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lunedì 30 settembre 2019

Somalia - Attentato contro convoglio militare italiano e truppe statunitensi

“Nella tarda mattina di oggi, due VTLM Lince, appartenenti a un convoglio di tre mezzi italiani, sono stati coinvolti in un’esplosione al rientro da un’attività addestrativa a favore della Forze di sicurezza somale. Al momento non si registrano conseguenze per il personale italiano”: è quanto si legge in un comunicato diffuso dal Ministero della Difesa. “Le cause dell’esplosione sono in corso di accertamento”, prosegue la nota.

La Difesa ricorda che “I militari italiani operano nell’ambito della missione europea in SOMALIA (EUTM), finalizzata al rafforzamento del Governo Federale di Transizione somalo (TFG), attraverso la consulenza militare a livello strategico alle istituzioni di difesa somale e l’addestramento militare. La missione militare dell’Ue opera in stretta collaborazione e coordinamento con gli altri attori della comunità internazionale presenti nell’area d’operazione come le Nazioni Unite, l’African Union Mission in Somalia (AMISOM) e gli Stati Uniti d’America”.

Ma sempre nella giornata di oggi diverse esplosioni sono state udite nei pressi dell’aeroporto di Ballidogle, circa 90 chilometri a Ovest di Mogadiscio, dove sono presenti truppe americane. Secondo quanto riportato dai media somali, l’attacco è stato rivendicato dai jihadisti somali Shebab.

Scopriamo così che anche in Somalia ci sono ancora dei militari italiani. In Somalia è stata infatti prorogata la Missione Europea di addestramento EUTM Somalia, cui l’Italia partecipa con 123 soldati e ne detiene il comando. Il costo è di circa 9 milioni di euro. Nel Corno d’Africa è stata anche prorogata la missione relativa alla base nazionale di Gibuti, con 92 militari e con un costo di circa 7 milioni.

Il costo delle missioni è a carico del ministero dell’Economia e Finanze, e non della Difesa, con scarsa trasparenza sui reali oneri per le forze armate.

A Giugno scorso, il governo ha chiesto e ottenuto dal parlamento, la proroga delle missioni militari all’estero per il 2019 prevedono un costo complessivo di oltre 1,1 miliardi di euro che rientrano in quelle spese “indifferibili” che prescindono da qualsiasi aggiustamento di bilancio.

Rispetto al 2018, la novità è rappresentata dalla missione bilaterale in Tunisia – anche per la lotta al terrorismo – con l’invio di 15 militari e una spesa di 2 milioni di euro. La consistenza massima annuale è pari a oltre 7mila soldati (624 unità in meno rispetto al 2018). Le missioni sono decine, sotto l’ombrello di Onu, Nato, Unione Europea e bilaterali.

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I “ragionieri” della UE contrari all’Esercito Europeo, ma il dado è tratto

Dietro l’accelerazione impressa a settembre dalla Francia all’Iniziativa Europea d’Intervento forse c’è un motivo economico e amministrativo.

Si tratta della decisione del 12 settembre con cui la Corte dei Conti Europea ha bocciato il progetto di un esercito europeo perché “infattibile”. Come noto, nella ridefinizione delle priorità di spesa nel bilancio europeo, l’Ue aveva deciso di investire nella Difesa la bella cifra di 22,5 miliardi di euro tra il 2021 e il 2027. Quelli messi a bilancio nel periodo tra il 2014 e il 2020 erano solo 2,8 miliardi.

I magistrati contabili della Ue però si sono messi di traverso, e non certo per nobili argomentazioni pacifiste o antimilitariste, ma meramente economiche. Secondo i giudici questo progetto di spesa militare contiene diverse controindicazioni: dall’impossibilità di controllare l’utilizzo delle risorse stanziate con relativo spreco di denaro, alla moltiplicazione delle strutture con inutili sovrapposizioni con la Nato.

Inoltre ci sono differenze strategiche tra gli Stati (vedi la Libia) e differenze tra le capacità difensive dei paesi membri. Infine ma non importanza perché con la Brexit verrà a mancare l’apporto della Gran Bretagna, che da sola sostiene circa un quarto della spesa militare totale dei paesi europei.

Secondo la Corte dei Conti per essere messo nelle condizioni di funzionare, l’Esercito Europeo richiederebbe investimenti per centinaia di miliardi di euro. Nella relazione si legge che: “la cooperazione e le capacità militari attuali degli Stati membri non corrispondono al nuovo livello di ambizione della politica di difesa dell’UE. (…) Le recenti iniziative a livello di UE e il proposto incremento dei finanziamenti comportano rischi per la performance”.

Nelle linee guida della nuova “Politica di sicurezza e di difesa comune (Pesco)”, l’UE ha varato nuove iniziative, miranti a potenziare la cooperazione tra gli Stati membri. Per il periodo 2021-2027 la Commissione ha proposto forti incrementi di spesa: solo per progetti di ricerca e sviluppo in materia di difesa, si passerà da 590 milioni a 13 miliardi di euro, un aumento di 22 volte rispetto all’attuale ciclo settennale.

L’Unione Europea mira alla creazione di capacità militari concrete, che abbiano un chiaro potenziale deterrente nei confronti di possibili minacce e che abbiano la capacità di agire tempestivamente in caso di necessità.

La nuova forza militare europea, secondo il documento strategico della Pesco dovrebbe infatti sovraintendere ad “azioni congiunte in materia di disarmo, le missioni umanitarie e di soccorso, le missioni di consulenza e assistenza in materia militare, le missioni di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace e le missioni di unità di combattimento per la gestione delle crisi, comprese le missioni tese al ristabilimento della pace e le operazioni di stabilizzazione al termine dei conflitti”. Dovrebbe inoltre avere la capacità “di dispiegare rapidamente da 50 mila a 60 mila effettivi entro 60 giorni per i compiti più impegnativi, mantenendoli per almeno un anno”.

Ma la Pesco è una politica comune per la Difesa Europea che coinvolge tutti gli stati membri della Ue, mentre l’Iniziativa Europea d’Intervento progettata da Macron – ed a cui l’Italia ha aderito il 21 settembre scorso, subito dopo l’incontro tra Conte e il presidente francese – è di fatto una “Cooperazione Rafforzata”, cioè un meccanismo previsto dai Trattati Europei che consente agli Stati che condividono un progetto di mettersi insieme e realizzarlo. Anche l’Eurozona è stata questo, vi hanno aderito solo i paesi che erano d’accordo.

Tra i motivi per cui, dopo l’annuncio nel 2017, Macron ha deciso di accelerare ci sono proprio le lentezze e gli intralci sulla strada della Pesco, di cui gli ostacoli contabili frapposti dalla Corte europea dei Conti sono solo un esempio.

Oggi il nucleo duro dell’Unione Europa ha necessità di dotarsi di uno strumento politico militare con capacità di proiezione internazionale e d’intervento, lo richiede la competizione globale in corso, in cui il fattore militare ha assunto un peso che pareva secondario, qualche anno fa, rispetto a quello economico e finanziario. In troppi quadranti strategici e su troppe risorse oggi si vanno accumulando tensioni che non sempre sono negoziabili con il soft power, o meglio diventano negoziabili solo se si dispone della deterrenza militare.

In questo l’Unione Europea non è e non sarà più distinguibile dagli Stati Uniti o da altre potenze. Chi ancora si gingilla sulla “diversità europea”, va incontro a delusioni (o complicità), produce danni per sé, per gli altri e per chi dovrebbe essere cosciente che combattere contro il proprio imperialismo non è una opzione, è una necessità.

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Questione ambientale e movimenti studenteschi

Il clima della Terra con l’aumentare della temperatura globale sta cambiando ad una velocità spaventosa, portando alla scomparsa di alcuni ecosistemi, allo scioglimento dei ghiacci e all’innalzamento dei mari, che rischia addirittura di sommergere (ad esempio in Polinesia) interi stati nel giro di 50/100 anni. Il riscaldamento globale è incrementato consistentemente dagli effetti delle attività umane, e in particolare della deforestazione, del consumo di acqua e dell’inquinamento.

Tutte queste sono attività che l’uomo svolge da 13.000 anni, ma che hanno assunto proporzione così rilevante dalla nascita dell’industria alla fine del XVIII secolo. Da allora la popolazione mondiale è cresciuta di 8 volte e si è moltiplicata la produzione di qualunque bene di consumo. L’industria produce però scorie; per fare l’esempio più noto e lampante è ancora oggi fondata sulla combustione di combustibili fossili, che libera nell’aria anidride carbonica, uno dei cosiddetti “gas serra” alla base del riscaldamento globale, che catturano i raggi solari limitandone la riflessione.

Inoltre l’industria richiede un’enorme quantità di materie prime, inclusa l’acqua dolce che ricordiamo essere presente in quantità limitata sul pianeta. I nuovi materiali plastici e gli agenti chimici utilizzati in agricoltura creano un ulteriore problema di inquinamento duraturo causato tanto dalla loro dispersione quanto dalla produzione, e uniti all’inquinamento atmosferico dovuto alle polveri sottili causano la morte in massa e la malattia di numerose specie animali, tra cui l’uomo.

Nel suo continuo bisogno di incrementare la produzione di merci, il capitale è spinto alla ricerca perenne di nuove risorse, talvolta distruggendo ecosistemi unici. È il caso dell’Amazzonia, la più grande foresta pluviale al mondo, in cui da oltre 70 anni è in atto un processo di deforestazione selvaggia per utilizzare il suolo con fini produttivi, per l’80% della superficie allevamenti destinati aprodurre carne da esportare prevalentemente in Europa (118,3 mila tonnellate esportate in UE solo nel 2018) e USA.

Negli ultimi 50 anni sono stati abbattuti 785.000 kmq di foresta, pari al 20% del totale, togliendo inoltre terre ai popoli nativi. Questi si battono con scarsi mezzi contro i privati e l’attuale governo brasiliano, che copre le devastazioni ambientali e non interviene in loro difesa, come nel caso dei 74.000 incendi di quest’estate, in gran parte dolosi e lasciati consapevolmente ad ardere.

La logica colonialista dei paesi cosiddetti “avanzati” come il nostro si rivela in tutta la sua ipocrisia nel recente caso dell’accordo tra il Mercosur (comunità economica che comprende numerosi paesi sudamericani) e l’Unione Europea. Infatti, se i portavoce UE sottolineano che l’accordo conterrebbe alcuni passaggi che impegnano i paesi firmatari a mantenere i livelli di emissioni di gas serra sotto le soglie previste dagli accordi di Parigi, mostrando il volto buono e “green” dell’Unione, sorvolano poi sul fatto che lo scopo principale dell’accordo è quello di favorire, tramite l’abbattimento dei dazi doganali, l’importazione in Europa di soia geneticamente modificata e carne sudamericane (che abbiamo visto essere le principali cause della deforestazione) e l’esportazione in Sud America di prodotti dell’industria europea automobilistica (con particolari agevolazioni per quanto riguarda SUV di grossa cilindrata, altamente inquinanti), chimica (inclusi i pesticidi agrotossici che in Argentina stanno causando un disastro ecologico e un'elevatissima incidenza di tumori e malattie correlate nelle aree rurali e dunque nelle fasce più povere della popolazione) e tessile.

Quest’ultima, ossia l’industria dell’abbigliamento, la seconda più inquinante al mondo dopo quella petrolifera con circa il 10% delle emissioni globali di gas serra, è un ulteriore esempio di questa ipocrisia. Si sente spesso dire che la maggior parte della produzione inquinante e delle emissioni provengono dai paesi in via di sviluppo, e non dalla “virtuosa” Unione Europea, ma questo dato oggettivo nasconde una realtà molto meno assolutoria di quanto possa sembrare per UE e paesi affini.

Infatti, se è vero che la maggior parte (circa il 54%) dei capi d’abbigliamento prodotti al mondo provengono dalla Cina, è anche vero che il 75% di tutta la produzione viene assorbita, oltre che dal mercato interno cinese, dal solo primo mondo, ossia Unione Europea, Giappone e USA. Quest’ultimo paese è anche il primo consumatore mondiale, e consuma quasi esclusivamente vestiti importati da Cina (il 35%), Bangladesh, Vietnam, Indonesia e così via.

Se dunque l’emissione di gas serra è concentrata geograficamente nei paesi in via di sviluppo, gli impianti che la producono sono però spesso di proprietà di aziende europee o statunitensi delocalizzate (per fare un esempio l'italiana ENI da sola ha prodotto quasi lo 0,6% di tutte le emissioni di gas serra dal 1988 al 2015, ma lo ha fatto principalmente in Africa e in Asia piuttosto che in Europa) e in ogni caso tali emissioni sono dovute quasi interamente alla domanda di beni proveniente dai paesi “ricchi”, e non certo da quella interna dei sopracitati paesi in via di sviluppo.

È dunque tanto paradossale e ridicolo quanto per loro profittevole che gli industriali e la grande borghesia europea, che lucrano sull’inquinamento prodotto in altri paesi, pretendano poi di fare la morale a questi ultimi e di imporgli, qualora violassero gli accordi sul clima, sanzioni “ambientaliste” attraverso l’UE e gli organismi internazionali, rendendone ancora più fragili e dipendenti dalle esportazioni le economie nazionali.

Sempre l’industria tessile ci permette di introdurre un’altra questione: quella della sovrapproduzione. Il 30% dei capi d’abbigliamento, infatti, viene buttato senza essere mai venduto e utilizzato, poiché la maggior parte delle merci prodotte sono in sovrabbondanza rispetto alla domanda effettiva. Lo si vede in ogni settore: per esempio in Europa ci sono 11 milioni di case inabitate, senza contare le varie seconde e terze case e gli altri edifici vuoti.

A livello mondiale, produciamo cibo per 12 miliardi di persone. Circa 88 milioni di tonnellate di cibo altrimenti edibile da umani, animali o utilizzabile per la produzione di energia vengono buttate in Unione Europea ogni anno.

Ciò si traduce in 173 chili di cibo sprecato per ogni abitante dell’UE e 170 tonnellate di CO2 emessa nell’aria durante i processi produttivi e di smaltimento. L’industria dell’abbigliamento produce 150 miliardi di articoli ogni anno, di cui come si è già sottolineato riesce a vendere solamente due terzi, e di cui solo un terzo supera la durata di un anno prima di essere buttato.

Queste quantità insensate sono una caratteristica unica e caratterizzante del Capitalismo, che soffre dalla sua nascita di cicliche crisi di sovrapproduzione. Riguardo alla ragione economica profonda di ciò, ovvero il meccanismo della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, rimandiamo il lettore allo studio di Marx o alla partecipazione alle varie autoformazioni e assemblee organizzate dall’OSA, poiché il tema è troppo esteso per essere trattato qui.

