Il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina ammonta a quasi 183 miliardi di dollari dall’inizio dell’invasione russa nel 2022 al 30 settembre 2024. I dati sono stati diffusi dall’Ukraine Oversight. L’amministrazione uscente di Biden il 4 gennaio ha concesso un ulteriore pacchetto di armamenti per 500 milioni di euro.
A gennaio l’Unione europea ha dichiarato di aver messo a disposizione in questi tre anni più di 140 miliardi di dollari (122 secondo altre fonti) in assistenza finanziaria, militare e umanitaria all’Ucraina, sia attraverso misure collettive che singoli dispositivi degli Stati membri. Di questi, 49,6 sono di aiuti direttamente militari a livello Ue, altri 37,4 sono stati disposti invece dai singoli Stati.
I ministri della Difesa dei cinque Paesi europei che spendono di più in campo militare – Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito – si sono incontrati due giorni fa in Polonia per discutere proprio del sostegno bellico a Kiev e del potenziamento della produzione di armi in vista di eventuali cambiamenti nella politica statunitense.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, le potenze europee non nascondono il timore che gli Stati Uniti possano ridurre o addirittura interrompere del tutto gli aiuti economici e militari a Kiev lasciando il cerino in mano agli alleati europei.
Negli Stati Uniti intanto sta facendo discutere una lista che circola sui social e che indica alcuni esponenti politici statunitensi di rilievo – tra questi lo stesso Biden ma anche il senatore Mit Romney o Nancy Pelosi – che risulterebbero beneficiari di tangenti milionarie da parte dell’Ucraina. La lista è stata liquidata come una fake news prodotta da ambienti filorussi o trumpiani per influenzare l’opinione pubblica contro il proseguimento dei finanziamenti economici e militari a Kiev da parte degli Stati Uniti.
Ma se quella della lista delle tangenti ucraine viene rimossa come fake news, appare difficile però dimenticare che il presidente Biden ha graziato il proprio figlio Hunter coinvolto in affari poco puliti proprio in Ucraina.
Nel 2021 il New York Post riportava che lo stesso Biden senior aveva incontrato i soci d’affari ucraini, russi e kazaki di suo figlio in una cena a Washington, mentre era vicepresidente nell’amministrazione Obama. La conferma era stata trovata dall'Fbi sul laptop di Hunter Biden.
La società ucraina Burisma pagava Hunter Biden 83 mila dollari al mese per il suo posto nel consiglio d’amministrazione. La grazia “piena e incondizionata” concessa da Joe Biden al figlio Hunter riguarda tutti i reati che “ha commesso o potrebbe aver commesso” in un periodo insolitamente lungo, ovvero dall’inizio del 2014 alla fine del 2024. In pratica dal golpe di Euromaidan a Kiev e dal vero inizio della guerra in Ucraina fino alla fine del mandato di Biden.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/01/2025
11/12/2024
L’osceno tramonto della presidenza Biden
di Fulvio Scaglione
Sarà che qui siamo troppo teneri di cuore, o non capiamo le sottili dinamiche della grande politica orientata ai valori, al diritto e al rispetto dell’uomo. Però troviamo che ci sia una componente ormai oscena nel lungo tramonto della presidenza Biden.
Rimettiamo in fila qualche fatto. Joe Biden, nel momento decisivo del suo mandato, è stato sfiduciato due volte, e clamorosamente. La prima dal suo stesso partito, dai clan che lo dominano (Pelosi, Obama, Clinton) e che prima lo hanno portato immeritatamente alla presidenza (negli otto anni precedenti Biden era noto soprattutto come il gaffeur che faceva da pseudo-vice a Barack Obama) e poi lo hanno silurato senza tanti scrupoli, in pratica dandogli del vecchio rimbambito.
Poi è stato sfiduciato dagli elettori che, rieleggendo a valanga Donald Trump (e stiamo parlando di Trump, mica di Giulio Cesare), hanno bocciato non tanto la signora nessuno Kamala Harris ma la politica condotta dalla Casa Bianca nel precedente quadriennio.
Silurato (ma il termine più consono qui non si può usare), pensionato a calci nel sedere, Biden ha fatto qualche bel discorso e poi ha cominciato a prendere decisioni, una più feroce e disgustosa dell’altra.
Prima ha autorizzato l’impiego dei contractor Usa in Ucraina (10 novembre, con la sconfitta elettorale “vecchia” di soli 4 giorni). Una settimana dopo ha autorizzato l’Ucraina a usare i missili Usa a lunga gittata per colpire l’interno del territorio russo. Passata un’altra settimana ha autorizzato la consegna all’Ucraina delle mine antiuomo, quelle che un Trattato (detto anche Convenzione di Ottawa) firmato da 164 Paesi (ma naturalmente non dagli Usa) ha bandito perché distruttive del futuro dei Paesi dove vengono usate.
Adesso, non contento, Biden sta facendo pressioni sull’Ucraina affinché abbassi l’età della chiamata alle armi: da 25 anni a 18. Chiedendo in sostanza a Zelensky di mandare i liceali a morire al fronte. Di portare a Kiev le richieste della Casa Bianca si è incaricato il pallido Antony Blinken, l’ennesimo figlio dell’Europa dell’Est chiamato a coordinare la politica estera Usa, con i bei risultati che abbiamo sotto gli occhi.
Non dimentichiamo la ciliegina sulla torta. Mentre manda a morire la gente, ucraina o russa non importa, Joe Biden concede la grazia presidenziale “piena e incondizionata” al figlio Hunter, un coglione senza pari che si era fatto sistemare in una compagnia petrolifera ucraina a 50 mila dollari al mese quando il caro babbo era l’inviato speciale di Obama per l’Ucraina, consumatore abituale di droghe, sotto processo per aver mentito al momento dell’acquisto di un’arma da fuoco (dichiarando, appunto, di non consumare droghe) ed evasore fiscale confesso per 1,4 milioni di dollari tra il 2016 e il 2019.
Non la grazia a uno dei tanti galeotti che aspettano da anni l’iniezione letale nel braccio della morte, per dire. La grazia a un bamboccio viziato che ha avuto la fortuna di nascere nella famiglia di un potente.
Nessuna delle decisioni di cui sopra, come gli analisti politici e gli esperti militari di tutto il mondo hanno spiegato in lungo e in largo, ha il potere di modificare l’andamento della guerra, che volge a sfavore dell’Ucraina. Non i contractor (peraltro da lungo tempo già presenti sul campo di battaglia), non i missili a lunga gittata, non le mine. E tantomeno i ragazzini mandati a combattere senza preparazione né addestramento. Però possono prolungarla, la guerra, e intanto renderla ancora più cruenta e distruttiva. Senza comunque cambiarne l’esito.
Il che rivela il vero scopo dell’impegno americano a favore di Kiev.
Detto in parole povere: gli Usa di Biden non hanno mai cercato di far vincere all’Ucraina questa guerra. A loro, degli ucraini, non frega niente. Se così non fosse, tutte queste belle misure dell’ultimo momento le avrebbero prese due-tre anni fa, e avrebbero subito inviato i carri armati Abrams o i caccia F-16, che ora concludono poco perché non c’è stato tempo di addestrare i piloti ucraini.
No. Agli Usa di Biden interessa solo usare gli ucraini per tenere impegnata la Russia di Vladimir Putin, recarle del danno militare ed economico, e soprattutto staccarla dall’Europa, in modo che la nostra povera UE sia ridotta come sappiamo: con una crisi industriale ed energetica come mai si era vista prima e una debolezza politica che fa persino tenerezza.
Possiamo serenamente immaginare che cosa direbbero i padri fondatori, da Altiero Spinelli a De Gasperi, Adenauer e Schumann se potessero vedere all’opera la signora von der Leyen...
E di tutto questo fa parte anche l’idea di mandare al macello una generazione di giovanissimi ucraini per guadagnare qualche mese di ulteriori difficoltà alla Russia, mentre è alle porte (20 gennaio l’insediamento) un nuovo Presidente come Trump che in ogni caso, pur essendo difficile credere a un suo tocco magico, ha già manifestato l’intenzione di tentare una soluzione negoziata.
Forse ci eravamo sbagliati, all’inizio. Tutto questo è molto più che osceno.
Fonte
Sarà che qui siamo troppo teneri di cuore, o non capiamo le sottili dinamiche della grande politica orientata ai valori, al diritto e al rispetto dell’uomo. Però troviamo che ci sia una componente ormai oscena nel lungo tramonto della presidenza Biden.
Rimettiamo in fila qualche fatto. Joe Biden, nel momento decisivo del suo mandato, è stato sfiduciato due volte, e clamorosamente. La prima dal suo stesso partito, dai clan che lo dominano (Pelosi, Obama, Clinton) e che prima lo hanno portato immeritatamente alla presidenza (negli otto anni precedenti Biden era noto soprattutto come il gaffeur che faceva da pseudo-vice a Barack Obama) e poi lo hanno silurato senza tanti scrupoli, in pratica dandogli del vecchio rimbambito.
Poi è stato sfiduciato dagli elettori che, rieleggendo a valanga Donald Trump (e stiamo parlando di Trump, mica di Giulio Cesare), hanno bocciato non tanto la signora nessuno Kamala Harris ma la politica condotta dalla Casa Bianca nel precedente quadriennio.
Silurato (ma il termine più consono qui non si può usare), pensionato a calci nel sedere, Biden ha fatto qualche bel discorso e poi ha cominciato a prendere decisioni, una più feroce e disgustosa dell’altra.
Prima ha autorizzato l’impiego dei contractor Usa in Ucraina (10 novembre, con la sconfitta elettorale “vecchia” di soli 4 giorni). Una settimana dopo ha autorizzato l’Ucraina a usare i missili Usa a lunga gittata per colpire l’interno del territorio russo. Passata un’altra settimana ha autorizzato la consegna all’Ucraina delle mine antiuomo, quelle che un Trattato (detto anche Convenzione di Ottawa) firmato da 164 Paesi (ma naturalmente non dagli Usa) ha bandito perché distruttive del futuro dei Paesi dove vengono usate.
Adesso, non contento, Biden sta facendo pressioni sull’Ucraina affinché abbassi l’età della chiamata alle armi: da 25 anni a 18. Chiedendo in sostanza a Zelensky di mandare i liceali a morire al fronte. Di portare a Kiev le richieste della Casa Bianca si è incaricato il pallido Antony Blinken, l’ennesimo figlio dell’Europa dell’Est chiamato a coordinare la politica estera Usa, con i bei risultati che abbiamo sotto gli occhi.
Non dimentichiamo la ciliegina sulla torta. Mentre manda a morire la gente, ucraina o russa non importa, Joe Biden concede la grazia presidenziale “piena e incondizionata” al figlio Hunter, un coglione senza pari che si era fatto sistemare in una compagnia petrolifera ucraina a 50 mila dollari al mese quando il caro babbo era l’inviato speciale di Obama per l’Ucraina, consumatore abituale di droghe, sotto processo per aver mentito al momento dell’acquisto di un’arma da fuoco (dichiarando, appunto, di non consumare droghe) ed evasore fiscale confesso per 1,4 milioni di dollari tra il 2016 e il 2019.
Non la grazia a uno dei tanti galeotti che aspettano da anni l’iniezione letale nel braccio della morte, per dire. La grazia a un bamboccio viziato che ha avuto la fortuna di nascere nella famiglia di un potente.
Nessuna delle decisioni di cui sopra, come gli analisti politici e gli esperti militari di tutto il mondo hanno spiegato in lungo e in largo, ha il potere di modificare l’andamento della guerra, che volge a sfavore dell’Ucraina. Non i contractor (peraltro da lungo tempo già presenti sul campo di battaglia), non i missili a lunga gittata, non le mine. E tantomeno i ragazzini mandati a combattere senza preparazione né addestramento. Però possono prolungarla, la guerra, e intanto renderla ancora più cruenta e distruttiva. Senza comunque cambiarne l’esito.
Il che rivela il vero scopo dell’impegno americano a favore di Kiev.
