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15/06/2026

Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna”

Ripercorriamo le ultime importanti rivelazioni rispetto alla nuova inchiesta sulla ‘Banda della uno bianca’ che concernono i rapporti tra il “capo”, Roberto Savi, ed i Servizi segreti.

Smanioso di lasciare la noia della routine quotidiana, un ex-poliziotto – sentito più volte dai PM, ora diventato una sorta di super-teste nella nuova inchiesta sulla banda – avrebbe confessato all’allora collega Savi di volere fare qualcosa in più, come ad esempio la Legione Straniera.

Savi, che allora lavorava come agente in forza alla questura di Bologna – 5 dei 6 membri finora accertati per via processuale della Banda erano poliziotti – gli avrebbe risposto che non c’era bisogno di andare lontano per arruolarsi, perché poteva farlo anche qui a Bologna.

Savi l’avrebbe apostrofato dicendo che ‘se voleva fare la guerra poteva farla anche a Bologna, in mondo diverso’ e gli disse che lo avrebbe accompagnato da una persona che poteva reclutarlo.

Quella di Savi – se riferita alla Banda – è tutto fuorché una metafora perché la guerra la fecero davvero, non solo a Bologna, ma anche in Romagna e nelle Marche. Questa operò – stando alle risultanze processuali – in un lasso di tempo che va dal 1987 al 1994, provocando almeno 24 vittime e più di un centinaio di feriti, compiendo più di cento azioni criminali tra cui numerose stragi, effettive o solo sfiorate, come la tentata rapina all’ufficio postale di via Mazzini, il 15 gennaio del 1990, dove i feriti furono ben 67.

Accettando l’insolita proposta del collega, i due agenti si recarono nella sede della Volante, secondo la testimonianza del super-teste, al secondo piano di un edificio in Porta Lame, nel centro del capoluogo emiliano-romagnolo.

Il colloquio, effettuato con un uomo corpulento di mezza età, sembra non sia andato a buon fine e, dalle indiscrezioni fatte trapelare ai quotidiani, non emergono per ora altri particolari.

Tranne per ciò che riporta Il Resto del Carlino, riproducendo l’identikit dell’uomo dei Servizi, “molto simile” a quello “di uno dei complici non identificati della banda, visto in azione con i Savi nel ’91 a Santarcangelo di Romagna”.

Il riferimento del quotidiano sembra essere alla tentata rapina a un distributore di benzina in quel comune, nella provincia di Rimini, del 5 maggio di quell’anno. Un annus horribilis in cui la Banda compì una trentina di atti criminali, tra cui svariate rapine dal modestissimo bottino a distributori e uffici postali, iniziando il 3 gennaio con la cosiddetta “strage del Pilastro” in cui perirono – in un vero e proprio agguato – 3 membri dell’Arma dei Carabinieri.

Una coincidenza piuttosto straordinaria, quella riferita dal super-teste, pensando alle parole pronunciate da Roberto Savi (sempre da prendere con le pinze perché mischia costantemente realtà e finzione) nel ‘96 che aveva parlato di una sua frequentazione di un ufficio dei servizi in zona via Lame.

Più recentemente, aveva affermato che si sarebbe recato una volta alla settimana a Roma per incontrare i servizi, oltre a riferire sulle ingenti disponibilità economiche di cui avrebbero goduto e delle basi all’estero.

Sono tutte illazioni? Vedremo.

In quella zona, i giornalisti andarono effettivamente a verificare e trovarono sui campanelli i nomi di società di copertura del Sisde, in particolare la Gattel Srl.

La “Gattel” e la “Gus”, furono due società di “copertura” che vennero liquidate dopo lo scoppio dello scandalo dei “fondi neri” del Sisde nei primi Anni Novanta – di cui i quotidiani che hanno riportato la notizia legata alla testimonianza del super-teste sembrano dimenticarsi – che mise in luce le cifre astronomiche utilizzate in maniera arbitraria dai servizi, probabilmente con il beneplacito della classe politica nella fase crepuscolare della Prima Repubblica.

Da ciò che sembra emergere, Roberto Savi, poliziotto di lungo corso alla questura di Bologna, sarebbe stato una specie di “antenna” che studiando i propri colleghi avrebbe fatto da interfaccia con il Sisde, con un rapporto quindi di strutturata fiducia da parte di questa branca dei servizi segreti che gli affidava la funzione di scouting.

