Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta USB. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta USB. Mostra tutti i post

03/10/2026

Zitti zitti stanno definendo un nuovo accordo sindacati-padroni. Non lasciamoli fare!

In sordina, con qualche trafiletto non troppo appariscente sui giornali, continua il confronto tra CGIL CISL e Uil, ricompattate dopo l’effimera stagione conflittuale di CGIL e UIL conclusa dalla firma sui contratti pubblici, e le associazioni datoriali su salari e rappresentanza.

Un tema che dovrebbe ricevere almeno la stessa attenzione che si sta, giustamente, riservando all’aumento dei prezzi in particolare a quello dei carburanti, perché la questione salariale è l’altra faccia della medaglia carovita. I prezzi salgono, i salari restano al palo, non da oggi, e aumentano così le disuguaglianze.

Il sindacato propone di garantire il reale recupero dell’inflazione attraverso una verifica annuale basata sull’IPCA NEI, cioè l’indice di aumento dei prezzi depurato dalla componente energetica importata.

Il padronato risponde che si deve tenere conto delle condizioni di ciascun settore.

Quindi da un lato si conferma la riduzione del contratto ad una mera funzione di recupero dell’inflazione, usando un indice che non rappresenta realmente l’aumento del costo della vita, dall’altro si risponde che non basta e che devono essere i padroni a decidere se ci sono le condizioni per consentire l’adeguamento.

Siamo di fronte ad una contrattazione al ribasso che parte da un presupposto, quello dei contratti pirata, chiaramente pretestuoso visto che riguarda circa 300mila lavoratori, meno del 2% del totale, e che garantisce il consolidamento del monopolio della rappresentanza sindacale in mano a CGIL CISL e UIL, ottenuto ancora una volta sulla pelle di lavoratrici e lavoratori

In sostanza un accordo che prosegue la lunghissima stagione della moderazione salariale, sancita nel 1993, e che avviene in una fase di grande accentuazione della concorrenza capitalista destinata a ridefinire gli equilibri globali. Con una differenza importante, però, rispetto al passato: mentre prima gli accordi erano a tre, governo, sindacati e padroni, e conservavano una parvenza di autonomia sindacale, ora l’accordo è tra padroni e sindacati che, in una sorta di nuovo patto tra produttori, poi si confrontano con la politica. È la vittoria definitiva dell’ideologia della CISL e del sindacato aconflittuale, completamente succube di una logica di pura collaborazione. Sindacati complici e padroni che si rappresentano, insieme, come controparte di lavoratrici e lavoratori, senza neanche la mediazione governativa, contro qualsiasi ipotesi di conflitto sociale.

La risultante, in assenza di un’adeguata opposizione sociale, sarà un ulteriore impoverimento di lavoratrici e lavoratori con conseguente drastico aumento delle disuguaglianze.

Non a caso la contropartita della blindatura della rappresentanza si sovrappone a quella prodotta dalla legge elettorale con l’aumento sproporzionato delle firme da presentare per la presentazione di nuove liste, nel chiaro intento di impedire l’accesso di nuove forze sindacali e politiche che siano interpreti del dissenso sociale nei luoghi della decisione. Una sostanziale sospensione delle agibilità democratiche che consegna definitivamente il Paese nelle mani della casta che lo ha portato allo stato in cui versa oggi.

Non lasciare che CGIL CISL e UIL svendano ancora una volta lavoratrici e lavoratori, è un imperativo. Per farlo serve una piattaforma alternativa che in un contesto di crisi strutturale come quello attuale abbia il coraggio di andare all’attacco:

  • Individuazione di un nuovo indice che “ripesi” le voci che compongono il paniere su cui viene calcolato l’aumento dei prezzi.
  • Istituire un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi basato sul nuovo indice.
  • Affidare alla contrattazione il compito di riequilibrare le disuguaglianze attraverso l’aumento reale dei salari oltre il recupero dell’inflazione, partendo da una soglia salariale minima di 2mila euro netti in paga base e conseguente riproporzionamento.

Il momento è ora. Non lasciamoli fare.

Unione Sindacale di Base

Fonte 

Non si arriva a fine mese! Usb convoca lo stato di agitazione nazionale dell’industria

L’ USB Lavoro Privato ha proclamato lo stato di agitazione immediato dell’intera categoria. Il Coordinamento Nazionale Industria, convocato per il 2 ottobre, definirà il percorso di mobilitazione. La lotta partirà dalle fabbriche e uscirà dai cancelli, coinvolgendo tutti i lavoratori e i territori colpiti dalla crisi.

Prezzi dei carburanti, bollette, beni alimentari e beni essenziali aumentano ogni giorno ed hanno già eroso quei pochi euro di aumenti salariali che sono stati erogati dai CCNL. I salari quindi restano fermi e il loro potere d’acquisto continua a diminuire. Sempre più lavoratrici e lavoratori arrivano a fine mese con difficoltà, costretti a rinunciare a beni e servizi per sostenere il costo della vita.

Il Governo risponde con sconti temporanei e insufficienti, senza intervenire sulle cause reali dell’aumento dei prezzi. Nel frattempo, le grandi aziende energetiche continuano ad accumulare miliardi di profitti. Il conto della crisi viene scaricato ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui servizi pubblici.

E mentre per salari, occupazione, servizi e industria ci dicono che non ci sono risorse, per il riarmo i soldi si trovano. Le priorità sono chiare: prima i profitti e le armi, poi i lavoratori. Non accettiamo che si chiedano sacrifici a chi vive del proprio salario mentre si continuano a finanziare spese militari e interessi economici che nulla hanno a che vedere con il benessere della maggioranza.

Nelle fabbriche la situazione non è diversa. Crisi, ristrutturazioni, cassa integrazione, esuberi e chiusure colpiscono la siderurgia, l’automotive, l’elettrodomestico e l’elettronica. Interi territori rischiano di perdere lavoro e prospettive, mentre manca una politica industriale capace di difendere l’occupazione, garantire investimenti e tutelare le produzioni strategiche. Si continua invece a pagare la crisi con il nostro lavoro, il nostro salario e il nostro futuro.

Non accettiamo più salari da fame, perdita del potere d’acquisto, bollette e carburanti fuori controllo. Non accettiamo cassa integrazione, esuberi e chiusure utilizzati come strumenti ordinari per scaricare sui lavoratori le scelte sbagliate delle aziende. Non accettiamo che si trovino risorse per il riarmo mentre vengono tagliati servizi, diritti e tutele. Non accettiamo, infine, che i profitti privati continuino a essere garantiti sulla pelle di chi lavora.

Per queste ragioni USB Lavoro Privato – Industria proclama lo “stato di agitazione immediato” su tutto il territorio nazionale. È necessario costruire una risposta collettiva, dentro e fuori le fabbriche, per rimettere al centro salari, occupazione, diritti e una vera politica industriale.

Fonte

29/09/2026

È ora di mettere un tetto ai profitti. Il caso ENI

I dati ricavabili dai bilanci ENI dal 2021 al 2025 ci dicono che la società ha realizzato circa 29,7 miliardi di euro di utile netto. Se includiamo anche il 2020, caratterizzato dalla forte perdita legata alla pandemia e al crollo dei prezzi del petrolio, il saldo del periodo 2020-2025 scende a circa 21,1 miliardi di euro.

Per utile netto deve intendersi quanto rimane all’azienda dopo aver sottratto dai ricavi tutti i costi e le imposte. Quindi, per un periodo di ben 6 anni, volendo considerare anche l’anno nero 2020 in cui si sono registrate forti perdite, la società ENI S.p.A. ha fatto registrare guadagni netti, cioè veri e propri profitti, per la ragguardevole somma di 21,1 miliardi di euro. Di questi, ben 16,5 miliardi sono stati distribuiti in dividendi e sono quindi andati a retribuire i diversi soci azionisti di ENI, tra i quali anche lo Stato italiano.

Ora guardiamo alla scelta di questi giorni da parte della compagnia di mettere un tetto al prezzo di benzina e gasolio, rispettivamente a 1,99 euro e a 2,19 euro al litro. Le stime ufficiali di quanto costerebbe questa decisione ad ENI parlano di 100 milioni al mese e quindi, nell’eventualità della proroga fino a fine anno, 300 milioni. Nel solo 2025 ENI ha realizzato un utile netto di 2,61 miliardi di euro, quindi se rapportati ai guadagni dell’anno scorso i 300 milioni di costo dell’operazione annunciata costerebbe una riduzione degli utili dell’11,5%.

