Oggi a Genova è una giornata di sciopero generale dei metalmeccanici convocato da Fiom, Fim e Usb. Lo sciopero era iniziato con il concentramento degli operai in piazza Massena, raggiunta dai lavoratori dell’ex Ilva, che da lunedì presidiano piazza Savio con i mezzi da lavoro bloccando via Guido Rossa. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro.
Alle 9 dai Giardini Melis è partito il corteo con migliaia di lavoratori. In piazza ci sono gli operai di tutte le grandi fabbriche genovesi come Ansaldo Energia, Fincantieri, Piaggio Aerospace e di altre aziende in solidarietà con gli operai della ex Ilva.
I lavoratori hanno poi raggiunto largo Lanfranco dove la polizia aveva posizionato una grata per impedirgli l’accesso alla Prefettura. Decine di operai hanno iniziato a sbattere e lanciare i caschetti al grido di “lavoro, lavoro”.
La polizia ha lanciato lacrimogeni verso gli operai che hanno tentato di sradicare con dei cavi legati a uno dei mezzi da lavoro della fabbrica la grata montata questa mattina dalla polizia. I manifestanti hanno acceso dei fumogeni lanciando slogan come “Vogliamo lavorare, ci dovete arrestare” e “Urso bugiardo, sei solo un codardo”. Uova e bottiglie sono state lanciate contro i muri della prefettura. I lacrimogeni sono arrivati anche in Piazza Corvetto dove c’era il resto del corteo operaio. Gli operai nel corso della protesta hanno bloccato anche due banchine della stazione ferroviaria di Brignole.
La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stanno vivendo migliaia di operai dell’industria siderurgica.
A Taranto dalla tarda serata di ieri sera è stata liberata prima una delle due statali occupate, la 106 Jonica per Reggio Calabria, e poi anche la statale 100 Appia per Bari. Le strade attorno allo stabilimento siderurgico sono libere al transito perché lo sciopero è terminato stamattina alle 7. Era stato proclamato a mezzogiorno di martedì da Fim, Fiom, Uilm e Usb e ha avuto una progressiva estensione interessando prima l’interno della fabbrica di Taranto poi le aree esterne.
Lo sciopero è stato indetto per rivendicare un nuovo incontro con il governo a Palazzo Chigi e il ritiro del piano sull’ex Ilva presentato dallo stesso esecutivo e dai commissari dell’azienda, bocciato dai sindacati che lo ritengono un piano di chiusura.
In un comunicato i sindacati scrivono: “Siamo consapevoli che le azioni messe in campo da Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno creato disagio a un città già fortemente provata da anni di mancanza di risposte da parte tutti i Governi che si sono susseguiti negli anni, consapevoli che non è certo la maggioranza della città a essere contro i lavoratori. Per tali ragioni – si annuncia – sospendiamo momentaneamente lo sciopero, a partire dalle ore 7 del 4 dicembre e riportiamo al consiglio fabbrica, convocato in maniera permanente, le prossime iniziative di lotta”.
Guarda qui il video degli scontri
Fonte e foto dello sciopero
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/10/2025
Gaza - La tregua non regge: scontri e bombardamenti a Rafah.
La radio dell’esercito israeliano ha confermato che uno scontro ha avuto luogo questa mattina a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.
L’Aeronautica israeliana questa mattina ha lanciato attacchi nella zona di Rafah dopo che sono stati segnalati colpi di arma da fuoco contro un veicolo del genio militare israeliano.
Il canale televisivo israeliano Channel 12, citando fonti informate, riferisce che i raid israeliani su Rafah sarebbero stati eseguiti nel tentativo di proteggere le milizie di Yasser Abu Shabab che avevano collaborato con Israele e sono da giorni sotto attacco da parte dei combattenti di Hamas.
Le agenzie di stampa e i mass media occidentale stanno riproducendo meccanicamente una velina statunitense che parla di “Minacce di attacchi di Hamas ai civili palestinesi”. È un titolo decisamente fuorviante. In realtà è il tentativo di coprire le spalle alle milizie e alle bande palestinesi che in questi mesi hanno collaborato con Israele e saccheggiato i convogli di aiuti spacciando queste bande per “civili palestinesi”.
La televisione Channel 12 ha fatto sapere che l’aviazione israeliana sta prendendo di mira le aree di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza.
Secondo quanto riferito dai palestinesi, anche le navi della Marina israeliana hanno aperto un fuoco intenso verso la costa di Rafah dopo l’attacco.
Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore l’11 ottobre, le forze israeliane lo hanno violato circa 50 volte, anche attraverso bombardamenti di artiglieria, attacchi di droni, fuoco di carri armati e attacchi di quadricotteri. Più di 38 palestinesi sono stati uccisi in questi incidenti. Gli ultimi 11 venerdì scorso, quando un minibus con una intera famiglia a bordo in viaggio da Zeitun verso Gaza City è stato colpito dai militari israeliani. Sette dei palestinesi uccisi erano bambini.
Il Ministro della Difesa Israel Katz e il segretario militare hanno lasciato la riunione settimanale del Gabinetto per condurre una valutazione della sicurezza a Gaza. L’IDF non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale su quanto avvenuto a Rafah.
“Chiedo al primo ministro di ordinare all’IDF di riprendere completamente i combattimenti nella Striscia di Gaza a pieno regime”, ha dichiarato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir dopo l’attacco.
La tregua a Gaza sta già saltando e sembra proprio che Israele abbia tutto l’interesse a farla saltare, in un modo o nell’altro.
Fonte
L’Aeronautica israeliana questa mattina ha lanciato attacchi nella zona di Rafah dopo che sono stati segnalati colpi di arma da fuoco contro un veicolo del genio militare israeliano.
Il canale televisivo israeliano Channel 12, citando fonti informate, riferisce che i raid israeliani su Rafah sarebbero stati eseguiti nel tentativo di proteggere le milizie di Yasser Abu Shabab che avevano collaborato con Israele e sono da giorni sotto attacco da parte dei combattenti di Hamas.
Le agenzie di stampa e i mass media occidentale stanno riproducendo meccanicamente una velina statunitense che parla di “Minacce di attacchi di Hamas ai civili palestinesi”. È un titolo decisamente fuorviante. In realtà è il tentativo di coprire le spalle alle milizie e alle bande palestinesi che in questi mesi hanno collaborato con Israele e saccheggiato i convogli di aiuti spacciando queste bande per “civili palestinesi”.
La televisione Channel 12 ha fatto sapere che l’aviazione israeliana sta prendendo di mira le aree di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza.
Secondo quanto riferito dai palestinesi, anche le navi della Marina israeliana hanno aperto un fuoco intenso verso la costa di Rafah dopo l’attacco.
Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore l’11 ottobre, le forze israeliane lo hanno violato circa 50 volte, anche attraverso bombardamenti di artiglieria, attacchi di droni, fuoco di carri armati e attacchi di quadricotteri. Più di 38 palestinesi sono stati uccisi in questi incidenti. Gli ultimi 11 venerdì scorso, quando un minibus con una intera famiglia a bordo in viaggio da Zeitun verso Gaza City è stato colpito dai militari israeliani. Sette dei palestinesi uccisi erano bambini.
Il Ministro della Difesa Israel Katz e il segretario militare hanno lasciato la riunione settimanale del Gabinetto per condurre una valutazione della sicurezza a Gaza. L’IDF non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale su quanto avvenuto a Rafah.
“Chiedo al primo ministro di ordinare all’IDF di riprendere completamente i combattimenti nella Striscia di Gaza a pieno regime”, ha dichiarato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir dopo l’attacco.
La tregua a Gaza sta già saltando e sembra proprio che Israele abbia tutto l’interesse a farla saltare, in un modo o nell’altro.
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23/02/2025
Bulgaria - Manifestazioni contro l’ingresso nell’Eurozona, devastata la sede della Commissione europea
Tempi duri per la narrazione europeista. La polizia bulgara ha faticato parecchio a confrontarsi con i manifestanti che ieri hanno chiesto al governo di abbandonare i piani per l’ingresso della Bulgaria nell’eurozona.
Migliaia di manifestanti si sono concentrati davanti all’ufficio della Commissione Ue nella capitale Sofia e hanno iniziato a lanciare vernice rossa e petardi contro l’edificio, una porta è stata data alle fiamme.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i rinforzi della polizia, che hanno caricato i manifestanti. La polizia ha comunicato che ci sono stati diversi arresti mentre alcuni agenti sono rimasti feriti durante gli scontri.
Scandalizzata la Von der Leyen: “Scene oltraggiose a Sofia, dove il nostro ufficio dell’Ue è stato vandalizzato. In Europa esercitiamo il diritto di manifestare in modo pacifico. La violenza e il vandalismo non sono mai la risposta”.
La protesta è stata organizzata dal partito Vazrazhdane, di destra, ed è iniziata davanti alla sede della Banca Nazionale Bulgara per chiedere le dimissioni del governo, sventolando bandiere nazionali e del partito e scandendo ‘No all’euro’ e ‘Sì al lev bulgaro’, la valuta del Paese.
Il leader di Vazrazhdane Kostadin Kostadinov ha dichiarato che il suo partito intende chiedere un referendum per decidere l’ingresso o meno nell’eurozona. “Se non ci sarà un referendum, bloccheremo i lavori dell’Assemblea nazionale”, ha promesso Kostadinov, il cui partito è il terzo per peso in parlamento.
La Bulgaria ha aderito all’Ue nel 2007. Il nuovo governo, formato il mese scorso, ha fatto dell’adesione all’eurozona una priorità fondamentale.
Non molti, però, sono convinti che adottare l’euro sia la scelta migliore per la Bulgaria, forse ne hanno parlato con i croati che dal 1 gennaio 2023 sono entrati nell’Eurozona pagandone, come avvenuto anche in Italia nel 2002, costi sociali pesantissimi, soprattutto sul piano dei prezzi e del welfare.
Alcuni economisti sostengono che la Bulgaria non abbia una condizione economica accettabile per poter entrare nell’eurozona e che non sia ancora pronto ad adottare la moneta unica.
Prima la Slovacchia, poi la Romania, ora la Bulgaria, la sbornia europeista nei paesi dell’Europa dell’Est si va seriamente affievolendo.
Fonte
Migliaia di manifestanti si sono concentrati davanti all’ufficio della Commissione Ue nella capitale Sofia e hanno iniziato a lanciare vernice rossa e petardi contro l’edificio, una porta è stata data alle fiamme.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i rinforzi della polizia, che hanno caricato i manifestanti. La polizia ha comunicato che ci sono stati diversi arresti mentre alcuni agenti sono rimasti feriti durante gli scontri.
Scandalizzata la Von der Leyen: “Scene oltraggiose a Sofia, dove il nostro ufficio dell’Ue è stato vandalizzato. In Europa esercitiamo il diritto di manifestare in modo pacifico. La violenza e il vandalismo non sono mai la risposta”.
La protesta è stata organizzata dal partito Vazrazhdane, di destra, ed è iniziata davanti alla sede della Banca Nazionale Bulgara per chiedere le dimissioni del governo, sventolando bandiere nazionali e del partito e scandendo ‘No all’euro’ e ‘Sì al lev bulgaro’, la valuta del Paese.
Il leader di Vazrazhdane Kostadin Kostadinov ha dichiarato che il suo partito intende chiedere un referendum per decidere l’ingresso o meno nell’eurozona. “Se non ci sarà un referendum, bloccheremo i lavori dell’Assemblea nazionale”, ha promesso Kostadinov, il cui partito è il terzo per peso in parlamento.
La Bulgaria ha aderito all’Ue nel 2007. Il nuovo governo, formato il mese scorso, ha fatto dell’adesione all’eurozona una priorità fondamentale.
Non molti, però, sono convinti che adottare l’euro sia la scelta migliore per la Bulgaria, forse ne hanno parlato con i croati che dal 1 gennaio 2023 sono entrati nell’Eurozona pagandone, come avvenuto anche in Italia nel 2002, costi sociali pesantissimi, soprattutto sul piano dei prezzi e del welfare.
Alcuni economisti sostengono che la Bulgaria non abbia una condizione economica accettabile per poter entrare nell’eurozona e che non sia ancora pronto ad adottare la moneta unica.
Prima la Slovacchia, poi la Romania, ora la Bulgaria, la sbornia europeista nei paesi dell’Europa dell’Est si va seriamente affievolendo.
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12/01/2025
Un giorno di rabbia per Ramy. Scontri a Roma e Bologna
Nella giornata di ieri in diverse città italiana si sono tenute manifestazioni per denunciare la morte di Ramy Elgaml, un ragazzo di 19 anni, avvenuta al Corvetto (Milano) durante uno spericolato e letale inseguimento da parte dei carabinieri accusati per questo di omicidio stradale da parte della magistratura. La dinamica dell’inseguimento e le parole a commento dei carabinieri contenute in un video acquisito dai magistrati e diffuso dai mass media, hanno suscitato un’ondata di indignazione nel paese.
Le manifestazioni di ieri sono state pacifiche – anche su richiesta dei familiari di Ramy – a Milano e a Brescia ma si sono convertite in scontri con la polizia a Roma e Bologna.
A Milano il corteo era aperto da uno striscione con lo slogan della manifestazione scritto in italiano e arabo. All’angolo tra Corso Monforte e via San Damiano, è stata rovesciata della vernice rossa sull’asfalto a simulare il sangue e sono stati accesi alcuni fumogeni, esponendo uno striscione con scritto “Ramy ucciso, razzismo di Stato”. In viale Tunisia, alcuni manifestanti hanno realizzato con la vernice la scritta “Ramy vive” su un muro. Il corteo, è sfilato poi in corso Venezia, corso Buenos Aires e via Lazzareto, e si è concluso in piazza Duca d’Aosta.
A Roma un corteo aperto da uno striscione che chiedeva “vendetta per Ramy” ha attraversato le strade del quartiere San Lorenzo nel pomeriggio. Quando il corteo ha cercato di sfociare sulla via Tiburtina all’altezza di Piazza dei Sanniti, si è trovato la strada sbarrata dai blindati e da un cordone della polizia. Dopo un primo fronteggiamento con il lancio di qualche petardo e qualche bottiglia, è partita la carica della polizia che ha bloccato e spinto i manifestanti su via dei Sabelli. Il corteo si è compattato e si è diretto verso lo scalo di San Lorenzo.