Insomma, non proprio un collaboratore occasionale... 

La domanda sorge quindi spontanea: quale rapporto ci fu tra la Banda dell’uno bianca ed i servizi, in questo caso il Sisde?

In maniera più esplicita: l’attività terroristica della Banda era parte integrante dell’iniziativa degli apparati in quella che è stata definita “ultima fase della strategia della tensione” di cui Bologna è stata centro, o meglio vittima?

Sono le domande che stiamo ponendo, facendo si che le faccende legate alla Banda e le loro implicazioni diventino di dibattito pubblico ed emergano come fatti dalla valenza nazionale per capire meglio l’azione degli apparati nella tumultuosa fase tra fine Anni Ottanta e prima metà degli Anni Novanta, su cui c’è bisogno di un supplemento di analisi politica oltreché di indagini giudiziarie.

Ora se è ipotizzabile una regia di questo ramo dei servizi per ciò che concerne l’attività della Banda, od almeno in una fase della loro attività criminosa, bisogna ricordare che è certa l’attività del Sismi (la branca “estera” dei servizi) nel tentativo di depistaggio sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980 per conto della Loggia massonica P2, ai cui vertici c’era quel Licio Gelli – ex gerarca fascista – condannato in via definitiva nel cosiddetto “processo ai mandanti”.

Gelli era uno dei relais transcontinentali con la parte più oltranzista dell’atlantismo, finalizzata ad una pura subordinazione dell’Italia ai desiderata di Washington, oltre ad essere espressione della parte più reazionaria del blocco di potere disposta a mantenere a tutti i costi i propri privilegi di classe e piuttosto allergica alla democrazia rappresentativa.

Alcuni esponenti di spicco dei Servizi e dell’Arma, per così dire, svolsero un’opera di alto livello nel depistare le indagini sulla Strage di Bologna, in buona compagnia di alcuni esponenti della stampa e alcuni politici che ancora oggi perseverano con le narrazioni tossiche su fantomatiche “piste internazionali” artefatte dagli stessi servizi sostanzialmente con tre “variazioni sul tema”.

Le condanne definitive in cassazione nel novembre 1995 per depistaggio sono state comminate tra l’altro a Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del Sismi, oltre che al faccendiere e collaboratore dei servizi Francesco Pazienza; mentre Federigo Mannucci Benincasa, a capo del centro controspionaggio di Firenze dal 1971 al 1991 (un caso più unico che raro), ha goduto della prescrizione per il reato di depistaggio nonostante l’accertata condotta in tal senso nel terzo processo per la strage.

Piergiorgio Segatel, carabiniere del nucleo investigativo di Genova, completa il quadro: è stato anche lui condannato a sei anni in via definitiva per depistaggio il 1 luglio 2025 ed è attualmente ai domiciliari.

Se sommiamo i depistaggi sulla Strage sui cieli di Ustica, di cui si stanno svolgendo ora le udienza per l’opposizione all’archiviazione, il quadro è abbastanza completo.

Insomma, non sembra peregrino che il “grumo di potere” attorno al Sisde fosse altrettanto marcio di quello attorno al Sismi, come dimostrano le certo non limpidissime figure di Grassini e di Malpica, entrambi ai vertici, in periodi diversi, del Sisde.

Torniamo ai Savi.

Roberto Savi, dopo le parole profuse ad uso di telecamere nell’intervista resa a Belve crime, si è recentemente avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati Lucia Russo e Andrea de Feis, andati al carcere di Bollate insieme al procuratore capo Paolo Guido.

Una specie di “inversione dei ruoli” da parte dei fratelli-coltelli, con Fabio Savi – “il lungo” – che invece ha parlato per circa due ore di fronte ai magistrati, probabilmente per dare un primo segno tangibile di collaborazione, ma in cambio di una riabilitazione propedeutica all’ottenimento dei benefici. Il “lungo”, in un’intervista televisiva, aveva ribadito che di fatto la Banda dell’uno bianca fosse composta solo da efferati criminali che si erano fatti prendere troppo la mano dalla spirale violenta che avevano innescato.