Va detto che la perdita stimata di 300 milioni è molto approssimativa. Intanto potrebbe registrarsi un aumento delle vendite, se non ci fosse un allineamento delle altre compagnie. E poi, la perdita è calcolata sui 17 centesimi di sconto al prezzo attuale, sul quale però gravano altre voci e non solo i guadagni di ENI. In concreto, quindi, la perdita effettiva sarebbe probabilmente molto più bassa.

La conclusione di questi facili calcoli rintracciabili sul web è che l’operazione di questi giorni non fa che mettere in evidenza quanto già ripetiamo da tempo: i prezzi delle materie prime e dei generi di prima necessità possono essere calmierati senza produrre alcun danno al sistema delle imprese, le quali dovrebbero semplicemente rinunciare ai profitti esorbitanti ottenuti nel corso di questi anni.

Abbiamo certamente bisogno di un tetto ai prezzi, a cominciare da quello del gasolio e della benzina. Nel 2025, per esempio, la benzina costava 1,73 euro al litro e il gasolio 1,65 al litro, il che ci fa capire che il tetto introdotto temporaneamente da ENI è molto al di sopra di quello che pagavamo soltanto l’anno scorso. Un contenimento serio del prezzo dei carburanti deve quindi guardare a quelle cifre e non alla micro-riduzione appena introdotta.

Ma il vero tetto di cui abbiamo bisogno tutti, dagli autotrasportatori ai tassisti, dagli agricoltori a tutti quelli che per lavorare devono usare l'auto, fino a chi per vivere e spostarsi non può fare a meno di fare rifornimento, è quello ai profitti delle aziende che si arricchiscono mentre noi ci impoveriamo.

Introdurre un calmiere sui prezzi dei beni di prima necessità, e i carburanti sono tra questi, comporta un taglio dei profitti. Altre soluzioni non ci sono.

Fonte

26/09/2026

Eni abbassa i prezzi, aumentiamo la mobilitazione!

Il nervosismo dei consumatori è arrivato fino al cielo, pare. E sarà un caso, una coincidenza fortuita, l’Eni – società petrolifera tuttora controllata dallo Stato attraverso la Cassa depositi e prestiti (30,92%) e il Ministero dell’economia (2,17%) – ha deciso di fissare un prezzo massimo ai carburanti per 30 giorni a partire da lunedì prossimo.

Non che sia un prezzo basso – 1,99 euro per la benzina, 2,19 per il diesel – ma comunque un po’ meno di quello che si vede in giro in questi giorni; e vale anche sulla rete autostradale, dove ormai l’arbitrio è la regola.

Due cose vanno notate subito. La prima è che proprio in questi giorni va montando la protesta organizzata da USB in tutta Italia, con una prima azione dimostrativa fuori i cancelli della raffineria dell’Eni a Livorno e un folto presidio sotto la sede dell’“azionista di riferimento”, ossia il ministero dell’economia. Il tutto in vista dello sciopero internazionale dei porti fissato per il 30 ottobre.

La seconda è che la dimensione del taglio sui prezzi coincide “fortuitamente” con lo sconto sulle accise che il governo sta cancellando. A pensar male si fa peccato – diceva Lucifero-Andreotti – ma spesso ci si azzecca... 

Bussare alle porte giuste, insomma, è sempre utile. Anche quando gli “inquilini” giurano poi di agire autonomamente, senza ascoltare la pressione che viene dal basso…

E infatti Palazzo Chigi ha ringraziato la società “per l’importante iniziativa”, definita “un lodevole atto di attenzione all’Italia, che va nella auspicata direzione di calmierare il caro carburante che, a causa del difficile contesto internazionale, sta colpendo le famiglie italiane”.

La società – ripetiamo: controllata dallo Stato con una golden share rilevante – giura di averlo fatto per pura bontà patriottica: Eni “intende dare un nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela”.

Altrettanto casualmente il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso – reso ormai immortale da Crozza – e quello contro l’ambiente, Pichetto Fratin, hanno convocato per la settimana prossima le società attive nella raffinazione del petrolio. Non è difficile immaginare che sarà rivolta loro la preghiera di seguire l’esempio “virtuoso” dell’Eni, che peraltro funzionerà comunque secondo la logica della concorrenza (a meno di non far creare file enormi ai distributori “più economici” e vedere le proprie stazioni di rifornimento semi-deserte).

Come si sa, il consumo di carburanti per il trasporto è sostanzialmente anelastico, quasi impossibile da ridurre se non per gli utilizzi “ricreativi”. Autotrasportatori e lavoratori, infatti, non hanno possibilità di ridurre significativamente il chilometraggio quotidiano e quindi devono subire gli aumenti; che nel primo caso si trasmettono poi alle merci trasportate e quindi sul tasso di inflazione, nel secondo svuotano le tasche costringendo a dolorose rinunce.

La mossa dell’Eni, comunque, segnala che il margine di profitto delle compagnie petrolifere è molto alto e che la riduzione di prezzo di una decina di centesimi – una volta detratte le accise e l’Iva – non comporta particolari “sacrifici”.

Ma se è così allora la pressione politica dal basso va aumentata, non ridotta. Proprio perché “funziona”.

La pratica abituale di questo governo nei confronti delle imprese che aumentavano i prezzi, infatti, è stata fin qui sempre la stessa: detassazione, decontribuzione, incentivi. Tutte soluzioni che comportano immediatamente la riduzione delle entrate dello Stato e quindi – visti i vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei e dalla “procedura di infrazione per deficit eccessivo” – il taglio di servizi essenziali (sanità, scuola, pensioni, trasporti pubblici, ecc.).

Riuscire a imporre un “auto-contenimento” dell’avidità imprenditoriale diventa invece una soluzione che tocca finalmente – anche se limitatamente – i veri beneficiari dell’aumento dei prezzi.

Fonte

24/09/2026

Segnali di reazione. Pompe di benzina bloccate, letame davanti all’Eni

L’aumento del prezzo dei carburanti alla fine non poteva che produrre reazioni sociali, soprattutto di fronte alle furbate del governo e alla immunità assicurata alle società che speculano sui prezzi di benzina, gasolio e gas traendone extraprofitti.

A Livorno un gruppo di operai ha scaricato del letame davanti all’ingresso della raffineria dell’ENI, mentre altri avevano bloccato un grosso distributore di benzina.

È il momento di tornare a mobilitarsi, di organizzare la protesta e di mettere in campo tutta la forza dei lavoratori. USB apre lo stato di agitazione sindacale contro il carovita e il caro carburanti e ha lanciato una manifestazione per giovedì 1 ottobre alle 17:30 davanti al Deposito e Carico Carburanti a Stagno (accanto all’ingresso della raffineria), mentre ricorda lo sciopero internazionali dei portuali del prossimo 30 ottobre con manifestazioni in tutte le città contro la guerra e il riarmo.

“Dobbiamo tornare a bloccare il paese” – scrive USB livornese in un comunicato – “Lo abbiamo dimostrato nel settembre e nell’ottobre dello scorso anno: quando i lavoratori si mobilitano, possono fermare ciò che sembra inarrestabile”.

Nella stessa il sindacato ricorda agli smemorati che nel luglio del 2008 il petrolio arrivò a sfiorare i 150 dollari al barile e il gasolio costava in Italia circa 1,50 euro al litro. Oggi il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, ma benzina e gasolio hanno superato anche i 2,50 euro al litro, con prezzi che continuano a crescere, e a pagare sono ancora una volta lavoratrici e lavoratori.

“Le grandi multinazionali dell’energia continuano a fare profitti mentre il costo della vita aumenta e milioni di persone fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. E le scelte del Governo stanno assecondando questo meccanismo. A tutto questo si aggiungono l’escalation militare e le enormi risorse destinate al riarmo, mentre per salari, pensioni e servizi pubblici le risorse sembrano non esistere.
Nel frattempo, i salari dei lavoratori italiani sono fermi al palo da anni. Gli aumenti contrattuali, frutto della cosiddetta moderazione salariale perseguita per anni da CGIL, CISL e UIL insieme alle organizzazioni datoriali, non hanno tenuto il passo con l’inflazione e con l’aumento del costo della vita”
.

Ieri pomeriggio a Roma l’USB, insieme agli studenti e Potere al Popolo aveva manifestato contro il carovita davanti alla sede del Ministero dell’Economia e Finanza bloccando la circolazione in via XX Settembre. A Milano invece la manifestazione si è svolta sotto la sede dell’Arera, l’autority che dovrebbe governare i prezzi energetici, dove alcune riproduzioni delle bollette di luce e gas sono state bruciate in piazza.

