Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2025

Dal Covid all’Ucraina, ancora scandali nella sanità lombarda

Un nuovo scandalo nella sanità lombarda è emerso dalla pubblicazione di alcune fotografie di centinaia di letti, nuovi ma non utilizzati e ancora imballati, stivati nei locali del vecchio ospedale Sant’Anna di Como, in parte dismesso.

È rapidamente emerso che tali letti erano stati acquistati durante la pandemia per il nuovo ospedale ideato da Guido Bertolaso, allora consigliere speciale del presidente Fontana e ora assessore al welfare della Regione Lombardia. Forse i lettori ricorderanno la vicenda dell’Ospedale della Fiera di Milano, che doveva aiutare a fronteggiare l’epidemia Covid, aggravata in Lombardia dall’insipienza della giunta e dalla disorganizzazione della sanità regionale.

Tale ospedale fu inventato da Guido Bertolaso e da Fontana e non funzionò quasi mai per le infelici scelte logistiche e per la mancanza di personale. Restò aperto poche settimane e ospitò un numero di pazienti irrisorio. In compenso, costò tantissimo, anche se non si sa esattamente quanto poiché la giunta regionale ha sempre evitato di presentare in consiglio dei conti esatti e chiari.

In questo ultimo scandalo si scopre che i letti acquistati per l’ospedale alla Fiera giacciono inutilizzati perché non possono essere impiegati in alcun altro nosocomio in quanto, semplicemente, non sono a norma per l’utilizzo nelle strutture sanitarie italiane. Un acquisto fatto con una leggerezza e un’incompetenza colossali per il quale si potrebbe configurare il reato di danno erariale.

L’assessore Bertolaso, rispondendo ad alcune interrogazioni dell’opposizione, ha ipotizzato che quei letti, inutilizzabili in Italia, possano essere donati all’Ucraina. Tanto, per dirla con una punta di cinismo, là c’è la guerra e non possono stare a sottilizzare più di tanto.

Si tratta dell’ennesimo spreco di denaro nel campo della sanità lombarda, una regione dove, al di là delle chiacchiere sull’eccellenza, una visita specialistica a volte si rivela impossibile da ottenere e 170.000 cittadini e cittadine sono prive del medico di base. Tutti sappiamo che per come è organizzata la sanità in Italia non avere il medico di base significa essere esclusi dalle prestazioni sanitarie pubbliche.

A fronte di questa situazione la Lega si occupa di altro. Colta dalla pulsione salviniana di adeguarsi a Trump ha proposto in Regione una mozione che chiedeva il sostegno al governo per un “eventuale disimpegno dall’OMS dell’Italia qualora gli Usa persistano nella volontà di recedere, come da ordine esecutivo del 21 gennaio 2025 del presidente Donald Trump”. Più servi di così...

Alla fine, a causa dei mugugni di Forza Italia, la mozione è stata approvata in una versione leggermente modificata in cui ci s’impegna a “sostenere il Governo nella valutazione, in piena autonomia, del ruolo dell’Italia nell’OMS qualora non vi siano più le condizioni di sostenibilità economica per rimanervi”. Zuppa o pan bagnato.

In pratica, la giunta lombarda si preoccupa della “sostenibilità economica” della partecipazione dell’Italia alla OMS mentre sperpera una quantità di soldi in iniziative demenziali e regala miliardi ai privati.

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21/09/2023

USA - “Grosso guaio” a Williamsburg per l’F-35

L’acquisto da parte dell’Italia di decine di costosissimi (e tutt’altro che sicuri) F-35 dalla statunitense Lockeed, negli anni scorso è stato spesso al centro di polemiche e scontro politico sulle spese militari.

Come sappiamo l’Italia ha un programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli F-35, dei quali 60 nella versione A e 30 nella versione B, quest’ultimi suddivisi tra Aeronautica e Marina.

Ma quanto accaduto nei giorni scorsi negli Stati Uniti getta una nuova e pesante ombra sull’efficacia degli F-35 statunitensi e la decisione bipartisan di vari governi italiani di spendere miliardi per acquistarli (ad agosto 2022 ne sono stati già acquistati 18 per la bella cifra di 524 milioni di dollari, fatevi due conti).

È accaduto infatti che un caccia F-35 della Marina Militare Usa, sia precipitato durante una missione sulla Carolina del Sud.

Secondo l’agenzia statunitense Bloomberg, dopo molte ricerche sono stati ritrovati i rottami dell'F-35 della Marina Militare, scomparso dopo che il suo pilota si è espulso dal velivolo durante una missione di addestramento sopra la Carolina del Sud.

I detriti sono stati trovati nella contea di Williamsburg, a nord-est dell’area inizialmente presa di mira dalle squadre di ricerca dopo che domenica l’aereo era scomparso dai radar. Le ricerche erano state allargate a squadre dei Marines, della Marina, della Civil Air Patrol e delle forze dell’ordine locali.

“I membri della comunità dovrebbero evitare l’area mentre la squadra di recupero mette in sicurezza il campo di detriti“, ha dichiarato la Joint Base Charleston in un comunicato di lunedì sera, annunciando la scoperta. Ma, secondo Bloomberg, la dichiarazione non diceva chi, esattamente, avesse trovato i detriti.

In precedenza, il capo del Corpo dei Marines aveva ordinato una pausa nelle operazioni aeree per rivedere la sicurezza e le migliori pratiche in seguito alla misteriosa scomparsa del caccia più avanzato degli Stati Uniti, l’ultimo aereo perso in una recente serie di incidenti.

I Marines hanno dichiarato in un comunicato che il generale Eric Smith, comandante ad interim del servizio, “ha dato ordine a tutte le unità di aviazione del Corpo dei Marines di condurre una pausa di due giorni nelle operazioni questa settimana per discutere le questioni di sicurezza aerea e le migliori pratiche“.

Il documento cita tre incidenti di “classe A” nelle ultime sei settimane: l’F-35 perso domenica e altri due incidenti della stessa classe: la caduta di un F/A-18 in California che ha ucciso il pilota e quello di un MV-22 Osprey in Australia, che ha ucciso cinque Marines.

Ma, sempre secondo Bloomberg, nella vicenda è emersa anche l’incapacità dell’esercito di rintracciare il sofisticato velivolo, il che ha sollevato dubbi sul fatto che il suo transponder – un dispositivo che invia segnali sulla posizione di un aereo – funzionasse correttamente durante il volo e dopo l’espulsione del pilota.

“Non sappiamo con esattezza quale fosse il problema del transponder, ma il punto fondamentale è che avevamo bisogno dell’aiuto del pubblico per rintracciare l’aereo“, ha dichiarato Jeremy Huggins, un portavoce civile della base di Charleston. I transponder “dovrebbero normalmente funzionare“, ha detto.

“L’incidente è attualmente oggetto di indagine“, ha dichiarato in un comunicato il 2nd Marine Aircraft Wing. “Il Dipartimento della Marina ha un processo ben definito per indagare gli incidenti aerei. Non possiamo fornire ulteriori dettagli per preservare l’integrità del processo investigativo“.

L’aereo della Lockeed caduto nella Carolina del Sud era una versione a decollo verticale utilizzata dal Corpo dei Marines. Il jet è apprezzato per le sue qualità stealth, che lo rendono difficile da rilevare dai radar.

Il programma F-35, il più costoso programma di armamenti degli Stati Uniti di sempre, dovrebbe costare 412 miliardi di dollari per lo sviluppo e l’acquisizione, più altri 1.200 miliardi di dollari per il funzionamento e la manutenzione della flotta in oltre 60 anni.

Un singolo jet può costare più di 160 milioni di dollari, a seconda della variante. Vengono utilizzati dall’Aeronautica e dalla Marina, oltre che dai Marines.

Ma al danno serio, anzi serissimo, si è aggiunta anche la beffa. A darne resoconto è la seriosa rivista statunitense Forbes che rileva come sulla scomparsa del costosissimo e modernissimo aereo militare la rete si sia scatenata, sia con i meme sia con ipotesi fantapolitiche secondo cui l’aereo era stato dirottato a Cuba!

Sebbene il pilota sia stato in grado di espellersi in sicurezza e sia stato portato in un centro medico locale in condizioni stabili, la posizione dell’F-35B – la variante a decollo e atterraggio corto/verticale (SVTOL) del Joint Strike Fighter – era rimasta sconosciuta fino a lunedì mattina.

“Non sorprende che sui social media ci siano state molte prese in giro, con meme che vedevano il jet sul lato di cartoni del latte e manifesti scomparsi, mentre altri chiedevano addirittura ‘Amico, hai visto il mio F-35?'”, scrive l’autorevole rivista Forbes.

“Mentre questi post non sono stati presi sul serio, altri hanno iniziato a ipotizzare che il jet fosse volato a Cuba con l’assistenza cinese. Questa ipotesi è diventata rapidamente il centro di una selvaggia teoria della cospirazione, e alcuni non hanno apparentemente pensato che si trattasse di uno scherzo, anche se non ha senso”.

Ma di fronte al dilagare delle tesi “complottiste”, le autorità militari e i mass media sono stati costretti a replicare ricorrendo ad alcuni esperti. Ma anche qui le tesi sono apparse assai divaricanti se non fumose.

“Se fosse arrivato fino a Cuba sarebbe stato abbastanza alto da essere rilevato dai radar“, ha spiegato a Forbes il dottor Matthew J. Schmidt, professore associato di sicurezza nazionale e scienze politiche all’Università di New Haven.

L'F-35 non è effettivamente invisibile ai radar, ma è noto per la sua piccola traccia che lascia sui radar. La teoria attuale degli esperti di aviazione era che il velivolo si sia schiantato sotto il fogliame o fosse sott’acqua in uno dei laghi della regione.

“Il motivo per cui è difficile da trovare è che probabilmente è andato giù, sotto il radar, non su. Inoltre, trattandosi del CONUS, l’intero sistema di tracciamento non è progettato appositamente per monitorare gli incidenti aerei“, ha aggiunto Schmidt.

“L’F-35 è un caccia stealth e non sarà facilmente individuato dai radar civili in caso di caduta ad alta velocità“.

Fatto sta che sia le versioni ufficiali, sia quelle complottiste, non possono negare un dato rilevante: i costosissimi F-35 della Lockeed sono tutt’altro che affidabili. A questo punto l’Italia, invece di sottostare al ruolo del “cliente d’oro”, dovrebbe e potrebbe buttare meno soldi per comprare gli F-35 e destinarli a cause migliori; la sanità, per esempio.

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08/08/2023

TAV - Aumentano gli anni, ma non i centimetri

Questa vicenda del TAV è proprio lo specchio delle nostre vite: una costante che ci accompagna da oltre un trentennio, alla quale – quasi quasi – iniziamo ad affezionarci.

Negli anni, tanti anni, tanti governi sono cambiati. Quando iniziò, al governo c’era De Mita, poi Andreotti, nel 1989 (foto 1). Poi, seguirono Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Meloni.

Tutti i governi, tranne uno che poi si rimangiò la parola, erano favorevoli al TAV. La lobby trasversale, che tanto ha spinto il disastroso progetto nei decenni, aveva come capofila alcuni esponenti di quel “sistema-Torino” – ex PCI poi PDS poi PD – che hanno stazionato nella città per oltre due decenni, in tutti i CdA delle partecipate, in tutti gli assessorati, vice assessorati, valvassorati e valvassinati disponibili.

L’ideologia poteva ricondursi al vetero-sviluppismo del PCI anni ’40-’70, di matrice affondante nel socialismo reale, prima della consapevolezza ecologista instillata nell’allora partito di sinistra a partire dalla fine degli anni '60.

Se il PCI cambiò la sua posizione da pro a contro il nucleare, ad esempio, come mai i piddini torinesi tanto hanno insistito con questo TAV? Probabile che non sia più vetero-sviluppismo, ma neo-bancomatismo.

Il TAV alimenta da decenni le finanze di tutto il sottobosco politico e tecnico che fa riferimento al PD, fra commesse milionarie, commissioni, percentuali e bustarelle.

