Nella Repubblica popolare di Lugansk, fino a due giorni fa, la periferia stessa della capitale era sotto il fuoco ucraino: bersagliato con mitragliatrici pesanti il villaggio di Krasnyj Jar; colpi di mortaio da 82 mm su Kalinovo.
In violazione degli accordi di Minsk, blindati vengono dislocati in prossimità di centri abitati. Secondo Novorosinform, nella giornata di sabato, ancora nella LNR, le truppe di Kiev hanno ripetuto tiri di mortaio da 82 e 120 mm, lanciagranate su affusto SPG-9 e AGS-17 su Želobok, Kalinovo-Borščevatoe e Logvinovo.
Contro la Repubblica popolare di Donetsk, negli ultimi giorni, si è invece intensificata l’attività dei cecchini dell’esercito ucraino, in particolare nelle aree di Gorlovka, Golmovskij, del villaggio minerario di Gagarin, Aleksandrovka, Leninskoe, Marjinka, Zajtsevo. Il 25 settembre scorso, colpito il rione Kujbišev, alla periferia di Donetsk. Un villaggio della LNR su cui, a quanto pare, non cadranno più i colpi ucraini, è quello di Sokolniki, nel distretto di Slavjanoserbsk: semplicemente, rimasto sotto il martellamento ucraino dal 2014, gli abitanti hanno viste distrutte le proprie case e sono stati costretti a trasferirsi lontano dalla linea del fronte.
Una mano abbastanza pesante alla situazione del Donbass l’ha prestata in questi ultimi anni, tra gli altri, anche l’inviato speciale (oggi: ex) del Dipartimento di Stato per l’Ucraina Kurt Volker. Oltre al suo conosciuto appoggio all’ex presidente Petro Porošenko, alla malcelata russofobia, al tirare per le lunghe l’inconcludente “formato Volker-Surkov”, Volker rischia ora di essere accusato anche di una questione sussurrata da tempo. Di aver cioè cumulato in Ucraina, accanto agli “impegni” internazionali e alla cura per gli affari di casa Biden, anche quelli del BGR Group e del McCain Institute, padrini della Raytheon Company, produttrice dei sistemi anticarro “Javelin”. Su “raccomandazione” di Volker, Kiev avrebbe già acquistato 37 lanciatori ATGM “Javelin” e 210 dei relativi razzi.
Ma, ovviamente, l’attenzione pressoché esclusiva dei grandi media è ora concentrata sul duello elettorale tra democratici e repubblicani USA e sul ruolo di Kurt Volker: duello dietro cui la situazione delle popolazioni del Donbass fa appena da sfondo, e non sempre.
E così, ecco che, come scrive Jurij Barančik su iarex.ru, “le dimissioni di Volker sono associate al suo tradimento degli interessi degli Stati Uniti e al suo lavoro per un paese straniero”, per la proposta da lui fatta all’avvocato di Trump, Rudolph Giuliani, di incontrare il fiduciario di Vladimir Zelenskij, Andrej Ermak, la qual cosa viene considerata un tentativo di corruzione di Giuliani da parte ucraina tramite Volker.
Le dimissioni di Volker, soprattutto, aprono il sipario su una scena che tutti conoscono da anni, ma che sinora è sempre stata trattata quasi come “effetto collaterale” della questione ucraina: gli affari di casa Biden e, di conseguenza gli interessi “democratici” in terra (nel senso letterale: è ancora sul tappeto la liberalizzazione delle vendite di terre a monopoli stranieri, senza di che il FMI potrebbe chiudere la borsa) ucraina.
Soprattutto, ancora secondo Barančik, l’uscita di scena di Volker indica che a Zelenskij si è detto più o meno di cominciare a trattare con Mosca: “Trump si lava le mani del caso ucraino: questo è ora un problema dei democratici”. Sembra anche che i Presidenti di tre Commissioni del Congresso (esteri, intelligence, controllo e riforme) intendono ottenere la rimozione di altri quattro funzionari del Dipartimento di Stato in qualche modo collegati alla vicenda ucraina: l’ex ambasciatore a Kiev Mari Jovanovič, il vice assistente del Segretario di Stato George Kent, il Consigliere Ulrich Brechbuhl e l’Ambasciatore presso la UE Gordon Sonland.
