In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese.
Ci sono poi stati degli attacchi con droni contro l’importante complesso petrolifero di Zawiya nella zona occidentale del paese. Infine ci state le dimissioni del governatore della Banca centrale, Naji Issa.
A Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze guidate dal generale Khalifa Haftar, è stato ucciso con un ordigno che sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell’auto. L’attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato e le autorità della Libia orientale hanno aperto un’indagine.
Nelle stesse ore la Libia occidentale è stata colpita da un attacco con droni che ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.
L’impianto di Zawiya, si trova circa 45 chilometri a ovest di Tripoli e ospita la maggiore raffineria operativa della Libia, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno che riceve attraverso un lungo oleodotto il greggio estratto a Sharara.
Quest’ultimo giacimento può produrre circa 300 mila barili al giorno, ed è gestito dalla Akakus Oil Operations, una società partecipata dalla National Oil Corporation libica insieme alla spagnola Repsol, alla francese TotalEnergies, all’austriaca Omv e alla norvegese Equinor.
La rilevanza del collegamento con Zawiya si estende indirettamente anche al vicino giacimento di El Feel: in caso di problemi sulla condotta Sharara-Zawiya, parte della produzione di Sharara può essere deviata attraverso l’oleodotto di El Feel verso il terminale di Mellitah.
Un’interruzione prolungata del sistema potrebbe pertanto richiedere una nuova riorganizzazione dei flussi e produrre ripercussioni anche sul giacimento di El Feel, (produzione 80-90 mila barili al giorno) in gestione alla Mellitah Oil & Gas, una società paritetica tra la Noc libica e l’italiana Eni.
Al momento, tuttavia, la Noc non ha annunciato riduzioni della produzione nei due giacimenti in conseguenza degli attacchi a Zawiya. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, al momento non risultano impatti sulle attività di Eni in Libia.
La sicurezza dell’impianto di Zawiya riveste un’importanza particolare anche per l’Italia, prima destinazione del greggio libico. Secondo le più recenti stime sui traffici marittimi, nel primo semestre del 2026 il mercato italiano ha assorbito circa il 45 per cento delle esportazioni petrolifere della Libia.
I dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), calcolati dal punto di vista delle importazioni italiane, indicano inoltre che nei primi quattro mesi dell’anno sono arrivate dalla Libia circa 5 milioni di tonnellate di greggio, pari al 26,8 per cento del totale e in aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.
La Libia si conferma come il principale fornitore petrolifero dell’Italia, davanti ad Azerbaigian e Kazakhstan. Come noto, il greggio libico è particolarmente ricercato perché prevalentemente “light sweet”, più leggero e con un basso contenuto di zolfo, dunque più semplice e meno costoso da lavorare, consentendo di ottenere più agevolmente prodotti ad alto valore come benzina, gasolio e carburante per l’aviazione.
A questi vantaggi si aggiungono la vicinanza geografica alle raffinerie italiane ed europee e rotte marittime brevi, che non attraversano né lo Stretto di Hormuz né quello di Bab el Mandeb oggi al centro del conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.
Per l’Italia il dossier Libia non è soltanto geopolitico, il paese è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.
Il legame storico e più consistente è quello con l’Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l’Italia il gas estratto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.
Nel giugno scorso l’Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all’anno. A marzo l’Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.
Il quadro che emerge da questi avvenimenti è quello di una Libia ancora in piena instabilità e profondamente divisa e questo può avere ripercussioni anche sull’Italia.
Il rischio di nuove interruzioni di approvvigionamenti energetici dalla Libia assume una dimensione strategica in quanto il mercato petrolifero è già sottoposto alle forti pressioni provocate dalla crisi di Hormuz.
Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile, dopo essere sceso sotto gli 80 dollari appena una settimana fa.
Prima della guerra statunitense contro l’Iran, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano oltre 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sono scesi a circa 4,9 milioni.
In questo contesto, la Libia rappresenta per l’Italia e per l’Europa una delle principali fonti alternative di greggio di alta qualità non dipendenti dalle rotte del Golfo. Un’eventuale compromissione del giacimento di Zawiya potrebbe dunque sottrarre al mercato barili difficili da sostituire in tempi brevi e aggiungere ulteriore pressione sui prezzi.
Ma la Libia continua a essere divisa e instabile.
A Tripoli agisce il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh che deve però fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.
A est, invece, il gen. Haftar mantiene un forte controllo militare e politico sulla Cirenaica attraverso l’Esercito nazionale libico.
L’assassinio di un alto responsabile dell’intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell’area controllata da Haftar.
E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/08/2026
Libia - Attacchi a impianti petroliferi e autobombe
25/06/2026
Domenico e Dina liberi grazie alle lotte!
È di oggi la notizia della liberazione di Domenico Centrone e Dina Alberizia, gli attivisti arrestati illegalmente in Libia il 24 maggio. Dopo oltre un mese di detenzione, domani faranno finalmente ritorno in Italia.
Ancora una hanno vinto le mobilitazioni degli ultimi mesi, perché la solidarietà internazionalista è scesa in piazza e ha strappato questo risultato con la lotta qui in Italia, nel cuore dell’Occidente complice con il sionismo.
Il caso di Domenico, Dina e degli altri attivisti fermati durante le diverse missione di solidarietà verso Gaza è soltanto un esempio della repressione che da anni colpisce il popolo palestinese e chiunque scelga di schierarsi al suo fianco. La loro liberazione rappresenta un piccolo ma importante risultato delle mobilitazioni costruite nelle nostre città e in tutto il Paese.
Ma non basta. Occorre mettere in discussione tutti i rapporti di complicità che i nostri atenei, le nostre scuole e le nostre istituzioni intrattengono con le realtà sioniste e con la militarizzazione crescente della società.
Anche l’Università di Bari, di cui Domenico è un docente, a parole si esprime per la pace tra i popoli e la cooperazione internazionale, ma in verità è complice del sionismo, visto che continua ad avere accordi con la filiera bellica legata ad Israele, nel quadro della crescente militarizzazione che attraversa tutta l’Europa.
È necessario continuare a organizzarsi e mobilitarsi contro l’imperialismo e contro l’escalation bellica verso cui ci stanno trascinando le potenze occidentali.
Le conseguenze delle politiche di guerra le viviamo ogni giorno sulla nostra pelle: tra tagli alla sanità e all’istruzione, assistiamo allo smantellamento progressivo non solo delle scuole e delle università, ma del nostro stesso futuro, sempre più segnato dalla guerra, dalla violenza e dall’oppressione dei popoli.
Per questo non smetteremo di lottare. Continueremo a scendere in piazza ribadendo la nostra totale opposizione all’imperialismo, al sionismo e alla militarizzazione della società.
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13/06/2026
Restano detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Riportiamoli a casa
È ormai dal 24 maggio che dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla sono stati sequestrati in Libia mentre cercavano di raggiungere Gaza con aiuti umanitari via terra. Durante le trattative all’ultimo check point a Sirte sono stati catturati.
Tra loro ci sono anche Dina Alberizia e Domenico Centrone, ancora in prigionia a Bengasi senza accuse formalizzate, senza garanzie legali adeguate e con accesso consolare estremamente limitato. L’udienza prevista tre giorni fa è stata fatta saltare dalle autorità giudiziarie della Libia dell’ovest per un errore di comunicazione.
Dina e Domenico dunque restano in prigionia a Bengasi insieme alle altre otto persone coinvolte nel sequestro. Da settimane sono trattenuti senza accuse formalizzate, senza garanzie, senza libertà e tutela legale appropriata.
Dina Alberizia e Domenico Centrone non hanno commesso alcun crimine. Sono persone che lottano per i diritti civili e così il resto del convoglio. La loro unica colpa è aver provato a raggiungere Gaza con aiuti umanitari.
Il 10 giugno alla Sala Stampa della Camera dei Deputati si è tenuta la conferenza “Siamo tutte Convoy”, per chiedere la liberazione immediata degli attivisti e delle attiviste del Global Sumud Land Convoy detenuti illegalmente in Libia. Vi hanno preso parte Sara Surace, tornata dal Land Convoy due settimane fa, Giulio Cavalli, Tony La Piccirella, Maria Elena Delia e con i politici del M5S Stefania Ascari, Dario Carotenuto e Marco Croatti, oltre al team legale della Global Sumud Flotilla e familiari di Domenico e Dina.
“L’elefante nella stanza è che i governi europei, compreso quello italiano, ormai da anni costruiscono relazioni politiche e economiche con paesi che sistematicamente violano il diritto, perché in uno stato di non-diritto è molto più facile disporre delle vite e delle terre altrui” – afferma Tony La Piccirella – “Su questo fatto si basa l’amicizia a cui si appella il nostro Ministro degli Esteri, un’amicizia che non è neanche abbastanza forte per chiedere il rilascio di persone che non hanno commesso alcun reato perché facevano parte di un convoglio umanitario. Questa amicizia non funziona perché è basata su altri presupposti. Noi chiediamo al Governo un cambio di direzione: costruire un’amicizia basata su rispetto del diritto internazionale e tutela della vita. Di questo hanno bisogno le nostre compagne e i nostri compagni”.
Facciamo rumore, facciamo pressione, facciamo quello che i governi continuano a non fare: sosteniamo il popolo palestinese, riportiamo il convoglio a casa.
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06/06/2026
Libia - Ancora detenuti gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame
Sono detenuti in Libia ormai da 13 giorni, con pochissime informazioni chiare e nessuna possibilità di comunicare liberamente con le proprie famiglie.
Questo è il trattamento riservato dalle autorità libiche dell’ovest agli attivisti disarmati e pacifici che trasportavano aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza negoziando un passaggio che, secondo quanto riportato, era stato precedentemente concordato con le autorità locali.
Tra loro ci sono medici, giornalisti, attivisti e attiviste impegnate in una missione umanitaria. Due di loro, Dina Alberizia e Domenico Centrone, sono italiani.
La loro detenzione è stata prorogata ancora.
Secondo il diritto internazionale si tratta di detenzione arbitraria. Alcune delle persone fermate hanno iniziato uno sciopero della fame per chiedere accesso legale, contatti con le famiglie e informazioni certe sulla propria situazione. Lo stato psicologico e di salute è in rapido deterioramento.
Nel silenzio quasi totale delle istituzioni e dell’informazione.
“Chiediamo ai governi coinvolti, compreso quello italiano, di pretendere accesso consolare immediato e il rilascio delle persone detenute” afferma in una nota la Global Sumud Flotilla.
Gli attivisti del Sumud Convoy detenuti illegalmente sono al sesto giorno di sciopero della fame e della sete (senza cibo né acqua) e le loro condizioni sono preoccupanti.
Da lunedì, i dieci attivisti detenuti a Bengasi stanno rifiutando il cibo, e molte anche l’acqua, per protestare contro una detenzione illegale prolungata, i maltrattamenti e il fatto di non avere accesso a un avvocato. Alcune sono state costrette a interrompere lo sciopero, ma molte continuano nonostante il peggioramento delle loro condizioni di salute.
Le loro vite sono in pericolo. Non hanno ricevuto alcuna assistenza medica e vengono trattenute in “black sites”, luoghi di detenzione segreti o sconosciuti.
“Chiediamo il loro rilascio immediato e abbiamo bisogno che vi mobilitiate subito” – scrive in un appello la Global Sumud Flotilla – “Chiamate. Pubblicate. Fate pressione sulle autorità.
Condividete questo aggiornamento il più possibile”.
