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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/08/2022

Pelosi aiuta tutti con la guerra

di Fabio Mini - Il Fatto Quotidiano - 6/08/2022

Molti si sono chiesti che significato avesse la visita di Nancy Pelosi a Taiwan in un momento così delicato dei rapporti internazionali e in particolare quelli tra Stati Uniti e Cina, Russia, Asia centrale, India, Medio Oriente, Africa, Sudamerica e perfino parte dell’europa nominalmente europeista e atlantista. Forse analizzando nei dettagli proprio questo sintetico elenco si potrebbe fare un po’ di luce e fugare i sospetti che la speaker della Camera dei Rappresentanti statunitense sia diventata matta o incosciente. Potrebbe spiegare perché il presidente Biden abbia aderito alla sceneggiata di non ritenere la sua amministrazione responsabile delle intemperanze della Pelosi. Poteva evitarla perché pleonastica: in un paese che si dice democratico le istituzioni parlamentari sono autonome. Poteva evitarla perché tentando di sganciarsi di fatto ha confermato ciò che Pechino pensa della democrazia americana: un sistema che celebra ogni giorno l’uomo più potente del globo terracqueo, il vertice unico, il simbolo del potere nazionale e internazionale e il Comandante in Capo delle Forze Armate più forti e armate del mondo e, allo stesso tempo, un sistema che coltiva l’anarchia e il caos proprio in materia di sicurezza nazionale e mondiale. Poteva evitarla perché di fatto la Pelosi non ha voluto o potuto dire una sola cosa diversa da quello che l’America dice a Taiwan da Nixon in poi: “difenderemo la democrazia dell’isola a qualsiasi costo”. Semmai, la novità sta nel fatto che la Cina ha colto l’occasione per far capire qual è il costo: per Taiwan e l’America stessa. È una minaccia o un avvertimento? Per la Cina è una questione pedagogica: Taiwan e l’America vanno aggiornate sullo stato della Cina, sulla sua determinazione e sulle sue capacità civili e militari in campo internazionale. Troppa gente, troppi studiosi e troppi governi sono rimasti alla Cina di Mao e al partito comunista cinese gretto e monolitico.

NELLA CRISI Taiwan-Pechino del 1996, Taiwan, in periodo pre-elettorale e pre-separazione, fece esercitazioni a fuoco sull’isoletta di Qinmen, allora sua roccaforte militarizzata, sparando sulla terraferma cinese distante una decina di chilometri. Colpi di contraerea ammazzarono un paio di cinesi alla periferia di Xiamen. Pechino rispose con delle esercitazioni nelle proprie acque territoriali che, per la prima volta, non prevedevano l’assalto alle coste di Taiwan con le truppe da sbarco e le artiglierie, ma si affidavano ai missili. La Cina ne aveva qualche decina e disponeva di 4, di numero, missili intercontinentali schierati al confine con la Russia. Due portaerei statunitensi si spostarono nello stretto per segnalare a Taipei il supporto concreto degli Stati Uniti, fu una provocazione per la Cina, ma non fu una rassicurazione sufficiente per Taiwan. Per un decennio le spinte separatiste a Taiwan si calmarono e anzi si aprirono spiragli di cooperazione. Nessuno tirò fuori le questioni umanitarie e la democrazia. Né la Cina né Taiwan sapevano cosa fossero e comunque i loro sistemi erano ancora quelli ereditati dai due rispettivi leader: Mao a Pechino e Chang Kai Shek a Taipei. Per entrambi la democrazia era una mattana occidentale e i diritti umani erano soltanto quelli della comunità e non degli individui. Per entrambi la comunità era rappresentata dal Partito unico e assoluto. Con tale Cina e tale Taiwan gli Usa avevano fino a quel momento dialogato a modo loro trattando entrambi come serbatoi di lavoro e risorse. E continuarono a farlo. Da allora un minimo di istituzioni democratiche è apparso a Taiwan, ma soprattutto si è rafforzato il nazionalismo taiwanese che rinnega di essere figlio di quello cinese. Anche in Cina il sistema si è modificato: il partito non è un monolite e la popolazione ha visto migliorare le proprie condizioni e prospettive di vita. È risorta la consapevolezza di essere un grande paese e di avere enormi opportunità. Talvolta è spocchia, ma in generale è un sentimento genuino. In compenso, l’America ha pensato bene di alienarsi la simpatia cinese non tanto con la potenza militare, che i cinesi ammirano e tentano di emulare, quanto con la pretesa ideologica di imporre le proprie regole e i propri interessi che, di fatto, impediscono alla Cina di migliorare anche lo stesso sistema politico.

LE CONTINUE MINACCE di guerra e di sanzioni rafforzano le parti più estremiste della Cina. Le continue violazioni americane della sovranità cinese nel mari del sud hanno portato al rafforzamento e l’irrigidimento delle pretese cinesi che comunque non nascono da un diktat comunista, ma dall’adesione della Cina alla convenzione delle Nazioni Unite sulla cosiddetta “Legge del Mare” che offre spunti di interpretazione non ancora chiariti. Gli Stati Uniti non li considerano perché non hanno mai ratificato la Convenzione e si attengono alla propria interpretazione della “libertà di navigazione”. La campagna anticinese promossa dagli Stati Uniti e dall’occidente è qualcosa d’incomprensibile per tutti i cinesi che vedono il proprio paese profondamente cambiato. Nancy Pelosi ha perciò offerto alla Cina l’opportunità tutta didattica di spiegare cosa è cambiato negli ultimi trent’anni. Lo farà con gli assaggi di misure economiche ai danni di Taiwan (e non solo) e con i saggi militari nei confronti degli americani. Le navi da guerra sono aumentate, gli armamenti sono sofisticati e potenti, gli aerei pure e la quantità di missili a disposizione è maggiore della capacità di stoccaggio. L’esercito cinese non si sta preparando a invadere l’isola e occuparla, ma soltanto a sbarcare in un paese lunare tutto da ricostruire. Il governo cinese dell’isola è già pronto da tempo, con i suoi progetti e i suoi dirigenti, sbarcherà tra i primi. Mentre non è pronto nulla per un governo americano di Taiwan o di qualsiasi altra parte cinese o del mondo che gli americani tentano di destabilizzare. Alle loro campagne militari è sempre seguito il caos civile e sociale.

