In una serie di articoli dedicata alla distruzione delle imprese italiane non poteva mancare una trattazione dedicata a Telecom Italia, una grande azienda che nell’ultimo trentennio è stata resa oggetto di ripetuti assalti, che l’hanno ridotta al fantasma di se stessa.
Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).
Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi – comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi – di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro di appena lo 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.
La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo Stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.
Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche – Omnitel e Infostrada – di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo Stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.
Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.
Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).
Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).
Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.
Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto – nel 2018 – di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.
Un ultimo duro colpo all'ex-operatore pubblico di telecomunicazioni è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimento italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). È chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).
Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers).
Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata di investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento.
In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.
Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al Paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom – un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.
Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda – sempre statunitense – Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit).
Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).
Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulando un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari.
Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello Stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Enel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Enel. Mostra tutti i post
08/05/2026
22/05/2025
Confindustria chiede a Enel un po’ di “patriottismo” e di non pensare solo ai profitti
L’uomo in foto è Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e responsabile del Piano Mattei per Confindustria nazionale. Per qualcuno ne sarebbe stato anche la nuova guida, quando l’anno scorso venne poi scelto Emanuele Orsini, ma ad ogni modo ha ottenuto anche un’altra delega non di poco conto: quella di consigliere per l’autonomia strategica europea.
Insomma, è una voce che pesa nel sistema imprenditoriale italiano, e domenica scorsa ha deciso di rispondere alle indiscrezioni riportate da Repubblica, secondo cui dentro la dirigenza Enel ci sarebbe ormai un’insofferenza tale agli attacchi sui costi eccessivi dell’energia che qualcuno sta valutando di andarsene da Confindustria.
“Rompere non è nell’interesse di nessuno”, ha detto Gozzi, che chiede agli operatori del settore “un gesto patriottico”. Ha poi aggiunto: “il punto di equilibrio non può essere il profitto delle utility, ma la salvaguardia del sistema produttivo nazionale”. Sentire un dirigente di Confindustria dire che non si può pensare solo al profitto di fronte a un problema sistemico fa capire la gravità della crisi delle imprese.
Quello dei prezzi dell’energia Orsini lo ha definito il problema per eccellenza delle aziende italiane, e lo ha denunciato recentemente anche Draghi. L’associazione imprenditoriale ha espresso parere molto negativo sul decreto Bollette approvato dal Senato a fine aprile, lamentando il fatto che nessuna delle sue proposte è stata ascoltata.
Le attività energivore accusano i produttori di energia di speculare sulle loro necessità, facendo danno a tutto l’apparato manifatturiero nazionale. A loro volta, i produttori di energia hanno ricordato ai comparti energivori che già ricevono un sussidio pubblico da 2 miliardi di euro all’anno.
A fare le spese degli alti costi, però, sono anche le piccole e medie imprese, come afferma il delegato di Confindustria per l’energia Aurelio Regina: “nel 2024 il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia è stato dell’84% più alto rispetto alle altre grandi manifatture europee, con un costo extra per le imprese di 6 miliardi. È un tema di competitività”.
L’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, aveva ricordato che la sua compagnia ha ridotto di molto i prezzi, in favore di tutti, ma ricordando appunto che “Confindustria rappresenta tutti gli associati”, ovvero anche l’Enel stessa: insomma, questi attacchi non vanno molto a genio a uno dei principali operatori del settore elettrico.
È bene dunque spendere un paio di parole su questa dura dialettica a distanza tra Gozzi e Cattaneo. Primo, perché non capita tutti i giorni sentire un rappresentante delle imprese rendere palese che la ricerca del profitto a tutti i costi, a lungo andare, crea scompensi irrisolvibili che fanno male all’intero sistema-paese.
Certo, lo ha affermato in maniera strumentale per garantire ulteriori sconti alle imprese. Ma c’è stata poi la denuncia reciproca da parte dei produttori di energia, che hanno svelato i 2 miliardi all’anno che gli energivori prendono dallo stato. Il re è nudo: il mondo imprenditoriale che tanto si lamenta degli scansafatiche, e ai tempi del reddito di cittadinanza, campa di sussidi.
Sussidi e rendita sulle grande infrastrutture creato negli anni di un sistema industriale misto pubblico-privato. Un altro tema di scontro è, ad esempio, il rinnovo delle concessioni idroelettriche, su cui Gozzi annuncia “anche noi consumatori parteciperemo con consorzi di energivori”, sfidando le tradizionali società che fino a ora hanno avuto in gestione le centrali.
Ma è altrettanto interessante sottolineare come, con leggerezza, un grande operatore come Enel venga dato per incline a lasciare Confindustria. Tutto ciò fa pensare a come, ormai, i consessi che contano non sono più quelli del capitalismo italiano, ma sono probabilmente altrove. Che sia stato proprio il delegato all’autonomia strategica europea a rispondere a queste voci fa capire dove.
Fonte
Insomma, è una voce che pesa nel sistema imprenditoriale italiano, e domenica scorsa ha deciso di rispondere alle indiscrezioni riportate da Repubblica, secondo cui dentro la dirigenza Enel ci sarebbe ormai un’insofferenza tale agli attacchi sui costi eccessivi dell’energia che qualcuno sta valutando di andarsene da Confindustria.
“Rompere non è nell’interesse di nessuno”, ha detto Gozzi, che chiede agli operatori del settore “un gesto patriottico”. Ha poi aggiunto: “il punto di equilibrio non può essere il profitto delle utility, ma la salvaguardia del sistema produttivo nazionale”. Sentire un dirigente di Confindustria dire che non si può pensare solo al profitto di fronte a un problema sistemico fa capire la gravità della crisi delle imprese.
Quello dei prezzi dell’energia Orsini lo ha definito il problema per eccellenza delle aziende italiane, e lo ha denunciato recentemente anche Draghi. L’associazione imprenditoriale ha espresso parere molto negativo sul decreto Bollette approvato dal Senato a fine aprile, lamentando il fatto che nessuna delle sue proposte è stata ascoltata.
Le attività energivore accusano i produttori di energia di speculare sulle loro necessità, facendo danno a tutto l’apparato manifatturiero nazionale. A loro volta, i produttori di energia hanno ricordato ai comparti energivori che già ricevono un sussidio pubblico da 2 miliardi di euro all’anno.
A fare le spese degli alti costi, però, sono anche le piccole e medie imprese, come afferma il delegato di Confindustria per l’energia Aurelio Regina: “nel 2024 il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia è stato dell’84% più alto rispetto alle altre grandi manifatture europee, con un costo extra per le imprese di 6 miliardi. È un tema di competitività”.
L’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, aveva ricordato che la sua compagnia ha ridotto di molto i prezzi, in favore di tutti, ma ricordando appunto che “Confindustria rappresenta tutti gli associati”, ovvero anche l’Enel stessa: insomma, questi attacchi non vanno molto a genio a uno dei principali operatori del settore elettrico.
È bene dunque spendere un paio di parole su questa dura dialettica a distanza tra Gozzi e Cattaneo. Primo, perché non capita tutti i giorni sentire un rappresentante delle imprese rendere palese che la ricerca del profitto a tutti i costi, a lungo andare, crea scompensi irrisolvibili che fanno male all’intero sistema-paese.
Certo, lo ha affermato in maniera strumentale per garantire ulteriori sconti alle imprese. Ma c’è stata poi la denuncia reciproca da parte dei produttori di energia, che hanno svelato i 2 miliardi all’anno che gli energivori prendono dallo stato. Il re è nudo: il mondo imprenditoriale che tanto si lamenta degli scansafatiche, e ai tempi del reddito di cittadinanza, campa di sussidi.
Sussidi e rendita sulle grande infrastrutture creato negli anni di un sistema industriale misto pubblico-privato. Un altro tema di scontro è, ad esempio, il rinnovo delle concessioni idroelettriche, su cui Gozzi annuncia “anche noi consumatori parteciperemo con consorzi di energivori”, sfidando le tradizionali società che fino a ora hanno avuto in gestione le centrali.
Ma è altrettanto interessante sottolineare come, con leggerezza, un grande operatore come Enel venga dato per incline a lasciare Confindustria. Tutto ciò fa pensare a come, ormai, i consessi che contano non sono più quelli del capitalismo italiano, ma sono probabilmente altrove. Che sia stato proprio il delegato all’autonomia strategica europea a rispondere a queste voci fa capire dove.
Fonte
19/05/2025
Nasce Nuclitalia, la società per il futuro nucleare dell’Italia
Il 14 maggio Enel, Ansaldo Energia e Leonardo hanno ufficializzato la nascita di Nuclitalia, società a responsabilità limitata che si occuperà dello studio delle nuove frontiere del nucleare e delle opportunità di mercato collegate. Enel sarà l’azionista di maggioranza, con il 51% delle quote, seguita da Ansaldo al 39% e Leonardo al 10%.
Lo stesso giorno di questo annuncio, al question time della Camera, Giorgia Meloni ha ricordato che l’iter per l’approvazione della delega al governo sul tema del ritorno all’energia atomica prosegue. Anzi, la presidente del Consiglio ha sottolineato che, quando la misura approderà in Parlamento, conta “trasversalmente sul contributo di tutte le forze politiche”.
Infatti, lo sviluppo di una filiera nucleare è una prospettiva condivisa da tutte le compagini che sostengono il progetto unioneuropeista, proprio perché risponde alle esigenze e agli interessi strategici che emergono in questa fase della competizione globale. L’attenzione posta sull’atomo deriva dalle opportunità che esso offre rispetto ai nodi dell’autonomia energetica e militare europea.
È dunque dentro questa cornice strategica che va compreso il ritorno al nucleare, che infatti viene spinto attraverso una direzione quasi diretta degli apparati statali. Bisogna ricordare che il maggiore azionista di Enel e di Leonardo è il ministero dell’Economia (23,6% e 30,2%, rispettivamente), mentre di Ansaldo è la Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta per oltre l’80% controllata dal dicastero citato.
Insomma, la questione nucleare è un’operazione tutta politica, per quanto possa essere ammantata di aspirazioni ‘verdi’ o di promesse sulla riduzione dei costi dell’energia. Quello che interessa alle classi dirigenti europee, in questo momento, è mettere in moto un settore che può offrire importanti sbocchi competitivi, soprattutto se si considerano i possibili impieghi dual use.
La promozione di una ricerca civile sempre più piegata ai risvolti militari è resa plasticamente dal fatto che a presiedere il Consiglio di Amministrazione di Nuclitalia sarà Ferruccio Resta, ex rettore del Politecnico di Milano e già presidente della Fondazione Politecnico di Milano e della Fondazione Bruno Kessler, importante centro ricerche di Trento.
Esaminando ora gli aspetti più strettamente legati ai nodi economici e della ricerca, si legge nel comunicato rilasciato da Nuclitalia che la società si occuperà di “valutare i design più innovativi e maturi del nuovo nucleare sostenibile, con un focus iniziale sugli small modular reactor (Smr) raffreddati ad acqua”.
Ricordiamo che gli Smr, così come il nucleare di quarta generazione, esistono solo in quanto tecnologie in via di sviluppo: non parliamo, dunque, di impianti di prossima realizzazione. Si parla, almeno in una prima fase, dello studio delle opzioni più interessanti per il sistema italiano e dell’accrescimento di capacità industriali del settore, a sostegno di progetti già esistenti o da concludere in futuro.
Ad esempio, tra le attività più interessanti ci sono quelle della Newcleo, con sede in Francia ma fondata dal fisico italiano Stefano Buono: la sua impresa ha già stretto un accordo con Enel riguardante il nucleare di quarta generazione. Ansaldo Energia, invece, collabora con la Edf francese e con la statunitense Westinghouse sia sui reattori modulari e la quarta generazione, sia sulla fusione nucleare.
Infine, va ricordato che Ansaldo sta sviluppando il reattore Alfred, che è stato inserito anche nel programma European Industrial Alliance on Small Modular Reactors della Commissione Europea. A ribadire l’interesse continentale dell’iniziativa italiana.
Fonte
Lo stesso giorno di questo annuncio, al question time della Camera, Giorgia Meloni ha ricordato che l’iter per l’approvazione della delega al governo sul tema del ritorno all’energia atomica prosegue. Anzi, la presidente del Consiglio ha sottolineato che, quando la misura approderà in Parlamento, conta “trasversalmente sul contributo di tutte le forze politiche”.
Infatti, lo sviluppo di una filiera nucleare è una prospettiva condivisa da tutte le compagini che sostengono il progetto unioneuropeista, proprio perché risponde alle esigenze e agli interessi strategici che emergono in questa fase della competizione globale. L’attenzione posta sull’atomo deriva dalle opportunità che esso offre rispetto ai nodi dell’autonomia energetica e militare europea.
È dunque dentro questa cornice strategica che va compreso il ritorno al nucleare, che infatti viene spinto attraverso una direzione quasi diretta degli apparati statali. Bisogna ricordare che il maggiore azionista di Enel e di Leonardo è il ministero dell’Economia (23,6% e 30,2%, rispettivamente), mentre di Ansaldo è la Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta per oltre l’80% controllata dal dicastero citato.
Insomma, la questione nucleare è un’operazione tutta politica, per quanto possa essere ammantata di aspirazioni ‘verdi’ o di promesse sulla riduzione dei costi dell’energia. Quello che interessa alle classi dirigenti europee, in questo momento, è mettere in moto un settore che può offrire importanti sbocchi competitivi, soprattutto se si considerano i possibili impieghi dual use.
La promozione di una ricerca civile sempre più piegata ai risvolti militari è resa plasticamente dal fatto che a presiedere il Consiglio di Amministrazione di Nuclitalia sarà Ferruccio Resta, ex rettore del Politecnico di Milano e già presidente della Fondazione Politecnico di Milano e della Fondazione Bruno Kessler, importante centro ricerche di Trento.
Esaminando ora gli aspetti più strettamente legati ai nodi economici e della ricerca, si legge nel comunicato rilasciato da Nuclitalia che la società si occuperà di “valutare i design più innovativi e maturi del nuovo nucleare sostenibile, con un focus iniziale sugli small modular reactor (Smr) raffreddati ad acqua”.
Ricordiamo che gli Smr, così come il nucleare di quarta generazione, esistono solo in quanto tecnologie in via di sviluppo: non parliamo, dunque, di impianti di prossima realizzazione. Si parla, almeno in una prima fase, dello studio delle opzioni più interessanti per il sistema italiano e dell’accrescimento di capacità industriali del settore, a sostegno di progetti già esistenti o da concludere in futuro.
Ad esempio, tra le attività più interessanti ci sono quelle della Newcleo, con sede in Francia ma fondata dal fisico italiano Stefano Buono: la sua impresa ha già stretto un accordo con Enel riguardante il nucleare di quarta generazione. Ansaldo Energia, invece, collabora con la Edf francese e con la statunitense Westinghouse sia sui reattori modulari e la quarta generazione, sia sulla fusione nucleare.
Infine, va ricordato che Ansaldo sta sviluppando il reattore Alfred, che è stato inserito anche nel programma European Industrial Alliance on Small Modular Reactors della Commissione Europea. A ribadire l’interesse continentale dell’iniziativa italiana.
Fonte
30/11/2024
Verso il nucleare “di Stato”, Leonardo palesa gli interessi di guerra
Newco di Stato per riportare il nucleare in Italia. Ormai siamo bombardati da questi termini che, per i non addetti ai lavori, sembrano significare mille cose diverse, ma alla fine la sostanza è la stessa: un colosso finanziario, che si aggreghi alla filiera imperialistica europea.
Questo è il senso delle indiscrezioni che sono girate negli ultimi giorni intorno alla possibilità che, già per la fine del 2024, venga annunciata la creazione di una nuova società “di Stato”. Anche se separare gli interessi privati dagli investimenti pubblici, in una fase in cui il mantra è diventato “più Stato per il mercato”, diventa difficile.
L’ENEL dovrebbe avere la quota di maggioranza (51%), seguita da Ansaldo Nucleare (39%) e Leonardo (10%). Anche se in Italia ad ora non viene prodotta energia dall’atomo, ENEL gestisce 9 Gigawatt di capacità nucleare, installata tra Spagna e Slovacchia, mentre Ansaldo Nucleare guarda al rinnovo delle centrali esistenti e allo studio di nuove tecnologie.
È proprio su questo lato che dovrebbe concentrarsi il lavoro della nuova società. Lo sviluppo degli Small Modular Reactors (SMR), ovvero i “reattori modulari” che da anni sentiamo propagandati come nuova frontiera del nucleare, e la quarta generazione, che comunque non si vedrà prima di una quindicina d’anni almeno, sono gli obiettivi.