Detto in parole povere: gli Usa di Biden non hanno mai cercato di far vincere all’Ucraina questa guerra. A loro, degli ucraini, non frega niente. Se così non fosse, tutte queste belle misure dell’ultimo momento le avrebbero prese due-tre anni fa, e avrebbero subito inviato i carri armati Abrams o i caccia F-16, che ora concludono poco perché non c’è stato tempo di addestrare i piloti ucraini.
No. Agli Usa di Biden interessa solo usare gli ucraini per tenere impegnata la Russia di Vladimir Putin, recarle del danno militare ed economico, e soprattutto staccarla dall’Europa, in modo che la nostra povera UE sia ridotta come sappiamo: con una crisi industriale ed energetica come mai si era vista prima e una debolezza politica che fa persino tenerezza.
Possiamo serenamente immaginare che cosa direbbero i padri fondatori, da Altiero Spinelli a De Gasperi, Adenauer e Schumann se potessero vedere all’opera la signora von der Leyen...
E di tutto questo fa parte anche l’idea di mandare al macello una generazione di giovanissimi ucraini per guadagnare qualche mese di ulteriori difficoltà alla Russia, mentre è alle porte (20 gennaio l’insediamento) un nuovo Presidente come Trump che in ogni caso, pur essendo difficile credere a un suo tocco magico, ha già manifestato l’intenzione di tentare una soluzione negoziata.
Forse ci eravamo sbagliati, all’inizio. Tutto questo è molto più che osceno.
Fonte
05/12/2022
Twitter ha censurato le notizie sugli “impicci” del figlio di Biden in Ucraina?
Sarà perché Elon Mask vuole creare grandi aspettative sul suo ultimo affare, sarà perché il controllo sui social è diventato rilevante ai fini della comunicazione politica e di massa, ma i Twitter Files stanno svelando un verminaio. E non pare proprio che sia a causa delle ingerenze russe come la Casa Bianca continua a starnazzare (seguita a ruota dall’Unione Europea).
Sta emergendo infatti che Twitter negli anni scorsi ha adottato una serie di misure straordinarie per “insabbiare” la storia del computer di Hunter Biden, figlio dell’attuale presidente Joe, pubblicata dal New York Post poche settimane prima delle elezioni del 2020.
Secondo l’articolo del NYP il dispositivo conteneva diversi file, comprese e-mail potenzialmente incriminanti, riguardanti i rapporti d’affari del figlio dell’attuale presidente con Paesi e individui stranieri, inclusa l’Ucraina (eh si...).
A pubblicare su Twitter le mail che mostrano gli scambi tra i dipendenti della piattaforma online è stato il giornalista statunitense Matt Taibbi, in una serie di tweet poi condivisi dallo stesso Elon Musk, diventato il nuovo proprietario del social network.
Twitter, sostiene Taibbi, “ha adottato misure straordinarie per sopprimere la storia, rimuovendo collegamenti e pubblicando avvisi sulla loro possibile non sicurezza. Ne ha persino bloccato la trasmissione tramite messaggio diretto, uno strumento finora riservato a casi estremi, come la pornografia infantile”.
La tesi del giornalista, condivisa e rilanciata da Musk, è che la policy della piattaforma sulle pubblicazioni da censurare fosse dettata da simpatie politiche, e non dai contenuti dei post.
Nel 2020, scrive Taibbi, “le richieste di eliminare determinati tweet erano routine. Celebrità e sconosciuti allo stesso modo potevano essere rimossi per volere di un partito politico. Entrambe le parti avevano accesso a questi strumenti. Ad esempio, nel 2020, sono state accolte e onorate le richieste sia della Casa Bianca di Trump che della campagna di Biden”.
Tuttavia, sostiene, “questo sistema non era bilanciato in quanto basato sui contatti. E poiché Twitter era ed è composto in modo schiacciante da persone con un determinato orientamento politico, c’erano più canali, più modi per lamentarsi, aperti sia a sinistra (i democratici) che a destra”. A cavallo tra il 2020 e il 2021 Twitter bloccò poi l’account di Trump per le contestazioni ai risultati elettorali.
Il responsabile del dipartimento “integrità” della piattaforma, Yoel Roth, ha sostenuto in un’intervista rilasciata questa settimana di avere ritenuto che l’articolo pubblicato dal Post avesse i “tratti distintivi” di un’operazione di hacking e disinformazione russa. L’ex dirigente ha però dovuto ammettere di avere commesso un errore.
Nell’agosto 2020, Twitter ha iniziato a etichettare alcuni account come affiliati agli Stati ritenuti ostili dagli Usa (Russia e Cina soprattutto) e da allora si era verificato un calo significativo del coinvolgimento degli utenti, inclusi i like e le condivisioni, di tali account.
Il New York Post è stato il primo giornale a riferire del computer del figlio di Biden, abbandonato in un laboratorio di riparazioni di Wilmington, Delaware.
Il computer conteneva diversi file, comprese e-mail potenzialmente incriminanti, riguardanti i rapporti d’affari del figlio dell’attuale presidente con Paesi e individui stranieri.
In una delle email, Vadym Pozharskyi, cittadino ucraino e terzo al comando della compagnia energetica ucraina Burisma, ringraziava Biden per l’opportunità avuta di incontrare suo padre, allora vicepresidente, e per aver “trascorso del tempo con lui” ad aprile 2015. Hunter Biden, in quel momento, era membro del Consiglio di amministrazione della società.
Hunter Biden era entrato nel consiglio d’amministrazione della Burisma Holdings, compagnia ucraina del gas, nel maggio 2014, con uno stipendio di 50 mila dollari al mese. Il figlio di Biden venne scelto nonostante non parlasse la lingua e non avesse particolari esperienze nel campo energetico.
Ma venne assunto pochi mesi dopo la decisione di Obama di affidare al suo vice – all’epoca l’attuale presidente Joe Biden – il compito di seguire la transizione politica in Ucraina dopo il colpo di stato del 2014 (il cosiddetto EuroMaidan).
Non solo. Il potenziale conflitto d’interessi tra la famiglia Biden e la politica in Ucraina, si palesò nel 2016 quando, con l’appoggio dell’Unione Europea, Biden minacciò di congelare un miliardo di dollari di aiuti a meno che i leader ucraini non avessero licenziato il procuratore generale Viktor Shokin, accusato di essere stato troppo morbido nella lotta alla corruzione di Stato. Una decisione che poi venne effettivamente presa.
Fu lo stesso Biden a vantarsene durante un incontro pubblico nel 2018 ad un evento a cura della rivista Foreign Affairs, con una frase piuttosto esplicita: “Li guardai negli occhi e dissi, io parto tra sei ore, se il procuratore non è stato licenziato, non avrete i soldi. Beh, figlio di puttana. È stato licenziato“.
Shokin stava indagando sull’azienda nel cui consiglio d’amministrazione figurava Hunter Biden, il figlio del futuro presidente degli Stati Uniti.
Circa 50 ex membri di varie agenzie d’intelligence Usa avevano affermato che le informazioni circolate intorno agli affari della famiglia Biden in Ucraina erano false ed erano state create dai russi per interferire nelle elezioni presidenziali.
Ma a marzo è stato il New York Times a confermare che il computer e le informazioni che esso conteneva erano autentici, e che sono state ammesse come prove in un’indagine portata avanti dal dipartimento di Giustizia su Hunter Biden e sui suoi affari finanziari e fiscali.
E mentre Macron in visita negli Usa ha incontrato faccia a faccia Elon Musk, dall’Unione Europea arrivano esplicite minacce a Twitter.
Bruxelles minaccia infatti di bloccare il social network se le nuove policy previste dal nuovo management (Elon Musk), infrangeranno le regole sulla moderazione dei contenuti. Il commissario europeo Thierry Breton, in una videochiamata con lo stesso Musk, ha di fatto esposto tutte le riserve europee sul nuovo corso di Twitter.
Musk e Breton hanno concordato che la Ue effettuerà uno “stress test” presso la sede di Twitter all’inizio del 2023 per valutare la conformità del social alle norme europee. Ma il rischio, secondo quanto scrive il Financial Times, è che il social possa violare il nuovo Digital Servicses Act della UE, che stabilisce gli standard con cui le società Big Tech devono controllare i contenuti su Internet.
Breton ha ribadito che in caso di violazione di queste norme, Twitter potrebbe subire un divieto a livello europeo o multe fino al 6% del fatturato globale.
Fonte
Sta emergendo infatti che Twitter negli anni scorsi ha adottato una serie di misure straordinarie per “insabbiare” la storia del computer di Hunter Biden, figlio dell’attuale presidente Joe, pubblicata dal New York Post poche settimane prima delle elezioni del 2020.
Secondo l’articolo del NYP il dispositivo conteneva diversi file, comprese e-mail potenzialmente incriminanti, riguardanti i rapporti d’affari del figlio dell’attuale presidente con Paesi e individui stranieri, inclusa l’Ucraina (eh si...).
A pubblicare su Twitter le mail che mostrano gli scambi tra i dipendenti della piattaforma online è stato il giornalista statunitense Matt Taibbi, in una serie di tweet poi condivisi dallo stesso Elon Musk, diventato il nuovo proprietario del social network.
Twitter, sostiene Taibbi, “ha adottato misure straordinarie per sopprimere la storia, rimuovendo collegamenti e pubblicando avvisi sulla loro possibile non sicurezza. Ne ha persino bloccato la trasmissione tramite messaggio diretto, uno strumento finora riservato a casi estremi, come la pornografia infantile”.
La tesi del giornalista, condivisa e rilanciata da Musk, è che la policy della piattaforma sulle pubblicazioni da censurare fosse dettata da simpatie politiche, e non dai contenuti dei post.
Nel 2020, scrive Taibbi, “le richieste di eliminare determinati tweet erano routine. Celebrità e sconosciuti allo stesso modo potevano essere rimossi per volere di un partito politico. Entrambe le parti avevano accesso a questi strumenti. Ad esempio, nel 2020, sono state accolte e onorate le richieste sia della Casa Bianca di Trump che della campagna di Biden”.
Tuttavia, sostiene, “questo sistema non era bilanciato in quanto basato sui contatti. E poiché Twitter era ed è composto in modo schiacciante da persone con un determinato orientamento politico, c’erano più canali, più modi per lamentarsi, aperti sia a sinistra (i democratici) che a destra”. A cavallo tra il 2020 e il 2021 Twitter bloccò poi l’account di Trump per le contestazioni ai risultati elettorali.
Il responsabile del dipartimento “integrità” della piattaforma, Yoel Roth, ha sostenuto in un’intervista rilasciata questa settimana di avere ritenuto che l’articolo pubblicato dal Post avesse i “tratti distintivi” di un’operazione di hacking e disinformazione russa. L’ex dirigente ha però dovuto ammettere di avere commesso un errore.
Nell’agosto 2020, Twitter ha iniziato a etichettare alcuni account come affiliati agli Stati ritenuti ostili dagli Usa (Russia e Cina soprattutto) e da allora si era verificato un calo significativo del coinvolgimento degli utenti, inclusi i like e le condivisioni, di tali account.
Il New York Post è stato il primo giornale a riferire del computer del figlio di Biden, abbandonato in un laboratorio di riparazioni di Wilmington, Delaware.
Il computer conteneva diversi file, comprese e-mail potenzialmente incriminanti, riguardanti i rapporti d’affari del figlio dell’attuale presidente con Paesi e individui stranieri.
In una delle email, Vadym Pozharskyi, cittadino ucraino e terzo al comando della compagnia energetica ucraina Burisma, ringraziava Biden per l’opportunità avuta di incontrare suo padre, allora vicepresidente, e per aver “trascorso del tempo con lui” ad aprile 2015. Hunter Biden, in quel momento, era membro del Consiglio di amministrazione della società.
Hunter Biden era entrato nel consiglio d’amministrazione della Burisma Holdings, compagnia ucraina del gas, nel maggio 2014, con uno stipendio di 50 mila dollari al mese. Il figlio di Biden venne scelto nonostante non parlasse la lingua e non avesse particolari esperienze nel campo energetico.