Nancy Pelosi ha anche aperto la verifica del bluff cinese dell’invasione e quello americano del sostegno a Taiwan, nel peggiore dei modi, incitando e dividendo, ma se durante la visita avesse appena percepito la portata dei rischi per la sicurezza americana e internazionale, se dalla constatazione dei cambiamenti e dalla ricusazione degli stereotipi venisse un cambio di atteggiamento da una parte e dall’altra, se lo scontro tra Cina e America si trasformasse in incontro, la Pelosi potrebbe passare alla storia come “patriota del mondo”. Sarebbe invece un disastro se gli stereotipi e le ideologie incancrenite rimanessero, se la visita della Pelosi a Taipei fosse soltanto un modo per aiutare il compagno Biden a superare le difficoltà interne e il crescente distacco dell’America dal resto del mondo, come fu la sua visita in Ucraina, se fosse il gesto inconsulto di una vecchia signora che crede di “aiutare” i popoli portandoli alla guerra. E sarebbe perfino peggio se la Pelosi a Taipei avesse voluto esprimere il personale disprezzo per la Cina e il suo popolo come fu, lucido e indimenticabile ma fortemente divisivo, il disprezzo personale per il presidente Trump quando strappò il testo del suo discorso appena tenuto davanti al Congresso riunito.

Questione didattica il Dragone mostrerà come è cambiato dai tempi di Mao: assaggi di misure economiche ai danni di Taipei e saggi militari diretti agli americani.

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04/08/2022

La Cina stringe le manovre militari e il cappio economico intorno a Taiwan

Durante le manovre militari in corso a ridosso di Taiwan le forze armate cinesi hanno lanciato diversi missili balistici Dongfeng nelle acque attorno all’isola. Si tratta della prima giornata di esercitazioni a fuoco vivo annunciate da Pechino in risposta alla visita a Taipei della presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi. I proiettili sono caduti al largo delle coste nord-orientali e sud-occidentali dell’isola. Diversi aerei e navi militari cinesi hanno oltrepassato la linea mediana dello Stretto di Taiwan già dalla scorsa notte, con incursioni brevi ma frequenti.

La Cina ha esteso l’esercitazione militare in corso nello Stretto di Taiwan ad una settima zona attorno all’isola, al largo della costa orientale. Inoltre le manovre in tale area proseguiranno per un giorno in più, ovvero fino all’8 agosto. Nelle sei zone già indicate da Pechino, le esercitazioni andranno avanti da oggi fino al 7 agosto.

Il ministero della Difesa di Taiwan ha inoltre annunciato stamattina che velivoli non identificati – probabilmente droni – hanno sorvolato nella notte l’area di Kinmen, un piccolo arcipelago controllato da Taiwan. Secondo il ministero, le forze di difesa taiwanesi hanno lanciato bengala per respingere i velivoli.

Gli Stati Uniti hanno mobilitato il gruppo d’attacco (Carrier Strike Group – Csg) della portaerei Uss Ronald Reagan, che ha fatto rotta a nord lungo il Mar Cinese Meridionale, e ora risulta che l’unità con la sua scorta abbia preso posizione circa 600 chilometri a est di Taiwan, e 300km a sud dell’isola nipponica di Okinawa, dove è situata la base aerea di Kadena. Anche il dispositivo di sorveglianza aerea statunitense si è mobilitato, attivando gli assetti Awacs.

La presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, ha lasciato ieri l’isola di Taiwan dopo una visita durata meno di 24 ore, destinata tuttavia a segnare in maniera significativa il futuro delle relazioni tra Usa e Cina e, forse, a modificare lo scenario regionale. La Pelosi ha spiegato di esser giunta sull’isola per “chiarire in maniera inequivocabile” che gli Stati Uniti non abbandoneranno l’impegno nei confronti di Taiwan. Alle sue dichiarazioni ha fatto eco il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, affermando che “la determinazione degli Stati Uniti a preservare la democrazia a Taiwan e in tutto il mondo resta ferrea”.

La tensione nell’area resta altissima. Le manovre militari cinesi non si erano mai spinte così in profondità nello Stretto, nemmeno in occasione della crisi a cavallo tra il 1995 e il 1996.

Ma la risposta cinese alla deliberata e inutile provocazione statunitense potrebbe non limitarsi a questo. Il ministero del Commercio cinese ha sospeso le esportazioni verso l’isola di sabbia naturale, usata per le costruzioni e per il cemento ma soprattutto per la produzione di semiconduttori di cui Taiwan è una dei leader mondiali. La Tsmc di Taiwan, è la maggior fornitrice di componenti di Apple. La multinazionale statunitense prevede di far produrre al colosso di Taipei nei prossimi anni anche i nuovi chip a 2 nanometri per i suoi iPhone. La Tsmc è la leader indiscussa sul mercato dei semiconduttori, gli ultimi dati indicano che ne realizza il 53% di quelli globali. Nel secondo semestre 2022 l’azienda ha registrato numeri record: un fatturato di 18,16 miliardi di dollari, con un aumento del 43,5% su base annua e un utile netto in crescita del 76,4% su base annua, superiore alle stime.

La Cina inoltre è il primo importatore di prodotti agricoli e alimentari di Taiwan e le autorità di Pechino hanno anche fermato l’importazione di frutta. Oltre il 40% delle merci esportate da Taiwan sono dirette nella vicina Repubblica popolare cinese.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha definito la visita a Taipei “una farsa totale”. “Queste azioni perverse non altereranno il consenso internazionale sul principio della Cina unica, né la tendenza storica che porterà Taiwan a tornare alla madre patria”. La portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, ha ammesso in conferenza stampa che quella scorsa è stata “una notte insonne” per molti, ma ha promesso che gli Stati Uniti e Taiwan “avvertiranno gradualmente ma persistentemente le contromisure”. “Abbiamo chiarito che faremo tutto il necessario per difendere fermamente la sovranità e l’integrità della Cina. Faremo quel che abbiamo detto. Per favore, abbiate pazienza”, ha quindi aggiunto.

