Dopo mesi di tensione armata e di trattative sotterranee, il governo della Libia riconosciuto dalle Nazioni Unite ha raggiunto un accordo con la potente milizia Radaa, che da anni controlla ampie porzioni di Tripoli. L’intesa, frutto di una mediazione portata avanti da Turchia e dalla missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), mira a riportare sotto l’autorità statale due settori strategici finora in mano alla milizia: gli aeroporti della Libia occidentale e il sistema carcerario della capitale.
Secondo quanto riferito da fonti governative, Radaa dovrà cedere la gestione dell’aeroporto di Mitiga – il principale scalo di Tripoli – e di altri tre aeroporti dell’ovest libico a un comando congiunto e “neutrale”, sottraendoli al proprio controllo esclusivo. Contestualmente, tutte le prigioni e i centri di detenzione oggi nelle mani della milizia passeranno alla giurisdizione della Procura generale dello Stato. È prevista inoltre la sostituzione del capo della polizia giudiziaria, Osama Najim, considerato vicino a Radaa, con una figura accettata da entrambe le parti.
L’accordo giunge dopo settimane di alta tensione a Tripoli, dove si sono registrati scontri sporadici e movimenti di truppe che avevano fatto temere una nuova escalation. Radaa, ufficialmente una forza di polizia d’élite affiliata al Ministero dell’Interno, esercita da anni un potere autonomo di fatto: oltre a controllare Mitiga, è responsabile di alcune delle carceri più dure della capitale, comprese quelle dove sono detenuti oppositori politici, migranti e sospetti estremisti. La sua influenza e le sue ramificazioni economiche l’hanno resa uno degli attori più potenti e controversi dello scacchiere tripolino. La milizia Radaa, che conta circa 1.500 uomini, annovera tra le sue figure di spicco anche Osama Elmasry, rientrato in Libia in modo trionfale (con un viaggio finanziato dal governo Giorgia Meloni) per sottrarsi a un mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.
Il consigliere presidenziale Ziyad Deghem ha ringraziato pubblicamente la Turchia per i “notevoli sforzi” compiuti nella mediazione e ha lodato il ruolo dell’UNSMIL, definito “essenziale e decisivo” per sbloccare l’impasse. L’obiettivo, secondo Deghem, è “ristabilire il controllo statale sulle infrastrutture vitali della capitale, riducendo la frammentazione della sicurezza che per anni ha alimentato instabilità e violenze”.
Nonostante l’annuncio, restano forti dubbi sull’attuazione concreta dell’intesa. Il trasferimento di aeroporti e carceri richiederà tempo, risorse e una catena di comando credibile, mentre altre milizie potrebbero percepire l’accordo come uno sbilanciamento degli equilibri interni. Anche all’interno di Radaa non è scontata l’adesione unanime: alcune sue componenti potrebbero ostacolare l’esecuzione temendo di perdere rendite e potere.
Per molti osservatori, il successo dell’operazione dipenderà dalla capacità del governo di garantire sicurezza e stipendi regolari al personale che subentrerà a Radaa, e dalla disponibilità della milizia a dismettere davvero parte del proprio arsenale e delle proprie prerogative. Senza un reale cambiamento nei rapporti di forza, avvertono, l’accordo rischia di restare sulla carta.
Dopo oltre tredici anni dalla rivolta, sostenuta dalla NATO, che ha rovesciato il leader di lunga data Muʿammar Gheddafi, Tripoli continua a essere frammentata. Un Paese diviso in due. Da un lato la Cirenaica, guidata dal clan Haftar. Dall’altro la Tripolitania di Abdul Hamid Dbeibah, che regge il governo riconosciuto dall’Onu. L’instabilità aumenta gli appetiti degli attori internazionali (Russia e Turchia in particolare), che vorrebbero garantirsi il controllo della regione.
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16/09/2025
17/08/2023
Libia - Tregua dopo gli scontri tra due milizie a Tripoli. 55 morti e 146 feriti
Pare essersi placata l’ennesima ondata di scontri tra diverse milizie avvenuti tra il 14 e il 15 agosto a Tripoli. Gli scontri armati erano iniziati a seguito al fermo di Mahmoud Hamza, comandante della milizia conosciuta come Brigata 444, da parte di unità della sicurezza affiliate alla forza di deterrenza Rada. Gli scontri hanno provocato 55 morti e 146 feriti, secondo gli ultimi dati disponibili e sono proseguiti fino alla liberazione del capo della Brigata 444.
La decisione di porre fine agli scontri e di liberare Hamza, che nei giorni scorsi era stato consegnato ad una milizia neutrale, è stata presa dopo una riunione ieri sera a Tripoli dei principali capi delle milizie
Hamza è stato liberato dopo un accordo tra le due milizie che ha portato a una pausa nei combattimenti. The Libya Observer scrive su Twitter che il comandante “è stato consegnato alla Stability Support Agency in qualità di forza neutrale”. La speranza degli osservatori è che questo gesto possa tranquillizzare gli animi e riportare un clima di relativa normalità nella parte orientale della capitale, fino a poche ore fa ancora interessata da scontri armati.
Il ministero della sanità libico aveva esortato le parti in conflitto a permettere alle ambulanze e alle squadre di emergenza di entrare nelle aree colpite, principalmente nel sud della città, e a inviare sangue agli ospedali vicini mentre i voli in arrivo a Tripoli sono stati dirottati verso la vicina città di Misurata.
La durezza e la vastità degli scontri armati sono la conferma della totale instabilità della situazione a Tripoli dove è in carico un governo riconosciuto come legittimo dalla cosiddetta comunità internazionale ma del tutto impossibilitato ad esercitare il controllo del paese diviso tra un governo a Tobruk ed uno a Tripoli.
Fonte
La decisione di porre fine agli scontri e di liberare Hamza, che nei giorni scorsi era stato consegnato ad una milizia neutrale, è stata presa dopo una riunione ieri sera a Tripoli dei principali capi delle milizie
Hamza è stato liberato dopo un accordo tra le due milizie che ha portato a una pausa nei combattimenti. The Libya Observer scrive su Twitter che il comandante “è stato consegnato alla Stability Support Agency in qualità di forza neutrale”. La speranza degli osservatori è che questo gesto possa tranquillizzare gli animi e riportare un clima di relativa normalità nella parte orientale della capitale, fino a poche ore fa ancora interessata da scontri armati.
Il ministero della sanità libico aveva esortato le parti in conflitto a permettere alle ambulanze e alle squadre di emergenza di entrare nelle aree colpite, principalmente nel sud della città, e a inviare sangue agli ospedali vicini mentre i voli in arrivo a Tripoli sono stati dirottati verso la vicina città di Misurata.
La durezza e la vastità degli scontri armati sono la conferma della totale instabilità della situazione a Tripoli dove è in carico un governo riconosciuto come legittimo dalla cosiddetta comunità internazionale ma del tutto impossibilitato ad esercitare il controllo del paese diviso tra un governo a Tobruk ed uno a Tripoli.
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04/12/2022
Gli scheletri nell’armadio della guerra USA in Afghanistan: una lezione per l’Ucraina?
A inizio settembre dello scorso anno, dopo poche settimane dalla conquista talebana di Kabul – avvenuta il 15 agosto – e la rovinosa fuga occidentale dal Paese, pubblicavamo un anticipazione del volume “The Afghanistan Papers” scritta da Nick Turse sul giornale d’inchiesta The Intercept.
Il libro conteneva la serie di articoli che Craig Whitelock, giornalista del Washington Post, aveva iniziato a pubblicare sul quotidiano statunitense dal 9 dicembre 2019, facendo crollare i castelli di menzogne sull’allora quasi ventennale avventura bellica occidentale nel paese asiatico.
Come scrivemmo allora: «Ciò che emergeva dal dossier non era solo la differenza tra narrazione ufficiale e realtà fattuale. Uno degli elementi più stupefacenti è il fatto che nessuno capiva il motivo del prolungarsi della guerra e nemmeno della strategia adottata e persino – per quanto sembri assurdo – chi fosse il nemico».
Sebbene il contesto ucraino sia differente, bisognerebbe porsi qualche domanda alla luce di ciò che è emerso e sta emergendo a fatica sull’Afghanistan.
L’Occidente ha voluto rimuovere troppo in fretta la sua sconfitta e la fuga scomposta dal paese, così come la guerra sporca condotta contro la popolazione afghana in più di un ventennio di disastrosa occupazione militare.
Con l’escalation del febbraio scorso in Ucraina è stata messa poi una specie di “pietra tombale” sui misfatti occidentali nel paese, così come sulla lunga serie di crimini commessi, in particolare dagli anglo-americani, nel corso della loro Storia recente.
In generale, della sconfitta strategica dell’Occidente e delle menzogne sostenute per supportare tale impresa bellica, non si è voluto più parlare nonostante – mutatis mutandis – lo scenario ucraino si stia rivelando non meno insidioso.
Nel mentre non si vuole rivangare il passato, l’Unione Europea caldeggia l’idea della creazione di un “tribunale speciale” per giudicare l’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina, di fatto assecondando ulteriormente le proposte formulate dall’Ucraina e finora sostenute praticamente solo da Stati Baltici e Polonia.
Proprio per questo ci sembra utile “rimettere il dito nella piaga” e proporre la traduzione di questa recente inchiesta di The Intercept, che fa in parte luce su uno dei particolari rimossi della guerra sporca statunitense: le truppe d’élite afghane che agivano di fatto sotto il diretto controllo della CIA, la cui attività “contro-insurrezionale” si risolveva spesso nell’uso di veri e propri squadroni della morte per terrorizzare la popolazione locale.
Per una sorta di nemesi storica, i componenti di queste truppe arrivati negli USA, spesso sono poi diventati parte di quell’esercito di working poor che vive negli Stati Uniti.
Come afferma l’ex corrispondente del New York Times per l’Afghanistan, Fahim Abed, autore dell’inchiesta sugli ex componenti di queste truppe: «Le mie conversazioni con Hayanuddin e altri membri della milizia hanno fornito nuovi dettagli sulla struttura di comando, sulle operazioni e sugli ultimi giorni di vita di unità oscure che, pur essendo nominalmente supervisionate dai servizi segreti afghani, erano in realtà costruite, addestrate e in molti casi completamente controllate dalla CIA.
I loro combattenti detengono indizi su molti misteri della guerra, tra cui il modo in cui l’intelligence statunitense ha progettato e supervisionato anni di incursioni notturne mortali che hanno contribuito alla vittoria finale dei Talebani e il modo in cui un accordo segreto tra nemici di lunga data potrebbe aver accelerato il crollo fulmineo delle forze di sicurezza afghane lo scorso agosto.
Celebrati come “eroi” dai loro responsabili americani e da alcuni afghani che si oppongono ai Talebani, i miliziani come Hayanuddin erano temuti e detestati da molti afghani delle zone rurali, che hanno subito il peso delle loro strazianti incursioni. Mentre centinaia di membri dell’Unità Zero e i loro parenti più stretti sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, hanno lasciato dietro di sé famiglie allargate che hanno subito abusi, incarcerazioni e minacce di morte da parte del nuovo governo.»
Attraverso la traiettoria di queste milizie si può leggere il fallimento dell’impresa bellica statunitense nel Paese, ed il disperato tentativo delle autorità collaborazioniste di cercare di impedire la riconquista talebana del Paese utilizzandole come carne di cannone senza più la copertura statunitense.
Questo modus operandi non sembra essere molto differente da quello usato nel contesto ucraino, ma gli osservatori occidentali dell’informazione non sembrano farci caso, nonostante le evidenti similitudini.
Pensiamo che sia solo questione di tempo perché si ripeta lo stesso scenario, che sarà anch’esso ferocemente negato dagli apparati ideologici occidentali, fin quando l’evidenza empirica non stravolgerà la “narrazione dominante”; ed è anche per questo che legarsi mani e piedi alla follia bellicista delle élite occidentali appare l’ennesimo errore.
Buona lettura!
Fahim Abed – The Intercept
Un sabato mattina di maggio, Hayanuddin Afghan, ex membro di una milizia sostenuta dalla CIA, che un tempo era la più brutale ed efficace forza anti-talebana del suo paese, mi ha accolto nella sua nuova casa in un quartiere collinare di Pittsburgh.
Mi ha invitato a entrare dalla cucina, dove sua moglie, incinta del loro quarto figlio, stava preparando il tradizionale pane afghano con la farina di Aldi. Il viaggio in centro per fare la spesa era una delle sfide più grandi della nuova vita di Hayanuddin a Pittsburgh. Si trattava di trasportare pesanti borse a casa a piedi e su diversi autobus urbani, di cui non conosceva gli orari perché non parlava inglese e non aveva scaricato l’apposita app.
“È difficile scendere da una posizione molto forte a una posizione molto debole“, mi ha detto Hayanuddin. In Afghanistan, “avevamo un valore. Era il nostro Paese e stavamo dando un senso a quel Paese. Ma ora, anche i nostri generali e comandanti sono tutti nella stessa situazione“.
In Afghanistan era impossibile parlare a lungo con i membri delle forze segrete dei commando, note come Unità Zero. Davano la caccia ai talebani con raid notturni ed erano accusati di aver ucciso civili, compresi i bambini.
Ma lo scorso settembre, Hayanuddin e i suoi compagni dell’Unità Zero sono stati i beneficiari dell’aspetto più riuscito del caotico ritiro dell’amministrazione Biden dall’Afghanistan: il salvataggio delle milizie alleate da parte della CIA. Il loro arrivo negli Stati Uniti nell’ultimo anno ha aperto una delle scatole più nere della guerra.
Le mie conversazioni con Hayanuddin e altri membri della milizia hanno fornito nuovi dettagli sulla struttura di comando, sulle operazioni e sugli ultimi giorni di vita di ‘unità oscure’ che, pur essendo nominalmente supervisionate dai servizi segreti afghani, erano in realtà costruite, addestrate e in molti casi completamente controllate dalla CIA.
I loro combattenti contengono indizi su molti misteri della guerra, tra cui il modo in cui l’intelligence statunitense ha progettato e supervisionato anni di incursioni notturne mortali che hanno contribuito alla vittoria finale dei Talebani e il modo in cui un accordo segreto tra nemici di lunga data potrebbe aver accelerato il crollo fulmineo delle forze di sicurezza afghane lo scorso agosto.
Celebrati come eroi dai loro responsabili americani e da alcuni afghani che si oppongono ai Talebani, i miliziani come Hayanuddin erano temuti e detestati da molti afghani delle zone rurali, che hanno subito il peso delle loro strazianti incursioni. Mentre centinaia di membri dell’Unità Zero e i loro parenti più stretti sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, hanno lasciato dietro di sé famiglie allargate che hanno subito abusi, incarcerazioni e minacce di morte da parte del nuovo governo.
La CIA non ha risposto a domande dettagliate sul suo ruolo nella supervisione, nell’evacuazione e nel reinsediamento dei membri dell’Unità Zero e se l’agenzia farà di più per aiutare i miliziani e le loro famiglie rimaste in Afghanistan.
“Gli Stati Uniti si sono impegnati con le persone che hanno lavorato per noi a creare un percorso concreto verso la cittadinanza statunitense per coloro che hanno dato tanto per assisterci nel corso degli anni”, mi ha detto un portavoce dell’agenzia in un’e-mail.
“Ci vorrà del tempo, ma non dimentichiamo mai i nostri partner e ci impegniamo ad aiutare coloro che ci hanno assistito. Continuiamo a lavorare a stretto contatto con il Dipartimento di Stato e con altre agenzie governative statunitensi in questo sforzo“.
“Per quanto riguarda le accuse di violazione dei diritti umani“, continua l’e-mail, “gli Stati Uniti prendono molto sul serio queste affermazioni e adottano misure straordinarie, al di là dei requisiti legali minimi, per ridurre le vittime civili nei conflitti armati e rafforzare la responsabilità per le azioni dei partner. Esiste una falsa narrativa su queste forze che si è protratta negli anni a causa di una sistematica campagna di propaganda da parte dei Talebani“.
Hayanuddin ha raccontato che lui e i suoi compagni si sono preoccupati di evitare di ferire i passanti durante le loro incursioni, usando persino gli altoparlanti per avvertire le donne di rimanere in casa o di ripararsi negli scantinati prima dell’inizio dei combattimenti.
“Per me era come una guerra santa“, ha detto. “Ero lì per colpire i cattivi“. Ma ha anche descritto i persistenti sentimenti di rabbia, colpa e rimorso e ha collegato la sua lotta a Pittsburgh al suo passato. A un certo punto si è chiesto ad alta voce se fosse stato punito.
“A volte non riesco a controllare la mia rabbia e la mia ansia“, mi ha detto. “Il mio cuore è così triste, come se qualcuno lo stesse stringendo con forza. Non so perché. Forse per quello che è successo a casa o per quello che sta succedendo qui“.
La fortuna cambia
Ho conosciuto Hayanuddin la scorsa primavera, in occasione di una festa di capodanno afghano in un parco di Pittsburgh, dove entrambi ci eravamo recentemente stabiliti come rifugiati. Ho lavorato per il New York Times a Kabul per cinque anni e ho fatto molti viaggi in prima linea per raccontare le forze di sicurezza afghane, anche nei giorni prima che i talebani conquistassero la capitale afghana lo scorso agosto.
Sono stato evacuato con altri dipendenti del Times a Houston, dove ho vissuto in un hotel per diversi mesi prima di ottenere un lavoro come giornalista visivo presso il Pittsburgh Tribune-Review e trasferirmi a nord.
All’inizio Hayanuddin non voleva parlarmi. Ma dopo diversi tentativi, si sentì più a suo agio, in parte perché pensava di parlare di un episodio della guerra ormai chiuso e in parte perché eravamo entrambi esuli dallo stesso luogo, che cercavano di iniziare una nuova vita a Pittsburgh pur desiderando la propria casa.
Hayanuddin aveva prestato servizio per sei anni con un’unità nota come 03, che combatteva i talebani nei deserti meridionali dell’Afghanistan dalla sua base in un complesso precedentemente occupato dall’ex leader talebano con un occhio solo, il Mullah Mohammed Omar.
Gli operatori speciali statunitensi avevano requisito la proprietà al loro arrivo a Kandahar nel 2001 e l’avevano trasformata in una ridotta per le forze di intelligence americane e afghane. Con centinaia di altri combattenti dell’Unità Zero, Hayanuddin attraversò le linee del fronte negli ultimi giorni di guerra per raggiungere la Base Eagle di Kabul, controllata dalla CIA.
Da lì, è stato trasportato in aereo all’aeroporto internazionale Hamid Karzai, dove ha lavorato brevemente alla sicurezza prima di ricevere 8.000 dollari in contanti – metà dello stipendio di un anno – e volare con la moglie e i tre figli piccoli a Fort Dix.
A 37 anni, con un’istruzione di seconda media, Hayanuddin, insieme ai suoi compagni, sta affrontando un rovescio di fortuna umiliante, esasperante e assolutamente inaccettabile.
