Chi legge assiduamente il nostro giornale sa che sono mesi e mesi che ci occupiamo di riportare le notizie riguardo “l’anomalia” dei prezzi dei generi alimentari, che continuano ad aumentare a un ritmo molto più alto dell’inflazione media, con un effetto particolarmente negativo per le fasce popolari, il cui reddito è speso in proporzione maggiore per i beni che servono per campare, giorno dopo giorno.
Ora, finalmente, arriva un’indagine conoscitiva dell’Antitrust per cercare di fare luce su questa dinamica. L’approfondimento riguarderà le catene distributive nella ripartizione del valore aggiunto prodotto dalla filiera agroalimentare, e come ciò porta alla formazione dei prezzi finali. E sotto la lente d’ingrandimento c’è soprattutto la Grande Distribuzione Organizzata (GDO).
È proprio l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) a spiegare che la distorsione osservata “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”. Difatti, di questi alti prezzi soffrono i consumatori, ma non ne vedono i “benefici” i produttori.
Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, specifica l’AGCM, i prezzi dei beni alimentari sono schizzati del 24,9%, una crescita di gran lunga superiore a quella dell’indice generale dei prezzi al consumo, ferma al 17,3%. L’ipotesi al vaglio è che ci sia una sostanziale speculazione della GDO, attraverso la quale avviene l’84% degli acquisti degli italiani.
Si tratta di pochi grandi gruppi, che approfitterebbero anche del proprio potere contrattuale nei confronti di una base produttiva alquanto frammentata, fatta di migliaia di piccole aziende agricole. Secondo l’Antitrust, questa posizione di forza permetterebbe alle catene della GDO di imporre unilateralmente condizioni economiche pesanti.
Ad esempio, saranno indagati i cosiddetti “servizi di vendita”: veri e propri pagamenti che i produttori fanno ai supermercati per servizi quali l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti. Il presidente di Federdistribuzione ha immediatamente ricordato che non è mai mancata la collaborazione per frenare i rincari, e che daranno tutte le informazioni necessarie.
Intanto, il peso sulle famiglie è gravoso: il Codacons ha calcolato un esborso maggiore per la spesa alimentare rispetto al 2021, per un nucleo familiare con due figli, intorno a 1.915 euro annui. Assoutenti dichiara che “una famiglia su tre è stata costretta nell’ultimo anno a tagliare la spesa per cibi e bevande”. Nonostante l’inflazione generale sia scesa (1,2% a dicembre 2025), il “carrello della spesa” continua a correre quasi a velocità doppia (2,2%).
Anche la Coldiretti ha accolto con favore l’iniziativa dell’Antitrust. Ora, i soggetti interessati sono tenuti a inviare contributi e osservazioni entro il 31 gennaio 2026. A quel punto saremo pronti per tornare sull’argomento, a difesa della capacità d’acquisto di lavoratori e pensionati.
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19/11/2024
USA - Quali politiche tecnologiche attendersi dalla nuova amministrazione Trump?
Cosa ci possiamo aspettare dalla nuova amministrazione Trump per quanto riguarda le politiche digitali? E che dinamiche si creeranno con le politiche e le leggi europee?
Stiamo parlando di questioni come la governance dell’IA, il rapporto dei governi con le grandi piattaforme e i social media, la produzione di chip e le regole sull’export, la gestione di acquisizioni e le politiche antitrust.
Piattaforme e Unione Europea
Partiamo dalle piattaforme. Con Biden, le Big Tech si sono trovate con maggiori pressioni da parte degli organi di controllo di Washington. La Federal Trade Commission, l’agenzia federale a protezione dei consumatori e per la prevenzione di pratiche commerciali anticompetitive, ha bloccato alcune fusioni della Silicon Valley. Più in generale, il Dipartimento di Giustizia e la FTC hanno avviato vari procedimenti e indagini per pratiche anticompetitive, anche contro Microsoft, OpenAI e nVidia, cioè l’avamposto software e hardware americano nel campo dell’intelligenza artificiale. Nel mirino antitrust sono finite pure Amazon, Apple e Google.
Nel frattempo, al di qua dell’Atlantico, c’è tanta carne al fuoco. Già lo scorso marzo la Commissione europea apriva un’inchiesta su Google, Apple e Meta per sospetta violazione della legge sui mercati digitali (Digital Markets Act). Inoltre, sempre a marzo, l’Unione Europea sanzionava Apple con una multa da 1,84 miliardi di euro, in seguito alla denuncia della svedese Spotify. Secondo la Commissione, Apple avrebbe abusato della sua posizione dominante per impedire agli sviluppatori di app di streaming musicale di informare gli utenti iOS su servizi di abbonamento musicale alternativi e più economici disponibili al di fuori dell’app (e di includere link ai loro siti). Un comportamento illegale secondo le norme antitrust dell’UE.
Non solo. Proprio questa settimana la Commissione Ue, in virtù della già citata legge sui mercati digitali (DMA), ha intimato a Booking, altro colosso americano e nota app per organizzare e prenotare vacanze e viaggi, di ottemperare a una serie di richieste. D’ora in poi, ad esempio, gli hotel, i noleggi auto e altri fornitori di servizi che utilizzano Booking.com saranno liberi di offrire prezzi e condizioni diversi (anche migliori) sul proprio sito web o su altri canali rispetto a Booking.com.
E sul fronte antitrust, proprio questi giorni, Meta è stata multata da Bruxelles per quasi 800 milioni di euro. La società madre di Facebook è accusata di soffocare la concorrenza “legando” i suoi servizi gratuiti di Marketplace al social network.
A luglio, la Commissione Ue, in un parere preliminare, accusava invece X di aver violato un’altra legge europea, quella sui servizi digitali (Digital Services Act), e in particolare di non rispettare le regole sulla trasparenza e responsabilità, definendo ingannevoli le spunte blu.
“Poiché chiunque può abbonarsi per ottenere tale status “verificato”, ciò incide negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono”, scriveva la Commissione. Che potrebbe arrivare anche a comminare sanzioni pecuniarie fino al 6% del fatturato mondiale totale annuo della piattaforma. Una decisione di non conformità potrebbe anche far scattare un periodo di vigilanza rafforzato per garantire il rispetto delle misure. O far imporre versamenti di penalità periodiche per costringere la piattaforma a conformarsi.
Ora, secondo alcuni osservatori, se l’UE multasse X, il social di Musk, per aver violato, come dicevo sopra, le regole previste dal Digital Services Act, i rapporti tra Trump e la Commissione europea potrebbero inasprirsi molto rapidamente e rinvigorire la narrativa MAGA secondo cui l’UE starebbe solo cercando di affossare le Big Tech statunitensi.
I legislatori europei hanno già esortato l’esecutivo UE a non fare marcia indietro. Alexandra Geese, deputata tedesca dei Verdi al Parlamento europeo, ha dichiarato che “la Commissione europea deve ora farsi valere e difendere le regole Ue”, mentre per l’europarlamentare olandese dei Verdi Kim van Sparrentak, “soprattutto ora, è più importante che mai che l’Europa si alzi per difendere i nostri diritti e la democrazia, anche online”, riferisce POLITICO.