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Un disastro made in Taiwan

A partire dal prossimo novembre, Nancy Pelosi non sarà più la speaker del Congresso degli Usa, per il semplice motivo che i democratici perderanno rovinosamente le elezioni di midterm.

Andare a fare piazzate a Taiwan con l’aereo ufficiale serve a niente, se non buttare soldi, reputazione personale e istituzionale.

Una dimostrazione di disperata debolezza degli Usa e dell’Amministrazione Biden che danneggia gravemente gli equilibri tra le superpotenze.

L’Europa dovrebbe prendere le distanze da questi gesti scellerati, se non che è rimasta incastrata nella guerra in Ucraina.

Le conseguenze della guerra sono la perdita di autonomia diplomatica e di iniziativa politica, che trascinano la Ue nella sconfitta dell’egemonia Usa, facendo pagare a noi europei i costi politici, economici e sociali della sudditanza euro-atlantica, cui sia il governo Draghi sia quello che seguirà ha costretto l’Italia.

È necessaria una svolta, pena un ulteriore e fatale arretramento della posizione e del ruolo internazionale dell’Italia, sia sul piano degli scambi commerciali sia su quello diplomatico.

Dobbiamo prendere con decisione le distanze da altre opzioni belliciste.

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Taiwan, il punto di non ritorno

La provocazione di Nancy Pelosi, atterrata sana e salva a Taiwan martedì e ripartita il giorno dopo nonostante le minacce di Pechino, è stata vista generalmente in Occidente come una vittoria degli Stati Uniti e delle “forze democratiche” contro il “regime” cinese. Il danno di immagine sofferto da quest’ultimo sembra indiscutibile, anche se potrebbe essere in realtà solo apparente e le contromisure allo studio avranno senza il minimo dubbio conseguenze più o meno pesanti per Washington e Taipei. Gli avvertimenti lanciati dalle autorità cinesi fino a pochi minuti prima dell’arrivo sull’isola della “speaker” della Camera dei Rappresentanti USA non hanno avuto seguito, ma tutto fa pensare che l’iniziativa e le risposte che verranno decise a Pechino potrebbero determinare cambiamenti decisivi sullo status di Taiwan, trasformando così il “successo” americano di questa settimana in un vero e proprio boomerang.

Lasciando da parte la retorica e i riflessi immediati sulla stampa ufficiale del blitz della Pelosi, è importante chiedersi quali risultati concreti abbia in fin dei conti prodotto per gli Stati Uniti e i loro alleati. A livello pratico, Washington non ha guadagnato nulla e se la scommessa dell’amministrazione Biden, che aveva ostentato una certa contrarietà alla visita, è che la leadership cinese possa essere intimidita o che si aprano prospettive per l’indipendenza di Taiwan, l’incontro con la realtà nei prossimi mesi o anni potrebbe essere molto brusco.

Va anche sottolineato che il comportamento cinese nel corso delle tesissime ore di martedì è stato in definitiva prudente e controllato, visto che, se si considera la forza di fuoco dispiegata nella regione dal Pentagono, una mossa avventata per impedire l’atterraggio di Nancy Pelosi a Taipei avrebbe potuto scatenare un pericolosissimo scontro militare. Sono state piuttosto le scelte americane ad avere raggiunto un livello di sconsideratezza con pochi precedenti e per nulla giustificate dall’impegno formale, espresso dalla “speaker” durante l’incontro con la presidente taiwanese Tsai Ing-wen, di sostegno al “governo democraticamente eletto” dell’isola.

La promessa di adottare misure di carattere militare, inclusa l’imposizione di una “no-fly zone” sui cieli di Taiwan, per impedire la visita della leader democratica USA non sono dunque state messe in pratica dalla Cina, anche se già martedì sono iniziate massicce esercitazioni militari attorno all’isola. Il rischio di una risposta militare era però concreto, soprattutto alla luce del tono delle minacce, e ciò stimola una riflessione sulle motivazioni che hanno spinto la Pelosi a portare a termine la visita programmata e, parallelamente, la Casa Bianca a non ostacolarla.

Il fatto che l’amministrazione fosse con le spalle al muro è stato probabilmente un fattore. La “speaker” aveva già cancellato il viaggio a Taiwan lo scorso aprile quando, all’ultimo momento, le era stato diagnosticato il Covid. L’annuncio dell’intenzione di recarsi sull’isola ad agosto aveva poi di fatto reso molto difficile qualsiasi scelta. Se la Pelosi avesse cancellato la tappa taiwanese, ci sarebbero state infatti enormi polemiche politiche sul fronte domestico, in particolare nei confronti di un’amministrazione Biden già attesa con ogni probabilità da un drastico ridimensionamento nelle elezioni di “metà mandato” a novembre.

Non ci sono comunque solo ragioni di natura interna dietro alla visita ultra-provocatoria di Nancy Pelosi a Taiwan. In molti nell’apparato di potere, accademico e mediatico ufficiale americano avevano espresso anche apertamente preoccupazioni per l’iniziativa, avendone valutato correttamente i rischi per la stessa stabilità globale. Tuttavia, ci sono elementi oggettivi che spingono gli Stati Uniti a istigare conflitti con i propri rivali strategici nel disperato tentativo di metterli all’angolo, in primo luogo attraverso un illusorio compattamento contro di essi della “comunità internazionale”.

Questa dinamica ricalca per molti versi quella della crisi ucraina in atto e della gestione dei rapporti con la Russia, spinta deliberatamente verso l’intervento militare nella ex repubblica sovietica. In quest’ultimo caso i calcoli americani sono stati però completamente sbagliati e il piano anti-russo si sta ritorcendo contro Washington e i suoi alleati. Tutti i segnali indicano un’evoluzione simile anche riguardo alla Cina e Taiwan. È inevitabile che Pechino deciderà di assumere posizioni più rigide a proposito di una questione che va al cuore della propria sovranità, tanto più che oggi dispone di risorse economiche e anche militari probabilmente sufficienti a raggiungere l’obiettivo ultimo, ovvero la riunificazione con Taiwan.