Dopo quasi due decenni trascorsi come proxy americano – dalla guardia alle basi statunitensi all’uccisione di afghani in collaborazione con l’agenzia di intelligence più potente del mondo – è approdato, come rifugiato povero e vulnerabile, in un appartamento con tre camere da letto e tende a fiori che ha dovuto far installare dall’agenzia di reinsediamento in conformità con la cultura pashtun, che prevede che una donna debba essere protetta dagli occhi degli estranei di passaggio.
Le Unità Zero, note anche come Counterterrorism Pursuit Teams, sono nate subito dopo l’arrivo dei primi agenti militari e di intelligence statunitensi in Afghanistan, in seguito agli attacchi dell’11 settembre. Formate nel 2002, hanno operato interamente sotto il controllo degli Stati Uniti fino al 2012, come mi ha raccontato ad agosto da Londra il Gen. Yasin Zia, ex capo di stato maggiore dell’esercito afghano, dove guida una forza di resistenza anti-talebana.
“Il governo afghano non ha avuto alcuna interferenza in queste unità“, ha detto Zia, che ha ricoperto per molti anni ruoli di alto livello nel governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti, tra cui quello di vicedirettore del servizio di intelligence afghano, il Direttorato Nazionale della Sicurezza, che negli ultimi anni ha avuto nominalmente la supervisione delle unità.
La prima di quelle che sarebbero diventate le Unità Zero operava nell’Afghanistan orientale, in un’area montuosa lungo il confine con il Pakistan dove i Talebani e altri militanti spesso si rifugiavano tra un attacco e l’altro alle forze governative statunitensi, della NATO e afghane. Questa milizia, nota come Khost Protection Force o KPF, copriva la regione sud-orientale del paese.
In seguito, la CIA creò e addestrò almeno altre tre unità: la 01, che operava nelle province di Kabul, Logar e Wardak nell’Afghanistan centrale; la 02, con sede a Jalalabad, che combatteva nella parte orientale; e l’unità di Hayanuddin, la 03, con sede a Kandahar che combatteva nel sud del Paese.
Nel 2010, su pressione dell’allora presidente afghano Hamid Karzai, i funzionari statunitensi accettarono di trasferire la supervisione delle Unità Zero all’NDS “fisicamente, ma non tecnicamente“, ha detto Zia. “Avevamo i nomi e i gradi dei membri delle Unità Zero“, mi ha detto. “Ma il loro stipendio era pagato dagli americani, i loro obiettivi erano forniti dagli americani e fino alla fine gli americani erano con queste unità“.
Con la transizione dell’amministrazione Obama dalle operazioni di combattimento a una missione di consulenza e antiterrorismo in Afghanistan, dopo il 2011, gli Stati Uniti hanno ceduto il controllo di alcune Unità Zero al governo di Karzai, ha dichiarato Zia. Ma la CIA ha mantenuto il controllo di altre unità chiave, tra cui la 01 con sede a Kabul, la KPF e la 03 di Hayanuddin.
Le unità avevano come obiettivo i Talebani, la Rete Haqqani e Al Qaeda, ma non dovevano rendere conto al governo afghano, nemmeno al presidente. Nel 2019, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale dell’Afghanistan, Hamdullah Mohib, rispose alle accuse di uccisioni extragiudiziali da parte della 01 – compresi i massacri di bambini nelle madrasse – osservando che l’unità operava “in collaborazione con la CIA“.
Hayanuddin ha assistito in prima fila al disastroso ritiro americano dall’Afghanistan e ora può descrivere ciò che ha visto e sentito negli ultimi mesi di guerra.
Le Unità Zero erano state costruite per lavorare in tandem con il supporto aereo degli Stati Uniti, ma nell’agosto del 2020, un anno prima del crollo del governo del presidente afghano Ashraf Ghani, le forze statunitensi hanno iniziato a ridurre radicalmente il supporto aereo per la sua unità, racconta Hayanuddin.
“I nostri consiglieri americani lasciarono le nostre basi per Kabul e gli elicotteri che aspettavano nella nostra base ai margini di Kandahar City partirono con loro“, ha ricordato. “I nostri comandanti riferivano agli americani solo delle nostre operazioni e gli americani dicevano solo: ‘Andate avanti’. Non lavoravamo più a stretto contatto come prima“.
Quando gli americani hanno tolto loro gli aerei, le missioni degli afghani sono diventate molto più insidiose. “Gli aerei di sorveglianza americani ci dicevano quante persone c’erano all’interno di un edificio, quante erano armate e quali armi avevano“, ha detto Hayanuddin. “Ma questi dettagli all’improvviso non c’erano più“.
Senza il supporto aereo degli Stati Uniti e con la neonata aeronautica afghana incapace di fornire informazioni comparabili, altri membri dell’Unità Zero sono rimasti feriti. Anche gli aerei che un tempo li trasportavano in pochi minuti negli ospedali da campo non c’erano più.
Nel febbraio 2020, quando i droni e gli altri velivoli statunitensi sorvolavano le loro operazioni, uno dei compagni di Hayanuddin, Akmal, fu fatto saltare in aria da una bomba sul ciglio della strada. Gli americani lo hanno trasportato in aereo in un ospedale militare e lui è sopravvissuto, dice Hayanuddin, anche se ha perso entrambe le gambe.
Otto mesi dopo, un altro membro dell’unità, Shahidullah, fu colpito due volte all’addome. Questa volta non c’era un ponte aereo e l’unità di Hayanuddin rimase bloccata in territorio nemico. Shahidullah morì sul posto.
Dopo l’insediamento del presidente Joe Biden nel gennaio 2021, la CIA ha dato all’NDS un anno di budget per le Unità Zero e ha detto che l’agenzia non le avrebbe più supportate, ha dichiarato Zia a The Intercept da Londra. Ma le ultime Unità Zero sono state trasferite al controllo afghano solo dopo che Biden ha annunciato il ritiro completo degli Stati Uniti nell’aprile 2021 e le ultime forze americane e gli operatori dell’intelligence hanno iniziato a partire.
“Come suicidarsi”
Le Unità Zero sono state progettate per catturare e uccidere in raid mirati, non per combattere sui campi di battaglia. Erano ampiamente conosciute come le unità d’élite più efficaci delle forze di sicurezza afghane e la scorsa estate, quando l’esercito americano si è ritirato e i talebani sono avanzati, molti nel governo Ghani e nelle forze armate afghane hanno guardato a loro come a una salvezza.
“Non sono sicuro che i nostri comandanti abbiano ricevuto tangenti dai funzionari provinciali o dal governo di Kabul“, ha detto Hayanuddin. “Ma hanno iniziato a chiudere un occhio sui nostri standard e a mandarci in diverse missioni al giorno facendoci subire pesanti perdite“.
Ad un certo punto sette o otto membri dell’unità venivano uccisi ogni mese, ha detto, una percentuale senza precedenti per l’unità d’élite. “Una volta, ricordo che tutti i membri della nostra unità si misero a piangere e a protestare per il sovrautilizzo. I nostri comandanti non ci hanno mai ascoltato. Ci costringevano comunque a partecipare a operazioni in tutto il sud“.
Con l’aumento delle perdite e l’intensificarsi della guerra, il morale dei membri dell’Unità Zero crollò, come mi ha raccontato un medico afghano che ha combattuto per la 02. Come Hayanuddin, il medico è stato evacuato la scorsa estate; mi ha chiesto di non usare il suo nome per paura di ripercussioni, ora che lui e la sua famiglia sono negli Stati Uniti.
Quando il suo comandante chiedeva ai membri della milizia di andare in missione, mi ha detto il medico, alcuni svenivano. Dicevano che “andare in un’operazione è come suicidarsi“, ha ricordato, “perché non c’è supporto aereo e non ci sono abbastanza armi e attrezzature“.
Le voci secondo cui i colloqui di pace tra gli Stati Uniti e i Talebani in Qatar avrebbero portato a un accordo per consegnare l’Afghanistan ai Talebani non hanno aiutato. “I Talebani inviavano gli anziani delle tribù alle varie forze di sicurezza e dicevano loro che a Doha era stato deciso che la provincia in cui si trovavano sarebbe stata consegnata ai Talebani, quindi era meglio non combattere ed evitare le perdite“, ha detto il medico. “Le forze di sicurezza avrebbero accettato e rinunciato a combattere“.
Le forze di sicurezza afghane non sono riuscite a far fronte alle perdite. Solo nel maggio del 2021 sono state uccise più di 400 uomini delle forze filogovernative. Gli afghani non erano più disposti a entrare nelle forze di sicurezza perché il lavoro era diventato troppo pericoloso.
“Avevamo persone molto intelligenti nella nostra unità“, ha detto Hayanuddin. “Ricordo che in un solo giorno uno dei nostri ragazzi, senza un equipaggiamento adeguato, ha eliminato quasi 30 bombe stradali” nel distretto di Maiwand, una roccaforte talebana a ovest di Kandahar.
Nella primavera del 2021, i combattenti con 03 hanno ripetutamente costretto i talebani a lasciare il distretto di Arghandab a Kandahar, ma quando l’esercito e la polizia afghana hanno preso il controllo, i talebani sono tornati indietro.
Sia Hayanuddin che il medico di 02 sospettano che le forze di sicurezza afghane abbiano ceduto il sud non perché sconfitte sul campo di battaglia, ma come parte di un accordo politico. Non erano i soli a pensarlo. Nell’estate del 2021, i Talebani hanno preso il controllo di decine di avamposti della polizia afghana nei distretti che circondano Kandahar.
“La leadership delle forze di sicurezza afghane ha chiesto alle forze di terra in molte province del paese di smettere di combattere. Abbiamo visto sui social media video in cui i soldati piangevano quando gli veniva detto di lasciare gli avamposti e di gettare le armi“, mi ha detto Mirza Mohammad Yarmand, ex vice ministro degli Interni afghano e analista militare.
“Questo significa che si è trattato di un accordo politico che ha portato a un’ondata di crolli di centinaia di avamposti, prima di tutto nel sud del paese“.
I soldati che hanno insistito nel combattere si sono visti tagliare le linee di rifornimento e non hanno ricevuto il supporto necessario, ha detto Yarmand, aggiungendo che quando le forze afghane nella provincia settentrionale di Takhar hanno voluto resistere, hanno potuto scegliere se arrendersi ai talebani o dirigersi verso le montagne del Panjshir, dove erano rintanate le ultime forze che resistevano ai talebani.
Vicino a Kandahar, l’unità di Hayanuddin si imbatté in agenti di polizia che cercavano di fuggire. “Dicevano che il loro avamposto era stato catturato dai talebani“, ricorda. “Li abbiamo portati con noi e non c’erano talebani nel loro avamposto. Quando abbiamo chiesto il motivo, ci hanno risposto che il loro anziano tribale aveva detto loro di lasciare l’avamposto ai talebani. Questo è solo un esempio, ma è successo molte volte“.
Nel giugno del 2021, lo 03 fu schierato da una linea del fronte all’altra mentre un distretto dopo l’altro cadeva sotto i colpi degli insorti. Alla fine di quel mese, quasi la metà dei distretti dell’Afghanistan era sotto il controllo dei Talebani.
Mentre i combattimenti si intensificavano, le altre forze di sicurezza afghane riponevano le loro speranze nelle Unità Zero. Il 4 agosto 2021, mi trovavo con l’Unità di Resistenza della Polizia Nazionale Afghana fuori dalla prigione di Sarposa, una delle principali linee del fronte a Kandahar. I combattimenti si sono intensificati in una zona periferica della città proprio quando la mitragliatrice della polizia ha smesso di funzionare. Ho chiesto a Shafiqullah Kaliwal, un comandante dell’unità, cosa avrebbero fatto.
“Arriverà la 03“, mi ha detto, “e respingerà i talebani nei loro avamposti originari“.
Il giorno dopo, Kaliwal mi disse che lo 03 era effettivamente arrivato in loro soccorso e aveva costretto i talebani a ritirarsi. Ma quando l’Unità Zero si è spostata, i Talebani hanno rapidamente riconquistato il territorio.
Zia ha confermato che la pressione sulle Unità Zero era insostenibile. Negli ultimi quattro mesi di guerra a Kandahar, ha detto Zia, “le perdite delle Unità Zero sono state molto elevate. Non erano paragonabili a quelle degli ultimi 20 anni di guerra. Il motivo è che non sono state utilizzate in modo professionale“.
Un accordo segreto
Uno dei tanti misteri degli ultimi giorni di guerra è stato il modo in cui le Unità Zero sono riuscite a farsi strada attraverso il territorio controllato dai Talebani fino a Kabul, dove sono state evacuate negli Stati Uniti e in altri paesi. Un apparente accordo tra i Talebani e gli Stati Uniti aiuta a spiegare la loro improbabile fuga.
L’11 agosto 2021, una delle principali linee di difesa del governo a Kandahar City crollò a causa dei talebani. Hayanuddin era in licenza in quel momento, ma il giorno dopo, racconta, i suoi compagni dello 03 e altre forze di sicurezza si recarono al Kandahar Air Field, che a quel punto era in territorio talebano. Lì trascorsero due giorni in attesa di essere trasportati a Kabul.
Il 14 agosto, i talebani conquistarono la città di Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, dove Hayanuddin stava trascorrendo la sua licenza con la famiglia. Terrorizzati, lui e suo fratello minore, che aveva prestato servizio anche lui nello 03, rimasero svegli tutta la notte, cercando di contattare il comandante di Hayanuddin per ricevere ordini.
Quando finalmente lo raggiunsero, il comandante disse loro di raggiungere Kabul. La mattina dopo salirono su un taxi e partirono per un viaggio ansioso di due ore attraverso il territorio ora controllato dai loro nemici. Se qualcuno li avesse identificati, pensavano, sarebbero stati uccisi.
Ma il viaggio è stato molto più facile del previsto: uno dopo l’altro, i combattenti talebani che presidiavano i posti di blocco li hanno lasciati passare.
“Non sapevamo cosa stesse succedendo“, mi ha detto Hayanuddin. “Erano il nostro nemico. Stavamo combattendo intensamente solo un giorno prima del crollo, ma ora stavamo rimanendo nel loro territorio o lo attraversavamo in auto. Pensavamo di correre un grosso rischio, ma ora che ci penso, sembra che i Talebani non volessero attaccarci come parte del loro accordo con gli Stati Uniti“.
Non sono stati solo alcuni ragazzi in taxi a riuscire ad attraversare i posti di blocco talebani con facilità. Il 15 agosto, il giorno in cui Kabul cadde in mano ai talebani, il medico di 02 mi ha raccontato di aver guidato da Jalalabad a Kabul con i suoi compagni di unità in un convoglio di centinaia di veicoli militari carichi di armi e attrezzature.
Il medico pensava che avrebbero dovuto combattere per superare i posti di blocco, ma ogni volta i soldati talebani chiamavano i loro comandanti e facevano passare lui e gli altri miliziani afghani.
I Talebani hanno permesso ai membri dell’Unità Zero di attraversare in sicurezza le loro linee del fronte negli ultimi giorni di guerra perché si erano accordati con il governo degli Stati Uniti per farlo, secondo il medico di 02 e due ex funzionari dell’intelligence afghana, che hanno chiesto di non essere nominati perché temevano ripercussioni da parte dei Talebani per aver parlato con un giornalista.
Il piano di evacuazione degli Stati Uniti dipendeva dai membri dell’Unità Zero che si occupavano della sicurezza all’aeroporto di Kabul e gli americani avevano detto a quei combattenti di procurarsi i passaporti poco prima del crollo della repubblica, ha detto Zia, l’ex funzionario senior della sicurezza.
La CIA ha rifiutato di commentare. I Talebani non hanno risposto alle ripetute richieste di commento.
Hayanuddin e suo fratello sono arrivati sani e salvi alla Base Eagle, la sede di Kabul della CIA e dello 01, dove hanno trascorso tre notti. Una dopo l’altra, le Unità Zero sono salite a bordo di elicotteri Chinook e hanno lasciato la base per l’aeroporto di Kabul: prima la 01, poi la 02 e infine l’unità di Hayanuddin, la 03.
Hayanuddin trascorse cinque notti all’aeroporto, garantendo la sicurezza per l’evacuazione di migliaia di afghani disperati. In quei giorni e in seguito, i membri dell’Unità Zero sono stati accusati di aver sparato sulla folla e di aver picchiato i civili afghani che cercavano di andarsene.
Hayanuddin ha negato di aver maltrattato le persone all’aeroporto, ma il mio incontro con un combattente dell’Unità Zero il 19 agosto suggerisce che le accuse sono vere.
Mentre mi facevo strada tra la folla davanti al terminal dell’aeroporto, cercando di raggiungere il mio collega americano e i Marines statunitensi, un membro delle Unità Zero mi ha fermato. Ho spiegato chi ero e dove stavo andando, ma il combattente mi ha ordinato di sedermi. Se non l’avessi fatto, disse, mi avrebbe sparato con decine di proiettili e nessuno l’avrebbe interrogato.
Finalmente fu il turno di Hayanuddin di chiamare la sua famiglia per raggiungerlo su un volo per gli Stati Uniti, via Abu Dhabi e Germania. Come molti afghani, Hayanuddin era sposato con due donne.
Una delle sue mogli, di cui mi ha chiesto di non fare il nome, si era trasferita a Nangarhar con i loro tre figli diversi mesi prima del crollo e uno dei suoi fratelli era riuscito ad accompagnarli a Kabul per incontrare Hayanuddin all’aeroporto. Ma l’altra moglie di Hayanuddin era ancora nella sua provincia natale di Kunar con i loro quattro figli quando la Repubblica è caduta.
“La mia prima moglie, che si trovava a Kunar, non è potuta arrivare a Kabul“, mi ha detto, “perché non c’era nessuno ad accompagnarla“.
Hayanuddin si è lasciato alle spalle anche i genitori e i fratelli, compreso il fratello che aveva prestato servizio al suo fianco nello 03. Gli americani si sono rifiutati di evacuarlo, ha detto Hayanuddin, perché aveva lasciato l’unità un anno prima che i talebani prendessero il controllo.
Riconoscenti, ma arrabbiati
A Pittsburgh, Hayanuddin e altri membri dell’Unità Zero trovarono lavoro in una drogheria halal. Uno di loro era Khan Wali Momand, un ex preside di scuola che ha iniziato a lavorare per 02 a Jalalabad come guardia di sicurezza nel 2017. Momand ora vive con la moglie e i figli in un alloggio della Sezione 8 a Duquesne, un sobborgo di Pittsburgh.
Quando l’ho incontrato, stava scaricando degli scatoloni; da allora ha trovato un altro lavoro in un altro negozio di alimentari locale, che preferisce perché non comporta il sollevamento di carichi pesanti.