Il comportamento di Roberto Savi è interpretabile all’interno proprio di quella “comunicazione perversa” tipica degli apparati, probabilmente tesa a mandare messaggi con una logica di stop-and-go, come a far intendere: “so, potrei parlare in maniera più circostanziata, ma scelgo il silenzio di fronte ai giudici”.

Occorre ora, andare un po’ a ritroso per capire un po’ meglio il quadro dei Servizi presuntamente “riformati”, almeno di facciata, e come agissero.

La legge n.801 del 24 ottobre 1977 approva una “riforma dei servizi”, ultima e assolutamente non lineare tappa di un processo avviato dagli scandali che avevano travolto il Sifar, istituendo due organismi con il Sisde che diviene dipendente – in via teorica – dal Ministro dell’interno e con compiti di «sicurezza democratica» entro i confini nazionali.

Alla testa del Sismi viene nominato Giulio Grassini, generale dei Carabinieri, che ha svolto svariati ruoli tra cui – tra il ’67 ed il ’71 – la direzione del reparto speciale interforze costituito per il contrasto del terrorismo in Alto Adige, un’attività che avviene con particolare “spregiudicatezza” e che verrà poi per certi versi riutilizzata con la guerra sporca a bassa intensità scatenata contro il nascente movimento rivoluzionario.

Grassini, è bene ricordarlo, si era impegnato con una memoria scritta in un’inchiesta militare interna sui fatti del 1964 in difesa del generale golpista De Lorenzo, alla faccia delle “credenziali democratiche”.

Nel biennio ’76-’77 si occupa a Padova del contrasto all’attività antagonista della città epicentro dell’Autonomia Operaia veneta, che verrà colpita duramente, due anni dopo, dalla operazione repressiva del 7 aprile 1979 basata sul cosiddetto “Teorema Calogero”.

La nomina di Grassini, ai tempi, destò stupore rispetto a altri nomi papabili, come Carlo Alberto della Chiesa (altro iscritto alla P2, il cui fratello Romolo era tra i “congiurati del Piano Solo”) che aveva guidato il nucleo speciale antiterrorismo tra il ’74 ed il ’75, od il questore Emilio Santillo, alla guida dell’Igat (poi SdS) fin dalla sua creazione.

Ai tempi venne fuori anche il cugino del generale, Franco Grassini, un senatore della DC di area moderata, nonché dirigente d’industria, ma il vero sponsor della sua nomina era stato proprio Licio Gelli.

Per la cronaca, come vice di Grassini era stato nominato Silvano Russomanno, regista della macchinazione per la criminalizzazione degli anarchici a cui vengono attribuiti l’ondata di attentati della primavera-estate del 1969, organizzati in realtà dai neo-fascisti Freda e Ventura.

Era stato uomo centrale, anche a livello europeo, della strategia di lotta al movimento rivoluzionario in Europa, tra le sue “credenziali” vi era quella di aver combattuto in giovane età durante la Resistenza direttamente in un battaglione nazista!

La scoperta, risalente alla primavera del 1981, che entrambi i capi di servizio erano affiliati alla P2 proietta una luce sinistra sulla regia “occulta” di alcune scelte che ne portarono alla nomina e segnalano una catena di fedeltà immutata nonostante la volontà, comunque parziale, di riformare i servizi e limitarne lo strapotere discrezionale. Possiamo parlare di una continuità operativa con modalità immutate che arrivò, nonostante i numerosi cambi ai vertici del Sisde, fino agli anni Novanta.

È bene ricordare che la scoperta “parziale” dell’elenco degli affiliati alla P2 generò il capovolgimento dei vertici militari più ampio dopo Caporetto: 179 figurano nella lista di Gelli, poco meno di 1 su 5 della lista dei “fratelli” noti era un militare, tra cui molti posti in posizione apicali nei servizi.

Come emergerà poi, la prima volta, nello scandalo sui “fondi neri”, i servizi potevano disporre di una notevole quantità di risorse di fatto senza che ci fosse alcun controllo: dai 41,5 miliardi del 1979 che saranno circa 3 volte tanto 3 anni dopo, nella previsione di bilancio dello stato.

È in questo “ambiente resiliente” dei servizi, dotato di grandi disponibilità economiche da usare discrezionalmente, rapporti strutturali con il neo-fascismo e le strutture che erano state create durante il picco della guerra fredda nei circoli atlantisti, che maturò l’“Operazione Uno Bianca”.

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