Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2026

La scuola punitiva produce morte, il governo produce repressione

La tragedia di La Spezia diventa il pretesto per più repressione: decreti securitari e militarizzazione dell’educazione mentre lo Stato abbandona i ragazzi e poi li punisce

La morte di Youssef Abanoub, studente dell’istituto Chiodo di La Spezia, ucciso da una coltellata ricevuta in classe da un compagno di scuola, è una notizia, straziante, inaccettabile. Non può essere archiviata come un fatto di cronaca nera. Non può essere ridotta a emergenza securitaria. Non può essere trasformata in propaganda. È il prodotto di un disastro sistemico che da anni denunciamo.

Da troppo tempo la scuola italiana ha smarrito la sua funzione emancipativa. Ha cessato di essere argine alla violenza sociale ed è diventata, sempre più spesso, megafono delle contraddizioni più brutali di questa società. Dove non esiste un argine solido, un’alternativa alla barbarie, la barbarie diventa normalità. Entra nelle aule, nei corridoi, nei rapporti tra studenti. E poi esplode.

Non si provi a strumentalizzare questa morte in chiave razzista o securitaria. Non saranno più controlli, più polizia, più repressione a risolvere un problema che nasce da mancanza di riferimenti, di prospettive, di dignità. Chi lo sostiene mente sapendo di mentire. È solo il modo più vile per non assumersi responsabilità politiche.

La deriva è evidente e aggravata dall’attuale contesto. Le scuole scivolano verso un modello punitivo e autoritario: prevalgono pratiche tossiche, insegnanti ridotti a somministratori seriali di punizioni, assenza di un effettivo sostegno alle situazioni di anomia, disagio e devianza. Un sostegno che non può essere garantito da insegnanti di sostegno lasciati soli, spesso inadeguati o del tutto ignorati. Nessuna reale gestione pacifica e competente dei conflitti, nessuna mediazione, nessuna cura. Punizioni a ripetizione al posto dell’ascolto. Espulsioni al posto dell’accompagnamento. Repressione al posto dell’educazione.

A questo si aggiunge una scelta scellerata e pericolosa: l’ingresso di militari e dirigenti delle polizie nelle scuole. Come se il solo linguaggio possibile fosse quello dell’ordine e del comando. Come se il conflitto potesse essere governato solo con la forza. È un messaggio devastante: si educa alla paura, non alla responsabilità. La violenza non si previene militarizzando l’educazione. La si alimenta.

La violenza a scuola, come nella società, non nasce dal nulla. È il risultato dell’erosione delle possibilità, delle capacità, delle speranze. Oggi la si chiama “emergenza maranza”, ieri aveva altri nomi. Sempre la stessa logica: etichettare, stigmatizzare, reprimere. Mai affrontare le cause. Mai investire in spazi, tempo, relazioni, futuro.

A rendere questa tragedia ancora più insopportabile è l’ipocrisia sistemica con cui il potere prova a usarla. Il governo strumentalizza la morte di Youssef per legittimare nuovi decreti repressivi, parlando di coltelli, sicurezza, emergenza giovanile. Ma la domanda che smaschera la propaganda resta inevasa: come può un governo che comprende una forza politica il cui leader ha pubblicamente giustificato un accoltellamento come “legittima difesa” pretendere di varare leggi per prevenire l’uso dei coltelli?

La risposta è brutale e nota: perché non tutti sono uguali davanti alla legge.

In questo Paese sta tornando apertamente una legge di classe, una legge tribale: c’è chi può e chi non può. Il “giovane ricercatore padano” può brandire un coltello ed essere assolto moralmente e politicamente. I maranza, i migranti, i figli delle periferie, i “terroni” – per usare un lessico che circola senza più vergogna – no. Loro vanno repressi, incarcerati, messi all’indice. È la fine dell’uguaglianza formale davanti alla legge e il ritorno a un ordine sociale fondato sull’identità, non sui fatti: l’italiano ariano può, gli altri pagano.

Dentro questo schema rientra anche la repressione degli studenti organizzati. Perché mentre lo Stato abbandona la scuola, svuota l’educazione di senso e futuro, punisce chi prova a riempire quel vuoto con l’impegno e l’organizzazione. Gli studenti che rivendicano una scuola migliore, laica e aperta; che chiedono spazi, ascolto, diritti; che manifestano solidarietà con la Palestina e con i popoli oppressi, vengono trattati come un problema di ordine pubblico. È accaduto a Torino, dove a studenti minorenni sono state applicate misure cautelari: perquisizioni, denunce, restrizioni personali. Ragazzi e ragazze che chiedono più educazione e meno repressione vengono repressi.

È questa la contraddizione esplosiva del presente: lo Stato produce abbandono e poi punisce le conseguenze dell’abbandono. Non investe in istruzione, ma investe in polizia. Non costruisce futuro, ma costruisce nemici. Non previene la violenza, la governa selettivamente. E mentre alcuni vengono assolti, giustificati, normalizzati, altri – sempre gli stessi – vengono marchiati, criminalizzati, schiacciati.

Per questo non servono decreti repressivi. Serve il rilancio di una grande mobilitazione di insegnanti, genitori, studenti democratici. Serve una scuola che torni a essere luogo di emancipazione, non di disciplinamento. Serve investire nel sostegno reale al disagio, nella costruzione di comunità educanti. Serve dire con forza che punire non è educare.

Ci stringiamo al dolore della famiglia, degli amici e dei compagni di scuola di Youssef. Il nostro cordoglio non è rituale: è impegno politico e umano.

Ciao Youssef.
Anche per te continueremo a lottare per un mondo nuovo, in cui nessun ragazzo venga lasciato solo fino al punto di morire.

Fonte

19/09/2025

Caso Kirk: con Tyler Robinson nel black mirror del nichilismo stragista

Sì, bisognerà attendere per mettere a fuoco più precisamente la figura di Tyler Robinson.

Intanto però le enigmatiche frasi iscritte sui proiettili dall’assassino, base di tante affrettate esegesi, mettono lo sparatore di fatto in compagnia di altri esecutori di recenti atti di violenza armata.

Per esempio Robin Westman, di 23 anni, che lo scorso 27 agosto ha ucciso due studenti della scuola cattolica dell’Annunciazione a Minneapolis, ferendo altre 21 persone. Anche in quel caso sono ste ritrovate frasi scritte sui fucili ed i caricatori usati dall’assassino (“Kill Donald Trump”; “6 milioni non sono bastati”).

In tempo di trend social questa abitudine di trasformare la armi nell’equivalente di tweet letteralmente letali, sta cominciando ad emergere come una moda, specie in sparatori adolescenti o poco più, persone nate dopo l’11 settembre e cresciuti nell’età dell’autoespressione compulsiva.

Comincia inoltre ad essere documentata l’appartenenza di molti ragazzi-assassini a specifiche community online che aggregano aspiranti stragisti, spesso giovanissimi – e ora sempre più spesso di entrambi i sessi. Sempre più spesso in concomitanza di sparatorie vengono caricati manifesti o video deliranti degli autori ed il macabro contennuto è oggetto di “sharing” in gruppi virtuali che rammentano le community dei video giochi massively online in cui messaggi reciprochi vengono amplificati e condivisi su canali transnazionali.

Ad esempio Natalie Samantha Rupnow, la quindicenne che nel dicembre del 2024 ha ammazzato 3 compagni ferendone altri sei, alla Abundant Life Christian School di Madison, Wisconsin, apparteneva ad un gruppo Telegram dove postava anche Arda Küçükyetim, diciottenne, che nell’agosto del 2024 aveva trasmesso in live streaming gli accoltellamenti di cinque persone che aveva compiuto in una moschea turca.

L’area di riferimento ideologica di Küçükyetim era il neonazismo ed un manifesto pubblicato online includeva meme “Groyper” e riferimenti alla Atomwaffen Division. Quella formazione nazista internazionale è a sua volta collegata a Terrorgram, una rete più ampia che collega ed incita atti di terrorismo a sfondo suprematista, favorendo l’“auto-radicalizzazione” di stragisti. All’incrocio tra disagio, dissociazione e la marea di armi da fuco in cui annaspano gli USA.

Scoprendo anche di poco questo mondo si attraversa uno specchio scuro e si entra in un sottosopra nichilista e accelerazionista (un movente generale sembra essere il generare caos). Ci sono reti come l’Active Club Network, che fungono da aggregatori per fanatici su uno spettro che va dal nazismo esoterico al satanismo – e in cui la supremazia della razza bianca funge comunque da generico collante a violenze spesso gratuite.

Quando ci sono, i pur confusi riferimenti ideologici rendono più apparentemente decifrabili dei “moventi”. Più costernanti, in questa galassia oscura, sono invece i molti casi di puro nichilismo come quello che apparentemente ispira i partecipanti alla True Crime Community che dalla strage di Columbine in poi collega fan, spesso giovanissimi, della violenza di massa fungendo da incubatore per giovani assassini

Queste community che aggregano ragazzi accomunati da emarginazione e alienazione hanno le caratteristiche dei Fandom – le sottoculture autoreferenziali che condividono interessi comuni in un qualche fenomeno culturale (un idolo, un film...).

Prima di andare alla Abundant Life e togliere la vita ad una compagna ed una supplente, Natalie Rupnow ha condiviso su Telegram una foto in cui indossava una maglia che era una replica di quella indossata anni prima da Eric Harris, uno dei killer autore della strage di Columbine – omaggio ad un idolo come fosse un personaggio preferito di Comicon. In questo mondo le stragi hanno il merchandising.

La canonizzazione degli stragisti è una funzione primaria di Terrorgram dove viene omaggiato un vero panteon di “santi” fra cui Brenton Tarrant (strage di Christchurch), Anders Breivik (Utøya), Timothy McVeigh (Oklahoma) e Dylann Roof (South Carolina), ammirati come martiri della razza bianca.

Non vi sono indizi che leghino Robinson a Terrorgram o TCC, ma sono ben documentati suoi messaggi su Discord, piattaforma popolare con gamers sulla quale i forum sono caratterizzati dalle stese comunità con forti pregiudizi di conferma e con linguaggi interni improntati agli “inside joke” e lo shitposting ironico usato per trollare avversari antagonisti o comunque i non-appartenenti.

Esattamente lo stile che caratterizza i post di Robinson ed i messaggi scritti sui suoi proiettili, un codice pieno di doppi sensi, i cui riferimenti sono sempre molteplici o, come nel caso di “Bella Ciao”, rimossi di molti gradi di separazione dal conteso originale.

Tutti elementi che dovrebbero essere valutati da indagini, che invece sono destinate a svolgersi sotto il pesante sospetto di parzialità, dato che sono in mano ad un nuovo FBI decimato da Trump che lo ha messo in mano a podcaster che all’incompetenza sommano la faziosità. La narrazione imposta dall’alto è in ogni caso già stata ordinata ed è strumentale al vittimismo, la demonizzazione degli avversari e, con ogni probabilità, una violenta reazione.

Fonte

14/09/2025

USA - “Sono nella lista nera di Charlie Kirk”

Il delirio si è diffuso a livello internazionale, anche se solo nell’Occidente strettamente inteso. L’omicidio a Salt Lake City del giovane influencer “Maga” è stato promosso subito, grazie ai suprematisti bianchi al governo o all’opposizione nel blocco euro-atlantico, ad evento di portata mondiale. Fino a chiedere un minuto di silenzio all’assemblea dell’Onu dove non si riusciva a scrivere la parola “genocidio” nella mozione sulla Palestina.

Il governo nostrano, come sapere, ha colto la palla al balzo per dichiararsi “vittima dell’odio”, nonostante sia sufficiente una rapida scorsa ai morti seminati dai fascisti in Italia, nel solo dopoguerra, per avere un quadro esauriente del background culturale – peraltro rivendicato – del quadro dirigente della destra italica. Nonché dell’abnorme carico “numerico” di omicidi, stragi, attentati verificati giudiziariamente “di matrice fascista”. Con la complicità-copertura di organi dello Stato, certo, ma da loro direttamente compiuti.