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27/05/2026
Rientrati dalla Libia in Italia gli attivisti del Convoy per Gaza. Dieci ancora nelle mani dei libici
Sono atterrati all’aeroporto di Fiumicino, sei attivisti italiani del Convoy di terra della Global Sumud Flotilla violentemente sgomberati lunedì scorso mentre erano accampati nei pressi della città libica di Sirte. Erano in attesa di avere notizie di altri 10 attivisti – tra cui 2 italiani – che stavano negoziando il passaggio della Global Sumud Land Convoy e fermati perché accusati di “ingresso illegale”.
Il convoglio della ‘Flotilla di terra’ si era fermato all’altezza di Sirte, dove si era accampata, dopo la mancata autorizzazione di attraversare la Libia per arrivare poi in Egitto e quindi al valico di Rafah che lo separa da Gaza. “Siamo preoccupati per i nostri compagni, non abbiamo più loro notizie”, hanno dichiarato gli attivisti atterrati a Fiumicino.
I due attivisti italiani tra i dieci fermati in Cirenaica e rimasti ancora in Libia sono Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Avevano tentato una mediazione per il passaggio del convoglio umanitario entrando volontariamente nella terra di nessuno tra le due Libie (quella di Haftar a est, quella del governo di Tripoli a ovest) con un obiettivo preciso: negoziare per trovare un varco dove i camion del Land Convoy potessero passare senza essere bloccati.
Tre giorni dopo, di loro non si sa ancora nulla. Assieme a loro ci sono attivisti di altri paesi come Alicia Armesto Nuñez (Spagna), Laura Kwoczała (Polonia), Jenelle Jones (Usa), la dottoressa Maria Paula Giménez (Argentina), il dottor Lucas Ezequiel Aguilera (Argentina), Matias Alvarez Rodriguez (Uruguay), Ana Margarida França Santana Baptista (Portogallo) e Ashraf Khoja (Tunisia).
Secondo informazioni non ufficiali diffuse dalla Flotilla, le autorità della Libia orientale avrebbero accusato i dieci di essere entrati nella zona senza autorizzazione, e sarebbero in corso le procedure per la loro espulsione. Il ministero degli Esteri del governo di Haftar ha confermato le accuse di ingresso illegale, assicurando che viene fornita “l’assistenza sanitaria e umanitaria prevista dalla legge”. Ma il consolato italiano a Bengasi, pur avendone fatto richiesta, non ha ancora ottenuto il permesso di visitarli.
“Non li sentiamo da tre giorni, neanche le famiglie hanno avuto alcun contatto e stanno impazzendo”, ha detto Maria Elena Delia, portavoce italiana del movimento. “Al momento, non sappiamo neanche ufficialmente se siano in stato di fermo, in detenzione, ci arrivano semplicemente voci”.
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26/05/2026
Attaccato in Libia il Convoy per Gaza
In un avviso diffuso in serata, il Sumud Convoy diretto a Gaza bloccato in Libia segnala che veicoli non identificati hanno speronato le tende, le persone vengono picchiate e trascinate con la forza in auto e autobus.
Uomini e donne vengono violentemente aggrediti e costretti ad abbandonare il sito dove si erano accampati gli attivisti nei pressi della Moschea di Sirte.
“Sebbene non sia chiaro chi sia il responsabile degli attacchi, ci giungono segnalazioni di forze di sicurezza legate alle autorità della Libia occidentale”, in pratica si tratterebbe di forze del governo libico “riconosciuto” dalla comunità internazionale ed anche dal governo italiano.
Domenica pomeriggio dieci attivisti del Global Sumud Land Convoy avevano attraversato il checkpoint di Sirte – che divide la Libia tra quella controllata dal governo di Tripoli e quella controllata dal gen. Haftar – per negoziare con le autorità della Libia orientale (Haftar, ndr) la ripartenza del convoglio fermo da otto giorni nella zona neutrale. La diretta streaming si era interrotta e a quel momento la portavoce italiana della Global Sumud Flotilla Maria Elena Delia ha affermato che “i contatti sono persi”.
Tra i dieci attivisti fermati ci sono due italiani, Domenico Centrone, trentatré anni di Molfetta, e Leonarda Alberizia, di Albugnano. Il convoglio è composto da duecentocinquanta persone, sette ambulanze, dieci camion, e punta ad arrivare al valico di Rafah a Gaza attraversando la Cirenaica e l’Egitto per portare aiuti umanitari ai palestinesi.
Poi ieri pomeriggio la situazione è precipitata. “Siamo stati attaccati dalle forze libiche dell’ovest nel nostro accampamento verso le 18:30. Eravamo in presidio ad attendere il rilascio delle compagne e dei compagni (i dieci attivisti fermati ieri dalle milizie della Libia dell’Est dopo aver oltrepassato il confine e ancora non rilasciati ndr), quando abbiamo visto arrivare le camionette nere con a bordo i militari. Erano tutti a volto coperto. Prima due, poi quattro, poi altri ancora. Ci siamo radunati tutti nella moschea ma i militari hanno iniziato a intimarci violentemente di sgomberare l’area, di salire sui pullman e di andare via”. Sara Suriano, attivista pugliese, ha così descritto quanto accaduto ieri pomeriggio a Sirte, nella Libia dell’Ovest.
Come noto, raggiungere Gaza dal valico di Rafah sul confine con l’Egitto significa attraversare almeno due zone critiche: la prima è quella del Sinai, spesso interdetta a causa dei combattimenti tra l’esercito egiziano e gruppi jihadisti, la seconda – se si proviene dal Maghreb occidentale – è indubbiamente la Libia spaccata in due e preda di milizie che in parte agiscono per conto proprio e in parte rispondono ai due governi contrapposti.
L’assedio israeliano dei palestinesi a Gaza da terra e da mare è diventato un genocidio ma è anche il rivelatore di tutte le contraddizioni e i contrasti aperti in Medio Oriente.
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25/05/2026
Ancora bloccato a Sirte il Convoy per Gaza
I volontari del “Global Sumud Land Convoy”, l’altra missione internazionale di terra per rompere l’assedio di Gaza, si sono avvicinati al posto di blocco di Sirte per negoziare il passaggio.
Il convoglio terrestre della Flotilla sta provando ad aprire un varco umanitario a Gaza attraversando la Cirenaica per poi passare in Egitto e raggiungere il valico di Rafah.
Un gruppo di dieci attivisti che è andato a negoziare il passaggio è stato bloccato dai miliziani del generale Khalifa Haftar che governo la parte occidentale della Libia. Una corrispondenza di questa mattina dal Convoy afferma però che non si tratta di arresti ma di verifiche.
Secondo quanto riferito dalla Global Sumud Flotilla il convoglio di duecento persone aveva iniziato a muoversi verso Sirte nel primo pomeriggio di ieri intorno alle 14:30, con sette ambulanze e dieci camion umanitari. Quasi un’ora dopo le milizie della 604esima brigata affiliate a generale Haftar – che controlla l’est del Paese – si sarebbero schierate alla fine del varco della stessa città, schierando cecchini e veicoli armati con mitragliatrici.
A questo punto il gruppo di dieci persone con due auto e un’ambulanza – tra cui cittadini statunitensi, italiani, spagnoli, polacchi, portoghesi e greci – si sarebbe diretto verso il checkpoint per negoziare con le autorità, interrompendo la diretta streaming che fino ad allora era in corso. Il check point sarebbe stato superato, ma da allora non si avrebbero più notizie di loro nonostante i corrispondenti sul posto smentiscono che siano in arresto.
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19/05/2026
La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo
E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.
Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.
Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).
Nell’ottobre del 2025, le RSF hanno espugnato la città di El-Fasher, nel Nord Darfur, compiendo massacri contro la popolazione civile non araba che gli osservatori ONU hanno descritto come una transizione verso il genocidio. Nonostante le dichiarazioni formali di Abu Dhabi, i flussi di approvvigionamento non si sono mai fermati: numerosi voli cargo sospetti hanno continuato a viaggiare dagli Emirati all’Etiopia, per poi riversare armi oltre il confine sudanese.
Il “modus operandi” emiratino evita il dispiegamento di truppe proprie, preferendo muovere l’intelligence e imponenti risorse finanziarie attraverso reti transnazionali. In essa, riporta il think tank tedesco, ci sono le truppe comandate dal generale e politico libico Haftar – che controlla Bengasi e a cui sono stati forniti pure equipaggiamenti occidentali – e anche forze di polizia come la Puntland Maritime Police Force (PMPF), operante dalla regione omonima e semi-autonoma della Somalia.
Abu Dhabi fa anche largo uso di mercenari. Nel 2025 il governo USA ha sanzionato attori legati al reclutamento di centinaia di mercenari colombiani e sudanesi, gestiti dalla società emiratina Global Security Services Group, impiegati in prima linea come piloti di droni, artiglieri e istruttori.
Infine, un pilastro fondamentale della proiezione emiratina in Africa è il suo ruolo nel riciclaggio di oro contrabbandato: Abu Dhabi si arricchisce direttamente attraverso i canali illegali dell’oro proveniente dalle zone di conflitto, costruendo così un meccanismo di finanziamento e sostegno politico ai signori della guerra locali che si ripaga da solo.
L’approccio geopolitico degli EAU risponde a logiche precise, che vedono il caos come obiettivo strategico. Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch e docente all’Università di Princeton, in una recente intervista a Clash Report ha affermato: “gli Emirati Arabi Uniti preferiscono paesi divisi e caotici a quelli uniti attorno all’Islam politico”.
Lo studioso ha però fatto presente che Abu Dhabi va a braccetto con Tel Aviv in questo orizzonte: “Israele condivide questa preferenza, dalla Siria all’Iran. Netanyahu non ha un obiettivo finale, solo la distruzione. Gli Emirati Arabi Uniti condividono la preferenza di Israele per il caos rispetto a qualsiasi governo unificato che potrebbe minacciarli”.
Questa convergenza strategica trova riscontro anche sul piano diplomatico. Nell’appena concluso vertice dei BRICS, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato apertamente gli Emirati di aver bloccato una dichiarazione congiunta dei membri del gruppo, volta a condannare le aggressioni israeliane in Medio Oriente, proprio a tutela dei rapporti speciali che Abu Dhabi intrattiene con lo Stato ebraico.
Al contempo, gli EAU stanno collaborando con Israele per stabilire una presenza militare a Berbera, nella regione somala del Somaliland. Una forte presenza nell’area significherebbe avere un avamposto funzionale alla gestione dei flussi del Mar Rosso e a minacciare gli Houthi, estendendo la propria influenza sul Corno d’Africa, sia dal punto di vista geopolitico sia sotto quello economico.
Infatti, la spinta espansionistica in Africa serve anche a tutelare i massicci investimenti infrastrutturali dei colossi statali della logistica, come DP World e AD Ports Group, che gestiscono terminal nevralgici in Senegal, Tanzania, Mozambico, Angola ed Egitto, e che risultano centrali per assicurarsi il controllo delle rotte commerciali e delle materie prime.
Tutto ciò è di cruciale importanza sulla strada della diversificazione economica, su cui Abu Dhabi si è incamminata da molto più tempo di quanto si possa immaginare, se si ragiona secondo i soliti stereotipi sulle “petromonarchie”: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) riportava già nel settembre 2024 che oltre il 70% del PIL della federazione della penisola araba non provenisse dall’oro nero.