Ma gli anni passano anche per i “compagni SITAV”: Pininfarina che nel 1991 faceva pubblicare dal quotidiano SITAV di riferimento l’articoletto “TAV subito o sarà tardi” (vedi figura 2), l’architetto Mario Virano ed il suo sogno di inaugurare la Grande Opera, con successiva statua di lui a cavallo stile Caval d’Brons che scaccia le tenebre ed indica la via per il Progresso, e i sogni e le brame di molti altri, si sono scontrati con “’a livella”, davanti alla quale non può che esserci silenzio e rispetto.

Lo stesso silenzio e rispetto che dimostreremo nei prossimi anni, quando alcuni dei rimanenti – ormai pochi – esponenti di punta della lobby dovranno anche loro ascendere ai Pascoli del cielo, data l’età che avanza.

Anche altre forze politiche sono SITAV, ma ovviamente – se si parla di Lega o neofascisti – il termine “ideologia” è inaccostabile a qualunque loro presa di posizione.

I media, poi, al TAV sono ormai abituati. Tutti (tranne Fatto e Manifesto) hanno fatto palestra col TAV: il patentino di ammissione in redazione consisteva in varie prestazioni, fra cui un bell’articoletto leccapiedi e sedizioso, pieno di mezze bugie e distorte verità, pro TAV o atto a diffamare qualcuno di noi NOTAV.

Anche alcuni di loro, accidenti, con gli anni han dovuto arrendersi alla morte, alla demenza o alla malattia grave: anche per loro, riserviamo – e riserveremo ai prossimi – soltanto l’onore delle armi. Perché non siamo come loro.

Anche l’opposizione al TAV è cambiata, con gli anni. Pure molti di noi purtroppo han dovuto gettare la spugna, sebbene abbiano avuto come magra consolazione il fatto che “vivi loro” non un centimetro del tunnel di base del TAV sia stato scavato.

Poi, anche noi abbiamo i nostri “casini” interni, sui quali taccio. Ricordo oramai con tenerezza quando il sottoscritto, consulente della Comunità Montana sin dalla prima metà degli anni ’90 per le questioni uranio e materiali pericolosi, dopo centinaia di ore di lavoro gratuito e innumerevoli serate e conferenze, rapporti, misero nominato al premio Nobel per la Fisica nel 2015 e professore ordinario dal 2000 (concorsi veri e non opelegis, roba di una volta, dove se tu vincevi c’eran almeno 5 che perdevano) venne improvvisamente messo da parte grazie ad alcuni nuovi arrivati, in quanto non abbastanza democristiano, poco esperto nell’arte sublime della diplomazia.

Potrei fare nomi, cognomi e numeri di matricola, mettere in evidenza i loro grandi “successi” come Toninelli-boys, o come Appendini, i disastri sfiorati e gli autogol.

Mi limito ad osservare che la grande fortuna del NOTAV è avere dalla propria parte la forza della ragione e della verità fattuale, e l’incapacità davvero disarmante dei “tecnici” SITAV: per cui, alla fine, bastano anche dei mediocri di buona volontà per fare il compitino. Evviva: conta il risultato!

Non ci vuole molta brillantezza per far notare che il Tav Torino-Lione è la più inutile, dannosa e costosa fra le grandi opere progettate negli anni ’80 del secolo scorso e rimasta allo stato larvale dopo circa 2 miliardi di sprechi malcontati e 33 anni di studi e carotaggi, finticantieri e devastazioni.

Per “completarla” (torneremo dopo su quanto sia improprio l’uso di questo verbo) servirebbero sulla carta un’altra quindicina di miliardi, che poi nella realtà salirebbero a 20-25 (le grandi opere in Italia lievitano in media del 45%).

Qualunque governo decente dovrebbe far così: riunire i protagonisti – quelli ancora in vita – in maniera bipartisan, in una grande cerimonia, conferire a tutti un cavalierato della Repubblica per l’impegno profuso e la costanza, medaglie speciali, pergamene, cimieri, e poi: annullare un’impresa nata già morta quando fu pensata, figurarsi oggi dopo trent’anni e passa.

Certo, sarebbero molte le onorificenze da consegnare: imprenditori e prenditori, falliti o che hanno dovuto anche profondersi in pericolosi abbracci con la ‘Ndrangheta, la “sinistra” (il Pd dei Chiamparini), FI, Lega, triade sindacale, Confindustria, coop bianco-rosse e mafie varie.

Una bella spesa: ma sarebbe l’ultima.

Pensate a certi politici: nel contratto M5S-Lega, del governo Conte I, sul Tav Torino-Lione, si leggeva: “Ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

Il povero Conte – strozzato dalla Lega – disse poi che “i costi di uno stop sarebbero superiori ai benefici del farlo”, ma mentiva, povera stella: aveva in mano un Rapporto di una Commissione ad hoc che diceva esattamente il contrario (Rapporto Ponti).

Quando partì l’idea della Torino-Lione, si pensava a un TGV per passeggeri sullo snodo italo-francese del Corridoio 5, da Lisbona a Kiev.

Kiev, esattamente. Che faceva ancora parte dell’URSS.

Di quel progetto, mai realizzato, restano alcuni reperti archeologici: in particolare un cantiere-fortino in Val Clarea, dove alcuni anni fa vennero scavati pochi kilometri di un buco di prova, totalmente inutile, se non per provare di saper scavare un tunnel (già lo fece Edmond Dantes nel romanzo di Dumas, a dire il vero) e spender soldi (anche in quello, il conte di Montecristo era bravissimo).

E il manifestino di un convegno del 1992, al quale io ignaro trentenne presenziai (figura 3) non sapendo quanto mi avrebbe cambiato la vita.

Pur di non ridiscutere il dogma, anni fa si virò disinvoltamente dall’“alta velocità” (persone) all’“alta capacità” (merci). Chi parla di “treno per persone e merci” non sa cosa dice: il Torino-Lione riguarda solo le merci, mentre le persone viaggiano serene da decenni sul Tgv o in aereo.

Il Tav sarebbe una seconda linea ferroviaria da affiancare a quella storica (la Torino-Modane, inutilizzata all’80-90%), scavando 57 km di tunnel dentro montagne piene di amianto e materiali radioattivi e devastando l’intera Valsusa.

Il tutto per soddisfare un fabbisogno che non esiste: il previsto boom del traffico merci su quella direttrice si è rivelato una bufala colossale. L’ha riconosciuto a fine 2017 persino l’Osservatorio della Presidenza del Consiglio: “Molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Ue sono state smentite dai fatti”.

Sulla Torino-Modane la linea è utilizzata per un quinto delle potenzialità: a che serve affiancargliene una nuova?

Insomma, l’attuale capacità disponibile è sovrabbondante e non si verificheranno criticità per almeno mezzo secolo, anche nello scenario più sviluppista. Ogni giorno percorrono l’autostrada tra Torino e il confine francese poco più di 11.000 veicoli contro i 33.000 della Torino-Piacenza: una infrastruttura secondaria e poco utilizzata.

Secondo molti sedicenti esperti, il TAV è “una delle opere più importanti che l’Europa aspetta da anni”, nell’ambito di una fantomatica “piattaforma logistica del Nord Ovest”.

Ma la Commissione Ue non ha mai chiesto che l’attraversamento delle Alpi avvenga su una linea ad alta velocità: sia a Est sia a Ovest le merci possono tranquillamente continuare a viaggiare su reti ordinarie, come da Lione a Parigi.

Alta velocità e bassissima occupazione: le previsioni più rosee indicano 4 mila nuovi occupati. Visto quanto ci costerebbero pro capite è molto più conveniente conferire loro un reddito di citTAVinanza e mandarli a risistemare boschi e fiumi.

Il governo Gentiloni nel 2017 stimò il costo complessivo del solo tunnel di base in 9,6 miliardi. Di questi, il 57,9% lo pagherebbe l’Italia e solo il 42,1 la Francia (il tunnel è per l’80% in territorio francese e solo per il 20 in territorio italiano), più altri 5,5 miliardi per opere ancillari.

Se aggiungiamo il consueto aumento medio fra previsioni e realtà in queste opere, si arriverebbe tranquillamente – ad oggi – alla venticinquina di miliardi per un’opera la cui ultimazione è prevedibile nel 2045-2050. E che al massimo servirà come museo degli orrori viaggiante.

Non c’è quindi “penale” che tenga: fermarsi è l’unica opzione per risparmiare.

In ogni caso, non c’è un solo contratto o accordo col governo francese, con l’Ue o con ditte appaltatrici che parli di penali.

L’Italia, nel tracciato italiano, può fare ciò che vuole (legge 191/2009, art. 2, comma 232 lettera c). Quanto alla Ue, finanzia solo a lavori ultimati: dunque, se il Tav non si fa più, l’Italia non deve restituire un euro, al massimo non incassa fondi per un’opera annullata in quanto inutile.

Quando il Portogallo si sfilò, non sborsò nulla alla Spagna né all’Ue. Certo, se avessero intascato tangenti e temessero di doverle restituire, questo potrebbe essere un problema: certa gente può essere poco raccomandabile, quando si parla di robba e di picciuli.

Ed infine, alle migliaia e migliaia di giovani che a fine luglio sono venuti al nostro Festival dell’Alta Felicità, oltre a un immenso grazie, lascio un appello forse un po’ machista, ma che fa anche tanto Papa Giovanni: “Cari ragazzi, quando tornerete alle vostre case, misurate con un centimetro la lunghezza del vostro pisellino, e sappiate: anche se di un solo centimetro, oppure tanti, in ogni caso sarà più lungo della profondità scavata in trent’anni per il tunnel di base del TAV: ZERO CHILOMETRI, ZERO METRI, e ZERO CENTIMETRI.”

Altro che “ultimare” il TAV. Il progetto va “terminato”: ma nel senso di Arnold Schwarzenegger.

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17/06/2023

La guerra in Ucraina deve durare: lo esige il complesso militare-industriale

Alla vigilia del vertice NATO a Vilnius, dei prossimi 7-8 luglio, si fanno più insistenti le pressioni yankee sugli “alleati” europei per l’ulteriore aumento della spesa militare. Ma, soprattutto, perché essa venga indirizzata a un maggior acquisto di armi americane che, per inciso, già oggi rappresentano circa la metà degli arsenali europei.

Per il primo punto, infatti, a Washington constatano che “soltanto” sette membri del Blocco atlantico possono “vantare” una spesa per la guerra superiore al 2% del PIL.

Per il secondo, la sfida USA è con quel complesso di capitali del vecchio mondo che, Francia in testa, insistono per indirizzare la spesa alla produzione europea di carri armati, blindati, elicotteri e, in particolare, per accelerare la realizzazione di caccia di 6° generazione sulla base di Airbus.

«Dobbiamo sviluppare una base tecnologica e industriale di difesa autenticamente europea in tutti i paesi interessati», ha detto Emmanuel Macron a Bratislava, alla conferenza GLOBSEC di fine maggio.

Il “guaio” è, osserva Malek Dudakov su New Front, che il primo prototipo tecnico del nuovo caccia europeo non vedrà la luce prima del 2027, mentre per la sua produzione in serie si dovrà aspettare quasi fino al 2040, allorché «l’Unione europea, nel suo aspetto attuale, potrebbe già non esistere più».

Così che qualche paese europeo – Spagna e Romania, ad esempio – per non attendere fino ad allora, e soprattutto sotto pressione USA, si stanno orientando sugli F-35 americani.

Anche la Germania si starebbe orientando sugli F-35; ma, per i missili, dopo la non eccelsa figura fatta dai “Patriot” sul teatro ucraino, vi rinuncerebbe, per orientarsi verso il sistema israeliano “Cupola di ferro”, mentre Egitto e Arabia Saudita verso produzioni cinesi.

Come che sia, la pretesa statunitense di imporre l’acquisto di armi yankee significherà un’ulteriore deindustrializzazione europea. Un fatto che è di vitale importanza per gli USA, osserva Dudakov.

