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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/06/2026

L'UE legittimata i talebani in nome della “remigrazione”

L’arrivo di una delegazione ufficiale formata da cinque funzionari talebani a Bruxelles ha scatenato un vero e proprio terremoto politico. E non poteva essere altrimenti, dato che la UE continua a proclamarsi l’ultimo baluardo della democrazia e dei diritti, umani e civili (quelli sociali mai, ci mancherebbe...), e poi legittima senza problemi i fondamentalisti islamici afghani e, dice solo per motivi tecnici: facilitare la “remigrazione”.

L’incontro, svoltosi il 23 giugno con strettissime misure di sicurezza, aveva infatti l’obiettivo di dare un’accelerata ai canali negoziali per il rimpatrio forzato dei cittadini afghani che non hanno ottenuto il diritto di asilo nella UE, o che sono stati addirittura inseriti nelle liste dei soggetti pericolosi per la sicurezza interna.

La Commissione Europea ci ha tenuto a specificare che si è trattato solo di colloqui tecnici, e varie fonti comunitarie hanno confermato che i contatti con le autorità de facto di Kabul vanno avanti da mesi. Anzi, un primo incontro era già avvenuto proprio a Kabul, nel gennaio 2026, dopo che una ventina di governi UE (ovvero una cospicua maggioranza) aveva inviato una lettera alla Commissione affinché coordinasse il dialogo relativo ai rimpatri.

Insomma, questo insieme di specifiche, secondo i vertici europei, è più che sufficiente per schermarsi dalle accuse di legittimare il governo dei talebani, che non è stato ancora riconosciuto ufficialmente. Ma nelle azioni europee ci sono una serie di cortocircuiti che palesano la natura strumentale della propaganda intorno a democrazia e diritti.

Innanzitutto, va riportato, a livello di cronaca, che anche varie organizzazioni non governative e della società civile non sono cadute nella mistificazione unioneuropeista. Il 16 giugno, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) aveva depositato una formale denuncia penale alle autorità giudiziarie belghe, chiedendo l’arresto immediato dei membri della delegazione afghana.

La Federazione ha ricordato che “alti dirigenti talebani sono oggetto di mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale”. Ma come ha insegnato la questione Netanyahu, in Occidente se i terroristi sono alleati, o quantomeno utili in determinati frangenti, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” (Tajani docet).

C’è poi ciò che la UE decide di ignorare consapevolmente, ovvero il fatto che per i talebani questo tipo di incontri è centrale per costruire, coi tempi necessari, la legittimazione internazionale che ancora manca. E lo fanno ponendo questo lato politico, cercando il ripristino di una serie di servizi consolari e l’allentamento di altre restrizioni, come controparte di ciò che le autorità di Bruxelles millantano come una relazione esclusivamente tecnica.

Infine, c’è la realtà politica europea dietro ciò che viene definito tecnico. Se i legami con Kabul vanno avanti da mesi, appena qualche settimana fa il Parlamento Europeo ha nei fatti approvato una netta svolta anti-migranti, dando in questo caso una evidente legittimazione alla retorica della “remigrazione”.

Il 21 maggio, sempre il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione – con 480 voti favorevoli – che ha definito “apartheid di genere” il trattamento delle donne in Afghanistan. Dopo poco più di un mese, Bruxelles incontra i rappresentanti dei talebani per accordarsi su come rispedire migliaia di profughi verso quell’apartheid.

C’è una sostanza politica in questa scelta, per quanto si cerchi di diluirla. Nel mondo della politica che ragiona secondo le regole delle relazioni internazionali, in linea di massima, i contatti tra governi con nature molto differenti è la normalità. Ma quando la UE si dichiara la paladina del progressismo, e poi, in nome di deportazioni forzate promosse dall’estrema destra, si accorda con un regime che essa stessa definisce “apartheid”, mostra tutta la natura propagandistica delle risoluzioni di Strasburgo e delle note di Bruxelles.

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18/06/2026

Vento di destra nel Parlamento europeo, approvata la “Remigrazione”

Ieri il Parlamento europeo ha approvato con 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astenuti l’avvio dei negoziati interistituzionali sulla direttiva “Return Regulation” sui rimpatri degli immigrati in Europa. Lo ha fatto con una maggioranza convergente tra conservatori e fascisti. In pratica è l’accoglimento della campagna sulla “Remigrazione” elaborata e agitata dai neofascisti in molti paesi europei.

