, ostentando con orgoglio la loro negazione della ragione stessa.[73] Nell'annunciare i dazi del "Giorno della Liberazione", Trump ha affermato che «per decenni, il nostro Paese è stato saccheggiato, violentato e depredato da nazioni vicine e lontane, amiche e nemiche», utilizzando una retorica così iperbolica e irrazionale da poter essere classificata non tanto come una menzogna quanto come una pura bullshit. Non pretendeva nemmeno di essere un’accurata rappresentazione della verità, ma mostrava un atteggiamento sprezzante nei confronti del mondo intero – un atteggiamento che, come disse l'economista marxista Paul A. Baran a proposito del protagonista di Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, «vomita la ragione».[74]
Quando Trump dichiarò alle elezioni del 2024 a Dearborn, nel Michigan, di «essere il candidato per la pace», e continuò dichiarando «io sono la pace», alcuni lo presero alla lettera, non riuscendo a percepire ciò come una dichiarazione propagandistica del leader di un movimento neofascista, ipernazionalista e razzista, sostenuto dai settori più conservatori della classe dominante statunitense.[75] Durante la sua campagna elettorale, lasciò intendere di avere un piano segreto per portare la pace a Gaza. Iniziò a metterlo in atto una volta entrato alla Casa Bianca, proponendo, insieme a Netanyahu, lo sterminio/deportazione dell'intera popolazione palestinese di Gaza: ovvero, la pace della tomba.
Alcuni esponenti della sinistra, come Parenti, hanno sostenuto che Trump sia un "isolazionista dell'America First", contrario all'impero.[76] In realtà, "America First" era storicamente uno slogan imperialista, più strettamente legato al titolo dello slogan nazista Deutschland über alles ("Germania sopra tutto") che allo storico isolazionismo statunitense, esso stesso in gran parte un mito. Deutschland über alles è tratto dall'inno nazionale tedesco adottato durante la Repubblica di Weimar, che originariamente si riferiva all'unificazione della Germania. Fu reinterpretato e trasformato in uno slogan che usa come arma l'inno nazionale del Terzo Reich, simboleggiando una sorta di destino-manifesto della Germania per governare l'Europa. In uno sviluppo storico, in qualche modo analogo, lo slogan "America First" fu introdotto da Woodrow Wilson per rappresentare la neutralità statunitense nella Prima Guerra Mondiale, poco prima dell'entrata degli Stati Uniti nella «Guerra per porre fine a tutte le guerre». Negli anni '30, il monopolista dei media William Randolph Hearst mise "America First" sulla testata dei suoi giornali e celebrò, con Hearst che intervistava personalmente Hitler, il "grande successo" del regime nazista in Germania. Charles Lindbergh, aviatore di fama mondiale, divenne il capo dell’America First Committee al tempo della Seconda Guerra Mondiale e un esponente della superiorità razziale ariana e dell'antisemitismo. Ricevette una medaglia dal feldmaresciallo Hermann Göring a nome di Hitler. L'Anti-Defamation League esortò Trump ad abbandonare lo slogan "America First", data la sua storia filo-nazista, ma lui continuò ad usarlo per definire la sua politica estera.[77]
Lo slogan di Trump "pace attraverso la forza", ha le sue origini nell'Impero Romano. Si dice che sia stato utilizzato per la prima volta dall'imperatore Adriano, noto soprattutto per il Vallo di Adriano, costruito nella provincia romana della Britannia nel 122 d.C. Il vallo aveva lo scopo di difendere dagli "invasori" barbari i confini dell'Impero Romano, al momento della sua massima espansione.[78] Con l'inizio del declino imperiale, l'idea di barbari invasori diventa presto onnipresente, portando alla richiesta di costruire muri di confine e Golden Dome. L'irrazionalismo della Dottrina Trump, che propone un rinnovato dominio globale degli Stati Uniti attraverso un aggressivo nazionalismo razziale, individua quella che István Mészáros ha definito la «fase potenzialmente più letale dell'imperialismo», un periodo di barbarie nucleare.[79]
In Eredità di questo tempo, scritto nel 1935, durante il consolidamento del regime nazista, Bloch scrisse: "È veramente il colmo dopo cent’anni di movimento operaio tedesco: un mostro è diventato realtà e consegna il proletario in catene al Reich millenario, al capitale finanziario che si maschera da comunità del popolo".[80] Nel 2025, gli Stati Uniti sono soggetti a un movimento neofascista di enorme importanza, in cui “il colmo", dopo una lunga storia di lotta democratica radicata nei movimenti operai, è che «un mostro è diventato realtà», consegnando i lavoratori sempre più «in catene» al «capitale finanziario mascherato da comunità del popolo» e a una nuova Guerra Fredda contro la Cina e il Sud globale.
