Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Rigassificatori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rigassificatori. Mostra tutti i post

09/08/2022

Indipendenza energetica ed altre panzane

di Alexik

Le coste del Bel Paese stanno per circondarsi di nuovi rigassificatori, che si aggiungeranno a quelli già esistenti a Panigaglia, Livorno e Porto Viro.

Nuovi progetti infrastrutturali per la ricezione del Gas Naturale Liquefatto (GNL) incombono sui territori terrestri e marini di Piombino, Ravenna, Porto Empedocle, Porto Vesme, Porto Torres, Oristano, Brindisi, Falconara e Gioia Tauro.

Un coro di governanti o aspiranti tali, di industriali e pennivendoli esorta queste nuove “zone di sacrificio” dell’economia fossile ad immolarsi con gioia in nome della sicurezza nazionale e dell’indipendenza energetica della patria.

Oh, l’indipendenza energetica!!!

Al solo nominarla il cuore trepida di fiero orgoglio!

Del resto, mai nella storia della Repubblica le nostre politiche energetiche si sono dimostrate così indipendenti, così libere da ogni condizionamento, così immuni da ogni pressione come in questi ultimi mesi. Talmente libere che sembra di essere tornati ai tempi della “caduta accidentale” dell’aereo di Enrico Mattei (con la differenza che oggi di Mattei nessuno aspira ad emulare la statura, forse per evitare spiacevoli infortuni).

La proliferazione di nuovi impianti per la ricezione del GNL interessa non solo le coste italiane ma quelle dell’intera Unione Europea, ed è un processo in atto da alcuni anni sotto la spinta di due dinamiche simultanee, interconnesse e convergenti. La prima – promossa dai vertici dell’Unione Europea – è la dinamica di costruzione di un “mercato europeo del gas” in chiave neoliberista.

La seconda è figlia delle strategie adottate dagli U.S.A. per frenare il declino della propria egemonia.

Ci soffermeremo su entrambi gli aspetti, prima di approfondire gli impatti climatici, ambientali, sulla salute e sulla sicurezza che il ciclo del GNL comporta.

Neoliberismo energetico

La creazione di un mercato europeo dell’energia e di un mercato europeo del gas nel segno della libera concorrenza affonda le sue radici negli anni ’90 del secolo scorso, nel contesto del processo di liberalizzazione dei mercati energetici che ha rappresentato il naturale proseguo della distruzione dei monopoli pubblici dell’energia, imposta dal Trattato di Maastricht[1].

È con il nuovo millennio che si assiste però ad una accelerazione.

Nel 2007 la Commissione Europea delinea nel documento “An energy policy for Europe”[2] la strategia per la costruzione di un effettivo Mercato Interno dell’Energia. Negli anni successivi ne seguiranno altri, tutti imperniati sugli stessi assiomi:

– L’assioma che identifica la competitività del mercato come strada maestra per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e la sostenibilità climatica.

– L’assioma secondo cui la sicurezza degli approvvigionamenti energetici verrebbe assicurata tramite la proliferazione di nuovi impianti, reti, hub, creati dagli operatori sotto la spinta del profitto. Profitto che gli Stati non devono permettersi di moderare tramite tariffe regolamentate dell’energia, perché tale intervento costituirebbe un freno agli investimenti in nuove infrastrutture (sarà in nome di questo assioma se ancor oggi i vertici europei evitano accuratamente di porre un tetto al prezzo del gas?).

– L’assioma secondo cui un mercato del gas concorrenziale contribuirebbe a mantenere basso il prezzo delle importazioni.

– L’assioma che attribuisce la volatilità dei prezzi dell’energia e le tendenze al rialzo alla “progressiva concentrazione delle riserve di idrocarburi in poche mani”, e che identifica la soluzione nella diversificazione delle forniture, da ottenere attraverso la creazione di nuovi hub del gas, nuovi gasdotti, nuovi stoccaggi e nuovi terminali di gas naturale liquefatto.

La proliferazione di nuovi terminal per il GNL viene definita strategica per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento “fondamentale sia per la sicurezza energetica che per la competitività”[3].

E di conseguenza, le infrastrutture per il gas naturale liquefatto da allora proliferano: dal 2013 ad oggi l’Unione Europea ha finanziato, sostenuto, o inserito nei Progetti di Interesse Comune la costruzione di nuovi terminal in Italia (FSRU OLT Oshore LNG Toscana), Lituania (FSRU Independence), Francia (Dunkerque LNG Terminal), Polonia (Swinoujscie LNG Terminal), Malta (Delimara LNG terminal), Grecia (Revithoussa LNG Terminal, Alexandroupolis LNG Terminal), Croazia (Krk LNG terminal), Spagna (LNG terminal a Tenerife e Gran Canaria), Cipro (Cyprus LNG terminal), Svezia (Gothenburg LNG terminal), Irlanda (Shannon LNG Terminal).

Oggi è sotto gli occhi di tutti come tutta questa proliferazione di impianti non abbia affatto “ridotto la volatilità dei prezzi e dell’aumento dei prezzi sui mercati internazionali dell’energia”, forse perché i prezzi del gas seguono tutt’altre dinamiche.

Come ci spiegava ReCommon nove anni fa, in Europa convivono due modelli diversi di mercato del gas:
“A un estremo vi è quello “finanziarizzato” inglese, dove per permettere nuovi meccanismi di mercato per la definizione del prezzo del gas e la creazione di una borsa del gas naturale si è adottato un principio che si basa sul suo transito attraverso diversi hub, o nodi della rete, e in ciascuno di questi il prezzo viene definito quasi istantaneamente dalle transazioni di vendita e acquisto. Conseguentemente, si è potuto sviluppare un mercato dei prodotti finanziari collegati al gas, inclusi i prodotti derivati, così come succede a livello mondiale per il greggio. Tale approccio è seguito anche da Olanda e Belgio.

All’altro estremo troviamo l’Italia, dove il mercato del gas è fortemente pianificato e su cui operano ancora pochi operatori, solamente energetici. Il prezzo del gas è deciso principalmente tramite gli accordi di import siglati bilateralmente dalle società con i vari paesi esportatori (per esempio l’Eni con la Gazprom russa). Inoltre, gli impianti di stoccaggio sono utilizzati solamente per esigenze fisiche e strategiche della rete e non per altre finalità speculative.

In questo modo non è possibile creare una borsa del gas naturale che definisca in ogni istante il suo prezzo variabile e questo di conseguenza sottostà agli accordi internazionali e al ruolo giocato dall’Authority per l’energia elettrica e il gas (AEEG) per quel che riguarda il prezzo finale al consumatore”[4]
L’eliminazione progressiva delle forniture dalla Russia – erogate prevalentemente via gasdotto e regolate tramite accordi bilaterali di lungo periodo – che rappresentavano quasi la metà (il 45% nel 2021) delle importazioni di gas dell’Unione Europea, lascia un enorme spazio per l’espansione del modello finanziarizzato del mercato del gas.

Un modello che da mesi sta producendo i suoi frutti avvelenati, descritti da Mario D’Acunto in una intervista del 14 marzo a Radio Onda d’Urto[5]:
“In questo momento la speculazione evidente sul prezzo dei combustibili fossili nasce dal gioco che stanno facendo sia le grandi banche sia i grandi operatori – le grandi industrie che trattano gas e petrolio – e soprattutto gli hedge fund. Sono loro che stanno gonfiando il prezzo dei carburanti, dei combustibili fossili perché la finanza innesca un meccanismo che difficilmente può essere controllato.

Questo perché in questo momento il costo del gas e del petrolio è estremamente volatile.

Nel momento in cui c’è la volatilità di una commodity come i combustibili fossili, i grandi fondi di investimento hanno gioco facile. Se pensiamo che il costo del gas durante la pandemia, quando stavamo tutti a casa, era 6 o 7 euro per MWh, oggi c’è una oscillazione nell’arco di una sola giornata di 100 euro per MWh.

Questo perché fondamentalmente i soggetti commerciali che trattano gas, petrolio e carbone sono costretti a vendere molto spesso nell’arco della giornata sotto la forza delle oscillazioni di queste commodities.

I grandi fondi di investimento sono quelli che in qualche modo decidono poi il prezzo che possono applicare.

Per esempio una cosa incredibile, su cui Cingolani è intervenuto, è che il prezzo del gas aumenta sia per i soggetti che comprano mesi prima, in previsione dell’utilizzo, sia negli hub di compravendita giornaliera, come l’hub di Amsterdam, che è fatto da circa 200 soggetti, di cui una metà sono commerciali, che sono quelli che vivono comprando e vendendo gas e petrolio, e gli altri sono soggetti speculatori, che in questo modo definiscono il prezzo di queste commodities sul mercato.

Quindi è questa estrema volatilità dovuta alla guerra e dovuta alla post pandemia, che in qualche modo permette una speculazione finanziaria accesa, senza controllo, del prezzo del gas e del petrolio”.
Speculazione che determina il prezzo del gas al consumatore finale a prescindere da quello di acquisto da parte dei vari operatori, generando extraprofitti stratosferici per le compagnie dei combustibili fossili.


In pratica, tornando al tema dell’indipendenza energetica, per non dipendere da Putin siamo finiti in balìa dei mercati finanziari.

L’enfasi sullo sviluppo del mercato del GNL è funzionale a questo tipo di scenario.

Le metaniere viaggiano prevalentemente sulla base di contratti spot, a brevissimo termine, soprattutto da quando gli Stati Uniti sono diventati il maggior esportatore mondiale di gas naturale liquefatto.

Sono l’emblema del libero mercato. A differenza dei gasdotti che hanno la strada segnata, le metaniere seguono il denaro, cioè la rotta del prezzo più alto, a volte invertendola ignorando gli impegni contrattuali, se conviene. È il caso della metaniera British Listener, “partita dal terminale Freeport LNG, vicino a Houston, il 21 marzo e diretta in Asia attraverso il canale di Panama, prima di tornare indietro il 1° aprile attraversando le chiuse in direzione opposta per dirigersi verso l’Europa e i suoi prezzi più elevati”[6].