Il testo infatti è stato votato congiuntamente da Ppe, Ecr, Patrioti e ultradestra, confermando ormai la piena convergenza delle forze reazionarie nelle sedi europee. Hanno votato contro i socialisti, i verdi e la sinistra. In pratica è saltata la cosiddetta “maggioranza Ursula” in cui convivono conservatori e socialisti.

Tutte e tutti coloro che ancora si illudono sul carattere progressivo delle istituzioni europee, hanno ricevuto l’ennesima mattonata in faccia. Come diceva un grande della storia, “Gli stati uniti d’Europa o saranno reazionari o non saranno”, e i fatti si sono incaricati di dargli ragione.

Il testo elaborato dalla destra europea, e di cui uno dei relatori è stato Ciriani di Fratelli d’Italia, estende anche le possibilità di individuare per le espulsioni degli immigrati un “Paese di ritorno”, includendo non solo lo Stato di origine ma anche Paesi terzi. In pratica è il “modello Albania” voluto dal governo Meloni, fino ad oggi contestato in Parlamento e nei tribunali ma che ora ha il via libera a livello del parlamento di Strasburgo e dovrà essere approvato dall’Unione Europea in sede di consiglio.

Peggiorano anche i criteri per le espulsioni degli immigrati rispetto a quella che era l'attuale normativa. Il testo approvato dal Parlamento europeo dà infatti priorità al rimpatrio coercitivo piuttosto che alla partenza volontaria. Non solo. Con il nuovo regolamento europeo ci sarà un aumento del periodo di detenzione per gli immigrati, che può arrivare fino a 24 mesi, con la possibilità di trattenere anche famiglie con bambini e minori ma escludendo i minori non accompagnati.

La profonda regressione economica, sociale, civile e politica dell’Europa vede di nuovo convergere le forze reazionarie – moderate o estremiste che siano – contro i nuovi capri espiatori, in questo caso gli immigrati, mentre le forze “progressiste” ancora si trastullano su un’illusione europeista come “antidoto” ai fantasmi del passato e che invece ha assunto caratteri sempre più regressivi, guerrafondai e reazionari.

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Vannacci, il prodotto politico del Capitale

Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.

Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.

L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.

Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.

La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.

Come in ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.

Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie. Non lo sentiremo mai proporre una patrimoniale sulle grandi fortune, una tassazione degli extraprofitti energetici, un intervento contro la speculazione immobiliare che rende impossibile a milioni di persone accedere a una casa, oppure una redistribuzione della ricchezza accumulata da banche, fondi finanziari e multinazionali. Non lo vedremo denunciare il fatto che una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta viene trasferita verso l’alto, mentre salari e pensioni perdono potere d’acquisto.

Al contrario, il conflitto viene costantemente spostato altrove. Il problema non sono i rapporti di potere che producono diseguaglianza, ma i migranti. Non sono le delocalizzazioni, la precarizzazione del lavoro o la finanziarizzazione dell’economia, ma l’arrivo di chi fugge dalla guerra o dalla miseria. Non è la riduzione progressiva del welfare pubblico, ma la presenza dello straniero che usufruirebbe di risorse destinate agli italiani. È una vecchia operazione politica: nascondere le cause reali del disagio sociale costruendo un nemico più debole da colpire.

Negli ultimi trent’anni il lavoro è stato reso sempre più precario, i diritti sociali sono stati progressivamente ridimensionati, il welfare è stato sottoposto a continui tagli, mentre quote crescenti di ricchezza si sono concentrate nelle mani di una minoranza. Interi territori sono stati impoveriti dalla deindustrializzazione, milioni di persone vivono una condizione di insicurezza economica permanente e una generazione intera è cresciuta tra bassi salari, contratti precari e impossibilità di costruire un futuro stabile. Eppure tutto questo scompare dal discorso pubblico vannacciano. Al suo posto compare una narrazione identitaria che promette protezione non attraverso maggiori diritti sociali, salari più alti o redistribuzione della ricchezza, ma attraverso l’esclusione di qualcun altro. È il meccanismo classico della guerra tra poveri: trasformare chi condivide la stessa condizione di vulnerabilità in un concorrente o in un nemico.