La classe dominante miliardaria statunitense – lungo la strada del sostegno al genocidio israeliano dei palestinesi e di una potenziale guerra con la Cina – ha spostato il suo sostegno dalla democrazia liberale al neofascismo, o al massimo a un'alleanza neofascista-neoliberista. Settori chiave della classe capitalista hanno mobilitato la classe medio-bassa sulla base di un'ideologia nazionalista e revanscista, in cui la popolazione di gran parte del mondo è vista come il nemico. Si stanno creando strutture volte a eliminare la possibilità di una rivolta democratica di massa dal basso e l'inversione delle attuali tendenze distruttive. Esiste un solo movimento sulla Terra in grado di invertire queste tendenze pericolose e distruttive a favore dell'umanità nel suo complesso: il movimento globale verso il socialismo, che è anche necessariamente un movimento antimperialista.
Il peggior errore che si possa commettere in questa drammatica situazione sarebbe sottovalutare il pericolo, o sottovalutare l'importanza della lotta umana rivoluzionaria ora necessaria.
Note
* N.d.T. "private equity": categoria di investimenti finanziari a favore di società non quotate in borsa al fine di sostenerne lo sviluppo. Questi investimenti si concretizzano nell’acquisto di azioni o sottoscrivendo azioni di nuova emissione che apportano nuovi capitali all'obiettivo dell’azienda, finanziamenti che in quanto azionari non creano debito. Nato per sostenere nuovi progetti o rivitalizzare certe imprese, il private equity si è trasformato, non di rado negli ultimi anni, in un sistema per fare operazioni tossiche a discapito delle aziende stesse e dei lavoratori che ne fanno parte.
** N.d.T. Counterforce: strategia di attacco preventivo – rappresaglia limitata. Viene lasciato nell’originale inglese in quanto non ha un corrispondente diretto in italiano.
[1] Christian Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire, Compact, 07.04.2023.
[2] La distensione con la Russia, come parte del lancio di una nuova Guerra Fredda con la Cina, è stata al centro della prima amministrazione Trump. Vedi John Bellamy Foster, Trump in the White House, Monthly Review Press, New York, 2017, pp. 50–52, 74–75.
[3] Trump ha minacciato di bombardare l'Iran se non farà un accordo con gli Stati Uniti sul suo (inesistente) programma nucleare, dichiarando all'inizio di aprile: «Se non faranno un accordo, ci saranno bombardamenti. Saranno bombardamenti come non ne hanno mai visti prima». Doina Chiacu e David Ljunggren, Trump Threatens Bombing if Iran Does Not Make Nuclear Deal, Reuters, 30.03.2025; Chris Bambery, Trump’s War Plans for Iran: Opening the Other Gates of Hell, Counterfire, April 4, 2025.
[4] Leo Shane III, Trump Promises $1 Trillion in Defense Spending for Next Year, Defense News, 08.04.2025; Gisela Cernadas e John Bellamy Foster, Actual U.S. Military Spending Reached $1.537 Trillion in 2022—More than Twice Acknowledged Level: New Estimates Based on U.S. National Accounts, Monthly Review 75, n. 6, novembre 2023, pp. 18–26.
