Dopo mesi di tensione armata e di trattative sotterranee, il governo della Libia riconosciuto dalle Nazioni Unite ha raggiunto un accordo con la potente milizia Radaa, che da anni controlla ampie porzioni di Tripoli. L’intesa, frutto di una mediazione portata avanti da Turchia e dalla missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), mira a riportare sotto l’autorità statale due settori strategici finora in mano alla milizia: gli aeroporti della Libia occidentale e il sistema carcerario della capitale.
Secondo quanto riferito da fonti governative, Radaa dovrà cedere la gestione dell’aeroporto di Mitiga – il principale scalo di Tripoli – e di altri tre aeroporti dell’ovest libico a un comando congiunto e “neutrale”, sottraendoli al proprio controllo esclusivo. Contestualmente, tutte le prigioni e i centri di detenzione oggi nelle mani della milizia passeranno alla giurisdizione della Procura generale dello Stato. È prevista inoltre la sostituzione del capo della polizia giudiziaria, Osama Najim, considerato vicino a Radaa, con una figura accettata da entrambe le parti.
L’accordo giunge dopo settimane di alta tensione a Tripoli, dove si sono registrati scontri sporadici e movimenti di truppe che avevano fatto temere una nuova escalation. Radaa, ufficialmente una forza di polizia d’élite affiliata al Ministero dell’Interno, esercita da anni un potere autonomo di fatto: oltre a controllare Mitiga, è responsabile di alcune delle carceri più dure della capitale, comprese quelle dove sono detenuti oppositori politici, migranti e sospetti estremisti. La sua influenza e le sue ramificazioni economiche l’hanno resa uno degli attori più potenti e controversi dello scacchiere tripolino. La milizia Radaa, che conta circa 1.500 uomini, annovera tra le sue figure di spicco anche Osama Elmasry, rientrato in Libia in modo trionfale (con un viaggio finanziato dal governo Giorgia Meloni) per sottrarsi a un mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.
Il consigliere presidenziale Ziyad Deghem ha ringraziato pubblicamente la Turchia per i “notevoli sforzi” compiuti nella mediazione e ha lodato il ruolo dell’UNSMIL, definito “essenziale e decisivo” per sbloccare l’impasse. L’obiettivo, secondo Deghem, è “ristabilire il controllo statale sulle infrastrutture vitali della capitale, riducendo la frammentazione della sicurezza che per anni ha alimentato instabilità e violenze”.
Nonostante l’annuncio, restano forti dubbi sull’attuazione concreta dell’intesa. Il trasferimento di aeroporti e carceri richiederà tempo, risorse e una catena di comando credibile, mentre altre milizie potrebbero percepire l’accordo come uno sbilanciamento degli equilibri interni. Anche all’interno di Radaa non è scontata l’adesione unanime: alcune sue componenti potrebbero ostacolare l’esecuzione temendo di perdere rendite e potere.
Per molti osservatori, il successo dell’operazione dipenderà dalla capacità del governo di garantire sicurezza e stipendi regolari al personale che subentrerà a Radaa, e dalla disponibilità della milizia a dismettere davvero parte del proprio arsenale e delle proprie prerogative. Senza un reale cambiamento nei rapporti di forza, avvertono, l’accordo rischia di restare sulla carta.
Dopo oltre tredici anni dalla rivolta, sostenuta dalla NATO, che ha rovesciato il leader di lunga data Muʿammar Gheddafi, Tripoli continua a essere frammentata. Un Paese diviso in due. Da un lato la Cirenaica, guidata dal clan Haftar. Dall’altro la Tripolitania di Abdul Hamid Dbeibah, che regge il governo riconosciuto dall’Onu. L’instabilità aumenta gli appetiti degli attori internazionali (Russia e Turchia in particolare), che vorrebbero garantirsi il controllo della regione.
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16/09/2025
27/08/2020
Libia - Contrasti nel governo di Tripoli. Manifestazioni in piazza e coprifuoco
Sono ormai quattro giorni che proteste antigovernative stanno investendo la capitale libica Tripoli e altre città della Tripolitania. Appena dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra le due fazioni in guerra da anni (il governo di Tripoli e il governo di Tobruk), contrasti si sono manifestati all’interno del governo Sarraj, cioè quello “riconosciuto dalla comunità internazionale” e la gente è scesa in strada contro la corruzione dell'esecutivo.
Le milizie legate al governo di Tripoli avrebbero sparato proiettili veri contro i manifestanti che da giorni inscenano proteste contro la corruzione nella capitale libica e in altre città sotto il controllo di Tripoli tra cui Misurata.
Il governo ha annunciato ieri sera l’imposizione di un coprifuoco totale di 24 ore al giorno nella capitale libica per quattro giorni, mentre nelle altre città della Tripolitania continuano le proteste contro il governo ritenuto “legittimo” dall’Onu.
Il coprifuoco di 24 ore rimarrà in vigore nella capitale anche venerdì e sabato per poi essere ridotto in seguito dalle 21:00 alle 6:00.
L’esecutivo di Tripoli ha giustificato la misura come un tentativo di contenere la diffusione dei contagi di coronavirus, tuttavia secondo diversi osservatori sarebbe un modo per bloccare sul nascere nuovi episodi di rivolta. Alcune fonti riferiscono che almeno sei manifestanti sarebbero rimasti feriti durante una manifestazione avvenuta ieri in Piazza dei Martiri nel centro di Tripoli e ci sarebbero arresti sia nella capitale sia a Misurata.
La missione Onu ha chiesto l’apertura di un’indagine sull’utilizzo eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza del Governo di Tripoli. “Il diritto di riunirsi pacificamente, di protestare e la libertà di espressione sono diritti umani fondamentali che rientrano tra gli obblighi della Libia sotto le leggi umanitarie internazionali”, si legge in una nota della missione. Le dimostrazioni, prosegue l’Onu, “sono motivate dalla frustrazione per le scarse condizioni di vita, le interruzioni dell’elettricità e dell’acqua, e la mancanza della fornitura di servizi nel paese”.
Le proteste in qualche modo si intersecano nello scontro politico apertosi da tempo all’interno del governo di Tripoli tra il premier Sarraj e il ministro dell’Interno Fathi Bashaga.
L’agenzia Nova riferisce che a Tripoli – dove le forze vicine al ministro dell’Interno sono molti forti – i manifestanti scandivano slogan contro Sarraj, mentre a Zawiya, dove il premier è più forte, ci sono stati slogan contro ministro dell’Interno.
Il premier di Tripoli Fayez al Sarraj, ha preannunciato un rimpasto di governo facendo ricorso alla dichiarazione dello stato di emergenza e ai relativi poteri straordinari. In un discorso televisivo, il premier ha detto che la selezione dei nuovi ministri sarà basata sulla “competenza, le capacità e l’incorruttibilità”. Se salta la testa di Bashaga c’è il concreto rischio che salti tutto, incluso il cessate il fuoco raggiunto pochi giorni fa con la fazione che fa riferimento al governo di Tobruk e al generale Haftar.
Fonte
Le milizie legate al governo di Tripoli avrebbero sparato proiettili veri contro i manifestanti che da giorni inscenano proteste contro la corruzione nella capitale libica e in altre città sotto il controllo di Tripoli tra cui Misurata.
Il governo ha annunciato ieri sera l’imposizione di un coprifuoco totale di 24 ore al giorno nella capitale libica per quattro giorni, mentre nelle altre città della Tripolitania continuano le proteste contro il governo ritenuto “legittimo” dall’Onu.
Il coprifuoco di 24 ore rimarrà in vigore nella capitale anche venerdì e sabato per poi essere ridotto in seguito dalle 21:00 alle 6:00.
L’esecutivo di Tripoli ha giustificato la misura come un tentativo di contenere la diffusione dei contagi di coronavirus, tuttavia secondo diversi osservatori sarebbe un modo per bloccare sul nascere nuovi episodi di rivolta. Alcune fonti riferiscono che almeno sei manifestanti sarebbero rimasti feriti durante una manifestazione avvenuta ieri in Piazza dei Martiri nel centro di Tripoli e ci sarebbero arresti sia nella capitale sia a Misurata.
La missione Onu ha chiesto l’apertura di un’indagine sull’utilizzo eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza del Governo di Tripoli. “Il diritto di riunirsi pacificamente, di protestare e la libertà di espressione sono diritti umani fondamentali che rientrano tra gli obblighi della Libia sotto le leggi umanitarie internazionali”, si legge in una nota della missione. Le dimostrazioni, prosegue l’Onu, “sono motivate dalla frustrazione per le scarse condizioni di vita, le interruzioni dell’elettricità e dell’acqua, e la mancanza della fornitura di servizi nel paese”.
Le proteste in qualche modo si intersecano nello scontro politico apertosi da tempo all’interno del governo di Tripoli tra il premier Sarraj e il ministro dell’Interno Fathi Bashaga.
L’agenzia Nova riferisce che a Tripoli – dove le forze vicine al ministro dell’Interno sono molti forti – i manifestanti scandivano slogan contro Sarraj, mentre a Zawiya, dove il premier è più forte, ci sono stati slogan contro ministro dell’Interno.
Il premier di Tripoli Fayez al Sarraj, ha preannunciato un rimpasto di governo facendo ricorso alla dichiarazione dello stato di emergenza e ai relativi poteri straordinari. In un discorso televisivo, il premier ha detto che la selezione dei nuovi ministri sarà basata sulla “competenza, le capacità e l’incorruttibilità”. Se salta la testa di Bashaga c’è il concreto rischio che salti tutto, incluso il cessate il fuoco raggiunto pochi giorni fa con la fazione che fa riferimento al governo di Tobruk e al generale Haftar.
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25/05/2019
Libia - Le milizie di Haftar bombardano Tripoli con i droni. Inquietante salto di qualità
L’aviazione delle milizie del generale Khalifa Haftar ha bombardato gli edifici del Rixos, un hotel che a Tripoli ospita il cosiddetto parlamento dell’Est (Hor). Lo rende noto, l’emittente televisiva Libya Al Ahrar tv su Twitter, pubblicando anche le foto degli effetti del bombardamento. Anche The Libya Observer ne dà notizia. Nessuna vittima viene riportata al momento dai media locali.
Recentemente un gruppo di una quarantina di deputati dell’Est della Libia (zona da tempo controllata da Haftar) era tornato a riunirsi a Tripoli, dopo un lungo auto-esilio a Tobruk. Da fonti locali risulta che il bombardamento sarebbe avvenuto con l’utilizzo di droni da bombardamento, indicatore di un salto di qualità sul piano tecnologico e militare che conferma come dietro le milizie di Haftar ci siano sostegni internazionali rilevanti.
Pubblicando le fotografie dei danni causati all’hotel sulla propria pagina Facebook, il ministero degli Interni di Tripoli ha sottolineato come tale attacco “si aggiunga ai crimini di guerra commessi dalle milizie di Haftar nella capitale”.
Ma sulla escalation avviata dalle milizie di Haftar giunge una doccia fredda: quella di Lev Dengov, inviato speciale della Russia sulla Libia. “Il conflitto in Libia andrà avanti fino a quando non emergerà un leader capace di unire tutti e se quel leader fosse Haftar, sarebbe già a Tripoli e la città sarebbe già caduta, senza combattere”.
Una dichiarazione piuttosto perentoria, soprattutto da parte di un esponente ufficiale della Russia che veniva ritenuta una degli sponsor di Haftar. Dengov, in un’intervista all’agenzia Bloomberg ha sottolineato che: “Se le parti nel Paese rimangono in disaccordo così come le potenze esterne, non ci sarà pace a breve in Libia". Per Dengov “era assolutamente prevedibile che Haftar si impantanasse” nell’offensiva lanciata il 4 aprile scorso per conquistare la capitale libica, affermando che “è chiaro che non è in grado di prendere Tripoli”.
Fonte
Recentemente un gruppo di una quarantina di deputati dell’Est della Libia (zona da tempo controllata da Haftar) era tornato a riunirsi a Tripoli, dopo un lungo auto-esilio a Tobruk. Da fonti locali risulta che il bombardamento sarebbe avvenuto con l’utilizzo di droni da bombardamento, indicatore di un salto di qualità sul piano tecnologico e militare che conferma come dietro le milizie di Haftar ci siano sostegni internazionali rilevanti.
Pubblicando le fotografie dei danni causati all’hotel sulla propria pagina Facebook, il ministero degli Interni di Tripoli ha sottolineato come tale attacco “si aggiunga ai crimini di guerra commessi dalle milizie di Haftar nella capitale”.
Ma sulla escalation avviata dalle milizie di Haftar giunge una doccia fredda: quella di Lev Dengov, inviato speciale della Russia sulla Libia. “Il conflitto in Libia andrà avanti fino a quando non emergerà un leader capace di unire tutti e se quel leader fosse Haftar, sarebbe già a Tripoli e la città sarebbe già caduta, senza combattere”.
Una dichiarazione piuttosto perentoria, soprattutto da parte di un esponente ufficiale della Russia che veniva ritenuta una degli sponsor di Haftar. Dengov, in un’intervista all’agenzia Bloomberg ha sottolineato che: “Se le parti nel Paese rimangono in disaccordo così come le potenze esterne, non ci sarà pace a breve in Libia". Per Dengov “era assolutamente prevedibile che Haftar si impantanasse” nell’offensiva lanciata il 4 aprile scorso per conquistare la capitale libica, affermando che “è chiaro che non è in grado di prendere Tripoli”.
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21/05/2019
Libia - Tripoli assediata dalla sete
Come non bastasse la guerra, Tripoli resta anche senza acqua. Sabato
scorso una milizia armata ha tagliato la principale conduttura che
collega il Great Man-Made River, il faraonico progetto del colonnello
Gheddafi per rifornire la capitale con l’acqua proveniente dalle falde
del Sahara.