Momand ha iniziato a lavorare con la 02 grazie a suo fratello, Inayatullah, che secondo lui ha prestato servizio per 16 anni nell’unità, ma ha lasciato l’incarico pochi giorni prima del crollo del governo perché sua moglie era malata.
Come il fratello di Hayanuddin, Inayatullah è stato lasciato indietro quando i Talebani hanno preso il potere e lui e gli altri parenti di Momand sono diventati immediatamente oggetto di ritorsioni. Inayatullah si è nascosto e quando ho parlato con Momand questa primavera, era consumato dal dolore e dalla preoccupazione. “Ogni volta che ricevo una chiamata da casa“, mi ha detto Momand, “penso che ci saranno brutte notizie“.
Questa primavera, alcuni membri dei Talebani hanno rapito due nipoti adolescenti di Momand e li hanno trattenuti per cinque giorni nel tentativo di costringere la famiglia a consegnare Inayatullah. I nipoti sono stati rilasciati dopo che gli anziani tribali della zona hanno promesso di aiutare i talebani a trovare Inayatullah. Momand ha chiesto un visto speciale per immigrati per venire negli Stati Uniti, ma non ha ancora ricevuto risposta.
“Eravamo così fedeli agli americani che non avremmo lasciato le loro valigie sul campo di battaglia, ma ora stanno abbandonando mio fratello, che li ha aiutati per 16 anni“, mi ha detto Momand. “Durante le missioni con 02 è successo molte volte che un consigliere o un soldato americano venisse colpito e noi rischiassimo la vita per portarlo via dal campo di battaglia. Guarda il nostro livello di lealtà e il loro livello di lealtà“.
Momand è profondamente combattuto per il suo ruolo nella guerra. Quando cinque anni fa ha iniziato a lavorare con gli americani, si è attirato l’inimicizia dei talebani e di molti conoscenti. Nel suo villaggio conservatore, ha avuto difficoltà a difendere la sua decisione e a spiegare in che modo aiutare gli americani avrebbe giovato al suo Paese.
Ora si chiede se abbia fatto la scelta giusta e se ne sia valsa la pena, visto il prezzo che lui e la sua famiglia hanno pagato. A Duquesne è un estraneo e potrebbe non poter più tornare in Afghanistan. Si chiede se si sia unito alla 02 per le ragioni sbagliate o se sia stato usato? Ha tradito il suo paese, il suo popolo, dopo tutto?
Momand ha detto di essere grato a Biden. “Non ci ha abbandonato ai talebani. Se fossi stato abbandonato in Afghanistan, io e tutta la mia famiglia saremmo già stati uccisi“, ha detto. “Ma negli Stati Uniti non c’è nessuno che possa salvarmi dalla difficile situazione in cui mi trovo“.
Quando la nostra conversazione si è conclusa, la rabbia di Momand si è accesa. Ha raccontato la sua storia molte volte agli operatori delle agenzie di reinsediamento e di altre organizzazioni umanitarie. “Tutti vengono qui e chiedono dei miei problemi e di quelli della mia famiglia, ma non vedo alcun risultato nel raccontare queste storie“, ha detto. “Vi piace ascoltare la mia dolorosa storia di vita?“.
Solo nell’oscurità
A casa di Hayanuddin, in quella piovosa mattina di maggio, fu stesa una tovaglia sul tappeto del soggiorno e ci sedemmo attorno ad essa mentre sua moglie e sua figlia di 9 anni, Simina, portavano pagnotte di pane fresco caldo, uova, yogurt caldo e un thermos gigante di tè nero dolce e lattiginoso.
Mentre mangiavamo, Hayanuddin teneva d’occhio il suo telefono. Alle 9 del mattino suonò la sveglia e Simina gli portò un paio di calzini bianchi da ginnastica, una giacca e un ombrello. In Afghanistan, i suoi consiglieri americani avevano sottolineato la necessità di essere puntuali, arrivando spesso con 15 minuti di anticipo alle riunioni con le loro controparti afghane. Temeva che se fosse arrivato in ritardo al lavoro, sarebbe stato licenziato. E aveva bisogno di questo lavoro.
Mi ha detto che portava a casa circa 1.600 dollari al mese al netto delle tasse. L’agenzia di reinsediamento copriva i primi tre mesi di affitto del suo appartamento a Pittsburgh; dopo, avrebbe dovuto spendere 1.500 dollari al mese, quasi l’intero stipendio, per l’affitto e le utenze. Riceveva anche dei buoni pasto, ma il bilancio familiare era molto limitato.
La sua casa si trovava a circa cinque miglia dal negozio di alimentari halal, un tragitto facile di 15 minuti. Ma il viaggio in autobus, compreso il trasferimento in centro, poteva durare più di un’ora. In questo giorno avrebbe lavorato per nove ore, arrivando a casa tra le 21 e le 22. La famiglia, compresi i bambini, avrebbe cenato insieme fino a tardi. Poi chiamavano l’Afghanistan, in modo che Hayanuddin e sua moglie potessero parlare con i loro genitori e i genitori con i loro nipoti.
È stato suo padre, dice Hayanuddin, a convincerlo ad andare negli Stati Uniti l’anno scorso. “Se i talebani venissero e ti decapitassero davanti a noi o ti sparassero in testa davanti a noi, sarebbe un trauma molto grande per tutta la nostra vita“, gli ha detto suo padre lo scorso agosto. “Quindi, se vuoi risparmiarci questo dolore, dovresti andartene“.
A volte se ne pente. “Non siamo venuti qui volontariamente e non è facile“, mi ha detto. “È la lotta di tutti i giorni. E poi hai una famiglia che ti guarda e spera che tu sistemi tutto“.
Alle 9:20, Hayanuddin indossò una giacca nera e si diresse alla fermata dell’autobus, un palo di legno con un’insegna di metallo ai margini di una strada trafficata. Inarca le spalle contro la pioggia e tira una boccata di Marlboro Red. L’agenzia di reinsediamento gli aveva dato delle tessere di viaggio, ma quando queste si sarebbero esaurite avrebbe dovuto spendere i suoi soldi per il biglietto dell’autobus.
In Afghanistan, guidava pesanti veicoli militari su terreni montuosi indossando occhiali per la visione notturna. Ma a Pittsburgh non poteva ottenere la patente di guida. Il test era offerto in urdu e arabo, ma non in persiano o pashto, le due lingue principali dell’Afghanistan, e all’epoca i traduttori non erano ammessi (alcuni mesi dopo, a seguito delle lamentele della comunità afghana locale, la motorizzazione ha aggiunto un test in persiano).
“Se mi fermavo alla fermata dell’autobus in Afghanistan, facevo un cenno a un taxi che si fermava e mi portava dove volevo andare“, ha detto. “Non c’è un paese bello come l’Afghanistan al mondo, se solo fosse abbastanza sicuro per viverci“.
Dopo 15 minuti, l’autobus arrivò. Hayanuddin, completamente bagnato, indossò una mascherina chirurgica, salì i gradini e si accomodò su un sedile vuoto. Mentre l’autobus procedeva a fatica lungo le strade tortuose, in direzione del centro, egli osservò gli altri passeggeri.
“Solo i poveri come me usano l’autobus“, notò.
Nel suo appartamento, mi aveva mostrato una pila di carte d’identità militari e di encomi degli americani con cui aveva lavorato, ognuno firmato da un soldato o da un ufficiale diverso, che lodava il suo servizio e faceva promesse che non potevano mantenere.
“Le sue azioni esemplari dimostrano il suo impegno generale non solo per salvaguardare il suo villaggio, il suo distretto e la sua provincia da coloro che infliggono danni agli innocenti, ma anche per garantire un futuro migliore a tutti i cittadini afghani attuali e futuri“, si leggeva in un certificato, firmato dal “Sergente Maggiore Scott” e dal “Comandante Josh” dell’unità delle Forze Speciali ODA 3115.
“La sua competenza, l’incrollabile dedizione al dovere e l’etica del lavoro hanno superato di gran lunga le mie aspettative e sono fonte di ispirazione per tutti coloro che lavorano con lui“, si legge in un altro certificato, firmato QSF – Qandahar Strike Force – National Security Unit 03 e datato marzo 2021.
“Negli ultimi 6 anni, ha dimostrato la sua totale lealtà alla sua unità. Il suo servizio al Paese è un esempio luminoso per tutti i suoi compagni di unità che lo circondano e dimostra un impegno costante per un Afghanistan libero e prospero“. Il documento è firmato da “Mac”, un consigliere statunitense.
“Il signor Ayanudin sarà una grande risorsa per la SRF-03“, si legge in un encomio del 2015, “e darà un contributo significativo a un Afghanistan libero e prospero“.
Cosa fare, ora, di quei documenti, di quelle parole?
Più di un’ora dopo essere uscito di casa, Hayanuddin è sbarcato all’angolo di una strada desolata e ha camminato per un isolato fino alla drogheria halal, un complesso di magazzini in mattoni con murales che parafrasano Martin Luther King Jr: “Solo nell’oscurità puoi vedere le stelle“.
All’interno, ha sostituito la giacca con un grembiule bianco ed è riapparso dietro il bancone della carne, dove usa una lama meccanizzata per affettare i petti di pollo.
Fonte
Il libro conteneva la serie di articoli che Craig Whitelock, giornalista del Washington Post, aveva iniziato a pubblicare sul quotidiano statunitense dal 9 dicembre 2019, facendo crollare i castelli di menzogne sull’allora quasi ventennale avventura bellica occidentale nel paese asiatico.
Come scrivemmo allora: «Ciò che emergeva dal dossier non era solo la differenza tra narrazione ufficiale e realtà fattuale. Uno degli elementi più stupefacenti è il fatto che nessuno capiva il motivo del prolungarsi della guerra e nemmeno della strategia adottata e persino – per quanto sembri assurdo – chi fosse il nemico».
Sebbene il contesto ucraino sia differente, bisognerebbe porsi qualche domanda alla luce di ciò che è emerso e sta emergendo a fatica sull’Afghanistan.
L’Occidente ha voluto rimuovere troppo in fretta la sua sconfitta e la fuga scomposta dal paese, così come la guerra sporca condotta contro la popolazione afghana in più di un ventennio di disastrosa occupazione militare.
Con l’escalation del febbraio scorso in Ucraina è stata messa poi una specie di “pietra tombale” sui misfatti occidentali nel paese, così come sulla lunga serie di crimini commessi, in particolare dagli anglo-americani, nel corso della loro Storia recente.
In generale, della sconfitta strategica dell’Occidente e delle menzogne sostenute per supportare tale impresa bellica, non si è voluto più parlare nonostante – mutatis mutandis – lo scenario ucraino si stia rivelando non meno insidioso.
Nel mentre non si vuole rivangare il passato, l’Unione Europea caldeggia l’idea della creazione di un “tribunale speciale” per giudicare l’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina, di fatto assecondando ulteriormente le proposte formulate dall’Ucraina e finora sostenute praticamente solo da Stati Baltici e Polonia.
Proprio per questo ci sembra utile “rimettere il dito nella piaga” e proporre la traduzione di questa recente inchiesta di The Intercept, che fa in parte luce su uno dei particolari rimossi della guerra sporca statunitense: le truppe d’élite afghane che agivano di fatto sotto il diretto controllo della CIA, la cui attività “contro-insurrezionale” si risolveva spesso nell’uso di veri e propri squadroni della morte per terrorizzare la popolazione locale.
Per una sorta di nemesi storica, i componenti di queste truppe arrivati negli USA, spesso sono poi diventati parte di quell’esercito di working poor che vive negli Stati Uniti.
Come afferma l’ex corrispondente del New York Times per l’Afghanistan, Fahim Abed, autore dell’inchiesta sugli ex componenti di queste truppe: «Le mie conversazioni con Hayanuddin e altri membri della milizia hanno fornito nuovi dettagli sulla struttura di comando, sulle operazioni e sugli ultimi giorni di vita di unità oscure che, pur essendo nominalmente supervisionate dai servizi segreti afghani, erano in realtà costruite, addestrate e in molti casi completamente controllate dalla CIA.
I loro combattenti detengono indizi su molti misteri della guerra, tra cui il modo in cui l’intelligence statunitense ha progettato e supervisionato anni di incursioni notturne mortali che hanno contribuito alla vittoria finale dei Talebani e il modo in cui un accordo segreto tra nemici di lunga data potrebbe aver accelerato il crollo fulmineo delle forze di sicurezza afghane lo scorso agosto.
Celebrati come “eroi” dai loro responsabili americani e da alcuni afghani che si oppongono ai Talebani, i miliziani come Hayanuddin erano temuti e detestati da molti afghani delle zone rurali, che hanno subito il peso delle loro strazianti incursioni. Mentre centinaia di membri dell’Unità Zero e i loro parenti più stretti sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, hanno lasciato dietro di sé famiglie allargate che hanno subito abusi, incarcerazioni e minacce di morte da parte del nuovo governo.»
Attraverso la traiettoria di queste milizie si può leggere il fallimento dell’impresa bellica statunitense nel Paese, ed il disperato tentativo delle autorità collaborazioniste di cercare di impedire la riconquista talebana del Paese utilizzandole come carne di cannone senza più la copertura statunitense.
Questo modus operandi non sembra essere molto differente da quello usato nel contesto ucraino, ma gli osservatori occidentali dell’informazione non sembrano farci caso, nonostante le evidenti similitudini.
Pensiamo che sia solo questione di tempo perché si ripeta lo stesso scenario, che sarà anch’esso ferocemente negato dagli apparati ideologici occidentali, fin quando l’evidenza empirica non stravolgerà la “narrazione dominante”; ed è anche per questo che legarsi mani e piedi alla follia bellicista delle élite occidentali appare l’ennesimo errore.
Buona lettura!
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L’evacuazione dei collaboratori afghani della CIA ha aperto una delle scatole più nere della guerra
L’evacuazione dei collaboratori afghani della CIA ha aperto una delle scatole più nere della guerra
Fahim Abed – The Intercept
Un sabato mattina di maggio, Hayanuddin Afghan, ex membro di una milizia sostenuta dalla CIA, che un tempo era la più brutale ed efficace forza anti-talebana del suo paese, mi ha accolto nella sua nuova casa in un quartiere collinare di Pittsburgh.
Mi ha invitato a entrare dalla cucina, dove sua moglie, incinta del loro quarto figlio, stava preparando il tradizionale pane afghano con la farina di Aldi. Il viaggio in centro per fare la spesa era una delle sfide più grandi della nuova vita di Hayanuddin a Pittsburgh. Si trattava di trasportare pesanti borse a casa a piedi e su diversi autobus urbani, di cui non conosceva gli orari perché non parlava inglese e non aveva scaricato l’apposita app.
“È difficile scendere da una posizione molto forte a una posizione molto debole“, mi ha detto Hayanuddin. In Afghanistan, “avevamo un valore. Era il nostro Paese e stavamo dando un senso a quel Paese. Ma ora, anche i nostri generali e comandanti sono tutti nella stessa situazione“.
In Afghanistan era impossibile parlare a lungo con i membri delle forze segrete dei commando, note come Unità Zero. Davano la caccia ai talebani con raid notturni ed erano accusati di aver ucciso civili, compresi i bambini.
Ma lo scorso settembre, Hayanuddin e i suoi compagni dell’Unità Zero sono stati i beneficiari dell’aspetto più riuscito del caotico ritiro dell’amministrazione Biden dall’Afghanistan: il salvataggio delle milizie alleate da parte della CIA. Il loro arrivo negli Stati Uniti nell’ultimo anno ha aperto una delle scatole più nere della guerra.
Le mie conversazioni con Hayanuddin e altri membri della milizia hanno fornito nuovi dettagli sulla struttura di comando, sulle operazioni e sugli ultimi giorni di vita di ‘unità oscure’ che, pur essendo nominalmente supervisionate dai servizi segreti afghani, erano in realtà costruite, addestrate e in molti casi completamente controllate dalla CIA.
I loro combattenti contengono indizi su molti misteri della guerra, tra cui il modo in cui l’intelligence statunitense ha progettato e supervisionato anni di incursioni notturne mortali che hanno contribuito alla vittoria finale dei Talebani e il modo in cui un accordo segreto tra nemici di lunga data potrebbe aver accelerato il crollo fulmineo delle forze di sicurezza afghane lo scorso agosto.
Celebrati come eroi dai loro responsabili americani e da alcuni afghani che si oppongono ai Talebani, i miliziani come Hayanuddin erano temuti e detestati da molti afghani delle zone rurali, che hanno subito il peso delle loro strazianti incursioni. Mentre centinaia di membri dell’Unità Zero e i loro parenti più stretti sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, hanno lasciato dietro di sé famiglie allargate che hanno subito abusi, incarcerazioni e minacce di morte da parte del nuovo governo.
La CIA non ha risposto a domande dettagliate sul suo ruolo nella supervisione, nell’evacuazione e nel reinsediamento dei membri dell’Unità Zero e se l’agenzia farà di più per aiutare i miliziani e le loro famiglie rimaste in Afghanistan.
“Gli Stati Uniti si sono impegnati con le persone che hanno lavorato per noi a creare un percorso concreto verso la cittadinanza statunitense per coloro che hanno dato tanto per assisterci nel corso degli anni”, mi ha detto un portavoce dell’agenzia in un’e-mail.
“Ci vorrà del tempo, ma non dimentichiamo mai i nostri partner e ci impegniamo ad aiutare coloro che ci hanno assistito. Continuiamo a lavorare a stretto contatto con il Dipartimento di Stato e con altre agenzie governative statunitensi in questo sforzo“.
“Per quanto riguarda le accuse di violazione dei diritti umani“, continua l’e-mail, “gli Stati Uniti prendono molto sul serio queste affermazioni e adottano misure straordinarie, al di là dei requisiti legali minimi, per ridurre le vittime civili nei conflitti armati e rafforzare la responsabilità per le azioni dei partner. Esiste una falsa narrativa su queste forze che si è protratta negli anni a causa di una sistematica campagna di propaganda da parte dei Talebani“.
Hayanuddin ha raccontato che lui e i suoi compagni si sono preoccupati di evitare di ferire i passanti durante le loro incursioni, usando persino gli altoparlanti per avvertire le donne di rimanere in casa o di ripararsi negli scantinati prima dell’inizio dei combattimenti.
“Per me era come una guerra santa“, ha detto. “Ero lì per colpire i cattivi“. Ma ha anche descritto i persistenti sentimenti di rabbia, colpa e rimorso e ha collegato la sua lotta a Pittsburgh al suo passato. A un certo punto si è chiesto ad alta voce se fosse stato punito.
“A volte non riesco a controllare la mia rabbia e la mia ansia“, mi ha detto. “Il mio cuore è così triste, come se qualcuno lo stesse stringendo con forza. Non so perché. Forse per quello che è successo a casa o per quello che sta succedendo qui“.