Così il giovane suprematista bianco è stato in poche ore elevato a “martire delle idee”, come se avesse promosso un “dialogo socratico” anziché incitare – a volte implicitamente, più spesso esplicitamente – ad eliminare chi aveva e professava idee diverse, progressiste, pacifiste, universaliste (che riconoscono cioè l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, qualunque sia il colore della loro pelle, il credo religioso o la passione politica).

Le ricostruzioni, le analisi, gli sguardi sulla realtà sociale e ideologica dell'“America profonda” sono diventate una valanga in cui è facile perdersi e cadere ne volgare trucco fascista che descrive le loro “idee” come di pari dignità rispetto a quelle democratiche o d’altra matrice, rivendicando quello spazio che proprio le loro “idee” e soprattutto le pratiche negano agli altri. Chiunque siano.

Abbiamo raccolto alcuni di questi interventi, testimonianze, analisi, iniziando con quella che ci è parsa più significativa dello spirito mortifero suscitato dal fu Kirk nei suoi blog e/o comizi. Quello di una normale professoressa che si è vista inserire nella “lista nera” stilata dal defunto, diventando rapidamente oggetto non solo di insulti e minacce, ma probabilmente anche di peggio.

Ricordiamo ancora una volta che solo tre mesi fa, il 14 giugno, un killer anti-aborto travestito da poliziotto ha ucciso la capogruppo democratica nel parlamento del Minnesota, Melissa Hortman, e il marito Mark. Giacché c’era, ha ucciso anche il loro cagnolino, indipendentemente dalle sue “idee”. L’uomo, poi arrestato, aveva in tasca una “lista nera” di 45 obiettivi, tutti residenti nella stessa zona.

Il 13 aprile un uomo armato di molotov aveva dato fuoco a una parte della residenza del governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro. Nei primi sei mesi del 2025, da quando Trump si è reinsediato alla Casa Bianca, gli attacchi politicamente motivati siano stati circa centocinquanta.

La violenza politica negli Usa è una “specialità” pressoché esclusiva della destra messianica, suprematista e razzista. E non da oggi. Nel 2022 il caso più clamoroso fu l’aggressione in casa di Nacy Pelosi, allora speaker della Camera (l’equivalente del leghista Fontana o dell’ex missino La Russa), democratica, il cui marito fu preso a martellate e ridotto in fin di vita.

Tutti questi episodi, più altri minori, non hanno meritato l’attenzione né di Giorgia Meloni né di altri esponenti della destra italiana o mondiale. Ergo, e senza tema di smentita, c’è un evidente “doppiopesismo”: le uniche vittime che contano sono le proprie, anche quando impresentabili. È qui la radice della guerra civile ed incivile che attraversa l’Occidente neoliberista in crisi. Al suo interno e verso fuori.

Ma noi ci siamo completamente dentro.

*****

La sua cosiddetta “Professor Watchlist” (Lista di Sorveglianza dei Professori), gestita sotto l’egida di Turning Point USA, non è altro che una lista nera digitale per gli accademici che osano dire la verità al potere. Ci sono finita nel 2024 dopo aver scritto commenti che hanno infiammato i fedeli del MAGA. E una volta che il mio nome è stato pubblicato, la macchina delle molestie si è scatenata.

Per settimane la mia casella di posta e la segreteria telefonica sono state inondate. Per lo più uomini bianchi che sputavano veleno al telefono: “troia”, “fga”, “ngra”. Mi hanno minacciato con ogni tipo di violenza.

Hanno sommerso le linee pubbliche dell’università e l’ufficio del rettore con chiamate che chiedevano il mio licenziamento. Il diluvio è stato così incessante che il responsabile della sicurezza del campus mi ha contattata per offrirmi una scorta, perché temevano che uno di questi soldati da tastiera potesse uscire dal suo seminterrato e venire a farmi del male.

E non sono un caso unico.

La Watchlist di Kirk ha terrorizzato legioni di professori in tutto questo paese. Donne, docenti neri, studiosi queer, in pratica chiunque sfidasse la supremazia bianca, la cultura delle armi o il nazionalismo cristiano si è improvvisamente ritrovato bersaglio di abusi coordinati.

Alcuni hanno ricevuto minacce di morte. Ad alcuni è stato minacciato il posto di lavoro. Alcuni hanno lasciato completamente il mondo accademico. Kirk ci ha mandato un messaggio chiaro: dì la verità e scateneremo la folla!

Questa è la cultura della violenza che Charlie Kirk ha costruito. Ha normalizzato la violenza. L’ha curata, monetizzata e l’ha aizzata contro chiunque osasse smascherare le bugie del suo movimento.

E ora, a seguito della sua sparatoria [Nota: si riferisce alla sparatoria in cui Kirk è rimasto coinvolto, non di cui è autore], c’è tutto questo cordoglio nazionale, momenti di silenzio, mani giunte gialle [riferimento a un gesto di preghiera usato in certi ambienti] e tributi che lo dipingono come un debater civile. Ma la verità è che Kirk e i suoi scherani hanno passato anni a terrorizzare gli educatori, cercando di silenziarci con molestie e paura!

E ora la stessa violenza che ha scatenato contro gli altri gli è ritornata contro, completando il cerchio.

Ma ciò che trovo particolarmente sconvolgente è la dissonanza nel lutto pubblico per un uomo bianco compiaciuto il cui lavoro nella vita è stato attivamente ostile verso certi gruppi. Kirk ha passato anni a demonizzare le persone LGBTQ, a deridere i sopravvissuti alle sparatorie, a sputare razzismo sui neri e a spingere per politiche che accorciano letteralmente la vita.

È così rivoltante assistere a un’ondata bipartisan di dolore per questo odioso razzista, come se fosse un servitore della comunità neutrale.

Stacey Patton – da Facebook

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Un omicidio al termine della notte

E insomma, alla fine della fiera, su Tyler Robinson – colui che ha ucciso nello Utah il megafono dell’ideologia Maga rispondente al nome di Charlie Kirk – di congetture e indiscrezioni ne sono circolate tante.

La versione più plausibile è che fosse repubblicano, amante delle armi e ossessionato da videogiochi e realtà virtuale.

Figlio per di più di un pastore mormone e trumpista, che lo ha consegnato alla polizia. E come i genitori, Tyler aveva frequentato “La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni”. Setta protestante, in parte mormone, che crede in un Cristo risorto che si troverebbe in America.

Chiesa che attende “il raduno delle dieci tribù di Israele” e ritiene che “Sion, la nuova Gerusalemme” sarà costruita negli Usa.

Non si sa se il diligente genitore intascherà, a questo punto, il premio di 100000$. Ma io sarei pronto a scommetterci.

Tuttavia, sui proiettili in dotazione alla sua arma il nerd Tyler pare avesse scritto “Ehi fascista, prendi” e su un altro i versi di “Bella Ciao”. Frasi ad minchiam, mutuate sembra surfando tra le onde della tempesta online.

Ma tanto era bastato a Trump e ai suoi, al di là e al di qua dell’oceano, per identificarlo come radicale di sinistra.

E invece no. Niente omicidio politico. O almeno non come vorrebbero intendere alcuni frettolosi e complottardi commentatori mainstream o da social.

Ora dunque chi glielo dice a Trump, ai Maga e a Maga Meloni? Chi glielo dice a quella zanzara ciarliera di Saviano?

All’immaginifico Robertino non è sembrato vero infatti di poter ancora una volta tirare in ballo, a pen di segugio, l’estremismo di sinistra e le Brigate Rosse. Un parallelismo sempre verde nella retorica anticomunista del nostro. 

Proprio lui, sempre così compassato, preciso, contestuale, discernente e storicamente ineccepibile. Sich!

Chi glielo spiega che gli omicidi politici sono una cosa e il gesto isolato un’altra? Chi glielo spiega che la lotta armata, la guerriglia urbana e la violenza di classe sono una cosa (finanche auspicabile in alcuni tornanti storici) mentre uno “sparo nella notte” della società, della cultura e forse della mente è tutt’altro?

Ha ragione il professor Orsini: Kirk è stato assassinato da un fenomeno culturale. Ma personalmente amplierei il concetto.

Ucciso da un avatar. Da un eidola. Da un simulacro. Da un fantasma venuto fuori dalle viscere dello spettacolo virtuale e neoliberista.

Un ingranaggio inceppatosi sulla catena di montaggio del Modo di Produzione Capitalistico.

Spettacolo e ingranaggio, struttura e sovrastruttura di un potere che negli Stati Uniti trova la sua più lugubre incarnazione e rappresentazione.

Tyler è l’ipostasi di quel crepuscolo capitalistico giunto ormai sull’orlo del precipizio. Dove la post post post modernità ha confuso tutto.

Analisi fattuale e Opinione. Verità e Mistificazione. Storia e Narrazione. Informazione e Propaganda. Politica e Religione. Fanatismo e Ideologia. Realtà e Spettacolo. Umanità e Merce. Comunismo e Nazismo. Fascismo e Libertà. Fascismo e Democrazia.

Quella paradossale “libertà di fascismo democratico” di cui Kirk era la voce più ignobile. Quella assurda “libertà di fascismo democratico” che la sinistra ha ormai sussunto da tempo, portandone a compimento il processo con la guerra in Ucraina, il Rearm EU e la complicità con Israele.

Tyler – come Kirk d’altronde – è il prodotto assolutamente logico di questo sistema-mondo. E di questo Occidente.

Il cui viaggio sembra giunto al termine della notte.

Vincenzo Morvillo

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Kirk e l’ internazionale nera

Donald Trump ha parlato subito dopo l’assassinio di Charlie Kirk: «Non si può sostituire Charlie, era unico. La colpa va al radical left.»

Il copione è sempre lo stesso: non un presidente che cerca di ricucire, ma un capopopolo che soffia sul fuoco. Vittimismo elevato a sistema, che diventa il carburante di tutta la macchina propagandistica.

Poi arriva Benjamin Netanyahu, che in un’intervista a Fox News paragona Kirk al fratello Yoni, caduto a Entebbe: «Charlie era un eroe delle nostre radici e della nostra cultura condivise. Penso a mio fratello per tutta la vita e penserò a Charlie per tutta la vita.» E rincara: «Gli islamisti radicali e gli ultra-progressisti, stanno usando la violenza per abbattere i loro nemici». 

E in Italia, Giorgia Meloni non poteva mancare al coro. Scrive su Fb: «Questi sono i sedicenti antifascisti. Questo è il clima, ormai, anche in Italia. Nessuno dirà nulla, e allora lo faccio io. Non ci facciamo intimidire». 

Anche qui la tecnica è identica: presentarsi come bersaglio, denunciare un clima d’odio mentre si governa con manganelli e decreti liberticidi. Una foto ribaltata e un numero rosso diventano l’occasione per recitare la parte della perseguitata.

Ma chi è Charlie Kirk, il nuovo santo dell’internazionale nera? Le sue frasi parlano da sole: il “privilegio bianco” è per lui una “bugia razzista”. George Floyd? Una “feccia”. Martin Luther King? “Un uomo orribile”. Il Civil Rights Act del 1964? “Un enorme errore”. E, come ciliegina ideologica, la dichiarazione che lo lega a doppio filo con Netanyahu: «Sono molto filo-israeliano, sono un cristiano evangelico, un conservatore, un sostenitore di Trump, un repubblicano, e per tutta la mia vita ho difeso Israele». 

Questa è la materia grezza con cui si costruisce l’eroe: razzismo, revisionismo storico, filo-sionismo militante. Veleno ideologico.

Trump, Netanyahu, Meloni, Kirk: quattro voci, un’unica partitura. La retorica del nemico interno, il culto della vittima, la manipolazione costante della realtà. Si fingono assediati mentre esercitano potere, si proclamano perseguitati mentre perseguitano, si ergono a difensori della civiltà mentre ne corrodono le basi.

Gente pericolosa. Ma altrettanto pericolosi sono quelli che, qui da noi, affermano che “ha stufato questo antifascismo senza fascismo”: sono gli utili idioti che spianano la strada al ritorno del peggio del peggio. Perché la Meloni non è fascista. È fascistissima.