Con la nuova amministrazione Trump, insomma, quella sorta di implicito consenso transatlantico sulla regolamentazione delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, come lo ha definito qualcuno, che si era intravisto con Biden, rischia di andare in frantumi.
Ora, è vero che, sul fronte interno Usa, la scelta di Matt Gaetz come ministro della Giustizia (se verrà confermata...) rende i contorni delle politiche antitrust e del rapporto con Big Tech più ambigui e incerti (perché lui è ostile ad alcune aziende tech e quasi “simpatizzante” di Lina Khan, attuale presidente della iperattiva Federal Trade Commission. Khan è comunque data in uscita, essendo invece sulla lista nera di Musk e di altri).
Ma nei confronti dell’Ue ci sono meno sfumature. Trump ha spesso sostenuto che l’Ue discriminerebbe le aziende statunitensi e ha detto che non permetterà all’Europa di “approfittarsi delle nostre aziende”. Ha perfino detto che l’amministratore delegato di Apple Tim Cook lo avrebbe chiamato per lamentarsi delle tasse arretrate che deve pagare in Irlanda (13 miliardi di euro per la precisione).
La velocità e l’entusiasmo con cui i top manager di Big Tech, anche quelli un tempo più lontani da Trump, si sono precipitati a congratularsi può far pensare alla paura di ritorsioni, ma potrebbe anche indicare la speranza di trovare una sponda su vari fronti, incluso quello contro la regolamentazione europea.
Cybersicurezza
Dato il mantra di “meno regolamentazione”, alcuni osservatori si aspettano meno sforzi, rispetto a Biden, di regolamentare vari settori delle infrastrutture critiche (trasporti, energia, sistemi idrici, sanità, tutti bersagliati da attacchi negli ultimi anni) per accrescere la loro sicurezza informatica.
L’agenzia federale per la cybersicurezza e la sicurezza delle infrastrutture, la CISA, verrà probabilmente riorientata su questioni strettamente cyber, riducendo le sue iniziative di lotta alla disinformazione.
Inoltre l’amministrazione Biden aveva preso provvedimenti contro alcuni produttori stranieri di strumenti di sorveglianza, come gli spyware sviluppati dalla società israeliana NSO, inserendoli in una Entity List. Si tratta di una specie di lista nera che limita la fornitura a NSO Group di prodotti americani, e vieta a enti o agenzie statunitensi di acquistare o utilizzare prodotti di NSO Group, come lo spyware Pegasus.
Secondo alcuni osservatori, la nuova amministrazione potrebbe rimuovere queste aziende dall’elenco delle entità statunitensi considerate un problema di sicurezza nazionale. Alcune di esse, come NSO Group, hanno già esercitato pressioni sui repubblicani in tal senso.
Intelligenza artificiale
L’ordine esecutivo di Biden sull’intelligenza artificiale sarà quasi certamente revocato, scrive Tech Policy, e non sono gli unici a essere di questa idea. Infatti il partito repubblicano, già nella sua piattaforma ufficiale, aveva promesso di “abrogare il pericoloso ordine esecutivo di Joe Biden che ostacola l’innovazione dell’IA” e di sostenere invece uno sviluppo di questa tecnologia “radicato nella libertà di parola e nella prosperità umana” piuttosto che in “idee radicali di sinistra”. A rischio dunque saranno soprattutto le misure sulla protezione dei lavoratori, i diritti civili e altre tutele per i consumatori.
Ma quanto dell’apparato anche burocratico creatosi attorno all’ordine esecutivo sarà smantellato non è chiaro. Certo già il termine che ho usato, apparato burocratico, evoca Musk con la falce (o il lavandino, in un immaginario più aggiornato). Ad esempio, che ne sarà dell’obbligo per i grandi sviluppatori di IA di riferire al governo dei loro modelli? C’è chi pensa che salterà, ma potrebbe restare una questione aperta.
C’è però una tendenza della politica sull’IA dell’amministrazione Biden che potrebbe continuare e anche intensificarsi sotto Trump: più controlli all’export.
Sotto Biden, infatti, l’Ufficio per l’industria e la sicurezza del dipartimento del Commercio ha inasprito le norme sul controllo delle esportazioni di IA. Uno degli obiettivi principali di queste norme è impedire l’accesso della Cina ai chip IA più avanzati. “È probabile che la seconda amministrazione Trump rafforzi ulteriormente le restrizioni alle esportazioni di IA”, scrive il think tank Brooking Institute.
Infine think tank di destra pronosticano un allentamento normativo di varie restrizioni energetiche e ambientali per spianare la strada all’industria dell’IA (come noto molto energivora).
Bitcoin e criptovalute
Make Bitcoin great again. Si potrebbe riassumere così questa sezione. Insomma, la vittoria di Trump al momento è anche una vittoria per il mondo delle cripto. Del resto il partito repubblicano aveva promesso di porre fine al “giro di vite illegale e antiamericano sulle criptovalute” da parte dei Democratici.
Nessuno scommette dunque sulla sopravvivenza politica di Gary Gensler, il presidente della Securities and Exchange Commission (SEC), nominato da Biden, che aveva aggressivamente perseguito vari soggetti del settore. (Su quanto la SEC di Gensler abbia considerato prioritaria la vigilanza e regolamentazione del settore cripto c’è un report dettagliato di una società di consulenza).
Fonte
Stiamo parlando di questioni come la governance dell’IA, il rapporto dei governi con le grandi piattaforme e i social media, la produzione di chip e le regole sull’export, la gestione di acquisizioni e le politiche antitrust.
Piattaforme e Unione Europea
Partiamo dalle piattaforme. Con Biden, le Big Tech si sono trovate con maggiori pressioni da parte degli organi di controllo di Washington. La Federal Trade Commission, l’agenzia federale a protezione dei consumatori e per la prevenzione di pratiche commerciali anticompetitive, ha bloccato alcune fusioni della Silicon Valley. Più in generale, il Dipartimento di Giustizia e la FTC hanno avviato vari procedimenti e indagini per pratiche anticompetitive, anche contro Microsoft, OpenAI e nVidia, cioè l’avamposto software e hardware americano nel campo dell’intelligenza artificiale. Nel mirino antitrust sono finite pure Amazon, Apple e Google.
Nel frattempo, al di qua dell’Atlantico, c’è tanta carne al fuoco. Già lo scorso marzo la Commissione europea apriva un’inchiesta su Google, Apple e Meta per sospetta violazione della legge sui mercati digitali (Digital Markets Act). Inoltre, sempre a marzo, l’Unione Europea sanzionava Apple con una multa da 1,84 miliardi di euro, in seguito alla denuncia della svedese Spotify. Secondo la Commissione, Apple avrebbe abusato della sua posizione dominante per impedire agli sviluppatori di app di streaming musicale di informare gli utenti iOS su servizi di abbonamento musicale alternativi e più economici disponibili al di fuori dell’app (e di includere link ai loro siti). Un comportamento illegale secondo le norme antitrust dell’UE.