Per comprendere la gravità della provocazione di Nancy Pelosi, con l’avallo di fatto dell’amministrazione Biden, e come l’iniziativa rappresenti potenzialmente un elemento di svolta sia nella questione taiwanese sia nei rapporti sino-americani, è utile guardare alle reazioni della stampa ufficiale di Pechino alla visita. Da articoli, interviste ed editoriali pubblicati nelle ultime ore si evince appunto come i fatti di martedì abbiano distrutto ogni residua illusione che la classe dirigente cinese poteva ancora nutrire circa la coesistenza pacifica con gli Stati Uniti.

Un commento della testata in lingua inglese Global Times ha lasciato pochi spazi alle interpretazioni, affermando che la visita della Pelosi “cambierà per sempre la situazione nello stretto [di Taiwan] e avrà un impatto devastante sulle già difficili relazioni tra USA e Cina”. Altrove, i media cinesi si sono assicurati di spiegare come gli Stati Uniti non solo abbiano violato la sovranità di Pechino, ma agiscano in modo contrario al principio che essi stessi riconoscono ufficialmente, ovvero quello di “una sola Cina”, così come gli impegni presi a partire dagli anni Settanta con la normalizzazione dei rapporti bilaterali.

Le rassicurazioni formali della stessa Pelosi o, tra gli altri, del portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazione, John Kirby, sul fatto che Washington continua a non appoggiare l’indipendenza di Taiwan vengono inoltre respinte da Pechino. Al di là delle parole, i fatti parlano chiaro e rischiano di creare aspettative che vanno precisamente in questa direzione tra gli indipendentisti dell’isola. Anche per questa ragione, la Cina intende prepararsi per l’esito esattamente opposto, cioè la riunificazione con Taiwan. In un passaggio straordinariamente esplicito di un altro articolo del Global Times, gli autori spiegano che le esercitazioni militari in atto e in programma a breve delle forze armate cinesi nello stretto servono “non solo da avvertimento agli USA e ai secessionisti taiwanesi”, ma anche “come prova generale della riunificazione dell’isola con la forza”.

La mancata reazione cinese a livello immediato alla visita di Nancy Pelosi non esaurisce ad ogni modo le opzioni concrete a disposizione di Pechino. La caccia all’aereo della 82enne presidente della Camera bassa del Congresso USA non avrebbe risolto nulla, ma avrebbe anzi rischiato di far esplodere un conflitto rovinoso. L’intento della Cina va ricondotto a un disegno strategico più ampio che sarà influenzato dal blitz di martedì. Ancora il Global Times a questo proposito: “la Cina userà questa provocazione americana per cambiare irreversibilmente la situazione a Taiwan, accelerando il processo di riunificazione”. Quest’ultima, d’altra parte, è “molto più importante della visita di un politico americano”.

È interessante notare come Pechino ragioni e agisca sul medio e lungo periodo, valutando attentamente le conseguenze delle proprie azioni in rapporto agli interessi supremi del paese, senza dimenticare i rischi di scontrarsi frontalmente con una potenza, come quella americana, che, nonostante il declino su praticamente tutti i fronti, detiene ancora una certa superiorità in ambito navale nel teatro dell’Estremo Oriente.

Nondimeno, la retorica cinese appare infuocata, a testimonianza sia della serietà della provocazione di Nancy Pelosi sia della necessità di continuare a proiettare un’immagine di forza anche sul fronte interno. La Cina si assicurerà inoltre che non avvengano altri episodi simili, mentre da Washington è probabile che i fatti di questa settimana vengano interpretati come un via libera all’intensificazione delle pressioni su Pechino.

Il capitolo che si apre ora è quello delle misure a cui la Cina ricorrerà come ritorsione per la visita della “speaker”. L’arma economica ha già in parte colpito Taiwan con lo stop ad alcune importazioni ed esportazioni. Provvedimenti rilevanti se si considera che l’isola e la madrepatria scambiano beni per oltre 300 miliardi di dollari all’anno e Taipei ha un surplus consistente. Per quanto riguarda gli Stati Uniti le possibilità sono ugualmente molteplici e verranno forse rivelate già nelle prossime settimane.

L’ambito più rilevante è però quello militare e ci sarà da aspettarsi parecchio movimento nelle acque attorno all’isola. Esercitazioni e pattugliamenti si moltiplicheranno con l’obiettivo di imporre la sovranità cinese su Taiwan. Le implicazione per le forze armate americane dispiegate in Asia Orientale saranno evidenti, soprattutto perché Pechino farà seguire azioni concrete alla tesi che quelle che separano la madrepatria dall’isola non sono acque internazionali.

In sostanza, come già spiegato, la promozione della riunificazione con Taiwan riceverà un impulso forse decisivo e a determinare ciò è stata appunto la visita di Nancy Pelosi di martedì, culmine finora delle politiche anti-cinesi sempre più aggressive implementate dai governi USA a partire almeno dall’amministrazione Obama. Nel rinunciare di fatto al principio di “una sola Cina” e a quello della “ambiguità strategica” nei confronti di Taiwan, Washington ha perciò la completa responsabilità di avere destabilizzato ulteriormente una regione già considerata tra le più calde a livello globale.

Dopo la crisi russo-ucraina, le vicende di questi giorni hanno dunque mostrato nuovamente a tutto il mondo da dove arrivi la minaccia alla pace e alla stabilità. Ben lontano dall’essere un successo, la sfida di Nancy Pelosi rischia di diventare una nuova tappa del percorso irreversibile verso il declino della quasi ex prima potenza economica e militare del pianeta.

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03/08/2022

Taiwan, Pelosi va alla guerra

L’intero pianeta continua a rimanere virtualmente con il fiato sospeso per la possibile ultra-provocatoria visita a Taiwan della “speaker” della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi. L’ottuagenaria leader democratica americana ha iniziato lunedì una trasferta asiatica che toccherà svariati paesi. La conferma ufficiale dell’atterraggio a Taipei non è ancora arrivata, ma lunedì fonti americane e taiwanesi hanno affermato che la visita sarebbe fissata probabilmente per il 2 e il 3 di agosto. La decisione non ha alcuna utilità pratica per Washington e rischia di incontrare una risposta molto dura da parte della Cina, il cui governo ha avvertito molto chiaramente dei rischi di una simile mossa e delle contromisure anche di natura militare che verranno adottate.