Checché ne dica la Commissione Europea, gli investimenti sul GNL sono l’antitesi dell’affidabilità e continuità dell’approvvigionamento energetico, a meno che – come sta succedendo – gli importatori non si rendano disponibili a garantire remunerazioni più alte, innescando una concorrenza al massacro fra i vari mercati e rafforzando la spirale al rialzo dei prezzi.

È in nome della speculazione, dunque, che si sta chiedendo alle città prescelte come sedi dei nuovi rigassificatori, di accettare impianti devastanti per il clima, per l’ambiente, la salute, la sicurezza e le attività umane. (Continua)

Note

1) Sulla vicenda delle privatizzazioni degli anni ’90 in Italia e sul ruolo del Trattato di Maastricht si rimanda alla sintetica ed utile ricostruzione di Simona Tarzia (Svenduta. Il lungo “Black Friday” delle privatizzazioni in Italia, su fivedabliu.it, 19/02/19), che ci rammenta il ruolo di vari personaggi ancora in giro: Mario Draghi, Giuliano Amato, Romano Prodi, Massimo D’Alema. Enrico Letta lo ritroviamo invece nella seconda fase della svendita all’incanto: Privatizzazioni, Letta annuncia piano da 12 miliardi. Sul mercato Eni e Fincantieri, Il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2013.

2) Communication from the Commission to the European Council and the European Parliament, An energy policy for Europe, 2007, pp.28.

3) European Commission – Fact Sheet, Lo stoccaggio di gas naturale e gas liquefatto rafforzerà la sicurezza energetica dell’U.E.

4) ReCommon, In gas we trust. Perché la finanza pubblica crede nei rigassificatori, 2013, p.4.

5) Di crisi energetica e speculazione economica, l’approfondimento con Mario D’Acunto, Radio Onda d’Urto, 14 marzo 2022. Mario D’Acunto è autore di Capitalismo, finanza, riscaldamento globale. Transizione ecologica o transizione al socialismo?, marzo 2022.

6) Mathias Reymond, Pierre Rimbert, Chi sta vincendo la guerra dell’energia?, in Le Monde Diplomatique, giugno 2022, p. 15.

Fonte

26/03/2022

Il gas che non ci sarà

Siamo alla canna del gas. Anzi no, assicura Mario Draghi. “Sostituiremo il gas russo in breve tempo, anche perché gli Stati Uniti ce ne venderanno 15 miliardi di metri cubi quest’anno, con la promessa di arrivare a 50 entro il 2030”.

Chiacchiere, propaganda di guerra allo stato puro. Come facciamo a dirlo? Facendo due conti, facili facili.

Al momento l’Europa consuma 390 miliardi di metri cubi di gas l’anno; ne compra dalla Russia ben 155. Con i 15 miliardi sostitutivi ci ricarichiamo gli accendini e poco altro.

Ci sarebbe anche da dire che il gas naturale che arriva via tubo costa abbastanza poco (i contratti con la Russia sono a lungo termine, le oscillazioni di prezzo avvengono dopo e più lentamente, non come sul mercato ‘spot’), mentre il gnl proveniente dagli Stati Uniti costerà molto di più.

Problema politico a parte (il guadagno è tutto per gli americani), c’è anche un problema di infrastrutture molto serio. Come scrive IlFatto, “I tre rigassificatori in attività [in Italia, ndr] hanno una capacità complessiva di 15,3 miliardi di metri cubi, che potrebbero salire a 20 se Snam riesce ad aggiudicarsi un terminale galleggiante (come hanno già fatto Germania e Olanda). Il problema però è la carenza di materia prima…. Per aggiudicarsi il Gnl non vincolato a contratti di lungo periodo ci sarà concorrenza tra Paesi”.

Sul piano della “comunicazione” o dell’ideologia tutto sembra facile (questo al posto di quest’altro, no?), sul piano pratico bisogna fare invece i conti con il quanto e il come.

Dove si trova tutto quel gas? Quanto costa? Come lo facciamo arrivare (non ci sono gasdotti possibili con Usa, Qatar, Emirati, ecc.; solo con l’Algeria ne esiste già uno)?

Il Gnl viaggia su nave, arriva nel giro di settimane invece che immediatamente. Quando la nave arriva deve trovare un rigassificatore funzionante, e non ce ne sono molti in Europa, perché il gas russo, norvegese e algerino arrivavano (e arrivano) molto più comodamente. Ed anche perché a nessuno piace vivere con un impianto a rischio esplosione sotto casa.

Ora, insomma, bisognerebbe costruirne molti e rapidamente. Negli anni scorsi “il ministero dello Sviluppo ha autorizzato altri tre progetti per altrettanti terminali a Falconara Marittima (Api Nòva Energia), Gioia Tauro (MedGasTerminal, participate da Iren e Sorgenia), con una capacità di 12 miliardi di metri cubi l’anno, e Porto Empedocle (Enel), 8 miliardi di metri cubi l’anno”.

Ma alla decisione non è seguita la costruzione, perché – come detto – la situazione di mercato rendeva quei progetti non remunerativi.

Ma anche ammesso che si possano ora costruire in tempi rapidi (e sarebbe una stranezza, in Italia) resta il problema di dove trovare il gas. I fornitori esistenti hanno già impegni su contratti di lungo periodo, e una scarsa possibilità di aumentare la produzione, oltretutto velocemente.

Come spiega Gionata Picchio, vicedirettore de La staffetta quotidiana (giornale online dedicato alle fonti di energia, di proprietà dell’Eni), “Gli Usa nel medio periodo possono sicuramente accrescere l’offerta (hanno in cantiere più del 50% dell’incremento produttivo alle viste nei prossimi anni a livello globale), così come il Qatar, che ha annunciato di voler portare la produzione da 77 milioni di tonnellate l’anno a 126 entro il 2027”.

Ma l’offerta “resterà limitata fino al 2025”, perché ogni fornitore ha contratti già siglati e non può ovviamente venir meno agli impegni con le controparti per dirottare Gnl verso l’Europa.

Chiaro?

Traduciamo: bisogna solo sperare che Mosca non chiuda i rubinetti prima che tutto questo gigantesco progetto di ridisegno delle forniture di gas cominci a diventare concreto. Logica politica seria vorrebbe che si abbassassero i toni, che si aumentasse la capacità negoziale, ecc. E invece persino a Draghi scappa di dire – ammettere – che “siamo in guerra”, dunque non c’è spazio per l’intelligenza.

Anche perché neanche questa situazione straordinaria ha fatto cambiare la scala di priorità nella difesa degli interessi dei singoli paesi. Il lungo Consiglio Europeo di ieri non è arrivato a conclusioni unitarie sulla proposta di porre un tetto al prezzo del gas (unificando gli acquisti come Unione Europea), perché i paesi del Nord – che si servono soprattutto del gas norvegese – non sono d’accordo.

Men che meno lo possono essere gli stessi norvegesi, che nell’attuale situazione di mercato vedono volare i profitti delle loro compagnie estrattive: 150 miliardi in più, come rivelato dallo stesso Draghi.

“I profitti del governo della Norvegia sono stati 150 miliardi di dollari in questi ultimi mesi, per un Paese di 5 milioni di abitanti. Quindi questo dimostra l’entità straordinaria dei profitti e spiega anche la loro resistenza a un price cap che finirebbe per diminuire ma tutt’altro che annullare i loro profitti”.

Con tali squali alla guida della UE c’è solo da essere preoccupati, altro che “andrà tutto bene”...

Fonte

16/06/2017

Il rigassificatore se ne va? I tedeschi di Uniper annunciano la vendita agli EmiratiIl rigassificatore se ne va? I tedeschi di Uniper annunciano la vendita agli Emirati

Il sito specializzato Lngworldshipping.com ha annunciato che il rigassificatore di Livorno presto tornerà nei cantieri di Dubai per subire alcune modifiche e poi sarà riposizionato a Sharjah negli Emirati Arabi Uniti

L’articolo non lascia interpretazioni in merito: “Il rigassificatore FRSU Toscana situato a 22 km dalla costa livornese sarà noleggiato (charter) e ricollocato (redeploy) a Sharjah negli Emirati Arabi Uniti. Una dichiarazione clamorosa del responsabile Uniper per il medioriente John Roper. L’articolo però menziona solo le dichiarazioni dei tedeschi che detengono solo il 48,24% del terminale. Infatti OLT Offshore LNG Toscana S.p.A. detiene la proprietà del Terminale galleggiante di rigassificazione “FSRU Toscana” ma questa società è anche partecipata al 49,07% di IREN (quelli che detengono anche il 40% di Asa spa) e il 2,64% di Golar Lng. Cosa dicono gli altri soci? Probabilmente sono d’accordo visto che IREN aveva già più volte dichiarato pubblicamente di volersi disfare del rigassificatore (Iren vende il rigassificatore Olt), un investimento disastroso (è pressoché fermo da quando è stato ancorato 5 anni fa) alleviato solo dal fatto che con le nostre bollette paghiamo decine di milioni di euro ai proprietari perché la legge prevede che debba fare incassi anche se non lavora (Report smaschera il rigassificatore: inutile, costoso e pagato con le nostre bollette). Le ultime tendenze finanziarie danno il settore del gas naturale liquido come prodotto in ascesa e quindi si sono affacciati i compratori. Ma il vero motivo potrebbe essere che dopo la rottura delle petromonarchie arabe con il Qatar, gli Emirati vogliano mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti con una infrastruttura diversificata in più.

Insomma, per noi niente di nuovo. Ma la situazione va monitorata per vedere quali strascichi lascia questa opera che al territorio non ha portato niente se non impatto ambientale, polemiche e bollette gonfiate.