Qui emerge tutta la debolezza teorica e politica delle letture rossobrune che oggi cercano di saldare il malcontento sociale alle parole d’ordine della destra nazionalista. Non è un caso che personaggi come Marco Rizzo, un tempo sedicenti custodi dell’ortodossia veterocomunista, siano arrivati a fare da sponda politica e culturale a Vannacci. Perché il cuore del loro ragionamento consiste nel presentare le migrazioni come la causa principale dell’abbassamento dei salari e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

Marx sosteneva esattamente il contrario. Nel Capitale scrive che «i movimenti generali del salario del lavoro sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva», cioè dalla massa di lavoratori disponibili che il capitalismo produce e utilizza per disciplinare il lavoro salariato. Il punto centrale è che l’esercito industriale di riserva non è un concetto etnico, nazionale o culturale. Non riguarda la provenienza delle persone. Riguarda la loro collocazione nei rapporti di produzione. Di questo esercito fanno parte i migranti, certamente, ma anche i precari, i disoccupati, i lavoratori intermittenti, quelli in nero, gli stagionali, i giovani costretti a lavori sottopagati, le donne espulse dal mercato del lavoro, i lavoratori minacciati dalla delocalizzazione o dall’automazione. In altre parole, tutti coloro che il capitale può utilizzare per comprimere il costo del lavoro e aumentare il proprio potere contrattuale.

Per Marx non è la nazionalità del lavoratore a determinare il livello dei salari. È il rapporto di forza tra capitale e lavoro. È il grado di ricattabilità della forza lavoro. È la presenza o meno di organizzazione collettiva. È la capacità dei lavoratori di resistere alla competizione che il capitale impone tra loro.

Se davvero i salari dipendessero dalla presenza degli immigrati, dovremmo spiegare perché negli ultimi trent’anni essi siano diminuiti o siano rimasti stagnanti anche in Paesi e territori con bassi livelli di immigrazione. Dovremmo spiegare perché la precarizzazione sia avanzata parallelamente alla deregolamentazione del mercato del lavoro, alla distruzione della contrattazione collettiva e all’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Dovremmo spiegare perché i profitti siano cresciuti mentre la quota di reddito destinata al lavoro diminuiva.

La verità è che la propaganda di Vannacci e dei suoi imitatori compie una gigantesca operazione ideologica: attribuisce ai migranti effetti che derivano invece dal funzionamento ordinario del capitalismo contemporaneo.

In termini storici e politici esiste poi un secondo elemento che Marx conosceva bene e che l’esperienza del movimento operaio ha confermato infinite volte. I salari non dipendono soltanto dalle leggi del mercato. Dipendono anche dal livello di organizzazione e di conflitto dei subalterni. Quando i lavoratori si organizzano, scioperano, costruiscono solidarietà e rapporti di forza, salari e diritti tendono a crescere. Quando invece sono divisi, frammentati, messi in concorrenza gli uni contro gli altri, il capitale rafforza il proprio potere e le condizioni di tutti peggiorano.

È esattamente qui che interviene la funzione politica del razzismo. Il migrante non serve tanto a sostituire il lavoratore italiano, come raccontano Vannacci e i teorici della “sostituzione etnica”. Serve piuttosto a dividere il lavoro salariato. A impedire che chi vive la stessa condizione di sfruttamento si riconosca come parte di un interesse comune. Il razzismo diventa così una tecnologia di governo della forza lavoro. Trasforma il conflitto verticale tra sfruttati e sfruttatori in un conflitto orizzontale tra sfruttati. È la vittoria più grande che il capitale possa ottenere.

Per questo Vannacci non rappresenta una minaccia per i grandi gruppi economici. Al contrario. La sua propaganda svolge una funzione preziosa: impedisce che la rabbia sociale si rivolga verso chi concentra ricchezza, potere e rendita. La indirizza invece contro chi sta ancora più in basso nella scala sociale. È il vecchio meccanismo della guerra tra poveri travestito da patriottismo. Ed è precisamente per questa ragione che il suo discorso, dietro la maschera della ribellione, finisce per essere profondamente conservatore.

La remigrazione rappresenta probabilmente il punto più avanzato di questa strategia. Dietro un termine apparentemente tecnico si nasconde un progetto che punta all’espulsione di massa di persone considerate estranee all’identità nazionale. Una proposta che sarebbe stata considerata impresentabile fino a pochi anni fa e che oggi viene discussa nei salotti televisivi come una delle tante opzioni politiche disponibili.

Ma il punto decisivo è un altro. La remigrazione non nasce con Vannacci, il quale radicalizza qualcosa che esiste già. Le politiche di espulsione, i CPR, la detenzione amministrativa, gli accordi con la Libia, l’esternalizzazione delle frontiere, i rimpatri forzati, la criminalizzazione dei migranti e della solidarietà sono già realtà. La differenza è che Vannacci porta alle estreme conseguenze un paradigma che la destra di governo ha contribuito a normalizzare.