Non solo. Proprio questa settimana la Commissione Ue, in virtù della già citata legge sui mercati digitali (DMA), ha intimato a Booking, altro colosso americano e nota app per organizzare e prenotare vacanze e viaggi, di ottemperare a una serie di richieste. D’ora in poi, ad esempio, gli hotel, i noleggi auto e altri fornitori di servizi che utilizzano Booking.com saranno liberi di offrire prezzi e condizioni diversi (anche migliori) sul proprio sito web o su altri canali rispetto a Booking.com.
E sul fronte antitrust, proprio questi giorni, Meta è stata multata da Bruxelles per quasi 800 milioni di euro. La società madre di Facebook è accusata di soffocare la concorrenza “legando” i suoi servizi gratuiti di Marketplace al social network.
A luglio, la Commissione Ue, in un parere preliminare, accusava invece X di aver violato un’altra legge europea, quella sui servizi digitali (Digital Services Act), e in particolare di non rispettare le regole sulla trasparenza e responsabilità, definendo ingannevoli le spunte blu.
“Poiché chiunque può abbonarsi per ottenere tale status “verificato”, ciò incide negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono”, scriveva la Commissione. Che potrebbe arrivare anche a comminare sanzioni pecuniarie fino al 6% del fatturato mondiale totale annuo della piattaforma. Una decisione di non conformità potrebbe anche far scattare un periodo di vigilanza rafforzato per garantire il rispetto delle misure. O far imporre versamenti di penalità periodiche per costringere la piattaforma a conformarsi.
Ora, secondo alcuni osservatori, se l’UE multasse X, il social di Musk, per aver violato, come dicevo sopra, le regole previste dal Digital Services Act, i rapporti tra Trump e la Commissione europea potrebbero inasprirsi molto rapidamente e rinvigorire la narrativa MAGA secondo cui l’UE starebbe solo cercando di affossare le Big Tech statunitensi.
I legislatori europei hanno già esortato l’esecutivo UE a non fare marcia indietro. Alexandra Geese, deputata tedesca dei Verdi al Parlamento europeo, ha dichiarato che “la Commissione europea deve ora farsi valere e difendere le regole Ue”, mentre per l’europarlamentare olandese dei Verdi Kim van Sparrentak, “soprattutto ora, è più importante che mai che l’Europa si alzi per difendere i nostri diritti e la democrazia, anche online”, riferisce POLITICO.
Con la nuova amministrazione Trump, insomma, quella sorta di implicito consenso transatlantico sulla regolamentazione delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, come lo ha definito qualcuno, che si era intravisto con Biden, rischia di andare in frantumi.
Ora, è vero che, sul fronte interno Usa, la scelta di Matt Gaetz come ministro della Giustizia (se verrà confermata...) rende i contorni delle politiche antitrust e del rapporto con Big Tech più ambigui e incerti (perché lui è ostile ad alcune aziende tech e quasi “simpatizzante” di Lina Khan, attuale presidente della iperattiva Federal Trade Commission. Khan è comunque data in uscita, essendo invece sulla lista nera di Musk e di altri).
Ma nei confronti dell’Ue ci sono meno sfumature. Trump ha spesso sostenuto che l’Ue discriminerebbe le aziende statunitensi e ha detto che non permetterà all’Europa di “approfittarsi delle nostre aziende”. Ha perfino detto che l’amministratore delegato di Apple Tim Cook lo avrebbe chiamato per lamentarsi delle tasse arretrate che deve pagare in Irlanda (13 miliardi di euro per la precisione).
La velocità e l’entusiasmo con cui i top manager di Big Tech, anche quelli un tempo più lontani da Trump, si sono precipitati a congratularsi può far pensare alla paura di ritorsioni, ma potrebbe anche indicare la speranza di trovare una sponda su vari fronti, incluso quello contro la regolamentazione europea.
Cybersicurezza
Dato il mantra di “meno regolamentazione”, alcuni osservatori si aspettano meno sforzi, rispetto a Biden, di regolamentare vari settori delle infrastrutture critiche (trasporti, energia, sistemi idrici, sanità, tutti bersagliati da attacchi negli ultimi anni) per accrescere la loro sicurezza informatica.
L’agenzia federale per la cybersicurezza e la sicurezza delle infrastrutture, la CISA, verrà probabilmente riorientata su questioni strettamente cyber, riducendo le sue iniziative di lotta alla disinformazione.
Inoltre l’amministrazione Biden aveva preso provvedimenti contro alcuni produttori stranieri di strumenti di sorveglianza, come gli spyware sviluppati dalla società israeliana NSO, inserendoli in una Entity List. Si tratta di una specie di lista nera che limita la fornitura a NSO Group di prodotti americani, e vieta a enti o agenzie statunitensi di acquistare o utilizzare prodotti di NSO Group, come lo spyware Pegasus.
Secondo alcuni osservatori, la nuova amministrazione potrebbe rimuovere queste aziende dall’elenco delle entità statunitensi considerate un problema di sicurezza nazionale. Alcune di esse, come NSO Group, hanno già esercitato pressioni sui repubblicani in tal senso.
Intelligenza artificiale
L’ordine esecutivo di Biden sull’intelligenza artificiale sarà quasi certamente revocato, scrive Tech Policy, e non sono gli unici a essere di questa idea. Infatti il partito repubblicano, già nella sua piattaforma ufficiale, aveva promesso di “abrogare il pericoloso ordine esecutivo di Joe Biden che ostacola l’innovazione dell’IA” e di sostenere invece uno sviluppo di questa tecnologia “radicato nella libertà di parola e nella prosperità umana” piuttosto che in “idee radicali di sinistra”. A rischio dunque saranno soprattutto le misure sulla protezione dei lavoratori, i diritti civili e altre tutele per i consumatori.
Ma quanto dell’apparato anche burocratico creatosi attorno all’ordine esecutivo sarà smantellato non è chiaro. Certo già il termine che ho usato, apparato burocratico, evoca Musk con la falce (o il lavandino, in un immaginario più aggiornato). Ad esempio, che ne sarà dell’obbligo per i grandi sviluppatori di IA di riferire al governo dei loro modelli? C’è chi pensa che salterà, ma potrebbe restare una questione aperta.
C’è però una tendenza della politica sull’IA dell’amministrazione Biden che potrebbe continuare e anche intensificarsi sotto Trump: più controlli all’export.
Sotto Biden, infatti, l’Ufficio per l’industria e la sicurezza del dipartimento del Commercio ha inasprito le norme sul controllo delle esportazioni di IA. Uno degli obiettivi principali di queste norme è impedire l’accesso della Cina ai chip IA più avanzati. “È probabile che la seconda amministrazione Trump rafforzi ulteriormente le restrizioni alle esportazioni di IA”, scrive il think tank Brooking Institute.
Infine think tank di destra pronosticano un allentamento normativo di varie restrizioni energetiche e ambientali per spianare la strada all’industria dell’IA (come noto molto energivora).