A questo scopo potrebbe inserirsi nel percorso del nucleare anche Newcleo, una start-up fondata nel 2021 dal fisico Stefano Buono, che ha già 700 azionisti ed è valutata 1,3 miliardi di euro. Questa sta già collaborando con Ansaldo Nucleare, e sta approfondendo l’opportunità di usare il MOX (miscela di uranio e plutonio).
Questo prodotto aiuterebbe a garantire maggiore autonomia di approvvigionamento, dopo che, ad esempio, il nuovo governo del Niger ha sbarrato la strada allo sfruttamento francese delle miniere di uranio nel paese. E proprio in Francia la Newcleo ha posto la propria sede, perché il quadro regolatore già presente oltralpe permette di accedere anche a fondi europei.
È complesso parlare di nucleare, tenendo insieme le ragioni ambientali, di sicurezza, di fabbisogno energetico del paese (intorno ai 310 terawattora, ma che potrebbe forse raddoppiare nell’arco di una ventina d’anni). Quando si parla di politica energetica, non esiste alcun discorso tecnico che non vada di pari passo ad orizzonti politici.
Basti pensare che secondo alcune stime basterebbero pochi miliardi di investimento in manutenzione e sostituzione di alcuni macchinari della filiera dell’idroelettrico per recuperare 4,4 terawattora all’anno, cioè intorno al 10% di ciò che viene importato dall’estero. Eppure, nella cornice del PNRR si è deciso di continuare sulla strada di concessioni a privati non intenzionati a spenderci granché.
Lasciamo quindi ai tanti contributi di esperti, che si possono trovare anche sul nostro giornale, il dibattito sulle opportunità e sulle criticità dell’energia atomica. Qui ci vogliamo concentrare sul significato della partecipazione di Leonardo in questo progetto, che ne palesa gli orizzonti di guerra collegati.
Perché, se il ruolo di ENEL, Ansaldo e Newcleo è autoevidente, non si capisce per quale motivo l’avventura nucleare dovrebbe interessare a Cingolani e compagnia. Non si capisce, chiaramente, finché non si esplicitano i tanti usi che, in quanto tecnologie dual use per eccellenza, quelle ‘atomiche’ possono avere sul lato bellico.
L’autonomia energetica, tanto sbandierata come necessità per la UE, esce fuori quando si vuole ridurre al minimo il rapporto con altri paesi. La finalità è, appunto, quella di avere maggior spazio di manovra dal punto di vista di misure di scontro, che sia commerciale o guerreggiato.
Il nucleare è inoltre usato come energia propulsiva per sottomarini e navi, oltre che ovviamente nelle testate atomiche. Ma anche se non ci si impegna su questo versante esplicitamente militare, lo sviluppo degli SMR porta con sé anche quello di una filiera per l’High-Assay Low-Enriched Uranium (HALEU).
Si tratta del combustibile per lo più usato nelle ricerche su questo tipo di reattori, e presenta una concentrazione dell’isotopo radioattivo tra il 5 e il 20%, superiore a quella usata generalmente in ambito civile, cioè tra il 3 e il 5%. Ad oggi, solo la Russia e la Cina hanno le infrastrutture necessarie a produrne su una scala commerciale.
Vi sono vari programmi di studio in Occidente al riguardo, che coinvolgono grandi multinazionali – come la Orano – e hanno destato l’interesse di autorità pubbliche come il Dipartimento della Difesa statunitense. La motivazione è facilmente resa chiara sul sito della World Nuclear Association, accreditata presso l’ONU.
1: “Il tempo necessario per produrre HEU (uranio altamente arricchito, ndr) di qualità militare è più breve quando si utilizza HALEU come materia prima”.
2: “Gli impianti per produrre HEU di qualità militare a partire da materie prime HALEU potrebbero essere relativamente piccoli e quindi difficili da individuare”.
L’Agenzia internazionale per l’energia atomica deve ancora implementare delle linee guida di sicurezza sull’utilizzo dell’HALEU. Ma risulta scontato che lo sguardo che stanno allungando su questo settore attori come la Leonardo si innesta precisamente nella tendenza alla frammentazione del mercato mondiale e al riarmo.
Il blocco euroatlantico vuole una filiera dell’uranio completamente indipendente, e lo sviluppo del nucleare civile può aiutare anche sul piano militare. Colossi come la Leonardo, anche se l’Italia non avrà mai una propria arma nucleare, possono avere una funzione in questo percorso, legittimandolo inoltre con la promessa della riduzione delle bollette e di nuovi posti di lavoro.
Proprio Ansaldo Nucleare, insieme a Edison e THEA group, hanno presentato poco tempo fa uno studio nel quale si prevede che l’installazione di impianti nucleari, capaci di soddisfare circa il 10% della domanda elettrica al 2050, si tradurrebbe in un impatto economico superiore a 50 miliardi di euro e fino a 117.000 occupati diretti, indiretti e indotti dal 2030-35 al 2050.
Nello scenario di crisi che viviamo, tali numeri allargano la platea delle persone che guardano in maniera meno negativa al nucleare. Senza però essere informati del fatto che, sul lungo periodo, questa opzione non farà che portarci in maniera più veloce verso la possibilità di uno scontro generalizzato, e dunque della trasformazione della crisi in guerra aperta.
La questione ambientale, in questo caso, assume tutto un altro significato. Al di là del conteggio delle emissioni dell’intera filiera, il tema qui è che il nucleare è un tassello strategico di un salto di qualità dell’imperialismo europeo e della competizione globale in generale.
Dare man forte a Bruxelles su questo lato significa distruggere il pianeta, anche nel caso rimanessimo sotto il grado e mezzo di aumento delle temperature rispetto all’epoca pre-industriale. Teniamolo a mente in ogni discorso al riguardo, perché verrebbe da dire che questa è tutto fuorché una contraddizione secondaria.
Chissà se anche l’incidente verificatosi ieri all’Enea di Casaccia ha una relazione con la sperimentazione necessaria a sviluppare il progetto...
Fonte
Questo è il senso delle indiscrezioni che sono girate negli ultimi giorni intorno alla possibilità che, già per la fine del 2024, venga annunciata la creazione di una nuova società “di Stato”. Anche se separare gli interessi privati dagli investimenti pubblici, in una fase in cui il mantra è diventato “più Stato per il mercato”, diventa difficile.
L’ENEL dovrebbe avere la quota di maggioranza (51%), seguita da Ansaldo Nucleare (39%) e Leonardo (10%). Anche se in Italia ad ora non viene prodotta energia dall’atomo, ENEL gestisce 9 Gigawatt di capacità nucleare, installata tra Spagna e Slovacchia, mentre Ansaldo Nucleare guarda al rinnovo delle centrali esistenti e allo studio di nuove tecnologie.
È proprio su questo lato che dovrebbe concentrarsi il lavoro della nuova società. Lo sviluppo degli Small Modular Reactors (SMR), ovvero i “reattori modulari” che da anni sentiamo propagandati come nuova frontiera del nucleare, e la quarta generazione, che comunque non si vedrà prima di una quindicina d’anni almeno, sono gli obiettivi.
A questo scopo potrebbe inserirsi nel percorso del nucleare anche Newcleo, una start-up fondata nel 2021 dal fisico Stefano Buono, che ha già 700 azionisti ed è valutata 1,3 miliardi di euro. Questa sta già collaborando con Ansaldo Nucleare, e sta approfondendo l’opportunità di usare il MOX (miscela di uranio e plutonio).
Questo prodotto aiuterebbe a garantire maggiore autonomia di approvvigionamento, dopo che, ad esempio, il nuovo governo del Niger ha sbarrato la strada allo sfruttamento francese delle miniere di uranio nel paese. E proprio in Francia la Newcleo ha posto la propria sede, perché il quadro regolatore già presente oltralpe permette di accedere anche a fondi europei.
È complesso parlare di nucleare, tenendo insieme le ragioni ambientali, di sicurezza, di fabbisogno energetico del paese (intorno ai 310 terawattora, ma che potrebbe forse raddoppiare nell’arco di una ventina d’anni). Quando si parla di politica energetica, non esiste alcun discorso tecnico che non vada di pari passo ad orizzonti politici.
Basti pensare che secondo alcune stime basterebbero pochi miliardi di investimento in manutenzione e sostituzione di alcuni macchinari della filiera dell’idroelettrico per recuperare 4,4 terawattora all’anno, cioè intorno al 10% di ciò che viene importato dall’estero. Eppure, nella cornice del PNRR si è deciso di continuare sulla strada di concessioni a privati non intenzionati a spenderci granché.
Lasciamo quindi ai tanti contributi di esperti, che si possono trovare anche sul nostro giornale, il dibattito sulle opportunità e sulle criticità dell’energia atomica. Qui ci vogliamo concentrare sul significato della partecipazione di Leonardo in questo progetto, che ne palesa gli orizzonti di guerra collegati.
Perché, se il ruolo di ENEL, Ansaldo e Newcleo è autoevidente, non si capisce per quale motivo l’avventura nucleare dovrebbe interessare a Cingolani e compagnia. Non si capisce, chiaramente, finché non si esplicitano i tanti usi che, in quanto tecnologie dual use per eccellenza, quelle ‘atomiche’ possono avere sul lato bellico.
L’autonomia energetica, tanto sbandierata come necessità per la UE, esce fuori quando si vuole ridurre al minimo il rapporto con altri paesi. La finalità è, appunto, quella di avere maggior spazio di manovra dal punto di vista di misure di scontro, che sia commerciale o guerreggiato.
Il nucleare è inoltre usato come energia propulsiva per sottomarini e navi, oltre che ovviamente nelle testate atomiche. Ma anche se non ci si impegna su questo versante esplicitamente militare, lo sviluppo degli SMR porta con sé anche quello di una filiera per l’High-Assay Low-Enriched Uranium (HALEU).
Si tratta del combustibile per lo più usato nelle ricerche su questo tipo di reattori, e presenta una concentrazione dell’isotopo radioattivo tra il 5 e il 20%, superiore a quella usata generalmente in ambito civile, cioè tra il 3 e il 5%. Ad oggi, solo la Russia e la Cina hanno le infrastrutture necessarie a produrne su una scala commerciale.
Vi sono vari programmi di studio in Occidente al riguardo, che coinvolgono grandi multinazionali – come la Orano – e hanno destato l’interesse di autorità pubbliche come il Dipartimento della Difesa statunitense. La motivazione è facilmente resa chiara sul sito della World Nuclear Association, accreditata presso l’ONU.
1: “Il tempo necessario per produrre HEU (uranio altamente arricchito, ndr) di qualità militare è più breve quando si utilizza HALEU come materia prima”.
2: “Gli impianti per produrre HEU di qualità militare a partire da materie prime HALEU potrebbero essere relativamente piccoli e quindi difficili da individuare”.
L’Agenzia internazionale per l’energia atomica deve ancora implementare delle linee guida di sicurezza sull’utilizzo dell’HALEU. Ma risulta scontato che lo sguardo che stanno allungando su questo settore attori come la Leonardo si innesta precisamente nella tendenza alla frammentazione del mercato mondiale e al riarmo.
Il blocco euroatlantico vuole una filiera dell’uranio completamente indipendente, e lo sviluppo del nucleare civile può aiutare anche sul piano militare. Colossi come la Leonardo, anche se l’Italia non avrà mai una propria arma nucleare, possono avere una funzione in questo percorso, legittimandolo inoltre con la promessa della riduzione delle bollette e di nuovi posti di lavoro.
Proprio Ansaldo Nucleare, insieme a Edison e THEA group, hanno presentato poco tempo fa uno studio nel quale si prevede che l’installazione di impianti nucleari, capaci di soddisfare circa il 10% della domanda elettrica al 2050, si tradurrebbe in un impatto economico superiore a 50 miliardi di euro e fino a 117.000 occupati diretti, indiretti e indotti dal 2030-35 al 2050.
Nello scenario di crisi che viviamo, tali numeri allargano la platea delle persone che guardano in maniera meno negativa al nucleare. Senza però essere informati del fatto che, sul lungo periodo, questa opzione non farà che portarci in maniera più veloce verso la possibilità di uno scontro generalizzato, e dunque della trasformazione della crisi in guerra aperta.
La questione ambientale, in questo caso, assume tutto un altro significato. Al di là del conteggio delle emissioni dell’intera filiera, il tema qui è che il nucleare è un tassello strategico di un salto di qualità dell’imperialismo europeo e della competizione globale in generale.
Dare man forte a Bruxelles su questo lato significa distruggere il pianeta, anche nel caso rimanessimo sotto il grado e mezzo di aumento delle temperature rispetto all’epoca pre-industriale. Teniamolo a mente in ogni discorso al riguardo, perché verrebbe da dire che questa è tutto fuorché una contraddizione secondaria.
Chissà se anche l’incidente verificatosi ieri all’Enea di Casaccia ha una relazione con la sperimentazione necessaria a sviluppare il progetto...
Fonte
13/05/2024
Bollette della luce sopra la media europea, in un’Italia senza tutele
La società Facile.it, che offre servizi di comparazione e intermediazione, ha raccolto le tariffe rilevate da Eurostat per i costi delle bollette della luce e ha analizzato la condizione italiana in Europa. Quello che è emerso è che il nostro è uno dei paesi in cui si paga di più.
Prendendo i consumi di una famiglia-tipo italiana, pari a 2.700 kilowatt/ora, la spesa 2023 in Italia ammonta in media a 964 euro. Si tratta del 23% in più, circa 180 euro, rispetto alla media europea, che si attesta a 781 euro.
Peggio di noi hanno fatto solo la Germania, il Belgio, la Danimarca e, per una decina d’euro, Cipro. Tolto quest’ultimo paese, in cui il reddito medio calcolato al 2022 è di poco inferiore a quello italiano (32 mila euro contro quasi 35 mila), in Germania e Belgio arriva quasi a 50 mila euro, in Danimarca è quasi il doppio.
Non è bastata la riduzione dei prezzi rilevata per il secondo semestre del 2023 rispetto al primo (-12%). E non bisogna dimenticare che le tariffe considerate non sono stabilite ‘tecnicamente’ dalla mano invisibile del mercato, ma rispondono a politiche governative e scelte aziendali.
Lo scorso novembre l’Antitrust aveva già sanzionato per oltre 15 milioni di euro Enel Energia, Eni Plenitude, Acea Energia, Iberdrola Clienti Italia, Dolomiti Energia ed Edison Energia. Le società avevano adottato pratiche commerciali aggressive per spingere i consumatori ad accettare aumenti dei prezzi dell’energia elettrica e del gas.
In pratica, i principali fornitori di tutta la Penisola hanno illecitamente fatto pressione per modifiche contrattuali a loro favorevoli. Nonostante il colpo di novembre, sembra che ci sia ancora altro che deve venire a galla.
Verso la fine di aprile l’Antitrust ha avviato un’istruttoria nei confronti di Enel per accertare ulteriori irregolarità sulle modalità di comunicazione dei rinnovi contrattuali. Da gennaio sono arrivate oltre 600 denunce sulle bollette del periodo ottobre 2023-gennaio 2024 quadruplicate o quintuplicare rispetto a un anno prima.
L’Antitrust afferma che si sta cercando di verificare se la mail di informazione sul rinnovo delle condizioni tariffarie è stata “artatamente confezionata per essere intercettata dal filtro antispam“. Inoltre, “né nell’intestazione, né nella parte testuale di detta email non veniva data evidenza al suo oggetto (ossia, la modifica delle condizioni economiche)“.
In pratica, l’ipotesi è che sia stato fatto di tutto per fregare i lavoratori (e anche tante microimprese) e gonfiare facilmente gli introiti: l’utile netto ordinario di Enel nel primo trimestre del 2024 è stato di 2,2 miliardi di euro. E il governo sembra voler aiutare tutte queste grandi imprese dell’energia.
Come sappiamo, il mercato tutelato del gas è già finito lo scorso gennaio, con la possibilità di mantenere le tariffe solo per i soggetti vulnerabili. La stessa cosa avverrà per l’elettricità a partire dal primo luglio 2024.
Le famiglie italiane sono messe sempre più in difficoltà da un sistema che propaganda l’impegno e lo spirito imprenditoriale, e ogni giorno dimostra che si fonda sulla speculazione e la connivenza della classe dirigente.
Il primo giugno, alla manifestazione nazionale contro il governo, la NATO, la deriva bellicista e le politiche antipopolari sul lavoro, a Palazzo Chigi bisognerà chiedere conto anche del costo di questi servizi essenziali.
