Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/07/2026
Si può vivere con 21mila € all’anno in Italia? L’Istituto Italiano di Tecnologia è convinto di sì!
Se fino a dicembre 2025 la nostra richiesta generava compatimento o scherno negli interlocutori del momento, l’ennesima aggressione militare israelo-statunitense a un paese terzo con i relativi, pesantissimi, contraccolpi economici – il più macroscopico il diesel a 2,2€/litro e la benzina prossima ai 2€/litro in tutta la Penisola – ha dimostrato che quanto rivendichiamo è il minimo sindacale se quella che vogliamo vivere è una esistenza “libera e dignitosa” come recita l’art.36 della Costituzione italiana.
Articolo che, per altro, costituisce la base normativa che ha condotto la Cassazione a sentenziare che, in Italia il problema del lavoro sottopagato non è invenzione della nostra organizzazione, ma condizione strutturale causata dalla proliferazione di CCNL che impongono retribuzioni lesive di una vita dignitosa e che pertanto vanno disapplicati.
Ci chiediamo, quindi, come sia possibile imbattersi ancora in offerte di lavoro che, per il ruolo di assistente di un amministratore delegato, propongono una retribuzione annua lorda di 21 mila euro, circa 1250€ al mese.
La proposta a dir poco “irresistibile” viene dall’Istituto Italiano di Tecnologia, Fondazione di ricerca con sede prevalente a Genova – notoriamente una delle città più care d’Italia – vigilata dai Ministeri delle Finanze e della Ricerca e finanziata dallo Stato con, attualmente, 85 milioni di euro l’anno.
Una fondazione di diritto privato, ma di fatto pubblica nei finanziamenti che la sostengono e nei soggetti che ne esercitano il controllo, che tuttavia sembra poco attenta alle ricadute economiche e sociali che potrebbe generare, soprattutto in un settore strategico come quello dell’alta formazione.
Quando il governo Meloni legifera di “salario giusto”, quando la ministra Calderone parla di “grandi opportunità per i giovani e garanzie evolute”, hanno in mente quelle che offrono enti – di fatto pubblici – come l’IIT?
USB Lavoro Privato
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21/07/2026
Il problema e la soluzione infame
L’inflazione sta tornando a salire rapidamente con conseguenze pesanti, soprattutto perché non è chiaro fino a che punto potrebbe arrivare il rialzo.
Le condizioni internazionali sono pesantissime: blocco perdurante di Hormuz, guerra sine die in Ucraina, difficoltà nei transiti strategici come Gibuti e Suez, eccessiva dipendenza dal costoso GNL degli Stati Uniti, colli di bottiglia nella raffinazione, speculazione finanziaria rialzista.
Questa situazione ha immediate conseguenze sul caso italiano.
La bozza di Legge di bilancio del 2026 è costruita con una previsione dell’inflazione al 2,1% e ora stiamo già viaggiando al di sopra del 3%.
Ma le previsioni, alla luce di quanto ricordato, fanno immaginare un’inflazione assai probabilmente superiore al 4%, quasi 4 volte la crescita del paese e soprattutto quasi due volte gli aumenti salariali generati dai rinnovi contrattuali.
Questo significa che per finanziare la stessa Legge di bilancio 2027 servono al governo quasi 15 miliardi in più. In altre parole, per sostenere una spesa pubblica già largamente insufficiente servirebbe in pratica quasi un’altra finanziaria.
Per evitare ciò bisognerebbe non rispettare il vincolo europeo del 3% di rapporto tra deficit e Pil, abbinato ad drastica riduzione della spesa per il riarmo e ad un abbattimento del costo degli interessi, che invece sembrano destinati a salire per volontà della stessa Bce.
L’alternativa, che sembra quella perseguita dalla maggioranza di destra, è costituita dalle privatizzazioni, dai tagli ulteriori alle spese sanitaria, previdenziale e dell’istruzione.
In realtà la vera alternativa, oltre ovviamente al radicale cambiamento delle regole dell’austerità europea, sarebbero una vera riforma fiscale per avere un gettito adeguato e una politica energetica che non contribuisca ad accrescere l’inflazione, come sta avvenendo.
Solo per citare un esempio in tal senso basta ricordare che l’Italia pur avendo un’ottima capacità di raffinazione importa il 30/35% del gasolio e continua a produrre elettricità dal gas perché i grandi colossi energetici, di fatto nelle mani della finanza internazionale, fanno queste scelte, costosissime per gli italiani.
Peraltro, le rilevazioni persino della Bce, fanno notare che circa il 45% dell’inflazione nell’Eurozona dipende dai profitti delle imprese che hanno scaricato i costi, a cominciare dall’energia, sui consumatori.
Siamo davvero in una fase cruciale per cui servirebbero politiche pubbliche radicalmente diverse contro l’impoverimento generalizzato.
La Destra sembra aver capito che questo è il tema destinato a scatenare il conflitto sociale e prepara la cultura e gli strumenti della repressione.
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05/06/2026
Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso
L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.
Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.
Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.
Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.
Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.
Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.
Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.
Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.
Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.
Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.
L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.
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01/06/2026
Croazia - Nella guerra all’inflazione spunta la tassa sui superprofitti
La Croazia è entrata nell’euro da pochi mesi e da subito i cittadini si sono trovati difronte alla dura realtà dell’integrazione monetaria europea, fatta di aumento generale dei prezzi e conseguente svalutazione dei salari, in mancanza di un meccanismo automatico di adeguamento.
È notizia di questi giorni che, nel pieno della crisi internazionale, la Croazia si trova ad affrontare un’inflazione del 5,4%, una delle più alte nell’Unione Europea.
In risposta, il ministro delle Finanze Tomislav Čorić ha annunciato un “pacchetto anti-inflazione” che colpisce aziende e proprietà immobiliare: una tassa del 50% sui “superprofitti” delle aziende e un aumento delle tasse per gli affitti a breve termine.
La tassa del 50% sarebbe applicata agli utili che superano la media triennale di oltre il 15% e riguarderà le grandi e medie imprese.
Questa misura ha già suscitato ampie polemiche da parte dell’opposizione, che accusa il governo di scaricare la responsabilità della propria politica economica fallimentare sulle imprese.
Anche il settore turistico è entrato nelle mire del governo. Sono state infatti annunciate modifiche al sistema di tassazione fissa nel settore, che prevedono un aumento della tassa fissa per i proprietari privati del 150%.
Questa misura riguarderebbe i circa 130 mila proprietari presenti nel Paese, con il lascito di malcontento che questo si porta dietro, soprattutto considerando che l’anno scorso le tasse erano già state aumentate di cinque volte.
D’altra parte, le organizzazioni sindacali e il Servizio sanitario nazionale hanno sostenuto queste misure, in particolare la tassa sui profitti in eccesso delle aziende.
Allo stesso tempo hanno anche lanciato un monito circa l’onere finale su cui andrebbe a cadere l’inflazione.
Il pericolo all’orizzonte infatti è lo scarico dell’aumento dei prezzi sui lavoratori e le lavoratrici per mezzo del congelamento dei salari sia nel settore pubblico che privato, già duramente colpiti dall’adozione dell’euro nel Paese.