Relativamente al danno ambientale causato dalla sovrapproduzione tipica di questo sistema economico, basti prendere in esame alcuni meccanismi più semplici:

– quello del consumismo, con il quale si gonfia all’inverosimile la domanda di merci tramite bisogni indotti dalla pubblicità, dalle mode e via dicendo, poiché se si convincono i consumatori a comprare un vestito a settimana piuttosto che uno al mese chi produce e vende quei vestiti otterrà più profitti;

– il meccanismo dell’obsolescenza programmata, tramite il quale le aziende, inserendo negli elettrodomestici componenti elettronici dalla durata limitata non sostituibili nel caso di malfunzionamenti o appesantendo volutamente il software di vecchi modelli di smartphone tramite aggiornamenti inutili e deleteri, costringono l’acquirente a sostituire molto più spesso di quanto sarebbe realmente necessario tali prodotti, aumentando il costo della vita e generando più profitto per le aziende produttrici, e di pari passo più rifiuti, più spreco di materie prime e più inquinamento per il pianeta;

– il meccanismo della competitività alla base del mercato, il quale implica che, come accaduto di recente, aziende come Burberry preferiscano dare alle fiamme di nascosto propri prodotti invenduti per un valore complessivo di 37 milioni piuttosto che smerciarli a un prezzo più basso, cosa che saturerebbe il mercato impedendo di vendere i prodotti della nuova stagione a un prezzo considerato soddisfacente dagli azionisti, lo stesso meccanismo che, in ambito alimentare, causa lo spreco di ingenti quantità di cibo perfettamente sano e edibile ma che, non rispettando particolari standart estetici (niente ammaccature sulla frutta e così via) rischia di sfigurare sugli scaffali e non venire acquistato, stante la disponibilità di prodotti concorrenti dall’aspetto più curato.

Infine, è degno di nota il meccanismo, anch’esso inevitabile in un’economia capitalistica, che causa l’enorme accumulo di denaro e potere nelle mani di pochi individui al vertice di aziende private. Queste riescono dunque tramite il lobbysmo e l’influenza sulla politica ad emanciparsi dal controllo popolare sulla produzione che lo Stato democratico sostiene di garantire ai cittadini, e fanno così i propri porci comodi inseguendo solo il profitto e fregandosene della devastazione ambientale che causano.

Nel Capitalismo neoliberista, non c’è ne la volontà ne la concreta possibilità per lo Stato di agire per contrastare tutto ciò, incapace come è di imporre il rispetto di regole a tutela dell’ambiente su compagnie private divenute oramai troppo potenti (e inquinanti).

Non è dunque pensabile lottare contro l’apocalisse ecologica nel mezzo della quale ci troviamo senza lottare contro il Capitalismo in quanto sistema economico, poiché il secondo è causa diretta della prima, e finché non avviene il passaggio a un economia programmata che non soffra di deleteria sovrapproduzione e che sia gestita dal popolo nel proprio interesse collettivo e non, come lo è adesso, da un oligarchia di impresari e CEO interessati unicamente al proprio tornaconto, finché non avviene tutto questo l’uomo non potrà mai riconciliarsi con la natura e l’apocalisse continuerà, implacabile.

Per questo noi di OSA rimaniamo scettici riguardo alle aperture verso le idee della cosiddetta “Green Economy” che in passato sono provenute da Fridays for Future.

La Green Economy è quella scuola di pensiero che evidenzia e mette in pratica la possibilità, all’interno del sistema economico capitalista, di adottare politiche e catene produttive “verdi”: energia rinnovabile, auto elettriche, prodotti a km 0 e così via. Oltre a mantenere tutti i problemi ambientali causati dal Capitalismo e trattati nel paragrafo precedente, quest’approccio alla questione ecologica rischia di diventare una maniera delle élite economiche europee per strumentalizzare movimenti come Fridays for Future secondo i propri interessi.

Infatti, la Green Economy non solo si basa sul finanziamento di aziende private “verdi” con soldi pubblici (cosa che, tra parentesi, in Italia spesso si è tradotta con la vittoria degli appalti da parte di soggetti appartenenti a Mafia, Camorra e ‘ndrangheta), ma risulta strategica per il rafforzamento dell’Unione Europea come polo imperialista nella competizione globale con Cina, USA e Russia dal momento in cui l’UE è la potenza che dispone sul proprio territorio di meno risorse fossili al mondo, primo importatore mondiale di energia con un indice di dipendenza dalle importazioni complessivo del 53,4%, con un picco dell’80,8% per il nostro paese, dovuto soprattutto alle importazioni di petrolifere.

Se l’obiettivo dell’autosufficienza energetica dal punto di vista dei combustibili fossili sembra per l’UE allontanarsi ogni giorno di più, negli ultimi anni è comunque aumentato lo sviluppo e l’implementazione di fonti energetiche rinnovabili, che nel 2012 hanno rappresentato il 23,6% dell’energia totale prodotta all’interno della comunità.

Questo dato, però, non deve trarci in inganno: industriali e finanzieri europei spingono per le energie “verdi” solo per una questione di interesse economico, e non certo per scrupoli ambientali, che non si preoccupano di accantonare immediatamente quando, per i loro sporchi profitti, devono far pressione attraverso lobby come l’European Round Table of Industrialists su UE e governo per devastare la Val di Susa con la TAV, oppure quando insieme ai produttori di telefoni cinesi schiavizzano la popolazione del Congo e riempiono il paese di miniere avvelenando fiumi e falde acquifere allo scopo di estrarre il cobalto per... le batterie delle auto elettriche “eco-friendly” europee!

Inoltre, vi è un chiaro interesse da parte dei Socialisti Europei (il gruppo parlamentare che include il Partito Democratico italiano, i socialisti spagnoli e francesi, i socialdemocratici scandinavi e così via), che hanno candidato Greta Thunberg al Nobel per la Pace, nell’usare i movimenti ambientalisti per attaccare le destre sovraniste, e in particolare in Italia quella di Salvini, su un tema ampiamente condivisibile e dove quest’ultima mostra il fianco, essendo legata materialmente e politicamente alla Russia di Putin e ideologicamente al modello USA-trumpista, ossia forze politiche egemoni in paesi che dispongono di ingenti risorse fossili e che dunque rifiutano il tema dell’ecologismo.

Per quanto queste formazioni parafasciste non raccolgano certamente le simpatie dell’OSA, tantomeno lo fanno i liberisti di PD e affini che provano a strumentalizzarci cavalcando il tema ambientale, come dimostrato dall’estrema attenzione che questi partiti dedicano alla questione ecologica nella propria comunicazione e dai recenti endorsement verso Fridays for Future, purtroppo accolti positivamente da parte del movimento, provenienti dal Ministero dell’Istruzione, Ministero che ricordiamo paghi ENI, Zara, Mac Donald’s, General Electric, la Alstom (che produce i treni per la TAV) e innumerevoli altre aziende complici del disastro ambientale per fargli sfruttare gli studenti in alternanza scuola-lavoro.

Senza dubitare della buona fede della sedicenne svedese ne di quella delle centinaia di migliaia di studenti e studentesse, di compagni e di compagne che hanno partecipato al movimento: quando Greta Thunberg minaccia i potenti della terra di fronte a loro e questi, invece di farla arrestare, applaudono, è lecito chiedersi se non abbia anche lei un ruolo, inconsapevole, in questo sistema marcio.

Vi è infine la questione della responsabilizzazione, o, per meglio dire, colpevolizzazione, del singolo riguardo al problema ambientale, anche questo per noi punto dove ci troviamo in disaccordo con alcuni schemi di pensiero e azione adottati dai movimenti per il clima. Se da un lato mantenere un etica e una condotta personale votata a minimizzare la propria impronta ecologica (chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti, riciclare, usare la bici ecc.) è certamente consigliabile e degno di lode, lo spostamento massiccio dell’attenzione del pubblico su questo aspetto del problema, decisamente minoritario, è a nostro parere un tentativo da parte dei veri responsabili del disastro che viviamo di addossare ingiustamente le colpe e i costi della transizione ecologica al cittadino comune, e in particolare alle fasce economicamente più svantaggiate della popolazione.

Lo dicono le statistiche, da sole 100 grandi aziende come ENI, Shell, Exxon, Gazprom e così via sono responsabili di addirittura il 71% delle emissioni di gas serra totali dal 1988 al 2015: che impatto ha il comportamento del singolo, se non si organizza ed agisce politicamente sulla produzione, di fronte a cifre del genere? L’inquinamento e l’effetto serra sono dati sistemici, e finché non se ne assume la consapevolezza sarà impossibile combatterli a colpi di borracce e agende in carta riciclata.

Gli sprechi dovuti alla sovrapproduzione, che abbiamo sottolineato come il principale problema ambientale causato dal capitalismo, rendono evidente che la lotta deve essere centrata sulla produzione, e non può occuparsi solo dei consumi. I dati che abbiamo analizzato ci dimostrano infatti che l’offerta e la produzione non tendono in realtà a inseguire la domanda, ma anzi in parte la trainano; sarebbe dunque insensato pensare di influenzare la produzione agendo sui consumi, dandosi ferree regole personali su quali prodotti comprare e quali no nella ricerca di un consumo etico che nel capitalismo non può esistere e nelle forme in cui lo fa è estremamente complesso da attuare e ininfluente sulla realtà.

È vero invece che ognuno, privatamente, pur non consumando direttamente materie prime, può portare all’emissione di gas serra, ad esempio tramite l’uso di un mezzo di trasporto alimentato a combustibili fossili, ma, anche nei luoghi ove più è consistente l’utilizzo del trasporto privato e meno sono presenti grandi attività industriali, le emissioni così prodotte non superano complessivamente il 15% della produzione di gas serra per l’Europa Occidentale, per cui un movimento che stabilisce di agire sull’inquinamento prodotto dai singoli individui non potrà mai avere un impatto particolarmente significativo sull’inquinamento globale.

A maggior ragione ciò verrà impedito dalla concreta impossibilità di ridurre sotto una certa soglia il consumo privato di combustibili fossili, a causa di necessità materiali come il bisogno di spostarsi per raggiungere il posto di lavoro, per altro spesso mal collegato dal trasporto pubblico, in Europa e particolarmente in Italia frequentemente sottofinanziato o appaltato ai privati. Aggiungiamo inoltre che le istituzioni, nazionali ed europee, che hanno reso quel trasporto pubblico inefficiente o lo hanno svenduto ai privati creando il problema, non di rado sono le stesse che poi tentano di colpevolizzare il lavoratore per i suoi spostamenti in auto.

La riduzione dell’inquinamento non può certo gravare sui bisogni dei lavoratori, non può andare a punire le necessità, o si fa pagare ai singoli il prezzo di un sistema economico malato. Lo scorso autunno in Francia il problema si è manifestato in tutta la sua concretezza: il governo francese ha deciso di intervenire aumentando il prezzo della benzina attraverso una leva fiscale (che però, chissà come mai, non si applica al carburante dei jet privati e degli aerei di linea, ma solo a quello per le vetture dei normali cittadini...), per spingere con dichiarato intento ecologista ad abbandonare l’uso dell'auto privata, ma aumentando di fatto il costo della vita per le fasce più deboli della popolazione ed i ceti medi impoveriti, che hanno così scatenato le oceaniche proteste dei Gilet Gialli, rivolte spontanee soffocate dalla repressione, ma che hanno ottenuto alcuni piccoli risultati, come il riabbassamento delle accise sui carburanti e l’innalzamento di ben 100 euro del salario minimo.

I Gilet Gialli hanno chiesto che la crisi ambientale fosse affrontata senza andare a gravare sui lavoratori, incentivando ad esempio la coibentazione degli edifici, e che le risorse necessarie fossero ottenute da un aumento delle tasse sui redditi alti. Chiaramente lo scontro fra le politiche ambientaliste proposte dai Gilet Gialli e quelle del governo di Emmanuel Macron è l’espressione di uno scontro tra classi sociali per decidere chi debba pagare le spese del disastro ambientale. Il conflitto sociale scatenato dal costo della transizione ecologica ci conferma che la lotta ecologista DEVE essere divisiva, poiché per avere effetto e fare gli interessi del pianeta e dell’Umanità nel suo complesso deve necessariamente andare a ledere gli interessi di una parte dell'umanità stessa: la parte dell’1% che governa il mondo e che in questo momento lo sta distruggendo.

Perché non è vero che il disastro ambientale colpisce tutti allo stesso modo.

Perché non è vero che non c’è un pianeta B.

Il pianeta B c’è, magari non così bello come la Terra, ma c’è. Ma non è per noi.

Il pianeta B è per chi ha i soldi per comprarselo.

Il pianeta B c’è per Donald Trump, che sta provando ad acquistare la Groenlandia in previsione dello scioglimento dei ghiacci.

Ma il lavoro B non c’è stato per gli operai che si sono presi il cancro all’ILVA di Taranto.

E se non lottiamo, la casa B non ci sarà per noi quando, dopo un alluvione, rimarremo senza un tetto e, come già accade in USA, dovremo continuare a pagare l’affitto degli appartamenti sommersi al proprietario (che di case invece ne ha mille).

Per questi motivi, OSA assume questo documento come sua piattaforma di lotta sui temi ambientali e non aderisce alla piattaforma di Fridays for Future, almeno finché il movimento non esprimerà una netta presa di distanza dall’inganno della “Green Economy” e abbraccerà invece l’anticapitalismo e il conflitto di classe, allontanandosi così da ogni strumentalizzazione e diventando finalmente capace di agire sulla realtà politica del paese invece di esserne agito.

Riconoscendo però l’importanza di molti temi trattati dal movimento e di una mobilitazione generale che li riguardi da parte degli studenti, OSA aderisce a momenti di piazza e di discussione in assemblea ad essi relativi sia dentro che fuori il Fridays for Future, sperando in questa maniera di poter contribuire alla creazione di coscienza di classe e di momenti di lotta, di politicizzazione e di confronto sui temi ambientali nel corpo studentesco.

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Finanza e Onu scoprono l’istruzione

Ah, ma con la cultura si mangia!

A differenza di quanto pensano Tremonti e gran parte della classe dirigente italiana della Seconda Repubblica, l’istruzione sarà il driver del XXI° secolo e uno dei motori del capitalismo digitalizzato.

A tal punto che la finanza si è buttata a capofitto e l’Onu la ritiene uno dei capisaldi dell’economia sostenibile. Un interessante articolo pubblicato su Milano Finanza, a firma di Nicola Carosielli (La cultura è oro), ci informa che l’ultimo gestore ad investire in imprese che hanno come caposaldo l’istruzione e la formazione è il Credit Suisse Asset Management.