Bitcoin e criptovalute
Make Bitcoin great again. Si potrebbe riassumere così questa sezione. Insomma, la vittoria di Trump al momento è anche una vittoria per il mondo delle cripto. Del resto il partito repubblicano aveva promesso di porre fine al “giro di vite illegale e antiamericano sulle criptovalute” da parte dei Democratici.
Nessuno scommette dunque sulla sopravvivenza politica di Gary Gensler, il presidente della Securities and Exchange Commission (SEC), nominato da Biden, che aveva aggressivamente perseguito vari soggetti del settore. (Su quanto la SEC di Gensler abbia considerato prioritaria la vigilanza e regolamentazione del settore cripto c’è un report dettagliato di una società di consulenza).
Fonte
14/10/2024
Google, l’Antitrust e il socialismo?
di Emiliano Brancaccio
Sarà Google l’occasione di una nuova via al socialismo? Il gigante del web gode, come è noto, di un mostruoso monopolio nel settore dei motori di ricerca. Nell’ultimo trimestre le entrate del ramo «Google Search» ammontano a 48 miliardi di dollari. Ossia il 57% dei ricavi totali di Alphabet, la holding a capo del colosso. Si tratta del 90% del mercato dei motori di ricerca.
Questa indiscussa posizione di dominio crea infinite ramificazioni, che non solo plasmano i meccanismi di produzione e consumo ma ormai condizionano persino gli olimpi della produzione scientifica. Il Nobel per la chimica appena assegnato a due scienziati che lavorano per Google è solo una prova fra tante.
Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha annunciato provvedimenti per contrastare questo potere strabordante. Tra le opzioni politiche, contempla anche la possibilità di “spacchettare”: ossia, obbligare Google a vendere Chrome e Android ai concorrenti. La linea trova oggi ampio sostegno nelle realtà del populismo cosiddetto democratico, legatissime al principio di concorrenza tra una pluralità di capitali al fine di ridurre i prezzi e favorire i consumatori.
La risposta di Google è stata piuttosto rilassata. L’azienda ha valutato l’azione del Dipartimento degli Stati uniti come sintomo di velleitarismo. E i grandi media finanziari hanno commentato sostenendo che il governo resta affezionato a misure ormai inefficaci. In effetti, lo scetticismo verso questo revival antitrust non è infondato. Uno dei motivi è che se anche Chrome venisse venduto a un concorrente, Google potrebbe pagargli laute rendite per restare il motore di ricerca preminente, magari perché posto come strumento di “default” in modo da essere in ogni caso scelto dalla maggioranza dei consumatori. Come sosteneva John Kenneth Galbraith, la politica antitrust è uno strumento aggirabile e in fin dei conti inoffensivo.
C’è tuttavia un’altra possibilità, evocata timidamente dal Dipartimento Usa ma che trova consenso nelle realtà di movimento più avanzate e radicali. È l’ipotesi di obbligare Google a rendere pubblici tutti gli algoritmi dei suoi motori di ricerca. Questa opzione potrebbe avvenire tramite un ordine normativo oppure, più efficacemente, attraverso l’acquisizione pubblica diretta del comparto “Google Search”. In pratica, una collettivizzazione forzata dell’ammasso di conoscenza tecnica che si cela dietro la barra della ricerca che tutti noi usiamo ogni giorno sui nostri dispositivi.
Google e i grandi media di corte guardano a questa seconda opzione con puro terrore. La considerano una ipotesi di «comunismo tecno-scientifico» sconvolgente, che potrebbe effettivamente turbare la soverchiante concentrazione di potere dei colossi dell’alta tecnologia. A pensarci bene, sarebbe la via di una sperimentazione socialista all’altezza di questo nuovo tempo complesso.
Come prevedibile, l’amministrazione americana sembra orientata, nella migliore delle ipotesi, solo verso la prima opzione: cedere qualche pezzo del gigante a concorrenti minori, sperando così di rilanciare la concorrenza. I populisti esultano. E le speranze di un interessante esperimento socialista di frontiera vanno a farsi benedire.
Fonte
Sarà Google l’occasione di una nuova via al socialismo? Il gigante del web gode, come è noto, di un mostruoso monopolio nel settore dei motori di ricerca. Nell’ultimo trimestre le entrate del ramo «Google Search» ammontano a 48 miliardi di dollari. Ossia il 57% dei ricavi totali di Alphabet, la holding a capo del colosso. Si tratta del 90% del mercato dei motori di ricerca.
Questa indiscussa posizione di dominio crea infinite ramificazioni, che non solo plasmano i meccanismi di produzione e consumo ma ormai condizionano persino gli olimpi della produzione scientifica. Il Nobel per la chimica appena assegnato a due scienziati che lavorano per Google è solo una prova fra tante.
Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha annunciato provvedimenti per contrastare questo potere strabordante. Tra le opzioni politiche, contempla anche la possibilità di “spacchettare”: ossia, obbligare Google a vendere Chrome e Android ai concorrenti. La linea trova oggi ampio sostegno nelle realtà del populismo cosiddetto democratico, legatissime al principio di concorrenza tra una pluralità di capitali al fine di ridurre i prezzi e favorire i consumatori.
La risposta di Google è stata piuttosto rilassata. L’azienda ha valutato l’azione del Dipartimento degli Stati uniti come sintomo di velleitarismo. E i grandi media finanziari hanno commentato sostenendo che il governo resta affezionato a misure ormai inefficaci. In effetti, lo scetticismo verso questo revival antitrust non è infondato. Uno dei motivi è che se anche Chrome venisse venduto a un concorrente, Google potrebbe pagargli laute rendite per restare il motore di ricerca preminente, magari perché posto come strumento di “default” in modo da essere in ogni caso scelto dalla maggioranza dei consumatori. Come sosteneva John Kenneth Galbraith, la politica antitrust è uno strumento aggirabile e in fin dei conti inoffensivo.
C’è tuttavia un’altra possibilità, evocata timidamente dal Dipartimento Usa ma che trova consenso nelle realtà di movimento più avanzate e radicali. È l’ipotesi di obbligare Google a rendere pubblici tutti gli algoritmi dei suoi motori di ricerca. Questa opzione potrebbe avvenire tramite un ordine normativo oppure, più efficacemente, attraverso l’acquisizione pubblica diretta del comparto “Google Search”. In pratica, una collettivizzazione forzata dell’ammasso di conoscenza tecnica che si cela dietro la barra della ricerca che tutti noi usiamo ogni giorno sui nostri dispositivi.
Google e i grandi media di corte guardano a questa seconda opzione con puro terrore. La considerano una ipotesi di «comunismo tecno-scientifico» sconvolgente, che potrebbe effettivamente turbare la soverchiante concentrazione di potere dei colossi dell’alta tecnologia. A pensarci bene, sarebbe la via di una sperimentazione socialista all’altezza di questo nuovo tempo complesso.
Come prevedibile, l’amministrazione americana sembra orientata, nella migliore delle ipotesi, solo verso la prima opzione: cedere qualche pezzo del gigante a concorrenti minori, sperando così di rilanciare la concorrenza. I populisti esultano. E le speranze di un interessante esperimento socialista di frontiera vanno a farsi benedire.