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19/05/2026
L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa
A spingere la fiammata sono principalmente i beni energetici e gli alimentari non lavorati. I prezzi dei beni ad alta frequenza d’acquisto – il termometro dei consumi quotidiani – fanno segnare un balzo del 4,2% (dal precedente +3,1%). Il “carrello della spesa”, che include alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona, sale al +2,3%.
L’Istat fotografa una dinamica chiara nel suo report mensile: “la dinamica dell’inflazione riflette principalmente la netta risalita dei prezzi degli Energetici non regolamentati (da -2,0% a +9,6%), di quelli regolamentati (da -1,6% a +5,3%) e dell’accelerazione dei prezzi degli Alimentari non lavorati (da +4,7% a +5,9%)”.
I numeri freddi della statistica si traducono in un vero e proprio shock per i bilanci familiari. Stando anche alle elaborazioni del Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc), il gasolio per riscaldamento ha registrato un balzo bimestrale del +38,4%, il carburante diesel del 23,0%. Più contenuto, ma comunque significativo, il rialzo della benzina, pari al 6,3%, e degli altri carburanti per mezzi di trasporto privati: +9,4%.
Un importante rincaro ha colpito anche i beni agricoli. La crisi energetica si è riversata immediatamente sul comparto non solo per i costi del trasporto. Il gas naturale è fondamentale nella produzione di concimi azotati, e dallo Stretto di Hormuz, oltre al petrolio e il gas, transitava anche un terzo del commercio globale di fertilizzanti. L’interruzione dei flussi è arrivata proprio in coincidenza della stagione delle semine primaverili, con possibili ripercussioni disastrose sulla situazione alimentare mondiale nei prossimi mesi.
Tornando all’Italia, il Codacons ha lanciato l’allarme per una stangata da 893 euro annui per la “famiglia tipo”, e da 1.233 euro per un nucleo con due figli (di cui fino a 269 euro solo per la spesa alimentare). Gabriele Melluso, presidente di Assoutenti, ha fatto appello all’esecutivo per prorogare il taglio sulle accise, le agevolazioni per gli autotrasportatori, e per rafforzare la vigilanza sulle speculazioni.
Misure tampone, che arrivano a valle di meccanismi che garantiscono, ad ogni modo, gli extraprofitti, su cui la UE non vuole imporre nessun prelievo per trovare ulteriori risorse da spendere. E a completare il quadro, inoltre, arrivano i dati di Bankitalia sul debito pubblico, che tocca il nuovo record storico a 3.158,8 miliardi di euro, crescendo di ben 19,5 miliardi in un solo mese.
Che di per sé potrebbe non essere un “problema”, se non ci fossero dei vincoli europei strozzanti, e la procedura di infrazione di Bruxelles a pendere sulla testa del governo. Giorgia Meloni ha inviato una lettera a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere la clausola del Patto di Stabilità riguardante l’aumento delle spese militari anche alle misure contro il caro-energia.
“In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo italiano spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma SAFE alle condizioni attualmente previste”, ha scritto la Prima Ministra. Ed è un’affermazione di rara onestà, che però si scontra con la contraddizione di fondo: il carattere reazionario e, inoltre, disfunzionale dei vincoli europei.
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15/05/2026
L’Italia è diventata la stazione di servizio dell’apparato bellico genocida di Israele
Riproduciamo qui di seguito il comunicato di A.ba.co.
Mentre le famiglie e le imprese italiane affogano nel caro-carburante, il Governo trasforma il nostro Paese nel rifornitore ufficiale dell’esercito israeliano. L’associazione dei consumatori A.Ba.Co., attraverso l’avvocato Vincenzo Perticaro, ha presentato oggi una denuncia-querela presso nove Procure della Repubblica per denunciare un quadro inquietante di connivenza morale e materiale nel genocidio in atto.
Mentre il mercato energetico interno subisce rincari speculativi superiori al 14%, ingenti carichi di gasolio raffinati in Sicilia, nel polo petrolchimico di Priolo Gargallo, vengono regolarmente spediti verso la società israeliana ORL Bazan, che rifornisce direttamente il Ministero della Difesa di Israele e le IDF.
È inaccettabile che, nonostante la Corte Penale Internazionale abbia emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità, l’Italia continui a garantire il flusso logistico necessario alla loro macchina bellica.
Il Governo è responsabile di una grave inerzia e omissione per il mancato esercizio dei “poteri speciali” (Golden Power) che avrebbero dovuto bloccare queste esportazioni a tutela dell’interesse nazionale.
Invece di proteggere i propri cittadini dalla speculazione, le istituzioni permettono che il carburante venga sottratto al mercato interno per alimentare un conflitto criminale e fuori dalle regole internazionali, contribuendo a gonfiare artificialmente i prezzi alla pompa.
Questo scenario configura ipotesi di reato che vanno dal rialzo fraudolento dei prezzi alla manovra speculativa su merci, fino alla truffa aggravata ai danni dei cittadini italiani. A.Ba.Co. ha chiesto alla magistratura il sequestro probatorio e preventivo di tutta la documentazione doganale e dei registri di carico dei porti coinvolti.
Non resteremo a guardare mentre l’Italia viola gli obblighi internazionali di prevenzione del genocidio e calpesta la dignità del proprio popolo per servire gli interessi di un apparato militare già condannato dalla storia e dal diritto internazionale.
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13/05/2026
La CGIA raddoppia i costi dello shock energetico: 29 miliardi nel 2026
Oggi il calcolo arriva a quasi 29 miliardi di euro nel solo 2026, per famiglie e imprese. Una cifra significativa che incide direttamente sui bilanci domestici e sulla competitività della nostra industria. Si paga lo scotto di rincari a doppia cifra su ogni fronte: dai trasporti al riscaldamento, fino alla produzione industriale.
La voce più pesante del bilancio energetico nazionale riguarda i carburanti. Con i prezzi alla pompa stabilmente attorno ai 2 euro al litro, la spesa per benzina e diesel subirà un incremento di 13,6 miliardi di euro (+20,4% rispetto al 2025). Non va meglio sul fronte delle utenze domestiche e industriali: sull’energia elettrica si stima un rincaro di 10,2 miliardi di euro (+12,9%), e sul gas naturale di 5 miliardi di euro (+14,6%).
A livello territoriale, sul lato prettamente dei numeri il peso maggiore è scontato dal nord del paese. La Lombardia guida la classifica dei rincari con un aggravio di 5,4 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna (+3 miliardi) e dal Veneto (+2,9 miliardi). Si tratta delle regioni con la più alta densità di attività manifatturiere, e dove quindi la produzione ha più “fame” di energia.
Tuttavia, se guardiamo alle percentuali di aumento sui carburanti, è il Mezzogiorno a soffrire maggiormente. La Basilicata registra l’incremento più marcato (+21,6%), seguita da Campania e Puglia (+21,3%). Un dato che sottolinea come la dipendenza dai trasporti su gomma renda le regioni del Sud particolarmente vulnerabili alle oscillazioni del mercato petrolifero.