La fortuna cambia
Ho conosciuto Hayanuddin la scorsa primavera, in occasione di una festa di capodanno afghano in un parco di Pittsburgh, dove entrambi ci eravamo recentemente stabiliti come rifugiati. Ho lavorato per il New York Times a Kabul per cinque anni e ho fatto molti viaggi in prima linea per raccontare le forze di sicurezza afghane, anche nei giorni prima che i talebani conquistassero la capitale afghana lo scorso agosto.
Sono stato evacuato con altri dipendenti del Times a Houston, dove ho vissuto in un hotel per diversi mesi prima di ottenere un lavoro come giornalista visivo presso il Pittsburgh Tribune-Review e trasferirmi a nord.
All’inizio Hayanuddin non voleva parlarmi. Ma dopo diversi tentativi, si sentì più a suo agio, in parte perché pensava di parlare di un episodio della guerra ormai chiuso e in parte perché eravamo entrambi esuli dallo stesso luogo, che cercavano di iniziare una nuova vita a Pittsburgh pur desiderando la propria casa.
Hayanuddin aveva prestato servizio per sei anni con un’unità nota come 03, che combatteva i talebani nei deserti meridionali dell’Afghanistan dalla sua base in un complesso precedentemente occupato dall’ex leader talebano con un occhio solo, il Mullah Mohammed Omar.
Gli operatori speciali statunitensi avevano requisito la proprietà al loro arrivo a Kandahar nel 2001 e l’avevano trasformata in una ridotta per le forze di intelligence americane e afghane. Con centinaia di altri combattenti dell’Unità Zero, Hayanuddin attraversò le linee del fronte negli ultimi giorni di guerra per raggiungere la Base Eagle di Kabul, controllata dalla CIA.
Da lì, è stato trasportato in aereo all’aeroporto internazionale Hamid Karzai, dove ha lavorato brevemente alla sicurezza prima di ricevere 8.000 dollari in contanti – metà dello stipendio di un anno – e volare con la moglie e i tre figli piccoli a Fort Dix.
A 37 anni, con un’istruzione di seconda media, Hayanuddin, insieme ai suoi compagni, sta affrontando un rovescio di fortuna umiliante, esasperante e assolutamente inaccettabile.
Dopo quasi due decenni trascorsi come proxy americano – dalla guardia alle basi statunitensi all’uccisione di afghani in collaborazione con l’agenzia di intelligence più potente del mondo – è approdato, come rifugiato povero e vulnerabile, in un appartamento con tre camere da letto e tende a fiori che ha dovuto far installare dall’agenzia di reinsediamento in conformità con la cultura pashtun, che prevede che una donna debba essere protetta dagli occhi degli estranei di passaggio.
Le Unità Zero, note anche come Counterterrorism Pursuit Teams, sono nate subito dopo l’arrivo dei primi agenti militari e di intelligence statunitensi in Afghanistan, in seguito agli attacchi dell’11 settembre. Formate nel 2002, hanno operato interamente sotto il controllo degli Stati Uniti fino al 2012, come mi ha raccontato ad agosto da Londra il Gen. Yasin Zia, ex capo di stato maggiore dell’esercito afghano, dove guida una forza di resistenza anti-talebana.
“Il governo afghano non ha avuto alcuna interferenza in queste unità“, ha detto Zia, che ha ricoperto per molti anni ruoli di alto livello nel governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti, tra cui quello di vicedirettore del servizio di intelligence afghano, il Direttorato Nazionale della Sicurezza, che negli ultimi anni ha avuto nominalmente la supervisione delle unità.
La prima di quelle che sarebbero diventate le Unità Zero operava nell’Afghanistan orientale, in un’area montuosa lungo il confine con il Pakistan dove i Talebani e altri militanti spesso si rifugiavano tra un attacco e l’altro alle forze governative statunitensi, della NATO e afghane. Questa milizia, nota come Khost Protection Force o KPF, copriva la regione sud-orientale del paese.
In seguito, la CIA creò e addestrò almeno altre tre unità: la 01, che operava nelle province di Kabul, Logar e Wardak nell’Afghanistan centrale; la 02, con sede a Jalalabad, che combatteva nella parte orientale; e l’unità di Hayanuddin, la 03, con sede a Kandahar che combatteva nel sud del Paese.
Nel 2010, su pressione dell’allora presidente afghano Hamid Karzai, i funzionari statunitensi accettarono di trasferire la supervisione delle Unità Zero all’NDS “fisicamente, ma non tecnicamente“, ha detto Zia. “Avevamo i nomi e i gradi dei membri delle Unità Zero“, mi ha detto. “Ma il loro stipendio era pagato dagli americani, i loro obiettivi erano forniti dagli americani e fino alla fine gli americani erano con queste unità“.
Con la transizione dell’amministrazione Obama dalle operazioni di combattimento a una missione di consulenza e antiterrorismo in Afghanistan, dopo il 2011, gli Stati Uniti hanno ceduto il controllo di alcune Unità Zero al governo di Karzai, ha dichiarato Zia. Ma la CIA ha mantenuto il controllo di altre unità chiave, tra cui la 01 con sede a Kabul, la KPF e la 03 di Hayanuddin.
Le unità avevano come obiettivo i Talebani, la Rete Haqqani e Al Qaeda, ma non dovevano rendere conto al governo afghano, nemmeno al presidente. Nel 2019, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale dell’Afghanistan, Hamdullah Mohib, rispose alle accuse di uccisioni extragiudiziali da parte della 01 – compresi i massacri di bambini nelle madrasse – osservando che l’unità operava “in collaborazione con la CIA“.
Hayanuddin ha assistito in prima fila al disastroso ritiro americano dall’Afghanistan e ora può descrivere ciò che ha visto e sentito negli ultimi mesi di guerra.
Le Unità Zero erano state costruite per lavorare in tandem con il supporto aereo degli Stati Uniti, ma nell’agosto del 2020, un anno prima del crollo del governo del presidente afghano Ashraf Ghani, le forze statunitensi hanno iniziato a ridurre radicalmente il supporto aereo per la sua unità, racconta Hayanuddin.
“I nostri consiglieri americani lasciarono le nostre basi per Kabul e gli elicotteri che aspettavano nella nostra base ai margini di Kandahar City partirono con loro“, ha ricordato. “I nostri comandanti riferivano agli americani solo delle nostre operazioni e gli americani dicevano solo: ‘Andate avanti’. Non lavoravamo più a stretto contatto come prima“.
Quando gli americani hanno tolto loro gli aerei, le missioni degli afghani sono diventate molto più insidiose. “Gli aerei di sorveglianza americani ci dicevano quante persone c’erano all’interno di un edificio, quante erano armate e quali armi avevano“, ha detto Hayanuddin. “Ma questi dettagli all’improvviso non c’erano più“.
Senza il supporto aereo degli Stati Uniti e con la neonata aeronautica afghana incapace di fornire informazioni comparabili, altri membri dell’Unità Zero sono rimasti feriti. Anche gli aerei che un tempo li trasportavano in pochi minuti negli ospedali da campo non c’erano più.
Nel febbraio 2020, quando i droni e gli altri velivoli statunitensi sorvolavano le loro operazioni, uno dei compagni di Hayanuddin, Akmal, fu fatto saltare in aria da una bomba sul ciglio della strada. Gli americani lo hanno trasportato in aereo in un ospedale militare e lui è sopravvissuto, dice Hayanuddin, anche se ha perso entrambe le gambe.
Otto mesi dopo, un altro membro dell’unità, Shahidullah, fu colpito due volte all’addome. Questa volta non c’era un ponte aereo e l’unità di Hayanuddin rimase bloccata in territorio nemico. Shahidullah morì sul posto.
Dopo l’insediamento del presidente Joe Biden nel gennaio 2021, la CIA ha dato all’NDS un anno di budget per le Unità Zero e ha detto che l’agenzia non le avrebbe più supportate, ha dichiarato Zia a The Intercept da Londra. Ma le ultime Unità Zero sono state trasferite al controllo afghano solo dopo che Biden ha annunciato il ritiro completo degli Stati Uniti nell’aprile 2021 e le ultime forze americane e gli operatori dell’intelligence hanno iniziato a partire.
“Come suicidarsi”
Le Unità Zero sono state progettate per catturare e uccidere in raid mirati, non per combattere sui campi di battaglia. Erano ampiamente conosciute come le unità d’élite più efficaci delle forze di sicurezza afghane e la scorsa estate, quando l’esercito americano si è ritirato e i talebani sono avanzati, molti nel governo Ghani e nelle forze armate afghane hanno guardato a loro come a una salvezza.
“Non sono sicuro che i nostri comandanti abbiano ricevuto tangenti dai funzionari provinciali o dal governo di Kabul“, ha detto Hayanuddin. “Ma hanno iniziato a chiudere un occhio sui nostri standard e a mandarci in diverse missioni al giorno facendoci subire pesanti perdite“.
Ad un certo punto sette o otto membri dell’unità venivano uccisi ogni mese, ha detto, una percentuale senza precedenti per l’unità d’élite. “Una volta, ricordo che tutti i membri della nostra unità si misero a piangere e a protestare per il sovrautilizzo. I nostri comandanti non ci hanno mai ascoltato. Ci costringevano comunque a partecipare a operazioni in tutto il sud“.
Con l’aumento delle perdite e l’intensificarsi della guerra, il morale dei membri dell’Unità Zero crollò, come mi ha raccontato un medico afghano che ha combattuto per la 02. Come Hayanuddin, il medico è stato evacuato la scorsa estate; mi ha chiesto di non usare il suo nome per paura di ripercussioni, ora che lui e la sua famiglia sono negli Stati Uniti.
Quando il suo comandante chiedeva ai membri della milizia di andare in missione, mi ha detto il medico, alcuni svenivano. Dicevano che “andare in un’operazione è come suicidarsi“, ha ricordato, “perché non c’è supporto aereo e non ci sono abbastanza armi e attrezzature“.
Le voci secondo cui i colloqui di pace tra gli Stati Uniti e i Talebani in Qatar avrebbero portato a un accordo per consegnare l’Afghanistan ai Talebani non hanno aiutato. “I Talebani inviavano gli anziani delle tribù alle varie forze di sicurezza e dicevano loro che a Doha era stato deciso che la provincia in cui si trovavano sarebbe stata consegnata ai Talebani, quindi era meglio non combattere ed evitare le perdite“, ha detto il medico. “Le forze di sicurezza avrebbero accettato e rinunciato a combattere“.
Le forze di sicurezza afghane non sono riuscite a far fronte alle perdite. Solo nel maggio del 2021 sono state uccise più di 400 uomini delle forze filogovernative. Gli afghani non erano più disposti a entrare nelle forze di sicurezza perché il lavoro era diventato troppo pericoloso.
“Avevamo persone molto intelligenti nella nostra unità“, ha detto Hayanuddin. “Ricordo che in un solo giorno uno dei nostri ragazzi, senza un equipaggiamento adeguato, ha eliminato quasi 30 bombe stradali” nel distretto di Maiwand, una roccaforte talebana a ovest di Kandahar.
Nella primavera del 2021, i combattenti con 03 hanno ripetutamente costretto i talebani a lasciare il distretto di Arghandab a Kandahar, ma quando l’esercito e la polizia afghana hanno preso il controllo, i talebani sono tornati indietro.
Sia Hayanuddin che il medico di 02 sospettano che le forze di sicurezza afghane abbiano ceduto il sud non perché sconfitte sul campo di battaglia, ma come parte di un accordo politico. Non erano i soli a pensarlo. Nell’estate del 2021, i Talebani hanno preso il controllo di decine di avamposti della polizia afghana nei distretti che circondano Kandahar.
“La leadership delle forze di sicurezza afghane ha chiesto alle forze di terra in molte province del paese di smettere di combattere. Abbiamo visto sui social media video in cui i soldati piangevano quando gli veniva detto di lasciare gli avamposti e di gettare le armi“, mi ha detto Mirza Mohammad Yarmand, ex vice ministro degli Interni afghano e analista militare.
“Questo significa che si è trattato di un accordo politico che ha portato a un’ondata di crolli di centinaia di avamposti, prima di tutto nel sud del paese“.
I soldati che hanno insistito nel combattere si sono visti tagliare le linee di rifornimento e non hanno ricevuto il supporto necessario, ha detto Yarmand, aggiungendo che quando le forze afghane nella provincia settentrionale di Takhar hanno voluto resistere, hanno potuto scegliere se arrendersi ai talebani o dirigersi verso le montagne del Panjshir, dove erano rintanate le ultime forze che resistevano ai talebani.
Vicino a Kandahar, l’unità di Hayanuddin si imbatté in agenti di polizia che cercavano di fuggire. “Dicevano che il loro avamposto era stato catturato dai talebani“, ricorda. “Li abbiamo portati con noi e non c’erano talebani nel loro avamposto. Quando abbiamo chiesto il motivo, ci hanno risposto che il loro anziano tribale aveva detto loro di lasciare l’avamposto ai talebani. Questo è solo un esempio, ma è successo molte volte“.
Nel giugno del 2021, lo 03 fu schierato da una linea del fronte all’altra mentre un distretto dopo l’altro cadeva sotto i colpi degli insorti. Alla fine di quel mese, quasi la metà dei distretti dell’Afghanistan era sotto il controllo dei Talebani.
Mentre i combattimenti si intensificavano, le altre forze di sicurezza afghane riponevano le loro speranze nelle Unità Zero. Il 4 agosto 2021, mi trovavo con l’Unità di Resistenza della Polizia Nazionale Afghana fuori dalla prigione di Sarposa, una delle principali linee del fronte a Kandahar. I combattimenti si sono intensificati in una zona periferica della città proprio quando la mitragliatrice della polizia ha smesso di funzionare. Ho chiesto a Shafiqullah Kaliwal, un comandante dell’unità, cosa avrebbero fatto.
“Arriverà la 03“, mi ha detto, “e respingerà i talebani nei loro avamposti originari“.
Il giorno dopo, Kaliwal mi disse che lo 03 era effettivamente arrivato in loro soccorso e aveva costretto i talebani a ritirarsi. Ma quando l’Unità Zero si è spostata, i Talebani hanno rapidamente riconquistato il territorio.
Zia ha confermato che la pressione sulle Unità Zero era insostenibile. Negli ultimi quattro mesi di guerra a Kandahar, ha detto Zia, “le perdite delle Unità Zero sono state molto elevate. Non erano paragonabili a quelle degli ultimi 20 anni di guerra. Il motivo è che non sono state utilizzate in modo professionale“.
Un accordo segreto
Uno dei tanti misteri degli ultimi giorni di guerra è stato il modo in cui le Unità Zero sono riuscite a farsi strada attraverso il territorio controllato dai Talebani fino a Kabul, dove sono state evacuate negli Stati Uniti e in altri paesi. Un apparente accordo tra i Talebani e gli Stati Uniti aiuta a spiegare la loro improbabile fuga.
L’11 agosto 2021, una delle principali linee di difesa del governo a Kandahar City crollò a causa dei talebani. Hayanuddin era in licenza in quel momento, ma il giorno dopo, racconta, i suoi compagni dello 03 e altre forze di sicurezza si recarono al Kandahar Air Field, che a quel punto era in territorio talebano. Lì trascorsero due giorni in attesa di essere trasportati a Kabul.
Il 14 agosto, i talebani conquistarono la città di Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, dove Hayanuddin stava trascorrendo la sua licenza con la famiglia. Terrorizzati, lui e suo fratello minore, che aveva prestato servizio anche lui nello 03, rimasero svegli tutta la notte, cercando di contattare il comandante di Hayanuddin per ricevere ordini.
Quando finalmente lo raggiunsero, il comandante disse loro di raggiungere Kabul. La mattina dopo salirono su un taxi e partirono per un viaggio ansioso di due ore attraverso il territorio ora controllato dai loro nemici. Se qualcuno li avesse identificati, pensavano, sarebbero stati uccisi.
Ma il viaggio è stato molto più facile del previsto: uno dopo l’altro, i combattenti talebani che presidiavano i posti di blocco li hanno lasciati passare.
“Non sapevamo cosa stesse succedendo“, mi ha detto Hayanuddin. “Erano il nostro nemico. Stavamo combattendo intensamente solo un giorno prima del crollo, ma ora stavamo rimanendo nel loro territorio o lo attraversavamo in auto. Pensavamo di correre un grosso rischio, ma ora che ci penso, sembra che i Talebani non volessero attaccarci come parte del loro accordo con gli Stati Uniti“.
Non sono stati solo alcuni ragazzi in taxi a riuscire ad attraversare i posti di blocco talebani con facilità. Il 15 agosto, il giorno in cui Kabul cadde in mano ai talebani, il medico di 02 mi ha raccontato di aver guidato da Jalalabad a Kabul con i suoi compagni di unità in un convoglio di centinaia di veicoli militari carichi di armi e attrezzature.
Il medico pensava che avrebbero dovuto combattere per superare i posti di blocco, ma ogni volta i soldati talebani chiamavano i loro comandanti e facevano passare lui e gli altri miliziani afghani.
I Talebani hanno permesso ai membri dell’Unità Zero di attraversare in sicurezza le loro linee del fronte negli ultimi giorni di guerra perché si erano accordati con il governo degli Stati Uniti per farlo, secondo il medico di 02 e due ex funzionari dell’intelligence afghana, che hanno chiesto di non essere nominati perché temevano ripercussioni da parte dei Talebani per aver parlato con un giornalista.
Il piano di evacuazione degli Stati Uniti dipendeva dai membri dell’Unità Zero che si occupavano della sicurezza all’aeroporto di Kabul e gli americani avevano detto a quei combattenti di procurarsi i passaporti poco prima del crollo della repubblica, ha detto Zia, l’ex funzionario senior della sicurezza.
La CIA ha rifiutato di commentare. I Talebani non hanno risposto alle ripetute richieste di commento.
Hayanuddin e suo fratello sono arrivati sani e salvi alla Base Eagle, la sede di Kabul della CIA e dello 01, dove hanno trascorso tre notti. Una dopo l’altra, le Unità Zero sono salite a bordo di elicotteri Chinook e hanno lasciato la base per l’aeroporto di Kabul: prima la 01, poi la 02 e infine l’unità di Hayanuddin, la 03.
Hayanuddin trascorse cinque notti all’aeroporto, garantendo la sicurezza per l’evacuazione di migliaia di afghani disperati. In quei giorni e in seguito, i membri dell’Unità Zero sono stati accusati di aver sparato sulla folla e di aver picchiato i civili afghani che cercavano di andarsene.
Hayanuddin ha negato di aver maltrattato le persone all’aeroporto, ma il mio incontro con un combattente dell’Unità Zero il 19 agosto suggerisce che le accuse sono vere.
Mentre mi facevo strada tra la folla davanti al terminal dell’aeroporto, cercando di raggiungere il mio collega americano e i Marines statunitensi, un membro delle Unità Zero mi ha fermato. Ho spiegato chi ero e dove stavo andando, ma il combattente mi ha ordinato di sedermi. Se non l’avessi fatto, disse, mi avrebbe sparato con decine di proiettili e nessuno l’avrebbe interrogato.