Il fondo investe in contenuti digitali, business innovativo con un approccio radicale e multidisciplinare dell’istruzione. Kirill Pyshkin, gestore del fondo dichiara che “siamo nella fase iniziale di una trasformazione strutturale in uno dei settori principali dell’economia mondiale e l’istruzione digitalizzata avrà un raddoppio della spesa, specie nei Paesi Emergenti dove si sta sempre più ingrossando la classe media, che attualmente è al 2% mondiale“.

Negli ultimi decenni la spesa in Usa è cresciuta del 1.225% contro il 256% del tasso di inflazione. La spesa attualmente è pari a 5mila miliardi di dollari, ma avrà un raddoppio sia presso le strutture pubbliche e private sia presso le imprese.

Juliette Cohen, del fondo Cpr, afferma che “l’Ocse ha rilevato che l’istruzione di qualità aumenta la produttività e che vi sono ritorni pubblici e privati“.

La popolazione studentesca, nel grado superiore, è in costante crescita, dovuta ai Paesi Emergenti – Cina e India su tutti – dove rappresenta uno delle principali elementi di spesa delle famiglie.

Ora, negli ultimi due decenni, in Italia è aumentata notevolmente la dispersione scolastica, ci sono state varie riforme (Ruberti, Gelmini, Berlinguer, Moratti) che hanno prodotto questo disastro. Perché si voleva puntare sul pluslavoro assoluto dei subfornitori italiani, che non richiedevano un grado di istruzione superiore.

E i laureati sono perciò emigrati all’estero. La spesa scolastica è costantemente scesa e ciò ha influito sulla produttività totale dei fattori produttivi, stagnante da due decenni.

Non dico altro. Lo vogliamo fare un bilancio della Seconda Repubblica e del neoliberismo “europeista”?

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Il conflitto di interessi di Davide Casaleggio


La notizia riguarda la presenza di Davide Casaleggio nel palazzo di vetro dell’ONU a New York come relatore di un convegno sulla “cittadinanza digitale” organizzato dalla rappresentanza italiana presso le Nazioni Unite.

Molti commentatori hanno posto l’accento sul conflitto d’interessi che si sarebbe posto, in questo caso, tra la presenza del titolare della Casaleggio Associati ideatore della piattaforma Rousseau direttamente finanziata dai parlamentari 5 stelle, e l’esercizio di un ruolo all’interno di una iniziativa a quel livello organizzata direttamente dal governo italiano.

L’irrisolto conflitto d’interessi raccolto attorno a Silvio Berlusconi dominò per decenni la scena politica italiana, ma questo caso che riguarda Casaleggio e il M5S è molto diverso.

Il caso della presenza di Casaleggio all’ONU pone però per intero la questione della concezione della politica e l’occupazione del potere ed è evidente l’importanza che assume l’aver permesso una ribalta di questo genere ad un imprenditore in conflitto d’interessi con la democrazia.

Appare evidente che, sorti dal versante dell’antipolitica, i 5 stelle si siano rapidamente convertiti ad una idea totalizzante del potere, esercitato con arroganza senza alcuna mediazione possibile, con grande disinvoltura sia rispetto alla politica delle alleanze sia rispetto all’esercizio della decisionalità all’interno del movimento stesso, oppure proiettata verso l’esterno (si ricorda il voto di ratifica della nuova formazione di governo con il PD).

A quanti a sinistra pensano al consolidamento di un “blocco politico” con il M5S anche a livello regionale e locale questo episodio della presenza di Casaleggio all’ONU e di esaltazione del conflitto d’interesse pone alcuni questioni.

Ciò che è avvenuto nell’agosto 2019 è apparso a prima vista catalogabile nella categoria dell’eterno trasformismo all’italiana.

Non bisogna però limitarci a quest’osservazione peraltro banale e scontata.

Alla categoria dell’antipolitica trasformata prima in governo e poi approdata alla “casta” infatti debbono essere dedicati alcuni punti di analisi maggiormente approfonditi.

Da diversi anni, infatti, proclamata l’obsolescenza dei concetti di destra e sinistra, era stata imposta un’agenda di discussione limitata al “politica versus antipolitica”.

Erano così emersi in misura massiccia orientamenti dell’opinione pubblica di pressoché totale sfiducia nelle istituzioni, nel Parlamento e nel governo: in questo modo si erano aggregate in tempi rapidissimi vaste aree di consenso.

Era così emerso un fenomeno assolutamente inedito di volatilità elettorale almeno per quel che aveva fino a quel punto riguardato le vicende italiane.

Ricordiamo come si era determinato quel fenomeno della volatità elettorale: la politica e l’antipolitica apparivano fino a qualche anno fa due termini quasi complementari, di cui era difficile fornire una definizione.

A quel tempo nella vulgata allora corrente i due termini parevano appoggiarsi entrambi l’uno all’altro per sopravvivere nel gran circo mediatico: perché questo appariva essere il punto, quello delle visibilità nel gran calderone dell’immagine.

All’altare dell’immagine furono sacrificati i principi di fondo sui quali si basava la politica, come concezione del governo della “res publica” nelle sue diverse forme.

Forme diverse per ideologie e schieramenti differenti: questo è stato lo schema definitivamente saltato con il “contratto” giallo-verde e su questa base si realizzava l’indifferenza delle scelte elettorali.

Politica e antipolitica potevano essere votate di volta in volta perché si trovavano rinchiuse assieme nel circuito dell’autoreferenzialità dell’autonomia del politico: un ulteriore passo in avanti nell’indebolimento complessivo del sistema nell’anticamera di una risoluzione autoritaria della crisi della democrazia occidentale.

La formazione del governo PD-5 Stelle ha provvisoriamente (e apparentemente) allontanato il pericolo di un ulteriore scivolamento a destra, almeno per quel che riguarda il sistema politico italiano.

Questa vicenda riguardante la presenza di Casaleggio all’ONU pone in evidenza come si sia di fronte ad un ulteriore passaggio della crisi del sistema basato sulla divisione dei poteri e sulla democrazia rappresentativa.

La sinistra nel determinare le proprie scelte tenga conto che siamo a una crisi più profonda di quanto anche i politologi più accorti stiano avvertendo: una crisi di prospettiva, di valori, di concezione del futuro non certo affrontabile attraverso la formazione di un governo purchessia.

Il tema da porre è sicuramente quello del rapporto tra utilizzo della tecnologia e rappresentatività politica.

Un tema non risolvibile semplicisticamente attraverso la scorciatoia di una app come segno di una visione subalterna della modernità.

Se si pensa a una sinistra coerente e determinata sarà necessario, usando il massimo possibile di pessimismo dell’intelligenza, cercare di muoverci sul terreno della ricerca senza farci ingannare da scadenze apparentemente più vicine e invitanti, ma in realtà illusorie.

Non fermiamoci alla logica del potere seguendo semplicisticamente una modernità priva di valori e di capacità di educazione collettiva.

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Il Donbass rimane sullo sfondo della lite tra Trump e Biden

Nella Repubblica popolare di Lugansk, fino a due giorni fa, la periferia stessa della capitale era sotto il fuoco ucraino: bersagliato con mitragliatrici pesanti il villaggio di Krasnyj Jar; colpi di mortaio da 82 mm su Kalinovo.

In violazione degli accordi di Minsk, blindati vengono dislocati in prossimità di centri abitati. Secondo Novorosinform, nella giornata di sabato, ancora nella LNR, le truppe di Kiev hanno ripetuto tiri di mortaio da 82 e 120 mm, lanciagranate su affusto SPG-9 e AGS-17 su Želobok, Kalinovo-Borščevatoe e Logvinovo.

Contro la Repubblica popolare di Donetsk, negli ultimi giorni, si è invece intensificata l’attività dei cecchini dell’esercito ucraino, in particolare nelle aree di Gorlovka, Golmovskij, del villaggio minerario di Gagarin, Aleksandrovka, Leninskoe, Marjinka, Zajtsevo. Il 25 settembre scorso, colpito il rione Kujbišev, alla periferia di Donetsk. Un villaggio della LNR su cui, a quanto pare, non cadranno più i colpi ucraini, è quello di Sokolniki, nel distretto di Slavjanoserbsk: semplicemente, rimasto sotto il martellamento ucraino dal 2014, gli abitanti hanno viste distrutte le proprie case e sono stati costretti a trasferirsi lontano dalla linea del fronte.

Una mano abbastanza pesante alla situazione del Donbass l’ha prestata in questi ultimi anni, tra gli altri, anche l’inviato speciale (oggi: ex) del Dipartimento di Stato per l’Ucraina Kurt Volker. Oltre al suo conosciuto appoggio all’ex presidente Petro Porošenko, alla malcelata russofobia, al tirare per le lunghe l’inconcludente “formato Volker-Surkov”, Volker rischia ora di essere accusato anche di una questione sussurrata da tempo. Di aver cioè cumulato in Ucraina, accanto agli “impegni” internazionali e alla cura per gli affari di casa Biden, anche quelli del BGR Group e del McCain Institute, padrini della Raytheon Company, produttrice dei sistemi anticarro “Javelin”. Su “raccomandazione” di Volker, Kiev avrebbe già acquistato 37 lanciatori ATGM “Javelin” e 210 dei relativi razzi.

Ma, ovviamente, l’attenzione pressoché esclusiva dei grandi media è ora concentrata sul duello elettorale tra democratici e repubblicani USA e sul ruolo di Kurt Volker: duello dietro cui la situazione delle popolazioni del Donbass fa appena da sfondo, e non sempre.

E così, ecco che, come scrive Jurij Barančik su iarex.ru, “le dimissioni di Volker sono associate al suo tradimento degli interessi degli Stati Uniti e al suo lavoro per un paese straniero”, per la proposta da lui fatta all’avvocato di Trump, Rudolph Giuliani, di incontrare il fiduciario di Vladimir Zelenskij, Andrej Ermak, la qual cosa viene considerata un tentativo di corruzione di Giuliani da parte ucraina tramite Volker.

Le dimissioni di Volker, soprattutto, aprono il sipario su una scena che tutti conoscono da anni, ma che sinora è sempre stata trattata quasi come “effetto collaterale” della questione ucraina: gli affari di casa Biden e, di conseguenza gli interessi “democratici” in terra (nel senso letterale: è ancora sul tappeto la liberalizzazione delle vendite di terre a monopoli stranieri, senza di che il FMI potrebbe chiudere la borsa) ucraina.

Soprattutto, ancora secondo Barančik, l’uscita di scena di Volker indica che a Zelenskij si è detto più o meno di cominciare a trattare con Mosca: “Trump si lava le mani del caso ucraino: questo è ora un problema dei democratici”. Sembra anche che i Presidenti di tre Commissioni del Congresso (esteri, intelligence, controllo e riforme) intendono ottenere la rimozione di altri quattro funzionari del Dipartimento di Stato in qualche modo collegati alla vicenda ucraina: l’ex ambasciatore a Kiev Mari Jovanovič, il vice assistente del Segretario di Stato George Kent, il Consigliere Ulrich Brechbuhl e l’Ambasciatore presso la UE Gordon Sonland.

Rudolph Giuliani aveva già avanzato il “sospetto” che i vertici di Kiev fossero invischiati nel riciclaggio di valuta a favore di Hunter Biden, figlio dell’ex vice Presidente USA, Joe, che, insediato nel CdA della holding del gas Burisma, avrebbe intascato 3 milioni di dollari, passati da Lettonia e Cipro, prima di finire nelle sue tasche.

Prima di Volker, a Kiev si era già dimesso il Segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Aleksandr Daniljuk, (nei mesi scorsi aveva dichiarato che il Donbass non otterrà mai lo status speciale, previsto dagli accordi di Minsk), che quando occupava il posto di Ministro delle finanze, nel passato governo Grojsman, era stato a diretto contatto con Joe Biden, nelle frequentissime gite di questi a Kiev.

Ora, stando al Wall Street Journal, la quota maggiore dei fondi versati alla “Clinton Foundation” dal 1999 al 2014 veniva per l’appunto dall’Ucraina (10 milioni di $) e, secondo WikiLeaks, la parte del leone, con 8,6 milioni di $, l’aveva fatta l’oligarca Viktor Pinčuk: 4° miliardario d’Ucraina nella classifica Focus per il 2018.

Aveva fatto da “corriere” il deputato Sergej Leščenko, che a suo tempo aveva trasmesso ai Clinton non solo i soldi di Pinčuk, ma anche i “documenti” che costarono posto e carriera all’allora responsabile della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort.

Non a caso, Giuliani ha fatto il nome di Leščenko tra i “nemici di Trump” a Kiev. Coinvolto nella storia anche l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney (secondo la CNN l’unico “tra i repubblicani ad aver espresso preoccupazione per il colloquio Trump-Zelenskij) dal momento che il suo consigliere, Joseph Cofer Black, ex responsabile anti-terrorismo della CIA, faceva parte, insieme a Hunter Biden, del CdA di Burisma, in qualità di “consulente per la sicurezza e gli attacchi informatici”.

In tutta la vicenda, sembra però che qualcosa abbia da dire anche l’ex Procuratore generale (da febbraio 2015 a marzo 2016) ucraino Viktor Šokin, a suo tempo rimosso con l’intervento dell’ex ambasciatore Geoffrey Pyatt (e sostituito dall’elettrotecnico Lutsenko) proprio su pressione di Joe Biden, per le sue indagini sugli schemi corruttivi legati alla Burisma Holding.

Qualche tempo fa, Šokin aveva depositato una memoria a favore del gruppo “DF”, di proprietà del magnate Dmitrij Firtaš (sembra che le sue ricchezze vengono soprattutto dal transito del gas russo attraverso l’Ucraina) a proposito delle manovre messe in atto a fine 2015 da Petro Porošenko e Joe Biden e delle dichiarazioni del Ministro degli interni Arsen Avakov, secondo cui dagli USA sarebbe giunta una richiesta di arresto di Firtaš al suo rientro in Ucraina.

Per “convincere Porošenko alla mia destituzione” afferma Šokin, “Biden minacciò di trattenere il previsto miliardo di dollari di sussidi all’Ucraina”. La verità, dice ancora l’ex Procuratore, “è che sono stato costretto alle dimissioni a causa dell’indagine avviata sulla corruzione nella Burisma Holdings”.

Nella sostanza, scrive colonelcassad.livejoirnal, Jurij Lutsenko fu nominato proprio per mettere a tacere il caso Burisma ed è naturale che egli continui tutt’oggi a proclamare che “dal punto di vista della legge ucraina, Hunter Biden non aveva violato nulla, dato che le infrazioni nel CdA di Burisma erano avvenute due anni prima del suo arrivo”. Per Vladimir Zelenskij, continua colonelcassad, “con lo sviluppo della guerra politica interna a Washington, sarà sempre più difficile rimanere seduto su due sedie: sarà necessario fare una scelta”, ora che anche Washington pare spingerlo a trattare con Mosca; cosa prometta di portare questo al Donbass, è un altro discorso.