Redazione, 15 giugno 2017

Di seguito l’articolo di Lngworldshipping tradotto

*****

Sharjah noleggia FSRU Toscana per importare il suo primo LNG


L’unità di stoccaggio e rigassificazione galleggiante con sede in Italia, FSRU Toscana, sarà riposizionata in Medio Oriente dopo una riparazione a Dubai Drydocks. Lo ha annunciato l’azionista di OLT Offshore Toscana, Uniper.

Il responsabile del Medio Oriente di Uniper Global Commodities, John Roper, ha annunciato la mossa in un’intervista pubblicata ieri da CPI Financial. La nave FRSU Toscana subirà “modifiche” quest’anno a Dubai Drydocks, ha detto Roper, per poi prendere i primi carichi di LNG di Sharjah ad inizio del 2019.

Sharjah sta consolidando i propri progetti per l’importazione di gas per la produzione di energia, per diventare il terzo stato all’interno degli Emirati Arabi Uniti (UAE) ad unirsi al club degli importatori LNG e per schierare il quarto FSRU del paese.

Questa settimana, la Sharjah National Oil Corporation (SNOC) ha firmato un accordo di vendita gas con l’autorità per l’energia elettrica e l’acqua di Sharjah (SEWA) per fornire gas naturale a tre centrali SEWA.

Nel mese di ottobre, il SNOC ha firmato un accordo con Uniper e Sharjah Petroleum Council per l’importazione di GNL attraverso il porto di Hamriya situato nella costa ovest dell’UAE.

SNOC e Uniper hanno costituito una joint venture per importare fino a 4 milioni di tonnellate all’anno di GNL a partire dal 2019. Uniper consegnerà LNG alla FSRU, da ormeggiare a Hamriyah per pompare gas nella griglia naturale.

Il sig. Roper ha detto a CPI Financial: “Per il progetto di importazione di LNG Sharjah, Uniper, come ingegnere proprietario per SNOC, garantirà la tempestiva messa in servizio del progetto. Uniper si baserà sulle sue conoscenze locali UAE, dopo aver modificato con successo il peschereccio italiano FSRU Toscana con Dubai Drydocks nel 2016.

“Il mandato di Uniper comprenderà la progettazione e la costruzione dell’impianto di importazione di LNG di Sharjah. Uniper garantirà soluzioni di spedizione competitive e affidabili per il progetto.

“Uniper sarà anche responsabile dell’approvvigionamento e dell’offerta di GNL a prezzi competitivi nel corso della durata di 10 anni del progetto, per garantire forniture ininterrotte di gas ai clienti proiettati”.

FSRU Toscana importa LNG per l’Italia OLT Offshore Toscana, una joint venture tra Uniper Global Commodities, il Gruppo Iren e la Golar Offshore Toscana Ltd. La FSRU è ormeggiata a 22 km in mare aperto, tra Livorno e Pisa, fornendo annualmente circa 3,75 miliardi di LNG, circa il 4 per cento delle esigenze del gas italiano.

LNG World Shipping ha invitato sia Uniper che OLT Offshore Toscana a commentare l’annuncio del sig. Roper. Non è chiaro quali accordi l’Italia farà, se del caso, per sostituire l’unica FSRU.

Annunciando l’accordo con SEWA, l’amministratore delegato di SNOC, Hatem al-Mosa, ha dichiarato che il progetto mira a “chiudere il gap di domanda di approvvigionamento di gas a Sharjah e gli emirati settentrionali, con spazio di espansione per sostenere la domanda di energia in tutto il paese per molti anni a venire” .

15 giungo 2017

Fonte

15/03/2016

Nel 2015 80 milioni di soldi pubblici al rigassificatore Olt: ecco il documento della Aeegsii

Pioggia di milioni su OLT, che paghiamo noi

Dopo i 45 milioni di euro ricevuti dal governo per il 2013/14, arrivano altri 80 milioni per il 2015 al rigassificatore OLT con la Determinazione del 26 febbraio 2016, n. 7/2016 dell’Autorità dell’energia elettrica e il gas “Nulla osta all’erogazione delle spettanze relative al fattore di copertura dei ricavi di competenza della società Olt offshore lng  Toscana s.p.a. per l’anno 2015” (vedi foto). In altre parole, paga il governo, cioè noi con la fiscalità generale e le bollette, la cattedrale della Meloria, che resta sistematicamente vuota. E’ un vero scandalo, che denunciamo con forza.

In una città come Livorno, dove si tagliano i fondi per il sociale, aumentano gli sfratti e il disagio abitativo, aumenta la disoccupazione  e si tagliano tutti i servizi, dalla sanità ai trasporti, si trovano oltre 80 milioni di euro per finanziare un’opera inutile e pericolosa come il rigassificatore OLT.

Olt riceve esattamente 80.378.834,72 euro per il 2015: dato che ha dichiarato di aver investito nel rigassificatore circa 900 milioni di euro, questa rendita, ottenuta senza fare niente, ammonta a quasi il 10% dell’investimento, una rendita che neanche  le banche più speculative riescono ad ottenere. Sono i miracoli dell’era Renzi-Merkel, dove si toglie drasticamente ai poveri e ai diritti sociali, per dare ai ricchi e alla speculazione. Niente di nuovo sotto il sole? No, questa è una novità, questo tipo di “incentivo”  era inedito e non ancora praticato da nessuno.

Chiediamo che il Comune di Livorno, le associazioni di difesa dei consumatori e le forze politiche democratiche (quali?) prendano una dura posizione contro questi abusi legalizzati, e chiedano al governo  di interrompere questi sostegni  indecenti. Anche per fermare la nuova speculazione – identica a quella di OLT – che si profila con il progetto del rigassificatore Edison a Rosignano.

Medicina Democratica, 11.3.2016

Fonte

14/01/2015

Rigassificatore Livorno, raddoppia peso su bollette: nel 2015 costerà 83 milioni

Nel 2015 il rigassificatore Olt di Livorno peserà sulle tasche dei consumatori quasi il doppio rispetto ai due anni precedenti. L’Autorità per l’energia e il gas ha stimato in 83 milioni di euro il “carico” sulle bollette del gas per il fattore di garanzia – in pratica una garanzia pubblica sui ricavi – concesso al terminale livornese destinato a riportare il gas liquido allo stato gassoso per poi immetterlo nella rete. Si tratta di circa un euro e 60 centesimi in più all’anno per consumatore tipo: per il 2013 e 2014 l’onere è stato 45 milioni.

L’impianto, controllato da Iren ed E.On, è stato infatti dichiarato dal governo “infrastruttura strategica” e, in questo modo, ha ottenuto appunto il diritto al “fattore di garanzia”. Cioè gode di una tariffa sicura anche in caso di inattività: gli eventuali mancati incassi vengono risarciti e il rischio di impresa si azzera. Il tutto viene finanziato appunto attraverso un aumento della bolletta del gas. Con la dichiarazione di strategicità dell’impianto, Olt ha inoltre messo a disposizione il suo impianto di qualsiasi nave metaniera pronta a scaricare il prodotto. Questo significa che il terminale può rimanere in funzione anche senza prenotazioni di carichi da rigassificare. Tutto ciò deve però ancora essere approvato dalla Commissione europea. Fino ad allora, il meccanismo non sarà operativo.

Così un gruppo di eurodeputati del Movimento 5 Stelle ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea per sapere come intenda procedere e chiedere l’apertura di un’indagine formale. Già a novembre alcuni senatori pentastellati avevano chiesto all’Antitrust italiana l’apertura di un’istruttoria per verificare eventuali “comportamenti lesivi di diritti ed interessi dei consumatori” e vigilare affinché il fattore di garanzia “non venga impiegato come un aiuto di Stato”.

Perlomeno, ora il rigassificatore non è vuoto: il primo gennaio sono stati scaricati circa 100mila metri cubi di Gnl. L’operazione fa seguito alla gara indetta da Olt nell’ambito della procedure per il servizio di peak shaving, una delle misure di emergenza decise dal governo per garantire la sicurezza del sistema gas: in caso di necessità il gas precedentemente scaricato e stoccato nei serbatoi del terminale può essere messo in rete con breve preavviso evitando picchi dei prezzi.

Fonte

05/01/2015

Rigassificatore OLT: la truffa dello stoccaggio strategico

Dalla stampa apprendiamo che il primo gennaio il rigassificatore di Livorno ha ricevuto 100mila m3 di gas liquido che stoccherà nei propri serbatoi nell’ambito, ci dicono, del piano di emergenza che il ministero dello sviluppo economico (MISE) ha organizzato per far fronte ad eventuali crisi nell’approvvigionamento del gas.

Occorre chiarire di cosa effettivamente si tratta.

Il GNL è stato scaricato dalla M/C LNG Leo, da tempo affittata dalla E.On, uno dei proprietari del rigassificatore di Livorno.

Ufficialmente il gas è stato introdotto da una società olandese, la Gunvor International Bv, uno dei maggiori trader mondiali di prodotti energetici. La Gunvor è una società molto “chiaccherata” poiché fino al marzo 2014, cioè fino a che non sono scattate le sanzioni contro la Russia per la crisi ucraina, era di proprietà di un noto oligarca russo Ghennadij Timchenko. Dopo l’inizio della crisi, Timchenko, notoriamente molto vicino a Putin, ha velocemente ceduto la sua quota di proprietà.

Il fatto che il trasporto sia stato fatto dalla LNG Leo, che aveva effettuato anche gli scarichi di prova dell’autunno scorso, lascerebbe intendere che il gas sia comunque di proprietà della E.On e che la Gunvor sia un'intermediaria, utilizzata per motivi che francamente ci sfuggono.

Ma, a parte il problema non secondario su chi effettivamente può aver avuto interesse a lasciare immobilizzati per tre mesi – il piano di emergenza prevede che lo stoccaggio termini il 31 marzo – 100mila m3 di gas, la questione centrale è un’altra: serve veramente questo stoccaggio agli interessi strategici dell’Italia?