A Bologna il corteo è partita da Piazza San Francesco, muovendosi verso Via del Pratello. Qui, i manifestanti hanno lanciato dei petardi contro il commissariato di polizia Due Torri e gli agenti hanno caricato il corteo.
Gli scontri si sono intensificati all’incrocio tra Piazza Malpighi e Via Nosadella, dove è stata eretta una barricata con cassonetti dei rifiuti, uno dei quali è stato incendiato, mentre un’altra barricata è stata eretta In Via dei Gombruti.
Fonte
Le manifestazioni di ieri sono state pacifiche – anche su richiesta dei familiari di Ramy – a Milano e a Brescia ma si sono convertite in scontri con la polizia a Roma e Bologna.
A Milano il corteo era aperto da uno striscione con lo slogan della manifestazione scritto in italiano e arabo. All’angolo tra Corso Monforte e via San Damiano, è stata rovesciata della vernice rossa sull’asfalto a simulare il sangue e sono stati accesi alcuni fumogeni, esponendo uno striscione con scritto “Ramy ucciso, razzismo di Stato”. In viale Tunisia, alcuni manifestanti hanno realizzato con la vernice la scritta “Ramy vive” su un muro. Il corteo, è sfilato poi in corso Venezia, corso Buenos Aires e via Lazzareto, e si è concluso in piazza Duca d’Aosta.
A Roma un corteo aperto da uno striscione che chiedeva “vendetta per Ramy” ha attraversato le strade del quartiere San Lorenzo nel pomeriggio. Quando il corteo ha cercato di sfociare sulla via Tiburtina all’altezza di Piazza dei Sanniti, si è trovato la strada sbarrata dai blindati e da un cordone della polizia. Dopo un primo fronteggiamento con il lancio di qualche petardo e qualche bottiglia, è partita la carica della polizia che ha bloccato e spinto i manifestanti su via dei Sabelli. Il corteo si è compattato e si è diretto verso lo scalo di San Lorenzo.
A Bologna il corteo è partita da Piazza San Francesco, muovendosi verso Via del Pratello. Qui, i manifestanti hanno lanciato dei petardi contro il commissariato di polizia Due Torri e gli agenti hanno caricato il corteo.
Gli scontri si sono intensificati all’incrocio tra Piazza Malpighi e Via Nosadella, dove è stata eretta una barricata con cassonetti dei rifiuti, uno dei quali è stato incendiato, mentre un’altra barricata è stata eretta In Via dei Gombruti.
Fonte
27/12/2024
Siria - Scontri tra alawiti e agenti della sicurezza del nuovo regime
In Siria, nella campagna di Tartous, nella provincia costiera di Latakia e in alcuni quartieri di Homs, mercoledì si sono verificati scontri a seguito delle manifestazioni di condanna dell’incendio di un santuario religioso alawita ad Aleppo.
Al Jazeera riferisce che dopo le manifestazioni di mercoledì scorso nelle città e nei paesi di Tartous, Latakia, Jableh, Qardaha e Homs le nuove autorità siriane hanno annunciato un coprifuoco parziale e lanciato una operazione “contro uomini armati che hanno aperto il fuoco sulle forze di sicurezza in concomitanza con le manifestazioni”.
L’agenzia di stampa siriana SANA riferisce sulla piattaforma X che “gruppi fuorilegge affiliati alle milizie di Assad hanno attaccato le forze del Dipartimento delle Operazioni Militari e del Ministero dell’Interno nel villaggio di Balqasa durante una campagna per setacciare la campagna occidentale di Homs, uccidendo due e ferendone altre 10”.
L’agenzia ha sottolineato che sono in corso scontri tra il Dipartimento delle operazioni militari e i resti dell’esercito di Assad nel villaggio di Balqasa, con l’obiettivo di ripristinare la stabilità nell’area.
Giovedì mattina, 14 miliziani del personale di sicurezza del nuovo regime siriano sono stati uccisi e altri 10 sono stati feriti in un’imboscata che ufficialmente si ritiene organizzata dai resti dell’esercito di Assad nella provincia costiera di Tartous.
A Damasco mercoledì sera, decine di giovani – alcuni armati – si erano radunati per le strade del quartiere di Mezzeh, battendo sulle saracinesche dei negozi e chiedendo diritti per la comunità alawita.
In risposta, Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), il principale gruppo jihadista che ha rovesciato il governo di Assad ed è oggi al potere, ha schierato combattenti nell’area, sparando in aria per disperdere la folla. I funzionari del ministero dell’Interno siriano si sono poi incontrati con i leader della comunità alawita nel quartiere Mezzeh di Damasco, alla luce delle tensioni nel quartiere e questo sembra aver riportato la calma.
Gli anziani alawiti nella provincia di Homs hanno rilasciato una dichiarazione invitando la popolazione a rinunciare agli slogan settari e ai discorsi provocatori, e a fermare l’incitamento dei media con ogni mezzo, e hanno chiesto al nuovo Comando Generale di emettere un decreto che criminalizzi chiunque usi frasi e contenuti settari. Hanno invitato ad accelerare la consegna delle armi, limitarla alle autorità competenti e facilitare il meccanismo di consegna e gli accordi entro un periodo massimo di 5 giorni.
Il nuovo ministero dell’Informazione di Damasco ha imposto il divieto di “circolazione o pubblicazione di qualsiasi contenuto mediatico o notizia con un tono settario volto a diffondere divisione tra i siriani”.
I media legati al nuovo regime siriano, sia all’interno che all’esterno del paese, denunciano manipolazioni informative sui social da parte di forze legate al vecchio regime, ma le preoccupazioni tra la minoranza alawita sembrano tutt’altro che superficiali. “Siamo siriani come tutti gli altri, ma qualcuno sta cercando di farci a pezzi”, dichiara a Middle Eat Eye un alawita, “Abbiamo paura che la gente si vendichi contro di noi per il precedente regime”.
A contribuire a questi timori, spiega ancora MEE, è l’omicidio inspiegabile di tre giudici alawiti nella campagna di Hama, che il governo ha condannato e sul quale ha detto che sta indagando.
Fonte
Al Jazeera riferisce che dopo le manifestazioni di mercoledì scorso nelle città e nei paesi di Tartous, Latakia, Jableh, Qardaha e Homs le nuove autorità siriane hanno annunciato un coprifuoco parziale e lanciato una operazione “contro uomini armati che hanno aperto il fuoco sulle forze di sicurezza in concomitanza con le manifestazioni”.
L’agenzia di stampa siriana SANA riferisce sulla piattaforma X che “gruppi fuorilegge affiliati alle milizie di Assad hanno attaccato le forze del Dipartimento delle Operazioni Militari e del Ministero dell’Interno nel villaggio di Balqasa durante una campagna per setacciare la campagna occidentale di Homs, uccidendo due e ferendone altre 10”.
L’agenzia ha sottolineato che sono in corso scontri tra il Dipartimento delle operazioni militari e i resti dell’esercito di Assad nel villaggio di Balqasa, con l’obiettivo di ripristinare la stabilità nell’area.
Giovedì mattina, 14 miliziani del personale di sicurezza del nuovo regime siriano sono stati uccisi e altri 10 sono stati feriti in un’imboscata che ufficialmente si ritiene organizzata dai resti dell’esercito di Assad nella provincia costiera di Tartous.
A Damasco mercoledì sera, decine di giovani – alcuni armati – si erano radunati per le strade del quartiere di Mezzeh, battendo sulle saracinesche dei negozi e chiedendo diritti per la comunità alawita.
In risposta, Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), il principale gruppo jihadista che ha rovesciato il governo di Assad ed è oggi al potere, ha schierato combattenti nell’area, sparando in aria per disperdere la folla. I funzionari del ministero dell’Interno siriano si sono poi incontrati con i leader della comunità alawita nel quartiere Mezzeh di Damasco, alla luce delle tensioni nel quartiere e questo sembra aver riportato la calma.
Gli anziani alawiti nella provincia di Homs hanno rilasciato una dichiarazione invitando la popolazione a rinunciare agli slogan settari e ai discorsi provocatori, e a fermare l’incitamento dei media con ogni mezzo, e hanno chiesto al nuovo Comando Generale di emettere un decreto che criminalizzi chiunque usi frasi e contenuti settari. Hanno invitato ad accelerare la consegna delle armi, limitarla alle autorità competenti e facilitare il meccanismo di consegna e gli accordi entro un periodo massimo di 5 giorni.
Il nuovo ministero dell’Informazione di Damasco ha imposto il divieto di “circolazione o pubblicazione di qualsiasi contenuto mediatico o notizia con un tono settario volto a diffondere divisione tra i siriani”.
I media legati al nuovo regime siriano, sia all’interno che all’esterno del paese, denunciano manipolazioni informative sui social da parte di forze legate al vecchio regime, ma le preoccupazioni tra la minoranza alawita sembrano tutt’altro che superficiali. “Siamo siriani come tutti gli altri, ma qualcuno sta cercando di farci a pezzi”, dichiara a Middle Eat Eye un alawita, “Abbiamo paura che la gente si vendichi contro di noi per il precedente regime”.
A contribuire a questi timori, spiega ancora MEE, è l’omicidio inspiegabile di tre giudici alawiti nella campagna di Hama, che il governo ha condannato e sul quale ha detto che sta indagando.
Fonte
17/08/2023
Libia - Tregua dopo gli scontri tra due milizie a Tripoli. 55 morti e 146 feriti
Pare essersi placata l’ennesima ondata di scontri tra diverse milizie avvenuti tra il 14 e il 15 agosto a Tripoli. Gli scontri armati erano iniziati a seguito al fermo di Mahmoud Hamza, comandante della milizia conosciuta come Brigata 444, da parte di unità della sicurezza affiliate alla forza di deterrenza Rada. Gli scontri hanno provocato 55 morti e 146 feriti, secondo gli ultimi dati disponibili e sono proseguiti fino alla liberazione del capo della Brigata 444.
La decisione di porre fine agli scontri e di liberare Hamza, che nei giorni scorsi era stato consegnato ad una milizia neutrale, è stata presa dopo una riunione ieri sera a Tripoli dei principali capi delle milizie
Hamza è stato liberato dopo un accordo tra le due milizie che ha portato a una pausa nei combattimenti. The Libya Observer scrive su Twitter che il comandante “è stato consegnato alla Stability Support Agency in qualità di forza neutrale”. La speranza degli osservatori è che questo gesto possa tranquillizzare gli animi e riportare un clima di relativa normalità nella parte orientale della capitale, fino a poche ore fa ancora interessata da scontri armati.
Il ministero della sanità libico aveva esortato le parti in conflitto a permettere alle ambulanze e alle squadre di emergenza di entrare nelle aree colpite, principalmente nel sud della città, e a inviare sangue agli ospedali vicini mentre i voli in arrivo a Tripoli sono stati dirottati verso la vicina città di Misurata.
La durezza e la vastità degli scontri armati sono la conferma della totale instabilità della situazione a Tripoli dove è in carico un governo riconosciuto come legittimo dalla cosiddetta comunità internazionale ma del tutto impossibilitato ad esercitare il controllo del paese diviso tra un governo a Tobruk ed uno a Tripoli.
Fonte
La decisione di porre fine agli scontri e di liberare Hamza, che nei giorni scorsi era stato consegnato ad una milizia neutrale, è stata presa dopo una riunione ieri sera a Tripoli dei principali capi delle milizie
Hamza è stato liberato dopo un accordo tra le due milizie che ha portato a una pausa nei combattimenti. The Libya Observer scrive su Twitter che il comandante “è stato consegnato alla Stability Support Agency in qualità di forza neutrale”. La speranza degli osservatori è che questo gesto possa tranquillizzare gli animi e riportare un clima di relativa normalità nella parte orientale della capitale, fino a poche ore fa ancora interessata da scontri armati.
Il ministero della sanità libico aveva esortato le parti in conflitto a permettere alle ambulanze e alle squadre di emergenza di entrare nelle aree colpite, principalmente nel sud della città, e a inviare sangue agli ospedali vicini mentre i voli in arrivo a Tripoli sono stati dirottati verso la vicina città di Misurata.
La durezza e la vastità degli scontri armati sono la conferma della totale instabilità della situazione a Tripoli dove è in carico un governo riconosciuto come legittimo dalla cosiddetta comunità internazionale ma del tutto impossibilitato ad esercitare il controllo del paese diviso tra un governo a Tobruk ed uno a Tripoli.
Fonte
01/08/2023
Francia - Esplode la rabbia senegalese
Ci sono stati scontri e disordini a Parigi dopo la diffusione della notizia dell’arresto del leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, e la messa al bando del suo partito. La polizia è intervenuta con il lancio di gas lacrimogeni. Già ieri in Senegal manifestanti hanno bruciato le bandiere della Francia accusando Parigi di complicità con il presidente liberticida in carica. A Parigi è presente una numerosissima comunità senegalese.
L’annuncio dell’arresto di Sonko è arrivato ieri, lunedì, a fine pomeriggio, quando il ministro dell’Interno senegalese, Antoine Félix Diome ha annunciato che i “Patrioti del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef) sono stati sciolti per decreto governativo. Le autorità vogliono così assestare un colpo mortale a Ousmane Sonko, il più serio rivale del partito al governo per le elezioni presidenziali del febbraio 2024. Poche ore prima, il presidente di Pastef era stato arrestato e portato nel carcere di Sébikotane.
Gli scontri a Parigi sono avvenuti dopo il colpo di Stato in Niger, che ha sancito la destituzione del presidente filofrancese Mohamed Bazoum. Tra le autorità francesi in molti cominciano a temere che anche il Senegal possa essere uno dei prossimi paesi africani ed ex colonia francofona, a scivolare nell’orbita filorussa.
Il leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, arrestato in Senegal, aveva presentato in Francia una denuncia penale per “crimini contro l’umanità” contro il presidente filofrancese Macky Sall, richiedendo un’indagine alla Corte penale internazionale. Sonko sostiene che gli scontri mortali seguiti alla sua condanna al carcere questo mese sono l’ultimo passo di “un attacco generalizzato e sistematico alla popolazione civile” del Senegal dal marzo 2021.