Fonte
13/05/2024
Bollette della luce sopra la media europea, in un’Italia senza tutele
La società Facile.it, che offre servizi di comparazione e intermediazione, ha raccolto le tariffe rilevate da Eurostat per i costi delle bollette della luce e ha analizzato la condizione italiana in Europa. Quello che è emerso è che il nostro è uno dei paesi in cui si paga di più.
Prendendo i consumi di una famiglia-tipo italiana, pari a 2.700 kilowatt/ora, la spesa 2023 in Italia ammonta in media a 964 euro. Si tratta del 23% in più, circa 180 euro, rispetto alla media europea, che si attesta a 781 euro.
Peggio di noi hanno fatto solo la Germania, il Belgio, la Danimarca e, per una decina d’euro, Cipro. Tolto quest’ultimo paese, in cui il reddito medio calcolato al 2022 è di poco inferiore a quello italiano (32 mila euro contro quasi 35 mila), in Germania e Belgio arriva quasi a 50 mila euro, in Danimarca è quasi il doppio.
Non è bastata la riduzione dei prezzi rilevata per il secondo semestre del 2023 rispetto al primo (-12%). E non bisogna dimenticare che le tariffe considerate non sono stabilite ‘tecnicamente’ dalla mano invisibile del mercato, ma rispondono a politiche governative e scelte aziendali.
Lo scorso novembre l’Antitrust aveva già sanzionato per oltre 15 milioni di euro Enel Energia, Eni Plenitude, Acea Energia, Iberdrola Clienti Italia, Dolomiti Energia ed Edison Energia. Le società avevano adottato pratiche commerciali aggressive per spingere i consumatori ad accettare aumenti dei prezzi dell’energia elettrica e del gas.
In pratica, i principali fornitori di tutta la Penisola hanno illecitamente fatto pressione per modifiche contrattuali a loro favorevoli. Nonostante il colpo di novembre, sembra che ci sia ancora altro che deve venire a galla.
Verso la fine di aprile l’Antitrust ha avviato un’istruttoria nei confronti di Enel per accertare ulteriori irregolarità sulle modalità di comunicazione dei rinnovi contrattuali. Da gennaio sono arrivate oltre 600 denunce sulle bollette del periodo ottobre 2023-gennaio 2024 quadruplicate o quintuplicare rispetto a un anno prima.
L’Antitrust afferma che si sta cercando di verificare se la mail di informazione sul rinnovo delle condizioni tariffarie è stata “artatamente confezionata per essere intercettata dal filtro antispam“. Inoltre, “né nell’intestazione, né nella parte testuale di detta email non veniva data evidenza al suo oggetto (ossia, la modifica delle condizioni economiche)“.
In pratica, l’ipotesi è che sia stato fatto di tutto per fregare i lavoratori (e anche tante microimprese) e gonfiare facilmente gli introiti: l’utile netto ordinario di Enel nel primo trimestre del 2024 è stato di 2,2 miliardi di euro. E il governo sembra voler aiutare tutte queste grandi imprese dell’energia.
Come sappiamo, il mercato tutelato del gas è già finito lo scorso gennaio, con la possibilità di mantenere le tariffe solo per i soggetti vulnerabili. La stessa cosa avverrà per l’elettricità a partire dal primo luglio 2024.
Le famiglie italiane sono messe sempre più in difficoltà da un sistema che propaganda l’impegno e lo spirito imprenditoriale, e ogni giorno dimostra che si fonda sulla speculazione e la connivenza della classe dirigente.
Il primo giugno, alla manifestazione nazionale contro il governo, la NATO, la deriva bellicista e le politiche antipopolari sul lavoro, a Palazzo Chigi bisognerà chiedere conto anche del costo di questi servizi essenziali.
Fonte
Prendendo i consumi di una famiglia-tipo italiana, pari a 2.700 kilowatt/ora, la spesa 2023 in Italia ammonta in media a 964 euro. Si tratta del 23% in più, circa 180 euro, rispetto alla media europea, che si attesta a 781 euro.
Peggio di noi hanno fatto solo la Germania, il Belgio, la Danimarca e, per una decina d’euro, Cipro. Tolto quest’ultimo paese, in cui il reddito medio calcolato al 2022 è di poco inferiore a quello italiano (32 mila euro contro quasi 35 mila), in Germania e Belgio arriva quasi a 50 mila euro, in Danimarca è quasi il doppio.
Non è bastata la riduzione dei prezzi rilevata per il secondo semestre del 2023 rispetto al primo (-12%). E non bisogna dimenticare che le tariffe considerate non sono stabilite ‘tecnicamente’ dalla mano invisibile del mercato, ma rispondono a politiche governative e scelte aziendali.
Lo scorso novembre l’Antitrust aveva già sanzionato per oltre 15 milioni di euro Enel Energia, Eni Plenitude, Acea Energia, Iberdrola Clienti Italia, Dolomiti Energia ed Edison Energia. Le società avevano adottato pratiche commerciali aggressive per spingere i consumatori ad accettare aumenti dei prezzi dell’energia elettrica e del gas.
In pratica, i principali fornitori di tutta la Penisola hanno illecitamente fatto pressione per modifiche contrattuali a loro favorevoli. Nonostante il colpo di novembre, sembra che ci sia ancora altro che deve venire a galla.
Verso la fine di aprile l’Antitrust ha avviato un’istruttoria nei confronti di Enel per accertare ulteriori irregolarità sulle modalità di comunicazione dei rinnovi contrattuali. Da gennaio sono arrivate oltre 600 denunce sulle bollette del periodo ottobre 2023-gennaio 2024 quadruplicate o quintuplicare rispetto a un anno prima.
L’Antitrust afferma che si sta cercando di verificare se la mail di informazione sul rinnovo delle condizioni tariffarie è stata “artatamente confezionata per essere intercettata dal filtro antispam“. Inoltre, “né nell’intestazione, né nella parte testuale di detta email non veniva data evidenza al suo oggetto (ossia, la modifica delle condizioni economiche)“.
In pratica, l’ipotesi è che sia stato fatto di tutto per fregare i lavoratori (e anche tante microimprese) e gonfiare facilmente gli introiti: l’utile netto ordinario di Enel nel primo trimestre del 2024 è stato di 2,2 miliardi di euro. E il governo sembra voler aiutare tutte queste grandi imprese dell’energia.
Come sappiamo, il mercato tutelato del gas è già finito lo scorso gennaio, con la possibilità di mantenere le tariffe solo per i soggetti vulnerabili. La stessa cosa avverrà per l’elettricità a partire dal primo luglio 2024.
Le famiglie italiane sono messe sempre più in difficoltà da un sistema che propaganda l’impegno e lo spirito imprenditoriale, e ogni giorno dimostra che si fonda sulla speculazione e la connivenza della classe dirigente.
Il primo giugno, alla manifestazione nazionale contro il governo, la NATO, la deriva bellicista e le politiche antipopolari sul lavoro, a Palazzo Chigi bisognerà chiedere conto anche del costo di questi servizi essenziali.
