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26/06/2026

Venezuela, una prova dopo l’altra. Cuba tra i primi a mobilitarsi dopo il sisma devastante

di Luciano Vasapollo e Rita Martufi

Ci sono momenti nella storia di un popolo in cui il dolore supera le parole. Il Venezuela sta vivendo una di queste ore. I due violentissimi terremoti che hanno colpito il centro del Paese, con magnitudo 7,2 e 7,5 della scala Richter, hanno lasciato dietro di sé una scia di morte, sofferenza e distruzione. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno 164 vittime e oltre 970 feriti, mentre intere comunità cercano tra le macerie i propri cari e tentano di ricostruire una quotidianità improvvisamente spezzata.

Le immagini che giungono dagli Stati di Carabobo, Yaracuy e La Guaira raccontano una tragedia umana che va ben oltre i numeri. Ogni vittima è una famiglia distrutta, ogni ferito porta con sé una storia, ogni edificio crollato rappresenta anni di sacrifici cancellati in pochi secondi dalla forza cieca della natura.

In queste ore di lutto nazionale, il pensiero va anzitutto alle vittime, ai loro familiari, ai soccorritori e a tutti coloro che stanno affrontando una prova durissima. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per accelerare la mobilitazione delle risorse necessarie, mentre ospedali, servizi pubblici e organizzazioni popolari sono impegnati senza sosta nell’assistenza alla popolazione.

Di fronte a simili tragedie emerge sempre il tema della solidarietà internazionale. È nei momenti più difficili che si distinguono le parole dai fatti, le dichiarazioni di circostanza dall’aiuto concreto. Tra i primi Paesi a mobilitarsi vi è stata Cuba.

Il presidente Miguel Díaz-Canel ha espresso immediatamente le proprie condoglianze al popolo venezuelano e, soprattutto, ha confermato l’impegno diretto dei collaboratori della brigata medica cubana, già operativi nelle aree colpite per assistere i feriti e sostenere le strutture sanitarie messe a dura prova dall’emergenza.

Non sorprende che sia stata Cuba a rispondere con tanta rapidità. Si tratta della naturale prosecuzione di una fraternità costruita nel corso di decenni, fondata sulla cooperazione e sulla solidarietà tra popoli che hanno condiviso difficoltà, aggressioni esterne e percorsi di emancipazione.

Quando la tragedia colpisce, la solidarietà cubana non si manifesta soltanto attraverso messaggi diplomatici ma attraverso medici, infermieri, tecnici, uomini e donne che si mettono concretamente al servizio di chi soffre.

Per questo appare inevitabile rilevare una profonda contraddizione nel linguaggio di alcune cancellerie occidentali. Tra i messaggi di cordoglio figurano anche quelli provenienti dagli Stati Uniti.

Tuttavia, è difficile ignorare che appena pochi mesi fa, il 3 gennaio, il Venezuela è stato oggetto di un attacco che ha provocato circa cento vittime, tra cui trenta militari cubani in servizio presso il Palacio de Miraflores.

Di fronte a una simile realtà, il richiamo alla solidarietà assume inevitabilmente un sapore amaro. La memoria delle vittime impone coerenza e verità: la solidarietà autentica non può essere separata dalle responsabilità politiche e militari che hanno contribuito ad aggravare le sofferenze di un popolo.

Oggi, però, non è il momento delle polemiche. È il momento del lutto, del soccorso e della ricostruzione. Il Venezuela ha dimostrato in molte occasioni della propria storia una straordinaria capacità di resistenza. Lo ha fatto di fronte alle difficoltà economiche, alle sanzioni, alle aggressioni e ai tentativi di destabilizzazione. Dovrà farlo ancora una volta davanti a questa immane catastrofe naturale.

In queste ore il mondo dovrebbe guardare al Venezuela non attraverso le lenti della geopolitica, ma attraverso quelle dell’umanità. Servono aiuti, mezzi, medicinali, sostegno tecnico e rispetto per la sovranità di un Paese che sta affrontando una delle prove più dure degli ultimi anni.

Alle famiglie delle vittime giungano il nostro cordoglio e la nostra vicinanza. Ai feriti l’augurio di una pronta guarigione. Al popolo venezuelano la certezza che, nonostante le macerie e il dolore, non è solo. E che la solidarietà dei popoli, quando è sincera e concreta, può diventare la prima pietra sulla quale ricostruire la speranza.

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