Sotto assedio ormai dal mese scorso, 2,5 milioni di residenti di Tripoli si sono ritrovati privi d’acqua, con le Nazioni Unite che parlavano di possibile crimine di guerra e il governo di accordo nazionale, il Gna del premier Serraj, che accusava le forze del generale cirenaico Haftar, responsabile dell’assedio sulla capitale. Secondo la stampa, uomini armati hanno costretto i lavoratori di una delle principali stazioni dell’impianto a spegnere le pompe, 400 km a sud di Tripoli.
Questa mattina, come riporta Agenzia Nova, l’amministrazione del Great Man-Made River ha fatto sapere di aver riaperto “le valvole di pompaggio di al Shawirif, facendo così riprendere l’erogazione dell’acqua. “Crisi terminata”, scrive in una nota l’amministrazione. Haftar nega un suo coinvolgimento, ma vari osservatori notano come l’interruzione sia stata compiuta in una zona sotto il controllo delle truppe del generale, in particolare dalla milizia guidata dal comandante Khalifa Ehnaish, legato all’esercito cirenaico.
Non termina invece la guerra che da settimane, dall’inizio di aprile, ormai circonda Tripoli. L’Esercito nazionale libico, l’Lna del generale Haftar, staziona alle periferie sud della capitale, preda di scontri quotidiani. Quella che doveva essere un’operazione lampo è in stallo: si combatte e si muore, ma si avanza ben poco. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, sono già 510 i morti nello scontro fratricida, 2.500 i feriti, 75mila gli sfollati e almeno 3.400 i migranti prigionieri nei centri di detenzione in mezzo agli scontri.
Il Gna rivendica “importanti progressi” sul campo, attribuendoli a decine di veicoli blindati Bmc Kirpi che il governo tripolino avrebbe ricevuto dalla Turchia sabato, sbarcati dalla nave moldava Amazon. Haftar abbozza: “Non cambierà nulla sul terreno”, fa dire al comandante Idris Madi in un’intervista al sito Al Ain. Ma poi ordina l’embargo sui porti della Tripolitania per impedire nuovi arrivi di armi ed equipaggiamento militare al Gna. In realtà l’embargo esiste già, quello imposto dall’Onu nel 2011 e violato da tutti quelli che in questi anni hanno rifornito di strumentazioni militari le varie milizie presenti sul terreno. Compreso l’Lna che gode dell’indefesso sostegno dell’Egitto e dei paesi del Golfo, Emirati e Arabia Saudita in primis.
Fonte
Sotto assedio ormai dal mese scorso, 2,5 milioni di residenti di Tripoli si sono ritrovati privi d’acqua, con le Nazioni Unite che parlavano di possibile crimine di guerra e il governo di accordo nazionale, il Gna del premier Serraj, che accusava le forze del generale cirenaico Haftar, responsabile dell’assedio sulla capitale. Secondo la stampa, uomini armati hanno costretto i lavoratori di una delle principali stazioni dell’impianto a spegnere le pompe, 400 km a sud di Tripoli.
Questa mattina, come riporta Agenzia Nova, l’amministrazione del Great Man-Made River ha fatto sapere di aver riaperto “le valvole di pompaggio di al Shawirif, facendo così riprendere l’erogazione dell’acqua. “Crisi terminata”, scrive in una nota l’amministrazione. Haftar nega un suo coinvolgimento, ma vari osservatori notano come l’interruzione sia stata compiuta in una zona sotto il controllo delle truppe del generale, in particolare dalla milizia guidata dal comandante Khalifa Ehnaish, legato all’esercito cirenaico.
Non termina invece la guerra che da settimane, dall’inizio di aprile, ormai circonda Tripoli. L’Esercito nazionale libico, l’Lna del generale Haftar, staziona alle periferie sud della capitale, preda di scontri quotidiani. Quella che doveva essere un’operazione lampo è in stallo: si combatte e si muore, ma si avanza ben poco. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, sono già 510 i morti nello scontro fratricida, 2.500 i feriti, 75mila gli sfollati e almeno 3.400 i migranti prigionieri nei centri di detenzione in mezzo agli scontri.
Il Gna rivendica “importanti progressi” sul campo, attribuendoli a decine di veicoli blindati Bmc Kirpi che il governo tripolino avrebbe ricevuto dalla Turchia sabato, sbarcati dalla nave moldava Amazon. Haftar abbozza: “Non cambierà nulla sul terreno”, fa dire al comandante Idris Madi in un’intervista al sito Al Ain. Ma poi ordina l’embargo sui porti della Tripolitania per impedire nuovi arrivi di armi ed equipaggiamento militare al Gna. In realtà l’embargo esiste già, quello imposto dall’Onu nel 2011 e violato da tutti quelli che in questi anni hanno rifornito di strumentazioni militari le varie milizie presenti sul terreno. Compreso l’Lna che gode dell’indefesso sostegno dell’Egitto e dei paesi del Golfo, Emirati e Arabia Saudita in primis.
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20/04/2019
Libia - La piazza di Tripoli sbeffeggia Macròn
La gente a Tripoli è tornata ieri in piazza dopo la manifestazione della settimana scorsa. In Piazza dei Martiri, i manifestanti hanno innalzato striscioni per denunciare il rischio di una “militarizzazione” dei processi politici nel Paese. E hanno contestato apertamente anche la Francia, accusata di avere appoggiato l’offensiva del generale Haftar contro Tripoli. Ma tra gli obiettivi delle proteste dei manifestanti c’è anche il presidente francese Macròn. “Lasciaci in pace”, recita un cartello con una foto di Macròn sbarrata da una croce rossa. Alcuni partecipanti al corteo, per sommo di sfida, indossavano i “gilet gialli” diventati ormai l’incubo del presidente francese.
E proprio la Francia ieri ha dovuto accettare di “fare la mossa” con il suo partner/competitore sullo scenario libico: l’Italia. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, ha avuto un vertice alla Farnesina con il collega francese Jean-Yves Le Drian, sottolineando che “la nostra posizione comune e condivisa è che si debba arrivare in tempi rapidi a un cessate il fuoco”. Posizione fondata “sulla convinzione condivisa che non esiste soluzione militare che possa risolvere le complicate questioni politiche della Libia”. Non ci può essere nessuna soluzione e “nessun progresso senza una solida intesa franco-italiana’, ha dichiarato il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, parlando nella conferenza stampa a fianco del ministro degli Esteri Milanesi.
La prossima settimana a Roma è prevista una riunione a livello di direttori politici dei ministeri degli Esteri di Italia e Francia e dei Paesi “più interessati a quanto sta succedendo in Libia”.
Il generale Haftar intanto riceve le telefonate di molti capi di stato. Dal ministro degli esteri della Tunisia a Donald Trump, il quale nel colloquio telefonico con Haftar ha discusso della ”necessità di raggiungere la pace e la stabilità” afferma la Casa Bianca, secondo la quale ”Il presidente ha riconosciuto il significativo ruolo di Haftar nel combattere il terrorismo, e i due hanno discusso una visione comune per la transizione della Libia verso un sistema politico stabile e democratico”.
La foto è ripresa da Askanews
Fonte
E proprio la Francia ieri ha dovuto accettare di “fare la mossa” con il suo partner/competitore sullo scenario libico: l’Italia. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, ha avuto un vertice alla Farnesina con il collega francese Jean-Yves Le Drian, sottolineando che “la nostra posizione comune e condivisa è che si debba arrivare in tempi rapidi a un cessate il fuoco”. Posizione fondata “sulla convinzione condivisa che non esiste soluzione militare che possa risolvere le complicate questioni politiche della Libia”. Non ci può essere nessuna soluzione e “nessun progresso senza una solida intesa franco-italiana’, ha dichiarato il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, parlando nella conferenza stampa a fianco del ministro degli Esteri Milanesi.
La prossima settimana a Roma è prevista una riunione a livello di direttori politici dei ministeri degli Esteri di Italia e Francia e dei Paesi “più interessati a quanto sta succedendo in Libia”.
Il generale Haftar intanto riceve le telefonate di molti capi di stato. Dal ministro degli esteri della Tunisia a Donald Trump, il quale nel colloquio telefonico con Haftar ha discusso della ”necessità di raggiungere la pace e la stabilità” afferma la Casa Bianca, secondo la quale ”Il presidente ha riconosciuto il significativo ruolo di Haftar nel combattere il terrorismo, e i due hanno discusso una visione comune per la transizione della Libia verso un sistema politico stabile e democratico”.
La foto è ripresa da Askanews
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14/04/2019
Libia - Si combatte intorno e dentro Tripoli, ma Haftar non sfonda
La situazione in Libia vede delinearsi gli scontri militari tra le milizie di Haftar e quelle del governo Serraj nei dintorni e dentro la capitale Tripoli. Nel conflitto si schierano ed entrano in campo le varie milizie (vedi quelle di Zintan).
Intanto è stata confermata la presenza di esperti militari francesi nelle zone controllate da Haftar come a Garian, confermando così le indiscrezioni rilanciate dai media nei giorni scorsi. Garian è una città conquistata dal generale Khalifa Haftar circa cento km a sud di Tripoli.
Qui di seguito invece la corrispondenza dell’agenzia Ansa sul fronte di guerra.
“Attacchi e controffensive, avanzate e ritirate, morti, feriti e centinaia di civili intrappolati: si fa sempre più cruenta la battaglia alle porte di Tripoli, che si combatte furiosamente tra le forze fedeli al governo internazionalmente riconosciuto di Fayez al Sarraj e quelle di Khalifa Haftar.
Il decimo giorno della guerra proclamata dal maresciallo è stato segnato da violenti scontri lungo l’asse a sudovest della capitale.
Dopo una notte di combattimenti, i soldati dell’uomo forte della Cirenaica hanno sfondato le linee avversarie, avanzando a colpi di artiglieria, missili Grad e sostenuti dai raid aerei. Due le zone conquistate per diverse ore: quella di Suani ben Adem, 25 km a sudovest di Tripoli, e quella di Aziziya, una trentina di chilometri più a sud, lungo la direttrice che conduce a Zintan e Gharyan. Dopo ore di battaglia, lanci di razzi e vittime, soprattutto civili – almeno cinque gli uccisi, tra i quali una donna incinta – le milizie di Tripoli hanno lanciato il contrattacco e respinto i nemici a Suani ben Adem. Nel primo pomeriggio dal centro della cittadina si levavano dense colonne di fumo nero. Le truppe di Haftar sono state costrette alla ritirata, lasciando diverse unità di fanteria lungo la linea di un fronte frastagliato, lontane dalle retrovie. I soldati, a corto di munizioni, sparavano contro i tuwar nel tentativo di aprirsi una via di fuga. I soldati che difendono la capitale sono poi avanzati anche su Aziziya, strappando parte della città agli avversari. Sul campo, hanno riferito fonti attendibili, sono arrivate anche le temibili milizie di Zintan, protagoniste della cacciata di Muammar Gheddafi da Tripoli nel corso della rivoluzione del 2011 e pronte ora a combattere per la difesa della capitale.
Il bilancio dall’inizio dell’offensiva, il 4 aprile, è di almeno 100 morti, tra i quali 28 bambini, hanno fatto sapere fonti mediche. Decine e decine di famiglie sono bloccate tra due fuochi: moltissime le telefonate strazianti dalle zone di combattimento che arrivano ogni giorno al centro di emergenza di Tripoli. Soprattutto donne, che chiedono cibo, acqua oppure “qualcuno che ci venga a prendere”.
Ad Ain Zara, altro fronte caldo a soli 15 km a sudest della capitale, una scuola elementare deserta è stata centrata da un raid di Haftar. Non ci sono state vittime, ma le bombe piovute dal cielo hanno terrorizzato i tanti rifugiati presenti nell’area, che nei giorni scorsi hanno trovato riparo proprio in edifici pubblici attualmente chiusi.
I militari di Tripoli hanno l’ordine di limitare la potenza di fuoco, evitare vittime e distruzioni. “Combattiamo per la nostra terra, per tutti i libici. Per questo sino ad oggi siamo rimasti sulla difensiva: anche i soldati di Haftar sono nostri compatrioti”, ha detto all’ANSA il generale Abuseid Shwashli, al comando della regione del distretto sudovest.
“Quelli di Haftar hanno armi più moderne, ma non le sanno usare. Sono soprattutto reclute, meno del 20% delle loro forze ha esperienza, e combattono per lo stipendio oppure perché sono costretti”, ha sottolineato Shwashli, mentre nel suo quartier generale pezzi di artiglieria pesante vengono tirati a lucido, pronti all’uso se da Tripoli partisse l’ordine di un attacco massiccio. “Se dovesse arrivare quell’ordine, saremmo costretti a fare terra bruciata”, ha detto ancora il comandante. Nel centro di Tripoli, per il momento, arrivano solo gli echi delle battaglie che si combattono alle sue porte. Il sole al tramonto illumina le lunghe code di auto ai distributori a caccia di benzina: l’unica vera immagine di guerra nella capitale in queste ore cruciali per il destino della città, e di tutta la Libia”.
Fonte: Ansa
Fonte
Intanto è stata confermata la presenza di esperti militari francesi nelle zone controllate da Haftar come a Garian, confermando così le indiscrezioni rilanciate dai media nei giorni scorsi. Garian è una città conquistata dal generale Khalifa Haftar circa cento km a sud di Tripoli.
Qui di seguito invece la corrispondenza dell’agenzia Ansa sul fronte di guerra.