[5] Sull' "Età della Catastrofe" 1914–1945, vedi Eric Hobsbawm, The Age of Extremes, Vintage, New York, 1994, Parte I.
[6] Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire.
[7] Jeff Heer, Surprisingly Durable Myth of Donald Trump, Anti-Imperialist, The Nation, 17.04.2023; John Bellamy Foster, The New Cold War on China, Monthly Review 73, n. 3, luglio-agosto 2021, pp. 1-20.
[8] Prabhat Patnaik, Imperialism’s Revival Strategy, People’s Democracy, 02.03.2025, peoplesdemocracy.in.
[9] Josh Dawsey, Vera Bergengruen e Alexander Ward, The Painting That Explains Trump’s Foreign Policy, Wall Street Journal, 13.03.2025.
[10] R. W. Van Alstyne, The Rising American Empire (Oxford: Basil Blackwell, 1960).
[11] Michael Anton, The Trump Doctrine: An Insider Explains the President’s Foreign Policy, Foreign Policy, 232, estate 2019, pp. 40–47.
[12] Anton, The Trump Doctrine; Amanda Taub, The Trump Doctrine: The World Is a Zero-Sum Game, New York Times, 07,03.2025
[13] Anton, The Trump Doctrine; Platone, La Repubblica, Bompiani, Milano, 2009.
[14] Bryan Mena, Key Takeaways from Trump’s ‘Liberation Day’ Tariffs, CNN, 02.04.2025; Peter Foster e Sam Fleming, Donald Trump Baffles Economists with Tariff Formula, Financial Times, 03.04.2025; Nick Beams, Trump’s ‘Reciprocal Tariffs’ Escalate Economic War Against the World, World Socialist Web Site, 03.04.2025, wsws.org; Jack Izzo, Posts Online Correctly Cracked the Formula for Trump’s Tariffs, Snopes, 03.04.2025; Helen Davidson e Joana Partridge, Trump Imposes New Tariffs on Dozens of Partners, Sparking Fresh Market Turmoil, Guardian, 09.04.2025; Josh Boak, Trump Backs Down on Most Reciprocal Tariffs for 90 Days, but Raises Rate on Chinese Imports to 125 Percent, PBS News, 09.04.2025; Léonie Chao-Fong, Tom Ambrose, Graeme Wearden e Kate Lamb, US Markets Close with Steep Losses as Trump Tariffs Branded ‘Worst Self-Inflicted Wound’ by a Successful Economy, Guardian, 10.04.2025.
[15] Oren Cass, American Compass, s.d.; Influence Watch, American Compass, s.d., influencewatch.org; Influence Watch, Thomas D. Klingenstein Fund, s.d.; Jason Wilson, The Far Right Financier Giving Millions to the Republican Party to Fight ‘Woke Communists,' Guardian, 04.08.2023; Thomas D. Klingenstein, Winning the Cold Civil War, Newsweek, 08.09.2021.
[16] Where’s the Growth?, American Compass, 15.03.2022, americancompass.org; Oren Cass, Why Trump Is Right About Tariffs, Wall Street Journal, 27.10.2023.
[17] A Hard Break from China: Protecting the American Market from Subversion by the CCP, American Compass, 08.06.2023; David Azerrad, How to Put Woke Capital Out of Business, American Compass, 02.09.2021; Vivek Ramaswamy, Woke, Inc.: Inside Corporate America’s Social Justice Scam, Center Street, New York, 2021.
[18] Peter Navarro, The Coming China Wars, Financial Times Press, New York, 2008, pp. 203–205; Jacob Heilbrunn, The Most Dangerous Man in the Trump World?, Politico, 12.02.2007; John Bellamy Foster, Trump in the White House, pp. 84–85; Alan Rappeport, Trump’s Trade Advisor Pick, a China Hawk, Was Jailed over Jan. 6, New York Times, 04.12.2024; D’Angelo Gore, Independent Analyses Contradict Navarro’s $6 Trillion-Plus Tariff Revenue Estimate, FactCheck, 10.04.2025, factcheck.org.