Sugli interventi governativi, la CGIA è categorica. Il governo Meloni è intervenuto con il cosiddetto “decreto Bollette”, una manovra da circa 5 miliardi di euro approvata per mitigare gli effetti della crisi, e con il taglio delle accise sui carburanti (attualmente ridotto a 5 centesimi per la benzina, mentre restano 20 centesimi per il gasolio), con un costo di circa un miliardo al mese e la scadenza fissata al 22 maggio.
Queste risorse sono però considerate inadeguate a frenare lo shock economico. La CGIA ribadisce che la soluzione non può essere solo nazionale, chiedendo invece la sospensione del Patto di Stabilità, per permettere agli stati membri della UE di finanziare i sostegni senza pesare sul calcolo del deficit.
L’Ufficio studi chiede inoltre di fissare un tetto al prezzo del gas e di separarlo da quello dell’energia elettrica; la tassazione degli extraprofitti; addirittura un taglio coordinato delle imposte sulle bollette a livello comunitario. La CGIA mostra come, senza un intervento strutturale, il rischio è che lo shock energetico si trasformi in una recessione profonda, e nell’aggravarsi della deindustrializzazione.
Ma a Bruxelles la logica continua a essere quella di rimanere ostinatamente sulla strada passata, nonostante le condizioni del presente siano cambiate profondamente. C’è poca predisposizione a intervenire sui profitti delle grandi compagnie, mentre lacci e lacciuoli dei trattati europei vengono difesi strenuamente, per non ammettere la loro irrazionalità, persino economica.
È il sintomo di un’evidente inadeguatezza strategica, e della mancanza di idee su come promuovere la UE come attore globale in uno scenario ben diverso da quello di trent’anni fa. Ed è inoltre un messaggio chiaro a chi vuole costruire un’alternativa, che deve essere necessariamente al di fuori di questi meccanismi e vincoli comunitari.
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06/05/2026
Caro-energia e rischio recessione: le stime del FMI lanciano l’allarme
Secondo le ultime stime presentate all’ultima seduta dell’Eurogruppo da Oya Celasun, vicedirettrice del dipartimento europeo del Fondo, l’Italia figura tra i paesi più vulnerabili a causa della sua dipendenza energetica e della volatilità dei mercati, influenzata soprattutto dalle tensioni geopolitiche sullo Stretto di Hormuz.
Il rapporto delinea due possibili percorsi. Nello scenario base, quello attualmente ritenuto più probabile, la famiglia media italiana dovrà farsi carico di un esborso supplementare di circa 450 euro annui. Nello scenario “grave”, invece, ovvero in caso di un ulteriore shock sui prezzi o di una escalation delle crisi internazionali, la stangata per le famiglie italiane potrebbe toccare i 2.270 euro.
In questo contesto, l’Italia risulterebbe tra le nazioni più colpite, superando ampiamente la perdita media europea prevista in caso di crisi severa (1.750 euro). Per fare un confronto, nello scenario peggiore, una famiglia slovacca perderebbe circa 620 euro, mentre una svedese appena 134 euro.
Gli effetti non saranno solo sui portafogli dei cittadini, ma sull’intera tenuta del sistema economico. Il Fondo ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona, prevedendo un rallentamento all’1,1% nel 2026 e all’1,2% nel 2027. L’inflazione, invece, è destinata a risalire al 2,6% nel prossimo anno prima di una timida discesa.
Inoltre, quello che preoccupa è che i mercati stanno diventando più pessimisti sui prezzi dell’energia, avverte il Fondo, sottolineando come questo potrebbe comunque far avviare il Vecchio Contintente sulla strada dello scenario avverso, spingendo l’intera area euro verso una fase di stagnazione prossima alla recessione, con un contestuale aumento degli spread, dei rendimenti dei titoli di Stato, e dunque dei debiti pubblici.
In virtù di questo, l’FMI ha inviato un messaggio chiaro ai governi, incluso quello italiano: no alle misure generalizzate. Quelle adottate fino ad ora “sono per lo più basate sulla tassazione, con circa tre quarti dei paesi europei che implementano adeguamenti delle accise sui carburanti”.
La preoccupazione dell’istituto è che, però, questi interventi stiano “distorcendo i prezzi di mercato dell’energia”. È interessante riportare dove viene individuato l’inghippo: tali politiche “riducono l’incentivo a diminuire il consumo di energia, migliorare l’efficienza e investire in alternative. Ciò rallenta il necessario adeguamento a un’offerta limitata”.
Da una parte viene ricordato come il mercato non è in grado di intraprendere davvero una transizione ecologica, perché non conveniente. Dall’altro come i danni dell’aggressione all’Iran limiteranno le forniture, che finisca oggi o meno il conflitto. Il consumo di energia deve diminuire (proprio ora che ci si avvicina all’estate).
Ovviamente, il FMI non ricorda come ci siano paesi ben felici di aumentare il proprio export energetico, come la Russia. Nel primo quadrimestre del 2026 le sue esportazioni di GNL sono aumentate dell’8,6%, ma le sanzioni suicide poste da Bruxelles tolgono l’ipotesi dal tavolo. Gli europei, al contrario, sostengono il bombardamento ucraino delle raffinerie di Mosca, e il taglio totale del gas nel 2027.
Tornando all’Italia, il costo delle attuali misure (crediti d’imposta e riduzioni sui carburanti) è stimato tra i 3 e i 4 miliardi di euro (0,15-0,20% del PIL). Ma il Fondo riporta anche le opinioni dei cittadini del Belpaese, da cui traspare l’inadeguatezza delle contromisure del governo.
Recenti rilevazioni indicano che il 44% degli italiani si definisce già oggi in difficoltà economica, e il 64% sta valutando di cambiare fornitore di energia per tentare di arginare le bollette. Con la prospettiva di una nuova impennata dei costi, la cautela ha già cominciato a dominare sui consumi.
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04/05/2026
Codacons: stangata da mille euro a famiglia con la guerra in Iran
L’analisi del Codacons parte dalle stime dell’Istat sull’inflazione, passata da +1,7% al +2,8% dello scorso mese, come conseguenza dell’impennata dei beni energetici, “regolamentati” e non.
L’associazione dei consumatori calcola il rincaro maggiore proprio in relazione ai comparti dell’energia. I combustibili liquidi (benzina, diesel, gasolio da riscaldamento) sono schizzati in alto del 38,4% in soli due mesi. Se il gasolio è salito del 23%, anche GPL e metano non sono stati da meno (+9,4%).
Ciò ha provocato un effetto domino che ha travolto il comparto dei trasporti: chi pianifica un viaggio deve fare i conti con biglietti aerei internazionali rincarati del 18,2% e tariffe dei traghetti in crescita del 6%. Anche noleggiare un’auto è diventato più costoso, con un aumento dell’8,8% che grava sia sul turismo che sulla logistica delle merci.
La crisi energetica si riflette direttamente sulle utenze domestiche. Ad aprile, il costo del gas per le famiglie è balzato del 13% rispetto a febbraio, mentre l’energia elettrica ha segnato un +5,2%.
Ma è facendo la spesa che gli italiani avvertono le ricadute più dolorose. Le turbolenze sulle rotte commerciali e l’aumento dei costi di trasporto hanno fatto schizzare i prezzi dell’ortofrutta: i frutti di bosco segnano un +16,1%, i legumi quasi il 10% e gli ortaggi (pomodori, peperoni, zucchine) l’8,6%.