Fonte
Prendendo i consumi di una famiglia-tipo italiana, pari a 2.700 kilowatt/ora, la spesa 2023 in Italia ammonta in media a 964 euro. Si tratta del 23% in più, circa 180 euro, rispetto alla media europea, che si attesta a 781 euro.
Peggio di noi hanno fatto solo la Germania, il Belgio, la Danimarca e, per una decina d’euro, Cipro. Tolto quest’ultimo paese, in cui il reddito medio calcolato al 2022 è di poco inferiore a quello italiano (32 mila euro contro quasi 35 mila), in Germania e Belgio arriva quasi a 50 mila euro, in Danimarca è quasi il doppio.
Non è bastata la riduzione dei prezzi rilevata per il secondo semestre del 2023 rispetto al primo (-12%). E non bisogna dimenticare che le tariffe considerate non sono stabilite ‘tecnicamente’ dalla mano invisibile del mercato, ma rispondono a politiche governative e scelte aziendali.
Lo scorso novembre l’Antitrust aveva già sanzionato per oltre 15 milioni di euro Enel Energia, Eni Plenitude, Acea Energia, Iberdrola Clienti Italia, Dolomiti Energia ed Edison Energia. Le società avevano adottato pratiche commerciali aggressive per spingere i consumatori ad accettare aumenti dei prezzi dell’energia elettrica e del gas.
In pratica, i principali fornitori di tutta la Penisola hanno illecitamente fatto pressione per modifiche contrattuali a loro favorevoli. Nonostante il colpo di novembre, sembra che ci sia ancora altro che deve venire a galla.
Verso la fine di aprile l’Antitrust ha avviato un’istruttoria nei confronti di Enel per accertare ulteriori irregolarità sulle modalità di comunicazione dei rinnovi contrattuali. Da gennaio sono arrivate oltre 600 denunce sulle bollette del periodo ottobre 2023-gennaio 2024 quadruplicate o quintuplicare rispetto a un anno prima.
L’Antitrust afferma che si sta cercando di verificare se la mail di informazione sul rinnovo delle condizioni tariffarie è stata “artatamente confezionata per essere intercettata dal filtro antispam“. Inoltre, “né nell’intestazione, né nella parte testuale di detta email non veniva data evidenza al suo oggetto (ossia, la modifica delle condizioni economiche)“.
In pratica, l’ipotesi è che sia stato fatto di tutto per fregare i lavoratori (e anche tante microimprese) e gonfiare facilmente gli introiti: l’utile netto ordinario di Enel nel primo trimestre del 2024 è stato di 2,2 miliardi di euro. E il governo sembra voler aiutare tutte queste grandi imprese dell’energia.
Come sappiamo, il mercato tutelato del gas è già finito lo scorso gennaio, con la possibilità di mantenere le tariffe solo per i soggetti vulnerabili. La stessa cosa avverrà per l’elettricità a partire dal primo luglio 2024.
Le famiglie italiane sono messe sempre più in difficoltà da un sistema che propaganda l’impegno e lo spirito imprenditoriale, e ogni giorno dimostra che si fonda sulla speculazione e la connivenza della classe dirigente.
Il primo giugno, alla manifestazione nazionale contro il governo, la NATO, la deriva bellicista e le politiche antipopolari sul lavoro, a Palazzo Chigi bisognerà chiedere conto anche del costo di questi servizi essenziali.
Fonte
10/04/2024
Strage del lavoro a Suviana. A loro va bene così
“Purtroppo è esplosa una turbina”. Così il prefetto di Bologna ha commentato la nuova strage di lavoratori, nella centrale Enel del lago artificiale di Suviana, sull’Appenino. Quattro lavoratori sono stati uccisi, cinque gravemente feriti, tre dispersi, un altro massacro.
Da quando in qua le turbine idroelettriche, quelle che producono energia usando la forza dell’acqua contenuta dalle dighe, esplodono come se fossero sostanze instabili o bombe? Forse cento anni fa poteva esserci questo rischio, non con le tecnologie e la scienza di oggi.
Oramai le stragi di operai in Italia sembrano uscire dalle cronache di inizio Novecento.
A Brandizzo di Vercelli un treno travolge chi lavorava sulla linea ferroviaria. A Firenze il tetto di un supermercato in costruzione crolla e schiaccia i muratori. I macchinari industriali ingoiano le operaie e gli operai, i fili dell’alta tensione li fulminano, i ponteggi crollano.
E ora le turbine idroelettriche esplodono.
Ricordatevi di questa strage immane, che sembra venire dal passato ed invece testimonia ferocemente del nostro presente.
Ricordatevene quando imprenditori, economisti, politici e giornalisti esalteranno il progresso fondato su impresa, mercato, profitto.
Ricordate che questo “progresso” ci ha portato a condizioni di lavoro di più di un secolo fa, quando le turbine esplodevano.
Tutti i lavoratori uccisi nelle ultime stragi erano dipendenti di aziende in appalto. Perché gli appalti ed i subappalti oggi sono lo strumento legale dell’assassinio. La casa madre appalta e risparmia su tutto, poi in trincea verso la morte ci vanno persone che non hanno neppure il diritto di essere considerate dipendenti delle aziende per cui muoiono.
Trent’anni fa l’ENEL era un’azienda di Stato che aveva 110.000 dipendenti, che facevano tutti i lavori più importanti compresi quelli pericolosi. Gli incidenti erano rarissimi, nessuno come quello di Suviano.
Oggi l’ENEL è una società quotata in Borsa, di cui il governo si prepara a vendere quote per fare cassa, e opera nel libero mercato dell’energia, che tra poco darà i suoi catastrofici effetti sui costi delle bollette.
I dipendenti sono poco più della metà di trent’anni fa e non perché al loro posto ci siano i robot, ma perché tanti lavori sono finiti nella catena infame di sfruttamento di appalti e subappalti.
Ora si svilupperà la sempre più insopportabile litania delle lacrime di coccodrillo del palazzo, con un governo che ha appena respinto la legge sugli omicidi sul lavoro, dichiarandola non necessaria, e criminalmente ha ancor più liberalizzato gli appalti.
Con un sistema produttivo che si è abituato all’uccisione di MILLECINQUECENTO persone all’anno, sacrificate nel nome del profitto, le parole di governanti e padroni oggi sono solo un insulto ai morti.
La tecnologia e la scienza ci sono, le leggi per colpire e prevenire l’attentato alla salute e alla vita di chi lavora ci potrebbero essere. Ma padroni e governanti non le vogliono, a loro va bene così.
Solo quando dalle piazze si griderà ogni giorno assassini ai responsabili della strage, solo quando la condanna morale, politica e giuridica li colpirà come meritano, solo allora le cose cambieranno.
Da quando in qua le turbine idroelettriche, quelle che producono energia usando la forza dell’acqua contenuta dalle dighe, esplodono come se fossero sostanze instabili o bombe? Forse cento anni fa poteva esserci questo rischio, non con le tecnologie e la scienza di oggi.
Oramai le stragi di operai in Italia sembrano uscire dalle cronache di inizio Novecento.
A Brandizzo di Vercelli un treno travolge chi lavorava sulla linea ferroviaria. A Firenze il tetto di un supermercato in costruzione crolla e schiaccia i muratori. I macchinari industriali ingoiano le operaie e gli operai, i fili dell’alta tensione li fulminano, i ponteggi crollano.
E ora le turbine idroelettriche esplodono.
Ricordatevi di questa strage immane, che sembra venire dal passato ed invece testimonia ferocemente del nostro presente.
Ricordatevene quando imprenditori, economisti, politici e giornalisti esalteranno il progresso fondato su impresa, mercato, profitto.
Ricordate che questo “progresso” ci ha portato a condizioni di lavoro di più di un secolo fa, quando le turbine esplodevano.
Tutti i lavoratori uccisi nelle ultime stragi erano dipendenti di aziende in appalto. Perché gli appalti ed i subappalti oggi sono lo strumento legale dell’assassinio. La casa madre appalta e risparmia su tutto, poi in trincea verso la morte ci vanno persone che non hanno neppure il diritto di essere considerate dipendenti delle aziende per cui muoiono.
Trent’anni fa l’ENEL era un’azienda di Stato che aveva 110.000 dipendenti, che facevano tutti i lavori più importanti compresi quelli pericolosi. Gli incidenti erano rarissimi, nessuno come quello di Suviano.
Oggi l’ENEL è una società quotata in Borsa, di cui il governo si prepara a vendere quote per fare cassa, e opera nel libero mercato dell’energia, che tra poco darà i suoi catastrofici effetti sui costi delle bollette.
I dipendenti sono poco più della metà di trent’anni fa e non perché al loro posto ci siano i robot, ma perché tanti lavori sono finiti nella catena infame di sfruttamento di appalti e subappalti.
Ora si svilupperà la sempre più insopportabile litania delle lacrime di coccodrillo del palazzo, con un governo che ha appena respinto la legge sugli omicidi sul lavoro, dichiarandola non necessaria, e criminalmente ha ancor più liberalizzato gli appalti.
Con un sistema produttivo che si è abituato all’uccisione di MILLECINQUECENTO persone all’anno, sacrificate nel nome del profitto, le parole di governanti e padroni oggi sono solo un insulto ai morti.
La tecnologia e la scienza ci sono, le leggi per colpire e prevenire l’attentato alla salute e alla vita di chi lavora ci potrebbero essere. Ma padroni e governanti non le vogliono, a loro va bene così.
Solo quando dalle piazze si griderà ogni giorno assassini ai responsabili della strage, solo quando la condanna morale, politica e giuridica li colpirà come meritano, solo allora le cose cambieranno.
*****
Prima di tutto esprimiamo la nostra vicinanza alle famiglie e a tutti i cari delle persone coinvolte.
Insieme al cordoglio, pensiamo sia necessario tenere alta da subito l’attenzione, rifiutando la dinamica per cui quando succedono disastri di queste proporzioni si rimanda a momenti successivi la chiarezza e la discussione pubblica delle dinamiche, spesso in nome di un presunto “rispetto”.
Non intendiamo certo affrettare nessuna ipotesi, ma intendiamo ricordare che se ci sono responsabilità, il rispetto nel confronto delle vittime sta nel chiarirle. E il rispetto nel confronto di tutte e tutti i cittadini sta nel discutere in pubblico dinamiche così importanti, soprattutto se avvengono in infrastrutture di grande importanza come le centrali idroelettriche.
Non bisogna dimenticare che in Italia, in media, muoiono tre persone al giorno e troppo spesso la discussione sulle cause e in generale sulla sicurezza finisce relegata a tecnicismi o a procedimenti che rasentano la farsa, basti pensare al disastro ferroviario di Viareggio.
Potere al Popolo
Fonte
30/04/2020
Utenze, storia di un paese che svende al privato i beni collettivi
Il 29 aprile del 1906, ad Aqualagna, piccolo paesino nel marchigiano, nasceva Enrico Mattei.
Partigiano del Cnlai durante la Resistenza, parlamentare Dc nel primo governo eletto della Repubblica, ma soprattutto imprenditore e dirigente pubblico italiano, fondatore del gruppo Eni nel 1953, quando assunse la proprietà dell’Agip e la trasformò, anziché liquidarla come richiesto dalla Commissione centrale per l’economia del Cln nell’immediato Dopoguerra, in una multinazionale del petrolio.
Morì in un incidente aereo solo 9 anni dopo, riconosciuto nel 2012 come vittima di un attentato da una sentenza al processo collegato alla scomparsa del giornalista De Mauro, dopo aver messo in crisi il dominio delle “Sette sorelle” nell’industria petrolifera.
Erano i tempi dei colossi di Stato, ossia della proprietà statuale dei settori strategici, come con l’Eni appunto, ma anche con l’Enel, privatizzate nella sbornia liberista degli anni '90. Quali sono le conseguenze oggi, in piena pandemia, di quel giro di privatizzaizioni?
Per quanto riguarda le utenze, lasciamo la parola al sindacato degli inquilini e abitanti Asia Usb e alla Rete giovanile nazionale Noi Restiamo, impegnati nella campagna per la richiesta del blocco pagamento degli affitti e delle utenze, specialmente per le nuove generazioni, in questo momento di crisi.
Liberalizzazione delle utility, devastazione ambientale e l’urgenza di un cambio di rotta.
Queste settimane di emergenza sanitaria e quarantena obbligata hanno messo migliaia di persone, e in particolar modo i giovani, lavoratori e studenti che vivevano di lavoretti ed espedienti, nella condizione di totale o parziale impossibilità di pagare il canone di affitto, ma anche le utenze (acqua, luce e gas) accumulate.
Il governo Conte inizialmente si era speso in dichiarazioni sulla parziale sospensione delle bollette, poi cadute nel vuoto.
Ma perché, nemmeno in condizione di straordinarietà, il governo non prende decisioni precise sulle utenze che non possiamo permetterci di pagare? La risposta è semplice: non ne ha più il controllo dopo decenni di liberalizzazioni nei settori strategici, compreso quello delle utility.
Le grandi aziende multiutility da anni infatti speculano su beni che dovrebbero essere pubblici garantendosi utili d’esercizio e dividendi notevoli, sostenuti anche dal continuo rincaro delle bollette, e la collettività, progressivamente, ha perso il potere di tutelarsi, divenendo semplice cliente.
Il controllo pubblico su settori come quello dell’energia avrebbe concesso allo Stato quantomeno la possibilità di bloccare i pagamenti in una situazione sociale esplosiva come quella attuale.
Il mercato del gas è stato aperto in Italia nel 2003, quello dell’energia elettrica nel 2007, ma si è optato per un regime di “maggior tutela” fino al 2022, anno di passaggio ufficiale alla piena concorrenza, cioè alla libertà estrema del mercato di regolarsi in questo settore.
Dagli anni ‘90 in poi, infatti, il progetto di integrazione europea ha costretto il nostro paese a svendere gran parte delle aziende statali, comprese quelle strategiche: tra le aziende privatizzata troviamo anche Enel e Eni, di fronte alle quali il governo oggi non dice nulla, anteponendo alla priorità sociale di garantire una vita dignitosa il loro profitto anche nel disastro sanitario mondiale.
Va inoltre ricordato che sono le stesse grandi aziende da tempo riconosciute e additate tra le principali responsabili della crisi climatica e ambientale del Pianeta. Fatturano miliardi e producono devastazione su larga scala dell’ambiente, della salute e dei nostri territori.
Non pagare le bollette e chiedere che siano annullati i pagamenti è una necessità per tutte le fasce popolari.
Nazionalizzare i settori strategici, tra cui quelli dell’energia, e ridare alla collettività il potere di decidere e pianificare il proprio domani un’urgenza che si pone nel futuro prossimo.
Fonte
Partigiano del Cnlai durante la Resistenza, parlamentare Dc nel primo governo eletto della Repubblica, ma soprattutto imprenditore e dirigente pubblico italiano, fondatore del gruppo Eni nel 1953, quando assunse la proprietà dell’Agip e la trasformò, anziché liquidarla come richiesto dalla Commissione centrale per l’economia del Cln nell’immediato Dopoguerra, in una multinazionale del petrolio.
Morì in un incidente aereo solo 9 anni dopo, riconosciuto nel 2012 come vittima di un attentato da una sentenza al processo collegato alla scomparsa del giornalista De Mauro, dopo aver messo in crisi il dominio delle “Sette sorelle” nell’industria petrolifera.
Erano i tempi dei colossi di Stato, ossia della proprietà statuale dei settori strategici, come con l’Eni appunto, ma anche con l’Enel, privatizzate nella sbornia liberista degli anni '90. Quali sono le conseguenze oggi, in piena pandemia, di quel giro di privatizzaizioni?
Per quanto riguarda le utenze, lasciamo la parola al sindacato degli inquilini e abitanti Asia Usb e alla Rete giovanile nazionale Noi Restiamo, impegnati nella campagna per la richiesta del blocco pagamento degli affitti e delle utenze, specialmente per le nuove generazioni, in questo momento di crisi.
*****
Liberalizzazione delle utility, devastazione ambientale e l’urgenza di un cambio di rotta.
Queste settimane di emergenza sanitaria e quarantena obbligata hanno messo migliaia di persone, e in particolar modo i giovani, lavoratori e studenti che vivevano di lavoretti ed espedienti, nella condizione di totale o parziale impossibilità di pagare il canone di affitto, ma anche le utenze (acqua, luce e gas) accumulate.
Il governo Conte inizialmente si era speso in dichiarazioni sulla parziale sospensione delle bollette, poi cadute nel vuoto.
Ma perché, nemmeno in condizione di straordinarietà, il governo non prende decisioni precise sulle utenze che non possiamo permetterci di pagare? La risposta è semplice: non ne ha più il controllo dopo decenni di liberalizzazioni nei settori strategici, compreso quello delle utility.