La Pelosi aveva annunciato il suo itinerario domenica citando le soste previste a Singapore, in Malaysia, Corea del Sud e Giappone, omettendo invece Taiwan. Il sollievo per quella che sembrava una marcia indietro in grado di abbassare le tensioni tra USA e Cina è però durato poco, visto che nella mattinata di lunedì in Italia è arrivata appunto la notizia, tuttora non confermata a livello ufficiale, della visita della “speaker” a Taipei.

Nei giorni precedenti erano emerse divergenze tra la Casa Bianca e il Pentagono da una parte e Nancy Pelosi e gran parte dei membri del Congresso dall’altra circa l’opportunità di una visita a Taiwan della “speaker”. Biden e i militari avrebbero sconsigliato la trasferta per evitare una pericolosa escalation dello scontro con Pechino. Tuttavia, il dipartimento della Difesa aveva predisposto i preparativi per “proteggere” l’aereo della Pelosi in caso si fosse deciso di effettuare la visita, in primo luogo con l’invio nel Mar Cinese Meridionale della portaerei “Ronald Reagan”.

Il ritorno sui propri passi di Nancy Pelosi comporterebbe una valanga di critiche in patria, soprattutto da parte repubblicana, per avere ceduto ai “diktat” cinesi. Questa eventualità era apparsa subito imbarazzante per l’amministrazione Biden e il Partito Democratico, attesi da una delicatissima elezione di “metà mandato” il prossimo mese di novembre. D’altro canto, la provocazione risulta inaccettabile per Pechino, dove i preparativi militari sono in atto da giorni per impedire o rispondere a quella che viene considerata a tutti gli effetti come un atto che mette in discussione la sovranità cinese sull’isola.

Se la visita dovesse dunque avere luogo, a nulla sarebbe servito il colloquio in videoconferenza di giovedì scorso tra Biden e il presidente cinese, Xi Jinping, durante il quale quest’ultimo aveva avvertito gli Stati Uniti a “non scherzare con il fuoco”. La consistenza delle politiche internazionali americane, al di là di quello che potrebbe essere l’esito della vicenda, viene inoltre messa nuovamente in discussione. Ufficialmente, la Casa Bianca è contraria all’iniziativa di Nancy Pelosi e, visto che quest’ultima viaggerà su un velivolo militare, il Pentagono e il presidente avrebbero potuto di fatto decidere la cancellazione della visita.

La stessa Pelosi domenica aveva rivelato di averne discusso con i vertici del comando “indo-pacifico” delle forze armate USA durante uno scalo tecnico alle Hawaii. Evidentemente, anche la posizione dell’amministrazione e dei comandanti militari non è univoca sulla questione del blitz programmato a Taiwan. Se, come sembra, dovesse andare in porto, appare anzi del tutto possibile che la Casa Bianca abbia voluto ostentare pubblicamente la propria contrarietà alla visita, ma incoraggiandola dietro le quinte, così da potersene eventualmente dissociare nel caso la situazione dovesse precipitare.

La gestione del caso Pelosi da parte di Washington rischia di mettere all’angolo anche la Cina. Minacce esplicite sono state espresse apertamente in questi giorni, inclusa l’imposizione di una “no-fly zone” sopra Taiwan per costringere l’aereo della “speaker” a cambiare rotta, ed è improbabile che la leadership cinese decida alla fine di astenersi dal prendere provvedimenti, visto che rischierebbe di perdere la propria credibilità, tanto più su una questione considerata poco meno che vitale.

La domanda da porsi è fino a dove intenderanno spingersi gli Stati Uniti, se cioè sono pronti ad affrontare uno scontro militare diretto con la Cina. Le forze armate cinesi, da parte loro, appaiono ormai pronte. Nei giorni scorsi hanno non solo condotto esercitazioni nello stretto di Taiwan, ma hanno anche diffuso un annuncio a tutta la popolazione chiedendo di “prepararsi alla guerra”. Sulle intenzioni cinesi di ricorrere alla forza militare in risposta alla visita di Nancy Pelosi si continua comunque a discutere e i dubbi in proposito saranno fugati a breve.

Resta il fatto che la prima visita a Taiwan di uno “speaker” della Camera dei Rappresentanti USA dal 1997 rappresenterebbe un ulteriore spostamento degli equilibri attorno allo status dell’isola, con la conseguente necessità da parte di Pechino di intervenire per ristabilire a tutti gli effetti il principio della sovranità cinese sull’isola. Per questa ragione, la crisi esplosa attorno alle sole intenzioni di Nancy Pelosi finirà per peggiorare le relazioni già tesissime tra le prime due potenze economiche del pianeta.

La possibile visita è d’altronde un evento che si ricollega alle politiche anti-cinesi implementate a partire almeno da Obama, fatte di pattugliamenti nelle acque al largo della Cina, di forniture di armi e, appunto, di visite di esponenti politici e militari americani a Taipei. Le provocazioni che si avvicinano o vanno al di là della linea rossa fissata da Pechino sulla questione di Taiwan sembrano rispecchiare il comportamento degli Stati Uniti in relazione alla Russia sull’Ucraina.

Una delle differenze è che, come già ricordato, Taiwan implica questioni di sovranità per la Cina e rischia quindi di trasformarsi in una conflagrazione ancora più rovinosa di quella in corso nell’ex repubblica sovietica. Che ciò avvenga nel pieno del conflitto ucraino, il cui corso sta prendendo una direzione contraria a quella voluta da Washington, dimostra sia l’insensatezza delle decisioni di politica estera della classe dirigente americana sia il livello di crisi toccato da quest’ultima. Basti pensare che l’amministrazione Biden ha addirittura intensificato le caotiche, aggressive e controproducenti politiche anti-cinesi perseguite da Donald Trump.

Un’escalation tanto più grave se si considera che la reazione cinese potrebbe risultare ancora più incisiva alla luce delle dinamiche interne. Tra pochi mesi si terrà il congresso del Partito Comunista Cinese durante il quale Xi Jinping dovrebbe ottenere un terzo mandato che è senza precedenti per la storia post-rivoluzionaria di questo paese. Con il malcontento in rapida diffusione sul fronte interno, principalmente per via di un mercato immobiliare sull’orlo del collasso e la continua imposizione di stringentissime restrizioni anti-Covid anche in presenza di una manciata di contagi, l’attuale leadership deve assolutamente proiettare un’immagine di forza.