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“Attacchi e controffensive, avanzate e ritirate, morti, feriti e centinaia di civili intrappolati: si fa sempre più cruenta la battaglia alle porte di Tripoli, che si combatte furiosamente tra le forze fedeli al governo internazionalmente riconosciuto di Fayez al Sarraj e quelle di Khalifa Haftar.
Il decimo giorno della guerra proclamata dal maresciallo è stato segnato da violenti scontri lungo l’asse a sudovest della capitale.
Dopo una notte di combattimenti, i soldati dell’uomo forte della Cirenaica hanno sfondato le linee avversarie, avanzando a colpi di artiglieria, missili Grad e sostenuti dai raid aerei. Due le zone conquistate per diverse ore: quella di Suani ben Adem, 25 km a sudovest di Tripoli, e quella di Aziziya, una trentina di chilometri più a sud, lungo la direttrice che conduce a Zintan e Gharyan. Dopo ore di battaglia, lanci di razzi e vittime, soprattutto civili – almeno cinque gli uccisi, tra i quali una donna incinta – le milizie di Tripoli hanno lanciato il contrattacco e respinto i nemici a Suani ben Adem. Nel primo pomeriggio dal centro della cittadina si levavano dense colonne di fumo nero. Le truppe di Haftar sono state costrette alla ritirata, lasciando diverse unità di fanteria lungo la linea di un fronte frastagliato, lontane dalle retrovie. I soldati, a corto di munizioni, sparavano contro i tuwar nel tentativo di aprirsi una via di fuga. I soldati che difendono la capitale sono poi avanzati anche su Aziziya, strappando parte della città agli avversari. Sul campo, hanno riferito fonti attendibili, sono arrivate anche le temibili milizie di Zintan, protagoniste della cacciata di Muammar Gheddafi da Tripoli nel corso della rivoluzione del 2011 e pronte ora a combattere per la difesa della capitale.
Il bilancio dall’inizio dell’offensiva, il 4 aprile, è di almeno 100 morti, tra i quali 28 bambini, hanno fatto sapere fonti mediche. Decine e decine di famiglie sono bloccate tra due fuochi: moltissime le telefonate strazianti dalle zone di combattimento che arrivano ogni giorno al centro di emergenza di Tripoli. Soprattutto donne, che chiedono cibo, acqua oppure “qualcuno che ci venga a prendere”.
Ad Ain Zara, altro fronte caldo a soli 15 km a sudest della capitale, una scuola elementare deserta è stata centrata da un raid di Haftar. Non ci sono state vittime, ma le bombe piovute dal cielo hanno terrorizzato i tanti rifugiati presenti nell’area, che nei giorni scorsi hanno trovato riparo proprio in edifici pubblici attualmente chiusi.
I militari di Tripoli hanno l’ordine di limitare la potenza di fuoco, evitare vittime e distruzioni. “Combattiamo per la nostra terra, per tutti i libici. Per questo sino ad oggi siamo rimasti sulla difensiva: anche i soldati di Haftar sono nostri compatrioti”, ha detto all’ANSA il generale Abuseid Shwashli, al comando della regione del distretto sudovest.
“Quelli di Haftar hanno armi più moderne, ma non le sanno usare. Sono soprattutto reclute, meno del 20% delle loro forze ha esperienza, e combattono per lo stipendio oppure perché sono costretti”, ha sottolineato Shwashli, mentre nel suo quartier generale pezzi di artiglieria pesante vengono tirati a lucido, pronti all’uso se da Tripoli partisse l’ordine di un attacco massiccio. “Se dovesse arrivare quell’ordine, saremmo costretti a fare terra bruciata”, ha detto ancora il comandante. Nel centro di Tripoli, per il momento, arrivano solo gli echi delle battaglie che si combattono alle sue porte. Il sole al tramonto illumina le lunghe code di auto ai distributori a caccia di benzina: l’unica vera immagine di guerra nella capitale in queste ore cruciali per il destino della città, e di tutta la Libia”.
Fonte: Ansa
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03/09/2018
Libia - Il governo italiano smentisce intervento militari, ma sul campo già operano da tempo
“In relazione ad alcune notizie apparse sulla stampa odierna si smentisce categoricamente la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia”. È quanto si legge in una nota diffusa oggi da Palazzo Chigi.
“L’Italia continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l’invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”, conclude il comunicato. Non è noto quale siano gli organi di stampa che hanno diffuso la notizia su un possibile intervento in Libia da parte di corpi speciali.
In realtà la presenza in Libia di militari dei corpi speciali italiani non è una novità. Dal primo gennaio di quest’anno in Libia ha preso il via la missione bilaterale di assistenza e supporto (Miasit) nata per “fornire assistenza e supporto al governo di Accordo nazionale libico”, si tratta di 350 unità, la maggior parte soldati e una parte personale sanitario e della logistica. Già nell’agosto del 2016 un documento del Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), classificato top secret ma finito pubblicato su alcuni giornali, confermava la presenza dei nostri militari sui principali teatri di guerra, inclusa la Libia.
Come è scritto nel documento redatto dal Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (Cofs), le operazioni sono “effettuate in applicazione della normativa approvata lo scorso novembre dal parlamento, che consente al presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei nostri corpi d’elite ponendoli sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse”. Come faceva notare allora l’Huffington Post che aveva pubblicato il documento, “i commando del IX Reggimento ‘Col Moschin’ del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del XVII Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione dei trenta e più paesi che appoggia il governo del premier Fayez al Sarraj, ma direttamente al governo italiano”. Allora era il governo Renzi, poi c’è stato Gentiloni ed oggi Conte. Anche nella nota odierna di Palazzo Chigi smentisce che si stia preparando un intervento ma non che non ci siano, e da tempo, militari italiani sul campo.
La Farnesina, dal canto suo, rende noto che l’ambasciata italiana a Tripoli, resta operativa ma con “una presenza più flessibile e in continua rivalutazione sulla base delle esigenze di sicurezza”. Il sito dei servizi segreti italiani per le azioni all’estero (Aise) riferisce che sabato, secondo quanto riportato dal sito Libya Times, due missili Grad sono stati lanciati contro l’ambasciata italiana e gli uffici del primo ministro libico, Fayez al-Serraj, colpendo invece il vicino Hotel al-Waddan. Il primo missile avrebbe mancato l’ambasciata di pochi metri, mentre il secondo missile ha mancato gli uffici di al-Serraj centrando invece un’altra casa.
Fonte
“L’Italia continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l’invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”, conclude il comunicato. Non è noto quale siano gli organi di stampa che hanno diffuso la notizia su un possibile intervento in Libia da parte di corpi speciali.
In realtà la presenza in Libia di militari dei corpi speciali italiani non è una novità. Dal primo gennaio di quest’anno in Libia ha preso il via la missione bilaterale di assistenza e supporto (Miasit) nata per “fornire assistenza e supporto al governo di Accordo nazionale libico”, si tratta di 350 unità, la maggior parte soldati e una parte personale sanitario e della logistica. Già nell’agosto del 2016 un documento del Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), classificato top secret ma finito pubblicato su alcuni giornali, confermava la presenza dei nostri militari sui principali teatri di guerra, inclusa la Libia.
Come è scritto nel documento redatto dal Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (Cofs), le operazioni sono “effettuate in applicazione della normativa approvata lo scorso novembre dal parlamento, che consente al presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei nostri corpi d’elite ponendoli sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse”. Come faceva notare allora l’Huffington Post che aveva pubblicato il documento, “i commando del IX Reggimento ‘Col Moschin’ del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del XVII Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione dei trenta e più paesi che appoggia il governo del premier Fayez al Sarraj, ma direttamente al governo italiano”. Allora era il governo Renzi, poi c’è stato Gentiloni ed oggi Conte. Anche nella nota odierna di Palazzo Chigi smentisce che si stia preparando un intervento ma non che non ci siano, e da tempo, militari italiani sul campo.
La Farnesina, dal canto suo, rende noto che l’ambasciata italiana a Tripoli, resta operativa ma con “una presenza più flessibile e in continua rivalutazione sulla base delle esigenze di sicurezza”. Il sito dei servizi segreti italiani per le azioni all’estero (Aise) riferisce che sabato, secondo quanto riportato dal sito Libya Times, due missili Grad sono stati lanciati contro l’ambasciata italiana e gli uffici del primo ministro libico, Fayez al-Serraj, colpendo invece il vicino Hotel al-Waddan. Il primo missile avrebbe mancato l’ambasciata di pochi metri, mentre il secondo missile ha mancato gli uffici di al-Serraj centrando invece un’altra casa.
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31/08/2018
Libia - Di nuovo aspri combattimenti, ma questa volta a Tripoli
Violenti combattimenti tra le varie milizie libiche sono ripresi ieri pomeriggio alla periferia sud della capitale Tripoli. Gli scontri armati sono ricominciati poche ore dopo l’annuncio di un cessate il fuoco che avrebbe dovuto porre fine ai combattimenti iniziati nella notte tra domenica e lunedì che fino a ieri hanno causato la morte di 27 persone e il ferimento di altri 91, la maggior parte civili.
Nella tarda serata di ieri, nonostante la dichiarazione di tregua, le ostilità sono riprese, in particolare nella zona di Khellat al-Ferjan, a sud di Tripoli, dove abitanti hanno riferito dell’uso di armi pesanti e mitragliatrici da parte delle milizie contrapposte.
Gli scontri vedono da una parte le milizie fedeli al governo di Accordo Nazionale – il “governo di Tripoli” – riconosciuto dalla comunità internazionale contrapposte alla “settima Brigata”, un gruppo armato proveniente dalla città di Tarhouna (60 chilometri a sud-est di Tripoli) legato al ministero della Difesa dello stesso governo di Tripoli.
In un discorso in televisione, il premier del governo di Tripoli Fayez al-Sarraj, ha fatto sapere che questo gruppo non dipende più dal Ministero della Difesa già dallo scorso aprile. Al Sarraj, ha invitato i contendenti a rispettare l’ultimo cessate il fuoco, invitando le forze armate presenti nelle regioni occidentali e centrali a garantire che le milizie rivali si attengano alla tregua.
L’agenzia Askanews riporta di una dichiarazione congiunta con cui i diplomatici di Stati Uniti, Francia, Italia e Regno Unito hanno sottolineato la loro preoccupazione sulla situazione nella capitale libica: “sui recenti combattimenti a Tripoli che destabilizzano la situazione e mettono in pericolo la vita delle popolazioni civili innocenti, mettiamo in guardia contro qualsiasi ulteriore peggioramento della situazione e chiediamo a tutte le parti di lavorare insieme per ripristinare la calma e avviare un dialogo pacifico. (...) Coloro che minano la pace, la sicurezza e la stabilità della Libia saranno ritenuti responsabili”, hanno avvertito i quattro paesi.
Nel maggio scorso, i principali protagonisti della crisi libica, tra cui Sarraj e il generale Khalifah Haftar, uomo forte della Cirenaica e capo di un esercito denominato “Forze armate libiche”, avevano raggiunto a Parigi un’intesa sponsorizzata dalla Francia per tenere elezioni parlamentari e presidenziali a dicembre. Ma questo scenario recentemente ha subito vari scossoni di cui abbiamo ripetutamente dato conto sul nostro giornale, soprattutto da parte del gen. Haftar. Molti analisti ritengono che la frammentazione del paese, l’insicurezza rendano questa scadenza elettorale assai difficile.
Fonte
Nella tarda serata di ieri, nonostante la dichiarazione di tregua, le ostilità sono riprese, in particolare nella zona di Khellat al-Ferjan, a sud di Tripoli, dove abitanti hanno riferito dell’uso di armi pesanti e mitragliatrici da parte delle milizie contrapposte.
Gli scontri vedono da una parte le milizie fedeli al governo di Accordo Nazionale – il “governo di Tripoli” – riconosciuto dalla comunità internazionale contrapposte alla “settima Brigata”, un gruppo armato proveniente dalla città di Tarhouna (60 chilometri a sud-est di Tripoli) legato al ministero della Difesa dello stesso governo di Tripoli.
In un discorso in televisione, il premier del governo di Tripoli Fayez al-Sarraj, ha fatto sapere che questo gruppo non dipende più dal Ministero della Difesa già dallo scorso aprile. Al Sarraj, ha invitato i contendenti a rispettare l’ultimo cessate il fuoco, invitando le forze armate presenti nelle regioni occidentali e centrali a garantire che le milizie rivali si attengano alla tregua.
L’agenzia Askanews riporta di una dichiarazione congiunta con cui i diplomatici di Stati Uniti, Francia, Italia e Regno Unito hanno sottolineato la loro preoccupazione sulla situazione nella capitale libica: “sui recenti combattimenti a Tripoli che destabilizzano la situazione e mettono in pericolo la vita delle popolazioni civili innocenti, mettiamo in guardia contro qualsiasi ulteriore peggioramento della situazione e chiediamo a tutte le parti di lavorare insieme per ripristinare la calma e avviare un dialogo pacifico. (...) Coloro che minano la pace, la sicurezza e la stabilità della Libia saranno ritenuti responsabili”, hanno avvertito i quattro paesi.
Nel maggio scorso, i principali protagonisti della crisi libica, tra cui Sarraj e il generale Khalifah Haftar, uomo forte della Cirenaica e capo di un esercito denominato “Forze armate libiche”, avevano raggiunto a Parigi un’intesa sponsorizzata dalla Francia per tenere elezioni parlamentari e presidenziali a dicembre. Ma questo scenario recentemente ha subito vari scossoni di cui abbiamo ripetutamente dato conto sul nostro giornale, soprattutto da parte del gen. Haftar. Molti analisti ritengono che la frammentazione del paese, l’insicurezza rendano questa scadenza elettorale assai difficile.
