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13/06/2026

Restano detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Riportiamoli a casa

È ormai dal 24 maggio che dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla sono stati sequestrati in Libia mentre cercavano di raggiungere Gaza con aiuti umanitari via terra. Durante le trattative all’ultimo check point a Sirte sono stati catturati.

Tra loro ci sono anche Dina Alberizia e Domenico Centrone, ancora in prigionia a Bengasi senza accuse formalizzate, senza garanzie legali adeguate e con accesso consolare estremamente limitato. L’udienza prevista tre giorni fa è stata fatta saltare dalle autorità giudiziarie della Libia dell’ovest per un errore di comunicazione.

Dina e Domenico dunque restano in prigionia a Bengasi insieme alle altre otto persone coinvolte nel sequestro. Da settimane sono trattenuti senza accuse formalizzate, senza garanzie, senza libertà e tutela legale appropriata.

Dina Alberizia e Domenico Centrone non hanno commesso alcun crimine. Sono persone che lottano per i diritti civili e così il resto del convoglio. La loro unica colpa è aver provato a raggiungere Gaza con aiuti umanitari.

Il 10 giugno alla Sala Stampa della Camera dei Deputati si è tenuta la conferenza “Siamo tutte Convoy”, per chiedere la liberazione immediata degli attivisti e delle attiviste del Global Sumud Land Convoy detenuti illegalmente in Libia. Vi hanno preso parte Sara Surace, tornata dal Land Convoy due settimane fa, Giulio Cavalli, Tony La Piccirella, Maria Elena Delia e con i politici del M5S Stefania Ascari, Dario Carotenuto e Marco Croatti, oltre al team legale della Global Sumud Flotilla e familiari di Domenico e Dina.

“L’elefante nella stanza è che i governi europei, compreso quello italiano, ormai da anni costruiscono relazioni politiche e economiche con paesi che sistematicamente violano il diritto, perché in uno stato di non-diritto è molto più facile disporre delle vite e delle terre altrui” – afferma Tony La Piccirella – “Su questo fatto si basa l’amicizia a cui si appella il nostro Ministro degli Esteri, un’amicizia che non è neanche abbastanza forte per chiedere il rilascio di persone che non hanno commesso alcun reato perché facevano parte di un convoglio umanitario. Questa amicizia non funziona perché è basata su altri presupposti. Noi chiediamo al Governo un cambio di direzione: costruire un’amicizia basata su rispetto del diritto internazionale e tutela della vita. Di questo hanno bisogno le nostre compagne e i nostri compagni”.

Facciamo rumore, facciamo pressione, facciamo quello che i governi continuano a non fare: sosteniamo il popolo palestinese, riportiamo il convoglio a casa.

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