Persino la tecnologia è sotto pressione: i costi dei supporti informatici per la registrazione sono aumentati del 21,6%; videogiochi, console, applicazioni e software videoludiche hanno segnato un +16,4%. Ovviamente, queste sono ancora proiezioni fatte sulla base di consumi costanti e senza prevedere ulteriori interventi governativi.
“La crisi in Medio Oriente ha determinato uno tsunami sui prezzi al dettaglio”, scrive il Codacons. L’associazione chiarisce il pericolo che questo tsunami si porta dietro, e che non riguarda solo “un generalizzato impoverimento dei nuclei meno abbienti, ma anche una contrazione dei consumi da parte delle famiglie come reazione al caro-prezzi, con effetti estremamente dannosi per l’economia nazionale”.
La situazione nello Stretto di Hormuz non sembra però prossima a sbloccarsi, e lo stesso problema affrontano, dunque, le forniture globali, con effetti sistemici. Finché il quadro internazionale non troverà stabilità, gli italiani continueranno a pagare il prezzo di una guerra che, pur combattuta a migliaia di chilometri di distanza, si riflette ogni giorno sullo scontrino del supermercato e sulle bollette.
Se da tempo le classi dirigenti del Vecchio Continente perorano la causa della transizione a un’economia di guerra, ora sappiamo bene cosa questo significhi, senza nemmeno essere coinvolti direttamente in uno dei conflitti – ma sostenendoli materialmente – provocati da Israele e Stati Uniti.
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22/04/2026
Usb: stipendi milionari ai manager, spiccioli ai lavoratori. Adesso basta!
C’è poi il caso di Claudio Descalzi che a 71 anni, è stato confermato come Amministratore Delegato dell’Eni, e potrebbe ricevere un aumento della retribuzione del 73% arrivando a percepire fino a 15,4 milioni annui, (sempre lordi certo), mentre Flavio Cattaneo AD di Enel si ferma a soli 10,14 milioni lordi all’anno!! Se si continuasse a scavare ne verrebbero fuori tanti altri.
Si tratta delle stesse aziende che insieme alle banche, per cui sia la Meloni in Italia sia la Commissione Europea a livello continentale, hanno negato l’imposizione di tasse sugli extra profitti fatti in questi anni a causa del boom dei prezzi dell’energia o dell’aumento dei tassi di interessi bancari.
“Tutto questo avviene in nome del credo liberista di abolire qualsiasi laccio e lacciolo per chi produce ricchezza, privata naturalmente” – denuncia l’USB in un comunicato – “mentre niente arriva invece a chi la ricchezza la produce davvero, ossia quella classe lavoratrice largamente intesa che negli ultimi decenni nel nostro paese è andata ad aumentare il numero dei working poor, cioè di coloro i quali pur lavorando sono sempre più poveri”.
Di fronte a una nuova fiammata inflazionistica, in parte dovuta all’escalation del conflitto nel Medio Oriente ma molto alla speculazione sulle materie prime, “il governo italiano non ha ritenuto di mettere in campo alcuna misura volta a mitigare questa situazione, tranne la ridicola abolizione di circa 20 centesimi sulle accise dei combustibili” – sottolinea l’Usb – “mentre il padronato procede a chiusure e a licenziamenti di massa oltre a cercare di reggere la concorrenza firmando insieme a CGIL CISL e UIL contratti vergognosi che non recuperano alcunché della perdita salariale!”
E non è affatto vero che i soldi non ci sono, tutti sanno che ormai centinaia di miliardi sono stati spostati dalle spese sociali, sanità, pensioni, assistenza e stanno prendendo la strada delle spese militari con cui già ora si massacrano popolazioni inermi per gli interessi di un capitalismo giunto allo stadio predatorio.
USB chiama a due giornate di mobilitazione avendo da tempo lanciato una campagna al cui centro sta la richiesta di un salario mensile di 2000 euro netti, 12 euro di salario minimo orario, la reintroduzione di un meccanismo automatico di recupero salariale, l’azzeramento dell’IVA sui generi di prima necessità, il blocco degli sfratti per morosità incolpevole, la moratoria sui distacchi delle utenze elettriche.
Su questi obiettivi è stata convocata per il 23 maggio una manifestazione nazionale a Roma e che sarà preceduta il 29 aprile da un presidio a Montecitorio, alle ore 15 Piazza Capranica.
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05/04/2026
Bankitalia: la guerra in Iran riduce il PIL e aumenta l’inflazione
Bankitalia ha già rivisto al ribasso le stime di crescita rilasciate lo scorso dicembre. Lo scenario di base preso in considerazione dagli analisti vede il prezzo del petrolio attestarsi a 103 dollari al barile e quello del gas a 55 al megawattora, nel corso del secondo trimestre di quest’anno. Dati che ci si aspetta di avere se il conflitto non si protrarrà troppo a lungo e i suoi effetti saranno tamponati.
Per l’anno in corso e per il prossimo le previsioni, nello scenario migliore, vedono una crescita pari allo 0,5% del PIL, mentre a dicembre era stimata allo 0,6% per il 2026 e allo 0,8% per il 2027. L’inflazione è maggiore di un punto percentuale rispetto alle precedenti stime: si dovrebbe collocare al 2,6% per l’anno in corso, ma viene sottolineato che saranno soprattutto i beni energetici e quelli alimentari a pesare sulla media.
“Lo scoppio del conflitto e il repentino innalzamento dei prezzi energetici – si legge nella nota – incidono negativamente sulle prospettive a breve termine, comprimendo la domanda interna nel trimestre in corso e nei due successivi. L’attività tornerebbe a rafforzarsi a partire dall’inizio del 2027, in concomitanza con l’attenuazione delle pressioni inflazionistiche”.
Ci si deve attendere, dunque, una nuova ondata inflazionistica che andrà a peggiorare ulteriormente il reddito reale delle famiglie italiane. Gli investimenti rallenteranno, anche a causa delle ridotte prospettive della domanda, tanto quella interna quanto quella estera: “il contributo della domanda estera netta alla crescita del prodotto è negativo quest’anno e pressoché nullo nel prossimo biennio”. In ogni caso, l’istituto segnala che il tasso di disoccupazione “aumenta leggermente nel corso del triennio”, cioè tra il 2026 e il 2028.
Nell’analisi di Bankitalia, però, viene previsto anche uno scenario peggiore. Se il conflitto dovesse protrarsi più a lungo delle previsioni e vi fossero “danni rilevanti alle infrastrutture energetiche nell’area mediorientale”, ipotesi che è stata confermata in maniera indiretta da Christine Lagarde in un’intervista al The Economist, il risultato sarebbe un’inflazione maggiore e più persistente, e possibili turbolenze sui mercati finanziari.
Se il petrolio balzasse stabilmente sopra i 150 dollari al barile e il gas intorno ai 120 euro al megawattora, il PIL rimarrebbe fermo nell’anno in corso (0,0% di crescita), per poi ridursi dello 0,6% nel 2027. Se lo scenario è già di base quello della stagflazione, se non si pone subito fine all’aggressione imperialista le prospettive sono quelle di una vera e propria recessione.