[19] David Randall, Hudson Bay, Morgan Stanley, Took Positions in Trump Social Media Firm in Q1, Reuters, 15.05.2024; Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, novembre 2024, hudsonbaycapital.com.
[20] Josh Lipsky e Jessie Yin, Meeting in Mar-a-Lago: Is a New Currency Deal Plausible?, Atlantic Council, 13.03.2015, atlanticcouncil.org.
[21] Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, pp. 13–14, 35.
[22] Michael Hudson, Trump’s Tariff Threats Could Destabilize the Global Economy, Geopolitical Economy, 25.01.2025, geopoliticaleconomy.com
[23] Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, p. 37.
[24] David Deuchar, Donald Trump and the Dollar: The Triffin Dilemma and America’s Exorbitant Privilege, Seeking Alpha, 24.05.2016; Robert Triffin, Gold and the Dollar Crisis: Yesterday and Today, Essays in International Finance, n. 132, Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1978, pp. 1–6; Ismail Shakil, Trump Repeats Tariff Threat to Disuade BRICS Nations from Replacing US Dollar, Reuters, 30.01.2025.
[25] Hudson, Trump’s Tariff Threats Could Destabilize the Global Economy.
[26] Carol D. Leonnig e Philip Rucker, ‘You’re a Bunch of Dopes and Babies’: Inside Trump’s Stunning Tirade Against Generals, Washington Post, 17.01.2020.
[27] Green Party US, Alienated, Not Apathetic: Why Workers Don’t Vote, 05.08.2019, gp.org; Median Income in the United States in 2023, by Educational Attainment of Householder, Statista, statista.com, s.d. Secondo gli exit poll, nelle elezioni del 2024, Trump ha amplificato il sostegno ricevuto dalla sua base, la classe medio-bassa, con quello della classe operaia, conquistando la maggioranza di coloro che hanno un reddito familiare tra i 30.000 e i 50.000 dollari all'anno, ma ha perso voti tra i poveri (coloro che hanno un reddito familiare di 30.000 dollari o meno) che hanno votato il Partito Democrartico. La principale questione interna che ha determinato questo cambiamento è stata l'economia, soprattutto l'inflazione. “Exit Polls”, NBC News, 05.11.2024. Milioni di elettori democratici hanno scelto il Partito dei non votanti.
[28] Ernst Bloch, Eredità di questo tempo, a cura di Laura Boella, Il Saggiatore, Milano 1992; Mimesis, Milano-Udine 2015. Sulle tendenze patriarcali e conservatrici in materia di sesso/genere della classe medio-bassa nelle società capitalistiche e sul ruolo di queste nel generare tendenze fasciste, vedi Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, SugarCo, Milano, 1971.
[29] Phil A. Neel, Hinterland: America’s New Landscape of Class Conflict, Reaktion Books, Londra, 2018, pp. 36, 57–58. Contraddicendo la sua stessa argomentazione, Neel suggerisce che questi sviluppi non indicano lo sviluppo del fascismo o del neofascismo nel Make America Great Movement di Trump, nonostante le simili dinamiche di classe. Neel, Hinterland, p. 48.
[30] Charles R. Kesler, America’s Cold Civil War, Imprimis 47, n. 10, ottobre 2018; Jonathan Wilson-Hartgrove, Reconstructing the Gospel: Finding Freedom from Slaveholder Religion, InterVarsity Press, Lisle, Illinois, 2018.
[31] Leila Abboud, Adrienne Klasa e Henry Foy, U.S. Tells European Companies to Comply with Donald Trump’s Anti-Diversity Order, Financial Times, 28.03.2025.
[32] Dennis Laich, Trump’s ‘Gaza Riviera’—A Profile in Arrogance, The Hill, March 9, 2025.
[33] György Lukács, La distruzione della ragione, Mimesis, Milano, 2011, p. 750.