Attualmente in Italia si consumano una media di 191 milioni (mln) di gas ogni giorno, con punte superiori d’inverno e inferiori d’estate. Il record è stato toccato nel dicembre 2010 quando si arrivò ad un massimo di 458 mln di m3 di gas (venerdì 17 dicembre). Considerato il calo verticale dei consumi di gas – oggi si utilizza tanto gas quanto nel 1998 – e la conseguente sovrabbondanza di gas in arrivo, è evidente che una crisi potrebbe avvenire solo in caso di un picco dei consumi dovuto ad una ondata eccezionale di freddo. Per far fronte a questi picchi i siti di stoccaggio italiani sono attualmente pieni al 97% della loro potenzialità, cioè l’Italia ha oggi 16 miliardi di m3 di gas di riserva.

Allora è lecito domandarsi (anche perché i media si guardano bene dal farsi questi “scomodi” interrogativi), in caso di crisi quale sarà il contributo dei 100mila m3 stoccati nel rigassificatore OLT di Livorno?

Due conti ci aiutano a comprendere: 100mila m3 di gas liquido sono pari a 60 mln di m3 di gas (la conversione è di 1 a 600, da li il vantaggio della liquefazione del gas per trasportarlo “compatto” via nave). Questo vuol dire che in caso di crisi e di punta dei consumi, poniamo, considerato il calo dei consumi, con punte di 350mln di m3, il gas stoccato nel rigassificatore di Livorno garantirà al massimo 1/6 del gas consumato per 1 giorno in Italia. Praticamente nulla!

Per questo "grande" contributo lo Stato italiano ha considerato il rigassificatore di Livorno “strategico” in modo da poter versare ai padroni della OLT 45 mln di euro ogni anno e per 20 anni, grazie all’aumento sulle bollette.

Questa storia dello “stoccaggio strategico” è quindi solo una buffonata che serve allo Stato italiano per giustificare il sussidio garantito ad un progetto fallimentare: dall’inizio ufficiale delle sue attività commerciali, 19 dicembre 2013, il rigassificatore di Livorno non ha immesso in rete un m3 di gas e senza la sovvenzione statale la E.On – che, sia detto per inciso, vuole abbandonare l’Italia ma non riesce a vendere la sua quota nella OLT perché nessuno la vuole – ma soprattutto la IREN, la società molto cara al braccio destro di Renzi, Del Rio, vedrebbero crescere la voragine di debiti creata dalla OLT.

Ma tanto, nel silenzio generale, paga Pantalone!

Per Senza Soste, Jack La Cayenne

5 gennaio 2015


Fonte

22/11/2014

Rigassificatore OLT, i 5 Stelle svelano i numeri: 45 milioni all'anno per rimanere vuoto


Dopo interrogazioni parlamentari e articoli di denuncia, il Movimento 5 Stelle porta fino in fondo la sua denuncia contro gli aiuti di Stato al Rigassificatore Olt di Livorno e presenta un esposto all'Antitrust chiedendo di vigilare e impedire che vengano dati arbitrariamente sussidi pubblici che rischiano di arricchire alcuni operatori e danneggiare i consumatori.

La vicenda è nota: il Ministero dello Sviluppo Economico ha riconosciuto l'impianto livornese come "infrastruttura strategica e indispensabile per la sicurezza del sistema nazionale del gas", concedendogli il diritto a una garanzia sui ricavi, il cosiddetto "fattore di garanzia". Parliamo di sussidi pari a 25 milioni di euro per il 2014 e 25 milioni per il 2015 destinati in sostanza ad un impianto che sino ad oggi non ha mai funzionato.

Infatti, tutti sanno che il Rigassificatore al largo delle coste di Livorno - il cui scopo è riportare il gas liquido (Gnl) allo stato gassoso per poi immetterlo nella rete nazionale - è un terminale di proprietà dei Gruppi E.ON, IREN, OLT Energy Toscana e GOLAN LNG destinato ad un servizio di 'peak shaving', ovvero ad operare solo nel caso di una punta eccezionale di richiesta di gas da parte del sistema. E infatti dal dicembre 2013 al settembre 2014 il terminale non ha rilasciato alcuna capacità (dati pubblicati da OLT Offshore LNG Toscana Spa), cioè non è mai entrato in funzione.

Eppure nei mesi scorsi il governo decide di concedergli un fattore di garanzia che gli assicura la copertura di una quota di ricavo. L'Autorità per l'energia elettrica e il gas dispone che l'onere in questione sia posto in capo al conto di gestione alimentare della componente tariffaria addizionale della tariffa di trasporto CVFG. Tradotto: il 'regalo' al Rigassificatore che non ha mai funzionato porterà ad un aumento delle tariffe di luce e gas, che i consumatori si ritroveranno dritti dritti in bolletta.

Per questo abbiamo chiesto all'Authority di vigilare sulla correttezza dell'applicazione del riconoscimento del fattore di garanzia a OLT Offshore LNG Toscana S.p.a., per il periodo 2013-2014, tenuto conto che dai dati del funzionamento dell'impianto si mostra palesemente l'inattività per l'anno 2013 e parte del 2014 facendo così mancare i presupposti richiesti per essere individuato come "infrastruttura strategica" e quelli per accedere conseguentemente al riconoscimento del fattore di garanzia. 

Abbiamo chiesto di vigilare affinché l'onere, stimabile pari a circa 45 milioni di euro, non pesi impropriamente sui costi sostenuti da parte dei consumatori nella bolletta energetica del gas anche in coerenza di un più generale obiettivo di ridurre la tariffa elettrica; e di vigilare affinché il fattore di garanzia riconosciuto non venga impiegato come un aiuto di Stato che favorisce un'impresa o minaccia di falsare la concorrenza secondo quanto disposto dal Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea; e che non si verifichino arricchimenti anomali da parte di taluni operatori a scapito di altri e, soprattutto, a scapito dei consumatori finali.

20 novembre 2014

Fonte

21/09/2014

Vertenza Livorno: "Le bugie sul risparmio in bolletta grazie al rigassificatore"

Apprendiamo dalla stampa che il rigassificatore della OLT è stata considerato dal governo “struttura strategica” con il susseguente riconoscimento di un rimborso pari al 64% del mancato introito nel caso l’impianto rimanga inoperoso.

Il viceministro dell’Economia, De Vincenti, ha difeso la scelta di sussidiare l’impianto di Livorno con il contributo che quest’ultimo darebbe al servizio di peak shaving, cioè grazie al fatto che il rigassificatore di Livorno, assieme agli altri due operanti in Italia, ha messo a disposizione del governo una parte consistente dei suoi serbatoi (d’altra parte, come noto, completamente vuoti) al fine di stoccarvi gas da impiegare in caso di crisi energetica. Questo, secondo De Vincenti, farebbe risparmiare circa 160 mln di euro l’anno, il doppio di quanto lo Stato verserà nelle esauste casse della OLT.

Il risparmio sarebbe dovuto al fatto che la OLT non farebbe gravare sul sistema gli oneri della non interrompibilità delle forniture del gas (70 mln) e quelli del mantenimento in stand by delle centrali ad olio (90 mln).

Francamente abbiamo molte difficoltà a comprendere gli argomenti del viceministro De Vincenti.

Il decreto del MiSE sul servizio di peak shaving è del 13 ottobre 2013; la OLT ha pubblicato sul suo sito il bando di gara per l’assegnazione dei serbatoi del rigassificatore il 6 dicembre; il bando è andato deserto. Vorremmo che De Vincenti spiegasse che contributo avrebbe potuto dare la OLT, con i propri serbatoi vuoti, ad una eventuale crisi.

De Vincenti sostiene che il risparmio per l’erario sarà di 160 mln di euro l’anno dovuti alla mancata messa in opera dei contratti che prevedono la interrompibilità dell’erogazione di gas alle grandi imprese e il mantenimento in stand by (cioè nell’eventuale attesa di messa in produzione in caso di crisi) di centrali ad olio combustibile. Ma questi contratti sono stati disdetti e le centrali sono state chiuse? Non ci sembra.

E ancora: che senso ha parlare di 160 mln di risparmi paragonando una uscita certa (80 mln di euro l’anno per il sussidio alla OLT) con entrate quanto meno incerte, tutte da dimostrare e comunque legate ad eventi (crisi energetiche) straordinari e non prevedibili?

Il viceministro ci comunica che il sussidio statale alla OLT da ricaricare nelle bollette degli italiani sarà pari a 80 mln di euro l’anno. Cioè il viceministro sa già che la OLT non tratterà gas anche nei prossimi anni? In pratica De Vincenti, molto candidamente, ci fa sapere che un impianto dotato di una tecnologia teoricamente sofisticata e mai testata, trattandosi del primo e unico del suo genere al mondo, verrà utilizzato (ma solo in caso di crisi) come sito di stoccaggio! C’è da rimanere allibiti di fronte a certi ragionamenti: lo Stato aumenterà le bollette del gas per ripagare un investimento faraonico, 900 mln di euro, che si ridurrà ad un sito di stoccaggio: allucinante!

Terminiamo con alcune domande anche se sappiamo bene che rimarranno senza risposta:

1) l'autorizzazione all'esercizio del rigassificatore è valida se questo viene utilizzato nel modo previsto dal progetto. Se cambia sensibilmente il modo di utilizzo, è ancora valida l'autorizzazione, visto il sorgere di nuovi problemi di sicurezza?

2) normalmente il gas si conserva (in caverne) allo stato gassoso; conservarlo allo stato liquido in serbatoi artificiali costa in quanto bisogna mantenere il gas a temperature molto basse. Quindi risulta poco conveniente conservarlo a lungo allo stato liquido: quanto costerebbe?

3) la conservazione a lungo del gas liquido in un serbatoio galleggiante, in un mare soggetto anche a forti burrasche come quello di Livorno può comportare rischi: come e quando questi rischi sono stati considerati dal Ministero?