Il problema, però, è strutturale. Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, intervenendo alla conferenza annuale tra il suo istituto e il Ministero degli Esteri, ha sottolineato che lo shock energetico “non apre una nuova fase, la sta semplicemente accelerando”, mentre le previsioni BCE sull’inflazione dell’Eurozona per il secondo trimestre del 2026 indicano un +3,1%. Lui stesso ammette che, anche finisse immediatamente il conflitto, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento.
Proprio perché la fase non è nuova, torna anche il tema degli extraprofitti. I ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria hanno inviato una lettera al commissario UE per il Clima, Wopke Hoekstra, ribadendo una richiesta che dicono di aver fatto all’Eurogruppo del 27 marzo: “sviluppare rapidamente uno strumento contributivo a livello UE, basato su una solida base giuridica” e finanziato con la tassazione degli extraprofitti.
“Una soluzione europea”, scrivono nella lettera, “fungerebbe da segnale per i cittadini e per l’economia, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire”. Questi paesi fanno leva su una situazione di crisi per implementare ulteriormente l’integrazione europea, ma nascondono il fatto che i vari governi avrebbero già i poteri per agire e calmierare i prezzi.
Uno degli ostacoli principali, semmai, è il Patto di Stabilità, che Bruxelles ha ribadito non voler sospendere. Non potendo mettere risorse per alleviare l’aumento dei prezzi, viene stabilito politicamente che la crisi dovranno essere ancora lavoratori e pensionati a pagarla.
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02/04/2026
Rinnovo CCNL Istruzione e Ricerca: una firma frettolosa, che non tutela i salari
C’è il forte rischio che si vada verso un’ulteriore perdita del potere d’acquisto dei salari, dopo quella registrata nel 2022-2024 e la clausola di garanzia evocata da chi deve giustificare la firma non c’è, non si sa se ci sarà e soprattutto riduce il CCNL al mero recupero dell’inflazione di questo triennio, negando qualsiasi possibilità di redistribuzione della ricchezza nel paese delle disuguaglianze.
Le percentuali di aumento, riportate da qualche comunicato sindacale, calcolate non sulla massa salariale complessiva, ma solo su alcune parti di salario, nello specifico sul tabellare, sono un imbroglio nei confronti di lavoratrici e lavoratori per rivendersi una firma ingiustificata, almeno nella tempistica.
Gli aumenti sono del 5,4% così come da stanziamento nel piano di bilancio di medio termine. In linea con l’inflazione programmata, inferiori alle proiezioni che risentono degli effetti degli aumenti dei costi energetici.
Definire, come ha fatto ARAN, una crescita storica gli aumenti in valore assoluto di tre tornate contrattuali è un insulto all’intelligenza di lavoratrici e lavoratori che i calcoli se li fanno ogni giorno quando vanno a fare la spesa al supermercato, quando devono pagare le bollette o fare il pieno con salari che valgono sempre meno.
I salari reali sono diminuiti soprattutto a causa dell’inflazione registrata nel triennio 2024-2026. Questo è l’unico dato oggettivo, il resto sono giochini fatti sui numeri e sulla vita delle persone.
Si poteva e si doveva aspettare prima di firmare. La firma frettolosa serve solo al Governo Meloni per rilanciarsi dopo la sconfitta referendaria ed evitare l’apertura di un nuovo fronte in un momento di grande crisi interna.
Gli effetti reali sui salari li vedremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
Un sindacato responsabile verso i lavoratori avrebbe dovuto usare maggior cautela e valutare con attenzione l’evolversi della situazione economica prima di arrivare ad una firma che potrebbe riportare ulteriormente indietro i salari reali. Peraltro questa accelerazione rischia di ipotecare gli aumenti anche negli altri contratti del Pubblico Impiego, proprio mentre il Governo regala alle imprese 1,5 miliardi: alla faccia delle risorse che non ci sono!
USB Pubblico Impiego sarà in piazza il 15 aprile sotto il Ministero della Pubblica Amministrazione, dal ministro Zangrillo, per chiedere lo stanziamento di risorse che determinino un’inversione di tendenza nel rapporto aumenti/inflazione e la democratizzazione del sistema delle relazioni sindacali che dia maggior ruolo alle RSU e cancelli qualsiasi penalizzazione per i sindacati che decidono di non firmare il contratto nazionale. Due elementi fondamentali per restituire ai contratti la funzione di redistribuzione della ricchezza e opporsi al dilagare delle disuguaglianze rese sempre più drammatiche dai costi della guerra scaricati su lavoratrici e lavoratori.
USB Pubblico Impiego
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01/04/2026
Basta speculazione sistemica sui prezzi di carburanti e bollette
L’esposto è stato presentato lo scorso 13 marzo alle Procure della Repubblica di nove città italiane.
In queste ore, la Guardia di Finanza sta conducendo controlli proprio sulla filiera della distribuzione dei carburanti.
L’associazione A.Ba.Co. ha condotto un’analisi di mercato nei mesi di febbraio e marzo, rilevando gravi distorsioni. I pressi sono saliti sopra i due euro al litro non appena si sono alzati i prezzi del greggio, ma rimanendo alti quando sono scese le quotazioni. Il taglio delle accise, che scadrà il prossimo 7 aprile, è stato in questo modo incamerato come extraprofitto da parte delle multinazionali dell’energia, togliendo risorse importanti alla sanità mentre i prezzi del carburante rimanevano alti.
Serve immediatamente una regia pubblica contro la speculazione sui prezzi dell’energia ed interventi immediati: una moratoria sui distacchi dalle utenze per morosità, l’istituzione di un minimo energetico garantito, innalzamento delle soglie per i bonus energetici per salvaguardare il potere d’acquisto di salari e pensioni!
L’USB appoggia la denuncia presentata da A.Ba.Co., senza un’azione immediata per contrastare questa nuova ondata di inflazione le disuguaglianze nel Paese sono destinate ad aumentare ulteriormente.
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30/03/2026
L’aggressione all’Iran ci costerà 15 miliardi, secondo la CGIA
Una stangata tragica per famiglie e sistema industriale, già in crisi e con prospettive di crescita da zero-virgola. Gli importi sarebbero suddivisi in 10,2 miliardi per l’energia elettrica e 5 miliardi per il gas. Il prezzo di quest’ultimo è schizzato verso l’alto di 26 euro per MWh (+81%), mentre l’elettricità ha fatto segnare un aumento di 41 euro per MWh (+38%).
Inoltre, a fare le spese di questi rincari sarà soprattutto il mondo delle imprese, che il governo dice sempre di voler difendere. Per le famiglie ci sarà un aggravio di 5,4 miliardi di euro, mentre il sistema produttivo dovrà pagare 9,8 miliardi aggiuntivi. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna saranno le regioni più colpite, seguendo la geografia industriale del paese e la densità abitativa.
Ad essere esposte sono, ovviamente, soprattutto le piccole imprese, che non possono contare su fatturati capaci di attutire la caduta e far passare il momento di crisi. Secondo la CNA, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, ci sono a rischio 300 mila piccole imprese, sulle quali il costo dell’energia impatta tra il 12% e il 40% delle spese.
