di Chiara Cruciati
Il generale Khalifa Haftar,
capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, braccio armato del
parlamento ribelle di Tobruk, ieri ha annunciato la ripresa dei porti
della Mezzaluna petrolifera. Ras Lanuf e Es-Sidre sarebbero
tornati in mano agli uomini del generale, dopo essere stati occupati la
scorsa settimana dalle Brigate di Difesa di Bengasi, milizia vicina ad
al Qaeda cacciata dal capoluogo della Cirenaica dalla crociata anti-islamista di Haftar.
Foto online, riportano quotidiani libici, mostrerebbero i soldati di
Haftar festeggiare in uno dei terminal, forse Ras Lanuf. La vittoria è
stata segnata dopo giorni di battaglia intensa: il generale ha
dovuto ordinare ripetuti bombardamenti aerei per vincere la resistenza
dei miliziani che dal 3 marzo stazionano nei terminal petroliferi, senza
però bloccare il traffico, garantito dalla National Oil Company.
Lo scontro è solo l’ultimo di tanti esempi di completa instabilità del paese nordafricano: mentre
nella Mezzaluna si combatteva, a Tripoli erano scontri a fuoco per le
strade a tenere in ostaggio la popolazione. Sono esplosi due giorni fa,
ormai consuetudine nella capitale, tra le forze fedeli al governo di
unità nazionale del premier al-Sarraj (Gna) e milizie rivali che tentano di mantenere il controllo su quartieri della città. Secondo fonti locali, sarebbero almeno due i morti.
Nelle stesse ore, a Bengasi riprendeva la caccia al qaedista da parte
dell’esercito di Haftar che non ha ancora eliminato tutte le sacche
jihadiste dalla città. In un simile contesto di guerra permanente e
capillare l’instabilità è accesa dagli attori esterni tra scambi di
accuse e smentite. Con gli Stati Uniti che ormai di Libia non parlano
più e l’Europa divisa, gli ultimi mesi hanno visto la forte presa di
posizione russa, figlia di un più generale riposizionamento di Mosca tra
Nord Africa e Medio Oriente.
Ieri fonti anonime statunitensi riportavano del dispiegamento
di 22 soldati delle unità speciali russe in territorio egiziano, a 100
chilometri di distanza dal confine con la Libia. Militari
pronti, dicevano le fonti, ad entrare nel campo di battaglia libico al
fianco del parlamento di Tobruk e del suo generale. Subito dopo è giunta la smentita di Mosca: notizie false, ha detto il Ministero della Difesa, diffuse “dalla macchina del fango di alcuni media occidentali”.
È intervenuto anche Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino,
intenzionato a chiarire la posizione russa in merito al caos libico: la
Russia intende – è ormai chiaro – mostrarsi come la mediatrice
internazionale della crisi e non come la sua incendiaria. Seguendo
lo schema della guerra siriana (dove Mosca è entrata con vigore, con un
intervento militare che due anni dopo l’ha portata a guidare il fronte
internazionale del negoziato), il presidente Putin punta alla
stabilizzazione dei paesi che possono garantirgli di fare ingresso nel
Mediterraneo, sul piano militar-strategico e commerciale.
“Sapete che ci sono contatti in corso – ha detto Peskov alla stampa –
La Russia è interessata alla stabilizzazione della Libia in un modo o
nell’altro, così che le sue autorità siano in grado di garantire che il
territorio non diventi terreno fertile per i terroristi. Un intervento
eccessivo della Russia negli affari libici è difficilmente possibile e
per nulla consigliabile”.
Le autorità di cui parla il Cremlino sono facilmente individuabili: il generale Haftar, sì, ma anche il premier al-Sarraj.
A chi dava per scontato il sostegno russo a Tobruk alle spese di
Tripoli (e tra questi andrebbe annoverato lo stesso Haftar) si deve
ricredere. Nelle ultime settimane Mosca ha visto sia il generale –
invitato a Mosca e poi sulla portaerei Kuznetzov – sia al-Sarraj, anche
lui volato nella capitale russa.
L’idea dietro questi meeting è palese: dare legittimità al governo di
unità voluto dall’Onu ma tuttora debolissimo, facendoci entrare il capo
dell’esercito della ribelle Tobruk. Non è un caso che ad oggi, almeno
in via ufficiale, Mosca non abbia inviato ad Haftar il sostegno militare
che sembrava già pronto, ma si sarebbe limitata a mandare in Cirenaica
esperti dell’Aeronautica per riparare vecchi Mig dell’epoca Gheddafi.
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