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06/06/2026

Uno studio israeliano conferma: “la carestia a Gaza è una strategia pianificata”

Pezzo dopo pezzo, tutte le menzogne sioniste crollano di fronte all’evidente volontà genocida, certificata persino da istituti israeliani. È il caso del tema fame: la carestia nella Striscia di Gaza non è l’effetto collaterale delle operazioni israeliane, ma una politica deliberata di Tel Aviv. È la conclusione di uno studio intitolato “Data for Denial: The Smokescreen Behind the Starvation of Gaza”, pubblicato dal Forum for Regional Thinking presso il prestigioso Van Leer Jerusalem Institute.

L’autore della ricerca, Shmuel Lederman, accademico israeliano specializzato in studi sul genocidio, ha deciso di intraprendere questa operazione di verifica – altro che il fact-checking nostrano – perché preoccupato della dilagante ondata di negazionismo tra i media e l’opinione pubblica israeliani riguardo alle condizioni di vita nella Striscia.

Lederman chiarisce un principio cardine negli studi sulle carestie: la fame non è legata alla mera disponibilità di cibo, ma all’effettivo accesso della popolazione alle risorse in questione. Il suo lavoro ha documentato come le restrizioni sistematiche su aiuti, carburante e gas da cucina, la distruzione di infrastrutture vitali, il costante ostacolo alle operazioni umanitarie abbiano azzerato la capacità di sussistenza dei palestinesi in maniera scientifica, non casuale.

Il caso dell’ingresso di camion di aiuti nella Striscia è illuminante. Nel marzo del 2025, il COGAT (l’organo militare che gestisce la vita civile nei territori occupati) affermava che erano sufficienti 80 camion al giorno per soddisfare le esigenze della popolazione di Gaza. Persino l’amministrazione Biden, già nel dicembre 2023, stimava che ne servissero più del triplo, e lo stesso COGAT, nel 2008, affermava servissero 178 camion al giorno per venire incontro alle esigenze di 1 milione e mezzo di persone.

Anche dopo il cessate il fuoco di ottobre scorso, il COGAT ha invitato il governo a ridurre il numero di camion in entrata. “In pratica – ha commentato Lederman – questa è un’ammissione della politica di affamamento”. C’è poi l’inquietante capitolo della speculazione sugli aiuti stessi. Un’inchiesta del sito di informazione Walla ha rivelato che 11 catene di supermercati israeliani hanno generato centinaia di milioni di shekel di profitti dopo essersi aggiudicate l’appalto esclusivo per la fornitura di cibo a Gaza.

Il rapporto evidenzia come i media abbiano giocato un ruolo chiave nel minimizzare la crisi umanitaria. Già nell’agosto 2025, sempre Walla aveva confermato che i principali canali televisivi israeliani tendevano a ridurre al minimo o ignorare gli allarmi internazionali sulla fame, riformulando le notizie per allinearle alla narrativa ufficiale. Quando a metà 2025 alcuni commentatori hanno finalmente ammesso l’esistenza della carestia, l’hanno derubricata a isolati errori di calcolo piuttosto che a una precisa linea politica.

La conclusione del documento è netta: le azioni condotte intorno al cibo dalle forze armate israeliane nella Striscia vanno indicate come “pianificazione deliberata, sperimentazione e manovre intorno alla ‘linea rossa’ umanitaria”. Bisogna ricordare che la fame come arma di guerra è vietata dalle Convenzioni di Ginevra, ed è considerata un crimine di guerra dalla Corte Penale Internazionale.

Lo studio, poi, dice quello che anche su questo giornale riportiamo da sempre: la fame viene usata per costringere il popolo palestinese a lasciare le proprie terre, e dunque come strumento di pulizia etnica. “Gaza – si legge nel testo – è servita in larga misura come laboratorio di prova non solo per i metodi di guerra, ma anche per l’architettura della fame e la gestione di una popolazione attraverso la privazione”. Se non è questa la descrizione di un grande campo di concentramento a cielo aperto...

Lederman, che denuncia anche le corresponsabilità degli USA e degli altri governi occidentali, si è detto preoccupato che il modello usato nella Striscia possa diventare un punto di riferimento per altri conflitti, sempre più frequenti e tragici in questi tempi. L’internazionale sionista e l’imperialismo hanno davvero reso il mondo un posto più pericoloso, ben oltre la responsabilità su un genocidio.

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