Alfredo Facchini

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Da ore assistiamo alla solita squallida e ignorante manovra: Lega e FdI provano a trasformare Tyler Robinson, il 22enne che ha confessato di aver ucciso Charlie Kirk, in un fantoccio da esibire come “simbolo dell’odio di sinistra”.

C’è chi arriva a scrivere che la sinistra sarebbe addirittura “la mandante morale” dell’omicidio.

Il tutto perché su un proiettile era incisa la scritta “Bella ciao”.

Un pericoloso odiatore, come il Presidente Israeliano che faceva le scritte sui missili da lanciare sui civili a Gaza, avete presente, quello con il quale il fratello di Piersanti Mattarella e Leone han fatto handshake?

Bene. La verità è molto diversa.

A parte che “Bella ciao” ormai la cantano cani e porci, persino la si sente ai raduni del PD, quindi di quale sinistra parliamo?

Poi, Robinson non era “di sinistra”, non lo è mai stato. Nemmeno della sinistra all’acqua di rose americana “democratica”.

La sua famiglia è repubblicana da sempre, il padre è un trumpiano convinto e i compagni di scuola ricordano che “era un giovane timido e taciturno che al liceo sosteneva Donald Trump”. La nonna del ragazzo ha dichiarato di non conoscere nessuno in famiglia che sia “democratico” (nel senso di partito...).

In ogni caso, Tyler non ha mai votato, non ha mai avuto alcuna appartenenza politica registrata. Un “extraparlamentare di sinistra”? No: un videogiocatore compulsivo.

Infatti:

Quelle scritte sui bossoli non hanno nulla a che vedere con la sinistra, ma con l’universo dei videogiochi e dei meme online.

“Bella ciao” non è l’inno della nostra Resistenza (btw, inventato a posteriori a Resistenza finita: fascia, se le cose non le sai, SALLE): era una citazione ripresa da un videogioco. Tradotto in linguaggio per noi boomers: “Ciao Bello, bèccate questo”. Mio figlio, 17enne, mi ha confermato ridendo (poi, saputo il contesto, ha smesso di ridere).

L’iscrizione “notices bulge OwO What’s this?” è un vecchio meme dei roleplay Furry, diffuso anni fa su internet, che prende in giro il linguaggio di quelle community appassionate di animali con sembianze umane.

E la sequenza “⬆️ ➡️ ⬇️ ⬇️ ⬇️ Hey fascist! Catch!” è un riferimento diretto a Helldivers 2, un gioco satirico in cui i giocatori combattono per una finta democrazia che in realtà è una dittatura militare. I “fascisti” sono i nemici del videogioco, e la frase non è altro che il comando per sganciare una bomba.

Siamo davanti, dunque, a un ragazzo disturbato che ha inciso meme e citazioni nerd di videogiochi “sparatutto” su proiettili di purtroppo vere armi.

Non a un militante della sinistra mondiale.

Dovrà comunque rispondere di quanto ha fatto: non è che spari e uccidi una persona così, gratis: fossi nei suoi avvocati la butterei sulla seminfermità mentale, poi, fatti loro.

Gira su Tyler Robinson la definizione di Groyper. Di nuovo ho chiesto al teenager: dicesi di un fanatico fascista che fa fuori altri fanatici fascisti, perché non sono abbastanza fanatici e non sono abbastanza fascisti. Dice che ne era pieno il Campidoglio durante il famoso assalto degli ultras trumpiani. Io, relata refero.

Torniamo agli squallori nostri. La favola della “sinistra mandante morale” è solo un’arma retorica, squallida e vergognosa, usata per scaricare sull’avversario politico la responsabilità di un dramma, che invece nasce dall’accesso incontrollato alle armi. In una società violenta e ormai in completo disfacimento morale come quella statunitense.

Trump, da buon papà comprensivo ed empatico, dice: “Spero nella pena di morte”. Io no, né per quel ragazzo, né per voialtri.

Non hanno limiti all’indecenza.

[Cit. in gran parte da Abolizione del suffragio universale, mod. da Massimo Zucchetti]

Fonte

03/12/2024

In rifle we trust. Individualismo, violenza ed armi nella storia statunitense

di Gioacchino Toni

Richard Hofstadter, La repubblica dei fucili. L’America come cultura delle armi e altri saggi, Traduzione di Paolo Bassotti, Saggio introduttivo di Emanuele Bevilacqua, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 192, € 17,00

Per capire qualcosa di più degli Stati Uniti contemporanei, più che ai resoconti confezionati dai commentatori dei media nostrani, spesso derivati dai grandi network statunitensi con l’aggiunta di qualche nota di colore, ed alle analisi che anche a sinistra sembrano spesso più inclini a soddisfare desideri che non a confrontarsi con la realtà statunitense, potrebbe essere di qualche aiuto ricorrere a qualche vecchio scritto di Richard Hofstadter che, da storico che si confronta con le scienze sociali, ha incentrato i suoi studi sulla politica e sulla mentalità statunitensi, soprattutto sugli aspetti populisti, mettendo al centro del dibattito questioni fino ad allora trascurate. Per quanto si tratti di studi datati ed in parte superati da ricerche più recenti e per quanto siano nel frattempo cambiati l’universo sociale ed il panorama politico, risultano ancora di una certa utilità al fine di comprendere un po’ meglio un universo come quello statunitense che in Europa si conosce e comprende forse meno di quel che si pensa.

Dopo essersi occupato nel corso degli anni Quaranta degli aspetti ferocemente competitivi del capitalismo americano del periodo compreso tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo – Social Darwinism in American Thought, 1860-1915 (1944) e The American Political Tradition and the Men Who Made It (1948, tr. it. Il Mulino 1960) –, nei due decenni successivi Hofstadter ha concentrato la sua attenzione sul populismo che ha caratterizzano la storia politica americana sin dall’Ottocento – The Age of Reform (1955) – indagando in particolare gli aspetti “paranoici” che si ritrovano in essa, questione al centro di The Paranoid Style in American Politics (1964), testo recentemente pubblicato da Adelphi1.

L’insistito ricorso all’appello al popolo e le visioni paranoiche e complottiste che caratterizzano gli Stati Uniti di Trump hanno dunque una storia radicata in America a cui si ricollega anche la diffusa quanto viscerale ostilità nei confronti di tutto ciò che “odora di intellettuale” e che viene percepito come parte integrante di quella élite che imbriglia la vita dei “veri e genuini americani”, che Hofstadter indaga nel volume Anti-Intellectualism in American Life (1963; tr. it. Einaudi 1967), testo che sarà a breve riproposto da Luiss University Press2.

Venendo a La repubblica dei fucili, il volume raccoglie alcuni testi scritti da Hofstadter a metà degli anni Cinquanta – La rivolta pseudo-conservatrice (1955), sui cui torna all’inizio del decennio successivo con Pseudo-conservatorismo revisited. Un post-scriptum (1962), ed Il mito dell’allegro possidente (1956) – ed un paio di scritti del 1970, anno in cui scompare: L’America come cultura delle armi (1970) e Riflessioni sulla violenza negli Stati Uniti (1970). Ad introdurre il volume è un saggio di Emanuele Bevilacqua che proietta nell’attuale universo digitale alcune riflessioni di Hofstadter circa la violenza ed il culto delle armi negli Stati Uniti.

Secondo lo storico americano, la violenza negli Stati Uniti deriverebbe in maniera considerevole da alcune condizioni culturali specifiche che si sono evolute nel tempo: la cultura della frontiera ed il mito del pioniere armato; il diritto costituzionale a possedere armi, sancito dal Secondo emendamento, vissuto come baluardo della libertà individuale al fine di proteggersi da ogni forma di oppressione; la normalizzazione della violenza a cui avrebbero concorso gli strumenti di intrattenimento popolare come il cinema e la televisione.

Tutte le culture di massa hanno i loro eroi stereotipati, e nessuno è del tutto privo di violenza, ma niente è paragonabile all’insolita passione degli Stati Uniti per figure solitarie e individualiste come il detective, lo sceriffo o il cattivo della situazione. Nelle narrazioni drammatiche americane rispetto a quelle inglesi, per esempio, è molto più difficile che un conflitto venga risolto con l’intelligenza o secondo un ordine morale piuttosto che con un atto di violenza audace e improvviso (p. 50).

Per quanto il ruolo della frontiera sia stato importante nello strutturarsi della cultura delle armi tra gli americani, secondo lo studioso forse ancora di più ha influito la radicata avversione nei confronti dell’esercito organizzato, derivata dai Whig radicali inglesi, da cui è desunta l’idea della creazione di milizie di cittadini armati al fine di difendersi da eventuali forme di autoritarismo statale. Il possesso delle armi è al centro della

tradizione antimilitarista dei Whig radicali inglesi, ripresa e intensificata dall’America coloniale, soprattutto dalla generazione che precedette la Rivoluzione americana, per poi divenire parte integrante della tradizione politica americana. [...] Gli americani si convinsero che l’unica soluzione possibile al perenne conflitto tra militarismo e libertà fosse la loro proposta alternativa: un popolo armato (pp. 52-53).

Tale preferenza per la milizia popolare ha esercitato un ruolo importante nella stesura del Secondo emendamento della Costituzione. «Il diritto di possedere armi era un diritto collettivo e non individuale, strettamente correlato all’esigenza civile (soprattutto in mancanza di un esercito nazionale adeguato) di una “ben organizzata milizia”; con esso, il Congresso si impegnava a non impedire agli Stati di fare il necessario per il mantenimento di milizie ben regolate» (p. 55).

Storicamente, l’idea del diritto ad essere armati non è un convincimento esclusivo dei fanatici cultori dei pistole e fucili; per molti americani l’accesso diffuso alle armi è visto come contrappeso fondamentale e necessario ad una possibile tirannia. Tale convincimento è «sopravvissuto in tutta la sua gloria e la sua ingenuità anche nell’era tecnologica moderna, venendo ripreso, ad esempio dai giovani neri, soprattutto dalle Panthers, che hanno fatto incetta di armi in modo più letale per loro che per chiunque altro» (p. 57). Così scrive Hofstadter nel saggio L’America come cultura delle armi, pubblicato i n apertura degli anni Settanta, palesando una presa di distanza dalle lotte afroamericane che non hanno disdegnato il ricorso ad armi da fuoco. Mentre in altre società la presenza di piccoli gruppi armati non autorizzati viene vista come un pericolo da eliminare a partire dal contrasto all’accesso alle armi, gli Stati Uniti, sostiene lo storico, preferiscono contrastare il pericolo di tali gruppi armandosi maggiormente a loro volta.

Facendo riferimento al periodo in cui scrive, Hofstadter motiva l’accentuata devozione alle armi del Sud e del Sud-Ovest degli Stati Uniti non solo con le radici rurali che contraddistinguono quelle zone, ma anche ricordando che le armi al Sud sono a lungo state prerogativa riservata ai bianchi per esercitare un maggior controllo sugli schiavi, dunque il possesso di armi è nel tempo divenuto un simbolo di status del maschio bianco per poi venir fatto proprio dagli stessi maschi afroamericani.

Per quanto gli Stati Uniti fossero urbanizzati e industrializzati, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento i parlamenti, tanto a livello locale che nazionale, erano composti in buona parte da uomini di una certa età provenienti dalla provincia rurale. È su tali basi che si sarebbe strutturata la convinzione della legittimità del ricorso alla violenza armata come modalità attraverso cui difendere i diritti individuali. Lo studioso sottolinea anche come tra gli americani sia riscontrabile una tendenza alla rimozione degli effetti negativi della violenza; un’amnesia che minimizza episodi e cause sistemiche e si rivela utile al mantenimento di un’immagine idealizzata della storia nazionale.

In Riflessioni sulla violenza negli Stati Uniti, altro scritto datato 1970, dopo aver sottolineato come gli storici americani abbiano sempre evitato di soffermarsi su quanto la violenza sia ricorrente nella storia del loro Paese e come, nonostante ciò, gli statunitensi tendano a pretendersi una nazione virtuosa come nessun’altra, Hofstadter evidenzia come, a differenza di ciò che accade in altri Paesi, la violenza negli Stati Uniti tenda a dispiegarsi più facilmente tra cittadini piuttosto che tra questi e lo Stato: in America «la violenza non nasce dal desiderio di sovvertire lo Stato, e per questo non danneggia mai la legittimità dell’autorità» (p. 127) e così è sempre stato, con la non irrilevante eccezione della Guerra civile, scrive lo studioso in questo testo del 1970.