Finalmente fu il turno di Hayanuddin di chiamare la sua famiglia per raggiungerlo su un volo per gli Stati Uniti, via Abu Dhabi e Germania. Come molti afghani, Hayanuddin era sposato con due donne.
Una delle sue mogli, di cui mi ha chiesto di non fare il nome, si era trasferita a Nangarhar con i loro tre figli diversi mesi prima del crollo e uno dei suoi fratelli era riuscito ad accompagnarli a Kabul per incontrare Hayanuddin all’aeroporto. Ma l’altra moglie di Hayanuddin era ancora nella sua provincia natale di Kunar con i loro quattro figli quando la Repubblica è caduta.
“La mia prima moglie, che si trovava a Kunar, non è potuta arrivare a Kabul“, mi ha detto, “perché non c’era nessuno ad accompagnarla“.
Hayanuddin si è lasciato alle spalle anche i genitori e i fratelli, compreso il fratello che aveva prestato servizio al suo fianco nello 03. Gli americani si sono rifiutati di evacuarlo, ha detto Hayanuddin, perché aveva lasciato l’unità un anno prima che i talebani prendessero il controllo.
Riconoscenti, ma arrabbiati
A Pittsburgh, Hayanuddin e altri membri dell’Unità Zero trovarono lavoro in una drogheria halal. Uno di loro era Khan Wali Momand, un ex preside di scuola che ha iniziato a lavorare per 02 a Jalalabad come guardia di sicurezza nel 2017. Momand ora vive con la moglie e i figli in un alloggio della Sezione 8 a Duquesne, un sobborgo di Pittsburgh.
Quando l’ho incontrato, stava scaricando degli scatoloni; da allora ha trovato un altro lavoro in un altro negozio di alimentari locale, che preferisce perché non comporta il sollevamento di carichi pesanti.
Momand ha iniziato a lavorare con la 02 grazie a suo fratello, Inayatullah, che secondo lui ha prestato servizio per 16 anni nell’unità, ma ha lasciato l’incarico pochi giorni prima del crollo del governo perché sua moglie era malata.
Come il fratello di Hayanuddin, Inayatullah è stato lasciato indietro quando i Talebani hanno preso il potere e lui e gli altri parenti di Momand sono diventati immediatamente oggetto di ritorsioni. Inayatullah si è nascosto e quando ho parlato con Momand questa primavera, era consumato dal dolore e dalla preoccupazione. “Ogni volta che ricevo una chiamata da casa“, mi ha detto Momand, “penso che ci saranno brutte notizie“.
Questa primavera, alcuni membri dei Talebani hanno rapito due nipoti adolescenti di Momand e li hanno trattenuti per cinque giorni nel tentativo di costringere la famiglia a consegnare Inayatullah. I nipoti sono stati rilasciati dopo che gli anziani tribali della zona hanno promesso di aiutare i talebani a trovare Inayatullah. Momand ha chiesto un visto speciale per immigrati per venire negli Stati Uniti, ma non ha ancora ricevuto risposta.
“Eravamo così fedeli agli americani che non avremmo lasciato le loro valigie sul campo di battaglia, ma ora stanno abbandonando mio fratello, che li ha aiutati per 16 anni“, mi ha detto Momand. “Durante le missioni con 02 è successo molte volte che un consigliere o un soldato americano venisse colpito e noi rischiassimo la vita per portarlo via dal campo di battaglia. Guarda il nostro livello di lealtà e il loro livello di lealtà“.
Momand è profondamente combattuto per il suo ruolo nella guerra. Quando cinque anni fa ha iniziato a lavorare con gli americani, si è attirato l’inimicizia dei talebani e di molti conoscenti. Nel suo villaggio conservatore, ha avuto difficoltà a difendere la sua decisione e a spiegare in che modo aiutare gli americani avrebbe giovato al suo Paese.
Ora si chiede se abbia fatto la scelta giusta e se ne sia valsa la pena, visto il prezzo che lui e la sua famiglia hanno pagato. A Duquesne è un estraneo e potrebbe non poter più tornare in Afghanistan. Si chiede se si sia unito alla 02 per le ragioni sbagliate o se sia stato usato? Ha tradito il suo paese, il suo popolo, dopo tutto?
Momand ha detto di essere grato a Biden. “Non ci ha abbandonato ai talebani. Se fossi stato abbandonato in Afghanistan, io e tutta la mia famiglia saremmo già stati uccisi“, ha detto. “Ma negli Stati Uniti non c’è nessuno che possa salvarmi dalla difficile situazione in cui mi trovo“.
Quando la nostra conversazione si è conclusa, la rabbia di Momand si è accesa. Ha raccontato la sua storia molte volte agli operatori delle agenzie di reinsediamento e di altre organizzazioni umanitarie. “Tutti vengono qui e chiedono dei miei problemi e di quelli della mia famiglia, ma non vedo alcun risultato nel raccontare queste storie“, ha detto. “Vi piace ascoltare la mia dolorosa storia di vita?“.
Solo nell’oscurità
A casa di Hayanuddin, in quella piovosa mattina di maggio, fu stesa una tovaglia sul tappeto del soggiorno e ci sedemmo attorno ad essa mentre sua moglie e sua figlia di 9 anni, Simina, portavano pagnotte di pane fresco caldo, uova, yogurt caldo e un thermos gigante di tè nero dolce e lattiginoso.
Mentre mangiavamo, Hayanuddin teneva d’occhio il suo telefono. Alle 9 del mattino suonò la sveglia e Simina gli portò un paio di calzini bianchi da ginnastica, una giacca e un ombrello. In Afghanistan, i suoi consiglieri americani avevano sottolineato la necessità di essere puntuali, arrivando spesso con 15 minuti di anticipo alle riunioni con le loro controparti afghane. Temeva che se fosse arrivato in ritardo al lavoro, sarebbe stato licenziato. E aveva bisogno di questo lavoro.
Mi ha detto che portava a casa circa 1.600 dollari al mese al netto delle tasse. L’agenzia di reinsediamento copriva i primi tre mesi di affitto del suo appartamento a Pittsburgh; dopo, avrebbe dovuto spendere 1.500 dollari al mese, quasi l’intero stipendio, per l’affitto e le utenze. Riceveva anche dei buoni pasto, ma il bilancio familiare era molto limitato.
La sua casa si trovava a circa cinque miglia dal negozio di alimentari halal, un tragitto facile di 15 minuti. Ma il viaggio in autobus, compreso il trasferimento in centro, poteva durare più di un’ora. In questo giorno avrebbe lavorato per nove ore, arrivando a casa tra le 21 e le 22. La famiglia, compresi i bambini, avrebbe cenato insieme fino a tardi. Poi chiamavano l’Afghanistan, in modo che Hayanuddin e sua moglie potessero parlare con i loro genitori e i genitori con i loro nipoti.
È stato suo padre, dice Hayanuddin, a convincerlo ad andare negli Stati Uniti l’anno scorso. “Se i talebani venissero e ti decapitassero davanti a noi o ti sparassero in testa davanti a noi, sarebbe un trauma molto grande per tutta la nostra vita“, gli ha detto suo padre lo scorso agosto. “Quindi, se vuoi risparmiarci questo dolore, dovresti andartene“.
A volte se ne pente. “Non siamo venuti qui volontariamente e non è facile“, mi ha detto. “È la lotta di tutti i giorni. E poi hai una famiglia che ti guarda e spera che tu sistemi tutto“.
Alle 9:20, Hayanuddin indossò una giacca nera e si diresse alla fermata dell’autobus, un palo di legno con un’insegna di metallo ai margini di una strada trafficata. Inarca le spalle contro la pioggia e tira una boccata di Marlboro Red. L’agenzia di reinsediamento gli aveva dato delle tessere di viaggio, ma quando queste si sarebbero esaurite avrebbe dovuto spendere i suoi soldi per il biglietto dell’autobus.
In Afghanistan, guidava pesanti veicoli militari su terreni montuosi indossando occhiali per la visione notturna. Ma a Pittsburgh non poteva ottenere la patente di guida. Il test era offerto in urdu e arabo, ma non in persiano o pashto, le due lingue principali dell’Afghanistan, e all’epoca i traduttori non erano ammessi (alcuni mesi dopo, a seguito delle lamentele della comunità afghana locale, la motorizzazione ha aggiunto un test in persiano).
“Se mi fermavo alla fermata dell’autobus in Afghanistan, facevo un cenno a un taxi che si fermava e mi portava dove volevo andare“, ha detto. “Non c’è un paese bello come l’Afghanistan al mondo, se solo fosse abbastanza sicuro per viverci“.
Dopo 15 minuti, l’autobus arrivò. Hayanuddin, completamente bagnato, indossò una mascherina chirurgica, salì i gradini e si accomodò su un sedile vuoto. Mentre l’autobus procedeva a fatica lungo le strade tortuose, in direzione del centro, egli osservò gli altri passeggeri.
“Solo i poveri come me usano l’autobus“, notò.
Nel suo appartamento, mi aveva mostrato una pila di carte d’identità militari e di encomi degli americani con cui aveva lavorato, ognuno firmato da un soldato o da un ufficiale diverso, che lodava il suo servizio e faceva promesse che non potevano mantenere.
“Le sue azioni esemplari dimostrano il suo impegno generale non solo per salvaguardare il suo villaggio, il suo distretto e la sua provincia da coloro che infliggono danni agli innocenti, ma anche per garantire un futuro migliore a tutti i cittadini afghani attuali e futuri“, si leggeva in un certificato, firmato dal “Sergente Maggiore Scott” e dal “Comandante Josh” dell’unità delle Forze Speciali ODA 3115.
“La sua competenza, l’incrollabile dedizione al dovere e l’etica del lavoro hanno superato di gran lunga le mie aspettative e sono fonte di ispirazione per tutti coloro che lavorano con lui“, si legge in un altro certificato, firmato QSF – Qandahar Strike Force – National Security Unit 03 e datato marzo 2021.
“Negli ultimi 6 anni, ha dimostrato la sua totale lealtà alla sua unità. Il suo servizio al Paese è un esempio luminoso per tutti i suoi compagni di unità che lo circondano e dimostra un impegno costante per un Afghanistan libero e prospero“. Il documento è firmato da “Mac”, un consigliere statunitense.
“Il signor Ayanudin sarà una grande risorsa per la SRF-03“, si legge in un encomio del 2015, “e darà un contributo significativo a un Afghanistan libero e prospero“.
Cosa fare, ora, di quei documenti, di quelle parole?
Più di un’ora dopo essere uscito di casa, Hayanuddin è sbarcato all’angolo di una strada desolata e ha camminato per un isolato fino alla drogheria halal, un complesso di magazzini in mattoni con murales che parafrasano Martin Luther King Jr: “Solo nell’oscurità puoi vedere le stelle“.
All’interno, ha sostituito la giacca con un grembiule bianco ed è riapparso dietro il bancone della carne, dove usa una lama meccanizzata per affettare i petti di pollo.
Fonte
19/08/2022
Usa - Meno arruolamenti e più milizie private
Il mito dell’esercito statunitense è in forte declino all’interno di una federazione dove si moltiplicano invece le milizie paramilitari. L’esercito potrebbe non raggiungere il suo obiettivo di reclutamento per almeno il 25% degli obiettivi che si era dato nel 2022.
La diminuzione sarebbe di 10 mila reclute per l’anno in corso, rispetto alle 60 mila previste e di circa 20 mila nel 2023.
Christine Wormuth, portavoce della Difesa, ha spiegato al Congresso che l’obiettivo finale previsto di 476 mila soldati per l’esercito a stelle e strisce non è realizzabile.
Il punto è che non si tratta di problemi di budget che, al contrario, sembra crescere all’infinito per il Pentagono. Le spese di bilancio federali per le guerre successive all’11 settembre includono molte spese ben oltre gli stanziamenti diretti di guerra del Congresso.
I circa 2300 miliardi di dollari di stanziamenti del Congresso durante l’anno fiscale 2022 per “Operazioni di emergenza all’estero”, che includono il combattimento nelle zone di guerra post-11 settembre e l’assistenza internazionale attraverso il Dipartimento di Stato, sono solo la punta di un iceberg.
Altre spese direttamente correlate alla Guerra al Terrore includono aggiunte al budget “di base” del Pentagono, circa 900 miliardi di dollari per tutto il 2022.
Eppure il Pentagono offre un bonus di arruolamento fino a 50 mila dollari. Ma molti degli aspiranti quando si presentano non superano i test di idoneità fisica e mentale.
Gli analisti hanno iniziato ad accorgersi del problema inizialmente ritenendo che la crisi fosse dovuta alla chiusure delle scuole in seguito al covid, durata quasi due anni. Le scuole superiori erano da sempre un bacino di pesca per l’esercito. Ma ora che questa scusa non è più valida con la riapertura, si sono trovati dinanzi a una crisi profondamente sociale del rapporto dei cittadini con il proprio esercito.
Sono stati resi noti ai media, ad esempio, i messaggi crittografati in cui ufficiali dell’esercito lo scorso anno deploravano, in merito al ritiro dall’Afghanistan, di essere stati costretti a lasciare indietro gli statunitensi.
“Siamo un fottuto re che abbandona i cittadini americani”, ha scritto un colonnello dell’82esimo distaccamento aviotrasportato. Secondo quanto riferito, le truppe regolari erano contrariate dal fatto che non fosse loro permesso di andare a salvare i cittadini statunitensi, come hanno fatto le forze britanniche e francesi.
I rapporti dell’epoca rivelarono una vera e propria rabbia tra le truppe per il modo in cui venivano usate. Un gruppo di alti ufficiali militari in pensione ha chiesto le dimissioni del Segretario alla Difesa Lloyd Austin. I membri del servizio hanno apertamente deriso il generale Mark Milley, presidente dei Joint Chiefs, l’organismo dei più alti dirigenti in uniforme all’interno del Dipartimento della Difesa.
L’esercito deve quindi affrontare adesso la peggior crisi di reclutamento da quando è diventato soltanto volontario, nel 1973.
Ne approfittano naturalmente i conservatori per attaccare il presidente Joe Biden, accusato per le sue aperture alla presenza di persone Lgbtqi di aver “demascolinizzato” l’esercito (sic!). In realtà una parte dell’astio dei repubblicani più retrivi si è manifestato per l’obbligo del vaccino contro il covid imposto da Biden a tutto l’esercito, che ha comportato 1100 espulsioni tra i soldati, 800 in aeronautica, mille in Marina e 2 mila espulsioni tra i marines.
La realtà è come sempre più materiale. Il mercato del lavoro negli Usa è diventato più competitivo poiché il tasso di disoccupazione è sceso al 3,6% e in particolare il settore privato è diventato più competitivo. Aziende come Amazon e Starbucks offrono 15 dollari l’ora per i nuovi dipendenti, rendendo questi lavori più attraenti per i giovani.
E senza rischiare di morire in battaglia, che non è un elemento da sottovalutare.
C’è infine un’ultima considerazione da fare riguardo al calo di patriottismo che innegabilmente prescinde, visti i numeri, dalle questioni materiali.
Gli Usa non sono più la potenza vincente dai tempi del Vietnam, lo shock dell’11 settembre, il fallimento in Afghanistan, i focolai di guerra rimasti irrisolti in Iraq e in Siria. Dal 2008, anno dell’elezione di Obama, al 2012, il numero dei gruppi definiti quali “patriottici” è cresciuto dell’813%, passando da 149 a ben 1360.
Sono gruppi paramilitari armati e si oppongono tutti al centralismo del governo federale. Tra i miliziani si nascondono spesso gli autori di stragi come quella di Oklahoma e nelle scuole negli ultimi dieci anni.
Fonte
La diminuzione sarebbe di 10 mila reclute per l’anno in corso, rispetto alle 60 mila previste e di circa 20 mila nel 2023.
Christine Wormuth, portavoce della Difesa, ha spiegato al Congresso che l’obiettivo finale previsto di 476 mila soldati per l’esercito a stelle e strisce non è realizzabile.
Il punto è che non si tratta di problemi di budget che, al contrario, sembra crescere all’infinito per il Pentagono. Le spese di bilancio federali per le guerre successive all’11 settembre includono molte spese ben oltre gli stanziamenti diretti di guerra del Congresso.
I circa 2300 miliardi di dollari di stanziamenti del Congresso durante l’anno fiscale 2022 per “Operazioni di emergenza all’estero”, che includono il combattimento nelle zone di guerra post-11 settembre e l’assistenza internazionale attraverso il Dipartimento di Stato, sono solo la punta di un iceberg.
Altre spese direttamente correlate alla Guerra al Terrore includono aggiunte al budget “di base” del Pentagono, circa 900 miliardi di dollari per tutto il 2022.
Eppure il Pentagono offre un bonus di arruolamento fino a 50 mila dollari. Ma molti degli aspiranti quando si presentano non superano i test di idoneità fisica e mentale.
Gli analisti hanno iniziato ad accorgersi del problema inizialmente ritenendo che la crisi fosse dovuta alla chiusure delle scuole in seguito al covid, durata quasi due anni. Le scuole superiori erano da sempre un bacino di pesca per l’esercito. Ma ora che questa scusa non è più valida con la riapertura, si sono trovati dinanzi a una crisi profondamente sociale del rapporto dei cittadini con il proprio esercito.
Sono stati resi noti ai media, ad esempio, i messaggi crittografati in cui ufficiali dell’esercito lo scorso anno deploravano, in merito al ritiro dall’Afghanistan, di essere stati costretti a lasciare indietro gli statunitensi.
“Siamo un fottuto re che abbandona i cittadini americani”, ha scritto un colonnello dell’82esimo distaccamento aviotrasportato. Secondo quanto riferito, le truppe regolari erano contrariate dal fatto che non fosse loro permesso di andare a salvare i cittadini statunitensi, come hanno fatto le forze britanniche e francesi.
I rapporti dell’epoca rivelarono una vera e propria rabbia tra le truppe per il modo in cui venivano usate. Un gruppo di alti ufficiali militari in pensione ha chiesto le dimissioni del Segretario alla Difesa Lloyd Austin. I membri del servizio hanno apertamente deriso il generale Mark Milley, presidente dei Joint Chiefs, l’organismo dei più alti dirigenti in uniforme all’interno del Dipartimento della Difesa.
L’esercito deve quindi affrontare adesso la peggior crisi di reclutamento da quando è diventato soltanto volontario, nel 1973.
Ne approfittano naturalmente i conservatori per attaccare il presidente Joe Biden, accusato per le sue aperture alla presenza di persone Lgbtqi di aver “demascolinizzato” l’esercito (sic!). In realtà una parte dell’astio dei repubblicani più retrivi si è manifestato per l’obbligo del vaccino contro il covid imposto da Biden a tutto l’esercito, che ha comportato 1100 espulsioni tra i soldati, 800 in aeronautica, mille in Marina e 2 mila espulsioni tra i marines.