[34] CRA Staff, Primer: Palestinian Culture is Prohibitive for Assimilation, Center for Renewing America, 01.12.2023, americarenewing.com.
[35] Lydia Wilson, Pete Hegseth’s Tattoos and the Crusading Obsession of the Far Right, New Lines, 29.11.2024; Pete Hegseth, American Crusade, Center Street, New York, 2020, pp. 13, 24, 289–90, 301.
[36] Jon Gambrell, Trump Threatens Houthi Rebels That They’ll Be ‘Completely Annihilated’ as Airstrikes Pound Yemen, Associated Press, 20.03.2025.
[37] Dawsey, Bergengruen e Ward, The Painting That Explains Trump’s Foreign Policy.
[38] Micah Meadowcroft e Anthony Licata, “Primer: The American Canal—The Case for Revisiting the Panama Canal Treaties, Center for Renewing America, 31.01.2025; Brett Wilkins, Trump Orders U.S. Military to Plan Invasion of Panama to Seize the Canal: Report, Common Dreams, 13.03.2025, commondreams.org; ‘Camouflaged Invasion’: Panama Opposition Slams Security Pact with the US, Al Jazeera, 12.04.2025.
[39] Sumantra Maitra, Towards Greater Engagement and Integration with Greenland and a New American Arctic Century, Center for Renewing America, 03.03.2025.
[40] José Luis Granados Ceja, Trump Threatens 25% Tariff on Countries Buying Venezuelan Oil as US Continues Migrant Crackdown, Venezuelanalysis, 24.03.2025
[41] Farah Najjar, Why Are Caribbean Leaders Fighting Trump to Keep Cuban Doctors?, Al Jazeera, 15.03.2025; Vijay Prashad, Why Cuban Doctors Deserve the Nobel Peace Prize, MR Online, 25.08.2020.
[42] Kate Bartlett, What’s Trump’s Beef with South Africa?, NPR, 07.02.2025; Michelle Gavin, Trump’s Misguided Policy Toward South Africa,” Council on Foreign Relations, 12.02.2025, cfr.org; Do White People Own ‘Only’ 22 Percent of South Africa’s Land?, AFP Fact Check, 19.07.2019, factcheck.afp.com.
[43] Brett Davidson, What Musk and Trump Describe Is Not the South Africa I Know and Love, Al Jazeera, 25.03.2025; Bartlett, What’s Trump’s Beef with South Africa?; Gavin, Trump’s Misguided Policy Toward South Africa; Trita Parsi, ICJ Lands Stunning Blow on Israel Over Gaza Genocide Charge, Responsible Statecraft, 26.01.2024, responsiblestatecraft.org; Gerald Imray, Expelled South African Ambassador Returns Home, Says Will Wear US Sanction as a ‘Badge of Dignity,' Associated Press, 23.03.2025.
[44] Hunter Walker, Trump’s Pick for Ambassador to South Africa Actively Opposed Fight to End Apartheid, Talking Points Memo, 26.03.2025; Stephen Millies, Trump Wants a Super Bigot to Be Ambassador to South Africa, Struggle for Socialism/La Lucha por el Socialismo, 01.04.2025, struggle-la-lucha.org; Lucas Shaw, Barack Obama: Now He’s a Skinny, Ghetto Crackhead?, Reuters, 23.12.2011.
[45] Stewart Patrick, Trump’s Distorted View of Sovereignty and American Exceptionalism, Carnegie Endowment for International Peace, January 30.01.2025; Donald Trump, The Inaugural Address, The White House, 20.012025.
[46] Abboud, Klasa e Foy, U.S. Tells European Companies to Comply with Donald Trump’s Anti-Diversity Order.
[47] Laurence H. Shoup e William Minter, Imperial Brain Trust: The Council on Foreign Relations and United States Foreign Policy, Monthly Review Press, New York, 1977; Laurence H. Shoup, Wall Street’s Think Tank, Monthly Review Press, New York, 2015.