Ma venne assunto pochi mesi dopo la decisione di Obama di affidare al suo vice – all’epoca l’attuale presidente Joe Biden – il compito di seguire la transizione politica in Ucraina dopo il colpo di stato del 2014 (il cosiddetto EuroMaidan).
Non solo. Il potenziale conflitto d’interessi tra la famiglia Biden e la politica in Ucraina, si palesò nel 2016 quando, con l’appoggio dell’Unione Europea, Biden minacciò di congelare un miliardo di dollari di aiuti a meno che i leader ucraini non avessero licenziato il procuratore generale Viktor Shokin, accusato di essere stato troppo morbido nella lotta alla corruzione di Stato. Una decisione che poi venne effettivamente presa.
Fu lo stesso Biden a vantarsene durante un incontro pubblico nel 2018 ad un evento a cura della rivista Foreign Affairs, con una frase piuttosto esplicita: “Li guardai negli occhi e dissi, io parto tra sei ore, se il procuratore non è stato licenziato, non avrete i soldi. Beh, figlio di puttana. È stato licenziato“.
Shokin stava indagando sull’azienda nel cui consiglio d’amministrazione figurava Hunter Biden, il figlio del futuro presidente degli Stati Uniti.
Circa 50 ex membri di varie agenzie d’intelligence Usa avevano affermato che le informazioni circolate intorno agli affari della famiglia Biden in Ucraina erano false ed erano state create dai russi per interferire nelle elezioni presidenziali.
Ma a marzo è stato il New York Times a confermare che il computer e le informazioni che esso conteneva erano autentici, e che sono state ammesse come prove in un’indagine portata avanti dal dipartimento di Giustizia su Hunter Biden e sui suoi affari finanziari e fiscali.
E mentre Macron in visita negli Usa ha incontrato faccia a faccia Elon Musk, dall’Unione Europea arrivano esplicite minacce a Twitter.
Bruxelles minaccia infatti di bloccare il social network se le nuove policy previste dal nuovo management (Elon Musk), infrangeranno le regole sulla moderazione dei contenuti. Il commissario europeo Thierry Breton, in una videochiamata con lo stesso Musk, ha di fatto esposto tutte le riserve europee sul nuovo corso di Twitter.
Musk e Breton hanno concordato che la Ue effettuerà uno “stress test” presso la sede di Twitter all’inizio del 2023 per valutare la conformità del social alle norme europee. Ma il rischio, secondo quanto scrive il Financial Times, è che il social possa violare il nuovo Digital Servicses Act della UE, che stabilisce gli standard con cui le società Big Tech devono controllare i contenuti su Internet.
Breton ha ribadito che in caso di violazione di queste norme, Twitter potrebbe subire un divieto a livello europeo o multe fino al 6% del fatturato globale.
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08/04/2022
La Cina “non molla la presa” sui laboratori di armi biologiche USA
La Cina è tornata a sottolineare mercoledì in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) la preoccupazione sollevata dalle rivelazioni della Federazione Russa sui laboratori biologici degli Stati Uniti in Ucraina e in altri paesi, ed ha sottolineato che qualsiasi presenza di azioni biologiche militari dovrebbe generare una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale.
“La pandemia Covid-19 ci ricorda l’importanza critica della pace e della sicurezza internazionale, la biosicurezza che non conosce confini“, ha detto il vice-rappresentante permanente della Cina alle Nazioni Unite, Dai Bing, in una riunione informale convocata dalla Russia.
“La Cina accoglie con favore la comunità internazionale per valutare i documenti scoperti all’interno dei quadri appropriati, compresa la Convenzione sulle armi biologiche e l’ONU, e ascoltare i chiarimenti del paese interessato in modo equo e imparziale“, ha detto il funzionario cinese.
Allo stesso tempo, Dai Bing ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero assumersi le proprie responsabilità e fornire un chiarimento completo delle loro attività biologiche per porre fine ai dubbi globali.
Data l’assenza alla riunione dei rappresentanti degli Stati Uniti e del Regno Unito, il rappresentante permanente della Russia all’ONU, Dimitri Polianski, ha detto che questa è la prova del problema, poiché hanno qualcosa da nascondere e non vogliono rispondere alle domande poste loro.
Il capo delle truppe russe di protezione radiologica, chimica e biologica, Igor Kirillov, ha riferito mercoledì sull’esistenza di 60 laboratori biologici ai confini della Russia e della Cina che sono sostenuti dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (USA) per la loro modernizzazione.
Kirillov è apparso davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), dando specifiche sulla natura dell’attività biologico-militare degli Stati Uniti in territorio straniero, che mette in pericolo la sicurezza globale.
Sostenuto dai dati del ministero degli Esteri cinese, il capo delle truppe russe di protezione radiologica, chimica e biologica ha dichiarato che Washington controlla almeno 336 laboratori al di fuori del proprio territorio nazionale per sviluppare agenti patogeni trasmissibili.
Settimane fa, le autorità russe hanno rivelato le indagini condotte dalla Casa Bianca sulla trasmissione di infezioni pericolose da parte degli uccelli migratori, che sono state condotte nelle città ucraine di Kiev (capitale), Kharkov e Odessa.
Kirillov ha descritto l’esercizio militare biologico degli Stati Uniti in questi territori come “sconsiderato e irresponsabile”, poiché non permette di controllare le conseguenze.
L’alto ufficiale russo ha spiegato inoltre che gli Stati Uniti stanno approfittando delle scappatoie dal diritto internazionale per aumentare la loro capacità biologico-militare e la loro presenza al di fuori dei propri confini.
Secondo i rapporti dei media, Kirillov ha recentemente dichiarato che l’avvocato e figlio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, Hunter Biden, “ha giocato un ruolo chiave nel creare l’opportunità finanziaria di lavorare con gli agenti patogeni in Ucraina“.
Fonte
“La pandemia Covid-19 ci ricorda l’importanza critica della pace e della sicurezza internazionale, la biosicurezza che non conosce confini“, ha detto il vice-rappresentante permanente della Cina alle Nazioni Unite, Dai Bing, in una riunione informale convocata dalla Russia.
“La Cina accoglie con favore la comunità internazionale per valutare i documenti scoperti all’interno dei quadri appropriati, compresa la Convenzione sulle armi biologiche e l’ONU, e ascoltare i chiarimenti del paese interessato in modo equo e imparziale“, ha detto il funzionario cinese.
Allo stesso tempo, Dai Bing ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero assumersi le proprie responsabilità e fornire un chiarimento completo delle loro attività biologiche per porre fine ai dubbi globali.
Data l’assenza alla riunione dei rappresentanti degli Stati Uniti e del Regno Unito, il rappresentante permanente della Russia all’ONU, Dimitri Polianski, ha detto che questa è la prova del problema, poiché hanno qualcosa da nascondere e non vogliono rispondere alle domande poste loro.
Il capo delle truppe russe di protezione radiologica, chimica e biologica, Igor Kirillov, ha riferito mercoledì sull’esistenza di 60 laboratori biologici ai confini della Russia e della Cina che sono sostenuti dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (USA) per la loro modernizzazione.
Kirillov è apparso davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), dando specifiche sulla natura dell’attività biologico-militare degli Stati Uniti in territorio straniero, che mette in pericolo la sicurezza globale.
Sostenuto dai dati del ministero degli Esteri cinese, il capo delle truppe russe di protezione radiologica, chimica e biologica ha dichiarato che Washington controlla almeno 336 laboratori al di fuori del proprio territorio nazionale per sviluppare agenti patogeni trasmissibili.
Settimane fa, le autorità russe hanno rivelato le indagini condotte dalla Casa Bianca sulla trasmissione di infezioni pericolose da parte degli uccelli migratori, che sono state condotte nelle città ucraine di Kiev (capitale), Kharkov e Odessa.
Kirillov ha descritto l’esercizio militare biologico degli Stati Uniti in questi territori come “sconsiderato e irresponsabile”, poiché non permette di controllare le conseguenze.
L’alto ufficiale russo ha spiegato inoltre che gli Stati Uniti stanno approfittando delle scappatoie dal diritto internazionale per aumentare la loro capacità biologico-militare e la loro presenza al di fuori dei propri confini.
Secondo i rapporti dei media, Kirillov ha recentemente dichiarato che l’avvocato e figlio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, Hunter Biden, “ha giocato un ruolo chiave nel creare l’opportunità finanziaria di lavorare con gli agenti patogeni in Ucraina“.
Fonte
15/10/2019
Il gas ucraino e i democratici yankee
L’Ucraina del majdan Nezaležnosti e, verosimilmente, anche di tutti i 28 anni della “indipendenza” dall’Unione Sovietica, somiglia molto a un Uncle Sam’s Hub per qualunque “figlio d’arte” yankee che – vien da dire, in questo caso a proposito, alla maniera russa: komù ne len – non sia un poltrone.
Dopo l’ormai inflazionato Hunter Biden (3 milioni di dollari e 50mila al mese dall’ucraina Burisma, per dire), figlio dell’ex vice Presidente e attuale sfidante democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, ora ci informano che anche Paul Pelosi jr, figlio della speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto i suoi bravi affari col gas ucraino.
Certo, diranno sicuramente gli italici megafoni della “democrazia” yankee: insinuazioni simili non sono altro che la vendetta dei perfidi repubblicani contro gli angelici democratici e contro colei che ha chiesto l’impeachment per Donald Trump; perché, si sa, i democratici sono tali per definizione, come dice il nome stesso e come dimostra la filiale nostrana del partito democratico.
Ora, sinceramente, che differenza ci sia tra i democratici e i repubblicani USA, quali politiche, ora in una forma, ora in un’altra, conducano entrambi, e nell’interesse di quale classe, ce lo raccontano oltre due secoli di storia e ce lo dimostrano tutte le cronache guerrafondaie presenti; per cui, che le notizie d’oltreoceano a proposito di Paul Pelosi jr costituiscano o meno una “vendetta” personale, cambia poco alla questione.
E la questione è che, per l’ennesima volta nella loro storia, “famiglie” più o meno delinquenziali conducono “politiche” nell’interesse del grosso business statunitense e, già che ci sono, anche per il proprio personale tornaconto: il tutto, sulla pelle di nazioni, popoli e classi subalterne, condannate a pagare l’arricchimento di monopoli e banche a stelle e strisce.
E lo fanno, preferibilmente appaltando il lavoro quotidiano a conniventi governi “democratici” locali; ma, quando questo non basta, imponendo propri governi che di “democratico” non hanno nulla e sbandierano apertamente insegne naziste.
Nel caso in questione: l’Ucraina e la sua popolazione, costretta a trascorrere un altro inverno al freddo, dato che il gas (che sia quello russo, di transito in Ucraina, o di altro tipo. Ieri “Naftogaz” ha dichiarato di disporre di 21 miliardi di m3 nei depositi sotterranei) prende altre destinazioni e quello che rimane deve esser pagato dalla popolazione alle tariffe imposte dal FMI, mortifere per la maggioranza degli ucraini.
E dunque, Paul Pelosi jr, come scrive Patrick Howley, ripreso da National File, “was a board member of Viscoil and executive at its related company NRGLab, which DID ENERGY Business in UKRAINE”. Paul jr sostiene che la “visita” da lui fatta in terra ucraina nel 2017 riguardasse “partnership di calcio giovanile”; ma è un fatto che la stessa Nancy Pelosi compaia in un video in cui si reclamizza la ditta, registrata a Singapore, in cui è occupato il figlio.
Come pure è un fatto, ripreso da colonelcassad, che nel 2015 anche Nancy fosse stata in Ucraina per discutere di “sicurezza energetica”; e un altro fatto è che la NRGLab trattasse la questione del gas ucraino già prima del golpe del 2014.
Non usa mezze parole colonelcassd, ricordando come Nancy Pelosi avesse annunciato la procedura di impeachment per Trump, proprio sulla questione ucraina e gli affari ucraini della famiglia Biden e, titolando “La criminale famiglia Pelosi”, scrive che anche la speaker della Camera è “invischiata in uno scandalo corruttivo ucraino”. Viene anche riprodotto uno spot del 2013 (poi rimosso da YouTube) in cui Nancy e il figlio Paul jr reclamizzano tecnologie di risparmio energetico.
