L’arrivo di una delegazione ufficiale formata da cinque funzionari talebani a Bruxelles ha scatenato un vero e proprio terremoto politico. E non poteva essere altrimenti, dato che la UE continua a proclamarsi l’ultimo baluardo della democrazia e dei diritti, umani e civili (quelli sociali mai, ci mancherebbe...), e poi legittima senza problemi i fondamentalisti islamici afghani e, dice solo per motivi tecnici: facilitare la “remigrazione”.
L’incontro, svoltosi il 23 giugno con strettissime misure di sicurezza, aveva infatti l’obiettivo di dare un’accelerata ai canali negoziali per il rimpatrio forzato dei cittadini afghani che non hanno ottenuto il diritto di asilo nella UE, o che sono stati addirittura inseriti nelle liste dei soggetti pericolosi per la sicurezza interna.
La Commissione Europea ci ha tenuto a specificare che si è trattato solo di colloqui tecnici, e varie fonti comunitarie hanno confermato che i contatti con le autorità de facto di Kabul vanno avanti da mesi. Anzi, un primo incontro era già avvenuto proprio a Kabul, nel gennaio 2026, dopo che una ventina di governi UE (ovvero una cospicua maggioranza) aveva inviato una lettera alla Commissione affinché coordinasse il dialogo relativo ai rimpatri.
Insomma, questo insieme di specifiche, secondo i vertici europei, è più che sufficiente per schermarsi dalle accuse di legittimare il governo dei talebani, che non è stato ancora riconosciuto ufficialmente. Ma nelle azioni europee ci sono una serie di cortocircuiti che palesano la natura strumentale della propaganda intorno a democrazia e diritti.
Innanzitutto, va riportato, a livello di cronaca, che anche varie organizzazioni non governative e della società civile non sono cadute nella mistificazione unioneuropeista. Il 16 giugno, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) aveva depositato una formale denuncia penale alle autorità giudiziarie belghe, chiedendo l’arresto immediato dei membri della delegazione afghana.
La Federazione ha ricordato che “alti dirigenti talebani sono oggetto di mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale”. Ma come ha insegnato la questione Netanyahu, in Occidente se i terroristi sono alleati, o quantomeno utili in determinati frangenti, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” (Tajani docet).
C’è poi ciò che la UE decide di ignorare consapevolmente, ovvero il fatto che per i talebani questo tipo di incontri è centrale per costruire, coi tempi necessari, la legittimazione internazionale che ancora manca. E lo fanno ponendo questo lato politico, cercando il ripristino di una serie di servizi consolari e l’allentamento di altre restrizioni, come controparte di ciò che le autorità di Bruxelles millantano come una relazione esclusivamente tecnica.
Infine, c’è la realtà politica europea dietro ciò che viene definito tecnico. Se i legami con Kabul vanno avanti da mesi, appena qualche settimana fa il Parlamento Europeo ha nei fatti approvato una netta svolta anti-migranti, dando in questo caso una evidente legittimazione alla retorica della “remigrazione”.
Il 21 maggio, sempre il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione – con 480 voti favorevoli – che ha definito “apartheid di genere” il trattamento delle donne in Afghanistan. Dopo poco più di un mese, Bruxelles incontra i rappresentanti dei talebani per accordarsi su come rispedire migliaia di profughi verso quell’apartheid.
C’è una sostanza politica in questa scelta, per quanto si cerchi di diluirla. Nel mondo della politica che ragiona secondo le regole delle relazioni internazionali, in linea di massima, i contatti tra governi con nature molto differenti è la normalità. Ma quando la UE si dichiara la paladina del progressismo, e poi, in nome di deportazioni forzate promosse dall’estrema destra, si accorda con un regime che essa stessa definisce “apartheid”, mostra tutta la natura propagandistica delle risoluzioni di Strasburgo e delle note di Bruxelles.
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