La realtà è come sempre più materiale. Il mercato del lavoro negli Usa è diventato più competitivo poiché il tasso di disoccupazione è sceso al 3,6% e in particolare il settore privato è diventato più competitivo. Aziende come Amazon e Starbucks offrono 15 dollari l’ora per i nuovi dipendenti, rendendo questi lavori più attraenti per i giovani.
E senza rischiare di morire in battaglia, che non è un elemento da sottovalutare.
C’è infine un’ultima considerazione da fare riguardo al calo di patriottismo che innegabilmente prescinde, visti i numeri, dalle questioni materiali.
Gli Usa non sono più la potenza vincente dai tempi del Vietnam, lo shock dell’11 settembre, il fallimento in Afghanistan, i focolai di guerra rimasti irrisolti in Iraq e in Siria. Dal 2008, anno dell’elezione di Obama, al 2012, il numero dei gruppi definiti quali “patriottici” è cresciuto dell’813%, passando da 149 a ben 1360.
Sono gruppi paramilitari armati e si oppongono tutti al centralismo del governo federale. Tra i miliziani si nascondono spesso gli autori di stragi come quella di Oklahoma e nelle scuole negli ultimi dieci anni.
Fonte
25/07/2022
Libia - Ancora scontri tra fazioni a Tripoli e Misurata
Non c’è pace nè stabilità nella Libia destabilizzata dal 2011 dalla Nato. È infatti salito a 16 morti e 52 feriti il bilancio delle vittime fornito dal ministero della Salute libico sui nuovi scontri avvenuti nei giorni scorsi nella capitale libica, terminati dopo che le autorità di Tripoli hanno raggiunto un cessate il fuoco tra i due gruppi armati coinvolti.
Secondo una prima ricostruzione il Consiglio presidenziale, in qualità di comandante supremo dell’esercito, ha affidato al capo di Stato maggiore, Mohamed Al-Haddad, l’incarico di arrivare a una tregua. Haddad sarà ora affiancato dal ministro dell’Interno ad interim, Bader Aldeen Al-Tumi, nominato dopo il licenziamento del ministro Khaled Mazen, nel compito di monitorare il rispetto del cessate il fuoco.
Il problema è che solo la Forza speciale di deterrenza (Sdf/Rada), guidata da Abdelrauf Kara, ha annunciato pubblicamente di aderire alla tregua, dopo il rilascio di un proprio comandante detenuto dalle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, guidate da Ayoub Aburas, con cui si è scontrata in diverse aree nel sud-est di Tripoli. Le Brigate non hanno invece rilasciato dichiarazioni e ci sono notizie secondo cui si starebbero mobilitando per un contrattacco volto a riconquistare il loro territorio e vari punti di sicurezza finiti in mano a Rada. Per questo motivo, ha sottolineato il quotidiano libico Libya Herald, “il cessate il fuoco potrebbe essere di breve durata”.
La tregua ha consentito di riprendere il traffico aereo all’aeroporto Mitiga di Tripoli, sospeso per gli scontri armati.
Ma scontri sono avvenuti ieri anche a Misurata dove milizie riconosciute dallo stato si sono scontrate con un’altra fazione. La Joint Operations Force (JOF), allineata al primo ministro ad interim Abd Alhamid Aldabaiba, è stata colpita ieri a un posto di blocco all’ingresso occidentale di Misurata e hanno denunciato alcuni feriti. La JOF ha attribuito l’attacco alla Brigata Mahjoub allineata alla Camera dei Rappresentanti nominata Primo Ministro, Fathi Bashagha.
Fonte
Secondo una prima ricostruzione il Consiglio presidenziale, in qualità di comandante supremo dell’esercito, ha affidato al capo di Stato maggiore, Mohamed Al-Haddad, l’incarico di arrivare a una tregua. Haddad sarà ora affiancato dal ministro dell’Interno ad interim, Bader Aldeen Al-Tumi, nominato dopo il licenziamento del ministro Khaled Mazen, nel compito di monitorare il rispetto del cessate il fuoco.
Il problema è che solo la Forza speciale di deterrenza (Sdf/Rada), guidata da Abdelrauf Kara, ha annunciato pubblicamente di aderire alla tregua, dopo il rilascio di un proprio comandante detenuto dalle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, guidate da Ayoub Aburas, con cui si è scontrata in diverse aree nel sud-est di Tripoli. Le Brigate non hanno invece rilasciato dichiarazioni e ci sono notizie secondo cui si starebbero mobilitando per un contrattacco volto a riconquistare il loro territorio e vari punti di sicurezza finiti in mano a Rada. Per questo motivo, ha sottolineato il quotidiano libico Libya Herald, “il cessate il fuoco potrebbe essere di breve durata”.
La tregua ha consentito di riprendere il traffico aereo all’aeroporto Mitiga di Tripoli, sospeso per gli scontri armati.
Ma scontri sono avvenuti ieri anche a Misurata dove milizie riconosciute dallo stato si sono scontrate con un’altra fazione. La Joint Operations Force (JOF), allineata al primo ministro ad interim Abd Alhamid Aldabaiba, è stata colpita ieri a un posto di blocco all’ingresso occidentale di Misurata e hanno denunciato alcuni feriti. La JOF ha attribuito l’attacco alla Brigata Mahjoub allineata alla Camera dei Rappresentanti nominata Primo Ministro, Fathi Bashagha.
Fonte
24/02/2021
Congo - La morte dell’ambasciatore e le solite inutili recriminazioni
di Alberto Negri, Quotidiano del Sud
Le recriminazioni sono inutili e forse prive di senso. L’ambasciatore Luca Attanasio è stato ucciso in Congo proprio dove voleva portare una speranza di vita. Non una morte accidentale, ma la conclusione tragica di un percorso professionale e personale che merita grande rispetto. Non è stata certamente, la sua e quella del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci, una morte per caso.
Si rischia e si muore anche per una giusta causa, come quella di Attanasio, per aiutare con il World Food Programme e la Cooperazione italiana una popolazione devastata dalla guerra, dalla fame e dalle epidemie come Ebola, di cui qui ci siamo scordati a causa del Covid.
Il parco nazionale del Virunga nell’area dei Grandi Laghi è stato il teatro di una guerra tragica che ha coinvolto negli anni Congo, Ruanda, Burundi, un conflitto definito la “guerra mondiale dell’Africa”, dove ai massacri etnici dei civili si sono intrecciate le lotte per l’accaparramento della risorse naturali, come il famoso coltan, il minerale che serve per le batterie di telefoni, tablet, computer.
Ecco come funziona. L’estrazione mineraria in Congo non richiede tecnologie sofisticate: il coltan, ma anche pepite d’oro o diamanti alluvionali o il cobalto di cui il Congo copre il 60% della produzione mondiale, possono essere raccolti anche in superficie o a basse profondità, con il solo uso delle mani. Mani da uomo o anche mani da bambino.
In un Paese destabilizzato da anni di guerra civile questa attività ha portato alla creazione di milizie legate ai signori della guerra e finanziate sottobanco dalle imprese straniere di export, che hanno occupato militarmente le aree più remunerative, combattendosi a vicenda, schiavizzando i minatori e vessando le popolazioni locali.
Un mercato dove la manodopera non costa praticamente nulla ed estrae merce indispensabile a tutte le industrie high-tech del mondo. Un mercato illegale sul quale si sono fiondate la Cina e le multinazionali minerarie dell’Occidente.
Il Congo è anche questo. Soltanto nel Kivu vivono oltre 5 milioni di sfollati e nell’ultimo anno ci sono stati 2mila morti, a milioni sono sotto ogni livello di povertà, misurabile in termine di centesimi di dollaro o di euro.
Attanasio, 43 anni, tre figli, moglie africana impegnata nel sociale, è stato ucciso in un mondo che ci fa comodo per le sue risorse a basso costo, ma di cui volentieri ci dimentichiamo.
Il suo convoglio era partito da Goma, capitale del Nord Kivu, ed era diretto a Rutshuru, circa 66 chilometri a nord, per una visita di monitoraggio di alimentazione scolastica del Pam. Il tragitto taglia il Parco nazionale dei Virunga, una delle prime aree protette in Africa, designata dall’Unesco come sito patrimonio dell’umanità dal 1979, coinvolta nelle violenze in corso da decenni nel Nord Kivu.
Negli ultimi mesi le guardie forestali, i rangers, erano diventate l’obiettivo specifico delle milizie armate (Mai Mai) attive anche all’interno del parco.
Le circostanze dell’attacco restano da chiarire: un gruppo armato di cui non è ancora nota l’identità avrebbe attaccato a scopo di rapimento il convoglio, del quale facevano parte almeno due mezzi del Pam. Dopo l’intervento dei ranger sarebbe scoppiato un duro scontro a fuoco, durante il quale Attanasio e Iacovacci sarebbero stati colpiti a morte, così come un autista locale.
La polizia del Nord Kivu ha fatto sapere al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung di essere stata “sorpresa” dalla presenza nell’area dell’ambasciatore Attanasio “senza la protezione della polizia”. Tuttavia, il Programma alimentare mondiale, agenzia dell’Onu, ha precisato che il convoglio attaccato viaggiava su una strada in cui era stato autorizzato il transito senza scorta.
L’ultimo attacco nel Parco nazionale dei Virunga risaliva allo scorso gennaio, quando sei guardie erano rimaste uccise nell’area di Kabuendo.
Dietro la recrudescenza delle violenze potrebbero esserci i crescenti sforzi dei rangers per fermare lo sfruttamento illegale delle risorse naturali del parco (in particolare carbone e pesce), importante fonte di sostentamento per numerosi gruppi armati.
Le guardie hanno incrementato di recente la propria collaborazione con l’esercito congolese, promuovendo operazioni congiunte e condividendo informazioni d’intelligence.
La rinnovata attenzione delle autorità locali verso il Parco nazionale dei Virunga, famoso per i gorilla, mette inoltre a rischio una delle principali fonti di guadagno delle milizie, ovvero i rapimenti di turisti: negli ultimi tre anni all’interno dell’area sono state sequestrate almeno 170 persone, molte delle quali donne. Una pratica che nell’ottica dei gruppi armati ha anche l’obiettivo di sabotare il potenziale turistico del parco.
I rapporti tra i dirigenti del Parco nazionale dei Virunga e le popolazioni dell’area si sono fortemente incrinati. Gli autoctoni contestano i confini del parco, denunciano appropriazioni indebite di terreno e criticano le regole sull’uso delle risorse naturali.
I gruppi armati, spesso vicini alle più potenti famiglie locali, sfruttano questi conflitti per garantirsi sostegno nelle aree in cui operano. Le forti tensioni hanno portato anche le autorità a erigere una barriera elettrica a protezione del Parco, misura duramente contestata dalla popolazione locale.
Quello nel Nord Kivu è un conflitto complesso, con la presenza di oltre 130 milizie armate, dette Mai-Mai, e l’ingerenza di Paesi vicini quali Ruanda e Uganda. Il termine Mai-Mai (o Mayi-Mayi) si riferisce a qualsiasi tipo di milizia congolese, al di là delle etnie.
Fondate per difendere il proprio territorio dagli attacchi di altri gruppi armati e per resistere alle invasioni di forze ruandesi, congolesi filo-ruandesi, le milizie hanno poi sfruttato la guerra a proprio favore con saccheggi, razzie, banditismo e sequestri.
Gli stati della regione dei Grandi Laghi utilizzano storicamente le milizie per danneggiare gli interessi dei rivali e negli ultimi anni le tensioni si sono intensificate. Le Forze alleate democratiche (Adf) sono una delle milizie più pericolose. È un gruppo armato islamista ugandese che da oltre 30 anni ha la sua base in Congo.
Diverse azioni attribuite alle Adf sono state rivendicate negli ultimi anni dallo Stato islamico, sebbene molti analisti restino scettici su una possibile collaborazione tra le due sigle. Dall’inizio del 2019, secondo le Nazioni Unite le Adf hanno ucciso più di mille civili.
In risposta a questa ondata di violenza, alla fine del 2019 le forze armate congolesi hanno avviato un’operazione su vasta scala contro il gruppo islamista nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri.
Ma né l’Onu né le forze congolesi, nel mezzo di una delicata e acuta transizione politica, sono riuscite a dare sicurezza, giustizia e speranza alle popolazioni locali: Attanasio e il suo carabiniere sono morti per queste speranze.
Fonte
Le recriminazioni sono inutili e forse prive di senso. L’ambasciatore Luca Attanasio è stato ucciso in Congo proprio dove voleva portare una speranza di vita. Non una morte accidentale, ma la conclusione tragica di un percorso professionale e personale che merita grande rispetto. Non è stata certamente, la sua e quella del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci, una morte per caso.
Si rischia e si muore anche per una giusta causa, come quella di Attanasio, per aiutare con il World Food Programme e la Cooperazione italiana una popolazione devastata dalla guerra, dalla fame e dalle epidemie come Ebola, di cui qui ci siamo scordati a causa del Covid.
Il parco nazionale del Virunga nell’area dei Grandi Laghi è stato il teatro di una guerra tragica che ha coinvolto negli anni Congo, Ruanda, Burundi, un conflitto definito la “guerra mondiale dell’Africa”, dove ai massacri etnici dei civili si sono intrecciate le lotte per l’accaparramento della risorse naturali, come il famoso coltan, il minerale che serve per le batterie di telefoni, tablet, computer.
Ecco come funziona. L’estrazione mineraria in Congo non richiede tecnologie sofisticate: il coltan, ma anche pepite d’oro o diamanti alluvionali o il cobalto di cui il Congo copre il 60% della produzione mondiale, possono essere raccolti anche in superficie o a basse profondità, con il solo uso delle mani. Mani da uomo o anche mani da bambino.
In un Paese destabilizzato da anni di guerra civile questa attività ha portato alla creazione di milizie legate ai signori della guerra e finanziate sottobanco dalle imprese straniere di export, che hanno occupato militarmente le aree più remunerative, combattendosi a vicenda, schiavizzando i minatori e vessando le popolazioni locali.
Un mercato dove la manodopera non costa praticamente nulla ed estrae merce indispensabile a tutte le industrie high-tech del mondo. Un mercato illegale sul quale si sono fiondate la Cina e le multinazionali minerarie dell’Occidente.
Il Congo è anche questo. Soltanto nel Kivu vivono oltre 5 milioni di sfollati e nell’ultimo anno ci sono stati 2mila morti, a milioni sono sotto ogni livello di povertà, misurabile in termine di centesimi di dollaro o di euro.
Attanasio, 43 anni, tre figli, moglie africana impegnata nel sociale, è stato ucciso in un mondo che ci fa comodo per le sue risorse a basso costo, ma di cui volentieri ci dimentichiamo.
Il suo convoglio era partito da Goma, capitale del Nord Kivu, ed era diretto a Rutshuru, circa 66 chilometri a nord, per una visita di monitoraggio di alimentazione scolastica del Pam. Il tragitto taglia il Parco nazionale dei Virunga, una delle prime aree protette in Africa, designata dall’Unesco come sito patrimonio dell’umanità dal 1979, coinvolta nelle violenze in corso da decenni nel Nord Kivu.
Negli ultimi mesi le guardie forestali, i rangers, erano diventate l’obiettivo specifico delle milizie armate (Mai Mai) attive anche all’interno del parco.
Le circostanze dell’attacco restano da chiarire: un gruppo armato di cui non è ancora nota l’identità avrebbe attaccato a scopo di rapimento il convoglio, del quale facevano parte almeno due mezzi del Pam. Dopo l’intervento dei ranger sarebbe scoppiato un duro scontro a fuoco, durante il quale Attanasio e Iacovacci sarebbero stati colpiti a morte, così come un autista locale.
La polizia del Nord Kivu ha fatto sapere al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung di essere stata “sorpresa” dalla presenza nell’area dell’ambasciatore Attanasio “senza la protezione della polizia”. Tuttavia, il Programma alimentare mondiale, agenzia dell’Onu, ha precisato che il convoglio attaccato viaggiava su una strada in cui era stato autorizzato il transito senza scorta.
L’ultimo attacco nel Parco nazionale dei Virunga risaliva allo scorso gennaio, quando sei guardie erano rimaste uccise nell’area di Kabuendo.
Dietro la recrudescenza delle violenze potrebbero esserci i crescenti sforzi dei rangers per fermare lo sfruttamento illegale delle risorse naturali del parco (in particolare carbone e pesce), importante fonte di sostentamento per numerosi gruppi armati.
Le guardie hanno incrementato di recente la propria collaborazione con l’esercito congolese, promuovendo operazioni congiunte e condividendo informazioni d’intelligence.
La rinnovata attenzione delle autorità locali verso il Parco nazionale dei Virunga, famoso per i gorilla, mette inoltre a rischio una delle principali fonti di guadagno delle milizie, ovvero i rapimenti di turisti: negli ultimi tre anni all’interno dell’area sono state sequestrate almeno 170 persone, molte delle quali donne. Una pratica che nell’ottica dei gruppi armati ha anche l’obiettivo di sabotare il potenziale turistico del parco.
I rapporti tra i dirigenti del Parco nazionale dei Virunga e le popolazioni dell’area si sono fortemente incrinati. Gli autoctoni contestano i confini del parco, denunciano appropriazioni indebite di terreno e criticano le regole sull’uso delle risorse naturali.
I gruppi armati, spesso vicini alle più potenti famiglie locali, sfruttano questi conflitti per garantirsi sostegno nelle aree in cui operano. Le forti tensioni hanno portato anche le autorità a erigere una barriera elettrica a protezione del Parco, misura duramente contestata dalla popolazione locale.
Quello nel Nord Kivu è un conflitto complesso, con la presenza di oltre 130 milizie armate, dette Mai-Mai, e l’ingerenza di Paesi vicini quali Ruanda e Uganda. Il termine Mai-Mai (o Mayi-Mayi) si riferisce a qualsiasi tipo di milizia congolese, al di là delle etnie.
Fondate per difendere il proprio territorio dagli attacchi di altri gruppi armati e per resistere alle invasioni di forze ruandesi, congolesi filo-ruandesi, le milizie hanno poi sfruttato la guerra a proprio favore con saccheggi, razzie, banditismo e sequestri.
Gli stati della regione dei Grandi Laghi utilizzano storicamente le milizie per danneggiare gli interessi dei rivali e negli ultimi anni le tensioni si sono intensificate. Le Forze alleate democratiche (Adf) sono una delle milizie più pericolose. È un gruppo armato islamista ugandese che da oltre 30 anni ha la sua base in Congo.
Diverse azioni attribuite alle Adf sono state rivendicate negli ultimi anni dallo Stato islamico, sebbene molti analisti restino scettici su una possibile collaborazione tra le due sigle. Dall’inizio del 2019, secondo le Nazioni Unite le Adf hanno ucciso più di mille civili.
In risposta a questa ondata di violenza, alla fine del 2019 le forze armate congolesi hanno avviato un’operazione su vasta scala contro il gruppo islamista nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri.