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24/10/2020
Ryanair dimezza i voli, nubi “da Covid” all’orizzonte
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha deciso ieri di non adottare alcuna misura cautelare nei confronti di Blue Panorama, EasyJet, Ryanair e Vueling, i quattro operatori del trasporto aereo che nelle settimane precedenti avevano cancellato unilateralmente alcune tratte senza fornire alcuna informazione ai propri clienti, e in più offrendo in cambio soltanto la possibilità di trasformare il biglietto in voucher da riscattare entro un limite massimo di tempo.
L’Antitrust ha interrotto la propria iniziativa perché, come si apprende da una nota, le compagnie hanno ristretto l’utilizzo della causale di cancellazione per Covid ai soli casi dove non era più oggettivamente possibile operare il volo (e non dove non era più ritenuto profittevole), concedendo inoltre la scelta al cliente tra rimborso pecuniario in alternativa al voucher.
Le cancellazioni appena dette sono il primo segno di quella che sembra l’alba di una nuova tempesta per il trasporto aereo, già duramente colpito nell’arco della prima ondata di diffusione del virus.
Era il 3 marzo scorso quando su questo giornale davamo notizia dell’annuncio dell’International Air Transport Association (Iata) del crollo delle rotte aeree, con la richiesta di “sostegno e pianificazione” per la tenuta del settore.
Un primo allarme che evidentemente segnalava il futuro prossimo per l’intero comparto in base alle tendenze assunte dall’evoluzione della pandemia, con i maggiori paesi europei che in capo a pochi giorni avrebbero chiuso le frontiere e vietato l’ingresso ai non residenti.
Come si vede nella foto, il 25 febbraio l’aeroporto di Fiumicino si presentava così, con voli cancellati in serie e pochissimo “traffico umano” a ingolfare i corridoi interni, primi sintomi di una condizione che sembra ripetersi in questi giorni, con voli cancellati, disagi negli aeroporti e carenza di strumentazione necessaria (come i tamponi) per meglio gestire l’eccezionalità della situazione.
A che punto siamo oggi? I maggiori paesi europei come Spagna e Francia, ma anche Belgio e Irlanda, sono alle prese con una riacutizzazione (che non assomiglia affatto al picco) della seconda ondata di coronavirus.
Per il settore aereo, questo significa nuove restrizioni immediate e decrescita generale del volume di passeggeri, sia per lavoro sia per turismo, con tutte le incertezze circa le prospettive per la stagione natalizia, solitamente un punto di massima movimentazione per questa economia.
Non a caso Ryanair la settimana scorsa ha annunciato una drastica riduzione delle attività: il numero di voli previsto nelle condizioni attuali equivale al 40% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (novembre-marzo), il numero delle tratte attive al 65% rispetto alla rete tradizionale, il numero di passeggeri previsti per volo ridotto al 70%, percentuale che secondo il Ceo Michael O’Leary “consente di operare il più vicino possibile al pareggio e ridurre al minimo il cash burn (perdite)”.
Oltre alla riduzioni del numero di aeromobili con base per esempio in Belgio, Germania, Spagna, Portogallo, e alla chiusura di alcune basi in Irlanda e in Francia, O’Leary afferma che i tagli all’operativo invernale siano il frutto della “cattiva gestione del trasporto aereo in Europa da parte di alcuni governi”.
“Il nostro obiettivo – continua – è quello di tenere in attività i nostri aerei, i nostri piloti e il nostro equipaggio, riducendo al minimo le perdite di posti di lavoro. È inevitabile, data l’entità di questi tagli, che questo inverno implementeremo più congedi non retribuiti e condivisione del lavoro in quelle basi in cui abbiamo concordato una riduzione dell’orario di lavoro e della retribuzione, un risultato migliore a breve termine rispetto alla perdita di massa di posti di lavoro".
“Ci saranno purtroppo più licenziamenti per quel piccolo numero di basi dove non abbiamo ancora raggiunto un accordo sull’orario di lavoro e sui tagli salariali dell’equipaggio di cabina, che è l’unica alternativa”.
Ancora brutte notizie dunque per il mondo del lavoro, in una condizione che soprattutto nell’Unione europea si somma alla pessima gestione che a vario titolo le varie classi politiche liberal-liberiste hanno messo in campo.
Lato impresa invece, sul sito del Iata a oggi la situazione per il comparto su scala mondiale è impietosa: nel 2020 le perdite sono state di 84 miliardi di dollari statunitensi, la domanda si è contratta del 66% e nel solo settembre del 2020 ci sono la metà dei voli rispetto allo stesso mese 2019 (-51%). E questo ha tutta l’aria di essere solo l’inizio.
Come per la prima ondata, il trasposto aereo è un fedele riflesso della generale evoluzione della pandemia.
Senza voler creare allarmismi di sorta, tuttavia il cielo sembra farsi sempre più cupo all’orizzonte.
Leggi anche:
Si è spiaggiato il trasporto aereo...
Airbus annuncia migliaia di licenziamenti, nonostante gli aiuti di Stato
Fonte
L’Antitrust ha interrotto la propria iniziativa perché, come si apprende da una nota, le compagnie hanno ristretto l’utilizzo della causale di cancellazione per Covid ai soli casi dove non era più oggettivamente possibile operare il volo (e non dove non era più ritenuto profittevole), concedendo inoltre la scelta al cliente tra rimborso pecuniario in alternativa al voucher.
Le cancellazioni appena dette sono il primo segno di quella che sembra l’alba di una nuova tempesta per il trasporto aereo, già duramente colpito nell’arco della prima ondata di diffusione del virus.
Era il 3 marzo scorso quando su questo giornale davamo notizia dell’annuncio dell’International Air Transport Association (Iata) del crollo delle rotte aeree, con la richiesta di “sostegno e pianificazione” per la tenuta del settore.
Un primo allarme che evidentemente segnalava il futuro prossimo per l’intero comparto in base alle tendenze assunte dall’evoluzione della pandemia, con i maggiori paesi europei che in capo a pochi giorni avrebbero chiuso le frontiere e vietato l’ingresso ai non residenti.
Come si vede nella foto, il 25 febbraio l’aeroporto di Fiumicino si presentava così, con voli cancellati in serie e pochissimo “traffico umano” a ingolfare i corridoi interni, primi sintomi di una condizione che sembra ripetersi in questi giorni, con voli cancellati, disagi negli aeroporti e carenza di strumentazione necessaria (come i tamponi) per meglio gestire l’eccezionalità della situazione.
A che punto siamo oggi? I maggiori paesi europei come Spagna e Francia, ma anche Belgio e Irlanda, sono alle prese con una riacutizzazione (che non assomiglia affatto al picco) della seconda ondata di coronavirus.
Per il settore aereo, questo significa nuove restrizioni immediate e decrescita generale del volume di passeggeri, sia per lavoro sia per turismo, con tutte le incertezze circa le prospettive per la stagione natalizia, solitamente un punto di massima movimentazione per questa economia.