Fonte

22/09/2026

L’ultimo tassello della reintroduzione del razzismo nella scuola

Dal palco di Fenix la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato con toni trionfalistici e parecchia enfasi un tetto del 30% di alunni stranieri per classe e il divieto di niqab e burqa in aula. Il Ministro Valditara porterà le misure in un decreto al prossimo Consiglio dei ministri, mentre la Lega ragiona sulla revoca del permesso di soggiorno alle famiglie che non mandano le figlie a scuola.

USB Scuola denuncia una linea politica che tratta i figli degli immigrati come un problema da contenere e che non affronta i nodi problematici della scuola statale. Una linea che porta dentro le scuole una logica di respingimento fino a oggi estranea alla scuola pubblica statale.

I numeri non descrivono nessuna emergenza. Gli alunni con background migratorio sono circa 931 mila, l’11,6% del totale, e due terzi di loro sono nati in Italia. Le classi in cui gli alunni di prima generazione superano il 20% sono circa mille su oltre 300 mila. Il tetto del 30% esiste già dalla circolare Gelmini del 2010 e non è mai stato applicato, perché le famiglie vivono dove gli affitti costano meno e i bambini frequentano la scuola del loro quartiere. Invece di intervenire su casa, servizi e organici, vale a dire sui nodi che rispondono ai bisogni di tutte e di tutti, il Governo sposta il problema sui bambini immigrati. Distribuire alunni tra istituti diversi in base alla cittadinanza e alla conoscenza dell’italiano significa classificarli per origine, e una scuola costituzionale non può farlo.

Colpisce che il presidente dell’ANP, Antonello Giannelli, abbia definito la questione “fondata e condivisibile” in termini didattici, limitando i dubbi alla difficoltà di trovare una soluzione tecnica. Sul piano didattico e pedagogico non esiste alcun elemento che giustifichi il tetto. Le difficoltà nelle classi con molti alunni arrivati da poco nel nostro Paese dipendono dal numero insufficiente di docenti e ATA, dalle ore di italiano come seconda lingua, dalla presenza esigua di personale di supporto, e non dalla nazionalità di chi siede tra i banchi delle nostre scuole. Riconoscere al Governo la ragione di principio e discutere soltanto le modalità di applicazione offre una copertura di legittimità a una scelta politica aberrante.

Le domande poste da molti dirigenti scolastici sono giuste: cosa facciamo, li mandiamo via? La risposta è che nessun bambino va mandato via, e che il principio stesso va respinto.

I dati sull’abbandono scolastico, 26,2% tra chi non ha la cittadinanza italiana contro il 6,7% degli italiani, indicano dove intervenire. Le scuole che accolgono di più sono anche quelle a cui lo Stato ha dato di meno, e un tetto non aggiunge un’ora di italiano né un insegnante in classe.

USB Scuola chiede investimenti straordinari per aumentare gli organici di docenti e di personale ATA. Servono docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, docenti di sostegno e mediatori linguistici in compresenza, più collaboratori scolastici e assistenti amministrativi per accompagnare l’accoglienza e le pratiche delle famiglie, con risorse stabili e assunzioni a tempo indeterminato. L’integrazione di tutti gli alunni si costruisce con più personale e più tempo scuola, in classi dove nessun bambino viene contato come una quota. Tutto il resto è demagogia di basso livello.

USB Scuola respinge queste forme di propaganda elettorale e invita docenti, personale ATA e dirigenti scolastici a contrastare queste misure retrograde e anticostituzionali.

Fonte

16/09/2026

Ex Ilva - Se non interviene lo stato sarà catastrofe sociale

La sentenza della Corte d’Appello di Milano che ordina la chiusura dell’area a caldo di Taranto per amianto e polveri sottili, vista la storia degli ultimi 14 anni era scontata. La Meloni non può dire che “non dipende da noi”.

Questa sentenza è arrivata dopo 14 anni di errori clamorosi che tutti i governi che si sono succeduti hanno commesso. Questa sentenza è la somma di quegli errori. E ora ribadisce una cosa che USB dice da sempre: l’intervento dello Stato è l’unica soluzione. Per tre motivi:

1. METTERE IN SICUREZZA I LAVORATORI
Lo Stato deve mettere in sicurezza tutte le platee dei lavoratori: dai lavoratori di Acciaierie d’Italia in AS, passando per quelli di Ilva in AS, fino ai lavoratori dell’appalto, mettendo in campo misure straordinarie a loro tutela.

2. PROGRAMMARE E FINANZIARE LE BONIFICHE SUBITO
Come prevede la sentenza del Tribunale di Milano, bisogna programmare le bonifiche immediatamente. Non solo per l’area a caldo, ma anche per l’area a freddo, dove ci sono oltre una decina di situazioni con presenza di amianto con bollino rosso.

3. GARANTIRE IL FUTURO PRODUTTIVO E LA DECARBONIZZAZIONE
La decarbonizzazione non può essere uno slogan né l’ennesima promessa rinviata nel tempo. Serve un piano industriale dentro l’intervento pubblico, con investimenti certi e una programmazione capace di accompagnare la trasformazione degli impianti senza scaricarne i costi sui lavoratori e sulla città.

Questo ci aspettiamo. Ci aspettiamo che il Governo abbia il coraggio di metterci le mani e di portare avanti un’operazione di salvataggio totalmente pubblica, togliendo di mezzo una gara che oramai da tempo assomiglia sempre più a una farsa. Per una volta la politica abbia il coraggio di mettere le risorse sul tavolo, che siano finalizzate a sostenere i lavoratori, le loro famiglie e un serio progetto di riconversione, affrontando quindi direttamente quella che rischia di diventare la crisi sociale più grande di tutta la storia della Repubblica.

Non si scappa più. O lo Stato interviene o è disastro sociale.

Fonte

Cgil, Cisl e Uil, Confindustria e Governo verso l’accordo per tenere bassi i salari

Senza dare molto nell’occhio Cgil, Cisl e Uil assieme a Confindustria e ad una pattuglia di associazioni padronali stanno preparando un accordo che blindi ogni spazio di democrazia nei luoghi di lavoro e confermi decenni di moderazione salariale. Una vergogna che rischia di passare inosservata e che invece va denunciata con tutta la forza e determinazione possibile.

I particolari dell’accordo non si conoscono nel dettaglio, tutto sta avvenendo a porte chiuse, in un confronto serrato tra segreterie nazionali. I lavoratori e le lavoratrici non hanno alcuna voce in capitolo.

Alcune cose però già sono trapelate. Sui salari, per esempio, si conferma il riferimento all’indice IPCA-NEI nel calcolo dell’inflazione, quel maledetto sistema di misurazione dei prezzi che non considera i prodotti energetici importati, come il gas e la benzina, che costituiscono il motore dell’attuale e (purtroppo) futura inflazione.

I salari in Italia sono al palo da tempo e questo dipende proprio dalla scelta di Cgil, Cisl e Uil di accettare un modello contrattuale che condanna i lavoratori ad una inevitabile riduzione del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ad ogni rinnovo contrattuale.

Aver tolto al contratto la funzione di avanzamento delle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori e accettato di tenere gli aumenti in linea con l'“inflazione programmata” (spesso disattesa dai dati reali) ha significato, infatti, portare progressivamente sempre più in basso le retribuzioni medie.

Ma se poi, come è da tanti anni, quell’inflazione è anche calcolata al ribasso e non considera proprio le merci che più stanno incidendo nel rialzo del costo della vita, allora la scelta è veramente disgustosa. In un momento così drammatico dal punto di vista delle condizioni economiche, Cgil, Cisl e Uil stanno decidendo di confermare quella gabbia che impedisce un rialzo delle retribuzioni.

Nell’accordo ci sono poi delle attenzioni particolari al tema del TEM e del TEC, il trattamento economico minimo e quello complessivo. Lo scopo è quello di aggiustare il tiro rispetto al decreto Meloni di quest’anno sul “salario giusto” che, nel considerare come giusto quello previsto dai CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil, avrebbe trascurato di specificare anche tutte le voci di cui è composto il salario complessivo previsto dai contratti, lasciando così spazio alla contrattazione pirata.

Questa discussione però tralascia di considerare che è proprio il “salario giusto” quello che ha ricevuto diverse condanne di incostituzionalità e che sono proprio i contratti nazionali firmati dalla triplice che ci condannano ad un salario da fame. I contratti pirata sono una piaga, ma riguardano una fetta ancora molto esigua di lavoratori: eliminarli non risolverà il problema del salario per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Va aggiunto poi che questo accordo sul salario giusto, nella versione unificata tra Meloni-Confindustria-Cgil, Cisl e Uil, chiude ogni possibile spiraglio alla introduzione di un salario minimo per legge: una sorta di ipoteca anche in vista di possibili cambi di maggioranza.