Ma né l’Onu né le forze congolesi, nel mezzo di una delicata e acuta transizione politica, sono riuscite a dare sicurezza, giustizia e speranza alle popolazioni locali: Attanasio e il suo carabiniere sono morti per queste speranze.
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23/06/2019
Soldati di tutto il mondo unitevi. Nel Sahel c’è posto
Il nuovo manifesto del Sahel comincia proprio così. In prospettiva arriveranno anche l’Inghilterra, i Paesi Bassi, i turchi che vorranno proteggere i loro crescenti investimenti, gli Emirati Arabi molto Uniti per i propri interessi e chissà quale altro Paese.
D’altra parte il Niger, nel suo piccolo, in quanto a militari non ha lezioni da prendere da nessuno. Tre colpi di stato militari riusciti, uno denunciato durante l’attuale settima repubblica e l’insieme della vita politica che si gestisce meglio se ‘pretorizzata’. Il tutto in un breve spazio democratico che ha annoverato transizioni militari, regimi di eccezione e una Conferenza Nazionale Sovrana nel 1991.
L’attuale repubblica, in un contesto regionale dai contorni preoccupanti, ha facilitato l’apertura incondizionata alla militarizzazione del territorio nazionale. Tra basi militari francesi, americane, tedesche e presenze militari italiane e spagnole, operazioni congiunte contro i sempre più variegati e mortalmente variopinti gruppi armati che crescono in numero ed intensità. Aumentano gli attacchi armati, i morti, gli ostaggi, i profughi e i rifugiati.
Gli unici a diminuire e a scomparire gradualmente e silenziosamente dalla scena sono i migranti, una volta riconosciuti protagonisti di sabbia. Sono ormai tristemente affidati alle dune del deserto o alle mani a forma di Centri dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (di ‘libero’ ritorno alla casella di partenza).
Aumentano nel frattempo le zone del Paese e del Sahel dipinte in rosso dalle cancellerie occidentali. Così come aumentano le operazioni militari destinate a ‘neutralizzare’ i nemici e crescono in proporzione le richieste di fondi, equipaggiamento, formazione nella gestione delle crisi.
Con ogni probabilità il Sahel-Sahara si confermerà, nel prossimo futuro, come spazio privilegiato di azione per i gruppi di ispirazione ideologica armata. Anni di complicità, connivenze finanziarie e implicite adesioni alle ideologie religiose di stampo salafita non potevano non portare frutto. Ci saranno guerre o turbolenze nelle quali, per subappalto militare, interessi divergenti vedranno l’Occidente misurarsi con nuovi attori, come ad esempio la Cina.
Guerre per procura, qui come altrove, con l’unica differenza che nel Sahel a vincere, all’insaputa e in barba a tutti i protagonisti, sarà la sabbia. E’ lei, infatti che tutto coprirà col suo manto. Diplomazie, strategie, progetti di sviluppo, droni armati, basi militari, campi profughi e i sofisticati uffici delle Nazioni Unite. La sabbia avvolgerà, con la complicità del vento, le banche, la nuova moneta in gestazione per l’Africa Occidentale, il terzo ponte di Niamey e la fabbrica di birra Niger ormai in liquidazione. Ma questo la gente ancora non lo sa. Il Sahel infatti, è l’unico posto del mondo nel quale la sabbia sa come comandare.
La guerre erano cominciate molto prima. Dalle colonizzazioni rese indipendenti, agli asservimenti economici segreti o patenti.
L’Occidentalizzazione americanizzata del mondo, come ricordava a suo tempo l’amico Serge Latouche, è apparsa come una violenza armata di simboli e processi invasivi del mondo. La guerra globale al terrorismo è il frutto degli avvenimenti mediatizzati delle torri gemelle assieme alle guerre seguenti riempite di menzogne. Il tutto si è riassunto con le armi, i jihadisti ‘adottati’ dall’Occidente e il caos creato in Libia nel 2011, esportato nel Sahel e paesi circonvicini.
Le radici ‘pretoriane’ erano dunque prevedibili e resta solo da domandarsi se quanto accade nel Sahel, come altrove, è così ‘innocente’ come può apparire a prima vista. La militarizzazione dello spazio in questione finisce per attirare i gruppi della resistenza globale jihadista che trovano nelle divisioni a livello regionale nuovi argomenti di penetrazione. La fiera armata e sanguinosa del Sahel rischia di non terminare in fretta e il suo versante anticristiano emerge in modo occasionale ma inequivocabile.
Solo la sabbia salverà ciò che rimane del mondo così come le armi e coloro che le usano l’hanno ridotto. Le armi sono quelle della politica, della religione e dell’economia che tutto trasforma nel dio adorabile da ogni tipo di regime e di potere. La sabbia millenaria del Sahel non si lascia ingannare né dai potenti né dai regni che sono passati tra le sue dita.
Sabbie di tutto il mondo unitevi!
Niamey, giugno 2019
Fonte
D’altra parte il Niger, nel suo piccolo, in quanto a militari non ha lezioni da prendere da nessuno. Tre colpi di stato militari riusciti, uno denunciato durante l’attuale settima repubblica e l’insieme della vita politica che si gestisce meglio se ‘pretorizzata’. Il tutto in un breve spazio democratico che ha annoverato transizioni militari, regimi di eccezione e una Conferenza Nazionale Sovrana nel 1991.
L’attuale repubblica, in un contesto regionale dai contorni preoccupanti, ha facilitato l’apertura incondizionata alla militarizzazione del territorio nazionale. Tra basi militari francesi, americane, tedesche e presenze militari italiane e spagnole, operazioni congiunte contro i sempre più variegati e mortalmente variopinti gruppi armati che crescono in numero ed intensità. Aumentano gli attacchi armati, i morti, gli ostaggi, i profughi e i rifugiati.
Gli unici a diminuire e a scomparire gradualmente e silenziosamente dalla scena sono i migranti, una volta riconosciuti protagonisti di sabbia. Sono ormai tristemente affidati alle dune del deserto o alle mani a forma di Centri dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (di ‘libero’ ritorno alla casella di partenza).
Aumentano nel frattempo le zone del Paese e del Sahel dipinte in rosso dalle cancellerie occidentali. Così come aumentano le operazioni militari destinate a ‘neutralizzare’ i nemici e crescono in proporzione le richieste di fondi, equipaggiamento, formazione nella gestione delle crisi.
Con ogni probabilità il Sahel-Sahara si confermerà, nel prossimo futuro, come spazio privilegiato di azione per i gruppi di ispirazione ideologica armata. Anni di complicità, connivenze finanziarie e implicite adesioni alle ideologie religiose di stampo salafita non potevano non portare frutto. Ci saranno guerre o turbolenze nelle quali, per subappalto militare, interessi divergenti vedranno l’Occidente misurarsi con nuovi attori, come ad esempio la Cina.
Guerre per procura, qui come altrove, con l’unica differenza che nel Sahel a vincere, all’insaputa e in barba a tutti i protagonisti, sarà la sabbia. E’ lei, infatti che tutto coprirà col suo manto. Diplomazie, strategie, progetti di sviluppo, droni armati, basi militari, campi profughi e i sofisticati uffici delle Nazioni Unite. La sabbia avvolgerà, con la complicità del vento, le banche, la nuova moneta in gestazione per l’Africa Occidentale, il terzo ponte di Niamey e la fabbrica di birra Niger ormai in liquidazione. Ma questo la gente ancora non lo sa. Il Sahel infatti, è l’unico posto del mondo nel quale la sabbia sa come comandare.
La guerre erano cominciate molto prima. Dalle colonizzazioni rese indipendenti, agli asservimenti economici segreti o patenti.
L’Occidentalizzazione americanizzata del mondo, come ricordava a suo tempo l’amico Serge Latouche, è apparsa come una violenza armata di simboli e processi invasivi del mondo. La guerra globale al terrorismo è il frutto degli avvenimenti mediatizzati delle torri gemelle assieme alle guerre seguenti riempite di menzogne. Il tutto si è riassunto con le armi, i jihadisti ‘adottati’ dall’Occidente e il caos creato in Libia nel 2011, esportato nel Sahel e paesi circonvicini.
Le radici ‘pretoriane’ erano dunque prevedibili e resta solo da domandarsi se quanto accade nel Sahel, come altrove, è così ‘innocente’ come può apparire a prima vista. La militarizzazione dello spazio in questione finisce per attirare i gruppi della resistenza globale jihadista che trovano nelle divisioni a livello regionale nuovi argomenti di penetrazione. La fiera armata e sanguinosa del Sahel rischia di non terminare in fretta e il suo versante anticristiano emerge in modo occasionale ma inequivocabile.
Solo la sabbia salverà ciò che rimane del mondo così come le armi e coloro che le usano l’hanno ridotto. Le armi sono quelle della politica, della religione e dell’economia che tutto trasforma nel dio adorabile da ogni tipo di regime e di potere. La sabbia millenaria del Sahel non si lascia ingannare né dai potenti né dai regni che sono passati tra le sue dita.
Sabbie di tutto il mondo unitevi!
Niamey, giugno 2019
Fonte
08/08/2018
Libia. La rivolta dei migranti nel lager: temono di essere venduti ai trafficanti
Siamo atei, lo sapete. Però ci deve essere un motivo più semplice per spiegare perché l’unico giornale italiano a riportare questa notizia – oggi – sia il giornale dei vescovi. Sì, proprio quelli che non si distinguono per “liberalità” nei costumi individuali, che inorridiscono davanti alla parola aborto e magari storcono ancora il naso davanti ai divorziati.
Che Repubblica o il Corriere, tra un incendio e il calcio mercato agostano, non abbiano trovato uno spazietto per riportarla, la dice lunga sulla presunta differenza tra la “sinistra” targata Minniti e la destra di Salvini.Il primo gli ha regalato le motovedette per fare il lavoro sporco senza più manco una ong tra i piedi, il secondo ne ha aumentato il numero e vorrebbe che il mondo definisse quell’inferno “porto sicuro”.
Zero differenze.
Paolo Lambruschi – L’Avvenire
All’improvviso a decine spariscono. Finiscono nelle mani di persone che chiedono un riscatto alla famiglia o li vendono come schiavi. Onu e diplomatici faticano ad avere accesso ai campi di detenzione
La tensione accumulata da mesi è esplosa domenica nel sovraffollato centro di detenzione libica di Sharie (o Tarek) al Matar, nei sobborghi di Tripoli, con scontri con le guardie e tre feriti. Le drammatiche testimonianze di alcuni detenuti raccolte da noi in diretta telefonica, le foto dei feriti, gli audio e il video su Facebook postati da Abrham, (ora anche sul nostro canale Youtube, linkato a questo articolo) giovane rifugiato eritreo di Bologna, domenica pomeriggio documentano l’esasperazione e la protesta dei prigionieri per le condizioni da tutti gli osservatori considerate inumane di prigionia e contro trasferimenti in altri centri per paura di essere venduti ai trafficanti di esseri umani.
Paura giustificata dalla sparizione di 20 detenuti nei giorni scorsi e di 65 donne con bambini che i libici giustificano come alleggerimento dell’affollatissima struttura e sulla quale sta compiendo verifiche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per protesta i prigionieri eritrei, molti in carcere da mesi, parecchi intercettati e sbarcati dalla guardia costiera libica dopo la chiusura delle coste di questi mesi, hanno incendiato due materassi provocando la repressione durissima della polizia libica, la quale ha ferito tre richiedenti asilo, due dei quali hanno dovuto essere ricoverati in ospedale. Negli stanzoni roventi, lerci e stipati come pollai sono stati sparati lacrimogeni e le guardie hanno picchiato i detenuti con i fucili per riportare la calma.
«Sono stati momenti di battaglia tra eritrei e libici – spiega il nostro contatto Solomon, pseudonimo di un prigioniero fuggito dal regime dell’Asmara, nel campo da maggio scorso dopo aver trascorso i precedenti sei mesi nell’altro lager di Gharyan – loro ci ripetono che siamo troppi e che vogliono venderci. Siamo disperati, molti parlano di suicidio. Non vediamo vie di uscita. Non possiamo tornare in Eritrea e l’Europa non ci vuole». La tensione insomma potrebbe portare ad altre rivolte.
I libici sono accusati di rallentare il processo di registrazione dei detenuti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite chiudendo le porte per ragioni di sicurezza e spostando senza preavviso le persone non ancora iscritte nelle liste Onu dei richiedenti asilo per venderli ai trafficanti.
Ieri funzionari del Palazzo di Vetro sono riusciti a entrare di mattina presto a Tarek al Matar e a proseguire nella difficile registrazione di 200 eritrei. L’intento, spiegano fonti Acnur a Tripoli, è duplice: registrare tutti e offrire ai soggetti più vulnerabili – donne, minori, ammalati che non possono venire rimpatriati per timore di persecuzioni – una evacuazione umanitaria nel centro Onu in Niger per alleggerire il campo e favorire il reinsediamento in Paesi terzi. Ma i posti a disposizione non bastano per i 1.800 dannati di Tarek Al Matar, dove il precedente governo aveva avviato progetti per due milioni per l’emergenza ormai conclusi, come anche nei centri di Tarek Al Sika a Tagiura. Anche l’Onu ammette che le condizioni del campo sono peggiorate.
E il sovraffollamento deriva dal fatto che la Guardia costiera libica ha intercettato finora 13 mila persone. In tutto il 2017 ne aveva intercettati oltre 15 mila.
Secondo una fonte libica, sempre ieri a una diplomatica dell’Unione europea sarebbe stato impedito l’accesso al centro di detenzione. La motivazione ufficiale è che non avrebbe presentato richiesta in tempo. Ma si sospetta che in realtà le autorità tripoline vogliano nascondere all’Ue i danni dell’incendio e le violenze sui detenuti.
Secondo dati dell’Acnur, al 31 luglio nel Paese erano stati registrati 54.416 richiedenti asilo e rifugiati, 9.838 solo nel 2018. Ma se le proporzioni sono quelle del campo di Tarek al Matar, solo un terzo è stato identificato, gli altri galleggiano tra violenze, condizioni igienico sanitarie inumane e il rischio di sequestri nel limbo dei centri di detenzione, sia ufficiali che quelli nelle mani delle milizie. Ieri con un tweet eloquente la sezione italiana dell’Oim, organizzazione internazionale delle migrazioni, ha puntualizzato che il suo personale è presente agli sbarchi nei porti libici, ma la gestione dei campi è in carico alle autorità locali.
Le tensioni a Tarek al Matar sono esplose principalmente per il terrore di venire venduti ai trafficanti, i quali gestiscono sì le partenze sui barconi, ma solo dopo aver torturato i prigionieri per estorcere riscatti alle famiglie, oppure rivenderli come schiavi.
Dal campo abbiamo scritto sabato su Avvenire che erano sparite 20 persone, uno solo dei quali è riuscito a tornare.
«Chiamiamolo Fish, mi ha contattato – racconta Abrham, rifugiato eritreo in Italia che raccoglie le grida di aiuto della sua generazione rinchiusa – perché è riuscito a tornare a Tarek al Matar. Sono stati trasferiti in uno stanzone in un luogo sconosciuto senza cibo e senza acqua. Hanno sentito due libici che dicevano che la notizia della loro sparizione era girata in rete e quindi la vendita doveva essere interrotta. Lo hanno riportato indietro, adesso aspetta i suoi compagni».
La circolazione delle notizie via social avrebbe salvato anche gli oltre 200 prigionieri “trasferiti” due settimane fa dal centro di Tarek Al Siqa senza preavviso in un luogo sconosciuto e pressoché privo di sorveglianza dove un trafficante eritreo che collabora con i libici spacciandosi per mediatore culturale li ha contattati invitandoli a seguirlo. Il gruppo, che teme di essere già stato venduto e dove ci sono persone non registrate nelle liste umanitarie, prosegue il braccio di ferro a colpi di messaggi via social urlando nel silenzio della rete il proprio diritto ad essere accolto.
Perché il paradosso, scorrendo le nazionalità censite dall’Onu in Libia, è che molti detenuti sono rifugiati e richiedenti asilo che dovrebbero trovarsi legalmente in Paesi sicuri a chiedere asilo oppure essere liberi di circolare in Libia. Come gli oltre 9mila sudanesi, e i 6mila eritrei e i 3mila somali e gli oltre mille etiopi cui persino Tripoli, che pure non ha firmato la Convenzione di Ginevra, riconosce lo status. Senza contare che un terzo ha meno di 18 anni e dovrebbe essere protetto dai civilissimi Stati europei. Ma nel caos libico si trovano ingabbiati sotto la sorveglianza di miliziani rivestiti con una divisa da poliziotto senza uno straccio di formazione e che considerano i prigionieri migranti illegali e merce da rivendere.
Fonte
Che Repubblica o il Corriere, tra un incendio e il calcio mercato agostano, non abbiano trovato uno spazietto per riportarla, la dice lunga sulla presunta differenza tra la “sinistra” targata Minniti e la destra di Salvini.Il primo gli ha regalato le motovedette per fare il lavoro sporco senza più manco una ong tra i piedi, il secondo ne ha aumentato il numero e vorrebbe che il mondo definisse quell’inferno “porto sicuro”.
Zero differenze.
*****
Libia. La rivolta dei migranti nel lager: temono di essere venduti ai trafficanti
Paolo Lambruschi – L’Avvenire
All’improvviso a decine spariscono. Finiscono nelle mani di persone che chiedono un riscatto alla famiglia o li vendono come schiavi. Onu e diplomatici faticano ad avere accesso ai campi di detenzione
La tensione accumulata da mesi è esplosa domenica nel sovraffollato centro di detenzione libica di Sharie (o Tarek) al Matar, nei sobborghi di Tripoli, con scontri con le guardie e tre feriti. Le drammatiche testimonianze di alcuni detenuti raccolte da noi in diretta telefonica, le foto dei feriti, gli audio e il video su Facebook postati da Abrham, (ora anche sul nostro canale Youtube, linkato a questo articolo) giovane rifugiato eritreo di Bologna, domenica pomeriggio documentano l’esasperazione e la protesta dei prigionieri per le condizioni da tutti gli osservatori considerate inumane di prigionia e contro trasferimenti in altri centri per paura di essere venduti ai trafficanti di esseri umani.
Paura giustificata dalla sparizione di 20 detenuti nei giorni scorsi e di 65 donne con bambini che i libici giustificano come alleggerimento dell’affollatissima struttura e sulla quale sta compiendo verifiche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Per protesta i prigionieri eritrei, molti in carcere da mesi, parecchi intercettati e sbarcati dalla guardia costiera libica dopo la chiusura delle coste di questi mesi, hanno incendiato due materassi provocando la repressione durissima della polizia libica, la quale ha ferito tre richiedenti asilo, due dei quali hanno dovuto essere ricoverati in ospedale. Negli stanzoni roventi, lerci e stipati come pollai sono stati sparati lacrimogeni e le guardie hanno picchiato i detenuti con i fucili per riportare la calma.