In ogni caso, Šokin e la sua testimonianza nel caso Burisma “sono uno degli strumenti più efficaci nelle mani di Trump per fare pressione su Biden. Pertanto, avremo occasione di vedere ancora spesso l’ex Procuratore generale, a meno che non sia colto da un “improvviso” attacco cardiaco”.

Questa è l’Ucraina: un paese ridotto a servire gli interessi strategici, politici e militari, di UE e USA e dei loro monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari. Un paese in cui, per il prossimo inverno, qualche regione (Odessa) decide di interrompere l’approvvigionamento di calore, col pretesto della “mancanza di domanda da parte della popolazione per i servizi centralizzati di fornitura di acqua calda e l’aumento dei prezzi dell’energia”, ma in cui qualcun altro si è riempito le tasche anche attingendo ai 15 miliardi di dollari che la UE ha erogato dal 2014 ai nazi-golpisti di Kiev: così, per dire, si parla di 50.000 dollari al mese intascati da Hunter Biden alla Burisma Holding, nonostante la sua “totale mancanza di credenziali o qualifiche”.

Un paese in cui alcuni canali televisivi (112-Ucraina, NEWSONE, NAŠ, ZIK) rischiano di perdere le licenze di trasmissione, accusati di “attività sovversive contro lo stato ucraino”, ma che qualcun altro, sfidando l’evidenza, definisce “l’unica democrazia vera del mondo post sovietico (con l’ovvia eccezione dei Baltici ormai entrati nell’UE)”. Beh, se potessero dire la loro, i morti bruciati vivi il 2 maggio 2014 alla Casa dei sindacati di Odessa da cotanta “democrazia”...

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Quante opposizioni può reggere un quadro politico?

Con l’avvio del governo giallo-merda il monopolio dell’opposizione è passato de facto all’ex compare di governo Salvini. Più in generale, il “sovranismo” si è imposto quale unica opposizione possibile, dopo essere stato per quattordici mesi il collante valoriale del contratto giallo-verde. En passant: qualsiasi valutazione vogliamo darne, il trasformismo è di fatto il tratto caratteristico del ceto politico del paese dall’Unità ad oggi. Ma torniamo a noi. Dentro lo schema binario che si è imposto, e cioè europeismo di governo contro sovranismo d’opposizione, a sparire di fatto saranno tutte le “voci terze”, di volta in volta stritolate tra sostegno all’euroliberismo “democratico” o intelligenza col nemico sciovinista.

Come uscirne? Molto difficile. La premessa sarebbe riconoscere lo stato di minorità che la situazione impone, al di là delle nostre forze, già oggettivamente scarse. Subiamo una fase in cui il quadro politico appare blindato dentro due false alternative, che però – presentandosi in lotta tra loro – si radicalizzano nella comunicazione politico-mediatica e quindi anche nella percezione di gran parte della popolazione. Al momento, peraltro e nonostante i giochi di palazzo, le forze d’opposizione sono elettoralmente più forti, ideologicamente più compatte e politicamente più organizzate. Difficile invertire la tendenza nel breve-medio periodo. La maestria “democratica” di saper maneggiare i rapporti di forza nel palazzo non impedirà, prima o poi, di fare i conti coi rapporti di forza fuori dal palazzo. Questo è il motivo decisivo della corsa al proporzionale. Su cui vanno dette alcune cose.

In un quadro definito entro cui si scontrano due partiti (o coalizioni) elettoralmente predominanti, la spinta ad un sistema maggioritario si presenta come naturale certificazione di un bipolarismo di fatto. La ricerca di “governabilità” spinge l’insieme delle forze politiche ad escogitare quei correttivi utili al mantenimento del potere del partito o coalizione vincente. In un quadro tripolare come quello in cui stiamo vivendo da qualche anno, le dinamiche sono inevitabilmente opposte. La sequenza di elezioni politiche, regionali e comunali dal 2013 ad oggi ha infatti fatto chiarezza su di un fatto incontrovertibile: al momento del ballottaggio, o in sede di contrattazione post-elettorale, due delle tre forze – non importa quanto distanti politicamente l’una dall’altra – saranno naturalmente portate ad accordarsi, esplicitamente o tacitamente, in vista della lotta al momentaneo problema principale. È stato così nelle elezioni comunali di Torino e Roma, e l’esperienza al livello nazionale parla da sola. Se questa è la tendenza in atto, non può meravigliare la corsa al proporzionale di un ceto politico fino a ieri convinto del maggioritario.

Quel che fatichiamo ancora a capire è che per la politica borghese non esistono problemi etici o principi ideali in funzione del mantenimento del potere. Renzi docet: non c’è alcuna adesione ideologica al maggioritario piuttosto che al proporzionale, l’importante è garantire il quadro politico da intoppi, fughe in avanti ed eccessiva instabilità. D’altronde, conviene ricordare che il ritorno al proporzionale è stato compiuto dal centrodestra nel 2005 (legge Calderoli), e confermato dal centrosinistra nel 2017 (legge Rosato), anche se con particolari correttivi quali premio di maggioranza e soglie di sbarramento elevate. Siamo già, da quattordici anni, in regime proporzionale, nonostante tutto lo sbraitare che vediamo su tg e giornali sul “golpe proporzionale” in corso. Chi sta gridando al golpe (Salvini, ad esempio), è lo stesso che lo votò nel 2005. A valere è solo l’estremo realismo, più correttamente cinismo, dei rapporti di potere.

Proprio Renzi è quello che ha capito prima e meglio l’attuale fase. Sta tornando il famigerato pentapartito, dunque bisogna attrezzarsi. E in uno schema proporzionale l’unico modo di sopravvivere non è “vincere le elezioni” (cosa d’altronde impossibile, a meno che non si raggiunga il 50% dei voti, cosa mai accaduta dal 1948 ad oggi), ma conquistarsi una rendita di posizione. Renzi non ha alcuna intenzione di raggiungere il 20 o il 30% alle elezioni, non è così stupido. Vuole attestarsi su di una percentuale utile – sia essa il 4, il 6 o l’8%. Utile a contrattare ruoli di governo o di opposizione dopo il voto, in sede parlamentare (la stessa dinamica che ha portato l’inutile accrocco di LeU ad avere un ministro nel nuovo governo). Potremmo dire che tutto ciò sia comunque “più democratico” del quadro maggioritario-bipolare-presidenziale-di-fatto della cosiddetta Seconda repubblica. Potremmo, ancora, dire che ristabilisca una logica parlamentare, in connessione col dettato costituzionale, violato dal presidenzialismo-di-fatto in vigore tra il ’94 e il 2011. Il problema è che in assenza di partiti strutturati, di lotta politica e di riferimenti ideologici forti, uno schema proporzionale anestetizzato di questo tipo favorisce unicamente i giochi di potere nel palazzo, senza produrre nessuna vera democratizzazione dei rapporti politici. Si dirà, insistendo, che è comunque meglio del maggioritario. Quel che dovremmo capire è che non c’è un meglio o un peggio in questa fase, perché il meglio e il peggio sono stabiliti da soggetti esterni e contrari agli interessi di democratizzazione della vita politica del paese.

Chiusa la parentesi, torniamo a noi: come può una sinistra di classe minoritaria e frammentata smarcarsi da un quadro chiuso nell’alternativa tra europeismo liberista e nazionalismo reazionario? Inutile farsi illusioni: non può smarcarsi. Può testimoniare un’alterità, ma sarebbe opera appunto di testimonianza, non di iniziativa politica. L’azione – l’unica possibilità – che ci è data è quella di costringere le due alternative a convergere. Se infatti queste sono, come diciamo un po’ tutti da tempo, “false”, va dimostrato coi fatti, non nelle nostre cavillose analisi.

Questo paese soffre di una straordinaria mancanza di conflitto, e infatti tutto il quadro politico è tenuto unito dalla pacificazione. Le idee politiche attualmente in competizione possono presentarsi “alternative” solo in presenza di pace sociale, una pace costantemente alimentata e perseguita manu militari da tutti gli attori in campo. Lo scontro è solo nel palazzo, nella rete, nella campagna elettorale permanente, tra leader politici e nel circuito informativo. Il fuori non è contemplato. È per questo che l’unica sopravvivenza possibile è quella del conflitto tanto contro il governo quanto contro questa opposizione. Non la testimonianza del conflitto, ma il conflitto aperto, quello che costringe a schierarsi a favore o contro. Da qualche parte, d’altronde, bisognerà pur ricominciare, e non c’è scommessa che non includa una parte di rischio. Dobbiamo forzare una situazione bloccata, con ogni mezzo opportuno. Il riavvicinamento – già in corso – al Pd derenzizzato di una parte della sinistra non può essere combattuto solo in nome di buoni propositi radicali.

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Una manovra di bilancio da 30 miliardi può essere “espansiva”?

La domanda, oltre che sul piano economico, potrebbe prestarsi a più di qualche disquisizione filosofica. Può la definizione di espansiva rendere effettivamente “espansiva” una manovra di bilancio da 30 miliardi di euro?

Non possiamo qui scomodare il mondo delle idee di Platone, ma ascoltando le parole del Ministro dell’Economia Gualtieri, la domanda ci appare legittima.

Intervistato da Lucia Annunziata nel suo programma domenicale su Rai 3, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha affermato che quella che il governo si appresta a varare nel mese di ottobre sarà una manovra che si aggirerà attorno ai 30 miliardi. Una cifra credibile e ben definita, secondo il Ministro, “se si sommano i 23 miliardi per lo stop agli incrementi dell’Iva e le misure che vogliamo mettere in campo”.

Queste misure sono, appunto, la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia (per scongiurare l’aumento dell’Iva), interventi sul cuneo fiscale che saranno però “un primo passo” di una riforma più ampia da realizzare nell’arco del triennio “per ridurre le tasse sul lavoro e sull’impresa” partendo “dai redditi bassi e medi”. Inoltre nella “prossima finanziaria” si punterà anche ad aumentare gli “investimenti pubblici” e verrà istituito un “grande fondo dedicato alla transizione ecologica dell’economia”: un “Green new deal”.

In merito alle ipotesi che circolano sul livello di deficit da inserire nel testo, il ministro si è limitato a dire: “forse è meglio non dichiarare il 2,4% e poi fare il 2,04% e nel frattempo avere una impennata dello spread che pagano tutti, “Meglio – per Gualtieri – collocarsi in mezzo dall’inizio senza turbative, quindi è una saggia via di mezzo che noi percorreremo”.

La manovra del governo sostenuto da M5S-Pd-Leu, secondo Gualtieri, “non” sarà “restrittiva” perché prevederà una “piccola espansione per conciliare l’equilibrio dei conti con l’impegno di ridurre il debito pubblico”. Per questo l’esecutivo intende utilizzare “il massimo della flessibilità” consentita da Bruxelles.

La spesa pubblica sarà rivista ma “non ci saranno tagli a scuola, sanità, università, non ce lo possiamo permettere, sarebbe controproducente”, ha sottolineato. Anzi, in cantiere in un’ottica triennale, ha aggiunto che ci sarà il “superamento progressivo” del superticket nella Sanità. E, sempre guardando all’orizzonte pluriennale “non ci sarà solo la riduzione o l’azzeramento delle rette degli asili per i redditi medio-bassi ma anche un piano di costruzione di asili nido”.

Infine Gualtieri ha precisato che quota 100 e il reddito di cittadinanza verranno confermati. Salvo far notare che la prima misura comunque andrà “ad esaurimento” e potrebbe costare anche meno di quanto preventivato. Mentre il reddito di cittadinanza, vedrà rafforzata la ‘gamba’ delle politiche attive per il lavoro

È importante, nell’esposizione del ministro, sottolineare l’annuncio dei tempi. Quando si parla di dati certi (i soldi per le clausole sull’Iva) i tempi diventano definiti, quando si parla di misure espansive (taglio cuneo fiscale, superamento del supeticket sulla sanità, azzeramento rette asili nido), i tempi si fanno meno certi, infatti diventano: “arco del triennio, “ottica triennale”, “orizzonte pluriennale”.

Insomma appare piuttosto evidente che, nonostante qualche tesoretto arrivato dal cielo (risparmi su quota 100 e reddito di cittadinanza, maggiori entrate dalla fatturazione elettronica), la tagliola dei vincoli di bilancio si succhierà il 90% delle risorse previste per la manovra finanziaria di quest’autunno. Se resterà qualche briciola dal solito gioco a somma zero che toglie da una mano e la mette in un’altra, forse, ma forse, ci scapperà qualcosa. In compenso dobbiamo accontentarci della sola idea che qualcosa potrebbe, potrebbe appunto, scapparci in futuro. L’importante è definire la manovra di bilancio per quest’anno come “espansiva” e il gioco è fatto. L’idea è sufficiente a muovere le cose e renderle fattuali.

I nostri lettori ci perdonino lo scetticismo, ma molti di noi si sono fatti le ossa nel gorgo della famigerata “politica dei due tempi: prima i sacrifici, poi i benefici” e hanno imparato a proprie spese che questa è stata sempre una partita in cui abbiamo visto giocare solo il primo tempo.

Quando si doveva giocare il secondo tempo le squadre non sono mai rientrate in campo dagli spogliatoi e le partite sono state sempre vinte a tavolino dai sacrifici. I benefici del secondo tempo? Non pervenuti.

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1949, Stella Rossa sulla Cina. Settanta anni dopo: Mao e la rivoluzione possibile

Martedì 1 ottobre saranno Settanta anni della Rivoluzione Cinese, il prossimo 3 ottobre – a Roma – presso i Magazzini Popolari di Casalbertone, la Rete dei Comunisti darà vita ad un Incontro Pubblico che vuole ricordare il 70° Anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese.

Naturalmente – come è consuetudine nello stile di lavoro della nostra Organizzazione – questo Incontro non sarà una vuota celebrazione ma una ulteriore occasione per discutere ed approfondire non solo un importante evento storico ma l’attualità della categoria politica (e del processo materiale) della Rivoluzione nel nostro tempo storico.

Abbiamo quindi rivolto alcune domande a Mauro Casadio, della Rete dei Comunisti il quale, assieme al compagno Roberto Sassi, avvieranno la discussione del 3 ottobre.

Il 1 Ottobre del 1949 fu proclamata la Repubblica Popolare Cinese. Una vera guerra di liberazione nazionale, in un paese enorme, diretta con grande intelligenza tattica e strategica da un Partito Comunista. Che tipo di rottura del vecchio ordine coloniale rappresentò quel grande processo politico e sociale che – come racconta la storia contemporanea – ha mutato radicalmente la storia dell’Asia e, successivamente, gli equilibri internazionali?