Insomma, scrive colonelcassad, mentre lavorava per “la NRGLab, Pelosi jr interagiva attivamente con la Viscoil, pubblicizzata dalla madre; quella Viscoil Holdings che ha oggi problemi con la legge e che, a inizi anni 2000, aveva nella direzione anche un cittadino russo, tale Sergej Sorokin”.
Che anche qualche magnate russo abbia avuto e abbia tuttora affari in Ucraina non è certo una scoperta; come pure che l’intrattenere rapporti ora con esponenti repubblicani, ora democratici, non sia determinato da “convinzioni politiche”, ma da molto prosaici interessi d’affari: affari capitalistici, a ovest e a est del Dnepr.
Ora, è evidente che i repubblicani stiano raccogliendo quanto più materiale possibile per affondare gli avversari di Trump e che l’Ucraina, con gli affari di Obama, Biden, Pelosi, ecc., faccia buon gioco alla faccenda. Ancora una volta, disgraziatamente, sulla pelle di qualcuno: ora è il turno degli ucraini, “colpevoli” di abitare una terra ricca di risorse del sottosuolo, che fanno gola ai grossi monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari, non solo americani.
Quegli ucraini che, come nota news-front.info, hanno tutt’altra opinione della ex ambasciatrice USA a Kiev, Mari Jovanovič, rappresentante del duo Obama-Clinton in terra ucraina, rispetto all’immagine che ne vorrebbero dare i democratici di entrambe le sponde dell’Oceano, di vittima innocente delle “manovre trumpiane in Ucraina per infangare Biden”.
Secondo il politologo Aleksej Jakubin, il richiamo anzitempo in USA della Jovanovič, non è dovuto ad altro che “al fatto che lei non era esattamente una rappresentante neutrale dell’America, nel contesto degli allineamenti politici interni americani, ma rappresentava piuttosto una linea politica orientata verso i democratici”. Jakubin, senza nominare la Jovanovič, afferma che furono i democratici USA ad alimentare l’intervento ucraino a proprio favore nelle presidenziali USA del 2016, con alti papaveri di Kiev, coinvolti in reti di sostegno a politici americani, tra cui, per l’appunto, Joe Biden.
Ma, malauguratamente per qualcuno, tutto questo è ben lontano dal tirare in ballo il cosiddetto dipartimento segreto del GRU russo, il fantomatico reparto 29155, “svelato” dal New York Times e che tanta attenzione gode anche in Italia, alimentata dai fans nostrani della democrazia yankee, esportata allegramente nel mondo da democratici e repubblicani.
Fonte
Dopo l’ormai inflazionato Hunter Biden (3 milioni di dollari e 50mila al mese dall’ucraina Burisma, per dire), figlio dell’ex vice Presidente e attuale sfidante democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, ora ci informano che anche Paul Pelosi jr, figlio della speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto i suoi bravi affari col gas ucraino.
Certo, diranno sicuramente gli italici megafoni della “democrazia” yankee: insinuazioni simili non sono altro che la vendetta dei perfidi repubblicani contro gli angelici democratici e contro colei che ha chiesto l’impeachment per Donald Trump; perché, si sa, i democratici sono tali per definizione, come dice il nome stesso e come dimostra la filiale nostrana del partito democratico.
Ora, sinceramente, che differenza ci sia tra i democratici e i repubblicani USA, quali politiche, ora in una forma, ora in un’altra, conducano entrambi, e nell’interesse di quale classe, ce lo raccontano oltre due secoli di storia e ce lo dimostrano tutte le cronache guerrafondaie presenti; per cui, che le notizie d’oltreoceano a proposito di Paul Pelosi jr costituiscano o meno una “vendetta” personale, cambia poco alla questione.
E la questione è che, per l’ennesima volta nella loro storia, “famiglie” più o meno delinquenziali conducono “politiche” nell’interesse del grosso business statunitense e, già che ci sono, anche per il proprio personale tornaconto: il tutto, sulla pelle di nazioni, popoli e classi subalterne, condannate a pagare l’arricchimento di monopoli e banche a stelle e strisce.
E lo fanno, preferibilmente appaltando il lavoro quotidiano a conniventi governi “democratici” locali; ma, quando questo non basta, imponendo propri governi che di “democratico” non hanno nulla e sbandierano apertamente insegne naziste.
Nel caso in questione: l’Ucraina e la sua popolazione, costretta a trascorrere un altro inverno al freddo, dato che il gas (che sia quello russo, di transito in Ucraina, o di altro tipo. Ieri “Naftogaz” ha dichiarato di disporre di 21 miliardi di m3 nei depositi sotterranei) prende altre destinazioni e quello che rimane deve esser pagato dalla popolazione alle tariffe imposte dal FMI, mortifere per la maggioranza degli ucraini.
E dunque, Paul Pelosi jr, come scrive Patrick Howley, ripreso da National File, “was a board member of Viscoil and executive at its related company NRGLab, which DID ENERGY Business in UKRAINE”. Paul jr sostiene che la “visita” da lui fatta in terra ucraina nel 2017 riguardasse “partnership di calcio giovanile”; ma è un fatto che la stessa Nancy Pelosi compaia in un video in cui si reclamizza la ditta, registrata a Singapore, in cui è occupato il figlio.
Come pure è un fatto, ripreso da colonelcassad, che nel 2015 anche Nancy fosse stata in Ucraina per discutere di “sicurezza energetica”; e un altro fatto è che la NRGLab trattasse la questione del gas ucraino già prima del golpe del 2014.
Non usa mezze parole colonelcassd, ricordando come Nancy Pelosi avesse annunciato la procedura di impeachment per Trump, proprio sulla questione ucraina e gli affari ucraini della famiglia Biden e, titolando “La criminale famiglia Pelosi”, scrive che anche la speaker della Camera è “invischiata in uno scandalo corruttivo ucraino”. Viene anche riprodotto uno spot del 2013 (poi rimosso da YouTube) in cui Nancy e il figlio Paul jr reclamizzano tecnologie di risparmio energetico.
Insomma, scrive colonelcassad, mentre lavorava per “la NRGLab, Pelosi jr interagiva attivamente con la Viscoil, pubblicizzata dalla madre; quella Viscoil Holdings che ha oggi problemi con la legge e che, a inizi anni 2000, aveva nella direzione anche un cittadino russo, tale Sergej Sorokin”.
Che anche qualche magnate russo abbia avuto e abbia tuttora affari in Ucraina non è certo una scoperta; come pure che l’intrattenere rapporti ora con esponenti repubblicani, ora democratici, non sia determinato da “convinzioni politiche”, ma da molto prosaici interessi d’affari: affari capitalistici, a ovest e a est del Dnepr.
Ora, è evidente che i repubblicani stiano raccogliendo quanto più materiale possibile per affondare gli avversari di Trump e che l’Ucraina, con gli affari di Obama, Biden, Pelosi, ecc., faccia buon gioco alla faccenda. Ancora una volta, disgraziatamente, sulla pelle di qualcuno: ora è il turno degli ucraini, “colpevoli” di abitare una terra ricca di risorse del sottosuolo, che fanno gola ai grossi monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari, non solo americani.
Quegli ucraini che, come nota news-front.info, hanno tutt’altra opinione della ex ambasciatrice USA a Kiev, Mari Jovanovič, rappresentante del duo Obama-Clinton in terra ucraina, rispetto all’immagine che ne vorrebbero dare i democratici di entrambe le sponde dell’Oceano, di vittima innocente delle “manovre trumpiane in Ucraina per infangare Biden”.
Secondo il politologo Aleksej Jakubin, il richiamo anzitempo in USA della Jovanovič, non è dovuto ad altro che “al fatto che lei non era esattamente una rappresentante neutrale dell’America, nel contesto degli allineamenti politici interni americani, ma rappresentava piuttosto una linea politica orientata verso i democratici”. Jakubin, senza nominare la Jovanovič, afferma che furono i democratici USA ad alimentare l’intervento ucraino a proprio favore nelle presidenziali USA del 2016, con alti papaveri di Kiev, coinvolti in reti di sostegno a politici americani, tra cui, per l’appunto, Joe Biden.
Ma, malauguratamente per qualcuno, tutto questo è ben lontano dal tirare in ballo il cosiddetto dipartimento segreto del GRU russo, il fantomatico reparto 29155, “svelato” dal New York Times e che tanta attenzione gode anche in Italia, alimentata dai fans nostrani della democrazia yankee, esportata allegramente nel mondo da democratici e repubblicani.
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06/10/2019
Ucraina: la “democrazia miliardaria” della famiglia Biden
“La democrazia si difende difendendo la democrazia”, tuonano i democratici tutti d’un pezzo, sbigottiti all’idea che Donald Trump continui a “chiedere aiuti stranieri per infangare la famiglia del vicepresidente Biden” . Hanno scordato, gli integerrimi democratici, di quando Joe Biden, per coordinare meglio l’aggressione ucraina al Donbass, fatta in nome della “democrazia” targata Obama-Biden-Clinton, dichiarava tra il serio e il faceto di “incontrarsi con Petro Porošenko più spesso che con la propria moglie”, per i continui viaggi a Kiev, a curare gli affari di stato e di famiglia? Dunque, quale “democrazia si difende difendendola”? Quella del golpe nazista a Kiev, finanziato da Washington con 5 miliardi di $; degli antifascisti bruciati vivi alla casa dei Sindacati di Odessa; quella demo-repubblicana USA, che addestra e finanzia i battaglioni neonazisti ucraini, che fanno stragi in Donbass, o dei fascisti yankee che si addestrano in Ucraina tra i nazisti di “Azov”; quella del FMI che ha ridotto alla fame il popolo ucraino e lo lascia al freddo ogni inverno, che privatizza i terreni ucraini per svenderli ai monopoli energetici e agro-alimentari USA; quella dell’ex vice Presidente USA, che impone le dimissioni del Procuratore ucraino Viktor Šokhin, colpevole di indagare sulla Burisma Holding? Ma quando mai! La democrazia, la si difende salvaguardando il buon nome di un cristallino “democratico”, oltraggiato da un Trump che “non sta bene, non è lucido, non è in sé”.
Nell’ormai inflazionato colloquio telefonico del 25 luglio, Trump avrebbe così ricattato il presidente ucraino Vladimir Zelenskij: per non congelare i 391 milioni di $ di aiuti militari stanziati dal Congresso, gli avrebbe chiesto di far luce su “cosa sia successo in tutta questa situazione con l’Ucraina”, intendendo le voci sul ruolo di hacker ucraini nella campagna elettorale USA del 2016. Si sarebbe anche parlato di una possibile dichiarazione pubblica, in cui Zelenskij avrebbe dovuto annunciare l’avvio di indagini su Burisma. In effetti, per “infangare” la famiglia Biden, il lestofante ora di turno alla Casa Bianca, avrebbe anche potuto fare a meno di ricorrere a “paesi stranieri”: da almeno cinque-sei anni, le cronache politico-affaristiche di alcuni media riportano le vicissitudini in terra ucraina dei Biden, padre e figlio.
“Biden sa della corruzione in Ucraina non per sentito dire”, titolava la russa Vzgljad nel dicembre 2015, e citava il New York Times: “Joe Biden ha detto che Petro Porošenko è un membro della sua famiglia. Entrambi non nascondono i propri interessi personali in questa unione”. Nel momento in cui “il vicepresidente Joe Biden invita la leadership ucraina a compiere ogni sforzo per combattere la corruzione” continuava il NYT, “il rapporto di suo figlio Hunter Biden con una delle più grandi compagnie ucraine di gas, la Burisma Holdings, induce a dubitare della sincerità delle intenzioni di suo padre”. Anche Wall Street Journal calcava la mano sul fatto che Hunter Biden lavorasse “per un’azienda ucraina, diretta da un ex Ministro ucraino, Nikolaj Zločevskij, accusato di riciclaggio”.
