La multa ad A2A per manipolazione del mercato elettrico non racconta soltanto il comportamento di una grande azienda multiutility, ma rende visibile una contraddizione più generale del sistema energetico: ciò che per la società costituisce scarsità, e quindi maggiore costo, per chi controlla la capacità produttiva sì trasformara in una fonte di profitto.
È da questa contraddizione che conviene partire per comprendere la crisi del modello costruito attraverso le liberalizzazioni e, contemporaneamente, il ritorno della pianificazione pubblica come condizione necessaria allo stesso funzionamento del mercato.
L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha sanzionato A2A con 5 milioni di euro per comportamenti relativi al mercato elettrico del 2022, attraverso la deliberazione 279/2026/S/eel del 30 luglio 2026. Il meccanismo contestato è quello dell’economic withholding (trattenimento economico della capacità produttiva). In termini semplici, immaginiamo che in una determinata ora il sistema abbia bisogno di 100 MWh di elettricità e che 90 siano già disponibili.
Un produttore possiede una centrale in grado di fornire i 10 MWh mancanti, ma presenta quell’energia a un prezzo sufficientemente elevato da farla rimanere fuori dal mercato. La capacità non viene fisicamente sottratta, perché la centrale resta disponibile, ma viene resa economicamente indisponibile. Poiché la domanda deve comunque essere soddisfatta, diventa necessario ricorrere a un’offerta più costosa e il prezzo può aumentare.
Per un grande produttore che vende energia attraverso più impianti, la rinuncia a una quantità relativamente piccola può essere compensata dal maggiore prezzo incassato sull’energia che continua a vendere: in un esempio puramente illustrativo, 100 MWh venduti a 100 euro producono 10.000 euro di ricavi, mentre 90 MWh venduti a 130 euro ne producono 11.700.
Naturalmente non qualsiasi offerta superiore al costo marginale costituisce una manipolazione, perché esistono vincoli tecnici, costi di avviamento, manutenzione e altre ragioni economiche che possono giustificare differenti strategie di offerta. Proprio per questo ARERA deve verificare l’effettiva capacità dell’operatore di influenzare il prezzo e l’assenza di motivazioni legittime.
Il punto politico, tuttavia, precede l’accertamento dell’illecito: la società ha interesse a disporre della maggiore quantità possibile di energia a un costo sostenibile, mentre il capitale che controlla quella produzione di energia deve ricavarne il massimo rendimento. Quando l’offerta è abbondante i due interessi possono apparire compatibili; quando l’energia diventa scarsa, la loro divergenza emerge con maggiore evidenza.
Per famiglie e lavoratori la scarsità energetica significa aumento delle bollette, inflazione e riduzione del salario reale; per le imprese significa crescita dei costi di produzione. Chi controlla capacità produttiva, accumuli, stoccaggi o altre risorse decisive nei momenti critici può invece vedere aumentare il valore economico degli asset posseduti.
La stessa condizione materiale assume quindi un significato differente a seconda della posizione occupata nel rapporto economico: aumenta il valore economico del controllo sulla scarsità proprio mentre aumenta il costo sociale della scarsità stessa.
Il maggiore prezzo all’ingrosso non rimane confinato nella Borsa elettrica, ma si trasmette con tempi e intensità differenti sui venditori, sulle imprese e sui consumatori finali. Un contratto indicizzato al Prezzo Unico Nazionale (PUN) è più direttamente esposto rispetto a uno a prezzo fisso, mentre i fornitori possono attenuare temporaneamente gli effetti attraverso acquisti anticipati e coperture finanziarie.
Quando però il costo dell’energia aumenta in maniera significativa, il sovrapprezzo tende a propagarsi nell’intero sistema economico. È quindi particolarmente rilevante che, nel procedimento contro A2A, ARERA abbia costruito uno scenario controfattuale per stimare quale prezzo si sarebbe formato in assenza della strategia contestata, arrivando a quantificare quello che definisce il “massimo danno potenziale per i consumatori di energia elettrica ascrivibile a A2A”.
Quel numero esiste, ma nella versione pubblica del provvedimento non è conoscibile: sono coperti da omissis il mese preciso del 2022 interessato, l’incremento medio del prezzo in euro per MWh e l’importo complessivo del danno potenziale.
Conosciamo quindi la sanzione, cinque milioni di euro, ma non quanto la condotta sanzionata possa essere costata ai consumatori. Se un’autorità pubblica ha già effettuato quella stima,
renderla conoscibile e ricostruire quanto del sovrapprezzo sia arrivato
realmente sulle bollette diventa una rivendicazione immediata, sulla
quale possono essere utilizzati l’accesso agli atti e, se ne emergessero
i presupposti, anche strumenti risarcitori.
La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei profitti che ne derivano.
La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.
Isolare il caso A2A come semplice deviazione di un singolo operatore sarebbe però fuorviante. Nel luglio 2025 ARERA ha pubblicato un rapporto sul Mercato del Giorno Prima relativo al 2023-2024, nel quale viene analizzato il funzionamento complessivo del mercato.
Per gli impianti a ciclo combinato l’Autorità individua possibili fenomeni di economic withholding in una quota significativa delle ore osservate, pari a circa il 30% nello scenario più prudenziale.
Nelle simulazioni controfattuali, sostituendo le offerte considerate potenzialmente riconducibili al trattenimento con offerte coerenti con il comportamento di un operatore price-taker (un operatore che accetta il prezzo di mercato senza essere in grado di influenzarlo), ARERA rileva impatti al rialzo sui prezzi zonali in almeno il 28% delle ore del 2023 e nel 25% di quelle del 2024, con differenze medie, nelle ore interessate, comprese fra 17 e 22 €/MWh nel 2023 e fra 15 e 24 €/MWh nel 2024.
Questi dati non equivalgono all’accertamento di manipolazioni da parte di tutti gli operatori analizzati, ma mostrano che il problema del potere sull’offerta non può essere ridotto alla condotta occasionale di una singola impresa.
Si manifesta qui una prima contraddizione del modello liberista. Il mercato dovrebbe produrre attraverso la concorrenza un comportamento tale da impedire ai singoli operatori di determinare il prezzo di una merce; nella realtà, a venticinque anni dalla liberalizzazione, l’autorità pubblica deve costruire simulazioni per stabilire quale prezzo si sarebbe formato se gli operatori reali si fossero comportati come i soggetti senza potere di mercato presupposti dalla teoria.
La concorrenza cessa così di apparire come una caratteristica spontanea del mercato e diventa una condizione che deve essere continuamente difesa e ricostruita attraverso regolazione e intervento pubblico.
Uno dei passaggi decisivi nella costruzione di questo sistema avviene in Italia con il decreto legislativo n. 79 del 16 marzo 1999, il cosiddetto decreto Bersani, emanato in attuazione della direttiva europea 96/92/CE. Produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita dell’elettricità vengono liberalizzati, mentre trasmissione e dispacciamento restano riservati allo Stato e la distribuzione viene organizzata attraverso concessioni.
La promessa politica della stagione neoliberista era che la rottura dei monopoli pubblici e la concorrenza avrebbero aumentato l’efficienza e prodotto condizioni più favorevoli anche per gli utenti. Il processo storico ha determinato un esito diverso: le vecchie municipalizzate non sono state sostituite da una moltitudine di piccoli produttori in concorrenza tra loro, ma fusioni, acquisizioni, quotazioni e aggregazioni territoriali hanno favorito la formazione di grandi multiutility capaci di operare sui mercati nazionali ed europei.
A2A è controllata per metà dai Comuni di Milano e Brescia, Iren è a maggioranza pubblica, Hera conserva una forte presenza degli enti locali, mentre Acea è controllata da Roma Capitale.
Questa presenza pubblica nella proprietà non modifica però la funzione economica assunta dalle società, che devono produrre margini, remunerare il capitale, distribuire dividendi, finanziarsi sui mercati e competere con altri gruppi. La liberalizzazione non ha dunque semplicemente trasferito aziende dal pubblico al privato, ma ha trasformato anche una parte della proprietà pubblica in capitale.
Il Comune che possiede una multiutility viene così attraversato da una contraddizione strutturale: come istituzione rappresenta cittadini e lavoratori che hanno interesse a servizi accessibili e prezzi energetici contenuti, mentre come azionista è interessato alla redditività della partecipata e ai dividendi. Non si tratta quindi della sensibilità dei singoli amministratori, ma della funzione attribuita all’impresa: aziende nate per erogare un servizio sono state inserite in un meccanismo nel quale devono comportarsi come capitali e vengono valutate attraverso i criteri della loro valorizzazione.
Questa trasformazione si è sviluppata in una fase caratterizzata dall’integrazione crescente dei mercati e dalla relativa stabilità delle principali direttrici energetiche internazionali. L’espansione dei volumi, il trading (compravendita di energia sui mercati), le aggregazioni e la diversificazione potevano sostenere la redditività dentro un sistema nel quale gli approvvigionamenti apparivano relativamente prevedibili.
La crisi delle catene globali del valore, la guerra in Ucraina, la drastica riduzione delle forniture russe e la crescente competizione internazionale per il gas naturale liquefatto (GNL) hanno però modificato profondamente questo quadro.
Parallelamente, la crescita di fotovoltaico ed eolico aumenta la variabilità della produzione: nelle ore di abbondanza i prezzi possono diminuire fortemente, mentre quando la produzione rinnovabile si riduce acquistano maggiore valore le centrali programmabili, gli accumuli, gli stoccaggi, le interconnessioni e la flessibilità della domanda.
Di conseguenza non conta soltanto quanta energia si produce, ma quale capacità si controlla nel momento in cui il sistema ne ha bisogno.
La sicurezza energetica richiede però che capacità e infrastrutture esistano prima dell’emergenza. Reti, stoccaggi, accumuli, interconnessioni e impianti di riserva devono essere programmati su orizzonti pluriennali, anche quando una parte di essi rimane inutilizzata per lunghi periodi.
Se il prezzo di mercato fosse sufficiente a indirizzare autonomamente tutti gli investimenti necessari, non sarebbe necessario remunerare separatamente la capacità; esiste invece il capacity market (mercato della capacità), attraverso il quale gli operatori ricevono una remunerazione per garantire che determinata capacità produttiva rimanga disponibile quando il sistema ne avrà bisogno.
Allo stesso modo, quando i ricavi di mercato non garantiscono sufficiente certezza agli investimenti vengono utilizzati contratti di lungo periodo e meccanismi di stabilizzazione, quando i prezzi diventano socialmente insostenibili intervengono i governi e quando l’esercizio del potere di mercato minaccia la formazione dei prezzi interviene il regolatore.
Il paradosso prodotto da un quarto di secolo di liberalizzazioni sta precisamente qui. Il mercato è stato costruito come alternativa alla pianificazione pubblica diretta, ma il suo funzionamento dipende sempre più da decisioni pubbliche che programmano infrastrutture, garantiscono capacità, sostengono investimenti, assorbono gli shock e regolano i comportamenti degli operatori.
La crisi del modello liberista non elimina la pianificazione: mostra che il capitale ha bisogno di una pianificazione crescente per continuare a valorizzarsi.