Per contro, anche l’escalation di provocazioni americane è in qualche modo il riflesso di una debolezza estrema dell’amministrazione Biden in ambito domestico, che come di consueto cerca uno sfogo e una distrazione sul piano internazionale. Il viaggio a Taiwan di Nancy Pelosi rischia così di innescare uno scontro dalle conseguenze difficili da stimare, ma per gli Stati Uniti minaccia anche una possibile ulteriore umiliazione dopo quella incassata in Ucraina. In molti a Washington ritengono infatti di potere alzare le pressioni su Pechino fino a spingere la leadership cinese a desistere e ad accettare i termini del confronto fissati dagli USA.

Come sta accadendo nella sfida con la Russia, tuttavia, la classe dirigente americana sottovaluta pericolosamente le potenzialità e la determinazione della Cina. Portare fino in fondo la provocazione di Nancy Pelosi attorno a Taiwan potrebbe in definitiva trasformarsi in un boomerang, mostrando una volta per tutte l’impossibilità degli Stati Uniti di sostenere con le azioni le rimanenti velleità di continuare a svolgere il ruolo di potenza egemone in un pianeta caratterizzato da tendenze multipolari ormai inarrestabili.

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02/08/2022

Cina - Clima tesissimo per la visita della Pelosi a Taiwan

L’aereo della presidente della Camera Usa, Nancy Pelosi, dovrebbe arrivare a Taiwan alle 22:20 ora locale (le 16:20 in Italia), atterrando all’aeroporto di Songshan a Taipei. La Pelosi dovrebbe incontrare la presidente taiwanese.

La speaker della Camera statunitense dovrebbe rimanere nell’isola fino a domani pomeriggio, quando ripartirà per riprendere il suo giro in Asia. La stampa Usa sostiene che la visita si terrà anche se fonti dell’entourage della Pelosi hanno fatto sapere che potrebbe essere cancellata all’ultimo minuto.

Se confermata, si tratterà della visita ufficiale statunitense di più alto livello nell’isola degli ultimi decenni, dopo quella dell’allora speaker della Camera Newt Gingrich nel 1997. Pelosi ha cominciato il suo tour in Asia domenica senza rivelare se Taiwan sia nel suo itinerario. Ma la Cina, che rivendica Taiwan come parte del proprio territorio, ha reagito con durezza alla notizia di una possibile visita.

La tensione è altissima ed a rischio di rottura, anche perchè nelle acque vicino a Taiwan, ci sarebbe la portaerei Uss Ronald Reagan con il suo gruppo d’attacco, che comprende il cacciatorpediniere Uss Higgins e l’incrociatore missilistico Uss Antietam. La visita, secondo gli ambienti militari di Washington, non sarebbe una buona idea in questo momento.

La visita è destinata, in ogni caso, a infiammare le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina, che ha già fatto sapere che adotterà “dure e ferme contromisure” in risposta a quella che viene considerata “una violazione” della politica della Cina unica cui gli Stati Uniti hanno confermato di aderire.

“La Cina farà tutto ciò che è in suo potere per proteggere la sua sovranità e integrità territoriale” ha detto in un briefing con la stampa l’inviato cinese alle Nazioni Unite, Zhang Jun.

“La Cina si oppone fermamente a qualsiasi interferenza nei suoi affari interni da parte di forze esterne”, ha rimarcato l’ambasciatore cinese. “Sta osservando molto da vicino” quel che avviene, ha insistito il diplomatico, il quale ha ricordato che “il principio ‘una sola Cina’" è una linea rossa nelle relazioni di Pechino con gli altri Paesi. “Non permetteremo a nessuno – ha aggiunto – di valicarlo”.

Zhang Jun ha anche avvertito che la visita minerebbe le relazioni Cina-Stati Uniti e Washington dovrebbe “sopportarne tutte le conseguenze”.

La Reuters riferisce che nelle ultime ore aerei da guerra cinesi sono stati avvistati in prossimità della linea mediana dello Stretto di Taiwan e navi da guerra cinesi sono presenti non lontano dalla linea di separazione. L’agenzia russa Tass riferisce che l’esercito cinese ha iniziato le esercitazioni nel Mar Cinese Meridionale. Secondo la China Maritime Security Administration, l’esercitazione durerà fino al 6 agosto.

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07/01/2021

Le reazioni internazionali alla tempesta di Washington. Non solo costernazione


“Se lo sono meritato”; “stanno subendo quello che hanno fatto ad altri paesi”. Non ci sono solo dichiarazioni di circostanza e afflizione da parte dei governi di altri paesi rispetto a quanto accaduto a Washington. Un po’ come accadde l’11 settembre 2001, quando il mondo si costernò da Los Angeles a Mosca ma festeggiò da Bogotà a Calcutta.

Le reazioni internazionali all’assalto al Campidoglio di Washington che contestava i risultati elettorali negli Usa e l’investitura di Biden come presidente, sono piuttosto articolate. Dallo sgomento delle cancellerie occidentali – che hanno visto crollare il mito degli Stati Uniti come cuore della democrazia mondiale – a quelle di altri paesi dove invece la “esportazione della democrazia Usa” ha creato sistematicamente destabilizzazioni e violenze molto simili a quelle avvenute a Washington.

“Seguo con grande preoccupazione quanto sta accadendo a Washington. La violenza è incompatibile con l’esercizio dei diritti politici e delle libertà democratiche. Confido nella solidità e nella forza delle Istituzioni degli Stati Uniti”, ha scritto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il premier britannico, Boris Johnson, ha denunciato “scene vergognose” e ha chiesto una transizione “pacifica e ordinata” del potere al democratico Joe Biden.

Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ha invitato Trump e i suoi sostenitori a “smetterla di calpestare la democrazia”. Il suo omologo francese Jean-Yves Le Drian, ha condannato il “grave attacco alla democrazia”. “La volontà e il voto del popolo americano devono essere rispettati”. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha denunciato un “attacco senza precedenti alla democrazia americana” e ha chiesto rispetto per il risultato delle elezioni presidenziali. “Assistere alle scene di questa sera a Washington è uno shock. Contiamo sugli Stati Uniti per consentire un trasferimento pacifico del potere a Joe Biden”, ha twittato invece il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

Ma se si cambia latitudine i toni delle dichiarazioni cambiano e non poco. Il ministro venezuelano delle Relazioni internazionali Jorge Arreaza ha condiviso la dichiarazione che condanna la polarizzazione politica e la spirale di violenza. “Gli Stati Uniti soffrono di ciò che hanno generato in altri paesi con le loro politiche aggressive. Il Venezuela spera che gli atti di violenza cessino presto e che il popolo americano possa finalmente aprire una nuova strada verso la stabilità e la giustizia sociale“, ha affermato nel proprio messaggio.

Un pizzico di ironia e “perfidia” in più è invece leggibile nelle reazioni popolari e non governative sulle pagine del quotidiano cinese Global Times, dove parole come “Karma” e “se lo sono meritato” vengono spesso menzionate nei commenti dei lettori cinesi quando hanno visto “l’ultimo episodio della versione reale di House of Cards degli Stati Uniti – che ha visto i sostenitori di Trump prendere d’assalto il Campidoglio, incasinando il Congresso e l’orazione di Nancy Pelosi, scontri con agenti di polizia e saccheggi”.

Secondo il Gobal Times gli utenti web cinesi ricordano ancora l’angoscia e la rabbia che hanno provato quando hanno visto i rivoltosi di Hong Kong prendere d’assalto l’edificio del Parlamento, scarabocchiare graffiti, distruggere e rubare oggetti. Ma invece di condannare la violenza, i politici statunitensi hanno salutato il “coraggio” di quelle folle, i media occidentali hanno elogiato la “moderazione” dei rivoltosi, e la presidente della Camera Nancy Pelosi l’ha persino definita un “bello spettacolo”. Ora, questo “bellissimo spettacolo” si sta verificando negli Stati Uniti. Un commentatore cinese ha affermato: “La Pelosi può godersi la splendida vista – anche alla scrivania del suo ufficio! Per così tanto tempo, i politici statunitensi hanno definito i rivoltosi ‘combattenti per la libertà’ in altri paesi. Ora, finalmente hanno la punizione!” “Era come guardare un film d’azione emozionante!”

Quando uno scenario simile si è verificato nel Parlamento di Hong Kong nel 2019, alcuni politici statunitensi come Pelosi hanno elogiato i rivoltosi in città come combattenti per la libertà. Questo ha ispirato alcuni commentatori a proporre uno slogan per i rivoltosi statunitensi per continuare le loro proteste del tutto simile a quello dei rivoltosi di Hong Kong: “Cinque richieste, non una di meno. Liberate gli Stati Uniti, la rivoluzione dei nostri tempi”. E da qui si dipana l’ironia. Le cinque richieste includono il riconoscimento del Partito Democratico imbrogliato alle elezioni presidenziali e la negazione che Biden sia il nuovo presidente; revocare la definizione di “violenza”; revocare le accuse contro i manifestanti; istituire una commissione per indagare sulla violenza della polizia e tenere una seconda elezione presidenziale per garantire giustizia ed equità.

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10/01/2020

USA - La Camera vuole limitare i poteri di guerra di Trump

La Camera dei rappresentanti del Congresso Usa ha votato una risoluzione che riduce in qualche modo i poteri di guerra del presidente Trump il quale, prima di intraprendere ulteriori azioni militari, deve chiedere l’approvazione del congresso.

Il Washington Post rammenta che pur non essendo vincolante per il Presidente, la speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi ha difeso la valenza di questo provvedimento ricordando che comunque “è una dichiarazione del Congresso degli Stati Uniti”.

La misura “proteggerà le vite e i valori americani” cercando di limitare però le azioni militari di Trump, ha detto Pelosi. “L’amministrazione deve ridurre l’escalation e prevenire ulteriori violenze”.

Furiosa la reazione della Casa Bianca che ha definito la risoluzione “ridicola” e “completamente fuorviante”. Il portavoce della Casa Bianca Hogan Gidley ha detto: “Questa risoluzione della Camera cerca di minare la capacità delle Forze Armate statunitensi di prevenire l’attività terroristica dell’Iran e dei suoi alleati, e cerca di ostacolare l’autorità del Presidente di proteggere l’America e i nostri interessi nella regione dalle continue minacce”.

La Camera ha approvato il provvedimento con 224 voti a favore e 194 contrari con soli tre repubblicani che hanno votato a favore. Otto democratici si sono opposti al provvedimento. Pelosi, nell’annunciare il voto della Camera, ha sottolineato che l’uccisione del generale Qassem Soleimani è stata “provocatoria e sproporzionata”.

Ma il punto critico adesso sarà il Senato, dove i democratici sono in minoranza e avranno bisogno dell’aiuto di almeno quattro senatori repubblicani per approvare una simile risoluzione delle potenze di guerra. Una risoluzione come quella approvata alla Camera, verrà presentata dal senatore democratico Tim Kaine, la misura potrebbe essere votata già dalla prossima settimana. I senatori repubblicani Mike Lee (Utah) e Rand Paul (Kentucky) si sono impegnati a sostenere la risoluzione di Kaine.

Secondo il Washington Post è prevedibile che il Presidente Trump metterà il veto alla risoluzione e che il Congresso non sarà in grado di raccogliere abbastanza voti per annullare il veto presidenziale.

L’amministrazione Trump insiste sul fatto che aveva il diritto di prendere di mira il generale Soleimani con l’autorizzazione del Congresso del 2002 per l’uso della forza militare in Iraq (AUMF) e invocando il diritto costituzionale del presidente all’autodifesa delle truppe direttamente e con rapidità.

La presidente della Camera Nancy Pelosi ha dichiarato che la Camera voterà presto per abrogare l’AUMF del 2002.

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15/10/2019

Il gas ucraino e i democratici yankee

L’Ucraina del majdan Nezaležnosti e, verosimilmente, anche di tutti i 28 anni della “indipendenza” dall’Unione Sovietica, somiglia molto a un Uncle Sam’s Hub per qualunque “figlio d’arte” yankee che – vien da dire, in questo caso a proposito, alla maniera russa: komù ne len – non sia un poltrone.