Tuttavia, questa politica ha fatto esplodere le frizioni con il vicino saudita. Nello Yemen, ad esempio, dove i due paesi portavano avanti una campagna militare unitaria contro gli Houthi, e da dove, all’inizio del 2026, gli Emirati hanno deciso di ritirare tutte le loro truppe. L’onda lunga di questa frattura è arrivata al Sudan: l’Arabia Saudita (insieme a Egitto e Somalia) ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo ai voli di rifornimento emiratini diretti alle RSF.
Le tensioni hanno persino causato il fallimento della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026. Il culmine di questo processo di rottura è stato l’annuncio del ritiro degli EAU dal cartello petrolifero dell’OPEC, e dalla scelta di giocare una partita più autonoma negli incroci del mondo multipolare. La Cina rimane un partner strategico, ma i larghi investimenti sull’IA sono statunitensi, mentre sul piano geopolitico viene stretta l’alleanza con l’India di Modi, contro l’asse Arabia Saudita-Pakistan.
Le conseguenze dell’interventismo emiratino non restano confinate in Africa, ma colpiscono direttamente la situazione europea in termini di sicurezza commerciale e flussi migratori. Per citare alcuni dati, a causa della guerra in Sudan la percentuale di rifugiati sudanesi sbarcati in Italia è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dal 3% al 6% del totale degli arrivi. In Grecia, i sudanesi rappresentano ormai la seconda nazionalità per richiedenti asilo (oltre il 20%).
Nonostante ciò, Abu Dhabi ha finora goduto di una spiccata clemenza diplomatica. I “sovranari” nostrani sono sempre pronti a lanciare l’allarme sui migranti, ma si guardano bene dal denunciare pubblicamente l’origine e il colpevole delle crisi che costringono migliaia di persone a scappare dal proprio paese, per cercare di sopravvivere.
Nel novembre 2025, la ministra di Stato agli Affari Esteri degli Emirati, Lana Nusseibeh, ha condotto un’intensa attività di lobbying a Bruxelles: il risultato è stato la cancellazione di qualsiasi riferimento al ruolo degli EAU nella risoluzione del Parlamento Europeo sul Sudan, grazie all’opposizione del Partito Popolare Europeo (PPE).
Per concludere questo articolo, sono già estremamente significativi il monito e le richieste finali del documento redatto dal SWP. Ripetiamo, non si tratta di un giornale comunista a dirlo, ma è un centro studi tedesco ad affermare che i governi europei non possono più considerare gli Emirati un partner costruttivo, se questi continuano ad agire come fattore di destabilizzazione internazionale, come lo sono oggi.
Sfruttando il fatto che Abu Dhabi teme i danni d’immagine e vuole proteggere le proprie relazioni occidentali a causa delle fragilità emerse con la guerra in Iran, il think tank suggerisce cinque linee d’azione:
- rompere il muro del silenzio sul sostegno degli EAU alle milizie coinvolte nei più efferati crimini registrati negli ultimi anni in Africa;
- estendere le sanzioni economiche dell’UE agli attori emiratini che violano gli embarghi sui territori in guerra;
- bloccare le forniture militari;
- monitorare severamente le transizioni che avvengono sulla piazza finanziaria di Abu Dhabi;
- congelare l’accordo di cooperazione che la Germania (e altri paesi europei) hanno col paese dal 2004, vincolandone la ripresa a un reale cambio di rotta di Abu Dhabi in Africa.
È chiaro che tali proposte si inseriscono in un quadro di riequilibrio delle relazioni con un tassello fondamentale per la UE nello spazio che va da Gibilterra al Golfo Persico: non c’è nessun interesse nel costruire un sistema più giusto, ma solo la volontà di saper svolgere un ruolo attivo in questo spazio politico, non solo subire le scelte di Abu Dhabi.
Non basta, ma leggere queste parole in un rapporto del genere è indice della profondità a cui sono arrivate le contraddizioni… e anche che qualcuno, almeno in Germania, sta storcendo il naso.
Fonte
03/04/2026
ONU: l’Italia chiarisca sulla possibile violazione dell’embargo militare sulla Libia
Secondo gli esperti dell’ONU, infatti, l’Italia sarebbe “non compliant”, ovvero non conforme alle prescrizioni previste dalle risoluzioni, in particolare la 1970 del 2011, che funge da architrave per l’embargo sulle armi e il divieto di assistenza militare al paese nordafricano. Al centro della contestazione c’è un corso di addestramento svoltosi nel dicembre 2024.
Nell’ambito della missione bilaterale di assistenza (MIASIT), il Mobile Training Team del Centro di Addestramento Paracadutisti e del 184° Comando “Nembo” ha svolto attività di “formazione” di 27 cadetti dell’accademia di Tripoli in “speciali tecniche di combattimento corpo a corpo”. Se per il Ministero della Difesa questa attività rappresenta uno strumento per rafforzare le istituzioni locali e la credibilità italiana nelle operazioni internazionali, la valutazione delle Nazioni Unite è diametralmente opposta.
Per il Panel, l’addestramento aveva una natura puramente militare e, in quanto tale, costituisce una violazione diretta del paragrafo 9 della risoluzione 1970. Ma forse ancora più grave è il fatto che, nonostante tre missive formali inviate dagli esperti a Roma, nessuna risposta è mai giunta dal governo italiano. E non è l’unico nodo rimasto senza chiarimenti.
Il Panel ha chiesto informazioni rispetto a ben 38 voli cargo militari partiti dall’aeroporto di Pisa con destinazione Misurata, Tripoli e Bengasi. Il trasporto di beni o operativi impegnati in attività non proibite dalle risoluzioni ONU deve essere dimostrata, e ciò non è stato fatto dal governo italiano.
Stati spesso indicati come autoritari (la Turchia, e persino la Russia, ad esempio), in situazioni simili, hanno fornito tutte le informazioni richieste, l’Italia no. E nemmeno gli Stati Uniti, che hanno scelto la via del silenzio, di cui 11 dei 14 voli contestati sono decollati da Sigonella. Giusto a ricordarci il peso nelle continue violazioni del diritto internazionale su cui il nostro governo “chiude un occhio” a causa del suo asservimento a Washington.
Del resto, il volo italiano che più desta scalpore è quello avvenuto il 23 gennaio 2025, appena due giorni dopo la riconsegna di Almasri, nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale che pendeva su di lui. Come per i sorvoli di Netanyahu sui nostri cieli, per loro il diritto valeva “solo fino a un certo punto”.
Il rapporto del Panel finirà probabilmente sul tavolo del Consiglio di Sicurezza, ed è necessario pretendere la fine del silenzio di Roma.
Fonte
05/02/2026
Libia - L’ombra neocoloniale sull’omicidio di Saif Gheddafi
Mercoledì mattina, la Procura di Tripoli ha annunciato l’apertura di un’indagine sulla morte di Saif al-Islam Gheddafi, confermando che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella sua casa nella città di Zintan.
Da quanto risulta dalle prime indagini quattro uomini armati e a volto coperto hanno fatto irruzione nell’abitazione di Saif Gheddafi, disattivando prima il sistema di videosorveglianza. Ci sarebbe stato uno scontro a fuoco tra il commando e lo stesso Saif, conclusosi con la morte di quest’ultimo.
Secondo il network saudita al Arabiya l’omicidio sarebbe avvenuto nel quadro degli scontri armati tra milizie locali e milizie fedeli all’ex regime di Gheddafi proseguiti per diverse ore nel pomeriggio, nella zona desertica di al-Hamada e nei pressi di Zintan.
Saif Gheddafi era uno dei più popolari leader politici della Libia e ambiva a presentarsi alle elezioni, una tappa che fino ad oggi è stata sistematicamente rinviata dal cosiddetto governo libico di Tripoli “riconosciuto dalla comunità internazionale”.
Contro di lui era stata emessa anche un condanna della Corte Penale Internazionale successivamente all’aggressione della Nato nel 2011 e alla violenta deposizione e uccisione del padre, Muhammar Gheddafi. Arrestato, era stato rilasciato nel 2017 grazie ad una amnistia.
Considerato a lungo come il successore del padre, nel 2021 Saif Gheddafi aveva annunciato la propria candidatura alla presidenza della Libia, ma le elezioni furono poi rinviate sine die.
Dalla morte del padre era considerato il leader della resistenza nazionale della Jamāhīriyya libica nel Consiglio nazionale di transizione (Cnt). Con l’acutizzazione della guerra civile in Libia Saif al-Islam Gheddafi ha acquisito sempre più importanza come riferimento della resistenza ad oltranza contro le milizie del Consiglio nazionale di transizione e contro la Nato.
L’analista libico Essam al-Zubair, sentito da Al Jazeera, ritiene che ad essere maggiormente colpite dalla morte di Saif al-Islam siano le correnti che si sono schierate con lui dopo aver abbandonato il sostegno al gen. Kalifa Haftar, mentre chi sostiene il generale ne trarrà beneficio.
Questo perché “i sostenitori di Gheddafi saranno costretti a schierarsi automaticamente con Haftar o dovranno affrontare una crisi interna che potrebbe portare alla disgregazione delle loro fila”. Sottolinea inoltre che la sua assenza eliminerebbe un elemento competitivo influente dalla mappa del conflitto politico, dando agli altri partiti un margine di manovra più ampio.
Secondo al-Zubair, l’emergere di Saif al-Islam come forte concorrente nel sud e l’estensione della sua presenza in aree dell’ovest e della Cirenaica, hanno approfondito lo stato di ostilità tra lui e Haftar, ed hanno spinto a tentativi di ostacolare la sua strada politica, incluso l’aver impedito ad alcuni suoi consiglieri di raggiungere la corte della Sabha durante il periodo della sua candidatura alle elezioni.
Anche un altro analista libico, Hazem al-Raisi, rileva che Khalifa Haftar potrebbe essere il “maggior beneficiario” della rimozione di Gheddafi dalla scena politica, ma non esclude un mandante internazionale per l’omicidio del leader libico.
È notizia di qualche giorno fa che Macron ha dato carta bianca ai suoi apparati di sicurezza per “ridimensionare” i leader africani che si sono sganciati dal controllo coloniale francese. Le responsabilità della Francia nel rovesciamento di Muhammar Gheddafi e la destabilizzazione della Libia sono note.
Colpisce anche il cinismo del quotidiano francese Le Monde che scrive: “L’ipotesi di un ritorno sulla scena del figlio del dittatore Muhammar Gheddafi ora è stata rimossa”. Quasi un timbro di approvazione...
Raisi segnala poi un incontro a Parigi sulla situazione libica proprio in coincidenza con l’uccisione di Saif Gheddafi, con la partecipazione dello statunitense Massaad Boulos, consigliere speciale di Trump per la regione.
In Libia, due governi continuano a contendersi il potere: quello di unità nazionale (Gnu) con sede a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Dbaibah e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Bengasi (est), guidato dal maresciallo Khalifa Haftar, che ha esteso la sua autorità al sud del paese.
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24/01/2026
Accordo Italia-Qatar-Libia per ridisegnare il porto di Misurata e il “Mediterraneo allargato”
L’intesa vede come protagonisti il colosso italo-svizzero MSC (attraverso TIL, Terminal Investment Limited), il fondo qatariota Al Maha Capital Partners e l’autorità portuale libica. In campo c’è un investimento da 2,7 miliardi di dollari in tre anni per trasformare il porto di Misurata in un hub logistico di ultima generazione.
Il progetto mira a un salto della scala delle operazioni. Dalla capacità attuale di circa 650 mila TEU (un TEU è la capacità di un container di circa 6 metri), il terminal punta a raggiungerne 1,5 milioni nella prima fase, per poi salire fino a 4 milioni di TEU l’anno. Le ricadute occupazionali sono altrettanto significative: si stimano 70 mila posti di lavoro tra diretti e indiretti.