La questione diventa allora quale funzione debba avere questa pianificazione. Oggi lo Stato e le autorità pubbliche garantiscono una parte crescente delle condizioni generali della produzione energetica e ne assorbono una quota rilevante del rischio, mentre gli asset che diventano particolarmente preziosi nei momenti di scarsità rimangono strumenti di valorizzazione dei capitali che li controllano.
La socializzazione riguarda quindi non soltanto i costi delle crisi, ma la costruzione stessa delle condizioni che rendono possibile la redditività privata.
Il caso A2A rappresenta, secondo l’accertamento dell’Autorità, il punto in cui l’utilizzo privato del potere sulla capacità ha superato il limite fissato dalla regolazione; tuttavia la contraddizione esiste prima di quel limite, perché per la società la scarsità deve essere ridotta, mentre per il capitale che controlla una risorsa scarsa essa può aumentarne il rendimento.
Da questo punto di vista, contrapporre semplicemente mercato e pianificazione significa ormai discutere di un’alternativa che lo sviluppo materiale del sistema ha già superato. L’energia viene pianificata e dovrà esserlo sempre di più, perché la sicurezza degli approvvigionamenti, la transizione energetica, le reti e la capacità di riserva non possono essere affidate alla somma delle decisioni immediate di imprese separate. Il vero conflitto riguarda quindi il contenuto della pianificazione, gli obiettivi che le vengono assegnati e i soggetti che ne esercitano il controllo.
La proprietà pubblica, da sola, non fornisce una risposta, come dimostra precisamente il caso di multiutility formalmente controllate dagli enti locali ma inserite pienamente nella logica della valorizzazione.
Un sistema energetico pianificato nell’interesse dei lavoratori dovrebbe invece assumere come criteri prioritari il contenimento strutturale del costo dell’energia, la tutela del salario reale, la sicurezza degli approvvigionamenti, la resilienza delle infrastrutture, la decarbonizzazione e la continuità delle produzioni socialmente necessarie, subordinando a questi obiettivi la formazione e la destinazione del surplus.
La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei risultati economici che ne derivano.
La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.
In questo quadro, anche la richiesta di rendere pubblico il massimo danno potenziale ai consumatori calcolato da ARERA assume un significato che supera il singolo procedimento: parte da una vertenza concreta su chi abbia sostenuto il sovrapprezzo, ma conduce direttamente alla questione di chi controlli le informazioni e le decisioni fondamentali del sistema energetico.
Il decreto Bersani e la stagione delle liberalizzazioni promettevano che la concorrenza avrebbe disciplinato gli operatori e reso più efficiente l’allocazione delle risorse; oggi il pubblico deve programmare le reti, garantire la capacità, sostenere gli investimenti, assorbire gli shock geopolitici, proteggere gli utenti nelle crisi e impedire che il potere degli operatori alteri la formazione dei prezzi.
La pianificazione, dunque, non è una proposta da introdurre in futuro: è già una necessità materiale del sistema. Il punto politico è sottrarla alla funzione di garanzia della valorizzazione privata e trasformarla in uno strumento di controllo sociale della produzione energetica, perché in una fase nella quale il controllo della capacità disponibile nei momenti di scarsità acquista un valore crescente, decidere chi controlla quella capacità significa decidere anche a quali interessi deve rispondere il potere sull’energia.
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25/08/2026
La scarsità vale oro. Le aziende multiutility, mercato e crisi energetica
01/09/2022
Le aziende energetiche tirano calci contro la tassazione sugli extraprofitti
Prima Acea, adesso anche Hera si sta rifiutando di pagare la tassa sugli extraprofitti per le società fornitrici di energia che da mesi stanno facendo soldi a palate.
Nella prima rata del contributo straordinario sugli extraprofitti delle aziende energetiche al 30 giugno, sui 4,2 miliardi attesi ne sono mancati ben 3,1. Per le società del settore energetico che a oggi – 1 settembre – non avranno pagato la tassa del 25% sugli extraprofitti scatta una maxi multa: una maggiorazione del 60% di quanto dovuto.
Con il Decreto Aiuti Bis l’esecutivo aveva programmato di incassare 10,5 miliardi di euro con una tassa una tantum sugli utili extra delle aziende del settore. In due tranche: la prima da pagare entro il 30 giugno (il 40%) e il resto il 30 novembre (per il restante 60%). Ma diverse aziende hanno deciso di non pagare e ad oggi lo Stato ha incassato solo 1,1 miliardi.
L’Eni sembra che abbia pagato regolarmente, altre aziende invece stanno tirando calci.
La multiutility romana Acea ha invece presentato un ricorso al Tar contro il provvedimento adottato dal governo. Acea con una nota ha fatto sapere di aver determinato in 28,5 milioni di euro l’ammontare complessivo del contributo e di aver provveduto al versamento dell’importo dovuto secondo le modalità e le tempistiche previste dalla normativa. Acea ha precisato che “una parte significativa della base imponibile identificata per le società del Gruppo non è riconducibile agli extraprofitti che il legislatore intende tassare, bensì a operazioni straordinarie”. Da qui la decisione di opporsi con un ricorso al Tar del Lazio.
Ma Acea non è la sola. Apprendiamo dai giornali, come se fosse normale, che anche Hera starebbe valutando di aggiungersi a chi non vuol pagare le sue tasse. La grande multiservizi ha come primo azionista il patto di sindacato pubblico, cioè i comuni dell’Emilia-Romagna.
“Hera proclama di essere un’azienda pubblica, ma si comporta come i peggiori speculatori privati” denuncia Potere al Popolo di Bologna. “Di fronte a questa decisione i comuni azionisti, a partire da quello di Bologna, dovrebbero provare a riscoprire una spina dorsale e dire ai consiglieri d’amministrazione nominati dai comuni stessi che il ruolo sociale oggi si assolve pagando le tasse, non facendo i laboratori di partecipazione sui dettagli insignificanti”.
Fonte
Nella prima rata del contributo straordinario sugli extraprofitti delle aziende energetiche al 30 giugno, sui 4,2 miliardi attesi ne sono mancati ben 3,1. Per le società del settore energetico che a oggi – 1 settembre – non avranno pagato la tassa del 25% sugli extraprofitti scatta una maxi multa: una maggiorazione del 60% di quanto dovuto.
Con il Decreto Aiuti Bis l’esecutivo aveva programmato di incassare 10,5 miliardi di euro con una tassa una tantum sugli utili extra delle aziende del settore. In due tranche: la prima da pagare entro il 30 giugno (il 40%) e il resto il 30 novembre (per il restante 60%). Ma diverse aziende hanno deciso di non pagare e ad oggi lo Stato ha incassato solo 1,1 miliardi.
L’Eni sembra che abbia pagato regolarmente, altre aziende invece stanno tirando calci.
La multiutility romana Acea ha invece presentato un ricorso al Tar contro il provvedimento adottato dal governo. Acea con una nota ha fatto sapere di aver determinato in 28,5 milioni di euro l’ammontare complessivo del contributo e di aver provveduto al versamento dell’importo dovuto secondo le modalità e le tempistiche previste dalla normativa. Acea ha precisato che “una parte significativa della base imponibile identificata per le società del Gruppo non è riconducibile agli extraprofitti che il legislatore intende tassare, bensì a operazioni straordinarie”. Da qui la decisione di opporsi con un ricorso al Tar del Lazio.
Ma Acea non è la sola. Apprendiamo dai giornali, come se fosse normale, che anche Hera starebbe valutando di aggiungersi a chi non vuol pagare le sue tasse. La grande multiservizi ha come primo azionista il patto di sindacato pubblico, cioè i comuni dell’Emilia-Romagna.
“Hera proclama di essere un’azienda pubblica, ma si comporta come i peggiori speculatori privati” denuncia Potere al Popolo di Bologna. “Di fronte a questa decisione i comuni azionisti, a partire da quello di Bologna, dovrebbero provare a riscoprire una spina dorsale e dire ai consiglieri d’amministrazione nominati dai comuni stessi che il ruolo sociale oggi si assolve pagando le tasse, non facendo i laboratori di partecipazione sui dettagli insignificanti”.
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30/06/2022
È emergenza siccità ma le reti idriche perdono il 42% dell’acqua
È allarme siccità: fiumi deserti e laghi prosciugati. Le cause? Certamente in primo luogo le temperature eccessive che sono conseguenza diretta della crisi climatica. Poi c’è l’inquinamento che proviene dalla stessa agricoltura (fertilizzanti e antiparassitari) e dall’industria (metalli pesanti, arsenico, diossina, Pfas). E poi molte città non hanno ancora gli impianti di depurazione.
Ma l’attuale emergenza acqua in Italia è dovuta anche alla mancata manutenzione della rete idrica. E cosa è stato fatto per risolvere un problema che riguarda gran parte del paese? Nulla. Anzi, si continua ad andare nella direzione opposta.
Il 30 maggio scorso, con 180 voti favorevoli, 26 contrari e un’estensione, il Senato ha approvato il disegno di Legge d’iniziativa governativa (collegato alla Legge di Bilancio) n. 2469 (cd. Ddl Concorrenza), ovverosia la “Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021”.
Il testo è poi passato ora alla Camera per la seconda lettura. Come si legge sul Sole 24 Ore, ci sarà poi una terza lettura al Senato, che l’intesa politica prevede solo formale, per arrivare all’approvazione definitiva, secondo gli auspici del governo, entro metà luglio o entro la pausa di inizio agosto.
In base al DdL Concorrenza, l’acqua pubblica finirà definitivamente e completamente nelle mani dei privati. Un bene primario trasformato in “merce”.
La stessa sorte toccherà ai servizi pubblici, senza eccezione alcuna: la gestione degli acquedotti, dei trasporti urbani, della raccolta dei rifiuti, i centri di assistenza ai cittadini.
Il Forum per i movimenti in difesa dell’acqua ricordano che “era il 5 agosto 2011 quando l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, scrisse una lettera al presidente del Consiglio Berlusconi, in cui indicava come necessarie e ineludibili le privatizzazioni su larga scala, con particolare riferimento ai servizi pubblici”.
Da allora, incuranti del risultato storico di quel referendum, le municipalizzate che gestiscono i servizi idrici si sono trasformate in società per azioni (con la sola eccezione di Napoli) a partecipazione sia pubblica che privata, che dividono la maggioranza degli utili tra gli azionisti.
Quote di queste nuove aziende sono state acquistate anche da multinazionali e fondi di investimento stranieri. E la ragione è chiara: non esiste un investimento migliore, visto che si tratta di un regime di monopolio, in cui le tariffe sono assicurate e non esiste obbligo di investimenti nella rete.
A undici anni da quel referendum il risultato è che le perdite idriche della rete sono aumentate in media del 50% mentre le bollette diventano ogni anno più salate.
Ora, credete davvero che i privati che acquisiranno completamente la proprietà delle municipalizzate che gestiscono l’acqua faranno gli investimenti straordinari resi necessari dal cattivo stato della rete idrica? Oppure preferiranno accaparrarsi gli utili?