Il tipo di rottura fu rivoluzionaria nel senso pieno della parola e del contesto storico. La vittoria sul nazifascismo in cui l’URSS ha avuto un ruolo fondamentale, la nascita dei paesi socialisti nell’Europa dell’est avevano evidenziato i limiti di uno sviluppo capitalista che aveva portato a due sanguinose guerre mondiali e stavano dimostrando che era possibile un altro modello sociale. Questa nuova condizione materiale e politica erano di impulso ai movimenti rivoluzionari di tutto il mondo e la Cina era il paese dove il Partito Comunista conduceva una guerra rivoluzionaria già dagli anni ’20. La conquista del potere in quel popoloso paese ha impedito agli USA di intervenire in qualche modo e dunque la vittoria dei comunisti in Cina rendeva ancora più credibile una alternativa comunista mondiale. Inoltre dimostrava ulteriormente che le rotture rivoluzionarie avvenivano fuori dalle logiche schematiche in cui solo la classe operaia poteva fare la rivoluzione e di conseguenza rafforzò il movimento anticoloniale ed antimperialista in quello che allora veniva definito Terzo mondo.

Il Partito Comunista Cinese negli anni '60 e '70 si rese protagonista di una aspra battaglia ideologica nell’allora Movimento Comunista Internazionale. I celebri articoli del Quotidiano del Popolo (Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi; Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi) aprirono un ampio dibattito che, particolarmente in Europa ed in Italia, ebbe un vasto eco nel “popolo comunista” anche con la nascita di formazioni politiche che rompevano con il “moderno revisionismo”. A tuo parere ed a distanza di molti decenni cosa resta oggi (sul piano delle “lezioni politiche”) di quella feconda stagione?

La rottura della Cina con l’URSS è avvenuta in un contesto storico in via di cambiamento, il PCUS aveva rilanciato l’economia e la società sovietica ma al suo interno cominciavano ad emergere posizioni revisioniste e di mediazione con l’occidente dovute anche ad un equilibrio dei rapporti di forza militari internazionali che obbligavano ad assumere comportamenti politici attenti a queste trasformazioni globali. La Cina era nel pieno di una nuova sperimentazione sociale scaturita anche dalla arrogante e miope scelta Kruscioviana di rompere le relazioni economiche nella metà degli anni ’50 nel pieno processo di industrializzazione cinese che tentava di risollevare il paese dalla miseria e da una condizione di arretratezza secolare.

Quello che accadde in Europa nell’ambito delle organizzazioni comuniste fu il riflesso diretto di quella rottura politica internazionale che mostrava anche basi teoriche diverse che cominciavano a consolidare quella divaricazione. Sul piano politico di quella fase completamente diversa oggi rimane poco, invece sul piano teorico nel pensiero di Mao molte cose sono attuali e rimangono una parte importante della nostra “cassetta degli attrezzi” che ci possono aiutare ad affrontare una condizione in cui la necessità di una nuova rottura rivoluzionaria comincia a mostrarsi con una evidenza maggiore.

La produzione culturale e teorica di Mao e dei comunisti cinesi è stata – anche considerando il periodo storico in cui si è prodotta e la struttura economica e sociale della “società cinese” – particolarmente attenta alle questioni della “dialettica”e delle varie tipologie di “contraddizioni”. Questa attitudine (il pensiero di Mao) è diventato un metodo di analisi, di interpretazione e di attualizzazione sia delle classiche categorie del marxismo ma anche una modalità a tutto tondo della Politica. Nella elaborazione collettiva e nel percorso di ricerca della Rete dei Comunisti che tipo di bilancio e di acquisizione politico/programmatica avete maturato di questo complesso canovaccio teorico per la battaglia che conducete sul versante della costruzione del Partito/Organizzazione dei Comunisti?

L’attività teorica non è un elemento a se stante, impermeabile alla realtà. In questi decenni di arretramento generale il lavoro teorico della Rete dei Comunisti si è rivolto soprattutto all’analisi delle tendenze e dei fenomeni oggettivi riutilizzando le categorie marxiste, a cominciare dalla Teoria del Valore, che la sinistra e gli stessi comunisti in Italia ed in Europa avevano in gran parte abbandonato. Caduta tendenziale del saggio di profitto, imperialismi, analisi ed inchiesta di classe ed altri canovacci teorici sono stati gli strumenti usati per leggere la realtà oggettiva e le sue profonde trasformazioni. Oggi la crisi del presente modo di produzione si sta manifestando chiaramente e ci pone anche il problema di come una forza comunista si attrezza per assolvere a quei compiti relativi alla costruzione della soggettività. In questo senso ci accingiamo ad affrontare una nuova fase di lavoro teorico che utilizzerà ampiamente il contributo teorico che è venuto da Mao e da quel paese rivoluzionario.

Ricordare la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese non è e non vuole essere una rituale celebrazione di una icona inoffensiva ma – come è stata lo scorso anno la campagna “L’Ottobre sta arrivando” di cui la RdC è stata un soggetto animatore – una occasione per interrogarsi sulle forme e gli strumenti della “rivoluzione in Occidente” a fronte di una situazione generale dove il capitalismo (e le sue insanabili contraddizioni) non è in grado di indicare una stabile prospettiva di pace ed emancipazione per l’intera specie umana. Mentre l’offensiva ideologica, politica e materiale del capitale sembra procedere come un rullo compressore perché è utile, necessario e possibile continuare a definirsi e agire da “rivoluzionari”?

Appunto perché le contraddizioni del modo di produzione capitalista sono insanabili. Come è sempre avvenuto nella storia del conflitto di classe nel capitalismo va ricordato che varie volte il nostro nemico ha vinto. La storia del movimento di classe mondiale ha visto molte più sconfitte che vittorie. Nonostante questo il conflitto di classe è sempre riemerso senza mai dare una vittoria definitiva al capitale. Questo avviene perché la tendenza di fondo spinge ad una crescita generale e senza limiti, dunque al riproporsi delle contraddizioni insite al capitale in dimensioni sempre più grandi ed a ricreare le condizioni per un suo superamento nelle condizioni storiche inedite che volta per volta su ripropongono. La fine dell’URSS ha fatto pensare – non solo agli apologeti del capitale ma anche a molti che hanno smesso di “dichiararsi comunisti” – che la storia fosse finita. Oggi sappiamo che non è così anzi ci troviamo di fronte a contraddizioni mondiali amplificate e di fronte a nuove contraddizioni come quella ambientale tra la dimensione del pianeta e la tendenza del capitale ad accumulare profitti infiniti. Come sempre si cercherà di usare questa contraddizione a vantaggio del presente modo di produzione ma come sempre si ripropone, inevitabilmente, la necessità di essere e di agire da rivoluzionari anche in questa nuova fase storica.

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Argentina: neoliberismo, dipendenza e spiragli di riscatto

L’11 agosto scorso si sono tenute in Argentina le cosiddette “elezioni primarie aperte simultanee e obbligatorie” (PASO). Si tratta di elezioni primarie, estese a tutti i cittadini, volte alla scelta dei candidati del partito votato, eletti a maggioranza semplice per concorrere alle elezioni generali che si svolgeranno il prossimo 27 ottobre. Nella sostanza, oltre ad identificare i candidati, questo tipo di elezione rappresenta un banco di prova e un segnale molto importante per le elezioni generali. I candidati principali erano Mauricio Macri (Partido Cambiemos – attuale presidente, insediatosi nel dicembre 2015) alleato con una parte molto minoritaria del Peronismo (rappresentata da Miguel Pichetto) e, dall’altra parte, Alberto Fernández, una figura che gode di un ampio sostegno della maggioranza del Peronismo in alleanza con Cristina Fernández de Kirchner (il precedente presidente, dal 2007 al 2015). Due poli opposti e due visioni antitetiche della politica economica, su cui vale la pena fare alcune riflessioni in vista dell’imminente appuntamento elettorale.

Il governo di Mauricio Macri, campione del neoliberismo più estremo, terminerà il suo mandato a dicembre 2019 con poche possibilità di essere rieletto. Macri, il delfino dei poteri forti internazionali, aveva impostato la propaganda pre e post-elettorale prima della propria legislatura su tre promesse ‘slogan’ finalizzate ad infarcire un programma di puro attacco agli interessi delle classi popolari:

1. lotta contro il traffico di droga;
2. azzeramento della povertà;
3. riunire gli argentini in una società profondamente divisa.

Si è trattato, ovviamente, di tre slogan del tutto vuoti. Il primo, quello della lotta al traffico di droga, è una consueta parola d’ordine usata ad arte in numerosi paesi sudamericani come grimaldello ideologico per favorire le ingerenze statunitensi. Con la scusa della lotta al narcotraffico gli Stati Uniti hanno al contrario favorito i grandi traffici di droga che dilaniano le società sud-americane e influito pesantemente, anche tramite questa via, sulla vita socio-politica dei paesi. Emblematico il caso della Colombia.

Il secondo e il terzo slogan risuonano come mere bugie utili a nascondere quel programma neoliberista interamente basato sull’esplicito obiettivo di accrescere la povertà e le disuguaglianze sociali. Dietro lo slogan di “unire gli argentini”, in sintonia con quanto storicamente accaduto con tutti i governi dittatoriali o democratici di destra, si è cercato di colpire il peronismo come movimento popolare. Vale la pena ricordare che la storia del movimento peronista, ispirato alla figura del presidente argentino Juan Domingo Peron, è il risultato di un connubio di ideologie ed anime estremamente differenziate, che tuttavia, in estrema approssimazione, al di là degli esiti storici contraddittori e della involuzione conservatrice del secondo Peron nella storia argentina, può dirsi ispirato idealmente ad una visione sociale dell’economia, una promozione degli interessi del lavoro e una difesa della sovranità nazionale dalle ingerenze imperialiste. Elementi, almeno sulla carta, in parte ripresi in modo sfumato anche dal neo-peronismo di oggi.

La lotta ideologica e politica di Macri contro il peronismo è passata per una martellante propaganda mediatica sulle presunte condizioni di decadenza economica del paese attribuite al governo precedente (2003-2015) di Christina Kirchner. Il ritornello usato dal neoliberista Macri è stato quello di una “bomba” sociale in procinto di esplodere lasciata in eredità dai peronisti accusati di spendere e spandere in barba alla disciplina finanziaria (una storiella non troppo diversa da quella raccontata per i paesi mediterranei...).

Oltre agli aspetti propagandistici, nei fatti, il governo Macri ha deciso di applicare praticamente lo stesso piano economico dell’ultima dittatura civile-militare, il cui principale protagonista economico fu José Martínez de Hoz. Un programma tragicamente seguito alla lettera da diversi paesi dell’America Latina negli anni ’70, fedelmente tracciato dalle scuole neoliberiste facenti capo ai cosiddetti Chicago boys, riprodotto meticolosamente dal presidente argentino: svalutazione della divisa nazionale per favorire le imprese esportatrici; riduzione delle imposte sulle esportazioni (aventi il merito storico di tenere bassi i prezzi interni in particolare dei prodotti agricoli), con un immediato effetto di aumento dei prezzi dei prodotti alimentari; liberalizzazione delle tariffe dei servizi pubblici con susseguente aumento dei prezzi; incentivo alle importazioni, che ha generato un drammatico aumento del debito estero (contratto in valuta estera). Come conseguenza di questa politica si è avuto un rapido aumento della disoccupazione. Allo stesso tempo è stata adottata una politica monetaria di aumenti continui dei tassi di interesse. La conseguenza, voluta, di questa politica è stata una riduzione dei salari reali e un aumento dei profitti delle imprese, in particolare, del settore agricolo, bancario e finanziario. Per afferrare in modo immediato i risultati deleteri conseguiti dall’agenda neoliberista del governo Macri può essere utile osservare la tabella sottostante, che riporta degli indicatori economici relativi al 2015 (alla fine del governo Fernandez) e nel 2019. Si nota come nell’era Macri vi sia stato contestualmente un aumento della disoccupazione, del debito estero, dell’inflazione e del tasso di interesse a tutto vantaggio dei profitti d’impresa.

Indicatore economico-sociale Governo Cristina Fernández de Kirchner (dati 2015) Governo Mauricio Macri (dati 2019)
Tasso di disoccupazione 5,6% 10,1%
Incidenza della povertà (% della popolazione totale) 29,2% 35%
Debito estero netto (espresso in % del PIL) 18,1% (dato 2013) 48%
Tasso di inflazione medio annuo 30% 60%
Tasso di cambio (quanti Pesos argentino per un Dollaro americano) 9,84 57
Tasso di interesse medio annuo 30% 75%


‘La migliore squadra degli ultimi 50 anni’, così come ama definirsi l’attuale governo argentino, ha peggiorato dunque tutti gli indicatori economici e sociali esistenti.

Malgrado l’evidente fallimento sociale ed economico di Macri, l’esito delle elezioni dell’11 agosto deve essere considerato una sorpresa. Il governo Macri, infatti, ha beneficiato del supporto assoluto dei grandi gruppi di comunicazione, in particolare il gruppo Clarín (TV, giornali, Internet, telefonia cellulare). Il governo godeva pertanto di una sorta di “protezione mediatica” che rendeva le critiche pressoché inesistenti o relegate a canali di informazione secondari. Tutti i media in effetti pronosticavano con grandi probabilità una rielezione di Macri e incolpavano il precedente governo della situazione economica del paese. Alla fine, la realtà del disagio popolare ha prevalso e il duo Fernández-Fernández ha ottenuto il 49,49% (12 milioni di voti circa) mentre il duo Macri-Pichetto si è fermato al 32,9% (8 milioni di voti circa), ribaltando radicalmente i risultati delle precedenti elezioni.

Dopo le elezioni primarie, la compagine governativa è entrata nel caos. In primo luogo, il risultato ha determinato una reazione immediata del settore finanziario che aveva entusiasticamente appoggiato Macri sin dall’inizio della sua ascesa, con il crollo degli indici borsistici nel giorno di apertura dei mercati. Ciò ha generato una corsa alla vendita del Peso argentino che il governo non ha potuto fermare. Inoltre, i risparmiatori hanno cercato di ritirare quanto più possibile i loro risparmi in dollari, facendo così cadere le riserve estere di dollari (detenute dalla banca centrale argentina). Ciò ha contribuito ad un’ulteriore svalutazione del Peso, al fronte di rinnovati timori circa la capacità dell’Argentina di far fronte agli obblighi in valuta estera. Il governo, quindi, è entrato nel panico e ha stabilito di posticipare il pagamento dei titoli del debito pubblico in scadenza per frenare in qualche modo la picchiata del Peso argentino, temendo che la maggiore liquidità in Pesos in circolo derivante dal rimborso a scadenza dei bond venisse convertita in dollari. Si è trattato, di fatto, di un ‘default selettivo’ così come lo hanno definito le agenzie di rating. Ciò ha dato luogo ad un avvitamento della situazione sfociata infine nella decisione del Fondo monetario internazionale di non erogare una parte dei prestiti concordati prima con il paese. Il governo, dopo un paio di giorni di stallo, ha infine applicato un controllo diretto sulla valuta. Una delle misure che era stata tra le più criticate nei confronti del precedente governo perché giudicata “limitativa delle libertà individuali” (il governo Kirchner aveva stabilito il controllo dei cambi dal 2011 al 2015), è stata puntualmente attuata in condizioni emergenziali dal governo Macri.