La Misurata Free Zone manterrà la supervisione e la proprietà degli asset, mentre i partner internazionali porteranno know-how e capitali. In prospettiva, l’obiettivo è rendere il porto della città un “porto in acque profonde”, che permetterebbe l’attracco di navi di maggiori dimensioni e il supporto a catene logistiche più complesse, cambiandone il peso strategico.
“Siamo felici e orgogliosi di sostenere lo sviluppo di questo territorio – ha detto Diego Aponte, presidente di MSC – contribuendo a fare di Misurata uno dei principali progetti di espansione di infrastrutture portuali in Nord Africa e di partecipare così alla concretizzazione della visione del Piano Mattei per l’Africa intrapresa dal Governo italiano”.
È lo stesso grande imprenditore a citare la commistione, in questo progetto, di interessi economici e mire geopolitiche, di espansione dell’area di influenza europea, con l’Italia in posizione privilegiata. E appunto, alla cerimonia di firma c’era anche Tajani, che ha detto: “l’Italia non guarda alla Libia solo con la lente della sicurezza e della migrazione, ma come partner economico e industriale”.
In sostanza, Tajani ha ribadito come la Libia non sia solo la frontiera esternalizzata della UE, dove Bruxelles e Roma pagano i trafficanti di esseri umani per trattenere in veri e propri campi di concentramento i migranti, e centellinarne le partenze in base alle esigenze di sfruttamento del mercato del lavoro europeo. Tutto il Nord-Africa può “aspirare” a consolidare la propria posizione di periferia dell’imperialismo europeo, per garantirgli le forze necessarie a tentare di stare al passo con la competizione globale.
Infatti, mentre la UE esporta il “modello Tripoli” sui migranti anche a Bengasi, sancendo lo smembramento di fatto del paese in potentati locali, ci sono anche altre compagnie strategiche come ENI che hanno promesso investimenti per il progetto di Misurata. È evidente che la contropartita è il rafforzamento della presa dell’azienda di idrocarburi sulle risorse libiche, fondamentali per l’autonomia energetica: sono state avviate, qualche giorno fa, nuove perforazioni esplorative nel Golfo della Sirte.
Inoltre, c’è una proiezione ulteriore che Roma cerca con questo porto. Esso potrebbe diventare non solo l’hub per filiere che si allungano nel continente africano, ma rafforza i propri legami nello scenario del Mediterraneo allargato. Ricordiamo che nell’accordo c’è il Qatar, mostrando la valenza strategica che quest’area ormai assume per gli interessi economici e di sicurezza dell’Italia dentro la cornice degli sforzi europei di conquistarsi un posto tra le grandi potenze.
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19/01/2026
I trafficanti libici finanziati dall’Unione Europea
Sebbene la dicitura ufficiale parli di “soccorso”, le ONG che operano nel Mediterraneo e il giornalista tedesco Matthias Monroy, del Neues Deutschland, tratteggiano uno scenario opposto: una sala operativa speculare a quella di Tripoli, finalizzata non al salvataggio, ma all’intercettazione dei migranti per riportarli forzosamente in Libia.
La preoccupazione principale riguarda i soggetti che gestiranno operativamente le attività. Il centro sorgerà in un’area dominata dalla brigata Tareq Ben Zayed, guidata da Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa. “Il nuovo Centro sorgerà in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati”, denuncia in una nota la ONG Mediterranea Saving Humans.
Secondo l’organizzazione umanitaria, il rischio concreto è l’istituzionalizzazione dei cosiddetti “pullback” anche alla parte orientale della Libia: attività di trasferimento forzoso dei migranti in mare nei centri di detenzione libici, mascherate da operazioni di ricerca e soccorso. È un sistema pensato per aggirare una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2012, che vieta i respingimenti verso il paese africano.
Tredici ONG hanno già sospeso le comunicazioni con il centro di Tripoli. A continuarle è Frontex, nonostante nel 2023 un’indagine indipendente dell’ONU sulla Libia abbia dettagliato in un dossier come, di fatto, la guardia costiera libica cooperi con i trafficanti di esseri umani. Sarà da chiarire se Frontex dialogherà anche con la futura struttura di Bengasi.
In generale, questa è l’ennesima iniziativa che va inserita nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere perseguita da Roma, che ha lanciato l’iniziativa di Bengasi, e condivisa dall’UE. Frontex ne è da sempre uno strumento fondamentale, con una crescente militarizzazione della sua azione. Di fatto, si affida ai trafficanti di esseri umani la gestione dei flussi migratori verso la UE, centellinando le entrate che servono a garantire il sistema produttivo europeo attraverso lavoro ricattabile e di disperati.
In questa strategia è sempre più coinvolta anche la parte orientale della Libia, segnando inoltre l’idea che alle centrali imperialiste va bene una Libia frammentata e governata da bande criminali. Fino al punto che la scorsa estate è stato mostrato come soldati di Haftar siano stati addestrati in Italia. In questo caso, ovviamente, la millantata difesa dei diritti umani e della democrazia scompare dai discorsi degli imperialisti europei e dei loro lacchè.
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18/01/2026
Nuove alleanze militari nel Vicino Oriente. Disegnati gli schieramenti della competizione regionale
L’Arabia Saudita, che è il principale competitor sia di Tel Aviv sia di Abu Dhabi, unite negli Accordi di Abramo, pochi mesi fa ha stretto uno storico accordo col Pakistan, ponendosi sotto il suo ombrello atomico. Ora, c’è un nuovo asse che si sta formando, da Mogadiscio a Islamabad, che dovrebbe coinvolgere anche Il Cairo e Ankara. Riad vuole esserne il perno.
Bloomberg ha diffuso la notizia che un accordo militare sarebbe in via di finalizzazione tra i sauditi, la Somalia e l’Egitto. Parallelamente, il Jerusalem Post ha scritto che, secondo sue fonti, Il Cairo ha deciso di riassegnare circa 10 mila uomini allo scopo di affrontare i possibili rischi legati all’espansione dell’influenza israeliana sulla costa africana del Mar Rosso.
Il pericolo principale è visto proprio nel Somaliland, che ha sostenuto di essere pronto a ospitare una base militare israeliana e che potrebbe essere un vettore di una maggiore collaborazione con l’Etiopia, in scontro con l’Egitto per il controllo delle acque del Nilo (così come il Sudan). Il Somaliland ha anche stretto un accordo con Addis Abeba, nel 2024, per offrire uno sbocco sul mare al paese del Corno d’Africa.
Soldati e consiglieri militari egiziani sono in Somalia già da quello stesso anno, in virtù di un accordo bilaterale di difesa. Se l’intesa con l’Arabia Saudita andasse a buon fine, significherebbe la creazione di un asse militare improntato evidentemente in opposizione all’alleanza tra Emirati e Israele. E questo asse sembra pronto ad estendersi fino alla Turchia e alle atomiche del Pakistan.
Quasi contemporaneamente, infatti, Reuters ha pubblicato la notizia di un accordo tra questi ultimi due paesi e i sauditi. Pur essendo ancora in contrattazione, gli interessi di questi paesi sembrano allinearsi perfettamente: anche la Turchia ha investito pesantemente in vari progetti in Somalia, e il riconoscimento israeliano del Somaliland mette in pericolo i suoi lauti investimenti.
La proiezione di quella che qualcuno già chiama “NATO islamica” va oltre le zone citate. Il Pakistan starebbe inviando armi alle forze regolari sudanesi per fronteggiare le RSF, armate da Abu Dhabi, ma recentemente ha anche siglato un altro faraonico accordo da circa 4 miliardi di dollari con l’Esercito Nazionale Libico, guidato da Khalifa Haftar.
In questo contratto di vendita sarebbero previsti anche sedici caccia multiruolo JF-17, prodotti dal Pakistan insieme alla Cina. Il filo rosso di questa possibile nuova alleanza arriva fino all’Estremo Oriente. Il che significa non solo un importante rivolgimento degli equilibri mediorientali, ma anche un messaggio chiaro a Washington e Nuova Delhi (con i quali, bisogna dirlo, è immaginabile che ora Tel Aviv parlerà presto, in opposizione a queste rivelazioni).
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13/01/2026
Le ambizioni globali degli Emirati Arabi Uniti
Yemen, la sfida emiratina all’egemonia saudita
I bombardamenti della coalizione sunnita guidata da Riad contro alcune basi, convogli dei miliziani e un carico di armi hanno generato una grave crisi nel movimento. Il suo leader Aidarous al Zubaidi, espulso dal Consiglio Presidenziale dello Yemen e denunciato per alto tradimento, è fuggito negli Emirati Arabi passando dal Somaliland.
Nel frattempo le forze del cosiddetto “Scudo della patria” – formalmente agli ordini del cosiddetto “Consiglio presidenziale” yemenita ma in realtà controllate da Riad – sono rapidamente entrate nel governatorato di Aden e hanno preso il controllo di altre province e dell’importante città portuale di Mukalla, cacciando i miliziani dell’Stc.
Nei giorni scorsi il colpo di scena, con la delegazione dell’Stc bloccata in Arabia Saudita, dove si è recata per partecipare ad un negoziato, che annuncia lo scioglimento del movimento e altre componenti della sua leadership che la smentiscono.
Venerdì scorso il segretario del Consiglio di Transizione Meridionale, Abdulrahman Jalal al-Subaihi, ha annunciato lo scioglimento del gruppo allo scopo di preservare la pace e la sicurezza dello Yemen e con i paesi limitrofi. Subito dopo però il portavoce dell’Stc, Anwar al-Tamimi, che si trova ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati), ha respinto l’annuncio proveniente dall’Arabia Saudita, affermando che ogni decisione deve essere adottata dalla totalità della direzione del movimento.
In attesa di capire se l’Stc sarà in grado di resistere alle pressioni e alle minacce del governo yemenita e soprattutto dell’Arabia Saudita, è indubbio che gli eventi degli ultimi giorni hanno fortemente ridimensionato la presa degli Emirati Arabi Uniti sul paese diviso e devastato da anni di guerra civile tra la componente sunnita e quella sciita, dagli attacchi dello Stati Islamico, dall’intervento della coalizione internazionale guidata da Riad e recentemente dall’avanzata dei separatisti.
In un contesto di forte frammentazione, sostenendo gli indipendentisti dello Yemen del Sud gli Emirati hanno tentato di ritagliarsi un ruolo nel paese a spese dell’egemonia saudita, puntando al controllo del Golfo di Aden attraverso l’occupazione da parte dell’Stc, foraggiato e influenzato da Abu Dhabi, di alcuni corridoi marittimi e porti strategici.
Ma l’occupazione delle regioni ricche di petrolio di Hadramout e al-Mahra da parte dell’Stc e il dilagare dei separatisti nello Yemen meridionale a spese delle truppe fedeli al governo yemenita internazionalmente riconosciuto (espressione di fatto degli interessi di Riad), ha fatto scattare la reazione dei sauditi che in pochi giorni hanno inferto un duro colpo alle ambizioni dei loro ex soci ed ora competitori emiratini.
La tenaglia di Abu Dhabi a cavallo del Golfo di Aden
Contestualmente alla crisi del “Consiglio di Transizione Meridionale” il governo emiratino ha annunciato il ritiro dallo Yemen, ma è difficile pensare che le truppe di Abu Dhabi – composte per lo più da mercenari – abbandoneranno del tutto le numerose basi disseminate sulla costa yemenita.