Del resto sta scendendo la capitalizzazione di giganti della difesa quali Lockheed Martin e Raytheon e, viste le risorse ancora a disposizione degli europei, gli USA cercheranno di risolvere con quelle i problemi del proprio complesso militare-industriale in fatto di carenza di materie prime e personale tecnico.

Dunque, al nocciolo. Nel 2022, i paesi europei della NATO, secondo i dati del SIPRI ripresi da Politico.eu, hanno aumentato le spese militari del 13%, raggiungendo la somma di 345 miliardi di dollari, poco meno di un terzo in più rispetto al decennio precedente.

E, non potrebbe essere altrimenti, «in gran parte come reazione all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia»!

Già 20-25 anni fa, afferma su Politico.eu l’analista del Center for Strategic and International Studies di Washington, Max Bergmann, sussisteva «il sospetto di un cambiamento nelle capacità di difesa dell’Europa». A seconda della direzione presa dalla UE e di una sua eventuale «separazione dalla NATO, quale sarebbe l’impatto sul complesso militare-industriale USA?».

Macron e il Commissario UE per il mercato interno, Thierry Breton, puntano allo sviluppo del complesso industriale europeo: «Il nostro piano è di sostenere direttamente, con i fondi UE, lo sforzo per potenziare la nostra industria della difesa», dice Breton.

Anche in questo caso, ovviamente, lo si fa «per l’Ucraina e per la nostra stessa sicurezza».

C’è però un “ma”, osserva Politico: in fatto di armi, l’Europa dipende ancora dagli USA. Le aziende europee realizzano di tutto, dal caccia francese “Rafale”, al carro “Leopard” tedesco, al sistema portatile “Piorun” polacco, ma le dimensioni dell’industria degli armamenti USA e la sua innovazione tecnologica, la rendono ancora attraente per gli europei.

L’oggetto più comune è l'F-35 Joint Strike Fighter della Lockheed Martin, venduto a 80 milioni di dollari l’uno. Ma si nota un aumento anche della domanda di missili portatili e proiettili di artiglieria e, ancora una volta il SIPRI giura che ciò si verifica, ça va sans dire, perché «dopo l’invasione russa dell’Ucraina, gli stati europei vogliono importare più armi, più velocemente».

Così, vari paesi europei stanno acquistando missili anticarro “Javelin” di Raytheon e Lockheed Martin; la Polonia ha firmato un accordo da 1,4 miliardi per 116 carri “Abrams M1A1” e un altro da miliardi (sempre di dollari) per sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità della Lockheed Martin.

La Slovacchia punta agli F-16, mentre la Romania agli F-35. Ciò solleva allarme in Europa: Berlino e Parigi sono preoccupate per l’intenzione della Spagna che, mentre è partner nello sviluppo del caccia European Future Combat Air System, mette gli occhi sugli F-35.

Ripetendosi fino alla noia, Politico assicura che il cuore del problema sta nella necessità di riempire i propri arsenali, ma soprattutto di «continuare a spedire materiale in Ucraina» e ciò, dopo decenni di contrazione dell’industria della difesa europea, evidenzia «un periodo difficile di adattamento» alla veloce espansione del mercato, dovuta allo «spasimo di spesa causato dall’invasione russa».

È così che, da una parte, nell’ultimo anno e mezzo si è assistito a un enorme aumento dei bilanci di guerra: la Germania stanzia un fondo speciale di 100 miliardi di euro «dopo l’invasione russa dell’Ucraina», mentre la Polonia arriva quest’anno al 4% del PIL.

Dall’altra parte, le imprese europee necessitano di tempi di consegna più lunghi e contratti a lungo termine per effettuare gli investimenti necessari. Fin qui, ha buon gioco il capitale yankee.

Ma, al di là di quella che un tempo si chiamava la “mistica delle armi” e – soprattutto – della lotta non “a coltello”, bensì a “colpi di missili”, tra complessi militari-industriali rivali delle “democrazie occidentali”, secondo qualche analista il fattore umano rimane essenziale, se non fondamentale.

Nel suo ultimo intervento, Anatol Lieven, del Quincy Institute for Responsible Statecraft, passa in rassegna le “meraviglie” della guerra moderna, cui ricorre l’Ucraina sotto stretto dettame NATO: ricognizione satellitare, droni assassini, artiglieria ad alta precisione.

Meraviglie che, dice Lieven, hanno «attirato l’attenzione delle moderne democrazie e che consentono la vittoria senza il sacrificio di un numero significativo di soldati e, di conseguenza, senza proteste della popolazione».

Ecco però che il conflitto in Ucraina fornisce una «lezione che contraddice direttamente le speranze occidentali in una “rivoluzione nelle cose militari”».

E la lezione dimostra la «duratura fondamentale importanza – nello spirito di Stalingrado, Verdun e Austerlitz – dell’intervento di un gran numero di fanteria ben addestrata, che nelle società moderne può aversi solo con la coscrizione».

Una opzione che non si confà alle realtà occidentali. «Di fronte a una guerra che richiede la coscrizione, la maggior parte dei paesi NATO si rifiuterà di combattere o perderà», afferma Lieven.

Il fattore primario, cioè ‘il morale’ tra masse enormi di soldati, è oggi di difficile realizzazione, escluse forse piccole formazioni professionali o mercenarie. In tutti gli altri casi – forse Lieven si riferisce a eventuali invii di contingenti USA ed europei in Ucraina – «sarà molto difficile creare un tale morale anche tra i soldati professionali NATO, o tra la popolazione civile di questi paesi».

Ecco un esempio concreto: Rasmussen è danese, dice Lieven. Tuttavia «tace sull’invio di danesi in Ucraina. Il motivo è chiaro: conosce troppo bene i suoi compatrioti e il loro esercito».

In ogni caso, osserva Elena Panina su News Front, non dovremmo illuderci che l’Occidente faccia improvvisamente marcia indietro nel conflitto in Ucraina. Ma non è neanche il caso di esagerare la disponibilità delle società occidentali a sacrifici di massa in nome della “libertà dell’Ucraina” e degli “ideali di democrazia”.

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31/05/2023

Liceo Albertelli: una visione alta di scuola pubblica

Intervengo, per vari motivi, sul caso del liceo romano “Pilo Albertelli”, il cui Consiglio di Istituto ha rifiutato i circa trecentomila euro che il PNRR metteva a disposizione della scuola. Il primo motivo è che, sebbene, la notizia sia ormai “vecchia” di alcuni giorni, non mi pare che tutti i temi messi in campo dalle dichiarazioni pubbliche sull’argomento siano stati sufficientemente illuminati.

I fatti sono noti: il 4 maggio scorso il dirigente scolastico presenta al Consiglio d’Istituto due progetti legati all’accesso ai fondi del PNRR.

Tali progetti vengono respinti con 7 voti contrari (4 docenti, 1 studente, 2 genitori), 2 favorevoli (dirigente scolastico e 1 genitore) e 4 astenuti (3 studenti, 1 personale ATA).

La notizia riscuote interesse ed è fatta oggetto di parecchi commenti ed interventi. Spicca tra questi l’articolo apparso su La Repubblica il 15 maggio scorso, firmato da Valentina Lupia. Merita di essere di nuovo tirato in ballo poiché usa metodi discutibili per fare informazione, a partire dal titolo: “Ai ragazzi non serve la tecnologia”: al Liceo Albertelli di Roma battaglia contro i soldi del Pnrr.

Il messaggio è chiaro: al Liceo “Pilo Albertelli” ci sono alcuni retrogradi imbecilli che prendono la parola e decidono per tutti. La giornalista, evidentemente, ha estrapolato poche parole da un discorso molto più articolato. Infatti, sui documenti prodotti dai “rivoltosi” dell’Albertelli, le cose stanno diversamente: i due genitori del consigli di Istituto che hanno sottoscritto la prima dichiarazione sul tema, sottolineano che la scuola dispone di 41 smart TV, 7 proiettori, 49 PC Notebook, 41 PC Desktop ed è “irrazionale ed antieconomico sobbarcarsi collettivamente un debito di circa 150.000 euro per ulteriori attrezzature multimediali che hanno una vita media brevissima…”.

Questo soprattutto se l’abbondanza di materiale tecnologico è sgradevolmente contrappuntata da carenze strutturali, “assenza di manutenzione e sicurezza, classi sovraffollate, precarietà permanente di docenti e personale ATA”.

Come dar loro torto? Come dimenticare il materiale tecnologico obsoleto che intasa i magazzini delle scuole? Le LIM acquistate con un mucchio di soldi pubblici (compresi i costi dei corsi fatti per i docenti affinché fossero in grado di usarle) sono state sostanzialmente rottamate quest’anno, dopo aver spesso adornato le pareti di aule fatiscenti.

Chi ha scritto i progetti respinti? Il dirigente scolastico!

“Apprendiamo inoltre, da un articolo del 16 maggio scorso, sempre apparso su La Repubblica, che i progetti “bocciati” sono stati scritti dal dirigente scolastico! Ha accolto, sì, alcuni suggerimenti, ma nessuno lo ha aiutato nel lavoro di stesura; tali progetti sono stati presentati il ”24 e 25/02/2023 ma portati a conoscenza dei consiglieri di istituto solo il 28/04/2023 senza essere stati sottoposti né al collegio dei docenti e neppure alla competente commissione nominata dallo stesso collegio”.

Ecco un altro punto dolente: lungi dall’essere frutto di una discussione collettiva, i due progetti erano stati “creati” dal dirigente. Come mai nessun altro è intervenuto? Come mai il Collegio docenti non è stato convocato, una volta concluso il lavoro di progettazione? Perché tanta mancanza di partecipazione e così scarso rispetto dei compiti e del parere del Collegio?

Immaginiamo che la splendida solitudine del preside, abbandonato persino dalla commissione nominata all’uopo, sia più il frutto di un clima già conflittuale che non una testimonianza di fiducia verso il dirigente stesso, il quale, adesso, non esita a parlare dello spettro del “commissariamento”, che deciderà comunque come tutti quei soldi debbano essere spesi.

I fondi destinati alla “scuola 4.0” debbono essere spesi per forza

Perché, il punto è questo, i soldi del PNRR DEBBONO essere spesi. Qualcuno obietterà che quei soldi non ce li hanno regalati e che dovranno essere restituiti; qualcun altro, più “ideologico” tirerà fuori dalla naftalina la “libertà di insegnamento”; qualcun altro, un po’ più moderno, farà appello all’autonomia scolastica.

Ma, come si è visto, la maggioranza, davvero “post-ideologica”, sarà pronta a fare la cosa giusta: dare uno entusiasta assenso alla spesa, dimentichi di tutta quella serie di buone ragioni che i genitori del liceo “Pilo Albertelli” mettono in campo.

Il documento è accessibile qui; raramente ho letto un testo così preciso nell’individuare responsabilità che riguardano il governo della scuola, nell’indicare le conseguenze negative di fatti apparentemente positivi, nel prospettare soluzioni diverse da quelle che vanno per la maggiore.

Al polo opposto, quanto a precisione, capacità critica, conoscenza dei problemi materiali della scuola e attenzione al delicato processo educativo, si collocano i due articoli di Repubblica citati in precedenza. Nel primo si facevano passare per retrogradi e ridicoli nemici del “progresso” coloro che avevano bocciato in Consiglio d’Istituto i due progetti presentati dal dirigente Antonio Volpe.

A leggere con minima attenzione l’articolo del giorno successivo, il dirigente stesso non è che presenti bene i “suoi” progetti; dichiara che, almeno uno dei due “è un’iniziativa molto più standard, il progetto chiedeva di modernizzare con strumentazioni tecnologiche almeno il 50% delle aule. E così ho proposto: 20 aule”. Perfetto, molto originale, tagliato come un abito sartoriale sui bisogni della comunità educante di cui il professor Volpe è a capo.

E il primo progetto non è più brillante: con esso il preside ha “cercato di valorizzare quel che già c’è, dalla biblioteca agli spazi museali, aree da rendere moderne e multimediali e dove fare laboratori. Stessa cosa con ‘Le mie competenze’, visto che già ci occupiamo di certificazioni. Un modo anche per rendere la scuola più interessante dopo il calo d’iscrizioni”.