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16/01/2018
Libia. Scontri vicino aeroporto di Tripoli. 16 morti
E’ salito ad almeno 16 morti e 38 feriti il bilancio dei violenti scontri scoppiati stamani all’aeroporto Mitiga di Tripoli. Lo riferisce il responsabile del Tripoli Field Hospital, Abdul-Daim al-Rabti citato dall’agenzia Bloomberg.
Due aerei cargo sulla pista sono rimasti danneggiati, si precisa, e anche l’autostrada che porta allo scalo è stata chiusa. L’aeroporto della capitale libica Tripoli è sotto attacco da questa mattina da parte di un gruppo armato che vuole “liberare prigionieri di Daesh e di al Qaeda”. Lo riferisce in un comunicato la Presidenza del governo d’Accordo nazionale di Tripoli in una notizia dell’ultima ora dell’agenzia di stampa governativa turca Anadlou.
L’aeroporto di Mitiga è annesso alla base dove si trova anche la prigione intorno a cui sarebbero avvenuti i combattimenti. A controllare scalo e carcere, l’unità militare anti-terrorismo Rada, che ha confermato che tutta l’area è stato presa di mira da un gruppo di jihadisti facenti capo a un personaggio di nome “Bashir ‘the Cow'”, nel tentativo di far fuggire dei detenuti.
I voli da e per l’aeroporto di Tripoli sono stati sospesi e Afriqiyah Airways ha annunciato la sospensione di tutti i voli dallo scalo fino alla conclusione degli scontri. Il capo dell’Aviazione civile libica, Nasseraldin Shaeb, ha annunciato che tutti i voli diretti a Tripoli sono stati deviati su Misurata.
Fonte
Due aerei cargo sulla pista sono rimasti danneggiati, si precisa, e anche l’autostrada che porta allo scalo è stata chiusa. L’aeroporto della capitale libica Tripoli è sotto attacco da questa mattina da parte di un gruppo armato che vuole “liberare prigionieri di Daesh e di al Qaeda”. Lo riferisce in un comunicato la Presidenza del governo d’Accordo nazionale di Tripoli in una notizia dell’ultima ora dell’agenzia di stampa governativa turca Anadlou.
L’aeroporto di Mitiga è annesso alla base dove si trova anche la prigione intorno a cui sarebbero avvenuti i combattimenti. A controllare scalo e carcere, l’unità militare anti-terrorismo Rada, che ha confermato che tutta l’area è stato presa di mira da un gruppo di jihadisti facenti capo a un personaggio di nome “Bashir ‘the Cow'”, nel tentativo di far fuggire dei detenuti.
I voli da e per l’aeroporto di Tripoli sono stati sospesi e Afriqiyah Airways ha annunciato la sospensione di tutti i voli dallo scalo fino alla conclusione degli scontri. Il capo dell’Aviazione civile libica, Nasseraldin Shaeb, ha annunciato che tutti i voli diretti a Tripoli sono stati deviati su Misurata.
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22/05/2017
Libia. Sanguinosi scontri tra milizie dei governi rivali. 140 morti
Giovedì scorso, decine di combattenti sono rimasti uccisi negli scontri a Brak al –Shati, nel Sud della Libia tra le forze del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte del “governo di Tobruk”, e le milizie di Misurata, fedeli invece al “governo di Tripoli” del premier Fayez al Sarraj. Secondo un nuovo bilancio di cui riferisce la Bbc, nell’attacco alla base aerea Brak al-Shati in Libia ci sarebbero stati quasi 140 morti, compresi i civili.
L’agenzia Askanews, secondo una ricostruzione delle notizie, riferisce che i miliziani di Misurata della Terza Forza, insieme alle Brigate di Difesa di Bengasi, hanno conquistato il controllo della base aerea Brak Al-Shati, situata 60 chilometri a nord di Sebha, al termine di violenti scontri con i miliziani di Haftar. Il ministero della Difesa del governo libico del premier Fayez al Sarraj ha diffuso ieri un comunicato per precisare di “non aver dato alcun ordine di avanzare o di attaccare la base di Brak al-Shati”, nel Sud della Libia, dove giovedì si sono scontrati i combattenti di Misurata, ufficialmente fedeli all’esecutivo di Tripoli, e quelli del generale Khalifa Haftar, legato al governo di Tobruk. Secondo la ricostruzione dei media libici, sarebbero stati gli uomini della Terza Forza di Misurata, sostenuti dalle Brigate di Difesa di Bengasi, ad attaccare le unità di Haftar presenti nella base.
Nel comunicato, il ministero della Difesa di Tripoli condanna “l’aggressione che ha causato la morte e il ferimento di civili e forze dell’esercito”, sottolineando che “l’esercito libico nel Sud, come ad Est e Ovest, è uno solo, e l’attacco a uno è un attacco a tutti”. Nella nota si invita quindi “alla calma, all’autocontrollo e al rispetto del cessate il fuoco”, annunciando l’avvio di un’indagine. Il presidente del parlamento di Tobruk, Aquilah Saleh, ha annunciato tre giorni di lutto per “le vittime del massacro di Brak al-Shati”.
Fonte
L’agenzia Askanews, secondo una ricostruzione delle notizie, riferisce che i miliziani di Misurata della Terza Forza, insieme alle Brigate di Difesa di Bengasi, hanno conquistato il controllo della base aerea Brak Al-Shati, situata 60 chilometri a nord di Sebha, al termine di violenti scontri con i miliziani di Haftar. Il ministero della Difesa del governo libico del premier Fayez al Sarraj ha diffuso ieri un comunicato per precisare di “non aver dato alcun ordine di avanzare o di attaccare la base di Brak al-Shati”, nel Sud della Libia, dove giovedì si sono scontrati i combattenti di Misurata, ufficialmente fedeli all’esecutivo di Tripoli, e quelli del generale Khalifa Haftar, legato al governo di Tobruk. Secondo la ricostruzione dei media libici, sarebbero stati gli uomini della Terza Forza di Misurata, sostenuti dalle Brigate di Difesa di Bengasi, ad attaccare le unità di Haftar presenti nella base.
Nel comunicato, il ministero della Difesa di Tripoli condanna “l’aggressione che ha causato la morte e il ferimento di civili e forze dell’esercito”, sottolineando che “l’esercito libico nel Sud, come ad Est e Ovest, è uno solo, e l’attacco a uno è un attacco a tutti”. Nella nota si invita quindi “alla calma, all’autocontrollo e al rispetto del cessate il fuoco”, annunciando l’avvio di un’indagine. Il presidente del parlamento di Tobruk, Aquilah Saleh, ha annunciato tre giorni di lutto per “le vittime del massacro di Brak al-Shati”.
Fonte
21/03/2017
Libia - Tripoli ostaggio dei gruppi armati
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Fuga o visita
istituzionale? A guardare la situazione di caos in Libia, riesplosa con
tutto il suo bagaglio di contraddizioni nel fine settimana, sembrerebbe
che il premier del governo di unità nazionale (Gna) al-Sarraj
sia venuto in Italia non tanto per impegni pregressi quanto per il
fuoco sparato contro la base navale di Abu Seta, sede del Consiglio di
presidenza (troppo spaventato dalla scarsa legittimità di cui gode e
dall’assenza di sicurezza della capitale per insediarsi sulla terraferma
di Tripoli).
La stretta di mano immortalata nella foto pubblicata ieri su Twitter
dal primo ministro italiano Gentiloni conferma la presenza in Italia, in
un momento in cui un premier “normale” dovrebbe restare nel suo paese:
oltre all’assalto armato agli uffici galleggianti di al-Sarraj, gli
ultimi giorni hanno visto migliaia di persone scendere in piazza contro
le milizie armate.
Domenica miliziani legati alle Brigate al-Nawasi
(salafiti dell’area tripolina di Suq al-Juma’a che avevano espresso in
passato sostegno al Gna tanto da aiutarlo nell’insediamento) hanno assaltato Abu Seta,
occupandola per alcune ore. A facilitare loro il compito il controllo
che esercitano su al-Jumaa, la zona che si affaccia su Abu Seta.
A monte dell’attacco la rabbia per un comunicato emesso dal Gna che
criticava il fuoco sparato (probabilmente da misuratini) contro la
manifestazione anti-milizie di venerdì a Tripoli e che annunciava
l’apertura di un’inchiesta per individuare i responsabili della
sparatoria.
Poco dopo le forze di sicurezza del Gna hanno ripreso la base
a seguito di un accordo stretto tra il ministro della Difesa
al-Barghathi (inizialmente dato per «rapito») e le Brigate al-Nawasi.
Ma l’assalto dice molto dell’incapacità del governo di unità di
esercitare effettiva autorità sulla capitale. La scorsa settimana
Tripoli era tornata ostaggio di scontri a fuoco tra miliziani legati al
Gna e gruppi armati locali, conclusosi in apparenza con un cessate il
fuoco.
Una tregua – siglata giovedì e che doveva durare 30 giorni – sopravvissuta il tempo di una notte perché gli scontri sono ripresi quasi subito.
Venerdì scorso, in piazza sono scesi migliaia di manifestanti contrari
alle milizie di Misurata (blocco islamista dall’alleanza facile, in
prima linea a Sirte al fianco del Gna e ora di nuovo in rivolta).
Dalla folla di piazza dei Martiri e piazza Algeria sono partiti
alcuni slogan a favore del generale Haftar. Subito sono riecheggiati
colpi di armi da fuoco, sparati da mitragliatrici montate su pick-up
probabilmente guidate da misuratini, che hanno disperso la folla.
Al fuoco si è unita la protesta ufficiale: parlamentari di
Misurata hanno detto di aver sospeso i contatti con il Gna fino a quando
non porgerà scuse ufficiali per le manifestazioni anti-islamiste di
venerdì. «Quanto successo non è libertà di parola ma
incitamento alla violenza contro la città di Misurata», una protesta a
parole a cui è seguito domenica l’assalto alla base di Abu Seta.
Dietro sta la longa manus di Khalifa Ghwell, ex primo
ministro del governo islamista di Tripoli, sciolto dopo la creazione
dell’esecutivo di unità voluto dall’Onu: Ghwell, protagonista
negli ultimi mesi di putsch durati poche ore, è più di una mina vagante,
continuando a rappresentare e gestire fazioni islamiste capaci di
controllare ampi territori e di attuare azioni armate pericolose, come
l’attacco fallito al convoglio presidenziale su cui viaggiava al-Sarraj,
lo scorso febbraio.
A mischiare ulteriormente le carte ci sono le dichiarazioni di fonti vicino allo stesso Ghwell che all’agenzia araba Asharq al-Awsat avrebbero detto di aver tentato la via di un’intesa con i rivali di Tobruk per destituire al-Sarraj.
Una prospettiva avanzata da alcuni media già a gennaio, seppure si
scontri con la natura dei rapporti tra l’ex governo tripolino e il
ribelle Tobruk, il cui braccio armato – l’Esercito Nazionale libico del
generale Haftar – è impegnato da tre anni in una vasta operazione
anti-islamista. Secondo Asharq al-Awsat, Ghwell sarebbe pronto a lanciare un’operazione militare contro i quartier generali delle milizie pro-Sarraj.
Al caos sul terreno si aggiunge dunque il caos delle dichiarazioni e
del rimescolamento vero o presunto delle alleanze che pare avere come
reale obiettivo quello di impedire il raggiungimento di una qualsivoglia
intesa capitanata dal Gna.
Al-Sarraj gode solo del consenso internazionale, è privo dell’appoggio a lungo termine delle milizie armate (che cambiano velocemente casacca) e anche di consenso popolare.
Per ora a tenerlo in piedi sono Onu e Unione Europea, ma anche il
riconoscimento del nuovo attore, la Russia, che punta su al-Sarraj per
aprire le porte del Gna ad Haftar.
15/03/2017
Modello siriano per la Libia: la Russia media per entrare a Tripoli
di Chiara Cruciati
Il generale Khalifa Haftar, capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, braccio armato del parlamento ribelle di Tobruk, ieri ha annunciato la ripresa dei porti della Mezzaluna petrolifera. Ras Lanuf e Es-Sidre sarebbero tornati in mano agli uomini del generale, dopo essere stati occupati la scorsa settimana dalle Brigate di Difesa di Bengasi, milizia vicina ad al Qaeda cacciata dal capoluogo della Cirenaica dalla crociata anti-islamista di Haftar.
Foto online, riportano quotidiani libici, mostrerebbero i soldati di Haftar festeggiare in uno dei terminal, forse Ras Lanuf. La vittoria è stata segnata dopo giorni di battaglia intensa: il generale ha dovuto ordinare ripetuti bombardamenti aerei per vincere la resistenza dei miliziani che dal 3 marzo stazionano nei terminal petroliferi, senza però bloccare il traffico, garantito dalla National Oil Company.
Lo scontro è solo l’ultimo di tanti esempi di completa instabilità del paese nordafricano: mentre nella Mezzaluna si combatteva, a Tripoli erano scontri a fuoco per le strade a tenere in ostaggio la popolazione. Sono esplosi due giorni fa, ormai consuetudine nella capitale, tra le forze fedeli al governo di unità nazionale del premier al-Sarraj (Gna) e milizie rivali che tentano di mantenere il controllo su quartieri della città. Secondo fonti locali, sarebbero almeno due i morti.
Nelle stesse ore, a Bengasi riprendeva la caccia al qaedista da parte dell’esercito di Haftar che non ha ancora eliminato tutte le sacche jihadiste dalla città. In un simile contesto di guerra permanente e capillare l’instabilità è accesa dagli attori esterni tra scambi di accuse e smentite. Con gli Stati Uniti che ormai di Libia non parlano più e l’Europa divisa, gli ultimi mesi hanno visto la forte presa di posizione russa, figlia di un più generale riposizionamento di Mosca tra Nord Africa e Medio Oriente.