In questo scenario si inseriscono anche le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Durante l’ultimo anno di governo Macri (nello specifico, dal giugno 2018), l’FMI ha concesso all’Argentina 45 miliardi di dollari: si tratta di una cifra record per l’FMI, mai prestata prima in un solo anno ad un paese. Anche per questo motivo l’Argentina è diventato il primo paese debitore del Fondo, i cui vertici hanno recentemente dichiarato che, tuttavia, per la prossima tranche di aiuti occorrerà attendere l’esito delle elezioni di ottobre. Un ulteriore capitolo di una triste storia di ingerenza da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, capitanate proprio dal FMI, che da molto tempo considerano l’Argentina un vero e proprio laboratorio preferenziale per l’attuazione di riforme neoliberiste.

Questa fase caotica precede e prepara il momento fatidico delle elezioni del 27 ottobre quando i due poli si affronteranno nuovamente e verrà determinato l’esito delle elezioni generali.

Da un lato Mauricio Macri e Miguel Angel Pichetto, i campioni del neoliberismo, fedeli servitori degli interessi stranieri e dell’imperialismo economico statunitense, sostenitori di un programma politico-economico che ripropone le ricette devastanti già sperimentate sino ad oggi: indebitamento estero, aumento della dipendenza del paese dal commercio internazionale, ulteriore riduzione dei salari e dello Stato sociale, riduzione delle imposte sul capitale, in particolare sui grandi gruppi agrari e il settore finanziario. Una piattaforma esplicitamente orientata a colpire gli interessi delle classi popolari.

Dall’altro lato Anibal Fernandez accompagnato da Chirstina Fernandenz de Kirchner si presentano come il volto moderato del peronismo alternando in un equilibrismo precario propositi di progresso sociale e un moderatismo di politica economica non esplicitamente dirompente rispetto agli equilibri attuali. Del resto il grado di libertà della politica economica del paese è strettamente legato ai problemi della bilancia dei pagamenti dovuti ad una forte limitazione di valutazione estera in dollari ed ai problemi di indebitamento con il Fondo monetario internazionale vero cavallo di Troia usato dagli USA come strumento di ingerenza nello sviluppo del paese.

La possibilità, nel caso di vittoria elettorale, dei neo-peronisti di portare avanti una significativa politica di progresso sociale ed economico delle classi subalterne dipenderà dalla volontà e capacità di far uscire il paese dalla propria posizione di subalternità e dipendenza dagli USA e dal commercio internazionale, che nel quinquennio del governo Macri si è gravemente approfondita facendo tornare l’Argentina agli anni bui della crisi del 2001.

Fonte

Il Governo della Marmotta

di Alessandra Daniele

Siamo prigionieri d’un timeloop.

L’ho già detto? Per forza, è un timeloop. E posso dimostrarlo:
Beautiful è in onda dal 1987, ed è la soap opera più seguita al mondo. Pescando qualcuna a caso delle ormai quasi settemila puntate, ogni volta ci si trova Brooke Logan sposata con uno diverso dei suoi parenti acquisiti dai precedenti matrimoni: il suocero, il cognato, il genero. Li ha sposati tutti, anche più d’una volta ciascuno. Ridge l’ha sposato sette volte, negli intervalli fra gli altri. Gli ex mariti della figlia li ha sposati entrambi. Ha sposato due volte un tizio che è stato contemporaneamente suo genero, e suo cognato.

Brooke è il PD.

Negli ultimi vent’anni, il PDS-PD è stato al governo letteralmente con chiunque, passando con disinvoltura da Bertinotti a Cossiga, da Di Pietro a Mastella, da Pecoraro Scanio a Gasparri, dalla Binetti alla Santanchè. Coalizioni, larghe intese, governi tecnici, di transizione, d’emergenza, di salvezza nazionale, il PD non ne schifa nessuno. Che facciano schifo agli italiani non conta un cazzo.
Show must go on Schegge taglienti, 28 ottobre 2013

Eppure, più di metà degli elettori italiani continua a votare.

Per rabbia, per paura, per ripicca, per sfregio. Per fedeltà alla maglia.

Vota Tizio contro Caio.

Poi Tizio e Caio vanno al governo insieme.

E alla fine vanno al governo col PD.

Il partito capace di governare coi No Vax di Paola Taverna, e contemporaneamente tesserare Beatrice Lorenzin.

Il partito capace di tesserare Laura Boldrini promettendo “discontinuità” sull’immigrazione, e contemporaneamente confermare gli accordi di Minniti e Salvini con la Libia.

Non c’è nessun bipolarismo, nessun tripartitismo, nessuna reale contrapposizione fra loro che non sia solo una faccenda di ambizioni e vendette personali.

Il M5S ha governato con la Lega per più d’un anno, controfirmandone tutte le peggiori porcate razziste e securitarie, e avrebbe continuato per altri quattro anni se Salvini non l’avesse incautamente scaricato.

E immediatamente dopo, il Movimento 2 Facce è passato a governare con quello che fino al giorno prima chiamava il partito di Bibbiano.

Di Maio ha preteso il ministero degli Esteri, per garantire continuità. Con Alfano.

Il PD – di cui il fanclub di Renzi, Italia Viva, è la più recente metastasi – con la Lega di fatto condivide almeno metà del programma, dalle Grandi Opere a base di montagne traforate, al criminale finanziamento dei lager libici.

Siamo prigionieri d’un timeloop spraleggiante, ad ogni iterazione l’orbita decade ulteriormente, lo scenario diventa più grottesco.

Il nodo di Moebius si stringe. E ritorce l’effetto contro la sua causa.

La rabbia delle periferie è servita a ingrassare lo spauracchio populista, fino a far sembrare giustificata ogni contromisura di Palazzo.

Le manifestazioni ecologiste vengono sfruttate come spot planetario per quel cosiddetto Green Deal che è il nuovo business dello stesso vorace capitalismo che di fatto contestano.

Il Capitale si ricicla.

I governi si ritingono di verde.

Ma non è ecologismo. È muffa.

Eppure, più di metà degli elettori continua a votare.

Quando sarebbe molto meglio inserire nell’urna, dentro la scheda, uno scarafaggio vivo.

Uno ciascuna.

Non risolverebbe le cose, ma sarebbe un buon inizio.

Fonte

domenica 29 settembre 2019

Il ruolo del Regno Unito nella guerra in Yemen


La Gran Bretagna non si limita a fornire bombe che cadono sullo Yemen, ma fornisce il personale e le competenze che fanno andare avanti la guerra. Ma il governo sta infrangendo la legge?

Per più di quattro anni, una brutale campagna aerea saudita ha bombardato lo Yemen, uccidendo decine di migliaia di persone, ferendone centinaia di migliaia e sfollandone milioni, creando la peggiore crisi umanitaria del mondo. E le armi britanniche sono decisive in questo massacro. Ogni giorno lo Yemen viene colpito da bombe britanniche – sganciate da aerei britannici che vengono pilotati da piloti addestrati dagli inglesi e mantenuti e preparati in Arabia Saudita da migliaia di appaltatori britannici.

La coalizione militare a guida saudita, che comprende Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait, ha ”preso di mira i civili in maniera diffusa e sistematica”, secondo le Nazioni Unite – lanciando bombe su ospedali, scuole, matrimoni, funerali e anche campi per sfollati in fuga dai bombardamenti.

L’Arabia Saudita ha parti vitali della sua guerra contro il movimento Houthi dello Yemen negli Stati Uniti e nel Regno Unito. La Gran Bretagna non si limita a fornire armi per questa guerra: fornisce il personale e le competenze per continuare la guerra.

Il governo Britannico ha schierato Personale RAF ed ingegneri per addestrare i piloti sauditi. Mentre un ruolo ancora più grande è svolto da BAE Systems, la più grande compagnia di armamenti britannica, che il governo ha subappaltato per fornire armi, manutenzione ed ingegneri all’interno dell’Arabia Saudita.

“I capi sauditi dipendono assolutamente da BAE Systems“, ha detto John Deverell, un ex mandarino MOD ed addetto alla difesa in Arabia Saudita e Yemen. “Non possono farcela senza di noi”.

Di recente un impiegato della BAE ha chiarito in modo più chiaro ai Dispatch di Channel 4: “Se non fossimo lì, tra 7 e 14 giorni non ci sarebbe un jet in cielo”.

Le bombe britanniche che piovono sullo Yemen sono prodotte in tre città: Glenrothes in Scozia, Harlow e Stevenage nel sud-est dell’Inghilterra. Le bombe escono dalle linee di produzione di proprietà di Raytheon UK e BAE Systems, società incaricate dal governo di fabbricare bombe Paveway (£ 22.000 a testa), bombe di Brimstone (£ 105.000 a testa) e missili da crociera Storm Shadow (£ 790.000 a testa) per il Royal Saudi Royal Air Force. BAE, sotto contratto governativo, assembla anche i lanci di queste bombe negli hangar appena fuori dal villaggio di Warton, nel Lancashire.

Una volta che queste armi arrivano in Arabia Saudita, il coinvolgimento della Gran Bretagna è tutt’altro che finito. L’esercito saudita non ha le competenze per usare queste armi per combattere una lunga guerra aerea. Così BAE, ha stipulato un contratto con il governo del Regno Unito, per fornire i cosiddetti servizi “interni”.

In pratica, ciò significa che circa 6.300 appaltatori britannici sono di stanza in basi operative dirette in Arabia Saudita. Lì, addestrano i piloti sauditi e conducono la manutenzione – essenziale giorno e notte – su aerei logori che volano a migliaia di miglia d’altezza attraverso il deserto saudita verso i propri obiettivi nello Yemen. Supervisionano anche i soldati sauditi per caricare bombe sugli aerei ed impostare gli inneschi per gli obiettivi previsti.

Circa 80 tecnici militari della RAF sono registrati all’interno dell’Arabia Saudita. A volte lavorano per BAE per aiutare a mantenere e preparare gli aeromobili. Altre volte operano come revisori per garantire che BAE stia rispettando i contratti del Ministero della Difesa. Poi vi sono ulteriori ”ufficiali di collegamento” della RAF all’interno del centro di comando e controllo, da cui vengono selezionati gli obiettivi nello Yemen.

Gli aerei da soli non hanno mai sconfitto un’insurrezione guerrigliera. Nonostante le atrocità commesse dagli Houthi sul campo, il sostegno interno al gruppo ribelle è stato rafforzato dallo sdegno per anni di bombardamenti sauditi. Di fronte a questa realtà, l’anno scorso l’Arabia Saudita ha deciso di schierare significative forze di terra oltre confine e anche qui gli inglesi si sono uniti alla missione.

Nel maggio 2018, una quantità sconosciuta di truppe britanniche è stata inviato in Yemen per assistere le forze di terra saudite. Da allora, diversi giornali hanno pubblicato rapporti di forze speciali britanniche ferite in battaglie sul campo all’interno del territorio controllato dalle forze Houthi.

Secondo la legge britannica è illegale autorizzare le esportazioni di armi se queste vengono usate deliberatamente o sconsideratamente contro i civili – o, in termini legali – per violare il diritto internazionale umanitario. Vi sono prove schiaccianti che i sauditi stiano agendo palesemente in violazione di queste norme e tuttavia quando vengono sollevate domande in Parlamento sul ruolo della Gran Bretagna riguardo le atrocità che si verificano nello Yemen, i ministri conservatori si limitano in genere a tre risposte logore.

In primo luogo, affermano che in Gran Bretagna opera “uno dei regimi di esportazione di armi più solidi al mondo”.

Secondo, dicono che mentre la Gran Bretagna può armare l’Arabia Saudita, non sceglie gli obiettivi nello Yemen.

In terzo luogo, affermano che la coalizione guidata dai sauditi indaga già sulle proprie presunte violazioni del diritto internazionale umanitario.

Queste risposte sono state da tempo superate dalla sanguinosa realtà della guerra in Yemen. In effetti, mentre il conflitto è continuato, l’uccisione di civili è aumentata in modo significativo. Secondo Larry Lewis, un ex funzionario del Dipartimento di Stato americano che è stato inviato in Arabia Saudita nel 2015 nel tentativo di ridurre il danno civile, la percentuale di attacchi contro civili da parte delle forze saudite è quasi raddoppiata tra il 2017 e il 2018.

L’argomentazione del governo britannico – secondo cui non sono gli inglesi a scegliere gli obiettivi nello Yemen – assomiglia molto alla logica della lobby delle armi americane, con la famigerata affermazione secondo cui “non sono le pistole che uccidono le persone, ma le persone che le usano”.

Dal 2016 molti paesi hanno revocato o sospeso la vendita di armi in Arabia Saudita, tra cui Austria, Belgio, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Svizzera. Ma la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, i cui aerei costituiscono la spina dorsale della flotta da combattimento dell’Arabia Saudita, continuano a resistere.

Ciò potrebbe presto cambiare. Tre dei più alti giudici britannici si stanno chiedendo se sia stata legale l’autorizzazione del governo a concedere miliardi di libbre di armi alla Royal Air Force saudita.

La sentenza della Corte d’appello, prevista per questa settimana (4a settimana di giugno 2019, ndr), potrebbe costringere il governo a sospendere le licenze ed impedire alle bombe e ai pezzi di ricambio di fluire verso l’Arabia Saudita, con la conseguenza di lasciare a terra metà della flotta dell’Arabia Saudita nel giro di poche settimane.

La magistratura potrebbe ora decidere di ridurre la capacità della Gran Bretagna di sostenere la guerra aerea dell’Arabia Saudita. I governi britannico e saudita potrebbero anche decidere di inviare più aiuti per soccorrere i 24 milioni di yemeniti che ora dipendono da un fondo di soccorso delle Nazioni Unite sotto finanziato. Ma una generazione di yemeniti che ha perso la famiglia, la casa, l’educazione e il sostentamento non riavrà più ciò che ha perso per sempre.