Non erano ancora freddi i cadaveri di poliziotti e manifestanti contro cui avevano sparato i cecchini polacchi, lituani, georgiani pagati dall’ambasciata USA a Kiev, che già Hunter Biden e Devon Archer, nell’aprile 2014, entravano nel CdA della Burisma, all’epoca la più forte compagnia energetica privata ucraina: proprio nel momento in cui, secondo il NYT, era partita l’indagine sul riciclaggio. A marzo 2014, infatti, Zločevskij – finanziatore dei nazisti di “Azov” – aveva tentato di trasferire a Cipro 23 milioni di $ dal suo conto britannico presso la francese BNP Paribas. Ciò aveva sollevato sospetti di riciclaggio e Londra aveva congelato i suoi fondi. La portavoce di Joe Biden si era affrettata a dichiarare che gli affari di Hunter Biden non hanno nulla a che fare con la politica del padre per l’Ucraina.
Ora, lo storico americano Eric Suess scrive su Global Research che, per comprendere il perché Zelenskij sia riluttante a render pubblico tutto il lerciume su Joe Biden, bisogna sapere che il boss e benefattore di Hunter Biden alla Burisma è stato, almeno in parte, anche boss e benefattore di Zelenskij stesso. Vale a dire: l’ex governatore della regione di Dnepropetrovsk, concorrente in affari di Petro Porošenko: l’oligarca Igor Kolomojskij, il cui impero finanziario si estendeva a nord del bacino del Dnepr-Donets – la principale regione estrattiva ucraina che, secondo la US Energy Information Agency, racchiuderebbe 42 trilioni di m3 di gas di scisto – in cui Burisma detiene i diritti di perforazione.
Suess si rifà ad altre fonti e dice: “nel maggio 2014, con il titolo “Hunter Biden dovrebbe dichiarare a chi appartenga davvero il suo nuovo datore di lavoro ucraino, la Burisma Holdings”, Richard Smith aveva scritto che Hunter era diventato “membro del CdA” e che la “compagnia energetica ucraina ha acquisito un consigliere nella persona del figlio del vice-presidente e amico stretto del Segretario di stato”. A sua volta, Smith riportava quanto scoperto da un giornalista ucraino nel 2012. “Burisma ha cambiato proprietà nel 2011: al posto di Zločevskij e Lisin, la società è stata incorporata nella società offshore cipriota Brociti Investments Ltd. Pari e Esko-Pivnich. Una terza compagnia li stava già aspettando nello stesso edificio, la Ukrnaftoburinnja”, fondata da Zločevskij, ma passata poi al Privat Group di Igor Kolomojskij”.
Ancora Suess citaThe Washington Examiner, secondo cui, nel 2015 Burisma avrebbe pagato oltre 3 milioni di $ a Biden e Archer, successivamente però rimossi dal CdA e sostituiti da un consiglio di quattro elementi che, già dal 2013 includeva Alan Apter, della Sullivan & Cromwell, Merrill Lynch, Morgan Stanley and Renaissance Capital. Gli altri tre erano: Alexander Kwasniewski (Presidente polacco dal 1995 al 2005), membro del Consiglio Atlantico e del Bilderberg Club; Joseph Cofer Black, ex direttore del Centro antiterrorismo della CIA (1999-2002), poi vice-presidente del Blackwater Worldwide (ora Blackwater/Academi, di proprietà di Erik Prince, fratello di Betsy Prince, moglie di Dick DeVos, dell’impero Amway, Ministro della Pubblica Istruzione con Trump.
Il quarto membro è Karina Zločevskaja, figlia di Nikolaj Zločevskij, che sembra così rimanere socio di minoranza dell’azienda.
Dunque, evidenzia Suess, a controllare Burisma è Zločevskij o Kolomojskij? Obama ha sempre accusato Zločevskij di corruzione, ma lui aveva venduto Burisma a Kolomojskij ancor prima che Obama prendesse il controllo dell’Ucraina.
Ora, si sa che Viktor Šokhin – divenuto Procuratore generale nel 2015, ereditando le indagini su Burisma già avviate dalla Procura nel 2012 – nel marzo 2016 era stato rimosso con l’intervento dell’ex ambasciatore Geoffrey Pyatt, proprio su pressione di Joe Biden, per le sue indagini su Burisma. Proprio l’amministrazione Obama, sottolinea Suess, “aveva insistito a che il governo ucraino perseguisse Zločevskij, che però non era il boss di Hunter Biden, non controllava Burisma e non era collegato al governo ucraino, installato da Obama nel 2014”.
A proposito di Cofer Black e Blackwater/Academi, Suess ricorda come proprio Obama avesse ingaggiato la compagnia mercenaria per tenere sotto controllo il bacino Dnepr-Donets, per proteggere le perforazioni di Burisma. Secondo Zero Hedge, addirittura, mentre alcuni reparti ucraini proseguivano incursioni e bombardamenti contro città e villaggi del Donbass, altri erano impegnati nell’installazione delle attrezzature estrattive di Burisma nell’area di Slavjansk. “Il motivo della guerra?”, chiede retoricamente la pubblicazione: “si prevedeva che in tempo di pace il processo estrattivo avrebbe richiesto molti anni, durante i quali l’Europa sarebbe finita sotto la dittatura energetica di Putin. Ma, con la guerra, il processo, che a causa delle solite proteste contro il fracking, dura solitamente una decina d’anni, se non di più, può essere completato in pochi mesi!”. Anche se poi si è scoperto che non solo l’operazione Kolomojskij-Shell nel bacino del Dnepr, ma anche quella del governo ucraino con Chevron nel giacimento di Oleska erano economicamente ingiustificate.
Ora, tra i principali detentori del debito ucraino si possono contare Russia, FMI, American Franklin Templeton Fund, Blackstone Group, Banca mondiale, oltre a un gruppo di miliardari detentori di Eurobond, rappresentati dallo studio legale Weil Gotshal & Manges. Inoltre, anche governo USA e paesi UE sono indirettamente azionisti, attraverso le loro quote in FMI e Banca mondiale. Kolomojskij aveva derubato l’Ucraina a spese di tutti loro, i quali a loro volta fecero pressione su Porošenko perché lo destituisse da governatore. Oggi, conclude Suess, Zelenskij ha definito pubblicamente Kolomojskij come “il mio socio in affari”, ma deve anche poter contare sul sostegno americano per non crollare; probabilmente teme che, se “esaudisce la richiesta di Trump, il suo patron principale, Kolomojskij, possa finire in galera. Ma, da parte sua, Trump teme che se mette sotto pressione Zelenskij, allora l’intero “deep state”, non solo i miliardari del Partito democratico, ma anche i repubblicani, gli si rivolgano contro.
Un bel dilemma. Mica come la quisquilia su “come si difende la democrazia”! E, soprattutto: quale democrazia, repubblicana o democratica che sia; democrazia per chi; per quale classe; e chi deve esser chiamato a difenderla.
Fonte
30/09/2019
Il Donbass rimane sullo sfondo della lite tra Trump e Biden
Nella Repubblica popolare di Lugansk, fino a due giorni fa, la periferia stessa della capitale era sotto il fuoco ucraino: bersagliato con mitragliatrici pesanti il villaggio di Krasnyj Jar; colpi di mortaio da 82 mm su Kalinovo.
In violazione degli accordi di Minsk, blindati vengono dislocati in prossimità di centri abitati. Secondo Novorosinform, nella giornata di sabato, ancora nella LNR, le truppe di Kiev hanno ripetuto tiri di mortaio da 82 e 120 mm, lanciagranate su affusto SPG-9 e AGS-17 su Želobok, Kalinovo-Borščevatoe e Logvinovo.
Contro la Repubblica popolare di Donetsk, negli ultimi giorni, si è invece intensificata l’attività dei cecchini dell’esercito ucraino, in particolare nelle aree di Gorlovka, Golmovskij, del villaggio minerario di Gagarin, Aleksandrovka, Leninskoe, Marjinka, Zajtsevo. Il 25 settembre scorso, colpito il rione Kujbišev, alla periferia di Donetsk. Un villaggio della LNR su cui, a quanto pare, non cadranno più i colpi ucraini, è quello di Sokolniki, nel distretto di Slavjanoserbsk: semplicemente, rimasto sotto il martellamento ucraino dal 2014, gli abitanti hanno viste distrutte le proprie case e sono stati costretti a trasferirsi lontano dalla linea del fronte.
Una mano abbastanza pesante alla situazione del Donbass l’ha prestata in questi ultimi anni, tra gli altri, anche l’inviato speciale (oggi: ex) del Dipartimento di Stato per l’Ucraina Kurt Volker. Oltre al suo conosciuto appoggio all’ex presidente Petro Porošenko, alla malcelata russofobia, al tirare per le lunghe l’inconcludente “formato Volker-Surkov”, Volker rischia ora di essere accusato anche di una questione sussurrata da tempo. Di aver cioè cumulato in Ucraina, accanto agli “impegni” internazionali e alla cura per gli affari di casa Biden, anche quelli del BGR Group e del McCain Institute, padrini della Raytheon Company, produttrice dei sistemi anticarro “Javelin”. Su “raccomandazione” di Volker, Kiev avrebbe già acquistato 37 lanciatori ATGM “Javelin” e 210 dei relativi razzi.
Ma, ovviamente, l’attenzione pressoché esclusiva dei grandi media è ora concentrata sul duello elettorale tra democratici e repubblicani USA e sul ruolo di Kurt Volker: duello dietro cui la situazione delle popolazioni del Donbass fa appena da sfondo, e non sempre.
E così, ecco che, come scrive Jurij Barančik su iarex.ru, “le dimissioni di Volker sono associate al suo tradimento degli interessi degli Stati Uniti e al suo lavoro per un paese straniero”, per la proposta da lui fatta all’avvocato di Trump, Rudolph Giuliani, di incontrare il fiduciario di Vladimir Zelenskij, Andrej Ermak, la qual cosa viene considerata un tentativo di corruzione di Giuliani da parte ucraina tramite Volker.
Le dimissioni di Volker, soprattutto, aprono il sipario su una scena che tutti conoscono da anni, ma che sinora è sempre stata trattata quasi come “effetto collaterale” della questione ucraina: gli affari di casa Biden e, di conseguenza gli interessi “democratici” in terra (nel senso letterale: è ancora sul tappeto la liberalizzazione delle vendite di terre a monopoli stranieri, senza di che il FMI potrebbe chiudere la borsa) ucraina.
Soprattutto, ancora secondo Barančik, l’uscita di scena di Volker indica che a Zelenskij si è detto più o meno di cominciare a trattare con Mosca: “Trump si lava le mani del caso ucraino: questo è ora un problema dei democratici”. Sembra anche che i Presidenti di tre Commissioni del Congresso (esteri, intelligence, controllo e riforme) intendono ottenere la rimozione di altri quattro funzionari del Dipartimento di Stato in qualche modo collegati alla vicenda ucraina: l’ex ambasciatore a Kiev Mari Jovanovič, il vice assistente del Segretario di Stato George Kent, il Consigliere Ulrich Brechbuhl e l’Ambasciatore presso la UE Gordon Sonland.
Rudolph Giuliani aveva già avanzato il “sospetto” che i vertici di Kiev fossero invischiati nel riciclaggio di valuta a favore di Hunter Biden, figlio dell’ex vice Presidente USA, Joe, che, insediato nel CdA della holding del gas Burisma, avrebbe intascato 3 milioni di dollari, passati da Lettonia e Cipro, prima di finire nelle sue tasche.
Prima di Volker, a Kiev si era già dimesso il Segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Aleksandr Daniljuk, (nei mesi scorsi aveva dichiarato che il Donbass non otterrà mai lo status speciale, previsto dagli accordi di Minsk), che quando occupava il posto di Ministro delle finanze, nel passato governo Grojsman, era stato a diretto contatto con Joe Biden, nelle frequentissime gite di questi a Kiev.
Ora, stando al Wall Street Journal, la quota maggiore dei fondi versati alla “Clinton Foundation” dal 1999 al 2014 veniva per l’appunto dall’Ucraina (10 milioni di $) e, secondo WikiLeaks, la parte del leone, con 8,6 milioni di $, l’aveva fatta l’oligarca Viktor Pinčuk: 4° miliardario d’Ucraina nella classifica Focus per il 2018.