Ieri fonti anonime statunitensi riportavano del dispiegamento di 22 soldati delle unità speciali russe in territorio egiziano, a 100 chilometri di distanza dal confine con la Libia. Militari pronti, dicevano le fonti, ad entrare nel campo di battaglia libico al fianco del parlamento di Tobruk e del suo generale. Subito dopo è giunta la smentita di Mosca: notizie false, ha detto il Ministero della Difesa, diffuse “dalla macchina del fango di alcuni media occidentali”.
È intervenuto anche Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, intenzionato a chiarire la posizione russa in merito al caos libico: la Russia intende – è ormai chiaro – mostrarsi come la mediatrice internazionale della crisi e non come la sua incendiaria. Seguendo lo schema della guerra siriana (dove Mosca è entrata con vigore, con un intervento militare che due anni dopo l’ha portata a guidare il fronte internazionale del negoziato), il presidente Putin punta alla stabilizzazione dei paesi che possono garantirgli di fare ingresso nel Mediterraneo, sul piano militar-strategico e commerciale.
“Sapete che ci sono contatti in corso – ha detto Peskov alla stampa – La Russia è interessata alla stabilizzazione della Libia in un modo o nell’altro, così che le sue autorità siano in grado di garantire che il territorio non diventi terreno fertile per i terroristi. Un intervento eccessivo della Russia negli affari libici è difficilmente possibile e per nulla consigliabile”.
Le autorità di cui parla il Cremlino sono facilmente individuabili: il generale Haftar, sì, ma anche il premier al-Sarraj. A chi dava per scontato il sostegno russo a Tobruk alle spese di Tripoli (e tra questi andrebbe annoverato lo stesso Haftar) si deve ricredere. Nelle ultime settimane Mosca ha visto sia il generale – invitato a Mosca e poi sulla portaerei Kuznetzov – sia al-Sarraj, anche lui volato nella capitale russa.
L’idea dietro questi meeting è palese: dare legittimità al governo di unità voluto dall’Onu ma tuttora debolissimo, facendoci entrare il capo dell’esercito della ribelle Tobruk. Non è un caso che ad oggi, almeno in via ufficiale, Mosca non abbia inviato ad Haftar il sostegno militare che sembrava già pronto, ma si sarebbe limitata a mandare in Cirenaica esperti dell’Aeronautica per riparare vecchi Mig dell’epoca Gheddafi.
Fonte
Il generale Khalifa Haftar, capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, braccio armato del parlamento ribelle di Tobruk, ieri ha annunciato la ripresa dei porti della Mezzaluna petrolifera. Ras Lanuf e Es-Sidre sarebbero tornati in mano agli uomini del generale, dopo essere stati occupati la scorsa settimana dalle Brigate di Difesa di Bengasi, milizia vicina ad al Qaeda cacciata dal capoluogo della Cirenaica dalla crociata anti-islamista di Haftar.
Foto online, riportano quotidiani libici, mostrerebbero i soldati di Haftar festeggiare in uno dei terminal, forse Ras Lanuf. La vittoria è stata segnata dopo giorni di battaglia intensa: il generale ha dovuto ordinare ripetuti bombardamenti aerei per vincere la resistenza dei miliziani che dal 3 marzo stazionano nei terminal petroliferi, senza però bloccare il traffico, garantito dalla National Oil Company.
Lo scontro è solo l’ultimo di tanti esempi di completa instabilità del paese nordafricano: mentre nella Mezzaluna si combatteva, a Tripoli erano scontri a fuoco per le strade a tenere in ostaggio la popolazione. Sono esplosi due giorni fa, ormai consuetudine nella capitale, tra le forze fedeli al governo di unità nazionale del premier al-Sarraj (Gna) e milizie rivali che tentano di mantenere il controllo su quartieri della città. Secondo fonti locali, sarebbero almeno due i morti.
Nelle stesse ore, a Bengasi riprendeva la caccia al qaedista da parte dell’esercito di Haftar che non ha ancora eliminato tutte le sacche jihadiste dalla città. In un simile contesto di guerra permanente e capillare l’instabilità è accesa dagli attori esterni tra scambi di accuse e smentite. Con gli Stati Uniti che ormai di Libia non parlano più e l’Europa divisa, gli ultimi mesi hanno visto la forte presa di posizione russa, figlia di un più generale riposizionamento di Mosca tra Nord Africa e Medio Oriente.
Ieri fonti anonime statunitensi riportavano del dispiegamento di 22 soldati delle unità speciali russe in territorio egiziano, a 100 chilometri di distanza dal confine con la Libia. Militari pronti, dicevano le fonti, ad entrare nel campo di battaglia libico al fianco del parlamento di Tobruk e del suo generale. Subito dopo è giunta la smentita di Mosca: notizie false, ha detto il Ministero della Difesa, diffuse “dalla macchina del fango di alcuni media occidentali”.
È intervenuto anche Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, intenzionato a chiarire la posizione russa in merito al caos libico: la Russia intende – è ormai chiaro – mostrarsi come la mediatrice internazionale della crisi e non come la sua incendiaria. Seguendo lo schema della guerra siriana (dove Mosca è entrata con vigore, con un intervento militare che due anni dopo l’ha portata a guidare il fronte internazionale del negoziato), il presidente Putin punta alla stabilizzazione dei paesi che possono garantirgli di fare ingresso nel Mediterraneo, sul piano militar-strategico e commerciale.
“Sapete che ci sono contatti in corso – ha detto Peskov alla stampa – La Russia è interessata alla stabilizzazione della Libia in un modo o nell’altro, così che le sue autorità siano in grado di garantire che il territorio non diventi terreno fertile per i terroristi. Un intervento eccessivo della Russia negli affari libici è difficilmente possibile e per nulla consigliabile”.
Le autorità di cui parla il Cremlino sono facilmente individuabili: il generale Haftar, sì, ma anche il premier al-Sarraj. A chi dava per scontato il sostegno russo a Tobruk alle spese di Tripoli (e tra questi andrebbe annoverato lo stesso Haftar) si deve ricredere. Nelle ultime settimane Mosca ha visto sia il generale – invitato a Mosca e poi sulla portaerei Kuznetzov – sia al-Sarraj, anche lui volato nella capitale russa.
L’idea dietro questi meeting è palese: dare legittimità al governo di unità voluto dall’Onu ma tuttora debolissimo, facendoci entrare il capo dell’esercito della ribelle Tobruk. Non è un caso che ad oggi, almeno in via ufficiale, Mosca non abbia inviato ad Haftar il sostegno militare che sembrava già pronto, ma si sarebbe limitata a mandare in Cirenaica esperti dell’Aeronautica per riparare vecchi Mig dell’epoca Gheddafi.
Fonte
21/02/2017
Libia - Agguato al premier Al Sarraj nel cuore di Tripoli
Un agguato sul percorso ha visto il "convoglio" di auto del premier libico Fayez Al Sarraj coinvolto oggi in una sparatoria a Tripoli che ha causato il ferimento di due guardie del corpo. Una fonte del governo libico lo ha confermato all'Ansa, confermando una serie di indiscrezioni circolate su diversi media arabi come Al Jazeera e Skynews Arabiya.
"Possiamo confermare che due guardie sono rimaste ferite in un incidente avvenuto a Tripoli vicino all'ospedale Al Khadra e che ha coinvolto il convoglio del premier Sarraj questo pomeriggio. Stiamo indagando su questo incidente", si è limitata ad aggiungere la fonte usando una parola traducibile anche come "scontro".
Il sito di Skynews Arabiya scrive che "Sarraj e il presidente dell'Alto consiglio di Stato Abdulrahman Asswehly sono scampati a un tentativo di assassinio" e il loro convoglio "è stato oggetto di intensi spari nei pressi dell'hotel Rixos al momento del suo passaggio davanti alla sede dell'Alto consiglio di stato e dei residence presidenziali di fronte all'albergo". Anche il sito di Al Jazeera riferisce che Sarraj "è sfuggito oggi a tiri che hanno preso di mira il suo convoglio all'uscita da una cerimonia".
Dieci giorni fa, proprio a Tripoli, l’ex premier Khalifa Ghwell aveva dato vita ad una nuova forza militare, chiamata Libyan National Guard. I caroselli delle camionette blindate della nuova Guardia Nazionale per le strade di Tripoli, erano suonate come uno schiaffo in faccia a Fayez Al Serraj, sponsorizzato dalle Nazioni Unite (e dall’Italia), ma totalmente incapace di mantenere l’ordine in Libia e nella stessa capitale Tripoli.
Fonte
"Possiamo confermare che due guardie sono rimaste ferite in un incidente avvenuto a Tripoli vicino all'ospedale Al Khadra e che ha coinvolto il convoglio del premier Sarraj questo pomeriggio. Stiamo indagando su questo incidente", si è limitata ad aggiungere la fonte usando una parola traducibile anche come "scontro".
Il sito di Skynews Arabiya scrive che "Sarraj e il presidente dell'Alto consiglio di Stato Abdulrahman Asswehly sono scampati a un tentativo di assassinio" e il loro convoglio "è stato oggetto di intensi spari nei pressi dell'hotel Rixos al momento del suo passaggio davanti alla sede dell'Alto consiglio di stato e dei residence presidenziali di fronte all'albergo". Anche il sito di Al Jazeera riferisce che Sarraj "è sfuggito oggi a tiri che hanno preso di mira il suo convoglio all'uscita da una cerimonia".
Dieci giorni fa, proprio a Tripoli, l’ex premier Khalifa Ghwell aveva dato vita ad una nuova forza militare, chiamata Libyan National Guard. I caroselli delle camionette blindate della nuova Guardia Nazionale per le strade di Tripoli, erano suonate come uno schiaffo in faccia a Fayez Al Serraj, sponsorizzato dalle Nazioni Unite (e dall’Italia), ma totalmente incapace di mantenere l’ordine in Libia e nella stessa capitale Tripoli.
Fonte
09/02/2017
Libia - Ancora guai per l’avventurismo del governo italiano
Il Parlamento di Tobruk, ha fatto sapere di giudicare "nullo e inesistente" l'accordo sulla lotta all'immigrazione clandestina firmato tra il governo di accordo nazionale libico (quello insediato a Tripoli) e l'Italia.
Il memorandum di accordo, firmato lo scorso 2 febbraio a Roma tra il premier libico al-Serraj e Gentiloni, secondo i parlamentari che si riuniscono a Tobruk non avrebbe nessuna validità. Prima della firma con il presidente del Consiglio italiano, il rappresentante del governo libico aveva trascorso due giorni a Bruxelles, dove aveva tenuto colloqui anche con i rappresentanti dell'Unione Europea.
Ma l'autorità di Sarraj e del suo governo insediato a Tripoli e sostenuto dalle potenze occidentali non è riconosciuta dal Parlamento dell'Est della Libia. Al momento solo l'Italia ha riaperto la sua ambasciata a Tripoli (nelle cui adiacenze due settimane fa è esplosa un'autobomba).
Quelli di Tobruk hanno affermato in un comunicato che "Dossier come quelli dell'immigrazione clandestina sono tra le questioni cruciali" che devono essere decise "dal popolo libico attraverso l'intermediazione dei deputati democraticamente eletti".
Ma su questa presa di posizione, è intervenuto piuttosto importunamente l'inviato speciale dell'Italia per la Libia, Giorgio Starace (cognome suo malgrado decisamente pesante quando si parla di Libia nel ventennio fascista). “Non è stato il Parlamento di Tobruk a bocciare l'intesa tra Italia e Libia sull'emergenza migranti, ma solo il suo presidente, Aguila Saleh. All'agenzia Agi, Starace ci ha tenuto a precisare che “Aguila Saleh è presidente di un Parlamento che non ha mai dibattuto sull'accordo, perché non si riunisce da mesi per assenza del numero legale. E' dunque sbagliato scrivere che è stato il Parlamento a respingere l'intesa".
Dopo il memorandum firmato dal governo italiano con quello di Tripoli, a Malta si era tenuto un vertice dei leader europei sull'immigrazione, dove avevano siglato una Dichiarazione congiunta sui temi della lotta agli sbarchi clandestini e di aiuti ai paesi africani per bloccare i flussi migratori. Ma il punto di forza di quella dichiarazione era proprio l'accordo raggiunto tra Italia e Libia. Adesso si scopre che il partner libico è molto più che un'anatra zoppa.
La soluzione paventata per mettere un'altra toppa sul buco, potrebbe essere quella indicata dall'inviato speciale dell'Onu per la Libia, Kobler. In una intervista rilasciata a La Stampa, Kobler suggerisce all'Italia di aprire un'ambasciata anche a Tobruk oltre a quella già aperta a Tripoli. E in effetti lunedì scorso, l'ambasciatore italiano per la Libia, Giuseppe Perrone, si è recato a Tobruk ed ha parlato con il presidente Saleh ma anche con altri parlamentari libici. Più che di ambasciata si parla dell'apertura di un consolato, insomma un gradino più basso. Una soluzione pasticciata ma che in uno scenario critico come quello libico rischia di creare più danni che risultati. Anche perché i responsabili della destabilizzazione in Libia e della caduta di Gheddafi (Francia e Gran Bretagna) continuano a rimanere defilati e a mandare avanti l'Italia.
Fonte
Il memorandum di accordo, firmato lo scorso 2 febbraio a Roma tra il premier libico al-Serraj e Gentiloni, secondo i parlamentari che si riuniscono a Tobruk non avrebbe nessuna validità. Prima della firma con il presidente del Consiglio italiano, il rappresentante del governo libico aveva trascorso due giorni a Bruxelles, dove aveva tenuto colloqui anche con i rappresentanti dell'Unione Europea.