Rudolph Giuliani aveva già avanzato il “sospetto” che i vertici di Kiev fossero invischiati nel riciclaggio di valuta a favore di Hunter Biden, figlio dell’ex vice Presidente USA, Joe, che, insediato nel CdA della holding del gas Burisma, avrebbe intascato 3 milioni di dollari, passati da Lettonia e Cipro, prima di finire nelle sue tasche.
Prima di Volker, a Kiev si era già dimesso il Segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Aleksandr Daniljuk, (nei mesi scorsi aveva dichiarato che il Donbass non otterrà mai lo status speciale, previsto dagli accordi di Minsk), che quando occupava il posto di Ministro delle finanze, nel passato governo Grojsman, era stato a diretto contatto con Joe Biden, nelle frequentissime gite di questi a Kiev.
Ora, stando al Wall Street Journal, la quota maggiore dei fondi versati alla “Clinton Foundation” dal 1999 al 2014 veniva per l’appunto dall’Ucraina (10 milioni di $) e, secondo WikiLeaks, la parte del leone, con 8,6 milioni di $, l’aveva fatta l’oligarca Viktor Pinčuk: 4° miliardario d’Ucraina nella classifica Focus per il 2018.
Aveva fatto da “corriere” il deputato Sergej Leščenko, che a suo tempo aveva trasmesso ai Clinton non solo i soldi di Pinčuk, ma anche i “documenti” che costarono posto e carriera all’allora responsabile della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort.
Non a caso, Giuliani ha fatto il nome di Leščenko tra i “nemici di Trump” a Kiev. Coinvolto nella storia anche l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney (secondo la CNN l’unico “tra i repubblicani ad aver espresso preoccupazione per il colloquio Trump-Zelenskij) dal momento che il suo consigliere, Joseph Cofer Black, ex responsabile anti-terrorismo della CIA, faceva parte, insieme a Hunter Biden, del CdA di Burisma, in qualità di “consulente per la sicurezza e gli attacchi informatici”.
In tutta la vicenda, sembra però che qualcosa abbia da dire anche l’ex Procuratore generale (da febbraio 2015 a marzo 2016) ucraino Viktor Šokin, a suo tempo rimosso con l’intervento dell’ex ambasciatore Geoffrey Pyatt (e sostituito dall’elettrotecnico Lutsenko) proprio su pressione di Joe Biden, per le sue indagini sugli schemi corruttivi legati alla Burisma Holding.
Qualche tempo fa, Šokin aveva depositato una memoria a favore del gruppo “DF”, di proprietà del magnate Dmitrij Firtaš (sembra che le sue ricchezze vengono soprattutto dal transito del gas russo attraverso l’Ucraina) a proposito delle manovre messe in atto a fine 2015 da Petro Porošenko e Joe Biden e delle dichiarazioni del Ministro degli interni Arsen Avakov, secondo cui dagli USA sarebbe giunta una richiesta di arresto di Firtaš al suo rientro in Ucraina.
Per “convincere Porošenko alla mia destituzione” afferma Šokin, “Biden minacciò di trattenere il previsto miliardo di dollari di sussidi all’Ucraina”. La verità, dice ancora l’ex Procuratore, “è che sono stato costretto alle dimissioni a causa dell’indagine avviata sulla corruzione nella Burisma Holdings”.
Nella sostanza, scrive colonelcassad.livejoirnal, Jurij Lutsenko fu nominato proprio per mettere a tacere il caso Burisma ed è naturale che egli continui tutt’oggi a proclamare che “dal punto di vista della legge ucraina, Hunter Biden non aveva violato nulla, dato che le infrazioni nel CdA di Burisma erano avvenute due anni prima del suo arrivo”. Per Vladimir Zelenskij, continua colonelcassad, “con lo sviluppo della guerra politica interna a Washington, sarà sempre più difficile rimanere seduto su due sedie: sarà necessario fare una scelta”, ora che anche Washington pare spingerlo a trattare con Mosca; cosa prometta di portare questo al Donbass, è un altro discorso.