Comitato contro il rigassificatore di Livorno
Vertenza Livorno
19/09/2014


Fonte

16/09/2014

Il rigassificatore Olt riconosciuto strategico: al via finanziamenti pubblici e bollette più care

La Reuters svela una notizia che si attendeva da mesi

Ora è ufficiale. La Reuters ha svelato che acune fonti hanno confermato la presenza del dossier che regalerebbe al rigassificatore OLT (e quindi alle società che lo detengono) una valanga di soldi da prendere dalle nostre bollette.

Oggi che il terminale della OLT giace inoperoso di fronte alle nostre coste, il progetto si mostra per quello che è sempre stato, cioè inutile perché di gas in Italia ne arriva fin troppo soprattutto oggi con la crisi economica e la concorrenza delle rinnovabili. Oltre ad essere pericoloso per i rischi di incidente e dannoso per l’ambiente. Eppure per anni i livornesi sono stati bombardati da una propaganda tesa a dipingere il terminale come un grande beneficio per la città. Salvataggio del Cantiere Navale, metanizzazione della centrale ENEL, benefici occupazionali, riduzioni della bollette del gas, compensazioni per sistemare lo stadio, tutte promesse rivelatesi con il passare del tempo per quello che erano: bugie.

Ecco di seguito la breve nota dell'agenzia.

*****

Italia riconosce rigassificatore "strategico"
lunedì 15 settembre 2014 18:11

ROMA, 15 settembre (Reuters) - Il ministero dello Sviluppo economico ha riconosciuto al rigassificatore galleggiante Olt (Offshore Lng Toscana), controllato da E.On e Iren e situato al largo di Livorno, la qualifica di infrastruttura strategica che dà diritto al riconoscimento di una tariffa sicura anche in caso di mancato riempimento dei serbatoi.

Lo riferiscono due fonti a conoscenza del dossier.

"Il 3 settembre è stato firmato il decreto", ha detto la prima fonte.

La seconda fonte dell'autorità dell'Energia spiega che il meccanismo proposto "è una garanzia di pagamento della tariffa che può arrivare al 64% nel caso in cui il serbatoio rimanesse completamente vuoto".

In caso di riempimento al 50% la società si vedrebbe riconosciuti ricavi sicuri per il 14%, pari alla differenza tra il livello di riempimento (50%) e il tetto del 64% fissato dall'autorità, ha spiegato ancora la fonte.

L'autorità ha previsto per l'infrastruttura Olt un livello di garanzia lievemente inferiore a quello generalmente riconosciuto alle opere classificate come strategiche. Questo perché la società aveva inizialmente richiesto una deroga dall'obbligo di cessione a terzi della capacità per poi ritornare sui propri passi e chiedere la qualifica di infrastruttura strategica.

(Alberto Sisto)

*****

Da parte nostra non possiamo che mettere di seguito tutti i link che parlano di questo ennesimo balzello messo per sostenere un progetto che per almeno 10 anni è stato definito da una parte di città "inutile, dannoso e pericoloso".

Fonte

14/05/2014

Report smaschera il rigassificatore: inutile, costoso e pagato con le nostre bollette

Lunedì sera Report ha mandato in onda un buon servizio sul rigassificatore di Livorno (guarda i 9 minuti del video).

soldi cessoIl servizio è stato senz'altro buono e ha colto uno dei tanti aspetti scandalosi della vicenda rigassificatore OLT. Noi non abbiamo, tuttavia, la certezza piena che ha la Gabbanelli sulla necessità di rigassificatori per differenziare le fonti di approvigionamento. Intanto partiamo dal presupposto che siamo contrari a impianti offshore per il grande impatto ambientale che hanno. A Rovigo i danni sono già evidenti e clamorosi. Secondo, al di là dei miti, l'Italia è il paese europeo con meno dipendenza dalla Russia (eccetto la Francia nucleare) e che differenzia già con Algeria, Libia e con la partecipazione a South Stream, oltre che con il progetto Tap che porterà il gas kasako in Puglia.

Che ci sarebbe stata la bolla si sapeva da anni, quando in Italia Prodi e Fassino dicevano che l'Italia doveva diventare un hub europeo del gas mentre i Tg facevano terrorismo verso la cittadinanza dicendo che saremmo rimasti al freddo.

Adesso, in mezzo ad una bolla esplosa e ad un mercato che dice che in Italia di gas ne arriva anche troppo (non solo per colpa della crisi ma anche per scelte sbagliate), cercano di rilanciare i rigassificatori con la storia del gas americano ottenuto da fracking ed esportabile in Europa. Nessuno dice però che l'eventuale Gnl ottenuto con il fracking ha costi di trasporto dagli Usa altissimi e oltretutto il rigassificatore di Livorno non è attrezzato per le meganavi che dovrebbero abbattere un po' i costi.

Che il rigassificatore OLT fosse un impianto pericoloso, inutile e dannoso, il Comitato No Offshore di Livorno lo dice da 10 anni. A questo dobbiamo aggiungere l'incompetenza nella progettazione (3 anni ai cantieri di Dubai fermo per problemi di progettazione) e la frittata è fatta: 900 milioni da sborsare dalle nostre tasche. E la classe politica livornese dovrebbe nascondersi per altri 10 anni dopo aver preso in giro la cittadinanza con promesse di falsi posti di lavoro e di bollette tagliate...

Ridurre i consumi, maggiore efficienza ed energie rinnovabili. Con tutti questi soldi buttati via si farebbe un bel passo avanti.

Redazione - 13 maggio 2014

04/04/2014

Il rigassificatore lo paghiamo noi

Dopo l’arroganza, il falso ottimismo e le bugie di manager e politici rimane l’unico fatto: il flop del rigassificatore lo troveremo in bolletta. Secondo Repubblica OLT riceverà con le nostre bollette dai 110 ai 90 milioni all’anno per 20 anni fino a pagamento dell’investimento

Giornalista: Se io fossi un livornese le direi: Sindaco, ma a me che me ne viene?

Cosimi: La possibilità di avere un abbattimento sulla questione della tariffa del gas, possibilità di vedere implementata l'occupazione a Livorno intorno alle duecento unità, possibilità di essere un punto tecnologico anche per chi fa questi serbatoi e per chi li manutiene…


In queste poche parole, riprese da una intervista rilasciata dal sindaco a Controradio nel marzo 2007, c’è il sunto di come la sedicente classe dirigente cittadina ha affrontato il problema rigassificatore: un misto di ignoranza, di arroganza, di ottimismo da due soldi, e soprattutto di bugie. Ignoranza di chi scambia un terminale di rigassificazione con la possibilità di avere l’energia (come se il gas fosse arrivato a Livorno per il territorio e non per essere messo in rete e quindi essere venduto magari agli austriaci o agli sloveni);

Il problema, però, non è solo Cosimi perché la questione rigassificatore mostra il fallimento di un’intera classe dirigente, di destra come di sinistra, sindacati e Confindustria, manager e giornalisti, con pochissime eccezioni, tutti intenti a fare business, sul rigassificatore come su decine di altre questioni, facendolo pagare alla città.

Oggi che il terminale della OLT giace inoperoso di fronte alle nostre coste, il progetto si mostra per quello che è sempre stato, cioè inutile perché di gas in Italia ne arriva fin troppo soprattutto oggi con la crisi economica e la concorrenza delle rinnovabili. Oltre ad essere pericoloso per i rischi di incidente e dannoso per l’ambiente. Eppure per anni i livornesi sono stati bombardati da una propaganda tesa a dipingere il terminale come un grande beneficio per la città. Salvataggio del Cantiere Navale, metanizzazione della centrale ENEL, benefici occupazionali, riduzioni della bollette del gas, compensazioni per sistemare lo stadio, tutte promesse rivelatesi con il passare del tempo per quello che erano: bugie.

Prendiamo ad esempio lo “sconto” sulle bollette, l’abbattimento citato da Cosimi nell’intervista a Controradio. Tutto nasce il 18 maggio 2004 quando Il Tirreno titola trionfalmente “Con l’off shore il gas costerà meno”, lo afferma Silvano Cinuzzi, presidente di ASA-TRADE nonché componente del consiglio di amministrazione della OLT. Cinuzzi precisa che “non si tratta di un semplice annuncio ma di un preciso impegno verso i cittadini”. Il suo obiettivo dichiarato è di partire con uno sconto del 10% per le famiglie livornesi e per tutta l’area. In realtà si tratta di una clamorosa bugia che i Comitati sputtaneranno in un loro documento del dicembre dello stesso anno. Cinuzzi riprende infatti un documento presentato dalla OLT a corredo della sua richiesta di autorizzazione, in quei mesi al vaglio delle autorità governative. Nel documento, realizzato da Dionisia Cazzaniga Francesetti, professore dell’Università di Pisa, si legge che la riduzione del 10% del prezzo del gas è “stimata dalla OLT”; la professoressa si guarda bene però dal quantificare un sicuro ribasso sia per le bollette livornesi che per le altre. Quindi una “stima” della OLT fatta diventare da politicanti e manager da due soldi una “certezza”, amplificata con la connivenza dei media cittadini al fine di creare un clima favorevole alla realizzazione del rigassificatore.

Oggi sappiamo che le bollette del gas non solo non diminuiranno ma aumenteranno, a Livorno come altrove, perché approfittando di una decisione del 2006 (governo Prodi) la OLT incasserà il sussidio statale garantito ai gestori di rigassificatori che rimangano inutilizzati. Secondo quanto riferisce Repubblica del 6/9/2013, la OLT starebbe per riscuotere «dai 110 ai 90 milioni all’anno per 20 anni (a decrescere) fino a pagamento dei 900 milioni dell’investimento». E questo senza ricevere una goccia di gas!