Che una mole di violenza come quella che si è dispiegata negli Stati Uniti nel corso della sua storia non abbia preso le mosse dall’intenzione di sovvertire l’autorità statale, induce Hofstadter a passare in rassegna alcune tra le principali forme di violenza che hanno caratterizzato la vita del Paese ponendo l’accento su come in tutte queste sia in qualche modo presente la componente razziale.

Nella storia americana, in conflitto di classe è stato messo nettamente in secondo piano dal conflitto etnico-religioso e razziale. Gli scontri tra gruppi hanno sostituito la lotta di classe, o si sono posti come possibile alternativa. Gli episodi di lotta di classe effettivamente avvenuti raramente si sono svolti “in purezza”, scevri da antagonismi etnico-razziali e dalla nostra complessiva gerarchia d i status fondata su caratteristiche religiose, etniche e razziali (p. 132).

Secondo Hofstadter, la violenza legata al mondo dell’industria ha avuto la sua fase più significativa ai tempi delle società segrete Molly Maguires nelle città ove si estraeva l’antracite, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento ed i primi del secolo successivo. L’imponente sciopero delle ferrovie del 1877 coinvolse una dozzina di città provocando scontri che condussero a quasi un centinaio di morti. «Per la prima volta, si paventò lo spettro di una forza rivoluzionaria nazionale impossibile da gestire (per quanto l’idea neanche sfiorasse gli scioperanti), cosa che portò al rafforzamento della Guardia nazionale e alla creazione di una catena di armerie nelle città più importanti» (p. 140). Lo stesso grande sciopero delle ferrovie del 1886 si rivelò particolarmente violento così come molti altri scoppiati in apertura di Novecento soprattutto ove erano radicati la Western Federation of Miners e l’Industrial Workers of the World (IWW).

Se la conflittualità di classe negli Stati Uniti, pur rifacendosi meno che in altri Paesi a motivazioni ideologiche, ha dato luogo ad esplosioni di violenza che non trovano forse paragoni altrove, secondo lo storico ciò è da ricercarsi più nell’ethos dei capitalisti americani che non in quello dei lavoratori.

Alcune considerazioni Hofstadter le dedica a come anche la sinistra americana si sia fatta affascinare dall’esercizio della violenza nel corso degli anni Sessanta. In tali riflessioni lo storico statunitense, che in età giovanile aveva per qualche tempo militato nel Partito comunista americano, salvo poi uscirsene in dissenso con la deriva stalinista dei paesi socialisti e dei partiti comunisti occidentali, manifesta più volte il suo distacco dalle frange più radicali delle proteste statunitensi sia del mondo del lavoro che dei movimenti studentesche e afroamericani.

Ai saggi stesi da Hofstadter negli anni Cinquanta e Sessanta, presenti in La repubblica dei fucili, sarà dedicato un nuovo scritto su “Carmilla online”.

Note

  1. Richard Hofstadter, Lo stile paranoide nella politica americana, tr. it. di Francesco Pacifico, Adelphi, Milano 2021. Si veda a tal proposito Sandro Moiso, Il “grande complotto” nella tradizione politica americana (e altrove), in “Carmilla online”, 28 Giugno 2021. 

  2. Del meccanismo di eroicizzazione dell’individuo qualunque che, come un novello David, trova la forza ed il coraggio di opporsi al Sistema ed alla sua grande cospirazione, che caratterizza la cultura, soprattutto audiovisiva, americana si è recentemente occupato, tra gli altri, Tom Nichols (The Death of Expertise (2017); id., La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, tr. it. di Chiara Veltri, Luiss University Press, Roma 2023.

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22/11/2024

Haiti - Medici Senza Frontiere sospende le attività nella capitale

L’ondata di violenza tra bande, polizia e gruppi armati che ha colpito Haiti e, in particolare, Port-au-Prince ha causato, solo nell’ultima settimana, 150 morti, 92 feriti e 20.000 sfollati. Medici Senza Frontiere ha fatto sapere di aver dovuto sospendere ogni attività nella capitale.

“Una serie di minacce da parte delle forze di polizia contro il personale di Médecins Sans Frontières ci ha costretto a sospendere le nostre attività fino a nuovo avviso nell’area metropolitana di Port-au-Prince, Haiti ha fatto sapere con un comunicato stampa MSF. “Gli agenti di polizia hanno fermato i veicoli di MSF più volte e minacciato direttamente i membri del personale di MSF, comprese le minacce di morte e stupro, nella settimana successiva a un attacco a un’ambulanza di MSF che ha provocato l’esecuzione di almeno due pazienti e danni fisici al nostro personale l’11 novembre”.

“Questi ripetuti incidenti ci hanno costretto a interrompere le ammissioni e i trasferimenti di pazienti alle nostre cinque strutture mediche nella capitale di Haiti a partire dal 20 novembre, poiché illustrano chiaramente il targeting diretto del nostro personale e dei pazienti ad Haiti”.

“Si stima che i quattro milioni di abitanti di Port-au-Prince siano praticamente tenuti in ostaggio poiché le bande ora controllano tutte le strade principali dentro e fuori la capitale”, ha dichiarato L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk. Ha poi aggiunto che “l’ultima ondata di violenza nella capitale di Haiti preannuncia un avvenire ben peggiore. La violenza delle bande deve essere prontamente fermata. Non si deve permettere ad Haiti di sprofondare ulteriormente nel caos”.

Per anni Haiti ha subito le violenze dei gruppi armati che, legati a leader politici e imprenditoriali, hanno tentato di conquistare il controllo del Paese. La situazione si è aggravata quando, nel luglio del 2021, il presidente haitiano Jovenel Moise è stato assassinato.

Una nuova crisi politica è scoppiata all’inizio di quest’anno: alcune bande hanno attaccato le carceri e altre istituzioni statali della capitale. La notte del 18 novembre è stato colpito Pétion-Ville, uno dei pochi quartieri di Port-au-Prince ancora liberi dal controllo delle gang. Il giorno precedente, un attacco all’Accademia Nazionale di Polizia è stato evitato grazie al pronto intervento della polizia stessa.

Il bilancio delle vittime di quest’anno è di 4.544 morti e 2.060 feriti ma le stime potrebbero essere superiori. A ciò si aggiungono circa 700.000 sfollati, di cui la metà bambini. Intanto, gli scontri a fuoco tra le bande e la polizia sono la causa di circa il 55% delle morti avvenute nell’ultima settimana. È stata registrata anche una crescita dei linciaggi di massa.

Le violenze hanno portato alle dimissioni del primo ministro non eletto, alla creazione di un Consiglio presidenziale di transizione e al dispiegamento della Multinational Security Support Mission (MSSM). Quest’ultima è attualmente composta da 416 soldati provenienti da Belize, Bahamas, Giamaica e Kenya. Alcuni Stati membri delle Nazioni Unite, USA in testa, ritengono che le forze armate estere dispiegate non sono abbastanza e che l’unico modo per ristabilire l’ordine sia inviare più soldati armati.

Proprio gli Stati Uniti hanno proposto di trasformare le MSSM in una “forza di pace” delle Nazioni Unite, ricevendo il sostegno di alcuni leader haitiani da un lato e l’opposizione di Cina e Russia dall’altro. Gli haitiani, d’altro canto, non sono grandi sostenitori dell’intervento delle Nazioni Unite: in passato, le forze dell’ONU sono state accusate di stupro e abusi sessuali mentre, nel 2010, una base di pace è stata fonte di un’epidemia di colera. E temono che l’ingerenza straniera, come già accaduto in passato, possa causare al Paese effetti negativi a lungo termine.

Intanto, il Consiglio presidenziale di transizione non sembra così stabile, infatti a causa di una spaccatura interna, il primo ministro Gary Conille è stato sostituito da Alix Didier Fils-Aime.

I gruppi armati hanno ormai il controllo dell’80% di Port-au-Prince mentre il Paese sta vivendo una grave crisi umanitaria dovuta alla carenza di cibo e acqua e la diffusione di malattie infettive. La situazione è resa ancora più drammatica dal collasso della sanità e dai continui attacchi agli operatori umanitari da parte della polizia: come scritto in aperturail 20 novembre, Medici Senza Frontiere ha dovuto sospendere le attività nella capitale per le minacce e gli attacchi subiti dallo staff e dai pazienti.

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06/08/2024

La violenza degli oppressi e i dilemmi della sinistra occidentale

di Fabio Ciabatti

Enzo Traverso, Gaza davanti alla storia, Editori Laterza, 2024, pp. 95, € 12,00. 

La violenza è l’unico modo per affermare la propria umanità da parte di chi subisce una brutale oppressione. Inutile fare appello alla sua essenza umana astratta, sferrare un pugno al volto del suo carnefice è l’unico mezzo per riacquisire la propria dignità. La violenza repressiva è la negazione dell’uguaglianza e quindi dell’umanità stessa. La violenza vendicatrice, all’opposto, crea uguaglianza, ma questa è soltanto negativa, un’uguaglianza nella sofferenza. Per questo, non bisogna mai dimenticarlo, uno dei compiti più difficili è trasformare la violenza sterile e vendicativa in violenza liberatoria e rivoluzionaria. Credo che questo sia un buon punto di partenza per chi vuole esprimere la doverosa e piena solidarietà con la lotta del popolo palestinese mantenendo allo stesso tempo uno sguardo lucido sulle posizioni in campo.

Queste considerazioni sulla violenza si possono trovare nel pamphlet Gaza davanti alla storia di Enzo Traverso, sebbene non appartengano direttamente all’autore che le riprende da Jean Améry, un sopravvissuto ai campi di sterminio della Seconda guerra mondiale. Si tratta di riflessioni che partono proprio dalla condizione dei prigionieri nei lager nazisti. Se qualcuno si scandalizzasse per il paragone tra i palestinesi perseguitati dal colonialismo sionista e gli ebrei vittime del genocidio hitleriano si deve notare che è lo stesso Améry che, riflettendo sugli scritti di Fanon, accosta “l’oppresso, il colonizzato, il detenuto del campo di concentramento, forse anche lo schiavo salariato sudamericano” nelle sue considerazioni sulla violenza.1

Il rovesciamento tra la vittima di ieri e il carnefice di oggi non è l’unica inversione di cui prende atto Traverso riflettendo sulla tragedia di Gaza. Definire i palestinesi come “animali umani” (come ha fatto ultimamente il ministro della difesa israeliano Gallant) o “scarafaggi drogati dentro una bottiglia” (come fece nel 1983 il capo di stato maggiore dell’esercito Eitan) rimanda immediatamente a stereotipi antisemiti importati in Medio Oriente. Questi “animali umani” che sgusciano fuori dai tunnel per colpire un esercito di occupazione, inoltre, non possono che evocare la tragica lotta degli ebrei nel ghetto di Varsavia nel 1943. La parte più estremista dell’attuale governo di Netanyahu, in aggiunta, apprezza esplicitamente la formula di “spazio vitale” israeliano applicata all’intera Palestina storica. Un apprezzamento che dimentica come questo concetto nasce per opera dei pangermanisti che consideravano le frontiere stabilite dal diritto internazionale come pure astrazioni, rivelatrici di un pensiero disincarnato di marca ebraica. Infine, sono proprio gli antisemiti dichiarati di ieri ad essere i più pronti a denunciare il presunto razzismo antiebraico di chi si oppone al sionismo (salvo continuare a coltivare in segreto i loro vecchi e osceni sentimenti, come ha mostrato l’inchiesta di Fanpage).

 Va bene, si dirà, queste sono sottigliezze intellettuali, mentre l’azione di Hamas è stata cosa ben più concreta. Si sarebbe trattato di un’azione terroristica, di più, di un pogrom, figlio di una concezione fondamentalista e, al fondo, antisemita dell’organizzazione palestinese. Di fronte a queste accuse, bisogna osservare che l’attacco di Hamas non può essere definito un pogrom, se le parole devono avere un significato determinato. Perché Hamas non è al potere in uno stato in cui gli ebrei sono una minoranza oppressa, come nella Russia zarista. È evidente che l’utilizzo del termine pogrom serve solo a marchiare l’organizzazione islamica con lo stigma dell’antisemitismo.