C’è poi il tema della rappresentanza, che poi è quello che sta veramente a cuore a questi signori e che rappresenta la contropartita che si apprestano a ricevere nell’ambito della collaborazione con padroni e governo.

Così, invece di ragionare su come favorire la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, in un momento storico di grande debolezza e di forte offensiva padronale proprio sul fronte dei diritti, Cgil, Cisl e Uil si propongono di consolidare il monopolio esclusivo sulla rappresentanza. Invece di dare più spazio alle rsu, alle assemblee, ai rappresentanti dei lavoratori sui posti di lavoro, si assicurano che i diritti sindacali siano esclusivamente nelle loro mani e che il diritto di contrattazione venga circoscritto alle loro segreterie.

Che poi è quanto sta avvenendo in materia elettorale con il cosiddetto “stabilicum”, con il quale il diritto a partecipare alle lezioni viene ostacolato da un numero spropositato di firme da raccogliere e da una soglia sempre più alta per accedere al Parlamento.

La domanda che pone USB in sintesi è questa: è accettabile che in una situazione di grande difficoltà per milioni di lavoratori e lavoratrici, tanto sul piano salariale quanto su quello dello dei diritti sul lavoro, le grandi centrali sindacali si preoccupino di raggiungere un accordo con le parti datoriali che frena ogni possibile spinta a nuovi e reali aumenti e inibisce la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici? Siamo sicuri che sia questa la via maestra da imboccare?

Una domanda che poniamo a tanti delegati e delegate e che deve interrogare anche quanti sentono il bisogno di reagire davanti ad una condizione economica, sociale e della tenuta democratica che sta peggiorando ogni giorno di più.

Fonte

11/09/2026

Catania. Foglio di via a dirigente sindacale dell’Usb, revocato

Ultim’ora. La questura di Catania fa retromarcia: archiviato il procedimento contro la dirigente dell’Usb a Catania.

Giovedì 10 settembre la Questura di Catania ha inviato alla responsabile della Federazione USB della città la comunicazione dell’avvio di un procedimento per “l’irrogazione della misura di prevenzione del Foglio di Via con Divieto di Ritorno nel comune di Catania”. In pratica a Dafne Anastasi, dirigente di Usb da diversi anni, attivista molto conosciuta in città per le innumerevoli battaglie condotte su tantissimi fronti, si minaccia di precludere l’accesso in città e quindi la possibilità di raggiungere il luogo di lavoro e di proseguire l’attività sindacale e sociale.

All’origine dell’avvio del procedimento, si legge nella comunicazione, ci sarebbe una manifestazione nell’aula del Consiglio comunale tenutasi nei mesi scorsi. Ma non può sfuggire la gravità della misura minacciata che, di fatto, mira a colpire l’organizzazione sindacale, impedendo la possibilità di agire in città ad una delle sue dirigenti più conosciute.

Dafne Anastasi la conoscono in tant3 a Catania, tra i lavoratori pubblici, nei movimenti sociali ma anche nel mondo delle istituzioni. Da diversi anni è spesso l’interfaccia di mobilitazioni e iniziative sindacali e sociali. Provare a neutralizzarla è il segno di una precisa volontà di interruzione di qualsiasi forma di dialogo con i conflitti e i problemi della città. Un segnale molto pesante che mira ad invelenire il clima e a silenziare il dissenso con la repressione.

Questo vero e proprio atto di intimidazione non può passare. Serve una risposta collettiva a chi vuole chiudere spazi alla democrazia ed al diritto per lavoratori e lavoratrici di far sentire le proprie ragioni.

L’Usb sta programmando una serie di iniziative legali e di mobilitazione per difendere la piena agibilità politica e sindacale. In ballo c’è la libertà di tutt3.

Giù le mani da Dafne.

Fonte

07/09/2026

Una risposta di classe alla campagna della destra sulla Remigrazione

La proposta della Remigrazione si sta dimostrando sempre più un’arma propagandistica in mano alla destra più becera. Dobbiamo però dire che trova facile accettazione proprio tra le fasce più in difficoltà della nostra società. Il tutto si basa sul demagogico concetto: lo straniero ci ruba il lavoro, la casa, il nostro benessere, ci fa violenza, ruba etc etc.

Ma per smontare questo concetto dobbiamo evidenziare quelli che sono i numeri, le statistiche, l’impatto della presenza di persone straniere in Italia.

In Italia, i lavoratori stranieri producono circa il 9% del PIL nazionale, per un valore aggiunto pari a 177 miliardi di euro all’anno. Gli occupati stranieri rappresentano oltre il 10% della forza lavoro complessiva, raggiungono il 15% se si includono gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, con percentuali molto alte in settori chiave come l’agricoltura e le costruzioni, settori dove il loro contributo raggiunge rispettivamente il 18% e il 16,4%.

La Popolazione è stabile grazie alle migrazioni. Continua il calo della fecondità e aumenta la speranza di vita

Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i decessi.

Le immigrazioni dall’estero sono 440mila, le emigrazioni per l’estero 144mila.

Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità, in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui.

Nelle classi italiane la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana si attesta intorno all’11,6% del totale degli iscritti (circa 930.000 studenti), con punte che sfiorano quasi il 12% nei dati più recenti. Oltre la metà di questi ragazzi e ragazze è però nata in Italia.

L’Italia affronta una grave crisi di denatalità con un minimo storico di 355.000 nuovi nati registrati nel 2025, il livello più basso dal secondo dopoguerra. Il tasso di fecondità è sceso a circa 1,14 figli per donna. Oltre il 60% delle persone rinuncia ad avere figli a causa di ostacoli economici, lavorativi e sociali.

I lavoratori in meno al 2040

L’effetto sul lavoro è più ampio: entro il 2040 il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa cinque milioni di unità. Questo potrebbe comportare, ha ricordato Bankitalia nella relazione 2025, una contrazione del PIL stimata nell’11%.

L’Ocse rincara addirittura la dose. Per il periodo che va dal 2023 al 2060 le stime parlano di un calo del 34% della popolazione in età lavorativa, tra i più ampi a livello internazionale. Il numero di anziani a carico per ogni persona in età lavorativa in Italia aumenterà da 0,41, cioè un anziano a carico ogni 2,4 persone in età lavorativa, a 0,76, ovvero un anziano a carico ogni 1,3 persone in età lavorativa. Se il confronto lo facciamo con i giovani, la Ragioneria generale dello Stato nelle sue ultime stime ha avvertito che nel 2080 rischiamo di avere 312 anziani ogni 100 giovani.

Tutto questo nello scenario base, ritenuto il più probabile. Senza immigrazione, cioè escludendo completamente flussi migratori in uscita e in entrata, ma considerando solo la dinamica di natalità e mortalità, l’Italia perderebbe nel 2050 ben nove milioni di residenti e 6,8 milioni di occupati.

A parità di produttività, questo comporterebbe una flessione del valore aggiunto pari al 25,6% (a 1.463 miliardi di euro).

Per quanto riguarda il gettito fiscale, alcuni dati hanno rivelato che i migranti in Italia hanno versato 80,4 miliardi di euro di tasse, di cui 11,6 miliardi di euro di imposta sul reddito delle persone fisiche, senza che ciò abbia avuto un impatto negativo sulla spesa pubblica, come quella per la sanità e le pensioni (non più del 3%). Confrontando le entrate statali (tasse e contributi previdenziali) con la spesa pubblica per i servizi sociali, l’effetto netto legato agli immigrati è positivo (+1,2 miliardi di euro).

Importante anche osservare i dati sugli infortuni sul lavoro, sia per decessi che per infortuni non mortali, i lavoratori stranieri sono coinvolti nel 25% dei casi, pur essendo solo il 10% della forza lavoro complessiva, ciò significa che i lavoratori stranieri sono impegnati nelle attività lavorative con maggior rischio di infortunio e con minor osservanza della sicurezza sul lavoro.

LAVORATORI STRANIERI: RISCHIO MORTALE PIÙ CHE DOPPIO PER TUTTO IL 2025

Sono 251 gli stranieri vittime di infortuni sul lavoro, su un totale di 1.093: 182 deceduti in occasione di lavoro e 69 in itinere. Dunque, circa una vittima su quattro è straniera. Il rischio di morte sul lavoro, poi, risulta essere più che doppio rispetto a quello dei lavoratori italiani. Infatti, gli stranieri registrano un indice di 72,4 morti ogni milione di occupati, contro il 28,8 degli italiani.