Lo scorso 22 giugno il presidente senegalese Sall era a Parigi per il vertice globale sulla finanza climatica convocato dal presidente Emmanuel Macron e si era incontrato con le autorità francesi.
Fonte
L’annuncio dell’arresto di Sonko è arrivato ieri, lunedì, a fine pomeriggio, quando il ministro dell’Interno senegalese, Antoine Félix Diome ha annunciato che i “Patrioti del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef) sono stati sciolti per decreto governativo. Le autorità vogliono così assestare un colpo mortale a Ousmane Sonko, il più serio rivale del partito al governo per le elezioni presidenziali del febbraio 2024. Poche ore prima, il presidente di Pastef era stato arrestato e portato nel carcere di Sébikotane.
Gli scontri a Parigi sono avvenuti dopo il colpo di Stato in Niger, che ha sancito la destituzione del presidente filofrancese Mohamed Bazoum. Tra le autorità francesi in molti cominciano a temere che anche il Senegal possa essere uno dei prossimi paesi africani ed ex colonia francofona, a scivolare nell’orbita filorussa.
Il leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, arrestato in Senegal, aveva presentato in Francia una denuncia penale per “crimini contro l’umanità” contro il presidente filofrancese Macky Sall, richiedendo un’indagine alla Corte penale internazionale. Sonko sostiene che gli scontri mortali seguiti alla sua condanna al carcere questo mese sono l’ultimo passo di “un attacco generalizzato e sistematico alla popolazione civile” del Senegal dal marzo 2021.
Lo scorso 22 giugno il presidente senegalese Sall era a Parigi per il vertice globale sulla finanza climatica convocato dal presidente Emmanuel Macron e si era incontrato con le autorità francesi.
Fonte
30/05/2023
Kosovo - Tensione e scontri. Feriti 11 militari italiani del contingente Nato
Giorni di tensione e scontri nel nord del Kosovo dopo l’insediamento dei nuovi sindaci albanesi nei comuni dell’area a maggioranza serba. Gli scontri sono iniziati venerdì scorso quando le forze di polizia kosovare sono entrate negli edifici dei comuni di Leposavic, Zubin Potok e Zvecan usando gas lacrimogeni e granate assordanti, al fine di disperdere gli esponenti della comunità serba che cercavano di impedire l’ingresso nei comuni ai sindaci di etnia albanese.
Ci sono stati una dozzina di feriti e diverse auto date alle fiamme, tra cui almeno una della polizia. I sindaci vincitori delle elezioni municipali tenute il 23 aprile nell’area non sono riconosciuti da Belgrado e una porzione significativa della comunità serba, che in quell’area del Paese è a maggioranza, ha boicottato l’appuntamento elettorale che ha segnato così una misera affluenza del 3,4 per cento.
La presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, aveva convocato le elezioni dopo le dimissioni in massa presentate da tutti i funzionari pubblici della componente serba nel novembre scorso.
Le dimissioni erano giunte in segno di protesta dopo le tensioni che si erano verificate a seguito della decisione del governo di Pristina di imporre targhe automobilistiche emesse dal Kosovo anche nell’area nord a maggioranza serba.
In conseguenza di quanto accaduto venerdì scorso, il presidente serbo Aleksandar Vucic nella stessa giornata aveva predisposto il massimo livello di allerta per le forze armate serbe e ha ordinato loro di muoversi immediatamente in direzione del valico con il Kosovo, convocando il giorno dopo una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale.
Il ministro della Difesa serbo Milos Vucevic ha affermato che sarebbe stato completato “entro il primo pomeriggio” il “pieno dispiegamento delle formazioni dell’esercito, secondo i piani prestabiliti”, e ha sottolineato che per l’esercito rimane “il massimo livello di prontezza al combattimento” deciso venerdì.
La premier Ana Brnabic ha sottolineato che la situazione in Kosovo è “difficile come mai” e ha accusato l’Unione europea e la KFOR di aver reagito “in ritardo”.
Il presidente serbo Aleksandar Vucic, rivolgendosi alla nazione, ha affermato che da diversi mesi le autorità kosovare cercano di provocare un sanguinoso conflitto tra Belgrado e la Nato. Allo stesso tempo, le forze di pace della KFOR non proteggono i civili, ma i “falsi sindaci” eletti con una scarsa affluenza alle urne.
Ai manifestanti serbi è stato impedito di avvicinarsi all’edificio dalla polizia del Kosovo e dalle forze della NATO. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti, usato manganelli, spruzzato gas lacrimogeni e lanciato circa 30 granate assordanti sulla folla.
Negli ospedali risultano ricoverati 50 feriti tra i civili e si registrano 41 militari della KFOR feriti, tra cui 11 soldati italiani. I ferimenti sono avvenuti nei gravi scontri fra truppe NATO e dimostranti serbi a Zvecan, nel nord del Kosovo. Degli 11 feriti italiani, tre sono gravi, ma non in pericolo di vita: avrebbero riportato ustioni e fratture
La missione KFOR della NATO ha aumentato da ieri la propria presenza nei quattro comuni del Kosovo settentrionale per garantire la “sicurezza” dell’area. I militari italiani del contingente NATO sono stati dislocati a Mitrovica.
Davanti alle sedi municipali si sono radunati centinaia di cittadini insieme ai rappresentanti della Lista serba (gruppo politico rappresentativo dei serbi del Kosovo) i quali chiedono il ritiro delle unità della polizia del Kosovo dall’area, oltre che le dimissioni dei neoeletti rappresentanti comunali.
La polizia ha usato in alcuni casi gas lacrimogeni per fermare i manifestanti che cercavano di entrare con la forza negli edifici.
La missione KFOR invita tutte le parti ad astenersi da azioni che potrebbero infiammare le tensioni o causare un’escalation e, in linea con il proprio mandato, è pronta a intraprendere tutte le azioni necessarie per garantire un ambiente sicuro in modo neutrale e imparziale.
“Una grande esplosione si sta preparando nel centro dell’Europa. Proprio nel luogo in cui nel 1999 la NATO ha effettuato l’aggressione contro la Jugoslavia in violazione di tutti i principi concepibili dell’Atto finale di Helsinki e dei documenti dell’OSCE”, ha affermato il ministro degli Esteri russo Lavrov.
Fonte
Ci sono stati una dozzina di feriti e diverse auto date alle fiamme, tra cui almeno una della polizia. I sindaci vincitori delle elezioni municipali tenute il 23 aprile nell’area non sono riconosciuti da Belgrado e una porzione significativa della comunità serba, che in quell’area del Paese è a maggioranza, ha boicottato l’appuntamento elettorale che ha segnato così una misera affluenza del 3,4 per cento.
La presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, aveva convocato le elezioni dopo le dimissioni in massa presentate da tutti i funzionari pubblici della componente serba nel novembre scorso.
Le dimissioni erano giunte in segno di protesta dopo le tensioni che si erano verificate a seguito della decisione del governo di Pristina di imporre targhe automobilistiche emesse dal Kosovo anche nell’area nord a maggioranza serba.
In conseguenza di quanto accaduto venerdì scorso, il presidente serbo Aleksandar Vucic nella stessa giornata aveva predisposto il massimo livello di allerta per le forze armate serbe e ha ordinato loro di muoversi immediatamente in direzione del valico con il Kosovo, convocando il giorno dopo una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale.
Il ministro della Difesa serbo Milos Vucevic ha affermato che sarebbe stato completato “entro il primo pomeriggio” il “pieno dispiegamento delle formazioni dell’esercito, secondo i piani prestabiliti”, e ha sottolineato che per l’esercito rimane “il massimo livello di prontezza al combattimento” deciso venerdì.
La premier Ana Brnabic ha sottolineato che la situazione in Kosovo è “difficile come mai” e ha accusato l’Unione europea e la KFOR di aver reagito “in ritardo”.
Il presidente serbo Aleksandar Vucic, rivolgendosi alla nazione, ha affermato che da diversi mesi le autorità kosovare cercano di provocare un sanguinoso conflitto tra Belgrado e la Nato. Allo stesso tempo, le forze di pace della KFOR non proteggono i civili, ma i “falsi sindaci” eletti con una scarsa affluenza alle urne.
Ai manifestanti serbi è stato impedito di avvicinarsi all’edificio dalla polizia del Kosovo e dalle forze della NATO. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti, usato manganelli, spruzzato gas lacrimogeni e lanciato circa 30 granate assordanti sulla folla.
Negli ospedali risultano ricoverati 50 feriti tra i civili e si registrano 41 militari della KFOR feriti, tra cui 11 soldati italiani. I ferimenti sono avvenuti nei gravi scontri fra truppe NATO e dimostranti serbi a Zvecan, nel nord del Kosovo. Degli 11 feriti italiani, tre sono gravi, ma non in pericolo di vita: avrebbero riportato ustioni e fratture
La missione KFOR della NATO ha aumentato da ieri la propria presenza nei quattro comuni del Kosovo settentrionale per garantire la “sicurezza” dell’area. I militari italiani del contingente NATO sono stati dislocati a Mitrovica.
Davanti alle sedi municipali si sono radunati centinaia di cittadini insieme ai rappresentanti della Lista serba (gruppo politico rappresentativo dei serbi del Kosovo) i quali chiedono il ritiro delle unità della polizia del Kosovo dall’area, oltre che le dimissioni dei neoeletti rappresentanti comunali.
La polizia ha usato in alcuni casi gas lacrimogeni per fermare i manifestanti che cercavano di entrare con la forza negli edifici.
La missione KFOR invita tutte le parti ad astenersi da azioni che potrebbero infiammare le tensioni o causare un’escalation e, in linea con il proprio mandato, è pronta a intraprendere tutte le azioni necessarie per garantire un ambiente sicuro in modo neutrale e imparziale.
“Una grande esplosione si sta preparando nel centro dell’Europa. Proprio nel luogo in cui nel 1999 la NATO ha effettuato l’aggressione contro la Jugoslavia in violazione di tutti i principi concepibili dell’Atto finale di Helsinki e dei documenti dell’OSCE”, ha affermato il ministro degli Esteri russo Lavrov.
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31/03/2023
In Medio Oriente tutto è in movimento
In Medio Oriente tutto si muove, e rapidamente. Non c’è solo lo “sganciamento” dell’Arabia Saudita dall’influenza USA e l’accordo storico di Riad con l’Iran mediato dalla Cina. Anche le relazioni storiche tra Usa e Israele sembrano sottoposte a sollecitazioni fuori dalla “normale amministrazione”.
Martedì sera era stato il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden a dichiarare di essere preoccupato per i recenti eventi in Israele aggiungendo che ”come molti sostenitori di Israele sono molto preoccupati. Che lo capiscano bene... non possono continuare su questa strada”.
La replica, piuttosto dura, è arrivata direttamente nella notte tra martedì e mercoledì dal premier israeliano Netanyahu, il quale ha risposto seccato che “Israele è un Paese sovrano che non prende decisioni sulla base di pressioni provenienti dall’estero, anche quelle dei migliori amici”.
In seguito anche il vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi, anch’egli membro del Likud, ha replicato alla Casa Bianca incolpando addirittura gli Stati Uniti dell’amministrazione Obama per la morte di alcuni soldati israeliani durante i bombardamenti del 2014 nella Striscia di Gaza.
L’agenzia israeliana Ynet news ha riportato le dichiarazioni dell’alto esponente del Likud secondo cui “Gli Stati Uniti non possono interferire negli affari interni di Israele. Questa è una democrazia e non si azzardino a dettarci ordini”, ha dichiarato Vaturi all’emittente Radio 103. Vaturi si è spinto ad accusare l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama per la morte di soldati durante l’operazione Protective Edge a Gaza. “Durante l’operazione Protective Edge, gli Stati Uniti hanno deciso un embargo sulle armi per i missili Hellfire per gli elicotteri Apache e Israele. I soldati sono stati uccisi, a mio parere, anche grazie al sostegno, tra virgolette, americano”. Un linguaggio decisamente inusuale.
Il giornale israeliano Times of Israel prova a gettare acqua sul fuoco delle tensioni tra Israele e Stati Uniti. Riporta infatti che la Casa Bianca mercoledì avrebbe elogiato i commenti di Netanyahu in risposta alle preoccupazioni del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in merito alla revisione giudiziaria avanzata dal governo israeliano.
Secondo il Times of Israel le osservazioni del portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, sono apparse come un tentativo dell’amministrazione Biden di abbassare la temperatura dopo che le tensioni tra Stati Uniti e Israele si erano accese il giorno prima. “C’è molto da apprezzare. Ha parlato di ricerca del compromesso. Ha parlato di lavorare per costruire un consenso rispetto a queste potenziali riforme giudiziarie. Ha parlato di quanto sia incrollabile il rapporto tra Stati Uniti e Israele. E ha parlato del suo grande rispetto per il presidente Biden, un rispetto che anche il presidente Biden condivide”, aveva detto Kirby in un briefing con la stampa.
Kirby ha sottolineato però solo le parti della dichiarazione che gli Stati Uniti hanno apprezzato. Un funzionario statunitense ha dichiarato martedì al Times of Israel che la risposta di Netanyahu aveva fatto infuriare alcuni funzionari dell’amministrazione Biden.
Occorre ricordare che anche in passato ci stati momenti di “incomprensione” tra Stati Uniti e Israele. L’avvio del processo che portò agli accordi di Oslo tra Tel Aviv e l’Olp fu in qualche modo imposto dall’allora amministrazione di Bush senior. Israele poi ha fatto in modo che quegli accordi diventassero inservibili per la nascita dello Stato Palestinese, ma i mesi a cavallo tra il 1992 e il 1993 non furono proprio idilliaci nelle relazioni tra Washington e Tel Aviv. Ma anche durante l’amministrazione Obama, come rivelato dal tono delle dichiarazioni di Vaturi, i rapporti avevano vissuto momenti di alta tensione.