Insomma, per chi mastichi un po’ il burocratese di basso livello che costituisce quasi sempre il registro linguistico dei millanta “progetti” che hanno inquinato le acque delle scuole italiane, qui c’è una sintesi di logori luoghi comuni, dalla certificazione delle “competenze” all’idea che il liceo “Albertelli” debba rendere la propria offerta “più interessante” per contrastare il calo di iscrizioni.

Scuola 4.0: tanti fondi, spesi male

In ogni caso che centinaia di migliaia di euro vengano spesi in interventi inessenziali laddove l’essenziale manca è di per sé criticabile; spiace che su 8.230 istituti italiani totali ben 8.170 abbiano trovato buone ragioni per dire di sì a questo flusso di denaro. E spiace ancor di più che, nel momento in cui una scuola, in tutte le sue componenti, dimostra sensibilità civile, prende sul serio lo scaricare sulla collettività un debito ingente che si sospetta non porterà un cambiamento in meglio nella didattica e rifiuta tale spesa, venga presa di mira e criticata con argomenti ingiusti.

I due progetti respinti non sono frutto di un lavoro meditato e collettivo, ma piuttosto l’adempimento burocratico di una richiesta dall’alto da parte del capo di Istituto; ci si dovrebbe chiedere piuttosto a chi serve che le scuole abbiano a disposizione queste somme ingenti da investire in materiale tecnologico. La risposta è banale: serve a chi produce e commercia questo materiale.

L’avevamo già detto e lo ripetiamo volentieri: la gran parte delle scuole si è trovata in difficoltà nel produrre “progetti” per la scuola 4.0. Lo dimostrano in modo palese le moltissime offerte di ditte che si occupano di informatica e che “aiutano” le scuole a soddisfare le richieste della scuola 4.0, proponendo soluzioni “chiavi in mano”.

L’eccezione del liceo “Albertelli”

Questo, grosso modo, lo stato delle cose. Così facendo, continueremo a veder crescere l’analfabetismo tra i diplomandi; continueremo a proporre la tecnologia come rimedio magico per la evidente crisi educativa che affligge i nostri tempi; continueremo ad indirizzare risorse della collettività verso il profitto privato; continueremo a confondere ciò che a scuola è strutturale con ciò che è superfluo.

È giusto perciò dire grazie alla comunità dell’“Albertelli”, per una ottima ragione: ha dimostrato di avere una visione alta della scuola e dell’educazione, di aver capito che la tecnologia è un mezzo e non un fine e ha avuto il coraggio di dire “no”.

Tanti anni fa già Ivan Illich muoveva una critica profonda alla tecnocrazia: “Lo strumento è inerente al rapporto sociale […] A seconda che io lo padroneggi o che viceversa ne sia dominato, lo strumento mi collega o mi lega al corpo sociale. Nella misura in cui io padroneggio lo strumento, conferisco al mondo un mio significato; nella misura in cui lo strumento mi domina, è la sua struttura che mi plasma e informa la rappresentazione che io ho di me stesso”.

Noi adulti chiediamoci quanto i nostri figli padroneggino gli strumenti informatici o ne siano padroneggiati; interroghiamoci sui motivi del numero crescente di certificazioni che attestano un qualche handicap negli studenti di ogni grado di scuola; chiediamoci se è meglio un ambiente smart di apprendimento o un insegnante preparato, sereno, disponibile al colloquio.

Queste ed altre domande la comunità dell’”Albertelli” se le è poste – ed ha deciso di rifiutare uno spreco di denaro pubblico, al di fuori di ogni dignitosa idea di istruzione e di educazione.

Non possiamo che incoraggiarli e sperare che sempre più docenti, studenti, genitori abbiano voglia di respingere un’idea di scuola tecnocratica, falsamente meritocratica, poco in grado di trasmettere le conoscenze di base e che senta la necessità di affermare un altro modello scolastico, più giusto, più sobrio, in grado di trasmettere cultura, in grado di far crescere cittadini capaci e desiderosi di pensare con la propria testa.

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12/05/2023

Il Tav si schianta contro il muro. La Francia rinvia al 2043

È notizia di questa mattina che il governo francese sta valutando di rinviare fino al 2043 la costruzione della tratta nazionale (60 km per 9 miliardi di costi) che dovrebbe collegare il tunnel a Lione. Il motivo di questo rinvio risiederebbe nei costi eccessivi dell’opera. A quanto si apprende dai giornali la delegazione del governo francese dovrebbe presentarsi con questa posizione alla prossima Conferenza intergovernativa che si terrà il 22 giugno a Lione.

Certamente per i lettori e le lettrici di notav.info non si tratta di una novità dato che è da mesi che preannunciamo la possibilità di questa decisione al netto della cortina fumogena dei giornali Si Tav, per cui va sempre tutto bene.

Senza la tratta nazionale francese va a cadere anche una delle ultime argomentazioni dei promotori dell’opera, cioè il guadagno di mezz’ora di tempi di percorrenza tra Torino e Lione (a costo di sventrare due valli e spendere decine di miliardi). Ciò che sta accadendo è la dimostrazione plastica di quanto il movimento No Tav, da una parte all’altra del confine, ripete da tempo: cioè che l’opera è antieconomica, inutile e rappresenta unicamente un grande regalo alle lobbie del cemento e del tondino.

Ora in linea teorica se la scelta del governo francese dovesse essere confermata anche i lavori per il tunnel di base (di cui non è stato ancora scavato nemmeno un metro, sebbene alcuni giornali facciano finta del contrario) dovrebbero fermarsi perché l’Unione Europea ha condizionato i finanziamenti del tunnel alla costruzione delle linee nazionali. Diciamo in linea teorica perché sappiamo bene che le ragioni della devastazione e del profitto in questo mondo pesano più del buonsenso.

Ricordiamo brevemente che l’Italia dovrebbe pagare il 60% dei costi del tunnel di base, mentre la Francia il 40, a fronte di un tunnel che si troverebbe in territorio italiano solo per 12 km e per 45 in quello francese.

Dunque se i cugini di oltralpe (con un bilancio ben più significativo del nostro) trovano che la spesa per la tratta nazionale sia eccessiva, cosa dovremmo pensarne noi? Intanto dal nostro lato i governi che si sono susseguiti hanno continuato senza colpo ferire l’opera di militarizzazione e devastazione della Val Susa.

Ora dovrebbero chiedere scusa alla valle e a tutti i cittadini i cui soldi sono stati dilapidati in questa opera inutile.

Il 17 giugno ci troveremo in Maurienne per una manifestazione internazionale e popolare per rafforzare il nostro No e impedire che questo scempio ecocida continui sulla sua folle strada.

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18/03/2023

Il governo Meloni resuscita il ponte sullo Stretto di Messina

Le cambiali con il passato berlusconiano del paese si pagano. Il consiglio dei Ministri ha infatti approvato il decreto per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Il decreto del governo che rilancia il progetto del Ponte sullo Stretto parla di una concessione di trent’anni per la società che si occuperà di costruire e gestire il ponte. I trent’anni inizieranno a partire dal momento in cui il ponte sarà operativo, quindi in caso di ritardi dei lavori sarà prolungata. La società in questione sarà la stessa che era prevista anni fa, ossia la Stretto di Messina s.p.a., in liquidazione dal 2013.

Per il Ponte sullo Stretto sono già stati spesi circa 500 milioni di euro senza alcun vantaggio per il territorio e il rischio è che altri 700 milioni possano essere pagati in penali.

I dati del traffico attuale via traghetto sono circa 4,2 milioni annui per i passeggeri (6,3 milioni sono i passeggeri per via aerea). Per le merci il traffico è di circa 3,3 milioni di tonnellate annue attraverso lo stretto (altri 2,2 milioni di tonnellate viaggiano via navi di lunga percorrenza). Tuttavia non risultano previsioni di crescita quantificate.

La società di gestione del Ponte sarà di proprietà principalmente dei ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture, ma avranno una quota anche le Regioni Sicilia e Calabria, l’Anas (gestione strade e autostrade) e la Rfi (trasporti ferroviari). Questi soggetti nomineranno i cinque membri del Consiglio di amministrazione della Stretto di Messina spa.

Le cariche di presidente e amministratore delegato spettano ai ministeri, le due Regioni sceglieranno un consigliere a testa e il terzo dei tre consiglieri verrà indicato dalle società pubbliche di trasporti Anas e Rfi.

Se la società dovesse incontrare problemi e ci fossero dei ritardi o delle difficoltà nel trovare un contraente generale e un project manager (due figure per gestire concretamente il progetto), i ministeri potranno nominare un commissario straordinario che sostituirà la Stretto di Messina s.p.a. nelle procedure di affidamento e realizzazione dell’opera.

Matteo Salvini, ha affermato che il progetto esecutivo dovrebbe essere approvato entro il mese di agosto 2024. Il ministero dei Trasporti – in carico a Salvini – in una nota ha spiegato che il progetto è “nel segno della continuità rispetto a quanto era stato fatto fino al 2012 e poi interrotto dal governo Monti“.

Non solo. Fa sapere anche che ritorneranno in vigore anche i contratti di appalto già stipulati dalla Stretto di Messina s.p.a., e cancellati nel 2012, tranne quelli sul monitoraggio ambientale. Il vecchio progetto sarà “aggiornato con le specifiche tecniche delle nuove normative soprattutto in materia ambientale e di sicurezza“.

Nella bozza del decreto si legge anche che si costituirà un comitato scientifico, che avrà “compiti di consulenza tecnica, anche ai fini della supervisione e dell’indirizzo delle attività tecniche progettuali“. Il comitato in questione porterà avanti il suo lavoro secondo “principi di autonomia e indipendenza” dalle autorità politiche, e darà pareri al Consiglio di amministrazione della Stretto di Messina s.p.a. riguardo al progetto “definitivo ed esecutivo” dell’opera.

Avrà nove componenti, scelti “tra soggetti dotati di adeguata specializzazione ed esperienza“. Immaginiamo le facce...

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13/09/2022

Assalto al bilancio: spese militari per 12,5 miliardi

Se la pace brilla per assenza nei programmi elettorali, le spese militari al contrario brillano, crisi o non crisi di governo, per presenza nei lavori parlamentari.

Lo denuncia in dettaglio l’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane che ha diffuso una nota in cui si spiega che, dallo scioglimento delle Camere il 21 luglio scorso, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha sottoposto all’esame del Parlamento oltre venti programmi di riarmo per un investimento totale pluriennale per le prime fasi confermate che supera i 12,5 miliardi di euro.

L’onere complessivo delle successive fasi dei programmi, già prefigurate ma non ancora sottoposte a voto, potrebbe superare i 22 miliardi di euro nel corso degli anni di vita dei vari progetti. Queste decisioni, che impegnano fondi su futuri vari bilanci dello Stato, scrive Milex nella nota, sono proposte e discusse con un esecutivo che dovrebbe solo garantire il “disbrigo degli affari correnti” in attesa delle elezioni.

«Evidentemente – commenta sarcastico Francesco Vignarca di Rete pace disarmo – la frase ‘disbrigo degli affari correnti’ si applica diversamente a seconda del tema. Ed è un nodo politico direi, se un parlamento che non fa nulla viene convocato velocemente (ieri ndr) per portare a casa almeno una parte di questi 12 miliardi.

Aggiungo che, come accade dall’agosto 2021, siamo in presenza di programmi che, se approvati tutti, porterebbero a una spesa, spalmata su diversi anni, di quasi 30 miliardi. E vorrei aggiungere infine che in Commissione Difesa tutto è sempre stato approvato all’unanimità: non c’è mai stato un solo parlamentare che si sia opposto...»
.