 Ma si può parlare di terrorismo? Traverso sostiene di sì perché l’attacco di Hamas aveva l’esplicito intento di rovesciare sulla popolazione israeliana il terrore vissuto per decenni dai palestinesi. Per questo motivo non esita a condannare questa azione. Lo ripete più volte. L’oppressione subita non giustifica l’eccidio di civili innocenti così come “la profonda paura esistenziale” degli ebrei, che nasce dalla lunga storia dell’antisemitismo culminata nella Shoah, non rende Israele ontologicamente innocente. 

Eppure, non si può assolutamente parlare di ragioni opposte ed equivalenti. È vero che quelle dei palestinesi e degli israeliani, come sostiene Edward Said citato da Traverso, sono memorie incrociate che si ignorano e si negano a vicenda: la prima è incentrata su una vicenda storica fatta di espropriazione, sradicamento, espulsione dalla propria terra, occupazione e privazione dei propri diritti; la seconda sulla conquista dell’indipendenza, sulla riappropriazione di una terra cui si avrebbe diritto per decreto biblico e sul riscatto da parte di un popolo di vittime. Ma da queste memorie opposte nascono azioni che, ripetiamolo insieme allo storico italiano, non possono essere considerate equivalenti: l’esistenza di un esercito di occupazione è in sé condannabile, mentre le azioni della resistenza sono di per sé legittime, anche quando sono violente, salvo poter essere criticate per gli specifici mezzi che di volta in volta sono utilizzati.

Il fatto è che la questione della violenza degli oppressi e degli sfruttati è oramai diventata un tabù e fa bene Traverso a richiamarla in tutta la sua crudezza.

Decenni di politiche memoriali focalizzate quasi esclusivamente sulla sofferenza delle vittime, tese a presentare la causa degli oppressi come trionfo dell’innocenza, hanno eclissato una realtà che appariva ovvia in altri tempi. Gli oppressi si ribellano ricorrendo alla violenza e la loro violenza non è bella né idilliaca, talvolta è anzi raccapricciante.2

È falso pensare che i movimenti di liberazione e il terrorismo siano due fenomeni privi di relazioni. Per quanto deplorevole, sostiene Traverso, l’uccisione di civili è sempre stata l’arma dei deboli nelle guerre asimmetriche: questo è stato vero per il Fronte di liberazione nazionale in Algeria, per i vietcong in Vietnam, per l’African National Congress di Mandela in Sud Africa, per l’OLP di Arafat prima degli accordi di Oslo e anche per l’organizzazione ebraica Irgun prima della nascita di Israele.

Marco Revelli, recensendo il testo di Traverso, ha negato l’analogia tra questi esempi storici e l’attacco di Hamas perché in quest’ultimo ci sarebbe qualcosa che va oltre il massacro di civili innocenti: c’è la ricerca consapevole della rappresaglia indiscriminata di Israele contro la stessa gente di Gaza, la deliberata provocazione del martirio di massa come strumento di propaganda e di proselitismo.3 La questione è certamente importante, ma nel testo di Traverso si risponde in anticipo a questa obiezione. L’autore di Gaza davanti alla storia cita infatti Giorgio Bocca il quale, affrontando il tema del terrorismo della lotta partigiana in Italia contro i nazi-fascisti, parla di “un atto di moralità rivoluzionaria” finalizzato a provocare e inasprire il terrorismo dell’occupante. Si tratta, sostiene ancora Bocca, di “autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E una pedagogia impietosa una lezione feroce”.4 

Insomma, è necessario abbandonare le ingenue illusioni in cui la sinistra occidentale si culla troppo facilmente:

La linea di demarcazione tra il terrorista e il combattente non è sempre chiara; le due figure si sovrappongono. L’immagine sublime del combattente come eroe immacolato è un mito; quella stereotipata del terrorista come bruto, fanatico, esaltato e crudele, inebriato dalla hybris della morte e del sangue, è altrettanto falsa.5

L’immagine di Hamas come un esercito di belve assetate di sangue contrapposto alla visione dello stato di Israele come un’isola democratica in mezzo all’oceano oscurantista del mondo arabo fa parte di un arsenale ideologico che attinge a piene mani all’orientalismo di cui ci parla Edward Said, sempre citato da Traverso. I suoi assiomi, storicamente essenziali per l’autodefinizione dell’Occidente in contrapposizione all’Oriente, sono rimasti i medesimi: civiltà contro barbarie, progresso contro arretratezza, illuminismo contro oscurantismo. La cosa singolare è che gli ebrei per secoli hanno rappresentato l’Oriente interno nel mondo Europeo. Con la fondazione dello stato di Israele hanno invece attraversato la “linea del colore”: sono diventati bianchi (compresi gli israeliani di provenienza non occidentale, di cui è stato di fatto cancellata la storia) in contrapposizione al mondo musulmano che, a seguito delle dinamiche migratorie, è diventato il nemico interno (oltre che esterno) per eccellenza, oggetto di razzismo sistemico. L’immaginaria dicotomia ontologica istituita dall’orientalismo, aggiunge però Traverso, oggi muta di segno: se nel XIX secolo l’Occidente pretendeva di diffondere la civiltà attraverso le sue conquiste, oggi si sente una fortezza assediata. E per questo diventa più feroce, fino al punto di non farsi scrupolo di perpetrare un genocidio trasmesso in diretta attraverso la TV e i social. 

L’utilizzo del concetto di genocidio è fonte di infinite polemiche, anche nella sinistra radicale. Traverso, sulla base della definizione della Convenzione sulla prevenzione e repressione del crimine di genocidio del 1948 e della sentenze della Corte internazionale di giustizia dello scorso gennaio, sostiene che è pienamente legittimo. Personalmente ritengo questo dibattito un po’ stucchevole, a maggior ragione dopo le ultime catastrofiche previsioni della rivista The Lancet (che ovviamente non possono essere prese in considerazione da Traverso): tenendo conto dei morti accertati fino all’inizio di luglio 2024 e delle immani e deliberate distruzioni di tutte le infrastrutture civili di Gaza, si può stimare, prudenzialmente, che ci saranno fino a 186.000 decessi dovuti direttamente e indirettamente alla guerra, pari al 7,9% della popolazione della Striscia.

Per evitare inutili polemiche si può aggiungere che lo sterminio dei palestinesi non è un obiettivo in sé per Israele perché il fine ultimo dello Stato ebraico è la pulizia etnica della Palestina storica. C’è dunque una differenza significativo rispetto a quanto avvenne agli ebrei sotto la Germania nazista. Ma, è questo il punto messo in evidenza da Traverso, occorre superare un immaginario popolare per il quale un genocidio “deve assomigliare all’Olocausto per meritare questo titolo”. Diversi possono essere i mezzi (proiettili, camere a gas, machete, carestie provocate o non contrastate, bombardamenti sistematici pianificati dall’intelligenza artificiale) e gli obiettivi (sterminio con motivazioni razziali, conquista e sottomissione, sostituzione di una popolazione autoctona). Nel caso specifico, non essendoci le condizioni concrete per un esodo di massa forzato della popolazione, sia per la resistenza palestinese sia per l’ovvia indisponibilità degli stati limitrofi, la pulizia etnica, se perseguita fino in fondo, tende inesorabilmente a trasformarsi in un genocidio.

Seppur ammettiamo la possibilità di un esito estremo delle azioni belliche di Israele, non dobbiamo comunque riconoscere che il massacro di Gaza è una guerra riparatrice di fronte all’improvvisa apparizione del male, alla fulminea esplosione di odio rappresentata dall’attacco del 7 ottobre? Insomma, per quanto terribile sia la risposta dello stato ebraico non siamo di fronte a una colpa che si configura al massimo come eccesso di difesa? La cattiva coscienza dell’Occidente qui si esprime alla massima potenza. Il 7 ottobre, qualsiasi cosa si pensi della legittimità dei mezzi utilizzati da Hamas,  è “una tragedia metodicamente preparata da chi vorrebbe oggi indossare i panni della vittima”6 ci dice Traverso snocciolando i dati di una triste contabilità che non può lasciare adito a dubbi: tra il 2008 e il 6 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso più di 6.300 palestinesi, di cui oltre 5.000 a Gaza, ferendone 158.440, mentre le vittime israeliane delle azioni di Hamas e altri gruppi palestinesi sono state 310 e i feriti 6.460; nel solo 2023, fino al 6 ottobre, Tsahal aveva ucciso aveva ucciso 248 palestinesi nei territori occupati e ne aveva arrestati 5.200.

E non è tutto. Ci sono altri numeri che smascherano l’ipocrisia di chi oggi, dopo anni di oblio, torna a parlare della soluzione a due stati per il cosiddetto conflitto israelo-palestinese: “Dopo l’annessione di Gerusalemme, in cui sono stati trasferiti almeno 200.000 coloni, l’insediamento di altri 500.000 in Cisgiordania e la distruzione di Gaza, l’ipotesi di due stati è diventata oggettivamente impossibile”.7 Questi dati testimoniano in modo incontrovertibile che Israele ha sistematicamente boicottato gli accordi di Oslo che avrebbero dovuto portare alla creazione dello stato palestinese con l’obiettivo di affossare per sempre le rivendicazioni dei palestinesi. 

Ma quali sono queste rivendicazioni? From the river to the sea Palestine will be free recita uno dei più famosi slogan che i media mainstream si ostinano a considerare antisemita perché alluderebbe a una cacciata degli ebrei dal loro stato. E se il suo significato fosse completamente diverso? Se esso ci prospettasse l’idea di un unico stato laico e binazionale, in grado di garantire a tutti i cittadini ebrei e palestinesi uguali diritti, come sosteneva vent’anni fa Edward Said? Un’idea che certamente non era il solo a sostenere. 

Il progetto di uno stato federale binazionale è stato a lungo quello dell’OLP e di una corrente della sinistra israeliana antisionista, il Matspen. Prima della nascita di Israele, esso era al centro di un movimento allora conosciuto come ‘sionismo culturale’.8

Oggi questa prospettiva appare quanto mai lontana. Eppure, sostiene Traverso, rimane più credibile della ipotesi, strumentalmente resuscitata dai paesi occidentali, dei due stati che, a parte il suo esplicito rifiuto da parte di una recente risoluzione del parlamento israeliano, richiederebbe una pulizia etnica incrociata dei rispettivi territori. “La storia è fatta di pregiudizi che vengono abbandonati e che a posteriori appaiono come stupidi anacronismi. A volte le tragedie servono ad aprire nuovi orizzonti”9, commenta Traverso facendo appello a una buona dose di ottimismo della volontà. 

Avviandoci alle conclusioni, bisogna ammettere senza ipocrisie che in mancanza dell’attacco del 7 ottobre il progetto di cancellare la questione palestinese dall’agenda internazionale attraverso la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i paesi arabi sarebbe andato avanti senza particolari ostacoli. Una circostanza che impedisce di sottovalutare il ruolo di Hamas, nonostante tutte le riserve che si possono avere nei confronti dell’organizzazione islamica.

Il massacro del 7 ottobre va condannato e l’ideologia fondamentalista dei suoi esecutori può certamente essere criticata, ma negare l’appartenenza di Hamas alla resistenza palestinese invocando la sua natura terroristica non è serio ne utile.10

In sede di commento, bisogna notare che Hamas non è solo parte della resistenza. Come afferma perentoriamente Jodi Dean in un articolo che le è costato il sollevamento dai suoi compiti di insegnamento nei democratici Stati Uniti: La lotta per la liberazione palestinese oggi è guidata dal Movimento di Resistenza Islamico – Hamas. Hamas è sostenuto dall’intera sinistra palestinese organizzata”.11 In realtà, per quanto se ne possa capire dall’esterno, la situazione della sinistra sembra più articolata. Quel che si può dire con ragionevole certezza e che, nell’ambito delle formazioni progressiste palestinesi, esiste una parte che “si schiera con le forze islamiche sul piano della resistenza condivisa all’anticolonialismo, ma prende le distanze sul piano dell’agenda sociale, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP)”.12 Si tratta di una posizione che appare basata sulla convinzione che per competere con gli islamisti occorre farlo nella resistenza. Non chiamandosene fuori. E dunque insieme ad Hamas che oggi è l’organizzazione militarmente e politicamente più forte. Un ragionamento che potrebbe far pensare ai comunisti iraniani che nel 1979 parteciparono attivamente alla rivoluzione in Persia per poi essere massacrati dalle forze di Khomeini. Un precedente storico che non è destinato per necessità a ripetersi, ma che rappresenta un monito da tenere in dovuta considerazione.