Adesso, mentre gli Accordi di Abramo tra Israele e alcuni, pochi, paesi arabi sembrano già una formalità sul calendario, la sincronia tra Usa e Israele in Medio Oriente è investita come un turbine sia dalle divergenze sulle forzature del governo fondamentalista di Netanyahu sul piano interno, sia dalle ripercussioni dei raid israeliani in Siria e contro l’Iran di cui Washington vorrebbe concordare tempi e modalità, mentre Israele si muove troppo spesso in modo autonomo in una regione in cui le alleanze a geometria variabile stanno modificando complessivamente rapporti e relazioni che sembravano inamovibili.
Infine, dagli Usa si segnala una iniziativa fino ad oggi inusuale. Alcuni congressisti statunitensi – guidati da Jamaal Bowman e Bernie Sanders – stanno guidando quello che molti definiscono uno sforzo senza precedenti per chiedere all’amministrazione Biden di indagare se Israele stia usando armi americane per commettere violazioni dei diritti umani contro i palestinesi
In una lettera diretta al segretario di Stato Antony Blinken e al presidente Joe Biden, i due legislatori hanno esortato l’amministrazione a garantire che il denaro dei contribuenti statunitensi non venga utilizzato per sostenere progetti negli insediamenti israeliani illegali.
Più di qualcuno avverte del rischio che Israele, alle prese con una crisi interna di consenso fortissima, possa giocare sulla carta dell’escalation militare verso l’esterno (Libano, Iran, Territori Palestinesi) per ricompattare una società e una classe dirigente che si sono duramente divaricate in questi mesi di contrapposizione contro le torsioni autoritarie e fondamentaliste del governo Netanyahu.
Fonte
Martedì sera era stato il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden a dichiarare di essere preoccupato per i recenti eventi in Israele aggiungendo che ”come molti sostenitori di Israele sono molto preoccupati. Che lo capiscano bene... non possono continuare su questa strada”.
La replica, piuttosto dura, è arrivata direttamente nella notte tra martedì e mercoledì dal premier israeliano Netanyahu, il quale ha risposto seccato che “Israele è un Paese sovrano che non prende decisioni sulla base di pressioni provenienti dall’estero, anche quelle dei migliori amici”.
In seguito anche il vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi, anch’egli membro del Likud, ha replicato alla Casa Bianca incolpando addirittura gli Stati Uniti dell’amministrazione Obama per la morte di alcuni soldati israeliani durante i bombardamenti del 2014 nella Striscia di Gaza.
L’agenzia israeliana Ynet news ha riportato le dichiarazioni dell’alto esponente del Likud secondo cui “Gli Stati Uniti non possono interferire negli affari interni di Israele. Questa è una democrazia e non si azzardino a dettarci ordini”, ha dichiarato Vaturi all’emittente Radio 103. Vaturi si è spinto ad accusare l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama per la morte di soldati durante l’operazione Protective Edge a Gaza. “Durante l’operazione Protective Edge, gli Stati Uniti hanno deciso un embargo sulle armi per i missili Hellfire per gli elicotteri Apache e Israele. I soldati sono stati uccisi, a mio parere, anche grazie al sostegno, tra virgolette, americano”. Un linguaggio decisamente inusuale.
Il giornale israeliano Times of Israel prova a gettare acqua sul fuoco delle tensioni tra Israele e Stati Uniti. Riporta infatti che la Casa Bianca mercoledì avrebbe elogiato i commenti di Netanyahu in risposta alle preoccupazioni del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in merito alla revisione giudiziaria avanzata dal governo israeliano.
Secondo il Times of Israel le osservazioni del portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, sono apparse come un tentativo dell’amministrazione Biden di abbassare la temperatura dopo che le tensioni tra Stati Uniti e Israele si erano accese il giorno prima. “C’è molto da apprezzare. Ha parlato di ricerca del compromesso. Ha parlato di lavorare per costruire un consenso rispetto a queste potenziali riforme giudiziarie. Ha parlato di quanto sia incrollabile il rapporto tra Stati Uniti e Israele. E ha parlato del suo grande rispetto per il presidente Biden, un rispetto che anche il presidente Biden condivide”, aveva detto Kirby in un briefing con la stampa.
Kirby ha sottolineato però solo le parti della dichiarazione che gli Stati Uniti hanno apprezzato. Un funzionario statunitense ha dichiarato martedì al Times of Israel che la risposta di Netanyahu aveva fatto infuriare alcuni funzionari dell’amministrazione Biden.
Occorre ricordare che anche in passato ci stati momenti di “incomprensione” tra Stati Uniti e Israele. L’avvio del processo che portò agli accordi di Oslo tra Tel Aviv e l’Olp fu in qualche modo imposto dall’allora amministrazione di Bush senior. Israele poi ha fatto in modo che quegli accordi diventassero inservibili per la nascita dello Stato Palestinese, ma i mesi a cavallo tra il 1992 e il 1993 non furono proprio idilliaci nelle relazioni tra Washington e Tel Aviv. Ma anche durante l’amministrazione Obama, come rivelato dal tono delle dichiarazioni di Vaturi, i rapporti avevano vissuto momenti di alta tensione.
Adesso, mentre gli Accordi di Abramo tra Israele e alcuni, pochi, paesi arabi sembrano già una formalità sul calendario, la sincronia tra Usa e Israele in Medio Oriente è investita come un turbine sia dalle divergenze sulle forzature del governo fondamentalista di Netanyahu sul piano interno, sia dalle ripercussioni dei raid israeliani in Siria e contro l’Iran di cui Washington vorrebbe concordare tempi e modalità, mentre Israele si muove troppo spesso in modo autonomo in una regione in cui le alleanze a geometria variabile stanno modificando complessivamente rapporti e relazioni che sembravano inamovibili.
Infine, dagli Usa si segnala una iniziativa fino ad oggi inusuale. Alcuni congressisti statunitensi – guidati da Jamaal Bowman e Bernie Sanders – stanno guidando quello che molti definiscono uno sforzo senza precedenti per chiedere all’amministrazione Biden di indagare se Israele stia usando armi americane per commettere violazioni dei diritti umani contro i palestinesi
In una lettera diretta al segretario di Stato Antony Blinken e al presidente Joe Biden, i due legislatori hanno esortato l’amministrazione a garantire che il denaro dei contribuenti statunitensi non venga utilizzato per sostenere progetti negli insediamenti israeliani illegali.
Più di qualcuno avverte del rischio che Israele, alle prese con una crisi interna di consenso fortissima, possa giocare sulla carta dell’escalation militare verso l’esterno (Libano, Iran, Territori Palestinesi) per ricompattare una società e una classe dirigente che si sono duramente divaricate in questi mesi di contrapposizione contro le torsioni autoritarie e fondamentaliste del governo Netanyahu.
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13/01/2023
Scontri sulla A1, alla riscoperta della società
I recenti scontri tra tifosi sulla autostrada A1 sono stati accolti sui media e sui social nella consueta sovrapposizione tra vivaci espressioni di condanna e polemiche su come possa essere chirurgico un intervento di polizia in questi casi. Del resto, la politica è culturalmente ridotta ai minimi termini e pensa la società in modo schematico, come risorsa per l’arricchimento oppure come tessuto angelico per la solidarietà quindi semplifica queste manifestazioni come se fossero sgradevoli effetti meteo o del traffico dai quali liberarsi velocemente.
È anche vero che, specie negli ultimi anni, è venuta meno l’efficacia del conflitto sul campo come strumento di trasformazione sociale quindi, assieme al ritrarsi di analisi complesse dedicate a questi fenomeni, gli scontri parlano sempre meno alla società e sempre più ai soli attori che sono sul terreno.
II fatto che gli incidenti di qualche giorno fa siano avvenuti nei pressi dello stesso autogrill nel quale, nel novembre 2007, morì il tifoso laziale Gabriele Sandri per un colpo di pistola sparato (secondo sentenza) volontariamente da un agente di polizia aiuta a far capire cosa sia cambiato nelle dinamiche di scontri tra tifoserie. Allora, a partire dalla morte dell’ispettore Raciti durante un Catania-Palermo del febbraio dello stesso anno, sul piano simbolico, e quindi dei concreti rapporti tra soggetti sul campo, si giocava lo scontro tra tifoserie e Stato. Oggi si gioca il perpetuarsi di una trasposizione del fenomeno della faida sul piano dei rapporti tra gruppi visto che le relazioni tra tifoseria napoletana e romanista hanno il pesante precedente della morte del tifoso Ciro Esposito della primavera del 2013.
In altre sedi, si veda l’antologia Stadio Italia, a cura di Silvano Cacciari e Lorenzo Giudici, lo si è detto chiaramente: con le ristrutturazioni nelle politiche di ordine pubblico legate allo stadio, e al tessuto urbano che lo riguarda, gli scontri e gli incidenti non scompaiono, semplicemente si ridislocano. Trovando, come accaduto in altri paesi, autostrade o strade appositamente scelte, come per gli scontri tra tifosi del 2018 nei quali morì Daniele Belardinelli, come terreno di “regolazione” dei rapporti tra tifoserie.
Nella prima decade degli anni 2000, la ridislocazione, dopo una stagione di ristrutturazione delle politiche di contenimento delle tifoserie della fine degli anni ’90, produsse, assieme alle tradizionali frizioni tra tifoserie, la dimensione simbolica dello scontro tra tifosi e Stato. Oggi gli scontri, dopo la ristrutturazione dei dispositivi di ordine pubblico partita con il 2007, si ridislocano in nuove modalità extraurbane, lontane dal teatro storico dello stadio, e seguono, anche facendo spettacolo, prevalentemente dinamiche di ridefinizione di rapporti tra gruppi.
Come nel passato gli incidenti servono per evocare possibili forme di controllo del futuro. Stavolta è toccato al riconoscimento biometrico, chiesto dai media per l’identificazione istantanea dei presunti responsabili, già messo sotto accusa negli USA per i problemi che pone in termini di violazione della privacy. Vedremo, le ristrutturazioni dei dispositivi di controllo dei comportamenti della folla hanno tempi di sviluppo differenti dalle richieste che appaiono sui media.
Un aspetto però va sottolineato se si vuol capire quello che accade e, riscoprire, cosa è la società e magari anche cosa è un intervento politico. Quello che è accaduto sulla A1, al contrario di quello che sostiene la retorica securitaria, non significa che la violenza è al centro delle ossessioni di gruppi senza regole che si scontrano. Come dimostra un grande lavoro antropologico sui gruppi ultras, Football Hooligans di Gary Armstrong, è la formazione di una identità, con codici di comportamento, che rende possibile la formazione di un gruppo, chiamiamolo, aggressivo anche sul campo. Insomma, piaccia o non piaccia, non è l’assenza di regole ma sono i codici di comportamento, assieme all’identità, ad essere funzionali alla formazione di gruppi capaci di scontrarsi sul terreno. Su questi fenomeni la politica, quando conosce solo la condanna della violenza, agisce legittimando dispositivi securitari, di cui può perdere anche il controllo, semplicemente ridislocando nel tempo la riemersione dei conflitti. Mentre, allo stesso tempo, se conosce i fenomeni può agire sulle identità, sui codici di comportamento sulle dinamiche di gruppo magari intervenendo sul cuore del fenomeno. Ma si parla, ovviamente, di politica qualcosa che agisce sul tessuto sociale non in nome dell’ingegneria securitaria.
In ciò che oggi definiamo politica, sostanzialmente cartelli elettorali e nessi istituzionali che si fanno faticosamente spazio nelle dinamiche di comunicazione, prevalgono le retoriche sulla violenza non la conoscenza, e meno che mai la riscoperta, della società. Riscoprire come funziona la società aiuta a ridefinire ed innovare il modo di fare politica. Fatti come quello della A1, in questo senso, non sono facili da inquadrare, specie sul piano delle politiche da adottare, ed è vero che la società oggi è un essere polimorfo, e persino perverso, ma è anche vero che la politica si è ridotta a schemi, cognitivi e di comportamento, elementari che non servono a molto. Oggi abbiamo una politica che non sa mettere le mani nei nidi di vipere che si formano nella società e questa incapacità è il più generale riflesso dell’assenza di strategia, e di orizzonte, dell’intero corpo sociale. La sua inutilità è palese mentre le bande si scontrano sull’autostrada, riprese dagli smartphone degli automobilisti attoniti.
Fonte
È anche vero che, specie negli ultimi anni, è venuta meno l’efficacia del conflitto sul campo come strumento di trasformazione sociale quindi, assieme al ritrarsi di analisi complesse dedicate a questi fenomeni, gli scontri parlano sempre meno alla società e sempre più ai soli attori che sono sul terreno.
II fatto che gli incidenti di qualche giorno fa siano avvenuti nei pressi dello stesso autogrill nel quale, nel novembre 2007, morì il tifoso laziale Gabriele Sandri per un colpo di pistola sparato (secondo sentenza) volontariamente da un agente di polizia aiuta a far capire cosa sia cambiato nelle dinamiche di scontri tra tifoserie. Allora, a partire dalla morte dell’ispettore Raciti durante un Catania-Palermo del febbraio dello stesso anno, sul piano simbolico, e quindi dei concreti rapporti tra soggetti sul campo, si giocava lo scontro tra tifoserie e Stato. Oggi si gioca il perpetuarsi di una trasposizione del fenomeno della faida sul piano dei rapporti tra gruppi visto che le relazioni tra tifoseria napoletana e romanista hanno il pesante precedente della morte del tifoso Ciro Esposito della primavera del 2013.
In altre sedi, si veda l’antologia Stadio Italia, a cura di Silvano Cacciari e Lorenzo Giudici, lo si è detto chiaramente: con le ristrutturazioni nelle politiche di ordine pubblico legate allo stadio, e al tessuto urbano che lo riguarda, gli scontri e gli incidenti non scompaiono, semplicemente si ridislocano. Trovando, come accaduto in altri paesi, autostrade o strade appositamente scelte, come per gli scontri tra tifosi del 2018 nei quali morì Daniele Belardinelli, come terreno di “regolazione” dei rapporti tra tifoserie.
Nella prima decade degli anni 2000, la ridislocazione, dopo una stagione di ristrutturazione delle politiche di contenimento delle tifoserie della fine degli anni ’90, produsse, assieme alle tradizionali frizioni tra tifoserie, la dimensione simbolica dello scontro tra tifosi e Stato. Oggi gli scontri, dopo la ristrutturazione dei dispositivi di ordine pubblico partita con il 2007, si ridislocano in nuove modalità extraurbane, lontane dal teatro storico dello stadio, e seguono, anche facendo spettacolo, prevalentemente dinamiche di ridefinizione di rapporti tra gruppi.