Non a caso Ryanair la settimana scorsa ha annunciato una drastica riduzione delle attività: il numero di voli previsto nelle condizioni attuali equivale al 40% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (novembre-marzo), il numero delle tratte attive al 65% rispetto alla rete tradizionale, il numero di passeggeri previsti per volo ridotto al 70%, percentuale che secondo il Ceo Michael O’Leary “consente di operare il più vicino possibile al pareggio e ridurre al minimo il cash burn (perdite)”.
Oltre alla riduzioni del numero di aeromobili con base per esempio in Belgio, Germania, Spagna, Portogallo, e alla chiusura di alcune basi in Irlanda e in Francia, O’Leary afferma che i tagli all’operativo invernale siano il frutto della “cattiva gestione del trasporto aereo in Europa da parte di alcuni governi”.
“Il nostro obiettivo – continua – è quello di tenere in attività i nostri aerei, i nostri piloti e il nostro equipaggio, riducendo al minimo le perdite di posti di lavoro. È inevitabile, data l’entità di questi tagli, che questo inverno implementeremo più congedi non retribuiti e condivisione del lavoro in quelle basi in cui abbiamo concordato una riduzione dell’orario di lavoro e della retribuzione, un risultato migliore a breve termine rispetto alla perdita di massa di posti di lavoro".
“Ci saranno purtroppo più licenziamenti per quel piccolo numero di basi dove non abbiamo ancora raggiunto un accordo sull’orario di lavoro e sui tagli salariali dell’equipaggio di cabina, che è l’unica alternativa”.
Ancora brutte notizie dunque per il mondo del lavoro, in una condizione che soprattutto nell’Unione europea si somma alla pessima gestione che a vario titolo le varie classi politiche liberal-liberiste hanno messo in campo.
Lato impresa invece, sul sito del Iata a oggi la situazione per il comparto su scala mondiale è impietosa: nel 2020 le perdite sono state di 84 miliardi di dollari statunitensi, la domanda si è contratta del 66% e nel solo settembre del 2020 ci sono la metà dei voli rispetto allo stesso mese 2019 (-51%). E questo ha tutta l’aria di essere solo l’inizio.
Come per la prima ondata, il trasposto aereo è un fedele riflesso della generale evoluzione della pandemia.
Senza voler creare allarmismi di sorta, tuttavia il cielo sembra farsi sempre più cupo all’orizzonte.
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08/05/2020
Aumenti dei prezzi durante l‘emergenza sanitaria. Indaga l’Antitrust
Sui rincari di beni alimentari e detergenti durante l’emergenza coronavirus, è stata avviata una indagine dell’Authority Antitrust.
L’authority ha inviato richieste di informazioni a numerosi aziende della grande distribuzione “per acquisire dati sull’andamento dei prezzi di vendita al dettaglio e dei prezzi di acquisto all’ingrosso di generi alimentari di prima necessità, detergenti, disinfettanti e guanti, per individuare eventuali fenomeni di sfruttamento dell’emergenza sanitaria a base dell’aumento di tali prezzi”.
Le richieste di informazioni riguardano oltre 3.800 punti vendita, soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, pari a circa l’85% del totale censito da Nielsen nelle province interessate.
Dalle analisi preliminari svolte sui dati Istat, secondo l’Antitrust “sono emersi a marzo, per i prodotti alimentari, aumenti dei prezzi rispetto a quelli correnti nei mesi precedenti differenziati a livello provinciale. I maggiori aumenti si riscontrano in aree non interessate da ‘zone rosse’ o da misure rafforzate di contenimento della mobilità”.
L’Antitrust si è dovuta mettere all’opera sulla base di segnalazioni che indicavano un aumento dei prezzi nelle settimane di piena emergenza coronavirus e che molti di noi hanno potuto verificare sulla base di dati empirici.
Se prima due borse di spesa al supermercato si portavano via un po' più di cinquanta euro, in questo periodo ne abbiamo lasciato alle casse almeno una settantina per un paniere di prodotti simile a quello dei mesi precedenti. Una verifica analoga è registrabile anche nella spesa nei mercati rionali per i prodotti freschi ortofrutticoli. E non ci si venga a parlare di “percezione”, perchè il dato è facilmente rilevabile dagli effetti concreti sui portafogli delle famiglie.
I principali destinatari delle richieste di informazioni sono: Carrefour Italia, MD, Lidl, Eurospin, F.lli Arena, alcune cooperative Conad (Conad Sicilia, Conad Nord-Ovest, PAC 2000, Conad Adriatico, nonché Margherita Distribuzione), alcune cooperative e master franchisor Coop (Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno, Coop Centro Italia, Coop Liguria, Novacoop, Coop Alleanza 3.0, Tatò Paride), diversi Ce.Di. aderenti a SISA (per esempio SISA Sicilia), SIGMA (per esempio Ce.Di. Sigma Campania) e CRAI (per esempio CRAI Regina).
L’Antitrust “ha ritenuto di non poter escludere che tali maggiori aumenti siano dovuti anche a fenomeni speculativi.
Infatti, non tutti gli aumenti osservati appaiono immediatamente riconducibili a motivazioni di ordine strutturale, come il maggior peso degli acquisti nei negozi di vicinato, la minore concorrenza tra punti vendita a causa delle limitazioni alla mobilità dei consumatori, le tensioni a livello di offerta causate dal forte aumento della domanda di alcuni beni durante il lockdown e dalle limitazioni alla produzione e ai trasporti indotte dalle misure di contenimento dell’epidemia”.
Fonte
L’authority ha inviato richieste di informazioni a numerosi aziende della grande distribuzione “per acquisire dati sull’andamento dei prezzi di vendita al dettaglio e dei prezzi di acquisto all’ingrosso di generi alimentari di prima necessità, detergenti, disinfettanti e guanti, per individuare eventuali fenomeni di sfruttamento dell’emergenza sanitaria a base dell’aumento di tali prezzi”.
Le richieste di informazioni riguardano oltre 3.800 punti vendita, soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, pari a circa l’85% del totale censito da Nielsen nelle province interessate.
Dalle analisi preliminari svolte sui dati Istat, secondo l’Antitrust “sono emersi a marzo, per i prodotti alimentari, aumenti dei prezzi rispetto a quelli correnti nei mesi precedenti differenziati a livello provinciale. I maggiori aumenti si riscontrano in aree non interessate da ‘zone rosse’ o da misure rafforzate di contenimento della mobilità”.
L’Antitrust si è dovuta mettere all’opera sulla base di segnalazioni che indicavano un aumento dei prezzi nelle settimane di piena emergenza coronavirus e che molti di noi hanno potuto verificare sulla base di dati empirici.
Se prima due borse di spesa al supermercato si portavano via un po' più di cinquanta euro, in questo periodo ne abbiamo lasciato alle casse almeno una settantina per un paniere di prodotti simile a quello dei mesi precedenti. Una verifica analoga è registrabile anche nella spesa nei mercati rionali per i prodotti freschi ortofrutticoli. E non ci si venga a parlare di “percezione”, perchè il dato è facilmente rilevabile dagli effetti concreti sui portafogli delle famiglie.