E quante delle attuali enormi perdite di reti ed acquedotti sono la conseguenza diretta delle privatizzazioni già avvenute in barba al referendum del 2011 e dell’infinita avidità di amministratori ed azionisti che, in questi undici anni, hanno questi preferito intascare i dividendi invece di investire nella manutenzione straordinaria di reti ed impianti?
Il 12 giugno del 2011, 26 milioni di italiani si recarono alle urne per chiedere che l’acqua restasse un bene di natura esclusivamente pubblica e che da essa non si traesse profitto. Quella volontà popolare è stata definitivamente cancellata dal governo Mario Draghi.
Fonte
Ma l’attuale emergenza acqua in Italia è dovuta anche alla mancata manutenzione della rete idrica. E cosa è stato fatto per risolvere un problema che riguarda gran parte del paese? Nulla. Anzi, si continua ad andare nella direzione opposta.
Il 30 maggio scorso, con 180 voti favorevoli, 26 contrari e un’estensione, il Senato ha approvato il disegno di Legge d’iniziativa governativa (collegato alla Legge di Bilancio) n. 2469 (cd. Ddl Concorrenza), ovverosia la “Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021”.
Il testo è poi passato ora alla Camera per la seconda lettura. Come si legge sul Sole 24 Ore, ci sarà poi una terza lettura al Senato, che l’intesa politica prevede solo formale, per arrivare all’approvazione definitiva, secondo gli auspici del governo, entro metà luglio o entro la pausa di inizio agosto.
In base al DdL Concorrenza, l’acqua pubblica finirà definitivamente e completamente nelle mani dei privati. Un bene primario trasformato in “merce”.
La stessa sorte toccherà ai servizi pubblici, senza eccezione alcuna: la gestione degli acquedotti, dei trasporti urbani, della raccolta dei rifiuti, i centri di assistenza ai cittadini.
Il Forum per i movimenti in difesa dell’acqua ricordano che “era il 5 agosto 2011 quando l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, scrisse una lettera al presidente del Consiglio Berlusconi, in cui indicava come necessarie e ineludibili le privatizzazioni su larga scala, con particolare riferimento ai servizi pubblici”.
Da allora, incuranti del risultato storico di quel referendum, le municipalizzate che gestiscono i servizi idrici si sono trasformate in società per azioni (con la sola eccezione di Napoli) a partecipazione sia pubblica che privata, che dividono la maggioranza degli utili tra gli azionisti.
Quote di queste nuove aziende sono state acquistate anche da multinazionali e fondi di investimento stranieri. E la ragione è chiara: non esiste un investimento migliore, visto che si tratta di un regime di monopolio, in cui le tariffe sono assicurate e non esiste obbligo di investimenti nella rete.
A undici anni da quel referendum il risultato è che le perdite idriche della rete sono aumentate in media del 50% mentre le bollette diventano ogni anno più salate.
Ora, credete davvero che i privati che acquisiranno completamente la proprietà delle municipalizzate che gestiscono l’acqua faranno gli investimenti straordinari resi necessari dal cattivo stato della rete idrica? Oppure preferiranno accaparrarsi gli utili?
E quante delle attuali enormi perdite di reti ed acquedotti sono la conseguenza diretta delle privatizzazioni già avvenute in barba al referendum del 2011 e dell’infinita avidità di amministratori ed azionisti che, in questi undici anni, hanno questi preferito intascare i dividendi invece di investire nella manutenzione straordinaria di reti ed impianti?
Il 12 giugno del 2011, 26 milioni di italiani si recarono alle urne per chiedere che l’acqua restasse un bene di natura esclusivamente pubblica e che da essa non si traesse profitto. Quella volontà popolare è stata definitivamente cancellata dal governo Mario Draghi.
Fonte
11/11/2021
Gli utili di Acea cresciuti del 13,6%. Ma che benefici ne trae la collettività?
Sembra una storia da manuale, ma è significativa di come gli interessi privati approfittino e rimuovino gli interessi pubblici. Una storia che conferma la necessità e l’alterità di una proposta di Città Pubblica contro l’appropriazione privata.
L’azienda Acea, è una municipalizzata de facto “privatizzata” del Comune di Roma nel 1997, e segnala in una nota diffusa dal suo consiglio di amministrazione, nove mesi di crescita nei conti che confermano gli obiettivi del 2021.
I ricavi di Acea nei primi nove mesi dell’anno sono stati pari a 2.765,8 milioni di euro, in aumento dell’11,9% rispetto al corrispondente periodo del 2020. Ma l’utile netto di Acea nel 2021 è salito ben del 13,6% pari a 248,6 milioni di euro.
In crescita risultano anche gli investimenti per 684,3 milioni (+9,4%), e l’indebitamento finanziario netto, che è aumentato a 3.998,3 milioni rispetto ai 3.528 milioni del 31 dicembre 2020.
Quest’ultimo, spiegano però ad Acea, è imputabile all’aumento del fatturato della componente Acea Energia legato alla forte accelerazione del Prezzo Unico Nazionale e alla riduzione degli oneri generali di sistema decisa dal governo per contenere l’impatto dell’aumento del prezzo dell’energia sui cittadini.
Inoltre il margine operativo lordo (più noto come ebitda che è un indicatore utilizzato nell’ambito della valutazione d’azienda e dei titoli azionari) è passato dagli 858,7 milioni del 30 settembre 2020 a 930,2 milioni, 71,5 milioni in più, grazie al positivo contributo di tutte le aree di attività (Idrico 53%; Infrastrutture Energetiche 29%; Generazione 6%; Commerciale e Trading 6%; Ambiente 5%; altri Business 1%).
L’ebit invece è aumentato meno del previsto del 7,9% a 459,7 milioni ed ha risentito dei maggiori ammortamenti (+8,3%) dovuti alla variazione di perimetro. L’ebit è il risultato aziendale prima degli interessi e delle tasse.
Nel linguaggio aziendale, esso esprime l’utile ottenuto dall’impresa prima di avere sostenuto gli oneri finanziari, così come quelli fiscali. Eppure gli oneri finanziari netti sono diminuiti di 5,2 milioni rispetto ai 62,8 milioni e il costo globale medio del debito è sceso all’1,42% rispetto all’1,76% del medesimo periodo del 2020.
Di fronte a questi risultati, il consiglio di amministrazione di Acea pensa di allargarsi e torna alla carica nell’area dei rifiuti urbani.
“La crescita organica dei nostri business, sostenuta dall’importante piano di investimenti, sarà ulteriormente rafforzata dalle iniziative di M&A, in particolare nell’ambito del trattamento rifiuti dove è stata recentemente annunciata l’acquisizione delle società Serplast/Meg e Deco“.
Il Ceo del Consiglio di amministrazione, su questa ambizione di Acea ci tiene a sottolineare che: “Le operazioni, in linea con il piano industriale, consentono un ulteriore passo in avanti nel processo di chiusura del ciclo dei rifiuti e il consolidamento del gruppo nel settore dell’economia circolare. Sviluppo delle infrastrutture e degli impianti, spinta alla transizione energetica e all’innovazione rappresentano le direttrici che continueranno a guidare in modo sempre più rilevante la strategia del gruppo in ottica di sviluppo sostenibile”.
Il titolo di Acea e delle aziende collegate va bene anche in Borsa. Ma una domanda, a nostro avviso legittima, non traspare dai dispacci del consiglio di amministrazione di Acea né dal dibattito pubblico nella città di Roma e della sua nuova giunta comunale: quali benefici trae la città da questa “gallina dalle uova d’oro”?
Piuttosto che facilitare le ambizioni di Acea nell’acquisire il settore rifiuti, non sarebbe il caso di rivedere il contratto di servizio e magari chiedere che Roma sia illuminata come necessario piuttosto che lasciare quartieri al buio o strade in cui la visibilità dopo il tramonto è sempre più scarsa? O pretendere che gli investimenti vadano al risanamento e manutenzione della rete idrica?
Qualcuno dovrebbe ricordare ad Acea che tra gli azionisti c’è anche il Comune di Roma e le responsabilità pubbliche e collettive che derivano. Ma se prevale sempre l’interesse degli azionisti privati di che cosa stiamo parlando? Gualtieri batti un colpo, se puoi!
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L’azienda Acea, è una municipalizzata de facto “privatizzata” del Comune di Roma nel 1997, e segnala in una nota diffusa dal suo consiglio di amministrazione, nove mesi di crescita nei conti che confermano gli obiettivi del 2021.
I ricavi di Acea nei primi nove mesi dell’anno sono stati pari a 2.765,8 milioni di euro, in aumento dell’11,9% rispetto al corrispondente periodo del 2020. Ma l’utile netto di Acea nel 2021 è salito ben del 13,6% pari a 248,6 milioni di euro.
In crescita risultano anche gli investimenti per 684,3 milioni (+9,4%), e l’indebitamento finanziario netto, che è aumentato a 3.998,3 milioni rispetto ai 3.528 milioni del 31 dicembre 2020.
Quest’ultimo, spiegano però ad Acea, è imputabile all’aumento del fatturato della componente Acea Energia legato alla forte accelerazione del Prezzo Unico Nazionale e alla riduzione degli oneri generali di sistema decisa dal governo per contenere l’impatto dell’aumento del prezzo dell’energia sui cittadini.
Inoltre il margine operativo lordo (più noto come ebitda che è un indicatore utilizzato nell’ambito della valutazione d’azienda e dei titoli azionari) è passato dagli 858,7 milioni del 30 settembre 2020 a 930,2 milioni, 71,5 milioni in più, grazie al positivo contributo di tutte le aree di attività (Idrico 53%; Infrastrutture Energetiche 29%; Generazione 6%; Commerciale e Trading 6%; Ambiente 5%; altri Business 1%).
L’ebit invece è aumentato meno del previsto del 7,9% a 459,7 milioni ed ha risentito dei maggiori ammortamenti (+8,3%) dovuti alla variazione di perimetro. L’ebit è il risultato aziendale prima degli interessi e delle tasse.
Nel linguaggio aziendale, esso esprime l’utile ottenuto dall’impresa prima di avere sostenuto gli oneri finanziari, così come quelli fiscali. Eppure gli oneri finanziari netti sono diminuiti di 5,2 milioni rispetto ai 62,8 milioni e il costo globale medio del debito è sceso all’1,42% rispetto all’1,76% del medesimo periodo del 2020.
Di fronte a questi risultati, il consiglio di amministrazione di Acea pensa di allargarsi e torna alla carica nell’area dei rifiuti urbani.
“La crescita organica dei nostri business, sostenuta dall’importante piano di investimenti, sarà ulteriormente rafforzata dalle iniziative di M&A, in particolare nell’ambito del trattamento rifiuti dove è stata recentemente annunciata l’acquisizione delle società Serplast/Meg e Deco“.
Il Ceo del Consiglio di amministrazione, su questa ambizione di Acea ci tiene a sottolineare che: “Le operazioni, in linea con il piano industriale, consentono un ulteriore passo in avanti nel processo di chiusura del ciclo dei rifiuti e il consolidamento del gruppo nel settore dell’economia circolare. Sviluppo delle infrastrutture e degli impianti, spinta alla transizione energetica e all’innovazione rappresentano le direttrici che continueranno a guidare in modo sempre più rilevante la strategia del gruppo in ottica di sviluppo sostenibile”.