In ogni caso, Šokin e la sua testimonianza nel caso Burisma “sono uno degli strumenti più efficaci nelle mani di Trump per fare pressione su Biden. Pertanto, avremo occasione di vedere ancora spesso l’ex Procuratore generale, a meno che non sia colto da un “improvviso” attacco cardiaco”.
Questa è l’Ucraina: un paese ridotto a servire gli interessi strategici, politici e militari, di UE e USA e dei loro monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari. Un paese in cui, per il prossimo inverno, qualche regione (Odessa) decide di interrompere l’approvvigionamento di calore, col pretesto della “mancanza di domanda da parte della popolazione per i servizi centralizzati di fornitura di acqua calda e l’aumento dei prezzi dell’energia”, ma in cui qualcun altro si è riempito le tasche anche attingendo ai 15 miliardi di dollari che la UE ha erogato dal 2014 ai nazi-golpisti di Kiev: così, per dire, si parla di 50.000 dollari al mese intascati da Hunter Biden alla Burisma Holding, nonostante la sua “totale mancanza di credenziali o qualifiche”.
Un paese in cui alcuni canali televisivi (112-Ucraina, NEWSONE, NAŠ, ZIK) rischiano di perdere le licenze di trasmissione, accusati di “attività sovversive contro lo stato ucraino”, ma che qualcun altro, sfidando l’evidenza, definisce “l’unica democrazia vera del mondo post sovietico (con l’ovvia eccezione dei Baltici ormai entrati nell’UE)”. Beh, se potessero dire la loro, i morti bruciati vivi il 2 maggio 2014 alla Casa dei sindacati di Odessa da cotanta “democrazia”...
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27/07/2017
Nuove forniture di armi USA all’Ucraina?
Continua a rimanere tesa la situazione lungo tutta la linea del fronte nel Donbass, con la ripresa di massicci bombardamenti ucraini che, tra sabato e domenica scorsi, in corrispondenza con l’arrivo del rappresentante speciale del Dipartimento di stato USA per le questioni ucraine, Kurt Volker, erano arrivati a lambire anche le immediate periferie di Donetsk. Le forze punitive di Kiev intendevano evidentemente in tal modo mostrare la propria efficienza all’inviato del loro sponsor d’oltreoceano.
Ora Volker, da alcuni giorni in giro d’ispezione per controllare il lavoro della junta golpista, in particolare sul fronte del Donbass, ha dichiarato che non c’è nemmeno da pensare a un riconoscimento americano delle azioni russe in Crimea e nel sudest dell’Ucraina. Sono territori “sottoposti ad aggressione e occupazione” ha detto Volker; “per quanto riguarda la Crimea, la stessa Russia dichiara di averla annessa. E’ semplicemente inaccettabile. Non è possibile arrivare e arraffare i paesi di altri popoli”. Alla vigilia Volker – tra l’altro, nominato nell’incarico, si dice, su richiesta russa, dopo l’incontro Trump-Putin – aveva dichiarato alla BBC che Washington sta attentamente esaminando la possibilità di fornire armi letali all’Ucraina, la qual cosa potrebbe “cambiare sostanzialmente l’atteggiamento della Russia e obbligare Mosca a smettere di minacciare Kiev”.
Prima ancora, portatosi in prossimità del fronte lungo la linea di separazione nel Donbass, in compagnia dell’ambasciatrice USA Mari Jovanovič e altri rappresentanti del Dipartimento di stato, tessendo le lodi dei reparti punitivi ucraini che occupano Avdeevka, aveva detto che “non si tratta di un conflitto congelato, ma di una guerra rovente e il prezzo è pericolosamente alto: la vita umana”. L’obiettivo USA, aveva dichiarato Volker nell’occasione, è quello “di ristabilire l’integrità e la sovranità dell’Ucraina”.