«Sono stati momenti di battaglia tra eritrei e libici – spiega il nostro contatto Solomon, pseudonimo di un prigioniero fuggito dal regime dell’Asmara, nel campo da maggio scorso dopo aver trascorso i precedenti sei mesi nell’altro lager di Gharyan – loro ci ripetono che siamo troppi e che vogliono venderci. Siamo disperati, molti parlano di suicidio. Non vediamo vie di uscita. Non possiamo tornare in Eritrea e l’Europa non ci vuole». La tensione insomma potrebbe portare ad altre rivolte.
I libici sono accusati di rallentare il processo di registrazione dei detenuti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite chiudendo le porte per ragioni di sicurezza e spostando senza preavviso le persone non ancora iscritte nelle liste Onu dei richiedenti asilo per venderli ai trafficanti.
Ieri funzionari del Palazzo di Vetro sono riusciti a entrare di mattina presto a Tarek al Matar e a proseguire nella difficile registrazione di 200 eritrei. L’intento, spiegano fonti Acnur a Tripoli, è duplice: registrare tutti e offrire ai soggetti più vulnerabili – donne, minori, ammalati che non possono venire rimpatriati per timore di persecuzioni – una evacuazione umanitaria nel centro Onu in Niger per alleggerire il campo e favorire il reinsediamento in Paesi terzi. Ma i posti a disposizione non bastano per i 1.800 dannati di Tarek Al Matar, dove il precedente governo aveva avviato progetti per due milioni per l’emergenza ormai conclusi, come anche nei centri di Tarek Al Sika a Tagiura. Anche l’Onu ammette che le condizioni del campo sono peggiorate.
E il sovraffollamento deriva dal fatto che la Guardia costiera libica ha intercettato finora 13 mila persone. In tutto il 2017 ne aveva intercettati oltre 15 mila.
Secondo una fonte libica, sempre ieri a una diplomatica dell’Unione europea sarebbe stato impedito l’accesso al centro di detenzione. La motivazione ufficiale è che non avrebbe presentato richiesta in tempo. Ma si sospetta che in realtà le autorità tripoline vogliano nascondere all’Ue i danni dell’incendio e le violenze sui detenuti.
Secondo dati dell’Acnur, al 31 luglio nel Paese erano stati registrati 54.416 richiedenti asilo e rifugiati, 9.838 solo nel 2018. Ma se le proporzioni sono quelle del campo di Tarek al Matar, solo un terzo è stato identificato, gli altri galleggiano tra violenze, condizioni igienico sanitarie inumane e il rischio di sequestri nel limbo dei centri di detenzione, sia ufficiali che quelli nelle mani delle milizie. Ieri con un tweet eloquente la sezione italiana dell’Oim, organizzazione internazionale delle migrazioni, ha puntualizzato che il suo personale è presente agli sbarchi nei porti libici, ma la gestione dei campi è in carico alle autorità locali.
Le tensioni a Tarek al Matar sono esplose principalmente per il terrore di venire venduti ai trafficanti, i quali gestiscono sì le partenze sui barconi, ma solo dopo aver torturato i prigionieri per estorcere riscatti alle famiglie, oppure rivenderli come schiavi.
Dal campo abbiamo scritto sabato su Avvenire che erano sparite 20 persone, uno solo dei quali è riuscito a tornare.
«Chiamiamolo Fish, mi ha contattato – racconta Abrham, rifugiato eritreo in Italia che raccoglie le grida di aiuto della sua generazione rinchiusa – perché è riuscito a tornare a Tarek al Matar. Sono stati trasferiti in uno stanzone in un luogo sconosciuto senza cibo e senza acqua. Hanno sentito due libici che dicevano che la notizia della loro sparizione era girata in rete e quindi la vendita doveva essere interrotta. Lo hanno riportato indietro, adesso aspetta i suoi compagni».
La circolazione delle notizie via social avrebbe salvato anche gli oltre 200 prigionieri “trasferiti” due settimane fa dal centro di Tarek Al Siqa senza preavviso in un luogo sconosciuto e pressoché privo di sorveglianza dove un trafficante eritreo che collabora con i libici spacciandosi per mediatore culturale li ha contattati invitandoli a seguirlo. Il gruppo, che teme di essere già stato venduto e dove ci sono persone non registrate nelle liste umanitarie, prosegue il braccio di ferro a colpi di messaggi via social urlando nel silenzio della rete il proprio diritto ad essere accolto.
Perché il paradosso, scorrendo le nazionalità censite dall’Onu in Libia, è che molti detenuti sono rifugiati e richiedenti asilo che dovrebbero trovarsi legalmente in Paesi sicuri a chiedere asilo oppure essere liberi di circolare in Libia. Come gli oltre 9mila sudanesi, e i 6mila eritrei e i 3mila somali e gli oltre mille etiopi cui persino Tripoli, che pure non ha firmato la Convenzione di Ginevra, riconosce lo status. Senza contare che un terzo ha meno di 18 anni e dovrebbe essere protetto dai civilissimi Stati europei. Ma nel caos libico si trovano ingabbiati sotto la sorveglianza di miliziani rivestiti con una divisa da poliziotto senza uno straccio di formazione e che considerano i prigionieri migranti illegali e merce da rivendere.
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12/10/2017
Che fine fanno i migranti respinti in Libia? Il Consiglio d’Europa lo chiede a Minniti
A Strasburgo è stata resa pubblica la lettera del 28 settembre che Nils Mui Nieks, il commissario ai Diritti umani del Consiglio d’Europa, ha inviato al ministro dell’Interno italiano Marco Minniti. Nella lettera si chiede, tra l’altro, di chiarire “quali salvaguardie l’Italia abbia predisposto per garantire che le persone intercettate o salvate dalle navi italiane nelle acque territoriali libiche non siano poi sottoposte a situazioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti umani”, esponendoli a rischi di tortura, pene o trattamenti inumani e degradanti.
Secondo Mui Nieks, l’obbligo per gli Stati membri della Convenzione europea di non rinviare i migranti irregolari salvati in mare in paesi in cui c’è un rischio di violazione dell’articolo 3 vale non solo quando il salvataggio avviene nelle acque internazionali, ma anche quando si verifica nelle acque territoriali libiche.
“Alla luce di rapporti recenti sull’attuale situazione dei migranti in Libia, consegnare degli individui alle autorità libiche o ad altri gruppi in Libia li esporrebbe a un rischio reale di tortura, pene o trattamenti inumani e degradanti”. Per questo, spiega il commissario ai Diritti umani, “chiedo al governo italiano di chiarire che tipo di operazione di sostegno si aspettano di fornire alle autorità libiche nelle acque territoriali libiche” e quali garanzie sul trattamento dei migranti.
La lettera esprime anche un “sincero apprezzamento per gli sforzi fatti dall’Italia per salvare vite in mare, per ricevere i migranti che sono sbarcati sulle sue coste negli ultimi anni”. Il commissario accoglie con favore “l’adozione da parte del governo di un piano d’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale”, e si dice “ben consapevole delle sfide che l’Italia sta affrontando e che continueranno a sottolineare negli altri Stati europei l’importanza della solidarietà”.
Ma le difficoltà nell’affrontare i flussi crescenti di migranti via mare “non assolvono uno Stato dai suoi obblighi in base all’articolo 3 della Convenzione”, che contiene “una proibizione di natura assoluta” dei trattamenti inumani, secondo quanto ha stabilito la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, sottolinea ancora Mui Nieks, che conclude la lettera con una ulteriore richiesta di informazioni “circa le misure prese per assicurare che le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, incluse quelle condotte dalle organizzazioni non governative, possano continuare efficacemente e in sicurezza”.
Ai primi di settembre un reportage dell’Avvenire riprendendo fonti locali dell’Organizzazione Internazionale dei Migranti (organismo Onu), riferiva che erano circa 400mila i profughi ‘contabilizzati’ dalle autorità di Tripoli, ma che quelli rimasti imprigionati nel Paese, secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione.
La presidente internazionale di Medici senza frontiere (Msf) Joanne Liu, tornata da una visita al centro di detenzione “ufficiale” allestito dal governo di Tripoli, aveva lanciato nelle scorse settimane un duro atto d’accusa: “Quella che ho visto in Libia è la forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani basata sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù. E i leader europei sono complici” dello sfruttamento, mentre “si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente dall’Africa. Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi”, aveva denunciato in una conferenza stampa internazionale Joanne Liu.
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Secondo Mui Nieks, l’obbligo per gli Stati membri della Convenzione europea di non rinviare i migranti irregolari salvati in mare in paesi in cui c’è un rischio di violazione dell’articolo 3 vale non solo quando il salvataggio avviene nelle acque internazionali, ma anche quando si verifica nelle acque territoriali libiche.
“Alla luce di rapporti recenti sull’attuale situazione dei migranti in Libia, consegnare degli individui alle autorità libiche o ad altri gruppi in Libia li esporrebbe a un rischio reale di tortura, pene o trattamenti inumani e degradanti”. Per questo, spiega il commissario ai Diritti umani, “chiedo al governo italiano di chiarire che tipo di operazione di sostegno si aspettano di fornire alle autorità libiche nelle acque territoriali libiche” e quali garanzie sul trattamento dei migranti.
La lettera esprime anche un “sincero apprezzamento per gli sforzi fatti dall’Italia per salvare vite in mare, per ricevere i migranti che sono sbarcati sulle sue coste negli ultimi anni”. Il commissario accoglie con favore “l’adozione da parte del governo di un piano d’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale”, e si dice “ben consapevole delle sfide che l’Italia sta affrontando e che continueranno a sottolineare negli altri Stati europei l’importanza della solidarietà”.
Ma le difficoltà nell’affrontare i flussi crescenti di migranti via mare “non assolvono uno Stato dai suoi obblighi in base all’articolo 3 della Convenzione”, che contiene “una proibizione di natura assoluta” dei trattamenti inumani, secondo quanto ha stabilito la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, sottolinea ancora Mui Nieks, che conclude la lettera con una ulteriore richiesta di informazioni “circa le misure prese per assicurare che le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, incluse quelle condotte dalle organizzazioni non governative, possano continuare efficacemente e in sicurezza”.
Ai primi di settembre un reportage dell’Avvenire riprendendo fonti locali dell’Organizzazione Internazionale dei Migranti (organismo Onu), riferiva che erano circa 400mila i profughi ‘contabilizzati’ dalle autorità di Tripoli, ma che quelli rimasti imprigionati nel Paese, secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione.
La presidente internazionale di Medici senza frontiere (Msf) Joanne Liu, tornata da una visita al centro di detenzione “ufficiale” allestito dal governo di Tripoli, aveva lanciato nelle scorse settimane un duro atto d’accusa: “Quella che ho visto in Libia è la forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani basata sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù. E i leader europei sono complici” dello sfruttamento, mentre “si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente dall’Africa. Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi”, aveva denunciato in una conferenza stampa internazionale Joanne Liu.
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31/08/2017
Traffico di migranti. L’Italia ha stretto il “patto con il diavolo”
Con un accordo sostenuto dall’Italia, il governo di Tripoli ha pagato le milizie implicate nel traffico di esseri umani per impedire aglii immigrati di attraversare il Mediterraneo verso l’ Europa. Sarebbe questa una delle ragioni della drastica diminuzione del traffico di immigrati nel Mediterraneo. Ad affermarlo è l’agenzia Associated Press e la notizia è stata ripresa con rilievo sulla stampa statunitense.
Questo accordo ha suscitato tensioni tra alcune delle forze di sicurezza libiche e gli attivisti delle Ong che si occupano di migranti, i quali denunciano come l’accordo arricchisca le milizie, consentendo loro di acquistare più armi e diventare più potenti. Nel caos del paese, le milizie possono in qualsiasi momento tornare alla tratta di esseri umani o rivolgersi contro il governo.
L’accordo – negato dalla Farnesina – continua a rafforzare il potere sul campo delle milizie libiche, che dalla caduta di Gheddafi nel 2011 hanno condizionato o combattuto i governi successivi della Libia, incluso quello attuale di Fayez Serraj, riconosciuto a livello internazionale ma debolissimo sul piano interno.
Il sostegno europeo all’accordo con le milizie non è una sorpresa. L’Unione Europea ha dato dieci milioni di euro al governo di Serraj per aiutarlo a fermare i migranti. In primo luogo, i soldi sono destinati a rafforzare la guardia costiera libica e il confine meridionale con Ciad e Niger e secondariamente a migliorare le condizioni per i migranti rinchiusi nei centri di detenzione. Sembra anche che i fondi possano essere utilizzati per “sviluppare un’occupazione alternativa per coloro che sono coinvolti nella tratta”.
I due mesi passati hanno visto un calo esponenziale delle traversate dei barconi di migranti nel Mediterraneo, un segnale leggibile dai sorrisi stampati dei leader europei a Parigi. Gli arrivi a luglio sono scesi di metà rispetto all’anno precedente, mentre ad agosto finora sono arrivati circa 2.936 migranti rispetto ai 21.294 dell’agosto 2016, un calo del 86 per cento. Ufficialmente si ritiene che i pattugliamenti più rigorosi della guardia costiera libica siano responsabili di questi cali. Gli arrivi complessivi del 2017 in Italia sono il 6,8 per cento in meno rispetto all’anno precedente: 98.145 finora rispetto ai 105.357 per lo stesso periodo dello scorso anno.
Ma la causa sembra essere in gran parte dovuta agli affari realizzati con le due milizie più potenti della città libica di Sabratha, il principale punto di partenza per i migranti per il pericoloso viaggio nel Mediterraneo. Le milizie, una conosciuta come “Al-Ammu” e l’altra come Brigata 48, sono guidate da due fratelli della grande famiglia al-Dabashi della zona.
Almeno cinque funzionari di sicurezza e attivisti con sede a Sabratha hanno detto che i miliziani erano noti per essere coinvolti con la tratta dei migranti. Un funzionario di sicurezza ha chiamato i fratelli “i re del traffico” a Sabratha. Nella sua ultima relazione in giugno, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia ha identificato al-Ammu come uno dei facilitatori principali del traffico di esseri umani.
Bashir Ibrahim, portavoce della milizia al-Ammu, ha affermato che un mese fa le due forze hanno raggiunto un accordo “verbale” con il governo italiano e il governo di Serraj per combattere il traffico. Ha detto che la milizia al-Ammu, composta tra i 400 a i 500 combattenti, è affiliata al Ministero della Difesa di Serraj, mentre la Brigata 48 rientra nel ministero dell’Interno.
Da allora, le milizie hanno impedito alle imbarcazioni dei migranti di lasciare le rive intorno a Sabratha e hanno detto ai contrabbandieri di porre fine al loro lavoro. In cambio, le milizie hanno ricevuto attrezzature, armi, barche e stipendi, ha detto Ibrahim.
La milizia al-Ammu, ufficialmente chiamata Brigata del martire Anas al-Dabashi, è stata inoltre pagata dal 2015 per proteggere il complesso petrolifero Mellitah a ovest di Sabratha, sito di un progetto congiunto tra la Libia e l’azienda petrolifera italiana Eni.
Ibrahim ha definito la situazione come una “tregua”, dipendente dal continuo flusso di rifornimenti e finanziamenti alla milizia. “Se il supporto alla brigata di al-Dabashi si ferma, essa non avrà la capacità di continuare a fare questo lavoro e il traffico ricomincerà” ha lasciato intendere il miliziano.
Nella sua pagina Facebook, la milizia ha scritto il 19 agosto di aver favorito il coordinamento tra l’ambasciata italiana con l’ospedale Sabratha per la consegna di tre spedizioni di assistenza medica del governo italiano. Il ministero degli Esteri italiano ha negato che Roma abbia fatto un accordo e ha detto che “il governo italiano non negozia con i trafficanti”.
Tuttavia, l’integrazione ufficiale delle due milizie nelle forze di sicurezza di Serraj permetterebbe all’Italia di lavorare direttamente con le milizie medesime che non sarebbero più considerate tali ma parte del governo di Tripoli.
Tale integrazione è probabilmente poco più di una formalità. Le milizie libiche spesso operano sotto l’ombrello delle forze di sicurezza, ma di fatto rimangono indipendenti, i miliziani mantengono la loro lealtà ai propri comandanti, dispongono di fondi e armi proprie.
I funzionari di sicurezza e gli attivisti di Sabratha intervistati dall’Associated Press hanno dichiarato che l’Italia ha realizzato l’accordo direttamente con i miliziani e che i funzionari italiani si sono incontrati con i leader delle milizie libiche.
Alcune settimane fa i rappresentanti del governo italiano si sono incontrati con i membri della milizia al-Ammu di Sabratha e sono giunti ad un accordo per far cessare l’attività degli scafisti, ha affermato Abdel-Salam Helal Mohammed, direttore generale delle Forze del Ministero dell’Interno incaricato di combattere il traffico di esseri umani, alla guida di un settore noto come Dipartimento per la Lotta alla Migrazione illegale.
Un anziano funzionario della sicurezza e un agente di polizia, entrambi di Sabratha, hanno anche affermato che l’Italia ha stabilito direttamente l’accordo con le milizie. Il funzionario della sicurezza ha detto che l’intelligence italiana e i leader delle milizie si sono incontrati e hanno stabilito un accordo senza la rappresentanza del governo coinvolto. I due hanno parlato in condizione di anonimato perché non erano autorizzati a parlare con i media. “I trafficanti di ieri sono oggi la forza anti-traffico”, ha detto il funzionario della sicurezza, avvertendo che le milizie rafforzeranno il loro armamento proprio con gli aiuti ricevuti. “Quando la luna di miele sarà finita tra loro e gli italiani, ci troveremo ad affrontare una situazione più pericolosa”, lamentando che le forze di sicurezza normali erano troppo insufficienti per affrontare i contrabbandieri. “Siamo troppo deboli di risorse e di armi per ingaggiare una battaglia con loro”.
Un portavoce del governo italiano ha dichiarato che l’Italia non commenta i rapporti sulle attività di intelligence.
“Quello che gli italiani stanno facendo a Sabratha è molto sbagliato... tu così stai legittimando le milizie”, ha dichiarato uno degli attivisti, Gamal al-Gharabili, capo dell’Associazione per la Pace, la Cura e il Soccorso, la principale organizzazione non governativa che si occupa di immigrati a Sabratha.
Diversamente, Essam Karrar, un altro esponente delle associazioni della società civile a Sabratha, ha elogiato l’accordo. “Ciò impedirà ai migranti di partire e allo stesso tempo offrirà opportunità di lavoro ai cittadini di Sabratha, perché molti sono parte della milizia”.
Negli ultimi anni le agenzie internazionali e i gruppi di diritti umani hanno documentato un feroce trattamento contro i migranti in detenzione in Libia, tra cui la tortura, l’abuso sessuale e la schiavitù.
Fonti: Associated Press, Washington Post, Ansa
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