Il titolo di Acea e delle aziende collegate va bene anche in Borsa. Ma una domanda, a nostro avviso legittima, non traspare dai dispacci del consiglio di amministrazione di Acea né dal dibattito pubblico nella città di Roma e della sua nuova giunta comunale: quali benefici trae la città da questa “gallina dalle uova d’oro”?
Piuttosto che facilitare le ambizioni di Acea nell’acquisire il settore rifiuti, non sarebbe il caso di rivedere il contratto di servizio e magari chiedere che Roma sia illuminata come necessario piuttosto che lasciare quartieri al buio o strade in cui la visibilità dopo il tramonto è sempre più scarsa? O pretendere che gli investimenti vadano al risanamento e manutenzione della rete idrica?
Qualcuno dovrebbe ricordare ad Acea che tra gli azionisti c’è anche il Comune di Roma e le responsabilità pubbliche e collettive che derivano. Ma se prevale sempre l’interesse degli azionisti privati di che cosa stiamo parlando? Gualtieri batti un colpo, se puoi!
Fonte
30/04/2020
Utenze, storia di un paese che svende al privato i beni collettivi
Il 29 aprile del 1906, ad Aqualagna, piccolo paesino nel marchigiano, nasceva Enrico Mattei.
Partigiano del Cnlai durante la Resistenza, parlamentare Dc nel primo governo eletto della Repubblica, ma soprattutto imprenditore e dirigente pubblico italiano, fondatore del gruppo Eni nel 1953, quando assunse la proprietà dell’Agip e la trasformò, anziché liquidarla come richiesto dalla Commissione centrale per l’economia del Cln nell’immediato Dopoguerra, in una multinazionale del petrolio.
Morì in un incidente aereo solo 9 anni dopo, riconosciuto nel 2012 come vittima di un attentato da una sentenza al processo collegato alla scomparsa del giornalista De Mauro, dopo aver messo in crisi il dominio delle “Sette sorelle” nell’industria petrolifera.
Erano i tempi dei colossi di Stato, ossia della proprietà statuale dei settori strategici, come con l’Eni appunto, ma anche con l’Enel, privatizzate nella sbornia liberista degli anni '90. Quali sono le conseguenze oggi, in piena pandemia, di quel giro di privatizzaizioni?
Per quanto riguarda le utenze, lasciamo la parola al sindacato degli inquilini e abitanti Asia Usb e alla Rete giovanile nazionale Noi Restiamo, impegnati nella campagna per la richiesta del blocco pagamento degli affitti e delle utenze, specialmente per le nuove generazioni, in questo momento di crisi.
Liberalizzazione delle utility, devastazione ambientale e l’urgenza di un cambio di rotta.
Queste settimane di emergenza sanitaria e quarantena obbligata hanno messo migliaia di persone, e in particolar modo i giovani, lavoratori e studenti che vivevano di lavoretti ed espedienti, nella condizione di totale o parziale impossibilità di pagare il canone di affitto, ma anche le utenze (acqua, luce e gas) accumulate.
Il governo Conte inizialmente si era speso in dichiarazioni sulla parziale sospensione delle bollette, poi cadute nel vuoto.
Ma perché, nemmeno in condizione di straordinarietà, il governo non prende decisioni precise sulle utenze che non possiamo permetterci di pagare? La risposta è semplice: non ne ha più il controllo dopo decenni di liberalizzazioni nei settori strategici, compreso quello delle utility.
Le grandi aziende multiutility da anni infatti speculano su beni che dovrebbero essere pubblici garantendosi utili d’esercizio e dividendi notevoli, sostenuti anche dal continuo rincaro delle bollette, e la collettività, progressivamente, ha perso il potere di tutelarsi, divenendo semplice cliente.
Il controllo pubblico su settori come quello dell’energia avrebbe concesso allo Stato quantomeno la possibilità di bloccare i pagamenti in una situazione sociale esplosiva come quella attuale.
Il mercato del gas è stato aperto in Italia nel 2003, quello dell’energia elettrica nel 2007, ma si è optato per un regime di “maggior tutela” fino al 2022, anno di passaggio ufficiale alla piena concorrenza, cioè alla libertà estrema del mercato di regolarsi in questo settore.
Dagli anni ‘90 in poi, infatti, il progetto di integrazione europea ha costretto il nostro paese a svendere gran parte delle aziende statali, comprese quelle strategiche: tra le aziende privatizzata troviamo anche Enel e Eni, di fronte alle quali il governo oggi non dice nulla, anteponendo alla priorità sociale di garantire una vita dignitosa il loro profitto anche nel disastro sanitario mondiale.
Va inoltre ricordato che sono le stesse grandi aziende da tempo riconosciute e additate tra le principali responsabili della crisi climatica e ambientale del Pianeta. Fatturano miliardi e producono devastazione su larga scala dell’ambiente, della salute e dei nostri territori.
Non pagare le bollette e chiedere che siano annullati i pagamenti è una necessità per tutte le fasce popolari.
Nazionalizzare i settori strategici, tra cui quelli dell’energia, e ridare alla collettività il potere di decidere e pianificare il proprio domani un’urgenza che si pone nel futuro prossimo.
Fonte
Partigiano del Cnlai durante la Resistenza, parlamentare Dc nel primo governo eletto della Repubblica, ma soprattutto imprenditore e dirigente pubblico italiano, fondatore del gruppo Eni nel 1953, quando assunse la proprietà dell’Agip e la trasformò, anziché liquidarla come richiesto dalla Commissione centrale per l’economia del Cln nell’immediato Dopoguerra, in una multinazionale del petrolio.
Morì in un incidente aereo solo 9 anni dopo, riconosciuto nel 2012 come vittima di un attentato da una sentenza al processo collegato alla scomparsa del giornalista De Mauro, dopo aver messo in crisi il dominio delle “Sette sorelle” nell’industria petrolifera.
Erano i tempi dei colossi di Stato, ossia della proprietà statuale dei settori strategici, come con l’Eni appunto, ma anche con l’Enel, privatizzate nella sbornia liberista degli anni '90. Quali sono le conseguenze oggi, in piena pandemia, di quel giro di privatizzaizioni?
Per quanto riguarda le utenze, lasciamo la parola al sindacato degli inquilini e abitanti Asia Usb e alla Rete giovanile nazionale Noi Restiamo, impegnati nella campagna per la richiesta del blocco pagamento degli affitti e delle utenze, specialmente per le nuove generazioni, in questo momento di crisi.
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Liberalizzazione delle utility, devastazione ambientale e l’urgenza di un cambio di rotta.
Queste settimane di emergenza sanitaria e quarantena obbligata hanno messo migliaia di persone, e in particolar modo i giovani, lavoratori e studenti che vivevano di lavoretti ed espedienti, nella condizione di totale o parziale impossibilità di pagare il canone di affitto, ma anche le utenze (acqua, luce e gas) accumulate.
Il governo Conte inizialmente si era speso in dichiarazioni sulla parziale sospensione delle bollette, poi cadute nel vuoto.
Ma perché, nemmeno in condizione di straordinarietà, il governo non prende decisioni precise sulle utenze che non possiamo permetterci di pagare? La risposta è semplice: non ne ha più il controllo dopo decenni di liberalizzazioni nei settori strategici, compreso quello delle utility.
Le grandi aziende multiutility da anni infatti speculano su beni che dovrebbero essere pubblici garantendosi utili d’esercizio e dividendi notevoli, sostenuti anche dal continuo rincaro delle bollette, e la collettività, progressivamente, ha perso il potere di tutelarsi, divenendo semplice cliente.
Il controllo pubblico su settori come quello dell’energia avrebbe concesso allo Stato quantomeno la possibilità di bloccare i pagamenti in una situazione sociale esplosiva come quella attuale.
Il mercato del gas è stato aperto in Italia nel 2003, quello dell’energia elettrica nel 2007, ma si è optato per un regime di “maggior tutela” fino al 2022, anno di passaggio ufficiale alla piena concorrenza, cioè alla libertà estrema del mercato di regolarsi in questo settore.
Dagli anni ‘90 in poi, infatti, il progetto di integrazione europea ha costretto il nostro paese a svendere gran parte delle aziende statali, comprese quelle strategiche: tra le aziende privatizzata troviamo anche Enel e Eni, di fronte alle quali il governo oggi non dice nulla, anteponendo alla priorità sociale di garantire una vita dignitosa il loro profitto anche nel disastro sanitario mondiale.
Va inoltre ricordato che sono le stesse grandi aziende da tempo riconosciute e additate tra le principali responsabili della crisi climatica e ambientale del Pianeta. Fatturano miliardi e producono devastazione su larga scala dell’ambiente, della salute e dei nostri territori.
Non pagare le bollette e chiedere che siano annullati i pagamenti è una necessità per tutte le fasce popolari.
Nazionalizzare i settori strategici, tra cui quelli dell’energia, e ridare alla collettività il potere di decidere e pianificare il proprio domani un’urgenza che si pone nel futuro prossimo.
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21/04/2020
Hera - Giochi di potere nel fortino PD
Le poltrone nel cda della multiutility miliardaria Hera spa sono molto ambite. Il colosso Hera dei servizi pubblici locali (di fatto in regime di monopolio) legati ad acqua, rifiuti ed energia è un fortino del potere del PD, che continua a perpetrare un sistema di potere intoccabile.
Il PD è davvero “meraviglioso” nel continuare a detenere il controllo degli autentici centri di potere – come Hera – del territorio regionale (e non solo).
Hera è il gruppo industriale – circa 9.000 dipendenti – che, con 7,4 miliardi di euro di fatturato nel 2019, domina i settori dei servizi pubblici locali di acqua, rifiuti, gas, energia, illuminazione pubblica in 330 Comuni, servendo 4,3 milioni di cittadini-clienti in Emilia-Romagna, Marche, Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Toscana.
Con la nascita di Hera nel 2002, poi quotata in borsa nel 2003, la qualità dei servizi ambientali erogati è peggiorata, le tariffe dei servizi sono aumentate. La società è gestita sulla base di interessi prettamente economici e finanziari, facendo business sull’attività di incenerimento dei rifiuti.
Hera è un colosso utile ai Comuni enti soci, ai quali Hera fornisce cospicui dividendi necessari per le casse municipali (nel 2019 l’utile netto girato agli azionisti è stato di 385 milioni di euro).
Enzo Lattuca, sindaco del Comune di Cesena – uno degli undici membri del cda di Hera spa – ha indicato la dirigente d’azienda Monica Mondardini (nativa di Cesena) a rappresentare il Comune nel cda di Hera spa.
La nomina avverrà durante la prossima assemblea dei soci di Hera convocata per il 29 aprile 2020, avente come odg l’approvazione del bilancio 2019 e il rinnovo delle cariche (cda e collegio sindacale).
Monica Mondardini è donna di potere: attualmente a.d. di CIR cioè Compagnie Industriali Riunite della famiglia De Benedetti, ex a.d. della controllata GEDI gruppo editoriale; ex amministratore di Atlantia e Trevi Finanziaria Industriale spa. Ha anche avuto un ruolo fondamentale nella cessione di Cassa Risparmio Cesena a Credit Agricole Italia.