Le grandi aziende multiutility da anni infatti speculano su beni che dovrebbero essere pubblici garantendosi utili d’esercizio e dividendi notevoli, sostenuti anche dal continuo rincaro delle bollette, e la collettività, progressivamente, ha perso il potere di tutelarsi, divenendo semplice cliente.
Il controllo pubblico su settori come quello dell’energia avrebbe concesso allo Stato quantomeno la possibilità di bloccare i pagamenti in una situazione sociale esplosiva come quella attuale.
Il mercato del gas è stato aperto in Italia nel 2003, quello dell’energia elettrica nel 2007, ma si è optato per un regime di “maggior tutela” fino al 2022, anno di passaggio ufficiale alla piena concorrenza, cioè alla libertà estrema del mercato di regolarsi in questo settore.
Dagli anni ‘90 in poi, infatti, il progetto di integrazione europea ha costretto il nostro paese a svendere gran parte delle aziende statali, comprese quelle strategiche: tra le aziende privatizzata troviamo anche Enel e Eni, di fronte alle quali il governo oggi non dice nulla, anteponendo alla priorità sociale di garantire una vita dignitosa il loro profitto anche nel disastro sanitario mondiale.
Va inoltre ricordato che sono le stesse grandi aziende da tempo riconosciute e additate tra le principali responsabili della crisi climatica e ambientale del Pianeta. Fatturano miliardi e producono devastazione su larga scala dell’ambiente, della salute e dei nostri territori.
Non pagare le bollette e chiedere che siano annullati i pagamenti è una necessità per tutte le fasce popolari.
Nazionalizzare i settori strategici, tra cui quelli dell’energia, e ridare alla collettività il potere di decidere e pianificare il proprio domani un’urgenza che si pone nel futuro prossimo.
Fonte
23/12/2019
Malta al buio. Enel sotto tiro
Un black-out elettrico generale ha colpito l’intero arcipelago di Malta dalle 7.30 circa di questa mattina. Il black-out è il secondo in un mese. Il precedente era avvenuto a fine novembre nello stesso giorno in cui sono stati costretti a dare le dimissioni il capo di gabinetto del primo ministro, Keith Schembri, ed il ministro del Turismo (nonché ex responsabile dell’energia) Konrad Mizi, al termine di una drammatica riunione del consiglio dei ministri.
Da questa mattina è stata interrotta l’energia elettrica nelle città e nei villaggi di Malta e Gozo, con persone che non dispongono di elettricità nelle aree che vanno da Marsascala a Marsalforn.
Il quotidiano Times of Malta ha ricevuto segnalazioni di mancanza di energia da parte dei residenti di Marsaxlokk, Marsascala, San annwann, Sliema, Swieqi, Mġarr, Iklin, Naxxar, Mosta, Rabat, Siġġiewi e Żebbuġ.
Gli abitanti delle città gozitane come Għajnsielem e Marsalforn hanno dichiarato di non avere elettricità. Tutti hanno riferito che le luci si sono spente poco prima delle 7.30.
Già a novembre la società energetica maltese EneMalta comunicò che il problema era dovuto al lato italiano dell’interconnessione. Oggi la società elettrica ha reso noto che suoi tecnici sono al lavoro “per individuare le ragioni” del guasto. Ogni attività nel Paese è ferma: negozi e bar sono per lo più rimasti chiusi, non funzionano i semafori e le strutture che ne sono dotate si approvvigionano con gruppi elettrogeni. Problemi anche alle comunicazioni telefoniche e cellulari.
Era il febbraio del 2015 quando è stato firmato l’accordo quadro tra Enel Trade ed Enemalta, la principale azienda di generazione e distribuzione di elettricità di Malta, per l’approvvigionamento energetico delle isole maltesi. Il contratto, è di durata quinquennale, quindi scade il prossimo febbraio.
“Enel Trade è stata individuata come partner per la fornitura di elettricità dall’Italia a seguito della procedura di selezione internazionale iniziata da Enemalta a maggio 2014 e acquisterà energia elettrica per conto dell’azienda maltese. In particolare, l’accordo regola le condizioni di accesso ai mercati forward e spot, la gestione commerciale del cavo (l’avvio delle operazioni è previsto per giugno) e la cura di tutti i servizi connessi, compresi i rapporti con le istituzioni italiane” è riportato sul sito dell’Enel in riferimento al contratto firmato nel febbraio 2015. La stessa società precisa poi che “La partnership con Enemalta è un esempio concreto della capacità di Enel di elaborare prodotti ad hoc in base alle esigenze del cliente e conferma l’importanza del ruolo del Gruppo non solo nella generazione, distribuzione e vendita di energia, ma anche nella fornitura di servizi a livello nazionale e internazionale con contratti a medio e lungo termine”.
Il sito specializzato Infomercatiesteri, rileva il forte investimento fatto dall’Enel a Malta nella rete elettrica ed energetica e dunque la responsabilità del “campione italiano” nella gestione di un servizio strategico dell’isola. “Le nostre aziende forniscono un significativo contributo al dinamismo ed alla modernizzazione dell’economia maltese in virtù di importanti investimenti in settori strategici, a cominciare da quello dell’energia” scrive il sito. “Oltre ai contratti ottenuti da ENEL per la fornitura di energia elettrica, si segnala la presenza di Liquigas, azienda italiana leader nella distribuzione di GPL a Malta. Merita inoltre ricordare che la SNAM ha espresso il proprio interesse verso il progetto di gasdotto tra Malta e Gela (del valore di oltre 320 milioni di Euro), che rappresenta una priorità di questo Governo in ambito energetico in quanto consentirebbe al Paese di connettersi alle reti europee”.
Fonte
Da questa mattina è stata interrotta l’energia elettrica nelle città e nei villaggi di Malta e Gozo, con persone che non dispongono di elettricità nelle aree che vanno da Marsascala a Marsalforn.
Il quotidiano Times of Malta ha ricevuto segnalazioni di mancanza di energia da parte dei residenti di Marsaxlokk, Marsascala, San annwann, Sliema, Swieqi, Mġarr, Iklin, Naxxar, Mosta, Rabat, Siġġiewi e Żebbuġ.
Gli abitanti delle città gozitane come Għajnsielem e Marsalforn hanno dichiarato di non avere elettricità. Tutti hanno riferito che le luci si sono spente poco prima delle 7.30.
Già a novembre la società energetica maltese EneMalta comunicò che il problema era dovuto al lato italiano dell’interconnessione. Oggi la società elettrica ha reso noto che suoi tecnici sono al lavoro “per individuare le ragioni” del guasto. Ogni attività nel Paese è ferma: negozi e bar sono per lo più rimasti chiusi, non funzionano i semafori e le strutture che ne sono dotate si approvvigionano con gruppi elettrogeni. Problemi anche alle comunicazioni telefoniche e cellulari.
Era il febbraio del 2015 quando è stato firmato l’accordo quadro tra Enel Trade ed Enemalta, la principale azienda di generazione e distribuzione di elettricità di Malta, per l’approvvigionamento energetico delle isole maltesi. Il contratto, è di durata quinquennale, quindi scade il prossimo febbraio.
“Enel Trade è stata individuata come partner per la fornitura di elettricità dall’Italia a seguito della procedura di selezione internazionale iniziata da Enemalta a maggio 2014 e acquisterà energia elettrica per conto dell’azienda maltese. In particolare, l’accordo regola le condizioni di accesso ai mercati forward e spot, la gestione commerciale del cavo (l’avvio delle operazioni è previsto per giugno) e la cura di tutti i servizi connessi, compresi i rapporti con le istituzioni italiane” è riportato sul sito dell’Enel in riferimento al contratto firmato nel febbraio 2015. La stessa società precisa poi che “La partnership con Enemalta è un esempio concreto della capacità di Enel di elaborare prodotti ad hoc in base alle esigenze del cliente e conferma l’importanza del ruolo del Gruppo non solo nella generazione, distribuzione e vendita di energia, ma anche nella fornitura di servizi a livello nazionale e internazionale con contratti a medio e lungo termine”.
Il sito specializzato Infomercatiesteri, rileva il forte investimento fatto dall’Enel a Malta nella rete elettrica ed energetica e dunque la responsabilità del “campione italiano” nella gestione di un servizio strategico dell’isola. “Le nostre aziende forniscono un significativo contributo al dinamismo ed alla modernizzazione dell’economia maltese in virtù di importanti investimenti in settori strategici, a cominciare da quello dell’energia” scrive il sito. “Oltre ai contratti ottenuti da ENEL per la fornitura di energia elettrica, si segnala la presenza di Liquigas, azienda italiana leader nella distribuzione di GPL a Malta. Merita inoltre ricordare che la SNAM ha espresso il proprio interesse verso il progetto di gasdotto tra Malta e Gela (del valore di oltre 320 milioni di Euro), che rappresenta una priorità di questo Governo in ambito energetico in quanto consentirebbe al Paese di connettersi alle reti europee”.
Fonte
26/06/2019
Se non è zuppa, è pan gasato
Negli ultimi mesi si è acceso il dibattito su come arrivare alla chiusura delle centrali a carbone italiane, principalmente targate Enel. A fine 2018 il ministero dell’Ambiente ha emesso un decreto per la revisione di tutte le autorizzazioni integrate ambientali degli impianti per includere la data di chiusura del 2025.
A febbraio Enel lo ha impugnato, visti alcuni errori burocratici e legali con cui il decreto è stato emesso e lamentandosi che il governo non voleva discutere di come rendere la chiusura delle centrali una realtà affrontando anche il problema della sicurezza della rete elettrica italiana e degli investimenti da prevedere in proposito – che ovviamente non avrebbe dovuto fare Enel.
Incalzato da noi di Re:Common, da altre associazioni ambientaliste e commentatori vari, a metà maggio l’ad Francesco Starace ha dichiarato agli azionisti riuniti nell’assemblea annuale della società che finalmente il governo ha avviato un tavolo di lavoro sul tema e quindi Enel ha ritirato il ricorso. Ma soprattutto Starace ha annunciato il piano di Enel di chiudere il carbone costruendo negli stessi siti (tranne che nel Sulcis in Sardegna) delle centrali a gas, ciascuna da 500 MW,che entrerebbero in servizio solo se necessario a garantire la sicurezza della rete elettrica.
Tra le righe Enel aggiunge che vede con favore il precedente tedesco di un meccanismo di compensazione per le società che chiudono centrali e miniere di carbone dietro un lauto pagamento di 600 milioni di euro per GW installato. Facendo due conti nel caso di Enel si parlerebbe di circa quattro miliardi di euro (molto più di quanto necessario per costruire i quattro gruppi a gas).
Le affermazioni di Starace sono state accolte con giubilo dai quattro governatori delle regioni interessate, in primis quello pugliese, Michele Emiliano, da sempre fautore della conversione a gas della centrale di Cerano, a sud di Brindisi. Starace ha detto che è una possibilità che poi le nuove centrali a gas a ciclo aperto si convertano in ciclo combinato, qualora servissero in pianta stabile dopo il 2025 per garantire approvvigionamenti elettrici sufficienti alla rete. Ma per Emiliano la conversione definitiva per andare a tutto gas sembra già un dato assodato.
Il passaggio dal carbone al gas di Enel – un po’ inaspettato visto che Starace aveva sempre osteggiato l’ossessione per il gas dei competitor energetici italiani, a partire dell’Eni – eccita non solo le amministrazioni regionali. A2A già parla di trasformare anche la centrale di Brindisi Nord, chiusa da tempo, ed ha già presentato il progetto – per inciso l’opera dovrebbe considerarsi nuova ab fundamentis visto che la centrale precedente era stata chiusa da anni e in parte smantellata.
D’altronde lo stesso governo italiano ha benedetto da tempo il gas quale combustibile “di transizione” dal carbone alle rinnovabili, a sentire le parole del vice-premier Luigi Di Maio lo scorso aprile”. Parole un po’ lontane dal verbo a cinque stelle di qualche anno fa per le rinnovabili senza sé e senza ma. Ma si sa, tempo e potere cambiano menti e persone. Anche laddove non te lo aspetti.
Questo è proprio il caso del sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, ex militante dei No al Carbone, che dopo pochi giorni si è aggiunto ai brindisi – è il caso di dirlo – per la conversione a gas della centrale di Cerano, insieme alla Confindustria locale ed altre istituzioni. La cosa ha irritato parecchio gli ex compagni e le associazioni locali che hanno subito messo i puntini sulle i. E Rossi, sempre a mezzo social network ha incalzato, rivendicando da sempre la sua posizione a favore della conversione a gas, ma soprattutto affermando che questo combustibile sarà necessario nella transizione energetica italiana per almeno i prossimi trent’anni.
Insomma sembra che ci sia il consenso di tutti ad ogni livello: l’Italia è una Repubblica fondata sul gas, punto. Con buona pace di una vera transizione oltre ogni combustibile fossile, come ce lo chiede la protezione del clima. Senza parlare delle bonifiche dei siti sacrificati per decenni alla produzione di energia elettrica su grande scala da fonti inquinanti: mettendo delle centrali a gas, la bonifica di questi siti molto probabilmente slitterebbe e le solite comunità continueranno a sacrificarsi per garantire la sicurezza della rete nazionale ed lo sviluppo (presunto) dell’intero paese.
Insomma, una transizione a tutto gas, ma in stile Gattopardo, in cui “tutto cambi perché nulla cambi”.
Fonte
A febbraio Enel lo ha impugnato, visti alcuni errori burocratici e legali con cui il decreto è stato emesso e lamentandosi che il governo non voleva discutere di come rendere la chiusura delle centrali una realtà affrontando anche il problema della sicurezza della rete elettrica italiana e degli investimenti da prevedere in proposito – che ovviamente non avrebbe dovuto fare Enel.
Incalzato da noi di Re:Common, da altre associazioni ambientaliste e commentatori vari, a metà maggio l’ad Francesco Starace ha dichiarato agli azionisti riuniti nell’assemblea annuale della società che finalmente il governo ha avviato un tavolo di lavoro sul tema e quindi Enel ha ritirato il ricorso. Ma soprattutto Starace ha annunciato il piano di Enel di chiudere il carbone costruendo negli stessi siti (tranne che nel Sulcis in Sardegna) delle centrali a gas, ciascuna da 500 MW,che entrerebbero in servizio solo se necessario a garantire la sicurezza della rete elettrica.
Tra le righe Enel aggiunge che vede con favore il precedente tedesco di un meccanismo di compensazione per le società che chiudono centrali e miniere di carbone dietro un lauto pagamento di 600 milioni di euro per GW installato. Facendo due conti nel caso di Enel si parlerebbe di circa quattro miliardi di euro (molto più di quanto necessario per costruire i quattro gruppi a gas).
Le affermazioni di Starace sono state accolte con giubilo dai quattro governatori delle regioni interessate, in primis quello pugliese, Michele Emiliano, da sempre fautore della conversione a gas della centrale di Cerano, a sud di Brindisi. Starace ha detto che è una possibilità che poi le nuove centrali a gas a ciclo aperto si convertano in ciclo combinato, qualora servissero in pianta stabile dopo il 2025 per garantire approvvigionamenti elettrici sufficienti alla rete. Ma per Emiliano la conversione definitiva per andare a tutto gas sembra già un dato assodato.
Il passaggio dal carbone al gas di Enel – un po’ inaspettato visto che Starace aveva sempre osteggiato l’ossessione per il gas dei competitor energetici italiani, a partire dell’Eni – eccita non solo le amministrazioni regionali. A2A già parla di trasformare anche la centrale di Brindisi Nord, chiusa da tempo, ed ha già presentato il progetto – per inciso l’opera dovrebbe considerarsi nuova ab fundamentis visto che la centrale precedente era stata chiusa da anni e in parte smantellata.
D’altronde lo stesso governo italiano ha benedetto da tempo il gas quale combustibile “di transizione” dal carbone alle rinnovabili, a sentire le parole del vice-premier Luigi Di Maio lo scorso aprile”. Parole un po’ lontane dal verbo a cinque stelle di qualche anno fa per le rinnovabili senza sé e senza ma. Ma si sa, tempo e potere cambiano menti e persone. Anche laddove non te lo aspetti.
Questo è proprio il caso del sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, ex militante dei No al Carbone, che dopo pochi giorni si è aggiunto ai brindisi – è il caso di dirlo – per la conversione a gas della centrale di Cerano, insieme alla Confindustria locale ed altre istituzioni. La cosa ha irritato parecchio gli ex compagni e le associazioni locali che hanno subito messo i puntini sulle i. E Rossi, sempre a mezzo social network ha incalzato, rivendicando da sempre la sua posizione a favore della conversione a gas, ma soprattutto affermando che questo combustibile sarà necessario nella transizione energetica italiana per almeno i prossimi trent’anni.