Dall’altra parte del Mar Rosso e del Golfo di Aden, del resto, Abu Dhabi è tenacemente impegnato in una strategia diretta ad estendere la sua influenza e il controllo del territorio attraverso il sostegno militare e finanziario a diversi movimenti armati e soggetti regionali che sfidano i loro governi, dal Sudan alla Somalia.
Per estendere il loro raggio d’azione e rafforzare la propria influenza, negli ultimi anni gli Emirati hanno stretto legami sempre più stretti con Israele e puntato a sfruttare le risorse di territori africani sempre più estesi.
Per rastrellare risorse Abu Dhabi non esita a sostenere, in Sudan, la devastante azione delle Forze di Supporto Rapido (RSF) dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. Il movimento armato, basato sulle milizie janjaweed composte dalle componenti etniche arabe ed arabizzate dedite alla pulizia etnica, combatte una feroce guerra civile contro il governo e l’esercito del paese con cui fino al 2023 era alleato dopo aver realizzato congiuntamente un colpo di stato nel 2021. Si stima che il bilancio delle vittime sia arrivato a più di 150 mila morti e a 15 milioni di sfollati interni ed esterni in un paese di 45 milioni di abitanti.
Sebbene Abu Dhabi continui a negare ogni supporto alle RSF, ormai le prove del coinvolgimento degli Emirati sono numerosissime, a partire dai rifornimenti di armi (spacciate per aiuti umanitari) passando per l’addestramento delle milizie e i finanziamenti. In cambio le imprese emiratine sfruttano l’oro e altre risorse di cui sono ricche le regioni del sud del Sudan controllate dai miliziani di Dagalo, che a migliaia negli anni scorsi sono andati a combattere in Yemen contro gli Houthi per conto degli Emirati.
Prima di infiltrarsi in Yemen – all’interno della coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita intervenuta nel paese per bloccare l’avanzata delle tribù sciite del nord-ovest del paese – e in Sudan, gli Emirati si erano fatti le ossa in Libia. Nel paese nordafricano, grazie alla frantumazione seguita all’intervento militare occidentale contro Gheddafi, la nascente potenza emiratina ha sostenuto il generale Khalifa Haftar e le fazioni della Cirenaica contro il governo della Tripolitania.
Più recentemente, invece, Abu Dhabi ha puntato alla penetrazione nelle regioni somale in rotta col governo centrale, guarda caso in tandem con la strategia adottata da Israele. Dopo aver blandamente sostenuto la lotta del governo somalo contro le milizie jihadiste pur di estendere la propria influenza sull’altra sponda del Golfo di Aden e del Mar Rosso, il presidente della piccola petromonarchia – lo sceicco Mohammed bin Zayed – ha deciso di appoggiare le regioni separatiste del Somaliland, del Puntland e del Jubaland. Sulla costa delle due entità indipendenti dal debole governo di Mogadiscio, Abu Dhabi ha realizzato alcune basi militari e commerciali. Nel Puntland gli emiratini hanno creato la “Puntland Maritime Police Force”, realizzando a Bosaso una base militare che utilizzano per rifornire di armi le RSF sudanesi; in Somaliland hanno costruito una base militare a Berbera; in Jubaland hanno costruito una base militare nel capoluogo, Chisimaio.
Sempre nel Corno d’Africa, poi, in dal 2020 al 2022 Abu Dhabi ha sostenuto militarmente il governo etiope contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray.
L’irritazione dell’Algeria
Dalle recenti proteste e minacce del governo algerino, inoltre, sembra che i tentacoli di Abu Dhabi si estendano fino al Maghreb. A dicembre, infatti, un organo di stampa ufficiale algerino ha avvisato che il governo della repubblica nordafricana starebbe valutando l’opportunità di interrompere le proprie relazioni con gli Emirati come forma di ritorsione per il sostegno da essi accordato al “Movimento per l’Autonomia della Cabilia” (Mak, basato in Francia e sostenuto anche da Israele e Marocco) che recentemente ha lanciato una campagna per l’indipendenza. Il quotidiano El-Khabar, noto per la sua vicinanza all’esecutivo algerino, ha esplicitamente accusato Abu Dhabi di interferire negli affari interni del paese mettendone a rischio l’unità nazionale e la stabilità.
Inoltre, secondo l’organo di stampa, l’Algeria sarebbe preoccupata per la crescente presenza militare emiratina nel continente africano, per il suo sostegno al Marocco e per lo sviluppo di crescenti relazioni con Israele.
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20/12/2025
Pakistan e Cirenaica stringono un accordo di cooperazione militare
L’accordo è stato sottoscritto da alcuni ufficiali degli Stati maggiori delle due parti, nel corso di una cerimonia alla quale hanno assistito il vicecomandante della Guida Generale, generale Saddam Haftar, e il capo delle Forze di difesa e capo di Stato maggiore dell’Esercito pachistano, feldmaresciallo Asim Munir, giunto a Bengasi alla guida di una delegazione militare di alto livello. L’intesa, spiega un comunicato congiunto, si inserisce nel quadro del rafforzamento della cooperazione nei settori della sicurezza e della difesa, con l’obiettivo di ampliare le prospettive di coordinamento bilaterale e sostenere gli sforzi per la stabilità regionale.
La firma dell’accordo conclude una visita ufficiale di più giorni del feldmaresciallo Munir in Libia orientale, la prima nel suo genere, che si colloca nel solco di un progressivo avvicinamento tra la leadership militare di Bengasi e Islamabad avviato nei mesi scorsi.
Già a luglio Saddam Haftar – figlio di Khalifa Haftar, comandante del cosiddetto “Esercito nazionale libico” che controlla la Libia orientale – aveva compiuto una visita ufficiale in Pakistan, incontrando lo stesso Munir e altri vertici militari, oltre al primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, con colloqui incentrati sul rafforzamento delle relazioni bilaterali e sull’esplorazione di nuove forme di cooperazione nel settore della difesa.
Il Pakistan è una potenza nucleare riconosciuta, dotata di uno dei più grandi eserciti del mondo e di un’industria militare in espansione, e negli ultimi mesi ha rafforzato il proprio profilo strategico nel Medio Oriente.
In particolare, nei mesi scorsi Islamabad ha formalizzato un accordo di cooperazione strategica con l’Arabia Saudita che prevede impegni di mutua assistenza in caso di minacce alla sicurezza del Regno, configurandosi di fatto come una clausola di difesa collettiva paragonata, per struttura e finalità, all’articolo 5 della Nato.
In questo quadro, l’intesa firmata a Bengasi assume rilievo anche sul piano geopolitico, segnalando l’interesse della leadership militare libica orientale a diversificare le proprie relazioni internazionali e a rafforzare i legami con attori extra-regionali dotati di capacità militari avanzate e di un peso crescente negli equilibri di sicurezza tra Mediterraneo allargato, Medio Oriente e Asia meridionale.
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07/11/2025
Almasri arrestato in Libia. Una serie di responsabilità politiche da ricostruire
Per quanto l’arresto risponda a un minimo criterio di giustizia, è necessario ricostruire la vicenda e anche le problematiche annesse all’azione delle autorità libiche. Insieme all’opacità promossa dai vertici governativi italiani, si delinea un quadro di responsabilità politiche, giocate sul filo – e oltre – della legalità, che rimandano alla connivenza con le violenze tipicamente annesse all’esternalizzazione delle frontiere UE.
Prima di tutto i fatti, messi secondo un ordine ‘logico’. Almasri era stato arrestato il 19 gennaio a Torino, sulla base di un mandato di cattura della CPI emesso il giorno precedente: le accuse spaziavano dagli omicidi alle torture, fino agli stupri. Il capo di Gabinetto di Nordio era stato avvisato già il 19 gennaio della necessità che il ministro della Giustizia firmasse un atto urgente, per osservare il mandato di cattura emanato dall’Aja.
Nonostante questo, il 21 gennaio Almasri fu liberato e rimpatriato in Libia con un volo di stato. Da allora, il governo, e anche l’ambasciatore italiano nei Paesi Bassi, Augusto Massari, hanno presentato una serie di dichiarazioni e versioni contraddittorie, nessuna davvero convincente e, soprattutto, nessuna che spiegasse come mai i doveri verso la CPI non erano stati rispettati.
Tutto questo fino a quando, alla fine di ottobre, non è arrivata in Giunta per le autorizzazioni della Camera l’archiviazione del procedimento nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano. Le ipotesi di reato a loro carico erano omissione d’atti d’ufficio, peculato e favoreggiamento.
Dopo appena una settimana, Almasri è stato arrestato, e poche ore dopo il governo ha diramato una nota informale nella quale ha affermato che era a conoscenza delle indagini su Almasri. E che sulla base di un particolare combinato disposto di comunicazioni libiche ha infine deciso di non dare seguito al mandato della CPI.
“L’esecutivo italiano era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura emesso dalla Procura Generale di Tripoli a carico del libico Almasri già dal 20 gennaio 2025”, e la Farnesina aveva ricevuto “pressoché contestualmente con l’emissione del mandato di cattura internazionale della Procura presso la Corte Penale Internazionale dell’Aja, una richiesta di estradizione da parte dell’Autorità giudiziaria libica”.
Questo riporta Sky Tg24, sulla base di fonti governative. Allo stesso tempo, però, Adnkronos ha visionato una nota riservata, inviata alla Corte d’Appello di Roma dal Procuratore generale libico, risalente al 20 gennaio 2025. Nel testo si chiede di non procedere al fermo e all’estradizione di Almasri sulla base del mandato della CPI, sostenendo che tali reati rientrassero nella giurisdizione nazionale della Libia.
Nel paese al di là del Mediterraneo, infatti, sarebbero state già in corso indagini sulle torture e sugli omicidi dei migranti in custodia. La CPI non avrebbe mai comunicato formalmente con la magistratura libica e non ne avrebbe richiesto la cooperazione giudiziaria. Dunque, “la gestione da parte della Corte Penale Internazionale dei fatti contestati ha violato il principio di complementarità tra la Corte e le giurisdizioni penali nazionali”, scrive il Procuratore generale libico.
Insomma, delle due l’una: o c’era una richiesta di estradizione, o le autorità libiche hanno chiesto di lasciar andare Almasri. Considerato che il militare è poi rientrato trionfante nel suo paese, la versione del governo italiano sembra la meno attendibile. E i tribunali libici facevano in realtà i conti con rapporti di forza interni e con la necessità di raccogliere ulteriori prove.
Sono poi le stesse fonti italiane a far emergere come il quadro Almasri sia cambiato effettivamente solo per eventi politici, e prettamente militari. Già da mesi, gli equilibri al di là del mare, intorno alle forze della Rada di cui Almasri era elemento di spicco, e che avevano avuto una collaborazione stretta con i servizi segreti italiani, stava cambiando. Il punto di svolta era poi arrivato a maggio, quando a Tripoli pesanti scontri hanno materialmente indebolito le forze di Almasri.
Il suo arresto, dunque, era ormai non solo fattibile in termini di sicurezza, ma anche funzionale con nuovi obiettivi politici. Non si può ignorare il fatto che le milizie accordatesi con Italia e UE per chiudere i migranti nei lager abbiano subito pesanti sconfitte, mentre da mesi è andata avanti un’opera di dialogo con funzionari provenienti sia dal governo di Tripoli che da quello di Bengasi. Un cambiamento non di poco conto in uno scenario in cui Roma e Bruxelles, palesemente, non hanno più il pallino del gioco e si affidano agli eventi.