I principali destinatari delle richieste di informazioni sono: Carrefour Italia, MD, Lidl, Eurospin, F.lli Arena, alcune cooperative Conad (Conad Sicilia, Conad Nord-Ovest, PAC 2000, Conad Adriatico, nonché Margherita Distribuzione), alcune cooperative e master franchisor Coop (Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno, Coop Centro Italia, Coop Liguria, Novacoop, Coop Alleanza 3.0, Tatò Paride), diversi Ce.Di. aderenti a SISA (per esempio SISA Sicilia), SIGMA (per esempio Ce.Di. Sigma Campania) e CRAI (per esempio CRAI Regina).
L’Antitrust “ha ritenuto di non poter escludere che tali maggiori aumenti siano dovuti anche a fenomeni speculativi.
Infatti, non tutti gli aumenti osservati appaiono immediatamente riconducibili a motivazioni di ordine strutturale, come il maggior peso degli acquisti nei negozi di vicinato, la minore concorrenza tra punti vendita a causa delle limitazioni alla mobilità dei consumatori, le tensioni a livello di offerta causate dal forte aumento della domanda di alcuni beni durante il lockdown e dalle limitazioni alla produzione e ai trasporti indotte dalle misure di contenimento dell’epidemia”.
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22/08/2019
La criptomoneta di Facebook nel mirino dell’Antitrust di Bruxelles
Libra ossia la criptomoneta progettata da Facebook, è finita al centro di un'indagine della commissione Antitrust dell’Unione Europea.
Libra dovrebbe iniziare a circolare nel 2020, ma le autorità di vigilanza di Bruxelles sospettano che il progetto possa creare ostacoli alla concorrenza nei confronti degli altri sistemi di pagamento, soprattutto per quanto riguarda i dati sui consumatori.
L’indagine dell’Antitrus, per ora è limitata alla raccolta preliminare di informazioni, ma va ad aggiungersi agli allarmi delle autorità economiche e politiche europee verso il progetto di criptovaluta annunciato nel giugno scorso da Facebook, il quale non nasconde l’ambizione di creare un sistema economico globale incentrato su Libra. In ogni caso Facebook ha già anticipato di voler ottenere per la criptovaluta il via libera delle autorità regolamentari dei Paesi in cui vorrà operare.
Stando a quanto riportato da Bloomberg, la Commissione europea sta “valutando il potenziale impatto limitativo della concorrenza “ del progetto della Libra Association, l’associazione che unisce gruppi del mondo dell’hi-tech, finanziario e cripto, tra cui Facebook , per valutare i rischi.
Il Sole 24 Ore ci ricorda comunque che la raccolta di informazioni da parte dell’Antitrust è una pratica preliminare standard per la valutazione sull’opportunità di aprire un vero e proprio dossier, ma sottolinea anche come questa apertura di indagine si va ad aggiungere ad un’altra indagine preliminare di Bruxelles sulla valutazione di posizione dominante di Facebook nei confronti delle altre app.
A giugno Facebook si era affrettata a chiarire che la nuova piattaforma non verrebbe gestita solo da lei, ma “da un gruppo di soggetti in cui nessuno avrà il controllo dell’intero flusso di informazioni”, la cosiddetta Libra Association. Ma intanto la divisione Calibra di Facebook si è già sperticata a promettere un wallet digitale (sistema di pagamento elettronico dichiarato “sicuro”, ndr) sia dentro WhatsApp che Messenger per permettere pagamenti istantanei. Questa possibilità sarà prevista anche per gli altri membri fondatori della Libra Association che potranno aggiungere prodotti e servizi propri ma, come nel caso di Godzilla “le dimensioni contano”.
Facebook parte da una base di oltre due miliardi di utenti che scambiandosi denaro lasceranno tracce digitali preziose sui propri comportamenti finanziari, ragione per cui si è affrettata a chiarire che i dati degli utenti che usano il social verranno mischiati con quelli finanziari e che questi saranno utilizzabili solo dietro esplicita autorizzazione dell’utente. Ma il sistema appare piuttosto fragile, tanto “fragile” che le autorità statunitense hanno elevato a cinque miliardi (rispetto ai tre previsti) una multa a Facebook proprio per violazione dei dati e della privacy dei suoi utenti.
Fonte
Libra dovrebbe iniziare a circolare nel 2020, ma le autorità di vigilanza di Bruxelles sospettano che il progetto possa creare ostacoli alla concorrenza nei confronti degli altri sistemi di pagamento, soprattutto per quanto riguarda i dati sui consumatori.
L’indagine dell’Antitrus, per ora è limitata alla raccolta preliminare di informazioni, ma va ad aggiungersi agli allarmi delle autorità economiche e politiche europee verso il progetto di criptovaluta annunciato nel giugno scorso da Facebook, il quale non nasconde l’ambizione di creare un sistema economico globale incentrato su Libra. In ogni caso Facebook ha già anticipato di voler ottenere per la criptovaluta il via libera delle autorità regolamentari dei Paesi in cui vorrà operare.
Stando a quanto riportato da Bloomberg, la Commissione europea sta “valutando il potenziale impatto limitativo della concorrenza “ del progetto della Libra Association, l’associazione che unisce gruppi del mondo dell’hi-tech, finanziario e cripto, tra cui Facebook , per valutare i rischi.
Il Sole 24 Ore ci ricorda comunque che la raccolta di informazioni da parte dell’Antitrust è una pratica preliminare standard per la valutazione sull’opportunità di aprire un vero e proprio dossier, ma sottolinea anche come questa apertura di indagine si va ad aggiungere ad un’altra indagine preliminare di Bruxelles sulla valutazione di posizione dominante di Facebook nei confronti delle altre app.
A giugno Facebook si era affrettata a chiarire che la nuova piattaforma non verrebbe gestita solo da lei, ma “da un gruppo di soggetti in cui nessuno avrà il controllo dell’intero flusso di informazioni”, la cosiddetta Libra Association. Ma intanto la divisione Calibra di Facebook si è già sperticata a promettere un wallet digitale (sistema di pagamento elettronico dichiarato “sicuro”, ndr) sia dentro WhatsApp che Messenger per permettere pagamenti istantanei. Questa possibilità sarà prevista anche per gli altri membri fondatori della Libra Association che potranno aggiungere prodotti e servizi propri ma, come nel caso di Godzilla “le dimensioni contano”.
Facebook parte da una base di oltre due miliardi di utenti che scambiandosi denaro lasceranno tracce digitali preziose sui propri comportamenti finanziari, ragione per cui si è affrettata a chiarire che i dati degli utenti che usano il social verranno mischiati con quelli finanziari e che questi saranno utilizzabili solo dietro esplicita autorizzazione dell’utente. Ma il sistema appare piuttosto fragile, tanto “fragile” che le autorità statunitense hanno elevato a cinque miliardi (rispetto ai tre previsti) una multa a Facebook proprio per violazione dei dati e della privacy dei suoi utenti.
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