Insomma sembra che ci sia il consenso di tutti ad ogni livello: l’Italia è una Repubblica fondata sul gas, punto. Con buona pace di una vera transizione oltre ogni combustibile fossile, come ce lo chiede la protezione del clima. Senza parlare delle bonifiche dei siti sacrificati per decenni alla produzione di energia elettrica su grande scala da fonti inquinanti: mettendo delle centrali a gas, la bonifica di questi siti molto probabilmente slitterebbe e le solite comunità continueranno a sacrificarsi per garantire la sicurezza della rete nazionale ed lo sviluppo (presunto) dell’intero paese.
Insomma, una transizione a tutto gas, ma in stile Gattopardo, in cui “tutto cambi perché nulla cambi”.
Fonte
25/09/2017
Il governo cileno arresta diversi esponenti Mapuche, le aziende italiane ringraziano
Sabato 24 settembre la polizia cilena ha effettuato almeno sette arresti di importanti esponenti dei movimenti di lotta del popolo Mapuche, fra cui Héctor Llaitul, il portavoce del Coordinamento Arauco-Malleco (CAM), organizzazione legale anche se spesso accusata dalle forze politiche istituzionali di terrorismo a causa di rapporti (mai provati) con altre organizzazioni combattenti come le FARC.
Gli arresti sono stati condotti nella città di Temuco, capoluogo della regione dell’Araucania dove il popolo Mapuche è stato storicamente confinato, e centro del conflitto per l’autonomia e l’indipendenza delle popolazioni originarie e della loro terra. Gli arrestati stanno ora subendo un processo per direttissima con le pesanti accuse di associazione illecita e, alcuni, come gli autori materiali di attacchi incendiari ai danni di diversi camion di aziende che stanno sfruttando il territorio compromettendo la vita e l’organizzazione sociale delle persone, già pesantemente sottoposte a una forte repressione militare che non ha paragoni nel resto del Cile.
Durante la notte si sono svolte molte azioni di protesta, come diversi blocchi stradali, a cui la polizia ha risposto con estrema violenza e lanci di lacrimogeni che non hanno risparmiato nessuno. All’interno del tribunale gli accusati stanno cercando di rallentare il processo rifiutandosi di rispondere in spagnolo e imponendo dunque la necessità di parlare attraverso un interprete.
La pesante operazione militare, denominata “operazione Uragano” avviene in un momento di forte tensione politica e alla vigilia delle elezioni presidenziali: mentre sul fronte argentino pesa ancora la sparizione dell’attivista Santiago Maldonado, che ha provocato grandi manifestazioni, sul fronte cileno prosegue da 110 giorni lo sciopero della fame di molti militanti Mapuche già detenuti in carcere.
Le responsabilità delle aziende italiane sono pesanti sia da una parte che dall’altra delle Ande: in Argentina il territorio della Patagonia è massicciamente proprietà di Benetton, su cui fa pascolare le sue pecore per ricavarne la lana, e la proprietà non ha fatto mancare le sue esternazioni contro le rivendicazioni Mapuche della loro terra, tra l’altro garantite dalla Costituzione Argentina; in Cile invece una delle principali cause di conflitto è l’intenso sfruttamento del territorio per l’energia idroelettrica. L’Italiana Enel che da qualche hanno ha acquisito tutta la rete elettrica cilena da Chilectra sta portando avanti grandi investimenti in tutto il paese, vantandosi di innovare il sistema elettrico con una grande attenzione all’energia pulita e all’ambiente, ma evidentemente senza preoccuparsi minimamente dell’impatto sociale sulla vita delle persone.
Fonte
Gli arresti sono stati condotti nella città di Temuco, capoluogo della regione dell’Araucania dove il popolo Mapuche è stato storicamente confinato, e centro del conflitto per l’autonomia e l’indipendenza delle popolazioni originarie e della loro terra. Gli arrestati stanno ora subendo un processo per direttissima con le pesanti accuse di associazione illecita e, alcuni, come gli autori materiali di attacchi incendiari ai danni di diversi camion di aziende che stanno sfruttando il territorio compromettendo la vita e l’organizzazione sociale delle persone, già pesantemente sottoposte a una forte repressione militare che non ha paragoni nel resto del Cile.
Durante la notte si sono svolte molte azioni di protesta, come diversi blocchi stradali, a cui la polizia ha risposto con estrema violenza e lanci di lacrimogeni che non hanno risparmiato nessuno. All’interno del tribunale gli accusati stanno cercando di rallentare il processo rifiutandosi di rispondere in spagnolo e imponendo dunque la necessità di parlare attraverso un interprete.
La pesante operazione militare, denominata “operazione Uragano” avviene in un momento di forte tensione politica e alla vigilia delle elezioni presidenziali: mentre sul fronte argentino pesa ancora la sparizione dell’attivista Santiago Maldonado, che ha provocato grandi manifestazioni, sul fronte cileno prosegue da 110 giorni lo sciopero della fame di molti militanti Mapuche già detenuti in carcere.
Le responsabilità delle aziende italiane sono pesanti sia da una parte che dall’altra delle Ande: in Argentina il territorio della Patagonia è massicciamente proprietà di Benetton, su cui fa pascolare le sue pecore per ricavarne la lana, e la proprietà non ha fatto mancare le sue esternazioni contro le rivendicazioni Mapuche della loro terra, tra l’altro garantite dalla Costituzione Argentina; in Cile invece una delle principali cause di conflitto è l’intenso sfruttamento del territorio per l’energia idroelettrica. L’Italiana Enel che da qualche hanno ha acquisito tutta la rete elettrica cilena da Chilectra sta portando avanti grandi investimenti in tutto il paese, vantandosi di innovare il sistema elettrico con una grande attenzione all’energia pulita e all’ambiente, ma evidentemente senza preoccuparsi minimamente dell’impatto sociale sulla vita delle persone.
Fonte
05/07/2017
Banda larga. Il grande fallimento dell’infrastruttura “privata”
Può il “privato” realizzare opere infrastrutturali di interesse pubblico? Da oltre 25 anni (si firmarono allora gli accordi di Maastricht) il punto interrogativo è stato persino cancellato. Il “privato” ha sempre ragione, fa meglio tutto, è più efficiente, quasi quasi anche più giusto ed etico. Poi, tanto, se fallisce ci pensa il “pubblico”, che invece non sa far nulla (tranne salvare il “privato” quando annega, vedi Montepaschi, Ilva, banche venete, Alitalia, Banca Etruria e le altre, ecc).
Se si parla di nuove tecnologie, poi, non c’è neanche da osar domanda: solo il “privato” può affrontare certi rompicapo...
Tutto falso, ovviamente. Solo che se a dirlo siamo noi – comunisti e dunque “pregiudizialmente” ostili al profitto privato – non vale nulla. Prendiamo perciò i dati Infratel-ministero Sviluppo economico pubblicati ieri, relativi al grado di copertura del territorio nazionale con rete in fibra ottica.
L’Agenda digitale 2020 stabiliva che cui tutta l’Italia doveva essere coperta con banda ultra larga fissa (quella da 1 Gigabit) entro il 2020, l’unica considerata valida sul lungo periodo. A due anni e mezzo da quella data solo una cosa è certa: soltanto l’8% delle unità immobiliari sarà raggiunta dalla fibra ottica, e meno del 24% dalla cosiddetta banda larga, con buona pace della “competitività” del paese.
Il “merito” di questo fallimento è tutto dei “privati”.
E dire che a costruire questa infrastruttura “concorrono” fra loro ben due società, l’Enel (con Open Fiber) e Tim, che stanno stendendo due reti alternative. Oddio, teoricamente alternative, perché in realtà vanno a coprire quasi esattamente le stesse aree. Quali? Beh, i piani di investimento futuri dei due operatori non lasciano dubbi. Sono ovviamente quelle dove il rientro dell’investimento sarà più sicuro e veloce. Ossia quelle in cui la popolazione è molto concentrata, dunque le aree metropolitane e i capoluoghi di provincia. Il resto si diverta – se può – con quello che passa già ora il convento...
E’ appena il caso di ricordare che il progetto banda larga è stato sbandierato in toni trionfalistici da tutti i governi degli ultimi 15 anni, senza distinzioni. E tutti avevano fatto dell’affidamento ai “privati” la garanzia del successo in tempi rapidi.
Un’infrastruttura qualsiasi – banda larga, ferrovie, autostrade, acquedotti, rete elettrica, ecc – è per definizione un “interesse pubblico”. Serve cioè al paese, come si usa dire, ossia alla sua popolazione organizzata nella produzione e nella vita associata. E perché questa vita sia anche “efficiente” occorre che le infrastrutture connettano fra loro sia le aree a grande concentrazione (in cui si addensano produzione industriale e servizi) che quelle più diffuse ma egualmente vitali (agricoltura, allevamento, turismo, produzioni di qualità, ecc).
Ma per un “privato” l’interesse pubblico non esiste affatto. Ha come obiettivo solo il ritorno economico e la massimizzazione dei profitti. Dunque non può che costruire infrastrutture fisiologicamente sbilanciate sulle grandi concentrazioni, lasciando nell’abbandono tutto il resto. Qualcosa del genere si può vedere nell’evoluzione delle Ferrovie dello Stato da “servizio pubblico” ad azienda orientata al profitto: grande attenzione all’alta velocità (che connette solo aree metropolitane) e dismissione progressiva dei collegamenti locali, quelli usati dai pendolari per andare al lavoro. Insomma, il profitto di una sola azienda che va a toccare la funzionalità di tutte le altre (quei lavoratori pendolari hanno dovuto cambiare residenza oppure essere sostituiti con altri abitanti più vicino).
Per la rete a banda larga, oltretutto, non sono mancati i problemi regolamentari e tecnologici. Per esempio – ed è l’argomento cui si aggrappa Tim (ormai azienda privata, anzi addirittura non più in mani italiane, visto che l’azionista di riferimento è la francese Vivendi) – le regole europee non considerano più come “fibra ottica” le coperture fatte in wireless 4G nell’ultimo tratto (la fibra ottica arriva fino all’armadio stradale nei pressi dell’unità immobiliare). Restano tali solo quelle in cui l’ultimo tratto è coperto con il filo di rame. Ossia solo l’8% del totale.
Divertente, ma solo fino ad un certo punto, dover sottolineare che questo risultato viene raggiunto solo con la costruzione di una rete di proprietà “pubblica” (la parte costruita da Enel-Open Fiber, con un secondo lotto di lavori da assegnare a breve termine), perché altrimenti la situazione sarebbe ben peggiore.
Come deve ammettere il rapporto Infratel, “si registra la sostanziale assenza di crescita nelle intenzioni di investimento a 100 Mbps (23,07% al 2018 vs 23,7% al 2020)”.
Privatizzate, privatizzate...
Fonte
Se si parla di nuove tecnologie, poi, non c’è neanche da osar domanda: solo il “privato” può affrontare certi rompicapo...
Tutto falso, ovviamente. Solo che se a dirlo siamo noi – comunisti e dunque “pregiudizialmente” ostili al profitto privato – non vale nulla. Prendiamo perciò i dati Infratel-ministero Sviluppo economico pubblicati ieri, relativi al grado di copertura del territorio nazionale con rete in fibra ottica.
L’Agenda digitale 2020 stabiliva che cui tutta l’Italia doveva essere coperta con banda ultra larga fissa (quella da 1 Gigabit) entro il 2020, l’unica considerata valida sul lungo periodo. A due anni e mezzo da quella data solo una cosa è certa: soltanto l’8% delle unità immobiliari sarà raggiunta dalla fibra ottica, e meno del 24% dalla cosiddetta banda larga, con buona pace della “competitività” del paese.
Il “merito” di questo fallimento è tutto dei “privati”.
E dire che a costruire questa infrastruttura “concorrono” fra loro ben due società, l’Enel (con Open Fiber) e Tim, che stanno stendendo due reti alternative. Oddio, teoricamente alternative, perché in realtà vanno a coprire quasi esattamente le stesse aree. Quali? Beh, i piani di investimento futuri dei due operatori non lasciano dubbi. Sono ovviamente quelle dove il rientro dell’investimento sarà più sicuro e veloce. Ossia quelle in cui la popolazione è molto concentrata, dunque le aree metropolitane e i capoluoghi di provincia. Il resto si diverta – se può – con quello che passa già ora il convento...
E’ appena il caso di ricordare che il progetto banda larga è stato sbandierato in toni trionfalistici da tutti i governi degli ultimi 15 anni, senza distinzioni. E tutti avevano fatto dell’affidamento ai “privati” la garanzia del successo in tempi rapidi.
Un’infrastruttura qualsiasi – banda larga, ferrovie, autostrade, acquedotti, rete elettrica, ecc – è per definizione un “interesse pubblico”. Serve cioè al paese, come si usa dire, ossia alla sua popolazione organizzata nella produzione e nella vita associata. E perché questa vita sia anche “efficiente” occorre che le infrastrutture connettano fra loro sia le aree a grande concentrazione (in cui si addensano produzione industriale e servizi) che quelle più diffuse ma egualmente vitali (agricoltura, allevamento, turismo, produzioni di qualità, ecc).
Ma per un “privato” l’interesse pubblico non esiste affatto. Ha come obiettivo solo il ritorno economico e la massimizzazione dei profitti. Dunque non può che costruire infrastrutture fisiologicamente sbilanciate sulle grandi concentrazioni, lasciando nell’abbandono tutto il resto. Qualcosa del genere si può vedere nell’evoluzione delle Ferrovie dello Stato da “servizio pubblico” ad azienda orientata al profitto: grande attenzione all’alta velocità (che connette solo aree metropolitane) e dismissione progressiva dei collegamenti locali, quelli usati dai pendolari per andare al lavoro. Insomma, il profitto di una sola azienda che va a toccare la funzionalità di tutte le altre (quei lavoratori pendolari hanno dovuto cambiare residenza oppure essere sostituiti con altri abitanti più vicino).
Per la rete a banda larga, oltretutto, non sono mancati i problemi regolamentari e tecnologici. Per esempio – ed è l’argomento cui si aggrappa Tim (ormai azienda privata, anzi addirittura non più in mani italiane, visto che l’azionista di riferimento è la francese Vivendi) – le regole europee non considerano più come “fibra ottica” le coperture fatte in wireless 4G nell’ultimo tratto (la fibra ottica arriva fino all’armadio stradale nei pressi dell’unità immobiliare). Restano tali solo quelle in cui l’ultimo tratto è coperto con il filo di rame. Ossia solo l’8% del totale.
Divertente, ma solo fino ad un certo punto, dover sottolineare che questo risultato viene raggiunto solo con la costruzione di una rete di proprietà “pubblica” (la parte costruita da Enel-Open Fiber, con un secondo lotto di lavori da assegnare a breve termine), perché altrimenti la situazione sarebbe ben peggiore.
Come deve ammettere il rapporto Infratel, “si registra la sostanziale assenza di crescita nelle intenzioni di investimento a 100 Mbps (23,07% al 2018 vs 23,7% al 2020)”.
Privatizzate, privatizzate...
Fonte
21/05/2016
Lo scontro tra Tim e Enel Open Fiber sulla banda larga
E’ innegabile che nelle Tlc siano in corso vaste operazioni belliche, iniziando dalla fusione tra Wind e 3, che porterà alla costituzione di un gruppo capace di primeggiare per numero di clienti; TIM (Telecom Italia) è passata di mano, entrando nell’orbita della francese Vivendi, la quale è entrato anche nel settore televisivo, grazie alla cessione da parte di Mediaset della piattaforma a pagamento Premium. Nelle infrastrutture, si assiste alla esternalizzazione di segmenti di business ormai ininfluenti dal punto di vista competitivo, come le torri di trasmissione sia nel settore televisivo che nelle comunicazioni mobili, dove sono protagoniste RAI (Raiway), TIM (Inwit) ed Mediaset (EiTower).
Un capitola a parte lo scontro tra TIM ed ENEL OPEN FIBER per la conquista di Metroweb, la società che ha cablato con la banda larga le principali città del Nord Italia. La mossa del neo Ad di Telecom Italia, Flavio Cattaneo, è stata di mettere sul piatto 820 milioni di euro in contanti per Metroweb, mentre la controfferta di Enel è di 806 milioni di euro.
Poiché Metroweb è controllata dalla Cassa depositi e prestiti, un fondo pubblico presieduta da Claudio Costamagna e guidata dall’ad Fabio Gallia, uomini di fiducia del presidente RENZI, quest’ultima diventa di fatto l’ago della bilancia in questo scontro non tanto finanziario ma principalmente politico.