Inutile dire che quei soldi lo Stato se li prenderà aumentando le nostre bollette del gas. Una vergogna nazionale, se si pensa che i sussidi non andranno solo alla OLT ma anche alle società che gestiscono il terminale di Panigaglia (La Spezia), fermo da un anno, e di Rovigo, che oggi lavora a circa il 50% del suo potenziale.

La parola rigassificatore ormai crea imbarazzo nei palazzi, l’unico che ha provato a dire qualcosa, o meglio dare la colpa ad altri, è stato colui che ci ha lasciato tre giorni senza acqua: Fabio del Nista, presidente di Asa spa che ha un piedino del progetto con 5,08% del 46,79% in mano ad Iren. Proprio quel partner privato di cui Del Nista si lamenta perché della nostra acqua se ne frega e non fa investimenti. Ma come, i privati non erano quelli che dovevano migliorare il servizio? Tornando al rigassificatore, Del Nista dà la colpa a coloro che hanno fatto ritardare il progetto facendolo partire in un periodo sfavorevole. Forse Del Nista, quello per cui quando rimanemmo senza acqua in realtà non era successo nulla e non era colpa di nessuno, non si ricorda che l’autorizzazione al terminale OLT fu data nel febbraio 2006, che la nave Golar Frost (cioè il rigassificatore) era ormeggiata in Sudafrica nel 2008 ed è entrata nei cantieri di Dubai il 21 giugno 2009 per subire i lavori di conversione dove è rimasta per 4 anni a fronte dei 6 mesi previsti a causa dei problemi finanziari sia dei cantieri di Dubai stessi che della Saipem che doveva gestire la costruzione e soprattutto a causa di errori di progettazione nella fase di conversione. Se Del Nista si riferiva alle colpe dei comitati e dei cittadini lo fa sapendo di mentire perché nonostante l’egregio lavoro di informazione e i tentativi di referendum e opposizione al progetto, purtroppo i cittadini hanno determinato veramente poco in questa scelta sconsiderata.

Aristide Colli

tratto da Senza Soste n.90 (febbraio-marzo 2014)


Fonte

27/03/2014

Il rigassificatore strategico? Da dicembre ha prodotto ZERO, e lo dice il Ministero

A commento delle affermazioni del viceministro allo sviluppo economico Claudio De Vincenti, riportate sulla stampa di oggi, riguardo il rigassificatore OLT di Livorno (il risparmio fatto fare da OLT all’Italia sarebbe “molto significativo” e quindi l’impianto risulta di “strategica” importanza per gli interessi del paese), riporto la tabella facilmente reperibile sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico a questo indirizzo:


Come si vede in gennaio il contributo del rigassificatore OLT alle importazioni di gas dell’Italia è stato pari a ZERO. Da fonti certe è dato sapere che il contributo del rigassificatore di Livorno alle importazioni di gas nel mese di febbraio è stato anch’esso pari a ZERO. Quindi da quando il rigassificatore di Livorno ha iniziato le attività commerciale, cioè dal 19 dicembre 2013, le importazioni di gas dal terminale di Livorno sono state pari a ZERO. Alla faccia del contributo strategico!

Parrebbe il caso che qualcuno avvertisse il viceministro De Vincenti di quello che pubblica il suo stesso ministero. Magari gli eviterebbe di dire inutili sciocchezze.

Inviato a Senza Soste da Aristide Colli

Livorno 25 03 2014

Fonte

26/01/2014

Rigassificatore inutilizzato! Il comitato No Offshore pone delle domande a OLT

Il 31 agosto con grande strombazzamento mediatico il terminale di rigassificazione è arrivato di fronte alle coste livornesi. Il 20 dicembre la OLT, proprietaria del terminale, ha annunciato con uno striminzito comunicato di cinque righe e mezzo l’avvio delle attività commerciali del terminale di rigassificazione. Poiché ci sembra doveroso che la popolazione livornese sia correttamente informata sulle prospettive di questo impianto chiediamo alla OLT:

Quanti contratti essa abbia concluso per l’arrivo di navi gasiere al terminale.

Quanti contratti essa abbia concluso con società disposte a utilizzare in “affitto” il terminale per farvi arrivare proprie navi gasiere.

Quanti contratti essa abbia concluso per la vendita del gas, che a quanto pare sarebbe stato stoccato presso il terminale in attesa di acquirenti.

Quanti lavoratori sono stati assunti direttamente dalla OLT, quanti dalla società Ecos, quanti dalla società Fratelli Neri.

Infine chiediamo alla OLT se è vero che l’amministratore delegato della IREN, comproprietaria della OLT, ha dichiarato ai propri azionisti che i ricavi del rigassificatore per il 2014 sono garantiti dallo Stato, cioè da un aggravio sulle bollette del gas.

Ci auguriamo che la OLT vorrà rispondere a queste poche e semplici domande perché se da una parte non possiamo che constatare con soddisfazione che il terminale giace inoperoso, evitando quindi la devastazione del mare e i rischi di incidente, dall’altra riteniamo scandaloso che i costi di questo dissennato progetto (circa 1 miliardo di euro) vengano fatti pagare ai contribuenti.

Comitato contro il rigassificatore

Livorno 23/01/2014

Nota redazionale

Anche La Repubblica abbandona il rigassificatore ed è costretta a dire la verità: Il rigassificatore è al palo scatta l'ipotesi porta a porta. 

Ora spunta l'ipotesi di un utilizzo del rigassificatore nell'ambito della riconversione a gas delle navi. Una prospettiva di lunghissimo periodo in cui addirittura ogni porto dovrebbe avere un centro di stoccaggio del gas liquido arrivato con le bettoline e un piccolo rigassificatore per poter rifornire le navi. La realtà è un'altra: il rigassificatore è un flop totale a nostre spese. E quando leggiamo queste ipotesi ci sembra di ascoltare in sottofondo il rumore delle unghie aggrappate agli specchi

04/12/2013

E.On se ne vuole andare. Che fine farà il rigassificatore?


ROMA - E.On, la multinazionale dell’energia presente in 30 Paesi di tre continenti, a marzo aveva annunciato l’intenzione di vendere asset per 2 miliardi di dollari per abbattere il debito provocato dai ripensamenti tedeschi sul nucleare dopo Fukushima.

Ora c’è un dossier datato ottobre 2013, “E.On Project Chicago”: in vendita tutti gli asset italiani per ricavarne da due a 3 miliardi di euro. Dei 21 impianti il più appetibile è la centrale idroelettrica di Terni, un terzo dell’intero valore. Probabili compratori: Edison, Enel Green Power, Malacalza. Gli altri prezzi: 2-300 milioni la centrale a carbone di Fiume Santo, da 300 a 450 quelle a gas (fra i candidati Gazprom), da 400 a 600 le eoliche e tra 100 e 150 le solari.   

tratto da http://www.blitzquotidiano.it/ 4 dicembre 2013


Scrive Roberto Morini sul Fatto Quotidiano:

Chissà se il 30 ottobre scorso, quando la fuga era già decisa, Johannes Teyssen, numero uno di E.On, ne ha parlato con il presidente del Consiglio Enrico Letta. Il governo ha negato il faccia a faccia. Ma qualcuno è certo che sia avvenuto prima dell’incontro dello stesso Letta con i dieci maggiori gruppi europei dell’energia.

A parte il Progetto Chicago, allora segreto, sono almeno tre i contenziosi di cui avrebbero potuto parlare e che non sarebbero estranei alla decisione di mollare tutto: Fiume Santo, Nord Sardegna, dove i due vecchi gruppi a olio combustibile sono una bomba ecologica secondo i carabinieri del Noe e i tecnici dell’Ispra; Livorno, dove la nave rigassificatrice di Olt tarda a decollare con liti tra soci; Brindisi, dove il futuro sbarco in Puglia del Tap, Trans Adriatic Pipeline, ultimo tratto dall’Albania del gasdotto dall’Azerbaijan, è contestato da Comuni, Regione e ambientalisti.

Dal 1998, anno dello sbarco in Italia, nessun ministro del governo italiano si è mai schierato contro E.On. Lo chiamano “effetto Merkel”. Nei giorni scorsi la prima incrinatura. Il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, su Fiume Santo ha autorizzato due parlamentari sardi del Pd, Silvio Lai e Giovanna Sanna, a parlare a suo nome: nessun rinnovo della deroga per gli impianti inquinanti, ha mandato a dire dalla Provincia di Sassari, parlando di “connivenza politica”. Ora Orlando accusa l’Avvocatura dello Stato di non aver eseguito le due indicazioni. Ma, fa dire, chiederà i danni. I sindacati, i Comuni di Sassari e Porto Torres, la Provincia di Sassari (tutti parti civili), hanno posto a E.On un aut-aut: o fanno gli investimenti per la sicurezza e il rilancio della produzione di energia pulita oppure vendano. Ora è chiaro cosa faranno.

Tutti, a partire dai lavoratori, accusano E.On di tagliare sulle manutenzioni aumentando la probabilità di nuovi incidenti. I due gruppi più vecchi, a olio combustibile rifatti con 60 milioni di denaro pubblico. Ora lo stop alle proroghe da parte di Orlando: dal 31 dicembre i gruppi inquinanti devono chiudere. Lo riconosce la stessa E.On: “Confermiamo che sulla base delle prescrizioni contenute nel vigente decreto Aia relativo alla centrale termoelettrica di Fiume Santo – afferma l’azienda – l’attuale gestione delle unità 1 e 2 non potrà protrarsi oltre il 31.12.2013 (…)

Il decreto ministeriale sarebbe pronto. Ma Aldo Belleli (vecchia conoscenza del pool Mani Pulite, poi protagonista di un crac da un miliardo e mezzo di lire nel 1998 a Taranto) si oppone: ai soci chiede la rivalorizzazione della sua quota, in azioni o denaro, ritenendosi danneggiato dalla gestione E.On e all’Authority chiede di dire no al sistema di garanzie voluto da E.On perché “coprirebbe mancanze gestionali addossandone l’onere ai consumatori”. Iren tace e tenta di evitare la deflagrazione. Il governo prende tempo. La protesta no-gassificatore cresce, sostenuto dal Movimento 5 Stelle che presenta un’interrogazione sulla sicurezza: la nave-degassificatrice è unica al mondo e i rischi di incidente con possibili conseguenze su persone e ambiente non sarebbero sufficientemente valutati.