SETTORI PIÙ COLPITI NEL 2025: COSTRUZIONI E ATTIVITÀ MANIFATTURIERE

Alla fine di dicembre 2025 il settore più colpito è quello delle Costruzioni, con 148 decessi in occasione di lavoro; seguito da Attività Manifatturiere (117), Trasporti e Magazzinaggio (110) e Commercio (68).

Le denunce dei lavoratori stranieri sono 127.725 su 597.710 (circa 1 su 5).

Ma vediamo quale incidenza hanno i lavoratori stranieri nei diversi settori di lavoro:

BADANTI – In Italia, quasi il 73% delle badanti è straniero, coprendo un ruolo essenziale per l’assistenza agli anziani. Provengono in gran parte dall’Est Europa (Romania, Ucraina, Georgia, Bulgaria) e da Paesi asiatici o latinoamericani. Il loro lavoro sostiene il welfare familiare, ma è spesso regolato da norme specifiche per l’ingresso e il soggiorno.

BRACCIANTI – I braccianti stranieri in Italia rappresentano una componente fondamentale della forza lavoro agricola, con oltre 310.000 operai extracomunitari a tempo determinato registrati e un’incidenza totale che copre circa un terzo del settore. Molti di essi affrontano gravi criticità legate al caporalato, al lavoro nero e a condizioni abitative degradanti, specialmente in aree ad alta intensità produttiva come il Sud Italia e il Lazio.

RISTORAZIONE – Nel settore Alloggio e Ristorazione italiano lavorano 285.000 persone di cittadinanza non italiana. Sono il 18,5% del totale dei dipendenti del comparto, secondo i dati ISTAT del 2024. Se restringiamo lo sguardo alla sola ristorazione, escludendo gli alberghi, il dato sale al 29,8%: poco meno di un lavoratore su tre. La rilevazione è del Rapporto FIPE 2026.

EDILIZIA – Il settore delle Costruzioni, in particolare, ha registrato un’elevata incidenza di lavoratori stranieri. Tra le attivazioni di contratti per cittadini non italiani, infatti, il 34,2% si concentra nelle Costruzioni, rendendo questo comparto uno dei principali per la manodopera straniera, subito dopo l’agricoltura (40,8%).

LOGISTICA – I lavoratori stranieri rappresentano una parte essenziale della logistica in Italia. Coprono circa un terzo della forza lavoro del settore, tra magazzinieri, corrieri e autisti. Molti di loro affrontano turni duri, rischi alti e problemi di tutele, pur essendo centrali per la mobilità delle merci.

RIDERS – La maggior parte dei rider in Italia è oggi composta da lavoratori stranieri e migranti. Spesso operano in condizioni di forte precarietà con turni fino a 10 ore al giorno, paghe a cottimo tra i 2 e i 4 euro a consegna e scarsa tutela sociale, finendo talvolta al centro di inchieste per caporalato digitale.

Molti affrontano condizioni di forte precarietà, turni massacranti fino a 10-12 ore al giorno e paghe a cottimo comprese tra i 2 e i 4 euro a consegna, rischiando di cadere in forme di sfruttamento e caporalato digitale gestite da reti informali o criminali.

IRREGOLARI – sono circa 340.000 (stima in difetto) i lavoratori stranieri irregolari, 200 mila i lavoratori irregolari occupati nel settore agricolo – tra loro 55mila donne -, con un tasso di irregolarità in aumento, che ha raggiunto il 30% del totale. L’ultima stima dell’Istat risale al 2023, il fenomeno è esteso a tutta l’Italia, (dal Piemonte al Trentino, dalla Calabria alla Basilicata), tra loro molti sono migranti spinti dalla necessità di guadagnare, che in assenza di alternative accettano una retribuzione giornaliera che si aggira sui 20 euro per lavorare dalle 12 alle 14 ore nei campi senza alcuna forma di tutela.

DECRETO FLUSSI – Tra il 2026 e il 2028, si prevedono quote di ingresso così ripartite: 64.850 per l’anno 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028. Tuttavia, se si confermasse il trend relativo al tasso di successo di questa complicata procedura registrato nel 2023, ogni anno verrebbero regolarizzate meno del 10% delle persone che ne avrebbero diritto, integrando nel triennio poco meno di 30.000 lavoratrici e lavoratori.

Questi sono i numeri, ma oggi come sindacato stiamo registrando numeri sicuramente più alti dovuti all’alto tasso di contrattazione irregolare, lavoro grigio, lavoro nero, sfruttamento lavorativo nelle diverse forme possibili. A ciò, aggiungiamo una politica di costante aumento di difficoltà per i cittadini stranieri: lunghe code per rilascio appuntamenti e documenti, aumento dei dinieghi alle varie forme di permesso di soggiorno, difficoltà nel rilascio della residenza, della tessera sanitaria, del conto corrente bancario.

Tutti ostacoli determinati da una politica governativa essenzialmente xenofoba, che nasconde da una parte la necessità di cavalcare la propaganda remigratoria, dall’altra la necessità di garantirsi mano d’opera a basso costo e facilmente ricattabile.

A questa condizione generale l’USB ha deciso di passare dalla fase della denuncia della privazione dei diritti di cittadinanza, alla fase di costruzione di un tessuto organizzato di lavoratori migranti che nei settori che abbiamo precedentemente indicato, possono incidere sull’economia. Abbiamo già le esperienze di lotta dei lavoratori della logistica, che ormai in tanti magazzini hanno compreso l’importanza dell’iniziativa conflittuale per ottenere i propri diritti, abbiamo l’esperienza dei braccianti di Torretta, che dal momento della loro sindacalizzazione son passati dai 3 € l’ora agli attuali 8/9, o abbiamo la vertenza dei riders che hanno accettato di affrontare la vertenza contro le aziende, unendo iniziativa conflittuale e vertenza legale, in ultimo c’è da evidenziare anche come piccole vertenze, anche di lavoratori singoli, hanno raggiunto risultati importanti praticando la lotta con il nostro sindacato.

Dobbiamo sostenere e rafforzare la sindacalizzazione dei lavoratori migranti, costruendo piattaforme di settore che coinvolgano sempre più i lavoratori sulla consapevolezza della loro funzione nell’economia.

L’idea, la proposta, è di lavorare ad una mobilitazione nazionale dei lavoratori migranti capace di rendere visibile l’importanza della loro presenza.

Immaginiamo delle giornate di lotta nei vari settori: braccianti che non raccolgono prodotti agricoli, badanti che lasciano incustoditi anziani e malati, merci che rimangono nei magazzini in prossimità delle feste di Natale, Riders che si rifiutano di portare pizze o hamburger, in una stagione in cui la propaganda razzista della destra sarà ogni giorno più forte, rappresentare e dare sostanza ad una realtà diversa è fondamentale per una forza politica che vuole rappresentare la classe nella sua interezza.

Su questo chiediamo a tutte le strutture organizzate che si occupano di Migranti di avviare un ragionamento collettivo sulla funzione lavorativa dei migranti.

Se i lavoratori stranieri si fermano l’economia italiana ha una forte battuta di arresto! L’USB per la costruzione di una campagna di sindacalizzazione conflittuale dei lavoratori migranti. Il 24 settembre assemblea nazionale online.

Fonte

05/09/2026

Ex Ilva. Arrivano i licenziamenti collettivi. Usb: Cronaca di una morte annunciata

“Cronaca di una morte annunciata: potrebbe essere questo il titolo giusto per descrivere quello che sta accadendo”, sono le dichiarazioni a caldo dei componenti l’esecutivo nazionale di Usb Francesco Rizzo e Sasha Colautti dopo l’annuncio del presidente di Aigi Nicola Convertino che ha comunicato la partenza delle lettere di licenziamento collettivo per le imprese che rappresenta, e quindi un numero di lavoratori superiore a 2.500 unità.

“Un annuncio che certamente ci aspettavamo in un clima decisamente surreale, quando infatti si è appena chiusa una bellissima pagina che ha permesso a Taranto di gioire e godere degli effetti, anche economici, di un evento come i Giochi del Mediterraneo. Quindi, un attimo dopo, torniamo bruscamente alla realtà piuttosto scontata. Questo peraltro accade a poche ore dalla festa che si terrà domani a Bari per festeggiare, come dicono, il governo più longevo della storia della Repubblica. A Bari una Festa, a Taranto un funerale di massa. Alla luce di tutto ciò, il Governo, nell’incontro di martedì prossimo, ha più che mai l’obbligo di mettere in campo soluzioni concrete per i tantissimi lavoratori che vivono ore di straordinaria apprensione insieme alle loro famiglie.