Riguardo alle nuove eventuali forniture di armi “difensive” USA, in particolare i lanciarazzi controcarro “Javelin”, l’analista Anatolij Vasserman ritiene che, in ogni caso ciò non possa cambiare di molto la situazione, per il semplice fatto che le milizie non fanno così largo uso di carri armati; “si tratta più verosimilmente di una questione di business”. Questo, nonostante che Volker abbia platealmente affermato a Radio Svoboda che “la Russia si trova già in Ucraina con i propri armamenti pesanti. Là ci sono più carri russi di quanti ce ne siano in tutti paesi dell’Europa occidentale messi insieme. E ancora un altro grosso contingente è concentrato alle frontiere ucraine. La Russia ha tutto il diritto di farlo. E’ il suo territorio” e dunque la fornitura di armi USA a Kiev “non può in alcun modo mutare l’equilibrio delle forze”. In ogni caso, dice ancora Vasserman, anche se dal punto di vista strettamente militare la situazione potrebbe mutare di poco, non è il caso di tranquillizzarsi: dal punto di vista puramente propagandistico, la fornitura di armi USA costituirebbe “l’ennesimo round di appoggio americano ai più manifesti e freddi terroristi tra la numerosissima clientela terroristica USA”.
La reazione ufficiale di Mosca alla possibile fornitura di armi USA alla junta golpista è venuta per bocca del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov: “Qualsiasi passo che porti ad accrescere la tensione lungo la linea di separazione, non farà che allontanarci dalla soluzione del conflitto”.
In ogni caso, sembra che Volker abbia tenuto a sottolineare che la decisione definitiva sulle forniture non è stata ancora presa. Di più: a Kiev sembrano accogliere come “una pugnalata alla schiena” l’annuncio di Volker sull’intenzione di recarsi nella Repubblica popolare di Donetsk e incontrarsi con i suoi leader. “Valutiamo positivamente ogni possibilità di soluzione pacifica del conflitto” ha dichiarato il presidente dell’Assemblea del popolo della DNR Denis Pušilin; “tuttavia, al momento non disponiamo di alcuna informazione ufficiale” a riguardo.
Una ulteriore doccia fredda per i golpisti ucraini è venuta poi dalle parole di Donald Trump circa i tentativi di interferenza e sabotaggio della sua campagna elettorale da parte di Kiev che, come noto, si attendeva un aperto e massiccio appoggio bellico in caso di vittoria di Hillary Clinton e, dunque, non aveva nascosto le proprie simpatie per la candidata “democratica”. Il leader del Partito Radicale Oleg Ljaško ha definito le parole di Trump un “pericoloso segnale per noi. Se il presidente Porošenko disponesse di un forte nucleo interno e non mostrasse di fronte a chiunque una schiena molle e fosse meno elastico nei confronti di questi mercenari eurostronzi che lo circondano, l’Ucraina avrebbe molti meno problemi!”, ha detto.
Un po’ troppo presto per parlare di “soluzione” russo-americana della questione ucraina. Ma se qualcuno a Kiev sente un po’ strizza, non ce ne rattristiamo di sicuro.
Fonte
Ora Volker, da alcuni giorni in giro d’ispezione per controllare il lavoro della junta golpista, in particolare sul fronte del Donbass, ha dichiarato che non c’è nemmeno da pensare a un riconoscimento americano delle azioni russe in Crimea e nel sudest dell’Ucraina. Sono territori “sottoposti ad aggressione e occupazione” ha detto Volker; “per quanto riguarda la Crimea, la stessa Russia dichiara di averla annessa. E’ semplicemente inaccettabile. Non è possibile arrivare e arraffare i paesi di altri popoli”. Alla vigilia Volker – tra l’altro, nominato nell’incarico, si dice, su richiesta russa, dopo l’incontro Trump-Putin – aveva dichiarato alla BBC che Washington sta attentamente esaminando la possibilità di fornire armi letali all’Ucraina, la qual cosa potrebbe “cambiare sostanzialmente l’atteggiamento della Russia e obbligare Mosca a smettere di minacciare Kiev”.