Aveva fatto da “corriere” il deputato Sergej Leščenko, che a suo tempo aveva trasmesso ai Clinton non solo i soldi di Pinčuk, ma anche i “documenti” che costarono posto e carriera all’allora responsabile della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort.
Non a caso, Giuliani ha fatto il nome di Leščenko tra i “nemici di Trump” a Kiev. Coinvolto nella storia anche l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney (secondo la CNN l’unico “tra i repubblicani ad aver espresso preoccupazione per il colloquio Trump-Zelenskij) dal momento che il suo consigliere, Joseph Cofer Black, ex responsabile anti-terrorismo della CIA, faceva parte, insieme a Hunter Biden, del CdA di Burisma, in qualità di “consulente per la sicurezza e gli attacchi informatici”.
In tutta la vicenda, sembra però che qualcosa abbia da dire anche l’ex Procuratore generale (da febbraio 2015 a marzo 2016) ucraino Viktor Šokin, a suo tempo rimosso con l’intervento dell’ex ambasciatore Geoffrey Pyatt (e sostituito dall’elettrotecnico Lutsenko) proprio su pressione di Joe Biden, per le sue indagini sugli schemi corruttivi legati alla Burisma Holding.
Qualche tempo fa, Šokin aveva depositato una memoria a favore del gruppo “DF”, di proprietà del magnate Dmitrij Firtaš (sembra che le sue ricchezze vengono soprattutto dal transito del gas russo attraverso l’Ucraina) a proposito delle manovre messe in atto a fine 2015 da Petro Porošenko e Joe Biden e delle dichiarazioni del Ministro degli interni Arsen Avakov, secondo cui dagli USA sarebbe giunta una richiesta di arresto di Firtaš al suo rientro in Ucraina.
Per “convincere Porošenko alla mia destituzione” afferma Šokin, “Biden minacciò di trattenere il previsto miliardo di dollari di sussidi all’Ucraina”. La verità, dice ancora l’ex Procuratore, “è che sono stato costretto alle dimissioni a causa dell’indagine avviata sulla corruzione nella Burisma Holdings”.
Nella sostanza, scrive colonelcassad.livejoirnal, Jurij Lutsenko fu nominato proprio per mettere a tacere il caso Burisma ed è naturale che egli continui tutt’oggi a proclamare che “dal punto di vista della legge ucraina, Hunter Biden non aveva violato nulla, dato che le infrazioni nel CdA di Burisma erano avvenute due anni prima del suo arrivo”. Per Vladimir Zelenskij, continua colonelcassad, “con lo sviluppo della guerra politica interna a Washington, sarà sempre più difficile rimanere seduto su due sedie: sarà necessario fare una scelta”, ora che anche Washington pare spingerlo a trattare con Mosca; cosa prometta di portare questo al Donbass, è un altro discorso.
In ogni caso, Šokin e la sua testimonianza nel caso Burisma “sono uno degli strumenti più efficaci nelle mani di Trump per fare pressione su Biden. Pertanto, avremo occasione di vedere ancora spesso l’ex Procuratore generale, a meno che non sia colto da un “improvviso” attacco cardiaco”.
Questa è l’Ucraina: un paese ridotto a servire gli interessi strategici, politici e militari, di UE e USA e dei loro monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari. Un paese in cui, per il prossimo inverno, qualche regione (Odessa) decide di interrompere l’approvvigionamento di calore, col pretesto della “mancanza di domanda da parte della popolazione per i servizi centralizzati di fornitura di acqua calda e l’aumento dei prezzi dell’energia”, ma in cui qualcun altro si è riempito le tasche anche attingendo ai 15 miliardi di dollari che la UE ha erogato dal 2014 ai nazi-golpisti di Kiev: così, per dire, si parla di 50.000 dollari al mese intascati da Hunter Biden alla Burisma Holding, nonostante la sua “totale mancanza di credenziali o qualifiche”.
Un paese in cui alcuni canali televisivi (112-Ucraina, NEWSONE, NAŠ, ZIK) rischiano di perdere le licenze di trasmissione, accusati di “attività sovversive contro lo stato ucraino”, ma che qualcun altro, sfidando l’evidenza, definisce “l’unica democrazia vera del mondo post sovietico (con l’ovvia eccezione dei Baltici ormai entrati nell’UE)”. Beh, se potessero dire la loro, i morti bruciati vivi il 2 maggio 2014 alla Casa dei sindacati di Odessa da cotanta “democrazia”...
Fonte
In violazione degli accordi di Minsk, blindati vengono dislocati in prossimità di centri abitati. Secondo Novorosinform, nella giornata di sabato, ancora nella LNR, le truppe di Kiev hanno ripetuto tiri di mortaio da 82 e 120 mm, lanciagranate su affusto SPG-9 e AGS-17 su Želobok, Kalinovo-Borščevatoe e Logvinovo.
Contro la Repubblica popolare di Donetsk, negli ultimi giorni, si è invece intensificata l’attività dei cecchini dell’esercito ucraino, in particolare nelle aree di Gorlovka, Golmovskij, del villaggio minerario di Gagarin, Aleksandrovka, Leninskoe, Marjinka, Zajtsevo. Il 25 settembre scorso, colpito il rione Kujbišev, alla periferia di Donetsk. Un villaggio della LNR su cui, a quanto pare, non cadranno più i colpi ucraini, è quello di Sokolniki, nel distretto di Slavjanoserbsk: semplicemente, rimasto sotto il martellamento ucraino dal 2014, gli abitanti hanno viste distrutte le proprie case e sono stati costretti a trasferirsi lontano dalla linea del fronte.
Una mano abbastanza pesante alla situazione del Donbass l’ha prestata in questi ultimi anni, tra gli altri, anche l’inviato speciale (oggi: ex) del Dipartimento di Stato per l’Ucraina Kurt Volker. Oltre al suo conosciuto appoggio all’ex presidente Petro Porošenko, alla malcelata russofobia, al tirare per le lunghe l’inconcludente “formato Volker-Surkov”, Volker rischia ora di essere accusato anche di una questione sussurrata da tempo. Di aver cioè cumulato in Ucraina, accanto agli “impegni” internazionali e alla cura per gli affari di casa Biden, anche quelli del BGR Group e del McCain Institute, padrini della Raytheon Company, produttrice dei sistemi anticarro “Javelin”. Su “raccomandazione” di Volker, Kiev avrebbe già acquistato 37 lanciatori ATGM “Javelin” e 210 dei relativi razzi.
Ma, ovviamente, l’attenzione pressoché esclusiva dei grandi media è ora concentrata sul duello elettorale tra democratici e repubblicani USA e sul ruolo di Kurt Volker: duello dietro cui la situazione delle popolazioni del Donbass fa appena da sfondo, e non sempre.
E così, ecco che, come scrive Jurij Barančik su iarex.ru, “le dimissioni di Volker sono associate al suo tradimento degli interessi degli Stati Uniti e al suo lavoro per un paese straniero”, per la proposta da lui fatta all’avvocato di Trump, Rudolph Giuliani, di incontrare il fiduciario di Vladimir Zelenskij, Andrej Ermak, la qual cosa viene considerata un tentativo di corruzione di Giuliani da parte ucraina tramite Volker.
Le dimissioni di Volker, soprattutto, aprono il sipario su una scena che tutti conoscono da anni, ma che sinora è sempre stata trattata quasi come “effetto collaterale” della questione ucraina: gli affari di casa Biden e, di conseguenza gli interessi “democratici” in terra (nel senso letterale: è ancora sul tappeto la liberalizzazione delle vendite di terre a monopoli stranieri, senza di che il FMI potrebbe chiudere la borsa) ucraina.
Soprattutto, ancora secondo Barančik, l’uscita di scena di Volker indica che a Zelenskij si è detto più o meno di cominciare a trattare con Mosca: “Trump si lava le mani del caso ucraino: questo è ora un problema dei democratici”. Sembra anche che i Presidenti di tre Commissioni del Congresso (esteri, intelligence, controllo e riforme) intendono ottenere la rimozione di altri quattro funzionari del Dipartimento di Stato in qualche modo collegati alla vicenda ucraina: l’ex ambasciatore a Kiev Mari Jovanovič, il vice assistente del Segretario di Stato George Kent, il Consigliere Ulrich Brechbuhl e l’Ambasciatore presso la UE Gordon Sonland.
Rudolph Giuliani aveva già avanzato il “sospetto” che i vertici di Kiev fossero invischiati nel riciclaggio di valuta a favore di Hunter Biden, figlio dell’ex vice Presidente USA, Joe, che, insediato nel CdA della holding del gas Burisma, avrebbe intascato 3 milioni di dollari, passati da Lettonia e Cipro, prima di finire nelle sue tasche.
Prima di Volker, a Kiev si era già dimesso il Segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Aleksandr Daniljuk, (nei mesi scorsi aveva dichiarato che il Donbass non otterrà mai lo status speciale, previsto dagli accordi di Minsk), che quando occupava il posto di Ministro delle finanze, nel passato governo Grojsman, era stato a diretto contatto con Joe Biden, nelle frequentissime gite di questi a Kiev.
Ora, stando al Wall Street Journal, la quota maggiore dei fondi versati alla “Clinton Foundation” dal 1999 al 2014 veniva per l’appunto dall’Ucraina (10 milioni di $) e, secondo WikiLeaks, la parte del leone, con 8,6 milioni di $, l’aveva fatta l’oligarca Viktor Pinčuk: 4° miliardario d’Ucraina nella classifica Focus per il 2018.
Aveva fatto da “corriere” il deputato Sergej Leščenko, che a suo tempo aveva trasmesso ai Clinton non solo i soldi di Pinčuk, ma anche i “documenti” che costarono posto e carriera all’allora responsabile della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort.
Non a caso, Giuliani ha fatto il nome di Leščenko tra i “nemici di Trump” a Kiev. Coinvolto nella storia anche l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney (secondo la CNN l’unico “tra i repubblicani ad aver espresso preoccupazione per il colloquio Trump-Zelenskij) dal momento che il suo consigliere, Joseph Cofer Black, ex responsabile anti-terrorismo della CIA, faceva parte, insieme a Hunter Biden, del CdA di Burisma, in qualità di “consulente per la sicurezza e gli attacchi informatici”.
In tutta la vicenda, sembra però che qualcosa abbia da dire anche l’ex Procuratore generale (da febbraio 2015 a marzo 2016) ucraino Viktor Šokin, a suo tempo rimosso con l’intervento dell’ex ambasciatore Geoffrey Pyatt (e sostituito dall’elettrotecnico Lutsenko) proprio su pressione di Joe Biden, per le sue indagini sugli schemi corruttivi legati alla Burisma Holding.
Qualche tempo fa, Šokin aveva depositato una memoria a favore del gruppo “DF”, di proprietà del magnate Dmitrij Firtaš (sembra che le sue ricchezze vengono soprattutto dal transito del gas russo attraverso l’Ucraina) a proposito delle manovre messe in atto a fine 2015 da Petro Porošenko e Joe Biden e delle dichiarazioni del Ministro degli interni Arsen Avakov, secondo cui dagli USA sarebbe giunta una richiesta di arresto di Firtaš al suo rientro in Ucraina.
Per “convincere Porošenko alla mia destituzione” afferma Šokin, “Biden minacciò di trattenere il previsto miliardo di dollari di sussidi all’Ucraina”. La verità, dice ancora l’ex Procuratore, “è che sono stato costretto alle dimissioni a causa dell’indagine avviata sulla corruzione nella Burisma Holdings”.
Nella sostanza, scrive colonelcassad.livejoirnal, Jurij Lutsenko fu nominato proprio per mettere a tacere il caso Burisma ed è naturale che egli continui tutt’oggi a proclamare che “dal punto di vista della legge ucraina, Hunter Biden non aveva violato nulla, dato che le infrazioni nel CdA di Burisma erano avvenute due anni prima del suo arrivo”. Per Vladimir Zelenskij, continua colonelcassad, “con lo sviluppo della guerra politica interna a Washington, sarà sempre più difficile rimanere seduto su due sedie: sarà necessario fare una scelta”, ora che anche Washington pare spingerlo a trattare con Mosca; cosa prometta di portare questo al Donbass, è un altro discorso.