Gli esempi sono numerosi. Cinque programmi (scudo antimissile, armamento droni Predator, elicotteri Carabinieri, sistemi di ricognizione aerea, razzi anticarro) per una spesa complessiva pluriennale di quasi un miliardo sono stati presentati al parlamento il 26 luglio e approvati velocemente (e all’unanimità) dalle Commissioni Difesa di Senato e Camera rispettivamente il 2 e 3 agosto.

Altri sei programmi (nuovi pattugliatori e cacciamine della Marina, ammodernamento degli elicotteri per la Marina, missili antiaerei, ammodernamento di cacciatorpedinieri per la Marina e carri armati per l’Esercito) per una spesa complessiva pluriennale di oltre 6 miliardi sono stati presentati dal Ministero tra il 3 e il 10 agosto e calendarizzati per l’esame in commissione Difesa della Camera a partire da ieri.

Ulteriori dieci programmi (elicotteri d’addestramento, gestione droni, navi anfibie per la Marina, radiotrasmissioni, satelliti spia, bazooka, un sistema di piattaforma stratosferica, droni di sorveglianza, potenziamento di capacità per brigata tattica, nuovi carri armati leggeri) per una spesa totale pluriennale di oltre 5,5 miliardi sono infine stati inviati al parlamento dal ministro il 1 settembre anche se non è chiaro – conclude la nota di Milex sulla lista della spesa – se le competenti Commissioni parlamentari arriveranno a calendarizzare i pareri (obbligatori) su questi atti dell’esecutivo nei pochi giorni di vita che separano la XVIII legislatura dalla sua fine.

Non è finita. Sempre Milex ricorda che si deve aggiungere anche una richiesta per l’ammodernamento e rinnovamento di un sistema satellitare Sicral3 presentata l’11 luglio (345 milioni di euro) e che nel 2022 sono stati votati (sempre all’unanimità) pareri positivi per programmi d’armamento presentati nel 2021 ma discussi nell’anno successivo per un controvalore totale approvato di quasi 4 miliardi.

Su nessuno di questi dossier il parlamento ha mai ritenuto di dover sentire anche le campagne della società civile italiana che si oppongono al riarmo che ci ritroveremo, quale che ne sia il colore, anche nella prossima legislatura.

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02/07/2022

Siccità, nel bacino del Po senza acqua da 120 giorni.

Non basta fare la danza della pioggia ma dalla montagna al mare ognuno nel proprio campo deve fare la propria parte per salvaguardare l’acqua”. Gianluigi Tacchini è un agricoltore della provincia di Pavia. A febbraio raccontava al fattoquotidiano.it la sua preoccupazione per i 50 giorni senza pioggia. Oggi, a quattro mesi di distanza, “la situazione è precipitata” spiega Tacchini mentre cammina tra i campi di mais. Le piante dovrebbero essere alte oltre due metri in questa stagione ma non superano l’altezza del bacino dell’agricoltore a causa della mancanza d’acqua. “Da queste parti non piove per davvero da sei mesi” ricorda Tacchini. Il temporale di mercoledì sera ha dato solo qualche ora di tregua. La mattina dopo la terra già asciutta con temperature che arrivano a 37 gradi.

“La situazione è drammatica” commenta il segretario generale dell’Autorità Distrettuale del fiume Po-MiTE, Meuccio Berselli. “La portata del fiume è in esaurimento, nel delta abbiamo registrato un valore di 160 metri cubi al secondo mentre l’anno scorso ce n’erano 1000 e il cuneo salino è arrivato a 30,6 chilometro, un record”. Alla radice del problema c’è quella che Berselli definisce una “tempesta perfetta”. “Quest’inverno abbiamo avuto una diminuzione del 60% delle nevicate, nel bacino del Po non piove da 120 giorni (tranne alcuni temporali mercoledì) e le temperature sono più alte rispetto alle medie del periodo di 3-4 gradi. Tre fattori che hanno creato un fabbisogno di acqua importante”. Non basterà qualche giorno di pioggia a colmarlo. Secondo le stime dell’ufficio tecnico dell’Autorità Distrettuale del Po dovrebbe piovere fino al 31 dicembre con le quantità delle medie stagionali per compensare il gap.

Che fare dunque? “Gli invasi non possono più aspettare così come i microinvasi per l’agricoltura – suggerisce Berselli – dobbiamo essere più performanti con la depurazione, ci dobbiamo confrontare con colture che necessitano di meno acqua, dobbiamo migliorare le reti idriche che sono dei colaborodo e perdono il 40% delle acque e infine occorre investire su nuove tecniche di irrigazione”. Una serie di azioni che “non vanno fatte separatamente ma vanno inserite in una strategia da attuare in tempi brevi. Non c’è più tempo”.

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27/06/2022

Il nuovo carrozzone del ministro Bianchi

Ci chiediamo se il ministro Bianchi abbia il senso del pudore e quale concezione abbia degli insegnanti che lavorano sotto la sua non tanto illuminata guida.

Infatti, pochi giorni fa, il Ministro ha chiarito alcuni punti relativi alla discussa Alta Scuola di Formazione on line per docenti e dirigenti. Tale scuola terrà corsi triennali per i docenti, in modalità telematica, che prevederanno verifiche annuali e una verifica finale per l’approvazione del lavoro svolto.

Tale lavoro si concreterà anche attraverso delle ore aggiuntive che il docente dovrà effettuare nella misura di un’ora settimanale per la scuola d’infanzia e primaria e di due ore per gli altri ordini di scuola. Quindi oltre al tempo impiegato per seguire i corsi on line, agli insegnanti sarà imposto, di fatto, un aumento dell’orario di lavoro, forse, diciamo sospettosamente, per colmare i buchi della diminuzione prevista dell’organico di oltre 10.000 posti.

Le attività da svolgere in tali ore aggiuntive saranno di sperimentazione, di tutoring, di coaching ecc. Al termine dei corsi triennali, chi passerà l’esame finale, potrà ricevere un compenso una tantum del valore di non meno del 10% e non più del 20% del proprio stipendio.

Diciamo “potrà” perché le risorse messe a disposizione per tale bonus sono sufficienti solo per il 40% circa dei frequentanti dei corsi, quindi una minoranza, a cui comunque, come si è scritto, andrà una somma assai limitata. Le solite miserie.

Dove invece il Ministero non baderà a spese è per il finanziamento dell’Alta Scuola e per i suoi dirigenti. Infatti, chi governerà il sistema sarà ben retribuito perché al Presidente e al Direttore andranno rispettivamente ben 246.846 € l’anno. Questo significa che ciascuno di questi signori o signore guadagnerà quanto una dozzina d’insegnanti di nuova assunzione.

Ma non basta. Al dirigente di seconda fascia che coadiuverà il Direttore andranno 151.165 € l’anno. Dodici funzionari saranno retribuiti 542.522 €, mentre altri soldi sono previsti per il “rimborso spese” del comitato d’indirizzo. Le spese per far funzionare l’Alta Scuola porteranno il costo totale di questo carrozzone a oltre 2.000.000 di € l’anno.

Insomma, le fantasie da grande manager del Ministro costeranno parecchio ai cittadini mentre alla scuola pubblica saranno costantemente ridotti i finanziamenti, le classi saranno sempre numerose e gli insegnanti avranno ancora gli stipendi più bassi d’Europa.

Tuttavia, il ministro Bianchi non dimostra di avere vergogna a proporre tutto ciò, anzi, a margine di un convegno ha parlato della necessità di “riaddestrare” gli insegnanti alle tecnologie digitali. L’uso del termine “riaddestrare” è evidentemente offensivo e non si dovrebbe usare nemmeno per le scimmie, ma lasciamo la forma e andiamo al contenuto.

Forse durante la pandemia il Ministro era distratto e non si accorto che i/le docenti hanno salvato il salvabile inventandosi con creatività e sacrificio personale ed economico una didattica digitale che ha permesso di non bloccare la scuola per due anni scolastici, nella totale assenza di chiare linee guida da parte del Ministero.

Gli insegnanti si sono attivati, hanno costruito reti di aiuto spontaneo tra loro, hanno inventato nuove forme di didattica basandosi solo sulla loro intelligenza e creatività e utilizzando a proprie spese le loro risorse telematiche. Invece che ringraziare e valorizzare queste esperienze il Ministro vuole “riaddestrare” gli insegnanti.

Ci chiediamo perché un tale atteggiamento così sprezzante. La risposta è nelle parole stesse di Bianchi: si vuole stabilire “come le aziende del sistema globale possano essere d’aiuto per l’UE e per l’Italia”. Che in altre parole significa che i privati saranno chiamati a formare gli insegnanti secondo i loro criteri e a stabilire quale digitale serve alle scuole.

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30/03/2022

Una salutare crisi di governo (che non ci sarà)

Fu Matteo Renzi, nel 2014, a sottoscrivere l’impegno a portare la spesa militare in Italia al 2% del PIL. Poi ovviamente questa scelta criminale fu difficile da realizzare, in piena crisi economica.

Tuttavia l’aumento delle risorse pubbliche a favore delle armi fu costante. A danno della scuola e soprattutto della sanità, con un costo sociale e anche di vite umane che abbiamo visto esplodere nella pandemia.

Ora Mario Draghi, grazie alla guerra in Ucraina, può passare alla realizzazione di questo obiettivo che Donald Trump prima, e Biden poi, avevano brutalmente imposto ai paesi della NATO.

Per l’Italia sarebbe una mazzata terribile: 14 miliardi all’anno – 140 in dieci anni – in più per la guerra sottratti alle spese sociali e civili.

Sì, perché contemporaneamente il Presidente del Consiglio rifiuta lo scostamento di bilancio, cioè torna all'austerità. Cioè ogni centesimo che va alle armi viene sottratto ad altre spese.

Il partito di Giorgia Meloni, nuova fan di Draghi, ha proposto di finanziare l’aumento delle spese militari con il taglio del reddito di cittadinanza. I poveri pagano i carri armati, sembra una vignetta antimilitarista dei socialisti di fine '800, invece è la tremenda realtà della classe politica italiana di oggi.

Ma siamo davvero così disarmati al punto da non poter rinunciare alle nuove spese NATO? Non pare proprio. Secondo i dati del SIPRI di Stoccolma la spesa militare USA è di circa 800 miliardi di dollari all’anno. Quella dei paesi della UE di 235 miliardi. Insomma i paesi NATO e UE spendono per armi ogni anno più di 1000 miliardi.

La Russia spende invece circa 70 miliardi. Quindi la spesa della NATO, che da sola è la metà di TUTTA la spesa militare mondiale, è QUATTORDICI volte superiore a quella della Russia. Sarebbe ragionevole diminuire quella spesa, non aumentarla. Anche perché questo incremento si tradurrà soprattutto in un colossale affare per il sistema industriale degli USA, come è stato per i famigerati F-35.

Non è casuale dunque che i due capi di governo italiani più dipendenti dagli USA e il PD, primo partito della NATO, siano i protagonisti della folle corsa al riarmo del nostro paese. Corsa al riarmo che ha fatto indignare e vergognare il Papa, per questo censurato dalla RAI e dai principali giornali.

Se il governo Draghi cadesse proprio sull’aumento delle spese militari sarebbe un fatto salutare per la nostra democrazia e per la pace nel mondo.

La volontà della grande maggioranza degli italiani, contraria a questa decisione, sarebbe finalmente rappresentata nelle istituzioni politiche. Purtroppo non credo che questo avverrà.

Sì, Giuseppe Conte minaccia sfracelli, ma aggiunge anche che gli impegni andranno rispettati, solo un poco più in là, magari dopo le elezioni.

La crisi del governo più guerrafondaio dal 1945 ad oggi sarebbe una buonissima cosa, ma non credo che questa classe politica indecente, che vota tutto al 98%, abbia ora uno scatto di dignità. Troveranno il trucco per stare assieme e continuare a farci pagare tutto.

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17/03/2022

Italia - I partiti in parlamento votano aumento di spese militari per 13 miliardi

L’economia di guerra in Italia marcia a passo spedito. Ieri la Camera dei Deputati con una larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, solo 19 i voti contrari) ha approvato un Ordine del giorno proposto dalla Lega e collegato al cosiddetto “Decreto Ucraina” (ma sottoscritto da deputati di Pd, Fi, Iv, M5S e FdI) che impegna il Governo italiano ad aumentare le spese militari verso quel 2 % del Pil richiesto da anni dalla Nato.