Ma l'autorità di Sarraj e del suo governo insediato a Tripoli e sostenuto dalle potenze occidentali non è riconosciuta dal Parlamento dell'Est della Libia. Al momento solo l'Italia ha riaperto la sua ambasciata a Tripoli (nelle cui adiacenze due settimane fa è esplosa un'autobomba).
Quelli di Tobruk hanno affermato in un comunicato che "Dossier come quelli dell'immigrazione clandestina sono tra le questioni cruciali" che devono essere decise "dal popolo libico attraverso l'intermediazione dei deputati democraticamente eletti".
Ma su questa presa di posizione, è intervenuto piuttosto importunamente l'inviato speciale dell'Italia per la Libia, Giorgio Starace (cognome suo malgrado decisamente pesante quando si parla di Libia nel ventennio fascista). “Non è stato il Parlamento di Tobruk a bocciare l'intesa tra Italia e Libia sull'emergenza migranti, ma solo il suo presidente, Aguila Saleh. All'agenzia Agi, Starace ci ha tenuto a precisare che “Aguila Saleh è presidente di un Parlamento che non ha mai dibattuto sull'accordo, perché non si riunisce da mesi per assenza del numero legale. E' dunque sbagliato scrivere che è stato il Parlamento a respingere l'intesa".
Dopo il memorandum firmato dal governo italiano con quello di Tripoli, a Malta si era tenuto un vertice dei leader europei sull'immigrazione, dove avevano siglato una Dichiarazione congiunta sui temi della lotta agli sbarchi clandestini e di aiuti ai paesi africani per bloccare i flussi migratori. Ma il punto di forza di quella dichiarazione era proprio l'accordo raggiunto tra Italia e Libia. Adesso si scopre che il partner libico è molto più che un'anatra zoppa.
La soluzione paventata per mettere un'altra toppa sul buco, potrebbe essere quella indicata dall'inviato speciale dell'Onu per la Libia, Kobler. In una intervista rilasciata a La Stampa, Kobler suggerisce all'Italia di aprire un'ambasciata anche a Tobruk oltre a quella già aperta a Tripoli. E in effetti lunedì scorso, l'ambasciatore italiano per la Libia, Giuseppe Perrone, si è recato a Tobruk ed ha parlato con il presidente Saleh ma anche con altri parlamentari libici. Più che di ambasciata si parla dell'apertura di un consolato, insomma un gradino più basso. Una soluzione pasticciata ma che in uno scenario critico come quello libico rischia di creare più danni che risultati. Anche perché i responsabili della destabilizzazione in Libia e della caduta di Gheddafi (Francia e Gran Bretagna) continuano a rimanere defilati e a mandare avanti l'Italia.
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23/01/2017
Libia - All'orizzonte un cambio alla guida del Paese?
di Francesca La Bella
L’attuale situazione libica presenta caratteri di difficile
interpretazione. Per quanto molti elementi contribuiscano ad un quadro
di incipiente mutamento, sembra persistere una generale impasse della
politica interna. Numerosi sono sicuramente gli eventi che hanno
attraversato le ultime settimane come l’autobomba esplosa a poca
distanza dall’appena riaperta ambasciata italiana a Tripoli, il tentato
colpo di Stato a Tripoli o l’ultimo attacco statunitense sotto
amministrazione Obama alle postazioni dello Stato Islamico nell’area
limitrofa a Sirte. Parallelamente si è assistito alla crescente presenza
sulla scena politica internazionale del generale dissidente Khalifa
Haftar che, oltre ad aver avuto importanti incontri al vertice come
quello con il presidente russo Vladimir Putin, ha cavalcato l’onda di
sfiducia nei confronti del premier Fayez al Sarraj dichiarando che chi
si è schierato con il Governo di Accordo Nazionale (Gna), come l’Italia,
ha sbagliato parte della storia. Benché questi eventi abbiano
una rilevanza in sé, essi non costituiscono, però, un significativo
mutamento della situazione sul terreno. Possono,
invece, essere letti come parti di un quadro in lenta preparazione che
potrebbe portare, per la prima volta dopo anni, ad un reale mutamento
della situazione libica.
Nei mesi passati, infatti, molti sono
stati gli eventi che hanno cambiato il contesto d’area in cui la
situazione libica si inserisce, andando a rafforzare la posizione del
generale Haftar e di Tobruk. Nuovi finanziatori, tra cui la Cina, si
sono affacciati al mercato libico andando a portare i propri fondi nella
regione Cirenaica e molti attori internazionali hanno espresso il loro
appoggio in maniera più o meno palese per il Governo di Aquila Saleh di
stanza a Tobruk. Attraverso il sistema di alleanze tessuto da
Haftar con il sostegno egiziano e l’enorme potenziale contrattuale dato
dal controllo della mezzaluna petrolifera, il Generale sembra essere
riuscito, progressivamente, a riconquistare la legittimità perduta con
gli accordi di Skhirat. La vittoria di Tripoli contro lo Stato
Islamico a Sirte e la presenza degli Stati Uniti al fianco del Gna
hanno, però, ritardato il collasso del Governo internazionalmente
riconosciuto, permettendo ad Al Sarraj di rimanere alla guida del Paese
nonostante la palese debolezza.
Le variabili esterne sembrano, però,
destinate a mutare nel breve periodo e, grazie alla mediazione/direzione
egiziana, potremmo assistere nei prossimi mesi ad un radicale mutamento
della situazione interna libica. Il neo-presidente Trump, a
differenza del suo predecessore, potrebbe scegliere di avallare la
strategia russa ed egiziana, sostenendo la non-ingerenza ed Haftar.
In questo senso diventa significativo l’incontro tenutosi questo sabato
al Cairo a cui hanno partecipato i Ministri degli Esteri di Egitto,
Tunisia, Algeria, Ciad e Niger oltre a rappresentanti libici, il
Segretario generale della Lega Araba Ahmed Abul-Gheit, l’inviato
dell’Unione Africana Jakaya Kikwete e l’inviato speciale Onu per la
Libia Martin Kobler. Durante il decimo incontro dei Paesi confinanti con
la Libia, il messaggio è stato univoco e indirizzato a porre fine ai
negoziati per iniziare a lavorare per una soluzione del conflitto. Il
Ministro degli Esteri egiziano ha, inoltre, ribadito la contrarietà ad
una soluzione militare e il sostegno all’accordo di Skhirat. Un
passaggio importante in quanto non viene negata la valenza del tentativo
di unità nazionale, ma si mette, anche se non esplicitamente, in dubbio
la guida di questo processo, aprendo ad un dialogo preferenziale con
Tobruk.
Nelle prossime settimane potremmo,
dunque, assistere ad un’evoluzione della situazione libica e ad un
riassestamento degli equilibri a favore delle regioni orientali, ma
questo non deve far pensare che un semplice mutamento al vertice possa
portare la stabilità statuale persa dopo la caduta di Muhammar Gheddafi.
Per quanto Tobruk, sostenuto diplomaticamente e
finanziariamente a livello internazionale e solido sul proprio
territorio, possa avere la capacità di allargare la propria sfera di
influenza al di fuori dei confini della Cirenaica e prendere la guida
del Paese, molti gruppi come le milizie di Misurata potrebbero scegliere
di non avallare il progetto del Generale, creando nuove falle nella
sicurezza del Paese. Nonostante questo, se davvero Haftar dovesse
riuscire a prendere la guida del Paese, il mutamento sarebbe radicale.
Da un lato, la relazione Libia-Egitto ne uscirebbe enormemente
rafforzata con immediate ricadute positive su entrambi i mercati, in
particolare nel settore degli idrocarburi. Dall’altro, la lotta contro
le fazioni islamiche diventerebbe ancor più cruenta e non farebbe
distinzione tra ciò che è Stato Islamico e ciò che non lo è, creando i
presupposti per una repressione di ampio raggio sul modello egiziano.
14/01/2017
Tra Tobruk e Tripoli, si sgonfia la strategia italiana in Libia
di Chiara Cruciati il Manifesto
Golpe falliti, golpe
smentiti: il fallimento dello Stato libico è palese, un’instabilità che
svela le falle della strategia italiana nel paese nordafricano. Dopo
l’ennesimo putsch-bluff a Tripoli, la situazione è tornata sotto
controllo ma Roma appare sempre più sola nel sostegno al governo di
unità plasmato dall’Onu a dicembre 2015.
Due dichiarazioni hanno ieri fatto traballare i tentativi del
governo italiano di imporre il nuovo corso, sotto l’egida del premier
di unità al-Serraj, e simbolicamente rappresentanti dalla riapertura
dell’ambasciata a Tripoli.
La prima è quella rilasciata dal governo di Tobruk,
passato da esecutivo legittimo per la comunità internazionale a entità
ribelle: il Ministero degli Esteri del premier-ombra al-Thani ha
definito il ritorno della rappresentanza diplomatica italiana «una nuova
occupazione», pari ad un intervento militare.
«Una nave militare italiana carica di soldati e munizioni è entrata
nelle acque territoriali libiche – dice la nota del Ministero pubblicata
sul Libya Observer – È una chiara violazione della carta delle
Nazioni Unite e una forma di ripetuta aggressione». L’Onu, insomma,
viene ripescato quando serve.
Nel frattempo, per Tobruk, continua a muoversi il generale
Haftar, capo dell’esercito che controlla la Cirenaica e che tre giorni
fa ha fatto visita all’incrociatore russo Kuznetsov, ultimo di una serie di incontri con le autorità di Mosca.
Secondo il quotidiano panarabo al Quds al Arabi,
Haftar avrebbe raggiunto un’intesa con il Ministero degli Esteri russo
per la creazione di una base militare di Mosca in Libia a fini di
manovre militari sul Mediterraneo. Già a inizio dicembre fonti
libiche parlavano di uno scambio di simil fattura: armi russe ad Haftar
in cambio di una base vicino Bengasi.
Una prospettiva che stravolgerebbe l’attuale (dis)equilibrio dei
poteri, con l’Italia alla caccia di unità, la Francia interessata alle
commesse petrolifere in Cirenaica, gli Stati Uniti sempre più defilati e
l’Egitto che, garantito appoggio ad Haftar e riavvicinatosi alla
Russia, farebbe da puntello all’eventuale intervento moscovita.
La distopica realtà istituzionale libica sta sullo sfondo, con due governi e due parlamenti (situazione che sembrava essere stata superata dopo l’accordo marocchino), un ex premier che con cadenza regolare prova a riprendersi il potere (Khalifa Ghwell, capo del disciolto governo islamista di Tripoli) e milizie sparse sul territorio al soldo di poteri più o meno ufficiali.
Una frammentazione tanto radicata da investire anche gli stessi
fronti: ieri Tobruk ha condannato l’apertura di una sua “filiale” a
Tripoli, tentata da alcuni dei suoi membri nella capitale.
È con questo paese che l’Italia avrebbe stretto un accordo sui
migranti, esaltato pochi giorni fa dal ministro degli Interni di Roma
Minniti. Aveva anche ricevuto il plauso europeo,
tanto da far dire a Bruxelles e Malta di voler fare lo stesso: il
premier maltese Muscat e il commissario Ue all’Immigrazione Avramopoulos
parlavano giovedì della necessità di replicare entro primavera
l’intesa, sul modello di quella raggiunta con la Turchia.
Ma ieri l’accordo di Minniti è stato smentito proprio dalla Valletta.
Questa la seconda dichiarazione che fa tremare l’impalcatura italiana:
il ministro degli Esteri maltese Vella, dopo averne discusso al telefono
con il governo al-Serraj, fa sapere che Tripoli non ha mai dato il via
libera all’intesa-migranti con l’Italia e che «è lontana»
dall’accettare. I libici stanno considerando l’idea, ha aggiunto, ma ad
ora «le posizioni sono totalmente diverse».
31/03/2016
Libia - Il governo “riconosciuto” rinchiuso in una base navale. Tripoli non lo vuole
Blocchi stradali, sparatorie e colpi d’arma da fuoco hanno accolto ieri a Tripoli il premier libico designato Fayez al Sarraj, che era dovuto arrivato via mare nella capitale insieme con altri membri del cosiddetto governo di unità nazionale.
Al Sarraj si è dovuto rifugiare nella base militare navale di Abusita senza poter entrare nella città. Le arterie principali di Tripoli erano state bloccate da membri di gruppi armati a bordo di mezzi militari. In serata, un gruppo armato ha fatto irruzione con la forza nella sede di al Nabaa, un’emittente satellitare libica vicina alle autorità islamiche che controllano Tripoli, sospendendo le trasmissioni e cacciando i dipendenti.
Secondo un giornalista di al Nabaa, citato dall’agenzia Askanews, gli uomini che hanno occupato la sede dell’emittente “sembravano favorevoli al governo di Sarraj”. Il Congresso libico, cioè il governo di Tripoli (Gnc), ha lanciato un “appello a tutti i rivoluzionari a schierarsi contro questo gruppo di intrusi, che infiammerà la situazione a Tripoli e ci imporrà la tutela internazionale”. L’appello è leggibile in un comunicato emesso dal Gnc, che bolla come “illegale” l’ingresso di Fayez al Sarraj, il premier designato del governo di unità nazionale sotto egida Onu.
Intanto il premier del governo di Tripoli, Khalifa Ghwell, in una conferenza stampa ha detto che Sarraj “ha due opzioni: consegnarsi alle autorità oppure tornare a Tunisi”. Sarraj – ha aggiunto Ghwell – “è pienamente responsabile del suo ingresso illegale” a Tripoli. “Coloro che sono entrati illegalmente e clandestinamente devono ritirarsi o tornare indietro sui loro passi” se non vogliono “assumersi le conseguenze legali” delle loro azioni, ha minacciato in un discorso televisivo.