L’aggressività di TIM contro l’ipotesi che ENEL investa in rete magari comprando Metroweb è indicativa del fatto che il progetto viene percepito come una minaccia vitale, calcolato che in questo clima di “guerra” totale, potenzialmente ENEL a pochissimo prezzo aggiuntivo, essendo che deve già passare di casa in casa con i tecnici per sostituire i contatori, porterà una rete più nuova di quella di TIM.
Nondimeno con la creazione di una rete alternativa, magari migliore di quella TIM, diffusa a livello nazionale e sotto il brand (ENEL) di un’azienda che viene percepita come una società ancora “italiana”, ipoteticamente porrebbe in grande crisi il vantaggio competitivo di TIM.
Infatti il principale asset di TIM, quello che la rende “unica” rispetto a tutti gli altri operatori, è appunto la rete; ma se al posto di una rete ce ne sono due e la seconda magari è più “nuova” e magari è persino fatta in ottica di sviluppo del “sistema Italia”, allora il vantaggio competitivo non c’è più oppure è fortemente ridimensionato.
Quindi lo scontro aperto per la conquista di Metroweb, al di là del prezzo da pagare che diventa relativo, è soprattutto per evitare il rischio di una rete concorrente; i benefici strategici superano di gran lunga quelli puramente economici.
In questo quadro, per assurdo si potrebbe verificare, in caso di vittoria di ENEL, la creazione di un semi-monopolio sulla telefonia (TIM/Wind – 3) e un monopolio sulla rete di Internet veloce (ENEL OPEN FIBER).
L’unica certezza è che Telecom (oggi Tim), da 18 anni a questa parte, quando fu privatizzata nell’ormai lontano 1997, è stata teatro delle più grandi battaglie finanziarie europee e le ultime notizie confermano che lo è ancora.
La partita ha tanti giocatori tra i quali il più importante è il governo italiano. Renzi ha messo a disposizione sette miliardi di euro su un totale di dodici, finanziati in gran parte dai fondi europei e ha tirato in ballo anche Enel e la Cassa depositi e prestiti che possiede Metroweb, sull’affare dei prossimi anni in Italia, la costruzione di una rete a banda ultralarga. Ciò rischia di svalutare la rete in rame che rappresenta il principale capitale sulla quale poggia TIM ed è valutata dall’azienda circa 14 miliardi di euro.
Considerato che a Vivendi non interessa l’infrastruttura (anche se non la vuole svendere), ma i servizi e i contenuti. Lo stesso vale per l’altro azionista francese, Xavier Niel. L’obiettivo è la grande convergenza (tra fisso e mobile, tra tv-telefono e computer).
Che cosa diventerà l’ex monopolista telefonico?
Se la nuova rete italiana finisse tutta in mano ai francesi non sarebbe proprio un bel risultato per un’Italia che vuole riconquistare posizioni sullo scacchiere internazionale.
Le TLC, soprattutto nella prospettiva della banda larga, sono destinate ad essere sempre più un infrastruttura centrale del paese, proprio per questo motivo deve tornare ad essere pubblica negli interessi dei cittadini e dei lavoratori.
Fonte
Un capitola a parte lo scontro tra TIM ed ENEL OPEN FIBER per la conquista di Metroweb, la società che ha cablato con la banda larga le principali città del Nord Italia. La mossa del neo Ad di Telecom Italia, Flavio Cattaneo, è stata di mettere sul piatto 820 milioni di euro in contanti per Metroweb, mentre la controfferta di Enel è di 806 milioni di euro.
Poiché Metroweb è controllata dalla Cassa depositi e prestiti, un fondo pubblico presieduta da Claudio Costamagna e guidata dall’ad Fabio Gallia, uomini di fiducia del presidente RENZI, quest’ultima diventa di fatto l’ago della bilancia in questo scontro non tanto finanziario ma principalmente politico.
L’aggressività di TIM contro l’ipotesi che ENEL investa in rete magari comprando Metroweb è indicativa del fatto che il progetto viene percepito come una minaccia vitale, calcolato che in questo clima di “guerra” totale, potenzialmente ENEL a pochissimo prezzo aggiuntivo, essendo che deve già passare di casa in casa con i tecnici per sostituire i contatori, porterà una rete più nuova di quella di TIM.
Nondimeno con la creazione di una rete alternativa, magari migliore di quella TIM, diffusa a livello nazionale e sotto il brand (ENEL) di un’azienda che viene percepita come una società ancora “italiana”, ipoteticamente porrebbe in grande crisi il vantaggio competitivo di TIM.
Infatti il principale asset di TIM, quello che la rende “unica” rispetto a tutti gli altri operatori, è appunto la rete; ma se al posto di una rete ce ne sono due e la seconda magari è più “nuova” e magari è persino fatta in ottica di sviluppo del “sistema Italia”, allora il vantaggio competitivo non c’è più oppure è fortemente ridimensionato.
Quindi lo scontro aperto per la conquista di Metroweb, al di là del prezzo da pagare che diventa relativo, è soprattutto per evitare il rischio di una rete concorrente; i benefici strategici superano di gran lunga quelli puramente economici.
In questo quadro, per assurdo si potrebbe verificare, in caso di vittoria di ENEL, la creazione di un semi-monopolio sulla telefonia (TIM/Wind – 3) e un monopolio sulla rete di Internet veloce (ENEL OPEN FIBER).
L’unica certezza è che Telecom (oggi Tim), da 18 anni a questa parte, quando fu privatizzata nell’ormai lontano 1997, è stata teatro delle più grandi battaglie finanziarie europee e le ultime notizie confermano che lo è ancora.
La partita ha tanti giocatori tra i quali il più importante è il governo italiano. Renzi ha messo a disposizione sette miliardi di euro su un totale di dodici, finanziati in gran parte dai fondi europei e ha tirato in ballo anche Enel e la Cassa depositi e prestiti che possiede Metroweb, sull’affare dei prossimi anni in Italia, la costruzione di una rete a banda ultralarga. Ciò rischia di svalutare la rete in rame che rappresenta il principale capitale sulla quale poggia TIM ed è valutata dall’azienda circa 14 miliardi di euro.
Considerato che a Vivendi non interessa l’infrastruttura (anche se non la vuole svendere), ma i servizi e i contenuti. Lo stesso vale per l’altro azionista francese, Xavier Niel. L’obiettivo è la grande convergenza (tra fisso e mobile, tra tv-telefono e computer).
Che cosa diventerà l’ex monopolista telefonico?
Se la nuova rete italiana finisse tutta in mano ai francesi non sarebbe proprio un bel risultato per un’Italia che vuole riconquistare posizioni sullo scacchiere internazionale.
Le TLC, soprattutto nella prospettiva della banda larga, sono destinate ad essere sempre più un infrastruttura centrale del paese, proprio per questo motivo deve tornare ad essere pubblica negli interessi dei cittadini e dei lavoratori.
Fonte
18/05/2016
Starace (Enel): “bisogna terrorizzare i dipendenti”
Con quel cognome lì, sembrava una scorciatoia troppo facile dargli del fascista. E in effetti non sappiamo se Francesco Starace, attuale amministratore delegato dell’Enel, abbia qualche parentela con il più famoso Achille, per otto anni segretario nazionale del partito fascista, dirigente del Coni e di altri enti durante il ventennio. Famoso davvero, nella sua generazione, al punto che Enzo Biagi qualificò come un “refuso” l’apparire sulla scena politica anni ’80 dell’altrettanto fascista Storace.
Ma il discorso da lui tenuto qualche settimana fa agli studenti della Luiss, l’università privata di Confindustria, non si distacca in nulla da quelli dell’omonimo dirigente fucilato il 28 aprile del 1945 e finito a testa in giù insieme all’amato Benito, in quel di Piazzale Loreto.
“Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”. “Creare malessere all’interno di questi”, “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”.
Il “potere” che si vuole cambiare, restando all’interno di un discorso da management aziendale, è la capacità dei lavoratori di rappresentarsi collettivamente e dunque contrattare salario e modalità della prestazione lavorativa in una posizione decisamente più favorevole che non sul piano individuale.
E dire che lo Starace elettrico si era fatta una fama da ambientalista, visto che si era dichiarato pronto ad investire soprattutto sulle energie rinnovabili e – soprattutto – mostrando a Matteo Renzi gli impianti appena costruiti in Nevada dalla sua azienda (incidentalmente controllata dallo Stato, dunque neanche “privata”, a rigor di azionariato).
Alla domanda di uno studente sulle migliori metodologie per guidare un’azienda, Starace ha risposto senza troppi giri di parole.
Soprattutto svela senza ipocrisie la sostanza del modo di pensare e di agire del “bravo capitalista”, sia che si parli di diritti del lavoro, sia che si occupi di risanamento ambientale o di sofisticazioni alimentari (o farmaceutiche!).
Mettere paura è il primo comandamento di qualsiasi manuale dello stratega militare, almeno a far data da Sun Tsu. Ma è anche il primo comandamento dell’impresa, in qualsiasi parte del mondo. Se e quando il sistema delle imprese ha accettato qualche livello di mediazione, di contrattazione sistematica, è avvenuto solo in presenza di un movimento operaio altrettanto forte, coeso, pronto alla battaglia in modo organizzato e compatto.
Se questa soggettività non esiste, o comunque se è limitata ad alcuni settori (magari anche grandi, ma non maggioritari) del mondo dei lavoratori dipendenti di ogni ordine, età e contratto, allora l’impresa scatena i suoi peggiori istinti animali conducendo una lotta di classe dall’alto, come farebbe un pugile professionista di 100 kg a confronto di un bambino al primo giorno di scuola.
La governance aziendale è insomma costitutivamente violenta, bellica e senza regole (se non si è costretti a subirne). Non ha bisogno di ricorrere sistematicamente alle bastonate fisiche, se le è possibile raggiungere l’obiettivo manovrando esclusivamente sul fronte contrattuale, magari con la complicità di qualche sindacato di regime, o col mobbing e le minacce di licenziamento. Ma – come si è visto in alcuni casi, specie nella logistica o nella grande distribuzione – l’impresa non si tira certo indietro anche dal ricorso alla violenza fisica (guardioni e crumiri con le mazze, se non interviene prima la polizia; gomme delle auto squarciate, minacce anonime o palesi, ecc).
Questo avviene oggi. Nel 2016, in pieno regime cosiddetto democratico.
È il regime della paura e del terrorismo. E quello aziendale è molto più diffuso, prossimo e pervasivo di quello dell’Isis...
Fonte
Ma il discorso da lui tenuto qualche settimana fa agli studenti della Luiss, l’università privata di Confindustria, non si distacca in nulla da quelli dell’omonimo dirigente fucilato il 28 aprile del 1945 e finito a testa in giù insieme all’amato Benito, in quel di Piazzale Loreto.
“Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”. “Creare malessere all’interno di questi”, “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”.
Il “potere” che si vuole cambiare, restando all’interno di un discorso da management aziendale, è la capacità dei lavoratori di rappresentarsi collettivamente e dunque contrattare salario e modalità della prestazione lavorativa in una posizione decisamente più favorevole che non sul piano individuale.
E dire che lo Starace elettrico si era fatta una fama da ambientalista, visto che si era dichiarato pronto ad investire soprattutto sulle energie rinnovabili e – soprattutto – mostrando a Matteo Renzi gli impianti appena costruiti in Nevada dalla sua azienda (incidentalmente controllata dallo Stato, dunque neanche “privata”, a rigor di azionariato).
Alla domanda di uno studente sulle migliori metodologie per guidare un’azienda, Starace ha risposto senza troppi giri di parole.
“Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando ad essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta in fretta, con decisione e senza nessuna requie, e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce perchè alla gente non piace soffrire. Quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. È facile”.Queste lezioni di governance possono essere applicate a qualsiasi organizzazione (somiglia abbastanza bene all’irruzione del manipolo renziano nelle istituzioni e nel dispositivo costituzionale) e certo costituiscono da sempre l’abc del bravo capitalista tutto d’un pezzo (oltre 130 anni fa il costruttore di ferrovie Jay Gould diceva, più brutalmente, “Posso assumere metà dei lavoratori perché uccidano l’altra metà”). Ma sentirle pronunciare così, senza alcun imbarazzo, davanti a una platea di studenti – per quanto “predestinati” a eseguire quegli insegnamenti – in una università, fa abbastanza senso.
Soprattutto svela senza ipocrisie la sostanza del modo di pensare e di agire del “bravo capitalista”, sia che si parli di diritti del lavoro, sia che si occupi di risanamento ambientale o di sofisticazioni alimentari (o farmaceutiche!).
Mettere paura è il primo comandamento di qualsiasi manuale dello stratega militare, almeno a far data da Sun Tsu. Ma è anche il primo comandamento dell’impresa, in qualsiasi parte del mondo. Se e quando il sistema delle imprese ha accettato qualche livello di mediazione, di contrattazione sistematica, è avvenuto solo in presenza di un movimento operaio altrettanto forte, coeso, pronto alla battaglia in modo organizzato e compatto.
Se questa soggettività non esiste, o comunque se è limitata ad alcuni settori (magari anche grandi, ma non maggioritari) del mondo dei lavoratori dipendenti di ogni ordine, età e contratto, allora l’impresa scatena i suoi peggiori istinti animali conducendo una lotta di classe dall’alto, come farebbe un pugile professionista di 100 kg a confronto di un bambino al primo giorno di scuola.
La governance aziendale è insomma costitutivamente violenta, bellica e senza regole (se non si è costretti a subirne). Non ha bisogno di ricorrere sistematicamente alle bastonate fisiche, se le è possibile raggiungere l’obiettivo manovrando esclusivamente sul fronte contrattuale, magari con la complicità di qualche sindacato di regime, o col mobbing e le minacce di licenziamento. Ma – come si è visto in alcuni casi, specie nella logistica o nella grande distribuzione – l’impresa non si tira certo indietro anche dal ricorso alla violenza fisica (guardioni e crumiri con le mazze, se non interviene prima la polizia; gomme delle auto squarciate, minacce anonime o palesi, ecc).
Questo avviene oggi. Nel 2016, in pieno regime cosiddetto democratico.
È il regime della paura e del terrorismo. E quello aziendale è molto più diffuso, prossimo e pervasivo di quello dell’Isis...
Fonte
14/04/2016
Requiem per Telecom?
Come era prevedibile nel RISIKO delle TLC Europee, tenuto conto della sua debolezza finanziaria, Telecom Italia non solo è diventata preda ma, dopo il via libera del presidente del consiglio Renzi allo sviluppo della larga banda da parte della nuova società di Enel (Enel Open Fiber), diventa di fatto l’agnello che verrà sacrificato, nuovamente, nel processo di svendita delle aziende italiane agli speculatori italiani e stranieri, come sollecitato dalle direttive di Bruxelles.
Abbiamo quindi il dovere di provare a capire cosa potrà succedere a breve, dato che questo gioco al Monopoli non tiene affatto conto dei lavoratori e dei cittadini che come al solito saranno gli unici a pagarne pesantemente le conseguenze.
Enel Open Fiber potrebbe diventare:
In entrambi i casi, Vivendi, socio di maggioranza di Telecom Italia, che è interessato a veicolare sulla rete servizi e contenuti di intrattenimento multimediale, come dimostrerebbe l’accordo fatto con Mediaset, sarebbe pronta a tagliare organici.
Si troverebbero a rischio l’Information Technology, il Caring, le aree di Staff, oltre al Wholesale e alle torri. Il debito che grava su Telecom, spinge questa dirigenza miope a cedere attività e a tagliare personale, anziché fare gli inderogabili investimenti. La nomina di Cattaneo, specializzato in risanamenti e ristrutturazioni, come ha già dimostrato in Terna e in Ntv, sembra andare in questa direzione
Quello che inoltre ci lascia stupiti è che oggi lo Stato investa nella banda larga attraverso due strade. Una è quella di Metroweb, controllata dalla Cassa depositi e prestiti e da F2i; l’altra è quella di Enel, che sta investendo 3 miliardi per ricablare in fibra ottica la propria rete di contatori digitali. E tutto questo senza imporre una strategia unica né ai privati, né alle due aziende a partecipazione statale che spendono sulla fibra!
Questo dimostra il vuoto totale della politica industriale del governo in carica, che con questa operazione mediatica tenta maldestramente di piazzare qualche uomo in posti chiave, dare qualche mancia a grandi ditte negli appalti per la cablatura, lasciando Telecom Italia e il settore TLC in pasto alle multinazionali del settore.