Prima ancora, portatosi in prossimità del fronte lungo la linea di separazione nel Donbass, in compagnia dell’ambasciatrice USA Mari Jovanovič e altri rappresentanti del Dipartimento di stato, tessendo le lodi dei reparti punitivi ucraini che occupano Avdeevka, aveva detto che “non si tratta di un conflitto congelato, ma di una guerra rovente e il prezzo è pericolosamente alto: la vita umana”. L’obiettivo USA, aveva dichiarato Volker nell’occasione, è quello “di ristabilire l’integrità e la sovranità dell’Ucraina”.
Riguardo alle nuove eventuali forniture di armi “difensive” USA, in particolare i lanciarazzi controcarro “Javelin”, l’analista Anatolij Vasserman ritiene che, in ogni caso ciò non possa cambiare di molto la situazione, per il semplice fatto che le milizie non fanno così largo uso di carri armati; “si tratta più verosimilmente di una questione di business”. Questo, nonostante che Volker abbia platealmente affermato a Radio Svoboda che “la Russia si trova già in Ucraina con i propri armamenti pesanti. Là ci sono più carri russi di quanti ce ne siano in tutti paesi dell’Europa occidentale messi insieme. E ancora un altro grosso contingente è concentrato alle frontiere ucraine. La Russia ha tutto il diritto di farlo. E’ il suo territorio” e dunque la fornitura di armi USA a Kiev “non può in alcun modo mutare l’equilibrio delle forze”. In ogni caso, dice ancora Vasserman, anche se dal punto di vista strettamente militare la situazione potrebbe mutare di poco, non è il caso di tranquillizzarsi: dal punto di vista puramente propagandistico, la fornitura di armi USA costituirebbe “l’ennesimo round di appoggio americano ai più manifesti e freddi terroristi tra la numerosissima clientela terroristica USA”.
La reazione ufficiale di Mosca alla possibile fornitura di armi USA alla junta golpista è venuta per bocca del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov: “Qualsiasi passo che porti ad accrescere la tensione lungo la linea di separazione, non farà che allontanarci dalla soluzione del conflitto”.
In ogni caso, sembra che Volker abbia tenuto a sottolineare che la decisione definitiva sulle forniture non è stata ancora presa. Di più: a Kiev sembrano accogliere come “una pugnalata alla schiena” l’annuncio di Volker sull’intenzione di recarsi nella Repubblica popolare di Donetsk e incontrarsi con i suoi leader. “Valutiamo positivamente ogni possibilità di soluzione pacifica del conflitto” ha dichiarato il presidente dell’Assemblea del popolo della DNR Denis Pušilin; “tuttavia, al momento non disponiamo di alcuna informazione ufficiale” a riguardo.
Una ulteriore doccia fredda per i golpisti ucraini è venuta poi dalle parole di Donald Trump circa i tentativi di interferenza e sabotaggio della sua campagna elettorale da parte di Kiev che, come noto, si attendeva un aperto e massiccio appoggio bellico in caso di vittoria di Hillary Clinton e, dunque, non aveva nascosto le proprie simpatie per la candidata “democratica”. Il leader del Partito Radicale Oleg Ljaško ha definito le parole di Trump un “pericoloso segnale per noi. Se il presidente Porošenko disponesse di un forte nucleo interno e non mostrasse di fronte a chiunque una schiena molle e fosse meno elastico nei confronti di questi mercenari eurostronzi che lo circondano, l’Ucraina avrebbe molti meno problemi!”, ha detto.
Un po’ troppo presto per parlare di “soluzione” russo-americana della questione ucraina. Ma se qualcuno a Kiev sente un po’ strizza, non ce ne rattristiamo di sicuro.
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