Il progetto Tap sceglie di far spiaggiare il tubo proveniente dall’Albania, con stazione di pompaggio annessa, sulla costa di San Foca, nel comune di Melendugno. Perché nell’area turistica leccese e non nell’area industriale di Brindisi, si chiedono in molti? Letta va a Baku all’inizio di novembre a sancire l’accordo che prevede la vittoria della variante sud, quella che attraversa Turchia e Grecia, rispetto a quella che avrebbe portato il gas azero fino all’Austria, che l’avrebbe distribuito al resto dell’Europa (…)

10/11/2013

Schiume al cloro: sotto accusa il rigassificatore di Rovigo

Sotto accusa rigassificatore offshore “a ciclo aperto” nel comune di Porto Viro (Rovigo), nelle immediate vicinanze del delta del Po, che dal 2008 riconduce il metano liquefatto allo stato gassoso utilizzando il sistema del recupero di calore dall’acqua di mare per sottrazione. L'interrogazione viene posta alla Commissione europea dall'europarlamentare Andrea Zanoni.


Porto Viro (Ro) - “L'Ue faccia luce sugli effetti dei rigassificatori a ciclo aperto sull’ecosistema marino per scongiurare eventuali disastri naturali e pericoli per le comunità costiere”. Lo chiede alla Commissione europea con un'interrogazione sul rigassificatore al largo della costa di Porto Levante, nel comune di Porto Viro in provincia di Rovigo, Andrea Zanoni, eurodeputato Alde e membro della commissione Envi ambiente, Sanità pubblica e Sicurezza alimentare al Parlamento europeo.

“Il problema è che l’impianto, in un’area di grande valenza naturalistica - afferma Zanoni - utilizza grandi quantitativi d’acqua di mare che poi restituisce a temperature inferiori, con una maggiore presenza di cloro-derivati e sostanzialmente sterile, ovvero priva del suo contenuto di larve, gameti e sostanze nutritive, incapace di rendere all’ambiente i servizi ecosistemici. Il rimescolamento dell’acqua a grande velocità e forte pressione, inoltre, produce ingenti schiume in mare e tali effetti sembrerebbero interferire con l’ecosistema marino, in particolare con la fauna ittica”.

“Per questo ho chiesto a Bruxelles - continua Andrea Zanoni - se esistano studi comunitari ovvero internazionali sugli effetti dei rigassificatori “a ciclo aperto” sull’ecosistema marino e se la moria di pesci, delfini e tartarughe possa essere riconducibile in qualche modo alla sua attività".

tratto da http://www.rovigooggi.it/
 
5 novembre 2013
 

27/09/2013

In gas we trust

A largo di Livorno c’è un’isola artificiale che ha le sembianze di una nave. Ma quella ancorata a 22 chilometri dalla costa toscana, in realtà, è una “grande opera”, un rigassificatore. L’impianto “FSRU Toscana” è arrivato per mare a fine luglio: riconvertire la Golar Frost, una nave gasiera, in un impianto in grado di trasformare il gas liquido (LNG) in forma gassosa, sono stati spesi 800 milioni di euro.
Il rigassificatore offshore ha una "capacità" di 11 milioni di metri cubi di gas al giorno, che verrebbero immessi - e venduti - attraverso la rete di distribuzione nazionale. Il progetto è costato oltre il doppio rispetto alle stime iniziali, e anche rispetto ad altri impianti simili costruiti negli ultimi anni, e rappresenta un esempio di grande opera che mai si sarebbe potuta costruire senza un deciso e sostanzioso sostegno pubblico. Finanziario e politico.

Per questo, vale la pena ricostruirne tutta la storia, che inizia nel 2002. Quell’anno, a Livorno si inizia a parlare del rigassificatore. Nel frattempo, il progetto è stato rivisto, il suo schema finanziario è cambiato e sono mutati i soci della OLT, una sigla che sta per Offshore LNG Toscana, l’azienda creata per costruire il rigassificatore (la società che ha originariamente sviluppato il progetto oggi detiene appena il 3,73% delle azioni della società, controllata da E.On e Iren). A guidare i lavori, e a spendersi per trovare le risorse, è stata da principio la società di servizi Iride, che già nel 2008 ha presentato una richiesta di finanziamento alla Banca europea degli investimenti (BEI), la più grande istituzione finanziaria pubblica europea. Poi Iride è divenuta Iren, e la nuova multiutility ha fatto suo il progetto di Livorno, assieme alla tedesca E.On. La BEI, invece, non ha creduto subito nel progetto, e forse nel piano di rientro dal prestito proposto da OLT, e nella formula del project finance, sulla cui base anche altre banche private avrebbero dovuto prestare a OLT.

Qualcosa quindi non funziona: OLT fatica a trovare i fondi, e negli anni successivi cambia drasticamente il piano finanziario. E.On e Iren finanziano con risorse proprie il rigassificatore (nel caso di Iren, soprattutto attraverso Iren Mercato) fino al 2012, quando a fine dicembre la BEI approva un prestito di ben 240 milioni di euro all’azienda, nell’area corporate finance. Insomma, Iren ci ha messo la faccia, pur di portare a termine la costruzione del rigassificatore: peccato non fosse la sua. Mentre la BEI continuava a prestare risorse pubbliche a Iren (non solo per il rigassificatore), infatti, la società - su spinta degli enti locali azionisti, tra cui i Comuni di Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia - fa di fatto dividend lending: punta, cioè, sul valore della propria quotazione in Borsa per ricapitalizzare l’azienda e distribuire dividendi ai soci, ricorrendo al prestito per gli investimenti. Pochi mesi dopo l’arrivo del prestito BEI, nel maggio del 2012,  si verifica il crollo finanziario di Iren. Cala il prezzo di listino - meno 20 per cento a Piazza Affari -, mentre escono i dati economici che descrivono un’azienda sotto-capitalizzata e altamente indebitata (per circa 3 miliardi di euro, in quel momento), che però continua a distribuire dividendi agli azionisti, e per farlo intacca anche le proprie riserve

Anche se le basi di Iren sono poco solide, il prestito della BEI era garantito: ci ha pensato il governo italiano, tramite la Sace (ora controllata da Cassa depositi e prestiti). Questo significa che la realizzazione di questo progetto è stata favorita da un prestito pubblico europeo con garanzia pubblica italiana. Tutto ciò a conferma che solido o no, pericoloso o meno, il rigassificatore andava fatto...
Questa grande opera, costruita nello spirito del “libero mercato”, per spezzare il monopolio di Eni nella distribuzione e diversificare la fornitura di gas, ha ricevuto un ulteriore aiuto da parte dello Stato, questa volta per mano dell’Autorità per l’energia e il gas (AEEG): una decisione di qualche anno fa stabilisce che lo Stato si farà carico, in ogni caso, della copertura del 71,5 per cento dei ricavi “attesi” dagli impianti di rigassificazione (calcolati sulla capacità di rigassificazione, e indipendenti dalle operazioni effettive). 
Un costo non da poco - oggi valutato in oltre 100 milioni di euro l’anno per un impianto che ad oggi sembra rigassificherà assai poco - che lo Stato sceglie di scaricare sulle spalle dei cittadini per favorire l’utile del privato - OLT e i suoi soci, in questo caso - e l’aumento del consumo di gas, oggi in calo.

Sotto attacco dalle associazioni dei consumatori per le alte tariffe del gas (abbiamo le bollette più alte d’Europa, ndr), l’Autorità si è vista bocciare durante l’estate il ricorso al Tribunale amministrativo regionale (TAR) della Lombardia in cui tentava una “revisione” del sussidio, ed è ora in attesa del giudizio del Consiglio di Stato. 
Intanto monta la querelle, specialmente ora che il rigassificatore è stato testato  (l’8 settembre scorso è stata completata la prima operazione di scarico di gas liquido) ma si sa che lo stesso ha una capacità di rigassificazione modesta e - soprattutto - non ha contratti di fornitura. Bastava forse ascoltare il Comitato contro il rigassificatore di Livorno e Vertenza Livorno, ovvero quelli che da sempre si battono contro quest’opera, perché questa discussione avesse luogo dieci anni fa. Avremmo così evitato lo spreco di centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche, che in tempo di crisi avrebbero potuto alimentare altri canali di spesa. Più utili senz’altro di questo rigassificatore, imposto da affari e interessi altri, che utile non è.


Fonte

30/08/2013

OLT: troppo poco, troppo tardi

Questo articolo che copiamo di seguito non lo ha scritto un membro del Comitato No Offshore e nemmeno uno che ha la cosiddetta sindrome NIMBY di cui accusano i comitati. E' un esperto, un professore della Bocconi, che fa il tifo per i rigassificatori ma concorda ampiamente con alcuni punti ribaditi più volte dal comitato:

1. Con il gas che arriva in eccesso in Italia, il rigassificatore è diventato un peso, caricato sulle nostre bollette, perché ha poco mercato.

2. E' un prototipo, cioè ha delle peculiarità tecniche che lo rendono unico con tutti i rischi e le fragilità del caso. I nostri amministratori e OLT invece ci hanno sempre propagandato che di questi rigassificatori è pieno il mondo

3. Il posizionamento in mare crea difficoltà, e quindi conseguenti problemi di sicurezza, specialmente in inverno (quando c'è più bisogno di gas) per motivi metereologici

E conclude l'articolo così:

Visti i presupposti, e come già espresso da ben più autorevoli commentatori, è difficile pensare che il terminal possa portare un beneficio rilevante al sistema gas, sia in termini di concorrenza sia in termini di sicurezza.