Le TLC, soprattutto nella prospettiva della banda larga, sono destinate ad essere sempre più un infrastruttura centrale del paese, che deve tornare ad essere pubblica negli interessi dei cittadini e dei lavoratori.
Fonte
Abbiamo quindi il dovere di provare a capire cosa potrà succedere a breve, dato che questo gioco al Monopoli non tiene affatto conto dei lavoratori e dei cittadini che come al solito saranno gli unici a pagarne pesantemente le conseguenze.
Enel Open Fiber potrebbe diventare:
- la futura società delle reti a partecipazione statale e nella quale dovrebbe confluire la rete che oggi appartiene a Telecom Italia da mettere sul mercato in un secondo momento. Questo, grazie alla partecipazione di investimenti pubblici, assicurerebbe la realizzazione, la gestione e lo sviluppo della rete di nuova generazione per l’implementazione dei servizi di TLC, sia nelle aree competitive che nelle aree cosiddette a fallimento di mercato, configurando gli Operatori di TLC e OTT (gli Over The Top come Netflix, Google, Facebook…) esclusivamente come fornitori di servizi e favorendo le concentrazioni delle Media Company e di TLC in super aggregati di dimensione europea.
- un concorrente di Telecom Italia, praticando prezzi all’ingrosso verso gli operatori più convenienti rispetto a Telecom Italia.
In entrambi i casi, Vivendi, socio di maggioranza di Telecom Italia, che è interessato a veicolare sulla rete servizi e contenuti di intrattenimento multimediale, come dimostrerebbe l’accordo fatto con Mediaset, sarebbe pronta a tagliare organici.
Si troverebbero a rischio l’Information Technology, il Caring, le aree di Staff, oltre al Wholesale e alle torri. Il debito che grava su Telecom, spinge questa dirigenza miope a cedere attività e a tagliare personale, anziché fare gli inderogabili investimenti. La nomina di Cattaneo, specializzato in risanamenti e ristrutturazioni, come ha già dimostrato in Terna e in Ntv, sembra andare in questa direzione
Quello che inoltre ci lascia stupiti è che oggi lo Stato investa nella banda larga attraverso due strade. Una è quella di Metroweb, controllata dalla Cassa depositi e prestiti e da F2i; l’altra è quella di Enel, che sta investendo 3 miliardi per ricablare in fibra ottica la propria rete di contatori digitali. E tutto questo senza imporre una strategia unica né ai privati, né alle due aziende a partecipazione statale che spendono sulla fibra!
Questo dimostra il vuoto totale della politica industriale del governo in carica, che con questa operazione mediatica tenta maldestramente di piazzare qualche uomo in posti chiave, dare qualche mancia a grandi ditte negli appalti per la cablatura, lasciando Telecom Italia e il settore TLC in pasto alle multinazionali del settore.
Le TLC, soprattutto nella prospettiva della banda larga, sono destinate ad essere sempre più un infrastruttura centrale del paese, che deve tornare ad essere pubblica negli interessi dei cittadini e dei lavoratori.
Fonte
29/10/2015
Renzi "il colombiano", tutto dighe e militari
“Finisco rapidamente sottolineando l’ottima sintonia che abbiamo sui temi della difesa... il lavoro che noi vogliamo fare insieme sulla modernizzazione delle forze armate”.
Così Matteo Renzi, nel corso di uno stucchevole duetto con il presidente colombiano Juan Manuel Santos, si è impegnato ieri a Bogotà a sostenere uno dei peggiori eserciti dell’America Latina, tacendo ovviamente su dettagli quali i 1573 membri dell’esercito (di cui 501 ufficiali – 22 generali), gli 89 membri della Marina militare ed i 56 agenti della polizia nazionale, indagati per stragi di civili (i ‘falsi positivi’). Il fatto che il premier italiano abbia salutato la Colombia come un “grande baluardo e presidio democratico” la dice lunga su quale sia la sua idea di democrazia.
Renzi non ha mancato di sottolineare il fatto che la diga colombiana di El Quimbo “sia una realizzazione italiana, con Enel e Impregilo. È molto importante che le varie operazioni infrastrutturali siano realizzate. Noi siamo molto interessati ad essere più presenti in questo territorio”.
A proposito del devastante impatto sociale e ambientale di quella diga, è utile rileggere un articolo di Fabrizio Lorusso, apparso su carmillaonline circa tre anni fa.
Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e alla multinazionale italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia, quindi dallo stato italiano. Questo caso, come molti altri in America Latina, ricorda da vicino la situazione vissuta in Val di Susa da oltre vent’anni. Un progetto caro, programmato da tempo, che si deve fare ormai “ad ogni costo” e “perché sì”, con gli abitanti del luogo (e non solo) che si oppongono e subiscono le vessazioni.
Colombia: l’ENEL e la diga El Quimboi dell’autorità e la scarsa chiarezza da parte della compagnia – in questo caso una multinazionale italo-spagnola dell’energia con grossi interessi in Colombia e in Sudamerica – su compensazioni e impatti ambientali. E’ vero, qui l’investimento non viene dal capitale pubblico colombiano, proviene dall’estero e, in parte, dalle tasche degli italiani. Gli effetti ambientali, però, restano in Colombia, mentre gli utili derivanti dall’esportazione delle risorse generate sul territorio vanno via. E’ il dilemma delle multinazionali che, presenti in più paesi per definizione, sono diventate un contropotere enorme, ma ogni paese poi regola il loro funzionamento e il loro potenziale d’intervento e di “negoziazione della sovranità” a livelli e in modi diversi. Storicamente in Latino America l’equilibrio s’è sempre spostato in favore del capitale e dell’investimento, quasi sempre stranieri, pregiudicando l’economia regionale nel medio-lungo periodo con lo sfruttamento di benefici e di alleanze politiche strumentali, bisognose di grandi progetti legittimatori e rendite che s’ottengono nel breve periodo, nell’arco di un mandato (o mezzo) presidenziale, per capirci. Le famiglie perdono casa, terra, lavoro, abitudini e identità in vista di un eventuale guadagno per tutto il paese che, però, corrisponde spesso all’interesse di pochi piuttosto che a quello generale.
La prima pietra dell’opera è stata posta già nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che, come il suo gemello Cauca, attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.
Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettari delle terre più produttive e fertili della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.
Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha oggi una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. La idroelettrica El Quimbo, con i suoi 0,4 GW a regime per coprire tra il 4% e l’8% del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i presunti “pionieri della modernità e dello sviluppo” e gli abitanti della valle tacciati da alti funzionari del governo del presidente Santos come difensori dell’ecosistema e di interessi politici esterni, “venuti da altre zone de paese” per creare disordini: industria ed energia per tutti, come parte di un piano nazionale basato sui settori estrattivo ed energetico, o sostenibilità locale e ambientale con autosufficienza alimentare, economia locale e qualità di vita per le popolazioni. Il presidente definisce il suo progetto di rinascita per il paese come “la locomotrice minerario-energetica”, un termine sicuramente adatto al futurismo e alle esigenze dell’economia di un secolo fa e che ricorda i modelli fallimentari della storia economica latino americana basati sull’esportazione e la svendita di materie prime e su un’industrializzazione pesante indotta dall’estero.
Per far funzionare questo ipotetico “treno della modernità” ed estrarre più oro, carbone e idrocarburi, serve più energia, quindi ecco che si chiude il cerchio. Ad oggi, infatti, la Colombia non avrebbe bisogno di un incremento così forte della sua produzione energetica. Su El Quimbo la posta in gioco è alta e le posizioni delle parti paiono inconciliabili, così come i modelli di sviluppo e di futuro sottesi all’operato governativo e alle popolazioni colpite da progetti non condivisi.
I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non lasciare nulla sul territorio: si stima una perdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici dopo un paio d’anni. La costruzione infatti dovrebbe terminare nel 2014.
Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. “Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”, ha confermato Rubio.
D’altro canto c’è chi sostiene il contrario e la stessa governatrice della regione, González Villa, ha riaperto il tavolo di verifica per il rispetto degli accordi che “furono inclusi come obblighi nella licenza ambientale concessa dal Ministero dell’Ambiente per il progetto ed è quello che dobbiamo verificare: se si stanno rispettando o no. Ci sono comunità in disaccordo col progetto, mentre Emgesa afferma che tutto va avanti secondo gli accordi”. Intanto i lavori sono iniziati comunque.
Miller Dussan, ricercatore e attivista di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.
Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante che perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.
Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda”, con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione, mentre Federico il 3 marzo è stato detenuto per alcune ore dalla polizia dopo la diffusione del materiale (allegato in fondo all’articolo).
Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di “interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.
Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta, condotta in più punti, che è rientrata dopo alcune scaramucce con la polizia che ha lanciato lacrimogeni e granate da dispersione e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.
Il 22 marzo gli oppositori al progetto di El Quimbo hanno portato avanti l’iniziativa per una giornata senza luce, un black out nazionale con lo slogan “Non abbiamo bisogno di più energia, ma di meno consumo”, che sintetizza una differente visione alla base dello sviluppo per la Colombia.
Il giornalista Federico, che sta seguendo da vicino tutta la vicenda, spiega invece che l’impresa ha riconosciuto solo 1700 compensazioni — soprattutto dei grandi proprietari con cui sono scesi a patti – sulle 3700 documentate da Asoquimbo, che 400 abitanti sono stati allontanati dalla zona senza alcuna alternativa e che i lavori sono continuati nonostante non si siano risolti questi problemi e le licenze ambientali non siano state verificate completamente.
Ma la corte dei conti e la magistratura hanno aperto un’inchiesta per corruzione e disastro ambientale e stanno indagando sulle accuse contro Emgesa, per violazioni ai diritti umani e ambientali, e sugli stessi contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con l’italiana Impregilo per la costruzione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”. Una sentenza di sospensione dei lavori potrebbe arrivare, ma, visti i tempi della giustizia, il danno causato potrebbe essere già irreversibile: infatti, è già cominciata la deviazione del corso del fiume e solo l’imminente stagione delle piogge potrebbe rallentare, se non fermare del tutto, l’opera e trasformarsi in un’alleata delle popolazioni che esigono giustizia.
Di seguito il “Video che il governo colombiano non vuole far vedere” che racconta meglio di qualunque articolo gli scontri che il 14 febbraio scorso hanno contrapposto i manifestanti della zona, seduti in terreno demaniale, mano nella mano lungo le rive del fiume Magdalena, e la polizia colombiana che ha sgomberato questa catena umana con la violenza. Un pescatore ha perduto un occhio mentre gli stessi responsabili del cantiere presenziavano allo sgombero dando l’ok secondo quanto riportato da alcuni testimoni.
Per informarsi meglio, ecco 3 articoli in italiano (sono pochissimi quelli reperibili vista la palese reticenza dei media italiani su questo caso) e alcuni link con documentari e reportage.
El Quimbo – Il grido di Matambo
El Quimbo – Caso aperto
L’Enel e la diga El Quimbo
Reportage di TeleSur
Black Out di protesta e documentario
Video protesta in Italia
Blog di Miller Dussan, circa tre anni fa.
Fonte
Così Matteo Renzi, nel corso di uno stucchevole duetto con il presidente colombiano Juan Manuel Santos, si è impegnato ieri a Bogotà a sostenere uno dei peggiori eserciti dell’America Latina, tacendo ovviamente su dettagli quali i 1573 membri dell’esercito (di cui 501 ufficiali – 22 generali), gli 89 membri della Marina militare ed i 56 agenti della polizia nazionale, indagati per stragi di civili (i ‘falsi positivi’). Il fatto che il premier italiano abbia salutato la Colombia come un “grande baluardo e presidio democratico” la dice lunga su quale sia la sua idea di democrazia.
Renzi non ha mancato di sottolineare il fatto che la diga colombiana di El Quimbo “sia una realizzazione italiana, con Enel e Impregilo. È molto importante che le varie operazioni infrastrutturali siano realizzate. Noi siamo molto interessati ad essere più presenti in questo territorio”.
A proposito del devastante impatto sociale e ambientale di quella diga, è utile rileggere un articolo di Fabrizio Lorusso, apparso su carmillaonline circa tre anni fa.
*****
Colombia: l’ENEL e la diga El Quimbo
Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e alla multinazionale italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia, quindi dallo stato italiano. Questo caso, come molti altri in America Latina, ricorda da vicino la situazione vissuta in Val di Susa da oltre vent’anni. Un progetto caro, programmato da tempo, che si deve fare ormai “ad ogni costo” e “perché sì”, con gli abitanti del luogo (e non solo) che si oppongono e subiscono le vessazioni.
Colombia: l’ENEL e la diga El Quimboi dell’autorità e la scarsa chiarezza da parte della compagnia – in questo caso una multinazionale italo-spagnola dell’energia con grossi interessi in Colombia e in Sudamerica – su compensazioni e impatti ambientali. E’ vero, qui l’investimento non viene dal capitale pubblico colombiano, proviene dall’estero e, in parte, dalle tasche degli italiani. Gli effetti ambientali, però, restano in Colombia, mentre gli utili derivanti dall’esportazione delle risorse generate sul territorio vanno via. E’ il dilemma delle multinazionali che, presenti in più paesi per definizione, sono diventate un contropotere enorme, ma ogni paese poi regola il loro funzionamento e il loro potenziale d’intervento e di “negoziazione della sovranità” a livelli e in modi diversi. Storicamente in Latino America l’equilibrio s’è sempre spostato in favore del capitale e dell’investimento, quasi sempre stranieri, pregiudicando l’economia regionale nel medio-lungo periodo con lo sfruttamento di benefici e di alleanze politiche strumentali, bisognose di grandi progetti legittimatori e rendite che s’ottengono nel breve periodo, nell’arco di un mandato (o mezzo) presidenziale, per capirci. Le famiglie perdono casa, terra, lavoro, abitudini e identità in vista di un eventuale guadagno per tutto il paese che, però, corrisponde spesso all’interesse di pochi piuttosto che a quello generale.
La prima pietra dell’opera è stata posta già nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che, come il suo gemello Cauca, attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.
Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettari delle terre più produttive e fertili della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.
Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha oggi una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. La idroelettrica El Quimbo, con i suoi 0,4 GW a regime per coprire tra il 4% e l’8% del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i presunti “pionieri della modernità e dello sviluppo” e gli abitanti della valle tacciati da alti funzionari del governo del presidente Santos come difensori dell’ecosistema e di interessi politici esterni, “venuti da altre zone de paese” per creare disordini: industria ed energia per tutti, come parte di un piano nazionale basato sui settori estrattivo ed energetico, o sostenibilità locale e ambientale con autosufficienza alimentare, economia locale e qualità di vita per le popolazioni. Il presidente definisce il suo progetto di rinascita per il paese come “la locomotrice minerario-energetica”, un termine sicuramente adatto al futurismo e alle esigenze dell’economia di un secolo fa e che ricorda i modelli fallimentari della storia economica latino americana basati sull’esportazione e la svendita di materie prime e su un’industrializzazione pesante indotta dall’estero.
Per far funzionare questo ipotetico “treno della modernità” ed estrarre più oro, carbone e idrocarburi, serve più energia, quindi ecco che si chiude il cerchio. Ad oggi, infatti, la Colombia non avrebbe bisogno di un incremento così forte della sua produzione energetica. Su El Quimbo la posta in gioco è alta e le posizioni delle parti paiono inconciliabili, così come i modelli di sviluppo e di futuro sottesi all’operato governativo e alle popolazioni colpite da progetti non condivisi.
I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non lasciare nulla sul territorio: si stima una perdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici dopo un paio d’anni. La costruzione infatti dovrebbe terminare nel 2014.
Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. “Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”, ha confermato Rubio.
D’altro canto c’è chi sostiene il contrario e la stessa governatrice della regione, González Villa, ha riaperto il tavolo di verifica per il rispetto degli accordi che “furono inclusi come obblighi nella licenza ambientale concessa dal Ministero dell’Ambiente per il progetto ed è quello che dobbiamo verificare: se si stanno rispettando o no. Ci sono comunità in disaccordo col progetto, mentre Emgesa afferma che tutto va avanti secondo gli accordi”. Intanto i lavori sono iniziati comunque.
Miller Dussan, ricercatore e attivista di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.
Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante che perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.
Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda”, con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione, mentre Federico il 3 marzo è stato detenuto per alcune ore dalla polizia dopo la diffusione del materiale (allegato in fondo all’articolo).
Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di “interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.
Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta, condotta in più punti, che è rientrata dopo alcune scaramucce con la polizia che ha lanciato lacrimogeni e granate da dispersione e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.