Nel testo approvato si legge che questo risultato dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione” mentre nell’immediato si debba agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”.

Secondo l’Osservatorio sulle spese militari Milex, per l’Italia ciò significherebbe, passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali ad almeno 38 miliardi l’anno di spese militari. Nel corso della stessa seduta è stato anche approvato l’Ordine del giorno a firma Gagliardi che chiede un “incremento della spesa annuale complessiva del settore difesa in misura non inferiore al 3,5% del totale del bilancio finale dello Stato" (da non confondere con il Pil, ndr).

La spesa militare in realtà è già oggi arrivata a 25,8 miliardi con un aumento del solo capitolo investimenti del 75% rispetto al 2019.

Di aumento delle spese militari, aveva parlato piuttosto esplicitamente anche il Sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè in un recente forum all’Istituto Affari Internazionali.

Secondo Mulè la spesa militare in Italia era già aumentata del 20% rispetto al 2019, ma “adesso bisogna fare quel passo in più per portare i 25,8 miliardi intorno ai 38 miliardi che rappresentano il 2% del Pil come da accordi”.

Del resto il Ministero della Difesa già alla fine del 2021aveva presentato una “lista della spesa” con richieste record di finanziamenti miliardari.

Sono ben 31 le richieste presentate per un valore complessivo finanziato di oltre 15 miliardi di euro (e in proiezione un onere complessivo di oltre 30 miliardi di euro).

Qui di seguito i dettagli della lista di spesa per gli armamenti di Esercito, Aeronautica e Marina Militare ricostruita dall’Osservatorio Milex.

Tra gli otto ulteriori programmi trasmessi l’11 gennaio alle Commissioni Difesa di Camera e Senato spiccano quelli per i due nuovi cacciatorpedinieri lanciamissili classe Orizzonte da circa 1,2 miliardi l’uno che saranno prodotti da Fincantieri. Fanno riferimento alla Marina anche il programma per la nave supporto per le operazioni subacquee degli incursori del Comsubin da 35 milioni, una trentina di blindati anfibi 8×8 da sbarco di Iveco e Oto Melara da 10 milioni l’uno e altrettanti gommoni armati da sbarco dal prezzo unitario di quasi un milione e mezzo.

Un’altra trentina di gommoni sono destinati alle forze da sbarco dell’Esercito, cui sono destinati anche una prima tranche (45 mezzi) dei 300 nuovi blindati Orso 2 6×6 in versione “posto di comando e supporto logistico”, prodotti da Iveco e dalla tedesca Krauss Maffei Wegmann al costo di quasi 8 milioni ciascuno.

All’Aeronautica sono destinate invece cinque nuove batterie missilistiche antiaeree CAMM-ER da quasi 50 milioni l’uno per la base di Rivolto in Friuli (prodotte da Mbda Italia e Uk, Avio e Leonardo), i nuovi sensori digitali per i radar della rete NATO di difesa aerea (100 milioni) e l’avamposto di comando aereo per le missioni all’estero (in continuo sviluppo capacitivo: complessivamente costerà 365 milioni di euro).

Queste novità aggiornano il quadro complessivo dei programmi di armamento presentati dalla Difesa nel 2021.

I programmi riferiti all’Aeronautica sono stati 10 per un controvalore di 6,8 miliardi di euro (onere complessivo previsto 12,5 miliardi) con il progetto dell’EuroDrone MALE (1,9 miliardi) e della ricerca e sviluppo per il cacciabombardiere Tempest (2 miliardi) a prendersi la maggior parte delle risorse.

La Marina Militare si è vista assegnare 9 programmi dal costo totale di 3,9 miliardi di euro (onere complessivo previsto 5,5 miliardi) in particolare per i due nuove cacciatorpediniere (2,35 miliardi) e i radar missilistici per le fregate Orizzonte (500 milioni).

All’Esercito sono destinati 5 programmi per circa 1,4 miliardi di euro di costo (ma con proiezione di onere complessivo per ben 8,2 miliardi) in particolare per l’avamposto di comando (500 milioni) e per i blindati Lince 2 (385 milioni) e Orso 2 (348 milioni). I progetti Interforze sono 4 con ben 3 miliardi di euro di controvalore (3,7 miliardi di onere complessivo) soprattutto per le batterie missilistiche anti-aeree da 2,3 miliardi.

“Allo stato attuale delle cose”, afferma Osservatorio Milex, “anche considerando il totale della spesa pubblica compresi gli interessi sul debito, ciò configurerebbe una spesa minima di circa 26,5 miliardi di euro quindi abbastanza prossima al livello attuale di spesa militare, ancora inferiore alla linea derivante dal rapporto del 2% con il PIL richiesto dalla Nato ma, come vediamo, il tabù è stato rotto e il via libera all’incremento delle spese militari è stato dato".

Può apparire retorica, ma non lo è affatto, la domanda per cui questi aumenti nei capitoli di spesa militare su quali altri comporteranno dei tagli, visto che l’art.81 costringe all’obbligo del pareggio del bilancio. Sarebbe doveroso però che tali obblighi costituzionali non valessero solo sul rigore ma anche sul rispetto dell’art.11 della Costituzione.

Ovviamente – e come sempre – l’aumento delle spese militari ha ottenuto un consenso più che bibartisan. Su questi capitoli tra destra e centro-sinistra non si è mai rilevata alcuna differenza.

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09/08/2021

I Talebani stanno per riprendersi l’Afghanistan: 20 anni, 200mila morti e 1000 miliardi di euro dopo

Se non fosse una tragedia potremmo parlare di una farsa, di una commedia dell’assurdo: ma la storia della guerra in Afghanistan è troppo intrisa del sangue di civili ed innocenti per fare dell’ironia.

Parliamo ovviamente della guerra che gli Stati Uniti, e poi tutti i suoi alleati, hanno sferrato contro il regime dei talebani nel 2001. Erano da poco crollate le Torri Gemelle, Osama Bin Laden si diceva che fosse ospitato, sostenuto e protetto proprio in Afghanistan dal movimento degli “studenti coranici” e sopratutto a George Bush e soci serviva un nemico da gettare in pasto all’opinione pubblica statunitense. E dunque ci fu il via libera alla guerra: prima bombardamenti a tappeto, poi le truppe di terra.

Dopo venti anni, qualche mese fa, prima gli americani e poi tutti gli altri membri della coalizione hanno detto basta: troppi costi, la guerra in Afghanistan non è più così utile e strategica, abbiamo altre priorità.

Già da qualche anno i talebani, mai realmente sconfitti, si erano riorganizzati, ed avevano ripreso ad operare militarmente in alcune aree del paese. Dal momento del ritiro delle truppe occidentali, ovviamente hanno accelerato la loro espansione militare, mettendo sempre più in difficoltà l’esercito afghano, armato ed addestrato dai consiglieri militari occidentali, ma evidentemente non sufficientemente motivato nell’opporsi alla determinazione talebana.

L’ultima notizia, rimbalzata in tutto il mondo tra sabato e domenica, è che le forze islamiste hanno riconquistato Kunduz, la principale città della parte settentrionale del paese. È il secondo capoluogo di provincia ad essere riconquistato negli ultimi giorni: anche la città di Sar-e-Pul, nel nord-ovest del Paese, è caduta di nuovo sotto il controllo dei talebani.

Sembra un film già visto: avvenne anche in Iraq, dove nel giro di qualche mese Daesh, lo “Stato Islamico”, conquistò mezzo paese tra il 2014 ed il 2015. Anche in quel caso i jihadisti si erano organizzati nonostante – e forse anche grazie – l’occupazione militare statunitense e degli alleati.

Si erano infiltrati in Siria, devastata dalla guerra civile innescata sempre dagli Usa e dai suoi alleati contro Assad ed avevano poi approfittato della smobilitazione delle truppe occidentali dall’Iraq per rientrare ed attaccare ferocemente l’esercito di Baghdad, impreparato e poco propenso a combattere. Anche perchè molti combattenti di Daesh, a partire dai comandanti, erano ex militari dell’esercito di Saddam Hussein che avevano più in odio gli invasori occidentali ed il loro governo-fantoccio che, forse, gli islamisti stessi.

Un copione ormai consolidato, che ha delle caratteristiche ormai più che evidenti: costa un sacco, in soldi e sopratutto di vite umane, e fallisce sempre, almeno rispetto alle intenzioni iniziali.

È successo in Iraq, in Siria ed ora in Afghanistan: almeno duecentomila morti e circa mille miliardi di euro il costo complessivo di questi venti anni inutili. Tragicamente, drammaticamente inutili.

Ed è incredibile come siano in pochi ad urlarla, questa verità: che cosa siamo (o siete, dipende dal punto di vista) stati a fare per venti anni a combattere laggiù? Quali sono gli importanti risultati strategici, politici e militari raggiunti a fronte di un esborso così abnorme in danaro ed in vite umane? Quale è il vantaggio, il miglioramento esistenziale che è stato dato agli afghani, sopratutto alle nuove generazioni? Cosa hanno avuto di meglio rispetto a prima?

Ve lo diciamo noi: niente. Citiamo alcuni dati, diffusi dall’osservatorio Milex e dal giornale Domani (tra i tanti) negli scorsi mesi, per essere più chiari: secondo alcuni dati, poi secretati, diffusi dall’ U.S. Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction, alla fine del 2018 il governo afghano controllava solo il 54 per cento dei distretti del paese, cioè il numero più basso mai registrato dall’inizio del monitoraggio nel novembre 2015.

Il 34 per cento dei rimanenti veniva considerato come “conteso” – e cioè al centro di conflitti armati per definirne il possesso strategico – e il 12 per cento sotto il controllo talebano.

Negli ultimi cinque anni il 40 per cento circa dei morti civili in Afghanistan sono stati bambini. La maggior parte di queste vittime, il 57 per cento, sono state causate dalle forze internazionali guidate dagli Stati Uniti.

Secondo altri dati, diffusi dal sito internet Action on Armed Violence (Aoav) nel biennio 2018-2019 l’esercito americano ha sganciato più bombe sull’Afghanistan che rispetto alla fase più intensa dei bombardamenti nel 2011: più di 20 al giorno.

Potremmo andare avanti con altri dati, altri numeri, ma il concetto è chiaro. La missione militare in Afghanistan è stato un fallimento totale: strategico, militare, politico. Un fallimento che gronda sangue e che è costato una quantità di soldi che fa spavento.

Per quel che riguarda l’Italia parliamo di circa 8 miliardi di euro: quanti ospedali avremmo potuto tenere aperti? Quanti reparti di terapia intensiva? Domande a cui nessuno darà risposta, come sempre.

Il ritiro delle truppe italiane è scivolato ovviamente sotto silenzio, senza una riflessione, un commento, una battuta su tutti i rifinanziamenti approvati in questi venti anni anche da chi aveva costruito il proprio discorso politico sul tema del definanziamento delle missioni militari.

Parliamo del passato e del presente: d’altronde venti anni sono tanti, e anche se i Talebani stanno riprovando – e per ora sembra ci stiano riuscendo – a riportare l’orologio indietro al 2001, la memoria di quel che è avvenuto in Afghanistan anche con la complicità dell’Italia e con questi risultati, non riuscirà a cancellarla nessuno.

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15/04/2021

Perché ci opponiamo al cantiere di San Didero (in breve)

Il Tav è un’opera inutile, dispendiosa ed ecocida che serve solo alle lobbie del cemento e del tondino. Crediamo che quei soldi vadano spesi in altro: scuole, reddito, sanità, messa in sicurezza dei territori, tutela dell’ambiente.