Sono aziende che impiegano 1 milione e mezzo di dipendenti. I risvolti sul lato della disoccupazione potrebbero portare a una spirale di crisi critica, a cui si devono aggiungere già i rincari che, ad ogni modo, le famiglie stanno per sperimentare. Sebbene si sia ancora lontani dai picchi del 2022, le quotazioni attuali di gas ed energia elettrica – rispettivamente 58 e 148 euro per MWh – andranno a erodere il potere d’acquisto.
Secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia, la “famiglia tipo” potrebbe trovarsi a pagare circa 600 euro in più all’anno. Solo per il gas, l’adeguamento delle tariffe riflette già un rialzo del 19%, traducendosi in una spesa extra di 285 euro su base annua per chi consuma mediamente 1.400 metri cubi.
Infine, è interessante sottolineare che la CGIA chiede la sospensione temporanea delle regole fiscali del Patto di Stabilità, oltre che il definitivo disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. L’architettura UE, ancora una volta, si presenta come un limite allo sviluppo di politiche che vadano incontro alle esigenze delle classi popolari, mentre sono state facilmente piegate quando si è trattato di finanziare il riarmo europeo.
Questa è una consapevolezza che deve apparire ormai chiara ai cittadini: la tendenza alla guerra dell’imperialismo e l’arroccarsi della UE nel proprio avvitamento guerrafondaio sta rendendo la vita impossibile alla maggioranza della popolazione, oltre a spingerci pericolosamente sul baratro della terza guerra mondiale.
Il fronte interno del governo Meloni si trova dunque ancor più sotto pressione: i soldi del “decreto bollette” potrebbero rivelarsi ancor più chiaramente come un’operazione scenografica e nulla più. C’è, inoltre, un ulteriore allarme, lanciato dalla presidente della BCE Christine Lagarde in un’intervista al The Economist.
Secondo Lagarde, le interruzioni delle forniture energetiche potrebbero protrarsi per anni e le aspettative di un rapido ritorno alla normalità potrebbero essere eccessivamente ottimistiche, dato che molte infrastrutture energetiche del Golfo sono state danneggiate. Il risultato è che lo shock per l’economia mondiale potrebbe essere maggiore di quanto immaginano gli esperti al momento. Allora, forse, è il momento che tutto il modello di sviluppo (anche energetico) venga messo in discussione, e si presenti un’alternativa.
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19/03/2026
Argentina - Pensionati alla fame protestano sotto il Parlamento, pestati dalla polizia
La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza sociale e umana che i pensionati materializzano settimanalmente davanti al Palazzo Legislativo, è stata nuovamente interrotta da un’operazione che ha trasformato la domanda di beni dignitosi in uno scenario di arresti e percosse.
Quello che era iniziato come il consueto presidio al Congresso si è concluso con un cordone di polizia che si è abbattuto sui corpi che chiedevano solo di smettere di perdere potere d’acquisto contro l’inflazione.
Il resto della giornata è uno scenario di braccia ferite, manifestanti arrestati e un’ambulanza che trasporta di corsa un uomo con un picco di pressione all’ospedale Ramos Mejía.
Tra i feriti vi sono Carlos Alberto “Chaca” Dawlowski e Delia Luján Montiel. “Chaca”, 76 anni, è stato rilasciato con la pelle segnata dalle botte della polizia, ma con la sua parola è intatta davanti alle telecamere: “Non possiamo più nemmeno marciare sul marciapiede, ma non ci arrenderemo. Lasceremo le nostre vite, ma loro non ci schiacceranno”.
Le loro ferite, mostrate come prova di una democrazia che sta diventando sorda e violenta, riassumono lo spirito di una resistenza che, nonostante il bastone e lo spray al peperoncino, giura di non cedere fino all’ultima goccia di sangue.
“L’abuso di forza contro gli anziani, che non rappresentano alcun pericolo, ci rende ogni giorno più vulnerabili e attacca direttamente la nostra salute”, hanno sottolineato le organizzazioni dei pensionati.
Queste ultime denunciano come la direzione economica e sociale del governo configuri “una politica di sterminio” che non colpisce solo i pensionati, ma anche altri settori vulnerabili come le persone con disabilità e l’infanzia. Con l’ultimo dato sull’inflazione di dicembre diffuso dall’Indec, si può già confermare l’aumento previsto di pensioni, assegni e sussidi dell’Anses che entrerà in vigore a febbraio: appena il 2,8%. Tradotto in cifre più chiare, per l’assegno minimo si tratta di un incremento di soli 9.780,38 pesos, una cifra che non basta nemmeno per comprare un chilo di spalla di maiale.
Con il sistema indicizzato all’indice dei prezzi al consumo, è l’inflazione a determinare gli aumenti mensili dei pensionati. Con il raffreddamento dell’economia ancorato alla depressione dei salari, gli aumenti pagati dall’Anses sono sempre più bassi e non valgono nemmeno per comprare 2 bottiglie di shampoo. Letteralmente.
Secondo un rapporto dell’Osservatorio Mate, ogni pensionato ha perso, in media, quasi 5 milioni di pesos dall’insediamento di Javier Milei. In questo periodo, le pensioni e gli assegni si sono consolidati come uno dei principali assi della stretta fiscale del governo, al punto da concentrare un taglio equivalente a 16,5 trilioni di pesos, mentre l’importo medio è rimasto del 23% al di sotto del livello del 2023. Di conseguenza, la pensione minima oggi basta a malapena a coprire un terzo del costo reale di un paniere di base per gli anziani.
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14/03/2026
Presentata denuncia contro la speculazione sui prezzi della benzina
Affinchè si indaghi e si sanzioni seriamente ogni speculazione, l’Associazione di Base dei Consumatori (A.Ba.Co) e l’Asia USB – insieme all’avvocato Vincenzo Perticaro – hanno presentato una denuncia penale alle Procure per la speculazione sul prezzo dei carburanti.
La denuncia è stata presentata oggi alle Procure delle seguenti città: Roma, Milano, Genova, Bologna, Napoli, Firenze, Palermo, Bari, Cagliari.
L’attuale ed ingiustificato aumento dei prezzi causato dalla guerra in Medio Oriente sta determinando enormi profitti per le multinazionali, mentre danneggia in modo grave tutta la cittadinanza. Le speculazioni finanziarie hanno fatto sì che i prezzi si impennassero immediatamente esulando dalle normali dinamiche di domanda ed offerta, con il flusso fisico di petrolio e del GNL messo in crisi dalla chiusura dello stretto di Hormuz, ma con un calo degli approvvigionamenti non proporzionale all’aumento immediato dei prezzi.
Asia USB e A.Ba.Co., quindi, hanno deciso di denunciare in quanto il rischio di ripercussioni a danno di cittadini ed economia è grande, ragione per cui occorre intervenire immediatamente per fermare le speculazioni sui prezzi dei carburanti.