Come nel passato gli incidenti servono per evocare possibili forme di controllo del futuro. Stavolta è toccato al riconoscimento biometrico, chiesto dai media per l’identificazione istantanea dei presunti responsabili, già messo sotto accusa negli USA per i problemi che pone in termini di violazione della privacy. Vedremo, le ristrutturazioni dei dispositivi di controllo dei comportamenti della folla hanno tempi di sviluppo differenti dalle richieste che appaiono sui media.
Un aspetto però va sottolineato se si vuol capire quello che accade e, riscoprire, cosa è la società e magari anche cosa è un intervento politico. Quello che è accaduto sulla A1, al contrario di quello che sostiene la retorica securitaria, non significa che la violenza è al centro delle ossessioni di gruppi senza regole che si scontrano. Come dimostra un grande lavoro antropologico sui gruppi ultras, Football Hooligans di Gary Armstrong, è la formazione di una identità, con codici di comportamento, che rende possibile la formazione di un gruppo, chiamiamolo, aggressivo anche sul campo. Insomma, piaccia o non piaccia, non è l’assenza di regole ma sono i codici di comportamento, assieme all’identità, ad essere funzionali alla formazione di gruppi capaci di scontrarsi sul terreno. Su questi fenomeni la politica, quando conosce solo la condanna della violenza, agisce legittimando dispositivi securitari, di cui può perdere anche il controllo, semplicemente ridislocando nel tempo la riemersione dei conflitti. Mentre, allo stesso tempo, se conosce i fenomeni può agire sulle identità, sui codici di comportamento sulle dinamiche di gruppo magari intervenendo sul cuore del fenomeno. Ma si parla, ovviamente, di politica qualcosa che agisce sul tessuto sociale non in nome dell’ingegneria securitaria.
In ciò che oggi definiamo politica, sostanzialmente cartelli elettorali e nessi istituzionali che si fanno faticosamente spazio nelle dinamiche di comunicazione, prevalgono le retoriche sulla violenza non la conoscenza, e meno che mai la riscoperta, della società. Riscoprire come funziona la società aiuta a ridefinire ed innovare il modo di fare politica. Fatti come quello della A1, in questo senso, non sono facili da inquadrare, specie sul piano delle politiche da adottare, ed è vero che la società oggi è un essere polimorfo, e persino perverso, ma è anche vero che la politica si è ridotta a schemi, cognitivi e di comportamento, elementari che non servono a molto. Oggi abbiamo una politica che non sa mettere le mani nei nidi di vipere che si formano nella società e questa incapacità è il più generale riflesso dell’assenza di strategia, e di orizzonte, dell’intero corpo sociale. La sua inutilità è palese mentre le bande si scontrano sull’autostrada, riprese dagli smartphone degli automobilisti attoniti.
Fonte
10/01/2023
Brasile - Lula visita i palazzi assaltati dai bolsonaristi. Saltano le prime teste
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha visitato ieri sera il Palazzo Planalto nella capitale Brasilia, il Congresso e la Corte Suprema Federale per valutare l’entità dei danni causati dai sostenitori di Jair Bolsonaro.
I media locali hanno riferito che prima dell’arrivo di Lula da Silva nella capitale brasiliana, la sede del governo e il Tribunale suprema sono stati sottoposti a perquisizione da parte di una squadra di artificieri della polizia federale.
Entrambi gli edifici hanno subito danni significativi dopo l’invasione dei sostenitori dell’estrema destra, sconfitti alle elezioni presidenziali di ottobre. Il presidente eletto Lula da Silva ha decretato la massima sicurezza del Distretto Federale di Brasilia fino al 31 gennaio, vista la situazione che la capitale del Paese ha vissuto per quasi quattro ore.
Le forze di sicurezza brasiliane in serata avevano ripreso il controllo del Palazzo del Planalto e del Congresso nazionale dopo aver messo in sicurezza il Tribunale federale. I bolsonaristi arrestati sono circa 300.
Il magistrato della Corte Suprema Federale (STF) del Brasile, Alexandre de Moraes, ha deciso di sospendere il governatore del Distretto Federale di Brasilia, Ibaneis Rocha, per 90 giorni, dopo le violente manifestazioni compiute dai sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
Secondo il giudice Moraes, il governatore Ibaneis Rocha era a conoscenza dei preparativi per le azioni violente, poiché eventi di questa natura potevano verificarsi solo con il consenso e l’effettiva partecipazione delle autorità competenti in materia di pubblica sicurezza a Brasilia.
“Assolutamente nulla giustifica l’omissione e la cospirazione del Segretario della Pubblica Sicurezza e del Governatore del Distretto Federale con criminali che in precedenza avevano annunciato che avrebbero commesso atti violenti contro i poteri costituiti”, ha scritto il ministro
Sabato decine di autobus di miliziani bolsonaristi sono arrivati nel Distretto Federale per partecipare al colpo di stato. Il quotidiano Estado de S. Paulo ha stimato il numero di 100 autobus e di circa 3.900 persone.
I sostenitori dell’ex presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, hanno invaso così il Congresso, la Corte Suprema e il Palazzo presidenziale di Brasilia domenica pomeriggio.
Il presidente del Partito dei Lavoratori del Brasile, Gleisi Hoffmann, ha denunciato che quanto accaduto oggi a Brasilia “non è un movimento di massa, né è spontaneo”. Questi atti di violenza sono stati organizzati da “banditi, che hanno interessi molto chiari: estrazione mineraria illegale, accaparramento di terre, rilascio di armi, milizie e altre cose, tutte benedette da Bolsonaro”, ha detto Hoffmann.
Il Ministro della Giustizia Flávio Dino ha rilasciato una dichiarazione sul suo profilo Twitter in merito all’invasione dei golpisti nella Esplanada dos Ministérios e nel Congresso Nazionale. Ha sottolineato che il tentativo di imporre la “volontà con la forza” non prevarrà.
“Questo assurdo tentativo di imporre la volontà con la forza non prevarrà. Il Governo del Distretto Federale dice che ci saranno rinforzi. E le forze che abbiamo agiscono. Sono nella sede del Segretariato di Giustizia”, ha scritto Dino.
In precedenza, il ministro Flávio Dino aveva già autorizzato l’uso della Forza Nazionale per la sicurezza della capitale federale di fronte alla minaccia di azioni violente da parte dei bolsonaristi.
“Oltre a tutte le forze federali disponibili a Brasilia, e al ruolo costituzionale del Governo del Distretto Federale, nei prossimi giorni avremo l’aiuto della Forza Nazionale. Ho firmato un’ordinanza che autorizza l’azione, di fronte alle minacce alla democrazia”, ha scritto il ministro su Twitter.
Fonte
I media locali hanno riferito che prima dell’arrivo di Lula da Silva nella capitale brasiliana, la sede del governo e il Tribunale suprema sono stati sottoposti a perquisizione da parte di una squadra di artificieri della polizia federale.
Entrambi gli edifici hanno subito danni significativi dopo l’invasione dei sostenitori dell’estrema destra, sconfitti alle elezioni presidenziali di ottobre. Il presidente eletto Lula da Silva ha decretato la massima sicurezza del Distretto Federale di Brasilia fino al 31 gennaio, vista la situazione che la capitale del Paese ha vissuto per quasi quattro ore.
Le forze di sicurezza brasiliane in serata avevano ripreso il controllo del Palazzo del Planalto e del Congresso nazionale dopo aver messo in sicurezza il Tribunale federale. I bolsonaristi arrestati sono circa 300.
Il magistrato della Corte Suprema Federale (STF) del Brasile, Alexandre de Moraes, ha deciso di sospendere il governatore del Distretto Federale di Brasilia, Ibaneis Rocha, per 90 giorni, dopo le violente manifestazioni compiute dai sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
Secondo il giudice Moraes, il governatore Ibaneis Rocha era a conoscenza dei preparativi per le azioni violente, poiché eventi di questa natura potevano verificarsi solo con il consenso e l’effettiva partecipazione delle autorità competenti in materia di pubblica sicurezza a Brasilia.
“Assolutamente nulla giustifica l’omissione e la cospirazione del Segretario della Pubblica Sicurezza e del Governatore del Distretto Federale con criminali che in precedenza avevano annunciato che avrebbero commesso atti violenti contro i poteri costituiti”, ha scritto il ministro
Sabato decine di autobus di miliziani bolsonaristi sono arrivati nel Distretto Federale per partecipare al colpo di stato. Il quotidiano Estado de S. Paulo ha stimato il numero di 100 autobus e di circa 3.900 persone.
I sostenitori dell’ex presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, hanno invaso così il Congresso, la Corte Suprema e il Palazzo presidenziale di Brasilia domenica pomeriggio.
Il presidente del Partito dei Lavoratori del Brasile, Gleisi Hoffmann, ha denunciato che quanto accaduto oggi a Brasilia “non è un movimento di massa, né è spontaneo”. Questi atti di violenza sono stati organizzati da “banditi, che hanno interessi molto chiari: estrazione mineraria illegale, accaparramento di terre, rilascio di armi, milizie e altre cose, tutte benedette da Bolsonaro”, ha detto Hoffmann.
Il Ministro della Giustizia Flávio Dino ha rilasciato una dichiarazione sul suo profilo Twitter in merito all’invasione dei golpisti nella Esplanada dos Ministérios e nel Congresso Nazionale. Ha sottolineato che il tentativo di imporre la “volontà con la forza” non prevarrà.
“Questo assurdo tentativo di imporre la volontà con la forza non prevarrà. Il Governo del Distretto Federale dice che ci saranno rinforzi. E le forze che abbiamo agiscono. Sono nella sede del Segretariato di Giustizia”, ha scritto Dino.
In precedenza, il ministro Flávio Dino aveva già autorizzato l’uso della Forza Nazionale per la sicurezza della capitale federale di fronte alla minaccia di azioni violente da parte dei bolsonaristi.
“Oltre a tutte le forze federali disponibili a Brasilia, e al ruolo costituzionale del Governo del Distretto Federale, nei prossimi giorni avremo l’aiuto della Forza Nazionale. Ho firmato un’ordinanza che autorizza l’azione, di fronte alle minacce alla democrazia”, ha scritto il ministro su Twitter.
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09/01/2021
Brancaccio - I barbari di Capitol Hill
Rai radio uno – Eresie – 8 gennaio 2021 – Nel giorno dell’uscita di scena di Trump il Congresso americano viene invaso da donaldiani radicali, complottisti di ogni risma, estremisti religiosi, suprematisti bianchi e neo-nazisti, e un sedicente sciamano con pelliccia di bufalo e tanto di corna arriva persino a sedersi sullo scranno più alto del Senato degli Stati Uniti d’America. Sembra cinema, ma non lo è. Siamo in realtà dinanzi all’ennesimo sintomo di declino della liberaldemocrazia americana e della sua vocazione imperialista. Chi pensa che questo pazzesco epilogo del trumpismo segni la fine di un’epoca e il tranquillo ritorno al vecchio ordine imperiale, si sbaglia. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.
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08/01/2021
USA, fascisti al Congresso
Anche se l’incredibile assalto dei sostenitori di Donald Trump al Congresso di Washington è stato alla fine respinto e deputati e senatori hanno potuto riprendere i lavori per certificare la vittoria di Joe Biden, i fatti di mercoledì pomeriggio hanno segnato probabilmente un punto di non ritorno per la “democrazia” americana. Il blitz, che ha assunto i contorni di un vero e proprio tentativo di golpe, era stato meticolosamente preparato dal presidente uscente e dai suoi più stretti consiglieri attraverso una campagna di discredito dei risultati delle elezioni del 3 novembre scorso.
Il ristabilimento dell’ordine e il passaggio di praticamente tutte le leve del potere al Partito Democratico a partire dal 20 gennaio prossimo non devono illudere sul ritorno alla normalità del quadro politico negli Stati Uniti. Quanto accaduto mercoledì mostra un paese in gravissima crisi ed esposto come non mai al pericolo di una deriva autoritaria, se non apertamente fascista, promossa dai vertici stessi del governo e favorita dall’involuzione oligarchica di un sistema politico ultra-screditato, i cui principali difensori agli occhi di decine di milioni di americani sono identificati precisamente con il Partito Democratico.
Che l’epilogo delle manovre di Trump degli ultimi mesi fosse il ricorso all’eversione e alla violenza era chiaro da tempo. La sensazione del precipitare degli eventi la si aveva avuta già dopo l’esplosione delle proteste contro la brutalità della polizia la scorsa estate. Trump aveva in quell’occasione minacciato la rottura dell’ordine costituzionale con il tentativo di inviare l’esercito nelle città americane per reprimere la rivolta.
Dopo le ben note macchinazioni per ribaltare l’esito delle presidenziali e i ripetuti messaggi di incoraggiamento alle frange di estrema destra nel paese, Trump aveva lanciato l’ultimo segnale di mobilitazione ai sui sostenitori proprio mercoledì in un comizio alla Casa Bianca, significativamente nell’immediata vigilia dell’apertura dei lavori al Congresso per la certificazione della vittoria di Biden. Il presidente aveva parlato minacciosamente di questione di “sicurezza nazionale” e non più soltanto di “frode elettorale”, così che alla situazione venutasi a creare dovevano essere ormai “applicate regole diverse”. Questo dopo avere invitato il suo numero due, Mike Pence, a non certificare il successo di Biden, nonostante la Costituzione assegni al vice-presidente americano solo un ruolo cerimoniale nella proclamazione del vincitore.
Il complotto sfociato nel caos di mercoledì a Capitol Hill porta i segni distintivi dei membri della ristretta cerchia di consiglieri con inclinazioni indiscutibilmente neo-fasciste, a cominciare da Stephen Miller, ma un risultato così clamoroso e inquietante è stato reso possibile anche da quegli ambienti del Partito Repubblicano disposti ad assecondare e amplificare il mito delle elezioni “rubate” per il proprio tornaconto politico. Parecchie decine di deputati e una manciata di senatori repubblicani hanno infatti appoggiato, anche dopo l’assalto al Congresso, le risoluzioni che chiedevano l’annullamento dei risultati delle presidenziali in stati come Arizona e Pennsylvania, in modo da consegnare i rispettivi “voti elettorali” a Trump.