Il 22 marzo gli oppositori al progetto di El Quimbo hanno portato avanti l’iniziativa per una giornata senza luce, un black out nazionale con lo slogan “Non abbiamo bisogno di più energia, ma di meno consumo”, che sintetizza una differente visione alla base dello sviluppo per la Colombia.
Il giornalista Federico, che sta seguendo da vicino tutta la vicenda, spiega invece che l’impresa ha riconosciuto solo 1700 compensazioni — soprattutto dei grandi proprietari con cui sono scesi a patti – sulle 3700 documentate da Asoquimbo, che 400 abitanti sono stati allontanati dalla zona senza alcuna alternativa e che i lavori sono continuati nonostante non si siano risolti questi problemi e le licenze ambientali non siano state verificate completamente.
Ma la corte dei conti e la magistratura hanno aperto un’inchiesta per corruzione e disastro ambientale e stanno indagando sulle accuse contro Emgesa, per violazioni ai diritti umani e ambientali, e sugli stessi contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con l’italiana Impregilo per la costruzione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”. Una sentenza di sospensione dei lavori potrebbe arrivare, ma, visti i tempi della giustizia, il danno causato potrebbe essere già irreversibile: infatti, è già cominciata la deviazione del corso del fiume e solo l’imminente stagione delle piogge potrebbe rallentare, se non fermare del tutto, l’opera e trasformarsi in un’alleata delle popolazioni che esigono giustizia.
Di seguito il “Video che il governo colombiano non vuole far vedere” che racconta meglio di qualunque articolo gli scontri che il 14 febbraio scorso hanno contrapposto i manifestanti della zona, seduti in terreno demaniale, mano nella mano lungo le rive del fiume Magdalena, e la polizia colombiana che ha sgomberato questa catena umana con la violenza. Un pescatore ha perduto un occhio mentre gli stessi responsabili del cantiere presenziavano allo sgombero dando l’ok secondo quanto riportato da alcuni testimoni.
Per informarsi meglio, ecco 3 articoli in italiano (sono pochissimi quelli reperibili vista la palese reticenza dei media italiani su questo caso) e alcuni link con documentari e reportage.
El Quimbo – Il grido di Matambo
El Quimbo – Caso aperto
L’Enel e la diga El Quimbo
Reportage di TeleSur
Black Out di protesta e documentario
Video protesta in Italia
Blog di Miller Dussan, circa tre anni fa.
Fonte
15/10/2015
L’attualità del Vajont
Il 9 ottobre è passato, e con lui il 52° anniversario della strage Vajont, quasi assente quest’anno dai telegiornali e dai quotidiani nazionali. Come era prevedibile, una volta spenti i riflettori del cinquantennale, il silenzio ha ricoperto ciò che era già stato sepolto dal fango. Fango materiale, ma anche morale e politico.
Devo dire che a volte è meglio il silenzio piuttosto che la retorica. Se non altro quest’anno ci siamo risparmiati (ad esclusione di una rapida sortita della Serracchiani) il mantra del “Che non succeda mai più !”, recitato dagli stessi soggetti che nemmeno un anno fa hanno deciso, col decreto ‘sblocca Italia’, un salto in avanti nella devastazione dei territori.
Ci siamo risparmiati le commemorazioni edulcorate, che rievocano ‘l’immane tragedia del Vajont’ dopo averla asetticamente ripulita da una serie di dettagli: la complicità fra potere politico e industriale, le violenze contro le popolazioni, la connivenza dei media e dei ceti accademici con i monopoli dell’energia, la corruzione degli organi di controllo, i conflitti di interesse, la privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Dettagli su cui è meglio sorvolare, casomai risvegliassero analogie col presente. Con la storia, per esempio, di un’altra valle, dove la devastazione è imposta per legge e difesa manu militari.
L’attualità del Vajont
Oggi come allora, lo Stato fa muro attorno alla grande opera. Esimi scienziati la difendono, come è successo ad un convegno della Società Geologica Italiana, dove si è decretato che la produzione di 300.000 metri cubi di detriti contenenti amianto, prevista per la perforazione del tunnel in Val di Susa, non costituisce un problema per la salute pubblica. Era il 2006, ma sembrava di tornare ai bei tempi di Giorgio Dal Piaz, il luminare della geologia le cui perizie diedero ‘rigore scientifico’ al progetto della diga del Vajont. Del resto al convegno di Torino relazionava anche suo nipote, Giorgio Vittorio Dal Piaz, responsabile degli studi geologici di base per il Traforo del Brennero (perché la grande opera è una passione di famiglia).
Oggi come allora, si usano i tribunali per far tacere gli oppositori alla grande opera, come successe a Tina Merlin, inquisita per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Oggi come allora, i media decantano la grande opera, con la stessa subalternità e servilismo dimostrati all’indomani della strage del Vajont, quando sfoderarono le più grandi firme del giornalismo nazionale per assolverne d’ufficio i responsabili e tacciare di sciacallaggio chi ne indicava i nomi:
“Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. Non è che si sia rotto il bicchiere, quindi non si può … dare della bestia a chi l’ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d’arte, testimonianza della tenacia, del talento e del coraggio umano… Sconfitta in aperta battaglia, la natura si è vendicata attaccando il vincitore alle spalle” (Dino Buzzati, Corriere della Sera, 11 ottobre 1963).
“...si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani, tutto è stato fatto dalla natura, che non è buona e non è cattiva, ma indifferente. Non c’era niente da fare, non ci sono colpevoli” (Giorgio Bocca, Il Giorno, 11 ottobre 1963).
“...nella vita delle Nazioni ci sono anche le tragedia spaventose, le carestie, pestilenze, i cicloni, i terremoti. Ciò che conta è di saperle affrontare con coraggio, senza farne pretesto di odi e di divisioni interne ... Se certe reazioni sbagliate venissero dai poveri sopravvissuti che nella catastrofe hanno perso tutta la loro famiglia, non dico che le approverei, ma le comprenderei e giustificherei. Ma qui vengono invece dagli sciacalli che il partito comunista ha sguinzagliato, dai mestatori, dai fomentatori di odio. E sono costoro che additiamo al disgusto, all’abominio e al disprezzo di tutti i galantuomini italiani” (Indro Montanelli, La Domenica del Corriere, novembre 1963).
Di certo gli sciacalli c’erano, ma non quelli indicati da Montanelli. Dopo la strage strani individui cominciarono a circolare a caccia di sopravvissuti. Erano gli avvocati del ‘Consorzio dei danneggiati del Vajont’, un organismo creato dalla stessa Enel per dissuadere i superstiti dall’intento di costituirsi parte civile. Un’operazione decisa dai vertici dello Stato, che vedeva coinvolti alti esponenti della DC e del Partito Socialista. “A voi superstiti non spetta niente” dicevano gli avvocati. Del resto a chi chiedere i danni se è colpa della natura, come dicono anche Buzzati, Bocca, e Montanelli. “Vi conviene accettare quello che ora vi viene offerto, altrimenti non avrete niente». In cambio l’Enel offriva una transazione sulla base di un tariffario predefinito: 3 milioni per un coniuge, 2 milioni per un figlio unico, 800.000 lire per un fratello...
Al massimo 33.000,00 euro, ai valori attuali. Più o meno quanto offerto due anni fa dalla Marzotto in cambio del ritiro dal contenzioso giudiziario delle famiglie degli operai morti alla Marlane di Praia a Mare. Un’altra analogia con il presente: i prezzi della carne della gente un tanto al chilo, da allora, non sono cambiati di molto, né le pressioni sulle parti lese nei processi che coinvolgono il potere industriale, come si evince da questo servizio della RAI:
Anche l’epilogo giudiziario del Vajont ha forti affinità coi giorni nostri, con quell’impunità ribadita l’anno scorso dalla sentenza di Cassazione del processo Eternit. Lievissime furono le condanne e colpirono solo i livelli tecnici. Indenni, nemmeno inquisiti, la proprietà della Sade (il conte Vittorio Cini) i vertici dell’Enel, ed i padrini politici della ‘diga più alta del mondo’. Dal resto l’Enel/Sade aveva ottimi avvocati.
Qualche giorno dopo la strage, mentre i sopravvissuti scavavano nel fango, scese dall’elicottero il Presidente del Consiglio Giovanni Leone, promettendogli giustizia.
Scaduto il suo mandato di governo, l’avvocato Giovanni Leone andò a presiedere il collegio di difesa dell’Enel, contro quegli stessi superstiti a cui aveva promesso giustizia. Pare sia stato lui a scovare, nel codice civile, il cavillo della ‘commorienza’, cioè quel meccanismo per cui se muoiono contemporaneamente i nonni e i genitori, i nipoti perdono ogni diritto ai risarcimenti per la vita dei nonni. Grazie alla ‘commorienza’, Leone riuscì a far risparmiare all’Enel una bella fetta di risarcimenti agli orfani del Vajont. Poi lo fecero Presidente della Repubblica.
Più di recente anche i vertici di Marzotto, Solvay, Thyssenkrupp, Eternit, inquisiti per disastri ambientali e morti operaie, si sono avvalsi dei migliori legali sulla piazza. Che ora capisco, non accettavano l’incarico per soldi: puntavano al Quirinale!
Ottobre 1963: muore Longarone, nasce il Nord Est
Quello della ‘commorienza’ fu solo uno degli innumerevoli oltraggi subiti dai superstiti del Vajont. Ce ne furono altri: il processo tenuto a l’Aquila per ostacolarne la partecipazione. Il trasferimento forzato dei sopravvissuti di Erto e Casso a Vajont – un paese anonimo creato per l’occasione – che ha determinato la perdita, per questa gente, dei propri luoghi e punti di riferimento, in aggiunta a quella dei propri cari. La sparizione dei fondi delle donazioni private. I sussidi da fame, insufficienti per gente che ha perso ogni cosa, e tali da indurla ad accettare l’offerta di transazione dell’Enel. L’assenza di qualsiasi supporto psicologico dopo un trauma così profondo. L’adozione degli orfani da parte di famiglie che avevano il solo scopo di incassarne i sussidi, senza nessun controllo da parte di un giudice tutelare. L’interruzione delle ricerche dei corpi (centinaia mancano all’appello). La costruzione (con i contributi della Legge Vajont) di un salumificio in un’area del comune di Erto sotto la quale, probabilmente, giacciono ancora delle vittime.
Fino all’ultimo insulto del 2004: la ‘ristrutturazione’ (costata 4 milioni di euro) ad opera dell’ex sindaco De Cesero, del cimitero di Fortogna, che raccoglieva i resti ritrovati di quei poveri corpi. La rimozione delle croci, delle foto, delle lapidi con le iscrizioni poste dai parenti, distrutte in parte dalle ruspe e sostituite da cippi di Stato, tutti uguali, ai quali non si può aggiungere una foto o porre un fiore, e che non coincidono più con la posizione dei corpi 7. La creazione di una sorta di sacrario istituzionale, che cancella la memoria viva dei sopravvissuti per sostituirla con una memoria fittizia, come la commozione dei politici che l’usano, di tanto in tanto, come passerella. Nuovo dolore per gente che non ha più nemmeno una tomba su cui piangere (nella foto in alto una lapide del cimitero originario).
Ma uno degli oltraggi più abnormi fu certamente la gestione del fiume di denaro della cd ‘Legge Vajont’. Un massiccio trasferimento di ricchezza sottratta all’assistenza ai sopravvissuti a favore del capitale privato.
Col pretesto della strage, la Democrazia Cristiana ha provveduto a nutrire la propria rete clientelare del Triveneto, finanziando con una massiccia iniezione di denaro pubblico quell’imprenditoria nordestina che stentava ad agganciarsi al ‘miracolo economico’. Alla faccia del mito del Nord Est e del suo sviluppo nato dall’operosità! Di quelli che ‘si son fatti da soli’, senza l’aiuto dello Stato, che esecrano l’assistenzialismo meridionale! Qui se non interveniva Roma ladrona con gli schei se lo scordavano il mito! E a proposito di ladroni: bella figura fottere i propri vicini vittime di una strage! Perché andò esattamente così la nascita di un modello fondato sul cinismo.
La ‘Legge Vajont’ (n. 357/1964) – emanata dal governo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro – prevedeva per la ricostruzione o l’ampliamento delle attività distrutte dalla catastrofe, finanziamenti pubblici a fondo perduto e prestiti a tasso agevolato praticamente illimitati, oltre a forti agevolazioni fiscali. La legge non obbligava, per ottenere i benefici, a ricostruire lo stesso tipo di attività, né a farlo a Longarone e dintorni. L’azienda poteva essere ricollocata in qualsiasi parte delle provincie di Belluno, Udine e limitrofe... vale a dire Trento Bolzano, Gorizia, Vicenza, Treviso e Trieste... praticamente mezzo Triveneto. Dulcis in fundo, i diritti acquisiti con la legge Vajont erano cedibili, assieme alle licenze, a terzi, sia che fossero persone fisiche o giuridiche.
Così recita un’informativa della Polizia tributaria: “Di queste disposizione approfittarono diverse persone le quali provvidero a rintracciare e avvicinare i sopravvissuti già titolari di licenze per l’esercizio di qualsiasi impresa o eredi di questi, facendosi nominare ‘procuratori speciali’ per la cessione dei diritti dietro compenso di somme esigue... Una volta in possesso della procura, tali persone, per la maggior parte liberi professionisti, proponevano a grossi complessi industriali, a commercianti che volevano ampliare le proprie aziende o a persone facoltose che avessero intenzione di far sorgere una qualsiasi attività, l’acquisto dei diritti dei quali erano venuti in possesso”.
Poteva quindi accadere che il sig. Giuseppe Corona, artigiano e ambulante, cedesse i suoi diritti per meno di trecentomila lire alla Arredamenti Morena Spa di Gemona, che ne avrebbe ricavato quasi 503 milioni fra finanziamenti a fondo perduto e mutuo agevolato. Al lordo, si intende, della parcella di 21 milioni al mediatore, tal rag. Aldo Romanet (Romanet diventerà famoso, per aver – in concorso con altri – sottratto e convogliato in conti svizzeri, un miliardo e duecento milioni dai fondi destinati alla ricostruzione). La Zanussi Mel, fabbrica di compressori del gruppo Zanussi, ricevette più di sei miliardi di finanziamenti e prestiti agevolati grazie all’acquisto delle licenze dagli eredi di un commerciante di calzature di Longarone, di un rivenditore di elettrodomestici e di un oste. La Indel Spa di Ospitale di Cadore ottenne tre miliardi e 222 milioni comprando le licenze di un geometra e di un fotografo. La Filatura del Vajont, comprando la licenza di una segheria, ricavò tre miliardi e 190 milioni. La Confezioni SanRemo Spa, una delle aziende italiane del tessile più grandi dell’epoca, beccò 2 miliardi e 300 milioni, comprando la licenza di un falegname. Ottenne anche forti agevolazioni IGE (poi IVA), e grazie alla Legge Vajont costruì uno stabilimento e un magazzino centrale a Belluno. Stesso discorso per le Industrie meccaniche di Alano di Piave (un miliardo e 125 milioni grazie alla licenza di un commerciante di legname), per le Ceramiche Dolomite (un miliardo e 200 milioni per le licenze di una sarta e di una carpenteria), per le Industrie San Marco Spa (4 miliardi con la licenza di un albergo e di un impiantista idraulico). Centinaia di aziende ottennero contributi (circa trecento solo nel bellunese), in zone che non c’entravano nulla con i luoghi della strage, e quelle dei sopravvissuti erano un’esigua minoranza.
Che fine han fatto queste attività?
Alcune chiusero subito. “Nel 1968 ero una sindacalista, capo della Commissione interna di una fabbrica di manifattura nata con i soldi dei morti e finita male, come molte altre aziende che hanno chiuso non appena sono cessate le sponsorizzazioni per il Vajont”.
La Filatura del Vajont ha chiuso dopo aver campato per anni solo grazie ai finanziamenti pubblici. Nel ’75 veniva segnalata da un’interrogazione parlamentare perché non pagava gli stipendi. La San Remo ha chiuso definitivamente nel 2004. La Ceramica Dolomite è stata acquisita dal fondo americano Bain Capital, che le ha riversato addosso i suoi debiti, e l’anno scorso lo stabilimento di Trichiana ha rischiato la chiusura. La Zanussi Mel è stata da poco acquistata dal colosso cinese dei compressori «Wanbao», acquisizione che ha evitato la chiusura dello stabilimento ma con 142 dipendenti in meno. A Ospitale di Cadore, nello spazio della vecchia Indel, la Società Italiana Centrali Elettrotermiche (SICET), pensa di costruire un nuovo inceneritore.
C’è caso che della Legge Vajont ci rimanga soltanto il fango.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