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16/01/2026
Generi alimentari: +24%. Indagine Antitrust sulla grande distribuzione
Ora, finalmente, arriva un’indagine conoscitiva dell’Antitrust per cercare di fare luce su questa dinamica. L’approfondimento riguarderà le catene distributive nella ripartizione del valore aggiunto prodotto dalla filiera agroalimentare, e come ciò porta alla formazione dei prezzi finali. E sotto la lente d’ingrandimento c’è soprattutto la Grande Distribuzione Organizzata (GDO).
È proprio l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) a spiegare che la distorsione osservata “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”. Difatti, di questi alti prezzi soffrono i consumatori, ma non ne vedono i “benefici” i produttori.
Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, specifica l’AGCM, i prezzi dei beni alimentari sono schizzati del 24,9%, una crescita di gran lunga superiore a quella dell’indice generale dei prezzi al consumo, ferma al 17,3%. L’ipotesi al vaglio è che ci sia una sostanziale speculazione della GDO, attraverso la quale avviene l’84% degli acquisti degli italiani.
Si tratta di pochi grandi gruppi, che approfitterebbero anche del proprio potere contrattuale nei confronti di una base produttiva alquanto frammentata, fatta di migliaia di piccole aziende agricole. Secondo l’Antitrust, questa posizione di forza permetterebbe alle catene della GDO di imporre unilateralmente condizioni economiche pesanti.
Ad esempio, saranno indagati i cosiddetti “servizi di vendita”: veri e propri pagamenti che i produttori fanno ai supermercati per servizi quali l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti. Il presidente di Federdistribuzione ha immediatamente ricordato che non è mai mancata la collaborazione per frenare i rincari, e che daranno tutte le informazioni necessarie.
Intanto, il peso sulle famiglie è gravoso: il Codacons ha calcolato un esborso maggiore per la spesa alimentare rispetto al 2021, per un nucleo familiare con due figli, intorno a 1.915 euro annui. Assoutenti dichiara che “una famiglia su tre è stata costretta nell’ultimo anno a tagliare la spesa per cibi e bevande”. Nonostante l’inflazione generale sia scesa (1,2% a dicembre 2025), il “carrello della spesa” continua a correre quasi a velocità doppia (2,2%).
Anche la Coldiretti ha accolto con favore l’iniziativa dell’Antitrust. Ora, i soggetti interessati sono tenuti a inviare contributi e osservazioni entro il 31 gennaio 2026. A quel punto saremo pronti per tornare sull’argomento, a difesa della capacità d’acquisto di lavoratori e pensionati.
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27/11/2025
Il pessimo contratto dei metalmeccanici rafforza le ragioni dello sciopero generale il 28 novembre
Se si vuole cogliere dal vivo una delle principali ragioni per cui il sistema salariale italiano da anni precipita verso il basso ed è il peggiore tra i paesi più sviluppati, basta guardare al rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena sottoscritto tra Fim–Fiom–Uilm e Federmeccanica.
Negli ultimi anni la perdita di potere d’acquisto per un lavoratore metalmeccanico di livello medio è stata di più di 250 euro netti al mese. Per recuperare questa perdita, i salari contrattuali avrebbero dovuto crescere di circa 350 euro lordi. La richiesta dei sindacati confederali per il rinnovo del contratto triennale, dall’inizio del 2025 alla fine del 2027, è stata di 280 euro in più al mese.
Fim–Fiom–Uilm hanno spiegato questa richiesta, inferiore a ciò che sarebbe stato necessario per pareggiare i conti con la perdita salariale, con altre importanti rivendicazioni normative. Prima di tutto la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali, poi un potenziamento delle funzioni e dei poteri dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, infine rivendicazioni contro il precariato e per i diritti individuali.
Il risultato finale, tanto esaltato in queste ore dai dirigenti sindacali e ancor più dagli industriali, cancella la piattaforma.
L’aumento salariale è di 205 euro lordi medi, con il prolungamento di un anno della durata del contratto. Allungare la durata del contratto è un classico metodo negli accordi sindacali per fare sembrare di più i soldi. Ma in realtà l’aumento effettivo è di 177 euro, perché 28 erano già stati erogati ai lavoratori nel giugno di quest’anno, in virtù del meccanismo di rivalutazione dei salari basato sull’IPCA. Questo indice dell’aumento dei prezzi è stato adottato dal contratto dei metalmeccanici, però con una pesante limitazione: i costi dei prodotti energetici importati non vengono calcolati. Cioè l’aumento dell’energia elettrica, del gas e della benzina per la busta paga non contano.
All’inizio della trattativa Federmeccanica aveva controproposto un aumento di 170 euro. Il risultato finale è dunque di 7 euro un più della proposta delle imprese, però con il contratto che dura anche nel 2028. Fino al giugno dell’anno prossimo i metalmeccanici non riceveranno alcun aumento, poi scatteranno circa 50 euro in più, mesi dopo seguiranno altre piccole tranches. L’ultima rata dell’aumento di oltre 60 euro sarà addirittura nel giugno del 2028.
Per quanta riguarda la riduzione dell’orario non si ottiene nulla, anzi c’è un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, con l’aumento delle ore di flessibilità obbligatoria e la diminuzione della giornate di riposo libere. Nulla sulla salute e la sicurezza, pasticci e chiacchiere su tutto il resto.
Insomma un risultato negativo sul piano normativo e pessimo su quello salariale.
L’intesa Fim–Fiom–Uilm–Federmeccanica non recupera nulla di quanto i lavoratori hanno perso e rischia di peggiorare ancora nel tempo il valore reale delle retribuzioni. Un risultato persino inferiore a quello degli accordi in alcune categorie del pubblico impiego, accordi che la CGIL aveva rifiutato di sottoscrivere perché giudicati troppo bassi. Invece ora per Landini questo contratto è “una buona notizia per tutto il paese”.
La firma del contratto dei metalmeccanici conferma che è ancora pienamente in vigore il sistema di compressione dei salari definito con gli accordi di “concertazione” del 1992/93, sistema rinnovato e anche peggiorato in diverse intese, fino al “Patto della Fabbrica” del 2018.
Negli ultimi trent’anni l’Italia ha avuto la peggiore dinamica salariale tra i paesi OCSE, non solo per le politiche di austerità dei governi, ma per la complicità di CGIL–CISL–UIL con il sistema delle imprese.
I sindacati confederali hanno accettato di scambiare, con la Confindustria e le organizzazioni imprenditoriali, il riconoscimento del proprio ruolo con il salario dei lavoratori. Hanno accettato regole che impediscono di rivendicare veri aumenti della retribuzione e che impongono sempre di inseguire, in ritardo, l’aumento dei prezzi. Il sistema contrattuale italiano è come la carota appesa al bastone davanti all’asino, che per quanto cammini non riesce mai a raggiungere l’obiettivo.
Sembrava che stavolta i sindacati confederali dei metalmeccanici avessero provato a forzare un poco il sistema, ma dopo quaranta ore di sciopero hanno praticamente accettato ciò che gli industriali offrivano all’inizio. Abbiamo salvato il contratto nazionale, hanno dichiarato i dirigenti di Fim–Fiom–Uilm. No, hanno confermato un sistema contrattuale che fa sprofondare i salari e garantisce i profitti.