Lo stesso Khali Ghwell ha annunciato ieri sera che l’aeroporto della capitale, continuerà a rimanere chiuso come ha fatto a più riprese negli ultimi due giorni. Lo scrive il sito Libya Herald riferendo sulle tensioni a Tripoli seguite all’arrivo del premier designato del governo di unità nazionale, Fayez Al Sarraj. Tutti i voli vengono dirottati su Misurata.
Secondo il corrispondente de La Stampa, la prima delle richieste che Tripoli potrebbe avanzare alla comunità internazionale, è il dispiegamento su territorio libico del “Liam” ossia, il Libya International Assistance Mission, prevista dalle Nazioni Unite nell’ambito della missione Unsmil.
Una misura che significa l’invio di “addestratori militari” sul terreno da parte di circa trenta Paesi (Usa, europei, arabi) ufficialmente “per ricostruire le forze armate e di polizia della Libia”.
L’operazione è stata pianificata due settimane fa a Roma, nella sede del COI (Comando Operativo Interforze situato nell’ex aereoporto di Centocelle).
Secondo fonti raccolte da La Stampa, in quella riunione, presenti i rappresentanti militari di una trentina di paesi, molti si espressero sulla necessità di «fare presto», dichiarando di essere pronti a rispondere immediatamente alle prime richieste di al-Sarraj.
Fonte
Al Sarraj si è dovuto rifugiare nella base militare navale di Abusita senza poter entrare nella città. Le arterie principali di Tripoli erano state bloccate da membri di gruppi armati a bordo di mezzi militari. In serata, un gruppo armato ha fatto irruzione con la forza nella sede di al Nabaa, un’emittente satellitare libica vicina alle autorità islamiche che controllano Tripoli, sospendendo le trasmissioni e cacciando i dipendenti.
Secondo un giornalista di al Nabaa, citato dall’agenzia Askanews, gli uomini che hanno occupato la sede dell’emittente “sembravano favorevoli al governo di Sarraj”. Il Congresso libico, cioè il governo di Tripoli (Gnc), ha lanciato un “appello a tutti i rivoluzionari a schierarsi contro questo gruppo di intrusi, che infiammerà la situazione a Tripoli e ci imporrà la tutela internazionale”. L’appello è leggibile in un comunicato emesso dal Gnc, che bolla come “illegale” l’ingresso di Fayez al Sarraj, il premier designato del governo di unità nazionale sotto egida Onu.
Intanto il premier del governo di Tripoli, Khalifa Ghwell, in una conferenza stampa ha detto che Sarraj “ha due opzioni: consegnarsi alle autorità oppure tornare a Tunisi”. Sarraj – ha aggiunto Ghwell – “è pienamente responsabile del suo ingresso illegale” a Tripoli. “Coloro che sono entrati illegalmente e clandestinamente devono ritirarsi o tornare indietro sui loro passi” se non vogliono “assumersi le conseguenze legali” delle loro azioni, ha minacciato in un discorso televisivo.
Lo stesso Khali Ghwell ha annunciato ieri sera che l’aeroporto della capitale, continuerà a rimanere chiuso come ha fatto a più riprese negli ultimi due giorni. Lo scrive il sito Libya Herald riferendo sulle tensioni a Tripoli seguite all’arrivo del premier designato del governo di unità nazionale, Fayez Al Sarraj. Tutti i voli vengono dirottati su Misurata.
Secondo il corrispondente de La Stampa, la prima delle richieste che Tripoli potrebbe avanzare alla comunità internazionale, è il dispiegamento su territorio libico del “Liam” ossia, il Libya International Assistance Mission, prevista dalle Nazioni Unite nell’ambito della missione Unsmil.
Una misura che significa l’invio di “addestratori militari” sul terreno da parte di circa trenta Paesi (Usa, europei, arabi) ufficialmente “per ricostruire le forze armate e di polizia della Libia”.
L’operazione è stata pianificata due settimane fa a Roma, nella sede del COI (Comando Operativo Interforze situato nell’ex aereoporto di Centocelle).
Secondo fonti raccolte da La Stampa, in quella riunione, presenti i rappresentanti militari di una trentina di paesi, molti si espressero sulla necessità di «fare presto», dichiarando di essere pronti a rispondere immediatamente alle prime richieste di al-Sarraj.
Fonte
22/01/2016
Libia - Puzzle irrisolvibile
di Francesca La Bella
Gli aggiornamenti sulla Libia in questi giorni si rincorrono, e se a inizio settimana è stata ufficialmente annunciata la formazione di un nuovo governo guidato da Fayez al Sarraj, giovedì le agenzie di stampa di tutto il mondo hanno dovuto dare notizia di un attacco dello Stato Islamico nella zona dei terminal petroliferi libici di Ras Lanuf. Secondo fonti locali, i miliziani jihadisti avrebbero nuovamente colpito numerose installazioni petrolifere appiccando il fuoco ad almeno due serbatoi di stoccaggio di greggio. In questo contesto, l’invio di consiglieri militari occidentali (britannici, statunitensi e francesi) in territorio libico non dovrebbe stupire in quanto lineare rispetto ad una scelta di coinvolgimento internazionale sempre maggiore nella questione libica a seguito degli incontri svoltisi a Roma alla fine dell’anno passato.
Il mutamento di rotta che il
consesso internazionale avrebbe voluto indurre attraverso la firma
dell’accordo a Tunisi tra il governo di Tripoli e Tobruk e la creazione
di un governo di unità nazionale sembrano, infatti, scontrarsi con la
pressione di numerose forze centrifughe che, prive di punti di
convergenza, si sono poste in maniera conflittuale rispetto alle ultime
evoluzioni politiche del Paese. Una breve disamina delle forze
in campo, pur non potendo essere esaustiva, potrebbe consentire di
comprendere, almeno in parte, sia la frammentazione estrema della
società libica nel suo complesso sia i numerosi ostacoli che si pongono
sulla strada della risoluzione del dramma libico.
Il Governo di Tobruk
Il Governo di Tobruk, unico Governo riconosciuto dalla comunità internazionale sembra essere il primo detrattore del nuovo accordo raggiunto. Secondo diverse fonti locali ed internazionali, due membri del Consiglio presidenziale avrebbero lasciato il negoziato a causa della mancata nomina del generale Khalifa Haftar come Ministro della Difesa del neonato Governo Sarraj. Per quanto la divisione dei ministeri tra la coalizione facente riferimento a Tobruk e quella legata ai gruppi di stanza a Tripoli sia stata bilanciata in modo da accontentare le due parti, sembrano esserci molte resistenze all’accordo e questo potrebbe aprire diversi scenari di frattura. Da un lato il mancato incarico ad Haftar confina uno degli attori fondamentali di questi anni di guerra ad un ruolo marginale, dall’altro le divergenze tra Tobruk e gli attori internazionali lasciano la coalizione internazionale priva di interlocutori preferenziali nel Paese. Se a questo aggiungiamo il legame solido e continuativo tra Haftar e l’Egitto del Generale Abd al Fattah al Sisi, uno degli attori principali della contesa libica e della contrapposizione con lo Stato Islamico e con alcuni gruppi legati a Tripoli, diventa evidente la portata disgregativa di questi ultimi eventi.
Il Governo di Tripol
La coalizione che controlla la capitale libica ha anch’essa posto numerose resistenze rispetto al nuovo Governo Serraj. Varie sono le evidenze di questo distacco: molti dei parlamentari di Tripoli non hanno partecipato alle sedute del negoziato; numerosi sono stati gli inviti a favorire un dialogo Libia-Libia anziché creare a tavolino un Governo supportato dalle Nazioni Unite come dichiarato da Saeed Al Khattali, membro del General National Congress (GNC) libico; il presidente del GCN, Nuri Abu Sahmain, solo pochi giorni fa, ha, infine, dichiarato che, date le riserve sull’iter di nomina di Serraj, difficilmente si sarebbe potuti giungere alla firma dell’accordo.
Da un lato, il Governo di Tripoli, a maggioranza islamica e strettamente connesso alla Fratellanza Musulmana libica, ha
espresso i propri timori rispetto al profondo coinvolgimento di attori
internazionali al fianco di Tobruk come Egitto ed Emirati Arabi Uniti,
lasciando trasparire la sfiducia in un accordo che non nasca
genuinamente dall’interno del Paese, ma che venga mediato dall’esterno.
Dall’altro, controllando la capitale, il GNC ha la capacità di
obbligare il Governo Serraj all’esilio in Tunisia o a prendere sede in
altre città della Libia dove, anche a causa dell’avanzare dello Stato
Islamico, sempre più difficoltoso è il mantenimento di un adeguato
livello di sicurezza.
Lo Stato Islamico
Nonostante sia di più recente apparizione nel contesto libico, negli ultimi mesi, quello che viene considerato il protagonista principale del disastro della Libia è sicuramente lo Stato Islamico. Anche l’accordo per un Governo di unità nazionale, per quanto debole e combattuto da più parti, sembra essere frutto del timore dell’avanza del movimento islamista. Il controllo territoriale di molte aree costiere, la creazione di reti di sostegno con gruppi jihadisti dell’area nord-Africana come Boko Haram (ora ISWA-Islamic State Western Africa) o Morabituon (ala dissidente di AQIM-Al Qaeda nel Maghreb Islamico, confluita nello Stato Islamico), la presunta infiltrazione di militanti nei contingenti migranti verso l’Europa ed ora la distruzione di alcuni terminal petroliferi sono stati i fattori principali del rinnovato interesse internazionale per la questione Libia.
In mancanza di uno Stato centrale capace
di mantenere la sicurezza e di garantire i servizi minimi alla
popolazione e lunghi anni di guerra che hanno indebolito e quasi
distrutto l’economia e la società libica, la propaganda dello Stato
Islamico ha attirato molti giovani nelle file delle milizie. In questo
senso, l’avanzata nelle aree costiere è solo una delle direttrici di
penetrazione del gruppo nel territorio libico e, parallelamente ad essa,
si creano piccoli nuclei di affiliati nelle città maggiori e si
incrementa il controllo dello Stato Islamico sui porosi confini
nazionali. Laddove alla creazione di un Governo di unità non
faccia seguito un percorso di riconciliazione nazionale e dei piani di
sviluppo per la popolazione, la capacità attrattiva dello Stato Islamico
potrebbe non risultarne indebolita. Anche l’eventualità di un attacco
armato internazionale potrebbe, in tal senso, incrementare la base di
appoggio del gruppo jihadista anziché restringerla.
Tuareg e Tebu
Le due popolazioni occupano una vasta area nel sud della Libia e, in guerra tra loro, contribuiscono alla perdurante instabilità libica. In questa ottica risulta significativo leggere gli eventi contemporanei alla creazione del Governo nazionale che hanno coinvolto Tuareg e Tebu. La scorsa settimana, infatti, dopo alcuni mesi di apparente calma a seguito della firma di un accordo di pace nel novembre 2015, forti scontri hanno interessato la città di Ubari negli stessi giorni in cui rappresentanti dei due gruppi si incontravano nella vicina città di Sebha per discutere lo stato di avanzamento del fragile processo di pace.
A tal proposito, in una delle sue prime dichiarazioni, il Consiglio di presidenza del Governo appena formato, domenica scorsa avrebbe condannato la ripresa dei combattimenti chiedendo la fine immediata delle ostilità e facendo appello alle parti per il rispetto dell’accordo di pace, ma la situazione potrebbe non essere di così semplice risoluzione. Il reciproco scambio di accuse e la denuncia rispetto ad un accordo troppo favorevole ad una delle parti restituisce, infatti, l’immagine di un conflitto radicato che, in un contesto nazionale di profonda divisione e contrapposizione, rischia di trovare nuova linfa per alimentarsi. Per quanto, ufficialmente, il conflitto in atto nel distretto di Ubari sia considerato indipendente rispetto alle più ampie dinamiche nazionali, secondo molti analisti esisterebbe un legame ben definito tra le due popolazioni e le coalizioni principali presenti nel paese: la dirigenza Tuareg sarebbe supportata dalle forze di Tripoli mentre le forze Tebu avrebbero il sostegno di Tobruk e del generale Haftar. La dimensione locale avrebbe, quindi, una portata ben più ampia di quella apparente.
Gli altri attori
Esiste nel contesto libico, infine, una galassia di attori che con le loro attività e le alleanze variabili intraprese a seconda dei diversi contesti, incidono sulla stabilità del Paese. Questi gruppi, di cui il più conosciuto è Ansar al Sharia, movimento islamista legato ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), non sono stati coinvolti nel dialogo nazionale e potrebbero avere un ruolo significativo nella futura messa in atto dell’accordo. Fermi oppositori dello Stato Islamico in città come Derna e Sirte, questi gruppi mantengono le proprie posizioni di contrasto rispetto al Governo centrale ed al coinvolgimento internazionale in territorio libico.
Pur avendo, ad oggi, un ruolo di secondo piano rispetto all’avanzata massiva dello Stato Islamico, questi gruppi, ben radicati a livello territoriale, potrebbero costituire un reale pericolo per la sicurezza di alcune aree qualora riuscissero a stabilire nuove alleanze trasversali e ad aggregare parte della popolazione in funzione di contenimento dello Stato Islamico. D’altra parte, qualora l’intervento del Governo e di altri attori internazionali (come ad esempio l’Egitto) dovesse indirizzarsi contro di loro, potrebbero crearsi le premesse per un avvicinamento sempre maggiori tra gruppi jihadisti con conseguenze di ampia portata sul destino del Paese e sulle condizioni di vita della popolazione.