Non ha mai chiarito pubblicamente il suo ruolo nell’intera e controversa operazione di acquisizione da parte di Credit Agricole Italia della nostra storica banca locale, che ha subìto un crac micidiale cinque anni fa. Al momento è anche amministratore di Crédit Agricole S.A., la società che coordina le strategie del gruppo bancario francese.
Perché le poltrone nel cda di Hera spa sono molto ambite?
Il presidente esecutivo del cda di Hera (verrà riconfermato il bresciano Tomaso Tommasi di Vignano, che guida Hera fin dalla nascita nel 2002) si porta a casa 558.000 euro l’anno.
L’amministratore delegato (verrà riconfermato l’udinese Stefano Venier, in Hera dal 2004) ha emolumenti pari a 578.000 euro l’anno.
I restanti membri del cda (sono in totale undici) ricevono ogni anno 60.000 euro, di cui 40.000 per partecipare a una decina di sedute al massimo all’anno del cda, ciascuna durata in media 2 ore e 40 minuti. Un compenso pertanto da 25 euro al minuto. Dai, niente male.
La manager Monica Mondardini sostituisce Giorgia Gagliardi, come rappresentante del Comune di Cesena nel cda di Hera. E ieri Giorgia Gagliardi – indicata in Hera dall’ex sindaco Paolo Lucchi – è stata ringraziata dal neo sindaco Enzo Lattuca con una frase fatta, di circostanza, «per l’impegno e la professionalità dimostrati in questi anni».
Sarebbe interessante capire quale sia stato questo impegno: ha fatto ben due mandati, è stata in Hera per ben 6 anni (dal 2014 ad oggi) ma di lei non abbiamo alcun ricordo di interventi pubblici o di proposte-idee in merito ai servizi ambientali gestiti da Hera. Vuoto pneumatico di proposte pubbliche.
Giorgia Gagliardi è stata componente “invisibile” di Hera spa, Hera Servizi Energia srl, Hera Luce srl. È bene sapere che Giorgia Gagliardi (che appunto nel 2014 andò a sostituire nel cda l’iper politicizzato piddino Roberto Sacchetti, in cda di Hera dal 2002 al 2014, dipendente pubblico della Regione, ex Genio Civile, ora presidente di Start Romagna) venne indicata dall’ex sindaco del PD Paolo Lucchi – che ora è a.d. di Federcoop Romagna, struttura di riferimento di Legacoop Romagna per i servizi alle imprese – per mera appartenenza politica al PD, non per riconosciuta competenza. Giorgia Gagliardi era la fidanzata di Matteo Brighi, braccio destro dell’ex sindaco Paolo Lucchi.
Donna di partito dunque (l’egemone partito-azienda PD): prima consigliere comunale a Fusignano, poi consigliere provinciale a Ravenna, poi vicesindaco a Fusignano; ha svolto attività presso la Cooperativa Muratori & Cementisti – C.M.C. di Ravenna – della Lega delle Cooperative.
Il fidanzato di Giorgia Gagliardi è appunto Matteo Brighi, direttore di produzione del Consorzio di cooperative Formula Ambiente, della Lega delle Cooperative, uomo di fiducia dell’ex sindaco Paolo Lucchi. Matteo Brighi è consigliere del Comitato Amministrativo del Consorzio di Bonifica della Romagna su volontà dell’ex sindaco di Cesena Paolo Lucchi.
Collateralismo plateale, rapporto di reciproco fiancheggiamento fra mondo politico del PD e mondo imprenditoriale ed economico della Lega delle Cooperative.
Cosa volete di più dalla vita? Continuate a sostenere e a votare il PD. Vi meritate tutto questo.
Fonte
Il PD è davvero “meraviglioso” nel continuare a detenere il controllo degli autentici centri di potere – come Hera – del territorio regionale (e non solo).
Hera è il gruppo industriale – circa 9.000 dipendenti – che, con 7,4 miliardi di euro di fatturato nel 2019, domina i settori dei servizi pubblici locali di acqua, rifiuti, gas, energia, illuminazione pubblica in 330 Comuni, servendo 4,3 milioni di cittadini-clienti in Emilia-Romagna, Marche, Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Toscana.
Con la nascita di Hera nel 2002, poi quotata in borsa nel 2003, la qualità dei servizi ambientali erogati è peggiorata, le tariffe dei servizi sono aumentate. La società è gestita sulla base di interessi prettamente economici e finanziari, facendo business sull’attività di incenerimento dei rifiuti.
Hera è un colosso utile ai Comuni enti soci, ai quali Hera fornisce cospicui dividendi necessari per le casse municipali (nel 2019 l’utile netto girato agli azionisti è stato di 385 milioni di euro).
Enzo Lattuca, sindaco del Comune di Cesena – uno degli undici membri del cda di Hera spa – ha indicato la dirigente d’azienda Monica Mondardini (nativa di Cesena) a rappresentare il Comune nel cda di Hera spa.
La nomina avverrà durante la prossima assemblea dei soci di Hera convocata per il 29 aprile 2020, avente come odg l’approvazione del bilancio 2019 e il rinnovo delle cariche (cda e collegio sindacale).
Monica Mondardini è donna di potere: attualmente a.d. di CIR cioè Compagnie Industriali Riunite della famiglia De Benedetti, ex a.d. della controllata GEDI gruppo editoriale; ex amministratore di Atlantia e Trevi Finanziaria Industriale spa. Ha anche avuto un ruolo fondamentale nella cessione di Cassa Risparmio Cesena a Credit Agricole Italia.
Non ha mai chiarito pubblicamente il suo ruolo nell’intera e controversa operazione di acquisizione da parte di Credit Agricole Italia della nostra storica banca locale, che ha subìto un crac micidiale cinque anni fa. Al momento è anche amministratore di Crédit Agricole S.A., la società che coordina le strategie del gruppo bancario francese.
Perché le poltrone nel cda di Hera spa sono molto ambite?
Il presidente esecutivo del cda di Hera (verrà riconfermato il bresciano Tomaso Tommasi di Vignano, che guida Hera fin dalla nascita nel 2002) si porta a casa 558.000 euro l’anno.
L’amministratore delegato (verrà riconfermato l’udinese Stefano Venier, in Hera dal 2004) ha emolumenti pari a 578.000 euro l’anno.
I restanti membri del cda (sono in totale undici) ricevono ogni anno 60.000 euro, di cui 40.000 per partecipare a una decina di sedute al massimo all’anno del cda, ciascuna durata in media 2 ore e 40 minuti. Un compenso pertanto da 25 euro al minuto. Dai, niente male.
La manager Monica Mondardini sostituisce Giorgia Gagliardi, come rappresentante del Comune di Cesena nel cda di Hera. E ieri Giorgia Gagliardi – indicata in Hera dall’ex sindaco Paolo Lucchi – è stata ringraziata dal neo sindaco Enzo Lattuca con una frase fatta, di circostanza, «per l’impegno e la professionalità dimostrati in questi anni».
Sarebbe interessante capire quale sia stato questo impegno: ha fatto ben due mandati, è stata in Hera per ben 6 anni (dal 2014 ad oggi) ma di lei non abbiamo alcun ricordo di interventi pubblici o di proposte-idee in merito ai servizi ambientali gestiti da Hera. Vuoto pneumatico di proposte pubbliche.
Giorgia Gagliardi è stata componente “invisibile” di Hera spa, Hera Servizi Energia srl, Hera Luce srl. È bene sapere che Giorgia Gagliardi (che appunto nel 2014 andò a sostituire nel cda l’iper politicizzato piddino Roberto Sacchetti, in cda di Hera dal 2002 al 2014, dipendente pubblico della Regione, ex Genio Civile, ora presidente di Start Romagna) venne indicata dall’ex sindaco del PD Paolo Lucchi – che ora è a.d. di Federcoop Romagna, struttura di riferimento di Legacoop Romagna per i servizi alle imprese – per mera appartenenza politica al PD, non per riconosciuta competenza. Giorgia Gagliardi era la fidanzata di Matteo Brighi, braccio destro dell’ex sindaco Paolo Lucchi.
Donna di partito dunque (l’egemone partito-azienda PD): prima consigliere comunale a Fusignano, poi consigliere provinciale a Ravenna, poi vicesindaco a Fusignano; ha svolto attività presso la Cooperativa Muratori & Cementisti – C.M.C. di Ravenna – della Lega delle Cooperative.
Il fidanzato di Giorgia Gagliardi è appunto Matteo Brighi, direttore di produzione del Consorzio di cooperative Formula Ambiente, della Lega delle Cooperative, uomo di fiducia dell’ex sindaco Paolo Lucchi. Matteo Brighi è consigliere del Comitato Amministrativo del Consorzio di Bonifica della Romagna su volontà dell’ex sindaco di Cesena Paolo Lucchi.
Collateralismo plateale, rapporto di reciproco fiancheggiamento fra mondo politico del PD e mondo imprenditoriale ed economico della Lega delle Cooperative.
Cosa volete di più dalla vita? Continuate a sostenere e a votare il PD. Vi meritate tutto questo.
Fonte
25/07/2017
L’acqua che manca, perché è “privata”
Il tormentone dell’estate vive su una coppia di note: gli incendi e la siccità. Non fa una piega, vista la relazione strettissima tra la scarsità delle seconda e il dilagare dei primi. Ma la relazione più stretta è con un altro fenomeno, che pure passa come assolutamente positivo, chiamato privatizzazioni.
Ci siamo occupati del peso negativo delle privatizzazioni sulla diffusione degli incendi (http://contropiano.org/news/politica-news/2017/07/18/incendi-ovunque-lombra-del-business-dello-spegnimento-privatizzato-094048), aggravato dalla scelta renziana di abolire il Corpo Forestale, assorbito dai Carabinieri, senza però affidarne le funzioni preventive ad altri organismi (i Vigili del fuoco, notoriamente, intervengono in condizioni di emergenza, post factum).
La siccità e il rifornimento idrico, invece, a prima vista non presentano un rapporto stringente con la privatizzazione. In fondo, “se non piove, c’è meno acqua”, no?
Vero. Ma come viene trattenuta, conservata, distribuita l’acqua che cade dal cielo durante l’anno? E anche quella delle sorgenti naturali, la cui disponibilità dipende comunque (su tempi molto più lunghi) dalle precipitazioni?
Nonostante un referendum vinto contro la privatizzazione dell’acqua, bene pubblico essenziale per definizione, gran parte del patrimonio idrico del paese è gestito da società private o con “spirito privatistico” (obiettivo: fare profitto). Anche se la proprietà dell’acqua è pubblica, dunque, la sua gestione è di fatto privata.
Facciamo l’esempio di Roma, in questo momento al cento di servizi, approfondimenti, notiziari, reportage, ecc. La società che gestisce il rifornimento è l’Acea, che oltre la Capitale distribuisce acqua in diverse regioni italiane, coprendo un bacino di 8 milioni di utenti. Si tratta di una “partecipata” pubblica, con il 51% delle azioni in mano al Comune di Roma, il 23,33% in mano a Suez Sa (gruppo franco-belga che opera come una multinazionale), il 5% è dell’onnipresente Gaetano Caltagirone, e a seguire azionisti “diffusi”, visto che Acea è quotata in borsa. Questa condizione le impone di perseguire il massimo profitto possibile con l’unica finalità tipica di ogni società per azioni: distribuire il massimo dei dividendi possibili agli azionisti.