In alternativa, non faremo mancare questa volta la nostra voce e quella dei lavoratori, con tutte le iniziative e le forme di mobilitazione consentite. Abbiamo rispettato e gioito per l’evento sportivo, ma ora non è più tempo di attendere”
.

USB Taranto

Fonte

02/09/2026

Il ricordificio sui morti di lavoro

Ci deve essere un ufficio apposito, da qualche parte, che si occupa di ricordare alle nostre “autorità” le date, gli anniversari che devono essere assolutamente ricordati.

Tra queste spiccano le stragi di lavoratori, oggi Brandizzo, ieri Firenze, l’altro ieri Luana e via andando. Brevi spezzoni televisivi ricordano quelle giornate, chi ci riesce strappa due parole a un parente ormai più incazzato che affranto. Una sorta di lavatrice delle coscienze e delle responsabilità che ha molti detersivi, il governo, le forze politiche tutte, Cgil, Cisl, Uil.

Nel mezzo il nulla. O meglio, un sacco di atti unici teatrali a cui partecipano tutte le “autorità” durante i quali si fa a gara a chi si scandalizza di più, a chi si batte il petto, piano piano per favore, a chi promette provvedimenti esemplari e risolutivi. Poi, passato qualche giorno, calano le tenebre fino al prossimo ricordo suggerito dall’ufficio apposito.

Intanto i @mortidilavoro aumentano a dismisura, si vietano gli scioperi per ripararsi dal calore, si accettano le versioni di comodo dei padroni, quelle secondo cui il morto era al primo giorno di lavoro, per questo non era stato ancora denunciato all’Inail, si vieta alla commissione sicurezza del Ministero di Giustizia di scrivere nella propria relazione che l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lesioni gravi e gravissime sarebbe un buon deterrente nei confronti di quei padroni, tanti, ancora troppi, che preferiscono gli utili alla salvaguardia della vita umana.

Il livello di gravità che ha raggiunto la questione tutela della salute e della sicurezza sul lavoro merita una grande mobilitazione che spazzi via chi se ne frega del rischio che si corre ad andare la mattina a lavorare e chi pensa di cavarsela commemorando, una tantum, tanto non costa nulla, le vittime delle loro scelte di morte.

Fonte

29/08/2026

Per lo Stato l’Italia è già in guerra, a cominciare dal porto di Ravenna

Per l’Avvocatura Generale dello Stato “è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. È quanto scritto nella memoria a difesa della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione territoriale Emilia Romagna e Marche, per contestare alla giornalista Linda Maggiori la possibilità di accedere agli atti e ai documenti relativi alle attività nel porto di Ravenna. L’obiettivo di Linda Maggiori era quello di far venire alla luce i traffici di armi che da tempo avvengono nel porto e mettere in evidenza le violazioni della legge 185 del 1990, che vieta il commercio di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o riconosciuti colpevoli di lesioni dei diritti umani.

Per l’Avvocatura Generale dello Stato, “la propalazione, attraverso i mezzi di informazione, dei dati e delle informazioni de quibus consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni internazionali dello Stato, del porto di Ravenna”, che in realtà è un porto civile e commerciale e nessuno aveva affermato, fino ad adesso, che fosse strategico per gli interessi nazionali del nostro Paese.

Il dato allarmante di questo pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato è che i traffici dei nostri porti civili rappresenterebbero informazioni riservate che non possono essere rese pubbliche senza nuocere agli interessi della nostra sicurezza. Di fatto, in questo modo, non sarebbe possibile esercitare un controllo effettivo sulla reale applicazione della legge 185 e nessuno potrebbe mettere in discussione il commercio con paesi belligeranti o, ancor peggio, colpevoli di genocidio.

In questo modo si vorrebbe impedire di fare luce su quanto sta avvenendo in porti, aeroporti e stazioni del nostro Paese, che sempre più vedono aumentare il traffico e lo spostamento di armamenti, in un clima di crescente coinvolgimento dell’Italia nelle operazioni di guerra. Ora, candidamente, anche l’Avvocatura dello Stato, dichiara che siamo in guerra e giustifica la mancanza di trasparenza con esigenze di sicurezza nazionale, perché saremmo coinvolti in una guerra mondiale già in atto.

Un secchio d’acqua gelida sulla faccia di chi fa ancora finta di non capire.

Unione Sindacale di Base

Fonte

15/08/2026

Colleferro: l’esplosione alla KNDS riaccende l’allarme

Basta industrie belliche: alziamo i salari, abbassiamo le armi!

L’esplosione avvenuta oggi nello stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, ex Simmel Difesa, impone una riflessione seria e non più rinviabile sulla sicurezza dei lavoratori e delle popolazioni che vivono accanto agli impianti destinati alla produzione di armamenti e materiali esplosivi. In attesa che le autorità accertino dinamica, cause e conseguenze dell’incidente, come USB Lavoro Privato Frosinone esprimiamo la nostra vicinanza ai lavoratori e a tutte le persone coinvolte e riteniamo necessario porre una questione che riguarda l’intera Valle del Sacco; la sicurezza non può essere discussa soltanto dopo un’esplosione.

Da tempo assistiamo a una progressiva trasformazione del nostro territorio in un’area sempre più interessata da produzioni legate all’industria bellica: particolarmente preoccupante è il progetto relativo allo stabilimento ex Winchester di Anagni, in località La Macchia, destinato a nuove attività della KNDS e alla produzione di materiali ad alto rischio, tra cui la nitrogelatina.

L’esplosione di Colleferro rende ancora più urgente chiedere alle istituzioni: cosa accadrebbe se un incidente analogo si verificasse ad Anagni? Quali sono i piani di emergenza? Quali sono i tempi reali di intervento dei Vigili del Fuoco? Quali mezzi e quali squadre specialistiche sarebbero immediatamente disponibili? Quali conseguenze avrebbe un incidente grave sulla popolazione, sui lavoratori e sull’ambiente della Valle del Sacco?

Non bastano rassicurazioni generiche: quando si parla di impianti che producono o trattano materiali esplosivi, la sicurezza deve essere dimostrata con dati, procedure, risorse e piani di emergenza pubblici e verificabili.

La Valle del Sacco ha già pagato un prezzo altissimo in termini di inquinamento e di devastazione ambientale, non possiamo accettare che alla storica emergenza ambientale si aggiunga una nuova fonte di rischio industriale legata alla produzione di armi.

Come organizzazione sindacale, inoltre, non possiamo ignorare una contraddizione evidente: mentre ai lavoratori si continua a chiedere di accettare salari insufficienti, precarietà e peggioramento delle condizioni di vita, vengono alimentati investimenti e profitti nell’industria bellica ed è inammissibile che il profitto venga prima della sicurezza, della salute e della vita delle persone. Le armi producono profitti per pochi, ma il rischio, quando qualcosa va storto, ricade sui lavoratori e sulle comunità. I profitti sono loro, i morti sono nostri.

Per questo chiediamo alle istituzioni nazionali, regionali e locali di fermare la corsa alla militarizzazione industriale della Valle del Sacco e di aprire un confronto pubblico e trasparente sul futuro degli stabilimenti bellici presenti e previsti sul territorio.

Basta al ricatto dei posti di lavoro serve dare priorità al lavoro sicuro, dignitoso e ben retribuito, non alla produzione di strumenti di guerra.

Alziamo i salari, abbassiamo le armi.

Fonte

11/08/2026

La Rai smetta di essere la “scorta mediatica” di Israele

Il nodo italiano di Palestine Action ha lanciato una petizione alla Commissione Vigilanza sulla Rai, al consiglio di amministrazione della Rai, all’Ordine dei Giornalisti e all’Usigrai nella quale chiede che cessi la “scorta mediatica” della Rai agli abusi israeliani contro i palestinesi.

La Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato e Israele ha pubblicato il 23 giugno 2026 un nuovo rapporto, intitolato “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”, in cui conferma – dopo un primo rapporto del settembre 2025 – che le autorità e le forze di sicurezza israeliane continuano a commettere il crimine di genocidio, oltre a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a Gaza e in Cisgiordania.

Il documento denuncia in particolare l’uccisione mirata di migliaia di bambini palestinesi e la distruzione sistematica delle condizioni di vita necessarie alla sopravvivenza della popolazione.

A fronte di queste conclusioni, ufficiali e documentate da un organismo delle Nazioni Unite, riteniamo che parte dell’informazione del servizio pubblico non stia raccontando la realtà con il rigore che la gravità dei fatti richiede.