Queste riflessioni sono veramente troppo parziali per ambire a chiudere il discorso. Vogliono piuttosto mettere in luce quali sono i problemi che abbiamo di fronte. E forse, da un punto di vista concettuale, il problema più grosso oggi è rappresentato dal fatto che la crisi dell’egemonia occidentale ci costringe a rivedere molte delle nostre posizioni. Il socialismo, la laicità, l’universalismo umanista ecc. entravano nelle lotte dei popoli colonizzati al seguito delle merci e dei capitali che invadevano le loro terre. Sembra che oramai l’Occidente abbia molto di meno da offrire sia sul piano delle idee che su quello materiale. Franz Fanon, in una fase storica molto diversa da quella attuale, ammoniva i popoli in lotta contro il colonialismo che il nazionalismo “se non si trasforma molto rapidamente in coscienza politica e sociale, in umanesimo, porta a un vicolo cieco”.13 Possiamo ancora considerare attuale questo avvertimento? Di certo, se esso deve valere ancora oggi, abbiamo bisogno di un umanesimo e di una coscienza politico-sociale ben più articolate di quanto abbiamo pensato in passato, capaci di accogliere la complessità di un mondo che oramai presenta differenti e divergenti configurazioni spazio-temporali dello sviluppo capitalistico. Anche se questa complessità più che una forma di multipolarismo oggi produce una sorta di caos sistemico foriero di foschi scenari bellici.

E tutto quanto detto vale a maggior ragione in Palestina se vogliamo arrivare a una qualche soluzione che eviti esiti terrificanti come pulizia etnica e genocidio. La resistenza armata dei palestinesi è un passaggio ineludibile in questo processo. Ma non bisogna mai dimenticare che uno dei compiti più difficili è trasformare la violenza sterile e vendicativa in violenza liberatoria e rivoluzionaria.

Note

  1. Cfr. Enzo Traverso, Gaza davanti alla storia, Editori Laterza, 2024, pp. 64-65. 

  2. Ivi, p. 65. 

  3. Marco Revelli, Traverso, Gaza davanti alla storia,
    https://www.doppiozero.com/traverso-gaza-davanti-alla-storia. 

  4. Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza, 1966, p. 135. 

  5. E. Traverso, Gaza davanti alla storia, cit. p. 70. 

  6. Ivi, p. 13. 

  7. Ivi. p. 82-83. 

  8. Ivi, p. 88-89. 

  9. Ivi, p. 88. 

  10. Ivi, p. 72. 

  11. Jodi Dean, Palestine speaks for everyone,
    https://www.versobooks.com/blogs/news/palestine-speaks-for-everyone.  

  12. Abdaljawad Omar, La questione di Hamas e la sinistra
    https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/28323-algamica-la-questione-palestinese-oggi-e-la-crisi-della-sinistra-occidentale.html.

  13. Frantz Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 2007. p.137.

Fonte

03/06/2024

Messico - Claudia Sheinbaum sarà la prima donna presidente della storia

La coalizione guidata dalla candidata della sinistra, Claudia Sheinbaum prevale nel governatorato dello Yucatan e nelle città di Jalisco e Veracruz. Vittoria completa a Città del Messico di cui la Shenbaum era stata sindaco.

Inoltre, si aggiungono le vittorie dei governatorati di Morelos e Puebla. Chiapas e Tabasco. È una “differenza contundente”, ha affermato Delgado.

Secondo il conteggio rapido pubblicato dall’Istituto nazionale elettorale Claudia Sheinbaum ha ottenuto un consenso sopra al 50 per cento dei voti. Il divario con la sua principale rivale, Xochitl Galvez della coalizione di partiti di centro e di destra, è più del 25 per cento.

Dopo la chiusura dei seggi elettorali a livello nazionale, El Financiero ha presentato i risultati di un exit poll che dava Claudia Sheinbaum come vincitrice delle elezioni presidenziali del 2024, per succedere al presidente Andrés Manuel López Obrador.

“Ciò che questo exit poll a livello nazionale proietta indica Claudia Sheinbaum come vincitrice nella corsa presidenziale negli exit poll di EL Financiero, non c’è differenza che ci faccia dubitare all’interno del margine di errore, quindi c’è una proiezione con maggiore chiarezza”, ha detto il direttore dell’indagine di El Financiero.

In gioco c’erano due diversi modelli di paese: da un lato il ritorno al neoliberismo, dall’altro l’umanesimo messicano del presidente uscente Obrador, che negli ultimi anni ha funzionato perché ha minato le cause strutturali dell’ingiustizia sociale, e che la Sheinbaum promette di continuare. Gli indicatori mostrano una riduzione della povertà dal 41,9% nel 2018 al 36,3% nel 2022, il che significa che più di 5,1 milioni di persone sono uscite dalla povertà, sia nelle regioni ricche che in quelle emarginate del Sud.

Le elezioni messicane si sono svolte regolarmente anche se non sono mancati episodi di violenza politica in uno dei paesi più violenti dell’America Latina.

Un candidato alle amministrative a Cutzeo, nello stato di Michoacan, Israel Delgado, 35 anni, è stato assassinato a colpi di arma da fuoco sabato sera vicino a casa sua. 84 seggi sono rimasti chiusi per via della violenza legata alle bande criminali. Almeno 222 seggi, di cui 108 in Chiapas, non hanno aperto per problemi di sicurezza.

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17/05/2024

L’agguato sionista a Chef Rubio, un “salto di qualità” in una storia immonda

Ad ottobre era toccato all’attivista italo-palestinese Karem Rohana, aggredito al suo ritorno all’aeroporto di Fiumicino.

Poi c’era stata la “parata in piazza” a Porta San Paolo alla manifestazione del 25 aprile con lanci di petardi e oggetti contro i manifestanti, intimidazioni ai giornalisti, minacce verbali contro le donne che manifestavano per la Palestina.

Poi c’era stato il raid di un commando all’università La Sapienza, a volto coperto, che ha vandalizzato in pieno pomeriggio la targa dedicata al professore Tayeh alla facoltà di Fisica e imbrattato con scritte “Israel” e stelle di Davide il muro all’entrata.

Giovedì mattina ad uno studente di un liceo romano attivo sulla causa palestinese è stata fatta trovare una banconota israeliana davanti la porta dell’abitazione.

Adesso il pestaggio a sangue di Chef Rubio, sotto casa e dopo aver sabotato il cancello d’ingresso per avere la certezza di trovarlo fermo. Una tecnica da terrorismo urbano...

Difficile non prendere in considerazione la creazione di squadre d’azione, appositamente selezionate in base al tasso di fanatismo sionista, tra le comunità ebraiche della diaspora. Proprio quelle pianificate dal ministro della Sicurezza israeliano, Itamar BenGvir, contro gli attivisti palestinesi e filopalestinesi nei paesi dove sono in corso le mobilitazioni.

Le conseguenze le abbiamo cominciate a vedere all’università di Los Angeles, a Science Po di Parigi e in quella di Amsterdam.

Difficile dimenticare quel “vi veniamo a prendere”, facendo nomi e cognomi (lo stesso Chef Rubio – indicato come “cuochi che pubblicano post antisemiti” – e i professori D’Orsi e Orsini) pronunciato da Riccardo Pacifici, esponente di spicco della Comunità ebraica di Roma, e vice-presidente della European Jewish Association, alla manifestazione pro-Israele all’Arco di Tito del 10 ottobre 2023.

Guarda, ascolta e verifica nel video dal minuto 1:20.

Difficile “equivocare”, “estrapolare”, “fraintendere”. Se alle parole di Pacifici seguono atti concreti, proprio contro quelle persone indicate per nome e cognome, in uno Stato normale sarebbe già, quantomeno, tra gli indagati per questa aggressione e delle altre sicuramente in preparazione.

Già negli anni scorsi la Questura aveva ricevuto un – purtroppo – ampio dossier sulle numerose e ripetute aggressioni dei gruppi sionisti a Roma contro palestinesi e attivisti solidali con la Palestina, fino a quella del 25 Aprile 2014, alla partenza dal Colosseo della manifestazione, dopo la quale il movimento per la solidarietà con il popolo palestinesi decise che non avrebbe più permesso intimidazioni in piazza il 25 Aprile senza tenere testa ai sionisti.

Se il ministero degli Interni volesse indagare sulle “fonti della violenza” intorno alle manifestazioni pro e contro la Palestina saprebbe dove cercare, lo ha sempre saputo.

Ma non lo ha mai fatto, praticando anche sul piano interno quella logica dell’impunità di cui Israele ha goduto fino ad oggi sul piano internazionale. Non si vedono peraltro grandi differenze nello schieramento sedicente “democratico” che sta osservando, anche su questa aggressione, il più assoluto silenzio.

E dire che questo agguato – per la tecnica usata, per la notorietà della vittima, per l’entità delle ferite causate – è certamente il più grave atto di “violenza politica” da diversi anni a questa parte.

Per l’establishment l’unico problema sono gli studenti che si mobilitano contro il genocidio dei palestinesi e per bloccare le complicità con lo Stato di Israele. I complici del genocidio si vedono anche da queste “priorità”.

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16/05/2024

Slovacchia - L'attentato a Fico è figlio anche dell'odierna narrativa liberale

di Francesco Dall'Aglio

Da un lato, eviterei di dare troppa importanza politica all'attentato subito da Fico. L'attentatore, al di là della su affiliazione politica, è una persona abbastanza marginale e certo non è stato "pagato dalla CIA".

Dall'altro, è innegabile che una certa retorica giacobina, con il Bene, la Giustizia, il Progresso e la Ragione in lotta mortale contro le tenebre della Tirannia e dell'Ancien Régime, non può portare e non porterà a nulla di positivo.

Intanto, a Tbilisi sono sbarcati i Ministri degli Esteri di Estonia e Lituania, ed eccoli qui che manifestano contro il governo georgiano. Tutto in regola.

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Sull'attentato a Fico, quanto ha scritto Dall'Aglio è particolarmente sensato. L'oltranzismo retorico liberale si presta a inquadrare anche l'aggressione a Rubio e più in generale, il clima di violenza montante in Occidente, che è determinato dal modo con cui il capitale tenta di rallentare la propria crisi.

Peraltro, la situazione è verosimile che andrà a peggiorare quando si "raffredderanno" i fronti di guerra in Ucraina e Palestina. In quel momento, è possibile che parte dei nazisti ucraini e dei sionisti congedati dalla prima linea, ce li ritroveremo nelle nostre strade e in larga parte fuori dal controllo di chi li ha costruiti e mossi per il proprio interesse.

Purtroppo non si tratta di nulla di nuovo, lo stesso copione è stato già seguito con il fondamentalismo islamico, a partire dall'intervento sovietico in Afghanistan arrivando all'ISIS.

15/05/2024

La crisi dell’imperialismo Usa, dall’interno e dall’esterno

A più di sette mesi di distanza dal "Diluvio di Al-Aqsa" del 7 ottobre 2023, continua lo sforzo titanico dei media mainstream per una spiegazione mite, edulcorata degli immani crimini compiuti e ancora in corso a Gaza da parte israeliana. Non sembrano sufficienti le quarantamila vittime palestinesi e la totale devastazione urbana nella Striscia a scuotere la coscienza dei produttori di informazione al soldo dell’atlantismo.

Segnali più autentici di rifiuto e contrasto a quest’ordine di cose provengono dall’imponente movimento degli accampamenti universitari che si oppone a programmi collaborativi con Israele, esprimendo sostegno all’indomita resistenza palestinese.