[48] Hegseth, American Crusade, pp. 92–94.
[49] James M. Lindsay, The Costs of Trump’s Foreign Policy Disruption, Council on Foreign Relations, 31.01.2025.
[50] Foster, Trump in the White House, pp. 50–52, 74–75
[51] Vedi Thomas Palley, The Russia War Explained: How the U.S. Exploited the Internal Fractures in the Post-Soviet Order, Monthly Review 77, n. 2, giugno 2025.
[52] John Bellamy Foster e Brett Clark, Imperialism in the Indo-Pacific—An Introduction, Monthly Review 76, n. 3, luglio-agosto 2024, pp. 6–13, trad. it. Imperialismo nell'Indo-Pacifico: un'introduzione, antropocene.org, 26.07.2024;
[53] Vijay Prashad, Donald Trump’s Reverse Kissinger Strategy, People’s Dispatch, 06.03.2025.
[54] Questo è il caso delle deportazioni verso Guantanamo e i famigerati complessi carcerari in El Salvador. Vedi Chris Hedges, American Concentration Camps, ScheerPost, April 17.04.2025.
[55] Antara Ghosal Singh, China’s Rubio Dilemma, Observer Research Foundation, 11.02.2025, orfonline.org; Hegseth, American Crusade, p. 157; Sarah Ewall-Wice, Pete Hegseth Says the US Is ‘Prepared’ for War with China After Tariff Retaliation Threat, Daily Mail, 05.03.2025; Selina Wang, Rubio and Waltz Picks Put China Back at the Center of U.S. Foreign Policy, ABC News, 12.11.2024.
[56] Vedi John Bellamy Foster, The U.S. Quest for Nuclear Primacy, Monthly Review 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 1–21, trad. it. La ricerca del primato nucleare da parte degli Stati Uniti, antropocene.org, 29.02.2024.
[57] Daniel McCarthy, Why Elbridge Colby Matters, Compact, 21.02.2025; Kelley Beaucar Vlahos, Realists Cheer as Elbridge Colby Named Top DoD Official for Policy, Responsible Statecraft, 23.12.2024; Elbridge A. Colby e Kevin Roberts, The Correct Conservative Approach to Ukraine Shifts the Focus to China, Time,21.03.2023.
[58] U.S. Department of Defense, Summary of the 2018 National Defense Strategy: Sharpening the American Military’s Competitive Edge, Defense Acquisition University, dau.edu; John Bellamy Foster, The U.S. Quest for Nuclear Primacy, p. 15; Jacob Heilbrunn, Elbridge Colby Wants to Finish What Donald Trump Started, Politico, 11.04.2023.
[59] Elbridge A. Colby, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, Yale University Press, New Haven, 2021, pp. 83, 95, 147, 172, 183.
[60] Colby, The Strategy of Denial, pp. 182–183, 197; Elbridge A. Colby e Yashar Parsie, Building a Strategy for Escalation and War Termination, Marathon Initiative, novembre 2022, pp. 9, 17–18, 20–23; Abdul Rahman, China Demands Withdrawal of U.S. Missile System from the Philippines, Calls It a Threat to Regional Peace and Security, People’s Dispatch, 28.12.2024. Sullo schieramento militare avanzato degli Stati Uniti e l'accerchiamento della Cina, vedi Foster e Clark, Imperialism in the Indo-Pacific, pp. 13–19.
[61] Colby, The Strategy of Denial, p. 90; Colby e Parsie, Building a Strategy of Escalation and War Termination, p. 17; Bill Gertz, Pentagon Policy Nominee Says U.S. Must Act or Risk Losing War with China: Colby Vows to Adopt America First and Peace Through Strength, Washington Times, 04.03.2025.