Il 24 luglio 2026, durante l’edizione delle 20:00 del Tg1, è andato in onda un servizio del corrispondente Rai per il Medio Oriente Giovan Battista Brunori sull’assalto di coloni israeliani a un villaggio in Cisgiordania. Secondo quanto denunciato da diversi osservatori, il servizio ha ricostruito l’episodio presentandolo come un attacco da parte palestinese nei confronti di un gruppo di “escursionisti” – un termine che, se riferito ai coloni responsabili dell’aggressione, capovolge il rapporto tra aggressori e vittime e restituisce agli utenti Rai un quadro dei fatti non corrispondente a quanto documentato da fonti internazionali indipendenti.

Non è un caso isolato: nelle ultime settimane più programmi e telegiornali Rai, incluso il giornalista di Rai3 Antonino Monteleone, sono stati oggetto di critiche simili per il modo vergognoso e distorto in cui raccontano il genocidio in corso.

Cosa chiediamo

Come cittadini che finanziano il servizio pubblico con il canone, chiediamo:

  •  Che la Commissione di vigilanza Rai apra una verifica formale e prende provvedimenti concreti sul servizio del Tg1 del 24 luglio 2026 e su altri casi analoghi segnalati, valutando la conformità ai criteri di correttezza, completezza e imparzialità dell’informazione previsti dal contratto di servizio Rai-Stato.
  • Che Usigrai prenda provvedimenti concreti, nell’ambito delle proprie competenze sindacali e deontologiche, per fare in modo che le scelte lessicali usate per descrivere aggressori e vittime in questi servizi rispettino il codice deontologico dei giornalisti.
  • Che la Rai fornisca trasparenza sui criteri editoriali adottati nella copertura del genocidio perpetrato dallo stato sionista, alla luce delle conclusioni delle Nazioni Unite.
  • Che in futuro la terminologia usata nei notiziari distingua chiaramente, sulla base dei fatti riportati dalle fonti sul campo, tra chi compie un’aggressione e chi la subisce.

Il servizio pubblico ha il dovere di raccontare la realtà – anche quando è scomoda – con precisione e senza distorsioni lessicali che alterano la percezione dei fatti da parte del pubblico. BASTA PROPAGANDA!

Chiediamo che questo principio venga rispettato.

*****

Con un comunicato l’Usb – Coordinamento Rai si è unita alla petizione contro il clima sempre più pressante di censura all’interno dell’Azienda.

“Come USB sosteniamo tutti gli sforzi per contrastare la propaganda sionista che permea la produzione tv e la produzione news, che denunciamo con forza; il pluralismo dovrebbe essere la base del Servizio Pubblico, e riteniamo che la Rai venga meno al compito per cui tutte le cittadine e i cittadini pagano il canone. Le più recenti affermazioni di Brunori e Monteleone ne sono l’esempio maggiormente rappresentativo, ma osserviamo con forte preoccupazione che la linea governativa manipola tutta l’informazione, la cultura e l’intrattenimento delle tre reti generaliste, ormai quasi totalmente occupate e ridotte a megafono della propaganda. Questo atteggiamento censorio si riflette inevitabilmente anche sulle lavoratrici e sui lavoratori, che negli ultimi mesi hanno partecipato con forza e convinzione alle battaglie a sostegno del popolo Palestinese, rivendicando il diritto a lavorare davvero per portare avanti una televisione diversa, che dia voce alla Palestina, che chiami con i giusti termini il genocidio tutt’ora in atto, e che prenda drastiche contromisure contro la trasformazione del Servizio Pubblico in un servizio di propaganda”.

Fonte

08/08/2026

La salute non è negoziabile: se il caldo uccide, scioperare salva la vita!

Realtà ambientaliste, contadine e territoriali a difesa del diritto di sciopero e della salute dei lavoratori

La Commissione di Garanzia nega ai lavoratori il diritto di scioperare nelle ore di caldo estremo. Il messaggio politico è chiaro: in Italia prima muori e poi hai il diritto di scioperare. Per questo esprimiamo il nostro pieno sostegno alla mobilitazione promossa da USB e a tutte le lavoratrici e i lavoratori che stanno lottando per il diritto di difendere la propria vita quando lavorare diventa un pericolo.

La crisi climatica non è una minaccia futura: è una realtà che ogni estate mette in pericolo chi lavora. In 48 ore, in Italia almeno quattro lavoratori hanno perso la vita durante l’ondata di calore, tra cui una guardia giurata a Bologna e due operai in Lombardia, mentre continuano a susseguirsi decessi, ricoveri e malori durante le ondate di calore. In Spagna, nella sola fase iniziale dell’ultima ondata di calore, sono state stimate oltre 3.000 vittime attribuibili alle temperature estreme.

Quando il profitto impone di continuare a lavorare anche sotto temperature estreme, il caldo smette di essere un evento naturale e diventa una responsabilità politica. Di fronte a questa condizione, Governo e istituzioni continuano a proporre misure insufficienti. Se il lavoro si ferma, non viene garantito nemmeno il salario pieno: ancora una volta il costo della crisi climatica viene scaricato sulle lavoratrici e sui lavoratori.

Nel frattempo, cantieri e luoghi di lavoro continuano a rimanere aperti anche durante le ore di massimo rischio. È sempre più inaccettabile il ricatto imposto alle lavoratrici e ai lavoratori: scegliere tra salute e salario, tra vivere e portare a casa uno stipendio. Dai lavori logoranti nelle fabbriche, dove si respirano sostanze nocive, ai cantieri e ai campi esposti al sole, la logica è sempre la stessa: la produzione non si ferma, anche quando fermarsi significa salvare una vita.

Per questo ogni diritto conquistato dai lavoratori diventa un ostacolo per chi considera la sicurezza un costo e il profitto l’unica priorità. Per questo respingiamo con forza il tentativo della Commissione di Garanzia di limitare il diritto di sciopero e sosteniamo la mobilitazione di USB e di tutte le lavoratrici e i lavoratori. La salute viene prima del profitto!

Fonte

01/08/2026

L’Italia va alla guerra, tra prestiti per le armi, l’Ilva che chiude e l’inflazione che sale

Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia IA e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.

Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.

In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.

Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!

Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra contro la Russia. È la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.

Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.

Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.

Unione Sindacale di Base

Fonte

31/07/2026

Acciaierie d’italia, il governo propone una resa di stato

Per Usb servono nazionalizzazione e tutele straordinarie per tutti i lavoratori

Il tavolo convocato oggi [ieri, ndr] dal Governo sul futuro di Acciaierie d’Italia si è aperto con l’annuncio di una resa politica e industriale.

Di fronte al decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la sospensione entro 90 giorni delle attività dell’area a caldo di Taranto, il Governo ha dichiarato di voler riperimetrare la gara sugli impianti a freddo e sulle attività che potranno continuare. Una prospettiva presentata senza indicare cosa si produrrà, con quali volumi, con quali investimenti e soprattutto con quanti lavoratori.

Questa non è una soluzione industriale. È la gestione amministrativa della progressiva dismissione del gruppo.

Il problema non è quanto deciso dalla magistratura. Siamo di fronte alla sesta pronuncia consecutiva e al risultato di quattordici anni di errori, rinvii, deroghe e scelte sbagliate compiute dalla politica e dai diversi Governi che si sono succeduti.

La magistratura non può diventare l’ennesimo alibi dietro il quale nascondere l’assenza di una strategia per l’acciaio, per Taranto e per l’intero sistema industriale nazionale.

Il Governo ha affermato di avere avuto pronta, fino a ieri, una soluzione industriale. Oggi sostiene invece che tutto sarebbe stato cancellato dalla decisione della Corte d’Appello. Una ricostruzione che non convince e che conferma l’assoluta fragilità del percorso seguito fino a questo momento.

Da mesi vengono prospettate soluzioni tra loro contraddittorie, mentre si continua a trattare con soggetti privati che hanno già dichiarato di non voler investire risorse proprie. Nel frattempo, sui lavoratori diretti, sugli addetti degli appalti e sui dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria vengono scaricati tutti i costi degli errori commessi dallo Stato e dalla politica.

La riperimetrazione della gara sull’area a freddo, senza un progetto produttivo definito, rischia di rappresentare soltanto un ulteriore passaggio verso lo spezzettamento del gruppo e la cancellazione della produzione primaria di acciaio in Italia.

Per USB resta necessaria una scelta chiara: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia.

Il Governo sostiene che la proprietà pubblica non avrebbe modificato gli effetti del provvedimento giudiziario. La questione posta da USB è un’altra: la nazionalizzazione serve per assumere il controllo delle decisioni industriali, programmare gli interventi ambientali, garantire gli investimenti, difendere la produzione nazionale di acciaio e tutelare l’occupazione.