Durante un viaggio nello Yemen nel 2016, il parlamentare conservatore Andrew Mitchell ha visitato una scuola nella capitale. Era stata costruita, ha detto, con l’aiuto britannico solo per essere distrutta, con ogni probabilità, da una bomba britannica. “Ho chiesto al mio ospite cosa stessero cantando i bambini”, mi ha ricordato nel suo ufficio di Westminster. Il suo ospite ha tradotto per lui: “Morte ai sauditi”, “Morte agli americani” – e nel rispetto della vostra visita oggi, hanno tagliato la terza strofa“.

Il 27 marzo 2015, un giorno dopo lo scoppio delle prime bombe sullo Yemen, il segretario agli esteri Philip Hammond ha detto ai giornalisti che la Gran Bretagna avrebbe “sostenuto i sauditi in tutti i modi pratici nel combattimento”. Si tratta di un eufemismo.

Le linee di produzione di BAE e Raytheon in Gran Bretagna accelerarono per tenere il passo con i bombardamenti sauditi. È impossibile dire quante bombe il Regno Unito abbia inviato ai sauditi, perché il governo nel 2013 e 2014 ha concesso alla BAE tre licenze speciali per l’esportazione di armi, che consentono la vendita di un numero illimitato di bombe in Arabia Saudita senza richiedere la divulgazione di quante ne siano state effettivamente vendute. Di conseguenza, l’intera scala del programma di riarmo del Regno Unito è rimasta nascosta.

Ma anche scontando questo commercio segreto, le esportazioni militari britanniche verso Riyad si sono moltiplicate di quasi 35 volte in un anno, da 83 milioni di sterline nel 2014 a 2,9 miliardi nel 2015.

L’Arabia Saudita, il più grande esportatore di petrolio al mondo, può permettersi di acquistare queste armi, ma tradizionalmente mancava delle capacità e della forza lavoro per dispiegarle. Un funzionario della difesa degli Stati Uniti in pensione ha scherzato dicendo che in passato tutti i piloti del regno erano stati scelti dalla famiglia del re perché “loro potevano fidarsi solo di qualcuno che non facesse cadere una bomba sul suo palazzo”.

Il personale britannico ha svolto un ruolo importante nella ripresa del gioco. Gli appaltatori governativi svolgono circa il 95% dei compiti necessari per combattere la guerra aerea, ha detto un ex impiegato della BAE a Dispatches di Channel 4, una stima confermata da un ex alto funzionario britannico che ha lavorato in Arabia Saudita durante la guerra aerea.

All’interno delle basi operative avanzate saudite, ci sono migliaia di appaltatori britannici che lavorano per far muovere la macchina da guerra. Gli appaltatori britannici coordinano la distribuzione di bombe e parti di aeromobili. Gestiscono armamenti a clima controllato e lavorano a turni per garantire che le bombe vengano spedite in modo tempestivo per nuove incursioni.

Accanto al personale della RAF, gli appaltatori britannici addestrano i piloti sauditi a condurre pericolose incursioni di bombardamento nelle aspre montagne settentrionali dello Yemen e sulle sue città. Gestiscono anche i sistemi avionici e radar per garantire che gli aerei sauditi possano raggiungere i loro obiettivi, e conducono la manutenzione degli aerei necessaria per farli volare sullo Yemen.

Il governo britannico desidera sottolineare che non ha alcun ruolo nel prendere di mira gli obiettivi e insiste sul fatto che solo l’Arabia Saudita sceglie cosa colpire nello Yemen. Ma non c’è dubbio sul fatto che gli appaltatori britannici consentano all’Arabia Saudita di raggiungere i suoi obiettivi e che la Gran Bretagna sia ben consapevole della natura di questi obiettivi.

Michael Knights, un esperto militare del Golfo presso il Washington Institute for Near East Policy, ha fatto due visite da quando è iniziata la guerra alla base aerea saudita a Khamis Mushayt, vicino al confine con lo Yemen. Gli aerei da questa base, mi disse, avevano condotto una “vera e propria campagna aerea coercitiva” di “bombardamenti terroristici” sulla città di Sa’ada nel 2015 e nel 2016. “Non avresti potuto colpire più obiettivi civili”, ha detto. I capi militari sauditi “hanno fatto una lista di tutti gli obiettivi delle infrastrutture nazionali come abbiamo fatto noi [quando gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno bombardato l’Iraq durante la guerra del Golfo] nel 1991 ... ciò significava tutto: gru, ponti, ministeri ... impianti di trattamento delle acque”.

Gruppi per i diritti umani hanno criticato la coalizione guidata dai sauditi per l’uso dei cosiddetti attacchi a “doppio tocco”, in cui una seconda bomba viene lanciata pochi minuti dopo la prima, colpendo civili e soccorritori che si sono precipitati sul sito della prima esplosione.

Uno di questi attacchi scagliati l’8 ottobre 2016 ha colpito un funerale a Sana’a, uccidendo 155 persone in lutto e ferendone almeno 525. Un altro “bombardamento con doppio tocco” ha colpito una festa nuziale nel remoto villaggio di Al-Wahijah il 28 settembre 2015, uccidendo 131 civili. “I cadaveri erano sparpagliati tra gli alberi”, ha dichiarato il padre dello sposo, Mohammed Busaibis, al gruppo yemenita Mwatana per i diritti umani, aggiungendo che ha scoperto che sua madre era morta quando ha visto la sua cicatrice familiare su una gamba disincarnata. “Perché ci hanno attaccato? Non c’è niente qui intorno. Nessun campo militare, nemmeno una stazione di polizia”.

L’ex alto funzionario britannico mi ha detto che era sbalordito dalla temerarietà del targeting saudita. “Questo è ciò che accade regolarmente”, mi disse. “Eravavamo seduti a pranzo, e uno yemenita [del governo in esilio] ricevette un messaggio WhatsApp con un puntatore su Google Maps che indicava obiettivi Houthi. Su tale base, gran parte del targeting è stato condotto senza alcuna verifica“.

Larry Lewis, consigliere del Dipartimento di Stato per la protezione civile, ha descritto i sauditi come “incredibilmente liberi”. “Negli Stati Uniti e nel Regno Unito“, ha spiegato, “abbiamo processi molto formali” per gli attacchi aerei, ma “questa coalizione non li sta usando ... E quando sbagli, accadono cose brutte”.

Lewis afferma che, a settembre 2016, ha espresso le sue preoccupazioni al presidente delle forze armate saudite. “Ho esposto tutte le azioni molto concrete che poteva fare per ridurre il danno civile“, mi ha detto. “Il presidente non sembrava davvero molto interessato ... semplicemente non ha risposto.”

Lo scorso luglio, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS), l’architetto della guerra aerea, ha emesso un decreto reale “perdonando tutto il personale militare che ha preso parte all’operazione Restoring Hope delle rispettive sanzioni militari e disciplinari.“

Dopo che l’Arabia Saudita si è resa conto di non poter sconfiggere gli Houti con i soli attacchi aerei, lanciò un’operazione a terra nello Yemen settentrionale, che comprendeva migliaia di truppe saudite, un vasto assortimento di combattenti yemeniti e stranieri e di forze speciali britanniche.

La presenza di forze speciali britanniche nello Yemen non è stata ufficialmente riconosciuta, ma è diventata un segreto di pulcinella nei circoli della difesa. Un’alta fonte diplomatica britannica mi ha detto che la decisione di approvare l’assistenza militare in Arabia Saudita è emersa da un incontro a Londra tra i ministri britannici e Bin Salman durante la sua visita di stato nel Regno Unito nel marzo 2018, quando ha incontrato la regina e firmato un memorandum di intensa per acquistare altri 48 jet del valore di 10 miliardi di sterline per potenziare la sua flotta aerea logorata dalla guerra.

Due mesi dopo, il 23 maggio 2018, Boris Johnson, allora segretario agli esteri, ha rilasciato una dichiarazione accuratamente formulata che impegnava un numero sconosciuto di truppe del Regno Unito a fornire “ informazioni, consigli e assistenza” per “mitigare” la minaccia all’Arabia Saudita portata dai missili Houthi.

Il governo del Regno Unito rifiuta di confermare o negare se ha schierato truppe all’interno dello Yemen. Ad aprile, quando gli sono stati chiesti in Parlamento chiarimenti circa le accuse pubblicate da alcuni quotidiani riguardo notizie che forze speciali britanniche stavano combattendo nello Yemen insieme a bambini-soldato di sostegno ai sauditi, il ministro degli esteri Mark Field ha chiesto un’indagine, rifiutando di confermare se le truppe britanniche fossero nel paese.

A marzo di quest’anno, il segretario agli esteri, Jeremy Hunt, ha segnato il quarto anniversario dell’intervento dell’Arabia Saudita in Yemen con un’audace difesa del ruolo della Gran Bretagna nel conflitto. In un articolo di opinione su Politico, Hunt ha insistito sul fatto che sarebbe “moralmente fallimentare” tagliare con i sauditi, con l’argomentazione controintuitiva che la ricerca della pace in Yemen da parte della Gran Bretagna richieda al governo di continuare a vendere armi ad uno dei combattenti. Altrimenti, ha avvertito, “ci arrenderemo alla loro influenza e ci renderemmo irrilevanti per il corso degli eventi nello Yemen”.

In breve, le vendite di armi nel Regno Unito aumentano l’influenza della Gran Bretagna sull’Arabia Saudita; influenza che si potrebbe usare per fare causa per la pace. Hunt si riferisce obliquamente a “conversazioni franche” sui diritti umani con le sue controparti saudite, mentre il governo ha difeso le sue vendite di armi in tribunale citando ”ampia formazione nel Regno Unito” fornita a piloti sauditi al fine di ridurre i danni civili, insieme alla presenza degli ufficiali di collegamento della RAF che lavorano all’interno del centro operativo saudita per “sostenere la conformità saudita al diritto internazionale umanitario”.

Ma l’idea che la Gran Bretagna abbia un’influenza benigna sulla guerra aerea è smentita dal fatto che il tasso di attacchi sui civili è aumentato enormemente durante la guerra, secondo un rapporto che analizza i dati degli attacchi aerei, scritto da Larry Lewis per il governo degli Stati Uniti e sostenuto in un think tank pubblicato a maggio. Altri funzionari britannici con esperienza diretta delle operazioni militari saudite respingono i suggerimenti secondo cui il nostro ruolo sul campo in Arabia Saudita fa la differenza.

Per un ex alto funzionario britannico che ha lavorato in Arabia Saudita “ Con Mohammed Bin Salman la nostra influenza era sparita. Aveva fretta e si circondava di persone che non erano disposte a mettere in discussione il suo giudizio [...] I militari sono come cipolle. Il centro è dove vengono prese le decisioni finali sul targeting... ma abbiamo avuto accesso solo al quarto o quinto livello“, mi ha detto. “Non abbiamo avuto accesso ai sauditi che hanno selezionato gli obiettivi. Nemmeno gli yemeniti lo hanno fatto“, ha detto, riferendosi ai membri del governo yemenita in esilio, per conto del quale questa guerra è apparentemente combattuta.

L’impegno a livelli senior, ha ricordato il funzionario, equivaleva a ricordare ai sauditi che la Gran Bretagna aveva “preoccupazioni” per le morti civili. Dirai: ”Il mio governo vuole che sottolinei quanto sia importante rispettare il diritto internazionale umanitario [...] ma tende a cavarsela in giro, nonostante abbia una notevole influenza sui sauditi”, mi è stato detto da John Deverell, ex direttore della diplomazia della difesa al Ministero della Difesa, che era addetto alla difesa in Arabia Saudita e Yemen tra il 2001 e il 2003.

A meno che la Gran Bretagna non sia disposta ad “usare la minaccia di diminuire o tagliare del tutto le vendite di armi e il personale legato alla guerra nello Yemen – ha aggiunto Deverell – ogni gesto di preoccupazione sarà inefficace [...] Siamo preoccupati che se diciamo la verità metteremo in pericolo il rapporto commerciale”.

È questa relazione commerciale che sta tenendo saldamente intrappolata la Gran Bretagna nella guerra in Yemen. La sua ragione è un affare di armi da un miliardo di sterline da governo a governo firmato nel 1985 chiamato al-Yamamah.

Ciò garantisce la manutenzione, l’addestramento e il riarmo britannico di qualsiasi aereo britannico venduto in Arabia Saudita, sia in guerra che in tempo di pace. L’accordo è a tempo indeterminato, il che significa che i suoi termini, che negli anni ’80 si applicavano agli aerei Tornado, ora coprono l’esportazione dei nuovi jet Typhoon di BAE.

In risposta a una recente interrogazione parlamentare, il governo ha rifiutato di rivelare le entrate totali derivanti dal contratto di al-Yamamah perché “avrebbe, verosimilmente, pregiudicato le relazioni con un altro Stato” – ma Mike Turner, ex CEO di BAE, ha confermato l’affare di £ 40 miliardi nel 2005. Nick Gilby, un ricercatore che ha scritto un libro sull’accordo, stima che l’attuale cifra delle vendite sia “prudenzialmente, £ 60 miliardi” sulla base delle dichiarazioni BAE e delle relazioni annuali.

Secondo i termini dell’accordo, l’Arabia Saudita rimborsa al Ministero della Difesa britannico i costi sostenuti pagando BAE per armare e mantenere l’aeronautica saudita, oltre a una commissione del 2% per il tempo in cui i funzionari pubblici amministrano gli appalti.

BAE dipende da questo contratto statale per la sua sopravvivenza, ma esercita anche un’enorme influenza sul governo come principale esecutore di questo accordo da molti miliardi di dollari. (L’ex segretario straniero Robin Cook una volta descrisse l’azienda come “la chiave della porta del giardino al n. 10 di Downing Street”.)

Sebbene al-Yamamah non generi di per sé alcun reddito per il tesoro britannico, è il fondamento di una più profonda relazione finanziaria tra Londra e Riyadh. La famiglia regnante saudita utilizza le sue entrate petrolifere per acquistare azioni britanniche, obbligazioni e proprietà di lusso; attualmente ha 93 miliardi di sterline investiti nell’economia britannica.

David Wearing, uno specialista delle relazioni tra Regno Unito e Arabia Saudita presso la Royal Holloway University, stima che un quinto del deficit delle partite correnti nel Regno Unito sia finanziato da liquidità saudite, che “stabilizza una sterlina sempre più vulnerabile”.

Un ex ministro conservatore mi ha detto che poco prima che l’Arabia Saudita iniziasse a bombardare lo Yemen nel 2015, Riyadh ha comunicato privatamente che ”avrebbe schiacciato finanziariamente la Gran Bretagna se il governo avesse vacillato nella sua cooperazione militare”. “All’inizio, l’imperativo era il sostegno britannico alla sua guerra come una prova chiave“, ha ricordato il ministro. “Se fallisci, sei fuori, per quanto riguarda le opportunità commerciali e l’influenza in futuro.”