Dopo l’ormai inflazionato Hunter Biden (3 milioni di dollari e 50mila al mese dall’ucraina Burisma, per dire), figlio dell’ex vice Presidente e attuale sfidante democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, ora ci informano che anche Paul Pelosi jr, figlio della speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto i suoi bravi affari col gas ucraino.

Certo, diranno sicuramente gli italici megafoni della “democrazia” yankee: insinuazioni simili non sono altro che la vendetta dei perfidi repubblicani contro gli angelici democratici e contro colei che ha chiesto l’impeachment per Donald Trump; perché, si sa, i democratici sono tali per definizione, come dice il nome stesso e come dimostra la filiale nostrana del partito democratico.

Ora, sinceramente, che differenza ci sia tra i democratici e i repubblicani USA, quali politiche, ora in una forma, ora in un’altra, conducano entrambi, e nell’interesse di quale classe, ce lo raccontano oltre due secoli di storia e ce lo dimostrano tutte le cronache guerrafondaie presenti; per cui, che le notizie d’oltreoceano a proposito di Paul Pelosi jr costituiscano o meno una “vendetta” personale, cambia poco alla questione.

E la questione è che, per l’ennesima volta nella loro storia, “famiglie” più o meno delinquenziali conducono “politiche” nell’interesse del grosso business statunitense e, già che ci sono, anche per il proprio personale tornaconto: il tutto, sulla pelle di nazioni, popoli e classi subalterne, condannate a pagare l’arricchimento di monopoli e banche a stelle e strisce.

E lo fanno, preferibilmente appaltando il lavoro quotidiano a conniventi governi “democratici” locali; ma, quando questo non basta, imponendo propri governi che di “democratico” non hanno nulla e sbandierano apertamente insegne naziste.

Nel caso in questione: l’Ucraina e la sua popolazione, costretta a trascorrere un altro inverno al freddo, dato che il gas (che sia quello russo, di transito in Ucraina, o di altro tipo. Ieri “Naftogaz” ha dichiarato di disporre di 21 miliardi di m3 nei depositi sotterranei) prende altre destinazioni e quello che rimane deve esser pagato dalla popolazione alle tariffe imposte dal FMI, mortifere per la maggioranza degli ucraini.

E dunque, Paul Pelosi jr, come scrive Patrick Howley, ripreso da National File, “was a board member of Viscoil and executive at its related company NRGLab, which DID ENERGY Business in UKRAINE”. Paul jr sostiene che la “visita” da lui fatta in terra ucraina nel 2017 riguardasse “partnership di calcio giovanile”; ma è un fatto che la stessa Nancy Pelosi compaia in un video in cui si reclamizza la ditta, registrata a Singapore, in cui è occupato il figlio.

Come pure è un fatto, ripreso da colonelcassad, che nel 2015 anche Nancy fosse stata in Ucraina per discutere di “sicurezza energetica”; e un altro fatto è che la NRGLab trattasse la questione del gas ucraino già prima del golpe del 2014.

Non usa mezze parole colonelcassd, ricordando come Nancy Pelosi avesse annunciato la procedura di impeachment per Trump, proprio sulla questione ucraina e gli affari ucraini della famiglia Biden e, titolando “La criminale famiglia Pelosi”, scrive che anche la speaker della Camera è “invischiata in uno scandalo corruttivo ucraino”. Viene anche riprodotto uno spot del 2013 (poi rimosso da YouTube) in cui Nancy e il figlio Paul jr reclamizzano tecnologie di risparmio energetico.

Insomma, scrive colonelcassad, mentre lavorava per “la NRGLab, Pelosi jr interagiva attivamente con la Viscoil, pubblicizzata dalla madre; quella Viscoil Holdings che ha oggi problemi con la legge e che, a inizi anni 2000, aveva nella direzione anche un cittadino russo, tale Sergej Sorokin”.

Che anche qualche magnate russo abbia avuto e abbia tuttora affari in Ucraina non è certo una scoperta; come pure che l’intrattenere rapporti ora con esponenti repubblicani, ora democratici, non sia determinato da “convinzioni politiche”, ma da molto prosaici interessi d’affari: affari capitalistici, a ovest e a est del Dnepr.

Ora, è evidente che i repubblicani stiano raccogliendo quanto più materiale possibile per affondare gli avversari di Trump e che l’Ucraina, con gli affari di Obama, Biden, Pelosi, ecc., faccia buon gioco alla faccenda. Ancora una volta, disgraziatamente, sulla pelle di qualcuno: ora è il turno degli ucraini, “colpevoli” di abitare una terra ricca di risorse del sottosuolo, che fanno gola ai grossi monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari, non solo americani.

Quegli ucraini che, come nota news-front.info, hanno tutt’altra opinione della ex ambasciatrice USA a Kiev, Mari Jovanovič, rappresentante del duo Obama-Clinton in terra ucraina, rispetto all’immagine che ne vorrebbero dare i democratici di entrambe le sponde dell’Oceano, di vittima innocente delle “manovre trumpiane in Ucraina per infangare Biden”.

Secondo il politologo Aleksej Jakubin, il richiamo anzitempo in USA della Jovanovič, non è dovuto ad altro che “al fatto che lei non era esattamente una rappresentante neutrale dell’America, nel contesto degli allineamenti politici interni americani, ma rappresentava piuttosto una linea politica orientata verso i democratici”. Jakubin, senza nominare la Jovanovič, afferma che furono i democratici USA ad alimentare l’intervento ucraino a proprio favore nelle presidenziali USA del 2016, con alti papaveri di Kiev, coinvolti in reti di sostegno a politici americani, tra cui, per l’appunto, Joe Biden.

Ma, malauguratamente per qualcuno, tutto questo è ben lontano dal tirare in ballo il cosiddetto dipartimento segreto del GRU russo, il fantomatico reparto 29155, “svelato” dal New York Times e che tanta attenzione gode anche in Italia, alimentata dai fans nostrani della democrazia yankee, esportata allegramente nel mondo da democratici e repubblicani.

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