È quanto è stato fatto nel Regno Unito di fronte al rischio di fermata di British Steel e alla possibile perdita della capacità nazionale di produrre acciaio. Quando è in discussione un settore strategico, uno Stato interviene direttamente e non si limita ad attendere le decisioni dei privati.

Acciaierie d’Italia dispone già di lavoratori, tecnici e professionalità in grado di garantire la gestione e la ripartenza degli impianti. Manca una decisione politica all’altezza della situazione.

Accanto alla nazionalizzazione, è necessario aprire immediatamente un confronto su strumenti straordinari di tutela per tutti i lavoratori, senza distinzioni tra diretti, appalti e Ilva in amministrazione straordinaria. Servono garanzie occupazionali, continuità salariale e strumenti nuovi, capaci di accompagnare una vera transizione industriale e ambientale senza scaricarne i costi sulle persone.

Qualora il Governo abbia invece deciso di chiudere l’area a caldo e rinunciare alla produzione di acciaio a Taranto, deve dirlo apertamente e assumersi la responsabilità politica, industriale e sociale di questa scelta. In quel caso, Taranto e i lavoratori dovranno ricevere compensazioni straordinarie e garanzie reali, non nuovi ammortizzatori sociali destinati ad accompagnare la perdita dei posti di lavoro.

Dopo gli interventi delle organizzazioni sindacali, il Governo ha proposto l’avvio immediato di un tavolo tecnico per definire un “piano straordinario”, coinvolgendo i ministeri interessati, le organizzazioni sindacali, la Regione Puglia e il Comune di Taranto.

La proposta di aprire una discussione tecnica trova USB favorevole. È necessario verificare nel merito tutte le ricadute del provvedimento giudiziario, le prospettive industriali, gli investimenti possibili e gli strumenti straordinari necessari per tutelare l’intero perimetro occupazionale.

Questa disponibilità non comporta però alcun arretramento. Per USB la nazionalizzazione resta lo strumento principale per garantire il controllo pubblico delle scelte industriali, la continuità della produzione siderurgica, gli investimenti ambientali e la salvaguardia di tutti i lavoratori.

Il piano straordinario non può ridursi alla ricerca di nuovi investitori privati, alla riconversione delle aree liberate o alla gestione delle conseguenze della fermata. Deve prevedere un ruolo diretto dello Stato e affrontare immediatamente il tema delle garanzie occupazionali e salariali per i lavoratori diretti, degli appalti e di Ilva in amministrazione straordinaria.

USB parteciperà al confronto tecnico, ma con un presupposto politico preciso: nessuna soluzione potrà essere considerata credibile se rinuncia alla produzione di acciaio, spezza il gruppo o scarica ancora una volta sui lavoratori il costo delle scelte compiute dalla politica.

Per USB la tregua è finita. Non sono più accettabili scuse legate alla magistratura, all’Europa o alle decisioni degli enti locali.

Il Governo deve avere il coraggio di compiere la scelta necessaria per salvaguardare produzione e occupazione: nazionalizzare la fabbrica, garantire tutti i lavoratori e costruire un vero piano pubblico per l’acciaio in Italia.

Fonte

29/07/2026

Si può vivere con 21mila € all’anno in Italia? L’Istituto Italiano di Tecnologia è convinto di sì!

Da mesi, in ogni consesso afferente o meno a vertenze che ci vedono impegnati, l’USB ripete che questo Paese, per cambiare registro economico e di conseguenza sociale, necessita dell’introduzione per legge di un salario minimo, indipendente dal settore di applicazione e indicizzato all’inflazione (quella reale non l’Ipca “depurata” dai costi energetici) che la nostra organizzazione quantifica in 2000€ netti al mese.

Se fino a dicembre 2025 la nostra richiesta generava compatimento o scherno negli interlocutori del momento, l’ennesima aggressione militare israelo-statunitense a un paese terzo con i relativi, pesantissimi, contraccolpi economici – il più macroscopico il diesel a 2,2€/litro e la benzina prossima ai 2€/litro in tutta la Penisola – ha dimostrato che quanto rivendichiamo è il minimo sindacale se quella che vogliamo vivere è una esistenza “libera e dignitosa” come recita l’art.36 della Costituzione italiana.

Articolo che, per altro, costituisce la base normativa che ha condotto la Cassazione a sentenziare che, in Italia il problema del lavoro sottopagato non è invenzione della nostra organizzazione, ma condizione strutturale causata dalla proliferazione di CCNL che impongono retribuzioni lesive di una vita dignitosa e che pertanto vanno disapplicati.

Ci chiediamo, quindi, come sia possibile imbattersi ancora in offerte di lavoro che, per il ruolo di assistente di un amministratore delegato, propongono una retribuzione annua lorda di 21 mila euro, circa 1250€ al mese.

La proposta a dir poco “irresistibile” viene dall’Istituto Italiano di Tecnologia, Fondazione di ricerca con sede prevalente a Genova – notoriamente una delle città più care d’Italia – vigilata dai Ministeri delle Finanze e della Ricerca e finanziata dallo Stato con, attualmente, 85 milioni di euro l’anno.

Una fondazione di diritto privato, ma di fatto pubblica nei finanziamenti che la sostengono e nei soggetti che ne esercitano il controllo, che tuttavia sembra poco attenta alle ricadute economiche e sociali che potrebbe generare, soprattutto in un settore strategico come quello dell’alta formazione.

Quando il governo Meloni legifera di “salario giusto”, quando la ministra Calderone parla di “grandi opportunità per i giovani e garanzie evolute”, hanno in mente quelle che offrono enti – di fatto pubblici – come l’IIT?

USB Lavoro Privato

Fonte

28/07/2026

La ex Ilva va nazionalizzata, per la salute e per il lavoro

La decisione della Corte d’Appello di Milano conferma la gravità della situazione ambientale e sanitaria dello stabilimento di Taranto e impone interventi immediati. La tutela della salute e dell’ambiente non può essere messa in discussione e le prescrizioni della magistratura devono trovare piena attuazione.

Sarebbe però un gravissimo errore utilizzare questa sentenza come alibi per accompagnare la chiusura definitiva della siderurgia italiana. La responsabilità di questa situazione è il risultato di decenni di scelte industriali fallimentari e dell’incapacità di imporre ai soggetti privati gli investimenti necessari per garantire sicurezza, ambiente e continuità produttiva.

La sentenza conferma che non è più il tempo di rinvii o di soluzioni tampone. Serve una scelta politica chiara e coraggiosa: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia è oggi l’unico strumento in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, le bonifiche, la decarbonizzazione e la continuità produttiva.

È una scelta che altri Paesi europei hanno già compiuto per tutelare asset strategici e occupazione. Il recente intervento del Governo britannico su British Steel dimostra che, quando sono in gioco migliaia di posti di lavoro e una produzione strategica, lo Stato può e deve assumersi la responsabilità di intervenire.

La nazionalizzazione deve servire innanzitutto a tutelare i lavoratori. Deve garantire l’occupazione, impedire che il costo della transizione ricada ancora una volta su lavoratrici e lavoratori e assicurare gli investimenti necessari per la messa in sicurezza degli impianti e la decarbonizzazione.

Oggi, però, la priorità è una sola: nessun lavoratore deve essere lasciato indietro.

È necessario costruire immediatamente un sistema di tutele straordinarie che coinvolga tutti i lavoratori interessati dalla crisi: i dipendenti di Acciaierie d’Italia, quelli di Ilva in Amministrazione Straordinaria, i lavoratori degli appalti, dell’indotto e tutte le aziende della filiera che rischiano di pagare il prezzo di questa vicenda.

Gli strumenti ordinari non sono più sufficienti. È il momento di aprire un confronto nazionale per introdurre misure nuove, a partire dall’istituzione di un Reddito di Transizione, capace di garantire continuità economica e dignità ai lavoratori durante il percorso di messa in sicurezza, bonifica e riconversione industriale.

Allo stesso tempo chiediamo l’apertura immediata di un confronto per il riconoscimento del lavoro siderurgico come lavoro usurante, restituendo dignità a migliaia di lavoratrici e lavoratori che per decenni hanno operato in uno dei comparti più gravosi e rischiosi dell’industria italiana.

La crisi dell’ex Ilva non può essere affrontata contrapponendo salute e lavoro. L’Italia ha bisogno di una politica industriale che tenga insieme ambiente, occupazione e produzione strategica. Per USB questa strada passa da un forte intervento pubblico, dalla piena tutela del lavoro e da una transizione che non scarichi il proprio costo su chi, per anni, ha già pagato il prezzo delle scelte sbagliate della politica e dei privati.

Fonte