L’autoporto di San Didero dovrebbe sorgere in una delle poche aree boschive di pianura della bassa valle, un polmone verde per tutto il territorio

I terreni su cui dovrebbe sorgere l’autoporto sono fortemente inquinati di pcb e diossine, sostanze chimiche tossiche molto dannose per la salute. Movimentare quella terra vorrebbe dire immettere nuovamente questi composti nell’aria con le ovvie conseguenze per la salute di chi abita in quei dintorni. Inoltre nell’area sono stati a più riprese rinvenuti rifiuti tossici.

Un autoporto in valle esiste già. È quello di Susa che dovrebbe essere spostato per fare spazio alla stazione internazionale del TAV (altra cattedrale nel deserto) e probabilmente un deposito di smarino degli scavi di risulta del cantiere di Chiomonte. Nonostante le promesse che negli anni Telt ha elargito ci troveremo dunque invasi dal traffico di camion e dalle polveri di smarino sia in alta che in bassa valle, anche qui con ovvie conseguenze sulla salute.

Come sopra, lo spostamento dell’autoporto significherebbe il continuo traffico di camion in un’area abitata che già negli anni si è dovuta confrontare con gli effetti di produzioni inquinanti e nocive.

Solo per recintare l’area del cantiere di San Didero e per gli appalti di sicurezza si prevede che saranno spesi 5 milioni di €. Secondo voi è una spesa sensata?

Queste sono solo alcune delle ragioni che ci portano ad opporci a questo ennesimo atto di arroganza del potere contro la natura e l’essere umano. Resisteremo un anno, un giorno, un’ora più di loro!

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14/04/2021

Presidio di San Didero sotto sgombero

I cantieri del TAV tentano di ripartire con il favore delle tenebre. Nella notte di ieri è stato disposto un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine intorno al presidio di San Didero, l’ex-autoporto in bassa valle gestito dal Movimento NoTav e luogo nel quale si concentreranno i lavori nel prossimo futuro.

La militarizzazione è stata – come sempre quando si tratta di TAV – impressionante. Blindati, idranti, auto e camionette, partite in gran parte da Torino, hanno praticamente assediato il presidio di San Didero. Sulle strade i posti di blocco che impediscono ai solidali di arrivare al presidio non si contano più, nonostante questo durante la notte il Movimento NoTav ha risposto all’occupazione militare ordinata dalla questura.

Nei boschi intorno al presidio sembra di stare su uno scenario di guerra, le forze di polizia per rispondere ai tentativi di rallentamento dei lavori hanno usato ogni mezzo tra cui il lancio dei lacrimogeni ad altezza d’uomo (vietati nei teatri di guerra).

La ripartenza dei lavori avviene con un tempismo che sarebbe sciocco ritenere casuale. Infatti, oggi ci sarà l’udienza per Dana, attualmente detenuta nel carcere di le Valette. Una provocazione bella e buona che si inserisce nella strategia di criminalizzazione degli attivisti del movimento NoTav per giustificarne la violenta repressione che questi stanno subendo da anni.

La notte di ieri in valle dimostra plasticamente – come se ce ne fosse bisogno – la vera natura del governo Draghi, in stretta continuità con i governi precedenti e sempre al servizio del partito trasversale degli affari. Si continua a finanziare un cantiere dannoso per la popolazione della valle, oltre che inutile, con il solo obiettivo di assicurare profitti a quelle ditte che speculano sulle grandi opere come il TAV. Le misure per il contenimento del COVID si usano direttamente per reprimere chi lotta contro TAV – e non solo – e si spendono migliaia di euro per occupare militarmente una valle. Nel frattempo in Europa si supera il milione di morti ma evidentemente, per la classe dirigente, convivere con il virus significa costruire il TAV e mantenere gli ospedali sulla soglia del collasso.

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17/12/2020

Grecia - Incrementate del 57% le spese militari

Non è un refuso, avete letto bene. La Grecia ha fatto sapere di aver stanziato ben 5,5 miliardi di euro per il suo programma di riarmo militare. Si tratta di un aumento del 57% rispetto alle spese militari del 2019 e rivela il clima sempre più teso nel Mediterraneo orientale con la Turchia.

Come vediamo la pandemia del Covid-19 non ha fermato i piani del governo di centrodestra in Grecia di aumentare le spese nel settore della difesa. Il Parlamento di Atene ha approvato nella notte il piano di spesa per il 2021.

La volontà di aumentare le spese per la difesa è stata confermato in Parlamento dal premier Kyriakos Mitsotakis che ha indicato in 5,5 miliardi di euro la cifra stanziata per il settore nel 2021, ovvero il doppio rispetto al 2020.

La cosa fa indignare ma non deve sorprendere. La Grecia, pur devastata da anni di austerity imposta dalla Troika europea, è uno dei membri della Nato più zelanti nell’assolvere al diktat di dedicare almeno il 2% del Pil alle spese militari – come richiesto dagli Stati Uniti – attestatosi al 2,3 per cento nel 2019.

Il governo di centro-destra guidato da Nuova democrazia ha colto al balzo l’inasprirsi delle tensioni con Ankara, alla luce delle attività esplorative “illegali” turche nel Mediterraneo orientale, ed ha spinto l’esecutivo a pianificare un ulteriore rafforzamento del proprio apparato militare che, per paradosso, serve a fronteggiare un “alleato” nella Nato come la Turchia.

Non solo. Questa sorta di keynesismo militare va a vantaggio del complesso militare-industriale europeo. Una delle prime commesse dovrebbe essere l’acquisto di 18 aerei Rafale prodotti dalla francese Dassault su cui lo stesso premier Mitsotakis ha confermato che la Grecia firmerà tra pochi giorni l’accordo con la Francia.

Il costo complessivo per l’acquisto dei Rafale si aggira attorno ai 2,5 miliardi di euro. Di questi 400 milioni sarebbero necessario per l’acquisto dei missili prodotti dal consorzio militare europeo Mbda. Secondo quanto emerso negli ultimi giorni, la Grecia potrebbe essere interessata anche all’acquisto di fregate francesi, nonostante alcuni ambienti militari siano orientati verso le statunitensi Lcs.

Ma per non scontentare gli Stati Uniti ce n’è anche per la società statunitense Lockheed Martin attraverso il ricambio degli F-16 in dotazione alla Grecia.

Il boom di spese militare avviene mentre il Pil della Grecia è previsto in calo del 10,5% per quest’anno con il deficit di bilancio che dovrebbe raggiungere gli 11,77 miliardi (oltre il 7 per cento del Pil) nel 2020 e i 6,67 miliardi di euro nel 2021. A quel punto il rapporto deficit Pil dovrebbe salire fino al 208,9%.

L’agenzia Nova riferisce della decisamente tiepida reazione di Tsipras, secondo il quale “Se c’è una parola per descrivere il bilancio statale per il 2021 e la gestione da parte del governo di tutte le situazioni critiche è fallimento”, ha affermato in aula il leader del principale partito dell’opposizione (Syriza), Alexis Tsipras. “Non stiamo votando contro l’aumento delle spese. Ma non vi diamo carta bianca, senza consultazioni, senza un piano ed una strategia”, ha aggiunto l’ex premier.

Più netta la posizione del Pame, il combattivo sindacato dei lavoratori greci, secondo cui: “La pandemia ha mostrato chiaramente che i vicoli ciechi di questo sistema vengono pagati con vite umane e con il deterioramento della qualità della vita della classe operaia e degli strati popolari. Il bilancio dello Stato prende il testimone dai precedenti governi antioperai e dalle misure antipopolari, continua l’attacco ma allo stesso tempo incanala il denaro ai gruppi affaristici e agli armamenti della NATO”.

Il servizio della Nova segnala poi che parallelamente al potenziamento dell’apparato militare, la Grecia sta portando avanti in questi mesi una intensa azione diplomatica cercando di fare leva sull’Ue per imporre sanzioni alla Turchia, “rea” di minacciare la sovranità di due Stati membri come Grecia e Cipro. Ma su questo fronte, per ora, la Grecia sembra aver trovato maggiore ascolto negli Stati Uniti che nell’Unione Europea.

Nel corso della visita ad Atene dello scorso ottobre da parte del segretario di Stato Usa Mike Pompeo, è stato firmato un protocollo per ampliare l’accordo di cooperazione reciproca nel settore della difesa (Mdca). La Grecia ha inoltre potenziato i suoi rapporti militari con altri Paesi della cordata Emirati Arabi, Egitto e Israele con l’obiettivo di consolidare un’alleanza regionale contro la Turchia.

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09/12/2020

60.000 morti di Covid, nel paese dei De Gregorio e delle frecce tricolori

L’Italia è quel paese in cui Lidia Menapace (senatrice di Rifondazione comunista dal 2006 al 2008) avrebbe dovuto diventare presidente della commissione Difesa ma perse il posto quando, contro le Frecce Tricolori, disse, «sono uno spreco e inquinano e solo in Italia vengono pagate con i fondi pubblici».

Glie la fecero pagare e, al suo posto, venne nominato Sergio De Gregorio, finito in carcere a giugno di quest’anno, insieme ad altre otto persone, con l’accusa di estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio in un’indagine della Direzione distrettuale antimafia.

Quello stesso Sergio De Gregorio che, nel 2013, aveva patteggiato la sua pena a 20 mesi per corruzione in atti d’ufficio: era passato dal centrosinistra al centrodestra votando la sfiducia al governo Prodi, nel 2008, in cambio di 3 milioni di euro presi da Berlusconi per il tramite del faccendiere Lavitola, ambedue condannati per concussione nel 2015 e poi prescritti nel 2017.

Ma aveva ragione Lidia: tutti quei soldi potevano essere investiti meglio. Ad esempio, in sanità pubblica e, forse, non staremmo qui a piangere 60.000 morti di Covid-19 ma, certamente, molti, ma molti di meno.

Ed invece, dall’avvento del governo Monti (nato dalle ceneri del governo Berlusconi) in poi, tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese, hanno continuato a fare tagli sanguinosi al Servizio Sanitario Nazionale mentre le spese militari italiane crescevano vertiginosamente proprio a partire dal 2006, in perfetta coincidenza con la cacciata di Lidia Menapace dalla commissione Difesa.


Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio “Mil€x” di Francesco Vignarca, proprio nel decennio 2006-2016, le spese militari, nel nostro paese, sono aumentate del 21% ed entro la fine del 2020, supereranno i 26 miliardi di euro su base annua, in ulteriore aumento del 6,4% e con un incremento di oltre 1,5 miliardi di euro rispetto al 2019.

Sempre secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x, negli ultimi due anni, la spesa militare è passata dai 25 miliardi di euro nel 2019 agli oltre 26 miliardi di euro del il 2020 (cioè l’1,43% rispetto al PIL) toccando il picco massimo dell’ultimo decennio.

L’indagine ha considerato sia le 36 missioni militari all’estero (1,3 miliardi annui circa) sia gli acquisti diretti di armamenti (tra i 5 e i 6 miliardi di euro annui). Con questi ultimi fondi viene finanziato l’acquisto, da parte dell’Italia, di sistemi d’arma come i malfunzionanti caccia F-35 (15 miliardi solo per l’acquisto), le fregate FREMM e tutte le altre unità previste dalla Legge Navale (6 miliardi di euro) tra cui la portaerei “Trieste” (più di 1 miliardo), missili, elicotteri, ecc. Poi ci sono i 7 miliardi di euro “sbloccati” dalla Difesa e dal Ministero Sviluppo Economico, ovvero, i mezzi blindati previsti dalla “Legge Terrestre” (5 miliardi) acquistati dalla italiana Leonardo. [1]

Il report della Fondazione Gimbe del 2019 ha messo, invece, nero su bianco, le cifre spaventose del definanziamento pubblico del Sistema Sanitario Nazionale, nel periodo 2010-2019 ma, soprattutto, ha evidenziato come tutti i Governi hanno pesantemente ridotto, in misura più o meno variabile, la spesa sanitaria.