Vero è che alcuni repubblicani hanno finito per cambiare idea e ratificare il successo di Biden proprio in conseguenza delle violenze di mercoledì. In molti hanno anche denunciato apertamente Trump per avere incitato i suoi sostenitori a prendere d’assedio il Congresso. È altrettanto innegabile, tuttavia, che non pochi repubblicani apparentemente più “moderati” hanno contribuito a creare il clima tossico post-elettorale. Primo fra tutti l’ormai ex leader di maggioranza al Senato, Mitch McConnell. Quest’ultimo ha denunciato la “fallita insurrezione” mercoledì, avvertendo che l’orda di sostenitori del presidente ha “provato a stravolgere il nostro sistema democratico”, ma per tutte le settimane seguite al voto del 3 novembre si era astenuto dal riconoscere la netta vittoria di Biden.
Ci sono pochi dubbi anche sul fatto che gli appelli di Trump abbiano trovato terreno fertile all’interno delle forze di sicurezza americane. I vertici militari sono chiaramente contrari alle spinte destabilizzanti del presidente uscente, ma ai livelli più bassi, soprattutto nelle forze di polizia, le tendenze autoritarie promosse dalla Casa Bianca sono tutt’altro che sgradite. Basti pensare alla scarsa resistenza opposta dalla polizia ai dimostranti che mercoledì hanno fatto irruzione nelle sale del Congresso. Va ricordata a questo proposito la violenza con cui polizia e Guardia Nazionale repressero invece le manifestazioni, animate in larga misura da attivisti di sinistra, la scorsa estate, quando gli arresti furono centinaia e in buona parte tollerati gli interventi di milizie armate di estrema destra. Dopo i fatti di mercoledì, i fermati sono stati appena una cinquantina, anche se sarebbe ancora in corso l’identificazione di altri partecipanti all’assalto.
Un altro elemento preoccupante è la risposta del Partito Democratico al tentato colpo di stato. Com’era accaduto durante la campagna elettorale e nelle settimane dopo il voto, Biden e gli altri leader del suo partito hanno preferito insistere sugli appelli alla collaborazione con i repubblicani piuttosto che su iniziative efficaci per contrastare la deriva autoritaria in atto. L’intervento pubblico del presidente eletto è stato emblematico in questo senso, visto che, oltre a riproporre slogan fuori dalla realtà sulla salute della democrazia USA, ha in sostanza invitato Trump, cioè il principale responsabile di quanto stava accadendo al Congresso, a impegnarsi per riportare la calma.
L’atteggiamento scoraggiante di Biden è il sintomo ancora una volta di una volontà politica che punta in primo luogo a evitare una mobilitazione delle forze democratiche e progressiste nel paese anche dopo una vittoria elettorale contro un presidente in carica segnata da un margine di ben sette milioni di voti. L’obiettivo resta piuttosto quello di stabilizzare un sistema in crisi irreversibile, per dirottare gli impulsi anti-trumpiani e anti-fascisti più sani verso la valvola di sfogo innocua di un Partito Democratico fissato tutt’al più sulle questioni razziali e di genere, ma legato a doppio filo a Wall Street e al “deep state” guerrafondaio.
Non è d’altra parte un caso che mentre si consumavano le violenze dell’estrema destra al Congresso, alcuni indici della borsa di New York facevano segnare rialzi da record. Gli “investitori” si attendono d’altra parte un nuovo impulso al trasferimento di ricchezza verso grandi banche e corporation dopo l’insediamento di Biden e la conquista della maggioranza anche al Senato da parte dei democratici in seguito ai due successi nei ballottaggi di questa settimana per i seggi della Georgia.
I grandi interessi economici e finanziari USA sanno benissimo che la retorica dell’aumento delle tasse sui redditi più alti di Biden non avrà seguito e scommettono quindi su politiche a loro favorevoli, oltretutto senza gli elementi di imprevedibilità che hanno segnato il mandato di Trump. Questa realtà prospetta un futuro segnato non tanto dalla marginalizzazione degli eccessi trumpiani, quanto un’intensificazione di divisioni e tensioni sociali che daranno spazi di manovra ancora maggiori alle forze di estrema destra per capitalizzare il malcontento di ampie fasce di una popolazione americana disorientata e senza un’alternativa progressista percorribile.
Le due settimane che mancano all’uscita di scena di Trump, infine, potrebbero riservare altri rigurgiti reazionari o golpisti, malgrado il formale appello alla calma fatto dal presidente uscente mercoledì sera e la promessa di garantire una transizione “ordinata” giovedì. I fatti di Washington sarebbero abbondantemente sufficienti a giustificare una messa in stato d’accusa e la rimozione di Trump, ma, anche se ipotesi di questo genere stanno circolando al Congresso, a prevalere saranno gli inviti alla riconciliazione e ad attendere semplicemente la data del 20 gennaio.
Il deficit di coraggio politico che implica questa scelta rischia perciò di aprire la strada ad altre provocazioni orchestrate da Trump, incluse possibili iniziative militari all’estero, e assicura il persistere dell’ipoteca della destra estrema sul sistema politico americano anche per il prossimo futuro.
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Il ristabilimento dell’ordine e il passaggio di praticamente tutte le leve del potere al Partito Democratico a partire dal 20 gennaio prossimo non devono illudere sul ritorno alla normalità del quadro politico negli Stati Uniti. Quanto accaduto mercoledì mostra un paese in gravissima crisi ed esposto come non mai al pericolo di una deriva autoritaria, se non apertamente fascista, promossa dai vertici stessi del governo e favorita dall’involuzione oligarchica di un sistema politico ultra-screditato, i cui principali difensori agli occhi di decine di milioni di americani sono identificati precisamente con il Partito Democratico.
Che l’epilogo delle manovre di Trump degli ultimi mesi fosse il ricorso all’eversione e alla violenza era chiaro da tempo. La sensazione del precipitare degli eventi la si aveva avuta già dopo l’esplosione delle proteste contro la brutalità della polizia la scorsa estate. Trump aveva in quell’occasione minacciato la rottura dell’ordine costituzionale con il tentativo di inviare l’esercito nelle città americane per reprimere la rivolta.
Dopo le ben note macchinazioni per ribaltare l’esito delle presidenziali e i ripetuti messaggi di incoraggiamento alle frange di estrema destra nel paese, Trump aveva lanciato l’ultimo segnale di mobilitazione ai sui sostenitori proprio mercoledì in un comizio alla Casa Bianca, significativamente nell’immediata vigilia dell’apertura dei lavori al Congresso per la certificazione della vittoria di Biden. Il presidente aveva parlato minacciosamente di questione di “sicurezza nazionale” e non più soltanto di “frode elettorale”, così che alla situazione venutasi a creare dovevano essere ormai “applicate regole diverse”. Questo dopo avere invitato il suo numero due, Mike Pence, a non certificare il successo di Biden, nonostante la Costituzione assegni al vice-presidente americano solo un ruolo cerimoniale nella proclamazione del vincitore.
Il complotto sfociato nel caos di mercoledì a Capitol Hill porta i segni distintivi dei membri della ristretta cerchia di consiglieri con inclinazioni indiscutibilmente neo-fasciste, a cominciare da Stephen Miller, ma un risultato così clamoroso e inquietante è stato reso possibile anche da quegli ambienti del Partito Repubblicano disposti ad assecondare e amplificare il mito delle elezioni “rubate” per il proprio tornaconto politico. Parecchie decine di deputati e una manciata di senatori repubblicani hanno infatti appoggiato, anche dopo l’assalto al Congresso, le risoluzioni che chiedevano l’annullamento dei risultati delle presidenziali in stati come Arizona e Pennsylvania, in modo da consegnare i rispettivi “voti elettorali” a Trump.
Vero è che alcuni repubblicani hanno finito per cambiare idea e ratificare il successo di Biden proprio in conseguenza delle violenze di mercoledì. In molti hanno anche denunciato apertamente Trump per avere incitato i suoi sostenitori a prendere d’assedio il Congresso. È altrettanto innegabile, tuttavia, che non pochi repubblicani apparentemente più “moderati” hanno contribuito a creare il clima tossico post-elettorale. Primo fra tutti l’ormai ex leader di maggioranza al Senato, Mitch McConnell. Quest’ultimo ha denunciato la “fallita insurrezione” mercoledì, avvertendo che l’orda di sostenitori del presidente ha “provato a stravolgere il nostro sistema democratico”, ma per tutte le settimane seguite al voto del 3 novembre si era astenuto dal riconoscere la netta vittoria di Biden.
Ci sono pochi dubbi anche sul fatto che gli appelli di Trump abbiano trovato terreno fertile all’interno delle forze di sicurezza americane. I vertici militari sono chiaramente contrari alle spinte destabilizzanti del presidente uscente, ma ai livelli più bassi, soprattutto nelle forze di polizia, le tendenze autoritarie promosse dalla Casa Bianca sono tutt’altro che sgradite. Basti pensare alla scarsa resistenza opposta dalla polizia ai dimostranti che mercoledì hanno fatto irruzione nelle sale del Congresso. Va ricordata a questo proposito la violenza con cui polizia e Guardia Nazionale repressero invece le manifestazioni, animate in larga misura da attivisti di sinistra, la scorsa estate, quando gli arresti furono centinaia e in buona parte tollerati gli interventi di milizie armate di estrema destra. Dopo i fatti di mercoledì, i fermati sono stati appena una cinquantina, anche se sarebbe ancora in corso l’identificazione di altri partecipanti all’assalto.
Un altro elemento preoccupante è la risposta del Partito Democratico al tentato colpo di stato. Com’era accaduto durante la campagna elettorale e nelle settimane dopo il voto, Biden e gli altri leader del suo partito hanno preferito insistere sugli appelli alla collaborazione con i repubblicani piuttosto che su iniziative efficaci per contrastare la deriva autoritaria in atto. L’intervento pubblico del presidente eletto è stato emblematico in questo senso, visto che, oltre a riproporre slogan fuori dalla realtà sulla salute della democrazia USA, ha in sostanza invitato Trump, cioè il principale responsabile di quanto stava accadendo al Congresso, a impegnarsi per riportare la calma.
L’atteggiamento scoraggiante di Biden è il sintomo ancora una volta di una volontà politica che punta in primo luogo a evitare una mobilitazione delle forze democratiche e progressiste nel paese anche dopo una vittoria elettorale contro un presidente in carica segnata da un margine di ben sette milioni di voti. L’obiettivo resta piuttosto quello di stabilizzare un sistema in crisi irreversibile, per dirottare gli impulsi anti-trumpiani e anti-fascisti più sani verso la valvola di sfogo innocua di un Partito Democratico fissato tutt’al più sulle questioni razziali e di genere, ma legato a doppio filo a Wall Street e al “deep state” guerrafondaio.
Non è d’altra parte un caso che mentre si consumavano le violenze dell’estrema destra al Congresso, alcuni indici della borsa di New York facevano segnare rialzi da record. Gli “investitori” si attendono d’altra parte un nuovo impulso al trasferimento di ricchezza verso grandi banche e corporation dopo l’insediamento di Biden e la conquista della maggioranza anche al Senato da parte dei democratici in seguito ai due successi nei ballottaggi di questa settimana per i seggi della Georgia.
I grandi interessi economici e finanziari USA sanno benissimo che la retorica dell’aumento delle tasse sui redditi più alti di Biden non avrà seguito e scommettono quindi su politiche a loro favorevoli, oltretutto senza gli elementi di imprevedibilità che hanno segnato il mandato di Trump. Questa realtà prospetta un futuro segnato non tanto dalla marginalizzazione degli eccessi trumpiani, quanto un’intensificazione di divisioni e tensioni sociali che daranno spazi di manovra ancora maggiori alle forze di estrema destra per capitalizzare il malcontento di ampie fasce di una popolazione americana disorientata e senza un’alternativa progressista percorribile.
Le due settimane che mancano all’uscita di scena di Trump, infine, potrebbero riservare altri rigurgiti reazionari o golpisti, malgrado il formale appello alla calma fatto dal presidente uscente mercoledì sera e la promessa di garantire una transizione “ordinata” giovedì. I fatti di Washington sarebbero abbondantemente sufficienti a giustificare una messa in stato d’accusa e la rimozione di Trump, ma, anche se ipotesi di questo genere stanno circolando al Congresso, a prevalere saranno gli inviti alla riconciliazione e ad attendere semplicemente la data del 20 gennaio.
Il deficit di coraggio politico che implica questa scelta rischia perciò di aprire la strada ad altre provocazioni orchestrate da Trump, incluse possibili iniziative militari all’estero, e assicura il persistere dell’ipoteca della destra estrema sul sistema politico americano anche per il prossimo futuro.
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07/01/2021
Le reazioni internazionali alla tempesta di Washington. Non solo costernazione
“Se lo sono meritato”; “stanno subendo quello che hanno fatto ad altri paesi”. Non ci sono solo dichiarazioni di circostanza e afflizione da parte dei governi di altri paesi rispetto a quanto accaduto a Washington. Un po’ come accadde l’11 settembre 2001, quando il mondo si costernò da Los Angeles a Mosca ma festeggiò da Bogotà a Calcutta.
Le reazioni internazionali all’assalto al Campidoglio di Washington che contestava i risultati elettorali negli Usa e l’investitura di Biden come presidente, sono piuttosto articolate. Dallo sgomento delle cancellerie occidentali – che hanno visto crollare il mito degli Stati Uniti come cuore della democrazia mondiale – a quelle di altri paesi dove invece la “esportazione della democrazia Usa” ha creato sistematicamente destabilizzazioni e violenze molto simili a quelle avvenute a Washington.
“Seguo con grande preoccupazione quanto sta accadendo a Washington. La violenza è incompatibile con l’esercizio dei diritti politici e delle libertà democratiche. Confido nella solidità e nella forza delle Istituzioni degli Stati Uniti”, ha scritto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il premier britannico, Boris Johnson, ha denunciato “scene vergognose” e ha chiesto una transizione “pacifica e ordinata” del potere al democratico Joe Biden.
Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, ha invitato Trump e i suoi sostenitori a “smetterla di calpestare la democrazia”. Il suo omologo francese Jean-Yves Le Drian, ha condannato il “grave attacco alla democrazia”. “La volontà e il voto del popolo americano devono essere rispettati”. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha denunciato un “attacco senza precedenti alla democrazia americana” e ha chiesto rispetto per il risultato delle elezioni presidenziali. “Assistere alle scene di questa sera a Washington è uno shock. Contiamo sugli Stati Uniti per consentire un trasferimento pacifico del potere a Joe Biden”, ha twittato invece il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.
Ma se si cambia latitudine i toni delle dichiarazioni cambiano e non poco. Il ministro venezuelano delle Relazioni internazionali Jorge Arreaza ha condiviso la dichiarazione che condanna la polarizzazione politica e la spirale di violenza. “Gli Stati Uniti soffrono di ciò che hanno generato in altri paesi con le loro politiche aggressive. Il Venezuela spera che gli atti di violenza cessino presto e che il popolo americano possa finalmente aprire una nuova strada verso la stabilità e la giustizia sociale“, ha affermato nel proprio messaggio.
Un pizzico di ironia e “perfidia” in più è invece leggibile nelle reazioni popolari e non governative sulle pagine del quotidiano cinese Global Times, dove parole come “Karma” e “se lo sono meritato” vengono spesso menzionate nei commenti dei lettori cinesi quando hanno visto “l’ultimo episodio della versione reale di House of Cards degli Stati Uniti – che ha visto i sostenitori di Trump prendere d’assalto il Campidoglio, incasinando il Congresso e l’orazione di Nancy Pelosi, scontri con agenti di polizia e saccheggi”.
Secondo il Gobal Times gli utenti web cinesi ricordano ancora l’angoscia e la rabbia che hanno provato quando hanno visto i rivoltosi di Hong Kong prendere d’assalto l’edificio del Parlamento, scarabocchiare graffiti, distruggere e rubare oggetti. Ma invece di condannare la violenza, i politici statunitensi hanno salutato il “coraggio” di quelle folle, i media occidentali hanno elogiato la “moderazione” dei rivoltosi, e la presidente della Camera Nancy Pelosi l’ha persino definita un “bello spettacolo”. Ora, questo “bellissimo spettacolo” si sta verificando negli Stati Uniti. Un commentatore cinese ha affermato: “La Pelosi può godersi la splendida vista – anche alla scrivania del suo ufficio! Per così tanto tempo, i politici statunitensi hanno definito i rivoltosi ‘combattenti per la libertà’ in altri paesi. Ora, finalmente hanno la punizione!” “Era come guardare un film d’azione emozionante!”
Quando uno scenario simile si è verificato nel Parlamento di Hong Kong nel 2019, alcuni politici statunitensi come Pelosi hanno elogiato i rivoltosi in città come combattenti per la libertà. Questo ha ispirato alcuni commentatori a proporre uno slogan per i rivoltosi statunitensi per continuare le loro proteste del tutto simile a quello dei rivoltosi di Hong Kong: “Cinque richieste, non una di meno. Liberate gli Stati Uniti, la rivoluzione dei nostri tempi”. E da qui si dipana l’ironia. Le cinque richieste includono il riconoscimento del Partito Democratico imbrogliato alle elezioni presidenziali e la negazione che Biden sia il nuovo presidente; revocare la definizione di “violenza”; revocare le accuse contro i manifestanti; istituire una commissione per indagare sulla violenza della polizia e tenere una seconda elezione presidenziale per garantire giustizia ed equità.
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USa - Scenari da Majdan a Washington. Chi ha seminato vento raccoglie tempesta
Le scene che gli Stati Uniti sono abituati sistematicamente a provocare in altri paesi, questa volta sono avvenute nel cuore stesso degli Usa. A Washington centinaia di sostenitori di Trump che contestano i risultati elettorali e l’elezione di Biden a presidente, hanno abbattuto una barricata sul lato ovest del Campidoglio e hanno marciato su per i gradini, gridando “prendete il Campidoglio!”.
Alcuni sono riusciti a raggiungere le porte dell’edificio. Gli agenti hanno cercato di contenere la folla mentre alcuni dei manifestanti si sono arrampicati sulle impalcature fuori dal Campidoglio che erano state erette per l’imminente inaugurazione della presidenza di Biden.
La polizia del Campidoglio degli Stati Uniti ha chiesto agli occupanti di evacuare due edifici degli uffici del Congresso. Ma diversi video mostrano che proprio la polizia ha spalancato le porte ai supporter di Trump, secondo uno schema evidentemente preparato in precedenza.
I lavori del Congresso sono stati sospesi ed alcune zone del Campidoglio evacuate.
Appare evidente come l’atteggiamento della polizia all’esterno e all’interno del Campidoglio contro gli assalitori sia stato tutt’altro che deciso, sicuramente opposto rispetto alle brutalità con cui interviene contro le manifestazioni di Black Live Matters o degli Antifa. In questo caso ha addirittura consentito che manifestanti armati entrassero fin dentro il Congresso.
Dalle notizie che arrivano si parla anche di colpi di arma da fuoco sparati all’interno dell’edificio e di una donna ferita, mentre alcune immagini mostrano gli agenti dei servizi di sicurezza che attendono con le pistole spianate dietro la porta la possibile irruzione dei sostenitori di Trump.
Scontri erano avvenuti a Washington già da ieri sera quando un gruppo di sostenitori di Trump si è scontrato con la polizia. Due agenti di polizia e un civile hanno riportato ferite lievi e sono stati trasportati negli ospedali intorno alle 23:30.
Sei persone sono state arrestate in relazione ai disordini alla fine di martedì, ha detto una portavoce della polizia. Una donna, data inizialmente per ferita, è morta in ospedale.
Molti sono stati accusati di molteplici violazioni del possesso di armi, incluso il trasporto di un fucile e il possesso di un dispositivo di alimentazione di munizioni di grande capacità. Altri sono stati accusati di aggressione, compreso un agente di polizia, ha detto la portavoce.
I sostenitori mainstream di Trump, i gruppi di milizie private, i suprematisti bianchi, i Proud Boys di estrema destra e teorici della cospirazione come quelli che sostengono QAnon hanno dichiarato con numerosi post che avrebbero partecipato alle proteste.
Le manifestazioni di martedì hanno visto gli interventi del teorico della cospirazione Alex Jones e di Roger Stone, un consigliere di lunga data di Trump che il presidente ha recentemente perdonato dopo la sua condanna nell’indagine sul russiagate.
Nel giorno in cui il Congresso Usa si è riunito per certificare la vittoria del candidato democratico migliaia di sostenitori del presidente degli Stati Uniti Donald Trump si erano radunati nel centro di Washington per protestare contro i risultati delle elezioni del 3 novembre scorso, che hanno portato alla vittoria di Joe Biden.
Il presidente Donald Trump aveva parlato davanti ai suoi sostenitori, tra cui secondo la stampa locale anche esponenti di gruppi di estrema destra, affermando che “non si riconosce la vittoria quando è in ballo un furto”. Il capo dello stato ha quindi tirato in ballo il vicepresidente Mike Pence: “Spero che Mike farà la cosa giusta. Lo spero. Perché se Mike farà la cosa giusta vinceremo le elezioni”.
Secondo fonti citate dalla Cnn Trump avrebbe detto a Pence che sarebbe politicamente “pericoloso” per lui rifiutarsi di bloccare la certificazione di Biden al Congresso. Ma il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence ha ribadito che non è nei suoi poteri respingere i voti del collegio elettorale. E comunque è stato portato via dai servizi segreti poco dopo aver chiamato la Guardia Nazionale per sgomberare (forse) l’edificio.
Mentre scriviamo però i lavori del Congresso che dovrebbero sancire il passaggio di poteri da Trump e Biden sono bloccati. Chi in questi decenni ha seminato vento sta raccogliendo tempesta.
Ma è chiaro che stasera muore il mito della democrazia liberale, che aveva proprio nella capitale statunitense il proprio “tempio”.
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13/12/2020
USA - Duri scontri a Washington tra sostenitori di Trump e Antifa. Quattro feriti e 23 arresti
Una persona è stata uccisa sabato a Olympia, (stato di Washington) mentre quattro persone sono state accoltellate a Washington DC, durante gli scontri tra i manifestanti che contestavano i sostenitori di Trump che continua a delegittimare i risultati delle elezioni presidenziali. Ci sono inoltre 23 arrestati.
Si ritiene che tutte le vittime a Washington, DC, nella notte di sabato abbiano riportato ferite gravi. Inoltre, almeno un agente di polizia ha riportato ferite lievi in una scaramuccia non correlata a questi fatti. In tutto, otto persone sono state portate in ospedale per cure mediche.
Gli scontri sono divampati al calare dell’oscurità mentre defluivano i partecipanti ad una manifestazione dei sostenitori di Trump che hanno riaffermato come le elezioni del 3 novembre sono state contaminate da frodi.
Gruppi di manifestanti pro-Trump tra cui i Proud Boys e contestatori delle reti Antifa si sono scontrati per le strade del centro della città. La polizia è intervenuta con spray al peperoncino sui membri di entrambe le parti. I Proud Boys, un violento gruppo di estrema destra, si erano uniti alla marcia di sabato nei pressi dell’hotel Trump nella capitale. Mescolandosi con i gruppi religiosi pro-Trump hanno esortato i fedeli a partecipare alle “Jericho Marches” e ai raduni di preghiera per il presidente sconfitto. Il gruppo dei Proud Boys bardato con divise da combattimento ha gridato insulti ai manifestanti rivali di Antifa e bruciato bandiere del Black Lives Matters, ma fino a sera la polizia era riuscita a tenere separate i due gruppi.
A Olympia un sospetto è stato arrestato in una sparatoria negli scontri tra i manifestanti anti-Trump e sostenitori di Trump che si sono scontrati dentro e intorno all’area del Capital Campus. “Entrambe le parti vedevano individui pesantemente armati nei gruppi”, ha detto il capo della polizia. “Abbiamo avuto scontri sporadici durante il giorno”.
Fonte
Si ritiene che tutte le vittime a Washington, DC, nella notte di sabato abbiano riportato ferite gravi. Inoltre, almeno un agente di polizia ha riportato ferite lievi in una scaramuccia non correlata a questi fatti. In tutto, otto persone sono state portate in ospedale per cure mediche.
Gli scontri sono divampati al calare dell’oscurità mentre defluivano i partecipanti ad una manifestazione dei sostenitori di Trump che hanno riaffermato come le elezioni del 3 novembre sono state contaminate da frodi.
Gruppi di manifestanti pro-Trump tra cui i Proud Boys e contestatori delle reti Antifa si sono scontrati per le strade del centro della città. La polizia è intervenuta con spray al peperoncino sui membri di entrambe le parti. I Proud Boys, un violento gruppo di estrema destra, si erano uniti alla marcia di sabato nei pressi dell’hotel Trump nella capitale. Mescolandosi con i gruppi religiosi pro-Trump hanno esortato i fedeli a partecipare alle “Jericho Marches” e ai raduni di preghiera per il presidente sconfitto. Il gruppo dei Proud Boys bardato con divise da combattimento ha gridato insulti ai manifestanti rivali di Antifa e bruciato bandiere del Black Lives Matters, ma fino a sera la polizia era riuscita a tenere separate i due gruppi.
A Olympia un sospetto è stato arrestato in una sparatoria negli scontri tra i manifestanti anti-Trump e sostenitori di Trump che si sono scontrati dentro e intorno all’area del Capital Campus. “Entrambe le parti vedevano individui pesantemente armati nei gruppi”, ha detto il capo della polizia. “Abbiamo avuto scontri sporadici durante il giorno”.
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17/10/2019
Catalunya tra le marce popolari e l’esplosione della rabbia
La terza giornata di mobilitazione contro la sentenza di condanna dei leader catalani responsabili del referendum del primo ottobre è iniziata di buon mattino, quando 5 marce sono partite da Berga, Vic, Girona, Tarragona e Tàrrega in direzione Barcelona. Le marce sono state indette dalla ANC e Òmnium, ma anche i CDR hanno invitato la popolazione a parteciparvi. E l’iniziativa si è rivelata un successo, con migliaia di manifestanti che hanno risposto all’appello in un giorno lavorativo e hanno seguito il primo tratto del percorso previsto.
Nel corso della giornata i CDR hanno chiesto invano spiegazioni al Presidente della Generalitat riguardo all’operato della polizia catalana, distintasi nella repressione delle proteste fianco a fianco con le forze dell’ordine dello stato spagnolo. Anche la richiesta della CUP, che aveva reclamato un differente modello per la sicurezza, è stata completamente ignorata.
Il governo di Barcelona sembra aver accettato il ricatto del PSOE e aver abbandonato qualsiasi tentativo di gestione dell’ordine pubblico sgradita alle forze dell’ordine statali, nell’intenzione di scongiurare così un nuovo commissariamento della Generalitat e la propria destituzione. Davanti a questa capitolazione, la rabbia dei manifestanti è esplosa nella notte soprattutto a Barcelona.
Qui i Mossos hanno disperso in serata una nutrita concentrazione davanti al ministero dell’interno catalano. I manifestanti però sono rimasti sul posto, riorganizzando le proprie fila dopo le cariche e incendiando diversi cassonetti per formare una rudimentale barricata all’incrocio tra il carrer Napols con la Gran Via.
I giovani hanno lanciato bottiglie e pietre mentre i Mossos d’Esquadra e la Policia Nacional hanno sparato proiettili di gomma e poliuretano finché le “forze dell’ordine” si sono trovate improvvisamente sopraffatte e sono state costrette a retrocedere, abbandonando la piazza in mezzo alle grida che reclamavano “libertà per i prigionieri politici” e “fuori le forze d’occupazione”.