Fonte
20/08/2015
Rompicapo Libia: la strana legge del silenzio sui decapitati di Sirte
Presentiamo la traduzione di questo interessante articolo, importante anche per capire in quale contesto si muove l’immigrazione clandestina dalla Libia.
Per una migliore comprensione pubblichiamo una mappa dell’attuale controllo del territorio nel Paese nordafricano e ricordiamo che attualmente in Libia - divisa in zone d’influenza dei diversi clan tribali e delle loro milizie- coesistono due differenti governi: uno con sede a Tobruk (“Consiglio dei deputati)”, che gode del riconoscimento internazionale e in particolare degli Stati Uniti e dell’Egitto (il territorio che controlla è quello colorato in rosa nella cartina tratta da Wikipedia) e uno con sede a Tripoli (“Nuovo Congresso generale nazionale”), espressione dei Fratelli Musulmani e appoggiato dal Qatar e dalla Turchia (in verde). Altre zone del Paese sono invece sotto il controllo delle forze tuareg (arancio) e dello Stato Islamico (grigio). Da notare la presenza di gruppi integralisti salafiti che però in Libia, diversamente che altrove, sono in contrasto con i jihadisti. Un rompicapo... (red.)
Nicolás Beau (*)
(Mondafrique)
I dodici uomini decapitati dallo Stato Islamico il 14 agosto a Sirte non hanno ottenuto le prime pagine dei mezzi di comunicazione a causa della presenza di sostenitori di Gheddafi?
Quello che è successo a Sirte per tutta la settimana è davvero inaudito e tuttavia, questa volta, l’opinione pubblica internazionale non ha provato quasi nessun orrore. La città costiera di Sirte, culla del defunto dittatore libico Muhammar Gheddafi, è nelle mani dello Stato Islamico (ISIS) dallo scorso mese di giugno. Venerdì 14 agosto, dopo la preghiera, la decapitazione di dodici uomini da parte dell’ISIS avrebbe dovuto incendiare i mezzi di comunicazione internazionali. Tanto più che questo nuovo crimine dell’ISIS è stato accompagnato per tutta la settimana precedente da violenti combattimenti che hanno causato la morte di quasi 200 persone solo nella città di Sirte.
Queste nuove scosse nel centro del caos libico hanno suscitato solo un modesto comunicato dell’agenzia AFP il venerdì e oltretutto diverse ore dopo i drammatici avvenimenti. Il giorno seguente alle decapitazioni, sabato 15 agosto, sono state diffuse alcune notizie brevi, ma senza analisi, su diversi mezzi di informazione. Perché stavolta questa mancanza di clamore dopo una nuova atrocità dello Stato Islamico?
Gheddafi, il ritorno
Dopo la condanna a morte questa estate di Saif al Islam, il focoso primogenito di Gheddafi, i nuclei della «resistenza verde» che raggruppano i fedeli del defunto leader della Jamahiriya si sono manifestati in diverse città libiche, in particolare a Sirte, Bani Walid, Sebha, Tarkuna e Bengasi. Pochissima eco hanno avuto queste manifestazioni duramente represse a Sirte dai jihadisti dello Stato Islamico e disperse dalle forze di Fajr Libya, le milizie islamiste che occupano, in particolare, le regioni di Trípoli e Misurata.
Ma la settimana scorsa la situazione si è complicata ulteriormente a Sirte. Gli scontri e le esecuzioni di chi manifestava in memoria di Gheddafi si sono moltiplicate. Uno dei capi religiosi della città, lo sceicco Khaled Al-Farjane, appartenente alla grande tribù Al-Farjane che una volta non era totalmente ostile al vecchio potere, ha preso posizione a favore della libertà di espressione. Scelta sbagliata, lo sceicco è stato giustiziato giovedì 13 agosto da alcuni malviventi dello Stato Islamico. Il giorno successivo è scoppiato il grande incendio. Lo Stato Islamico ha arrestato un centinaio di persone e si è dedicato, senza alcun preavviso, al suo sport favorito: la decapitazione di innocenti. Per aggiungere altro orrore i jihadisti hanno finito varie decine di feriti all’ospedale.
Nel cuore del caos politico
Con i tragici avvenimenti di Sirte siamo arrivati al centro della complessità libica. Sul terreno, le fazioni presenti si dividono secondo linee di demarcazione sfumate e fluttuanti. A Sirte le forze dello Stato Islamico approfittano della benevolenza del Governo «islamista» di Tripoli, che se ne guarda bene dallo scontrarsi frontalmente con i jihadisti, essendo felice di disporre di efficaci cani da guardia contro i ribelli incontrollabili. Un’altra sorpresa, anche questa a Sirte e rispetto allo Stato Islamico, è che abbiamo scoperto legami di solidarietà insospettati tra i «salafiti» ostili alla jihad, i rappresentanti delle tribù e i nostalgici del vecchio ordine gheddafista.
In ogni caso è certo che se gli ex baathisti pro-Saddam Hussein sono riusciti a stabilire alleanze in Iraq con lo Stato Islamico, i fedeli di Gheddafi sono in Libia i suoi principali avversari.
Tra persone rispettabili
Nemmeno il Governo legittimo di Tobruk, come quello non riconosciuto di Tripoli, desidera veramente tenere in considerazione la realtà del Paese «reale». A Tobruk nessuno vuole aderire apertamente ai nuclei fedeli al vecchio regime, anche se molti ex gheddafisti lottano a fianco del generale Khalifa Hafter, alleato del Governo legittimo di Tobruk. Ma non è il caso per quest’ultimo di rivendicare una simile alleanza con il diavolo verde, mentre negozia a Ginevra con l’ONU e gli statunitensi. Tra persone rispettabili. Così l’ambasciatore del Governo di Tobruk a Parigi ha deplorato i gravi incidenti di Sirte e ha pianto le vittime ma quasi senza fornire dettagli, con molta fretta di voltare pagina.
Quanto al Governo di Tripoli, non legittimo, che si basa su un movimento «islamista» dai contorni confusi, sembra appoggiare i «salafiti» di Sirte nella loro lotta contro lo Stato Islamico. Così, il martedì le autorità di Tripoli hanno annunciato il lancio di un’«operazione per liberare Sirte». Il ministero della Difesa ha precisato che «i giovani e gli abitanti di Sirte» avrebbero partecipato a questa offensiva appoggiati dall’aviazione. Ma sul terreno nulla indica che le milizie di Tripoli siano disposte ad aiutare gli anti-ISIS, piuttosto il contrario.
(*) Ex collaboratore di Le Monde, Libération e Le Canard Enchainé, Nicolás Beau è stato redattore capo di Bakchich. È professore associato dell’Institut Maghreb (París VIII) e autore di diversi libri, Papa Hollande au Mali, Le vilain petit Qatar, La régente de Carthage (La découverte, Catherine Graciet) e Notre ami Ben Ali (La Découverte con Jean Pierre Tuquoi).
Fonte: http://mondafrique.com/lire/politique/2015/08/18/etrange-omerta-sur-les-decapites-de-syrte
Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo 20\08\2015
Fonte
Per una migliore comprensione pubblichiamo una mappa dell’attuale controllo del territorio nel Paese nordafricano e ricordiamo che attualmente in Libia - divisa in zone d’influenza dei diversi clan tribali e delle loro milizie- coesistono due differenti governi: uno con sede a Tobruk (“Consiglio dei deputati)”, che gode del riconoscimento internazionale e in particolare degli Stati Uniti e dell’Egitto (il territorio che controlla è quello colorato in rosa nella cartina tratta da Wikipedia) e uno con sede a Tripoli (“Nuovo Congresso generale nazionale”), espressione dei Fratelli Musulmani e appoggiato dal Qatar e dalla Turchia (in verde). Altre zone del Paese sono invece sotto il controllo delle forze tuareg (arancio) e dello Stato Islamico (grigio). Da notare la presenza di gruppi integralisti salafiti che però in Libia, diversamente che altrove, sono in contrasto con i jihadisti. Un rompicapo... (red.)
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Nicolás Beau (*)
(Mondafrique)
I dodici uomini decapitati dallo Stato Islamico il 14 agosto a Sirte non hanno ottenuto le prime pagine dei mezzi di comunicazione a causa della presenza di sostenitori di Gheddafi?
Quello che è successo a Sirte per tutta la settimana è davvero inaudito e tuttavia, questa volta, l’opinione pubblica internazionale non ha provato quasi nessun orrore. La città costiera di Sirte, culla del defunto dittatore libico Muhammar Gheddafi, è nelle mani dello Stato Islamico (ISIS) dallo scorso mese di giugno. Venerdì 14 agosto, dopo la preghiera, la decapitazione di dodici uomini da parte dell’ISIS avrebbe dovuto incendiare i mezzi di comunicazione internazionali. Tanto più che questo nuovo crimine dell’ISIS è stato accompagnato per tutta la settimana precedente da violenti combattimenti che hanno causato la morte di quasi 200 persone solo nella città di Sirte.
Queste nuove scosse nel centro del caos libico hanno suscitato solo un modesto comunicato dell’agenzia AFP il venerdì e oltretutto diverse ore dopo i drammatici avvenimenti. Il giorno seguente alle decapitazioni, sabato 15 agosto, sono state diffuse alcune notizie brevi, ma senza analisi, su diversi mezzi di informazione. Perché stavolta questa mancanza di clamore dopo una nuova atrocità dello Stato Islamico?
Gheddafi, il ritorno
Dopo la condanna a morte questa estate di Saif al Islam, il focoso primogenito di Gheddafi, i nuclei della «resistenza verde» che raggruppano i fedeli del defunto leader della Jamahiriya si sono manifestati in diverse città libiche, in particolare a Sirte, Bani Walid, Sebha, Tarkuna e Bengasi. Pochissima eco hanno avuto queste manifestazioni duramente represse a Sirte dai jihadisti dello Stato Islamico e disperse dalle forze di Fajr Libya, le milizie islamiste che occupano, in particolare, le regioni di Trípoli e Misurata.
Ma la settimana scorsa la situazione si è complicata ulteriormente a Sirte. Gli scontri e le esecuzioni di chi manifestava in memoria di Gheddafi si sono moltiplicate. Uno dei capi religiosi della città, lo sceicco Khaled Al-Farjane, appartenente alla grande tribù Al-Farjane che una volta non era totalmente ostile al vecchio potere, ha preso posizione a favore della libertà di espressione. Scelta sbagliata, lo sceicco è stato giustiziato giovedì 13 agosto da alcuni malviventi dello Stato Islamico. Il giorno successivo è scoppiato il grande incendio. Lo Stato Islamico ha arrestato un centinaio di persone e si è dedicato, senza alcun preavviso, al suo sport favorito: la decapitazione di innocenti. Per aggiungere altro orrore i jihadisti hanno finito varie decine di feriti all’ospedale.
Nel cuore del caos politico
Con i tragici avvenimenti di Sirte siamo arrivati al centro della complessità libica. Sul terreno, le fazioni presenti si dividono secondo linee di demarcazione sfumate e fluttuanti. A Sirte le forze dello Stato Islamico approfittano della benevolenza del Governo «islamista» di Tripoli, che se ne guarda bene dallo scontrarsi frontalmente con i jihadisti, essendo felice di disporre di efficaci cani da guardia contro i ribelli incontrollabili. Un’altra sorpresa, anche questa a Sirte e rispetto allo Stato Islamico, è che abbiamo scoperto legami di solidarietà insospettati tra i «salafiti» ostili alla jihad, i rappresentanti delle tribù e i nostalgici del vecchio ordine gheddafista.
In ogni caso è certo che se gli ex baathisti pro-Saddam Hussein sono riusciti a stabilire alleanze in Iraq con lo Stato Islamico, i fedeli di Gheddafi sono in Libia i suoi principali avversari.
Tra persone rispettabili
Nemmeno il Governo legittimo di Tobruk, come quello non riconosciuto di Tripoli, desidera veramente tenere in considerazione la realtà del Paese «reale». A Tobruk nessuno vuole aderire apertamente ai nuclei fedeli al vecchio regime, anche se molti ex gheddafisti lottano a fianco del generale Khalifa Hafter, alleato del Governo legittimo di Tobruk. Ma non è il caso per quest’ultimo di rivendicare una simile alleanza con il diavolo verde, mentre negozia a Ginevra con l’ONU e gli statunitensi. Tra persone rispettabili. Così l’ambasciatore del Governo di Tobruk a Parigi ha deplorato i gravi incidenti di Sirte e ha pianto le vittime ma quasi senza fornire dettagli, con molta fretta di voltare pagina.
Quanto al Governo di Tripoli, non legittimo, che si basa su un movimento «islamista» dai contorni confusi, sembra appoggiare i «salafiti» di Sirte nella loro lotta contro lo Stato Islamico. Così, il martedì le autorità di Tripoli hanno annunciato il lancio di un’«operazione per liberare Sirte». Il ministero della Difesa ha precisato che «i giovani e gli abitanti di Sirte» avrebbero partecipato a questa offensiva appoggiati dall’aviazione. Ma sul terreno nulla indica che le milizie di Tripoli siano disposte ad aiutare gli anti-ISIS, piuttosto il contrario.
(*) Ex collaboratore di Le Monde, Libération e Le Canard Enchainé, Nicolás Beau è stato redattore capo di Bakchich. È professore associato dell’Institut Maghreb (París VIII) e autore di diversi libri, Papa Hollande au Mali, Le vilain petit Qatar, La régente de Carthage (La découverte, Catherine Graciet) e Notre ami Ben Ali (La Découverte con Jean Pierre Tuquoi).
Fonte: http://mondafrique.com/lire/politique/2015/08/18/etrange-omerta-sur-les-decapites-de-syrte
Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo 20\08\2015
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