Acea è anche una società multiservizi. Oltre che di acqua, insomma, si occupa di energia, reti, ambiente. E’ nella sua tradizione storica, del resto, visto che il nome originario era Azienda Comunale Elettricità e Acque poi tramutato in Azienda Comunale Energia e Ambiente.
E’ una società sempre in attivo, non conosce crisi e distribuisce utili. Non vive insomma di contributi pubblici, anche se è stata messa in funzione con finanziamenti pubblici. Ciò nonostante, il governo e l’Unione Europea spingono per la completa privatizzazione; segno che l’“efficienza” è una scusa per riempire i notiziari, non un fine reale.
Tutto bene, dunque? No, perché l’acqua che arriva a Roma rappresenta poco più del 50% del quantitativo partito dalle sorgenti o dagli invasi. Oltre il 44%, infatti, si perde all’interno della rete di distribuzione, quasi un record nazionale (fanno peggio solo alcune città del Mezzogiorno). Logica e ideologia imprenditoriale vorrebbero che l’Acea provvedesse a sostituire le tubature semidistrutte dal tempo e dall’usura, ma si guarda bene dal farlo. Interviene – e non sempre – solo là dove si crea un’emergenza, esplode un condotto o viene tranciato nel corso di lavori stradali.
Perché?
Per salvaguardare profitti e dividendi, vien da pensare. In fondo la materia prima è pubblica (l’acqua in questo caso), non deve essere prodotta e sgorga naturalmente dalla sorgenti. L’unico invaso da cui viene prelevata acqua per Roma è – ormai lo sanno tutti – il lago di Bracciano, che comunque fornisce una percentuale risibile del totale distribuito nella Capitale. In genere fino a 1.800 litri al minuto. Mentre dall’acquedotto del Peschiera (Cittaducale, in provincia di Rieti) arriva l’85% del totale. Le altre vie di rifornimento sono l’Appio-Alessandrino (che disseta i quartieri a Sud-Sud Est e Ostia) e l’Acqua Marcia.
Una riduzione delle perdite, insomma, permetterebbe di evitare o ridurre al minimo “stati di crisi” come quello di questi giorni, che ha certamente a monte una stagione eccezionalmente siccitosa.
E invece cosa accade?
La Regione Lazio (a guida Pd) dispone la chiusura dell’acquedotto dal lago di Bracciano. Che lo faccia per ragioni ambientali (il livello è effettivamente sceso ai livelli di guardia) o politiche (mettere in difficoltà la giunta comunale grillina e parecchio incompetente), o collegando furbescamente entrambe le cose, è in fondo secondario. Non è infatti da Bracciano che dipende il rifornimento di Roma.
La giunta Raggi prima decide di chiudere 30 “nasoni” al giorno, a turno. Una presa per i fondelli, visto che le classiche fontanelle romane – da cui esce acqua 24 ore su 24 – sono 2.500. Se ci aggiungiamo poi le grandi fontane storiche (da quella di Trevi in giù), si vede in un attimo che era stata una decisione solo pubblicitaria, ma di nessun effetto concreto. Si sarebbe risparmiata più acqua dotando i “nasoni” di un rubinetto...
Poi – dopo la decisione di Zingaretti su Bracciano – ha disposto un razionamento assolutamente drastico: 8 ore al giorno di sospensione della fornitura negli appartamenti, a partire da venerdì 28 luglio. Neanche fossimo nel Sahara o in piena catastrofe; in fondo l’85% viene dal Peschiera che, pur cominciando a soffrire, garantisce ancora ampiamente la sua parte... Anche qui, il sospetto che il Comune grillino abbia voluto, altrettanto furbescamente, “rispondere” alla provocazione della Regione piddina è forte. Ma neanche questo appare importante, né risolutivo. Solo un po’ stupido...
Il problema vero è che nessuno – né la regione, né il Comune di Roma – pretende dall’Acea di fare quel che qualsiasi fornitore di un bene pubblico dovrebbe fare senza che neanche gli venga chiesto: ristrutturare la rete idrica, ridurre velocemente le perdite, trovare soluzioni-tampone per superare le difficoltà (non ancora “emergenza”). Usando l’attivo di bilancio, certificato e consistente.
Ma guai a disturbare il distributore di dividendi! Meglio usare la crisi per puntare alla privatizzazione (Pd e radicali, con l’appoggio delle destre) e, en passant, raccogliere qualche risultato polemico-politico.
Intanto, il profitvero obiettivo dei gestori “privatistici” dell’acqua è stato esplicitato dal presidente dell’associazione che li riunisce. Ha spiegato al Tg3 – non contraddetto – che le vie per migliorare le strutture di rifornimento idrico sono tre: investimenti pubblici (per ammodernare le reti), finanziamenti pubblici (direttamente alle società di gestione) e aumento delle tariffe. Meglio se tutti e tre insieme, così le società possono fare profitti migliori e – forse, un giorno, ma non c’è certezza – concedere un rifornimento più stabile.
Ci vogliono svuotare il portafoglio prendendoci per sete. Più che un business, è una rapina...
Fonte
23/06/2015
La lobby delle multiutility
Marco Bersani - www.attac.it
“Siamo l’ultimo paese sovietico d’Europa”; con queste parole Erasmo D’Angelis, capo dell’unità di missione Italiasicura e rappresentante del Governo Renzi, ha salutato il battesimo di Utilitalia, la nuova associazione dei gestori di servizi pubblici locali, nata dalla fusione di Federambiente e di Federutility.
“Dobbiamo passare da circa 1.500 società partecipate a 20 società regionali per la gestione dei rifiuti, 5 grandi player per il servizio idrico integrato, 3 per la distribuzione del gas e 4 per il trasporto pubblico locale. Settore quest’ultimo che va inserito subito in Utilitalia, perché sarà il primo a bandire le gare per affidare la gestione dei servizi”. Ecco scodellato in tre righe il programma del governo, naturalmente non discusso in nessuna sede con i cittadini, gli enti locali e le comunità territoriali, bensì annunciato di fronte alla nuova holding dei gestori. Anche perché, ai cittadini D’Angelis e Renzi dovrebbero spiegare che ne è della vittoria referendaria del giugno 2011, con la quale 27 milioni di italiani avevano sancito la gestione pubblica, partecipativa e senza profitti dell’acqua e dei beni comuni.
Un programma di governo portato avanti a colpi di normative (SbloccaItalia, Legge di stabilità, disegno di legge Madia) e con l’utilizzo del patto di stabilità interno come arma contro i cittadini, consentendo ai sindaci di poter utilizzare e spendere le somme ricavate dalla privatizzazione dei servizi pubblici locali.
“L’obiettivo di queste fusioni e incorporazioni sarà l’innalzamento dello standard di qualità dei servizi e la riduzione dei costi per i cittadini” ha chiosato il presidente di Utilitalia Giovanni Valotti, trovando l’immediato consenso del presidente dell’Autorità per l’energia Guido Bortoni – il cui stipendio, giova ricordare, è pagato dalle medesime società di servizi – e del Ministro per la pubblica amministrazione Marianna Madia.
Occorre forse qui ripetere un semplice ragionamento, che si pensava, dopo un referendum, di non dover più riprendere. Dentro quest’idea di privatizzazione e di finanziarizzazione dei servizi pubblici locali, vogliono lor signori dirci una volta per tutte da dove proverranno i profitti per le grandi multiutility che tutto gestiranno?
Perché a noi risulta che nel caso della gestione dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia, ovvero di tutti i beni comuni, il profitto sia concretamente ottenibile solo ed esclusivamente da cinque possibili fattori:
a) la riduzione del costo del lavoro, attraverso la diminuzione dell’occupazione e la precarizzazione dei contratti;
b) la riduzione degli investimenti, come già sperimentato nell’ultimo decennio di gestioni attraverso SpA;
c) la riduzione della qualità del servizio, con meno manutenzioni, controlli etc.;
d) l’aumento delle tariffe, che infatti salgono esponenzialmente;
e) l’aumento dei consumi della risorsa.
Tutti fattori in diretto contrasto con l’interesse generale e che si realizzano puntualmente in ogni processo di privatizzazione. Quanto al mantra dell’economia di scala, anche i sassi ormai sanno che, oltre una certa soglia (300.000 abitanti, salvo realtà urbane metropolitane), la scala più ampia produce esattamente disservizi e diseconomie.
Territorio per territorio, comunità locale per comunità locale, occorre opporsi a questo disegno, rivendicando la riappropriazione sociale dei beni comuni, della ricchezza collettiva e della democrazia dal basso come condizioni per un altro modello sociale.
Bisogna riprendersi il comune per riprendersi i Comuni.
20 giugno 2015
Fonte
“Siamo l’ultimo paese sovietico d’Europa”; con queste parole Erasmo D’Angelis, capo dell’unità di missione Italiasicura e rappresentante del Governo Renzi, ha salutato il battesimo di Utilitalia, la nuova associazione dei gestori di servizi pubblici locali, nata dalla fusione di Federambiente e di Federutility.
“Dobbiamo passare da circa 1.500 società partecipate a 20 società regionali per la gestione dei rifiuti, 5 grandi player per il servizio idrico integrato, 3 per la distribuzione del gas e 4 per il trasporto pubblico locale. Settore quest’ultimo che va inserito subito in Utilitalia, perché sarà il primo a bandire le gare per affidare la gestione dei servizi”. Ecco scodellato in tre righe il programma del governo, naturalmente non discusso in nessuna sede con i cittadini, gli enti locali e le comunità territoriali, bensì annunciato di fronte alla nuova holding dei gestori. Anche perché, ai cittadini D’Angelis e Renzi dovrebbero spiegare che ne è della vittoria referendaria del giugno 2011, con la quale 27 milioni di italiani avevano sancito la gestione pubblica, partecipativa e senza profitti dell’acqua e dei beni comuni.
Un programma di governo portato avanti a colpi di normative (SbloccaItalia, Legge di stabilità, disegno di legge Madia) e con l’utilizzo del patto di stabilità interno come arma contro i cittadini, consentendo ai sindaci di poter utilizzare e spendere le somme ricavate dalla privatizzazione dei servizi pubblici locali.
“L’obiettivo di queste fusioni e incorporazioni sarà l’innalzamento dello standard di qualità dei servizi e la riduzione dei costi per i cittadini” ha chiosato il presidente di Utilitalia Giovanni Valotti, trovando l’immediato consenso del presidente dell’Autorità per l’energia Guido Bortoni – il cui stipendio, giova ricordare, è pagato dalle medesime società di servizi – e del Ministro per la pubblica amministrazione Marianna Madia.
Occorre forse qui ripetere un semplice ragionamento, che si pensava, dopo un referendum, di non dover più riprendere. Dentro quest’idea di privatizzazione e di finanziarizzazione dei servizi pubblici locali, vogliono lor signori dirci una volta per tutte da dove proverranno i profitti per le grandi multiutility che tutto gestiranno?