Una delle sfide comunicative più rilevanti da quel sabato mattina di ottobre è stata una normale opera di contestualizzazione storica e politica di quegli atti resistenti. Contro di essa si è attivato infatti l’ampio uso di una narrativa che di colpo cancellava un secolo di occupazione, crimini, reati, apartheid operati da Israele. Ancor più sfocata è apparsa la collocazione delle crisi contemporanee all’interno del quadro geopolitico con il protagonismo degli interessi imperialisti degli Stati Uniti d’America per un mondo unipolare sottoposto al loro dominio.

Ritornano perciò utili, quasi profetiche, le parole che vent’anni fa pronunciava il politologo ed economista Samir Amin “Il progetto di dominio degli Stati Uniti – con l’estensione delle dottrine Monroe all’intero pianeta – è sproporzionato. Questo progetto che, sin dal crollo dell’Urss nel 1991, individuo come Impero del caos si scontrerà fatalmente con l’insorgere di una crescente resistenza delle nazioni del vecchio mondo indisponibili ad essere assoggettate. Gli Stati Uniti dovranno allora comportarsi come un “Stato canaglia” per eccellenza, sostituendo il diritto internazionale con il ricorso alla guerra permanente (a partire dal Medio Oriente, ma puntando oltre, alla Russia e all’Asia), scivolando sulla china fascista”.

Di tali aspetti, abbiamo inteso parlarne con Matteo Omar Capasso, ricercatore in Relazioni Internazionali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e la Columbia University di New York. Capasso è editor della rivista specializzata di settore Middle East Critique.

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Dottor Capasso, gli eventi di Al-Aqsa Flood del 7 ottobre e la recente reazione dell’Iran contro Israele del 13 aprile scorso hanno evidenziato la natura vigorosa della resistenza contro l’imperialismo capitalista a guida Usa in Medio Oriente. Tale progetto di supremazia globale mostra segni di debolezza. Tuttavia, è lo stesso Marx a ricordarci quanto non sia vero che le crisi capitalistiche portino alla caduta del sistema stesso, rimarcando la capacità del capitale di riorganizzazione e quindi rafforzarsi. È però anche vero che l’impero si confronta con sistemi economici emergenti che mirano all’autonomia dal dollaro statunitense. Vuole commentare la manifesta crisi e debolezza dell’imperialismo Usa e come tale scenario sia legato alle guerre attuali?

Viviamo un periodo di cambiamento epocale da un punto di vista dell’analisi dialettica storico-materialista. Sicuramente, è un momento di trasformazione dell’impero, del progetto americano di dominio e controllo mondiale. È un periodo di crisi dovuto a molteplici fattori.

Questo, però, non deve autorizzarci a parlare di una situazione di chiaro declino delle mire degli Stati Uniti, ritenendoli prossimi a una sonora sconfitta. I momenti di trasformazione sono molto turbolenti e ritorna sempre utile il monito gramsciano per cui “la crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Tuttavia, analizzando gli eventi, una delle cause principali del declino è insita nel capitalismo stesso, con un cambio di natura qualitativa interna all’imperialismo americano, dovuto alla finanziarizzazione del capitalismo. Vi è sempre più necessità di estrarre profitti in dimensioni temporali sempre più accorciate e questo conduce alla bulimia della finanza, del capitalismo con ovvie ricadute riguardanti i processi di militarizzazione che osserviamo. Esistono sempre le condizioni per estrarre profitto. Solo che tali operazioni necessitano di intervalli di tempo molto più brevi e quindi anche molto più violenti.

Appare chiara una nefasta sinergia tra urgenza performativa ed estrazione del profitto. In questa fase storica, con un progetto americano imperialista influenzato dall’esigenza finanziaria, qual è il ruolo della politica?

È chiaro che ciò a cui facevo cenno ha conseguenze di carattere politico. Non è più possibile pianificare e conseguire una visione politica di lunga durata. In tali condizioni, gli Stati Uniti fronteggiano un progetto di natura diversa, quello cinese, che è emerso dopo tanti anni creandosi uno spazio di autonomia, ma anche di riferimento per il Sud del mondo e altri Paesi ancora che intendono agire e confrontarsi operando in un nuovo sistema.

La Cina ha dunque definito uno spazio di autonomia all’interno del quale governa il proprio sviluppo mantenendo pieno controllo sulla sovranità nazionale e sui propri capitali. Ha di fatto creato la possibilità, simbolica ma fondamentale perché storicamente sconfitta dall’imperialismo americano come in Sudamerica o proprio nel caso del progetto di socialismo arabo, di un nuovo modello di sviluppo perseguibile, qualitativamente diverso da quello degli Stati Uniti.

A tal proposito, mi vengono in mente le pagine di Adam Smith a Pechino di Giovanni Arrighi. La Cina utilizza lo strumento del mercato all’interno di un sistema politico non capitalista dove però la politica mantiene tutta la sua centralità. Ciò ha determinato condizioni differenziali che mettono in crisi il sistema americano che invece ha prodotto risultati disastrosi a partire, come lo stesso Arrighi sottolinea, dall’aggressione all’Iraq del 2003, aggravati poi dalla successiva invasione di quei territori.

In sostanza, siamo in un momento storico di trasformazione dell’imperialismo americano dovuto non solo a una sua crisi interna ma anche all’ascesa e alla costruzione di nuove formazioni sociopolitiche come Cina, quindi Brics, e altri ancora.

La crisi dell’imperialismo sembra innescare la corsa agli armamenti e la produzione di guerre per rivitalizzare flussi e processi economici. I leader occidentali, ormai più familiari con slogan populisti ed elettorali che non con strategia e teoria politica, sono assolutamente proni alle esigenze della finanza e dell’industria bellica. Il motore della spesa militare gira dunque a pieno regime e le politiche internazionali sono concentrate su ricerca e allocazione di immense risorse per alimentare i famelici bisogni dell’operatività NATO. Quali considerazioni sono possibili a riguardo?

Sarebbe ovviamente sbagliato credere che, per il progetto imperialista americano, l’aspetto militare sia stato meno importante in passato. È vero però che è in atto una trasformazione con l’intensificazione della struttura di accumulazione di capitale mediante guerra e distruzione in quanto tale. Adesso non si distrugge per causare cambi di regime ma si procede alla devastazione proprio con quello scopo: radere al suolo, uccidere.

Parliamo di una violenza che rappresenta il fine stesso delle operazioni che vengono progettate e attuate. Questo dovrebbe generare grande preoccupazione anche qui in Occidente, perché la violenza così costantemente prodotta e che diventa elemento fondamentale per la continua estrazione del capitale colpisce, al momento, le classi lavoratrici del Sud del mondo ma, persistendo, arriverà a espandersi molto oltre i teatri di guerra attuali.

La guerra conferma più che mai la sua centralità nelle scelte politiche imperialiste...

Sì, perché si vuole creare quello stato di emergenza caratterizzato da un correlato ideologico e politico favorevoli all’adozione di tipiche misure che, soprattutto nel Nord del mondo, sono strettamente legate a una consistente riaffermazione del fascismo. D’altra parte, però, circa la valutazione del momento attuale, vale la pena ricordare le evidenti divisioni che si manifestano negli stessi ambienti marxisti.

Ad esempio, per quel che concerne le opposte interpretazioni sulla risposta militare che impegna il progetto imperialista verso la Russia intervenuta in Siria per proteggerne la sovranità nazionale o in Ucraina per contrastare l’espansione della NATO. Lo stesso dicasi per gli eventi in corso in Niger, anche questi dipendenti dall’intervento NATO del 2011, collegato a quello che venne attuato in Libia.

È ovvio che con riferimento all’interpretazione dell’intervento russo in Siria o in Ucraina si scoperchia un vaso di Pandora con posizioni tra loro parecchio distanti: c’è chi, come Emiliano Brancaccio, parla di “guerra capitalista” con tutte le parti coinvolte che sono infine interessate alla guerra. Altri, invece, scorgono negli eventi in atto l’intervento necessario per contrastare e fermare gli aggressivi appetiti della struttura imperialista americana.

A riguardo è bene evidenziare che ci troviamo al cospetto di una struttura gerarchica con l’imperialismo americano all’apice che genera una risposta non solo economica ma anche militare da parte dei paesi del Sud del mondo: ci si sta giocando il futuro in questo momento e se la risposta di Europa e Stati Uniti è la delega all’azione NATO non c’è da essere ottimisti.

Numerosi dossier attestano i punti di convergenza tra Russia, Cina e Iran. Vale la pena ricordare l’intenso tessuto relazionale e di cooperazione economica e militare che si è sviluppato tra questi Paesi, suggellato dalla cornice dell’iniziativa eurasiatica della Shanghai Cooperation Organization con un modello multilaterale e articolato, dove comuni interessi non collidono però con le peculiarità di ogni singola entità statale. Nonostante la complessa articolazione di interessi e culture, è immaginabile la costituzione di un fronte comune contro l’avanzata imperialista?

Assolutamente. Allo spazio di autonomia creato dalla Cina, si associa quello operato dalla Russia. Quest’ultima sta subappaltando la produzione di armi a Stati come l’Iran condividendo brevetti e know-how permettendo così all’Iran di dotarsi di mezzi militari evoluti. La Cina ha poi mantenuto una posizione senza compromessi sull’economic warfare fornendo appoggio economico all’Iran per far sì che riuscisse ad affrontare gli ostacoli posti dalle sanzioni internazionali.

Lo spazio di autonomia generatosi fa sì che gli interessi di questi Paesi si incrocino produttivamente nel confronto con l’impero pur non essendoci di fatto un’agenda specifica con punti predeterminati d’azione.

È molto rilevante l’ascesa di tali formazioni sociopolitiche con spazi di autonomia che esse stesse creano e presidiano. Può la convivenza di eterogeneità, differenze di valori, culture e tradizioni nel suo multipolarismo avere efficacia antimperialista?

C’è una componente filosofica della questione nella tensione tra universale e particolare. È possibile portare avanti un progetto universale di prosperità, di uguaglianza e di giustizia riconoscendo però all’interno di questo l’eterogeneità delle varie formazioni storiche e sociopolitiche che vi concorrono.

Di fatto, se si vuole, è lo spirito stesso delle grandi organizzazioni internazionali. Sotto l’imperialismo ciò non avviene perché formazioni particolari non vengono riconosciute a meno di una loro integrazione subordinata a seguito di “democrazia” imposta con le bombe. Ma anche l’arroganza, il senso di superiorità di certo marxismo occidentale non aiuta.

Sarebbe necessario unirsi attorno a certi valori nel rispetto dell’eterogeneità e delle varie traiettorie storiche e regionali. In questo senso, la Palestina sta offrendo esempio con grande chiarezza a tutte le forze progressiste del mondo: siamo in un momento storico dove bisogna effettivamente riconoscere che le forze che portano avanti una resistenza che mobilizzi l’Islam sono concretamente progressiste e in lotta per la Liberazione Nazionale.

Lo stesso Fidel Castro, in una delle sue interviste, sottolineò come i socialisti avessero sottostimato i poteri della nazione e della religione che non possono a priori essere trascurati per precetti teorici: la necessità, la riconfigurazione materiale di un socialismo in questi territori non può prescindere dall’ombrello dell’Islam. E le due cose devono avvenire insieme, anche perché il rischio sarebbe quello dell’instaurazione di Stati islamici di carattere borghese.

Nello scenario contemporaneo, cosa rappresenta Israele per le mire imperialiste Usa?

In Medio Oriente, l’entità sionista-Israele è l’avamposto militare degli Usa nella regione. Economia e apparato militare israeliani sono stati supportati dalla finanza americana con circa 260 miliardi di dollari versati tra il 1943 e il 2023 come testimoniato da un’analisi effettuata dallo stesso Congresso Usa. E ciò non considerando i vari prestiti costanti nel tempo e le garanzie su essi maturate ed estese a Israele che valgono ulteriori milioni e aggiuntivi pacchetti militari.

È sufficiente pensare che il solo Obama, ex presidente ritenuto tra i più liberal nel ruolo, ha fornito a Israele uno dei pacchetti di finanziamento più ingenti pari a circa 38 miliardi.