[62] John Bellamy Foster, ‘Notes on Exterminism’ for the Twenty-First Century Ecology and Peace Movements,” Monthly Review 74, n. 1, maggio 2022, pp. 1–17, trad. it. “Note sullo sterminismo” per i movimenti ecologisti e pacifisti del ventunesimo secolo, antropocene.org, 30.08.2024
[63] Micah McCartney, China Will Launch War This Decade, Trump Nominee Says, Newsweek, 16.01.2025; Taiwan Needs to Hike Defense Spending to 10%—Pentagon Nominee, Reuters, 04.03.2025; Noah Robertson, How DC Became Obsessed with a Potential 2027 Chinese Invasion of Taiwan, DefenseNews, 07.05.2024; John Culver, China, Taiwan, and the PLA’s 2027 Milestones, The Interpreter, 12.02.2025, lowyinstitute.org/the-interpreter.
[64] Alisha Rahaman Sarkar, Elon Musk Draws Fire for Playing Down Impact of Atomic Bombing of Japan: ‘Not as Scary as People Think', Independent, 13.08.2024; Sumanti Sen, Elon Musk Under Fire for ‘Minimizing’ Hiroshima and Nagasaki Tragedy by Saying It’s ‘Not as Scary as People Think,' Hindustan Times, 13.04.2024.
[65] Patrick Tucker, Trump to Get Golden Dome Options Next Week: Defense Source, Defense One, 27.03.2025; Binoy Kampmark, Trump’s Star Wars Revival: The Golden Dome Antimissile Fantasy, Dissident Voice, 25.03.2025.
[66] Zeke Miller e Michelle L. Price, Trump Wants Denuclearization Talks with Russia and China, Hopes for Defense Spending Cuts, Associated Press, 14.022025.
[67] Donald J. Trump, The White House, Protecting American Energy from State Overreach, Executive Orders, 08.04.2025.
[68] Noam Chomsky intervistato da David Barsamian, Chronicles of Dissent, Common Courage Press, Monroe, Maine, 1992, pp. 62–63.
[69] Bloch, Eredità di questo tempo, p. 113, 153-154, punteggiatura della traduzione leggermente modificata.
[70] Propaganda Advertisement Implying that Hitler Supports Equality and Peace, United States Holocaust Memorial Museum, accesso numero: 1990.333.7, collections.ushmm.org/search/catalog/irn3775.
[71] Norm Haskett, Germany Exits League of Nations, The Daily Chronicles of World War II, ww2days.com.
[72] Vukašin Gligorić, Allard Feddes e Bertjan Doosje, Political Bullshit Receptivity and Its Correlates: A Cross-Country Validation of the Concept, Journal of Social and Political Psychology 10, n. 2, 2022, pp. 411–429; Harry G. Frankfurt, On Bullshit, Princeton University Press, Princeton, 2005.
[73] Joshua Luczak, Climate Denialism Bullshit Is Harmful, Asian Journal of Philosophy 2, n. 1, 2023, pp. 1–20.
[74] Josh Boak, Trump Launches Tariffs, Saying Global Trade Has ‘Looted, Pillaged, Raped, Plundered’ US Economy, Associated Press, April 2, 2025; Paul A. Baran, The Longer View, Monthly Review Press, New York, 1969, p. 104.
[75] Mehdi Hasan, Is Donald Trump a Foreign Policy Dove?: If Only, Guardian, 13.11.2024; Tia Goldenberg, Trump Promises to Bring Lasting Peace to a Tumultuous Middle East. But Fixing It Won’t Be Easy, Associated Press, 06.11.2024.
[76] Parenti, Trump’s Real Crime Is Opposing Empire.
[77] Lawrence S. Wittner, The Ugly Origins of Trump’s ‘America First’ Policy, Foreign Policy in Focus, 19.03.2024.
[78] Jarrett A. Lobell, The Wall at the End of Empire, Archaeology 70, n. 3, maggio-giugno 2017, pp. 26–35.
[79] István Mészáros, Socialism or Barbarism, Monthly Review Press, New York, 2001, pp. 23–56.
[80] Bloch, Eredità di questo tempo, p.110.
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