Perché a noi risulta che nel caso della gestione dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia, ovvero di tutti i beni comuni, il profitto sia concretamente ottenibile solo ed esclusivamente da cinque possibili fattori:
a) la riduzione del costo del lavoro, attraverso la diminuzione dell’occupazione e la precarizzazione dei contratti;
b) la riduzione degli investimenti, come già sperimentato nell’ultimo decennio di gestioni attraverso SpA;
c) la riduzione della qualità del servizio, con meno manutenzioni, controlli etc.;
d) l’aumento delle tariffe, che infatti salgono esponenzialmente;
e) l’aumento dei consumi della risorsa.
Tutti fattori in diretto contrasto con l’interesse generale e che si realizzano puntualmente in ogni processo di privatizzazione. Quanto al mantra dell’economia di scala, anche i sassi ormai sanno che, oltre una certa soglia (300.000 abitanti, salvo realtà urbane metropolitane), la scala più ampia produce esattamente disservizi e diseconomie.
Territorio per territorio, comunità locale per comunità locale, occorre opporsi a questo disegno, rivendicando la riappropriazione sociale dei beni comuni, della ricchezza collettiva e della democrazia dal basso come condizioni per un altro modello sociale.
Bisogna riprendersi il comune per riprendersi i Comuni.
20 giugno 2015
Fonte
25/09/2014
Decreto "Sblocca Italia", un ritorno al passato verso la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni
Solo venerdì è stato pubblicato il testo del cosiddetto decreto "Sblocca Italia". Ci sono voluti quasi 15 giorni prima che venisse alla luce essendo stato licenziato nel Consiglio dei Ministri del 29 Agosto scorso. Un lungo travaglio che, però, non è servito per migliorarne il contenuto.
Anzi si tratta di un provvedimento che segnala un deciso cambio di fase nelle politiche governative costruendo un piano complessivo di aggressione ai beni comuni tramite il rilancio delle grandi opere, misure per favorire la dismissione del patrimonio pubblico, l'incenerimento dei rifiuti, nuove perforazioni per la ricerca di idrocarburi e la costruzione di gasdotti, oltre a semplificare e deregolamentare le bonifiche. Ma ciò che, come Forum dei Movimenti per l'Acqua, c'interessa maggiormente evidenziare è la gravità di quelle norme che, celandosi dietro la foglia di fico della mitigazione del dissesto idrogeologico (Capo III, art. 7), mirano di fatto alla privatizzazione del servizio idrico. Infatti, con questo decreto si modifica profondamente la disciplina riguardante la gestione del bene acqua arrivando ad imporre un unico gestore in ciascun ambito territoriale e individuando, sostanzialmente, nelle grandi aziende e multiutilities, di cui diverse già quotate in borsa, i poli aggregativi. Ciò si configura come un primo passaggio propedeutico alla piena realizzazione del piano di privatizzazione e finanziarizzazione dell'acqua e dei beni comuni che il Governo sembra voler definire compiutamente con la Legge di Stabilità.
In questo provvedimento, probabilmente, verranno inserite quelle norme, in parte già presenti nelle prime versioni del decreto circolate all'indomani del Consiglio dei Ministri di fine agosto, volte a imporre agli Enti Locali la collocazione in borsa delle azioni delle aziende che gestiscono servizi pubblici, oltre a quelle che costringono alla loro fusione e accorpamento secondo le prescrizioni previste dal piano sulla “spending review”. Si arriverebbe, addirittura, a costruire un vero e proprio ricatto nei confronti degli Enti Locali i quali, oramai strangolati dai tagli, sarebbero spinti alla cessione delle loro quote al mercato azionario per poter usufruire delle somme derivanti dalla vendita, che il Governo pensa bene di sottrarre alle tenaglie del patto di stabilità. Con il decreto “Sblocca Italia” si svelano, dunque, le reali intenzioni del Governo, ovvero la diretta consegna dell'acqua e degli altri servizi pubblici locali agli interessi dei grandi capitali finanziari. Infatti, la strategia governativa, pur ammantandosi della propaganda di riduzione degli sprechi e dei costi della politica mediante lo slogan “riduzione delle aziende da 8.000 a 1.000”, non garantirà certamente l'interesse collettivo ma solo quello economico e di massimizzazione dei profitti delle grandi aziende multiutilities che già gestiscono acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale.Come Forum dei Movimenti per l'Acqua intendiamo denunciare con forza la gravità di questo provvedimento che si pone esplicitamente in contrasto con la volontà popolare espressa con il referendum del 2011 e dichiariamo sin da subito che ci mobiliteremo per contrastare il tentativo di privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni, anche rilanciando un nuovo modello di pubblico che guardi alla partecipazione diretta della cittadinanza alla gestione come elemento qualificante e realmente innovativo.
Roma, 16 Settembre 2014.
Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
25 settembre 2014
http://www.acquabenecomune.org/
Fonte
Anzi si tratta di un provvedimento che segnala un deciso cambio di fase nelle politiche governative costruendo un piano complessivo di aggressione ai beni comuni tramite il rilancio delle grandi opere, misure per favorire la dismissione del patrimonio pubblico, l'incenerimento dei rifiuti, nuove perforazioni per la ricerca di idrocarburi e la costruzione di gasdotti, oltre a semplificare e deregolamentare le bonifiche. Ma ciò che, come Forum dei Movimenti per l'Acqua, c'interessa maggiormente evidenziare è la gravità di quelle norme che, celandosi dietro la foglia di fico della mitigazione del dissesto idrogeologico (Capo III, art. 7), mirano di fatto alla privatizzazione del servizio idrico. Infatti, con questo decreto si modifica profondamente la disciplina riguardante la gestione del bene acqua arrivando ad imporre un unico gestore in ciascun ambito territoriale e individuando, sostanzialmente, nelle grandi aziende e multiutilities, di cui diverse già quotate in borsa, i poli aggregativi. Ciò si configura come un primo passaggio propedeutico alla piena realizzazione del piano di privatizzazione e finanziarizzazione dell'acqua e dei beni comuni che il Governo sembra voler definire compiutamente con la Legge di Stabilità.
In questo provvedimento, probabilmente, verranno inserite quelle norme, in parte già presenti nelle prime versioni del decreto circolate all'indomani del Consiglio dei Ministri di fine agosto, volte a imporre agli Enti Locali la collocazione in borsa delle azioni delle aziende che gestiscono servizi pubblici, oltre a quelle che costringono alla loro fusione e accorpamento secondo le prescrizioni previste dal piano sulla “spending review”. Si arriverebbe, addirittura, a costruire un vero e proprio ricatto nei confronti degli Enti Locali i quali, oramai strangolati dai tagli, sarebbero spinti alla cessione delle loro quote al mercato azionario per poter usufruire delle somme derivanti dalla vendita, che il Governo pensa bene di sottrarre alle tenaglie del patto di stabilità. Con il decreto “Sblocca Italia” si svelano, dunque, le reali intenzioni del Governo, ovvero la diretta consegna dell'acqua e degli altri servizi pubblici locali agli interessi dei grandi capitali finanziari. Infatti, la strategia governativa, pur ammantandosi della propaganda di riduzione degli sprechi e dei costi della politica mediante lo slogan “riduzione delle aziende da 8.000 a 1.000”, non garantirà certamente l'interesse collettivo ma solo quello economico e di massimizzazione dei profitti delle grandi aziende multiutilities che già gestiscono acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale.Come Forum dei Movimenti per l'Acqua intendiamo denunciare con forza la gravità di questo provvedimento che si pone esplicitamente in contrasto con la volontà popolare espressa con il referendum del 2011 e dichiariamo sin da subito che ci mobiliteremo per contrastare il tentativo di privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni, anche rilanciando un nuovo modello di pubblico che guardi alla partecipazione diretta della cittadinanza alla gestione come elemento qualificante e realmente innovativo.
Roma, 16 Settembre 2014.
Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua
25 settembre 2014
http://www.acquabenecomune.org/
Fonte
29/08/2014
Renzi peggio di Berlusconi: beni comuni quotati in borsa per legge
Renzi
peggio di Berlusconi. Se quest’ultimo, non più tardi di due mesi dalla
straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011, aveva
provato a rimettere in campo l’obbligatorietà della privatizzazione dei
servizi pubblici locali (bocciata l’anno successivo dalla Corte
Costituzionale), Renzi con il “pacchetto 12” contenuto nello “Sblocca Italia” fa molto di più.
Questa volta non si parla “solo” di privatizzazione, bensì di obbligo alla quotazione in Borsa:
entro un anno dall’entrata in vigore della legge, gli enti locali che
gestiscono il trasporto pubblico locale o il servizio rifiuti dovranno
collocare in Borsa o direttamente il 60%, oppure una quota ridotta, a
patto che privatizzino la parte eccedente fino alla cessione del 49,9%.
Se non accetteranno
il diktat, entro un anno dovranno mettere a gara la gestione dei
servizi; se soccomberanno otterranno un prolungamento della concessione
di ben 22 anni e 6 mesi!
Come già Berlusconi, anche Renzi si mette la foglia di fico di non nominare l’acqua
fra i servizi da consegnare ai capitali finanziari; ma, a parte il
fatto che il referendum non riguardava solo l’acqua, bensì tutti i
servizi pubblici locali, è evidente l’effetto domino del provvedimento,
sia sulle società multiutility che già oggi gestiscono più servizi
(acqua compresa), sia su tutti gli enti locali che verrebbero
inevitabilmente spinti a privatizzare tutto, anche per poter usufruire
delle somme derivanti dalla cessione di quote, che il Governo pensa bene
di sottrarre alle tenaglie del patto di stabilità.
Nel pieno della crisi sistemica, ecco dunque il cambio di verso dello scattante premier: non
più l’obsoleta privatizzazione dei servizi pubblici locali, bensì la
loro diretta consegna agli interessi dei grandi capitali finanziari,
che da tempo attendono di poter avviare un nuovo ciclo di
accumulazione, attraverso “mercati” redditizi e sicuri (si può vivere
senza beni essenziali?) e gestiti in condizione di monopolio assoluto
(per un solo territorio vi è un solo acquedotto, un solo servizio
rifiuti).
Da queste norme,
traspare in tutta evidenza l’idea non tanto dell’eliminazione del
“pubblico” – quello è bene che rimanga, altrimenti chi potrebbe
organizzare il controllo sociale autoritario delle comunità? – bensì
della sua trasformazione da erogatore di servizi e garante di diritti,
con un’eminente funzione pubblica e sociale, in veicolo per l’espansione
della sfera d’influenza degli interessi finanziari sulla società.
Naturalmente, è
ancora una volta la Cassa Depositi e Prestiti ad essere utilizzata per
questo enorme disegno di espropriazione dei beni comuni: come già per la
dismissione del patrimonio pubblico degli enti locali, è già allo
studio un apposito fondo per finanziare anche la privatizzazione dei
servizi pubblici locali.