In ogni caso, Šokin e la sua testimonianza nel caso Burisma “sono uno degli strumenti più efficaci nelle mani di Trump per fare pressione su Biden. Pertanto, avremo occasione di vedere ancora spesso l’ex Procuratore generale, a meno che non sia colto da un “improvviso” attacco cardiaco”.
Questa è l’Ucraina: un paese ridotto a servire gli interessi strategici, politici e militari, di UE e USA e dei loro monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari. Un paese in cui, per il prossimo inverno, qualche regione (Odessa) decide di interrompere l’approvvigionamento di calore, col pretesto della “mancanza di domanda da parte della popolazione per i servizi centralizzati di fornitura di acqua calda e l’aumento dei prezzi dell’energia”, ma in cui qualcun altro si è riempito le tasche anche attingendo ai 15 miliardi di dollari che la UE ha erogato dal 2014 ai nazi-golpisti di Kiev: così, per dire, si parla di 50.000 dollari al mese intascati da Hunter Biden alla Burisma Holding, nonostante la sua “totale mancanza di credenziali o qualifiche”.
Un paese in cui alcuni canali televisivi (112-Ucraina, NEWSONE, NAŠ, ZIK) rischiano di perdere le licenze di trasmissione, accusati di “attività sovversive contro lo stato ucraino”, ma che qualcun altro, sfidando l’evidenza, definisce “l’unica democrazia vera del mondo post sovietico (con l’ovvia eccezione dei Baltici ormai entrati nell’UE)”. Beh, se potessero dire la loro, i morti bruciati vivi il 2 maggio 2014 alla Casa dei sindacati di Odessa da cotanta “democrazia”...
Fonte
16/05/2014
L’Ucraina e i denti degli oligarchi. Il caso Biden
Il figlio del vicepresidente USA al centro dell'industria del gas in Ucraina, assieme all'ex presidente della Polonia. Le alleanze flessibili con mondi mafiosi.
R. Hunter Biden, figlio del vicepresidente USA, Joe, ha ereditato dal padre un numero incredibile di denti. Con questi ci sorride energicamente dalle sue foto ufficiali. Ora ci informano che quei denti azzannano una delle più ambite poltrone dell'Ucraina, facendo di lui uno dei nuovi padroni della Kiev post-golpista. Biden il Giovane si è infatti da poco insediato nel consiglio di amministrazione della più importante compagnia ucraina di estrazione del gas, la Burisma, con i pozzi in Europa e la sede a Cipro, dove la controlla un'altra impresa off-shore di diritto cipriota, la Brociti Investments Ltd. Vedremo poi dove vanno le tracce.
Durante il volo che lo ha portato dai cieli dell'élite statunitense alle alte sfere dell'oligarchia di un paese post-sovietico, il rampollo americano ha potuto anche lui riflettere su come è cambiata la parola oligarca. Sino a vent'anni fa l'oligarca era un generico esponente di un sistema di governo che poche persone imponevano a tutti. L'oligarca post-sovietico è invece una cosa più specifica: è un uomo d'affari che ha arraffato - mentre occupava una posizione dominante derivante dalla politica - le immense ricchezze pubbliche tratte dalla selvaggia privatizzazione dell'economia sovietica dopo il crollo dell'URSS. Questo tipo umano è ormai l'unico a essere etichettato come oligarca. La russofobia che regna nel discorso pubblico occidentale fa il resto: a est, anzi, in Russia, ci sono oligarchi; da noi, invece, sani imprenditori di specchiata virtù che mai oserebbero spolpare una nazione. Come definire altrimenti un De Benedetti?
Pazienza se moltissimi oligarchi russi, prima di decidere se appoggiare o combattere la nuova "verticale del potere" di Putin, siano stati per prima cosa delle creature occidentali.
Ma Hunter Biden è lì a ricordarci, con il suo cursus honorum e i suoi denti, stretti su un cucchiaio d'argento, che gli oligarchi esistono anche qui a Ovest, e prosperano e frequentano tutti i corridoi che portano alle stanze del denaro, dei governi, dell'intelligence. Con una colossale excusatio non petita, a Washington ci provano lo stesso a dircelo: secondo loro, le entrature nel governo, per il figlio del numero due della Casa Bianca non contano. E pertanto Biden ha ottenuto la sua carica nella lontana colonia europea solo per via del suo curriculum. Se i fatti ci dicono altro, è colpa nostra, che siamo prevenuti.
È solo una coincidenza, infatti, che il 21 aprile Biden il Vecchio porti la sua dentatura a Kiev per dettare i suoi voleri, e che proprio negli stessi giorni Biden il Giovane diventi l'homoamericanus dell'azienda più strategica del Paese, in piena battaglia del gas.
Il sospetto è che laggiù servisse uno sperimentato oligarca, appunto, che facesse da ufficiale di collegamento fra l'oligarchia locale e gli ottimati di Washington. E il dottor Hunter Biden aveva davvero il curriculum giusto per questo compito urgente: carriera universitaria presso le più prestigiose ed elitarie università private, e poi un impressionante lavoro di interconnessione interno e internazionale fra multinazionali, organizzazioni non governative imbevute di valori (soldi) governativi, uffici legali di super-lobbisti, ecc.
Soprattutto, Hunter Biden è uno dei più stretti collaboratori del presidente del National Democratic Institute for International Affairs (NDI), un'organizzazione creata dal governo USA come emanazione del National Endowment for Democracy (NED) per canalizzare contributi e donazioni miranti a «rafforzare la democrazia» in 125 diverse nazioni. Cioè un elemosiniere politico, una delle fabbriche delle rivoluzioni colorate di mezzo mondo, presieduta nientemeno che da Madeleine K. Albright, ex Segretario di Stato ai tempi di Clinton e del bombardamento della Serbia. È quella stessa personalità politica che disse in TV che mezzo milione di bambini morti per l'embargo in Iraq erano stati «un prezzo giusto», e ne era valsa la pena ("the price is worth it?")
Biden si sceglie buone compagnie. Sempre assieme alla Albright, è fra gli amministratori del Truman National Security Project, un centro di formazione che impiega ingenti risorse per forgiare intere leve di esponenti politici progressisti intorno ai temi della sicurezza nazionale. Quando sentite qualche vago esponente di sinistra che parla bene della guerra, sappiate da dove viene imbeccato.
Secondo Hunter Biden, il proprio compito a Kiev consisterà nel dare buoni consigli su «trasparenza, corporate governance e responsabilità, espansione internazionale e altre priorità» al fine di contribuire, nientemeno, «all'economia e al benessere del popolo ucraino.»
Sembra di sentire le stesse parole pronunciate nel 2003 per l'Iraq da Paul Bremer, il governatore coloniale insediato dal presidente George W. Bush quando invase e devastò quel paese. Ma mentre gli imperialisti repubblicani avevano una concezione rudimentale dell'«esportazione della democrazia», la gente dell'NDI è più duttile, perché afferma che «l'NDI non presume di imporre soluzioni né ritiene che un sistema democratico si possa replicare da qualche altra parte». Semmai, l'NDI «condivide esperienze e offre una serie di opzioni in modo che i leader possano adattare quelle pratiche e istituzioni che possano lavorare meglio nel loro proprio ambiente».
"Adattare" è dunque la parola chiave. E gli imperialisti democratici americani in Ucraina si sono "adattati" così bene da allearsi con partiti fascistoidi e formazioni paramilitari naziste.
Si tratta di un'alleanza scandalosa che non imbarazza minimamente gli esponenti del Partito Socialista Europeo. Come non scandalizza nemmeno il plurimiliardario Ihor Kolomoyskyi, fondatore della European Jewish Union, doppia cittadinanza ucraina e israeliana, co-proprietario della banca Privat e di diverse società che hanno individuato grosse riserve di gas naturale proprio nelle zone ucraine in cui si combatte.
Un'inchiesta di Forbes ha descritto molto bene il modo in cui Kolomoyskyi ha fatto fortuna: «Kolomoyskyi ha usato delle forze "quasi-militari" della banca Privat per far valere l'acquisizione ostile di aziende, arruolando un gruppo di "teppisti, armati di mazze da baseball, spranghe di ferro, gas e pistole con proiettili di gomma e motoseghe" per prendersi con la forza un impianto siderurgico a Kremenchuk nel 2006 e ha usato "un mix di ordini del tribunale fasulli (spesso per mano di giudici e/o cancellieri corrotti) e di maniere forti" per sostituire amministratori nei consigli di amministrazione delle società delle quali acquistava le partecipazioni».
Si vede che a Forbes non hanno molta dimestichezza con la cronaca antimafia, che userebbe invece concetti più brevi per descrivere il profilo criminale di un siffatto personaggio.
Il presidente golpista Turchynov, a ogni buon conto, lo ha nominato governatore dell'Oblast di Dnipropetrovsk, una regione confinante con i punti caldi della rivolta dei russi d'Ucraina. Kolomoyskyi ha promesso «una taglia per chi catturi militanti sostenuti dai russi e ricompense per chi depone le armi».
Questo magnate della finanza e del gas - fra un impegno di cosca e l'altro - sarà uno di quei campioni di «trasparenza, corporate governance e responsabilità» con cui dovrà interloquire Mister Biden jr.
Qui c'è un punto ancora più interessante.
Il sito di documentazione anticorruzione ucraino (AntAC), d'ispirazione alquanto americana, nel 2012 ha tentato di ricostruire a chi possa appartenere davvero la Burisma, che si presenta come la faccia più alla luce del sole della catena proprietaria dell'impresa gasiera. Una volta che si muovono nel territorio finanziario off-shore, le tracce diventano più difficili, come in una caccia al tesoro mondiale.
Abbiamo visto che la Burisma è controllata dall'entità cipriota Brociti Investments Ltd, che l'aveva rilevata dai precedenti proprietari, gli oligarchi Mykola Zlochevsky (ministro dell'energia del deposto presidente Janukovich) e Mykola Lisin (nel frattempo deceduto). Nello schema finanziario della vendita della Brociti sembra essere coinvolta un'altra grossa impresa del settore degli idrocarburi, la Ukrnaftoburinnya. Se vogliamo sapere chi possiede Ukrnaftoburinnya, le tracce ritornano a Cipro, dove il 90% della società sta in pancia alla Deripon Commercial Ltd. Qua dobbiamo fare un volo più lungo, perché la Deripon è controllata a sua volta da una holding delle Isole Vergini britanniche, la Burrad Financial Corp. Laggiù la nebbia, ancorché ai tropici, diventa fittissima. Ma il nome della Burrad non è tuttavia insignificante, perché ricorre in svariate inchieste che ricostruiscono le operazioni finanziarie gestite dalla banca Privat. Cioè la banca di Ihor Kolomoyskyi.
Per Forbes, comunque, resta probabile che il proprietario sia ancora Zlochevsky (con possibile suo doppio gioco).
Lo so, vi siete persi. E anche io. Ma provo a riassumere.
Kolomoyskyi, tramite società off-shore, era il dominus della Burisma, la più importante impresa estrattiva del gas in Ucraina, in cui ora si impegna in prima persona quel dentone di Hunter Biden.
Kolomoyskyi l'ha ufficialmente ceduta, grazie a uno schema finanziario che gli era familiare, a un'impresa off-shore di cui perdiamo le tracce dei proprietari.
Nello stesso tempo Kolomoyskyi è diventato un'autorità politica territoriale di riferimento per le aree in cui si presume la presenza di grandi riserve di gas in mano alla società di cui è amministratore Biden.
L'Ucraina, grazie alle nuove tecnologie estrattive per gli idrocarburi sviluppate negli ultimi anni dagli USA, è ormai un centro di attrazione per esplorazioni e sfruttamento di nuove aree. La coltivazione di questi giacimenti - ora pienamente sfruttabili nell'orbita nordamericana - minaccia apertamente la posizione dominante di Gazprom, ossia l'architrave energetica della rinata potenza russa.