Eventi che potrebbero rimanere in casa libica. Infatti, il 12 maggio il primo ministro Dbeibah aveva dichiarato di accettare la giurisdizione della CPI, seppure il suo paese non aderisca allo Statuto di Roma che la regola. Le accuse mosse contro di lui in patria, però, sono ridotte rispetto a quelle dell’Aja (che prevedevano anche stupro, riduzione in schiavitù, esecuzione sommarie e altri crimini).
Ma come afferma il comunicato libico diffuso dopo l’arresto del generale, “in presenza di prove sufficienti per procedere con l’accusa, la Procura ha rinviato a giudizio al tribunale competente l’accusato, che è attualmente in custodia cautelare”. Ovvero, sarà un tribunale libico a giudicarlo, precludendo, sembrerebbe, l’affidamento alla giustizia internazionale.
Tiriamo le somme della vicenda, almeno per ciò che è indubbio. Il governo italiano non ha rispettato gli obblighi che aveva verso la CPI. Fosse anche vero che c’erano già delle indagini in corso in Libia, era impossibile sapere da Palazzo Chigi che Almasri sarebbe stato arrestato, cosa che invece doveva avvenire secondo lo Statuto di Roma (e il guardasigilli aveva tutte le informazioni per far sì che accadesse).
A riprova di tutto ciò, il generale libico non è stato estradato, sulla base di capi d’accusa formulati al di là del Mediterraneo, ma è stato semplicemente espulso, su di un volo di stato, a volte affermando “perché pericoloso”. Ma il militare era pericoloso in Libia, tra le sue milizie, non in un carcere a Torino. E dai suoi uomini è stato accolto trionfante una volta sfuggito alla CPI.
L’unico motivo per cui oggi Almasri è stato arrestato è che i suoi servigi nel puzzle di scontri e guerra libico non erano più graditi, e lui aveva perso molto del suo potere militare. L’Italia – e la UE per estensione, dato che si parla di esternalizzazione delle frontiere europee – ha semplicemente lasciato che la questione venisse risolta ‘in casa’, attendendo di vedere a quale milizia doversi affidare per mandare avanti i lager per i migranti.
E in casa verrà probabilmente giudicato Almasri, a meno che altri equilibri interni non suggeriscano di spedirlo all’Aja (ma ciò renderebbe probabilmente più rischioso l’allargarsi delle indagini, mettendo in pericolo autorità libiche e anche italiane). Intanto, il governo nostrano dimostra ancora una volta che “il diritto conta fino a un certo punto”, come ebbe a dire Tajani. Quel punto è finché non si mette nel mezzo degli interessi imperialistici europei.
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16/10/2025
La delicata fase delle frontiere UE, usata per accusare la Russia di ‘guerra ibrida’
La UE ne guadagna non solo nel delocalizzare il ‘lavoro sporco’ verso zone con meno occhi che possano stigmatizzare la sua politica sui confini, ma anche nel fatto che può ricevere solo la manodopera ricattabile e, a volte, anche ben formata, di cui ha bisogno, senza doversi accollare tutti i problemi che questa selezione tra masse di diseredati comporterebbe: paga qualcun altro, e il gioco è fatto.
Esempio principe di questa politica è il memorandum d’intesa tra Italia e Libia, firmato nel 2017 dal governo piddino di Gentiloni, e di cui il fautore fu Marco Minniti, all’epoca ministro dell’Interno e oggi presidente della fondazione di Leonardo Med-Or. Il 2 novembre questo meccanismo si rinnoverà automaticamente, come già successo nel 2020 e nel 2023.
Nonostante le criticità, nonostante le condanne dell’opinione pubblica e di varie associazioni e organizzazioni, nonostante le mobilitazioni e nonostante la parte fondamentale che questo memorandum ha avuto nel creare i lager dall’altra parte del Mediterraneo, l’accordo verrà rinnovato senza dibattito, perpetrando i crimini di cui la nostra classe dirigente è complice, in maniera bipartisan.
Ma il ruolo di apripista che ha avuto il governo italiano di centrosinistra su questo dossier è stato svolto con un mandante preciso: la UE, che da prima degli accordi siglati da Roma fornisce assistenza alla gestione delle frontiere libiche attraverso la missione European Union Border Assistance Mission (EUBAM).
Il rinnovo degli accordi con la Libia arriva in un frangente delicato. I dati sugli “attraversamenti irregolari” riportati per i primi 9 mesi del 2025 da Frontex, la controversa agenzia europea di controllo delle frontiere, parlano di un calo del 22%. Ma, allo stesso tempo, il Mediterraneo è rimasta l’area più complessa per la gestione dei flussi migratori.
Tra gennaio e settembre 2025 sono stati rilevati quasi 50.900 arrivi, il 2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sono la Libia e l’Algeria a preoccupare di più: dalla prima le partenze sono aumentate del 50%, dalla seconda sono stati registrati quasi i tre quarti dei rilevamenti effettuati quest’anno.
Bisogna ricordare che la Libia vive una complessa situazione interna, con riverberi chiari anche sulla diplomazia che le autorità europee cercano di promuovere. Il caso dell’espulsione della delegazione che vedeva presenti anche il ministro italiano dell’Interno Piantedosi e il Commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è decisamente esemplificativo.
Non a caso dal 14 al 16 ottobre una delegazione congiunta di funzionari libici provenienti da Tripoli e Bengasi (e dunque legati al governo non riconosciuto di Haftar) ha partecipato a una serie di incontri tecnici, prima presso la sede di Frontex, a Varsavia, e poi a Bruxelles, con la Direzione generale Affari interni (Dg Home) della Commissione europea.
Stando a quanto riporta Agenzia Nova, si tratta della prosecuzione di un percorso avviato già nei mesi scorsi: lo scorso febbraio delle delegazioni libiche sono già state ricevute a Bruxelles. Quest’ultima iniziativa segue, inoltre, una sessione di formazione congiunta sia per l’Est che per l’Ovest del paese, portata a termine a Taranto dalla missione aeronavale europea EuNavfor Med Irini, come si può leggere sul suo sito.
Se queste iniziative servono a riorganizzare l’esternalizzazione dei confini verso la Libia, per quanto riguarda l’Algeria, dove la situazione è altrettanto complessa, Bruxelles prevede più apertamente l’utilizzo della forza, attraverso Frontex. Ma ovviamente, per legittimarla agli occhi di chi ancora crede alle fandonie sulla ‘democrazia’ e sulla ‘tutela dei diritti umani’, viene tirata in ballo un’influenza russa sui flussi.
Secondo quel che dice Frontex, la riuscita della lotta al trasporto illegale di persone sul territorio marocchino ha portato allo “spostamento di operazioni sul territorio algerino”. Le informazioni dell’agenzia europea parlano di sempre più barche che riescono ad arrivare fino alle Baleari, con il rischio che tra i migranti si nascondano ‘criminali’. Abbiamo visto col caso Almasri che i criminali, in Europa, ci arrivano e se ne vanno tranquillamente in aereo, non sui gommoni.
Al di là di questo, Frontex si dimentica di dire che la maggiore solerzia di Rabat arriva dal riconoscimento avuto prima dalla Spagna poi dalla Francia rispetto alle sue mire sul Sahara Occidentale. Se il Marocco è stato un appoggio fondamentale per Israele in tutto il Medio Oriente e l’Africa mediterranea, l’Algeria ha invece spinto sul riportare la questione palestinese al centro dell’agenda della Lega Araba e della diplomazia internazionale.
All’inizio dell’estate sembrava che Algeri fosse più incline a concordare con la UE le proprie politiche migratorie, ma di fronte al rifiuto delle autorità algerine di riaccogliere alcuni suoi cittadini a cui era stato ordinato di lasciare la Francia, alla fine l’Eliseo ha risposto col pugno duro: a inizio agosto 2025 il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto al suo governo di inasprire l’obbligo dei visti sui diplomatici algerini.
Gli arrivi dall’Algeria sono, dunque, improvvisamente aumentati. Ma tacciare tutto ciò come un utilizzo ‘armato’ dei migranti oscura chi è il responsabile, in primis, di questi flussi. Significa legittimare le politiche imperialiste europee che per anni e anni hanno impoverito e rapinato milioni di persone in giro per il mondo, e in particolare in Africa, se si pensasse di accusare Algeri, in sostanza, di non fare da cane da guardia di chi scappa da povertà e guerra.
Semplicemente, di fronte a una massa di diseredati, non impedisce la ricerca di condizioni di vita migliore al di là del Mediterraneo, non si associa a chi decide di eseguire il ‘lavoro sporco’ per conto di Bruxelles e partecipare così alla ‘invisibilizzazione’ di cosa comportano le scelte occidentali per i paesi sottoposti a speculazione e destabilizzazioni continue.
E allora, la risposta europea non si è fatta attendere su un piano più nettamente ‘militare’, come ormai è tutto il suo indirizzo strategico. La testata digitale Intelligence Online, ripresa poi da Formiche.net, riporta che a inizio ottobre si è svolta un’esercitazione di tre giorni che ha coinvolto la polizia federale belga e il Servizio di sicurezza dello Stato (Vsse) di Bruxelles, e anche la Direzione generale per gli stranieri (Dgef) e la Dgsi, l’intelligence interna francese.
Le autorità franco-belghe avrebbero lavorato su scenari pensati dalla European Integrated Border Management Intelligence Division, la sezione di analisi di Frontex. L’obiettivo era quello di verificare la capacità di risposta dell’UE a un’ondata migratoria usata come arma di ‘guerra ibrida’. Usando come scusante anche la questione della ‘flotta ombra russa’, è interessante esaminare la situazione ipotizzata.
Lo scenario parte da una serie di esplosioni in centrali nucleari algerine, la cui responsabilità è attribuita al ramo magrebino di al-Qaeda. Ma, non si capisce bene per quale motivo, gli attacchi sarebbero stati orchestrati da Mosca. L’obiettivo sarebbe quello di generare panico, instabilità, contaminazione e la fuga di migliaia e migliaia di persone verso il Vecchio Continente.
Vanno sicuramente sottolineati un paio di temi. Il primo è che l’Algeria ha due reattori attivi per scopi di ricerca, a Draria e Birine-Ain, ma nessuna centrale per la produzione di energia elettrica. Da anni, però, si parla di progetti per sfruttare l’atomo da avviare tra il 2025 e il 2030, e c’è già una dichiarazione d’intenti risalente al 2016 tra la commissione algerina per l’energia atomica e, guarda caso, la russa Rosatom.
Il secondo tema è, dunque, perché la Russia dovrebbe essere interessata a destabilizzare un paese con il quale c’è la possibilità di chiudere accordi strategici sull’energia, e che si è dimostrato ostile a un allineamento supino alle politiche dei guerrafondai europeisti. È evidente che non ci sarebbe nessun guadagno in un’azione del genere da parte del Cremlino. Ce l’avrebbe, invece, Bruxelles, e ciò allunga ombre inquietanti sullo scenario usato per l’esercitazione.
In pratica, viene messa alla prova la capacità di gestire i flussi migratori come fenomeno appartenente alla sfera della sicurezza, con una crisi di cui l’origine viene posta in capo alla Russia, ma tratteggiando, sicuramente non per coincidenza, un caso in cui il paese colpito è uno di quelli che in questo momento si presenta tra i più riottosi al di là del Mediterraneo, e che per di più potrebbe a breve stringere altri rapporti proprio con Mosca.