Emerge, oggi più che
mai, la necessità di una nuova, ampia e inclusiva mobilitazione
sociale, che deve assumere la riappropriazione della funzione pubblica e
sociale dell’ente locale come obiettivo di tutti i movimenti in lotta
per l’acqua e i beni comuni, e di una nuova finanza pubblica e sociale, a
partire dalla socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti.
E, poiché il disegno
di espropriazione dei servizi pubblici locali viene portato avanti con
il pieno consenso dell'Anci, espresso a più riprese dal suo Presidente
Piero Fassino, una domanda sorge spontanea: non è il momento per i molti
Sindaci che ancora non hanno abdicato al proprio ruolo di primi garanti
della democrazia di prossimità per le comunità locali, di iniziare a
ragionare su un'aggregazione alternativa degli enti locali, fuori e
contro un Anci al servizio dei poteri forti?
Marco Bersani (Attac Italia)
04/07/2014
Bologna: 1500 tonnellate di rifiuti tossici sepolti sotto agli uffici di Hera?
Un brillante esempio di disastro ambientale e sociale sta venendo a galla nel centro di Bologna.
Sotto la sede storica di Hera, in viale Berti Pichat, un pacchetto completo di 1500 tonnellate di rifiuti tossici pericolosi, probabile suolo e falda fortemente inquinati è stato venduto a un costruttore ferrarese lo scorso maggio, per meno di 40 milioni di euro, dalla multiutility Hera, a cui tre milioni di persone si affidano per la fornitura di acqua e gas, e per lo smaltimento rifiuti.
Talmente efficiente, Hera, che è riuscita a chiudere con bilanci in attivo anche in tempi di crisi, aumentando anche il numero di dipendenti. Talmente efficiente che negli ultimi 10 anni, dopo il ritrovamento di due vasche piene di cianuri, sofocianuri, catrami e naftalene usati un tempo per lavare il carbon fossile, sono riusciti a tenere il segreto con la complicità delle varie amministrazioni, magistrature e servizi di vigilanza, fino a sbarazzarsene con un atto di compravendita a buon mercato.
Li ci sono «due vasche non previste… dove c’è della robaccia»… «diversa rispetto a quello che abbiamo fino ad adesso», che trovano di solito, dice uno di loro. I funzionari parlano di «roba nera molto densa» e di «blocchi di materiale argilloso blu» che «puzzano terribilmente… c’hanno un mucchio di problemi», al punto che non possono aprire le vasche. Perché il puzzo anche con un «incenerimento in discarica» si sentirebbe a distanza di chilometri, sintetizza la Finanza.
A parte il fatto che i rifiuti tossici, in quanto tali, sono soggetti a specifiche procedure di smaltimento e che non possono essere semplicemente inceneriti (soprattutto quelli che liberano sostanze volatili pericolose e cancerogeni!), la malsana strategia di vendere la patata bollente a qualche privato è una delle cose moralmente e socialmente infami di questa storia.
La storia è presto detta: nel 2008 erano state ritrovate nell'area in questione (una vecchia officina che distillava carbon fossile per la produzione di gas), alcune vasche di residui usati nella lavorazione. Il tentativo di sbarazzarsene senza affrontare i costi della bonifica, ne quelli dello smaltimento è finito sotto inchiesta. Il tempo intanto passa, e dopo 3 anni, il giudice archivia e dichiara il “non luogo a procedere”. I rifiuti tossici restano quindi dove sono.
Oggi una nuova inchiesta si apre, perché la vendita del terreno di Hera a C. Sallustrio, imprenditore ferrarese, sa di “frode e truffa aggravata”. Questi, avrebbe dovuto costruire, col consenso del comune di Bologna, che non poteva essere ignaro di quanto avveniva, la nuova sede direzionale della multiutility, nonché uno studentato per giovani aspiranti laureati (menti fresche, e ancora sane!), e un parco giochi per bambini (il che sembra un diabolico progetto di controllo demografico peraltro non necessario!).
E invece Sallustrio si trova inguaiato con la prescrizione della Conferenza dei servizi di Bologna di una bonifica ingente ed estesa a tutta l’area almeno fino al 2017. Ovviamente per ora non è dato sapere se queste vasche siano ancora in Berti Pichat, se siano sparite e dove siano sparite, e ovviamente la Regione non ha ancora avuto il tempo di rispondere con la verifica della pericolosità dell’area. Il cianuro persiste nel suolo? O può volatilizzare in aria? O può forse essere lisciviato in falda ed essere trasportato allegramente nella ricca campagna bolognese? E il naftalene? Molto verosimilmente e scientificamente, questo avviene. Di certo questi siti possono essere bonificati, ma è ancora più certo che se le “buone amministrazioni” democratiche preferiscono incassare in silenzio e con la truffa, piuttosto che la salute pubblica, servirà ben altro che un articolo su questo giornale per ripristinare il diritto alla salute di chi lavora oggi in quella zona, di chi ci abita, di chi potrebbe abitarci e di chi potrebbe andarci a giocare.
Fonte
03/04/2013
Flop rigassificatore Olt: Iren ed E.On lo mettono in vendita. Ma a Livorno tutto tace...
Le istituzioni livornesi continuano, con
l'appoggio del fedele quotidiano locale, a fantasticare sopra le
opportunità del rigassificatore Olt e proseguono a fare operazioni di
facciata presentando le briciole di progetti e convenzioni fra Olt e
amministrazione, come grandi ricadute. Come ormai scriviamo da mesi, il
rigassificatore è una palla al piede per chi ci ha investito e
presto lo diventerà anche per il nostro territorio. La fine degli
incentivi pubblici, il ridimensionamento del ruolo strategico del gas
naturale liquido e la difficoltà di reperirlo stanno diventando ostacolo
per molti rigassificatori e per quello di Livorno in particolare. Il
governo ha inoltre detto che non autorizzerà più nessun progetto
riguardante rigassificatori sul territorio italiano.
Proponiamo di seguito un articolo uscito questa mattina sul Secolo XIX di Genova (sui quotidiani livornesi invece tutto tace...) che segue altri che abbiamo già commentato e che definivano il rigassificatore un incubo, specialmente per la multiutility genovese che ci ha investito.
red. 2 aprile 2013
RIGASSIFICATORE OLT: Iren ed E.On alzano bandiera bianca
Genova - A meno di tre mesi dal
previsto arrivo del rigassificatore Fsru Toscana al largo della costa di
Livorno, Olt Offshore Lng (controllata da Iren ed E.On con il 46,7%
ciascuna) abdica alla gestione dell’impianto e decide di mettere in
vendita l’intera capacità di rigassificazione della ex nave norvegese
Golar. Detto in altri termini, Olt non è più interessata ad alimentare
l’impianto direttamente, ma ha deciso di “affittarlo” ad altri
operatori.
La procedura pubblica di
cessione della capacità è stata avviata ieri. L’azienda conferma la
notizia, spiegando di vendere «tutta la capacità del terminale a tutti
gli operatori interessati». In base alle richieste che arriveranno,
saranno definiti i «programmi di utilizzo».
Costato
tra gli 830 milioni di euro (dato ufficiale, ma risalente al 2009) e
il miliardo di euro, il terminale di Livorno ha una capacità di
rigassificazione annua pari a 3,75 miliardi di metri cubi di gas
naturale ed è il secondo in Italia per dimensione dopo quello di
Rovigo. Il rigassificatore è in grado di ricevere navi metaniere «tra i
65mila e i 155mila metri cubi di capacità di trasporto», si legge nel
documento, e conta su una capacità di stoccaggio pari a 135mila metri
cubi.
Ad oggi, e come messo in luce dal Secolo XIX
lo scorso 13 marzo, la società governata dagli amministratori delegati
Peter Carolan (E.On) e Valter Pallano (Iren) continua a non essere
nelle condizioni di alimentare l’impianto, non avendo siglato contratti
di fornitura di gas naturale liquido né spot né di lungo termine. Olt
conferma, ribadendo le argomentazioni che già due settimane fa aveva
espresso a questo giornale. E cioè che le «forniture spot» negli ultimi
anni «si sono rivelate più economiche dei classici contratti di lungo
periodo». La società si era anche detta, lo ribadisce, «in grado di
cogliere le opportunità di mercato che si verificheranno».
Ma
in attesa di cogliere le future «opportunità di mercato», Carolan e
Pallano alzano bandiera bianca, abdicando all’utilizzo del terminale e
mettendo sul mercato l’intera capacità di rigassificazione di un
impianto costato un decennio di lavoro e un investimento quasi
certamente superiore agli 830 milioni di euro dichiarati a suo tempo:
dal 2009 ad oggi si è infatti reso necessario correggere errori
progettuali (come per esempio il sistema di ancoraggio e l’impianto di
vaporizzazione) e di costruzione.
Autorizzato
dal ministero nel 2006, Fsru Toscana ha accumulato anni di ritardo
(avrebbe dovuto entrare in esercizio entro il 30 giugno 2011) ed è
stato inaugurato lo scorso febbraio a Dubai. Al momento si trova ancora
presso i cantieri arabi Drydocks World, dopo peraltro esserci arrivato
quattro anni fa (giugno 2009). La società ha spiegato che si stanno
«espletando le ultime operazioni di collaudo onshore prima della
partenza». L’arrivo in Italia è previsto entro il prossimo giugno,
l’entrata in esercizio nel terzo trimestre dell’anno, in tempo utile
per afferrare la stagione fredda 2013-2014. Il fatto singolare è che
Olt aveva chiesto e ottenuto l’esenzione di accesso a terzi per il 100%
della capacità (potrebbe cioè utilizzare l’impianto in via esclusiva):
il mutato scenario e la difficoltà a reperire gas naturale liquefatto
sul mercato deve aver fatto maturare nel vertice questa netta
inversione di strategia. Non più un impianto da utilizzare in via
esclusiva, dunque, bensì un impianto da “affittare” completamente a
terzi.
I soggetti potenzialmente
interessati ad acquistare la capacità del rigassificatore di Livorno
sono le grandi compagnie petrolifere del mondo: British Petroleum,
Shell, Total, Gaz de France. La caccia a eventuali compratori di
capacità dell’impianto è stata aperta con procedura pubblica. Da ieri
sono disponibili sul sito internet della società le informazioni sul
terminale utili per avviare, «con decorrenza prevista dal 1° luglio
2013, la procedura pubblica di offerta di capacità di rigassificazione
ai soggetti interessati, su base trasparente e non discriminatoria,
tale da garantire la libertà di accesso a parità di condizioni». I
dettagli di tale procedura saranno meglio chiariti «in un secondo
momento», ma si stima che la procedura «debba concludersi per la metà
del mese di luglio 2013».
GILDA FERRARI
tratto da http://shippingonline.ilsecoloxix.it - 2 aprile 2013
Quello di Livorno è uno dei tanti frutti marci nati dalla totale assenza di una politica energetica nazionale (ve li ricordate gli allarmi che produssero un paio d'inverni un po' più freddi della norma e gli scazzi tra Gazprom e Ucrania per il transito del gas dalla Russia all'Europa?) che s'è tramutata in una gara alla speculazione sull'onda dei finanziamenti pubblici e della nascita di quelle idrovore pubbliche che sono le "multiutility".
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