A due anni dal referendum del primo ottobre e dalla detenzione dei leader catalani, l’egemonia della ANC e di Òmnium sulla piazza indipendentista non è più scontata e ieri è esplosa la rabbia a lungo covata. Il presidente catalano Torra non ha trovato di meglio che parlare di provocatori e di infiltrati in una dichiarazione, rilasciata in tv intorno alla mezzanotte, che contribuisce all’opera di criminalizzazione dei settori più radicali dell’indipendentismo.
Dal canto loro i CDR hanno affermato che “la rabbia nelle piazze è il risultato di un governo che si nega a rispettare il mandato popolare del primo ottobre e che ci reprime con tutta la violenza di cui è capace”.
Al termine della concentrazione di Tarragona, i Mossos hanno effettuato alcuni caroselli con i furgoni blindati e hanno investito due persone: uno dei due feriti si trova in ospedale con un trauma cranico per il quale non è ancora stata sciolta la prognosi. Tafferugli e scontri si sono verificati nella notte anche a Lleida, Manresa e Girona.
È stata inoltre confermata la notizia di un giovane aggredito dalla Policia Nacional, lunedì, all’aeroporto di Barcelona: la vittima ha subito un pestaggio in seguito al quale i medici gli hanno dovuto praticare l’asportazione di un testicolo.
Ieri si è anche svolta a Madrid una manifestazione di solidarietà con i prigionieri politici catalani che si è tenuta alla Puerta del Sol. L’iniziativa è stata minacciata dalla presenza di un gruppo di estrema destra che ha cercato di irrompere nella piazza e che è stato tenuto a distanza dalla polizia.
Per oggi si prevede che le marce popolari si avvicinino ulteriormente alla capitale catalana, mentre sono in programma manifestazioni degli studenti in varie città e si prepara lo sciopero generale di venerdì.
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07/08/2019
Hong Kong, la normalizzazione non sarà un pranzo di gala
Non accennano a diminuire le proteste ad Hong Kong, anzi paiono radicalizzarsi.
È da ritenersi, come già fatto in precedenza che la chiave di lettura degli eventi da noi adottata non è quella consistente nel “popolo in lotta per la democrazia (ovviamente quasi sempre intesa in senso occidentale) contro il governo tirannico” di turno, propinata come un disco rotto da ambienti della sinistra occidentale in ogni episodio di scontro in Asia o in Africa; d’altronde, non è nemmeno possibile leggere quanto sta accadendo come una rivolta portata avanti da pochi elementi elitari e/o teppisti manovrati direttamente dall’Occidente contro il Governo di Pechino, espressione reale della maggioranza della popolazione di Hong Kong.
Quello che sta accadendo è una lotta vera tra segmenti importanti della popolazione di Hong Kong (una delle città più ricche del mondo secondo numerosi standard statistici) e il Governo di Pechino; i primi non vogliono rinunciare pacificamente ai privilegi accumulati per anni in quanto, da un lato, sono comunque legati alla locomotiva economica cinese e, dall’altro, beneficiano di ampi margini di autonomia riguardo le possibilità di legarsi al grande capitale finanziario di marca occidentale grazie al sistema politico/economico “Una Cina, due sistemi” in vigore nella città. Pechino, invece, è risoluta nel voler far rispettare la road map che prevede per il 2047 la fine di tali privilegi e il completamento del processo di decolonizzazione con il pieno ristabilimento della sovranità su Hong Kong.
Rispetto a ciò, con il radicalizzarsi dello scontro, stanno venendo rapidamente meno le congetture iniziali sui motivi della rivolta, i quali venivano propagandati come limitati al malcontento verso qualche singolo provvedimento di legge o amministratore sgradito perché troppo filo-Pechino; a questo punto è chiaro che l’oggetto del contendere riguarda direttamente quanto è previsto dovrà succedere nel 2047.
Con il passare del tempo, infatti, lo sfoggio dei simboli dell’era del colonialismo britannico (cui ultimamente si è aggiunta alche la bandiera yankee) si fa sempre più pressante, mentre le richieste “parziali” di ritiro definitivo della cosiddetta “legge sull’estradizione” e di dimissioni della Governatrice Cheng Yuet-ngor (alias inglese Carrie Lam) vengono relegate sempre più in secondo piano, per far posto, di fatto, a quella “definitiva” di autonomia totale, ovviamente travestita da “richiesta di democrazia”.
Le cancellerie occidentali alternano dichiarazioni di aperto appoggio alle proteste, come quelli provenienti da parte inglese, a dichiarazioni di neutralità apparente, come quella recente di Trump, il quale ha apertamente affermato che “le rivolte in atto ad Hong Kong sono un affare interno alla Cina”; al di là di ciò, lo sfoggio di simboli colonialisti in atto nelle piazze va visto più come una richiesta di aiuto che come una dimostrazione dell’eterodirezione delle dimostrazioni; al momento, dal punto di vista delle forze in campo, gli occidentali non costituiscono un fattore decisivo sul territorio della potenza cinese.
Per venire alla cronaca, il 5 agosto i vertici dell’Amministrazione di Hong Kong hanno tenuto una attesissima conferenza stampa, dalla quale ci si aspettava di carpire la cosa più importante in questo momento: ovvero se vi fosse l’intenzione, da parte loro, di chiedere l’intervento militare di Pechino per sedare le rivolte, aprendo un’altra fase dello scontro, gravido di conseguenze sia interne, sia internazionali. Fino ad ora, infatti, è intervenuta solo la polizia locale, la quale si è limitata ad utilizzare strumenti “convenzionali”, ovvero manganelli e lacrimogeni (non è chiaro se siano state utilizzate le pallottole di gomma) o, in molti casi, ha lasciato fare anche di fronte ad azioni di blocco e di occupazione prolungate.
Ebbene, né Cheng Yuet-ngor, né gli altri due funzionari intervenuti hanno fatto cenno all’eventualità della richiesta d’intervento al governo centrale; i tre hanno concentrato gran parte della conferenza stampa nell’enumerare i disagi portati dagli innumerevoli blocchi stradali, voli cancellati e collegamenti saltati: la città è stata descritta come completamente ostaggio “delle rivolte di elementi radicali”, che stanno mettendo in ginocchio i trasporti pubblici, impedendo ai lavoratori di recarsi al lavoro e commettendo azioni di vandalismo, anche mediante l’uso di esplosivo; di conseguenza, i datori di lavoro sono stati invitati a non sanzionare i dipendenti che non dovessero riuscire a recarsi in tempo al lavoro.
Al momento, particolare non di secondo piano, solo i media occidentali motivano il collasso dei trasporti con gli scioperi che sarebbero in corso; in realtà, esso pare dovuto esclusivamente ai blocchi.
Un altro passaggio rilevante della conferenza stampa è riferito allo stato di difficoltà in cui verserebbe l’economia di Hong Kong, già cresciuta soltanto dello 0,6% nel primo trimestre, risultato che costituisce un record negativo degli ultimi dieci anni. Ebbene, a causa delle proteste, il Ministro dell’Economia di Hong Kong prevede addirittura un decremento del PIL nei prossimi semestri, andando a gravare su una situazione già incerta per via di altri fattori esterni, come la politica dei dazi di Trump, con la relativa risposta del Governo Cinese, e una possibile hard-Brexit. In questo caso, il rappresentante dell’amministrazione di Hong Kong, cerca, come si vede, di marcare una certa neutralità rispetto a Pechino e occhieggia alla piazza finanziaria.
Accanto a questo cahiers de dolence, rivolto, al di là dei passaggi sui lavoratori, soprattutto agli investitori internazionali, affinché richiamino all’ordine i settori ad essi legati che costituiscono il nerbo della protesta, Cheng Yuet-ngor ha comunque alzato il tiro per quanto riguarda gli avvertimenti, pur non facendo menzione della possibilità di appellarsi a Pechino: ha messo da parte la retorica della comprensione delle ragioni della protesta e gli accenni alle possibilità di dimettersi e si è detta pronta a lavorare affinché nelle strade venga ripristinata completamente l’autorità dell’amministrazione; ha, inoltre, chiarito, di essere consapevole che le proteste hanno lo scopo di minare alla base la giurisdizione “Una Cina, due sistemi” e non hanno richieste parziali ragionevoli.
Da questa conferenza l’impressione che se ne ricava è quella del possibile instaurarsi di una situazione di stallo, in cui le proteste, non conosceranno una risacca, ma potrebbero durare a lungo, perpetuando l’attuale condizione in cui versa la città. Questo perché l’amministrazione di Hong Kong da la sensazione di volersi giocare una partita in parte autonoma non solo apparentemente, ma anche sostanzialmente rispetto al governo centrale, al quale farà di tutto per non appellarsi.
Tuttavia, in questo momento esso non pare in grado di ristabilire la propria autorità sulla città, in quanto, come i manifestanti, è in ultima istanza subalterno alla piazza finanziaria.
Da parte sua, il governo centrale interviene sulla questione mediante dichiarazione di esponenti di secondo piano, dalle quali traspare comunque la possibilità di poter intervenire con la forza sulla città nel caso in cui l’amministrazione autonoma ne facesse richiesta, come previsto dalla Costituzione; neanche gli organi del Partito Comunista Cinese più noti vanno al di là di tali enunciazioni di principio. È, comunque, da verificare per quanto tempo Pechino potrà sopportare una situazione di stallo del tipo di quella sopra menzionata, prima di dover forzare sui governatori di Hong Kong per chiedere l’aiuto militare.
Quel che appare evidente è che si allontana pericolosamente la possibilità che le proteste abbiano una risacca spontanea o vi sia una soluzione dialogata almeno con una parte di essa.
Insomma, neanche il sacrosanto completamento del processo di decolonizzazione di Hong Kong per il partito Comunista Cinese si rivelerà un pranzo di gala...
Fonte
14/07/2019
Francia - Scontri tra "Gilet Gialli" e Polizia sugli Champs-Elysées durante celebrazioni della Presa della Bastiglia
I "Gilet Gialli" hanno completato il loro 35esimo atto di mobilitazione con una manifestazione nei pressi degli Champs-Elysées a pochi passi dal Presidente della Repubblica Macron che celebrava il 230° anniversario della Presa della Bastiglia. Si segnalano scontri tra polizia e manifestanti.
La situazione è ancora tesa sugli Champs-Elysées, dove i manifestanti ergono barricate. Di fronte a loro, le forze dell'ordine cercano di disperderli usando bombe lacrimogene.
La giornata in ricordo del 230° anniversario della Presa della Bastiglia, prosegue tra le tensioni sempre crescenti con gli scontri tra "Gilet gialli" e Polizia sugli Champs-Elysées, tornato, dopo alcuni mesi, ad essere un campo di battaglia
Questa mattina Macron era stato fischiato dalla folla al suo passaggio sugli Champs-Elysées.
La situazione è ancora tesa sugli Champs-Elysées, dove i manifestanti ergono barricate. Di fronte a loro, le forze dell'ordine cercano di disperderli usando bombe lacrimogene.
La giornata in ricordo del 230° anniversario della Presa della Bastiglia, prosegue tra le tensioni sempre crescenti con gli scontri tra "Gilet gialli" e Polizia sugli Champs-Elysées, tornato, dopo alcuni mesi, ad essere un campo di battaglia
Un homme crie « 14 juillet 1789 » et les gilets jaunes lui répondent « révolution » #BastilleDay2019 #bastille #giletsjaunes #14juillet pic.twitter.com/JciVFHeMDw — Vincent Bresson (@BressonVincent) 14 luglio 2019Fischi a Macron
PARIS #14Juillet: La situation dégénère sur les #ChampsElysées. Des #GiletsJaunes montent des barricades avec des barrières et du mobiliers urbains. Gaz lacrymogène et projectiles. pic.twitter.com/OK66j8MzVV — Clément Lanot (@ClementLanot) 14 luglio 2019
Questa mattina Macron era stato fischiato dalla folla al suo passaggio sugli Champs-Elysées.
Le président de la République #Macron hué et sifflé (de manière très audible à la télévision) et reçu par une part du public avec des ballons jaunes pendant sa descente des Champs-Élysées précédent le défilé du #14Juillet.Fonte
Images @France2tv pic.twitter.com/E2NnqcX2Pj — Moctar KANE (@MoctarKane) 14 luglio 2019
VIDÉO - Emmanuel #Macron a été sifflé lors de son passage sur les Champs-Elysées.
Ces protestations se sont fait entendre alors que le PR passait en revue les troupes à bord d'un "command car". (????@Snapchat) #14Juillet pic.twitter.com/fn7OYpB75D — Brèves de presse (@Brevesdepresse) 14 luglio 2019
19/04/2019
Irlanda del Nord - A Derry scontri con la polizia, uccisa una giornalista
In Irlanda del Nord, una donna di 29 anni, è morta dopo che sono stati sparati colpi di arma da fuoco a Derry. La vittima è la giornalista e autrice Lyra McKee, che stava seguendo gli scontri che si stavano verificando nella zona di Creggan. Negli scontri sono volate bottiglie molotov contro i gipponi della polizia
Una giornalista locale presente sulla scena, Leona O’Neill, ha scritto su Twitter che la donna è stata colpita ed è caduta accanto a una Land Rover della polizia, gli agenti l’hanno portata di corsa all’ospedale, dove la donna è morta.
La rivolta è divampata in risposta a una perquisizione di alcune case che hanno visto piombare nel quartiere un gran numero di agenti di polizia.
I disordini precedono il fine settimana di Pasqua, dove i repubblicani celebrano l’anniversario della rivolta di Pasqua del 1916 che portò all’indipendenza dell’Irlanda dal Regno Unito tranne che nelle sei contee del nord (Ulster) rimaste sotto il dominio della corona britannica.
Fonte
Una giornalista locale presente sulla scena, Leona O’Neill, ha scritto su Twitter che la donna è stata colpita ed è caduta accanto a una Land Rover della polizia, gli agenti l’hanno portata di corsa all’ospedale, dove la donna è morta.
La rivolta è divampata in risposta a una perquisizione di alcune case che hanno visto piombare nel quartiere un gran numero di agenti di polizia.
I disordini precedono il fine settimana di Pasqua, dove i repubblicani celebrano l’anniversario della rivolta di Pasqua del 1916 che portò all’indipendenza dell’Irlanda dal Regno Unito tranne che nelle sei contee del nord (Ulster) rimaste sotto il dominio della corona britannica.
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