In una simulazione simile fatta nel Mare del Nord, con al centro i rifugiati ucraini, è stata valutata la capacità di filtrare 20 mila arrivi al giorno, distinguendo tra profughi e possibili agenti russi. Un altro scenario che sembra quasi prevedere una ulteriore escalation sul fronte orientale.
Ormai i vertici di Bruxelles non conoscono altra soluzione che la guerra, e stanno sperimentando la reazione a tutti i possibili scenari. Spetta a chi vuole rompere con questo ciclo di morte impedire che li mettano in pratica per davvero.
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16/09/2025
Libia - Accordo tra governo e milizia Radaa
Secondo quanto riferito da fonti governative, Radaa dovrà cedere la gestione dell’aeroporto di Mitiga – il principale scalo di Tripoli – e di altri tre aeroporti dell’ovest libico a un comando congiunto e “neutrale”, sottraendoli al proprio controllo esclusivo. Contestualmente, tutte le prigioni e i centri di detenzione oggi nelle mani della milizia passeranno alla giurisdizione della Procura generale dello Stato. È prevista inoltre la sostituzione del capo della polizia giudiziaria, Osama Najim, considerato vicino a Radaa, con una figura accettata da entrambe le parti.
L’accordo giunge dopo settimane di alta tensione a Tripoli, dove si sono registrati scontri sporadici e movimenti di truppe che avevano fatto temere una nuova escalation. Radaa, ufficialmente una forza di polizia d’élite affiliata al Ministero dell’Interno, esercita da anni un potere autonomo di fatto: oltre a controllare Mitiga, è responsabile di alcune delle carceri più dure della capitale, comprese quelle dove sono detenuti oppositori politici, migranti e sospetti estremisti. La sua influenza e le sue ramificazioni economiche l’hanno resa uno degli attori più potenti e controversi dello scacchiere tripolino. La milizia Radaa, che conta circa 1.500 uomini, annovera tra le sue figure di spicco anche Osama Elmasry, rientrato in Libia in modo trionfale (con un viaggio finanziato dal governo Giorgia Meloni) per sottrarsi a un mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.
Il consigliere presidenziale Ziyad Deghem ha ringraziato pubblicamente la Turchia per i “notevoli sforzi” compiuti nella mediazione e ha lodato il ruolo dell’UNSMIL, definito “essenziale e decisivo” per sbloccare l’impasse. L’obiettivo, secondo Deghem, è “ristabilire il controllo statale sulle infrastrutture vitali della capitale, riducendo la frammentazione della sicurezza che per anni ha alimentato instabilità e violenze”.
Nonostante l’annuncio, restano forti dubbi sull’attuazione concreta dell’intesa. Il trasferimento di aeroporti e carceri richiederà tempo, risorse e una catena di comando credibile, mentre altre milizie potrebbero percepire l’accordo come uno sbilanciamento degli equilibri interni. Anche all’interno di Radaa non è scontata l’adesione unanime: alcune sue componenti potrebbero ostacolare l’esecuzione temendo di perdere rendite e potere.
Per molti osservatori, il successo dell’operazione dipenderà dalla capacità del governo di garantire sicurezza e stipendi regolari al personale che subentrerà a Radaa, e dalla disponibilità della milizia a dismettere davvero parte del proprio arsenale e delle proprie prerogative. Senza un reale cambiamento nei rapporti di forza, avvertono, l’accordo rischia di restare sulla carta.
Dopo oltre tredici anni dalla rivolta, sostenuta dalla NATO, che ha rovesciato il leader di lunga data Muʿammar Gheddafi, Tripoli continua a essere frammentata. Un Paese diviso in due. Da un lato la Cirenaica, guidata dal clan Haftar. Dall’altro la Tripolitania di Abdul Hamid Dbeibah, che regge il governo riconosciuto dall’Onu. L’instabilità aumenta gli appetiti degli attori internazionali (Russia e Turchia in particolare), che vorrebbero garantirsi il controllo della regione.
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01/09/2025
Libia - Haftar nel triangolo Ankara-Cairo-Riad
L’asse con Ankara e la partita energetica
La recente visita a Bengasi del capo dell’intelligence turca Ibrahim Kalin certifica una svolta. Ankara non si limita più a sostenere il Governo di Unità Nazionale di Tripoli ma estende il dialogo anche alla Cirenaica, investendo sul terreno della ricostruzione e dello sviluppo economico. Al centro, l’accordo marittimo che consente alla Turchia di esplorare petrolio e gas nelle acque contese tra Creta e la Libia: un’intesa che coinvolge Bengasi, che potrebbe attrarre anche l’Egitto, e che apre un nuovo fronte con Grecia e Cipro. In gioco non c’è solo la sicurezza, ma il controllo delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale, cruciale per il futuro dell’Europa e della stessa Turchia.
La sponda egiziana e il sostegno saudita
Haftar consolida parallelamente il rapporto con il Cairo. La nomina del figlio Khaled a capo di Stato maggiore dell’LNA ha ricevuto le congratulazioni ufficiali del generale egiziano Ahmed Khalifa, un segnale forte di legittimazione. L’Egitto non solo offre appoggio politico, ma costruisce con Bengasi una cooperazione militare destinata a radicarsi nel lungo periodo. In parallelo, la Turchia ha riallacciato i rapporti con l’Egitto e il ministro Hakan Fidan ha incontrato l’omologo Abdelatty, con il benestare dell’Arabia Saudita. Questo triangolo Ankara-Il Cairo-Riyad ridisegna le alleanze regionali, puntando a stabilizzare la Libia e al contempo a isolare l’influenza europea.
Una famiglia al comando dell’LNA
La trasformazione più evidente è però interna: i figli di Haftar, Saddam e Khaled, hanno assunto i vertici dell’Esercito Nazionale Libico. Il primo come vice comandante generale, il secondo come capo di Stato maggiore. Una vera dinastia militare che ricorda più i meccanismi tribali che i modelli istituzionali moderni, ma che di fatto garantisce continuità di comando e fedeltà all’interno dell’LNA. Questo rafforzamento “familiare” può apparire fragile agli occhi occidentali, ma in un contesto libico frammentato rappresenta un fattore di stabilità.
Le esercitazioni navali congiunte tra la Marina turca e l’LNA, culminate con l’arrivo della corvetta Tcg Kinaliada a Bengasi, mostrano come il legame militare stia già producendo risultati concreti. Allo stesso tempo, la Russia e gli Emirati Arabi Uniti restano partner attivi, offrendo supporto logistico e politico. Haftar diventa così il punto di convergenza di interessi multipli: Ankara cerca accesso energetico, Il Cairo garanzie di sicurezza, Mosca una base nel Mediterraneo, Riyad un argine all’instabilità.
Geopolitica e geoeconomia: l’Europa esclusa
Il quadro che emerge è quello di una Libia che, a quindici anni dalla caduta di Gheddafi, si avvicina a una possibile riunificazione grazie all’asse costruito attorno ad Haftar. Ma il processo avviene con un’assenza lampante: l’Unione Europea. Grecia e Cipro rischiano danni diretti dagli accordi turco-libici, mentre l’Italia e altri Paesi mediterranei restano marginali, spettatori impotenti di un ridisegno degli equilibri regionali che avviene sulle loro coste. La partita energetica nel Mediterraneo orientale, tra idrocarburi e rotte migratorie, si gioca ormai senza l’Europa.
Scenari futuri
Il rafforzamento di Haftar e della sua famiglia nell’LNA segna un passaggio cruciale: da leader regionale a figura centrale del Mediterraneo allargato. Se la roadmap ONU verso elezioni e governo unificato troverà realizzazione, sarà inevitabilmente con il consenso di Haftar e dei suoi alleati esterni. In caso contrario, la Libia rischia di trasformarsi in un protettorato informale diviso tra potenze regionali, con l’Europa confinata al ruolo di vittima collaterale delle nuove intese.
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06/08/2025
«L’Italia sostenga la riconciliazione del popolo libico»
Ibrahim Moussa è stato il portavoce di Muammar Gheddafi durante la guerra condotta dalla Nato in Libia nel 2011. Attualmente è Segretario Esecutivo dell’African Legacy Foundation, un’organizzazione non governativa con sede a Johannesburg, in Sudafrica.
Quali sono, secondo lei, le ragioni che hanno portato all’attacco francese e statunitense alla Libia nel 2011 e all’uccisione di Muammar Gheddafi?
«Mi permetta di dirlo senza filtri diplomatici. L’attacco alla Libia del 2011 non aveva come scopo la protezione dei civili. È stato un attacco imperialista calcolato, guidato da Francia, Stati Uniti e Nato, per eliminare Muammar Gheddafi e annientare la sua visione per la liberazione africana. Nel 2011, Gheddafi si era posto alla guida di un progetto di trasformazione panafricana. Un progetto che stava gettando le basi per:
- Una moneta unica africana ancorata all’oro, oltre alla fine della nostra dipendenza dal dollaro statunitense e dal franco Cfa.
- Una Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria), pensata per spezzare le catene del Fmi.
- Un’alleanza militare a livello continentale per difendere l’Africa dalle aggressioni straniere.
- Il controllo unito dell’Africa sulle nostre materie prime: petrolio, uranio, diamanti e altro ancora. La cosa più pericolosa per l’Occidente.
Questo progetto terrorizzò l’élite occidentale. La Francia temeva di perdere il controllo sull’Africa francofona. Gli Stati Uniti erano determinati a impedire all’Africa di sollevarsi dalla propria condizione. Così, fomentarono una ribellione, armarono milizie criminali, usarono Al Jazeera e la CNN per demonizzare lo stato libico e lanciarono una guerra lampo della Nato sotto la falsa insegna dell’intervento umanitario. Ciò che volevano veramente era uccidere il sogno di Gheddafi, e lo hanno fatto con le bugie, i mercenari e le bombe».
Alcuni osservatori sottolineano come Gheddafi abbia represso brutalmente gli oppositori interni. Un esempio su tutti, il massacro dei prigionieri nel carcere di Abu Salim nel 1996.
«Questa è una delle menzogne più ripetute usate per demonizzare la Jamahiriya libica (la Libia popolare fondata da Gheddafi, ndr). Cerchiamo di essere chiari: il cosiddetto “massacro” di Abu Salim non è mai stato verificato in modo indipendente, nessuna prova credibile è mai stata prodotta in tribunale, ed è stato strumentalizzato da gruppi di opposizione finanziati dall’estero per giustificare la guerra della Nato. Nel 1996, la Libia affrontò una vera e propria guerra contro gruppi armati legati ad Al-Qaeda, molti anni prima dell’11 settembre. Questi gruppi attaccarono la polizia, bombardarono siti civili e ricevettero supporto diretto dall’estero. Abu Salim ospitava alcuni dei terroristi più pericolosi dell’epoca. Scoppiò una rivolta armata nelle carceri, con presa di ostaggi e coordinamento esterno. Lo Stato rispose. Ma si trattò di un “massacro” o di un’operazione antiterrorismo in uno Stato sovrano sotto attacco? Anche Human Rights Watch ha ammesso negli anni successivi che le cifre erano esagerate. I media occidentali hanno utilizzato numeri non verificati e li hanno trasformati in uno strumento di propaganda».
Come risponde a chi sostiene che la Jamahiriya, anziché essere un modello democratico, era un regime autoritario?