Le basi per l’accordo di al-Yamamah furono poste durante l’era imperiale britannica. Negli anni ’60, la House of Saud finanziò una guerra contro le truppe egiziane che avevano occupato lo Yemen, minacciando sia il dominio saudita che la colonia britannica di Aden. David Stirling, il fondatore della SAS, ha usato il proprio rapporto con il re saudita per negoziare un accordo per il regno Saudita per acquistare jet Lightning britannici, sistemi radar e servizi nazionali.

Un decennio dopo, gli eventi hanno avvicinato ancora di più l’Arabia Saudita e la Gran Bretagna. Nel 1979, i fanatici religiosi sequestrarono la Grande Moschea della Mecca per chiedere il rovesciamento del monarca saudita. Mesi dopo che la rivoluzione iraniana aveva deposto lo scià e inaugurato una Repubblica islamica che sfidava apertamente la Casa di Saud.

Nel frattempo, la Gran Bretagna era caduta nel disordine finanziario. Non poteva permettersi di acquistare il jet da combattimento Tornado che aveva sviluppato in un consorzio con Italia e Germania. Se la Gran Bretagna avesse desiderato un deterrente aereo indipendente, avrebbe avuto bisogno di un ricco compratore straniero per sovvenzionare il costo della propria flotta. Una famiglia reale insicura che si trovava sulle maggiori riserve di petrolio del mondo era il cliente perfetto.

L’Arabia Saudita voleva il miglior aereo che il denaro potesse comprare: l’F-16 americano. L’Iran aveva il modello successivo, l’F-14, ma Israele si oppose con veemenza a che un paese arabo ottenesse aerei in grado di sfidare i propri F-16.

Gli Stati Uniti hanno trovato una soluzione alternativa. In un contesto NATO, avrebbe sostenuto l’esportazione di tornado britannici verso la House of Saud, che avrebbe tenuto i sovietici fuori dal Golfo e ridotto per la Gran Bretagna i costi dell’ammodernamento della propria flotta.

Il risultato fu Al-Yamamah. Era il più grande affare di armi al mondo – e quello che avrebbe salvato la produzione di armi in Gran Bretagna.

In una lettera “segreta e personale” al presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, nel 1988, Margaret Thatcher confidò che l’Arabia Saudita le aveva assicurato che non avrebbe usato le armi britanniche in modo aggressivo contro altri stati. Secondo un rapporto di Mike Lewis, un ex ispettore delle armi delle Nazioni Unite, il governo di Thatcher ha licenziato i funzionari del Ministero degli Esteri che hanno sconsigliato di impegnare la Gran Bretagna con una clausola che obbligava esplicitamente il Regno Unito a riarmare l’Arabia Saudita in caso di guerra. Avrebbero denunciato il paese con accuse di coinvolgimento in “avventure militari illegali”.

A marzo, ho partecipato a un convegno organizzato dal governo, a Farnborough, per le compagnie di armi che vogliono entrare nei redditizi mercati di esportazione. I dirigenti hanno parlato con i funzionari del governo nella zona di crescita delle esportazioni con sandwich di paprika e pollo. Abbiamo visto un “oratore motivazionale SAS” esaltare l’importanza di un atteggiamento mentale positivo.

La convenzione prevedeva una presentazione di diapositive sui dettagli della legge sul controllo degli armamenti da parte di un alto funzionario dell’agenzia di licenze di esportazione del governo britannico. “L’ignoranza non serve a violare la legge”, ha detto il funzionario ai partecipanti.

Successivamente, ho chiesto al funzionario come era possibile che il suo dipartimento – l’Export Control Joint Unit (ECJU) – avesse rilasciato le approvazioni generali per le esportazioni di armi utilizzate nello Yemen. “Non lo so, lo è e basta”, rispose. “Sto facendo quello che mi viene detto di fare, è il mio lavoro“, ha aggiunto. “Ma sono incredibilmente consapevole che Adolf Eichmann ha detto la stessa cosa.”

Il capo dell’ECJU, Edward Bell, ha anche espresso disagio nel riaccendere la campagna aerea saudita. “Il mio istinto mi dice che dovremmo sospendere [le esportazioni in Arabia Saudita]”, ha scritto in un’e-mail del 2016 a Sajid Javid, che era allora il ministro responsabile delle licenze per le armi. Javid ignorò il consiglio di Bell.

Nel 2015, Vince Cable, il predecessore di Javid, ha ritardato l’esportazione di una spedizione di bombe Paveway dirette ai sauditi sulla scia di notizie secondo cui la campagna aerea aveva preso di mira gli ospedali nello Yemen. Ma Cable mi ha detto che è stato subito messo sotto pressione dall’allora segretario alla difesa, Michael Fallon, e dal primo ministro David Cameron, per autorizzare la spedizione.

Durante le prime fasi della guerra aerea, il governo britannico ha risposto ai critici del suo coinvolgimento spiegando che ha condotto indagini sulle accuse di attacchi sauditi contro civili nello Yemen. Ma nel 2016 – citando le “infelicità dell’espressione” – il governo si è rimangiato le precedenti dichiarazioni ministeriali sull’eventualità di avviare delle indagini. Invece, quando è stato interpellato sull’uso di armi britanniche in presunti crimini di guerra nello Yemen, il governo ha sottolineato che la coalizione guidata dai sauditi indaga su se stessa.

Questo lavoro è svolto dal Joint Incident Assessment Team (JIAT), un organo composto da circa 20 ufficiali militari provenienti dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, incaricato di indagare sui rapporti sui morti civili nello Yemen. Larry Lewis, il funzionario americano che ha esortato i sauditi a fondare il JIAT, mi ha detto che il team non ha ricercatori sul terreno all’interno dello Yemen, quindi deve fare affidamento sulla Royal Air Force saudita per avere informazioni. “Occasionalmente faranno viaggi in Yemen per indagare su incidenti ad alta visibilità”, ha detto.

Lewis ha anche affermato che il JIAT è stato “progettato per ridurre gli errori comuni”, come colpire obiettivi quali pozzi, ospedali, scuole. Allo stesso modo, avrebbe dovuto ridurre le possibilità che le forze saudite “non riuscissero a dispiegare la pazienza tattica”, per esempio, bombardando i miliziani Houthi quando si fermano in un mercato, piuttosto che aspettare che ripartano per minimizzare le vittime civili. Ma Lewis ora afferma che il JIAT ha fallito alle sue condizioni, perché è stato semplicemente ignorato dal ministero della difesa saudita.

Per il governo britannico, tuttavia, il JIAT fornisce un comodo contratto per il rinnovamento delle licenze per le esportazioni di armi a Riyadh. I ricercatori dell’agenzia investigativa open source Bellingcat hanno accusato la coalizione di disonestà “nella stragrande maggioranza delle valutazioni JIAT”.

Rawan Shaif, a capo del progetto Yemen del gruppo, mi ha detto che “le informazioni cui [il Regno Unito] si è affidato” provengono da “un partner che hai sostenuto direttamente in un conflitto, che ti sta mentendo sulla maggior parte dei bombardamenti”.

Nel caso di due attacchi particolarmente mortali a maggio e luglio 2015, in cui più di 100 persone sono state uccise da bombardamenti sui mercati all’aperto nella città di Zabid e Fayoush, un sobborgo di Aden, la valutazione JIAT ha semplicemente insistito sul fatto che la coalizione non aveva bombardato entrambe le posizioni, nonostante le notizie delle Nazioni Unite, della BBC, di Human Rights Watch e di Amnesty, così come i filmati di telecamere e smartphone dai siti che chiarivano che si era verificato un attacco aereo.

Altrove lo JIAT ha giustificato gli attacchi affermando categoricamente che gli obiettivi erano quelli militari. Dopo le notizie di morti civili in un attacco aereo nel governatorato di al-Jawf nel settembre 2016, JIAT ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che la coalizione aveva colpito “comandanti Houthi” che stavano viaggiando in un camioncino. Ma quando le Nazioni Unite e il gruppo yemenita per i diritti umani Mwatana hanno fatto visite indipendenti sul sito, hanno scoperto che le vittime erano una donna che guidava con le sue due cognate e i loro 12 figli (!).

Il controllo parlamentare sulla conformità della Gran Bretagna alle leggi sul controllo delle esportazioni di armi è di competenza delle commissioni per i controlli sulle esportazioni di armi (CAEC). Questo gruppo interpartitico, che comprende 18 parlamentari, è presieduto da Graham Jones, deputato laburista che ha criticato la “disonestà” delle ONG che denunciano violazioni dei diritti umani nello Yemen, il quale ha scritto a sostegno di Bin Salman e della coalizione guidata dai sauditi e ha propagandato il “ruolo vitale” di BAE per l’occupazione e l’economia nel suo collegio elettorale del Lancashire.

La dott.ssa Anna Stavrianakis, un’accademica ricercatrice di licenze di armi presso l’Università del Sussex, che ha regolarmente fornito prove al CAEC, ha accusato Jones di tenere lo Yemen fuori dall’agenda del comitato. “Il governo mobilita deliberatamente dubbi e ambiguità quando si tratta di violazioni del diritto internazionale umanitario nello Yemen”, mi ha detto. “E il presidente agisce a sostegno della politica del governo piuttosto che agire in modo imparziale per esaminarla“.

In un’e-mail al Guardian, Jones ha risposto che i suoi critici erano “marxisti di estrema sinistra [che] appoggiano una milizia fascista violenta, razzista e islamica” nello Yemen, e ha affermato di essere stato “in prima linea nelle discussioni sulle questioni yemenite”.

La sentenza della Corte d’appello, prevista per giovedì (giugno 2019), determinerà se la volontà politica del governo di armare l’Arabia Saudita abbia violato la legge. Il caso, presentato dalla Campagna contro il commercio di armi (CAAT), una ONG, è stato ascoltato davanti a tre giudici il 9 aprile. Il risultato dipende dall’interpretazione di due parole: “rischio chiaro”. La legge britannica vieta la concessione di licenze per le armi se esiste un “chiaro rischio” che potrebbero essere utilizzate in una “grave violazione della IHL”. I tre giudici decideranno se il governo ha infranto questa legge.

“Faccio fatica a pensare a un caso in cui le prove sono state così schiaccianti e avvincenti di questa”, ha dichiarato Rosa Curling del Leigh Day, lo studio legale incaricato dal CAAT. “Se le armi possono essere esportate legalmente in questo scenario, allora quando non potrebbero esserlo?”

Il governo ha sostenuto di avere informazioni, condivise con i giudici in segreto, che gli danno fiducia che non esiste un “chiaro rischio” che l’Arabia Saudita uccida inutilmente civili. Gli avvocati del CAAT hanno ribattuto che esistono prove più che sufficienti nel pubblico dominio per dimostrare che questo rischio è reale. Il CAAT ha perso il suo primo caso nel 2017, quando l’Alta Corte si è pronunciata a favore del governo dopo aver sentito in segreto parti della difesa del governo.

Il CQ Philippe Sands, che non è coinvolto in questo caso, afferma che i ministri dovrebbero essere personalmente preoccupati della prospettiva di affrontare accuse penali per il loro ruolo nell’armare l’Arabia Saudita. “Se il Regno Unito fornisce armi che vengono utilizzate per commettere reati, non si può escludere la possibilità che un ministro, con tale conoscenza, che sottoscrive le vendite possa in futuro essere portato davanti a un tribunale, nazionale o internazionale.”

La giurisprudenza britannica è chiara sul fatto che fornire consapevolmente un’arma che viene utilizzata per commettere un crimine può significare che anche il fornitore dell’arma è responsabile di quel crimine.

“La coalizione afferma di colpire solo gli Houthi e che si sforza molto per evitare le vittime civili, ma le prove suggeriscono il contrario”, ha detto Dearbhla Minogue della Global Legal Action Network, che sta lavorando con Bellingcat per indagare se i singoli attacchi aerei nello Yemen hanno violato il diritto internazionale. “I cittadini del Regno Unito coinvolti nel trasferimento di armi in una situazione del genere dovrebbero essere preoccupati per questo”, ha detto.

Secondo Wayne Jordash QC, i funzionari governativi dovrebbero affrontare un rischio maggiore di persecuzione se la Gran Bretagna è una “parte in conflitto”, una frase legale dal suono innocuo ma che proverebbe le responsabilità del governo nell’accumulo di vittime civili. “Si spende molta energia nel tentativo di farci la festa“, mi ha detto un funzionario di Whitehall ad aprile.

Secondo il diritto internazionale, essere ”parte di un conflitto” significa fornire supporto militare, finanziario o logistico che degrada direttamente la capacità militare di un altro belligerante e indebolisce la sua capacità di condurre le ostilità. Un portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa mi disse che aveva preso la decisione di indagare se la Gran Bretagna fosse parte della guerra nello Yemen, ma non poté divulgare pubblicamente il risultato perché stava ancora mediando tra i belligeranti della guerra e non voleva mettere a rischio relazioni pregiudizievoli.

I ministri dicono regolarmente al parlamento che la Gran Bretagna non è parte del conflitto. “Consentitemi di chiarire che non siamo parte del conflitto […] Non è questa la posizione del Regno Unito”, ha detto l’allora ministro degli Esteri Alister Burt a gennaio, un’affermazione che ha ripetuto in un’intervista ad aprile. Allo stesso modo, il ministro degli esteri Mark Field ha detto al parlamento a marzo: “Siamo ancora fermamente convinti che non siamo parte del conflitto”.

Ma la fonte diplomatica britannica senior, citando la consulenza legale del Ministero degli Esteri interno, mi ha detto che “chiunque affermi ciò mente”. Il governo ha deciso di fornire “assistenza militare” all’Arabia Saudita l’anno scorso, ha affermato, riferendosi allo spiegamento di forze speciali, “e così facendo siamo diventati parte del conflitto”.

Le contorsioni del governo britannico per oscurare il proprio coinvolgimento nella guerra in Yemen sono a dir poco acrobatiche. Il governo ha legato la Gran Bretagna, i suoi militari e la sua economia alla nazione più ricca del mondo arabo mentre brutalizza i più poveri. Si stima che l’Arabia Saudita abbia speso $ 60-70 miliardi ogni anno per la sua guerra fallimentare, quasi quattro volte l’attuale PIL dello Yemen, e abbastanza denaro per assicurare il sostentamento di una generazione di yemeniti.

Farea Al-Muslimi, figlio di un contadino yemenita che ora lavora a Chatham House, mi ha descritto le conseguenze tragiche che la guerra ha avuto sul suo paese. “Domani finiremo con un cadavere chiamato Yemen”, mi disse “... e nessuno vorrà il cimelio o seppellirlo. Tanto i sauditi, quanto gli houthi e gli inglesi si renderanno conto che stanno combattendo per qualcosa che non esiste.”

da The Guardian del 18/06/2019, articolo di Arron Merat – Traduzione di Sergio Scorza

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