Tutto questo rafforza il significato e il valore dello sciopero generale del 28 novembre, proclamato dai sindacati di base e conflittuali. È infatti necessaria una profonda rottura del sistema contrattuale fondato sia sull’austerità di bilancio dei governi, sia sulla complicità tra sindacalismo confederale e imprese.
Senza questa rottura continuerà il disastro dei salari, che certo non sarà fermato dalla doppiezza di una CGIL che contesta a Giorgia Meloni ciò che accetta volentieri da Confindustria.
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17/11/2025
Istat: i prezzi degli alimentari corrono molto più veloce dell’inflazione media
Nel dettaglio, gli aumenti maggiori rispetto al 2021 hanno colpito i prodotti vegetali (+32,7%), latte, formaggi e uova (+28,1%) e pane e cereali (+25,5%). A ottobre, mentre l’inflazione calava dello 0,3%, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche crescevano dello 0,2%.
L’incremento del costo dei beni energetici si è trasmesso ai costi di produzione e distribuzione di quelli alimentari. L’istituto, ad ogni modo, parla di una “combinazione di fattori, di natura soprattutto esterna, che hanno determinato forti aumenti soprattutto nei prezzi internazionali degli input produttivi del settore alimentare. I fattori interni hanno invece agito in misura più limitata e, in particolare negli anni più recenti”.
Prima le difficoltà di un veloce rialzo della domanda con la ripresa dopo la pandemia – che ha messo sotto stress filiere che andavano in parte ridisegnandosi – sono entrate in una sinergia negativa con alcuni eventi avversi a livello climatico, con la conseguente contrazione dell’offerta a livello globale. A ricordarci come la crisi climatica è un danno immediata per le nostre economie, oltre che una pietra tombale sull’intera umanità sul lungo periodo.
Poi, l’escalation in Ucraina e le sanzioni alla Russia hanno determinato il rialzo dei prezzi energetici che conosciamo bene, con effetti a cascata. E infatti, il fenomeno non ha riguardato solo l’Italia, ma tutta l’Europa, con intensità persino maggiore: i prezzi del cibo, sempre negli ultimi cinque anni, sono aumentati del 29% per l’area euro (+32,3 nella Ue27), del 32,8% in Germania e del 29,5% in Spagna. In Francia, invece, un po’ meno che in Italia.
La differenza, per il Belpaese, è che da una parte c’è una classe politica che sa solo sussidiare senza sosta un mondo imprenditoriale che intasca il surplus senza investire o, peggio ancora forse, perde tutto nei rivoli della finanza. E poi si lamenta della “voglia di lavorare” che non c’è più.
Ma la realtà è che, se negli altri paesi il reddito lordo reale pro capite delle famiglie ha superato quello del 2008, in Italia rimane ancora sotto di esso di 4 punti e rotti. Parola di Eurostat. E come sappiamo bene, le spese riguardanti il cibo colpiscono in modo più consistente i redditi delle fasce più basse che quelli delle fasce più alte (per il buon motivo che ognuno di noi può mangiare fino ad un certo punto, scegliere la qualità migliore o la meno costosa, ma non secondo le regole della “crescita infinita”).
Commentando i dati, l’Unione Nazionale Consumatori (UNC) ha definito la spesa alimentare ormai un “lusso”. Il presidente Massimiliano Dona ha posto in evidenza che “per mangiare e bere una coppia con 2 figli paga su base annua ben 250 euro in più, una coppia con 1 figlio 219 euro, 173 per una famiglia media”.
Se a questo quadro si aggiunge anche il “Rapporto sul Benessere equo e sostenibile” (Bes) 2024, anch’esso diffuso dall’Istat, la situazione appare ancora più critica. In Italia le condizioni di benessere economico sono in calo, e sono più basse della media europea: il rischio di povertà nel 2024 è al 18,9%, contro il 16,2% dell’UE27. La disuguaglianza del reddito netto è al 5,5%, contro il 4,7% della UE27.
E la legge di bilancio continua a prevedere lo spostamento di ricchezza verso le fasce più agiate della popolazione, e tagli ai servizi. Lo sciopero generale del 28 e la manifestazione nazionale del 29 esprimono l’evidente necessità di un’alternativa a questo sfacelo.
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30/10/2025
L’Istat conferma: le retribuzioni reali in 4 anni hanno perso quasi il 10%
Su questo giornale abbiamo più volte sottolineato come, ad esempio, oggi lavorare non tolga dal rischio povertà. Ed è facile capire perché, nonostante la propaganda governativa, quando si legge il rapporto periodico sui “Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali” dell’Istat, pubblicato ieri per il trimestre luglio-settembre.
“Le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 restano al di sotto dell’8,8% ai livelli di gennaio 2021”, scrive l’istituto di statistica. I salari hanno perso quasi un decimo del loro potere d’acquisto negli ultimi quattro anni, segnati dall’inflazione galoppante e dalla mancanza di conseguenti adeguamenti salariali.
Già l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, qualche giorno fa, aveva messo in guardia sul fatto che, nel secondo trimestre dell’anno in corso, la dinamica delle retribuzioni salariali era andata rallentando. Ora l’Istat afferma che anche nel trimestre appena passato “la crescita tendenziale delle retribuzioni ha rallentato”, pur mantenendosi al di sopra del tasso di inflazione.
È evidente che ciò non basta per recuperare l’aumento dei prezzi a cui abbiamo assistito dopo le politiche fallimentari fatte di sanzioni e guerra commerciale, implementate sempre più pesantemente dopo l’intervento russo in Ucraina. Le scelte deflattive della BCE hanno aiutato solo le banche a fare extraprofitti, mentre il mantenimento di salari bassi è stato salutato con compiacimento da Francoforte.
La retribuzione oraria media è cresciuta del 3,3% nel periodo gennaio-settembre 2025, rispetto allo stesso lasso di tempo del 2024, con incrementi differenziati nei diversi settori. “L’indebolimento della dinamica salariale – scrive l’Istat – è sintesi di un marcato rallentamento nel settore industriale, di una sostanziale stabilità nei servizi privati e di una lieve accelerazione nel comparto pubblico, a seguito dell’erogazione dell’indennità di vacanza contrattuale”.
A settembre 2025, i contratti nazionali ancora in attesa di rinnovo sono 29, coinvolgendo “circa 5,6 milioni di dipendenti, il 43,1% del totale”. Inoltre, “il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto, tra settembre 2024 e settembre 2025, è passato da 18,3 a 27,9 mesi; per il totale dei dipendenti da 9,6 a 12,0 mesi”.
Ciò mostra sia il fatto che tanti adeguamenti – seppur insufficienti – mancano ad arrivare, peggiorando la condizione dei lavoratori, sia che è sempre più difficile trovare una composizione delle contraddizioni tra capitale e lavoro, nonostante i sindacati complici che firmano la qualunque. E mostra anche come solo un salario minimo per legge possa rappresentare una ‘rete di salvataggio’ per chi vive della propria fatica.
Questa, come altre rivendicazioni, dovranno necessariamente animare le mobilitazioni contro la prossima legge di bilancio, fatta solo di tagli e spese militari, che già sono state chiamate, a partire dallo sciopero generale indetto da USB per il 28 novembre.
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