10 anni di bugie hanno le gambe sempre più corte

red. 29 agosto 2013

***

OLT: troppo poco, troppo tardi
di Federico Pontoni (Università Bocconi e Université Paris X)

Il rigassificatore di Livorno è l’ultimo arrivato nella famiglia dei punti d’ingresso nella rete nazionale di gas. Come tutte le opere (piccole, medie e grandi) ha avuto e continua ad avere una storia travagliata: ottenuta la VIA (Valutazione di impatto Ambientale) definitiva nel 2004, ha vissuto una serie di ritardi e rinvii che lo renderanno operativo dal prossimo inverno. Di più: concepito come terminale merchant in un’epoca in cui si prevedevano consumi di gas al 2015 superiori ai 110 miliardi di metri cubi, entrerà in funzione in un periodo di domanda stagnante (per usare un eufemismo), ben lontana dal picco di 85 miliardi del 2008, e di eccesso di capacità di importazione. Per questo motivo è passato da emblema del mercato a infrastruttura sostenuta dalla (nostra) bolletta.

Quando il terminale era in fase autorizzativa, infatti, la società proponente aveva rinunciato all’esenzione dal diritto di accesso di terzi (la possibilità, dunque, di utilizzo esclusivo del terminale), confidando di vivere su carichi spot, in un mercato liquido (soprattutto finanziariamente) e, perché no, interconnesso con il Nord Europa. Ahi noi, per mille motivi che non possiamo in questa sede richiamare, nessuna di queste situazioni si è verificata.
Pertanto, i proponenti sono tornati, fra corsi e ricorsi, sui loro passi, passando al regime regolato, con relativo, seppure depotenziato, fattore di garanzia (cioè costo dell’infrastruttura spalmato sulle bollette gas, indipendentemente dal suo utilizzo).
Costo dell’infrastruttura che, peraltro, è salito nel tempo e che ha raggiunto la considerevole cifra di 900 milioni di euro, pari a 3 volte il costo di uno dei più recenti terminal di rigassificazione, Dragon LNG, che ha una capacità quasi doppia rispetto a OLT.

Certo, il terminal toscano ha una serie di peculiarità tecniche che lo rendono un prototipo: è, infatti, il primo caso di conversione di una metaniera in terminal di rigassificazione. La sua configurazione dovrebbe dunque rendere più veloci e immediate le procedure di trasferimento del GNL dalla nave al sistema di rigassificazione; allo stesso tempo, però, non gli consente di ricevere navi con capacità di carico superiore ai 155 mila metri cubi, dimensioni standard nel Mediterraneo, ma che non permetteranno agli operatori di poter sfruttare i carichi delle grandi metaniere intercontinentali.
Inoltre, come si è già potuto sperimentare con Rovigo, i terminal offshore sono più esposti ad eventi meteo-marittimi, col rischio di non poter rigassificare gas in momenti particolarmente critici, che solitamente capitano d’inverno, proprio quando c’è più bisogno di gas.

Visti i presupposti, e come già espresso da ben più autorevoli commentatori, è difficile pensare che il terminal possa portare un beneficio rilevante al sistema gas, sia in termini di concorrenza sia in termini di sicurezza.
Chiaramente l’utilità di un’infrastruttura non può essere giudicata nel breve periodo, soprattutto se il periodo coincide con la più grave crisi economica del dopoguerra. Se davvero si riuscirà, non tanto a creare l’hub del Sud Europa, sogno di una SEN di mezza estate, quanto piuttosto a migliorare le interconnessioni con il Nord Europa, ecco che si apriranno orizzonti più ampi per quelle infrastrutture gas che, da ridondanti nel sistema Italia, potrebbero essere invece vincenti nel mercato unico europeo.

http://www.agienergia.it/Notizia.aspx?idd=1036&id=44&ante=0

Fonte

29/08/2013

Chi controlla la sicurezza del rigassificatore?

Mentre nella giornata di oggi viene segnalata la LNG LEO, nave metaniera battente bandiera Isole Marshall destinata al rigassificatore OLT per il primo allibo con conseguente rigassificazione del gas liquido, pubblichiamo questo intervento sulla sicurezza delle operazioni e del rigassificatore stesso. red. 28 agosto 2013

Il rigassificatore di Livorno FSRU Toscana sembra uno degli impianti più segreti al mondo. E’ circondato da un alone di mistero e da un area marina interdetta alla navigazione di circa 2 miglia nautiche, di un’area di limitazione di altre 2-4 miglia e un’ altra di preavviso contigua alla precedente di altre 4-8 miglia come da ordinanza della Capitaneria di Porto n°.137 del 2013.

Chiunque volesse capire quali siano i lavori in atto intorno al Rigassificatore  si sconterebbe con questa “area di sicurezza”.

Ma quale autorità è responsabile la sicurezza della FSRU, dei lavoratori dell’impianto e della cittadinanza in caso di incidente? Gli impianti offshore hanno notevoli problematiche di sicurezza come è accaduto spesso. Basterebbe, fra i tanti, pensare all’incidente della piattaforma Horizon Deep Water nel Golfo del Messico.  Se si tratta di un impianto industriale, con la trasformazione di una porzione di mare in “terreno industriale” (la FSRU ha un periodo di esercizio di 20 anni ancorata in loco) l’ autorità responsabile dovrebbe forse essere la Prefettura di Livorno? Oppure la Capitaneria di Porto responsabile dei natanti?

Ma la FSRU si può considerare come un natante? Potrebbero essere i Vigili del Fuoco e la regione Toscana i responsabili della sicurezza e dei controlli sul rigassificatore?

Ad oggi non si conosce una risposta certa come non si conoscono eventuali piani di emergenza che riguardano la cittadinanza in caso di incidente.

Credo che debba esser fatta luce molto velocemente sui lati ancora oscuri inerenti questo impianto pericoloso che ci dicono che per molti anni dovrebbe sostare davanti alle nostre coste. Inoltre i cittadini dovrebbero essere informati costantemente di quello che accade in quel tratto di mare, dello stato dei lavori e della manutenzione della FSRU Toscana, e dello stato delle conseguenze dell’uso massiccio di Cloro attivo.

Livorno 28 Agosto 2013

Dr. RUGGERO ROGNONI

(Comitato Vertenza Livorno)


Fonte

11/08/2013

Rigassificatore di Rovigo: da quando è entrato in funzione il pesce è "scomparso"

Dopo la "scoperta" che con il rigassificatore offshore la bolletta del gas sarà più cara, che le assunzioni riguarderanno soprattutto lavoratori provenienti da fuori Livorno e che se l'impianto resterà inattivo i profitti della OLT verranno garantiti con soldi pubblici, ecco un altro esempio di come il mostro marino offshore stimolerà l'economia del nostro territorio. L'articolo, tratto da La Nuova Ferrara, parla della "sparizione" del pesce nella zona circostante il rigassificatore di Porto Viro (nella foto a fianco) a partire dall'entrata in funzione dell'impianto. Pura coincidenza naturalmente. (red.).


«Da due anni i pesci sono scomparsi»
di Samuele Govoni

PORTO GARIBALDI. Da due anni per i pescatori di Porto Garibaldi qualcosa è cambiato. Il pesce è calato in maniera impressionante anzi, seguendo le parole dei pescatori: non ce n’è più. Ariberto Felletti svolge la professione da 23 anni e da giugno scorso è anche presidente della Cooperativa della piccola grande pesca e parla a nome di tutti i 130 soci quando dice che il peggioramento dell’attività coincide proprio con l’entrata in funzione del rigassificatore di Porto Viro in provincia di Rovigo. «Abbiamo cercato di fare luce su questa problematica ma nessuno ci ha presi sul serio - afferma Felletti - Eravamo in contatto con l’Unimar di Roma (Consorzio che associa i centri di ricerca del settore della pesca ed acquacoltura, ndr) ma anche da loro non abbiamo ricevuto riscontri concreti». Nel 2010 è stato installato e messo in funzione nelle acque dell’alto Adriatico, precisamente al largo di Porto Tolle, dalla società Adriatic Lng un rigassificatore “a ciclo aperto” che provvede alla rigassificazione del gas metano liquefatto utilizzando il sistema del recupero di calore dell’acqua di mare per sottrazione. In altre parole, preleva l’acqua del mare alla temperatura ambiente la restituisce clorata a temperature inferirori. Ed è proprio questo sistema che, secondo la Cooperativa della piccola grande pesca (fondata nel 1963), sta alterando il già precario equilibrio delle acque, facendo allontanare i pesci. «Nel Veneto a seguito dell’entrata in funzione di questa apparecchiatura - prosegue il presidente - è stato dato un incentivo ma noi non abbiamo ricevuto nulla e in più non riusciamo nemmeno a pescare». Traspare netta e delineata dalla voce di Felletti la preoccupazione per un mercato sempre più difficile e «mai così compromesso».

Il rigassificatore dista una trentina di chilometri da Porto Garibaldi e il suo ampio raggio di azione, di cui il nome “a ciclo aperto” potrebbe già essere un valido indicatore, sembrerebbe allontanare tutti i pesci dalle acque comacchiesi. «Non abbiamo la certezza che sia questa la motivazione ma abbiamo buone ragioni per crederlo. Sono tanti i punti che coincidono. Vorremmo che ci venisse riconosciuta un po’ di attenzione, che ascoltassero e prendessero atto delle nostre difficoltà perché così - chiude - non è più possibile andare avanti».

Ad aumentare il disagio il tempo inclemente delle ultime settimane che ha impedito l’uscita in mare, costringendo i pescatori ad un riposo malvoluto e forzato.

Fonte: http://lanuovaferrara.gelocal.it/cronaca/2013/04/03/news/da-due-anni-i-pesci-sono-scomparsi-1.6811750

Fonte