«L’affermazione che la Libia non fosse democratica proviene da una prospettiva occidentale che non riesce a comprendere la democrazia diretta del sistema della Jamahiriya. Avevamo Congressi del Popolo, Comitati Popolari, strutture di controllo rivoluzionario e meccanismi per il contributo diretto dei cittadini ad ogni livello. Gheddafi cedette formalmente il potere nel 1977. Quale altro leader al mondo ha volontariamente rimosso il suo nome dalla Costituzione e ha dato il potere al popolo? La Libia era perfetta? No. Ma abbiamo costruito un sistema al di fuori del liberalismo occidentale, fondato su una gestione partecipativa, dignità e indipendenza. Questo è ciò che non potevano accettare».
Altri analisti sostengono che l’attuale divisione del Paese sia dovuta anche a vecchie fratture tribali e clientelari create sotto Gheddafi. Cosa risponde a questa obiezione?
«Ciò non è solo falso, ma profondamente ipocrita. Sotto Muammar Gheddafi, la Libia era più unita che in qualsiasi altro momento della sua storia moderna. Le gerarchie tribali vennero abolite, ridistribuita la ricchezza derivante dal petrolio a tutti i cittadini, costruite infrastrutture in tutto il Paese, comprese regioni storicamente emarginate come il Fezzan, e creta un’identità pan-nazionale radicata nella sovranità, nell’arabismo e nell’unità africana. Sì, la Libia ha le sue tribù. Ma anche la Francia. Anche l’Italia. Il problema è come integrarle nella vita nazionale. Sotto la Jamahiriya, le tribù erano rispettate come unità sociali, ma non era mai loro permesso di dominare la politica nazionale. C’era una sola Bandiera verde, un’unica identità libica. Ciò che ha creato le divisioni che vediamo oggi non è il tribalismo, ma la distruzione dello Stato da parte della Nato e l’introduzione di signori della guerra sostenuti dall’estero che hanno sfruttato le faglie tribali, religiose ed etniche per ottenere il potere. L’Occidente ha frantumato l’autorità centrale e poi ha dato la colpa ai singoli pezzi. Sia chiaro: non è stato il tribalismo a distruggere la Libia. Sono state le bombe occidentali».
Il crollo della Libia ha creato problemi molto significativi per l’Europa mediterranea ed in particolare per l’Italia, soprattutto di natura migratoria. Come dovrebbe essere affrontato il problema?
«Voglio essere diretto: l’Europa sta raccogliendo quello che ha seminato. Prima del 2011, la Libia sotto Gheddafi era un pilastro della stabilità regionale. Abbiamo lavorato con i nostri vicini per gestire le migrazioni con dignità e giustizia, non con i campi di detenzione, ma investendo nello sviluppo africano. Gheddafi ha utilizzato la ricchezza petrolifera della Libia per creare posti di lavoro in tutta l’Africa e ridurre i fattori che spingono le persone a fuggire. L’Italia aveva un solido accordo con noi, basato sul rispetto reciproco. Ma la Nato ha scelto la guerra invece della pace. Ha smantellato lo Stato libico, e ora bande criminali e agenti stranieri controllano la costa. I confini europei sono collassati nel momento in cui l’Europa ha distrutto la Libia di Gheddafi. Quindi, come si può risolvere la crisi migratoria? Non con i muri o Frontex, ma ripristinando la sovranità libica, ricostruendo le nostre istituzioni e tornando ad un partenariato paritario con l’Africa, non un partenariato di bombe e sfruttamento».
A quasi 14 anni da quegli eventi, la Libia continua a essere instabile. Quali sono le condizioni per una reale riconciliazione nazionale? A questo proposito, il 20 giugno scorso si è svolto a Berlino un nuovo vertice tra i paesi maggiormente coinvolti: vi sono, a suo avviso, risultati tangibili?
«Questi vertici, Berlino, Parigi, Palermo, falliscono tutti per una semplice ragione: escludono il popolo libico. L’Occidente invita signori della guerra, funzionari corrotti e le loro milizie fantoccio, ignorando i milioni di persone che ancora sostengono la visione della Jamahiriya e vogliono sovranità, unità, dignità. Non si può costruire la pace invitando i clienti delle ambasciate straniere ed escludendo i figli e le figlie della vera resistenza. Una riconciliazione efficace deve iniziare con:
- La fine di tutte le interferenze straniere, in particolare alla presenza militare turca e occidentale.
- Lo smantellamento delle milizie ed il ripristino delle istituzioni nazionali, non da governi paralleli.
- L’invito, rivolto a tutti i libici, inclusi i sostenitori di Gheddafi, ossia la maggioranza della popolazione, ad un onesto dialogo nazionale. La cosa più importante.
Non cerchiamo vendetta. Cerchiamo giustizia e dignità. In mancanza di queste, non ci sarà pace».
Cosa può dire delle proteste che da mesi stanno interessando la Tripolitania?
«Le proteste a Tripoli e nella Libia occidentale sono il grido che viene dal cuore di un popolo distrutto. Per oltre un decennio il popolo libico ha sofferto in relazione al governo delle milizie, i blackout elettrici, la scarsità d’acqua, la corruzione e la totale perdita di sovranità. Quelle che avvengono non sono solo proteste economiche: sono proteste politiche. La gente sta dicendo “Basta!” ai governi sostenuti dall’estero che vivono negli alberghi mentre i libici vivono nell’oscurità. Stanno rifiutando la falsa democrazia imposta dagli accordi ONU e chiedendo il ritorno di una leadership nazionale al servizio della Libia, non dei capitali stranieri. Quello a cui stiamo assistendo è l’inizio di un risveglio. Le stesse persone che un tempo credevano alle bugie del 2011 ora si stanno rendendo conto di ciò che hanno perso e di chi glielo ha rubato».
A gennaio, il caso di Njeem Osama Al-Masri in Italia ha scatenato uno scandalo politico.
«Il caso di Njeem Osama Al-Masri ha messo a nudo i doppi standard dell’Europa. Un uomo presumibilmente coinvolto nelle attività di gruppi armati e forse in crimini di guerra durante il crollo della Libia è diventato una pedina tra il governo italiano e quello libico (di Tripoli)? Questa non è giustizia, è convenienza politica».
Il 7 luglio scorso, il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi è stato respinto a Bengasi. Cosa ne pensa?
«L’espulsione della delegazione italiana da Bengasi non è una sorpresa, ma la naturale conseguenza di anni di tradimenti. Nel 2011, l’Italia è stata tra i Paesi della Nato che hanno bombardato la Libia, ne hanno distrutto la sovranità e l’hanno gettata nel caos. Ora, oltre un decennio dopo, i funzionari italiani tornano non per pentirsi o manifestare solidarietà, ma con la stessa mentalità coloniale, cercando di controllare i flussi migratori e di esercitare influenza sul territorio libico. Condivido fermamente il rifiuto da parte libica di qualsiasi interferenza straniera, soprattutto nei confronti di coloro che hanno contribuito a smantellare la nostra nazione. Nessun funzionario europeo ha il diritto morale di camminare liberamente in Libia senza prima riconoscere e riparare l’immenso danno causato dai propri governi. La dignità della Libia non può essere ripristinata finché gli artefici della sua distruzione continuano a trattarla come una scacchiera per i loro giochi geopolitici. Non si tratta di Libia orientale o occidentale, si tratta di sovranità, memoria e giustizia. Noi ricordiamo. E chiediamo una Libia guidata dai libici, per i libici, senza l’ombra della Nato che aleggia sul nostro futuro. Se l’Italia vuole davvero la stabilità e la pace in Libia, dovrebbe smettere di giocare con i criminali di guerra quando ciò fa comodo ai suoi interessi, sanzionando e demonizzando coloro che vogliono la sovranità e l’unità in Libia. Questa ipocrisia ha tenuto la Libia intrappolata nei giochi stranieri per troppo tempo».
La Libia è oggi un’area di forte competizione geopolitica. Che ruolo gioca l’Italia?
«L’Italia ha avuto un’opportunità storica di svolgere un ruolo costruttivo in Libia. Nel periodo di Silvio Berlusconi avevamo firmato il Trattato di Amicizia, basato sul riconoscimento dei crimini coloniali, sulla cooperazione economica e sulla reciproca non aggressione. Quello è stato un raro momento di saggezza. Ma oggi l’Italia è diventata un partner minore nello schema coloniale della Nato. Sostiene una fazione piuttosto che un’altra, a seconda degli accordi sul gas e della pressione migratoria. Roma si è lasciata mettere da parte da Francia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, attori in lotta per ottenere fette di influenza in Libia. Se l’Italia vuole avere un ruolo reale in Libia, deve smettere di seguire ciecamente Washington e Bruxelles e iniziare a sostenere una vera riconciliazione guidata dalla Libia stessa, che includa tutte le forze politiche, soprattutto quelle legate alla resistenza dell’era Gheddafi. Questa è l’unica via per una vera pace, un vero partenariato ed un ritorno allo storico legame dell’Italia con il popolo libico. Che la verità sia nota: la Libia non è caduta. E finché l’Occidente non smetterà di cercare di gestire il nostro destino, continueremo a resistere. Perché lo spirito di Gheddafi non è morto a Sirte, vive in ogni libico che sogna una Libia africana, indipendente e unita».
Se si svolgessero in questo momento, chi pensa che vincerebbe le elezioni?
«Credo in un processo elettorale equo e trasparente. Se le elezioni in Libia si svolgessero in questo momento, non ho dubbi sul fatto che Saif al-Islam Gheddafi vincerebbe. Il suo sostegno è radicato nella profonda ammirazione popolare per suo padre e per la sua eredità politica. Ma, cosa ancora più importante, Saif al-Islam rappresenta un progetto nazionale chiaro e alternativo, che dà priorità alla sovranità, alla giustizia sociale e alla riconciliazione interna del paese. Le altre figure politiche che dominano la scena oggi sono profondamente corrotte o servono gli interessi di potenze straniere. Non rappresentano le speranze o la volontà del popolo libico. I loro progetti sono fallimentari, privi sia di visione che di legittimità. Saif al-Islam si distingue, non solo per quello che è, ma per ciò che rappresenta: un futuro in cui la Libia si governi con orgoglio e giustizia».
Saif al-Islam è tuttora ricercato dalla Corte penale internazionale. Come può rappresentare un’alternativa credibile per l’unità della Libia?
«La Corte penale internazionale? Si riferisce alla Corte che non ha mai incriminato George Bush per l’Iraq, che non ha mai ritenuto Barack Obama o Nicolas Sarkozy responsabili della distruzione della Libia, che ha ignorato le torture, le fosse comuni e i mercati degli schiavi creati dopo il 2011? La Cpi è uno strumento politico dell’Occidente, utilizzato selettivamente per punire chi si oppone all’imperialismo. La sua credibilità in Africa è a pezzi. Quanto a Saif al-Islam Gheddafi, non ha bisogno della convalida dell’Aja. Ha qualcosa di più potente: il sostegno del popolo libico. Nonostante 13 anni di demonizzazione mediatica, esilio e tentato assassinio, Saif al-Islam rimane un simbolo di riconciliazione nazionale un ponte tra la resistenza verde e coloro che sono rimasti delusi dal caos della Libia post-Nato. Non ha mai imbracciato le armi per vendetta, non ha mai invocato spargimenti di sangue e continua a invocare unità, amnistia e una Libia sovrana a guida civile. Nessun altro possiede questa combinazione di visione, legittimità popolare, profondità storica e chiarezza politica. La vera domanda non è perché Saif sia ancora ricercato dalla Cpi, la vera domanda è perché coloro che hanno distrutto la Libia se ne vadano liberi a Parigi, Londra e Washington. Sarà la storia a rispondere a questa domanda».
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