Israele è dunque, senza dubbio, un avamposto militare. Qual è la sua funzione? Ovviamente, non quella di raggiungere terre dove riportare la parola del Messia. Fondamentale è invece la materialità del suo progetto: controllare flusso e accesso al petrolio non tanto per il petrolio in sé al pari di una commodity, ma per far sì che i fatturati derivanti dal petrolio non contribuiscano a tracciare percorsi politici e territoriali sganciati dall’imperialismo americano.

Israele è stato ed è fondamentale per la distruzione dei progetti progressisti interni alla regione, come avvenuto al tempo delle istanze promosse dal socialismo arabo e, ora, con le azioni dell’Asse della Resistenza.

A tal proposito, il 7 ottobre ha evidenziato una salda coesione tra le varie fazioni palestinesi sia nell’approccio teorico che nella prassi resistente. Come si realizza tale intesa tra forze come Hamas e Jihad islamico che si rifanno ai valori esplicitamente religiosi dell’Islam con quelle, ad esempio, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di tradizione marxista?

Sul piano dell’approccio teorico e dell’analisi storico-materialista, va subito detto che, quando si valuta il cosiddetto Sud del mondo va smantellata la tipica arroganza del marxismo occidentale dell’“adesso vi spieghiamo noi cosa sia il socialismo”. Sulla coesione della resistenza palestinese, è fondamentale la sua natura eterogenea e la storia su cui si fonda che vale la pena di ricordare seppur sommariamente.

Il comunismo aveva giocato un ruolo decisivo nella lotta contro il nazismo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’ondata di decolonizzazione in Africa e in Asia, numerosissime colonie raggiungono la loro indipendenza almeno a livello formale. Nella regione araba, l’Egitto sotto la guida di Gamal Abdel Nasser porta avanti la rivoluzione del ‘53 che insisteva sull’indispensabile unità e autonomia della regione stessa dalla dominazione americana. Tale progetto richiedeva la liberazione senza compromessi della Palestina.

Nel progetto ideologico del panarabismo che conciliava componenti laiche, religiose, socialiste e identitarie arabe, la liberazione della Palestina era cruciale. Israele veniva quindi individuato come avamposto militare del colonialismo britannico prima e dell’imperialismo americano poi. Nel corso degli anni, con sanzioni, conflitti armati, finanziamento di gruppi islamici reazionari di opposizione, l’imperialismo americano ha adottato tutte quelle misure atte a sconfiggere il progetto panarabo, riuscendovi.

E così le classi dirigenti di Iraq, Siria, Libia, Egitto sono state schiacciate dalla forza o hanno gradualmente rinunciato al percorso rivoluzionario divenendo classi compradore, agganciandosi al progetto americano. Basti pensare alla figura di Sadat con la sottoscrizione degli accordi di Camp David che gettano le basi per la graduale normalizzazione di Israele nella regione.

Ovviamente la sconfitta del panarabismo viene accelerata dal collasso dell’URSS tant’è che si diffonde la famosa teoria di Fukuyama della “fine della storia” con l’affermazione dell’ordine liberale.

Questo lascerebbe intendere che lo spirito unitario che alimentava il panarabismo nasseriano possa riprodursi nell’azione di un Asse della Resistenza coeso?

L’Asse nasce anche dalla violenza stessa che il colonialismo determina all’interno della regione. Intanto, va ricordata la rivoluzione iraniana del 1979 con un Iran che resta saldo nonostante le sanzioni, grazie anche al supporto economico della Cina. L’invasione israeliana del Libano nel 1982 è determinante per la nascita di Hezbollah, mentre Hamas nasce dal fallimento del progetto dell’OLP trasformatosi in una classe borghese, braccio destro dell’occupazione israeliana.

Hamas lancia così un progetto nuovo che parla alle masse, a un tessuto sociale abbandonato. Vince le elezioni palestinesi del 2005 venendo però poi relegato a operare nella Striscia di Gaza. Lo Yemen dal canto suo è oggetto di distruzione costante a partire dalla cosiddetta guerra internazionale al terrorismo, quindi dal 2003 fino alla guerra del 2014 portata avanti dall’Arabia Saudita col supporto politico ed economico degli Stati Uniti.

Sempre dal 2003 si ha la devastazione dell’Iraq dove poi si verifica un’importante dinamica interna con la componente sciita progressivamente più importante delle comunità sunnite. E dal 2013 c’è la distruzione della Siria. In questa costellazione di eventi, l’Asse della Resistenza si configura mobilizzando l’Islam politico della regione attorno alla tradizione sciita con l’intesa tra Iran ed Hezbollah.

Pur partendo da istanze religiose, progredisce poi una strategia politica con un vero e proprio progetto di liberazione nazionale libanese e a tale impostazione afferiscono nel tempo altri attori che aderiscono a un piano complessivo di liberazione nazionale con una strategia specifica basata sulla solidarietà regionale.

Hamas stesso è un progetto parecchio evolutosi nel tempo: è sufficiente ricordare che nel 2011 condannava il “regime” di Assad in Siria appoggiando i moti di protesta. Oggi si assiste a un profondo cambiamento politico in cui sia Hamas che Jihad Islamico e Fronte Popolare convergono riconfigurando la direzione non solo militare ma anche politica e ideologica portandoli ad allearsi con le varie formazioni sociopolitiche che compongono l’asse della Resistenza.

È fondamentale la comprensione di tali dinamiche. Qual è il grado di consapevolezza di ciò in Occidente?

In tutta sincerità, si fa fatica a parlare apertamente di questi argomenti. Aggiungo ancora qualche considerazione in merito. La prima è quella di un posizionamento dell’Islam nell’ottica liberista occidentale osservato come alterità, con un’islamofobia diffusa per cui è impensabile associare l’Islam a visioni progressiste, di giustizia all’interno della regione.

E questo ben si lega anche alle famose guerre culturali introdotte dapprima negli Stati Uniti e in Francia che vanno diffondendosi nel nome di quell’Islamoleftism strumentalizzato dalle destre per stigmatizzare orientamenti politici di sinistra coniugandoli a un uso strumentale e sciagurato dell’Islam nel progetto di Liberazione Nazionale.

C’è però anche da dire che gran parte della sinistra occidentale si è intensamente interessata e spesa per le istanze dei Curdi o del contrasto al regime in Siria. Ora, non sminuendo la rilevanza di un certo tipo di lotte, bisogna però rimarcare quanto decisamente più centrale rimanga quella contro l’imperialismo.

Con l’azione dell’Iran in risposta al bombardamento della sua sede diplomatica a Damasco da parte di Israele, molteplici sono state le sfumature nei commenti di esponenti “neoliberal” e progressisti. Spesso, più che condannare l’indebita aggressione sionista, sono apparsi spiazzati sulla legittimità della risposta di quella Tehran “canaglia” da essi stessi ritenuta carnefice dei diritti umani. Una girandola di ricostruzioni strumentali e parziali che certo non sembrano simpatizzare per l’Asse della Resistenza nella sua azione antimperialista. Non trova?

Sono assolutamente d’accordo. Lo accennavo parlando della trasformazione in atto: ciò che accade in Palestina è una versione intensificata del cambiamento a livello strutturale nel mondo. In Palestina, ovviamente, permane uno stato di occupazione e dunque si parte da una situazione di base molto più violenta con un cambiamento che sarà ancor più cruento e lo stiamo vedendo bene.

L’utilizzo piuttosto strumentale, propagandistico, addirittura militare, dei diritti umani è promosso per delegittimare intellettualmente, moralmente e politicamente gli unici attori protagonisti di una postura umanitaria rispetto alla situazione in Palestina. Se c’è qualcosa di effettivamente umanitario nel contesto di quanto accade lo si deve non a Stati Uniti e Paesi occidentali ma a Yemen, Iran e Libano.

Di recente, un noto parlamentare di Hezbollah mi faceva osservare l’importanza dell’integrazione tra le varie componenti della resistenza. Contestava fortemente il ruolo di “proxy dell’Iran” attribuito a Hezbollah, precisando le caratteristiche specifiche e locali del partito libanese. Al tempo stesso, esprimeva la necessità di internazionalizzazione della resistenza in rete con soggettività politiche presenti nei Paesi esterni alla regione ma convergenti sulle istanze antimperialiste. Un segnale potente proviene dalla gioventù studentesca anche coadiuvata dall’uso di internet. Dal momento che si parla spesso criticamente delle piattaforme social più note perché funzionali al capitale, si può sostenere che il General Intellect, tra distanze ed eterogeneità, abbia trovato nuove forme di espressione produttive nell’azione antimperialista?

Secondo me sì. Io sono del parere che tutti gli strumenti emergono in un dato periodo storico e hanno una natura propria che si collega al processo storico attraversato. Sarebbe stato risibile attribuire un ruolo positivo ai social media nel 2011 nel corso delle cosiddette primavere arabe quando il loro uso venne strumentalizzato per sostenere determinati interessi.

Oggi assistiamo a uno sviluppo policentrico dei social media, utili per “respirare” il processo di cambiamento storico che si dipana molto violento e molto veloce. Ma questi momenti di protesta e condanna devono stimolare una riflessione, se possibile, più potente in chi in Occidente guarda alla Palestina: il problema non è solo Israele, il problema è quello che abbiamo a casa, nei nostri Paesi che supportano Israele direttamente. Governi seriamente progressisti in Italia ed Europa sarebbero salutati con favore dai palestinesi.

Nel quadro degli eventi in corso a Gaza, qual è la sua valutazione sull’operato delle Nazioni Unite, degli organismi di diritto internazionale? È sconfortante osservare la loro impotenza e inefficacia. Gli Stati Uniti col loro potere di veto svolgono il ruolo di azionista di maggioranza all’Onu, l’azione della Corte Internazionale di Giustizia è stata platealmente snobbata da Israele e quella della Corte Penale sembra al servizio degli interessi imperiali. Non le pare che sia compromessa gravemente la credibilità di questi organismi e che la loro stessa ragion d’esistere sia messa in discussione o da rivedere completamente?

Condivido molto quello che dice non senza un senso di amarezza e di cinismo. L’iniziativa promossa coraggiosamente dal Sud Africa presso la Corte dell’Aja ha molto sorpreso anche colleghi e compagni con cui si condividono quotidianamente analisi dello scenario. Eppure, tante risoluzioni Onu sono state approvate ed emesse in passato e con evidenza.

Converrà, però, che quelle risoluzioni siano poi storicamente associate all’evidenza di non essere rispettate.

Esatto! Mi sovviene la battaglia di Dien Bien Phu per l’indipendenza in Indocina, dove gli accordi di pace vennero siglati soltanto dopo che la resistenza vietnamita riuscì a sconfiggere militarmente i francesi. Costa dirlo ma sembra che la violenza sia in auge tra le forme principali delle contraddizioni del mondo politico. Mao sosteneva apertamente che le contraddizioni esistono e sempre esisteranno nella società.

L’idea che i conflitti, gli Stati spariscano è naive. Esisteranno sempre le contraddizioni, il problema è gestirle e decidere quali forme possano assumere. È un problema molto serio quando la violenza diviene forma dominante. Bisognerebbe occuparsene in maniera diversa col diritto e altri strumenti realmente efficaci ma all’epoca attuale queste istituzioni non possono fare la differenza. Nessuno aspira a soluzioni caratterizzate dalla violenza ma, come nel caso della resistenza palestinese, il ricorso a essa diviene una necessità storica.

Ricordo i commenti di coloro che in un primo momento restarono affascinati dai deltaplani del 7 ottobre di Al-Aqsa flood salvo poi, a poche ore di distanza, condannarne la feroce violenza “senza se e senza ma”. Come si può, date quelle condizioni di occupazione, oppressione e ingiustizia, pensare che una resistenza possa esprimersi secondo vellutate opportunità operative?

Il fatto è che in Occidente certe posizioni maturano all’interno di una condizione materiale di comfort dove la violenza è una questione soltanto teorica, immaginata e non materiale. Purtroppo, il vero problema è che essa potrebbe presto manifestarsi concretamente grazie anche al contributo non trascurabile di simili ambiguità.

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