Il fatto che il cuore del potere USA si scomodi per gestire così da vicino la pratica del gas inviando il figlio del Vicepresidente conferma la crescente rilevanza politica di questa partita. Solo la subalternità, la ricattabilità e le misere ambizioni sub-dominanti dei politici europei potevano consentire questo gioco.
Non è un caso che l'altro eminente consigliere di amministrazione della Burisma - profilo tutto politico anche il suo - sia l'ex presidente della Polonia, Aleksander Kwaśniewski, un campione di ingerenza atlantista (e polacca) in Ucraina.
Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, fa ironia, mentre dichiara di non vedere un conflitto d'interesse nel ruolo di Biden. «In fondo, come tutti sanno, non c'è nessun gas in Ucraina. Il gas in Ucraina è russo.» E mostra i denti. I suoi.
Fonte
"Giochi" intricati e molto più grandi di quel che anche un osservatore attento e interessato riesce a vedere e seguire. Segni pessimi per il futuro prossimo dell'Ucraina.
R. Hunter Biden, figlio del vicepresidente USA, Joe, ha ereditato dal padre un numero incredibile di denti. Con questi ci sorride energicamente dalle sue foto ufficiali. Ora ci informano che quei denti azzannano una delle più ambite poltrone dell'Ucraina, facendo di lui uno dei nuovi padroni della Kiev post-golpista. Biden il Giovane si è infatti da poco insediato nel consiglio di amministrazione della più importante compagnia ucraina di estrazione del gas, la Burisma, con i pozzi in Europa e la sede a Cipro, dove la controlla un'altra impresa off-shore di diritto cipriota, la Brociti Investments Ltd. Vedremo poi dove vanno le tracce.
Durante il volo che lo ha portato dai cieli dell'élite statunitense alle alte sfere dell'oligarchia di un paese post-sovietico, il rampollo americano ha potuto anche lui riflettere su come è cambiata la parola oligarca. Sino a vent'anni fa l'oligarca era un generico esponente di un sistema di governo che poche persone imponevano a tutti. L'oligarca post-sovietico è invece una cosa più specifica: è un uomo d'affari che ha arraffato - mentre occupava una posizione dominante derivante dalla politica - le immense ricchezze pubbliche tratte dalla selvaggia privatizzazione dell'economia sovietica dopo il crollo dell'URSS. Questo tipo umano è ormai l'unico a essere etichettato come oligarca. La russofobia che regna nel discorso pubblico occidentale fa il resto: a est, anzi, in Russia, ci sono oligarchi; da noi, invece, sani imprenditori di specchiata virtù che mai oserebbero spolpare una nazione. Come definire altrimenti un De Benedetti?
Pazienza se moltissimi oligarchi russi, prima di decidere se appoggiare o combattere la nuova "verticale del potere" di Putin, siano stati per prima cosa delle creature occidentali.
Ma Hunter Biden è lì a ricordarci, con il suo cursus honorum e i suoi denti, stretti su un cucchiaio d'argento, che gli oligarchi esistono anche qui a Ovest, e prosperano e frequentano tutti i corridoi che portano alle stanze del denaro, dei governi, dell'intelligence. Con una colossale excusatio non petita, a Washington ci provano lo stesso a dircelo: secondo loro, le entrature nel governo, per il figlio del numero due della Casa Bianca non contano. E pertanto Biden ha ottenuto la sua carica nella lontana colonia europea solo per via del suo curriculum. Se i fatti ci dicono altro, è colpa nostra, che siamo prevenuti.
È solo una coincidenza, infatti, che il 21 aprile Biden il Vecchio porti la sua dentatura a Kiev per dettare i suoi voleri, e che proprio negli stessi giorni Biden il Giovane diventi l'homoamericanus dell'azienda più strategica del Paese, in piena battaglia del gas.
Il sospetto è che laggiù servisse uno sperimentato oligarca, appunto, che facesse da ufficiale di collegamento fra l'oligarchia locale e gli ottimati di Washington. E il dottor Hunter Biden aveva davvero il curriculum giusto per questo compito urgente: carriera universitaria presso le più prestigiose ed elitarie università private, e poi un impressionante lavoro di interconnessione interno e internazionale fra multinazionali, organizzazioni non governative imbevute di valori (soldi) governativi, uffici legali di super-lobbisti, ecc.
Soprattutto, Hunter Biden è uno dei più stretti collaboratori del presidente del National Democratic Institute for International Affairs (NDI), un'organizzazione creata dal governo USA come emanazione del National Endowment for Democracy (NED) per canalizzare contributi e donazioni miranti a «rafforzare la democrazia» in 125 diverse nazioni. Cioè un elemosiniere politico, una delle fabbriche delle rivoluzioni colorate di mezzo mondo, presieduta nientemeno che da Madeleine K. Albright, ex Segretario di Stato ai tempi di Clinton e del bombardamento della Serbia. È quella stessa personalità politica che disse in TV che mezzo milione di bambini morti per l'embargo in Iraq erano stati «un prezzo giusto», e ne era valsa la pena ("the price is worth it?")
Biden si sceglie buone compagnie. Sempre assieme alla Albright, è fra gli amministratori del Truman National Security Project, un centro di formazione che impiega ingenti risorse per forgiare intere leve di esponenti politici progressisti intorno ai temi della sicurezza nazionale. Quando sentite qualche vago esponente di sinistra che parla bene della guerra, sappiate da dove viene imbeccato.
Secondo Hunter Biden, il proprio compito a Kiev consisterà nel dare buoni consigli su «trasparenza, corporate governance e responsabilità, espansione internazionale e altre priorità» al fine di contribuire, nientemeno, «all'economia e al benessere del popolo ucraino.»
Sembra di sentire le stesse parole pronunciate nel 2003 per l'Iraq da Paul Bremer, il governatore coloniale insediato dal presidente George W. Bush quando invase e devastò quel paese. Ma mentre gli imperialisti repubblicani avevano una concezione rudimentale dell'«esportazione della democrazia», la gente dell'NDI è più duttile, perché afferma che «l'NDI non presume di imporre soluzioni né ritiene che un sistema democratico si possa replicare da qualche altra parte». Semmai, l'NDI «condivide esperienze e offre una serie di opzioni in modo che i leader possano adattare quelle pratiche e istituzioni che possano lavorare meglio nel loro proprio ambiente».
"Adattare" è dunque la parola chiave. E gli imperialisti democratici americani in Ucraina si sono "adattati" così bene da allearsi con partiti fascistoidi e formazioni paramilitari naziste.
Si tratta di un'alleanza scandalosa che non imbarazza minimamente gli esponenti del Partito Socialista Europeo. Come non scandalizza nemmeno il plurimiliardario Ihor Kolomoyskyi, fondatore della European Jewish Union, doppia cittadinanza ucraina e israeliana, co-proprietario della banca Privat e di diverse società che hanno individuato grosse riserve di gas naturale proprio nelle zone ucraine in cui si combatte.
Un'inchiesta di Forbes ha descritto molto bene il modo in cui Kolomoyskyi ha fatto fortuna: «Kolomoyskyi ha usato delle forze "quasi-militari" della banca Privat per far valere l'acquisizione ostile di aziende, arruolando un gruppo di "teppisti, armati di mazze da baseball, spranghe di ferro, gas e pistole con proiettili di gomma e motoseghe" per prendersi con la forza un impianto siderurgico a Kremenchuk nel 2006 e ha usato "un mix di ordini del tribunale fasulli (spesso per mano di giudici e/o cancellieri corrotti) e di maniere forti" per sostituire amministratori nei consigli di amministrazione delle società delle quali acquistava le partecipazioni».
Si vede che a Forbes non hanno molta dimestichezza con la cronaca antimafia, che userebbe invece concetti più brevi per descrivere il profilo criminale di un siffatto personaggio.
Il presidente golpista Turchynov, a ogni buon conto, lo ha nominato governatore dell'Oblast di Dnipropetrovsk, una regione confinante con i punti caldi della rivolta dei russi d'Ucraina. Kolomoyskyi ha promesso «una taglia per chi catturi militanti sostenuti dai russi e ricompense per chi depone le armi».
Questo magnate della finanza e del gas - fra un impegno di cosca e l'altro - sarà uno di quei campioni di «trasparenza, corporate governance e responsabilità» con cui dovrà interloquire Mister Biden jr.
Qui c'è un punto ancora più interessante.
Il sito di documentazione anticorruzione ucraino (AntAC), d'ispirazione alquanto americana, nel 2012 ha tentato di ricostruire a chi possa appartenere davvero la Burisma, che si presenta come la faccia più alla luce del sole della catena proprietaria dell'impresa gasiera. Una volta che si muovono nel territorio finanziario off-shore, le tracce diventano più difficili, come in una caccia al tesoro mondiale.
Abbiamo visto che la Burisma è controllata dall'entità cipriota Brociti Investments Ltd, che l'aveva rilevata dai precedenti proprietari, gli oligarchi Mykola Zlochevsky (ministro dell'energia del deposto presidente Janukovich) e Mykola Lisin (nel frattempo deceduto). Nello schema finanziario della vendita della Brociti sembra essere coinvolta un'altra grossa impresa del settore degli idrocarburi, la Ukrnaftoburinnya. Se vogliamo sapere chi possiede Ukrnaftoburinnya, le tracce ritornano a Cipro, dove il 90% della società sta in pancia alla Deripon Commercial Ltd. Qua dobbiamo fare un volo più lungo, perché la Deripon è controllata a sua volta da una holding delle Isole Vergini britanniche, la Burrad Financial Corp. Laggiù la nebbia, ancorché ai tropici, diventa fittissima. Ma il nome della Burrad non è tuttavia insignificante, perché ricorre in svariate inchieste che ricostruiscono le operazioni finanziarie gestite dalla banca Privat. Cioè la banca di Ihor Kolomoyskyi.
Per Forbes, comunque, resta probabile che il proprietario sia ancora Zlochevsky (con possibile suo doppio gioco).
Lo so, vi siete persi. E anche io. Ma provo a riassumere.
Kolomoyskyi, tramite società off-shore, era il dominus della Burisma, la più importante impresa estrattiva del gas in Ucraina, in cui ora si impegna in prima persona quel dentone di Hunter Biden.
Kolomoyskyi l'ha ufficialmente ceduta, grazie a uno schema finanziario che gli era familiare, a un'impresa off-shore di cui perdiamo le tracce dei proprietari.
Nello stesso tempo Kolomoyskyi è diventato un'autorità politica territoriale di riferimento per le aree in cui si presume la presenza di grandi riserve di gas in mano alla società di cui è amministratore Biden.
L'Ucraina, grazie alle nuove tecnologie estrattive per gli idrocarburi sviluppate negli ultimi anni dagli USA, è ormai un centro di attrazione per esplorazioni e sfruttamento di nuove aree. La coltivazione di questi giacimenti - ora pienamente sfruttabili nell'orbita nordamericana - minaccia apertamente la posizione dominante di Gazprom, ossia l'architrave energetica della rinata potenza russa.
Il fatto che il cuore del potere USA si scomodi per gestire così da vicino la pratica del gas inviando il figlio del Vicepresidente conferma la crescente rilevanza politica di questa partita. Solo la subalternità, la ricattabilità e le misere ambizioni sub-dominanti dei politici europei potevano consentire questo gioco.
Non è un caso che l'altro eminente consigliere di amministrazione della Burisma - profilo tutto politico anche il suo - sia l'ex presidente della Polonia, Aleksander Kwaśniewski, un campione di ingerenza atlantista (e polacca) in Ucraina.
Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, fa ironia, mentre dichiara di non vedere un conflitto d'interesse nel ruolo di Biden. «In fondo, come tutti sanno, non c'è nessun gas in Ucraina. Il gas in Ucraina è russo.» E mostra i denti. I suoi.
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"Giochi" intricati e molto più grandi di quel che anche un osservatore attento e interessato riesce a vedere e seguire. Segni pessimi per il futuro prossimo dell'Ucraina.
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