Per questo è profondamente sbagliato descriverlo come un corpo estraneo rispetto a Meloni o Salvini. Vannacci è figlio di quella storia politica, ne rappresenta la versione più esplicita, meno diplomatica, meno attenta ai filtri istituzionali. Dice apertamente ciò che altri suggeriscono, rende slogan ciò che altri trasformano in norme, trasforma in programma ciò che altri realizzano gradualmente.

La sua crescita, inoltre, si inserisce in un contesto internazionale molto preciso.

La crisi economica, le guerre, il riarmo, il declino industriale europeo, la perdita di credibilità delle istituzioni democratiche e la crescente insicurezza sociale producono terreno fertile per figure che promettono ordine, identità e protezione.

Non è un caso che Vannacci insista contemporaneamente su immigrazione, sicurezza, militarizzazione della società e difesa dell’identità nazionale. Sono i pilastri ideologici attraverso cui una parte delle classi dirigenti cerca di governare una fase di crisi profonda.

L’aspetto più pericoloso è che tutto questo avviene mentre il dibattito pubblico viene progressivamente svuotato delle questioni sociali fondamentali.

Vannacci svolge oggi una funzione politica precisa: contribuire a spostare il conflitto dal terreno della distribuzione della ricchezza a quello dell’identità. In una fase storica segnata da salari bassi, precarietà diffusa, impoverimento dei ceti popolari, smantellamento del welfare e crescente concentrazione del potere economico e finanziario, la sua propaganda invita a guardare altrove. Non verso chi accumula ricchezza e rendite, ma verso i migranti; non verso i processi che producono sfruttamento, ma verso le differenze culturali; non verso le diseguaglianze sociali, ma verso le paure identitarie.

È esattamente la funzione che storicamente hanno svolto i movimenti fascisti: impedire che il malcontento si trasformi in conflitto contro i rapporti di potere esistenti, deviandolo contro i più deboli. In questo senso Vannacci non rappresenta una rottura con l’ordine economico dominante, ma uno dei suoi più efficaci strumenti di conservazione.

Parla alla piccola borghesia impoverita, ai settori popolari colpiti dalla crisi, a chi percepisce di aver perso status e sicurezza. Intercetta paure reali, ma offre risposte false. Individua problemi esistenti, ma costruisce capri espiatori invece di affrontarne le cause.

Il suo linguaggio aggressivo, il suo razzismo ostentato, l’omofobia esibita, la retorica della sostituzione etnica e della remigrazione non rappresentano una rottura con il sistema. Rappresentano piuttosto un modo per stabilizzare il sistema esistente. Perché ogni minuto trascorso a discutere dei migranti è un minuto sottratto alla discussione sulla distribuzione della ricchezza. Ogni polemica identitaria oscura le questioni del lavoro, della casa, dei servizi pubblici, della povertà crescente. Ogni campagna contro lo straniero allontana l’attenzione da chi trae profitto dall’insicurezza sociale.

Per questo Vannacci è un pericolo reale. Non tanto per le sue capacità politiche, che appaiono modeste, quanto per la funzione che svolge dentro una fase storica segnata da crisi economica, guerre e disorientamento sociale.

La vera domanda, allora, non è se Vannacci crescerà ancora, ma se esisterà una forza sociale e politica capace di riportare il conflitto sul terreno reale: quello della distribuzione della ricchezza, dei diritti sociali, del lavoro, della casa, della salute, della pace e della democrazia.

Perché finché il dibattito pubblico continuerà a ruotare attorno ai migranti, alle identità e alle paure costruite ad arte, i grandi vincitori resteranno gli stessi: gruppi economici che accumulano ricchezza, le oligarchie finanziarie, le industrie della guerra, le élite che prosperano sulle diseguaglianze.

E i Vannacci di turno continueranno a svolgere la funzione per cui sono stati storicamente utili: trasformare la rabbia sociale in consenso per l’ordine esistente.

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13/06/2026

Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900

Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.

Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.

Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.

Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.

E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.

Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.

Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.

Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.

Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.

L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.

Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.

Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.

Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.

Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.

Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.

Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.

Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.

Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.

Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.

Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.

Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.

Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.

Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.

Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.

Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.

Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.

Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.

Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.

Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.

La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.

Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.

Nota

In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.

Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .

Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.

Fonte