Il finanziamento pubblico a carico del SSN, tra il 2011 ed il 2019, è stato decurtato di oltre 37 miliardi di euro di cui circa 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie ed oltre 12 miliardi di euro nel 2015-2019, quando alla sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate per “esigenze di finanza pubblica”. I dati OCSE aggiornati al luglio 2019 dimostrano che l’Italia si attesta sotto la media OCSE, sia per la spesa sanitaria totale ($3.428 vs $ 3.980), sia per quella pubblica ($ 2.545 vs $ 3.038). Nel periodo 2009-2018 l’incremento percentuale della spesa sanitaria pubblica si è attestato al 10%, rispetto a una media OCSE del 37%. [2]

Insomma, non è bastata la gravissima emergenza sanitaria emersa in seguito all’esplosione della pandemia da COVID-19 a cambiare queste scellerate scelte di spesa pubblica ed anche quando l’impatto di quella pandemia rendeva, via via, sempre più evidente il devastante indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale, continuava ad avanzare, inesorabile, l’ininterrotta crescita di fondi e l’impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti. Non sono bastati i tantissimi morti della prima ondata della pandemia che, secondo una rilevazione dell’ISTAT sono stati, tra marzo e aprile in Italia, circa 48mila decessi in più rispetto alla media degli anni precedenti, contro i circa 29mila attribuiti ufficialmente al coronavirus.[3] E, come, abbiamo visto, non basteranno nemmeno 60.000 morti (certamente ancora sottostimati) a far cambiare le priorità del governo in ordine alla gigantesca pioggia di miliardi che pioveranno, anche nel 2021, sul capitolo “spese militari”.

Note:

[1] https://www.milex.org/2020/04/27/spese-militari-italiane-in-forte-crescita-superati-i-26-miliardi-di-euro-su-base-annua/

[2] https://www.gimbe.org/pagine/1229/it/report-72019-il-definanziamento-20102019-del-ssn#:~:text=I%20dati%20OCSE%20aggiornati%20al,a%20Spagna%2C%20Portogallo%20e%20Grecia.

[3] https://www.istat.it/it/files//2020/03/nota-decessi-22-ottobre2020.pdf

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18/06/2020

Il Tav è diseconomico. Ce lo dice l’Europa…

È stato pubblicato ieri il rapporto della Corte dei conti europea di valutazione dei megaprogetti co-finanziati dalla commissione UE. L’audit fa seguito a una richiesta del parlamento europeo che nel 2017 aveva chiesto maggiore trasparenza e “accountability” nella concessione dei fondi. Tra le otto infrastrutture con finanziamento oltre il miliardo di euro, c’è anche la seconda linea ad alta velocità tra Torino e Lione. Invitiamo tutti a leggere il documento, in calce all’articolo e che di seguito riassumiamo.

In poche pagine la Corte mette nero su bianco ciò che i notav affermano da decenni.

Innanzitutto si punta il dito contro i numerosi ritardi accumulati dai promotori dell’opera e l’esplosione dei costi. Il progetto TAV ha accumulato 15 anni di ritardo e, nonostante sia stato concepito nel 1998, a oggi viene considerata irrealistica la messa in servizio della linea per il 2030, tanto per il tunnel che per le infrastrutture di collegamento di cui, a ora non esiste ancora neanche un progetto lato Francia.

Un’affermazione che smentisce clamorosamente le dichiarazioni fatte da TELT solo pochi mesi fa. Inoltre, rispetto alle stime iniziali, il costo del progetto, che inizialmente prevedeva una sola canna e che invece oggi ne prevede due, è aumentato dell’85%, passando da 5,2 miliardi a 9,6 miliardi al netto dell’inflazione.

Questo perché, come spiega la Corte, la presenza di co-finanziamenti UE può “indurre i promotori dei progetti ad aumentare le specifiche progettuali fino ad un livello che va al di là degli standard usuali o a costruire strutture più grandi senza una valida ragione”, con conseguente sotto-utilizzo delle infrastrutture esistenti.


Altro tasto dolente sono le previsioni di traffico che costituiscono la chiave di volta che giustificherebbe la convenienza del progetto. Sull’attuale linea ferroviaria Torino-Lione, ammodernata nel 2011, può transitare l’80% dei mezzi pesanti (compresi camion tipo P400, container tipo ISO e high cube).

A oggi accoglie 3 milioni di tonnellate di merci. I promotori del progetto TAV assicurano che, grazie al raddoppio del tunnel, il traffico aumenterà magicamente di otto volte, arrivando a 24 milioni di tonnellate al 2035. Vista la mancanza di interoperabilità e l’assenza di politiche vincolanti, le cifre sono giudicate dalla Corte “oltremodo ottimistiche” il che porta ad un “alto rischio di sovrastimare i benefici ecologici” del TAV. Quel che è sicuro è che i vari cantieri produrranno 10 milioni di tonnellate di CO2.

I promotori del TAV assicurano che dopo 25 anni dall’inizio dei lavori le emissioni inquinanti saranno compensate da uno spettacolare aumento del traffico su rotaia del 700%. Visto il carattere poco realistico delle previsioni di traffico, il recupero del mega-inquinamento generato dal cantiere potrebbe invece prendere 50 anni o più, periodo in cui la Val Susa e l’area metropolitana torinese saranno invase da CO2 e polveri sottili proveniente dal cantiere del tunnel.

Per quanto riguarda l’uso come linea passeggeri, il rapporto parla di “sostenibilità economica incerta sul lungo termine” dopo aver preso in conto il bacino di utenza interessato dalla nuova Torino-Lione. Perché sia conveniente creare una nuova linea ad alta velocità devono esserci almeno 9 milioni di persone a meno di 60 minuti dall’infrastruttura. Lungo la tratta del TAV invece si arriva a 7,7 milioni.


Ultima criticità messa in evidenza dalla Corte è lo scarso coinvolgimento degli “stakeholder”, ossia dei cittadini e delle comunità locali. Il caso TAV viene citato come particolarmente critico, con le sue oltre 30 cause giudiziarie intentate da privati e associazioni per motivi ambientali e per lo scarso rispetto delle procedure.

Il giudizio della Corte è impietoso e demolisce letteralmente il progetto TAV, giudicato al contempo troppo oneroso, dai dubbi benefici in termini economici ed ecologici, basato su previsioni di traffico errate ed insostenibile sul lungo periodo.

Davanti a un documento così pesante speriamo che chi in questi anni ha blaterato di “esperti” e di Europa non metta per l’ennesima volta la testa sotto la sabbia. Per fortuna, siamo ancora in tempo per fermare questo disastro annunciato chiamato TAV che per troppo tempo ha drenato soldi pubblici sottraendoli alle reali necessità del paese, come la recente crisi sanitaria ha dimostrato.

[Come di consueto, a differenza della stampa sitav, aggiungiamo i link ai documenti e alle fonti perché tutti possano verificare dati e affermazioni, facendo proprio il primo motto che ha animato la lotta notav: informarsi attivamente e farsi un’idea con la propria testa]

Rapporto completo in italiano SR_Transport_Flagship_Infrastructures_IT.pdf

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15/06/2020

Egitto - Fame dilagante e spese militari alle stelle

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

La trattativa con l’Egitto per la commessa di due fregate Fremm Fincantieri al non era «tuttora in corso», come detto in parlamento due giorni fa dal ministro degli Esteri Di Maio.

Il via libera del governo Conte 2 alla vendita non dovrebbe far dimenticare che le due fregate Spartaco Schergat ed Emilio Bianchi – e il resto del pacchetto, tra 9 e 11 miliardi di euro comprendenti, stando alle indiscrezioni, altre quattro fregate e 20 pattugliatori d’altura di Fincantieri, 20 velivoli da addestramento M346 di Leonardo, 24 caccia Eurofighter Typoon e un satellite da osservazione – vanno a rafforzare l’esercito di un paese che nel Mediterraneo ha interessi ben diversi da quelli italiani (vedi la Libia, con Roma schierata al fianco del tripolino Fayez Sarraj e Il Cairo del generale cirneaico Khalifa Haftar).

L’accordo è fatto, con un bagaglio di contraddizioni politiche ed economiche che travolge tanto l’Italia quanto l’Egitto. Se dentro l’esecutivo giallo-rosso entrano in conflitto aperto fatti e parole fin qui spese da esponenti di Pd, 5S e Leu, dall’altra parte del Mediterraneo a esplodere è l’abissale gap tra il governo militare del presidente Abdel Fattah al-Sisi e una popolazione sempre più povera.

Quale sia la politica perseguita dall’ex generale golpista è chiaro: privo di uno schieramento politico ramificato e capace di mobilitare basi ampissime come fu per Hosni Mubarak il Partito nazionale democratico o per Mohammed Morsi la Fratellanza Musulmana, al-Sisi ha a disposizione l’esercito. È sulle forze armate e i servizi segreti che si fonda la legittimazione del sistema di potere instaurato dal golpe del 2013.

Non è un caso che in questi anni diverse riforme legislative abbiano allargato i poteri dell’esercito, mentre prosperava il già radicato oligopolio economico e commerciale – soprattutto in ambito civile – delle aziende delle forze armate. Che producono di tutto, dalla pasta alle televisioni, dai fertilizzati al cemento.

Controllano una fetta di Pil che si aggira intorno al 40% su un totale di circa 250 miliardi di dollari l’anno, grazie anche all’uso di manodopera a basso costo (decine di migliaia di reclute pagate poche decine di dollari al mese) e alla vincita di appalti milionari per le mega infrastrutture volute da al-Sisi.

Che il presidente senta la necessità di puntellare il suo rapporto con la casa madre, le forze armate, non stupisce. Potrebbe stupire che questi acquisti miliardari vengano ordinati da un paese costantemente sull’orlo del fallimento. L’Egitto, tra il 2015 e il 2019, ha incrementato del 206% le importazioni di armi rispetto al quinquennio precedente, scalando la classifica: è terzo al mondo per acquisto di materiale militare e, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, le sue importazioni rappresentano il 5,58% del mercato globale con 40 accordi di vendita dal valore totale di 15 miliardi di dollari siglati negli ultimi sei anni.

Eppure appena un mese fa Il Cairo otteneva dal Fondo monetario internazionale un altro prestito per affrontare l’emergenza Covid-19 che, secondo il ministro delle Finanze Mohamed Mohamed Maait, è costato al paese 8,66 miliardi di dollari a causa del crollo del turismo, delle rimesse dall’estero e del tasso di occupazione, oltre a portare il sistema sanitario sull’orlo del collasso.

L’Fmi ha approvato 2,772 miliardi di dollari da fornire con il sistema Rfi (Rapid Financing Instrument) che si aggiungono ai 12 ricevuti dal 2016, in cambio di riforme di austerity scontate dalla popolazione. Lo ha scritto in una nota lo stesso Fmi, lo scorso 11 maggio: l’Egitto ha fatto i compiti a casa con il suo piano di riforme economiche interne.

Che non si ferma: a inizio settimana il ministero dell’Elettricità ha annunciato l’ennesimo aumento del costo della corrente elettrica, +19% a partire da luglio. Intanto il tasso di povertà continua a salire: il 32,5% degli egiziani, 32 milioni di persone, vive sotto la soglia di povertà, un altro 30% poco sopra.

Chi paga dunque lo shopping militare di al-Sisi, in un paese il cui reddito pro capite sfiora appena i 3mila dollari l’anno? In parte gli stessi paesi che vendono. È il caso italiano, secondo indiscrezioni riportate dal sito egiziano di monitoraggio Egypt Defence Review e da quello italiano Start Magazine: Cassa Depositi e Prestiti, controllata del ministero dell’Economia, potrebbe fornire una garanzia di 500 milioni di euro per l’operazione delle due fregate Fremm, dossier visionato dal cda lo scorso gennaio, coinvolgendo la Sace e diverse banche, quali Intesa San Paolo, Bnp Paribas e Santander.

C’è da tutelare il made in Italy. Le valutazioni politiche non le fa Cassa Depositi e Prestiti, il cui mestiere è tutelare l’industria italiana tra cui la cantieristica, ma chi la controlla, il governo. Che sta operando un’enorme vendita militare a un paese non alleato e violatore seriale di diritti umani per gli interessi economici propri e di grandi aziende.

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